# Dopo il divorzio (Edizione B1)

*Grazia Deledda*

## I.

*Parte prima*

1904. In casa Porru, nella camera dei forestieri, c'era una donna che piangeva. Era seduta per terra, vicino al letto. Teneva le braccia sulle ginocchia alzate e la fronte sulle braccia. Piangeva con forti singhiozzi e faceva di no con la testa, come per dire che non c'era più nessuna speranza. Le sue spalle rotonde e la sua bella schiena, coperta dal panno giallo di un corsetto stretto, si alzavano e si abbassavano come un'onda.

Intorno era quasi buio. La camera non aveva finestra. La porta era tutta aperta su una loggia di mattoni e si apriva su un cielo grigio cenere, che diventava sempre più scuro. In quel cielo brillava una piccola stella gialla, lontana lontana. Nel cortile si sentiva cantare un grillo. Ogni tanto si sentiva anche la zampa di un cavallo che batteva sulla pietra.

Sulla porta apparve una donna bassa e grossa, nel costume di Nuoro. Aveva un gran viso da vecchio grasso. In mano teneva una lampada di ferro a quattro becchi. In uno dei becchi bruciava uno stoppino che nuotava nell'olio.

— Giovanna Era, — disse con voce grossa e dura, — che fai lì al buio? Sei lì? Che fai? Mi pare che tu pianga! Tu sei matta, in verità mia, tu sei matta!

L'altra cominciò a piangere a singhiozzi, senza riuscire a fermarsi.

— Ah! Ah! Ah! — disse la donna grossa, e si avvicinò, meravigliata e scandalizzata. — Lo avevo detto io che piangevi! Perchè piangi? Tua madre è giù che ti aspetta, e tu piangi lì come una matta.

L'altra continuò a piangere più forte. La donna grossa appese la lampada a un lungo chiodo sul muro e si guardò intorno. Poi cominciò a girare intorno alla donna che piangeva. Cercava parole per consolarla, ma non le trovava. Riusciva a dire soltanto:

— Ma sei matta, Giovanna, sei matta!

A Nuoro, nelle famiglie all'antica, c'è sempre una stanza tenuta per gli amici che vengono ospiti dai paesi vicini. Si chiama la camera dei forestieri. Questa camera era grande, bianca e semplice. C'era un gran letto di legno e un tavolino coperto da un tappeto di percalle, con sopra tazzine e tazze di vetro. In alto sulle pareti, quasi vicino al soffitto di legno non dipinto, erano appesi moltissimi quadretti. Dalle travi del soffitto erano appesi grappoli d'uva secca e pere gialle, che mandavano un leggero profumo. Per terra, qua e là, stavano dritte delle bisacce di lana, piene.

La donna grossa era la padrona di casa. Prese una di quelle bisacce e la portò più in là. Poi la riportò al posto dove l'aveva presa.

— Ecco, finiscila, — disse, col fiato corto per lo sforzo. — Che cosa vuoi farci? Non bisogna disperarsi, che diavolo, colomba mia! Se il pubblico ministero ha chiesto i lavori forzati, non vuol dire che i giurati siano cani arrabbiati come lui...

L'altra continuò a piangere e a fare di no con la testa. Fra i singhiozzi gridava:

— No... No... No...

— Sì! Sì! Ti dico di sì! Alzati, o chiamo tua madre, — gridò la donna, e si gettò su di lei. Le sollevò la testa con la forza.

Apparve un bel viso tondo e rosso, circondato da folti capelli neri in disordine. Aveva due occhi neri, gonfi e lucidi di pianto, e due sopracciglia nere foltissime, unite e arruffate.

— No! No! — gridava Giovanna, e cercava di liberarsi. — Lasciatemi piangere sulla mia sorte, zia Porredda mia...\[1\].

— Che sorte o non sorte! Alzati.

— Non mi alzo! Non mi alzo! Lo condanneranno a trent'anni, per lo meno. Non capite dunque che lo condanneranno a trent'anni?

— Questo sta a vedersi. E poi, cosa sono trent'anni? Ma tu sembri un gatto selvatico, sai?

L'altra strillava e si strappava i capelli, presa da un attacco di disperazione selvaggia. E gridava:

— Trent'anni! Cosa sono trent'anni? Sono la vita di un uomo, zia Porredda mia! Voi non capite niente, zia Porredda! Andatevene, andatevene, lasciatemi sola, per amor di Cristo, andate via...

— Io non vado via! — protestò zia Porredda. — Un corno! Sono in casa mia, io! Alzati, figlia del diavolo, finiscila, che ti fa male! Aspetta domani per strapparti i capelli, perchè tuo marito non è ancora ai lavori forzati.

Giovanna abbassò di nuovo la fronte e riprese a piangere. Ora era un pianto calmo e triste, che spezzava il cuore.

— Costantino mio, Costantino mio, — diceva come in una triste canzone, come cantano le prefiche davanti a un morto. — Tu sei morto per me, io non ti avrò mai più, mai più. Quei cani arrabbiati ti hanno preso e legato, e non ti lasceranno più andare via. La nostra casa resterà vuota, il letto sarà freddo e la famiglia si disperderà. Bene mio, agnello mio, tu sei morto per il mondo: così siano morti quelli che ti hanno legato!

Davanti al dolore di Giovanna, zia Porredda si commosse. Ma non sapeva più che cosa fare. Allora uscì sulla loggia e chiamò:

— Bachisia Era, vieni su, perchè tua figlia sta diventando matta!

Si sentì un passo sulla scaletta esterna. Zia Porredda rientrò, e dietro di lei venne una donna alta, tragica, vestita di nero. Aveva la testa avvolta in una benda nera. In mezzo alla benda spiccava un viso giallo, da uccello rapace. Al posto degli occhi aveva due punti verdi pieni di luce, molto in dentro, circondati da sopracciglia nere selvagge e da cerchi scuri.

Bastò la sua presenza a dare alla figlia una calma rigida.

— Alzati! — disse una voce rauca.

Giovanna si alzò. Era alta, grossa eppure agile, con dei fianchi stupendi. Portava gonne di orbace cortissime, orlate di panno verde, con una fascia color porpora intorno ai fianchi. Le gonne lasciavano vedere i piedi piccoli, negli stivaletti elastici, e l'inizio di due belle gambe.

— Perchè dai tanto fastidio a questa brava gente? — chiese la madre. — Finiscila un po'. Scendi giù a cena, non spaventare le ragazze e non turbare la gioia di questa brava gente.

La gioia di quella brava gente era il ritorno del figlio, che studiava legge. Era arrivato quella sera, per le vacanze.

Giovanna sembrò capire e si calmò. Si tolse dalla testa il fazzoletto di lana. Sotto c'era una cuffia di vecchio broccato, e dalla cuffia uscivano onde di capelli nerissimi. Poi andò a lavarsi in un catino d'acqua, appoggiato sopra una sedia. Zia Porredda guardò zia Bachisia. Si prese le labbra fra l'indice e il pollice della mano destra, per dirle di fare silenzio, e se ne andò senza rumore.

L'amica obbedì. Non disse una parola e aspettò che Giovanna si fosse lavata e sistemata. Poi tutte e due scesero in silenzio la scaletta esterna. Era venuta la notte, una notte calma, calda, profonda. Dopo la prima piccola stella gialla erano apparse migliaia di stelle d'argento. La Via Lattea passava nel cielo come un grande velo ricamato di scintille. Nell'aria pesava un odore forte di erba secca.

Nel cortile i grilli cantavano, nascosti nel pergolato. Il cavallo mangiava piano, muovendo sempre la bocca, e batteva la zampa ferrata. Da lontano si sentiva un canto malinconico.

La porta della cucina dava sul cortile ed era tutta aperta. Era aperta anche la porta di una camera al piano terra, che per l'occasione serviva anche da sala da pranzo. In cucina, vicino al focolare acceso, si vedeva zia Porredda che condiva dei maccheroni. C'era anche una bambina bionda, spettinata e scalza, con un elegante vestitino nero. Litigava con un bambino in costume, molto grasso e rosso come la nonna.

La bambina diceva parolacce terribili e nominava tutti i diavoli. Il bambino cercava di pizzicarle le gambe.

— Finitela, — diceva zia Porredda. — Ah, ah, volete finirla, figli cattivi?

— Mamma Porru, questa ragazzina dice parolacce. Mi dice: al diavolo chi ti ha fatto nascere.

— Ah, ah, Minnìa, tu andrai all'inferno viva e sana, — rispose la nonna. Non si voltò e continuò a mescolare i maccheroni.

— Lui mi pizzica, mamma Porru, ahi, ahi, come mi pizzica!... Che tu sia scorticato, spazzatura! Se ti prendo, ti do tanti schiaffi quanti capelli hai in testa...

— Minnìa, che modo di parlare è questo?...

— Lui mi ha rubato il portamonete, quello *che ci ha* il papa dipinto, quello che mi ha portato zio Paolo...

— Non è vero, no! Non mi far parlare, Minnìa, — gridò il bambino, minaccioso. — In quanto a rubare...

La bambina tacque subito, come per magia. Ma dopo un po' il bambino prese un bastone e con il manico curvo cominciò a prenderle una gamba. Minnìa si mise a piangere. La nonna si voltò con il mestolo in mano.

— In verità, io vi batto col mestolo, cattivi figliuoli. Aspettate, aspettate. — Li rincorse, e loro scapparono nel cortile. Andarono a sbattere contro Giovanna e sua madre.

— Che c'è, che c'è?...

— Ah, mi fanno disperare, sono indiavolati!... — disse zia Porredda dalla porta della cucina.

In quel momento una piccola figura nera si staccò dal portone mezzo aperto e disse con voce emozionata:

— Tornano, nonna, eccoli qui.

— E lasciali tornare. Faresti bene, Grazia, a badare ai tuoi fratelli, che si picchiano fra loro come pulcini.

Grazia non rispose. Ma poco dopo prese dalle mani di zia Bachisia la lampada di ferro, la spense e andò a nasconderla dietro la panca della cucina. A bassa voce disse:

— Dovreste vergognarvi di queste candele, nonna, ora che c'è zio Paolo.

— Ma che zio Paolo! Credi che sia stato allevato nell'oro?

— Lui viene da Roma...

— Un corno! A Roma lampade come queste non ce ne sono, perchè l'olio lo comprano coi soldi. Noi invece ne abbiamo dei grandi vasi pieni.

— State fresca voi, se credete questo, — disse la ragazza. E saltò nel cortile, col cuore che batteva, perchè sentiva la voce del nonno e dello zio.

— Giovanna, salute! Zia Bachisia, come state? — diceva la voce calda dello studente. — Io bene, grazie al Signore! Oh, mi dispiace tanto per la vostra disgrazia. Coraggio, chissà? È domani la sentenza?

Entrò nella stanza dove era apparecchiata la tavola. Lo seguivano le donne e i bambini: la sua presenza dava loro un po' di paura e li divertiva nello stesso tempo.

Era piccolo e zoppicava un po', perchè aveva un piede più piccolo e una gamba un po' più corta dell'altra. Per questo lo chiamavano dottor Pededdu (piedino). Lui non se la prendeva. Diceva che è meglio avere un piede più piccolo dell'altro che avere la testa più piccola di quella degli altri.

Il suo visino rosa e tondo, con due piccoli baffi biondi, sorrideva sotto un gran cappello nero e morbido. Lui si diceva socialista.

Entrato nella stanza, si sedette sul letto, con le gambe che non toccavano terra. Tirò vicino a sè il nipote e la nipotina, uno per parte, che lo guardavano a bocca aperta. Li teneva stretti senza pensarci, perchè ascoltava il triste racconto di zia Bachisia. Però ogni tanto guardava Grazia. Aveva tredici anni ed era alta e magra, tutta angoli, perchè stava ancora crescendo. Il vestitino nero troppo stretto la rendeva ancora più goffa. I suoi occhi, chiari e metallici, fissavano lo zio senza staccarsi da lui, con avidità.

— Ecco, — diceva zia Bachisia con la sua voce rauca, — il fatto andò così. Costantino Ledda aveva uno zio carnale, il fratello di suo padre. Si chiamava Basile Ledda, ma lo chiamavano l'Avoltoio (Dio l'abbia in gloria, se non è fra gli artigli del diavolo), tanto era avido di denaro.

«Era un uomo cattivo, un avoltoio giallo, Dio l'abbia perdonato. Basta, si dice che abbia fatto morire di fame la moglie. Ecco, Costantino rimase sotto la sua tutela. Il bambino aveva qualche cosa di suo, e lo zio gli mangiò tutto. Poi lo bastonava. Lo legava fra due pietre, in campagna, e lo lasciava al sole e alle api, che gli pungevano persino gli occhi.

«Basta, un giorno Costantino scappò di casa. Aveva sedici anni. Restò via tre anni. Lui disse che era stato a lavorare nelle miniere. Io non so, lui disse così.

— Sì, sì! È stato a lavorare nelle miniere! — gridò Giovanna.

— Non so! — disse la madre, e chiuse forte la bocca, con aria di dubbio. — Basta, il fatto è questo: mentre Costantino era via, qualcuno sparò un colpo di fucile a Basile l'avoltoio. Lui era in campagna. È vero che aveva dei nemici. Quando Costantino tornò, confessò che era scappato per sfuggire alla tentazione di ammazzare lo zio. Lo aveva odiato a morte. Ora però il giovane cercò di fare pace con l'avoltoio, e ci riuscì... Ora senti, Paolo Porru...

— Dottor Porru! Dottor Pededdu! — gridò il nipotino, per correggere l'ospite. Lei lo guardò con rabbia e stava per dargli uno schiaffo, un piccolo schiaffo. Giovanna si mise a ridere.

L'ospite addolorata aveva il marito in carcere, e per questo sembrava circondata da un'aureola romantica, anzi tragica. Quando la pallida e magra Grazia la vide ridere, si mise a ridere anche lei, nervosamente. Rise anche Minnìa, risero anche il piccolo paesano e lo studente. Zia Bachisia si guardò intorno, con occhi che brillavano come il fosforo. Perchè ridevano? Erano matti? Alzò la mano gialla e magra. Stava per dare uno schiaffo, ma non sapeva bene se a sua figlia o al bambino. Ed ecco arrivare zia Porredda coi maccheroni fumanti.

Dietro di lei veniva zio Efes Maria Porru. Era un uomo grosso e imponente, col petto molto stretto nel velluto blu del giustacuore. Era un contadino che si dava arie da letterato. Aveva un faccione grigio, che sembrava una vecchia maschera di marmo. Aveva la barba corta e riccia, le labbra grosse e aperte, gli occhi grandi e chiari.

— Presto, presto a tavola! — disse zia Porredda, e sbatté il piatto in mezzo alla tavola. — Ah, voi ridete? Il piccolo dottore vi fa ridere?

— Io stavo per dare uno schiaffo a vostro nipote, — disse zia Bachisia.

— Perchè, anima mia? Venite dunque a tavola. Giovanna qui. Dottor Porreddu, venga qui.

Lo studente si buttò sul letto, sulla schiena, e allargò le braccia. Sollevò le gambe in aria, le riabbassò, si rialzò e saltò giù in piedi, sbadigliando.

I ragazzi e Giovanna ricominciarono a ridere. Lui disse:

— Un po' di ginnastica fa bene. Oh Dio, come dormirò stanotte! Ho tutte le ossa slegate. Come ti sei fatta grande, Grazietta: sembri una pertica.

La ragazza arrossì e abbassò gli occhi. Zia Bachisia fece il muso, scandalizzata. Lo studente pensava a tutt'altro che alla storia che lei raccontava, e tutti in casa si interessavano poco alla disgrazia di Costantino. Del resto anche Giovanna sembrava dimenticare. Ma poi zia Porredda le mise davanti un'enorme porzione di maccheroni rosa, profumati di sugo. Allora la giovane si fece di nuovo scura in viso e non volle mangiare.

— Ve l'avevo detto io! — gridò zia Porredda, meravigliata. — È matta, in verità mia è matta! Perchè non mangiare, ora? Che c'entra il mangiare, ora, con la sentenza di domani?

— Via, — disse zia Bachisia, con voce un po' dura, — non fare sciocchezze. Non disturbare la gioia di questa brava gente.

Zio Efes Maria si mise il tovagliolo sotto il mento, come un signore, e pronunciò la sua sentenza letteraria.

— Cuor forte contro la sorte, dice Dante Alighieri. Via, Giovanna Era, dimostra che sei un fiore delle montagne, più forte delle pietre. Il tempo sistemerà ogni cosa.

Giovanna cominciò a mangiare. Ma aveva un singhiozzo in gola, che le impediva di mandare giù il cibo.

Paolo stava zitto, curvo sul suo piatto. Il piatto era già pulito quando Giovanna riuscì a mandare giù il primo maccherone.

— Sei un vento, figlio mio, — disse zia Porredda. — Che fame da cane hai! Ne vuoi altri? Sì? E altri ancora? Sì?

— Oh bravo! — disse zio Efes. — Sembra che nella Città Eterna tu non abbia mai visto roba da mangiare.

— Eh, l'ho detto io, — disse zia Porredda. — Luoghi belli, se volete, ma là tutto si compra con i soldi in contanti. L'ho sentito dire, in verità mia: nelle case non ci sono provviste, come da noi. E quando in casa mancano le provviste, voi lo sapete bene, non ci si sazia mai...

Zia Bachisia fece sì con la testa. Purtroppo lei sapeva bene che cos'è una casa senza provviste.

— È vero o non è vero, dottor Porreddu?

— È vero, — diceva lui. Mangiava e rideva, e agitava le mani larghe e bianche, con le unghie lunghissime.

— Per questo è diventato una sanguisuga, un vampiro! — osservò zio Efes Maria, rivolto alle ospiti. — Non mi lascia una goccia di sangue nelle vene. Corpo del demonio, a Roma si mangiano soldi!

— Ah, se sapeste, — sospirò Paolo, — tutto, tutto è così caro! Una pesca costa venti centesimi. Ah, ora sto bene!

— Venti centesimi! — dissero tutti insieme.

— Ebbene, zia Bachisia, e poi? Quando Costantino tornò?... — chiese Paolo.

— Ebbene, Paolo Porru... ah, io continuo a darti del tu, anche se fra poco sarai dottore, perchè quando eri ragazzino ti ho dato persino qualche colpetto sulla testa...

— Non ricordo. Andate avanti, — disse il giovane. Intanto le narici di Grazia tremavano per la rabbia.

— Ebbene, ti ho detto che Costantino restò via tre anni e che...

— Stette nelle miniere. Benissimo. Poi ritornò e fece pace con lo zio.

— Ed ecco che vide Giovanna mia, questa ragazza, e si innamorarono. Lo zio non voleva, perchè la ragazza è povera. Ricominciarono a odiarsi. Costantino lavorava per l'avoltoio, e l'avoltoio non gli dava un centesimo. Allora Costantino venne da me e disse: — Io sono povero. Non ho soldi per comprare i gioielli alla sposa e per fare la festa e il banchetto delle nozze cristiane. E anche voi siete povere. Ebbene, facciamo così: sposiamoci soltanto civilmente, per ora. Lavoreremo insieme, metteremo da parte la somma necessaria per la festa, e poi ci sposeremo con Dio. — Molti fanno così, e lo facemmo anche noi. Facemmo il matrimonio civile in silenzio, e vivemmo insieme d'accordo. L'avoltoio scoppiava di rabbia. Veniva a urlare persino nella nostra strada e provocava Costantino dappertutto. E noi lavoravamo. L'anno scorso, dopo la vendemmia, preparavamo i dolci per le nozze. Proprio allora Basile Ledda fu trovato ammazzato nella sua casa. La sera prima avevano visto Costantino entrare da lui. Era andato ad annunciargli le nozze e a chiedergli pace. Ah, povero ragazzo! Non volle fuggire, come gli avevo consigliato io. E fu arrestato.

— Perchè era innocente... mamma... mia...

— Ecco che quella sciocca ricomincia a piangere. Se non stai zitta, io non dico più niente, ecco. Ebbene, Costantino fu arrestato. Ora si fa il processo, e il pubblico ministero ha chiesto i lavori forzati. Ma è un cane, quel pubblico ministero? Ci sono degli indizi, è vero. Costantino fu visto entrare di notte in casa dello zio, che viveva solo, come un uccello selvatico. Ci si è ricordati anche del passato. Tutto questo è vero, ma prove vere non ce ne sono. Costantino si è mostrato pieno di contraddizioni e di rimorsi. Dice sempre queste parole: *è il peccato mortale*. Devi sapere che lui è un buon cristiano. Crede di essere stato colpito dalla sventura perchè ha vissuto con Giovanna prima del matrimonio religioso.

— Ma ditemi una cosa...

— Aspetta. Aggiungi che poi si sono sposati anche in chiesa. In carcere, sì, in carcere, anima mia: figurati che cosa orrenda. Non ricominciare a piangere, Giovanna, altrimenti ti tiro in faccia questa saliera. Eccola lì, la sciocca! Tutti dicevano: no, no, non sposarlo. Se è colpevole e viene condannato, tu potrai sposarne un altro...

— Ah, come siete vili!... — urlò la giovane, con gli occhi in fiamme. Ma lo sguardo acuto della madre si fissò nel suo, e lei tacque di nuovo.

— Lo dicevo io, forse? — chiese zia Bachisia. — No, lo dicevano gli altri, e lo dicevano per il tuo bene.

— Il mio bene, il mio bene, — si lamentò Giovanna, e nascose il viso fra le mani. — Il mio bene è finito, è finito, è finito.

— Avete figli? — le chiese Paolo.

— Sì, uno. E se non ci fosse lui, guai. Guai! Se Costantino sarà condannato e il bambino non ci fosse, guai! guai! — E si infilava le dita nei capelli, sopra la fronte, e muoveva forte la testa come una pazza.

— Tu ti ammazzeresti, cuor mio? — chiese la madre con ironia.

Allo studente sembrò di vedere qualcosa di finto nel gesto di Giovanna. Gli fece pensare a una famosa attrice, in una commedia francese. E davanti al dolore della giovane donna gli uscirono di bocca parole di chi non ci crede.

— Ecco, — disse, — del resto ora è stata approvata la legge sul divorzio: ogni donna che ha il marito condannato può tornare libera.

Giovanna sembrò non capire neppure quelle parole, e continuò a muovere la testa fra le mani. Zia Porredda disse, convinta:

— Sì, un corno! Neppure Dio può disfare un matrimonio!

Zio Efes Maria osservò, con un po' di ironia:

— Già! L'ho letto sul giornale. Questo divorzio, ora! Lo faranno in continente, dove del resto uomini e donne si sposano molte volte, senza bisogno di prete e di sindaco. Ma qui, oibò!...

— No, babbo Porru, non è in continente, è in Turchia, — osservò Grazia.

— Anche qui, anche qui! — disse zia Bachisia, che aveva capito tutto.

Appena finita la cena, le Era uscirono per andare dall'avvocato.

— Dove le farete dormire? — chiese Paolo. — Nella camera dei forestieri?

— Sicuro. Perchè?

— Perchè veramente volevo dormirci io, lassù: qui si soffoca. Quale forestiero è meglio di me?

— Abbi pazienza fino a domani, figliolino mio. Sono povere ospiti...

— Oh Dio, che costumi barbari! Quando finiranno? — chiese lui, irritato.

— Lo chiedo anch'io, — disse zio Efes Maria, che si era messo a leggere il giornale. — Mi rompono le scatole, queste donne. Ebbene, che ne dici tu del nuovo Ministero?

— Io me ne infischio, — rispose lui ridendo. Si ricordava infatti di un personaggio della *Dame chez Maxim*, la commedia che tutti amavano al teatro Manzoni. Lui ci andava sempre: era un *habitué*.

Poi andò a guardare certi libri che aveva messo in una nicchia in fondo alla stanza. Minnìa e il fratellino erano usciti nel cortile. Grazia era seduta a tavola, con i pugni sulle guance, e guardava sempre lo zio. Lui si rivolse a lei:

— Tu leggi romanzi, non è vero?

— Io no, — disse lei, arrossendo.

— E io ti dico che se ti trovo a leggere certi libri, te li tiro in testa...

Le labbra di Grazia tremarono. Per nascondere il pianto si alzò e uscì fuori. Sentì che i fratellini litigavano ancora per il portamonete col papa.

— In quanto a rubare, — diceva il bambino, — tu stai zitta. Perchè tu e quell'altra che è lì, quella pertica, oggi avete venduto del vino e vi siete tenute i soldi...

— Ah, bugiardo! — disse Grazia, e gli andò addosso. Lo picchiò, e intanto piangeva amaramente.

Intorno cantavano i grilli. Il cavallo mangiava piano, muovendo sempre la bocca, e batteva la zampa sulle pietre del cortile. Le stelle facevano piovere una luce bianca come il latte sul cortile caldo e profumato di erba secca.

— È una povera orfana, non maltrattarla, — diceva zia Porredda a suo figlio, per difendere Grazia. (I tre ragazzi erano figli del figlio maggiore dei Porru, un ricco pastore. La loro giovane madre era morta un anno prima.) — E se vuole leggere, lasciala leggere.

— Sì, lasciala leggere! — disse solennemente zio Efes Maria. — Ah, perchè non hanno lasciato leggere anche me, quando ero giovane? Sarei diventato astronomo, istruito come un prete.

Per zio Efes Maria un astronomo era un uomo coltissimo e saggissimo, come dire un filosofo.

— Hai visto il papa, figlio mio? — chiese zia Porredda. Un pensiero le aveva fatto venire in mente l'altro.

— No.

— Come, non hai visto il papa?

— O che credete voi? Il papa sta dentro una scatola, e per vederlo bisogna pagare, pagare molto.

— Oh va'! — disse lei. — Tu sei un miscredente.

E uscì nel cortile, dove i nipotini si picchiavano. Si buttò in mezzo a loro, li divise e li spinse uno da una parte e uno dall'altra del cortile, gridando:

— In verità mia, siete tanti pollastri! Eccoli i pollastri, che Dio vi salvi. Cattivi figliuoli! Tutti cattivi!

I bambini singhiozzavano fra il canto dei grilli, nella notte serena.

### Glossario

- **camera dei forestieri**: stanza della casa tenuta pronta per gli ospiti che vengono dai paesi vicini.
- **corsetto**: parte del vestito femminile, stretta sul petto.
- **bisacce**: grandi borse doppie di lana o tela, che si mettono sul cavallo o sulla spalla.
- **pubblico ministero**: il magistrato che accusa l'imputato nel processo.
- **lavori forzati**: pena in cui il condannato deve fare lavori molto duri.
- **giurati**: cittadini che, nel processo, decidono se l'imputato è colpevole.
- **prefiche**: donne che piangono e cantano lamenti davanti ai morti.
- **orbace**: stoffa di lana grossa, fatta a mano in Sardegna.
- **giustacuore**: giacca corta e stretta del costume maschile sardo.
- **State fresca**: modo di dire: "vi sbagliate di grosso".
- **in continente**: nell'Italia di terraferma, fuori dalla Sardegna.
- **peccato mortale**: per la Chiesa, peccato molto grave che porta all'inferno.
- **singhiozzi**: il respiro rotto e forte di chi piange molto.
- **scandalizzata**: stupita e offesa da una cosa che sembra sbagliata.
- **rauca**: voce bassa e un po' rotta, come quella di chi ha mal di gola.
- **percalle**: stoffa leggera di cotone.
- **maccheroni**: un tipo di pasta corta.
- **portamonete**: piccola borsa per tenere le monete.
- **mestolo**: grande cucchiaio di cucina, con un manico lungo.

## II.

La mattina dopo Giovanna fu la prima a svegliarsi. Dal vetro della porta entrava una luce rosa d'aurora. Nel silenzio del mattino si sentivano gridare le rondini.

Appena sveglia, la giovane provò un senso di dolcezza. Ma subito le sembrò di essere avvolta da un tuono fortissimo. Si ricordava.

Quel giorno si doveva decidere la sorte di suo marito. Lei era sicura che Costantino sarebbe stato condannato, ma continuava lo stesso a sperare. Se lui fosse colpevole o no, lei non ci pensava affatto. Forse non ci aveva pensato mai. La faceva soffrire solo la conseguenza del fatto: la separazione, forse per sempre, da quell'uomo giovane. Aveva un corpo agile e forte come quello di un levriero, mani lisce e labbra ardenti. Ricordandolo, sentì tanta angoscia che saltò giù dal letto senza pensarci. Cominciò a vestirsi e diceva, senza fiato:

— È tardi, è tardi, è tardi...

Zia Bachisia aprì i suoi piccoli occhi di lucciola e si alzò anche lei. Ma restava calma. Sapeva bene che cosa doveva succedere quel giorno, e il giorno dopo, e fra un anno, due, dieci anni. Si vestì, bagnò le mani nell'acqua e se le passò sul viso una sola volta. Poi si asciugò e si mise la benda intorno alla testa, con grande cura.

— È tardi, — ripeteva Giovanna. — Dio mio, è tardi...

Ma la calma della madre finì per calmare anche lei. Zia Bachisia scese in cucina, e Giovanna la seguì. Zia Bachisia preparò il caffè-latte e il pane per Costantino: alle due donne era permesso portare da mangiare all'accusato. Mise tutto in un canestro e si avviò verso le carceri. E Giovanna la seguì.

Le strade erano deserte. Il sole era appena sorto sulle cime di granito dell'Orthobene e riempiva l'aria di una polvere d'oro rosa. Il cielo era così azzurro, gli uccelli così allegri, l'aria così calma e profumata! Sembrava un mattino di festa, quando la gente non è ancora uscita e le campane non suonano ancora. I Porru abitavano vicino alla stazione. Giovanna percorreva la strada che dalla stazione porta alle carceri. Guardava i suoi monti lontani, color viola. Erano appoggiati sull'orlo delle grandi valli selvagge, come un enorme diadema d'ametista. Respirava l'aria piena di profumi selvatici. Pensava alla sua piccola casa di schisto, al suo bambino, alla felicità perduta. E si sentiva morire.

La madre camminava svelta davanti a lei, col canestro sulla testa. Arrivarono davanti al grande edificio delle carceri, rotondo, bianco e triste. Nel silenzio e nella luce del mattino, la sentinella immobile e muta sembrava una statua. Accanto al muro del carcere cresceva un cespuglio verde, che rendeva il luogo ancora più triste. Il portone, di un colore quasi verde, ogni tanto si apriva un poco, come la bocca di una sfinge. Ora si aprì e mandò giù le due donne. Là dentro, in quella grotta orrenda, tutti conoscevano le due povere donne. Le conosceva il capo-guardiano, rosso e imponente, che sembrava un generale. E le conosceva anche l'ultima guardia, pallida, con i baffi biondi e dritti, che voleva sembrare elegante.

Nel corridoio buio, pieno di cattivo odore, si sentiva già tutto l'orrore dell'interno. Le due donne non andarono più avanti. La guardia pallida ed elegante venne a prendere il canestro. Giovanna gli chiese sottovoce se Costantino aveva dormito.

— Sì, ha dormito, ma sognava, sognava. Diceva: *Il peccato mortale*.

— Ah, quel suo *peccato mortale*, che vada al diavolo!... — disse zia Bachisia. — Dovrebbe finirla!

— Mamma mia, perchè lo maledite? Non è già abbastanza maledetto dalla sorte? — mormorò Giovanna.

Tornate fuori, le due donne aspettarono che l'accusato uscisse. Giovanna vide i carabinieri che dovevano portarlo alla Corte e cominciò a tremare forte. Eppure anche nei giorni prima lo aveva visto uscire in mezzo a loro. I suoi occhi neri si allargarono e fissarono il portone con uno sguardo pazzo. Passarono minuti di attesa terribile. La bocca della sfinge si aprì ancora un poco. Fra i gendarmi, che avevano il viso grigio come il granito e i lunghi baffi neri, apparve Costantino.

Era alto e agile come un giovane pioppo. Due bande di capelli neri, lucidi e lunghi, circondavano il suo viso senza barba. Era un viso di una bellezza quasi femminile, reso bianco dalla prigione. Aveva due grandi occhi castani e una piccola bocca di bambino innocente. E aveva la fossetta sul mento: sembrava un giovane Apollo.

Anche lui aspettava quel momento. Ma appena vide Giovanna, diventò ancora più bianco e si fermò, resistendo ai soldati. Giovanna si buttò davanti a lui e, piangendo forte, gli prese con forza la mano legata dalle catene.

— Avanti, — disse un carabiniere con voce dolce. — Tu sai che non è permesso, buona donna.

Ma anche zia Bachisia si era avvicinata. Lanciava sul gruppo sguardi veloci come frecce, con i suoi piccoli occhi verdi. I carabinieri si fermarono un istante. Costantino disse con voce ferma, quasi allegra:

— Coraggio! coraggio! — Ed ebbe la forza di sorridere a Giovanna.

— L'avvocato ti aspetta là, — disse zia Bachisia. Intanto i carabinieri spingevano via dolcemente le due donne.

— Buone donne, andate via, andate, — dissero, e portarono via l'accusato. Lui sorrise ancora a Giovanna. Mostrò i denti bianchissimi fra le labbra fresche ma pallide. Poi si allontanò fra le due figure che sembravano di granito.

Allora zia Bachisia trascinò via Giovanna, che voleva seguire il marito. La riportò in casa Porru per fare colazione, prima di andare alla Corte. Il sole riempiva il cortile. Dal pergolato, fra le foglie lucide di vite, erano appesi lunghi grappoli d'uva acerba. Sembravano scolpiti nel marmo verde. Sul pergolato le rondini cantavano guardando il sole. Zio Efes Maria era salito sul suo cavallo baio e si preparava a partire per la campagna. Che luce e che festa in quel cortile! Era chiuso soltanto da un piccolo muro di pietre, e da lì si vedeva un vasto orizzonte. I bambini mangiavano la loro zuppa di caffè-latte, seduti sulla soglia della cucina. Grazia era andata a mangiare la sua in un angolo. Forse non voleva che lo zio studente la vedesse fare una cosa così poco poetica. Lo zio invece, in maniche di camicia, stava in piedi in mezzo al cortile. Divorava la sua grande scodella di zuppa. E zia Porredda gli lucidava le scarpe, tutta meravigliata per i racconti del figlio.

— Come è grande San Pietro? (Bisogna spiegare che Paolo era stato a Roma solo quell'anno.) Ebbene, è grande come una *tanca*. Non si può neppure pregare. Come si può pregare in una *tanca*? Gli angeli sono grandi come quella porta. Parlo degli angeli più piccoli, sapete, quelli che reggono la vasca dell'acqua santa.

— Ah, allora bisogna mettere la scala, per prendere l'acqua.

— No, perchè sono inginocchiati, mi pare. Datemi un altro po' di caffè-latte, mamma. Ce n'è?

— Sicuro che ce n'è. Sei tornato proprio affamato, piccolo Paolo mio: sembri un pescecane.

— Sapete quanto costa a Roma una zuppa così? Una lira, non meno. E il latte è acqua.

— Che siano benedetti! È spaventoso!

— Ah, sapete! In mare ho visto i delfini. Oh, come erano curiosi! Ah, ecco le ospiti. Buon giorno. Che cosa avete fatto?

Giovanna raccontò l'incontro col marito e stava per ricominciare a piangere. Ma zia Porredda la prese per mano e la portò in cucina.

— Oggi hai bisogno di forze, anima mia. Mangia, mangia, — le disse, e le mise davanti una grande tazza di caffè-latte.

Poco dopo le due donne uscirono per andare alla Corte d'Assise. Paolo promise di raggiungerle.

— Coraggio! — disse zia Porredda, salutando Giovanna.

Nella voce della padrona di casa, Giovanna sentì già la condanna del marito. Se ne andò a testa bassa, come un cane frustato. Paolo la seguì con gli occhi. Poi andò verso sua madre, zoppicando come un pulcino ferito, e le disse una cosa strana:

— Sentite. Non passeranno due anni, e quella giovane si risposerà.

— Cosa dici, dottor Pededdu? — gridò la donna. Quando si arrabbiava, chiamava il figlio col soprannome. — In verità mia, tu sei matto.

— Oh, mamma, io ho attraversato il mare! — disse lui. — Speriamo almeno che scelga me come avvocato!

— Quel giovanotto! — diceva Giovanna a sua madre, mentre scendevano per un sentiero ripido. — Mangia come un cane, che Dio lo salvi.

Zia Bachisia camminava pensierosa e rispose a denti stretti:

— Sarà un buon avvocato. Rosicchierà i clienti fino all'osso: anzi, li divorerà vivi.

Poi tacquero tutte e due. A un tratto zia Bachisia inciampò in un sassolino. E mentre inciampava, non si sa perchè, le venne un pensiero. Se Giovanna un giorno avesse fatto divorzio, lei avrebbe chiesto a Paolo di fare l'avvocato di sua figlia.

Erano le otto quando arrivarono davanti alla cattedrale. Accanto c'era il Tribunale, e le sue piccole finestre riflettevano nei vetri la luce del mattino.

Nella piccola piazza di granito le due donne trovarono molti compaesani, testimoni al processo. Alcuni le circondarono e ripetevano la solita parola:

— Coraggio! coraggio!

— Ah, coraggio! Ma noi ne abbiamo! Lasciateci in pace! — disse zia Bachisia. Passò fiera come una cavalla mai domata. Conosceva bene la strada e andò dritta verso l'aula triste e fatale.

Giovanna la seguì. La seguirono anche i compaesani, uomini quasi tutti con la barba e con rozzi costumi. Entrò anche qualche curioso che non aveva niente da fare. Entrò anche una donna alta e senza denti, con gli occhi storti.

I giurati erano quasi tutti vecchi e grassi, e sedevano già ai loro banchi. Uno aveva un enorme naso aquilino. Due, con barbe folte e occhi selvaggi, sembravano banditi. Tre stavano in gruppo, con le teste vicine, e ridevano leggendo un giornale.

Apparve il presidente, con il viso rosa circondato da una barba bianca e rada. Apparve il pubblico ministero, giovane, con i baffi biondi e dritti in un viso rosso da prepotente. Apparvero il cancelliere e l'usciere. Nelle loro toghe nere, a Giovanna sembravano maghi. Erano maghi feroci, venuti lì per stregare il povero Costantino e portarlo alla rovina.

Lui stava nella gabbia, fra le figure di granito dei carabinieri, come un grande uccello che trema. Guardava verso Giovanna, ma non le sorrideva più. Sembrava schiacciato da una cupa tristezza. Davanti a quegli uomini, padroni del suo destino, i suoi occhi limpidi di bambino si oscuravano di terrore.

Anche Giovanna sentì una mano di ferro che le stringeva il cuore. A momenti quella stretta le dava fitte di dolore fisico.

L'avvocato era un giovane piccolo, giallo e rosa. Aveva cominciato a parlare con una vocina acuta e femminile. La sua difesa era già andata abbastanza male. Ora ripeteva le cose già dette. Le sue parole cadevano nel vuoto, come gocce d'acqua in un grande vaso senza eco.

Il pubblico ministero dai baffi dritti conservava la sua aria insolente. Qualche giurato pensava di fare molto mostrando un viso paziente. Gli altri, a guardarli bene, non ascoltavano neppure. Solo zia Bachisia, Giovanna e l'accusato seguivano la risposta della difesa. E più l'avvocato parlava, più si sentivano perduti.

Arrivava qualche altra persona e si metteva dietro Giovanna. Lei ogni tanto si voltava di scatto, per vedere se arrivava Paolo. Non sapeva perchè, ma lo aspettava con ansia. Era come se la presenza dello studente potesse aiutare l'accusato.

Quando l'avvocato finì di parlare, Costantino saltò in piedi. Diventò rosso e chiese di parlare.

— Ecco..., ecco... — disse con voce incerta, indicando il difensore. — Il signor avvocato ha parlato... mi ha difeso... e io lo ringrazio. Ma non ha parlato come volevo io... non ha detto, ecco, non ha detto...

Si fermò, senza fiato.

Il presidente disse:

— Aggiungete pure alla vostra difesa tutto quello che volete.

L'accusato restò pensieroso, con gli occhi bassi, e diventò di nuovo pallido. Poi si passò sulla fronte una mano che tremava, quasi graffiandosi, e alzò la testa.

— Ecco, — cominciò a voce bassa, — io, io,... — Non riuscì a continuare. Chiuse il pugno e si voltò furioso verso l'avvocato. Gridò con voce di tuono:

— Ma lo dica dunque che sono innocente, che sono innocente io!

L'avvocato mosse una mano per dirgli di calmarsi. Il presidente alzò le sopracciglia, come per dire: — Ma se lo ha detto cento volte! È colpa nostra se non possiamo crederci? — E nella sala si sentì il singhiozzo di una donna.

Era Giovanna che piangeva. Zia Bachisia la portò fuori. Giovanna non voleva e piangeva. Tutti, tranne il pubblico ministero, guardarono la lotta delle due donne.

Poco dopo la Corte si ritirò per decidere.

Zia Bachisia, seguita da due compaesani, portò Giovanna nella piccola piazza. Invece di consolarla, si mise a sgridarla. Era diventata pazza del tutto? Voleva farsi cacciare via con la forza?

— Se non stai zitta, ti do tanti pugni, in fede mia, — concluse.

— Mamma mia, mamma cara, — singhiozzava Giovanna. — Me lo condannano, lo perdo, che siano maledetti! E io non posso fare niente, io non posso fare niente...

— Che cosa volete farci? — disse un compaesano. — Non potete fare niente, com'è vero che sono vivo. Abbiate pazienza. E del resto aspettiamo ancora un po'...

In quel momento apparvero tre figure nere. Una di loro rideva e zoppicava. Era Paolo Porru, fra due giovani preti suoi amici.

— Eccola là, — disse lo studente. — Sembra che glielo abbiano già condannato.

— In mia coscienza, — osservò uno dei preti, — sembra davvero una puledra. E pare che dia anche dei calci...

L'altro prete cominciò a guardare Giovanna con curiosità. Poi tutti e tre i giovani amici si avvicinarono alle Era. Paolo chiese se il processo era finito.

Uno dei preti chiese:

— È quello che ha ucciso lo zio?

L'altro continuava a guardare Giovanna, che si stava calmando.

— Lui non ha ammazzato nessuno! — disse fieramente zia Bachisia. — Gli assassini sarete voi, corvi neri.

— Se noi siamo corvi, voi siete una strega, — rispose il giovane prete.

E qualcuno dei presenti rise.

Intanto Giovanna si era calmata, perchè Paolo l'aveva pregata di calmarsi. Promise di non fare scene, se la lasciavano rientrare nell'aula. Rientrarono tutti insieme. Proprio allora i giurati, che avevano discusso solo per poco tempo, tornavano ai loro posti.

Un silenzio profondo pesava sull'aula calda e scura. Giovanna sentì una mosca ronzare intorno a una sbarra della finestra. Poi le sembrò che il suo corpo diventasse pesante. Le sembrò che sbarre di ferro gelato le entrassero nel corpo, lungo le gambe, lungo le braccia.

Il presidente lesse la sentenza con voce bassa e indifferente. L'accusato lo guardava fisso, trattenendo il respiro. Giovanna sentiva sempre il ronzio della mosca. Provò un impeto d'odio verso quell'uomo rosa dalla barba bianca. Non lo odiava per quello che leggeva, ma perchè leggeva con voce bassa e indifferente. E quella voce bassa e indifferente condannava a ventisette anni di reclusione l'omicida. Lui aveva preparato il delitto a lungo, diceva la sentenza. E lo aveva commesso contro uno zio carnale, che era anche il suo tutore.

Giovanna era tanto sicura di una condanna a trent'anni che ventisette le sembrarono molto meno. Ma fu un istante. Subito calcolò che tre anni, su trenta, non contavano niente. Si morse le labbra per non urlare. La vista le si oscurò. Con uno sforzo disperato guardò Costantino. Vide, o le sembrò di vedere, il suo viso grigio e più vecchio e i suoi occhi velati, persi nel vuoto. Ah, lui non la guardava, non la guardava neppure più! Era già separato da lei per l'eternità. Era morto, anche se era ancora vivo. E lo avevano ucciso quegli uomini grossi e tranquilli, che stavano ancora lì indifferenti, ad aspettare un'altra vittima. Lei si sentì perdere la ragione. All'improvviso sentì grida selvagge risuonare nella sala. Qualcuno la afferrò e la trascinò fuori, nella piazza gialla di sole.

— Ma è possibile, figlia mia? Ma tu sei pazza? Urli come una bestia, — disse zia Bachisia, e la trascinava per il braccio. — E a che serve, poi? C'è l'appello, ora, c'è la cassazione, anima mia. Sta' quieta!

Tutto questo successe in pochi istanti. Tutti i testimoni, l'avvocato e Paolo Porru circondarono le due donne e cercarono di consolarle. Giovanna piangeva senza lacrime, con singhiozzi secchi che le tagliavano il petto. Dalle sue labbra tremanti uscivano parole senza ordine. Erano parole di tenerezza per Costantino e di minaccia per i giurati.

Pregò di lasciarla almeno vedere l'uscita del condannato, e aspettò. Alla fine lui apparve fra i due carabinieri, freddi e con il viso immobile. Era livido, curvo, con gli occhi infossati. All'improvviso era diventato vecchio.

Giovanna gli corse davanti. I carabinieri non si fermavano, e lei fece alcuni passi di fianco, rivolta verso il condannato. Gli sorrideva. Gli diceva che la cassazione avrebbe rimediato a tutto. Gli diceva che avrebbe venduto anche la camicia, pur di salvarlo. Lui la guardava con gli occhi spalancati, pieni di stupore. I carabinieri lo spingevano, e uno di loro diceva:

— Va' via, buona donna, va' via, abbi pazienza.

Allora anche lui disse:

— Va' via, Giovanna. Cerca di ottenere il colloquio prima che mi portino via. E... porta il bambino..., e fatti coraggio.

Lei tornò con sua madre in casa degli ospiti. Zia Porredda abbracciò le due donne e si mise a piangere. Poi sembrò arrabbiarsi per la sua debolezza e cercò di rimediare.

— Ebbene, che cosa sono ventisette anni? Se lo condannavano a trenta, non era peggio? Volete partire? Con questo sole? Voi siete matte, in verità mia. Io non vi lascerò partire.

— No, — disse zia Bachisia. — Partiamo, perchè partono anche gli altri compaesani, e ci faranno compagnia. Ma Giovanna, se non vi disturba, tornerà fra qualche giorno col bambino.

— Che siate benedette: la nostra casa è la vostra.

Si misero a tavola. Giovanna era calma, ma non mangiò. Due o tre volte zia Porredda cercò di parlare di cose indifferenti. Chiese se il bambino aveva messo i primi dentini. Disse che forse gli avrebbe fatto male viaggiare con quel sole. Poi chiese se al paese delle Era il raccolto dell'orzo era stato abbondante.

Una grande pace regnava nel cortile. Era pieno di sole, e qua e là l'ombra del pergolato lo ricamava. Le rondini venivano e volavano via, cantando. Paolo leggeva il giornale e mangiava. C'erano anche Grazia e Minnìa: il fratellino era andato via col nonno. Le due ragazze, spettinate, con i loro vestitini neri e stretti, a metà del pranzo avevano già gli occhi mezzi chiusi. Le aveva prese il sonno di mezzogiorno. Le parole di zia Porredda cadevano nel vuoto, in quel silenzio, in quella pace piena di luce. In mezzo a quella pace la figura tragica di zia Bachisia e il dolore muto di Giovanna sembravano solenni.

Appena finito il pranzo, le due donne sellarono il loro cavallo, prepararono le bisacce e salutarono. Paolo promise di spingere il loro avvocato a fare presto il ricorso in cassazione. Appena le due donne furono sparite, si mise a giocare con Minnìa, per svegliarla dal sonno. Giocava *facendo il pazzo*. Rideva come un matto, e si scuoteva tutto. All'improvviso taceva e diventava cupo, con gli occhi fissi. Poi ricominciava a ridere.

Le ragazze si divertivano e cominciarono anche loro a ridere come matte. Le ospiti addolorate, con la loro presenza tragica, se n'erano andate. E tutto il cortile pieno di luce, tutta la casetta tranquilla si riempì di allegria, nella grande pace di mezzogiorno.

### Glossario

- **levriero**: cane da caccia molto magro, veloce ed elegante.
- **carceri**: la prigione, dove stanno chiusi gli accusati e i condannati.
- **sfinge**: antica statua egiziana con corpo di leone e testa umana; fa pensare a un mistero.
- **Corte d'Assise**: il tribunale che giudica i delitti gravi.
- **tanca**: grande pascolo chiuso da muri.
- **giurati**: cittadini che, nel processo, decidono se l'imputato è colpevole.
- **toghe**: lunghi abiti neri che portano i giudici e gli avvocati in tribunale.
- **reclusione**: pena in prigione.
- **zio carnale**: fratello del padre o della madre, zio vero di sangue.
- **tutore**: persona che per legge si occupa di un bambino senza genitori e dei suoi beni.
- **appello / cassazione / ricorso**: modi per chiedere a un altro tribunale di cambiare la sentenza.
- **puledra**: cavalla giovane, vivace e un po' selvatica.
- **lucciola**: piccolo insetto che di notte fa una luce verde.
- **diadema**: piccola corona di gioielli che si porta sulla testa.
- **ametista**: pietra preziosa di colore viola.
- **schisto**: pietra grigia che si divide in lastre sottili.
- **pioppo**: albero alto e sottile.
- **pergolato**: struttura di legno su cui cresce la vite, che fa ombra nel cortile.

## III.

Le Era viaggiavano sotto il grande sole di luglio. Dovevano scendere la valle, percorrerne il fondo e risalirla. Poi dovevano salire sulle montagne color viola che chiudevano l'orizzonte. Là le cime selvagge sparivano nel cielo, che i vapori dell'estate rendevano chiaro e grigio come la cenere.

Era un viaggio triste. Le due donne andavano su uno stesso cavallo, tranquillo e triste. Gli altri compagni di viaggio andavano chi avanti e chi dietro, sparsi qua e là. Erano schiacciati dal caldo, dal silenzio, dal dolore. Soffrivano per la condanna di Costantino quasi quanto le due donne. Stavano zitti, per rispetto verso il dolore muto di Giovanna. Se provavano a parlare, la loro voce si perdeva, debole, nel grande silenzio dell'ora e del paesaggio.

Cammina cammina, la valle scendeva giù verso un torrente secco. I sentieri non scendevano a picco, ma erano selvaggi. Erano appena segnati sui fianchi secchi delle colline, fra rocce, cespugli coperti di polvere e stoppie gialle e tristi. A grandi distanze si alzavano alberi strani, selvaggi e solitari come eremiti. Stavano muti e immobili su sfondi di una luce triste e vuota. La loro ombra cadeva per terra come l'ombra di una nuvola solitaria e smarrita. Sembrava spaventata dall'immensa luce che interrompeva. Da quell'ombra si alzava ogni tanto il grido di un uccello selvatico. Anche quel grido, prima acuto, sembrava poi diventare debole, vinto dal silenzio che aveva interrotto.

C'erano i grandi fiori dei cardi, di un viola vivo, le campanelle rosa dei vilucchi e le stelle viola chiaro delle malve. Sfidavano il sole e rendevano la valle ancora più triste e vuota. Su e giù correvano, come serpenti, lunghi muretti di pietra, che non finivano mai. Erano coperti di muschio secco e giallastro, e il sole li colpiva come con frecce. In lontananza, nel silenzio, c'erano campi di grano non ancora tagliato. Le loro spighe gialle sembravano mazzi di spine.

E cammina, cammina, Giovanna sentiva bruciare la testa sotto il grande fazzoletto di lana, scaldato dal sole. Lacrime silenziose le scendevano sul viso. Sua madre stava sulla sella, con una gamba per parte, e lei sedeva dietro, sulla schiena del cavallo. Giovanna si sforzava di piangere senza farsi sentire. Ma zia Bachisia vedeva, zia Bachisia sentiva anche con le spalle voltate. E ormai non ne poteva più.

— Senti, anima mia, — disse all'improvviso, mentre attraversavano il fondo della valle, fra grandi cespugli di oleandri fioriti. — Non potresti farmi la carità di finirla? Perchè piangi? Non lo sapevi forse da molti e molti mesi?

Invece di finirla, Giovanna singhiozzò forte. Allora zia Bachisia vide che i compagni di viaggio erano tutti lontani, e si sfogò. Parlava con voce bassa e rauca, che a Giovanna arrivava come da lontano, resa debole dal grande silenzio del luogo.

— Non lo sapevi, anima mia? È possibile che tu sia così sciocca? L'ha ammazzato sì o no, l'avoltojo crudele? Sì, l'ha ammazzato...

— Lui non l'ha mai detto, — osservò Giovanna.

— Mancava soltanto che fosse così matto da dirlo, anche! Guarda un po', anima mia, mancava solo questo! Del resto, io ero sicura che lui, un giorno o l'altro, avrebbe schiacciato l'avoltojo. L'avrebbe schiacciato come si schiaccia la vespa che ci ha punto. Tu dici che Costantino è un buon cristiano? Anima mia, ora sai un po' che cos'è l'odio. Tu li ammazzeresti, sì o no, gli uomini che hanno condannato Costantino? Ebbene, lui ha ammazzato l'avoltojo. E io lo capisco e ho pietà di lui, fino a un certo punto, perchè io conosco il cuore umano. Ma non gli ho perdonato, e non gli perdonerò mai, di non essere stato attento. Ah, questo no, per amor di Dio! Aveva moglie e figlio. Se voleva farla, doveva fare la cosa con attenzione. E ora basta, e ora finiscila. Tu sei giovane, Giovanna, anima mia. Fai conto che sia morto.

— Ah, lui non è morto! — disse Giovanna con disperazione.

— Ebbene, allora impiccati. Ecco, vedi là quell'albero? Va' e impiccati là. Ma non farmi più soffrire! — disse zia Bachisia, alzando la voce. — Mi hai sempre fatto soffrire. Se avessi sposato Brontu Dejas, avresti fatto bene. No, tu hai voluto quel mendicante. Ebbene, ora va' e impiccati.

Giovanna non rispose. In fondo anche lei credeva che Costantino fosse colpevole. Ma lo aveva perdonato da molto tempo. Davanti al suo dolore esisteva solo la condanna. Non riusciva a capire come dei semplici uomini potessero disporre così della vita di un loro simile. Ah, come odiava il loro potere misterioso! Lo odiava come odiava i fantasmi terribili che riempivano le notti di tempesta. Non li aveva mai visti, ma li aveva spesso *sentiti*.

E cammina cammina, risalirono la valle e cominciarono a salire le montagne. Il sole scendeva, l'orizzonte si apriva, il cielo diventava più dolce. Il paesaggio perdeva il suo aspetto crudele e vuoto. Lunghe ombre scendevano dalle cime. Si stendevano come tappeti sui cespugli bassi e grigi, dove fioriva ancora qualche rosa selvatica. Soffiava qualche colpo di vento, pieno di odori selvatici. In quell'ombra e in quella frescura improvvisa l'anima si consolava. Un compagno di viaggio si avvicinò alle due donne. Cominciò a raccontare una storiella di avventure strane, non so quali. Erano capitate una volta a un suo amico, lì vicino. A un certo punto la storiella diventò così divertente che Giovanna sorrise vagamente.

E cammina cammina, venne il tramonto. Dall'alto delle montagne si vide il mare, steso come una fascia di vapori azzurri nel chiaro orizzonte.

Oltre le brughiere c'è il paesello delle Era, Orlei. Le brughiere sono fatte di cespugli così forti che resistono ai venti pazzi dell'inverno e al sole feroce dell'estate. Il paese sta sugli altipiani tristi, che si alzano come isole sconosciute in un mare di luce e di solitudine. Orlei è un nido di gente bella, forte e selvatica. Vivono di pastorizia, di grano e di miele. Intorno ci sono pascoli verdi, tagliati dalle rocce. In primavera sono pieni di asfodelo e profumati di menta e di timo. I pascoli e i campi di grano arrivano fino alle case e le circondano. È un piccolo gruppo di casette costruite con pietra di schisto, lucente come argento scuro. Qua e là grandi alberi fanno ombra a quel nido di quaglia, posato in mezzo al grano. In lontananza si vedono linee verdi di tamerici, foreste di timo e di corbezzoli. Si vedono gli sfondi infiniti dell'altipiano, sotto un cielo chiaro, di una dolcezza e di una tristezza indicibili. A destra, su questo stesso cielo, stanno come immense sfingi le montagne solitarie. Sono azzurre al mattino, viola chiaro a mezzogiorno, viola o color bronzo alla sera. Sono segnate da strisce di foreste, e ci vivono aquile e avvoltoi.

Le Era arrivarono al paese verso sera. Proprio in quel momento monte Bellu, il gigante delle sfingi, svaniva color viola nel cielo grigio. Il paesello era già deserto e silenzioso. Sul selciato rozzo delle strade il passo dei cavalli risuonava come una pioggia di pietre.

I compagni di viaggio se ne andarono di qua e di là. Le due donne arrivarono sole davanti alla loro casetta, che stava in uno spiazzo sopra la strada. Sopra di lei c'era un'altra casa, dipinta di bianco. Dall'angolo della casa Era partiva un pezzo di muretto a secco. Vicino al muretto c'era un grande mandorlo, che si sporgeva sulla strada lì sotto. Oltre la strada cominciavano i campi.

Qua e là sullo spiazzo c'erano grosse pietre che servivano da sedili. Stavano sotto il mandorlo, davanti alla casetta scura delle Era e davanti alla casa bianca dei Dejas. Così lo spiazzo era un grande cortile comune a tutto il vicinato.

Appena arrivata, Giovanna scivolò giù dal cavallo. Tutta indolenzita e curva, andò verso una donna, una parente. Le aveva lasciato in custodia la casa e il bambino. La parente le veniva incontro col piccolo in braccio. Giovanna glielo prese, se lo strinse fra le braccia e ricominciò a piangere. Nascondeva il viso sulla piccola spalla del bambino. Ora il suo pianto era calmo, pieno di una disperazione profonda. Le sembrava che il dolore provato fino ad allora fosse niente, in confronto al dolore di adesso.

Il bambino aveva appena cinque mesi. Aveva un visetto un po' ruvido e due piccoli occhi viola e lucenti. Portava una cuffia dura e rossa, con le frange che gli nascondevano la piccola fronte. Aveva riconosciuto la madre. Le aveva afferrato forte forte un lembo del fazzoletto e scuoteva i piedini, facendo:

— Ah, aah, aaah...

— Malthinu mio, Malthineddu mio, mio solo bene in terra, il tuo babbo è morto... — disse Giovanna piangendo.

La parente capì che Costantino era stato condannato a una pena gravissima, e cominciò a piangere anche lei. Arrivò zia Bachisia. Spinse Giovanna dentro casa e pregò la parente di aiutarla a scaricare il cavallo. Diceva a voce bassa:

— Siete pazze, davvero. C'è bisogno di piangere così, davanti a quella casa bianca? Vedo la testa d'uccello di comare Malthina. Ah, sarà contenta del nostro male...

— No, — disse la parente. — È venuta più volte a chiedere notizie di Costantino, e si è mostrata dispiaciuta. Mi ha detto che ha sognato che l'avevano condannato ai lavori forzati.

— Ah, è il dolore del cane arrabbiato. Eh, io la conosco, quella vipera velenosa: non può perdonarci. Del resto, — aggiunse, e si avviò verso la porta con la bisaccia sulle spalle, — lei ha ragione. E non possiamo perdonarcelo neppure noi.

Zia Martina Dejas era la padrona della casa bianca. Era la madre di quel Brontu Dejas che aveva chiesto la mano di Giovanna e aveva ricevuto un rifiuto. Era molto benestante, ma avara. Zia Bachisia si sbagliava di grosso a credere che zia Martina la odiasse. La vecchia Dejas, infatti, era rimasta indifferente al rifiuto.

— Ecco, — disse zia Bachisia, quando il cavallo fu scaricato. — Fammi ancora un piacere, Maria Chicca. Va' a riportarle il cavallo. E diglielo pure, che Costantino è stato gettato in reclusione per ventisette anni. Poi guarda che faccia fa.

La parente prese subito la briglia del cavallo, che era stato preso a nolo dai Dejas, e andò verso la casa bianca. I Dejas avevano comprato questa casa pochi anni prima, a un'asta. L'avevano tolta a un mercante fallito. Era grande e comoda. Davanti aveva un portico quasi da signori, dove zia Martina lasciava passeggiare i maialini e le galline. Non era una casa per pastori selvatici come i Dejas. Lo dimostravano i mobili rozzi delle stanze: letti di legno altissimi e duri, cassapanche scolpite alla buona, sgabelli e sedie pesanti.

Zia Martina stava nel portico e filava ancora: sapeva filare anche al buio. Maria Chicca le riportò il cavallo. La casa era completamente vuota, perchè Brontu e i servi erano in campagna. Zia Martina non aveva serve. Aveva anche altri figli e figlie sposati, ma litigava sempre con loro, perchè era così avara. Quando in casa c'era molto lavoro, chiamava persone del vicinato, spesso anche Giovanna e sua madre. Le pagava male, con roba da mangiare andata a male. Queste persone erano così povere che si accontentavano di tutto.

— Ebbene, come è andata? — chiese zia Martina. Appoggiò il fuso e la piccola conocchia sul sedile del portico. Aveva una voce sottile e nasale. Aveva due occhi rotondi, chiari e vicini, sopra un naso finissimo e aquilino. La sua bocca era ancora fresca e rossa. — Tu piangi, Maria Chicca? Ho visto tornare le due povere donne, ma non ho avuto il coraggio di avvicinarmi. Stanotte ho sognato che l'avevano condannato ai lavori forzati.

— Me lo avete già detto, zia Malthina. Ah, no, lo hanno condannato a ventisette anni...

Zia Martina sembrò scontenta. Non odiava Costantino, ma credeva ciecamente ai suoi sogni. Prese la briglia del cavallo e disse:

— Se posso, vado dalle Era questa sera stessa. Ma non so se potrò andarci, perchè aspetto un uomo che deve entrare al mio servizio. Prima era servo di Basilio Ledda. È stato testimone. Credo però che sia già tornato da Nuoro.

— Credo, — disse Maria Chicca, e se ne andò. Appena tornata dalle sue parenti, cominciò a raccontare. Zia Martina era molto dispiaciuta. Aveva sognato che Costantino era condannato ai lavori forzati. E Giacobbe Dejas doveva entrare al servizio dei vicini. (Questo Dejas povero era cugino di secondo grado dei Dejas ricchi.)

Giovanna allattava il bambino e lo guardava con dolore. Non alzò neppure la testa. Zia Bachisia invece volle sapere molte cose. Era sola la vecchia Dejas? Filava? Filava al buio? Eccetera.

— Senti dunque, — disse poi a Giovanna, — forse verrà stasera.

Giovanna non rispose, non si mosse.

— Non senti, anima mia? — gridò la madre, irritata. — Verrà stasera.

— Chi? — domandò Giovanna, come se uscisse da un sogno.

— Malthina Dejas.

— Ebbene, che vada al diavolo!

— Chi deve andare al diavolo? — domandò dalla porta una voce sonora.

Era Isidoro Pane, un vecchio pescatore di sanguisughe, parente delle Era. Veniva a fare le sue condoglianze. Era alto, con una lunga barba giallastra e gli occhi azzurri. Portava un rosario d'osso alla cintura e un lungo bastone, con un fagotto in cima. Zio Isidoro sembrava un pellegrino. Era il più povero, il più saggio e il più tranquillo degli abitanti di Orlei. Quando voleva maledire qualcuno diceva:

— Che tu possa diventare pescatore di sanguisughe!

Era stato un grande amico di Costantino. Tante volte aveva cantato con lui in chiesa le laudi sacre. Anzi, le Era lo avevano scelto come testimone della difesa. Nessuno meglio di lui poteva dire le buone qualità dell'accusato. Ma era stato scartato. Che cosa contava mai un povero pescatore di sanguisughe, davanti alla giustizia grande e potente?

Appena lo vide, Giovanna si commosse e ricominciò a singhiozzare.

— Sia fatta la volontà di Dio, — disse Isidoro, e appoggiò al muro il suo bastone. — Abbi pazienza, Giovanna Era, non perdere la speranza in Dio...

— Voi sapete? — chiese Giovanna.

— Ho saputo. Ebbene? Lui è innocente. E ti dico che oggi l'hanno condannato, ma domani la sua innocenza può venire fuori.

— Ah, zio Isidoro, — disse Giovanna, scuotendo la testa, — non credo più alla vostra fiducia. Ci ho creduto fino a ieri, ma ora non posso crederci più.

— Tu non sei una buona cristiana. Questi sono gli insegnamenti di Bachisia Era...

Zia Bachisia non sopportava il pescatore. Aveva sempre paura che le lasciasse in casa dei brutti insetti. Si voltò arrabbiata e stava per insultarlo. Ma proprio allora entrò un altro uomo, poi delle donne, poi altri uomini ancora.

In poco tempo la casetta fu piena di gente. Giovanna era stanca anche di piangere. Ma pensò che fosse suo dovere singhiozzare e strillare disperatamente.

Zia Bachisia aspettava la ricca vicina, ma lei non venne. Venne invece Giacobbe Dejas, quel servo che doveva fare il contratto con zia Martina. Era un uomo allegro, sulla cinquantina, dall'aspetto comune. Era piuttosto basso e magro, senza barba, senza sopracciglia e senza capelli. Aveva due piccoli occhi obliqui, molto furbi, di un colore incerto tra il verde e il giallo. Era stato per venti anni servo di Basilio Ledda. Al processo aveva testimoniato in favore di Costantino. Aveva raccontato come Basilio trattava male il nipote. Il vecchio avaro trattava male anche i servi e le donne. E il giorno prima di morire aveva bastonato e preso a calci proprio lui, Giacobbe Dejas.

— Malthina Dejas ti aspetta, — gli disse zia Bachisia. — Va'.

— Che il diavolo le scortichi il naso! Ci andrò, — rispose Giacobbe. — Ma ho paura di cadere dalla padella nella brace. È più avara di quanto lo era *colui*.

— Se lei paga, non devi giudicare quello che fa, — disse una voce sonora.

— Ah, siete lì, zio Isidoro, — disse Giacobbe, scherzando con disprezzo. — Ebbene, come vanno i vostri affari? Son ben punte le vostre gambe?

Isidoro si guardò le gambe avvolte negli stracci. Lui le metteva nell'acqua ferma, le sanguisughe ci si attaccavano, e così le pescava. Poi rispose con dolcezza:

— Questo non deve importarti. Ma non sta bene che tu maledica la donna di cui mangerai il pane.

— Io mangerò il mio pane, non il suo. Ma questi sono affari nostri. Ebbene, Giovanna, fatti coraggio, che diavolo! Ricordi la storiella che ti ho raccontato mentre tornavamo da Nuoro? Su, fa' la brava, per questo bambino. No, Costantino non morirà in reclusione, te lo dico io. Dammi il bambino.

E si chinò. Ma vide che il bambino dormiva, si rialzò e mise un dito sulle labbra.

— Zia Bachisia, — disse (lui dava del voi e dello *zio* anche alle persone più giovani di lui), — fatemi il piacere, mandate a letto vostra figlia. Non ne può più. Brava gente, — disse poi ai presenti, — facciamo una cosa: andiamocene via.

A poco a poco tutti se ne andarono. Allora zia Bachisia prese lo sgabello dove si era seduto Isidoro Pane, lo portò fuori e lo pulì. Poi rientrò. Giovanna era caduta in una specie di sonno, e la madre dovette scuoterla per farla andare a letto. La giovane aprì bene gli occhi, rossi e come di vetro, e si alzò col bambino in braccio.

— Va' a letto, — le ordinò la madre.

Lei guardò la porta e mormorò:

— Ah, lui non torna. Non tornerà mai più. Mi sembrava di aspettarlo...

— Va' a letto, va' a letto... — disse la madre, con voce sempre più rauca.

La spinse, prese il vecchio lume d'ottone e aprì la porta. La casetta era fatta di una cucina e di due stanze, con mobili poveri. In cucina c'era il solito focolare di pietra nel mezzo, e il forno in un angolo. Il letto di Giovanna era di legno, alto e duro, con una coperta di percalle rosso. Zia Bachisia prese il piccolo Martino, che pianse un pochino senza svegliarsi. Lo mise sul letto e lo cullò con le mani, finchè Giovanna si fu coricata.

Giovanna si coricò a testa nuda, con le belle trecce annodate intorno alla testa, come un'antica romana. Allora la madre la coprì con cura e uscì. Appena lei fu uscita, la giovane buttò via la coperta e cominciò a lamentarsi senza saperlo. Era distrutta dal dolore e dalla stanchezza. Aveva sonno, ma non riusciva ad addormentarsi del tutto. Nella mente le passavano visioni confuse. Come se non bastasse la sua angoscia, ogni tanto sentiva dolori acutissimi ai denti e alle tempie. Ogni volta che quel dolore la prendeva, le sembrava che un'onda d'acqua bollente le venisse addosso. E provava un terrore che non sapeva spiegare. Fu una notte orribile, orribile.

Zia Bachisia stava nella stanzetta accanto e aveva lasciato la porta aperta. Sentiva Giovanna lamentarsi e delirare. Giovanna diceva a Costantino parole d'amore senza senso, e minacciava di morte i giurati che lo avevano condannato.

Zia Bachisia restava sveglia. Aveva la mente lucida. Vedeva chiaramente tutto quello che era successo e che doveva succedere. Si arrabbiava contro il dolore di Giovanna. Ma nello stesso tempo, finalmente, piangeva anche lei.

### Glossario

- **eremiti**: uomini che vivono soli, lontano da tutti, per pregare.
- **stoppie**: quello che resta nei campi dopo che il grano è stato tagliato.
- **cardi**: piante con le spine e grandi fiori viola.
- **oleandri**: arbusti con fiori rosa o bianchi, che crescono vicino ai torrenti.
- **brughiere**: terre incolte, coperte di cespugli bassi.
- **altipiano**: grande terreno piano in alto, sopra le valli.
- **asfodelo**: pianta selvatica con fiori bianchi, comune nei pascoli della Sardegna.
- **schisto**: pietra scura che si divide in lastre sottili e lucenti.
- **sfingi**: antiche statue egiziane misteriose; qui sono le montagne, grandi e silenziose.
- **a nolo**: in prestito, pagando un prezzo.
- **fuso / conocchia**: strumenti di legno per filare la lana.
- **sanguisughe**: piccoli vermi d'acqua che succhiano il sangue; si usavano come medicina.
- **laudi**: canti religiosi popolari in lode di Dio o dei santi.
- **dalla padella nella brace**: modo di dire: passare da una situazione brutta a una peggiore.
- **vilucchi**: piante che si arrampicano, con fiori a forma di campanella.
- **muschio**: piccola pianta verde e morbida che cresce sulle pietre.
- **spighe**: la parte alta del grano, dove ci sono i chicchi.
- **rauca**: voce bassa e un po' rotta, come quella di chi ha mal di gola.
- **singhiozzare**: piangere forte, con il respiro rotto.
- **avara**: che non vuole mai spendere i suoi soldi.
- **briglia**: le cinghie di cuoio con cui si guida il cavallo.

## IV.

La sera dopo, — era un sabato, — Brontu Dejas tornò dalla campagna. Appena sceso da cavallo, cominciò a brontolare. In famiglia brontolava sempre, mentre con gli estranei era gentilissimo. Del resto era un buon diavolo, giovane e bello, molto scuro e molto magro, di media statura. Aveva la barba rossa, corta e riccia. Aveva bellissimi denti, e quando parlava con le donne sorrideva sempre per mostrarli.

Quel sabato sera, tornando dalla campagna, cominciò a brontolare perchè la madre non aveva acceso la lampada e non aveva preparato la cena. E forse non aveva torto. In fondo lui era un lavoratore. Dopo una settimana di fatica, il sabato tornava in paese e trovava sempre la casa buia e squallida, come quella di un pezzente.

— Eh! Eh! Sembra la casa di Isidoro Pane, — diceva, mentre scaricava il cavallo. — Accendete almeno la lampada, perchè non ci si vede neppure per bestemmiare. Che c'è da mangiare? — chiese poi.

— Ci sono delle uova, ecco, e del lardo, figlio mio, abbi pazienza, — disse zia Martina. — Sai che Costantino Ledda è stato condannato a trent'anni?

— A ventisette. Ebbene, queste uova? Quel lardo è rancido, mamma mia. Perchè non lo buttate alle galline? Alle galline! — ripetè, e chiuse forte i bei denti per la rabbia.

Zia Martina rispose tranquilla:

— Non lo mangiano. Sì, a ventisette anni. Ah, sono lunghi, ventisette anni! Io sognai che lo avevano condannato ai lavori forzati.

— Ci siete stata voi da quelle donne? Ah! ora saranno contente del loro matrimonio, quelle sporche pezzenti, — disse lui con curiosità.

La madre raccontò che c'era stata. Giovanna si disperava e si strappava i capelli. Zia Bachisia le aveva fatto capire che si era pentita. Avrebbe dovuto affogare la figlia, prima di permetterle quel matrimonio. Appena sentì questo, Brontu si arrabbiò.

— Perchè ci andate, voi? Che cosa avete da fare nella tana di quei pidocchi affamati?

— Ah, figlio mio, tu non sai che cos'è la carità cristiana! (Zia Martina voleva sembrare buona con i poveri.) C'era anche prete Elias, questa mattina. Sì, è andato da loro per consolarle. Giovanna vuole portare il bambino a Nuoro, perchè Costantino lo veda prima di partire. Io dicevo che è una pazzia, con questo sole. Ma prete Elias diceva di portarlo, e quasi si metteva a piangere.

— Che ne sa lui di bambini? Come tutti i preti, è un uomo sterile, — disse Brontu.

Brontu odiava i preti. Un suo zio era stato parroco del paese, prima che da Nuoro mandassero prete Elias Portolu. Questo zio aveva lasciato i suoi beni a un ospedale. Anche zia Martina conservava rancore per questo fatto. Ma sapeva fingere, la vecchia volpe. Ogni volta che Brontu parlava male dei preti, lei si faceva il segno della croce.

— Che cosa dici, scemo? — disse, e anche questa volta si fece il segno della croce. — Tu non sai neppure dove metti i piedi. Prete Elias è un santo. Se ti sente parlare male, guai! Lui ha i libri sacri. Può maledire i nostri campi, far venire le cavallette e far morire le api.

— Allora è proprio un bel santo! — osservò Brontu.

Poi insistette per avere i particolari sulla disperazione delle Era.

— Come gridava Giovanna? Che cosa diceva zia Bachisia, il vecchio nibbio?

Ebbene, Giovanna piangeva tanto da spezzare le pietre. Zia Bachisia si disperava perchè, oltre a tutto il resto, ora avrebbe perso anche la casa. L'avvocato e le spese del processo l'avrebbero lasciata senza niente.

Il giovane ascoltava attento, con il viso felice, e mostrava i bei denti da ragazzo. Nella sua contentezza era semplicemente feroce.

— Ecco, — disse poi zia Martina, — Giacobbe Dejas verrà fra poco, per parlare anche con te. Voleva cominciare il servizio da domani. Ma io gli ho detto di aspettare fino a lunedì. Ebbene, domani è festa: perchè deve mangiare a sbafo?

— San Costantino bello, siete proprio *stretta* (avara), mamma mia...

— Ah, tu sei ancora un bambino! Perchè sprecare? La vita è lunga, e per vivere ce ne vuole!

Ci fu un po' di silenzio. Brontu si sedette davanti a un cestino di asfodelo, dove zia Martina aveva messo il pane e le uova.

— E quelle due donne, come faranno? — chiese.

— Ebbene, andranno a cercare lumache! — rispose zia Martina con ironia. Aveva ripreso il fuso e filava vicino alla porta aperta. — Ti interessano molto, quelle donne, Brontu Dejas!

Silenzio. Si sentiva il fuso che girava e il rumore dei denti forti di Brontu che masticavano il pane duro. Fuori, oltre il portico, cantavano i grilli. Più lontano, fra i cespugli solitari, nel buio caldo della notte che cominciava, si sentiva il grido malinconico dell'assiuolo.

Brontu si versò il vino, prese il bicchiere e aprì la bocca, ma non per bere. Voleva dire una cosa a sua madre, ma non ci riuscì. Bevve. Alcune gocce rimasero sulla sua barbetta rossa, e lui se le tolse col dorso della mano. Abbassò gli occhi e aprì ancora le labbra per dire quella cosa. E neppure questa volta riuscì a dirla.

Ed ecco, sullo spiazzo, un rumore di scarpe pesanti. Zia Martina, sempre filando, si avvicinò al figlio. Disse che arrivava Giacobbe Dejas. Prese il cestino e il vino e li mise via nell'armadio.

Entrando, Giacobbe vide quello che la vecchia faceva. Pensò che nascondesse il vino per non dargliene un bicchiere. Ma lui era troppo uomo di mondo (così diceva lui) per offendersi. Si avvicinò sorridente e allegro.

— Scommetto, — disse, e si mise un dito sul naso, — scommetto che parlavate di me.

— No. Parlavamo di quel povero Costantino Ledda.

— Ah, sì, povera creatura! — disse Giacobbe, e si fece serio. — E dire che è innocente! Innocente come il sole! Nessuno lo può dire meglio di me.

Brontu si mise in posa. Mise una gamba sull'altra, si piegò un po' all'indietro e mostrò i denti, come faceva con le donne.

— Le opinioni sono varie! — disse con voce nasale. — Mia madre, per esempio, ha sognato che lo avevano condannato a morte.

— Oh no, Brontu, che cosa dici! Ai lavori forzati!

— Be', fa lo stesso. Parliamo di noi.

— Parliamo di noi, — disse Giacobbe, e mise anche lui una gamba sull'altra.

Parlarono e conclusero l'affare del servizio di Giacobbe. Poi i due uomini uscirono insieme, e Brontu portò il nuovo servo alla bettola. Infatti lui non era avaro. Se qualcuno andava a trovarlo a casa, non gli offriva un bicchiere di vino, per non far arrabbiare la madre. Ma poi lo portava alla bettola, e là si mostrava generoso. Quella sera fece bere tanto Giacobbe, e bevve tanto anche lui, che si ubriacarono.

Poi uscirono sulla strada buia e silenziosa. Nell'aria c'era l'odore forte dei campi secchi. Ricominciarono a parlare di Costantino, e Brontu disse con crudeltà che era contento della condanna.

— Va' al diavolo! — gridò Giacobbe. — Tu sei un uomo senza cuore.

— Ebbene, sì, sono un uomo senza cuore.

— Giovanna non ti ha voluto, e per questo sei contento della morte di un tuo simile? Anzi, di qualcosa di peggio della morte?

— Lui non è morto, e non è un mio simile. E sono io che non ho voluto Giovanna Era. Se l'avessi voluta, mi avrebbe leccato la suola delle scarpe.

— Bum! Attento che cadi, uccellino di primavera. Tu sei bugiardo come una serva.

— Io? Io... non... sono... una... serva! — gridò Brontu, staccando le parole. — Se mi ripeti una cosa simile, ti prendo per la testa e ti ammazzo.

— Bum! Ti ho detto che cadevi per terra, uccellino di primavera! — gridò anche Giacobbe.

Le loro voci risuonarono nella notte silenziosa. Ma poi tacquero, e tutto fu di nuovo silenzio. Le stelle brillavano e facevano una corona di fiori d'oro sui profili delle montagne nere, simili a sfingi. In lontananza l'assiuolo ripeteva sempre il suo grido malinconico.

E all'improvviso Brontu si mise a piangere. Era uno strano pianto da ubriaco, senza lacrime e senza singhiozzi.

— Ebbene, che hai? — chiese l'altro a voce bassa. — Sei ubriaco?

— Sì, sono ubriaco. Ubriaco di veleno, che tu possa morire affogato, avanzo di galera!

Giacobbe si offese. Lui non era mai stato in carcere, e non aveva mai preso neppure una multa. E sentì una vaga paura. Disse, sempre piano:

— Tu diventi matto. Che hai? Perchè parli così? Che cosa ti ho fatto io?

Allora Brontu si sfogò. Si lamentava come se gli facesse male una parte del corpo. Disse che amava Giovanna come un pazzo. Disse che aveva sempre pregato il diavolo perchè Costantino venisse condannato.

— Che il diavolo si prenda pure la mia anima, non mi importa niente, tanto io non ci credo! — disse poi. E rise, con una risata acuta da bambino, più triste del pianto di poco prima. — Io sposerò Giovanna.

Giacobbe si meravigliò. Ma mostrò una meraviglia ancora più grande di quella che sentiva davvero.

— Io sono come un uomo affogato! — disse. — Come, perchè, che cosa vuol dire tutto questo? Come puoi sposare Giovanna?

— Farà divorzio, ecco tutto. Ebbene? C'è una legge per le donne che hanno il marito condannato a molti anni di reclusione. Questa legge permette loro di sposarsi di nuovo.

Giacobbe ne aveva già sentito parlare. Ma a Orlei non c'era stato ancora nessun caso di divorzio legale, e tanto meno di un nuovo matrimonio. Comunque, per non sembrare stupido, disse subito:

— Ah, sì, lo so. Ma è peccato mortale. Giovanna non vorrà.

— È questo che mi fa soffrire, Giacobbe Dejas! Vuoi parlarle tu? Sì, parlale domani.

— Sì, proprio domani! Come sei stupido, Brontu Dejas. Sei ricco, ma sei stupido come una lucertola. Anzi, sei ancora più stupido. Tu puoi sposare una donna pura, ricca, una ragazza simile a una rosa bagnata di rugiada. E vuoi sposare quella donna lì! In verità mia, c'è da ridere per sette mesi...

— Ebbene, che tu possa ridere fino a spaccarti come una melagrana! Io la sposerò! — disse Brontu, e si arrabbiò di nuovo. — Nessuna donna è come lei. Io, vedi, io la sposerò!

— E sposala, uccellino di primavera! — rispose l'altro ridendo.

Anche Brontu si mise a ridere. E risero insieme per un lungo pezzo di strada. Poi videro un uomo alto, con un lungo bastone, che veniva verso di loro a passi silenziosi.

— Zio Isidoro Pane, avete fatto buona pesca? — gli chiese Giacobbe. — Sono ben punte le vostre gambe?

— Che tu possa diventare pescatore di sanguisughe, — disse l'altro, e si avvicinò. — Che odore di acquavite! Ah, devono aver rotto qualche barile, qui!

— Vuoi dire che siamo ubriachi? — chiese Brontu, minaccioso. — Tu non ti ubriachi perchè non hai i soldi per farlo. Allontanati, o ti ammazzo. Ti schiaccio come una rana...

Il vecchio fece una risatina dolce e si allontanò.

— Stupido, — disse Giacobbe a bassa voce. — Lui può portare il tuo messaggio. È amico di Giovanna.

— Ebbene, — cominciò a gridare Brontu, voltandosi e agitando le braccia, — vieni, vieni! Vieni qui, ti dico, Sidore Pane, che ti morsichi il cane!

Rise della sua rima ben riuscita. Ma Isidoro non si fermò.

— E dunque! — gridò ancora l'ubriaco, balbettando un po'. — Ti dico di venire! Ah, non vuoi venire, piccolo rospo? Ti ho detto...

Ma Isidoro si allontanava a passi silenziosi.

— Non dirgli così, che modo è questo? — mormorò Giacobbe.

Allora Brontu cambiò metodo.

— Fiorellino, vieni! Vieni, perchè ti devo parlare. Dirai a quella donna tua amica... ebbene, sì, a Giovanna, che se fa divorzio io la sposo.

Allora il vecchio si fermò di colpo. Si voltò e chiamò con voce sonora:

— Giacobbe Dejas!

— Che volete, anima mia? — chiese il servo con voce sarcastica.

— Fallo ta...ce...re! — disse Isidoro, con il tono di un ordine severo.

Giacobbe non seppe perchè, ma sentendo quella voce e quelle due parole provò un brivido. Subito prese il padrone per il braccio e lo trascinò via. Gli mormorava:

— Sì, sei uno stupido. Che modi sono questi? Ti comporti come un montone, uccellino di primavera.....

— Non me l'hai detto tu?

— Io? Tu barcolli. Io non sono matto.

E se ne andarono insieme, barcollando. Nel portico dei Dejas trovarono zia Martina, che filava ancora al buio. Lei si accorse subito che il figlio era ubriaco, ma non gli disse niente. Sapeva che, quando era in quello stato, se gli andava contro diventava furioso. Soltanto, quando Brontu le chiese del vino, lei rispose che non ce n'era.

— Ah, non c'è vino in casa Dejas, la più ricca del paese? Come siete avara, mamma mia! — Cominciò a urlare. — Io non farò scandali, no, ma sposerò Giovanna.

— Sì, sì, tu la sposerai, — disse zia Martina, per calmarlo. — Intanto coricati e non gridare. Se lei ti sente, non ti vuole.

Lui tacque. Ma volle che Giacobbe stendesse per terra due stuoie di giunco. Si coricò e volle che il servo si coricasse vicino a lui. Zia Martina lasciò fare, per non farlo arrabbiare. E così Giacobbe prese servizio il sabato sera, invece che il lunedì.

### Glossario

- **pezzente**: persona molto povera, che vive come un mendicante.
- **lardo rancido**: grasso di maiale vecchio, che ha preso un cattivo odore e sapore.
- **nibbio**: uccello rapace; qui è un insulto per una vecchia avida.
- **mangiare a sbafo**: mangiare a spese degli altri, senza pagare e senza lavorare.
- **stretta**: avara, che non vuole spendere.
- **asfodelo**: pianta selvatica; con le sue foglie secche si facevano cestini.
- **fuso**: strumento di legno per filare la lana.
- **assiuolo**: piccolo uccello notturno, simile al gufo, con un grido triste.
- **bettola**: osteria povera, dove si beve vino.
- **avanzo di galera**: insulto per una persona che merita la prigione.
- **acquavite**: liquore molto forte.
- **sanguisughe**: piccoli vermi d'acqua che succhiano il sangue; si usavano come medicina.
- **stuoie di giunco**: tappeti fatti con una pianta sottile che cresce vicino all'acqua.
- **brontolare**: lamentarsi a bassa voce, di cattivo umore.
- **pidocchi**: piccoli insetti che vivono nei capelli; qui è un insulto per gente molto povera.
- **rugiada**: piccole gocce d'acqua che al mattino si trovano sull'erba e sui fiori.

## V.

Circa quindici giorni dopo, una domenica mattina, tutti i nostri personaggi si trovarono insieme alla Messa di prete Elias. La gente del paese diceva che, quando lui celebrava, sembrava che avesse le ali.

Mancava solo Giovanna, e mancava per due ragioni. Prima di tutto, la sua disgrazia la obbligava a un certo lutto. Per questo non poteva farsi vedere fuori di casa, a meno che non dovesse andare a lavorare fuori. E poi era caduta in una specie di torpore. Non riusciva più a muoversi, a uscire, a lavorare, a pregare. Del resto, non era mai stata una buona cristiana. Soltanto prima del processo di Costantino aveva fatto qualche voto. Per esempio, aveva promesso di andare a piedi fino a una lontana chiesa di montagna, scalza e con i capelli sciolti. E se Costantino veniva assolto, aveva promesso di trascinarsi sulle ginocchia per l'ultimo tratto. Doveva partire dal punto dove si vedeva appena la chiesa e arrivare fino alla chiesa stessa: circa due chilometri.

Ora non pregava, non parlava, non mangiava. Anche il bambino le era diventato quasi indifferente. Zia Bachisia doveva nutrirlo con latte e pane masticato, per tenerlo in forze. Qualcuno diceva che Giovanna stava per impazzire. Infatti stava per ore e ore accoccolata in un angolo, con gli occhi di vetro fissi nel vuoto. E quando usciva da quel torpore, era per avere crisi di rabbia: si strappava i capelli e urlava parole senza senso. Dopo il suo ultimo colloquio con Costantino, quando gli aveva portato il bambino, non pensava ad altro che a quella scena. E la ripeteva ogni tanto, con la voce assente di chi ha una sola idea fissa in testa.

— Lui era là e rideva. Era livido e rideva. Dietro l'inferriata. Malthineddu si attaccò all'inferriata e lui gli toccò le manine. E rideva. Cuore mio! Cuore mio! Non ridere così, che mi fai male. Tanto lo so che il tuo riso è il riso dei morti. E i guardiani stavano lì come arpie. Prima erano buoni, questi guardiani di carne umana. Ma da quando Costantino è condannato, sono diventati cattivi. Cattivi come cani. Malthinu, quando li vedeva, aveva paura e piangeva. E il padre rideva, capite? Il bambino, la creatura innocente, piangeva. Capiva che suo padre era condannato, e piangeva. Cuore mio! Cuore mio!

Zia Bachisia sbuffava, non ne poteva più, e diceva:

— In verità mia, tu sembri una bambina di due anni, Giovanna, anima mia. Tuo figlio ha più giudizio di te, sciocca.

E minacciava perfino di bastonarla. Ma tutto era inutile: preghiere, consolazioni, minacce, tutto.

Intanto da Nuoro arrivò la notizia che Costantino era stato portato alle giudiziarie di Cagliari, dove doveva aspettare l'appello. Poi arrivò una sua lettera, breve e triste. Diceva che aveva fatto buon viaggio. Ma a Cagliari si soffocava per il caldo, e certi insetti rossi e altri di vari colori non lo lasciavano in pace notte e giorno. Mandava un bacio al bambino e pregava Giovanna di crescere Martineddu nel santo timore di Dio. E salutava anche il suo amico Isidoro.

Finita la Messa, zia Bachisia aspettò che il povero pescatore finisse di cantare le laudi sacre con la sua voce sonora. Voleva dargli i saluti di Costantino.

Prete Elias rimase in ginocchio sui gradini dell'altare. Pregava, con il viso pallido ed estatico. Isidoro continuava a cantare, ma la gente cominciò ad andarsene.

Davanti a zia Bachisia passò zia Martina, con il suo passo fiero di cavalla vecchia ma ancora indomita. Passò Brontu, con un vestito nuovo e i capelli lucidi di grasso. Lui parlava male dei preti, ma la domenica andava a messa. E passò Giacobbe, con un paio di pantaloni di tela nuova, dura, mai lavata, che puzzavano ancora di negozio.

Isidoro continuava a cantare.

Alla fine la chiesa rimase quasi vuota, e lui cantava ancora. La sua voce sonora risuonava fra le pareti bianche e polverose, sotto il tetto fatto di travi e di canne. Risuonava fra gli altari umili, coperti di tovaglie grossolane e con fiori di carta. Dall'alto guardavano tristi santi di legno colorato.

Quando zio Isidoro finì di cantare, non c'era più nessuno. Restavano solo il prete, un ragazzo che finiva di spegnere le luci, zia Bachisia e un vecchio cieco.

Isidoro dovette ripetere da solo il ritornello delle laudi. Poi si alzò e mise giù il campanello che usava per segnare le decine del rosario, e si avviò. Zia Bachisia lo aspettava vicino alla porta. Uscirono insieme e lei gli diede i saluti di Costantino. Poi gli chiese un favore. Doveva pregare prete Elias di andare a trovare Giovanna e di farle una predica, per toglierla dalla sua disperazione.

Lui promise, e zia Bachisia se ne andò. Sulla strada la raggiunse Giacobbe Dejas. Era rimasto sull'alta spianata della chiesa a guardare il villaggio e i campi gialli pieni di sole.

— Come state? — chiese il servo a zia Bachisia.

— Ah, Dio mio, stiamo male senza essere malate! E tu come ti trovi con i nuovi padroni?

— Ah, ve l'ho già detto! Sono caduto dalla padella nella brace. La vecchia è avara come il diavolo. Vorrebbe che mi cadessero le budella a forza di lavorare. E mi lascia tornare in paese soltanto per sentire la Messa, ogni quindici giorni.

— E il padrone?

— Ah, il piccolo padrone? È un animale, ecco tutto!

— Che cosa dici, Giacobbe?

— Ecco, dico la verità, uccellino di primavera. Si arrabbia come un cane per ogni piccola cosa, si ubriaca, ed è bugiardo come il tempo. Ecco, anzi, Isidoro Pane vi avrà detto...

Si fermò, incerto. Zia Bachisia lo guardò fisso con i suoi occhietti verdi. Pensava che, se lui parlava così male del padrone, doveva avere uno scopo.

— Ecco, — riprese lui, — Isidoro Pane vi avrà detto... sì, certo, ve lo avrà detto... che Brontu era ubriaco quella sera. Qui, ecco, proprio qui, si è messo a gridare: «Dirai a Giovanna Era che se fa divorzio, io la sposo!» Una bestia! Proprio una bestia! Beve l'acquavite a barili.

Di tutto questo zia Bachisia capì soltanto che Brontu aveva detto: «Se Giovanna Era fa divorzio, la sposo». I suoi occhietti verdi brillarono. E disse con fierezza:

— E tu, Giacobbe, tu non vorresti?

— Io? Che cosa importa a me, uccellino di primavera? Ma voi dovreste vergognarvi di dire queste cose, zia nibbio, appena dopo due settimane...

— Io non sono un nibbio... — gridò la vecchia, offesa.

E l'altro rise. Ma la donna capì che lui scoppiava di rabbia.

— Aspettate almeno che arrivi l'appello, — disse Giacobbe. — E poi divorate pure Costantino, come si divora l'agnello senza macchia. Divoratelo pure. Ma Giovanna sposerà una botte di acquavite. E voi, finchè vivrà Martina Dejas, morirete di fame peggio di prima...

— Ah, testa pelata... — cominciò a gridare zia Bachisia. Ma l'altro se ne andò in fretta, e lei dovette accontentarsi di dirgli dietro, a mezza voce, un mucchio di insulti.

Non che lei pensasse già di far divorziare la figlia, Dio ce ne liberi! Il povero Costantino era ancora in attesa dell'appello, chiuso in una fornace ardente, mangiato da insetti schifosi. No... Ma perchè quel servo vile parlava così? Che cosa importava a lui del padrone? Zia Bachisia si mise in testa che Giovanna piacesse a quel vecchio corvo pelato. E con questi pensieri maliziosi tornò a casa.

Voleva raccontare tutto a Giovanna. Ma per la prima volta dopo quindici giorni la vide che si lavava e si pettinava tranquillamente i lunghi capelli in disordine, che le cadevano in gran quantità. E non ebbe il coraggio di dirle niente.

### Glossario

- **lutto**: periodo di dolore dopo una disgrazia o una morte, in cui non si esce e non si fa festa.
- **torpore**: stato di chi non ha più forza nè voglia di fare niente.
- **accoccolata**: seduta sui talloni, piegata e raccolta su se stessa.
- **sbuffava**: soffiava forte con la bocca, per noia o per rabbia.
- **indomita**: che nessuno è riuscito a rendere docile e ubbidiente.
- **voto**: promessa fatta a Dio o a un santo per ottenere una grazia.
- **inferriata**: grata di ferro alla finestra o nella sala delle visite della prigione.
- **arpie**: mostri delle antiche leggende; qui, persone cattive e crudeli.
- **giudiziarie**: prigione dove stanno i detenuti che aspettano un nuovo processo.
- **appello**: modo per chiedere a un altro tribunale di cambiare la sentenza.
- **laudi**: canti religiosi popolari in lode di Dio o dei santi.
- **rosario**: preghiera alla Madonna, divisa in gruppi di dieci Ave Maria.
- **dalla padella nella brace**: da una situazione brutta a una ancora peggiore.
- **nibbio**: uccello rapace; qui è un insulto per una vecchia avida.
- **testa pelata**: insulto per un uomo senza capelli.

## VI.

E il tempo passò: venne l'autunno e venne l'inverno. Il ricorso di Costantino fu respinto, come succede sempre. Una notte lo legarono a una catena che lo univa a un uomo sconosciuto. Poi lo misero in fila con altri uomini, a due a due. Erano vestiti di tela e stavano zitti, come bestie mansuete. Li aveva resi così una forza invisibile. Andavano. Dove? Non sapevano dove. Stavano zitti e non sapevano perchè stavano zitti. Li portarono al mare, li fecero salire su un lungo piroscafo nero e li chiusero in una gabbia. Sempre come bestie.

Intorno, il mare era come un cristallo verde scuro. Rifletteva i fari, rossi come rubini e verdi come smeraldi. Le loro colonne di luce andavano lontano e si muovevano come serpenti fra le onde. Sembravano stoffe luminose di perle verdi e rosse come il sangue. E sopra l'anello infinito del mare, il cielo di cristallo blu scuro si curvava. Era come un'immensa valle silenziosa, tutta fiorita di stelle gialle.

All'inizio Costantino non provò sensazioni sgradevoli. Andava verso l'ignoto, verso il suo destino crudele. Ma in fondo al cuore era certo che presto lo avrebbero liberato, e non perdeva mai la speranza. Il personale di bordo andava e veniva, le catene facevano rumore, il piroscafo cominciava a ondeggiare. Tutto questo gli dava una curiosità da bambino. Non aveva mai viaggiato per mare.

Da ragazzo stava in piedi fra i cespugli selvatici della sua montagna. Da lì vedeva all'orizzonte la linea grigia del Mediterraneo, e a volte le vele che la toccavano. Allora sognava di attraversare quelle onde lontane, verso paesi sconosciuti, verso le città d'oro del continente. Sapeva leggere e scrivere. Nel suo libro c'era il disegno di S. Pietro di Roma. E nella parte sulla Storia Sacra c'era un'incisione dell'antica Gerusalemme.

Ah, Gerusalemme! Secondo lui era la città più grande e più bella del mondo. Allora, in piedi fra i cespugli di monte Bellu, guardava la linea grigia del Mediterraneo e voleva viaggiare verso Gerusalemme. Ora attraversava il mare, ma in un modo tanto diverso dal suo sogno! Eppure aveva ancora un'idea così bella di Gerusalemme! Se lo avessero portato là a scontare la pena, anche legato e condannato, si sarebbe sentito felice.

E il piroscafo ondeggiava da una parte e dall'altra e andava avanti, con un rumore continuo, come di torrente. I condannati parlavano sottovoce fra loro. Alcuni scherzavano e ridevano.

Costantino si addormentò un poco e sognò di essere a casa sua, come gli succedeva sempre. Nel sogno lo avevano liberato da poco. Era tornato a casa senza avvertire Giovanna, per farle una sorpresa e darle una gioia immensa. Lei diceva:

— Ma questo è un sogno, questo è un sogno!

Le spese del processo avevano portato via tutto dalla casa, tutto, anche il letto. Ma non importava niente. Tutti i beni del mondo non valevano niente in confronto alla gioia della libertà. Niente valeva quanto la felicità di vivere con Giovanna e con Malthineddu. Però Costantino era stanco, molto stanco. Si era coricato nella culla del bambino, e la culla ondeggiava da sola, sempre più forte, sempre più forte. Giovanna rideva e diceva:

— Attento che cadi, Costantino mio, agnello caro!

E la culla ondeggiava ancora più forte.

All'inizio anche lui si mise a ridere. Ma all'improvviso si sentì male, gli girò la testa, e cadde dalla culla, che si era piegata fino a terra. Si svegliò con il mal di mare. Il mare era agitato. Il piroscafo saliva e scendeva su montagne d'acqua. L'acqua arrivava fino ai passeggeri di terza classe.

Tutti i condannati soffrivano. Alcuni cercavano ancora di scherzare, altri lanciavano maledizioni. Uno, il compagno di Costantino, aveva un viso giallo e sottilissimo. Gemeva come un bambino.

— Oh, — diceva con la testa abbandonata, ansante e spaventato, — io sognavo di essere a casa, e ora... e ora!... San Francesco bello, abbiate pietà di me...

Costantino provava una grande angoscia, nel corpo e nell'anima. Ma ebbe pietà del compagno.

— Abbi pazienza, fratello caro, anch'io sognavo di essere a casa...

— Ah, mi sembra che mi scappi l'anima, — disse un altro. — Che cosa diavolo ha questa nave? Sembra che balli il ballo sardo!

E alcuni ebbero la forza di ridere per quel paragone.

La tempesta continuò. In certi momenti a Costantino sembrava di morire. Aveva paura della morte, ma nello stesso tempo sentiva un dolore immenso di vivere.

La sua anima sembrò riempirsi del liquido amaro che il suo stomaco buttava fuori. Neppure quando aveva sentito la sentenza aveva provato una disperazione così. Cominciò anche lui a gemere e a maledire. Stringeva i pugni e torceva le dita dei piedi gelati.

— Che tu possa morire così, come muoio io, cane assassino che mi hai rovinato... — diceva.

E dai suoi occhi colava lo stesso liquido amaro che gli riempiva la bocca e tutta l'anima.

Verso l'alba la tempesta finì. Ma Costantino non trovò pace, anche quando il malessere passò. Gli sembrava di essere stato bastonato a morte. Tremava di freddo, di debolezza, di paura.

Il piroscafo non si fermava mai. Oh, se si fosse fermato almeno un momento! A Costantino sembrava che un momento di riposo sarebbe bastato a ridargli le forze perdute. Ma la nave andava sempre avanti, ondeggiava sempre, e le onde si rompevano sempre con violenza e con rumore. Tutto questo gli dava un tremito continuo, come una convulsione. Cammina e cammina, passarono lunghe ore di angoscia, e tornò la notte. Il compagno dal viso giallo e sottile si lamentava sempre, e questo dava a Costantino un fastidio pieno di angoscia. Finalmente lui riuscì ad addormentarsi. E, cosa strana, fece di nuovo lo stesso sogno della notte prima. Però questa volta Giovanna era arrabbiata, e la culla ondeggiava quasi dolcemente. Quando Costantino si svegliò, il piroscafo sembrava muoversi appena. Era l'ora prima dell'alba, e c'era un grande silenzio. Fuori sentì una voce che diceva:

— Quella è Procida...

Lui tremò di freddo. Si chiese se lo portavano a Procida. Gli sembrava di aver sentito dire che là c'era la galera. Anche il compagno si svegliò, tremò e sbadigliò a lungo.

— Siamo arrivati? — chiese Costantino. — Come stai?

— Non c'è male! Siamo arrivati?

— Non so. Siamo vicini a Procida. C'è la galera là?

— No. È a Nisida. Ma noi non siamo galeotti! — disse l'altro con fierezza. Poi sbadigliò di nuovo.

— Oh, che cosa sognavo... — aggiunse.

Ma non continuò, perchè si era chiuso nel ricordo del sogno. E Costantino non parlò più.

I condannati furono fatti scendere a Napoli. Subito li chiusero in una grande carrozza nera e gialla, che sembrava una tomba con le ruote.

Costantino vide appena, per un momento, un grande tratto di acqua ferma e verde, all'ombra di enormi piroscafi. C'erano barche piene di uomini sporchi che gridavano cose incomprensibili. Intorno alle barche, sull'acqua verde, galleggiavano verdure, bucce d'arancia, carte e rifiuti. Palazzi immensi si vedevano contro un cielo azzurro profondo.

A Napoli i condannati furono separati. Costantino fu portato al reclusorio di X. e non rivide più il suo triste compagno di viaggio dal viso giallo e sottile.

Arrivato a destinazione, il condannato fu chiuso in una cella. Doveva scontare sei mesi di segregazione. La cella era lunga appena due metri e larga sei palmi. Ci stava appena uno strano lettino pieghevole, che di giorno veniva chiuso e fissato alla parete. Dalla piccola finestra si vedeva soltanto il cielo.

Fu il periodo più triste della condanna di Costantino. Restava per ore e ore immobile, seduto, con le gambe accavallate e le mani intrecciate intorno al ginocchio. Ma, cosa strana, non si disperava mai e non si ribellava mai. Era convinto di scontare il «peccato mortale», come lo chiamava lui. Il peccato era di aver vissuto a lungo con una donna senza sposarla in chiesa. In fondo al cuore era sempre sicuro di una cosa. Un giorno o l'altro, finita la punizione del peccato, la sua innocenza sarebbe venuta fuori, e lo avrebbero liberato.

Intanto, anche se non si disperava, soffriva. Contava i giorni, le ore, i minuti. Aspettava sempre, con i nervi tesi, un cambiamento che non arrivava mai. Aveva una nostalgia così dolorosa che lo rendeva quasi stupido. E giorno per giorno, ora per ora, minuto per minuto, viveva con il pensiero vicino a Giovanna e al bambino. Ricordava con grande precisione tutti i piccoli particolari della casa, della vita passata, delle gioie vissute. E oltre al suo dolore, soffriva per il dolore di Giovanna.

A volte sentiva all'improvviso una grande tenerezza per lei, più che per il bambino. Allora usciva dalla sua immobilità pensosa e saltava in piedi. Camminava a grandi passi. Ma i passi possibili erano solo due o tre: allora si fermava di colpo. Appoggiava la testa al muro e la strofinava forte, come se volesse buttarlo giù. Erano i suoi momenti più disperati.

Poi ricominciava a sperare. Nella mente costruiva sogni fantastici: liberazioni improvvise, come nei romanzi. Ogni volta che il guardiano entrava, Costantino sentiva battere il cuore, perchè aspettava la bella notizia.

A volte giocava da solo alla morra, e si divertiva a perdere o a vincere. Poi rideva fra sè, come un bambino. Altre volte guardava a lungo il palmo della mano aperta. Immaginava che fosse una grande pianura divisa in *tancas*\[2\], con i muri, i fiumi, gli alberi, le mandrie e i pastori. E per loro inventava una vita di avventure emozionanti.

E poi pregava, contando sulle dita, e cantava le laudi ad alta voce. Provava anche a inventare dei versi religiosi.

Così compose una lauda di quattro strofe dedicata a San Costantino. Nella lauda raccomandava al santo soprattutto i condannati innocenti. Infatti il ritornello diceva:

Santu Costantinu pregade,

Pro su condannadu innocente.

Scrivere questa lauda lo tenne occupato del tutto per molti giorni, e lo rese quasi felice. E quando l'ebbe finita provò una gioia profonda. Subito sentì il bisogno di far sapere a qualcuno che aveva composto una lauda. Ma a chi dirlo? Il guardiano a volte parlava con il condannato. Era un piccolo uomo napoletano, calvo e senza barba. Aveva un naso schiacciato e all'insù, che sembrava il naso di uno scheletro. Ma non era in grado di capire la lauda.

Nell'ora d'aria, il condannato in segregazione non poteva assolutamente parlare con i compagni. Allora lui chiese di confessarsi, per poter recitare la lauda al confessore. Il confessore era il cappellano della prigione. Era giovane e intelligente, un uomo del Nord dai movimenti rapidi. Era alto e magro, sempre in movimento, con occhi neri molto vivaci. Ascoltò Costantino con pazienza e si fece tradurre la lauda. Poi gli chiese se non avesse peccato di vanità, visto che voleva confessarsi per recitare quei versi. Costantino arrossì e disse di no. Il confessore sorrise con bontà, lo consolò e lodò i versi. Poi lo mandò via, felice come un beato.

Dopo pochi giorni il condannato chiese di nuovo di confessarsi.

— Ebbene, avete composto un'altra lauda? — chiese con bontà il cappellano.

— No, — disse il condannato, con gli occhi bassi. — Ma vengo a chiederle una grazia.

— Quale grazia? Sentiamo.

Costantino rimase un momento senza respirare. Aveva paura di quello che stava per chiedere. Poi disse in fretta:

— Ecco. Mandare la lauda al mio paese.

— Ah, — disse il cappellano. — Io non posso farlo. E poi, come potreste scrivere la lauda?

— Oh, io so scrivere! — esclamò il condannato, e alzò i suoi occhi limpidi.

— Sì, ma non dico questo, fratello mio. A voi non è permesso scrivere.

— Oh, io mi *arrangerei*, per questo...

— Bene, bene, ma io non posso.

Costantino prese un'aria disperata e per poco non si mise a piangere. Poi si confessò. Chiese se non era meglio dedicare la lauda ai Santi Pietro e Paolo, che erano stati in prigione. E chiese perdono al confessore per aver osato fare quella domanda.

Il giovane cappellano gli diede l'assoluzione. Pregò a lungo ad alta voce, mentre il condannato pregava in silenzio. Poi si passò una mano sulla testa e disse, piano, lentamente:

— Sentite. Scrivete pure la lauda, se ci riuscite. E comportatevi bene.

Il condannato provò un'improvvisa grande gioia. Da quel momento ebbe un solo pensiero: riuscire a scrivere la lauda.

— Io ho studiato, — disse al guardiano, — ma so fare anche le scarpe. Volete che ve ne faccia un paio? O che ve ne aggiusti qualcuno...

— Tu vuoi qualcosa, — rispose l'ometto, in napoletano. — Tu non puoi fare niente.

— Siate buono, zio Serafino. Pensate all'anima immortale.

— Io penso all'anima, ma ti ho già detto che non sono tuo zio. Tu hai ammazzato tuo zio.

— Ebbene, non importa. Noi chiamiamo zio le persone importanti.

Ma don Serafino voleva il suo titolo. E Costantino non riusciva a darglielo, perchè in Sardegna quel titolo spetta solo ai nobili. E per quel giorno non si concluse niente.

Il giorno dopo il condannato ci riprovò. Disse che era di famiglia nobile e che aveva studiato. Raccontò che suo zio, quello che secondo l'accusa lui aveva ucciso, gli aveva mangiato un grosso patrimonio. Poi lo obbligava a lavorare e a fare le scarpe, chiuso in una stanzetta buia. E una volta gli aveva scorticato tutto un piede.

E voleva fargli vedere il piede. Ma don Serafino scuoteva la testa, pieno d'orrore, e malediceva a bassa voce quel morto crudele.

Così Costantino riuscì ad avere un foglio di carta. E con il suo sangue e con un rametto sottile scrisse le laudi per la protezione dei condannati.

L'inverno passò. Un giorno di marzo arrivò alla cella di Costantino un'ispezione. La guidava un uomo grosso con due grandi occhi di un azzurro come il latte, rotondi e immobili. Il suo mento era così corto che due baffi biondi lo coprivano tutto.

— Ehi là, — gridò al condannato, — che cosa sapete fare, voi?

C'era anche don Serafino, che girava verso il condannato il suo viso di scheletro. E il condannato si ricordò di tutte le bugie raccontate al guardiano. Così rispose che sapeva fare le scarpe.

— Ehi là, — disse l'uomo grosso dagli occhi immobili, — voi avete ammazzato vostro zio.

Il suo tono non permetteva risposte. Costantino aprì le braccia, come per dire:

— Ehi là, io ho ammazzato mio zio, se così piace a Vossignoria.

L'ispezione se ne andò. Poco dopo don Serafino fece sapere a Costantino che presto lo avrebbero tolto dalla cella. Così la segregazione diventava più corta di più di un terzo. Costantino pensò che fosse un premio per la sua buona condotta. Ma don Serafino gli confidò che era stato lui a intervenire presso persone potenti. Aveva detto loro che il condannato era di famiglia nobile, che aveva un piede scorticato e che sapeva fare le scarpe.

Pochi giorni dopo Costantino fu messo in camerata. Cominciò a lavorare da calzolaio insieme ad altri condannati. Inoltre in quegli stessi giorni potè mandare sue notizie a Giovanna, perchè gli era permesso scrivere ogni tre mesi. Per qualche tempo queste cose lo resero felice. E poi arrivava la primavera. I condannati avevano sofferto molto il freddo, e ora avevano un'aria allegra. Nella camerata dove lavorava Costantino si scherzava quasi sempre.

C'erano solo due fratelli abruzzesi che non scherzavano. Avevano chiesto come una grazia di lavorare insieme. Ma litigavano sempre per certi affari da sistemare dopo la condanna, cioè fra dieci anni. Un giorno si bastonarono, e uno fu portato via. Scontarono due settimane di cella. Poi si rividero all'*aria*, cioè nell'ora di libertà che i condannati passavano nel cortile. E si presero di nuovo per i capelli.

Durante l'ora d'*aria* Costantino conobbe un suo compatriota, un sardo, che chiamavano *re di picche*. Forse lo chiamavano così perchè aveva una figura a triangolo: un corpo grosso e due gambe piccolissime e sottili. Era grassoccio e pallido. Si faceva radere i capelli, così sembrava calvo.

Era un ex maresciallo dei carabinieri, condannato per peculato. Diceva di essere parente di un cardinale, che era amico segreto del re e della regina. Per questo il *re di picche* aspettava la grazia da un giorno all'altro. E non solo: prometteva di far avere la grazia anche agli altri condannati che gli regalavano sigari, soldi e francobolli. Lavorava nell'ufficio degli scrivani, e così poteva comunicare con l'esterno. Aiutava certe corrispondenze segrete dei condannati con i loro parenti. E riusciva a far entrare nella prigione soldi, tabacco, francobolli e liquori, con grandi guadagni per sè.

A Costantino offrì subito la grazia del re. E gli chiese se voleva mandare qualche lettera al suo paese.

— Sì, — disse il giovane, — ma io non ho niente da darle: sono povero.

— Ebbene, non importa, siamo compatrioti, — disse l'altro, generoso.

E subito gli raccontò le sue imprese da maresciallo. Aveva ammazzato più di dieci banditi e aveva dieci medaglie. E una volta era stato a Roma, e il re lo aveva invitato nel suo palco a teatro. Insomma, era un eroe. Però non raccontava mai la sua ultima impresa. Diceva soltanto che era in prigione per colpa dei suoi nemici invidiosi. All'inizio Costantino gli credette e provò per lui una forte simpatia, nonostante il suo aspetto losco. Ma di giorno in giorno i racconti del maresciallo cambiavano e diventavano sempre più esagerati. Gli altri condannati disprezzavano il *re di picche*, ma lo adulavano per servirsi di lui. E alla fine anche Costantino, come loro, perse la stima per lui.

Del resto si accorse che là dentro tutti erano bugiardi e falsi come gatti, anche i guardiani. I condannati avevano bisogno di nascondere quello che erano davvero. Si inventavano cose fantastiche sul passato e sul futuro, per sembrare più grandi agli occhi dei compagni di sventura. Il destino li aveva riuniti in quel luogo di odio contro la loro volontà. E non faceva nascere fra loro nessun affetto.

Costantino notò con meraviglia una cosa. I condannati a pene più lunghe erano i meno cattivi, anche se erano i più vanitosi e bugiardi. Fra quelli con colpe minori, alcuni si odiavano, erano vigliacchi e facevano la spia. Gli altri si aiutavano a vicenda finchè ci guadagnavano qualcosa. Se serviva, si tradivano. Non si volevano mai bene. Il *re di picche* diceva a Costantino:

— Quasi tutti i condannati sono rovinati da una corruzione profonda. Molti sono veri delinquenti, abituati a ogni vizio. L'aria stessa qui è malata. L'uomo viene tolto dalla società e perde la libertà. E nel luogo della punizione marcisce del tutto. Perde ogni resto di senso morale. Diventa bugiardo, vile, feroce, così corrotto che non si accorge più di esserlo.

E gli raccontava cose spaventose.

— Secondo me, — continuava, — di onesti qui dentro ci siamo noi due, il *Collo d'anitra* e il *Delegato*. Tutti gli altri sono delinquenti. Stai attento a loro, Costantino, caro compatriota. Questo è un covo di banditi, peggiori di quelli che io ho mandato al diavolo.

A volte Costantino si spaventava. Pensava che, se la sua onestà somigliava a quella del *re di picche*, c'era poco da stare allegri.

*Collo d'anitra* era uno studente siciliano, malato di tisi. Aveva i capelli bianchi, un collo lungo e un corpo da ragazzo. Leggeva sempre, sembrava timido e non parlava quasi mai. Ma a volte lo prendevano attacchi di collera violenta. Allora doveva subire gli abbracci di *Ermelinda*, come i condannati chiamavano la camicia di forza. Aveva ammazzato un professore.

Anche il Delegato era del Sud, ed era stato condannato per ricatto. Sembrava un gentiluomo. Aveva un grande petto in fuori e una testa nobile, con un grande naso greco. Il labbro inferiore era sporgente e spaccato. Sul viso aveva un'aria di disprezzo. Ma quando ci si avvicinava a lui, era gentilissimo, perfino servile. Anche lui diceva di avere protezioni grandi e potentissime. Ma diceva anche di essere perseguitato da persone importanti, soprattutto da un ministro.

Da qualche tempo aveva letto vari libri di scienza che lo studente gli aveva prestato. E aveva cominciato a scrivere una grande opera scientifica. Infatti anche lui lavorava nell'ufficio degli scrivani, e poteva lavorare di nascosto per conto suo.

Il *re di picche* ne diceva meraviglie.

— Ecco, — raccontava a Costantino. — Quell'uomo lì sarà la nostra fortuna. Ci scriviamo ogni giorno e usiamo parole segrete che solo noi capiamo. Ma dobbiamo essere prudenti, altrimenti sono guai. Rovineremmo tutta la sua opera, che è una vera *scoperta scientifica*. Posso dirti i punti principali. — Come si è formata l'atmosfera, cioè l'aria. — Come si è formato l'oceano, cioè tutti i mari. — Origine del mondo degli esseri viventi. — Prova ragionata che esisteva un continente antichissimo nel centro dell'oceano Pacifico. — In questo continente sarebbe nata l'umanità, che avrebbe passato là la sua infanzia, in quelle regioni tropicali. — Immigrazione in Africa e in Asia. — Scomparsa di questo continente per un grande cataclisma. — Questo cataclisma è il diluvio della Bibbia. — Nascita degli altri continenti dal mare. — Poi: Fine dell'atmosfera. — Fine dell'oceano. — Fine della luna. — Fine della terra.

— E fine della reclusione? — chiese Costantino sorridendo.

Lui ci capiva poco, e credeva che il *re di picche* raccontasse bugie, come al solito.

Ma l'altro aveva bisogno di essere ascoltato, e continuava tranquillo:

— Aspetta. Gli altri capitoli sono: allargamento della teoria dell'evoluzione accettata oggi. — Evoluzione della nostra specie dalle scimmie antropomorfe. — Cause dell'inclinazione dell'asse dei pianeti, tranne Saturno. — Ragioni di questa eccezione. — Macchie solari, eccetera.

— Va' al diavolo! — pensava Costantino, sbadigliando.

E ad alta voce, guardandosi intorno nel cortile secco, dove c'era una fontana con un getto d'acqua, chiedeva:

— E la gazza, oggi?

Parlava di una gazza domestica che viveva nella prigione. I condannati la riempivano di cibo, e così era grassa e sempre assonnata. Quando aveva fame, chiamava per nome certi condannati, con una strana voce nasale.

— Ebbene, sarà crepata! — disse il *re di picche*. — Che cosa ti importa di un uccello? Sei come i bambini, Costantino. Tu non puoi capire l'importanza che avrà l'opera del Delegato. Io ho avuto una *magnam* parte, anche se indiretta, in queste sue scoperte. Infatti sono stato io a metterlo in contatto con il *Collo d'anitra*. Siamo riusciti a mandare fuori un riassunto dell'opera. E abbiamo scritto al primo ministro del Re d'Italia. Ma tu stai zitto, eh! Un grande scienziato ha letto il riassunto e ha detto: «È la più alta manifestazione del genio italiano». Credimi, Costantino, caro compatriota, il Delegato è salito ad altezze da far girare la testa. Ha amici potenti che sono andati a Roma apposta per ottenergli la grazia. Ma ha anche nemici potentissimi. Però la sua opera gli farà avere presto la libertà.

I discorsi del compagno annoiavano Costantino. Ma lui faceva finta di ascoltare il *re di picche*, per restare in buoni rapporti con lui. Infatti aspettava la risposta a una lettera mandata a Giovanna.

Questa risposta arrivò in maggio e riempì di gioia il condannato. Giovanna scriveva che il bambino era stato un po' malato. Forse il suo latte si era guastato per i dolori che lei aveva sofferto. Ma ora il bambino stava bene. Isidoro Pane aveva ricevuto le laudi a San Costantino, scritte con il sangue, e aveva pianto. Ora le cantava in chiesa, e tutto il popolo cantava con lui. Nessuno sapeva di chi fossero i versi. Isidoro diceva di averli avuti da un vecchio con una lunga barba bianchissima, vestito di bianco. Questo vecchio gli era apparso un giorno in riva al fiume. La gente credeva che fosse San Costantino, oppure Gesù Cristo in persona.

E Giacobbe Dejas era andato a servire dai suoi ricchi parenti. L'avvocato di Nuoro aveva preso per sè la casetta del condannato, ma ci aveva lasciato le donne per un piccolo affitto. I ricchi Dejas davano spesso lavoro a zia Bachisia e anche a lei, Giovanna. E così loro andavano avanti. Pietro Punia era morto di carbonchio. Annicca, chiamata *Spalle d'argento*, si era sposata. Avevano arrestato un vecchio pastore per un furto di alveari.

Quasi tutta la lettera di Giovanna era piena di queste piccole notizie. E queste notizie riempirono l'anima di Costantino di soddisfazione, di piacere e di interesse. Gli sembrò di respirare l'aria del suo paese. Gli sembrò di rivedere le pietre, i cespugli selvatici, le persone e le cose a cui il suo cuore era legato con forza.

Soltanto gli dispiacque che Giovanna andasse a lavorare dai Dejas. Sapeva della passione di Brontu e della sua domanda di matrimonio respinta. E provò una prima paura, ancora vaga. Giovanna gli mandava tre lire dentro la lettera. Lui pensò che forse quei soldi venivano da casa Dejas, e li toccò con disgusto. Poi offrì due lire al *re di picche*. Credeva che il compatriota le avrebbe rifiutate. Ma il compatriota le prese. Disse che servivano per la persona che si occupava della corrispondenza segreta.

In un altro momento Costantino si sarebbe arrabbiato. Ma in quel momento aveva un grande bisogno di scrivere a Giovanna e di comunicare con il suo piccolo mondo lontano. Per l'aiuto del *re di picche* avrebbe dato metà della sua vita.

Lesse e rilesse la lettera, fino a impararla tutta a memoria. Di giorno la teneva nascosta nella suola della sua scarpa. Di notte scuciva la suola e poi la ricuciva. E mentre lavorava in silenzio, pensava sempre ai fatti e alle persone del paesino lontano.

A volte si perdeva così tanto nei suoi pensieri che dimenticava la realtà. Vedeva il vecchio pastore che entrava nel recinto degli alveari, attento, con il viso e le mani coperti di stracci. Il posto era deserto e pieno di sole. Intorno, fin dove arrivava lo sguardo, c'erano campi verdi pieni di fiori: rose selvatiche, *succhia miele*, piselli odorosi. E nel grande silenzio le api ronzavano, fra i profumi fortissimi e pungenti della menta selvatica e delle erbe aromatiche.

Costantino seguiva quasi con ansia il lavoro del vecchio ladro. Il vecchio staccava i piccoli alveari di sughero dalle pietre piatte su cui erano appoggiati. Li metteva insieme, li legava con una corda, li metteva in un sacco e li portava fuori dal recinto... A questo punto Costantino non sapeva più come avrebbe fatto il ladro. E mentre fantasticava intensamente, ecco che sentiva nel cortile una strana voce nasale e acuta, che diceva:

— Cos-tan-tì! Cos-tan-tì!

Allora si svegliava dal suo sogno e tornava alla realtà. La gazza saltellava lentamente nel cortile, grassa e tonda, e sbatteva le ali azzurre.

Di notte il condannato metteva la lettera sotto la testa e riprendeva il filo dei suoi sogni. E sentiva la voce sonora del suo amico pescatore che cantava le laudi. A volte si chiedeva se Isidoro non avesse visto davvero, in riva al fiume, la figura di un vecchio vestito di bianco. Lo immaginava fra gli oleandri piegati sotto il dolce peso dei mazzi di fiori rosa. E il vecchio aveva la lunga barba bianca come la lana di un agnellino appena nato.

Ah, era il Santo Protettore, il buon San Costantino! Lui se lo immaginava vecchio e bianco come un patriarca. Eppure la statua del Santo, nella chiesa del paesino, era un guerriero dal viso nero. Il Santo appariva a Isidoro per dirgli che pensava ai condannati innocenti. E presto il vecchio Santo avrebbe dato la libertà anche a lui. Ah, San Costantino bello, che voi siate benedetto!

Poi l'immagine cambiava. Era il portico dei ricchi Dejas, dove si preparava la lana filata, in lunghe matasse pronte per essere tessute. Giovanna andava e veniva con un gomitolo enorme fra le mani. E c'era Brontu, seduto sulla soglia della cucina, a gambe aperte. E fra le sue gambe stava in piedi, poco sicuro, ridendo, il piccolo Malthineddu. Ah, era una cosa orribile! Ma subito Costantino si ricordava che Brontu non stava mai in paese nei giorni di lavoro. E si svegliava di colpo, con il cuore pieno di un sentimento confuso di dolore e di gioia.

### Glossario

- **ricorso**: richiesta a un altro tribunale di cambiare la sentenza.
- **mansuete**: tranquille e ubbidienti, che non si ribellano.
- **piroscafo**: grande nave a vapore.
- **galera / galeotti**: prigione per i lavori forzati / i condannati che ci stanno.
- **reclusorio**: prigione dove i condannati scontano la pena della reclusione.
- **segregazione**: periodo in cui il condannato sta solo in una piccola cella.
- **palmi**: vecchia misura di lunghezza, circa quanto una mano aperta.
- **morra**: gioco in cui due persone mostrano le dita e gridano un numero.
- **tancas**: grandi pascoli chiusi da muri (vedi nota 2).
- **lauda**: canto religioso popolare in lode di Dio o dei santi.
- **Santu Costantinu pregade, / Pro su condannadu innocente**: in sardo: «San Costantino, pregate per il condannato innocente».
- **scorticato**: senza pelle, come se la pelle fosse stata strappata via.
- **Vossignoria**: modo molto rispettoso per dire «Lei» a una persona importante.
- **camerata**: grande stanza dove lavorano o dormono molti detenuti insieme.
- **compatriota**: persona della stessa terra; qui, un altro sardo.
- **peculato**: delitto di chi ruba i soldi pubblici che deve custodire.
- **cataclisma**: enorme disastro naturale che cambia la terra.
- **Ermelinda**: il nome che i condannati davano alla camicia di forza.
- **carbonchio**: grave malattia infettiva.
- **alveari**: piccole case di legno o di sughero dove vivono le api.

## VII.

Tornò l'estate.

— Come passa presto il tempo, — diceva zia Martina, mentre filava sotto il portico. — Sembra ieri che tu, Giacobbe, sei entrato al nostro servizio. Ed eccoti lì che torni per rifare il contratto. Ah, come passa il tempo per noi poveri padroni! Tu hai messo da parte trenta scudi d'argento e cominci a costruirti una casa. E a noi che cosa resta?

— Che una palla vi buchi il fuso! Sapete parlare bene, voi. E il mio sudore, uccellino di primavera, il mio sudore non conta niente? — rispose il servo. Intanto passava il sego su una corda di cuoio.

— E quello che mangi non lo conti? Ah, quello non lo conti?

— Che vi mangino i corvi! — pensò Giacobbe.

Avrebbe voluto lanciare maledizioni ad alta voce, ma non ebbe il coraggio. Odiava davvero i padroni: la vecchia avara e il giovane che si arrabbiava sempre. Il giovane non lo lasciava mai in pace con il suo progetto di sposare Giovanna, se lei faceva divorzio. Ma a Giacobbe importava rinnovare il contratto, e stava zitto.

Quando ebbe passato ben bene il grasso sulla corda, Giacobbe la arrotolò e la appese in cucina. Poi chiese alla vecchia il permesso di andare a sbrigare un suo piccolo affare. Lei glielo diede di malavoglia.

Mentre scendeva verso la casetta delle Era, il servo vide il piccolo Malthineddu. Il bambino cavalcava un cavallino di canna e camminava tutto incerto, nella sua vestina bianca e sporca. Le gambette e le braccine erano nude, dorate dal sole. Il servo si chinò, aprì le braccia e chiuse la strada al bambino.

— Dove andiamo? — gli chiese con dolcezza. — C'è il sole, non vedi? Ahi, ahi, che viene Maria Petténa col suo pettine di fuoco\[3\], per rapirti e portarti dall'orco. Torna a casa.

— Nooo, noooo! — strillò il bambino, e si dimenava sul suo cavallo.

— Ebbene, uccellino di primavera, — disse allora Giacobbe. Abbassò la voce e, con un occhio mezzo chiuso, indicò il portico. — Là c'è zia Malthina che, per non mangiare pane, mangia i bambini. La vedi?

Il piccolo sembrò convinto e si lasciò riportare a casa. Ma voleva a tutti i costi camminare sul suo cavallo di canna.

Giovanna cuciva dietro la porta. Era grassa, rosea, fresca, come se non le fosse mai successo niente di doloroso. I capelli lucidi e ondulati le circondavano la bella fronte. Quando vide Giacobbe con il bambino, alzò la testa e sorrise.

— Eccolo, — disse il servo, — ve lo riporto. Stava al sole e andava verso zia Malthina, che per non mangiare pane mangia i bambini.

— Ma dai! — disse Giovanna. — Non si dicono queste cose ai bambini.

— Ma io le dico anche ai grandi. Perchè zia Malthina mangia anche i grandi. State attenta che non vi mangi, Giovanna Era, anche perchè sembrate una mela cotogna matura. Ah! no, la mela cotogna è gialla. No, sembrate una, ecco, una...

— Un fico d'India! — disse lei, ridendo.

— E zia Bachisia? È da molto tempo che non avete notizie di Costantino?

Giovanna diventò seria. Disse, con aria di mistero, che da poco aveva avuto notizie del condannato.

— Ah, — continuò l'altro, senza insistere su queste notizie. — Sapete dirmi se Isidoro Pane è in paese? Devo parlargli.

— È in paese, — disse lei, e ricominciò a cucire, molto seria.

Lui se ne andò pensieroso. Scese per la strada e si avviò verso la casa di Isidoro Pane, se vogliamo chiamarla casa. Isidoro abitava dall'altra parte del villaggio.

Bisogna dirlo in suo onore: Isidoro pescava anche trote e anguille, quando ne aveva l'occasione. In quel momento stava seduto nella lunga ombra della sua *casa* e aggiustava una rete. Questa casa era un po' lontana dalle altre, verso i campi. Era una costruzione preistorica, fatta di piccoli pezzi di scisto. Forse era del tempo in cui gli uomini non sapevano ancora tagliare le pietre e costruivano con quelle già tagliate dalla natura. Era coperta di canne e di tegole, e sopra crescevano piante color ruggine.

Il sole calava, dopo un pomeriggio ardente. Non si muoveva una foglia degli alberi polverosi, immobili sul villaggio bruciato e deserto. L'altipiano giallo, con poche ombre lunghe, si addormentava nella luce rossa come sangue del tramonto. Le strane montagne, quasi viola, sembravano enormi sfingi rosse coperte di veli viola. Si alzavano su un cielo di un rosa ardente. Nel grande silenzio si sentiva un merlo fischiare lontano.

Intorno alla casa del pescatore c'erano piante selvatiche di fichi, con le foglie dure, quasi nere. C'era anche una siepe di robinia selvatica, piena di alte ortiche pelose e di giusquiami dalle foglie quasi bianche. Dalla porta, dove lui stava seduto, si vedeva un orizzonte lontano, solitario e pieno di vapori come il mare. Un forte odore di stoppie e di asfodelo secco riempiva l'aria. Rami secchi, paglia e foglie secche coprivano il terreno. Così Giacobbe potè avvicinarsi in silenzio, e Isidoro non alzò la testa dal suo lavoro.

— Che cosa facciamo? — gridò il servo.

L'altro alzò gli occhi senza alzare la testa. Guardò il servo con curiosità e non rispose.

Giacobbe si sedette per terra vicino a lui, a gambe incrociate. Cominciò a guardare il lavoro di Isidoro, che aggiustava la rete con dello spago infilato in un grosso ago un po' arrugginito.

— In coscienza mia, — disse Giacobbe ridendo, — qui i pesciolini entreranno e usciranno come vogliono.

— Lasciali entrare e uscire come vogliono, uccellino di primavera, — rispose il pescatore, imitando il modo di parlare di Giacobbe. — Perchè sei in paese? Non sei più a servizio?

— Macchè! Ho ripreso servizio da quelle piattole dei miei ricchi parenti. Devo parlarvi di cose serie, zio Sidore. Ma prima ditemi: come vanno le vostre gambe? È da molto tempo che non vi è apparso San Costantino in riva al fiume?

Il vecchio aggrottò le sopracciglia, perchè non gli piaceva che si parlasse senza rispetto delle cose sacre. E disse a bassa voce:

— Se sei venuto per chiedermi questo, puoi anche andartene.

— Ebbene, non offendetevi. Ecco, ora vi dico perchè sono venuto...: sì, è un affare importante. Del resto, se sto diventando pagano è colpa del piccolo padrone, che parla male dei santi. Però poi avrà paura quando starà per morire. Ah, sentite. L'altra notte abbiamo visto una stella che si muoveva. Scendeva giù per il cielo, dritta come un fuso d'oro, con una lunga coda. Sembrava che scendesse sulla terra. E Brontu si buttò con la faccia a terra e gridò: «Se questa è la nostra ultima notte, abbi pietà di noi, Signore!» E restava per terra. Sulla mia coscienza\[4\], volevo dargli un calcio.

— E tu non avevi paura?

— Io no, uccellino di primavera! Ho visto subito sparire la stella.

— Ah, ma appena l'hai vista, di' la verità, hai avuto paura?

— Ebbene, sì, andate al diavolo! Ecco, sono venuto proprio per parlarvi del mio padrone. Se lui non è matto, nessuno al mondo è matto. Vuole che voi andiate da Giovanna Era. Dovete proporle di fare divorzio e di sposarsi con lui.

Isidoro smise di lavorare. Un'ombra coprì i suoi occhi buoni e sereni. Intrecciò le mani, ci appoggiò il mento e cominciò a scuotere la testa.

— E tu, — disse con voce sonora, — non sei matto tu, che vieni a dirmelo? Ah, capisco, tu non vuoi perdere il tuo pane. Come sei vile!

— Ohè! — gridò l'altro, offendendosi in modo comico. — Ohè, vi credete importante con le vostre sanguisughe?

— Ah, tu scherzi? Sarebbe ora di finirla. Di' al tuo padrone che sarebbe ora di finirla. Tutto il paese sa questa cosa e ne parla male.

— Ah, caro mio, siamo appena all'inizio e voi parlate di finirla? Io ne ho fin sopra i capelli. Giorno e notte non fa altro che parlarmi di questo, quel barile d'acquavite! Gli ho dovuto promettere di venire da voi. Ed ecco che vengo, ma non certo per aiutarlo. Solo una persona può far finire questo scandalo: Giovanna. Andate, ditele che faccia stare zitto quel cane appestato. Io non ne posso più.

Isidoro lo guardava fisso, con gli occhi velati, ma sembrava non ascoltarlo. Poi ricominciò a lavorare e cominciò a mormorare:

— Povero Costantino, povero agnello, che cosa hanno fatto di te?

— Sì, lui è innocente, — disse Giacobbe, — e da un giorno all'altro può tornare. Bisogna impedire quella cosa che ha pensato Brontu. Ah, c'è zia Bachisia, che è pronta come un avvoltoio sopra la preda.

— Povero Costantino, povero agnello, che cosa hanno fatto di te? — continuava l'altro, senza ascoltare Giacobbe.

Allora Giacobbe si arrabbiò e alzò la voce. La sua voce vibrò in quel grande silenzio rosso, nella solitudine chiusa dai fichi e dalle siepi selvatiche.

— Gli hanno fatto un corno! Perchè non mi ascoltate, vecchia immondizia? Bisogna andare là, subito. La giovane è allegra, è rossa, e alla prima proposta cade come una mela matura. Ma non ha il cuore cattivo. Se voi la preparate bene, se le fate capire il suo dovere, forse si evita ogni guaio. Andate, che possiate finire sulla forca! Muovetevi, fate miracoli, se è vero che siete un santo, come dicono gli stupidi.

— Ah! Ah! Ah! — gridò tre volte il vecchio, e si alzò in piedi.

La sua alta figura, vestita di stracci ma lo stesso maestosa, si vedeva contro l'aria rossa. Dietro c'erano le erbe selvatiche e l'orizzonte solitario. Sembrava un vecchio eremita.

— Andrò, andrò! — disse sospirando.

E Giacobbe sentì cadere un peso dal cuore.

Allora i due uomini cominciarono la loro opera di misericordia per il condannato lontano. Ma dovevano lottare contro tre forze unite e attive, e contro la passività di Giovanna. Le tre forze erano: la passione animale di Brontu, l'avidità di zia Bachisia e il calcolo di zia Martina. Infatti zia Martina non vedeva male il progetto del figlio. Giovanna era povera, ma sana. Mangiava poco, non aveva pretese e lavorava come una bestia. Una donna ricca avrebbe portato in casa il disordine e lo spreco. E le nozze sarebbero costate moltissimo. Invece Giovanna si poteva sposare quasi in segreto, e sarebbe venuta in casa come una schiava gratis. Furba zia Martina!

Il tempo continuò la sua corsa sul villaggio di scisto, sulle montagne desolate, sull'altipiano giallo come un deserto. E venne l'autunno. A volte era tiepido e triste. Allora il mare fumava all'orizzonte, e le nuvole gonfie e scure passavano sul cielo bianco come il latte. Sembravano enormi ragni che tessevano sottilissimi veli grigi. Altre volte l'autunno era lucido, trasparente e freddo come un'acqua chiara.

In quelle sere, a oriente, sul cristallo del cielo, si vedeva qualche lunga nuvola viola. Sembrava un'isola in un mare tranquillo. E il vento portava il profumo dei timi bruciati dai contadini, che pulivano la brughiera per seminare il grano. Allora Brontu beveva lunghi sorsi d'acquavite per scaldarsi. Poi si stendeva in fondo alla capanna e sognava, tutto caldo e felice come un gatto, con gli occhi fissi alla nuvola viola in fondo all'orizzonte.

Fuori, intorno alla capanna, le *tancas* dei Dejas si stendevano per grandissimi spazi, deserte, nella luce chiara della sera. Fra l'oro scuro delle stoppie, la terra gonfia per le piogge d'autunno si spaccava. L'erba chiara e i fiori viola d'autunno mandavano profumi umidi. Volavano stormi di uccelli selvatici e grandi corvi di un nero metallico, facendo rumore con le ali. Uscivano dai cespugli di assenzio, che sembravano mucchi di cenere. E si nascondevano nei boschetti di cisto e fra i corbezzoli dalle foglie lucide e dalle bacche non ancora mature, color oro pallido.

In una delle *tancas* due contadini, servi dei Dejas, bruciavano i cespugli. Così pulivano la terra per seminare l'orzo e il grano. Le fiamme scoppiettavano, spinte dal vento. Nella luce erano ancora pallide, trasparenti come vetro giallo. Il fumo spariva, basso e chiaro, pieno di odori come il fumo dell'incenso. Le siepi delle mandrie, secche e piene di spine, sembravano un ricamo viola nell'aria d'argento. Le greggi erano già rientrate. Solo qualche cavallo scuro pascolava ancora, con il muso a terra. Si sentiva la voce di Giacobbe dietro la capanna e qualche suono di campanaccio. Lontano si sentiva l'urlo rauco di un cane e il grido rauco di un corvo.

Dentro la capanna, disteso su pelli e coperte di lana calde, come un beduino, Brontu seguiva il suo sogno, a cui non sapeva resistere. Il liquore ardente gli bolliva nel petto e gli riempiva il cuore di una dolcezza calda e profonda.

Ah, come piaceva l'acquavite al giovane padrone! Gli piaceva per il sapore forte e per l'odore selvatico. Ma gli piaceva soprattutto per la dolcezza che, dopo averla bevuta, gli entrava nel cuore. Però guai a disturbarlo in quei momenti! La dolcezza diventava un umore cattivo, verde e amaro come il fiele. Non sapeva perchè, ma pensava questo: quando si pesta la coda ai cani mentre dormono, i cani devono provare quello che provava lui se lo disturbavano mentre era ubriaco. E si arrabbiava e non vedeva più niente.

Ah, sì, l'acquavite gli piaceva molto. Anche il vino gli piaceva, ma non come l'acquavite. Anche il padre di Brontu aveva amato quel liquore ardente. Lo aveva amato tanto che una volta, dopo averne bevuto molto, era caduto nel fuoco. Ed era caduto in modo tale, Dio ce ne liberi, che era morto per le bruciature. Basta, lasciamo questi pensieri tristi: ora si è più prudenti e non si cade nel fuoco.

E poi Brontu, per equilibrio, aveva anche un'altra passione: Giovanna. Ah, l'acquavite e Giovanna! Le cose più belle, più ardenti, più inebrianti del mondo. Però Brontu Dejas era timido con Giovanna quanto era coraggioso con l'acquavite. Tremava solo al pensiero di avvicinarla e di parlarle. Nei giorni in cui sapeva che lei lavorava da zia Martina, moriva dal desiderio di tornare in paese. Voleva vederla in casa sua, guardarla. Ma non aveva il coraggio di muoversi dalla tanca.

Ma il tempo passava, e l'attesa lo divorava, insieme a una profonda inquietudine. Aveva paura che Giovanna lo rifiutasse un'altra volta, se lui aspettava ancora. Voleva mostrarle quanto ci teneva a lei. Voleva dirle che, per consolarla, avrebbe voluto sposarla subito, appena Costantino era stato condannato. Insomma, lui pensava un po' diversamente dagli altri. Ma era fatto così e non poteva cambiare.

In fondo aveva un buon cuore, come tutti gli ubriaconi, e aveva abitudini onestissime. Dopo quella per i liquori, la sua unica passione era stata Giovanna. Era così fin dall'adolescenza, da quando la sua famiglia era venuta ad abitare nella casa nuova. Lei allora aveva quindici anni. Era di una bellezza e di una freschezza meravigliose. Ogni volta che la vedeva, Brontu arrossiva fino alle mani. Lei se ne accorgeva e non si offendeva. Ma lui stava sempre zitto. E quando finalmente aveva deciso di mandare sua madre dalla madre di Giovanna, il posto era già preso.

In quel tempo Giovanna era fiera e ardente come una giovane cavalla, e non conosceva il valore dei soldi. Avrebbe sposato Brontu Dejas soltanto per i suoi bei denti. E allo stesso modo non avrebbe tradito Costantino neppure per il Vicerè, se in Sardegna ci fosse stato ancora un Vicerè.

La luce della sera diventava più scura. Il cielo diventava sempre più chiaro, profondo come uno specchio. La nuvola viola prendeva un colore livido, spento. Era lunga e piena di squame, come un enorme pesce di bronzo. Nel silenzio solenne di quell'ora, le voci degli animali e delle cose si facevano più forti. E a Brontu sembrò di sognare, perchè sentì, in quel posto e a quell'ora, la voce di zia Bachisia.

— *Santu Iuanne Battista meu*, — diceva la voce, dura e dolente nello stesso tempo. — Se non mi sbaglio, tu sei Giacobbe Dejas?

— Per servirvi, — rispose forte la voce del servo, un po' meravigliata. — Chi vi ha fatto piovere da queste parti, uccellino di primavera?

— Ah! Ah! Finalmente! Dov'è Brontu Dejas?

Brontu saltò fuori dalla capanna. Gli tremavano le gambe e gli girava la testa. Vide appena la figura nera di zia Bachisia, che teneva le scarpe in mano e un fagotto sulla testa.

— Zia Bachisia, — cominciò a chiamare, commosso, — sono qui, venite qui, venite, buona sera.

Lei gli corse quasi addosso, e il servo la seguiva tutto premuroso.

— Ah, Brontu Dejas, caro figliolo, se non sono morta stasera non muoio più. Sono tre ore che cammino. Mi sono persa. Ho bisogno di parlarti, abbi pazienza.

Altro che pazienza! Lui era commosso fino alle lacrime. La prese per mano e la portò dentro la capanna. Giacobbe capì che non poteva partecipare al colloquio. Tornò dietro la capanna e tese l'orecchio. Girava su se stesso come una belva chiusa in gabbia.

Non sentì niente. Del resto il colloquio fu breve, e zia Bachisia non volle neppure sedersi. Diceva che si era persa mentre cercava l'ovile di Brontu. Giovanna doveva aspettarla con ansia, perchè credeva che lei fosse andata nei campi a raccogliere erbe da mangiare. Purtroppo sì, erano costrette a vivere di erbe, tanto erano povere. E zia Bachisia veniva a chiedere a Brontu dei soldi in prestito. Sì, Dio sia lodato, in prestito. Se non potevano restituirli, lei e Giovanna avrebbero lavorato per i Dejas fino a pagare il debito. Da molti mesi non pagavano l'affitto della casa, della casa *loro*. E l'avvocato minacciava di cacciarle via.

— Dove andremo noi, Brontu Dejas, — diceva zia Bachisia, e univa le mani gialle e storte come artigli. — Pensa dove andremo noi, Brontu, anima mia!

Lui si sentiva tremare il petto. Avrebbe voluto abbracciare la vecchia e gridarle: «Verrete a casa mia!» Ma non aveva il coraggio.

Non aveva soldi con sè. Ma decise di tornare subito in paese, anche perchè voleva accompagnare la vecchia. Uscì e gridò a Giacobbe di sellargli il cavallo.

— Che cosa è successo? — chiese il servo. — È morta tua madre, Dio l'abbia in gloria?

— No, — rispose Brontu con calma. — Non è successo niente che ti interessi.

Giacobbe cominciò a sellare il cavallo. Moriva dalla curiosità di sapere perchè zia Bachisia era venuta e perchè Brontu tornava in paese.

— Che voglia dei soldi? Lui non ne ha qui, e torna a prenderli per darglieli. — Senti, Brontu? — chiamò.

E quando l'altro gli fu vicino, gli disse:

— Se quella donna vuole dei soldi e tu qui non ne hai, te li do io...

— Sì, vuole dei soldi in prestito, — rispose Brontu a voce bassa, tutto allegro. — Ma io torno in paese. E anche se ne avessi qui, tornerei lo stesso, perchè stasera posso vedere Giovanna, posso entrare in casa sua. Voglio parlare, finalmente. Farò da solo quello che voi asini non avete saputo fare.

— Uomo! — gridò Giacobbe, irritato. — Tu diventi pazzo!

— Ebbene, lasciami diventare pazzo. Ecco, stringi quella cinghia. Ah, tu gonfi la pancia, cavallino, — disse poi al cavallo. — Non ti piace un viaggio di sera? Che cosa dirai quando la vecchia ti salirà sulla schiena?

— Anche questo? — gridò Giacobbe.

— Anche questo, sì, che cosa ti importa? Non è mia suocera?

— Tu corri troppo, davvero. Attento a non romperti il collo, uccellino di primavera... Ah! Ah! Ah! Vuoi fare sul serio davvero? — cominciò a borbottare il servo. — Vuoi sposare quella pezzente, quella donna sposata? Tu che potevi sposare un fiore? E Costantino Ledda è innocente. Ah, ma lui tornerà, te lo dico io che tornerà.

— Lasciami in pace, Giacobbe. Pensa ai fatti tuoi. Metti una bisaccia sulla schiena del cavallo. Zia Bachisia?

Giacobbe corse dentro la capanna e urtò la donna, che stava uscendo.

— Vergognatevi! — le disse, tremando. — Siete peggio di una pezzente! Ah, parlerò io con Giovanna, parlerò io...

— Tu sei pazzo, — rispose zia Bachisia. Poi disse a bassa voce un insulto terribile. E uscì.

Poco dopo lei e Brontu partirono. Giacobbe li vide allontanarsi nell'ultima luce della tanca solitaria. Andavano via per il sentiero sottile, dietro i cespugli, dietro le macchie, dietro il fumo della brughiera che bruciava. Lo prese una rabbia impotente. Si strappò il berretto dalla testa e lo buttò lontano. Poi andò a riprenderlo. Poi bastonò il cane, che cominciò a guaire. Il lamento acuto e straziante del cane riempì l'immenso silenzio della sera. L'eco ripeteva quella voce indescrivibile, che sembrava il pianto di un fantasma disperato.

E venne la notte. Giacobbe andò a dormire sul letto di pelli che Brontu aveva lasciato poco prima. Sentì l'odore dell'acquavite. Si alzò, cercò la bottiglietta del padrone e bevve. Poi tornò a letto. Anche lui sentì qualcosa che gli bolliva nel petto, che gli riempiva il cuore. Gli saliva alla testa con un gorgoglio e gli bruciava gli occhi. La rabbia gli uscì dal cuore, ma una grande tristezza lo vinse tutto.

Dall'apertura della capanna vedeva il chiarore rosso dei cespugli bruciati. Piano piano vinceva l'ultima luce azzurra della sera. Insieme, le due luci prendevano un colore viola, di una tristezza indescrivibile. Ogni tanto il cane guaiva ancora. Ah, che dolore, che dolore! Perchè lui, Giacobbe, aveva bastonato il povero cane? Che cosa gli aveva fatto? Niente. Ne provava un rimorso acuto, tenero e inutile: un rimorso da ubriaco. E nello stesso tempo il guaire del cane lo irritava. Gli veniva voglia di alzarsi e di bastonare ancora la povera bestia.

All'improvviso si ricordò di Brontu e di zia Bachisia, che da qualche momento aveva dimenticato. E fece un salto. Che cosa sarebbe successo quella sera? Giovanna avrebbe detto di sì? Ah! Ah! Ah! Uccellino di primavera! Perchè quel cane guaiva ancora? Sembrava la voce di un morto. La voce di zio Basilio Ledda, il vecchio avvoltoio assassinato. Poh! Poh! I morti non parlano più. Quello era l'urlo di un cane, nient'altro che l'urlo di un cane.

Giacobbe rise piano piano, fra sè, e cominciò ad addormentarsi. Gli occhi pesanti si chiusero e non videro più quel fondo viola e spento, che pesava come una tenda sull'apertura della capanna. Gli sembrò che un sacco pieno di una materia molle ma pesante gli cadesse addosso. Non poteva più muoversi. Ma in quell'immobilità c'era qualcosa di dolce e di piacevole.

Poi cominciò a fare mille sogni confusi. Fra le altre cose, sognò di essere morto per un morso di vipera. La sua anima era entrata nel corpo di un cane. Questo cane, piccolo, magro e giallo, girava nella cucina di zia Bachisia in cerca di ossa. Costantino sedeva vicino al focolare. Era vestito di rosso, con una grande catena ai piedi. All'improvviso vide il cane e gli lanciò la catena. La testa dell'animale rimase presa, stretta da un anello di ferro. E Giacobbe, pieno di terrore, cercava di parlare per farsi riconoscere. Si svegliò sudato e gridò:

— Uccellino di primavera!

Era notte fonda. Sotto il cielo sereno pieno di grandi stelle gialle, la *tanca* deserta era tutta rossa per la luce dei cespugli in fiamme.

Giacobbe restò a lungo sveglio, girandosi e rigirandosi. L'effetto dell'acquavite gli era passato, ma gli aveva lasciato la bocca salata e secca. Si alzò e bevve. Poi si ricordò che la sera prima non aveva mangiato. E restò a lungo in piedi, pensieroso, sull'apertura della capanna, con il viso illuminato dalla luce dell'incendio.

— Mangiare, non mangiare? — si chiedeva, senza accorgersi della sua domanda.

Guardò le stelle. Era quasi mezzanotte. Che cosa aveva concluso quella piccola bestia del padrone? Giacobbe fu ripreso da un'ondata di rabbia, soprattutto contro zia Bachisia. Lei era arrivata fin lì, senza vergogna, per spingere il pazzo progetto del giovane padrone. Infatti, si capiva bene, il prestito era soltanto una scusa della vecchia arpia. Voleva attirare Brontu, spingerlo a decidere, convincerlo. Ah, era odiosa quella donna. Non aveva coscienza? Non credeva in Dio? A queste domande Giacobbe Dejas diventò di nuovo pensieroso. Poi tornò a letto, chiedendosi se aveva fame e se doveva mangiare.

No. Non aveva fame, nè sete, nè sonno. Non trovava pace nè disteso, nè seduto, nè in piedi. Per distrarsi un poco cominciò a sbadigliare apposta e a dire ad alta voce cose senza senso. Però continuava a pensare a *quella cosa*. Era orribile, orribile! Far sposare una donna già sposata! E se Costantino tornava? Chissà: tutto nel mondo è possibile. E anche se il condannato non tornava... ebbene, e il figlio? Che cosa avrebbe detto il figlio, diventato grande, quando avesse saputo che sua madre aveva due mariti? Chi aveva fatto quella legge? Ah! Oh! Erano proprio stupidi gli uomini della legge! Giacobbe rise forte. Ma dentro, in fondo al cuore, aveva tutt'altra voglia che di ridere.

Si alzò di nuovo, riprese la bottiglietta dell'acquavite e pensò:

— Se Brontu chiede chi ha bevuto l'acquavite, peggio per lui. Gli dirò che l'hanno bevuta i topi. Ah! Oh! Ah!

Rise di nuovo, bevve e tornò a letto. Si riaddormentò e sognò di essere da sua sorella. Le raccontava il sogno del cane, di Costantino e della catena.

Quando si svegliò, il sole era già sorto sul confine dell'altipiano, dietro una linea di vapori azzurri. La mattina era un po' fredda e velata. Tutte le macchie, i cespugli, le stoppie e le erbe tenere e chiare brillavano di rugiada ai raggi bassi del sole. E di nuovo gli uccelli si muovevano fra i cespugli. Cantavano, partivano a gruppi e giravano con eleganza nell'aria piena di vapori. A volte il loro canto, fitto e sussurrato, diventava così forte che sembrava una pioggia di cristallo e di metallo. Qualche fischio acuto e qualche grido rauco di corvo si sentivano sopra quel coro tremante e metallico, leggero come un velo d'argento. Poi tutto spariva nel silenzio profondo della pianura.

Giacobbe uscì, stirandosi e sbadigliando. Sbadigliava così forte che le mascelle gli scricchiolavano. Tutto il suo viso senza peli si raggrinziva intorno alla bocca tutta aperta. E gli occhietti obliqui, gialli al sole, lacrimavano come quelli di un cane.

— Ebbene, — pensò, stringendosi lo stomaco con le mani, — mi sento dei crampi qui. Che cosa ho fatto ieri sera?

Andò ad aprire gli ovili. Il montone dalle corna ritorte uscì, annusando il terreno. Un gruppo giallo di pecore lo seguì, spingendosi e annusando il terreno. Altri gruppi seguirono, e gli ovili si svuotarono. Ma Giacobbe restò immobile vicino alla siepe, e aspettava pensieroso.

— Sì, ieri sera non ho mangiato. Ho bevuto l'acquavite del padrone e ho sognato. Ah, sì! sì! Costantino, il cane, mia sorella Annarosa. Ebbene, che sia dannato, perchè non torna, il piccolo rospo? — pensò, scuotendosi. — Mi sono ubriacato come una bestia. L'uomo ubriaco, — pensò poi, mentre tornava verso la capanna, — è come una bestia. Non si accorge più di niente e dice ad alta voce i suoi pensieri. Questo è pericoloso, Giacobbe Dejas, testa pelata, mettitelo bene in testa. Ah no, no, non berrò mai più, che il Signore mi castighi.

Poco dopo tornò il padrone. Giacobbe lo guardò fisso e sorrise.

— Ah, — disse, e gli andò incontro tutto premuroso. — Hai la faccia di un uomo bastonato. Che cosa ti è successo, uccellino di primavera?

— Niente. Levati di lì.

Ma l'altro non era d'accordo. Cominciò a girare intorno a Brontu, affettuoso e saltellante come un cane. Chiedeva e insisteva per sapere. E il giovane si sfogò, anche perchè ne aveva un grande bisogno. Ebbene, sì, Giovanna lo aveva cacciato via, come si caccia un mendicante fastidioso. Gli aveva chiesto se non sapeva che lei aveva un figlio. Un giorno quel figlio poteva sputarle in faccia e dirle: «Perchè hai due mariti?»

— Anima mia, lo sapevo! — gridò Giacobbe, e fece un salto di gioia.

— Che cosa sapevi tu?

— No, che lei ha un figlio.

— E questo lo sapevo anch'io. Ecco, lei mi ha cacciato, ecco tutto. Dalla strada ho sentito madre e figlia litigare con durezza.

Dopo questo, Brontu cercò la sua bottiglia di acquavite. Giacobbe si sentiva allegro e aveva voglia di ridere.

— Ecco, — disse, — stanotte i topi hanno bevuto la tua acquavite: ah! ah! ah! Ma ce ne deve essere ancora. Ce n'è ancora.

Brontu bevve avidamente, senza rispondere. Poi, con rabbia, gettò la bottiglia contro il servo, che la prese al volo. E come Brontu aveva bevuto per il dolore, Giacobbe bevve per la gioia.

### Glossario

- **scudi**: vecchie monete d'argento; uno scudo valeva cinque lire.
- **fuso**: strumento di legno per filare la lana.
- **sego**: grasso di animale, usato per ungere il cuoio.
- **Maria Petténa**: personaggio che fa paura ai bambini, perchè non vadano al sole (vedi nota 3).
- **mela cotogna**: frutto giallo e profumato, simile a una grossa pera.
- **scisto**: pietra scura che si divide in lastre sottili.
- **tegole**: pezzi di terracotta che coprono il tetto.
- **siepe**: fila di piante o di rami spinosi intorno a un campo o a un recinto.
- **stoppie**: quello che resta del grano nei campi dopo la mietitura.
- **asfodelo**: pianta selvatica dei pascoli, con fiori bianchi.
- **piattole**: insetti schifosi; qui è un insulto.
- **sanguisughe**: piccoli vermi d'acqua che succhiano il sangue; si usavano come medicina.
- **avvoltoio**: grande uccello che mangia gli animali morti; qui, persona avida.
- **brughiera**: terreno selvatico coperto di piccoli cespugli.
- **corbezzoli**: piccoli alberi selvatici con bacche rosse o gialle.
- **rauco**: basso e ruvido, come la voce di chi ha mal di gola.
- **Vicerè**: chi governava la Sardegna al posto del re, nei tempi antichi.
- **Santu Iuanne Battista meu**: in sardo: «San Giovanni Battista mio».
- **guaire**: il lamento acuto del cane quando ha dolore o paura.
- **ovile**: recinto o riparo dove stanno le pecore del pastore.
- **annusando**: sentendo l'odore con il naso.
- **bisaccia**: grande borsa doppia che si mette sul cavallo.
- **testa pelata**: insulto per un uomo senza capelli; qui Giacobbe lo dice a se stesso.

## VIII.

Circa tre anni dopo la condanna, una mattina alla fine dell'estate, Costantino si svegliò di cattivo umore. Il caldo era pesantissimo e nella camerata c'era un odore disgustoso. Un condannato russava e sbuffava come una pentola che bolle.

Costantino aveva dormito con l'ultima lettera di Giovanna sotto la testa. Era una lettera breve e tristissima. Diceva che Giovanna e sua madre erano molto povere, e che il bambino era gravemente malato.

Costantino non pensava nemmeno che era crudele scrivergli in quel modo. Lui voleva la verità, anche se era triste. Gli sembrava che fosse un suo dovere dividere i dolori di Giovanna. E anche soffrire per la disperazione di non poterla aiutare. Era un dovere inutile, purtroppo, e lui lo sentiva. E questo aumentava il suo dolore.

Era diventato un calzolaio abile e lavorava con impegno, ma guadagnava pochissimo. E mandava tutto il guadagno a Giovanna. Toglieva solo quello che il *re di picche* voleva per i suoi buoni servizi.

— Parola d'onore, — gli diceva l'ex-maresciallo, — tu sei uno sciocco. Mangiateli, i soldi. Dovrebbero mandarteli loro.

— Sono così povere.

— Eh, no! Loro hanno il sole. Che cosa vogliono di più? — diceva l'altro. — Se tu mangiassi e bevessi, faresti un'opera di carità. Sei magro come uno stecco, vedi, caro amico. Io invece sto bene. Eh, io, mio caro, io divento grasso. Il mio lardo è fatto di vento; non fa niente, ma divento grasso.

Infatti ormai sembrava una palla. Ma il suo grasso era vuoto, molle, giallo. Costantino invece era diventato magrissimo. Aveva gli occhi infossati e le mani quasi trasparenti.

— Il sole! — pensava con amarezza. — Ah, sì, loro hanno il sole! Ma a che cosa serve il sole, quando non si ha da mangiare? Quando si è malati e si soffre in tutti i modi?

Era una stupidaggine, sì. Ma qualche volta, pensando così, piangeva come un bambino.

Eppure sperava sempre. Gli anni passavano. I giorni cadevano lenti e uguali, uno dopo l'altro, come gocce d'acqua in una grotta, dalla pietra sulla pietra. Quasi tutti i condannati speravano nella grazia. Soprattutto quelli che avevano pene non troppo lunghe. Passavano il tempo contando i giorni passati e quelli che mancavano. Li contavano con una precisione sorprendente, senza mai sbagliare di un giorno.

Alcuni erano così bravi che contavano perfino le ore. Costantino diceva che era una cosa stupida. E sorrideva, perchè pensava che si poteva morire prima dell'ora. Oppure si poteva essere liberati prima. Tutto era nelle mani di Dio. Del resto anche lui sperava di essere liberato prima del tempo. Ma quell'ora era così lenta, così lenta ad arrivare! Lo sentì bene quella mattina, quando si svegliò e toccò la carta calda della lettera di Giovanna.

Si alzò e si vestì sospirando. Il compagno alla sua destra non russò più. Aprì un occhio velato e guardò Costantino come se non lo riconoscesse. Poi richiuse l'occhio.

— Ti senti male? — chiese, perchè sentiva Costantino sospirare. — Ah, è vero, tu hai il bambino malato. Perchè non lo dici al Direttore?

— Perchè dovrei dirlo al Direttore? Mi metterebbe in cella, ecco tutto, se sapesse che ricevo notizie così.

— E a *pane e pollastro*, — disse una voce ironica. Voleva dire a pane e acqua.

Un altro rise. Costantino sentì tutta l'indifferenza degli uomini fra cui viveva. Gli sembrò di essere solo, perduto in un deserto ardente, dall'aria disgustosa.

Andò al lavoro. Aspettava con ansia l'ora dell'*aria*, per poter parlare con il *re di picche*. Non stimava per niente quell'uomo grasso e giallo, eppure ne aveva bisogno. Era il suo unico conforto. Solo lui lo capiva, aveva pietà di lui, lo aiutava. Si faceva pagare, è vero, ma che cosa importava? Era indispensabile a molti condannati, e soprattutto al suo compatriota. Costantino pensava già, con un dolore egoista, al giorno in cui il *re di picche* sarebbe andato via. Sarebbe uscito dopo aver scontato i suoi anni di pena.

Quel giorno arrivò nella camerata dei calzolai un nuovo condannato. Era un uomo del Nord, sottile e lungo. Aveva il viso grigio, pieno di rughe, e due piccoli occhi bianchi. Era impossibile capire quanti anni avesse. Ma i compagni risero quando disse di avere ventidue anni. Subito si lamentò del caldo e della puzza di pece che riempiva l'aria.

Ah, lui non era un ciabattino, no. Era figlio unico di un ricco commerciante di scarpe all'ingrosso: insomma, anche lui era un signore. E subito cominciò a raccontare la sua storia dolorosa. Aveva ucciso un suo rivale in amore. L'altro lo aveva provocato, e lui gli aveva sparato; nient'altro. La donna, la prima causa del delitto, era malata di petto. E ora, per il dolore, stava morendo. Moriva; nient'altro. Ah, c'era poi un'altra cosa. Il condannato aveva lasciato un figlio, un bambino di pochi anni, suo e della donna malata. Se lei moriva, il bambino restava senza madre e abbandonato.

Costantino fece un salto. Non perchè il racconto del condannato lo toccasse. Ma perchè quel bambino e quella donna gli ricordavano Giovanna e Malthineddu malato.

Il nuovo arrivato aveva cominciato subito a lavorare con abilità, tagliando un paio di suole. Finalmente stava zitto, con la testa bassa, attento al lavoro. Il labbro di sotto gli tremava, come ai bambini che stanno per piangere. Costantino lo vide e pensò che quell'uomo doveva soffrire molto. Ma gli altri restavano indifferenti al suo dolore. E così anche lui non poteva partecipare al dolore degli altri. Si sentì soltanto ancora più triste, e ancora più impaziente di uscire.

Quando vide il *re di picche*, lo portò vicino al muro caldo, in un angolo d'ombra. Ma non seppe dirgli niente di quello che soffriva. A che cosa serviva?

Gli raccontò invece la storia del nuovo condannato. L'altro alzò le spalle, poi si voltò, sputò sul muro e disse:

— Se vuole, può scrivere anche lui, ma raccomando prudenza. C'è qualcuno che sospetta qualcosa.

— Come faremo, — chiese poi Costantino, pensieroso, — come faremo quando lei non sarà più qui?

— Tu vorresti che io restassi sempre qui, mascalzone? — disse l'altro, scherzando.

— Dio me ne liberi! No. Anzi, le auguro di andare via presto, domani...

Il *re di picche* sospirò. — Ahimè! — diceva. I suoi nemici trovavano sempre nuovi trucchi da diavoli per tenerlo dentro. Non sperava più nella grazia. Ma comunque il tempo della liberazione si avvicinava. Allora, continuava, sarebbe andato dal re e gli avrebbe raccontato come stavano le cose. Il re avrebbe ordinato subito di rifare il processo. E al *re di picche*, riconosciuto innocente, avrebbero subito ridato il suo posto. Chissà, forse anche una medaglia, per fare compagnia alle altre.

Inoltre prometteva a tutti, e soprattutto a Costantino, di farli graziare appena tornato libero.

— E va bene! — concludeva, approvandosi da sè. A forza di fare promesse, finiva per credere di doverle mantenere.

— Domani! Magari fosse vero! Sarebbe un bene per tutti.

— Bene o male! — rispose Costantino.

— Del resto, — continuò l'altro, — quando io sarò fuori, tu forse non avrai più bisogno di me.

Subito si pentì di quelle parole. Ma vide che Costantino scuoteva la testa, poco convinto. Pensò: — Forse crede che io parli della grazia. — E lo guardò con sincera pietà.

— Ma tu sei innocente? Sei veramente innocente? — gli chiese. — Ormai puoi dirmi tutto, caro amico. Ricordati che la prima volta che te l'ho chiesto, mi hai detto: che io non possa rivedere mio figlio, se sono colpevole!

— Questo è vero! E ora lei vuol dire che forse non rivedrò mio figlio? Sia fatta la volontà di Dio, ma io sono innocente.

Il *re di picche* si voltò di nuovo verso il muro e sputò ancora.

— Abbi pazienza, mio caro, abbi pazienza. Abbi pazienza, — disse a Costantino. E la sua voce era calda e sincera.

Il *re di picche* si credeva un uomo superiore. Aveva una grande stima di sè stesso, perchè stimava le persone oneste. Per questo aveva cominciato a voler bene, a modo suo, a Costantino. Sapeva che era tanto buono e che aveva un'anima semplice. Era un'anima fatta di un metallo così puro che neppure la grande corruzione del penitenziario poteva rovinarla.

Ebbene, l'ex-maresciallo si permetteva di leggere le lettere che arrivavano per il condannato. Da poco ne era arrivata una anonima, scritta malissimo. Aveva certe grandi lettere che sembravano insetti e piccoli mostri. Ma quegli insetti velenosi e quei piccoli mostri facevano paura. Dicevano che Giovanna, la moglie del condannato, si lasciava fare la corte da Brontu Dejas. E dicevano che zia Bachisia voleva fare un viaggio a Nuoro. Voleva proporre a un avvocato la causa di divorzio di sua figlia.

L'ex-maresciallo si arrabbiò come un cane. Il suo amico Delegato, che lavorava alla sua grande opera, lo sentì brontolare. Gonfiava enormemente le guance gialle.

— Sono stupidi. Stupidi! Sardi asini! — pensava il *re di picche*. — Perchè glielo scrivono? Che cosa può fare lui, se non battere la testa contro il muro?

Non consegnò la lettera. E ogni volta che vedeva il condannato, lo guardava con profonda pietà. Ed era felice, per conto suo, di sentirsi così buono.

Il bambino morì tre giorni dopo, e Costantino ricevette direttamente la notizia. Pianse in silenzio, nascondendosi. Davanti ai compagni di lavoro e di sfortuna volle mostrarsi forte. Arnolfo Bellini, quello che aveva l'amante malata, seppe della disgrazia del condannato sardo. E cominciò a piangere in modo strano, con certe grida da gallina. Il suo visetto grigio di bambino vecchio era così ridicolo nel pianto che l'abruzzese si mise a ridere. Era quello che litigava sempre con il fratello. Un altro condannato punse con la lesina la coscia dell'abruzzese. Lui non rise più e fece un salto. Disse: — Ahi! — e non protestò.

Costantino guardò il Bellini con meraviglia, scosse la testa e si mise a lavorare. Tutti tacquero, e l'uomo del Nord si calmò del tutto. Sotto la volta bassa c'era una luce bianca e cruda, che veniva dal cortile pieno d'ombra. Il caldo intenso faceva uscire un odore acuto dal cuoio, dalle mani sudate e dai piedi dei condannati.

Questi condannati erano tredici. Li sorvegliava sempre un guardiano alto, con i baffi rossi, che non parlava mai. Avevano la stessa divisa, gli stessi capelli corti e il viso rasato. Avevano anche la stessa espressione un po' stupita. Per questo si somigliavano, e sembravano fratelli o almeno parenti. Eppure mai come quel giorno Costantino si era sentito così estraneo, così lontano dai suoi compagni di pena.

Cuciva, cuciva, curvo, con una scarpa fra le gambe, sopra il grembiule di cuoio. Ogni tanto guardava attentamente la scarpa. Poi tornava a cucire, e tirava lo spago con tutte e due le mani, quasi con rabbia. Ah, sì, bisognava lavorare, ora che il bambino era morto. Aveva amato molto il bambino? Non lo sapeva; forse non molto. Lo aveva visto una volta sola, a Nuoro. Lo aveva visto attraverso la rete metallica della stanza dei colloqui, in braccio a Giovanna che piangeva. Il bambino aveva un visetto rosso, un po' ruvido come certe albicocche mature. Aveva gli occhietti lucenti e violacei come due acini d'uva, coperti dalla frangia della cuffietta. Durante il colloquio aveva pianto e strillato. Aveva paura dei guardiani immobili e rigidi, e di quella rete metallica. Le sue manine rosa si aggrappavano alla rete, tutte agitate.

Costantino non aveva altri ricordi del suo bambino. Gli anni erano passati, e lui se lo immaginava sempre così: piangente, rosso, con gli occhietti violacei nascosti dalla frangia della cuffietta rossa. Ma aveva sempre pensato al futuro. Malthineddu un giorno sarebbe diventato grande. Avrebbe saputo guidare il carro, montare a cavallo, seminare, mietere. Sarebbe stato il conforto e l'aiuto di sua madre. Ah! il condannato sperava sempre di tornare presto al suo paese. Ma se qualche volta sentiva che questa speranza era inutile, pensava subito a suo figlio. E lo amava per amore di Giovanna. Lo amava più per lei che per quell'affetto egoista che nasce dall'abitudine e dalla vicinanza.

Ora il bambino era morto. Il sogno era morto. Sia fatta la volontà del Signore. Ma Costantino soffriva profondamente pensando al dolore di sua moglie.

Quel giorno il *re di picche* rivide il suo caro compatriota all'ombra calda del muro. E capì subito che Costantino soffriva più per sua moglie che per la morte del bambino. Ma cominciò a confortarlo in modo strano, con ironia:

— Ebbene, mio caro, sei pazzo a disperarti così. Pensa a te. Pensa che il Signore, come dici tu, ha richiamato a sè l'anima innocente. E forse lo ha fatto per il suo bene.

— Perchè? — chiese Costantino. Aveva la testa bassa, le braccia abbandonate e le mani aperte. — Perchè era povero?

Quel giorno il *re di picche* voleva fare il filosofo. Disse che la povertà non era un male, tutt'altro. Forse era un bene, anzi, era proprio un bene.

— Ci sono altri mali, caro amico. Pensa a te; tua moglie si consolerà.

— Ah, già, lei ha il sole! — disse Costantino, e chiuse le mani. — Questo sole che brucia! Ah, che cosa se ne farà lei del sole, ora?

— Pof! Pof! Pof! — cantò piano l'altro, e gonfiò tre volte le guance grasse e gialle. Poi si distrasse e si guardò bene bene l'unghia del mignolo destro. Infine disse ad alta voce:

— Dimmi tu, caro amico: e se tua moglie prendesse un altro marito?

Costantino non capì bene. Però le sue braccia diventarono rigide.

— Lei farebbe bene a non dirmi queste cose, oggi, — disse con voce addolorata.

— Pof! Pof! Pof! — cantò di nuovo l'ex-maresciallo, e gonfiò di nuovo le guance.

Breve silenzio. Poi:

— Ecco, caro compatriota, tu non mi hai capito bene. Tua moglie è onesta, non ne dubito. Ma io dico: e se si risposasse davvero? Non capisci ancora? Questo cristiano è di una semplicità sorprendente! Parola d'onore, sembri un uomo libero, tanto sei ancora innocente. Possibile, — gridò poi, — che tu non sappia che ora c'è il divorzio? Una donna con il marito condannato a più di dieci anni può fare divorzio. E può sposarsi con un altro uomo.

Costantino alzò la testa. I suoi occhi infossati si aprirono, rotondi e grandi. Ma subito si chiusero di nuovo a metà.

— Giovanna non lo farà, — disse.

Un altro breve silenzio.

— Giovanna non lo farà! — ripetè fra sè il condannato. Ma intanto sentì una cosa strana. Era come se un coltello freddo gli tagliasse il cuore in due parti. Una parte sentiva un dolore atroce. L'altra urlava: — Non lo farà! — Tutte e due le parti, poi, si erano completamente dimenticate del bambino morto.

— Non lo farà! — urlava sempre una parte del cuore. L'altra si lasciò convincere e si riunì alla prima. E insieme tornarono a ricordare il dolore di prima.

— Ecco, — diceva il *re di picche*, — anch'io credo che non lo farà. Ma dimmi una cosa, carissimo amico. Ora il figlio è morto. Ora la madre non ha più speranza nè in lui nè in te. Non farebbe bene a fare quella cosa? Ecco, io dico che sarebbe stupida a non farla, se avesse l'occasione.

— Brontu Dejas! — pensò Costantino. Ma ripetè: — No, non lo farà.

— Ma tu sei un cretino, mio caro. E se lei lo facesse, non sarebbe giusto?

— Ma io tornerò.

— Che cosa ne sa lei?

— Ma io glielo scrivo sempre, glielo scriverò sempre.

Il *re di picche* ebbe voglia di ridere. Ma si arrabbiò con sè stesso per questa voglia e rimase pensieroso. Poi disse, come se rispondesse a una sua domanda segreta:

— È una sciocchezza.

— Sì! — rispose subito Costantino. Ma intanto pensava a Brontu Dejas, alla sua casa con il portico, alle sue *tancas* e alle sue greggi. E pensava alla miseria di Giovanna. E ahimè, ora tutte e due le parti del suo cuore sentivano il dolore della ferita.

Quella stessa notte scrisse a Giovanna per consolarla. Le ripeteva che sperava sempre nella misericordia di Dio. «Forse Dio, — scriveva, con il suo buon senso, — ha voluto metterci ancora alla prova. Ci ha tolto il frutto che avevamo concepito nel peccato. Sia fatta la sua volontà. Ma ora un presentimento mi dice che si avvicina l'ora della mia liberazione».

Poi pensò a lungo. Si chiedeva se doveva scrivere di *quella cosa* orribile di cui aveva parlato l'ex-maresciallo. Ma no. Si credeva abbastanza furbo da non parlarne nemmeno. Giovanna doveva credere che lui non sapesse neppure che quella legge infernale esisteva.

Dopo averle scritto, fu più tranquillo. Ma un piccolo tarlo, senza pietà, cominciò a rodergli il cervello e a stridere. E da quel giorno il *re di picche*, con una pietà crudele, continuò a versargli nel sangue quel terribile veleno.

— Bisogna che si abitui, — pensava l'ex-maresciallo. — Altrimenti quest'anima semplice muore di crepacuore.

Qualche volta pensava che forse era meglio lasciarlo morire. Poi si ricordava di avergli promesso la grazia. Gli sembrava di poter riuscire a ottenergliela. Allora tornava a tormentarlo, perchè non morisse quando Giovanna avrebbe chiesto il divorzio. Era sicuro che lei ci pensava già. E si irritava quando Costantino parlava di lei con amore.

— Caro, carissimo, — gli disse sbuffando, un giorno d'ottobre. — Tu non conosci le donne. Anfore vuote, ecco, nient'altro che anfore. Una volta sono stato fidanzato anch'io. Ti sembra impossibile? Sì, sembra impossibile anche a me, guarda! E poi? Ecco tutto: lei mi tradiva già, ancora prima del matrimonio. Ecco tutto. Del resto, tu mi fai arrabbiare. Ora tua moglie si trova in un caso diverso. È povera, è giovane, ha del sangue nelle vene. Ha o non ha del sangue nelle vene? Se questo Dejas la vuole sposare, lei è un'oca a non prenderselo.

— Chi, Dejas? Chi glielo ha detto?... — domandò Costantino, meravigliato.

— Oh, non me lo hai detto tu?

A Costantino sembrava di non averne mai parlato. Ma da qualche tempo aveva le idee così confuse! Oh, Dio buono, o San Costantino bello! Come aveva fatto a parlare di colui?

— Ebbene, sì, — disse all'improvviso, — ho paura. Lui le ha fatto la corte, la voleva sposare. Ah, è un ubriacone, senza sapore come il fango. No, lei non farà mai quella cosa orribile. Parliamo d'altro, per carità.

E parlarono d'altro, sempre in dialetto sardo, perchè gli altri condannati non capissero. Parlarono dello studente tisico, che si avvicinava sempre di più alle porte dell'altro mondo. Parlarono di Arnolfo Bellini, che piangeva stupidamente ogni volta che vedeva lo studente. E del Delegato, che passeggiava intorno alla fontana. E della gazza, che dimagriva e perdeva le piume per la vecchiaia.

Pettegolezzi, odi, rancori, amori, vigliaccherie e scherzi legavano e spingevano i condannati fra loro. Li legavano anche ai guardiani e ai superiori. Costantino restava insensibile a tutto. Lui, lo studente e il Delegato sembravano vivere lontani da tutti gli altri. Si avvicinavano soltanto all'ex-maresciallo. Lui era il centro di quasi tutti i fatti segreti del penitenziario. Restava superiore a tutti, indispensabile a tutti.

Molti invidiavano la confidenza che lui concedeva a Costantino. E pregavano Costantino di chiedere al *re di picche* certi favori per loro. Il condannato alzava le spalle. Alcuni gli offrirono dei soldi, e lui fu tentato di prenderli. Lo vinceva il desiderio angoscioso di aiutare Giovanna il più possibile: non pensava ad altro.

Il *re di picche*, con le sue continue allusioni, pungenti come spilli, gli diventava sempre più odioso. Un giorno litigarono sul serio, e per qualche tempo non si salutarono. Ma Costantino si sentiva soffocare. Gli sembrava di essere di nuovo in cella, diviso per sempre dal mondo di fuori. E fu lui il primo a umiliarsi e a chiedere pace.

L'autunno avanzava. L'aria era più fresca. Il cielo sembrava di velluto azzurro, tenero, lontano, dolce come un sogno. Qualche giorno il vento portava un profumo di frutta matura.

Costantino si sentiva meno oppresso, ma pieno di malinconia. Cominciava a diventare anemico, perchè si privava di tutto per mandare i soldi a Giovanna. Tutti gli altri condannati ricevevano soldi, chi più chi meno. Lui solo si privava perfino dei soldi che guadagnava.

— Io non capisco, — diceva l'ex-maresciallo. — Tu diventi rosso e sembri ringiovanire; ma sei trasparente, mio caro.

A volte Costantino si sentiva bruciare il viso, e il sangue gli tuonava nella testa. Poi cadeva in una grande stanchezza e soffriva di nostalgia. Ne soffriva come neppure il primo anno. Vedeva il grande altipiano addormentato nella quiete dell'autunno, giallo sotto il cielo chiaro. Vedeva le montagne battute dal sole tiepido. Sentiva il profumo della poca frutta e delle vigne che maturavano tardi, in quel paese di pastori e di api. Vedeva le volpi, le lepri, gli alveari, gli uccelli selvatici, i cavalli, le siepi coperte di more. Erano tutte le cose che avevano interessato e riempito la sua infanzia. Era stata un'infanzia infelice e ribelle, eppure piena di gioie selvagge. Poi ricordava lo zio, il vecchio avvoltoio crudele. Lo aveva tormentato da vivo, e anche dopo la morte lo tormentava così. Allora sentiva un'ondata di odio contro il morto. Poi pensava: — Ora non esiste più niente! — E si pentiva e pregava per la sua anima.

Non odiava nessun altro; nessuno, nessuno. Neppure il vero assassino. Neppure Brontu Dejas, a cui del resto non aveva ancora niente da rimproverare. Neppure il *re di picche*, che lo torturava continuamente. Non aveva la forza di odiare. Sentiva nel sangue una dolcezza triste, come chi sta per addormentarsi. E da questa dolcezza triste e stanca nasceva solo un sentimento d'amore. Era tenero, dolce, morbido come il velluto, malinconico come il cielo d'autunno. E quel sentimento era tutto per lei, era lei. Lui pensava sempre a lei, sempre a lei, sempre a lei.

Più il tempo passava, più lui sentiva di amarla. Lei era la patria lontana, la famiglia, la libertà, la vita: tutto, tutto era in lei. Era la speranza, la fede, la forza, la serenità, la gioia di vivere. Era la sua anima.

Quando il crudele *re di picche* lo minacciava con *quella cosa* orrenda, era come se lo minacciasse di morte. Pur di non perdere Giovanna, sarebbe rimasto volentieri quarant'anni in prigione. E nello stesso tempo desiderava la libertà proprio per non perdere Giovanna.

Quell'inverno soffrì molto il freddo. Aveva il viso livido e le unghie livide. Nelle ore d'*aria* si metteva al sole e batteva i denti come un vecchietto. Voleva confessarsi spesso. E raccontava al giovane cappellano tutte le ansie che provava.

— Chi vi ha messo in testa queste idee, caro figliolo? — chiese il confessore. E i suoi occhi neri mandavano lampi.

— Un mio compatriota, l'ex-maresciallo Burrai. Il *re di picche*, insomma.

— *Che Dio te strabenediss...* — mormorò il cappellano, e diventò pensieroso. Lui conosceva bene il *re di picche*!

Cercò di consolare il condannato. Poi gli chiese se Giovanna gli scriveva, e che cosa scriveva. Ahimè, ora lei scriveva raramente, poche righe. Dopo la morte del bambino sembrava che non avesse più niente da dire. Ultimamente aveva scritto che al paese faceva molto freddo. La neve era caduta due volte. E l'ultima volta un uomo era morto di freddo, mentre attraversava le montagne. Inoltre, aggiungeva Giovanna, una grande carestia colpiva il paese.

Tutto questo dava a Costantino un'angoscia insopportabile. Spesso sognava di essere portato a Nuoro e liberato. Da lì partiva a piedi verso il suo paese. Aveva freddo, non poteva andare avanti, moriva, moriva... E si svegliava gelato, con il cuore stretto da un'angoscia terribile.

Il confessore gli disse:

— Voi siete tanto debole, caro fratello. È la debolezza che vi fa venire questi brutti pensieri. Vostra moglie è una buona cristiana; non vi farà mai nessun torto. Su, toglietevi dalla testa le brutte idee. Avete bisogno di diventare più forte. Mangiate, bevete qualche cosa. Guadagnate?

— Un poco; ma mando tutto a mia moglie, perchè è così povera. Oh, io mangio abbastanza. No, non sono debole. E bere non mi piace; mi dà la nausea.

— Ebbene, state tranquillo. Parlerò io con il Burrai... Vi lascerà in pace.

Infatti parlò con il *re di picche*. Lo sgridò per le idee tristi che metteva in testa al Ledda.

— È un povero ragazzo, è anemico. Lasciatelo in pace, o si ammalerà.

Il *re di picche* lo guardò tranquillo, con i piccoli occhi da maiale mezzi chiusi, pieni di furbizia. Poi sbuffò. Infine scosse la testa e disse:

— Lo faccio per il suo bene.

— Macchè bene! Macchè bene! Voi...

— Io dico, ecco, caro amico, *pardon*... Per questo inverno c'è ancora poco da temere per la giovane, perchè fa molto freddo. Per ora, immagino, sarà soltanto la vecchia a gridare. La suocera di Costantino consiglierà alla figlia di afferrare la fortuna. Anzi, glielo imporrà. Ma poi verrà la primavera, ecco tutto.

Il cappellano faceva il viso lungo e si agitava tutto. Non capiva. L'altro continuava a guardarlo con gli occhietti da maiale pieni di malizia. E pensò di spiegargli la cosa con parole più chiare. Gli parlò dell'avidità della suocera, della gioventù della moglie, dei pericoli della primavera... Il cappellano si irritò sul serio.

— *Catt...* — disse. Saltava di qua e di là, batteva le mani, e gli occhi gli mandavano fiamme. — Voi siete insopportabile! Perchè andate a immaginarvi queste cose? Perchè tormentate quel povero ragazzo? Se la donna ha avuto un pretendente, non vuol dire che...

— Caro amico, non si arrabbi, ecco! — disse il *re di picche*. E gli fece vedere la lettera anonima arrivata dal paese di Costantino.

Il cappellano diventò serio. Pregò l'ex-maresciallo di lasciargli la lettera. Poi gli chiese:

— Voi prendete soldi dal Ledda?

— Certo: qualche piccola cosa. È forse una cosa non onesta? Non rischio io la cella, per aiutarlo?

— E voi credete di fare il vostro dovere, facendo quello che fate?

— Che cos'è il dovere? Se il nostro dovere è fare del bene al prossimo, io lo faccio.

L'altro rileggeva attentamente la lettera.

— Io lo faccio; e questo è niente. Quando sarò libero, forse le persone importanti che conosco non mi faranno tornare al mio posto. Allora penso di occuparmi proprio della corrispondenza segreta di tutti i condannati d'Italia. Una specie di agenzia...

— Tornerete presto qui...

— Eh! Eh! Farò le cose come si deve: un'agenzia segreta, caro amico. E poi...

— Anche le grazie! — disse l'altro, piegando di nuovo la lettera. — Perchè illudete così questi poveri disgraziati?

— Anche le grazie! — rispose freddamente il Burrai. — Ebbene, anche se fosse soltanto un'illusione, se li consola, non è un'opera buona? Che altro abbiamo noi, se non la speranza?

— Allora, — disse l'altro, con voce più dolce, — fatemi il piacere di non tormentare più quel povero ragazzo. Fatelo piuttosto sperare; altrimenti finirà per ammalarsi.

L'ex-maresciallo promise, ma non volentieri. Ah, quel metodo non gli sembrava buono.

— Morirà di colpo, in fede mia! — pensava. — Oh, verrà la primavera! Oh, allora si vedrà se ha ragione o no chi conosce il mondo. — E si metteva una mano sul petto.

Quando si incontrarono, Costantino gli chiese sorridendo se aveva visto *su preideru* (il prete). Così chiamavano fra loro il cappellano. E gli chiese che cosa gli aveva detto. L'ex-maresciallo stava appoggiato al muro scuro e umido, con le mani dietro la schiena. E imprecava in sardo, a bassa voce, non si sa contro chi.

— *Balla chi li trapasset sa busacca, brasciai...* (che una palla gli trapassi la tasca, volpe...).

— Che cos'ha? Con chi ce l'ha?

— Ebbene, niente. Sì, ho visto il prete, mi ha sgridato come un bambino. Che bambino grasso! Un maialino, proprio un maialino. Ma il lardo è giallo, rancido. Sai, ho letto che in Russia il lardo rancido è molto apprezzato.

— Che cosa le ha detto? Me lo dica...

— Che cosa mi ha detto? Mi ha detto... chi se lo ricorda più! Ah, sì, mi ha detto che quella cosa è una mia fantasia. Sì, io ho una fantasia ricca... Sì, caro amico, perdonami. Tua moglie non ti tradirà mai, com'è vero che siamo qui.

Costantino lo guardava fisso, con avidità. No, quell'uomo non lo prendeva in giro, no, per niente. Diceva la verità.

— Ah, dunque lo ha sgridato! Oh, bella!

— Questo muro, — disse il *re di picche*. Si staccò dal muro e si guardò le mani rossastre. Erano segnate da pieghe, perchè ci aveva premuto sopra la schiena. — Vedi, mio caro, questo muro sembra di cioccolato. È umido e caldo. Magari lo fosse! Avremmo due vantaggi: rosicchiarlo e scappare. Ah, hai mai mangiato il cioccolato?

— E come no? Sì, a Giovanna piaceva molto. Ma è caro, tanto caro. Ebbene?...

— Ebbene? — gridò l'altro. — Tu mi fai arrabbiare. Sì, ti aspetterà per altri ventitre anni, non dubitare!...

— No, io uscirò prima. E poi, se mai... (e lo prendeva un po' in giro) non andrà lei dal re? Non mi farà avere la grazia?

— Sì, dal re. Proprio dal re! Tu non ci credi? Io andrò dal re: lui riceve tutti gli ufficiali; e io non sono un ufficiale? Lui ama l'esercito; è giovane; ho letto che è ingrassato. Ah, ma non ingrasserà come me... — E rise.

Costantino tornava sempre al suo argomento; l'altro sfuggiva sempre. Comunque, non lo tormentò più.

In quei giorni qualcuno mise cinque lire sul libretto di Costantino.

— È lui, è lui! — disse il condannato. — È il prete. Che uomo buono! Ma io non le voglio. No. Non le voglio.

— Sei stupido come un montone, — gli rispose il *re di picche*. — Prendile, altrimenti lui si offende. Non le voglio! Si risponde così a chi ti fa del bene?

— Ma io mi vergogno. E poi, che cosa ne faccio?

— Bevi, mangia. Ne hai bisogno, credimi. Vorresti mandarle là, laggiù, che il diavolo ti liberi? Se fai quella bestialità ti sputo in faccia. Vedi, lei non ti scrive nemmeno più...

— Che cosa deve scrivermi? — disse Costantino, cercando di rassicurarsi. — Ora avrà del lavoro, l'inverno finisce.

— Ah, sì, finisce! E verrà la primavera! — gridò l'altro, quasi minaccioso.

— Verrà.

— Verrà!

— Quando comincia il caldo al tuo paese? Da noi a marzo fa già caldo.

— Oh, da noi a giugno. Allora è tanto bello, da noi. L'erba diventa alta, alta; si tosano le greggi, le api fanno il miele.

— Che idillio! Ah, tu non sai che cosa vuol dire idillio? Ebbene, vuol dire... ... un corno! E aspettiamo giugno! È da molto che non ti confessi?

— Sì. Da quindici giorni.

— È proprio da molto! Ah, come sei cretino, mio caro! Io non mi sono mai confessato: ho la coscienza pulita come uno specchio. Ecco, — disse poi, e indicò lo studente. Lo studente aveva il viso color cera e i capelli rasati, così bianchi che sembravano coperti di cipria. — Quello ha davvero bisogno di confessarsi. Sta bussando alle porte dell'eternità.

Infatti poco dopo lo studente fu messo nell'infermeria, e morì alla fine di marzo. Il Bellini, quello dell'amante tisica, chiedeva con ansia notizie del malato. E quando lo studente morì, pianse come un bambino tutto il giorno. Ma non piangeva per il povero morto: piangeva per l'amante malata. Poi si consolò. Non vedeva più lo studente e non sentiva più parlare di lui. Così pensò meno alla malattia della donna amata. La morte dello studente mise nell'anima del *re di picche* una strana tristezza. Cominciò a filosofare sulla vita e sulla morte. Faceva lunghe discussioni con il Delegato, che gli rispondeva a voce bassa, stralunando gli occhi. Con Costantino, invece, il Burrai si abbandonava ai ricordi nostalgici della patria lontana.

— Sì, — diceva, — una volta sono passato vicino al tuo paese, o nei dintorni, non so. C'era un bosco di sugheri, di cisti e di corbezzoli. Sui corbezzoli sembrava che fosse piovuto del sangue. E c'era un odore, caro mio, un odore così forte che sembrava tabacco. Bada, c'è una croce sopra una pietra; si vede il mare lontano.

— Ah, ecco, è la foresta di *Cherbomine*\[5\]. Ah, se la conosco! Una volta un cacciatore vide là dentro un cervo con le corna d'oro. Sparò e lo ammazzò. Mentre moriva, il cervo lanciò un grido umano e disse: La penitenza è finita. — Si crede che avesse in corpo un'anima umana. Dopo la morte, quell'anima scontava così dei grandi delitti. Lì fu messa la croce.

— E le corna, mio caro?

— Si dice che il cacciatore si avvicinò e si accorse che le corna erano diventate nere.

— Pof! Pof! Come siete sciocchi voi paesani! Ah, ecco che arriva la primavera! — disse poi il *re di picche*, guardando il cielo. — A me la primavera dà ai nervi. Sì, una volta anch'io ero cacciatore.

— Oh!

— Cacciavo negli stagni, vicino a Cagliari: ah, gli stagni! Sembravano i pezzi di uno specchio rotto, buttati qua e là dall'alto. Intorno c'erano tanti gigli viola. E i fenicotteri passavano in lunghe file nel cielo. Il cielo era così splendente che non si poteva guardare. Io chiudevo un occhio. Pum! Pum! Cadeva un fenicottero. Gli altri continuavano a volare, silenziosi, in fila. Io mi buttavo anche in mezzo allo stagno per prendere il fenicottero. Ero agile, sai, agile come un pesce: avevo diciotto anni.

— A che cosa servono i fenicotteri?

— A niente: si imbalsamano. Hanno le gambe lunghe e sembrano di velluto. Hai visto quei posti? Ah, sì, è vero, tu sei stato nelle miniere e sei passato per Cagliari. Io tornerò laggiù per morire in santa pace.

— Lei è triste in questi giorni!

— Che vuoi, caro amico? È la primavera. È così triste passare la Pasqua in prigione! Quest'anno farò il precetto pasquale.

— Io l'ho già fatto.

— Ah, tu l'hai già fatto!

Dopo, i due condannati stavano zitti e ricordavano.

E passarono aprile, maggio, giugno. I muri desolati del carcere tornarono a scottare. Gli insetti sporchi e tormentosi si svegliarono e ricominciarono la loro crudele tortura sui condannati. Odori nauseanti ricominciarono a infettare l'aria. Il guardiano rosso e silenzioso sorvegliava sempre la camerata dei calzolai. Lì il cuoio, la pece e il sudore mandavano una puzza acuta.

Costantino era sempre più anemico, e cominciò a soffrire molto per le punture degli insetti. Gli altri anni dormiva profondamente e non sentiva le punture. Ora invece aveva il sonno leggero. Certe punture lo svegliavano di colpo, con un brivido per tutto il corpo. Allora cominciava l'insonnia. Oppure un dormiveglia peggiore dell'insonnia, che a volte diventava un incubo. Punture acute, e non sempre di insetti, gli trafiggevano tutto il corpo. Lui si girava e rigirava, soffocava, gemeva. Era una cosa orribile. Spesso la luce arancione dell'alba arrivava prima che lui avesse chiuso occhio. Allora lo prendeva una grande stanchezza, un sonno a cui non poteva resistere. E doveva alzarsi!

Giovanna non gli scriveva più. Soltanto alla fine di maggio aveva scritto. Lo pregava di non mandarle più soldi, perchè guadagnava abbastanza per vivere discretamente. Poi più niente.

Ma ormai lui era tranquillo sulla fedeltà di lei. Anzi, quell'ultima lettera gli era sembrata una prova di affetto.

Ogni giorno, all'*aria*, il *re di picche* lo aspettava con una certa ansia. Lo guardava fisso con i suoi occhietti diabolici, che brillavano in quel testone rasato, tutto giallo. Gli chiedeva con premura: — Che novità? — Costantino si meravigliava di questa domanda. Allora anche l'ex-maresciallo si meravigliava, ma non diceva di che cosa. Osservava soltanto:

— Fa caldo.

— Sì, fa caldo.

— La primavera è passata.

— Altro che passata!

— La carestia al tuo paese sarà finita, ora.

— Certo che è finita. Mia moglie non vuole che le mandi più niente.

— Ah! Lo so bene, caro amico.

L'ex-maresciallo non sapeva che cosa pensare. E quasi quasi si irritava perchè la sua profezia non si avverava.

Ma un giorno Costantino non venne all'*aria*. L'ex-maresciallo seppe che il suo compatriota era all'infermeria. E sentì il cuore stringersi in modo strano. La vecchia gazza volava qua e là intorno. Quando si posava, scuoteva la testolina, mezza spelata e mezza arruffata. E chiamava con voce nasale: — Cos-tan-tì — Cos-tan-tì... — Il *re di picche* le rispose ad alta voce:

— Su Costantino è caduto un fulmine.

Tutti i condannati si raccolsero intorno a lui, curiosi di sapere. Ma lui allungò le mani in avanti, come per respingerli, e disse:

— Io non so niente. Lasciatemi stare.

Fino alle nove, — disse il Bellini, — Costantino aveva lavorato con loro. Poi un guardiano era venuto a prenderlo, non si sapeva perchè. Lui si era alzato di colpo, con gli occhi spalancati, pallido. Aveva seguito il guardiano e non era più tornato.

Per tutta la vita Costantino ricordò quel giorno. Era una mattina calda e nuvolosa. L'ombra delle nuvole sembrava pesare sulla camerata dei calzolai. Gettava sulle pareti, fino a metà, una penombra cupa. I condannati uscivano lividi da quella penombra, con i grembiuli di cuoio che puzzavano. Ed erano di cattivo umore.

Uno di loro aveva paura dei morti. Raccontava che al suo paese, nelle notti buie, si vedevano lunghi fantasmi liquidi e biancastri. Correvano dentro l'acqua del fiume. E chiedeva al Bellini se ne avesse mai visti.

— *Mi no!* Io non credo a queste stupidaggini!

— Ah, tu le chiami stupidaggini? — disse l'altro con voce monotona, guardando dentro la scarpa che lavorava.

Un altro disse piano, lavorando:

— Testa di montone...

Allora quello che credeva ai morti alzò il viso e si arrabbiò, offeso. Ma l'altro protestò.

— Oh, non posso parlare fra me e me? Posso dire: testa di montone, testa di vitello, testa di cane... Chi ti cerca? Non posso parlare con la scarpa?

Proprio in quel momento venne il guardiano e chiamò Costantino. Lui aveva passato una brutta notte senza dormire. Spalancò gli occhi pieni di sonno, si alzò di colpo e diventò pallido.

— Chi mi vuole? — domandò. E seguì il guardiano.

Lo portarono in una stanza piena di polvere, ingombra di scaffali pieni di vecchie carte. I vetri sporchi erano chiusi. Dietro i vetri c'era un'inferriata rossa. E dietro l'inferriata si vedeva il cielo nuvoloso, che sembrava anche lui coperto di polvere. Nella stanza un uomo scriveva, seduto davanti a una scrivania alta e polverosa. Aveva tante, tante carte davanti; quasi spariva fra le carte e la polvere. Quando vide il condannato alzò il viso. Era un viso corto e rosa, con il piccolo mento tutto coperto da due baffi biondi che scendevano giù. Guardò Costantino con gli occhi grandi, di un azzurro come il latte, rotondi e immobili. Ma sembrò non vedere il condannato, perchè si rimise a scrivere in fretta.

Costantino conosceva già quell'uomo. Rimase in piedi, con il cuore che gli batteva forte forte. Nella sua inquietudine ricordava la storia dei fantasmi dentro il fiume. Ricordava la voce del condannato che diceva: *testa di montone*. E si chiedeva se l'altro si era offeso a torto o a ragione. Nella stanza si sentiva solo lo stridere della penna sulla carta ruvida.

I due occhi rotondi e chiari guardarono di nuovo il condannato, poi si abbassarono ancora. Costantino trasalì, si guardò intorno e rimase ad aspettare, pieno d'ansia.

L'uomo scriveva sempre. Il condannato sentiva il cuore battere con violenza. Mille pensieri bui gli passavano per la mente: pensieri quasi muti, senza forma. Passavano come un branco di nuvole che si inseguono. L'uomo scriveva sempre. A un tratto, nella mente di Costantino, quei mille pensieri bui e senza forma sparirono come nuvole. Al loro posto venne una luce così forte che faceva male.

— Che riconoscano la mia innocenza?

Era questa la luce. Passò, ma lasciò dietro di sè un vago chiarore. E l'uomo scriveva sempre. Continuando a scrivere, domandò con voce alta e grossa:

— Vi chiamate?...

— Costantino Ledda.

— Di dove?

— Di Orlei, in Sardegna, provincia di Sassari.

— Benissimo.

Silenzio. L'uomo scriveva sempre. A un tratto si schiarì forte la gola. Alzò il viso rosa e guardò fisso il condannato, con i grandi occhi chiari, rotondi, immobili. Costantino abbassò i suoi.

— Va bene. Avete moglie?

— Sì.

— Figli?

— Ne avevamo uno, ed è morto.

— Volete bene a vostra moglie?

— Sì, — rispose Costantino, e alzò gli occhi spaventati. Nella mano grassa e rosa del signore vide un anello con una pietra viola. E fra l'indice e il pollice vide la punta della penna nera, dritta, che girava. Non sapeva dove posare gli occhi smarriti, e guardò fisso il movimento della penna. E sentì qualcosa di terribilmente angoscioso, come quando in sogno si aspetta una catastrofe. Ora la voce grossa parlò in tono basso, lentamente.

— Voi sapete bene che siete stato voi a rovinare vostra moglie. È giovane, bella, innocente, eppure dovrebbe passare la vita sempre in lutto, piangendo. Nella vita niente le sorride più, e lei non ha mai fatto niente di male. Quando aveva il figlio, pazienza. Sperava in lui. Ma ora che il bambino è morto, che cosa le resta? Quando voi tornerete, se Dio vi farà questa grazia, sarete vecchio, distrutto, incapace di lavorare. E anche lei sarà così. Quindi lei vede davanti a sè un futuro terribile: dolore, vergogna e miseria. Una vecchiaia orribile. Andrà a chiedere l'elemosina. In questo modo, la sua vita è una pena peggiore della vostra...

Costantino era pallido come un morto. Respirava a fatica e soffriva. Voleva protestare, dire che sperava di tornare presto. Ma non poteva parlare. E del resto l'altro continuava, e lo dominava con quei due occhi rotondi, chiari, immobili: — ... peggiore della vostra. Voi dovreste pensare a questo e disperarvi, e pentirvi due volte del vostro delitto. Ehi là! (L'uomo sospirò, si schiarì ancora la gola e cambiò tono di voce.) La legge, però, ormai rimedia a questa enorme ingiustizia. Voi sapete bene che c'è il divorzio. Il divorzio rende libera la donna, quando il marito ha una certa condanna. Se vostra moglie... sedetevi, state tranquillo... se vostra moglie chiedesse il divorzio, sarebbe vostro dovere accettare subito. So che voi, dopo tutto, siete un buon cristiano, o almeno lo sembrate...

Costantino si era appoggiato al tavolo. Tremava, e non faceva nessuno sforzo per calmarsi.

— Lo ha già chiesto? — domandò.

— Sedetevi, sedetevi, ehi là! — esclamò l'altro. E con la penna gli faceva segno di sedersi. Voleva continuare la predica. Ma Costantino disse con voce ferma, anche se tutto il suo corpo tremava:

— Conosco il mio dovere. Non darò mai il mio consenso, perchè fra poco devo tornare libero. E mia moglie si pentirebbe...

Due solchi profondi sollevarono le guance rosa del signore. Un sorriso atroce animò i suoi occhi immobili. Poi diventò pensieroso.

— Sentite. Il consenso del condannato si chiede solo per formalità. Il suo dovere è darlo, e si tiene conto della sua buona intenzione. Ma è lo stesso, anche se non lo dà... ehi là! Che... che... che... avete?...

Costantino svenne. Cadde a terra come uno straccio.

Fine della parte prima.

### Glossario

- **camerata**: grande stanza dove stanno o lavorano molti detenuti insieme.
- **sbuffare**: soffiare forte con la bocca, per il caldo, la noia o la rabbia.
- **sospirare**: respirare forte e lentamente per tristezza o dolore.
- **infossati**: profondi, come scavati nel viso, per la magrezza o la stanchezza.
- **calzolaio**: chi fa e ripara le scarpe.
- **pane e pollastro**: scherzo dei detenuti: vuol dire «pane e acqua».
- **aria**: l'ora in cui i detenuti escono nel cortile della prigione.
- **pece**: sostanza nera e appiccicosa usata dai calzolai.
- **ciabattino**: chi ripara le scarpe vecchie; un lavoro povero.
- **lesina**: grosso ago di ferro per bucare il cuoio.
- **cuffietta**: piccolo copricapo di stoffa per bambini.
- **tarlo**: piccolo insetto che mangia il legno; qui, un pensiero che tormenta.
- **crepacuore**: dolore così grande che può far morire.
- **anfore**: grandi vasi antichi, con due manici, per l'olio o il vino.
- **anemico**: chi ha poco sangue ed è debole e pallido.
- **tisico**: malato di una grave malattia dei polmoni.
- **cappellano**: il prete della prigione, che confessa i detenuti.
- **carestia**: tempo in cui manca il cibo.
- **su preideru**: in sardo: «il prete».
- **pretendente**: uomo che vuole sposare una donna.
- **libretto**: piccolo quaderno dove la prigione segna i soldi di ogni detenuto.
- **idillio**: scena di vita semplice e felice in campagna.
- **Cherbomine**: nome di una foresta sarda; vuol dire «cervouomo» (vedi nota 5).
- **fenicotteri**: grandi uccelli rosa con le gambe lunghe, che vivono negli stagni.
- **imbalsamare**: preparare un animale morto perchè si conservi e sembri vivo.
- **precetto pasquale**: l'obbligo di confessarsi e fare la comunione a Pasqua.
- **consenso**: il permesso, il sì che una persona dà a una cosa.
- **angoscia**: paura e dolore molto forti.
- **sgridare**: dire a qualcuno, con voce forte, che ha fatto male.
- **avidità**: grande voglia di avere soldi e cose.
- **tormentare**: far soffrire qualcuno, dargli sempre pena.
- **compatriota**: persona della stessa patria, della stessa terra.
- **imprecare**: dire parole di rabbia e maledizioni contro qualcuno.
- **rancido**: vecchio, andato a male, con un cattivo odore.
- **montone**: il maschio della pecora.
- **bestialità**: una cosa molto stupida, da bestia.
- **tisica**: malata di tisi, una grave malattia dei polmoni.
- **penombra**: luce debole, quasi ombra.
- **inferriata**: sbarre di ferro davanti a una finestra.
- **schiarirsi la gola**: tossire piano per poter parlare bene.

## IX.

*Parte seconda*

1908. In casa Porru, nella «camera dei forestieri», Giovanna rimetteva in ordine certe stoffe. Le aveva comprate quel giorno a Nuoro. Era ancora più grassa e aveva perso un po' della sua aria giovane. Però era rimasta bella e fresca.

Guardava attentamente le tele e le stoffe. Le girava e le toccava con aria preoccupata, come se non fosse contenta della scelta. Poi le piegava con cura, le avvolgeva nei giornali e le metteva in una bisaccia.

Stava preparando il suo corredo. Infatti aveva già ottenuto il divorzio e doveva sposarsi presto con il Dejas.

Lei e sua madre erano venute a Nuoro apposta per gli acquisti. I soldi li avevano presi in prestito, in gran segreto, da zia Anna-Rosa Dejas, la sorella di Giacobbe. Era una donnina che voleva molto bene a Giovanna, perchè aveva aiutato zia Bachisia ad allattarla.

Era il cuore dell'inverno. Ma le due donne avevano avuto il coraggio di affrontare un viaggio faticoso e noioso. Erano venute a Nuoro per comprare tela, panno, fazzoletti e stoffe.

Il matrimonio, soltanto civile, doveva farsi in gran segreto, peggio di un matrimonio di vedova. Ma questo non importava. Zia Bachisia voleva che sua figlia entrasse nella nuova casa con tutto il necessario. Come una giovane sposa di buona famiglia.

Il paese non aveva ancora finito di meravigliarsi e di mormorare per lo scandalo. Ma si diceva che un'altra coppia pensava già di chiedere il divorzio, di comune accordo. Molte persone guardavano male le Era. Qualcuno mormorava che Brontu avesse cattive intenzioni verso Giovanna. Giacobbe Dejas, Isidoro Pane e altri amici non erano più tornati dalle Era. Prima avevano fatto loro delle scene quasi violente. Giacobbe aveva urlato come un cane, minacciando e pregando. Ma zia Bachisia lo aveva messo alla porta.

Anche zia Porredda, a Nuoro, ricevette le amiche con freddezza. Eppure era stato suo figlio a difendere Giovanna nella causa di divorzio. Il «Dottore» invece, come lei chiamava suo figlio, fu gentile e premuroso con le ospiti.

E Giovanna metteva via le sue cose lentamente, pensierosa. Ma tutti i suoi pensieri e le sue preoccupazioni erano per quegli stracci. Ecco, le sembrava che con la tela l'avessero un po' imbrogliata. Il fazzoletto di tibet nero a grandi rose rosso scuro aveva le frange troppo corte. Su un nastro c'era una macchia. Ah, tutto questo era molto grave!

Scendeva la sera, come l'*altra volta*. Ma le cose intorno, il tempo e il cuore, tutto era cambiato. Tutto taceva.

Ora la «camera dei forestieri» aveva una bella finestra. Dai vetri entrava la luce viva e fredda del tramonto d'inverno. I mobili nuovi avevano ancora l'odore del legno verniciato. Brillavano leggermente di una luce biancastra, come se fossero coperti di brina. La porta dava sulla loggia coperta. Dalla loggia una scala nuova, di granito, scendeva nel vecchio cortile. Tutta la casa era stata rinnovata. Il «Dottore» faceva buoni affari. Aveva uno studio nella parte più frequentata della città. Era molto ricercato, sia nelle cause civili sia in quelle penali. Si affidavano a lui le cause più difficili e i delinquenti più vili. Venivano da lui tutte le persone che avevano più paura della legge.

Giovanna finì di piegare, avvolgere e mettere via le tele, le stoffe e i fazzoletti. La bisaccia era piena da tutte e due le parti. La giovane la sollevò e la scosse, perchè i pacchi scendessero meglio sul fondo. Poi si mosse, seria, con le sopracciglia aggrottate. Uscì e scese lentamente la scala. Teneva le mani dentro due piccole aperture della sua gonna d'orbace. Come tutte le gonne dei costumi sardi, la sua gonna le aveva sul davanti, dalla cintura in giù.

La sera di gennaio era chiara, ma freddissima. Nel cielo di un azzurro come il vetro, qualche stella d'argento sembrava tremare di freddo. Mentre attraversava il cortile, Giovanna vide Grazia dietro i vetri illuminati della sala da pranzo. Vide il suo viso bianco e i suoi occhi ardenti. La ragazza teneva in mano un giornale di moda. Era diventata alta e bella. Si vestiva all'ultima moda, con quelle grandi ali di pizzo che allora piacevano tanto. Le ali partivano dalla cima delle spalle, dietro le maniche. Costringevano le donne a passare di traverso in una porta mezza aperta. Ma in cambio le facevano somigliare a tanti angeli non ancora caduti.

Grazia vide l'ospite e la salutò con un sorriso, ma non si mosse. L'ospite entrò in cucina. Anche la cucina era stata rinnovata: le pareti bianche, i fornelli di mattoni lucidi, una lampada a petrolio appesa al soffitto.

Zia Bachisia non si stancava di guardarsi intorno. I due punti verdi brillavano nel suo viso giallo da uccello rapace, circondato dalla benda nera. Ah, no, lei non era cambiata, la vecchia strega! Sedeva vicino al fuoco, accanto alla serva. La serva era una ragazzaccia poco pulita, con i capelli in disordine, che rideva forte e mostrava i denti in fuori. Zia Porredda cucinava e sgridava la serva per quel suo modo di ridere. Ecco, la padrona cucinava, e la serva stava seduta vicino al fuoco e rideva. Che volete farci? Miserie del mondo. E poi la brava donna non riusciva a stare un solo momento senza far niente. Eppure ora era la madre di un avvocato famoso.

Giovanna si sedette lontano dal fuoco, un po' curva, sempre con le mani dentro le aperture della gonna.

— Ecco, — disse zia Bachisia, con invidia, — questa cucina sembra un salotto. Anche tu dovrai far sistemare così la *tua* cucina.

— Ah, sì, — rispose lei, distratta.

— Anima mia, sì, certo! Comare Malthina è avara, ma tu devi farle capire che i soldi sono fatti per essere spesi. Ecco, una cucina così! È un paradiso, anima mia; questa è la vita!

— Perchè dite sempre *anima mia*? — chiese la serva sciocca.

— Se lei non vorrà spendere, è la padrona! — disse Giovanna. — I soldi sono suoi. — E sospirò.

La serva rise ancora. Ma zia Porredda non voleva entrare nei discorsi delle ospiti. Si voltò severa e le ordinò con energia di grattugiare il formaggio per i maccheroni. La serva obbedì.

— Che cos'hai? — chiese zia Bachisia alla figlia, che sospirava.

— Ah, lei ricorda! Non è possibile che non ricordi. Dopo tutto è una cristiana, non è un animale! — pensava zia Porredda.

Giovanna disse con rabbia:

— Ebbene, ecco, ci hanno imbrogliate. La tela non è buona, il panno è macchiato. Ah, quella macchia!

— Anima mia! — esclamò la serva, imitando la voce di zia Bachisia. E grattugiava, grattugiava il formaggio.

Zia Porredda sfogò sulla ragazzaccia tutta la sua rabbia. Sfogò anche tutto l'orrore che le ospiti le facevano. Le diede i nomi che avrebbe voluto dare a Giovanna. La chiamò svergognata, vile, miserabile, ingrata. E la minacciava di picchiarla con il mestolo. Per la paura, la servetta si grattugiò un dito e agitò in alto la mano che perdeva sangue. In quel momento rientrò il giovane avvocato, zoppicando un poco. Era avvolto in un soprabito nero, lungo e larghissimo, che sembrava un mantello con le maniche. Il suo piccolo viso rosa e tondo, con i baffetti biondi, esprimeva una contentezza egoista, da bambino che prende ancora il latte.

Subito chiese che cosa c'era da mangiare. Poi si degnò di sedersi vicino a zia Bachisia e chiacchierò fino all'ora di cena.

Dopo di lui rientrò la nipotina Minnìa, rossa, ansante e con i capelli in disordine. Andò a buttarsi seduta vicino alla serva. (L'altro bambino era morto da tre anni.) Era vestita bene, di flanella rossa e nera, ma aveva le scarpe rotte e le mani sporche. Tornava da un orto lì vicino, dove correva tutto il giorno. E subito cominciò a parlottare con la serva. Le confidava qualcosa, con voce bassa e ansante.

— Anima mia! — rispondeva la serva, con lo stesso tono.

Poi rientrò zio Efes Maria, con il suo faccione di marmo vecchio e le grosse labbra aperte. Voleva andare subito a cena. Nella sala da pranzo brillavano due alte credenze di legno giallo. La stanza era abbastanza elegante, con tappeti stretti sul pavimento, una stufa, eccetera. Zia Porredda ci si muoveva a disagio, con i suoi grossi piedi nelle scarpe chiodate. Zio Efes Maria non finiva di guardarsi intorno, soddisfatto. Grazia, alta ed elegante, provava fastidio ogni volta che i parenti entravano lì. Lì infatti lei leggeva avidamente la *Moda Unica* e la *Piccola Parigina*. Leggeva anche la pagina mondana di un giornale per famiglie. Era una pagina piuttosto immorale, per i cattivi sogni che faceva nascere. Ah, quegli abiti scollati, ricamati di capelli! Quelle giacchette a *thait* trapuntate d'oro! Quelle camicette con le grandi ali di pizzo d'argento e di brillanti falsi, simili alla rugiada! Ah, quei cappelli di frutta, e i lunghi boa di fiori, e i pizzi per sottane a trenta lire al metro! E i guanti dipinti, e i ventagli di pelle umana!... Ah, com'era bello tutto questo, orribilmente bello, terribilmente bello! Ecco, leggendo quelle cose si provava come un sogno pieno di desiderio, tanto erano belle. Dopo aver letto, tutto il resto sembrava brutto. La buona nonna, con il viso da vecchio grasso, e il nonno imponente, che si guardava intorno soddisfatto come un contadino, erano semplicemente fastidiosi.

Come in una sera lontana, zia Porredda entrò portando in trionfo i maccheroni fumanti. E tutti si sedettero intorno alla tavola ospitale.

Zia Bachisia si sedette all'ombra delle ali di Grazia. E ricominciò a meravigliarsi proprio di quelle ali.

— No, da noi non se ne sono mai viste; del resto, da noi le signore non ci sono. Qui sembrate tutte angeli, voi signore...

— O pipistrelli... — disse zio Efes Maria. — Eh, la moda, cari miei! Ecco, una volta, mi ricordo, quando ero bambino, le signore erano grandi e rotonde. Sembravano capanne. Allora c'erano poche signore. La moglie dell'intendente, le dame...

— E poi quella cosa di dietro... — interruppe zia Porredda. — Ah, mi ricordo, sembrava una sella. Ebbene, sì, voi non ci credete, in fede mia. Mi ricordo che una volta un tale ci si sedette sopra...

— L'ultima volta che sono venuta, — disse zia Bachisia, — queste ali erano piccole. Ora crescono... crescono...

Grazia mangiava e sembrava non sentire niente.

Anche il «dottore» mangiava con grande appetito. E guardava la nipote con quella sua aria di bambino beato e sorridente. Disse:

— Crescono, crescono... Fra poco prenderanno il volo...

Grazia alzò le spalle, o meglio le ali. Non rispose e non alzò gli occhi. Ecco, lei trovava insopportabile il suo giovane zio, il suo primo sogno di tanto tempo prima. E non solo insopportabile: qualche volta lo trovava ridicolo.

Tutta la città diceva che zio e nipote si sarebbero sposati. E lui, il «dottore», quando glielo chiedevano, non diceva nè sì nè no.

Per un po' si parlò di cose senza importanza. Ogni tanto zia Porredda si alzava da tavola, usciva e rientrava. Ogni tanto la conversazione moriva, e c'era un silenzio quasi imbarazzato. Come *l'altra volta*, si cercava di evitare l'argomento che più interessava le ospiti. E le ospiti, dopo tutto, non ne erano scontente. Ma fu proprio zia Bachisia, senza volerlo, a cominciare il discorso spiacevole. Domandò se era vero quello che dicevano tutti: il matrimonio del «dottore» con la nipote.

I Porru si guardarono l'uno con l'altro, mentre Grazia chinava ancora di più il viso sul piatto. E risero, piano piano.

Paolo guardò la ragazza e disse, con un'ironia non del tutto allegra:

— Eh, no! Lei sposerà l'illustrissimo signor sottoprefetto.

Lei alzò e riabbassò in fretta il viso, aprendo le labbra. Si videro i suoi occhi lampeggiare e la sua fronte diventare rossa.

— È vecchio! — disse Minnìa. — Io lo conosco, sì; passeggia sempre alla stazione. Ih! Ha una lunga barba rossa. E il cilindro.

— Ah, anche il cilindro?

— Sì, il cilindro: è vedovo.

— Chi è vedovo? Il cilindro?

— Tu stai zitta, — disse con forza la ragazza, voltandosi verso la sorella.

— No, io non sto zitta! E poi è anche un frammassone: non battezzerà i figli, non si sposerà in chiesa. No, è così! In chiesa non ti sposerà.

— La signorina è bene informata! — disse zio Efes Maria, sempre composto.

E allora zia Porredda scoppiò. Ascoltava attenta, e alla parola «frammassone» aveva trattenuto a fatica un grido. Agitò le braccia e gridò:

— Sì, un frammassone! Sì, di quelli che pregano il demonio; sì, in fede mia, mia nipote sarebbe pronta a prenderselo lo stesso! Siamo tutti perduti. Ebbene, Grazia legge i libri cattivi, i giornali indemoniati, e non vuole più confessarsi. Ah, quei libri proibiti! Io perdo il sonno, quando ci penso. Ebbene, ecco che cosa voglio dire. Grazia legge i libri cattivi. Paolo, lo vedete, quello lì, dottor Pededdu, quello lì ha studiato in continente, dove non si crede più in Dio. Sta bene, cioè sta male, ma si capisce un poco perchè queste due creature non credono più in Dio. Ma noi? Noi non sappiamo niente di libri. Noi non siamo mai stati in ferrovia, quel cavallo del demonio. Perchè noi non crediamo più in Dio, nel nostro Signore buono che è morto per noi sulla croce? Perchè, domando io, perchè? Ma perchè? Perchè tu, Giovanna Era, vuoi sposarti civilmente con un uomo, mentre hai un altro marito?

Le parole di zia Porredda caddero intorno, sulla testa dei presenti, come pesanti palle di ferro.

Grazia sorrideva per le parole della nonna e giocherellava con pezzetti di pane. Ma alzò il viso, diventato serio. Paolo intrecciava le punte della forchetta con il coltello e sorrideva per le parole della madre. Ma fece un gesto brusco. E zio Efes Maria, con il viso simile a una maschera tragica, guardò Giovanna con occhi acuti.

Giovanna arrossì, ma disse con cinismo:

— Io non ho marito, zia Porredda mia: domandatelo a vostro figlio.

— Io non ho un figlio; quello è figlio del diavolo! — disse la donna, arrabbiata.

Ah, sembrava quasi che Giovanna desse a Paolo la responsabilità di quello che faceva, perchè lui l'aveva difesa nella causa di divorzio!

Allora tutti risero dell'irritazione di zia Porredda. Tutti, anche Minnìa, anche la servaccia, che entrava con il formaggio.

Nonostante la sua rabbia, zia Porredda prese il formaggio e lo passò gentilmente a zia Bachisia.

— Anima mia, — disse zia Bachisia, mentre tagliava con attenzione una fetta di formaggio. E la sua voce era addolorata. — Voi siete buona come il pane. Ma voi state bene a casa vostra. Voi siete ricca, avete una casa che sembra una chiesa. Avete un marito forte come una torre (eh! eh! fece zio Efes Maria, schiarendosi la gola), e siete circondata da una corona di stelle, eccole. Ed ecco perchè parlate così! Ah, se voi sapeste che cos'è la miseria! E pensare di dover chiedere l'elemosina, da vecchie! Capite, da vecchie!

— Brava! — disse Paolo. — Datemi un coltello pulito.

— Questo non importa, Bachisia Era! — rispose zia Porredda. — Voi non avete fiducia nella divina provvidenza, proprio perchè non credete più in Dio. Che cosa ne sapete voi, se chiederete l'elemosina o sarete ricche? Non tornerà Costantino Ledda?

— Chiederà l'elemosina anche lui! — disse freddamente zia Bachisia.

— E poi Dio sa se tornerà! — osservò brutalmente l'avvocato. E prese il coltello che la serva gli porgeva dalla parte della punta.

Si sapeva che Costantino era malato. Anzi, si diceva che fosse tisico.

Per sembrare commossa, e forse lo era, Giovanna si nascondeva il viso fra le mani. Due volte disse, agitata:

— Del resto, se io mi sposo soltanto civilmente, è perchè... — E si interruppe.

— Ebbene, dillo pure! — esclamò Paolo. — Ti sposi soltanto civilmente perchè i preti non ti vogliono sposare in chiesa. Loro non capiscono, non riescono a capire, come non riuscite a capire voi, mamma Porredda! Del resto, che cos'è il matrimonio? È un legame fatto dagli uomini, e conta soltanto davanti agli uomini. Il matrimonio religioso non vale niente...

— È un sacramento! — gridò disperata zia Porredda.

— ... Non vale niente, — continuava Paolo, — come un giorno non varrà niente neppure il matrimonio civile. L'uomo e la donna devono unirsi liberamente, e dividersi quando non vanno d'accordo. L'uomo...

— Ah, tu sei un animale! — gridò zia Porredda. Eppure non era la prima volta che suo figlio parlava così. — Questa è la fine del mondo. Ah, Dio è stanco, e ha ragione. Ci castiga e manderà il diluvio. Già, ho sentito dire che c'è il terremoto.

— Il terremoto c'è sempre stato, — osservò zio Efes Maria. Non si capiva se stesse dalla parte della moglie o da quella del figlio. Forse dentro di sè stava con la moglie. Ma non voleva mostrarlo, per non perdere la stima del figlio «letterato».

Paolo tacque, già pentito di quello che aveva detto. Voleva troppo bene a sua madre per farla arrabbiare inutilmente.

Giovanna si tolse le mani dal viso e parlò con dolcezza umile:

— Ecco, quando ci siamo sposati, con *quel disgraziato*, ci siamo sposati soltanto civilmente. E se lui non fosse stato arrestato, chissà quando avremmo fatto il matrimonio religioso. E per questo non eravamo marito e moglie? Nessuno diceva niente. E Dio, che vede le circostanze della vita, non si offendeva...

— Ma vi ha punito! — disse zia Porredda.

— Questo è da vedere, — strillò zia Bachisia, che cominciava a sputare veleno. — O per questo, o per la morte di Basilio Ledda.

— In questo caso avrebbe castigato soltanto Costantino...

— Ebbene? — disse la strega dagli occhi verdi, trionfante. — Questo non vuol dire che il castigo della mia Giovanna è finito? Se Dio le manda la fortuna di sposare un giovane che le vuole bene? Uno che le farà dimenticare tutto il dolore che ha sofferto?

— E ricco! — osservò zio Efes Maria. E non si capiva se parlasse sul serio o per sarcasmo.

Giovanna aveva perso il filo del suo discorso. Ma volle concludere lo stesso, con voce dolce e umile:

— Ah, zia Porredda mia! Voi non sapete! Dio vede i cuori. Lui mi perdonerà, se vivrò in peccato mortale, perchè la colpa non sarà mia. Io vorrei proprio sposarmi in chiesa, ma non si può.

— Perchè sei già sposata con un altro, figlia del diavolo!

— Ma se questo è come morto, ditemi voi? Se non può aiutarmi a vivere! Gli uomini della giustizia sono istruiti e capiscono i bisogni della vita. Se loro sciolgono il matrimonio civile, perchè gli uomini di Dio non possono sciogliere quello religioso? Possibile che non lo capiscano? Anche quel prete Elias Portolu che è da noi... È tanto buono, voi lo conoscete. Parla come un santo e non si arrabbia mai. Ebbene, anche lui dice: *no, no, no!* Il matrimonio deve essere sciolto soltanto dalla morte! — E allora andate a farvi benedire, se non capite la ragione! Bisogna vivere, sì o no? E quando non si può vivere? Quando si è poveri come Giobbe? Quando non si ha lavoro, non si ha niente, niente, niente? Ma ditemi voi, zia Porredda: e se al mio posto ci fosse stata un'altra donna? E se non ci fosse stato il divorzio? Ebbene, che cosa sarebbe successo? Il peccato mortale; sì, allora sarebbe successo il peccato mortale!

— Il peccato mortale! E poi la miseria, da vecchie, — ripetè zia Bachisia.

La serva portò la frutta: uva passa nera e lucente, pere raggrinzite, gialle come foglie d'autunno.

La vecchia padrona porse il cestino della frutta alla vecchia ospite. E la guardò con uno sguardo di compassione indicibile. Ecco, tutta la sua rabbia, il suo sdegno, il suo disprezzo cadevano davanti alla debolezza vile di quelle due donne. Disse fra sè: — San Francesco bello, perdonatele, perchè sono ignoranti, perchè sono selvatiche e vili.

Poi disse con voce più dolce:

— Siamo vecchie, Bachisia Era. E anche tu diventerai vecchia, Giovanna Era. E ora ditemi una cosa. Che cosa c'è dopo la vecchiaia?

— La morte.

— La morte. Certo, c'è la morte. E dopo la morte che cosa c'è?

— L'eternità, — disse Paolo, ridendo piano piano. Mangiava l'uva passa come un bambino goloso. Si avvicinava il grappolo alla bocca e staccava gli acini con i piccoli denti.

— L'eternità. Certo, c'è l'eternità. Perchè te ne vai, Minnìa? Resta lì... (Ma la ragazza, annoiata, se ne andò.) Che cosa dici tu, Giovanna Era: c'è o no l'eternità? Bachisia Era, c'è o no?

— C'è, — risposero le ospiti.

— C'è, ma voi intanto non pensate all'eternità.

— È inutile pensarci... — disse Paolo. Si alzò e si pulì la bocca con il tovagliolo. Doveva andarsene. Era rimasto troppo per quelle due donne. Dopo tutto, gli interessavano soltanto perchè dovevano ancora pagarlo.

— C'è gente che mi aspetta nello studio, c'è gente. Ci rivedremo; voi non partirete.

— Domani mattina all'alba...

— Macchè! Voi resterete... — disse lui con voce indifferente, mentre si metteva il suo immenso soprabito. Quando ebbe indossato il soprabito, zia Bachisia lo guardò fisso con i suoi occhietti verdi. Pensò che il piccolo dottore, con quel mantello, sembrava una *magìa*. Cioè una di quelle figurine ridicole eppure terribili che le streghe fabbricano per fare magie.

Se ne andò. Dopo di lui uscì dalla stanza anche la signorina Grazia, che durante la cena non aveva mai parlato. Zio Efes Maria si sistemò di traverso sulla sedia, accavallò le gambe e cominciò a leggere la «Nuova Sardegna».

In cucina si sentirono le ragazze ridere forte. E fra le tre donne, che mangiavano tre pere, ci fu un silenzio pesante. Qualcosa pesava su di loro. Sì, anche su zia Porredda. Con la sua intuizione semplice e primitiva, lei sentiva una cosa. L'anima delle sue ospiti selvatiche e l'anima dei suoi discendenti civili erano malate dello stesso male.

### Glossario

- **camera dei forestieri**: nelle vecchie famiglie, la stanza per gli ospiti che vengono dai paesi vicini.
- **corredo**: vestiti, tele e biancheria che la sposa porta nella nuova casa.
- **tibet**: stoffa di lana fine, usata per i fazzoletti.
- **orbace**: stoffa di lana grossa, fatta a mano in Sardegna.
- **cause civili e penali**: processi per liti fra persone e processi per delitti.
- **sottoprefetto**: funzionario dello Stato in una città di provincia.
- **cilindro**: cappello da uomo alto e rigido, a forma di tubo.
- **frammassone**: membro della massoneria, società segreta nemica della Chiesa.
- **andate a farvi benedire**: modo di dire per mandare via qualcuno con rabbia.
- **magìa**: figurina ridicola e paurosa fatta dalle streghe.
- **allattare**: dare il latte del seno a un bambino.
- **imbrogliare**: ingannare qualcuno, per esempio vendendogli una cosa cattiva.
- **brina**: ghiaccio sottile e bianco che copre le cose nelle notti fredde.
- **grattugiare**: ridurre il formaggio in pezzetti piccolissimi, passandolo su un attrezzo di metallo.

## X.

La mattina dopo, all'alba, come in un altro giorno lontano, Giovanna si svegliò per prima. Zia Bachisia dormiva ancora, di un sonno leggero, e respirava forte. Ogni notte, come tutte le vecchie, lei faceva fatica ad addormentarsi.

L'alba d'inverno, fredda ma chiara, era bianca dietro i vetri appannati. La sera prima Giovanna si era addormentata un po' triste. Le parole di zia Porredda l'avevano più seccata che commossa. Ora guardò verso i vetri e si sentì allegra. Indovinava una bella giornata, e quindi un buon viaggio.

Sì, la sera prima si era addormentata un po' triste. Aveva pensato a Costantino, all'eternità, al suo bambino morto e a tante altre cose tristi.

— Il mio cuore non è cattivo, — pensava. — E Dio vede il cuore, e giudica più le intenzioni che le azioni. Io ho pensato a tutto, a tutto. Io ho voluto bene a Costantino, e ho pianto finchè ho avuto lacrime. Ora non ne ho più. Ora penso che lui non tornerà mai più, o tornerà quando saremo vecchi. E non posso più piangere. Che colpa ne ho io, se non posso più piangere pensando a lui? E poi penso che sono una creatura di carne e d'ossa, come tutte le altre. Sono povera, e sono esposta alle tentazioni e al peccato. E per fuggire le une e l'altro, prendo il posto che Dio mi dà. Sì, zia Porredda mia, io penso all'eternità. È per salvarmi l'anima che faccio quello che faccio... No, io non sono cattiva; il mio cuore non è cattivo.

Quasi quasi pensava che il suo cuore fosse buono e generoso. Forse non lo pensava proprio così nel fondo sincero della coscienza, in quel fondo che non mentisce mai. Da lì, infatti, veniva quel senso di tristezza che la avvolgeva. Ma almeno lo pensava con la mente che calcola. Così, consolata, si addormentò.

Ora l'alba chiara batteva contro i vetri della camera ospitale le sue grandi ali trasparenti, fredde e pure come il ghiaccio. Giovanna pensò al sole e fu contenta.

Anche la vecchia si svegliò e guardò subito i vetri.

— Ah, farà una bella giornata! — disse soddisfatta.

Si alzarono. Zia Porredda era già in cucina. Gentile e premurosa, servì il caffè alle ospiti. Poi le aiutò a sellare e a caricare il cavallo. Sembrava che non ricordasse per niente il discorso della sera prima. Ma appena le due donne furono uscite, fece in aria un piccolo segno di croce. Le sembrava che con loro se ne fosse andato via il peccato mortale.

— Alla buon'ora. Buon viaggio, e il Signore vi aiuti, — pensò zia Porredda, mentre chiudeva il portone.

Nel silenzio puro di quell'ora i galli cantavano con voci rauche: vicini, lontani, e ancora più lontani. La piccola città dormiva sotto il cielo di vetro azzurro.

Questa volta le Era viaggiavano sole. Dovevano scendere la valle, percorrerne il fondo e risalirla. Poi dovevano salire le montagne, grigie all'alba. Le loro cime erano coperte di neve, di un bianco come di metallo. Si disegnavano nette e dure sull'orizzonte.

Faceva freddo. Non c'era vento, ma l'aria era tagliente. Nella grande valle selvaggia c'era un silenzio che non si può descrivere. La voce monotona di qualche torrente non lo rompeva, anzi lo rendeva più grande. L'erba d'inverno, corta e di un verde intenso, era coperta di brina come di cipria. Copriva i pendii, di qua e di là dai sottili sentieri scuri. Il muschio umido mandava odore sulle rocce, e dai cespugli verdi cadevano gocce di brina. Una freschezza selvaggia faceva sembrare giovane la valle. Ma qua e là, molto lontani l'uno dall'altro, sorgevano rari alberi storti e nudi. Sembravano eremiti nudi, che per penitenza si offrivano al freddo e alla luce dell'aurora. Nei campi seminati la terra era nera e umida. La linea dei muretti, lunga, infinita, coperta di muschio, saliva e scendeva come un serpente. Vista dall'alto, sembrava un enorme verme verde. Cammina, cammina, le due donne avevano le mani, il viso e i piedi gelati. Attraversarono il torrente in un guado, dove l'acqua passava larga, bassa e silenziosa. Risalirono la valle e cominciarono a salire le montagne. Il sole era spuntato, vivo ma freddo. Le montagne della costa si alzavano azzurre sul cielo d'oro. Ora il vento passava fra i cespugli bassi e portava un odore di rocce umide.

Le due donne viaggiavano in silenzio, pensierose. In una piccola valle, all'ombra dei pendii bianchi di brina, incontrarono un uomo di Bitti che viaggiava a piedi. Si salutarono, anche se non si conoscevano, e andarono avanti.

Mentre salivano, il sole diventava più vivo e le scaldava. Loro pensavano alla meta che si avvicinava, alla roba nella bisaccia, alle cose da fare appena arrivate al paese. Zia Bachisia pensava a zia Martina. Pensava alla soddisfazione della vecchia avara, quando avrebbe visto il corredo di Giovanna. E Giovanna pensava a Brontu e alle cose curiose che lui diceva quando era ubriaco. Poi videro la chiesa di San Francesco, bianca al sole, posata a metà del pendio, fra i cespugli lucenti. Allora tutte e due pensarono a Costantino e dissero un'Ave Maria per lui. Arrivarono poco dopo mezzogiorno. Orlei era circondata dai campi umidi, sotto il respiro gelato delle grandi sfingi. Le loro cime erano fasciate di neve. Lì il freddo era più forte che a Nuoro. Il sole riusciva appena a scaldare l'erba delle stradine tristi. I tetti erano color ruggine, e alcuni erano coperti di erbacce. I muri erano neri di umido, gli alberi nudi e rossastri per il freddo. Qualche filo di fumo livido saliva nel cielo chiaro, in una solitudine infinita. Come sempre, il piccolo paese taceva e sembrava deserto, abbandonato. Sui muri l'*ombelico di Venere* apriva le sue piccole coppe di carne verde. Le lucertoline a macchie prendevano il sole. Le lumache e gli scarafaggi lucenti salivano di pietra in pietra.

Zia Martina filava sotto il portico, dove entrava il sole. Vide tornare le sue vicine e fu presa da una voglia fortissima di sapere che cosa portavano nella bisaccia. Ma non si mosse, e rispose al loro saluto con aria riservata.

Verso sera tornò Brontu, che ogni tre giorni andava a trovare la fidanzata. Sua madre volle accompagnarlo. Era curiosa di sapere che cosa le Era avevano portato da Nuoro.

Sul focolare di zia Bachisia bruciava un piccolo fuoco di legno di ginepro. Mandava lunghi lampi di penombra rossastra sul pavimento e sulle pareti di terra della cucina. Giovanna voleva accendere la candela, ma i Dejas non vollero. Zia Martina per istinto. Brontu perchè così, nella penombra, poteva guardare meglio la fidanzata.

Davanti alla futura suocera e a Brontu, Giovanna si comportava in un modo meraviglioso. Diventava dolce dolce. La sua voce sembrava quella di una bambina, anche quando diceva parole sagge e profonde. Il suo sguardo si velava, le lunghe ciglia si abbassavano. Sembrava una ragazza di quindici anni, innocente e buona. E tutto questo non succedeva per una finzione voluta, ma per istinto. Brontu era pazzamente innamorato di lei. Ora, quando si ubriacava, correva da lei e si metteva in ginocchio. Poi cantava certe preghiere da bambini, che aveva imparato da piccolo. Poi piangeva, perchè si accorgeva di essere ubriaco. E giurava che non avrebbe bevuto mai più, mai più.

Quella sera, però, era perfettamente *sano*. Parlava tranquillo e guardava Giovanna di continuo, con uno sguardo appassionato. Sorrideva, e i suoi denti brillavano alla luce del fuoco.

Zia Bachisia cominciò a raccontare le avventure del viaggio. Parlò del paletò dell'avvocato, delle ali che portavano le signore, della cucina dei Porru. Parlò dell'uomo sconosciuto incontrato per strada. Ma non parlò della discussione con zia Porredda, e neppure degli acquisti. Eppure indovinava la voglia fortissima e la curiosità di zia Martina. E anche lei bruciava dal desiderio di mostrare le belle cose comprate.

— E tu che cosa dici, Giovanna? — chiese Brontu, mentre smuoveva il fuoco con il suo bastone. — Sei pensierosa stasera: che cos'hai?

— Sono stanca, — rispose lei. E all'improvviso chiese notizie di Giacobbe Dejas.

— Quel matto? Mi tormenta di continuo. In verità, finirò per dargli un calcio. Del resto lui non ha più bisogno di fare il servo.

— Io non so, — disse zia Bachisia. — Prima era un uomo tanto allegro. Ora ha una casa, del bestiame, e dicono che stia per prendere moglie anche lui. Ma ha un umore!... Voi sapete che voleva bastonarci.

— Qui non è più tornato?

— Mai più.

— E neppure Isidoro Pane, — disse Giovanna con voce monotona.

— Mi pareva di averlo visto passare di qui ieri... — osservò zia Martina.

Giovanna alzò di colpo la testa, ma non disse niente. Intanto Brontu esclamava ridendo:

— Voi non avete bisogno delle sue sanguisughe...

— Ebbene, — chiese zia Martina dopo un breve silenzio, — non mi avete portato nessun regalo da Nuoro? Me lo fate proprio sospirare!

Le due donne, infatti, le avevano portato un grembiule. Ma finsero sorpresa e imbarazzo.

— Ah, davvero, non ci abbiamo pensato... Ah, davvero!...

Zia Bachisia rise con uno strillo da falco. Ma subito tornò seria, perchè vedeva che Giovanna restava triste.

— No, non ci abbiamo pensato. Ma Giovanna vi farà vedere qualche cosa che abbiamo comprato...

Giovanna si alzò, accese la candela e andò nella camera accanto. Brontu la seguì con gli occhi ardenti. Zia Martina capì che lei andava a prendere il regalo. Passarono vari minuti, e Giovanna non tornava.

— Che cosa fa di là? — chiese Brontu.

— Chi lo sa?

Passò un altro minuto.

— Io vado a vedere, — disse lui. Si alzò e si avviò.

— No, no, che fai? — disse zia Bachisia. Ma lo disse così debolmente che zia Martina si scandalizzò. E richiamò il figlio con energia:

— Zsss... Zsss...

Ma lui andò avanti, in punta di piedi. Giovanna stava in piedi davanti al cassetto aperto. Rileggeva una lettera. Lei e sua madre l'avevano trovata sotto la porta, al ritorno dal viaggio. Qualcuno l'aveva infilata nella fessura mentre loro erano via. Era una lettera di Costantino, e spezzava il cuore. Con la sua scrittura rozza e semplice, lui pregava Giovanna, per l'ultima volta, di non fare quello che stava per fare. Le ricordava i giorni lontani del loro amore. Le prometteva che sarebbe tornato. Le giurava che era innocente. «Se non vuoi avere pietà di me, — diceva alla fine, — abbi pietà di te stessa, della tua anima. Pensa al peccato mortale, pensa all'eternità».

Ah, le stesse parole di zia Porredda, le stesse, le stesse! La lettera doveva averla infilata zio Isidoro. Infatti da molto tempo Giovanna non riceveva più notizie direttamente dal condannato. Le lacrime le velavano gli occhi. E chissà? Forse si commuoveva più per il ricordo del passato che per il pensiero dell'eternità futura. All'improvviso sentì la porta girare piano, e una persona entrare di nascosto. Si chinò in fretta e finse di cercare nel cassetto. Le mani le tremavano e gli occhi erano velati.

Brontu le arrivò alle spalle, con le braccia aperte, e la abbracciò per le spalle. Lei finse di spaventarsi e si scosse.

— Che fai, che fai? — chiese lui con voce bassa, commossa.

— Ah, cerco... cerco... il grembiule per tua madre. Non so dove l'ho messo! Lasciami! Lasciami! — disse lei. Cercava di liberarsi dalle braccia di Brontu. Ma voltandosi vide i denti di lui brillare fra le labbra sorridenti, rosse e lucide come ciliegie. E subito sentì la mano di lui dietro la testa. E quelle labbra rosse, lucide e ardenti come il fuoco toccarono le sue.

— Ah, noi non pensiamo all'eternità... — disse lei con voce ansante, appena lui l'ebbe baciata.

Ma poco dopo tornarono in cucina, e lei cominciò a ridere con una risata fresca e pura di ragazza. Brontu intanto la guardava con l'aria speciale che prendeva quando era ubriaco.

L'inverno passò. Gli amici di Costantino non smisero un momento di fare intrighi e di lottare, perchè il maledetto matrimonio non si facesse. Fu inutile. In quell'occasione i Dejas e le Era sembravano gente protetta da una magia. Niente poteva ferirli. Non si lasciavano scuotere nè dalle preghiere, nè dalle minacce, nè dai pettegolezzi.

Anche il sindaco, anche il sindaco era contrario a quel matrimonio del diavolo. Era un pastore che somigliava a Napoleone I, pallido e fiero. Giovanna e Brontu andarono da lui in gran segreto a chiedere le pubblicazioni. E lui li trattò con freddo disprezzo, sputando per terra ogni due secondi. La gente minacciava scandali. Quando si era parlato del divorzio, la gente si era meravigliata, ma non si era scossa. Quando si era parlato dell'amore fra Brontu e Giovanna, la gente aveva mormorato. Ma in fondo era stata contenta di avere uno scandalo di cui chiacchierare. Quando si era parlato di un matrimonio che sembrava impossibile, la gente aveva riso. Ma aveva sperato che Brontu si prendesse gioco delle Era. E ora? Forse la gente non avrebbe più detto niente e non avrebbe più riso, se Brontu e Giovanna si fossero messi insieme così, in peccato mortale. Non sarebbe stato nè il primo nè l'ultimo caso. E Giovanna poteva avere una scusa: era giovane ed era povera. Ma sposarsi! Una donna che aveva già un marito, sposarsi! Questo la gente non poteva sopportarlo. Che volete? La gente è fatta così. E poi era una cosa orribile, un peccato, uno scandalo mai sentito. Si aveva paura che Dio castigasse tutto il paese per la colpa di quei due. E qualcuno minacciava di fare uno scandalo il giorno delle nozze: di tirare pietre, di fischiare, di bastonare gli sposi. E loro lo sapevano. Brontu si arrabbiava. Zia Bachisia diceva: «Lasciate fare a me». E zia Malthina alzava la testa come un puledro che sente l'odore della polvere da sparo. Ah, lei voleva combattere e vincere! Si sentiva invecchiare, era stanca di lavorare e voleva in casa una serva gratis. Giovanna le piaceva, e Brontu doveva prenderla. E la gente poteva pure scoppiare d'invidia.

La sera del giorno delle pubblicazioni, zio Isidoro Pane lavorava nella sua catapecchia. Lavorava alla luce vivissima e rossa di un gran fuoco. Almeno un gran fuoco zio Isidoro se lo poteva permettere. Infatti la legna la portava lui stesso dai campi, dalle rive del fiume, dal bosco. D'inverno intrecciava corde di pelo di cavallo. Sapeva fare di tutto: cuciva, filava, cucinava (quando aveva qualcosa da cucinare), rattoppava le scarpe. Eppure non usciva mai dalla miseria.

All'improvviso la porta si aprì. Nel vano apparve un pezzo di notte di marzo, chiara ma velata. E Giacobbe Dejas venne a sedersi in silenzio accanto al fuoco.

La cucina del pescatore sembrava un piccolo quadro fiammingo. Le figure erano nette nella luce rossa, che disegnava gli oggetti e lasciava nero lo sfondo. E in quello sfondo nero si vedeva una tela di ragno grigia, con il ragno nel mezzo. Nell'angolo del focolare c'era un vaso di vetro pieno d'acqua fino al collo, con le sanguisughe nere che nuotavano. Al muro era appeso un cestino giallo. E poi c'erano le figure dei due uomini addolorati. E c'era la corda di pelo nero, sfilacciata, fra le dita magre e rossastre del vecchio pescatore.

— E ora come si fa? — chiese Giacobbe.

— Come si fa? Come si fa? — ripetè l'altro. — Io non lo so.

— Hanno fatto le pubblicazioni, — riprese Giacobbe. Sembrava che parlasse a sè stesso. — Ma è tutto fatto, proprio tutto! Oggi l'ubriacone non è venuto neppure all'ovile. E anch'io sono tornato in paese. Ebbene, che gli rubino pure le pecore, me ne infischio proprio. Sono venuto: bisogna fare qualche cosa, Isidoro Pane. Ehi, Isidoro Pane, lasciate la vostra corda e ascoltatemi. Bisogna... fare... qualche cosa... Avete sentito?

— Ho sentito. Che cosa possiamo fare? Abbiamo fatto tutto quello che potevamo. Abbiamo gridato, pregato, minacciato. Si sono messi in mezzo il Sindaco, il segretario, prete Elias.

— Bello, quel prete Elias! Che cosa ha fatto lui? Ha predicato, ma con lo zucchero. Lui, lui doveva minacciare. Doveva dire: «Io prenderò i libri santi e vi maledirò, vi scomunicherò. Voi non vi sazierete mai d'acqua, nè di pane, nè d'altro. Voi vivrete l'inferno in vita». Allora avreste visto l'effetto! Ma no, quello è stupido, è un prete di latte cagliato. Non ha fatto il suo dovere. Non nominatelo, o mi arrabbio.

Isidoro lasciò stare la corda.

— È inutile che ti arrabbi. Prete Elias non doveva minacciare, e non ha minacciato. Ma credimi, la scomunica cadrà lo stesso su quella casa.

— Ah, io me ne andrò via, sì, me ne andrò via. Non voglio più quel pane maledetto! — disse Giacobbe. E tutta la sua faccia mostrò un orrore amaro. — Ma prima voglio togliermi il gusto di bastonare gli sposi del diavolo.

— Tu sei matto, uccellino di primavera! — disse Isidoro con un sorriso addolorato, imitando Giacobbe.

— Sì, sono matto. E anche se fossi matto, a voi non dovrebbe importare niente. Ma neppure voi avete fatto niente per impedire questo sacrilegio. Ah, che cosa schifosa! Io ho perduto la mia allegria...

— E io sono invecchiato di dieci anni.

— ... la mia allegria. Penso sempre a quello che Costantino dirà di noi, che non abbiamo saputo impedire... È vero che è malato?

— Ora no. Lo è stato. Soltanto, è disperato, — disse zio Isidoro, scuotendo la testa. Poi riprese a intrecciare la corda e mormorò:

— La scomunica... la scomunica...

— Mi arrabbio tanto che mi viene la bava sulle labbra, — riprese Giacobbe, alzando la voce. — Come i cani, sì, come i cani! Ah, no, non lascerò quella casa, anche a costo di crepare. Voglio vedere la scomunica che cadrà sopra di loro. Sì, Dio castiga in vita e in morte, questo è certo. E io voglio vedere il castigo. Ma che cosa state facendo?

— Una corda di pelo.

— Ah, una corda di pelo!

Tacquero. Giacobbe guardava la corda, e i suoi occhi nuotavano in un sogno di dolore e di rabbia.

— A chi le vendete, quelle corde?

— Le porto a Nuoro. E ne vendo anche qui ai contadini, che le usano per legare i buoi. Perchè la guardi così? Vorresti impiccarti?

— No, uccellino di primavera, vi impiccherete voi, se Dio vorrà. Dunque, — riprese alzando la voce, — si sono fatte le pubblicazioni.

Tacquero ancora. Poi Isidoro disse:

— Chi lo sa? Vedi, io spero sempre che il matrimonio non si faccia. Spero in Dio, spero in un miracolo di San Costantino.

— Giusto, un miracolo! — disse l'altro con voce ironica.

— E perchè no? Se, per esempio, in questi giorni morisse il vero assassino di Basilio Ledda, e confessasse? Ecco che il divorzio non varrebbe più niente.

— Sì, giusto! In questi giorni! — rispose l'altro, sempre ironico. — Siete innocente come una creatura di tre anni, in fede di cristiano!

— Chi lo sa? Oppure potrebbe essere scoperto.

— Sì, giusto! In questi giorni! E poi, che cosa ne sappiamo noi? Chi potrebbe scoprirlo? Come?

— Chi? Io, tu, un altro...

— Siete innocente non come una creatura di tre anni, ma come una chiocciola prima che esca dal guscio. Come possiamo scoprirlo? E poi, a parte tutto, ecco: siamo noi davvero sicuri che non sia stato proprio Costantino?

— Ah, noi ne siamo sicuri! — disse Isidoro. — Può essere stato chiunque di noi, tranne lui. Posso esserlo stato io, puoi esserlo stato tu...

Giacobbe si alzò per andarsene.

— Che cosa si potrebbe fare, dunque?... C'è un rimedio?... Ditelo voi.

— ... Tranne lui! — ripeteva zio Isidoro, senza alzare la testa. — Un rimedio c'è. Mettersi nelle mani di Dio.

— Ah, come mi fate arrabbiare! — gridò l'altro. Si muoveva per la stamberga come una belva chiusa in gabbia. — Io domando se c'è un rimedio, e voi mi rispondete così, come uno sciocco. Ah, adesso vado e strangolo Bachisia Era, ecco tutto!

E se ne andò come era venuto, senza salutare, arrabbiato sul serio. Zio Isidoro non alzò neppure la testa. Giacobbe aveva lasciato la porta aperta. Solo dopo qualche momento il vecchio si alzò per chiuderla e si affacciò sulla soglia.

La notte di marzo era tiepida, piena di luna, ma velata. Si sentiva già un profumo umido di verde che rinasceva. Intorno alla catapecchia del vecchio, le siepi e le piante selvatiche sembravano addormentate. Dormivano in quella luce misteriosa, che veniva da una luna nascosta. In fondo all'orizzonte, fra i vapori bianchi come il latte, correva a zig-zag una linea sottile di cielo sereno. Sembrava un fiume azzurro che scorreva in una pianura, con qualche fuoco notturno sulle rive.

Isidoro chiuse la porta e tornò a lavorare, sospirando.

### Glossario

- **sellare**: mettere la sella sul cavallo.
- **brina**: sottile strato di ghiaccio bianco che copre l'erba nelle notti fredde.
- **guado**: punto dove il fiume è basso e si può attraversare a piedi.
- **ombelico di Venere**: piccola pianta con foglie grasse e tonde, che cresce sui muri.
- **paletò**: cappotto lungo da uomo.
- **sano**: qui: non ubriaco.
- **pubblicazioni**: annuncio pubblico ufficiale di un matrimonio che sta per avvenire.
- **scomunica**: castigo della Chiesa: chi lo riceve è cacciato dalla comunità dei fedeli.
- **prete di latte cagliato**: prete troppo dolce e debole, senza forza.
- **catapecchia / stamberga**: casa molto povera e mezza rotta.
- **quadro fiammingo**: quadro degli antichi pittori delle Fiandre, con figure chiare su uno sfondo scuro.
- **pendio**: il fianco di una collina o di una montagna, che sale o scende.
- **penitenza**: sofferenza che una persona accetta per pagare i suoi peccati.
- **focolare**: il posto della casa dove si accende il fuoco.
- **penombra**: luce debole, quasi ombra.
- **grembiule**: panno che le donne portano davanti alla gonna per non sporcarla.
- **sanguisughe**: piccoli vermi dell'acqua che succhiano il sangue.
- **sacrilegio**: grave offesa contro Dio e le cose sacre.
- **impiccarsi**: uccidersi appendendosi a una corda per il collo.

## XI.

Era la vigilia dell'Assunzione: un mercoledì caldissimo e pieno di nuvole.

Zia Martina filava sotto il portico, e Giovanna, incinta, puliva il grano. Di solito per questo lavoro servono due donne, ma lei doveva farlo da sola. Prima muoveva il grano nel vaglio, per togliere le piccole pietre. Poi lo puliva con attenzione sopra un pezzo di tavola, messo dentro un grande canestro. Giovanna sedeva per terra, davanti al canestro. Accanto aveva una corba piena di grano color oro polveroso. La «moglie dei due mariti», come la chiamavano in paese, invece di diventare più grossa era dimagrita. Aveva il naso un po' gonfio e rosso, cerchi scuri intorno agli occhi, e il labbro di sotto spinto in fuori, pieno di disgusto. Alcune galline con le piume in disordine stavano sempre intorno al canestro. Ogni tanto si scuotevano e lasciavano per terra molte piume. Qualche volta arrivavano a mettere il becco nel canestro. Giovanna gridava e diceva brutte parole per mandarle via. Loro scappavano un po', ma stavano attente, pronte, con una zampa alzata. E tornavano all'assalto appena la giovane pensava ad altro.

E lei pensava spesso ad altro. Aveva gli occhi tristi, o piuttosto indifferenti, come una persona egoista che pensa solo ai suoi mali. Cada pure il mondo: lei può occuparsi solo di sè e dei suoi problemi. Era anche scalza e abbastanza sporca, perchè zia Martina risparmiava sul sapone.

Le due donne non parlavano. Ma zia Martina teneva d'occhio Giovanna. Quando la giovane non faceva in tempo a cacciare le galline, era la vecchia a gridare per mandarle via.

Una volta una di quelle bestiole fastidiose ebbe il coraggio di salire sull'orlo della corba e beccare il grano.

— Ah! aaah! — gridò zia Martina.

Giovanna si voltò di colpo. La gallina sbattè le ali e volò via, portandosi dietro una piccola nuvola di grano.

Giovanna ebbe paura che la suocera la sgridasse (aveva sempre paura di questo). Si allungò per raccogliere i chicchi di grano, e intanto si lamentava.

— Come sono fastidiose!

— Ah, davvero, sono tanto fastidiose, — disse zia Martina con voce dolce. — No, non allungarti così, figlia mia, ti farà male. Vengo io.

Infatti lasciò il fuso, andò e prese da terra chicco per chicco tutto il grano caduto. Intanto una gallina beccava la lana della conocchia.

— Che tu sia spelata! — gridò la vecchia, quando la vide. E la mandò via, mentre le altre galline cercavano di aiutarla a raccogliere i chicchi.

Giovanna passava il grano nel vaglio, a testa bassa, muta, pensierosa.

Dal portico si vedeva lo spiazzo deserto. La casetta di zia Bachisia era livida, nella luce grigia e vivissima del pomeriggio pieno di nuvole. Si vedeva un pezzo di paese deserto, i campi gialli deserti, l'orizzonte di metallo.

Nuvole sopra nuvole pesavano sul cielo. Facevano piovere un gran caldo e una calma troppo intensa. Davanti al portico passò un ragazzo alto e scalzo, che guidava due piccoli buoi neri. Poi passò una donnina, scalza anche lei, che guardò Giovanna con due grandi occhi chiari. Poi passò un cane bianco e grasso, con il muso per terra. Nient'altro rompeva il silenzio e il caldo, pesante e minaccioso.

Giovanna vagliava e puliva il grano sempre più lentamente. Si sentiva stanca. Aveva fame, ma non di cibo; aveva sete, ma non d'acqua. Sentiva nel corpo un bisogno impossibile da spiegare: il bisogno di qualche cosa che non si poteva trovare.

Finito il lavoro, si alzò e scosse i vestiti. Poi si chinò e cominciò a rimettere il grano dal canestro nella corba.

— Lascia, lascia, — disse zia Martina, piena di attenzioni. — Ti farà male.

Giovanna voleva portare lei il grano alla macina. Era una *mola* girata da un piccolo asino, che macinava un ettolitro di grano ogni quattro giorni. Ma la suocera non glielo permise e ci andò lei stessa.

Rimasta sola, Giovanna entrò in cucina. Si guardò intorno, poi cercò qua e là. Niente, niente: niente frutta, niente vino, neppure un po' di liquore. Non c'era niente per calmare quel desiderio senza nome che la tormentava. C'era solo un po' di caffè. Ne scaldò un pochino e ci mise dentro un pezzetto di zucchero che teneva in tasca. Poi ricoprì il fuoco con cura.

Ma quel po' di bevanda calda sembrò aumentarle la sete. Giovanna avrebbe voluto bere un liquore fresco e dolce. Un liquore che non aveva mai bevuto e che non avrebbe bevuto mai. La prese una rabbia sorda e muta, e i suoi occhi si accesero. Andò verso la porta della dispensa e la scosse, anche se sapeva che era chiusa a chiave. E con le labbra un po' livide mormorò una maledizione.

Poi uscì. Scalza com'era, attraversò lo spiazzo senza far rumore e chiamò sua madre.

— Vieni, — disse zia Bachisia dall'interno della cucina.

— Non posso. La casa è sola.

Allora zia Bachisia uscì, guardò il cielo e disse:

— Stanotte piove: verrà un temporale.

— Ebbene, che cadano tutti i fulmini del cielo! — disse Giovanna con voce dura. Poi aggiunse, più dolce: — Ma sia salvo quello che porto in grembo...

— Ah! Tu sei di cattivo umore, anima mia! Dov'è andata la strega? Ho visto che pulivi il grano.

— È andata a portarlo alla macina. Ha avuto paura di lasciarlo portare a me: temeva che glielo rubassi.

— Abbi pazienza, figlia. Non sarà così.

— Oh, è così, è così! Io non ne posso più. Che vita è questa? Lei ha il miele sulle labbra e il pungolo in mano. «Lavora, lavora, lavora!» Mi spinge avanti come un bue da carico. E pane d'orzo, e acqua, e sporcizia, e buio la sera, e piedi scalzi quanto voglio.

Zia Bachisia la ascoltava, ma non poteva consolarla. Del resto quei lamenti c'erano ogni giorno. Oh, anche lei, zia Bachisia, era rimasta ben delusa! Ora doveva lavorare più di prima, ma non si lamentava di questo. Le dispiaceva solo lo stato davvero miserabile di Giovanna.

— Abbi pazienza, abbi pazienza, anima mia. Verranno tempi migliori: il futuro non te lo ruba nessuno.

— Ah, che importa? Allora sarò vecchia, se prima non muoio di rabbia. A che serve stare bene quando si è vecchi? Allora non si gode più niente.

— Eh, no, anima mia, — disse l'altra. Aveva gli occhi furbi, verdi come due lucciole di notte. — Io godrei bene anche adesso. Eh, eh, stare senza far niente! Mangiare carne arrosto, pane morbido, trote, anguille; bere vino bianco e rosoli e cioccolata...

— Smettetela! — gridò Giovanna, come se soffrisse. E raccontò che non aveva trovato niente per calmare quel suo desiderio.

— Abbi pazienza: è a causa del tuo stato. Anche se trovassi le cose più buone del mondo e i liquori che beve il re, non ti sentiresti contenta.

Giovanna guardava sempre verso il portico, con gli occhi tristi e la bocca piena di disgusto.

— Stanotte pioverà, — ripetè la madre.

— E lasciate che piova.

— Brontu tornerà?

— Sì, tornerà. E stasera glielo voglio dire. Ah, sì, glielo voglio dire.

— Che cosa gli vuoi dire, anima mia?

— Gli voglio dire che non ne posso più. Che se mi ha preso per fargli da serva e nient'altro, si è sbagliato. E che... e che...

— Tu non gli dirai niente! — disse con forza la vecchia. — Lascialo in pace. Anche lui lavora, anche lui vive come un servo: perchè vuoi tormentarlo? Potrebbe cacciarti via e sposare in chiesa un'altra donna...

Giovanna tremò di dolore. Poi si addolcì, e le vennero le lacrime agli occhi.

— Lui non è cattivo, — disse. — Ma si ubriaca sempre, puzza di acquavite come un alambicco e mi fa rivoltare lo stomaco. E poi si arrabbia senza motivo. Ah, è schifoso, è proprio schifoso. Ebbene, sì, era meglio... ah, era...

— Ebbene, che cosa era meglio? — gridò fiera zia Bachisia.

— Niente.

Sempre così. Giovanna ricordava Costantino, così buono, bello, pulito e gentile, e rimpiangeva il passato. Una tristezza profonda, più amara della morte, le avvolgeva l'anima. E il pensiero di diventare madre non la calmava. Anzi, rendeva il suo dolore mostruosamente più grande.

La sera scendeva, pesante e grigia come una visione di granito. Neppure un filo di vento rompeva la calma piena di caldo.

Giovanna andò a sedersi sul muretto, sotto il mandorlo immobile, e la madre si sedette vicino a lei. Per un po' tacquero. Poi Giovanna disse, come se continuasse un discorso:

— Sì, certo, come nei primi tempi della condanna. Come allora, ogni notte sogno che lui ritorna. E, cosa strana, non ho mai paura, anche se Giacobbe Dejas dice che se Costantino ritorna mi ammazza. Non so, il cuore mi dice che tornerà davvero. Prima non ci credevo, ma ora ci credo. Oh, è inutile che mi guardiate così. Vi faccio forse un rimprovero? No, no, no. Semmai sono io che dovrei avere paura dei vostri rimproveri. Che cosa ci guadagnate voi dal mio stato? Niente. Voi non venite più neppure a trovarmi in quella casa, — e sporgeva il labbro per indicare la casa bianca, — perchè mia suocera ha paura che portiate via la polvere con i piedi. Io non vi posso dare niente. Niente, capite, niente, neppure il mio lavoro. Tutto è chiuso a chiave. Io sono la serva.

— Ma io non voglio niente, cuore mio. Perchè ti addolori per queste sciocchezze? Io non ho bisogno di niente, — disse zia Bachisia con voce dolce. — Non pensare a me. Mi preoccupa solo il debito con Anna-Rosa Dejas. Io non riuscirò mai a pagarlo; ma lei avrà pazienza.

Giovanna diventò rossa di rabbia, si torse le mani e alzò la voce.

— Sì, questo voglio dire stasera, a quell'animale schifoso. Gli dirò: «Pagate almeno gli stracci che porto addosso. Pagateli, pagateli, che una palla vi trapassi il cuore».

— Non alzare la voce, non arrabbiarti, anima mia. Vedi, è inutile arrabbiarti. Perchè arrabbiarti? Lui potrebbe cacciarti via.

— Ebbene, che mi cacci pure via. È meglio. Almeno lavorerò per me, per voi, non per quella gente maledetta. Ah, eccola che ritorna! — disse poi, abbassando la voce.

Infatti la figura nera di zia Martina appariva in fondo allo spiazzo livido.

— Ora mi sgriderà perchè ho lasciato la casa sola. Ha paura che le rubino i soldi. Ne ha tanti, e non li conosce neppure. Non distingue le banconote, e neppure le monete. Ha diecimila lire, sì, mille scudi...

— No, anima mia, duemila.

— Ebbene, duemila scudi nascosti. E io non ho un po' di bevanda che mi rinfreschi, che mi tolga questo fuoco che ho dentro.

— Saranno tutti tuoi, — diceva zia Bachisia. — Abbi pazienza, stai attenta. Quando gli angeli verranno a portarla in paradiso, saranno tutti tuoi.

Giovanna tossì, si grattò la nuca e riprese con una passione cupa:

— Che mi caccino pure, non me ne importa. Ecco, il segretario comunale dice che io sono la vera moglie di Brontu. Ma a me sembra di vivere con lui in peccato mortale. Ricordate come ci siamo sposati? Di nascosto, al buio, senza neanche un cane, senza dolci, senza niente. Giacobbe Dejas, che sia strozzato, rideva e diceva: «Ora viene il bello». E il bello è venuto.

— Senti, — disse zia Bachisia, con voce bassa ma decisa, — tu sei sempre matta. In fede mia, lo sei stata sempre e lo sarai sempre... Perchè ti disperi? Per delle sciocchezze. Tutte le nuore povere devono vivere come vivi tu. Verrà anche per te il tempo del raccolto. Abbi pazienza, sii obbediente, vedrai che tutto passerà. E poi vedrai che, appena nascerà il bambino, le cose cambieranno.

— Non cambieranno per niente. E almeno, almeno... non avessi fatto figli! Loro mi legheranno a questa pietra che mi trascina e mi schiaccia. Ebbene, volete sentirlo? Il mio vero marito è Costantino Ledda...

— Tu sei fuori di te, anima mia! Taci, o ti chiudo la bocca...

— ... e anche se torna, io non potrò tornare con lui, perchè avrò dei figli...

— E io ti chiudo la bocca! — ripetè zia Bachisia, tremante. Si alzò in piedi e allungò la mano, come per farlo davvero.

Ma non ce ne fu bisogno, perchè Giovanna vide la suocera attraversare lo spiazzo, e tacque.

Zia Martina camminava e filava, e si avvicinò lentamente alle due donne.

— Al fresco? — disse, guardando sempre il suo fuso che girava.

— Bel fresco! Si muore dal caldo. Ah, ma stanotte pioverà, — rispose zia Bachisia.

— Pioverà di sicuro. Purchè non tuoni: io ho tanta paura dei tuoni. Allora il diavolo svuota i suoi sacchi di noci. Speriamo che Brontu torni presto. Che cosa faremo per cena, Giovanna?

— Quello che volete.

— Tu stai lì? Non ti farà male? Forse ti farà male.

— Che male volete che mi faccia?

— L'aria della sera fa sempre male. È meglio stare dentro; così intanto preparerai la cena. Ci sono delle uova, figlia mia, uova con pomi d'oro. Ebbene, preparale per te e per tuo marito; io non ho appetito. Ah, davvero, — continuò, rivolta a zia Bachisia, — non ho appetito, in tutti questi giorni. Forse è il tempo.

— È il diavolo che ti buca la schiena: è l'avarizia che non ti lascia mangiare, — pensò l'altra.

Giovanna taceva e non si muoveva, persa in un sogno cupo.

— Domani, dunque, avremo il panegirico alle undici. È un'ora scomoda, in verità. Ci andrai tu, Giovanna? Gli altri anni lo facevano alle dieci.

— Io non ci andrò, — rispose Giovanna con voce monotona. Ora si vergognava di andare in chiesa.

— Sì, a quell'ora fa molto caldo; è meglio che tu non vada. Ma, se non mi sbaglio, piove, — disse poi zia Martina, e allungò la mano.

Una grossa goccia d'acqua sporca cadde e si allargò sui peli del dorso livido della sua mano. Tic, tic, tic: altre gocce caddero sul mandorlo immobile e per terra. Scavavano piccole buche nella sabbia dello spiazzo. Nello stesso momento il cielo sembrò schiarirsi e mandò una luce quasi gialla. Sullo sfondo delle nuvole color bronzo passava una grande nuvola gialla, con piccole macchie di un giallo più scuro. Sembrava un'enorme spugna piena d'acqua.

Le donne entrarono in casa, e subito cominciò a piovere forte. Era una pioggia dritta, rumorosa, di una violenza solenne, senza vento e senza tuoni. Durò soltanto dieci minuti, ma allagò il paese.

— Oh Dio, o San Costantino, o Santissima Assunzione! — si lamentava zia Martina. — Se Brontu è per strada, si bagnerà come un pulcino.

E guardava il cielo disperata, ma non smetteva di filare. Intanto Giovanna cominciava a preparare la cena. Anche lei ascoltava il rumore della pioggia e si sentiva inquieta. Non per il marito, ma per qualche cosa che non sapeva dire, come un pericolo sconosciuto. All'improvviso il chiarore giallo che aveva accompagnato la pioggia si mescolò a una luce quasi azzurra, che veniva da occidente. La pioggia smise di colpo. Le nuvole si aprirono, si divisero e se ne andarono, le une sulle altre, le une dietro le altre. Sembravano gente che si disperde dopo una grande riunione. Nell'aria rinfrescata si sparse una luce verde-azzurra e un odore di terra e di erbe secche bagnate. Si sentirono cantare i galli, che credevano che fosse l'alba. Poi silenzio. Zia Martina filava sempre nel portico, nera sullo sfondo verde-azzurro del crepuscolo. Giovanna, chinata sul focolare, accendeva il fuoco. A un tratto sentì un nitrito che arrivava per l'aria. Era come un tremito, e passò stranamente dentro di lei. Tremando, si rialzò e guardò fuori. Brontu tornava, e lei aveva paura. Di che cosa? Di tutto e di niente.

Nella casetta di zia Bachisia si era acceso un punto giallo. Si vedeva la vecchia che con una scopa di ginestra mandava fuori l'acqua entrata dalla soglia. Dietro i campi quasi gialli, l'orizzonte sembrava una linea di mare, verde e tranquilla. E sopra tutte le cose, anche sopra l'orizzonte, dominava il mandorlo, bagnato e gocciolante. Accanto al mandorlo, nell'ultima luce del giorno, apparve Brontu sul suo cavallo. Tutti e due, cavallo e cavaliere, erano neri, fumanti, lenti. Sembravano gonfi e pesanti per tutta l'acqua che li bagnava.

Le due donne uscirono sullo spiazzo, con esclamazioni di dolore. Ma era un dolore forse un po' ironico. L'uomo, però, non sembrò badare a loro.

— Diavolo, diavolo, diavolo... — mormorava. Tirò fuori il piede dalla staffa e lo alzò. — Diavolo, diavolo, al diavolo chi ti ha cotto...

E fu in piedi, tutto bagnato.

— Ecco, ora *arrangiatevi*, — disse con rabbia, e andò verso la cucina.

Le due donne dovettero scaricare il cavallo. Poi Giovanna rientrò, e subito Brontu chiese da bere, per *asciugarsi*.

— Cambiati, — disse lei.

Ma lui non voleva cambiarsi. Voleva soltanto bere per *asciugarsi*, ripeteva. E si arrabbiò perchè Giovanna insisteva. Poi finì per fare tutto quello che voleva lei. Si cambiò e non bevve. Mentre aspettava la cena, si asciugò con cura i capelli con uno straccio e li pettinò.

— Che acqua, che acqua! — ripeteva. — Proprio un mare. Ah, questa volta mi ha ben ammorbidito la crosta. (Fece una risatina.) Come va, Giovanna? Va bene, eh? Tanti saluti da Giacobbe Dejas. Lui ti può vedere come il fumo negli occhi.

— Tu dovresti tenergli a freno la lingua, — disse zia Martina. — Che tu sia bravo a mangiare quanto sei bravo a farti rispettare da queste immondezze di servi!

— Io gli terrò a freno ben altro che la lingua! Intanto stasera voleva tornare in paese. No, resta lì e crepa. Tornerà domani mattina.

— Ah, domani mattina! Ma neppure domani mattina! Ah, figlio mio, tu ti lasci derubare e non punisci nessuno. Sei un buono a nulla.

— Dopo tutto, — disse lui alzando la voce, mentre continuava a pettinarsi, — domani è l'Assunzione, e Giacobbe è nostro parente. Smettetela. Ecco, Giovanna, ora sono bello.

Le sorrise e mostrò i denti. Infatti era bello, pulito, con i capelli lucenti. Giovanna si sentì intenerire. E lui si mise a cantare piano una canzoncina che i bambini cantano quando piove.

Proghe, proghe,

s'achina cochet

e' i sa icu\[6\].

Poi cenarono tutti allegri e contenti. Zia Martina, con la scusa che non aveva appetito, mangiò pane, cipolle e formaggio. Del resto era un cibo di cui era golosa. Ma questo non rovinò la buona armonia della cena. Dopo cena Brontu volle che Giovanna uscisse con lui a fare due passi. Andarono a zonzo, senza meta, per le stradine deserte del piccolo paese. Il cielo era diventato limpidissimo. Qualche stella cadente lanciava il suo filo d'oro sull'orizzonte di cristallo. Nell'aria si muoveva l'odore dell'erba secca e delle pietre bagnate. Le stradine erano piene di sabbia e di fango. Ma Giovanna portava gonne cortissime e scarpe così grosse che sulle pietre facevano un suono di metallo. Brontu la prese sotto braccio e cominciò a raccontarle bugie, come faceva spesso per divertirla.

— Zanchine (era uno dei contadini che lavoravano per lui) ha trovato... sai che cosa ha trovato? Un bambino.

— Quando?

— Ma oggi, credo. Zanchine sta strappando un lentischio, quando sente *gnuè, gnuè*. Guarda. È un bambino di pochi giorni. Questo è poco male; ma ora viene il bello. Ecco una piccola nuvola che avanza nell'aria. Diventa sempre più grande, piomba su Zanchine e gli porta via il bambino. Era un'aquila... Sì, quest'aquila doveva aver rubato il bambino da qualche parte. Lo aveva nascosto fra i cespugli. Poi ha visto Zanchine che toccava il bambino, ed è piombata giù, e...

— Va! — disse Giovanna. — Io non ti credo più.

— Che tu possa vedermi ricco, se non è vero...

— Va! Va! Va! — ripetè lei, un po' irritata.

Brontu sentì che lei, invece di divertirsi, diventava di cattivo umore. Allora le chiese se aveva fatto brutti sogni. Lei ricordò il sogno che aveva fatto, e non rispose. Così arrivarono dall'altra parte del paese, cioè vicino alla casetta di Isidoro Pane. Uno spettacolo di dolcezza indescrivibile copriva la terra. La luna si affacciava come un grande viso d'oro, a oriente, in un cielo celeste e argento. E la terra nera, gli alberi bagnati, le casette di schisto, i cespugli e tutta la pianura selvaggia brillavano, fino alle ultime linee dell'orizzonte. Sembravano animati da un sorriso pieno di lacrime.

I due giovani passarono proprio accanto alla casetta del pescatore e sentirono la voce di Isidoro che cantava. Brontu si fermò.

— Andiamo, — disse Giovanna, tirandolo per il braccio.

— E aspetta! Anzi, voglio bussare a quella che dovrebbe essere la sua porta.

— No! — disse lei, tremando. — Andiamo, andiamo. Andiamo, o ti lascio solo...

— Ah, è vero, tu hai litigato con lui. Ma io no. Io busso alla sua porta.

— E io me ne vado.

— Canta le laudi di San Costantino, quelle che gli ha dato il Santo in riva al fiume... ah, ah, eh! — disse Brontu, raggiungendola. — È matto, quel vecchio.

Lei sapeva chi aveva scritto quelle laudi, e si sentì triste e irritata. Brontu la riprese sotto braccio e ricominciò a raccontare bugie e a scherzare. Era di buon umore, ma doveva ridere da solo, perchè Giovanna stava sempre zitta.

Qualcuno li vide passare e sentì gli scherzi e le risate di Brontu. E pensò che, dopo tutto, Giovanna era una donna molto fortunata. E lei intanto pensava a Costantino.

### Glossario

- **vigilia**: il giorno prima di una festa.
- **Assunzione**: festa del 15 agosto; la Madonna portata in cielo.
- **vaglio / corba / mola**: setaccio per pulire il grano / grande cesta / macina girata da un asino.
- **conocchia**: bastone su cui si mette la lana da filare.
- **pungolo**: bastone con la punta, per far camminare i buoi.
- **alambicco**: apparecchio per fare l'acquavite.
- **uova con pomi d'oro**: uova con i pomodori.
- **vedere qualcuno come il fumo negli occhi**: non sopportarlo.
- **immondezza**: sporcizia; qui è un insulto.
- **panegirico**: predica solenne in onore di un santo o della Madonna.
- **lentischio**: cespuglio sempre verde della macchia sarda.
- **gonfio**: più grosso del normale, per un male o per l'acqua.
- **livido**: di colore scuro, grigio-blu.
- **spelato**: senza peli (qui senza piume); «Che tu sia spelata!» è una maledizione.
- **bue (plurale buoi)**: grande animale maschio che tira il carro.
- **trota / anguilla**: pesci di fiume, buoni da mangiare.
- **rosolio**: liquore dolce.
- **lucciola**: piccolo insetto che fa luce di notte.
- **staffa**: anello di ferro dove il cavaliere mette il piede.
- **nitrito**: la voce del cavallo.
- **schisto**: pietra grigia che si divide in lastre.
- **ginestra**: pianta con fiori gialli; con i suoi rami si fanno scope.

## XII.

Il giorno dopo, verso le dieci, in chiesa cominciarono le funzioni religiose. Cominciavano così tardi perchè si era dovuto aspettare un giovane prete di Nuoro, amico di prete Elias. Veniva a fare, *gratis*, un panegirico al popolo di Orlei. Questo panegirico era un grande avvenimento. Così alle dieci la chiesetta era già piena di una folla di tutti i colori. Già la chiesa in sè era piena di colori vivissimi. Strisce di un azzurro violento correvano sulle pareti rosa. Il pulpito era di legno giallo. Dalle nicchie rosa, i santi brillavano biondi e rossi, come santi tedeschi. Soltanto San Costantino, il santo protettore, vestito da guerriero, aveva un viso scuro e severo. E in paese c'era una leggenda: questa antica statua, che secondo la gente faceva miracoli, l'aveva scolpita San Nicodemo.

Dalla porta tutta aperta, su uno sfondo di un azzurro che faceva male agli occhi, entrava un torrente di luce violenta. Passava sulla folla e la riempiva di polvere luminosa. In fondo l'altare restava quasi buio, nonostante una M di ceri accesi. Le loro piccole fiamme immobili sembravano frecce d'oro che uscivano da bastoni di legno bianco. Prete Elias diceva la messa. Il suo piccolo amico, in camice di pizzo, con un visetto scuro da bambino furbo, cantava a voce spiegata. La gente si meravigliava che il piccolo prete cantasse, anche se poi doveva fare la predica. Molti erano venuti apposta per sentirlo. E poi, a dire la verità, tutti ascoltavano la messa con poca devozione. Chiacchieravano e si guardavano l'un l'altro con curiosità. Però bisogna aggiungere che un caldo soffocante e un'infinità di insetti invisibili davano fastidio alla folla. A un tratto prete Elias, dopo aver cantato il Vangelo, voltò verso il popolo il viso pallido e tranquillo, e le sue labbra si mossero.

Proprio in quel momento, sull'azzurro di fuoco della porta, apparve la figura di Giacobbe Dejas. Il suo viso beffardo aveva un'aria di vittoria.

Il servo vide che il prete parlava, e si fermò sulla soglia, con la lunga berretta nera fra le mani. Ma non sentì niente. Allora andò avanti e domandò a bassa voce a un vecchio dalla barba gialla:

— Che cosa ha detto?

— Io non ho sentito, — rispose il vecchio, irritato. — Fanno chiasso come se fossero in piazza.

Un giovane roseo, con i capelli neri dritti e il naso greco, si voltò e guardò Giacobbe. Lo vide vestito di nuovo, pulito, con quell'aria di vittoria, e sorrise con malizia.

— Ecco, — disse, — credo che prete Elias abbia detto che ora l'altro prete fa il panegirico.

— L'hai sentito tu? — chiese il vecchio, irritato.

— Io non ho sentito niente.

Giacobbe andò avanti, passando in mezzo agli uomini, che si voltavano a guardarlo. All'improvviso nella folla si fece un gran silenzio. Gli uomini si ritirarono verso le pareti; le donne si sedettero per terra. E in mezzo alla chiesa, nel fiume di luce color perla che la attraversava, apparve una specie di letto di legno azzurro. Gli facevano la guardia quattro piccoli angeli rosa, con le ali verdi, che sembravano quattro farfalle. Dentro questo letto, sopra cuscini di broccato, era stesa una piccola Madonna con gli occhi chiusi. Anelli d'oro, orecchini e collane brillavano sul suo vestito di raso bianco. Era l'Assunta.

Sul pulpito apparve il visetto color bronzo e furbo del piccolo prete. Giacobbe Dejas lo guardò fisso. Poi si girò di fianco e tese l'orecchio destro, per sentire meglio.

— Abitanti di Orlei, fratelli e sorelle, — disse una voce da bambino, ma sonora, — chiamato a farvi un piccolo discorso in questo giorno solenne, io...

A Giacobbe piacque questo inizio. Ma ci sentiva benissimo anche senza tendere l'orecchio. Così tornò a voltarsi e cominciò a esaminare la gente e a parlare fra sè. Però non perdeva una parola della predica.

— Ecco là Isidoro Pane. Che il diavolo gli tiri le orecchie, anche lui è vestito di nuovo. Che pensi di sposarsi anche lui? Eh, oh! Quel ragazzo rosso, là in fondo, ha riso di me. Mi ha visto allegro e vestito di nuovo, perchè si dice che io voglio prendere moglie. Ebbene, e se la voglio prendere? Che cosa vi importa, cani rognosi? Non la posso prendere? Ho una casa, ora, e del bestiame\[7\]. Anche voi avete del bestiame, ma soltanto in testa. Eh, eh! Mia sorella morirà senza eredi, che Dio la benedica. Eccola là: è piccola, rosea e lucente come una piccola bambola. Chi direbbe che è più vecchia di me? Lei vuole che io mi sposi. Va benissimo, mi sposerò; ma con chi? Io sono difficile da accontentare; e poi ho paura. Ho paura, ho paura, con questa nuova legge. Che il diavolo vi scortichi, uomini della giustizia: di chi ci si può più fidare al mondo? Ecco là il mio giovane padrone, eccolo là, con la sua faccia da peccato mortale. Che cosa viene a fare qui? Perchè non lo bastonano? Perchè non lo cacciano via come un cane? E c'è anche quell'uccello rapace di sua madre, la vecchia cavalla: è lì, è lì! Perchè non li cacciano via?

« — Ah, — pensò poi, — è giusto. Se si dovessero cacciare via tutti quelli che hanno peccato, la chiesa resterebbe vuota. Ma quelli lì! Ah, quelli lì! Io li odio, li bastonerei fino al sangue. Eppure io non sono cattivo. Ecco, oggi sono tornato tardi, perchè prima ho riparato i danni che la pioggia forte di ieri sera ha fatto all'ovile. Poi sono tornato. Trovo Giovanna che prepara il pranzo: è sporca, sta male, è malinconica. Per lei non c'è festa. Madre e figlio sono usciti; lei, la serva, resta in casa e lavora. Ti sta bene, crepa, donna perduta! Eppure quella donna mi fa pietà. Ecco, che Dio mi aiuti, mi fa pietà. Io le ho detto delle brutte parole, e lei non ha risposto. Eppure, dopo tutto, lei è la padrona e io il servo. Uccellino di primavera, che colpa ne ho io se ti insulto? Non ti posso vedere, eppure mi fai pietà, ecco tutto. Oh, ascoltiamo quello che predica questo prete che sembra un passero. Sì, un passero che canta sul nido, eccolo là».

— Fratelli, sorelle carissimi, — diceva il giovane prete, muovendo le piccole mani pallide. Parlava in quel morbido dialetto logudorese che somiglia allo spagnolo. — La fede in Nostra Signora è la più alta e la più bella delle fedi. Lei, la dolcissima donna, figlia, sposa e madre di Nostro Signore, salì al cielo. Salì piena di luce e di profumo, come una nuvola di rose. E siede gloriosa fra gli angeli e i serafini...

— Ecco là prete Elias, — pensava Giacobbe. Voltava verso l'altare i suoi occhietti obliqui, che nella luce della chiesetta sembravano di metallo. — Eccolo là con le mani giunte, eccolo là, quel prete di latte cagliato. Non sa fare altro che predicare la bontà. Eppure ha i libri sacri, e potrebbe fulminare la gente. Ah, se avesse minacciato Giovanna Era! Ora sembra che sogni...

— ... nessuno ha mai detto di non aver ottenuto la grazia chiesta con vera fede a Nostra Signora Santissima. Lei, il giglio delle valli, la mistica rosa di Gerico... — continuava il piccolo predicatore, dritto sul pulpito giallo.

Ma la gente cominciava a stancarsi. Le donne erano raccolte per terra come ranuncoli e papaveri sparsi sul suolo. Si agitavano, si voltavano, non stavano più attente. Il giovane prete capì e finì la predica. Benedisse quel popolo di pastori, che aveva ascoltato la parola di Dio pensando ai propri affari e a quelli degli altri.

Allora prete Elias si scosse dal suo sogno e riprese a dire la messa. Forse soltanto lui e Isidoro Pane avevano ascoltato la predica con attenzione. Finita la messa, il pescatore cominciò a cantare le laudi con la sua voce sonora. Sembrava un torrente d'acqua limpida che scorre fra le rocce solitarie, rosa di fiori di muschio.

Il giovane predicatore ascoltava incantato quella voce sonora e intonata. Isidoro era un vecchio con la lunga barba e gli occhi dolci, con il rosario d'osso intrecciato alle dita nodose. La sua figura gli ricordava certi pellegrini del Both, che aveva visto a Roma.

Lo volle conoscere, e prete Elias fermò il pescatore all'uscita della chiesa. Giacobbe guardava. Vedeva l'amico fermo con i preti, e ne provava un'invidia che non si può dire. Lo aspettò in mezzo alla piazza e gli disse:

— Che una palla vi trapassi le ghette, che cosa vi hanno detto quelli lì?

— Mi volevano a pranzo con loro, — disse Isidoro, non senza un po' di vanità.

— Ah, vi volevano a pranzo con loro? Uccellino di primavera, a quanto pare siete diventato un personaggio! Ecco, venite con me...

— Dai Dejas?... Mai! — disse Isidoro, spaventato.

— No. Oggi io non mangio le patate di quelle pelli del diavolo. No. Io mangio a casa mia! Venite.

Lo portò a casa della sorella. Era passato mezzogiorno. Il sole bruciava le stradine, dove il fango si era seccato. Gli alberi sembravano evaporare nell'azzurro ardente del cielo e dei paesaggi selvaggi. La gente tornava a casa. I passi pesanti dei pastori risuonavano sulle pietre della strada. I bambini, vestiti a festa, guardavano dai muretti. Dalle porte tutte aperte si vedevano cucine scure. Lì dentro brillava qualche pentola di rame, come una medaglia enorme. Fili di fumo giallastro salivano come serpenti nell'aria, che sembrava di metallo. Ogni tanto da un cortile, di solito vuoto, usciva il suono straziante di un organetto. Sembrava un suono che veniva da sotto terra, dallo strumento di una vecchia fata malinconica.

Tutto il paesino aveva un'aria di festa insolita. Eppure c'era qualcosa di molto malinconico in quell'aria di festa. C'era in quelle porticine tutte aperte, in quei fili di fumo, in quei bambini impacciati nei vestitini nuovi. C'era in quel suono d'organetto, nelle casette senza ombra, in quell'ora di luce ardente.

Giacobbe portò il pescatore dalla sorella, e pranzarono insieme. La donnina, vedova e senza figli, adorava il fratello; anzi, lo chiamava ancora «fratellino mio». Del resto voleva bene a tutti. I suoi occhi erano un po' obliqui, di un colore incerto. Erano limpidi e puri come due laghetti piccolissimi illuminati dalla luna. Sembravano gli occhi di un bambino che prende ancora il latte. Lei sapeva che il male esiste. Ma si spaventava al solo pensiero che gli uomini potessero farlo. Il divorzio e il nuovo matrimonio di Giovanna erano stati uno dei suoi dispiaceri più grandi. Giovanna infatti era un po' sua figlia di latte. Eppure, nonostante quel dispiacere, le aveva prestato i soldi per il corredo. Suo fratello la prendeva sempre in giro.

— Ecco il nostro amico Isidoro, che vuole prendere moglie: è venuto a chiederti consiglio, — le disse.

— Che tu sia benedetto, Isidoro Pane, è vero che vuoi sposarti?

— Andate là! Andate là! — rispose il pescatore, con bontà.

— Ah, voi non volete sposarvi? — gridò Giacobbe. Con i denti ancora forti strappava un pezzo di arrosto, che teneva con tutte e due le mani. — Siete un animale schifoso. Ecco, sorella mia, lui ha delle amanti.

— Questo non lo credo.

— Che tu mi veda in cielo, se mento. Sì, ha delle amanti che gli succhiano il sangue...

La donna e Isidoro risero, con una risata da creature innocenti. Capivano che Giacobbe parlava delle sanguisughe.

Il servo cominciò a tagliare a pezzetti la carne con il suo coltello affilato. La teneva fra i denti e la mano sinistra. E diceva che era dura come l'orecchio del diavolo. E quei due, ora che avevano cominciato, ridevano per ogni piccola cosa. Giacobbe, però, non rideva. Non sapeva perchè, ma il buon umore di due ore prima era passato.

— Dopo vi porterò a vedere il mio palazzo. Fra pochi giorni sarà finito. Se volessi affittarlo, avrei già gli inquilini. Ma io non lo affitto. No: ci andrò ad abitare io.

— Allora lascerai il servizio?

— Sì, lascerò il servizio. Fra poco. Ho lavorato abbastanza. Sono quarant'anni che lavoro, sapete? Sì, quarant'anni. Nessuno dirà che ho rubato i soldi con cui vivrò la vecchiaia.

— Ti sposerai?

— Poh, chi mi vuole? Io stesso sputerei addosso alla donna giovane che mi accettasse. E vecchie non ne voglio, no. Bevete, Isidoro Pane.

— Mi farai ubriacare? Ebbene, sì, è festa. Alla salute degli sposi.

— Di quali sposi?

— Di Giacobbe Dejas e di Bachisia Era! — disse il pescatore, che diventava allegro.

Giacobbe fece come per buttarsi su di lui.

— Io vi ammazzo! — gridò, con gli occhietti verdi di rabbia.

— Ah! Ah! Ah! Assassino!

— Silenzio, sss... queste cose non si dicono, — disse zia Anna-Rosa.

Giacobbe bevve due bicchieri di vino e cominciò a ridere, un po' per forza, guardando la sorella e il pescatore.

— Ecco, sposatevi voi due! Isidoro Pane, mia sorella è ricca. E poi non vedi com'è fresca? Sembra una bacca di rosa selvatica. Dicono che abbia trovato un'erba meravigliosa. E che ne faccia un decotto che tiene fresca la pelle.

— Che Dio ti benedica; sei proprio buffo! — disse la donnina.

— Sì, sposatevi. Io lo voglio. Mia sorella è ricca. Quello che è mio è suo, perchè io morirò prima di lei. Non so perchè, ma credo che morirò presto: credo che debbano ammazzarmi...

— Va' là; è il vino che oggi comincia ad ammazzarti...

— Fratellino mio, che cosa dici? Per le animucce del Purgatorio, che cosa dici? — gridò la sorella, spaventata.

— Tu non hai nemici, — osservò il pescatore. — E poi muore di ferro soltanto chi di ferro ha ferito.

— Io ho ferito, — rispose Giacobbe con voce grave, e affondò la bocca in una fetta di anguria. — Quante creature innocenti! Ah, voi non capite? Pecore e agnelli!

Poi alzò il viso, bagnato del sangue rosa dell'anguria, e rise.

Dopo andarono a vedere la casa nuova. Aveva un piano, sopra il piano terra. In tutto c'erano quattro camere grandissime, una cucina e una stalla. Ma questo bastava perchè Giacobbe, e tutti in paese, la chiamassero *palazzo*.

— Ecco questo, ecco quell'altro, — diceva Giacobbe, e indicava ogni buco. Il suo viso liscio, senza sopracciglia, tornava allegro.

— Prendetevi mia sorella per moglie, — ripeteva. — Questa casa sarà sua...

— Tu mi prendi in giro, — rispose il pescatore. — Mi prendi in giro perchè sono povero.

Lui camminava timidamente sul pavimento di legno. Giacobbe invece batteva il tacco di ferro. Gli piaceva svegliare l'eco nelle grandi stanze vuote, che odoravano di calce fresca.

Per un momento i due uomini si affacciarono a una finestra. Il davanzale di pietra bruciava al sole. La casa stava in alto, e così apparve la vista del paesino scuro. Sembrava un mucchio di carboni spenti sotto il velo verde degli alberi. Si vedeva la pianura gialla, e le grandi sfingi di un grigio viola, dritte sul cielo ardente. La campana della chiesetta suonava, suonava. Il mezzogiorno era calmo, azzurro e ardente come una fiamma. E in quella calma, quel suono saltellante, un po' di pietra e un po' di metallo, sembrava venire da molto lontano. Sembrava venire dal cuore di quelle sfingi, dove lavorava un gigante spaccapietre, annoiato e assonnato.

— Perchè, dunque, non volete sposare mia sorella? — riprese Giacobbe, affacciato goffamente al davanzale. — Questa casa sarà sua. Questa sarà la camera da letto. Qui, a questa finestra, vi potrete affacciare, uccellino di primavera, potrete fumare la pipa...

— Io non fumo. Lasciami in pace, — disse Isidoro con impazienza. Le parole del servo cominciavano a fargli male.

— Io non scherzo, vecchia lucertola! — esplose Giacobbe. — Ma voi siete così pezzente che non potete neppure pensare che io non scherzo.

— Senti, — disse Isidoro. — Oggi tu mi hai dato da mangiare, e per così poco vuoi divertirti alle mie spalle. Ebbene, lasciami tranquillo, se vuoi che io ti resti grato.

Giacobbe lo guardò fisso, si rimise a ridere e gli disse:

— Ora andiamo a bere.

Uscirono. Giacobbe si avviò verso la bettola, ma Isidoro non volle seguirlo: disse che doveva andare in chiesa.

Il servo andò alla bettola e ci trovò Brontu e altri che giocavano alla morra. Tendevano le braccia, nervosi, e gridavano i numeri con tutto il fiato che avevano in gola.

Prima delle cinque, l'ora in cui doveva cominciare la processione, erano tutti ubriachi. Giacobbe lo era più di tutti. Eppure si prese il diritto di tenere il padrone sotto braccio, perchè gli sembrava che Brontu dovesse cadere da un momento all'altro. Poi invitò tutti quelli che erano nella bettola ad andare nel suo *palazzo*, per vedere la processione.

Poco dopo le grandi stanze vuote risuonarono di voci rauche, di risate senza senso e di passi incerti. Le finestre si aprirono tutte e si riempirono di facce con la barba, rosse, selvagge.

Giacobbe e Brontu si affacciarono alla finestra dove si era appoggiato il pescatore. Il sole era tramontato, ma il davanzale restava caldo. Sotto e davanti a loro c'era la vista del paesino, della pianura e delle montagne. Ombre sempre più lunghe la attraversavano.

— Cu cu, — gridò Brontu, arrotondando gli occhi e facendoli sporgere.

Tutti lo imitarono, gridando più forte che potevano. Le stanze risuonarono, la strada si riempì di curiosi. E in poco tempo cominciò una battaglia di sassolini, di sputi e di parolacce fra gli ubriachi delle finestre e gli ubriachi della strada. Ma all'improvviso si fece silenzio. Si sentiva avvicinarsi un canto lento, grave e malinconico. Ed ecco, in fondo alla strada apparve una doppia fila di fantasmi bianchi, e nell'aria azzurra brillò una croce d'argento.

Gli uomini della strada si misero in fila contro il muro. Le facce alle finestre si abbassarono. Tutti i presenti si tolsero la berretta.

Uno dei confratelli vestiti di bianco bussò alla porta della casa nuova e passò oltre. Erano per lo più ragazzi: finita la processione, gli davano tre soldi e una fetta di anguria. Gli altri, che venivano dietro, fecero come lui.

— Che siate maledetti, — disse Giacobbe, sporgendosi dalla finestra, — maleducati! E vanno alla processione!

Voleva sputare su di loro, ma Brontu gli disse che non stava bene.

Ed ecco lo stendardo di broccato verde chiaro, con cento nastri di tutti i colori e il bastone dorato. Ed ecco la Madonnina Assunta nel suo letto portatile, con gli occhi chiusi. Aveva il vestito coperto di collane e di anelli, che sembravano collane e anelli dell'età del bronzo. Le facevano la guardia i piccoli angeli verdi.

Ai quattro lati, oltre ai portatori, camminavano quattro uomini in tunica bianca. Portavano quattro bambini vestiti da angeli: quattro creature graziose, due bionde e due brune. Chiacchieravano fra loro e gridavano per capirsi. L'uomo che portava uno di loro gli faceva il solletico sotto il ginocchio. E il bambino rideva e si contorceva, con un'ala che pendeva giù.

Giacobbe, Brontu e i compagni si inginocchiarono e si fecero il segno della croce. Guardavano con tenerezza i quattro bambini.

Anche i bambini guardarono in su. Uno riconobbe un suo zio alla finestra e gli tirò un confetto rosso, che ricadde sulla strada.

Prete Elias e il piccolo prete di Nuoro cantavano in latino. Erano vestiti di broccato e di pizzi, pallidi e belli nel riflesso delle stoffe preziose. Avevano le mani giunte e il viso composto.

— Che il diavolo ti buchi la tasca, ecco quell'immondezza di Isidoro Pane, — disse Giacobbe, agitandosi. — Ecco, sembra il padrone della processione! Io lo sputo.

— Ferma! — ordinò Brontu.

Giacobbe si schiarì la gola con rumore per attirare l'attenzione del pescatore, ma quello non alzò neppure gli occhi. Guidava le preghiere, e la folla rispondeva con una sola voce.

Una massa di gente di tutti i colori riempì la strada, mentre la croce d'argento spariva in fondo. Uomini a testa scoperta, teste calve lucide di sudore, capelli neri unti, capelli neri ricci come lana, — teste di donne coperte da grandi fazzoletti di lana a fiori, — un fondo nero a macchie gialle, a righe rosse, a chiazze verdi, — il bianco delle camicie sul petto delle donne, — visi rosa, — mani rosa, — occhi che brillavano, — labbra che si muovevano, — poi un vecchio zoppo, — una donna con due bambine, — tre vecchie, — un ragazzo con un fiore giallo in bocca, — riempirono la strada, — si allontanarono, — sparirono, con il canto malinconico e grave della preghiera. Un gatto mostrò le sue zampine. Poi sporse il musetto bianco, con i grandi occhi azzurri. Poi saltò sul muro di fronte alla casa di Giacobbe e guardò.

— Troppo tardi! — gli disse Brontu, e gli fece un cenno di saluto.

Tutti cominciarono a ridere e a urlare. Giacobbe li pregò di andarsene. Ma gli amici non gli obbedivano, e lui finse di cacciarli con un bastone sporco di calce. Allora quegli uomini fieri, robusti, selvaggi cominciarono a correre qua e là per le stanze e per la scala. Si spingevano per le spalle, rotolavano, gridavano, facevano un chiasso infernale, ridevano come bambini. E continuarono il gioco anche in strada, dopo che Giacobbe ebbe chiuso a chiave la porta del suo palazzo. Poi, tutti insieme, tornarono alla bettola.

Brontu e il servo tornarono a casa quando scendeva la sera, reggendosi l'uno all'altro.

Zia Martina stava nel portico, sola, con le mani sotto il grembiule: diceva il rosario. Vide i due uomini, ma non si mosse e non disse niente. Scosse appena la testa e chiuse forte le labbra, come per dire:

— Siete proprio belli!

— Dov'è Giovanna? — gridò Brontu.

— È da sua madre.

— Ah, da sua madre? Dalla vecchia arpia? È sempre là, maledetta!

— Non gridare, figlio mio!

— Io grido, perchè sono a casa mia! — urlò lui. E voltandosi verso lo spiazzo cominciò a gridare: — Giovanna! Giovanna!

Giovanna apparve sulla porta della casetta e attraversò lo spiazzo con aria spaventata. Ma più si avvicinava, più il suo viso prendeva un'espressione di disprezzo e di disgusto.

Arrivata davanti ai due uomini, li guardò con odio. Giacobbe rideva fra sè. Brontu aveva le orecchie rosse di rabbia.

— Che cos'hai? Una colica? — disse Giovanna.

— Può darsi che gli venga più tardi! — disse Giacobbe.

Brontu mosse le labbra a scatti, ma non riuscì a dire niente. E la rabbia gli passò come era venuta, senza motivo.

— Ecco, ti voglio con me... — balbettò. — Oggi non ci siamo visti per niente... Che cosa facevi da tua madre? Chi c'era?

— Nessuno, per l'anima mia! Chi vuoi che venga da noi? — disse lei con un'amarezza pungente.

— Può venire San Costantino... aaa daarvi unaaa poesiaaa... — canticchiò Giacobbe, con la bava sulle labbra. — Ah, tu non l'hai visto, San Costantino? Ebbene, ecco quanto è pazzo Isidoro Pane: non la vuole... non la vuole... eeee...

— Zitto tu! — disse zia Martina. — E intanto l'ovile resta abbandonato! È così che fai gli affari del padrone? Ah, razza maledetta! Ladroni!

Giacobbe si alzò, pallido, rigido. Giovanna ebbe paura che si buttasse contro la vecchia, e si mise davanti a lei.

Giacobbe tornò a sedersi senza aprire bocca. Ma aveva fatto tanta paura a Giovanna che la giovane rimase vicino alla suocera, pronta a difenderla.

Allora toccò a Brontu prendersela con la madre.

— Che modi sono questi? — le disse. — Voi trattate la gente come... come... se fossero bestie... tutti. Oggi, oggi, sì, oggi era festa. E se quello ha voluto ubriacarsi? Che cosa ve ne importa?

— Io sono ubriaco di veleno! — disse Giacobbe.

— Sì, di veleno! E anch'io! — riprese Brontu. — Ormai sono stufo. Sono stufo di madri, di mogli, di... di... di tutto, ecco. Io me ne vado, ecco. Vado a stare nel suo palazzo. Dopo tutto siamo parenti, e... e...

— E dillo, allora! — urlò Giacobbe. — Tu conti sulla mia eredità! Ah! Ah! Eh! Oh!

Ricominciò a ridere. Era una risata che urlava, per così dire, e faceva orrore. Anche Brontu si mise a ridere. Voleva imitare il servo, ma la sua risata sembrava l'urlo di una bestia allegra nel mese di maggio.

Allora Giovanna ebbe di nuovo paura. Paura del buio che cominciava, della solitudine che pesava sullo spiazzo. Paura della compagnia di quei due uomini, che il vino rendeva simili alle bestie, violenti e spregevoli. E le sembrò che la scomunica fosse caduta su tutti loro. Era caduta sul servo che si ribellava ai padroni, sul figlio che insultava la madre. E su di lei, Giovanna, che li odiava tutti.

Zia Martina si alzò, entrò in cucina e accese il lume. Giovanna la seguì e preparò la cena. Cenarono tutti insieme, e per un po' rimasero tranquilli. Anzi, Brontu cominciò a raccontare come aveva visto la processione dalla finestra del *palazzo* di Giacobbe. Diceva tante pazzie che zia Martina sorrideva. E volle accarezzare la moglie.

Ma Giovanna aveva il cuore pieno di amarezza. Per lei la festa era stata più triste degli altri giorni. Aveva lavorato, non era andata in chiesa, non si era neppure cambiata il vestito. E c'era stato un solo momento tutto per lei. Era andata nella casetta dove aveva sofferto tanto, ma dove era anche stata tanto felice. E l'avevano richiamata con gli urli, come si richiama un cane alla cuccia.

Così respinse le carezze di Brontu e gli disse che era ubriaco. Giacobbe ricominciò a ridere. E la sua risata maledetta irritò ancora di più Giovanna e offese ancora di più Brontu. Lui gridò:

— Perchè ridi, cane rognoso?

— Potrei risponderti che la tua rogna è molto, ma molto peggiore della mia. Però... però... voglio dirti che rido... ecco... rido perchè ne ho voglia.

— Allora rido anch'io.

— *Castigati!*\[8\] — disse Giovanna con disprezzo. — Fate schifo.

Allora Brontu esplose: non ne poteva più.

— Che cos'hai? — chiese a Giovanna, con voce sorda. — Si potrebbe sapere? Mi stai rompendo le tasche, sai? Io ti accarezzo e tu mi insulti? Invece dovresti baciare la terra dove metto i piedi! Hai capito?

Giovanna diventò livida.

— Perchè? — disse con una voce che fischiava. — Non basta che qui io sia la serva?

— Sì, la serva. E allora resta la serva. Che cosa vuoi di più, femmina?

Gli occhi obliqui di Giacobbe brillavano. Giovanna si alzò. Dritta, livida, tragica, tirò fuori tutto il veleno che aveva nell'anima. Insultò il marito e la suocera, e li chiamò aguzzini. Minacciò di andarsene, di ammazzarsi. Maledisse l'ora in cui era entrata in quella casa. E urlando rivelò il debito con la sorella di Giacobbe.

Allora il servo ricominciò a ridere fra sè e sè. Mormorava parole di comico rimprovero contro la sorella. Ma all'improvviso tacque, con la faccia cupa: aveva visto la figura nera di zia Bachisia apparire nel vano della porta.

Lei aveva sentito sua figlia urlare nel silenzio della notte serena, ed era venuta.

— Ecco, — disse zia Martina, perfettamente calma, — a quanto pare vostra figlia diventa matta.

Brontu era tornato in sè. Muoveva le mani nell'aria e faceva segno alla suocera di venire avanti a calmare Giovanna. E zia Bachisia venne avanti. Ma ecco Giacobbe saltare in piedi, tutto d'un pezzo, con il viso contratto come una maschera d'odio.

— Via di qui! — gridò, puntando il dito verso la porta.

— Sei tu il padrone? — chiese zia Bachisia, non senza ironia.

— Via di qui! — ripetè lui. E siccome zia Bachisia continuava ad avanzare, le corse addosso.

Lei scappò. Il servo uscì nel portico e si sedette. Si sedette e volle ridere ancora. Ma, cosa strana, invece di ridere si mise a piangere a singhiozzi, senza lacrime.

### Glossario

- **panegirico**: predica solenne in onore di un santo o della Madonna.
- **pulpito**: posto alto in chiesa, da dove il prete fa la predica.
- **broccato**: stoffa preziosa con disegni in rilievo, spesso d'oro.
- **logudorese**: dialetto del Logudoro, una zona della Sardegna.
- **ghette**: pezzi di stoffa o di cuoio che coprono la gamba sopra la scarpa.
- **palazzo**: qui: la casa nuova di Giacobbe, grande per il paese.
- **morra**: gioco in cui due persone mostrano le dita e gridano un numero.
- **confratelli**: membri di un gruppo religioso, vestiti di bianco.
- **stendardo**: grande bandiera sacra portata nella processione.
- **Castigati!**: scemi!
- **aguzzini**: persone che tormentano gli altri.
- **brillare**: mandare luce.
- **beffardo**: che prende in giro.
- **cero**: grande candela di chiesa.
- **nicchia**: buco nel muro dove si mette una statua.
- **scolpire**: fare una statua nel legno o nella pietra.
- **raso**: stoffa liscia e lucida.
- **obliquo**: di traverso, non dritto.
- **rognoso**: che ha la rogna, una malattia della pelle degli animali; «cane rognoso» è un insulto.
- **scorticare**: togliere la pelle.
- **ranuncolo / papavero**: fiori di campo, gialli / rossi.
- **sanguisuga**: piccolo animale d'acqua che succhia il sangue.
- **decotto**: bevanda fatta facendo bollire erbe nell'acqua.
- **anguria**: grosso frutto verde fuori e rosso dentro, pieno d'acqua.
- **calce**: polvere bianca per fare e dipingere i muri.
- **davanzale**: la parte bassa della finestra, dove ci si appoggia.
- **sfinge**: grande statua di pietra; qui: le grandi rocce delle montagne.
- **bettola**: osteria povera, dove si beve vino.
- **arpia**: donna cattiva e avida.
- **colica**: forte dolore di pancia.
- **scomunica**: condanna della Chiesa: chi la riceve è cacciato dalla comunità dei fedeli.
- **livido**: di colore scuro, grigio-blu.

## XIII.

Il tempo continuava a passare. Il cielo e la natura cambiavano secondo la volontà delle stagioni. Ma nel paesino le persone e le cose non cambiavano aspetto. In inverno Giovanna diede alla luce una bambina rachitica, livida, che piangeva sempre. Il dottor Porru, o dottor *Pededdu*, come continuavano a chiamarlo, venne apposta da Nuoro per fare da padrino alla povera creaturina.

Arrivò in carrozza, così avvolto nel mantello che sembrava un fagotto. Aveva il visino roseo e sorridente. Molte persone corsero a vederlo. Lui distribuì saluti e sorrisi a tutti quelli che li volevano. Alcuni amici di Brontu erano andati a incontrarlo. A loro disse che li aveva visti a Nuoro, e loro ne furono molto contenti. Uno però disse che a Nuoro non c'era mai stato.

— Fa lo stesso, — rispose il piccolo avvocato, — ci verrai anche tu.

Era un brutto augurio, perchè di solito quegli uomini andavano a Nuoro per affari di giustizia. Eppure l'amico di Brontu fu contento.

Quando zia Bachisia vide l'avvocato, tornò alla sua vecchia idea: le sembrava una *magìa*. Il giovane si tolse il mantello, lo scialle e le altre cose che aveva addosso. Allora la vecchia cliente gli disse che era diventato molto più grasso.

— Questo è niente! — disse lui. E tutti risero come matti.

Il battesimo fu fatto con grande pompa. Forse per l'unica volta in vita sua, zia Martina aveva aperto la borsa. Aveva fatto venire da Nuoro vini e dolci squisiti. Ma di notte non dormiva, e di giorno stava sempre attenta, piena d'ansia. Aveva paura che qualcuno toccasse la roba.

Il giorno del battesimo Giovanna si alzò e aiutò la suocera a fare i maccheroni per il pranzo, come si usava. Poi tornò a letto, ma ci rimase seduta, appoggiata ai cuscini. La coperta le arrivava alla cintura. Dalla cintura in su portava la camicia e il corsetto da sposa. Aveva anche la cuffia di broccato e il fazzoletto da sposa. Era un po' pallida, senza sangue nel viso, ma bella, con gli occhi più grandi del solito.

Nella camera fu apparecchiata la tavola. Per questo zia Martina tirò fuori dalla cassa le tovaglie di lino. Da quando le aveva comprate, non avevano mai più visto la luce.

Il battesimo si fece verso le undici, in una mattina freddissima e piena di nebbia. Dal cielo bianco scendeva un fitto velo bianco, tutto intorno al paesino. Le stradine erano deserte. Erano piene di pozzanghere coperte di ghiaccio, che sembravano pezzi di vetro sporco. Sullo spiazzo davanti alla casa dei Dejas c'era un silenzio che non si può descrivere. Lì il mandorlo disegnava le linee nere dei suoi rami nudi sul bianco leggero della nebbia.

Ma all'improvviso lo spiazzo si animò. Arrivò una banda di ragazzini di strada, coperti di pelli e stracci. Portavano certe cuffie rosse con le frange, e vecchie scarpe più grosse dei loro piccoli corpi. Si sparsero per lo spiazzo. Qua e là apparvero gruppi di persone. Erano soprattutto donnine freddolose, che starnutivano, tossivano e puzzavano di fumo e di fuliggine.

Apparve il corteo del battesimo.

Davanti c'erano due bambini. Con aria molto seria e importante reggevano due ceri, intorno ai quali brillavano dei nastri rossi, come fiamme. Poi veniva una donna con la neonata in braccio. La bambina era coperta da scialli e da un drappo di broccato verde chiaro, simile allo stendardo di San Costantino. Poi veniva il padrino, con il suo pastrano e lo scialle bianco e nero. Dallo scialle usciva il visetto roseo, sempre beato. La madrina era una delle figlie di zia Martina. Era una giovane altissima, con il viso lungo lungo. Sembrava l'ombra di una persona nell'ora del tramonto. Per parlare con il padrino doveva piegarsi. Accanto a loro camminava Brontu, sbarbato e felice. Dietro seguiva un gruppo di parenti e amici. Camminavano a passo di marcia e facevano un rumore di zoccoli, come cavalli. Per ultima veniva la servetta della madrina. Aveva freddo, teneva un vassoio sotto il braccio e le mani nelle aperture della gonna. Ogni tanto tirava fuori la lingua, per leccarsi l'acqua che le scendeva dal naso livido.

I ragazzini si misero ai due lati del corteo. Aspettavano e guardavano il padrino con avidità. Anche lui cominciò a guardarli, sorridendo, e li salutò in modo comico.

— Da bravi, da bravi! Che cosa cercate, animaletti d'inverno?

— È zoppo! — disse un ragazzo.

— Sta zitto; altrimenti non dà niente.

Il corteo passava, e i visi dei ragazzini diventavano lunghi. Alcuni si irritavano, altri stavano per piangere.

— Zop... — cominciò a gridare uno, ma non finì. Il padrino aveva lanciato in aria una manciata di monetine di rame. Tutti i ragazzini si buttarono sulle monete. Urlavano, si mettevano uno sopra l'altro, si spingevano, si pestavano, cadevano per terra. Buttarono a terra anche la servetta, che cominciò a dire brutte parole e a distribuire calci e pugni. Ne diede più di quante erano le monete. La pioggia di rame continuò fino all'arrivo del corteo alla chiesetta. E così continuò anche l'assalto dei ragazzini, che diventavano sempre di più. Alla chiesetta prete Elias aspettava e scambiava qualche parola con il sagrestano vestito di rosso.

Il sagrestano aveva paura di una cosa. Prete Elias era famoso per la sua bontà, perchè perdonava facilmente. Forse avrebbe accompagnato a casa la neonata. Ma in paese si usava farlo solo quando i genitori del bambino erano sposati anche in chiesa. Così il sagrestano lo spingeva a essere severo con Brontu Dejas, con i padrini, con tutti.

— La vossignoria, — diceva, — non accompagnerà certo a casa la bambina. No. È quasi una bastarda; non deve ricevere onori.

— Va a guardare se arrivano, — disse il prete.

— Non si vedono, no. La vossignoria non andrà?

— E tu andrai? — chiese il prete con un sorriso fine.

— Il mio è un altro affare: io vado per avere i dolci, non per fare onore a quella gentaglia.

Poco dopo arrivò il corteo, e la cerimonia cominciò. Appena le scoprirono la testolina calva e rossa, la bambina cominciò a piangere. Sembrava il belato rauco di un capretto. Il padrino teneva il cero acceso e sorrideva. Intanto cercava di ricordare bene il *Credo*. Giovanna infatti lo aveva pregato tanto di recitarlo con cura, perchè il battesimo fosse valido.

Quasi tutti i ragazzini erano entrati in chiesa e facevano un brusìo, come di topi. Il sagrestano li cacciava fuori in silenzio, ma loro uscivano e rientravano. La servetta con il vassoio e la donna che aveva portato la bambina si sedettero sui gradini di un altare. Aspettavano con ansia la mancia del padrino.

La cerimonia finì. Il padrino diede la mancia, e la bambina fu rivestita. Ci fu allora un momento di attesa inquieta per Brontu e per gli amici. Prete Elias era andato in sagrestia a togliersi i paramenti. Sarebbe tornato? Avrebbe accompagnato a casa la bambina?

Lui non tornò. E il corteo se ne andò un po' malinconico. Dietro veniva il sagrestano, trionfante. Brontu aveva una voglia pazza di dargli una buona dose di calci, invece dei dolci.

La gente si affacciava per vedere il corteo. Non vedevano il prete, e molti visi, soprattutto di donne, sorridevano con cattiveria. Puh! Sembrava il battesimo di un bastardo.

Giovanna non aspettava il prete. Eppure, quando il corteo entrò nella camera, diventò ancora più pallida. Baciò con tristezza la bambina violacea. Le sembrava che brutti segni di morte pesassero sulla povera creaturina.

— Ho ricordato il *Credo* dalla prima all'ultima parola, — disse il padrino. — Allegra, comare mia! La vostra bimba sarà un portento: alta come la madrina, e allegra come il padrino!

— Purchè sia fortunata come il padrino! — mormorò Giovanna.

— E ora a tavola! — disse il giovane avvocato, battendo le mani. — Un bellissimo uso, questo, parola d'onore: bellissimo.

Battè ancora le mani, come si fa per chiamare i bambini. E subito tutti si misero a tavola, davanti ai maccheroni. Dopo venne un magnifico porchetto arrosto, che mandava profumo di rosmarino.

Pochi giorni dopo, a Orlei successe un fatto strano, ma non insolito.

Vicino alla casa di Isidoro Pane c'era un vecchio concio. Il tempo lo aveva reso quasi di pietra. Lo coprivano strane erbe pallide, steli di un verde quasi bianco, gramigne malinconiche. Sembrava un rialzo qualunque e non mandava più odore.

Una sera, verso il buio, Isidoro Pane preparava la cena. All'improvviso sentì del chiasso dalla parte del rialzo, — chiamiamolo così — e si affacciò alla porticina per guardare.

Il crepuscolo era freddo, quasi verde e luminoso. Un gruppo di persone, per lo più donne, avanzava verso il rialzo, suonando e cantando. Erano nere contro l'aria limpida. Isidoro capì di che cosa si trattava e andò incontro al gruppo. Erano una ventina di donne, vecchie e giovani. Cantavano a mezza voce una strana canzone, con un ritmo saltellante ma malinconico. Anzi, era uno scongiuro contro il morso della tarantola. Le accompagnava il suono monotono di uno strumento molto semplice e antico, chiamato *serraia*. Era una specie di cetra, con la cassa fatta di una vescica di maiale secca.

Un ragazzo che chiedeva l'elemosina, pallido e cieco, suonava lo strano strumento. Era vestito in modo bizzarro, con abiti da donna stracciati e sporchi.

Nel gruppo si vedevano anche altri tre uomini. Uno di loro aveva il viso rosso, acceso dalla febbre, e una mano fasciata. In lui Isidoro Pane riconobbe Giacobbe Dejas.

Il pescatore andò avanti e si mescolò al gruppo. Toccò con un dito la mano fasciata del servo. Giacobbe lo guardava fisso, con gli occhi pieni di un terrore profondo.

— Hai paura di morire? Per un morso di tarantola? che, che! — disse zio Isidoro sorridendo.

Le donne cantavano sempre. Erano sette vedove, sette donne sposate e sette ragazze. Tra le vedove c'era la sorella di Giacobbe, che camminava al suo fianco. Era rosea e fresca, nonostante il grande dolore che la opprimeva. La sua vocina sottile e acuta, come il canto di un grillo, si sentiva sopra tutte le altre, saltellante e tremante.

— Lui sta male, — disse piano a Isidoro uno degli amici che accompagnavano Giacobbe.

— Ah! — disse il pescatore, e si fece serio.

Le donne cantavano sempre questo strano scongiuro:

— Santu Pretu a mare andei,

Ses jaes nde li rughei;

E li rispondent Deu:

It' às, Pretu meu?

— A ssu pè m'at datu mossu,

A ssu coro, a ssu dossu.

— Lea s'ispina trista,

E ponebila pista,

E ponebila tres dies

Chi Petru sano sies.

Tarantula 'e panza pinta,

Chi fattesit fiza istrinta,

Fiza istrinta fattesit,

Una pro monte nde lassesit;

Una pro monte, una pro bbacu,

Mòlthu m'àsa e mòlthu t'àpo\[9\].

Intanto il gruppo si era avvicinato al rialzo. I due uomini avevano delle zappe e cominciarono a scavare una fossa. Isidoro rimase vicino a Giacobbe, fra le donne che cantavano e il cieco che suonava.

Giacobbe taceva e guardava il lavoro dei due amici. Isidoro invece guardava fisso il malato. Gli sembrava un altro, tanto era cambiato. Aveva il viso rosso, infiammato, segnato da una sofferenza nervosa. I suoi piccoli occhi, prima così furbi, sotto la fronte senza sopracciglia, erano velati da una paura infantile della morte. Finito l'ultimo verso, le donne ricominciavano dal primo. E la strana cetra riprendeva il suo motivo acuto e monotono, che somigliava al ronzio di molte api in volo.

Dal lucido occidente arrivavano soffi di vento gelato. Passavano come lame taglienti sul viso delle persone riunite sul rialzo. Il cielo era di un azzurro viola. Ma più in basso si stendeva quasi verde, come un lago dove il sole era sparito. Una tristezza immensa brillava nel freddo crepuscolo. Brillava sull'altopiano già nero, sul paesino nero, su quel gruppo di persone nere. Quelle persone compivano un rito superstizioso con una fede da selvaggi idolatri\[10\].

I due uomini scavarono la fossa con grande energia. La terra veniva su nera, mescolata a rifiuti marci, a cocci, a stracci. I due se la rigettavano sui piedi, sulle gambe. Salivano sul mucchio, si piegavano sempre di più, ansimavano, sudavano. Intanto le donne cantavano e il cieco suonava.

Quando la fossa fu pronta, Isidoro e zia Anna-Rosa aiutarono il malato a togliersi il cappotto. La piccola bocca di zia Anna-Rosa non smetteva di aprirsi rotonda, per mandare fuori quel canto di grillo, sottile e dolente. Poi lo presero per mano e lo portarono vicino alla fossa. Lui ci saltò dentro di colpo. I due uomini spinsero con le mani la terra dentro la fossa. E Giacobbe rimase sepolto, con la testa fuori.

Allora, intorno a quella testa, accadde una scena che non si può descrivere. La testa sembrava staccata da un corpo e posata per terra, su quel rialzo di rifiuti. Lì le erbe tremavano al vento, come prese da un brivido di angoscia, sotto il cielo immensamente triste. Uno degli uomini si asciugava la fronte con il braccio. L'altro batteva le mani per togliere la terra attaccata. In un attimo le donne si misero in cerchio intorno alla testa di Giacobbe. Fecero un giro di danza, cantando sempre il loro scongiuro. Il cieco suonava, pallido, senza espressione, con gli occhi bianchi rivolti a un orizzonte vuoto. Tutto questo durò cinque minuti. Poi le donne smisero di ballare e sciolsero il cerchio, ma continuarono a cantare. I due uomini e Isidoro si buttarono per terra. Con le zappe e con le mani, in pochissimo tempo, tirarono fuori Giacobbe. Lui si rialzò con i vestiti pieni di terra, il collo e il viso viola. Era tutto bagnato di sudore e disse che gli era sembrato di soffocare. Si scosse tutto. Poi infilò un braccio, e poi l'altro, nelle maniche del cappotto che la sorella gli porgeva.

— Ebbene, tu non morirai, uccellino di primavera! — gli diceva Isidoro, scherzando.

Ma l'altro restava cupo. Il vento freddo gli aveva gelato il sudore. Ora il suo viso era diventato pallido, e i denti gli battevano forte. Si avviarono verso la casa di zia Anna-Rosa. Isidoro aveva dimenticato del tutto la sua cena, e seguì la strana compagnia.

— L'hai uccisa tu? — chiese al malato. Si ricordava infatti di una credenza: chi uccide la tarantola con il dito anulare conserva un potere. Può guarire il suo morso solo toccandolo con quello stesso dito.

— No, — disse Giacobbe. Poi, fra il suono della cetra e il canto delle donne, raccontò la sua disgrazia con poche parole precise. — Io dormivo. Sento una puntura, come di vespa. Mi sveglio bagnato di sudore. Ah, mi aveva punto; mi aveva punto quella vile tarantola! La vidi io, con questi occhi; ma era sul muro, già lontana. Ah, che il diavolo ti morda, mala femmina! E sono tornato. Sentite, io ho paura di morire. È da tanto tempo che ho paura di morire.

— Noi moriremo tutti, quando sarà arrivata l'ora, — disse Isidoro con voce grave.

— Sì, moriremo tutti, — confermò uno degli amici. Ma questo non consolò Giacobbe Dejas.

— Ho le gambe spezzate, — diceva lui, lamentandosi. — E la schiena? Ah, la mia schiena sembra colpita con la scure. Io morirò, io morirò...

La gente usciva nelle strade per vedere il gruppo. Ma tutti guardavano in silenzio, come se passasse un funerale, e nessuno lo seguiva. Gli occhi di Giacobbe si velavano. A un tratto lui barcollò e si appoggiò a Isidoro.

Le donne marciavano, trottavano come puledre. Il canto malinconico saliva, si spargeva e spariva come fumo nel freddo silenzio della sera. Girava intorno al suono acuto della cetra, che si lamentava come una bestiolina ferita, abbandonata in un cespuglio.

Finalmente arrivarono alla casa della piccola vedova. In mezzo alla cucina c'era il focolare di schisto. Lì il fuoco ardeva su un mucchio di brace, tirata fuori poco prima dal forno. Il forno, rotondo e grande, occupava un angolo della cucina. Aveva un buco in mezzo alla volta, per far uscire il fumo. E aveva un'apertura quadrata, dove poteva entrare benissimo un uomo. Ebbene, Giacobbe Dejas si piegò ed entrò nel forno tiepido. Sull'apertura apparvero le suole chiodate dei suoi scarponi. I chiodi consumati brillavano un poco alla luce del fuoco.

In piedi, intorno al focolare e al forno, le donne continuarono il loro coro. La luce rossa e viola del fuoco tremava sulle loro persone e illuminava i corsetti gialli e le camicie bianche. La piccola bocca aperta e rotonda di zia Anna-Rosa sembrava un piccolo buco nero sul viso roseo e lucido. Il cieco aveva *sentito* il fuoco, e si avvicinava a poco a poco, senza smettere di suonare. Arrivato sul bordo del focolare, mise il piede nudo sulla pietra caldissima.

— Zsss... — soffiò Isidoro, — bada che ti scotti, quel ragazzo!

Non aveva finito di dirlo, che il suonatore fece un salto indietro e scosse il piede bruciato. Per un momento smise di suonare. Ma le donne continuarono il coro. In piedi e immobili intorno a quel forno, sembravano cantare un coro funebre intorno a una tomba preistorica.

— Esci, — disse a un tratto la vocina di zia Anna-Rosa.

Dal forno uscirono i grossi piedi di Giacobbe. Nello stesso momento la porta si aprì e apparve una figura nera. Prete Elias. Lo avevano avvertito, e lui era corso alla casa della vedova. Voleva impedire almeno che Giacobbe fosse messo nel forno. Ansimava, era rosso, e aveva gli occhi accesi.

Vedendolo, una donna gridò. Altre tacquero, altre fecero per continuare il coro. Giacobbe finì di uscire dal forno.

— Tacete! — ordinò il prete, ansimando. — Non vi vergognate? No?

Allora tacquero.

— Andate, — riprese lui, e spalancò la porta. La tenne aperta con una mano e guardò le donne che uscivano una dopo l'altra. Quando furono uscite, si accorse che c'era anche Isidoro, e i suoi occhi diventarono tristi.

— Anche voi! — disse con rimprovero. — Ma possibile? Non vedete come avete ridotto quel povero uomo? Ma possibile, possibile! — ripetè, come parlando fra sè. Poi si animò di nuovo: — Presto, andate a chiamare il medico! E voi a letto. Avanti!

Giacobbe non chiedeva di meglio. Aveva la febbre, la testa gli tremava, gli occhi non vedevano più. Isidoro uscì e si avviò verso la casa del medico. Si sentiva umiliato. Aveva buon senso, saggezza e religione. Eppure non riusciva a capire che male ci fosse a cercare di guarire il morso della tarantola in quel modo. Erano i canti, i suoni e i riti dei padri e degli antenati del villaggio. Si usavano fin dal tempo in cui i giganti vivevano nei *Nuraghes*.

Per la strada le donne si erano divise in gruppetti di due o tre. A bassa voce, nell'ombra, parlavano di quello che era successo. Alcune la prendevano sul serio, altre criticavano il prete. Una ragazza molto allegra si batteva le mani sui fianchi e canticchiava con ironia:

Faladu m'est su tronu,

O mama de ranzolu\[11\].

Era la nenia che si doveva cantare intorno al letto del malato, se prete Elias non fosse arrivato. Alcune donne si avvicinarono a Isidoro. Ma lui passò oltre a lunghi passi, pensieroso. Allora se ne andarono tutte. E intorno alla casa della vedova regnò la sera fredda e quasi verde. Le stelle sembravano occhi d'oro velati di lacrime.

### Glossario

- **padrino**: uomo che tiene il bambino al battesimo; la donna che fa lo stesso è la madrina.
- **vossignoria**: modo antico e rispettoso di parlare a un prete o a un signore.
- **concio**: vecchio mucchio di letame.
- **scongiuro**: formula magica contro un male.
- **tarantola**: ragno velenoso; si credeva che il suo morso si curasse con canti e danze.
- **serraia**: strumento musicale sardo, come una cetra, con una vescica di maiale secca.
- **Santu Pretu a mare andei**: inizio dello scongiuro sardo: «San Pietro andò al mare». Racconta di San Pietro morso dalla tarantola e di Dio che gli dà la medicina (traduzione completa nella nota 9).
- **Nuraghes**: antiche torri di pietra della Sardegna.
- **nenia**: canto lento e triste, ripetuto sempre uguale.
- **Faladu m'est su tronu, / O mama de ranzolu**: «Mi è caduto addosso un fulmine, o madre del ragno» (nota 11).
- **rachitico**: piccolo e debole, malato nelle ossa.
- **livido**: di colore scuro, grigio-blu.
- **fagotto**: pacco di stoffa legato.
- **pompa**: grande lusso e solennità.
- **tovaglia**: panno che si mette sulla tavola per mangiare.
- **pozzanghera**: piccola pozza d'acqua sulla strada.
- **fuliggine**: polvere nera che lascia il fumo.
- **cero**: grande candela di chiesa.
- **drappo**: pezzo di stoffa preziosa.
- **pastrano**: cappotto lungo e pesante.
- **vassoio**: piatto grande e piano per portare le cose.
- **sagrestano / sagrestia**: uomo che aiuta il prete in chiesa / stanza della chiesa dove il prete si veste.
- **paramenti**: vestiti del prete per la messa.
- **belato**: la voce della pecora e della capra.
- **portento**: meraviglia, cosa straordinaria.
- **gramigna**: erba selvatica e comune.
- **crepuscolo**: la luce tra il giorno e la notte.
- **saltellante**: che va a piccoli salti.
- **cetra**: antico strumento musicale a corde.
- **brillare**: mandare luce.
- **zappa**: attrezzo per scavare la terra.
- **idolatra**: chi adora falsi dei.
- **cocci**: pezzi di piatti o vasi rotti.
- **dito anulare**: il dito dove si porta l'anello.
- **scure**: grossa ascia.
- **puledra**: giovane cavalla.

## XIV.

La camera dove era a letto Giacobbe Dejas era altissima. Era così grande che la lampada a olio non riusciva a illuminare bene gli angoli. Bisogna dire però che i mobili erano della stessa misura. Sulla parete di fondo c'era un armadio di legno rosso, che arrivava al soffitto. Aveva qualcosa di serio e pensoso. Il letto di legno era alto e maestoso come una montagna. Intorno ai suoi piedi girava una fascia di stoffa giallastra. C'era qualcosa di misterioso in quella camera, con gli angoli bui e il soffitto alto e livido come un cielo pieno di nuvole. La piccolissima figura di zia Anna-Rosa ci si perdeva, come in una campagna immensa. Il suo petto arrivava appena al bordo del letto.

Giacobbe Dejas sognava, su quel letto immenso. Aveva la febbre a 39 gradi. Gli sembrava di essere ancora nel fosso. Ma i due uomini che lo avevano messo sotto terra continuavano a gettare la terra intorno alla sua testa, e lo soffocavano. Lui soffriva moltissimo, ma li lasciava fare. Sperava di guarire più presto, se lo coprivano di terra fin sopra la testa. E la sua testa era prete Elias, e sul suo petto si muoveva la coda piccolissima di una tarantola. Nel sogno Giacobbe sentiva un terrore pazzo della morte.

Quando era entrato nel forno ancora un po' caldo, aveva pensato una cosa. Forse l'inferno era un forno acceso, dove i condannati dovevano restare distesi per sempre.

Ora nel sogno tornava esattamente quella stessa impressione. La terra saliva intorno al suo viso, e lui stringeva la bocca per non ingoiarla. Intanto, dal fosso, vedeva un forno acceso. Era l'inferno. Provava un terrore così forte che il suo istinto ebbe un bisogno potente. Anche nel sogno, anche nella febbre dell'incubo, doveva capire che era tutto un'illusione dei sensi. E si svegliò. Ma da sveglio ebbe la stessa impressione delle pietre in un incendio, se potessero sentire. Sentirsi bruciare e non potersi muovere, non poter sfuggire all'orribile destino. Giacobbe Dejas provò qualcosa di simile. Era come se fosse diventato di pietra, dentro un mucchio di brace, dentro un forno acceso, nell'inferno. E da sveglio provò un terrore ancora più feroce di quello del sogno. Diede un grido, un — ooh — sordo e grave. Il suono di quel grido lo consolò, come una voce umana vicino a lui nell'orrore dell'inferno.

Zio Isidoro era rimasto per aiutare come poteva la piccola vedova, e dormiva nella cucina accanto. Nel sonno sentì quel grido ed ebbe paura. Si svegliò e pensò che Giacobbe fosse morto. Saltò su ed entrò nella camera. Si avvicinò al letto e vide il malato a letto, sulla schiena. Aveva la faccia stranamente allungata, e gli occhi, che sembravano neri, lucidi di lacrime.

— Sei sveglio? — domandò piano piano il pescatore. — Che cosa vuoi?

Gli toccò il polso e ci avvicinò l'orecchio, come per sentire il battito. Subito dopo Giacobbe vide, dall'altra parte del letto, il visino di sua sorella, avvolto in un fazzoletto bianco.

Allora successe una cosa strana. Il viso del malato diventò più corto, la bocca si allargò, gli occhi diventarono piccoli. E nella camera si sentì un lungo lamento, come un fischio. La piccola donna tornò a vivere un tempo lontano, quando Giacobbe bambino piangeva su quello stesso letto. Allora allungò le braccia, accarezzò il malato e gli parlò in modo dolce e irritato insieme:

— Siano benedette le sante anime del Purgatorio, che cosa hai, che cosa ti senti, fratellino mio?

Isidoro, stupito, continuava a toccare il polso del malato. Cercava ora una vena, ora l'altra, e diceva:

— Oh! Oh! Questa è curiosa!

— Ebbene, che cosa hai? Vuoi dirmi che cosa hai? Che cosa ha avuto, dillo tu, Isidoro Pane?

— Ma niente... ma niente... Ha gridato, ecco tutto. Forse ha fatto un brutto sogno. Ora gli diamo un po' d'acqua, ecco. Porta un po' d'acqua. Ecco, ora bevi. Eh, come bevi! Avevi sete? Capisci, è la febbre, ecco tutto.

Giacobbe si era messo seduto. Dopo aver bevuto l'acqua, si calmò del tutto. Portava una vecchia maglia di cotone bianco, che disegnava il suo corpo piccolo ma robusto. Il petto era coperto di fitti peli neri, e questo contrastava con la testa e la faccia, tutte e due senza un pelo. Rimase seduto, piegato in avanti, pensieroso. Si passava la mano sana sul braccio malato.

— Sì, — disse a un tratto, con la voce affannata e lamentosa di chi ha la febbre, — ho fatto un brutto sogno. Che caldo, San Costantino bello! Un caldo da forca. Ho sognato l'inferno.

— Che idee! che idee! che idee! — disse la sorella con rimprovero.

E zio Isidoro, scherzando:

— E faceva caldo, uccellino di primavera?

Il malato si irritò un po':

— Non scherzare, non dire più «uccellino di primavera». Mi fai arrabbiare. Io non lo dirò più, io non prenderò più in giro nessuno. Ascoltatemi, — disse poi, sempre a testa bassa, toccandosi il braccio. — L'inferno è una brutta cosa. Io devo morire, e devo dirvi una cosa. Ecco, non spaventarti, Anna-Rosa, tanto io devo morire. E voi lo sapete già, zio Isidoro, quindi ve lo posso dire. Ecco, sono io che ho ammazzato Basile Ledda.

Zia Anna-Rosa spalancò gli occhi, spalancò la bocca, appoggiò il petto al letto e cominciò a tremare forte, senza potersi fermare.

— Io non sapevo niente! — gridò Isidoro.

Allora Giacobbe alzò il viso spaventato e cominciò a tremare anche lui.

— Non mi farete arrestare? — disse, pregando. — Tanto io morirò. Lo direte, dopo? Io credevo che lo sapeste! Che cosa hai, Anna-Rò? Non aver paura, non mi farà arrestare.

— Non è questo! — disse lei, riprendendosi un po'. Le era sembrato di ricevere un colpo di pietra sulla testa. Ora la sensazione fisica spariva. Ma dentro di lei succedeva una cosa misteriosa. Era come se la sua anima se ne andasse, e al suo posto arrivasse un'altra anima. La nuova anima vedeva le cose, il mondo, la vita, il cielo, la terra, Dio, diversamente dall'anima che fuggiva. E tutte le cose che vedeva erano piene di orrore, di buio, di caos.

— Io non dirò niente. No. No. Ma io non sapevo niente. Come potevo saperlo? — protestò Isidoro. Non sentiva orrore per Giacobbe, anzi ne provava pietà. Ma nello stesso tempo gli desiderava la morte.

E subito tutti e tre i personaggi di quel dramma pensarono a Costantino. E questo pensiero non li lasciò più un momento.

— Còricati, — disse Isidoro, battendo la mano sul cuscino.

Ma l'altro scosse la testa. E riprese a parlare con la sua voce lamentosa e affannata, a volte pregando, a volte irritato:

— Io credevo che voi lo sapeste: ah, dunque non lo sapevate? Ah, è vero! Come potevate saperlo? Però io avevo paura di voi: credevo che mi leggeste negli occhi. Ecco, una notte, in casa vostra, mi diceste «puoi essere stato tu a uccidere Basile Ledda». Io ebbi paura, quella sera. Poi un altro giorno, il giorno dell'Assunzione, qui, in questa casa, voi mi diceste «assassino!». Era uno scherzo, ma io ebbi paura, perchè avevo paura di voi. Ebbene, quando vi proponevo di sposare mia sorella, lo facevo sul serio: pensavo di legarvi a me.

— Gesù Cristo mio! mio piccolo Gesù Cristo! — gemette la vedova.

Giacobbe la guardò un momento.

— Tu hai paura, eh? Perchè l'ho fatto, chiedi? Ebbene, perchè odiavo quell'uomo. Lui mi aveva bastonato. Lui mi doveva dei soldi. Ma mi sembrò di morire quando condannarono Costantino Ledda. Perchè non ho confessato allora? Voi dite così, voi! Eh, è facile dirlo; ma farlo era impossibile. Costantino è un buon ragazzo, pensavo: morirò prima di lui, e confesserò tutto. E quello che fece Giovanna Era mi fece invecchiare di cento anni. Che cosa dirà Costantino quando ritornerà? Che cosa dirà? — ripetè a bassa voce, come se lo chiedesse a sè stesso. — Che cosa faremo ora?

Zia Anna-Rosa chinò la faccia sulla coperta e sospirò. Le sembrava di fare un sogno orribile.

Ma neppure per un attimo pensò che si dovesse nascondere la rivelazione del fratello. E dopo?

Dovevano succedere due cose, ugualmente orribili per il suo cuore: o la morte di Giacobbe o la sua condanna. Lei non sapeva quale scegliere.

— Ora ci corichiamo e riposiamo: domani penseremo a quello che bisogna fare, — disse zio Isidoro. E battè di nuovo la mano sul cuscino.

Giacobbe tornò a distendersi sulla schiena. Alzò la mano sana e cominciò a contare con le dita:

— Prete Elias, uno; poi il sindaco, poi... come si chiama... Brontu Dejas. Sì, sì. Proprio lui. Li voglio qui, confesserò a loro.

— A Brontu Dejas? — chiese stupito zio Isidoro.

— Perchè a lui crederanno più che a tutti. Ma prima, tutti mi giurerete sul crocifisso che mi lascerete morire in pace. Io ho paura. Mi lascerete morire in pace, dunque?

— Ma sì! Sta tranquillo, ora. E voi, piccola comare, tornate a letto; riposatevi, dormite, — disse il pescatore con voce tranquilla. Intanto sistemava le coperte intorno al malato, che si scopriva sempre, si muoveva e scuoteva la testa.

— Ho caldo, — diceva Giacobbe, — ho caldo; lasciatemi stare. Perchè voi non vi meravigliate, zio Sidore? Ah, io rimasi servo per non far nascere sospetti. Ma voi sapevate. Sì, sì, sapevate.

— Non sapevo niente, ti dico, figlio di Dio.

— E allora perchè non vi meravigliate?

— Perchè? — disse l'altro con voce grave. — Nel mondo ne succedono tante! Sono cose del mondo. Ebbene, sta coperto e cerca di dormire.

La vedova sembrava non aver ascoltato le parole dei due uomini. Ora alzò il viso. E il piccolo viso era diventato giallo, pieno di rughe. Tutti gli anni erano passati tranquilli, senza segnare quel volto. Ora sembrava che si fossero presi la rivincita in un attimo.

— Giacobbe, — disse la donnina, — non ci sarà bisogno di testimoni. Non ci sarà bisogno di chiamare nessuno. Non basterò io?

Lui si alzò di nuovo a sedere e guardò Isidoro. Isidoro guardò lui, e tutti e due dissero:

— È vero.

Dopo, una grande calma sembrò spargersi nella camera giallastra e misteriosa. Il malato tornò a stendersi sul letto, tacque, si calmò, si addormentò. Anche la vedova ascoltò i consigli di zio Isidoro e andò a coricarsi. La faccia seria dell'armadio rossiccio tornò a dominare, pensosa, nella penombra. E il soffitto color nuvola pesava sul silenzio della camera, come sopra una campagna deserta. Tutte le cose, calme e immobili, sembravano ripetere le parole di zio Isidoro:

— Cose del mondo!

Il medico condotto di Orlei, il dottor Puddu, era una specie di bestia grossa e gonfia. Un tempo anche lui aveva avuto grandi ideali. Ma la sorte lo aveva gettato in quel paesino solitario, dove la gente si ammalava raramente. E lui si era messo a bere. Prima beveva per scaldarsi, perchè era del Sud. Poi beveva perchè i liquori e il vino gli piacevano moltissimo. Ora non era soltanto un alcolizzato: era diventato completamente stupido. Neppure gli abitanti di Orlei lo stimavano.

Giacobbe Dejas si lamentava di un dolore al fianco. Il dottor Puddu gli bruciava la ferita della mano, per curare il morso della tarantola. E gli diceva con voce rauca:

— Stupido. Non si muore di queste cose. D'altronde, se muori tu, è come se morisse un asino.

Zia Anna-Rosa lo guardava con rabbia e brontolava. Era diventata collerica, la povera donnina. Si arrabbiava con tutti, tranne che con il malato. E come sembrava vecchietta, ora! Dopo quella notte, il suo visetto era rimasto giallo e pieno di rughe. Non sembrava più lo stesso.

La rivelazione del *fratellino* l'aveva cambiata in modo strano, nel corpo e nell'anima. Si chiedeva, con profondo stupore, come Giacobbe avesse potuto uccidere un uomo.

— Lui! Lui che era allegro e mite come un agnello. Come mai, animucce sante del Purgatorio? Eppure nostro padre non era un ladrone, no. Era un uomo di Dio, sempre allegro e così scherzoso che gli amici di cattivo umore cercavano la sua compagnia.

La donnina si inteneriva pensando al vecchio padre morto. Ma ecco che una nuvola orribile le oscurava la mente. Tutto il suo visetto si raggrinziva per l'orrore di un pensiero terribile:

— E se anche il vecchio allegro, il vecchio santo, avesse commesso qualche delitto?

Non ci si poteva più fidare di nessuno: nè dei vivi, nè dei morti, nè dei vecchi, nè dei bambini. Poi zia Anna-Rosa piangeva, si batteva il petto con il piccolo pugno, si pentiva dei suoi dubbi orribili. E andava dal malato. Il suo viso era segnato dalla sofferenza fisica, e i suoi occhi erano pieni di spavento: sembrava che pregassero la morte di risparmiarlo. Allora il malato risvegliava in lei una pietà grande, infinita, una tenerezza di madre, un dolore senza nome.

Lui era più che mai il suo fratellino, così raggomitolato sul letto immenso, così spaventato, così rimpicciolito dal male. Ora tutte le cose e tutte le persone le facevano nascere dubbi atroci, sospetti amari, rancori profondi. Lo facevano persino i morti più sacri, persino i bambini innocenti. Lui solo, lui solo le faceva nascere pietà, tenerezza, amore. Le dava una dolcezza che scioglieva il cuore, calda come la cera accesa. E intanto doveva vederlo morire, lo vedeva morire, e doveva desiderargli la morte. Lo curava con tenerezza attenta, e intanto doveva sperare che le medicine, le cure, tutto fosse inutile. E questa morte, questa cosa orribile che doveva desiderare al suo «fratellino», le avrebbe portato un profondo dolore. Ma le avrebbe portato anche un'altra cosa, più orribile ancora: la denuncia del delitto.

Ma per zia Anna-Rosa la cosa più triste di tutte era un'altra: il malato si accorgeva dei suoi sentimenti.

Infatti, il terzo giorno della malattia, Isidoro portò con gran mistero una medicina, che gli aveva prestato il sagrestano. Era olio d'oliva, dove avevano galleggiato tre scorpioni, un centopiedi, una tarantola, un ragno e un fungo velenoso. Guariva qualsiasi puntura. Zia Anna-Rosa unse subito la mano gonfia e livida del malato. Lui la lasciò fare, guardando attentamente la mano. Ma poi disse con voce calma:

— Perchè mi curi, Anna-Rò? Non vuoi che io muoia?

Lei si sentì spezzare il cuore.

— Fatto anche questo! — disse poi Giacobbe, guardando Isidoro. — Ma se io non morirò, come farete voi?

— Dio ci penserà; sta tranquillo.

Lui tacque un poco, poi disse: — Andrete insieme dal giudice?

— Cosa?

— Dal giudice. Però ora fa freddo: il viaggio è lungo. Ebbene, Anna-Rosa, non viaggiare a cavallo, sai? Va in carrozza, a Nuoro.

— Per che cosa? — chiese lei, irritata. Faceva finta di non capire.

— Ebbene, per il giudice, ecco!

Lei lo sgridò, poi uscì in cucina e pianse amaramente.

— Ecco il tuo olio, — disse a Isidoro, quando lui uscì per andarsene. — Potevi fare a meno di portarlo. Quando verrà prete Elias?

— Verrà stasera.

— Sì. Bisogna che Giacobbe si confessi. Il tempo vola, e lui sta male. Stanotte non ha chiuso occhio. Ah, — disse poi, — mi sembra un uccellino ferito.

— Sono venuti i Dejas? — chiese l'altro.

— Sono venuti. Madre e figlio; anzi, Brontu è venuto due volte. Sì, vengono, vengono tutti; ma a che serve? — disse lei, disperata. — Non possono dargli nè la vita nè la morte.

— Sono buone e cattive tutte e due, per lui, — disse Isidoro. Intanto avvolgeva con cura la bottiglietta dell'olio nel suo fazzoletto rosso.

— E per tutti, — rispose la donna.

Poco dopo venne il medico, avvolto in un *paletò* stretto, con il colletto unto. Era già ubriaco. Sbuffava, sputava di qua e di là, e qualche volta anche addosso a sè stesso. Dalle labbra livide gli usciva un fiato come vapore, che puzzava di acquavite. Tuttavia lo stato di Giacobbe lo allarmò.

— Che cosa diavolo hai? — gli chiese in modo rude. — Il fianco? Il fianco? Hai i diavoli nel fianco! Vediamo un po'.

Buttò indietro le coperte, scoprì il fianco peloso di Giacobbe, lo toccò, ci mise sopra l'orecchio.

— È un corno! Sei viziato come un bambino, — disse, e lo ricoprì in malo modo.

Ma zia Anna-Rosa lo accompagnò fino alla porta, e lì lui si voltò e la guardò fisso.

— Donnina, — le disse, — fatelo dunque confessare, perchè ha la polmonite.

Verso sera Giacobbe si confessò. Poi fece chiamare la sorella e disse:

— Anna-Rò, anche prete Elias verrà con te, dal giudice. Andrete in carrozza, perchè fa freddo.

Infatti fuori nevicava. Una luce biancastra, piena di una malinconia infinita, entrava ancora nella grande camera misteriosa. Il suo soffitto sembrava un cielo pesante di nuvole.

Prete Elias guardò zia Anna-Rosa. Le voleva molto bene, perchè somigliava un po' a sua madre. Lei era diventata ancora più piccina. Era tutta nera nella penombra triste di quella sera di neve. Teneva la faccia bassa, perchè si vergognava del delitto del suo «fratellino». Prete Elias capì d'istinto tutto il dramma eroico di quella povera anima, e la benedisse nel suo pensiero.

### Glossario

- **penombra**: luce debole, quasi buio.
- **maestoso**: grande e solenne, che fa impressione.
- **spalancò**: aprì del tutto, molto (dal verbo «spalancare»).
- **irritato**: infastidito, un po' arrabbiato.
- **rughe**: le linee sottili sulla pelle dei vecchi.
- **raggomitolato**: piegato su sè stesso, chiuso come una palla.
- **comare**: titolo per una donna amica o vicina; anche madrina.
- **zio Sidore**: Isidoro, nel modo in cui lo chiamano in paese.
- **Anna-Rò**: nome corto e affettuoso di Anna-Rosa.
- **medico condotto**: medico pagato dal comune per curare il paese.
- **centopiedi**: piccolo animale lungo, con moltissime zampe, che può pungere.
- **unse**: passò l'olio sulla pelle (dal verbo «ungere»).
- **paletò**: cappotto pesante da uomo.
- **polmonite**: grave malattia dei polmoni.
- **denuncia**: dichiarazione fatta al giudice per far conoscere un delitto.

## XV.

Era di maggio. La grande valle dell'Isalle, di solito così severa, era coperta di erbe altissime, di cespugli fioriti e di campi d'orzo. L'orzo si muoveva a onde alla brezza, come stoffe d'oro un po' verde. La valle rideva alla primavera. Sembrava un vecchio selvaggio, ubriaco di sole e di profumi, che per scherzo si era coperto di foglie e di corone di fiori.

Nell'immenso silenzio della valle, gli uccelli canterini mandavano fischi acuti e liquidi, come note di flauto. Quei suoni si univano quasi con il profumo dei narcisi e delle ginestre. I grandi cespugli fioriti delle ginestre e dei narcisi sembravano immersi in un bagno d'oro liquido. Si piegavano sull'orlo dei pendii, come se guardassero attenti il fondo della valle.

Era passata una fata immensa, e aveva steso tappeti di fiori viola, visioni magiche, profumi. C'erano prati pieni di piccoli ranuncoli sparsi. Da lontano sembravano pezzi di un lago verde che riflette il cielo stellato. I pochi alberi ridevano e parlavano piano alla brezza.

Il sole era appena sparito all'orizzonte. A occidente il cielo aveva il colore della pesca matura. A oriente e a nord, invece, le montagne posavano come enormi pietre preziose sopra una striscia di raso lilla.

Costantino Ledda era uscito di prigione poche ore prima, a Nuoro. Ora tornava a piedi al suo paese. Scendeva la valle senza fretta, con una piccola bisaccia di tela sulle spalle. Ogni tanto si fermava, guardava di qua e di là dal sentiero, e pensava:

— Oh, oh, — la valle mi sembra più piccola, ora. Sarà perchè ho visto il mare.

Era diventato più vecchio, senza barba, molto bianco in viso. Ma non aveva per niente l'aria tragica che ci si poteva aspettare. Tornava da solo e a piedi, perchè non aveva potuto far sapere il giorno preciso della sua liberazione. Altrimenti qualche parente o qualche amico sarebbe certo andato a incontrarlo. E poi era impaziente di rivedere il paese.

Scendeva, scendeva. Era quasi allegro, forse perchè a Nuoro aveva bevuto del vino. Se ne era portato dell'altro per il viaggio. Scendendo, qualche volta le gambe gli si piegavano, ma lui non si preoccupava per così poco.

— Ecco, — pensava, — quando non ne posso più, mi metto giù e dormo. Ho del pane e del vino nella bisaccia. Che altro mi serve? Io sono libero come gli uccelli. Ah! sì, sono celibe. Guarda che cosa curiosa! Una volta avevo moglie, ora sono scapolo.

Gli sembrò di ridere dentro di sè. E scendeva e scendeva. Ora guardava il sentiero giallastro, segnato fra l'erba alta. Ora guardava gli uccelli che volavano bassi, quasi toccando la terra, e si ritiravano nei cespugli per dormire. Erano stati loro a fargli venire in mente quel paragone. Ricordò la vecchia gazza della prigione e sentì qualcosa sciogliersi nel petto.

Ebbene, perchè negarlo? Aveva provato dolore nel lasciare quel luogo di pena. Aveva provato dolore nel lasciare quei compagni che non amava, quei muri orribili, quel cielo. Per tanti anni quel cielo lo aveva schiacciato dall'alto del cortile, come una lastra di metallo.

Dopo la morte del vero colpevole erano passati giorni e mesi. La giustizia doveva finire tutte le sue formalità, prima di liberare l'innocente. In quei mesi Costantino sapeva tutto, e si era agitato per l'impazienza. I giorni gli erano sembrati anni. Eppure, quando era andato via, aveva quasi pianto. Quella tenerezza dolorosa sembrava pietà e carità per quelli che restavano. Invece era per le cose che lasciava. Era per quello che quelle cose avevano preso della sua vita, del suo essere e del suo destino.

Ora anche questo dispiacere era passato. Tutto era passato. Anche il grande dolore per quello che aveva fatto Giovanna.

Tanto che gli sembrava di poterne ridere.

Scendeva, scendeva. Arrivò in fondo alla valle e cominciò a camminare lungo l'Isalle. La luce del tramonto era ancora vivissima. Qua e là l'acqua brillava fra gli oleandri e i giunchi, e rifletteva la luce rosa e gialla del cielo. I fiori dei sambuchi sembravano ombrelli di pizzo. I piccoli bottoni appuntiti degli oleandri erano color corallo scuro. Tutti si disegnavano sull'aria lucida, come sopra uno smalto d'argento. Costantino era già stanco. Pensava che la valle non era poi così piccola come gli era sembrata appena l'aveva rivista.

— Dormirò bene in campagna, — pensava. — Ma sarebbe stato così curioso arrivare lì: — dun! dun! alla porta di Isidoro. — Chi è? — Io. — Chi, tu? — Ebbene, Costantino Ledda! — Che viso, quell'Isidoro! Chissà, a quest'ora canterà il rosario. E anche quelle laudi!... Sì, oh, guarda! Io ho fatto delle laudi. Che cosa curiosa!

Si meravigliava di certe cose passate, come i giovani si meravigliano di certe cose che hanno fatto o visto da bambini. Ma Costantino si meravigliava anche di molte cose presenti. Per esempio, si meravigliava che fosse primavera. Si meravigliava che la valle, che gli era sembrata così piccola, fosse invece senza fine. E che lui la attraversasse per tornare al suo paese.

Camminava fra due campi di grano. La luce ci gettava sopra un velo d'oro. La brezza ci passava sopra e li accarezzava, come una grande mano invisibile. E pensava:

— Lui mi dirà: vieni dentro. Mi ha offerto la sua casa. Poi mi dirà: È morto Giacobbe Dejas; sai, è stato lui! — Ma io lo so già, diavolo, non hai altro da dirmi? — Ecco, tua moglie ha preso un altro marito. — Eh, so già anche questo. — Come, tu non piangi? — Perchè devo piangere? Ho già pianto tanto che ora non ne ho più voglia. O chi credi che io sia? Ora ho molta esperienza: ho viaggiato, ho visto il mare, non sono più un ragazzo. Non m'importa più niente.

Si vantava della sua forza d'animo, o meglio del suo istinto di non credere più a niente. Ma ecco, all'improvviso, sentì il cuore stretto da una mano fredda.

— Ah, ritornare là, nella piccola casetta; trovare Giovanna, il bambino, il passato!

— Non c'è più niente, — disse a voce alta. — È passato il vento e ha portato via tutto. Tutto... Tutto... Tutto...

Si sedette sul bordo del campo di grano, soffocato dal dolore. Ecco che cosa era. Il grande dolore se n'era andato, sì, da tempo. Ma sembrava che si fosse nascosto sotto terra, e che camminasse là sotto, seguendo Costantino. Per molto tempo lui non vedeva il mostro nascosto. Ma poi c'erano certi momenti in cui il mostro saltava su e rompeva la terra con la sua testa potente. Si divertiva a lanciarsi sulla vittima: le mordeva la gola, le spremeva il cuore, la soffocava. Poi tornava a nascondersi. Seduto sul bordo del campo, Costantino tirò fuori dalla bisaccia una zucca secca piena di vino. Bevve con la testa all'indietro. La mise di nuovo nella bisaccia e guardò il campo. Gli sembrava di essere sulla riva di un lago color smeraldo e oro. Sopra galleggiavano i papaveri, come macchie di sangue.

Poco dopo Costantino riprese il viaggio. Sembrava più sereno, ma non camminava più con l'entusiasmo di prima. Arrivare quel giorno o arrivare il giorno dopo era lo stesso: tanto, nessuno lo aspettava. E va, e va, le prime ombre della sera lo avvolsero mentre finiva di attraversare il fondo della valle. Sembrava che i grilli segassero l'erba con piccole seghe d'argento. I profumi dei fiori e dei cespugli pesavano tiepidi nell'aria. La brezza si era spenta, gli uccelli tacevano. Solo i triangoli neri dei pipistrelli tagliavano la cenere luminosa del crepuscolo.

Oh, la divina tristezza delle sere di primavera, che rende tristi anche le anime felici! Non è forse la nostalgia antichissima del paradiso terrestre? È la nostalgia dei fiori, delle erbe e del caldo leggero e profumato di un'eterna primavera. L'uomo era stato creato per quella primavera, e l'ha perduta per sempre.

Costantino camminava e camminava. Per lunghi anni aveva vissuto sotto un'oppressione brutale. Era stato fra muri infetti, fra uomini corrotti, in un cerchio dove anche l'aria era prigioniera. Ora attraversava lo spazio libero, metteva i piedi sull'erba e sulle pietre. Saliva le montagne che si alzavano dalla valle, e intanto vedeva aprirsi sempre di più l'orizzonte. Vedeva il cielo curvarsi infinito e dolce come la libertà stessa. Eppure in prigione non aveva mai provato una tristezza così profonda. Ora invece lo invadeva, mentre le ombre scendevano da quel cielo libero. Lui andava, ma perchè andava? dove andava? All'inizio del viaggio era stato allegro. Gli era sembrato di andare verso un posto dove avrebbe trovato cose liete. Ora si meravigliava di tutto questo. Nell'incertezza del crepuscolo, che velava le cose lontane, gli sembrava che il suo viaggio fosse inutile, vano. Camminava invano: non aveva più patria, nè casa, nè famiglia. Non sarebbe arrivato mai, mai, in nessun posto. Gli sembrava di essersi perso in un deserto infinito, grigio come il cielo steso sopra la sua testa. E le stelle che si accendevano sembravano i fuochi di viaggiatori solitari. Erano sconosciuti gli uni agli altri, persi come lui nella vana libertà del deserto.

Eppure non era triste quando pensava direttamente a Giovanna, alla felicità perduta per sempre, alle disgrazie che un destino ingiusto gli aveva mandato. Queste tristezze avevano già consumato molto la sua anima e il suo corpo. Ormai erano diventate il fondo stesso del suo essere. Gli sembrava quasi di averle dimenticate, come si dimentica il vestito che si ha addosso. Ma ora lo rattristavano certi ricordi lontani: ricordi di cose materiali che aveva lasciato e che non avrebbe più ritrovato.

Ricordava con forza lo spiazzo davanti alla casa di Giovanna. Ricordava le pietre del muretto dove si sedevano insieme nelle sere d'estate. E soprattutto ricordava il letto alto e largo dove riposava vicino a lei, dopo la giornata faticosa. Ecco, gli sembrava di tornare stanco, dopo una di quelle giornate lontane. Ma ora non aveva più un posto dove andare a riposarsi.

Sentiva una tristezza struggente, che non si poteva spiegare, come i profumi selvaggi delle brughiere che attraversava. Eppure, con tutta quella tristezza, sì, si sentiva stanco e aveva fame.

Arrivato in cima a una salita, si sedette e aprì la bisaccia.

La notte era scesa del tutto, ma era chiara e trasparente. A oriente, fra i monti che nascondevano il mare, si allargava la luce chiara della luna che sorgeva, come un'alba. La via lattea attraversava il cielo come un'immensa strada bianca e deserta. A occidente restava una luce incerta, di mare lontano.

Una luce magica circondava le montagne. Si vedeva il sentiero. I cespugli sembravano compatti e rotondi come greggi nere. E nel silenzio immenso si sentiva solo il lungo singhiozzo del cuculo.

Costantino mangiò e bevve. Poi si lasciò andare all'indietro sul bordo del pendio. Per un momento perse lo sguardo nella solitudine profonda di quella grande strada chiara nel cielo. Poi chiuse gli occhi. Provava il benessere del cibo, del vino e del riposo, e si sentì allegro come all'inizio del viaggio.

Ed ecco, appena chiusi gli occhi, rivide i suoi compagni di pena. Ebbe la sensazione fisica di essere ancora lì a lavorare le scarpe. E provò una gioia da bambino pensando alle cose che doveva raccontare ai suoi amici di Orlei. Bisognava alzarsi, riprendere il viaggio, arrivare presto.

— Ora mi alzo e vado, — pensò. Ma subito rispose a sè stesso, come un bambino capriccioso: — no, niente, rimango qui, dormo qui; ho sonno. No, bisogna andare, — riprese con un pensiero vago, — Isidoro Pane mi aspetta. Gli dirò: eh, quanta gente ho conosciuto! Ho visto il mare. Ho un amico che si chiama il maresciallo Burrai: mi farà dare un posto di calzolaio nella casa del re. Ecco, ora mi alzo e vado... vado... vado...

Ma non si mosse. Visioni confuse passarono nella sua mente. Il *re di picche* andava a cavallo di un asino e attraversava quella grande strada deserta disegnata sul cielo. A un tratto lanciò uno, due, tre gridi, chiamando Costantino. Costantino aprì un occhio velato, lo richiuse, lo riaprì.

— Stupido, è il cuculo, — pensò il viaggiatore, — vado, sì... vado, vado...

E si addormentò.

Quando si svegliò, la luna era già alta e guardava sulle montagne. Era chinata in avanti, come un viso luminoso sul cielo di velluto d'argento. Con la sua luce azzurrina scendeva la rugiada. Ombre immense, come grandi veli neri, coprivano certi fianchi delle montagne. Ma dove batteva la luna, ogni roccia, ogni cespuglio, ogni fiore si disegnava chiaro sul terreno. Il cuculo ripeteva sempre i suoi gridi sottili e metallici, come lame d'acciaio.

Costantino tremò di freddo. Si sentì umido di rugiada, si alzò e sbadigliò. Il lungo — ahaa — del suo sbadiglio risuonò nel grande silenzio.

Guardò il cielo per indovinare l'ora. La *stella*, cioè Diana, non mostrava ancora sopra il mare il suo grande smeraldo dorato. Quindi l'alba era lontana. Costantino riprese il cammino, sperando di arrivare al paese prima che la gente si svegliasse.

Non voleva mostrarsi alla curiosità della gente. Soprattutto aveva paura di essere visto da Giovanna o da sua madre. Contava di evitarle: non voleva vederle, non voleva passare davanti alla loro casa. A che cosa serviva? tutto era passato.

Riprese dunque il cammino. Saliva, scendeva, si arrampicava sulle colline illuminate dalla luna. I cespugli di cisto, l'asfodelo bagnato di rugiada e perfino le rocce mandavano un odore umido e pungente. Qualche filo d'acqua scendeva in silenzio fra il puleggio fiorito.

Negli orizzonti vasti il cielo sfumava azzurro sopra montagne azzurre, che quasi sparivano. Tutte le cose lontane si scioglievano in un vapore celeste, come in un sogno. E l'uomo camminava, camminava. Aveva la mente un po' assonnata, ma le gambe agili e fresche. Ogni tanto faceva dei salti, prendeva scorciatoie ripide e si fermava in alto, senza fiato, con il cuore che batteva forte. La luna gli metteva scintille d'argento negli occhi limpidi.

Più andava avanti, più riconosceva i luoghi. Sentiva nell'aria il profumo selvaggio della sua terra. Riconosceva i *salti* malinconici seminati a orzo e a grano ancora verde, e le brughiere di lentischio. Riconosceva i pochi alberi selvatici, che mormoravano a qualche soffio di vento, come vecchi che dormono e parlano nel sogno. E più in là c'erano le grandi sfingi, azzurre sotto la luna. E più in là ancora c'era la lama del mare: quel mare che lui era orgoglioso di avere attraversato, non importa come.

Arrivato vicino alla chiesa di San Francesco, si fermò di nuovo, si scoprì la testa e pregò. E la sua preghiera fu sincera, perchè in quel momento sentiva tutta la gioia del ritorno, come non l'aveva ancora sentita.

Cominciava appena a fare giorno quando Isidoro sentì bussare alla sua porticina.

Da quindici, — da venti giorni, — da quattro mesi, — lui aspettava quel *dun dun* che faceva scricchiolare la sua porticina. E saltò in piedi, prima ancora che il vecchio cuore cominciasse a saltargli nel petto.

Andò e aprì. Vide, o intravide, un uomo alto. Non portava il costume del paese, ma un vestito di fustagno duro come il cuoio. Aveva un viso lungo e pallido. All'inizio Isidoro non lo riconobbe.

Costantino si mise a ridere. Era una risata stridula, che fece male al pescatore. Allora lui riconobbe il suo giovane amico, ma sentì una specie di freddo. Sì, quello era Costantino, ma non era più il Costantino di una volta. Tuttavia lo abbracciò, senza baciarlo, e sentì il cuore sciogliersi in lacrime.

— Ecco, voi non mi riconoscevate! — disse Costantino, togliendosi la bisaccia. — Io lo sapevo.

Anche la sua voce e il suo accento erano cambiati. Dopo il freddo, dopo la pietà, zio Isidoro provò un senso di soggezione.

— Perchè sei vestito così? Potevi aspettare a Nuoro: ti avrei portato il costume. E anche il cavallo. Sei tornato a piedi?

— No. San Francesco mi ha prestato il suo cavallo. Ecco, che cosa fate, zio Isidoro? Io il caffè non lo voglio. Avete dell'acquavite?

Il pescatore stava scoprendo il fuoco sotto la cenere. Si rialzò turbato e confuso, perchè poteva offrire solo un po' di caffè.

— Io non sapevo... — disse, aprendo le mani, — ma aspetta, vado subito... Ecco, ti aspettavo e non ti aspettavo... — e fece per uscire.

— Dove? Dove? — esclamò l'altro, e lo trattenne. — Non voglio niente. L'ho detto per scherzo. Sedetevi qui.

Isidoro si sedette. Cominciò a guardare timidamente Costantino. Poi a poco a poco prese coraggio e gli toccò i pantaloni, vicino al ginocchio. Gli chiese se sarebbe rimasto vestito così.

Dalla porta spalancata entrava la luce dell'alba, e il viso di Costantino appariva grigio e distrutto.

— Io rimarrò vestito così, sì, — disse, e rise ancora di quella brutta risata. — Tanto dovrò andarmene fra poco.

— Tu dovrai andartene? Oh, e dove?

— Io ho conosciuto tanta gente, — cominciò Costantino, come se recitasse una lezione. — Eh, c'è della gente che mi aiuterà. Che cosa volete che faccia qui?

— Ebbene, farai il calzolaio. Non mi hai scritto che volevi fare questo?

— Io conosco un maresciallo che si chiama Burrai (per Costantino il *re di picche* era sempre un maresciallo). Ora lui vive a Roma e mi ha scritto. Mi farà dare un posto da calzolaio nella casa del re.

Zio Isidoro lo guardò con occhi pieni di pietà. Ah, il poveretto era un altro, era un altro!

— Perchè parla così? Perchè dice sciocchezze, mentre abbiamo tante cose che sanguinano, di cui parlare? — si domandò zio Isidoro.

Ma gli sembrò che Costantino fingesse, che si avvolgesse in un velo di falsa indifferenza. Ma perchè? Se non si apriva con lui, con chi si sarebbe aperto?

— Ecco, ora parliamo d'altro; di questo parleremo dopo, — disse. — Ma davvero, perchè non vuoi un po' di caffè? Ti farà bene.

— Di che cosa volete parlare, dunque? — rispose l'altro con la sua voce monotona. — Io lo sapevo che vi sareste meravigliato se non piangevo. Ho pianto tanto che non ne ho più voglia. E poi me ne andrò: non è possibile restare qui, dopo aver attraversato il mare. Ebbene, datemi pure un po' di caffè. Ma chi è che passa? — disse poi, agitandosi, perchè aveva sentito un passo nella spianata. — Non voglio che mi vedano! — Si alzò e accostò la porta.

Quando si voltò aveva il viso cambiato, e il mento gli tremava. Disse con voce sottile, sempre più sottile:

— Sono passato *di là*, venendo qui. Non volevo passarci, ma mi sono trovato là senza accorgermene. Come, come posso rimanere qui?... ditelo... voi!

E si strinse le tempie con una mano, scuotendo la testa disperatamente. Poi si buttò per terra, si contorse e pianse con urla soffocate, di una violenza che non si può descrivere. Era come un toro preso al laccio e marchiato con il ferro rovente.

Il pescatore diventò un po' pallido, ma non disse una parola per calmare quella tempesta di dolore. Ah, finalmente riconosceva il suo Costantino!

### Glossario

- **brezza**: vento leggero e fresco.
- **orzo**: pianta simile al grano; i suoi semi si usano per il pane e per gli animali.
- **narcisi**: fiori di primavera, bianchi o gialli, molto profumati.
- **ginestre**: cespugli con molti fiori gialli e profumati.
- **raso lilla**: stoffa liscia e lucida, di colore viola chiaro.
- **smeraldo**: pietra preziosa di colore verde.
- **crepuscolo**: la luce debole della sera, dopo il tramonto.
- **cuculo**: uccello che in primavera ripete sempre lo stesso grido, «cu-cu».
- **rugiada**: piccole gocce d'acqua che la notte lascia sull'erba.
- **brughiere**: terre selvatiche, senza alberi, coperte di cespugli bassi.
- **sambuchi**: piccoli alberi con fiori bianchi a forma di ombrello.
- **ranuncoli**: piccoli fiori gialli dei prati.
- **celibe**: uomo che non è sposato; **scapolo** vuol dire la stessa cosa.
- **puleggio**: pianta profumata simile alla menta, che cresce vicino all'acqua.
- **salti**: in Sardegna, grandi terreni di campagna aperti, con pascoli e campi.
- **la *stella*, cioè Diana**: la stella del mattino, che appare prima dell'alba.
- **fustagno**: stoffa di cotone pesante e dura.
- **spianata**: spazio di terra piano e aperto, davanti alle case.
- **soggezione**: sentimento di timidezza e rispetto davanti a qualcuno.
- **San Francesco mi ha prestato il suo cavallo**: scherzo: vuol dire «sono venuto a piedi».

## XVI.

Appena si sparse la voce del ritorno di Costantino, la catapecchia del pescatore si riempì di gente. Per tutto il giorno ci fu un andare e venire di amici e di parenti. Venivano anche persone che prima non avevano mai parlato con il poveretto. Ora invece venivano, lo abbracciavano e gli offrivano la loro casa. Le donne piangevano, lo chiamavano «figlio mio» e lo guardavano con occhi pieni di pietà. Una vicina mandò pane e salsicce.

Ebbene, tutte queste prove di stima e di pietà davano fastidio al giovane. Diceva a Isidoro:

— Perchè hanno compassione di me? Cacciateli via: andiamo in campagna.

— Andremo, andremo, figlio di Dio, abbi pazienza, — rispondeva l'altro, curvo sul focolare a cuocere le salsicce. — Ah, come sei diventato cattivo! Possibile?

Ecco, dopo lo scoppio di dolore dell'alba, zio Isidoro non provava più soggezione davanti a Costantino. Anzi, cominciava a prendersi delle libertà e lo sgridava come un bambino. Nei pochi momenti in cui restavano soli, cominciava e ricominciava a raccontare i *fatti*. Costantino ascoltava avidamente, e si seccava quando la gente veniva a interrompere il racconto.

Venne anche il sindaco, che era ancora quel pastore con il viso di Napoleone I. Questa visita, davvero, commosse Costantino.

— Noi ti daremo pecore e vacche, — gli disse il sindaco, dopo essersi soffiato il naso con le dita. — Sì. Ogni pastore ti darà un *pecus*\[12\]. Se hai bisogno di qualche cosa, dillo subito. Nel mondo siamo tutti fratelli, ma lo siamo specialmente nei piccoli paesi.

Costantino pensò a quello che i *fratelli* del suo piccolo paese gli avevano fatto, e scosse la testa.

— Ah, — disse, — i fratelli fecero a me quello che Caino fece ad Abele. Non bastano vacche e pecore per ridarmi la vita e per ripagarmi!

— Ebbene, questo non importa, — riprese il sindaco, fermo nella sua idea. — Tu che hai viaggiato, dimmi: hai visto da un'alta montagna i paesi sparsi nelle campagne là sotto? Ebbene, non sembra di vedere tante case, e in ognuna vive una famiglia?

Costantino cominciò a seccarsi per i discorsi del sindaco. Rispose che voleva lasciare il paese, andarsene via, lontano, e non tornare mai più.

— Tu non andrai via. No, non andare, — gli consigliò l'altro. — Dove vuoi andare? Devi restare qui, dove siamo tutti fratelli.

Poi venne il dottor Puddu, con un grande ombrello grigio e sporco. Andò a guardare che cosa c'era dentro la pentola.

— Voi siete tanti delinquenti perchè mangiate delle porcherie, — cominciò a gridare con la sua voce rauca. E batteva l'ombrello sulla pentola.

— Non la rompa! — disse Isidoro. — E mi scusi tanto, ma quella non è porcheria. Sono fave e lardo e salsicce.

— E il lardo non viene dal porco? Siete tutti porci, qui... Tu dunque sei tornato, buona lana? — e si voltò verso Costantino. — Io ho visto morire quello lì. — Chi? chi? — Giacobbe Dejas! È morto di mala morte, come meritava. Domani ti prenderai una purga. Dopo un viaggio è assolutamente necessaria.

Costantino lo guardava e taceva.

— Tu mi credi pazzo! — gli gridò il medico. Gli andò addosso e lo minacciò con l'ombrello. — Una purga, capisci, una purga!...

— Ho sentito, — disse Costantino.

— Oh, meno male! Anch'io ho sentito che tu vuoi andare via. Viaaa! Va magari a casa del diavolo, ma va via. Prima, però, va al camposanto, a quel letamaio che voi chiamate cam-po-santo! E scava, scava come un cane, e roditi le ossa di Giacobbe Dejas.

Digrignò i denti, come se rosicchiasse delle ossa. Era ridicolo e orribile, e Costantino tornò a guardarlo con stupore.

— Perchè mi guardi così? Tu sei stato sempre un cretino, caro mio, piccola bestia. Eccolo lì, tranquillo e pacifico come un papa! Ti hanno tolto tutto, ti hanno tradito, ammazzato. Ti hanno picchiato vilmente, come se picchiassero un cadavere. E tu stai lì, istupidito e rimbambito. Ma perchè non ti muovi? Perchè non vai da quella mala femmina, da sua madre e da sua suocera, e non le prendi per i capelli? Perchè non le leghi alle code delle vacche che ti vogliono dare per elemosina? Perchè non dai fuoco alle loro gonne, e poi non lanci le vacche per il paese, così che bruci tutto? Tutto, capisci? Capisci, animale?

Gli urlava in faccia. Dalla bocca gli usciva una puzza orribile di assenzio, e aveva gli occhi pieni di sangue. Costantino andava indietro, e le parole di quell'uomo lo facevano tremare.

Ma subito l'orribile uomo si allontanò e andò via. Sulla porta si voltò e agitò l'ombrello.

— Mi fai venire voglia di rompertelo sul muso, — disse. — Gli uomini come te meritano quello che è stato fatto a te. Ebbene, prenditi almeno la purga, stupidone.

— Quello lo farò! — disse forte Costantino. E rise. Ma le parole del «dottore» gli lasciarono una profonda impressione. Ah, sì, in certi momenti sentiva salire una disperazione ardente come il fuoco. Diceva di voler andare via, ma non sapeva bene dove sarebbe andato. E non sapeva che cosa avrebbe fatto, se restava in paese. Pensava:

— Io non ho casa, io non ho nessuno. Oggi vengono a salutarmi per curiosità, ma domani nessuno si ricorderà più di me. Io sono come un uccello senza nido. Che cosa farò?

Le parole del «dottore» gli rimbombavano nella mente. Andare, andare là, cadere su di loro come un fulmine, distruggere quelli che avevano sprecato la sua vita.

— ... No, Costantino, lei non è felice, — ricominciò Isidoro, quando si misero a mangiare le salsicce e il pane bianco che la vicina aveva mandato in regalo. — Lei non è felice. Io non l'ho più guardata in faccia. Quando la vedo provo una cosa strana, come quando si vede la *tentazione*\[13\]. Eppure, vedi, io ho compassione di lei. Ha una bambina che, mi dicono, somiglia a una fava fresca, tanto è sottile e verde. Come possono essere belli i figli del peccato mortale? E la bambina è stata battezzata come una bastarda: il prete non l'accompagnò a casa, e la gente rideva con malizia per la strada.

— Ah, vi ricordate il mio bambino? — chiese Costantino, mentre tagliava il lardo giallastro e grasso. — Lui no, non sembrava una fava. Ah, se fosse vissuto!

— È meglio che sia morto, — cominciò a fare il filosofo il pescatore. — La vita è piena di miserie. È meglio morire innocenti: andare, volare lassù, al di là del cielo azzurro, nel paradiso che sta sopra le nuvole, sopra il vento, sopra tutte le disgrazie degli uomini. Bevi, Costantino, — disse poi. — Questo vino non è buono, ma non è ancora aceto. Ecco, mi ricordo: l'anno scorso, il giorno dell'Assunzione, Giacobbe Dejas mi invitò a pranzo da lui. Aveva paura di me; credeva che io sapessi... E voleva darmi in sposa sua sorella! Se tu vedessi quella donna, non rideresti più. Lei venne con me e con il prete dal giudice, a Nuoro. Così il Signore mi assista nell'ora della morte, se ho mai visto una donna più coraggiosa: sembrava sollevarsi da terra. Poi si è curvata, si è fatta piccola e secca, sai, come quei frutti che si seccano sulla pianta prima di maturare. Io vado sempre a trovarla. Per farla divertire le dico: ebbene, vogliamo sposarci, granellino d'orzo? — Lei sorride, io sorrido; ma abbiamo voglia di piangere. Chi poteva mai pensarlo? Ecco dunque, volevo dire: Giacobbe sembrava felice e contento. Diventava ricco, pensava di prendere moglie. Ed ecco che all'improvviso — pum! — cade a terra come una pera marcia. E così è la vita. Bachisia Era ha venduto sua figlia come una merce, credendo di cambiare la sua sorte, e ora muore di fame peggio di prima. Giovanna Era ha fatto quello che ha fatto, credendo di trovare il cielo in terra. E invece si trova come una rana infilzata viva su un palo.

— Ma la bastona, *colui*? — domandò Costantino, cupo.

— Non la bastona, ma ci sono maltrattamenti peggiori delle bastonate. L'hanno presa per una serva, sai; anzi, per una schiava. Sai come gli antichi trattavano gli schiavi? Così trattano lei in quella casa.

— Ebbene, che crepi! Beviamo alla sua dannazione! — disse Costantino, e alzò il bicchiere.

Quando sentiva che Giovanna era infelice, provava una gioia crudele, così forte da sembrare quasi un dolore fisico. È la gioia che provano i bambini quando vedono bastonare un compagno che non amano.

Dopo pranzo i due uomini uscirono e si sdraiarono all'ombra del fico selvatico. Il mezzogiorno era caldo. L'aria immobile aveva odore di papaveri. L'orizzonte si perdeva in un grigio di cenere, come nei mezzogiorni d'estate. Le api ronzavano e sembravano suonare le loro piccole trombe monotone. Costantino, stanco e distrutto, si addormentò subito; ma il pescatore non riuscì a chiudere occhio. Una cavalletta verde saltava sull'erba e sui papaveri con un aspro tic-tic. Isidoro allungò il braccio e cominciò a darle la caccia, mentre pensava:

— Io so perchè vuole andarsene. Le vuole ancora bene, povero ragazzo: se resta qui, soffrirà come San Lorenzo sulla graticola. Eccolo lì, povera creatura. Sembra un ragazzo malato. Ah, che cosa hanno fatto di lui! Lo hanno fatto a pezzi. Ecco che ti ho presa!

E in lui avvenne una cosa curiosa. Stava per fare a pezzi la cavalletta, ma pensò che lei avrebbe sofferto come soffriva Costantino. E la lasciò andare.

Un'ombra apparve in fondo al sentiero. Zio Isidoro riconobbe prete Elias, saltò in piedi e gli andò incontro. Lo portò dentro la catapecchia, perchè non voleva svegliare Costantino. Ma Costantino aveva il sonno leggero: si svegliò, sentì parlare e si alzò. Mentre si avvicinava alla porta, sentì che parlavano di lui:

— È meglio che se ne vada, — diceva il prete con voce grave. — È meglio. È meglio.

Costantino, senza sapere perchè, si turbò nel sentire quelle parole.

Ma non se ne andò.

I giorni passarono, e la gente smise di dare fastidio al reduce. Lui cominciò a girare per il paese, e le donnette e i ragazzi non lo guardavano più con curiosità. Con i soldi guadagnati in prigione comprò cuoio, suole e spago, ma non si metteva mai a lavorare. Ogni giorno comprava carne, frutta e vino, mangiava e beveva molto, e voleva che Isidoro facesse lo stesso. L'ospitalità del pescatore gli pesava. Aveva paura che in paese pensassero che lui viveva alle spalle degli altri. Perciò ci teneva a mostrarsi generoso con Isidoro e con tutti. Portava alla bettola gruppi di conoscenti, li faceva ubriacare e si ubriacava anche lui. Allora cominciava a raccontare la sua vita nel reclusorio, e faceva sembrare le cose molto più grandi di com'erano.

Così i suoi soldi se ne andavano. Quando Isidoro lo sgridava, lui diceva:

— Ebbene, io non ho figli, io non ho nessuno a cui pensare. Lasciatemi in pace.

Del resto contava sull'eredità dello zio assassinato. I parenti promettevano di restituirgliela senza andare davanti alla giustizia.

— Allora, — diceva, — venderò tutto e me ne andrò. A voi darò cento scudi, zio Isidoro.

Ma il pover'uomo non voleva niente. Voleva soltanto che Costantino tornasse com'era prima della disgrazia: buono, lavoratore, senza finzioni.

Il vecchio infatti sentiva che il disgraziato fingeva, e ne provava un dolore profondo. Spesso però lo sorprendeva con le lacrime agli occhi, e allora il suo vecchio cuore saltava di gioia.

— Che hai, figlio di Dio? — gli chiedeva. Ma Costantino si metteva a ridere, mentre le lacrime gli scendevano sulle guance. Questo era orribile.

Qualche volta andavano insieme a pescare le sanguisughe. Isidoro stava con le gambe nude immerse nell'acqua giallastra e morta, in un punto dove il ruscello non scorreva più. Costantino, sdraiato sui giunchi, raccontava storielle sulla vita dei suoi compagni di pena e guardava l'orizzonte con una strana nostalgia.

Andarsene! Andarsene! Avrebbe voluto andarsene. Lassù, sotto quel cielo fatale, si sentiva come stretto da un cerchio di ferro rovente. Era la solitudine morta dell'altipiano, sorvegliata dalle enormi sfingi delle montagne. Tutte le cose gli ricordavano il passato, dai fili d'erba che crescevano nelle stradine fino alle cime delle montagne. Ogni notte girava cauto come una volpe intorno alla casa di Giovanna.

Una sera vide la figura alta della giovane donna uscire dal portico e andare verso la *loro* casetta. Era la prima volta che rivedeva Giovanna. La riconobbe subito, nonostante il buio umido della sera un po' nuvolosa. Il cuore gli batteva forte, e ogni battito era un dolore diverso, un ricordo, uno slancio disperato. Fu sul punto di gettarsi addosso alla donna, di abbracciarla, di ucciderla. Poi non gli bastò più vederla così, di nascosto, nell'ombra. Fu preso da un desiderio pazzo di vederla e di farsi vedere alla luce del sole. Ma lei non usciva mai, e lui di giorno aveva paura di passare davanti alla casa bianca.

Un'altra sera, un sabato, sentì la risata di Brontu risuonare nel portico, e gli sembrò di sentire anche la risata di lei. Gli si annebbiò la vista. Provò una sensazione simile a quella della traversata da Cagliari a Napoli, quando si era svegliato con il mal di mare.

Intanto fingeva, senza sapere perchè; e tutti gli abitanti di Orlei gli sembravano odiosi. Tutti, anche zio Isidoro Pane.

Qualche volta si domandava, meravigliato:

— Perchè sono tornato qui?

— Io me ne andrò, — diceva al pescatore, nella quiete infinita dell'altipiano. In fondo, l'orizzonte era di un azzurro rosato, e sopra si alzavano i boschi selvaggi di corbezzoli, come una nuvola verde. — Io ho scritto al mio amico Burrai. Lui può tutto, sapete: anche se fossi stato colpevole, mi avrebbe fatto avere la grazia dal re.

— Questo me l'hai già detto, — rispose un giorno Isidoro. Stava con le vecchie gambe magre e pelose dentro l'acqua giallastra. — Ora sono stufo di sentirtelo ripetere; e intanto quello non ti risponde.

— Lui cercherà il posto per me. Sì, me ne andrò. Ma ditemi la verità: perchè il prete vuole che me ne vada? Ha paura che io ammazzi Brontu Dejas?

— Sì, proprio per questo.

— No, non è per questo. Io gli ho detto: prete Elias, lei capisce che, se avessi voluto ammazzare qualcuno, l'avrei fatto subito. E lui ripete sempre: Vattene, vattene, è meglio. — Che cosa dite voi, zio pescatore: devo andarmene o no?

— Io non so niente, — disse l'altro con rimprovero. — Quello che so è che tu sembri un cane pigro e svogliato. Dimmi, perchè non lavori? Perchè pensi a questo tuo Burrai, cattiva lana, che del resto non pensa a te?

— Ah, lui non pensa a me? — disse Costantino, offeso. — Ecco, adesso vi faccio vedere se pensa a me o no. Ecco qui!

Si alzò, tirò fuori una lettera dalla tasca interna della giacca e cominciò a leggerla con fatica. Era del Burrai, che scriveva da Roma. Là aveva aperto un piccolo negozio di vini sardi. Naturalmente il *re di picche* faceva sembrare le cose più grandi: diceva di essere il padrone di un grande deposito di vini. Offriva ospitalità a Costantino e lo rimproverava di non essersi fatto trasferire a Roma. E gli prometteva con sicurezza del lavoro. Gli occhi azzurri del pescatore si spalancarono, meravigliati come quelli di un bambino.

— Oh guarda, oh guarda! — cominciò a dire. — Perchè non lo dicevi prima? Perchè nascondevi la lettera? Quanto ci vuole per andare a Roma?

— Cinquanta lire, ecco tutto.

— E tu le hai?

— Io le ho, sicuro.

— Ah! allora va, va pure! — disse forte il vecchio, e tese la mano verso l'orizzonte.

Tacquero per un momento. Il pescatore piegò il viso verso l'acqua e guardava fisso, in fondo al ruscello, i sassolini bianchi come uova. Costantino guardava davanti a sè, indifferente. Al di là del ruscello la brezza piegava le alte erbe dorate della pianura. I lunghi steli d'avena tremavano sullo sfondo azzurro, come dietro un velo d'acqua. Zio Isidoro pensò che fosse arrivato il momento di spiegare a Costantino perchè molti volevano che lasciasse il paese.

— Giovanna non ama il marito: tu e lei potreste rivedervi...

— E se ci rivediamo?

— Niente!... Potreste, ecco tutto...

— Ecco niente! — gridò Costantino, e la sua voce risuonò forte nel silenzio della riva. — Io disprezzo quella donna immonda. Io non la voglio...

— Tu non la vuoi! E intanto giri intorno alla sua casa come la mosca intorno al miele.

— Ah, voi sapete questo, — disse Costantino, colpito. — Non è vero... ebbene, sì, è vero. Io giro intorno alla sua casa. Che cosa vi importa?

— Niente. Tu devi andartene.

— Io me ne andrò. Vi sono di peso?

— Costantino! Costantino! — disse il vecchio con voce addolorata.

Costantino strappò un ciuffo di giunchi, lo buttò via e tornò a guardare lontano. Il suo viso cambiava, come quel giorno del ritorno, dopo che aveva chiuso la porta di zio Isidoro. La fossetta del mento gli tremava. Inghiottì più volte la saliva amara che gli riempiva la bocca, poi parlò:

— Ebbene, perchè anche il prete vuole che me ne vada? Non sono io il vero marito di Giovanna? Se lei tornasse con me, non sono io il suo vero marito?

— Se lei tornasse con te, caro mio, Brontu Dejas potrebbe ammazzarvi o mettervi in prigione.

— Non abbiate paura; io non la voglio. Per me lei è una donna perduta. Io me ne andrò lontano, io sposerò un'altra donna...

— Tu non farai questo; tu sei un buon cristiano, — mormorò il vecchio, con una voce dolce come una carezza.

— Io non farò questo... — ripetè Costantino, come incantato da quella voce dolce.

— Tu non farai questo... tu non lo farai... tu sei un buon cristiano... — ripetè il vecchio. E la sua voce diventò triste, perchè la sua lunga esperienza mormorava nella mente dell'umile saggio:

— Se non lo farà, non è soltanto perchè è un buon cristiano...

### Glossario

- **pecus**: capo di bestiame: una pecora, una vacca (vedi nota 12).
- **la *tentazione**: il diavolo (vedi nota 13).
- **buona lana / cattiva lana**: modo di dire per una persona poco seria, un briccone.
- **purga**: medicina che libera e pulisce la pancia.
- **assenzio**: liquore verde, molto forte e amaro.
- **camposanto**: il cimitero; **letamaio** è un mucchio di sporcizia degli animali.
- **San Lorenzo sulla graticola**: il santo morì bruciato su una griglia di ferro sopra il fuoco.
- **reduce**: chi torna a casa dopo la prigione, la guerra o un lungo viaggio.
- **dannazione**: la condanna all'inferno.
- **ruscello**: piccolo corso d'acqua, un fiume molto piccolo.
- **granellino d'orzo**: nome affettuoso e scherzoso per una persona molto piccola.

## XVII.

La sera di luglio scendeva tranquilla, come un grande velo azzurro. Costantino stava seduto sulla panca di pietra appoggiata alla casa del pescatore. Contava sulle dita, pensieroso.

Sì, era tornato da sessantaquattro giorni. Da sessantaquattro giorni. Sembrava ieri; sembrava un secolo. Il vestito di fustagno di Costantino si era consumato, e il suo viso era diventato scuro. E anche il suo cuore, ecco, anche il suo cuore si consumava, giorno dopo giorno, ora dopo ora. Il dolore, il rancore e la passione lo mangiavano dentro. E diventava scuro come una cosa che sta per marcire.

Dalla prigione aveva portato con sè l'abitudine di fingere. Non sapeva perchè, ma non riusciva a confidarsi con nessuno, anche se ne sentiva il bisogno. E la finzione lo stringeva forte e aumentava il suo dolore. Un vuoto infinito, freddo come il ghiaccio, lo circondava, come un mare calmo ma senza rive circonda un naufrago. Da due mesi nuotava in questo mare; e ora era stanco, senza più forze. La sua anima guardava intorno, nelle lontananze vuote e tristi, ma non vedeva nessuna riva. Non vedeva la fine della sua inutile lotta. E l'acqua fredda e il vortice del vuoto lo inghiottivano lentamente.

Ogni giorno parlava di andarsene e non se ne andava mai. Era una finzione come tutte le altre: lui sentiva che non se ne sarebbe andato mai. Perchè andarsene? Di là o di qua dal mare, per lui la vita era la stessa cosa. Non amava nessuno, non odiava nessuno. Gli sembrava di essere diventato vile come quelli che aveva lasciato nel luogo di pena. Da lontano aveva conservato un vivo affetto per zio Isidoro. Ora invece, da vicino, nella vita di ogni giorno insieme, il vecchio gli era indifferente e qualche volta gli dava fastidio. Qualche volta il vecchio era lontano, per le sue pesche e i suoi viaggi: doveva viaggiare per vendere le cose che faceva con i suoi piccoli mestieri. Allora Costantino si sentiva come liberato da un peso. La sorveglianza paterna del vecchio lo irritava e gli metteva paura.

Quella sera il pescatore non era in paese, e Costantino provava proprio quel senso di liberazione. Oh, ecco che poteva fare tutto quello che voleva, senza sentire prediche da nessuno. Non provava più quell'istinto di paura e di irritazione che la presenza del vecchio bastava a svegliare in lui. Forse gli era rimasto impresso dalla vita del reclusorio.

Aspettava una donna. Gli sembrava di disprezzare le donne, e davvero provava disgusto a stare vicino a loro. Ma aveva una relazione con una ragazza un po' scema, che abitava poco lontano dalla casa di Giovanna. Una notte lei lo aveva sorpreso vicino al portico dei Dejas, e lo aveva portato a casa sua.

Lei gli raccontava tutti i pettegolezzi di casa Dejas. Lui andava da lei ogni volta che qualcuno lo vedeva passare vicino allo spiazzo. Oppure la aspettava in casa di Isidoro, quando il vecchio era lontano. Ma la disprezzava profondamente e le faceva dei discorsi strani.

Anche quella sera, quando lei venne, lui non si mosse dalla panca di pietra. Voleva che lei si sedesse vicino a lui, al fresco.

— Dentro c'è caldo, ci sono pulci, ragni, diavoli. Rimani qui, al fresco, — le disse, senza guardarla.

— Ma ci vedono! — rispose lei, con voce bassa e grossa.

— Ebbene, e se ci vedono? A me importa niente; e a te che cosa deve importare?

— M'importa molto, invece!

Lui alzò la voce.

— Che t'importa degli uomini, se ti vedono? Sono tutti peccatori. E Dio ci vede sia dentro che fuori.

— Andiamo, tu hai bevuto! — disse lei, senza scomporsi. Ed entrò nella casetta. Accese la lampada e guardò nella dispensa. Siccome Costantino non entrava, si affacciò alla porta e disse:

— Se non vieni me ne vado. Bada, ho da dirti una cosa.

Lui si alzò di scatto, entrò e la abbracciò. Lei cominciò a ridere come una pazza, e diceva:

— Ah! Ah! Ecco che sei venuto... ah! Ti ho fatto venire subito, agnello scorticato! Ah! eh!... eh!...

Era alta e grossa, con una testa piccola piccola e un viso minuto, di un bruno acceso. Aveva la bocca rossa e gli occhi glauchi. Non era brutta, eppure dava disgusto. Non beveva mai, ma sembrava sempre ubriaca, e aveva la fissazione che tutti fossero ubriachi. Continuò a ridere e tornò a guardare nella dispensa.

— Non c'è niente, — disse, — proprio niente. Io ho fame, sai?

— Se aspetti un momento, vado a prendere qualche cosa. Ma prima bisogna che tu mi dica...

Lei si rivoltò contro di lui. Cominciò a spingerlo con una mano sul petto, e con l'altra gli dava dei pugni per niente scherzosi.

— Ah, tu vuoi sapere... oh, coccodrillo, tu vuoi sapere?... Per questo sei entrato subito? Va, ritorna al fresco, agnello magro! Tu vuoi sapere? Tu credi che si tratti di Giovanna Era, eh? e sei entrato per questo, non sei entrato per me!...

— Lasciami, — disse lui, e le prese la mano. — Tu picchi forte, che il diavolo ti picchi. Sì, sono entrato per questo. Ebbene?

— E io non ti dico nulla, ecco!

— Mattea, non farmi adirare! — disse lui con voce dolce. — Tu non sei cattiva. Ora vado... vado e compro quello che vuoi: che cosa vuoi che compri? Che cosa?

Sembrava un bambino che finge di essere buono per ottenere quello che desidera. E in quel momento desiderava con forza qualche cosa di duro e di crudele. Voleva sentire che Brontu aveva bastonato Giovanna, o che lei si era fatta male in qualche modo. O che una disgrazia gravissima era successa in casa Dejas. Perciò fu poco contento quando Mattea gli disse, chiudendo a metà un occhio:

— Gli hanno rubato del bestiame. Appena ha saputo la disgrazia, la vecchia è partita come una pazza per vedere il danno. Passerà la notte all'ovile, e tua moglie è sola, capisci, sola.

— Che m'importa? — disse lui.

— Stupido, tu puoi andare da lei: tu non ci andrai dunque? Io sono venuta per dirtelo. Va, mi fa piacere, perchè ho pietà di te... Dopo tutto tu sei suo marito.

— Io non sono marito di nessuno, — disse lui, alzando le spalle. — Ah, credevo che avessi da dirmi tutt'altro! Dunque, che cosa vuoi che compri? Fave, latte, lardo, ciliegie?...

— Sposa dunque me, se non sei marito di nessuno, — disse Mattea con la sua voce bassa, grossa e incerta, da ubriaca.

Costantino si schiarì la gola e sputò.

Gli occhi di lei, di solito vaghi e stupidi, ebbero un lampo di intelligenza. La sua fronte bassissima si corrugò.

— Perchè sputi? — chiese con voce dura. — Lei è forse migliore di me?

Lui arrossì; poi un velo di tristezza gli scese sul cuore.

— Tu, — disse, — tu sei peggiore o migliore di lei.

— Come?

— Se in questo momento non menti, se non sei venuta a tendermi una trappola dicendomi che lei è sola, sei migliore di lei.

— Perchè dovrei tenderti una trappola? Io ho pietà di te. Ti giuro sulla memoria dei miei morti che, se tu vai da lei stasera, non corri nessun pericolo.

— Chi vi può credere, femmine? Voi non rispettate neppure i morti.

Mattea fece per andarsene, offesa e irritata. Lui la trattenne.

— Il cane vile! — disse lei con disprezzo. — Io ho pietà di te, e tu mi frusti. Che cosa hai da rimproverarmi? Che cosa, dunque?

Alzò la testa con fierezza e mostrò la fronte corrugata. Guardava Costantino con occhi limpidi, di nuovo pieni di intelligenza. Lui la guardò, sbalordito: una donna così parlava in quel modo, alzava la fronte, osava guardarlo così! Poi si mise a ridere.

— Io vado, ora, — ripetè, — vado e torno subito. Prendo anche del vino, anche se tu non bevi. Aspettami. As-pet-ta-mi! — le ordinò in modo brutale, perchè vedeva che lei lo seguiva. — Non mi seccare.

Lei si fermò dietro la porta. Lui uscì, ma aveva fatto pochi passi quando sentì la voce grossa di lei che lo richiamava.

Tornò indietro fino alla porta socchiusa. Nella fessura illuminata si vedevano il naso di Mattea e uno dei suoi occhi, che erano tornati stupidi.

— Che vuoi, capra guercia?

— Se tu vai da lei, è inutile farmi aspettare qui.

— Al diavolo chi ti ha fatto! — imprecò Costantino con voce sincera. — Io penso di andare da lei quanto tu pensi di andare in chiesa. Aspetta! Aspetta! — gridò poi, e allungò la mano per afferrarle il naso e tirarglielo. Ma lei ritirò svelta il viso e chiuse la porta.

Costantino rientrò dieci minuti dopo, ma non trovò più la strana ragazza. Credette che si fosse nascosta fuori e la cercò. La chiamava a bassa voce e le diceva che aveva comprato pane, carne e frutta. Ma poi si accorse che lei se n'era andata. C'era un grande silenzio intorno alla casetta. La notte era scesa, e lui era completamente solo. Le foglie nere del fico frusciavano in modo misterioso sullo sfondo dell'aria senza colore. Sembravano di stoffa di metallo, scosse da una mano invisibile. Non si sentiva nient'altro. E nella notte calda si vedevano chiaramente soltanto le stelle, vivissime.

Costantino si sentì molto seccato perchè Mattea era sparita. Solo come un cane, che cosa poteva fare per il resto della sera? Non aveva sonno, anche perchè nel pomeriggio aveva dormito a lungo. E non sapeva dove andare.

Si mise a mangiare e a bere, e ogni tanto parlava a voce alta, con dispetto.

— Se lei crede che io vada da lei, sta fresca.

Silenzio. Poi:

— Fresca come una rosa in primavera. È pazza, lei!

Ancora silenzio. Poi:

— Nè dall'una nè dall'altra. Mi fa schifo Mattea. Mi dà l'idea di una bestia. Ecco tutto.

Poi imprecò. Poi rise, di quella risata leggera e vaga che si ride quando si è soli.

Intanto beveva a lunghi sorsi. Ogni volta che finiva il bicchiere, faceva schioccare le labbra ed esclamava: — aaah! — Poi si passava più volte le mani sul petto, per mostrare il vino che scendeva dentro, delizioso. Dopo si sentì quasi allegro.

— Che essa vada all'inferno. Che essa vada al diavolo.

Lo diceva ogni tanto, pensando a Mattea e al suo capriccio di sparire. Ma intanto si accorgeva che pensava a lei con dispetto per non pensare all'altra. Poi uscì fuori, si sdraiò sulla panca di pietra e si abbandonò un po' ai suoi pensieri.

— Lei è sola, — pensava. — Ebbene, che cosa m'importa? Io la disprezzo. Non andrei da lei neanche se mi desse una cassa piena d'oro. Che cosa me ne faccio dell'oro?

Si fece questa domanda con profonda tristezza. Ma subito dopo si mise a cantare piano. Gli succedeva infatti una cosa che del resto gli capitava spesso: fingeva con sè stesso, come fingeva con gli altri.

«Choricheddu, core amatu,

Chi t'isetto donzi die...

— Cando as a bider a mie,

Sa turulia at a tesser...»\[14\].

Per un po' la sua voce monotona e piana lo distrasse; ma poi i suoi pensieri ripresero il loro corso.

— Se io andassi là, ebbene, che cosa succederebbe? Un peccato, forse? Non sono io suo marito? Ma io non penso di andarci. Macchè! Mi fa ridere zio Isidoro, il vecchio stupido. — Vattene! Vattene! Vattene! (Imitava tra sè la voce sonora del vecchio). — Vattene, altrimenti succede un guaio. Brontu Dejas vi potrebbe ammazzare o far mettere in carcere. — Ebbene, e poi?

Tornò a cantare piano. Il fruscio delle foglie del fico, aspro come quello di vecchie lamiere di ferro, accompagnava la sua voce piana e monotona.

«Cando as a bider sa ua

Chin fiore in gennargiu;

Cando as a bider porcargiu

Fattende casu porchinu......»\[15\].

Cambiò posizione e chiuse le palpebre pesanti. La sua testa dondolava un po' sul palmo della mano che la sosteneva.

— Ebbene, e poi? — disse a voce alta. Spalancò gli occhi, come spaventato dalla sua voce. Li richiuse e parlò dolcemente tra sè: — No. Io non la vorrei più con me, come moglie. Per me lei è una donna perduta. È stata con un altro uomo. E come è stata con lui, può tornare a stare con me, e può andare a stare con altri. Lei è come Mattea: io le sputo tutte e due.

Riaprì gli occhi e sputò davvero, tanto era il disprezzo che in quel momento sentiva per Giovanna. Eppure, nello stesso tempo, ricordi teneri e lontani gli passarono per la mente. Ricordò un bacio che aveva dato a sua moglie, un giorno, mentre lei dormiva. Lei aveva aperto gli occhi, un po' spaventata, e aveva detto: Credevo fosse un altro!

Ebbene, che sciocchezze si andava a ricordare? Era uno stupido, nient'altro che uno stupido. E poi, sapeva forse se Giovanna lo avrebbe accolto o respinto, nel caso che lui andasse da lei?

Ecco, lui non era un uomo evoluto, un'anima civile. Ma in quel momento pensò e *sentì* come il più intelligente degli uomini. Desiderò che lei non lo accogliesse. Sentì che doveva vivere e soffrire ancora. Ma se lui andava e lei non lo accoglieva, forse un raggio di luce sarebbe ancora sceso nel vuoto freddo che lo circondava. Eppure lui la voleva, la desiderava ancora. Dal giorno in cui l'aveva perduta, tutto il suo essere gli faceva male. Era come una parte del corpo che si è storta, che pulsa di dolore ma vive e deve vivere ancora. Però nel suo desiderio soffiava qualche cosa di spirituale: l'istinto dell'anima immortale, che non si spegne neppure negli uomini più degradati. Lui sognava ancora una Giovanna onesta, perduta per sempre in questa vita sulla terra, ma riservata a lui nella vita eterna. Ora, se lei tradiva anche il secondo marito, anche se con il primo, non era onesta. Così pensava Costantino, eppure...

Potevano essere le dieci. Lui era sdraiato sulla panchetta da circa mezz'ora, quando un suono malinconico passò nell'aria. Era il giovane cieco che, lontano, suonava l'organetto. Accompagnava una voce sonora, ma monotona e triste come il canto di un morto che si è svegliato nella notte. Nel canto e nel suono piangeva una nostalgia sovrumana. È come quella che devono provare proprio i morti quando ricordano le poche ore felici della loro vita. Piangeva soprattutto nel suono, che ansimava e gemeva e chiedeva la luce, la gioia, la felicità. Chiedeva tutte le cose che il cieco intravede e non riuscirà mai a vedere. Tutte le cose che il morto ha lasciato e non ritroverà mai più.

Costantino rabbrividì e si alzò.

Il canto e il suono passarono, si allontanarono, sempre più lontano, e finirono.

Costantino sentì un'onda di tenerezza e di angoscia coprirgli il cuore. Intorno a lui c'erano il buio, il silenzio infinito e la solitudine immensa. E lui sentì il bisogno fortissimo del cieco che vuole la luce; la nostalgia del morto che ricorda la vita. E si incamminò.

All'inizio gli sembrò di camminare in sogno. Eppure sentiva chiaramente sotto i piedi il crepitio delle foglie secche e della stoppia, che il vento aveva raccolto intorno alla casetta di Isidoro. Si strofinò le palpebre e gli sembrò di vedere piccoli cerchi viola, elettrici, che giravano nell'aria e sparivano. Ma subito dopo gli occhi si abituarono al buio. Allora vide la linea chiara della strada, le casette nere, lo sfondo vuoto dell'orizzonte. Là le stelle oscillavano come gocce d'oro pronte a cadere. Mentre camminava per la strada, sapeva già esattamente dove voleva andare, e non esitò neanche un momento.

Qua e là, sulle soglie delle casette dove la povertà non permetteva di accendere la luce, c'erano gruppi di persone sedute a godersi il fresco. Qualche voce acuta di donna rompeva il silenzio: raccontava piccole storie, pettegolezzi, miserie. In un angolo deserto Costantino vide due innamorati. Quando sentì dei passi, l'uomo cercò di nascondere la donna, e lei voltò la faccia verso il muro.

Costantino passò oltre. Ma dopo una trentina di passi si voltò, e per spaventare i due giovani stava per gridare:

— Ora vado a dirlo a tuo padre!

Ma ebbe paura di gridare e di farsi riconoscere, e andò avanti.

Poi vide la massa nera del mandorlo, che si sporgeva sulla strada, oltre la casa di zia Bachisia. Allora il cuore gli si agitò un po', a scatti. Gli sembrava di vedere una grande testa nera dai capelli selvaggi, che lo aspettava e lo spiava da lontano.

Era deciso ad andare avanti, ad attraversare lo spiazzo, a entrare nella casa dei Dejas, a vedere Giovanna. Tutto questo gli sembrava facile, e si sentiva pronto a tutto. Eppure aveva paura. Più che paura, terrore. Sentì una debole voce di ragazza che diceva lentamente: — Per quanto tu dica non è vero...

Si guardò intorno e non vide nessuno. Andò avanti, ma a ogni passo la sua ansia cresceva. Mentre attraversava lo spiazzo, guardò la casetta di zia Bachisia, poi la casa bianca, poi la povera casetta di Mattea. La finestrella di Mattea era illuminata; tutto il resto era buio. Pensò ancora una volta che Mattea poteva averlo ingannato. O che zia Bachisia poteva essere con Giovanna. O che Giovanna dormiva già, o non gli avrebbe aperto. Ma senza esitare entrò sotto il portico. E subito distinse la figura di Giovanna, seduta sul gradino della porta.

Anche lei riconobbe subito Costantino e saltò in piedi, rigida di terrore. Ma la voce di lui, prudente e commossa, la rassicurò.

— Non aver paura. Sei sola?

— Sì.

Un secondo dopo si trovarono abbracciati.

### Glossario

- **naufrago**: chi resta in mare dopo che la sua nave è affondata.
- **pettegolezzi**: chiacchiere sulle cose private degli altri.
- **disprezzare**: pensare che una persona non vale niente; **disprezzo** è questo sentimento.
- **palpebre**: la pelle che copre l'occhio quando lo chiudiamo.
- **occhi glauchi**: occhi di un colore tra il verde e il grigio.
- **agnello scorticato**: insulto scherzoso: agnello senza pelle, cioè uomo magro e debole.
- **non farmi adirare**: non farmi arrabbiare.
- **capra guercia**: insulto: capra con gli occhi storti, che vede male.
- **sta fresca**: modo di dire: si sbaglia, resterà delusa.
- **«Choricheddu, core amatu...»**: canzone sarda: «Cuoricino, cuore amato, che ti aspetto ogni giorno...» (vedi nota 14).
- **«Cando as a bider sa ua...»**: canzone sarda: «Quando vedrai la vite fiorita in gennaio...», cioè mai (vedi nota 15).
- **organetto**: piccola fisarmonica.
- **stoppia**: quello che resta nel campo dopo la raccolta del grano.

## Note

1. Porredda è il femminile e il diminutivo di Porru.

2. Pascoli chiusi, ma molto grandi.

3. Personaggio che fa paura, d'estate: i sardi lo usano per minacciare i bambini, perchè non vadano al sole.

4. Modo di giurare.

5. Cervouomo.

6.

Piove, piove,

l'uva matura

e il fico...

7. Molti servi, in Sardegna, hanno del bestiame loro. Lo mettono insieme a quello del padrone, — e così diventano suoi soci, — oppure lo danno a un altro pastore e dividono con lui il guadagno.

8. Scemi.

9.

San Pietro al mare andò,

Le chiavi dentro gli caddero;

E gli risponde Dio:

— Che hai, Pietro mio?

— Al piè mi ha morsicato,

Al cuore, al dorso.

— Prendi la spina triste

(*ispina trista o santa*: è la pianta con cui fu fatta la corona di Nostro Signore. In Sardegna la gente usa le sue foglie come medicina)

E mettitela pesta,

E mettitela tre giorni,

Talchè, Pietro, sii sano. —

Tarantola del ventre dipinto,

Che fece figlia stretta,

Figlia stretta fece,

Una per monte ne lasciò,

Una per monte, una per valle,

Ucciso m'hai e t'ho ucciso.

10. In questa strana usanza c'è un principio scientifico. Le persone morse dalla tarantola vengono messe sotto terra in un concio, o messe in un forno un po' caldo. Il veleno della tarantola produce una specie di avvelenamento, e si può cacciarlo facendo sudare molto il malato. Lo stare sotto terra, i cattivi odori che danno la nausea e il caldo del forno fanno certo sudare il malato. Ma la gente semplice ha dimenticato il principio scientifico per la superstizione. Così trasforma in male quello che forse una volta faceva bene. Il caso raccontato qui mi fu narrato come una cosa successa davvero, e purtroppo non è l'unico.

G. D.

11.

M'è calato un fulmine,

O madre del ragno.

Vedasi il fascicolo III, anno I, della *Rivista delle tradizioni popolari italiane*. Roma, Forzani e C., 1894.

12. Capo di bestiame.

13. Il diavolo.

14.

«Cuoricino, cuore amato,

Che ti aspetto ogni giorno...

— Quando mi vedrai

Il nibbio tesserà...»

15.

«Quando vedrai la vite

Fiorita in gennajo,

Quando vedrai porcaro

Facendo cacio porcino...»

### Glossario

- **diminutivo**: forma di una parola che indica una cosa piccola o un nome affettuoso.
- **soci**: persone che lavorano insieme e dividono il guadagno.
- **pesta**: schiacciata e ridotta in pezzetti piccolissimi.
- **talchè**: così che, in modo che.
- **concio**: mucchio di letame.
- **sudare**: mandare fuori acqua dalla pelle, per il caldo o la fatica.
- **superstizione**: credenza falsa in cose magiche, senza una base vera.
- **nausea**: voglia di vomitare.
- **porcaro / cacio porcino**: chi guarda i maiali / formaggio fatto con latte di maiale, cioè una cosa impossibile.
- **nibbio**: uccello rapace; un nibbio che tesse è una cosa impossibile.
- **Vedasi**: si veda, cioè: guardate, leggete.
