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Dopo il divorzio (B1)

After the Divorce in easy Italian

Grazia Deledda

B1Italian59,640 words

Read After the Divorce (Dopo il divorzio) by Grazia Deledda in easy Italian: a free CEFR B1 graded reader to download as an EPUB. In a village in the Sardinian mountains, Costantino Ledda is sentenced to twenty-seven years for the murder of his uncle, a crime he did not commit. A new law lets his young wife Giovanna divorce him, and poverty pushes her to marry the rich, brutal Brontu Dejas. When the truth comes out and Costantino comes home, nothing can be as it was. The Nobel laureate's complete novel of Sardinian life, faith and guilt, in simpler Italian, with her own notes and a short glossary after each chapter.

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I.

Parte prima

In casa Porru, nella camera dei forestieri, c'era una donna che piangeva. Era seduta per terra, vicino al letto. Teneva le braccia sulle ginocchia alzate e la fronte sulle braccia. Piangeva con forti singhiozzi e faceva di no con la testa, come per dire che non c'era più nessuna speranza. Le sue spalle rotonde e la sua bella schiena, coperta dal panno giallo di un corsetto stretto, si alzavano e si abbassavano come un'onda.

Intorno era quasi buio. La camera non aveva finestra. La porta era tutta aperta su una loggia di mattoni e si apriva su un cielo grigio cenere, che diventava sempre più scuro. In quel cielo brillava una piccola stella gialla, lontana lontana. Nel cortile si sentiva cantare un grillo. Ogni tanto si sentiva anche la zampa di un cavallo che batteva sulla pietra.

Sulla porta apparve una donna bassa e grossa, nel costume di Nuoro. Aveva un gran viso da vecchio grasso. In mano teneva una lampada di ferro a quattro becchi. In uno dei becchi bruciava uno stoppino che nuotava nell'olio.

— Giovanna Era, — disse con voce grossa e dura, — che fai lì al buio? Sei lì? Che fai? Mi pare che tu pianga! Tu sei matta, in verità mia, tu sei matta!

L'altra cominciò a piangere a singhiozzi, senza riuscire a fermarsi.

— Ah! Ah! Ah! — disse la donna grossa, e si avvicinò, meravigliata e scandalizzata. — Lo avevo detto io che piangevi! Perchè piangi? Tua madre è giù che ti aspetta, e tu piangi lì come una matta.

L'altra continuò a piangere più forte. La donna grossa appese la lampada a un lungo chiodo sul muro e si guardò intorno. Poi cominciò a girare intorno alla donna che piangeva. Cercava parole per consolarla, ma non le trovava. Riusciva a dire soltanto:

— Ma sei matta, Giovanna, sei matta!

A Nuoro, nelle famiglie all'antica, c'è sempre una stanza tenuta per gli amici che vengono ospiti dai paesi vicini. Si chiama la camera dei forestieri. Questa camera era grande, bianca e semplice. C'era un gran letto di legno e un tavolino coperto da un tappeto di percalle, con sopra tazzine e tazze di vetro. In alto sulle pareti, quasi vicino al soffitto di legno non dipinto, erano appesi moltissimi quadretti. Dalle travi del soffitto erano appesi grappoli d'uva secca e pere gialle, che mandavano un leggero profumo. Per terra, qua e là, stavano dritte delle bisacce di lana, piene.

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La donna grossa era la padrona di casa. Prese una di quelle bisacce e la portò più in là. Poi la riportò al posto dove l'aveva presa.

— Ecco, finiscila, — disse, col fiato corto per lo sforzo. — Che cosa vuoi farci? Non bisogna disperarsi, che diavolo, colomba mia! Se il pubblico ministero ha chiesto i lavori forzati, non vuol dire che i giurati siano cani arrabbiati come lui...

L'altra continuò a piangere e a fare di no con la testa. Fra i singhiozzi gridava:

— No... No... No...

— Sì! Sì! Ti dico di sì! Alzati, o chiamo tua madre, — gridò la donna, e si gettò su di lei. Le sollevò la testa con la forza.

Apparve un bel viso tondo e rosso, circondato da folti capelli neri in disordine. Aveva due occhi neri, gonfi e lucidi di pianto, e due sopracciglia nere foltissime, unite e arruffate.

— No! No! — gridava Giovanna, e cercava di liberarsi. — Lasciatemi piangere sulla mia sorte, zia Porredda mia...[1].

— Che sorte o non sorte! Alzati.

— Non mi alzo! Non mi alzo! Lo condanneranno a trent'anni, per lo meno. Non capite dunque che lo condanneranno a trent'anni?

— Questo sta a vedersi. E poi, cosa sono trent'anni? Ma tu sembri un gatto selvatico, sai?

L'altra strillava e si strappava i capelli, presa da un attacco di disperazione selvaggia. E gridava:

— Trent'anni! Cosa sono trent'anni? Sono la vita di un uomo, zia Porredda mia! Voi non capite niente, zia Porredda! Andatevene, andatevene, lasciatemi sola, per amor di Cristo, andate via...

— Io non vado via! — protestò zia Porredda. — Un corno! Sono in casa mia, io! Alzati, figlia del diavolo, finiscila, che ti fa male! Aspetta domani per strapparti i capelli, perchè tuo marito non è ancora ai lavori forzati.

Giovanna abbassò di nuovo la fronte e riprese a piangere. Ora era un pianto calmo e triste, che spezzava il cuore.

— Costantino mio, Costantino mio, — diceva come in una triste canzone, come cantano le prefiche davanti a un morto. — Tu sei morto per me, io non ti avrò mai più, mai più. Quei cani arrabbiati ti hanno preso e legato, e non ti lasceranno più andare via. La nostra casa resterà vuota, il letto sarà freddo e la famiglia si disperderà. Bene mio, agnello mio, tu sei morto per il mondo: così siano morti quelli che ti hanno legato!

Davanti al dolore di Giovanna, zia Porredda si commosse. Ma non sapeva più che cosa fare. Allora uscì sulla loggia e chiamò:

— Bachisia Era, vieni su, perchè tua figlia sta diventando matta!

Si sentì un passo sulla scaletta esterna. Zia Porredda rientrò, e dietro di lei venne una donna alta, tragica, vestita di nero. Aveva la testa avvolta in una benda nera. In mezzo alla benda spiccava un viso giallo, da uccello rapace. Al posto degli occhi aveva due punti verdi pieni di luce, molto in dentro, circondati da sopracciglia nere selvagge e da cerchi scuri.

Bastò la sua presenza a dare alla figlia una calma rigida.

— Alzati! — disse una voce rauca.

Giovanna si alzò. Era alta, grossa eppure agile, con dei fianchi stupendi. Portava gonne di orbace cortissime, orlate di panno verde, con una fascia color porpora intorno ai fianchi. Le gonne lasciavano vedere i piedi piccoli, negli stivaletti elastici, e l'inizio di due belle gambe.

— Perchè dai tanto fastidio a questa brava gente? — chiese la madre. — Finiscila un po'. Scendi giù a cena, non spaventare le ragazze e non turbare la gioia di questa brava gente.

La gioia di quella brava gente era il ritorno del figlio, che studiava legge. Era arrivato quella sera, per le vacanze.

Giovanna sembrò capire e si calmò. Si tolse dalla testa il fazzoletto di lana. Sotto c'era una cuffia di vecchio broccato, e dalla cuffia uscivano onde di capelli nerissimi. Poi andò a lavarsi in un catino d'acqua, appoggiato sopra una sedia. Zia Porredda guardò zia Bachisia. Si prese le labbra fra l'indice e il pollice della mano destra, per dirle di fare silenzio, e se ne andò senza rumore.

Words explained in this excerpt (12)
camera dei forestieri
stanza della casa tenuta pronta per gli ospiti che vengono dai paesi vicini.
corsetto
parte del vestito femminile, stretta sul petto.
bisacce
grandi borse doppie di lana o tela, che si mettono sul cavallo o sulla spalla.
pubblico ministero
il magistrato che accusa l'imputato nel processo.
lavori forzati
pena in cui il condannato deve fare lavori molto duri.
giurati
cittadini che, nel processo, decidono se l'imputato è colpevole.
prefiche
donne che piangono e cantano lamenti davanti ai morti.
orbace
stoffa di lana grossa, fatta a mano in Sardegna.
singhiozzi
il respiro rotto e forte di chi piange molto.
scandalizzata
stupita e offesa da una cosa che sembra sbagliata.
rauca
voce bassa e un po' rotta, come quella di chi ha mal di gola.
percalle
stoffa leggera di cotone.

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