# Vita dei campi (Edizione B2)

*Giovanni Verga*

## Fantasticheria

Una volta, mentre il treno passava vicino ad Aci-Trezza, voi vi affacciaste allo sportello del vagone ed esclamaste: «Vorrei starci un mese laggiù!»

Noi vi ritornammo, e vi passammo non un mese, ma quarantotto ore. Gli abitanti del paese aprivano tanto d’occhi vedendo i vostri grossi bauli, e avranno creduto che sareste rimasta un paio d’anni. La mattina del terzo giorno eravate alla stazione, stanca di vedere eternamente del verde e dell’azzurro, e di contare i carri che passavano per la strada. Impaziente, giocavate con la catenella della vostra boccetta di profumo, e allungavate il collo per scorgere un treno che non arrivava mai.

In quelle quarantotto ore facemmo tutto ciò che si può fare ad Aci-Trezza. Passeggiammo nella polvere della strada, e ci arrampicammo sugli scogli. Col pretesto di imparare a usare i remi vi faceste sotto il guanto delle bollicine che rubavano i baci. Passammo sul mare una notte romanticissima, gettando le reti tanto per fare qualcosa che ai barcaioli potesse sembrare degno di prendersi dei reumatismi. L’alba ci sorprese in cima al *fariglione*: un’alba modesta e pallida, che ho ancora davanti agli occhi. Era attraversata da larghi riflessi violetti, sul mare di un verde cupo. Si raccoglieva come una carezza su quel gruppetto di casette che dormivano quasi raggomitolate sulla riva. In cima allo scoglio, sul cielo trasparente e limpido, si stampava netta la vostra figurina. Aveva le linee sapienti che vi metteva la vostra sarta, e il profilo fine ed elegante che ci mettevate voi. — Avevate un vestitino grigio che sembrava fatto apposta per intonarsi ai colori dell’alba. — Un bel quadretto davvero! E si indovinava che lo sapevate anche voi, dal modo in cui vi modellavate nel vostro scialletto. Sorridevate coi grandi occhioni ben aperti e stanchi a quello strano spettacolo, e a quell’altra stranezza di trovarvici presente anche voi. Che cosa avveniva nella vostra testolina mentre contemplavate il sole nascente? Gli domandavate forse in quale altro emisfero vi avrebbe ritrovata fra un mese? Diceste soltanto, ingenuamente: «Non capisco come si possa vivere qui tutta la vita.»

Eppure, vedete, la cosa è più facile di quanto sembri. Basta non possedere centomila lire di entrata, prima di tutto. E in compenso basta patire un po’ di tutti gli stenti fra quegli scogli giganteschi, incastonati nell’azzurro, che vi facevano battere le mani per l’ammirazione. Così poco basta perché quei poveri diavoli che ci aspettavano mezzo addormentati nella barca trovino tutto ciò che vi affannate a cercare a Parigi, a Nizza e a Napoli. Lo trovano fra quelle loro casupole sgangherate e pittoresche, che viste da lontano vi sembravano avere il mal di mare anch’esse.

È una cosa singolare; ma forse non è male che sia così — per voi, e per tutti gli altri come voi. Quel mucchio di casupole è abitato da pescatori, «gente di mare», dicono essi, come altri direbbe «gente di toga». Hanno la pelle più dura del pane che mangiano, quando ne mangiano, perché il mare non è sempre gentile, come allora che baciava i vostri guanti.... Nelle sue giornate nere, quando brontola e sbuffa, bisogna accontentarsi di stare a guardarlo dalla riva, con le mani in mano. Oppure bisogna guardarlo sdraiati a pancia in giù, il che è meglio per chi non ha pranzato. In quei giorni c’è folla sulla porta dell’osteria, ma suonano pochi soldoni sulla latta del banco. E i monelli, che si moltiplicano in paese come se la miseria fosse un buon concime, gridano e si graffiano come se avessero il diavolo in corpo.

Di tanto in tanto il tifo, il colera, la malannata, la tempesta vengono a dare una buona spazzata a quel brulicame. Davvero si crederebbe che non dovesse desiderare di meglio che essere spazzato, e scomparire. Eppure ripullula sempre nello stesso luogo; non so dirvi come, né perché.

Vi siete mai trovata, dopo una pioggia d’autunno, a disperdere un esercito di formiche, tracciando distrattamente il nome del vostro ultimo ballerino sulla sabbia del viale? Qualcuna di quelle povere bestioline sarà rimasta attaccata alla punta del vostro ombrellino, torcendosi di dolore. Ma tutte le altre, dopo cinque minuti di panico e di viavai, saranno tornate ad aggrapparsi disperatamente al loro monticello bruno. Voi non ci tornereste davvero, e nemmeno io. Ma per poter comprendere una simile ostinazione, che è per certi aspetti eroica, bisogna farci piccini anche noi. Bisogna chiudere tutto l’orizzonte fra due zolle, e guardare col microscopio le piccole cause che fanno battere i piccoli cuori. Volete metterci un occhio anche voi, a questa lente, voi che guardate la vita dall’altro lato del cannocchiale? Lo spettacolo vi parrà strano, e perciò forse vi divertirà.

Noi siamo stati amicissimi, ve ne ricordate? E mi avete chiesto di dedicarvi qualche pagina. Perché? *à quoi bon*? come dite voi. Che cosa potrà valere quel che scrivo per chi vi conosce? E per chi non vi conosce che cosa siete voi? Comunque, mi sono ricordato del vostro capriccio un giorno che ho rivisto quella povera donna. Le facevate l’elemosina col pretesto di comprare le sue arance, messe in fila sulla panchetta davanti alla porta. Ora la panchetta non c’è più; hanno tagliato il nespolo del cortile, e la casa ha una finestra nuova. Solo la donna non era cambiata. Stava un po’ più in là a tendere la mano ai carrettieri, accoccolata sul mucchietto di sassi che barricano il vecchio *posto* della guardia nazionale. E io, andando in giro col sigaro in bocca, ho pensato che anche lei, così povera com’è, vi aveva vista passare, bianca e superba.

Non andate in collera se mi sono ricordato di voi in tal modo a questo proposito. Oltre ai lieti ricordi che mi avete lasciato, ne ho cento altri, vaghi, confusi, disparati, raccolti qua e là, non so più dove. Forse alcuni sono ricordi di sogni fatti a occhi aperti. Facevano una gran confusione nella mia mente, mentre passavo per quella stradina dove sono passate tante cose liete e dolorose. E la mantellina di quella povera donna freddolosa, accoccolata, vi metteva un non so che di triste e mi faceva pensare a voi. Pensavo a voi, sazia di tutto, perfino dell’adulazione che getta ai vostri piedi il giornale di moda, citandovi spesso in testa alla cronaca elegante. Sazia al punto da inventare il capriccio di vedere il vostro nome sulle pagine di un libro.

Quando scriverò il libro, forse non ci penserete più. Intanto i ricordi che vi mando sono così lontani da voi in ogni senso, da voi inebriata di feste e di fiori. Vi faranno l’effetto di una brezza deliziosa, in mezzo alle veglie ardenti del vostro eterno carnevale. Il giorno in cui ritornerete laggiù, se pure vi ritornerete, siederemo accanto un’altra volta, a spingere sassi col piede e fantasie col pensiero. Parleremo forse di quelle altre ebbrezze che la vita ha altrove. Potete anche immaginare che il mio pensiero si sia raccolto in quel cantuccio ignorato del mondo perché il vostro piede vi si è posato. O forse per distogliere i miei occhi dallo scintillio che vi segue dappertutto, di gemme o di febbri. Oppure perché vi ho cercata inutilmente in tutti i luoghi che la moda fa lieti. Vedete quindi che siete sempre al primo posto, qui come al teatro.

Vi ricordate anche di quel vecchietto che stava al timone della nostra barca? Gli dovete questo tributo di riconoscenza, perché vi ha impedito dieci volte di bagnare le vostre belle calze azzurre. Ora è morto laggiù all’ospedale della città, il povero diavolo, in una gran corsia tutta bianca, fra lenzuola bianche. Masticava del pane bianco, servito dalle bianche mani delle suore di carità. Le suore non avevano altro difetto che quello di non saper capire i meschini guai che il poveretto biascicava nel suo dialetto semibarbaro.

Ma se avesse potuto desiderare qualcosa, avrebbe voluto morire nel cantuccio nero vicino al focolare. Lì per tanti anni era stata la sua cuccia, «sotto le sue tegole». Tanto che quando lo portarono via piangeva guaiolando, come fanno i vecchi. Aveva vissuto sempre fra quei quattro sassi, di fronte a quel mare bello e traditore. Aveva dovuto lottare con esso ogni giorno per trarne di che campare la vita e non lasciargli le ossa. Eppure aveva i suoi momenti in cui si godeva cheto cheto la sua «occhiata di sole», accoccolato sull’asse della barca, con le ginocchia fra le braccia. In quei momenti non avrebbe voltato la testa per vedervi. Avreste cercato invano in quegli occhi attoniti il riflesso più superbo della vostra bellezza. Come quando tante fronti altere si inchinano per farvi ala nei saloni splendenti, e vi specchiate negli occhi invidiosi delle vostre migliori amiche.

La vita è ricca, come vedete, nella sua inesauribile varietà. E voi potete godervi senza scrupoli, a modo vostro, quella parte di ricchezza che vi è toccata. Quella ragazza, per esempio, faceva capolino dietro i vasi di basilico quando il fruscio della vostra veste metteva in rivoluzione la stradina. Se vedeva un altro viso notissimo alla finestra di fronte, sorrideva come se fosse vestita di seta anche lei. Chi sa quali povere gioie sognava su quel davanzale, dietro quel basilico odoroso, con gli occhi fissi su quell’altra casa coronata di tralci di vite? Il riso dei suoi occhi non sarebbe andato a finire in lacrime amare, là, nella città grande, lontana dai sassi che l’avevano vista nascere e la conoscevano. Non ci sarebbe finito, se suo nonno non fosse morto all’ospedale e suo padre non si fosse annegato. E se tutta la sua famiglia non fosse stata dispersa da un colpo di vento che vi aveva soffiato sopra. Un colpo di vento funesto, che aveva trasportato uno dei suoi fratelli fino alle carceri di Pantelleria: — «Gaetano!» come dicono laggiù.

Miglior sorte toccò a quelli che morirono. Morì a Lissa il più grande, quello che vi sembrava un David di rame, ritto con la sua fiocina in pugno e illuminato bruscamente dalla fiamma dell’edera. Grande e grosso com’era, si faceva di brace anche lui quando gli fissaste in volto i vostri occhi arditi. Nondimeno è morto da buon marinaio, sull’albero della nave, fermo alle funi, levando in alto il berretto. Salutò un’ultima volta la bandiera col suo maschio e selvaggio grido d’isolano.

L’altro è quell’uomo che sull’isolotto non osava toccarvi il piede per liberarlo dal laccio teso ai conigli, nel quale vi eravate impigliata da stordita che siete. Si perse in una fosca notte d’inverno, solo, fra i cavalloni scatenati. Fra la barca e la riva, dove i suoi lo aspettavano andando di qua e di là come pazzi, c’erano sessanta miglia di tenebre e di tempesta. Quell’uomo si lasciava intimidire dal capolavoro del vostro calzolaio. Voi non avreste potuto immaginare di quale disperato e tetro coraggio fosse capace per lottare contro una tale morte.

Meglio per loro che sono morti, e non «mangiano il pane del re», come quel poveretto rimasto a Pantelleria, o quell’altro pane che mangia la sorella. E non vanno in giro come la donna delle arance, a vivere della grazia di Dio; una grazia assai magra ad Aci-Trezza. Quelli almeno non hanno più bisogno di nulla! Lo disse anche il ragazzo dell’ostessa, l’ultima volta che andò all’ospedale a chiedere del vecchio. Voleva portargli di nascosto quelle chiocciole stufate che sono così buone da succhiare per chi non ha più denti. Trovò il letto vuoto, con le coperte ben distese. Sgattaiolò nella corte e andò a piantarsi davanti a una porta tutta coperta di brandelli di cartacce. Dal buco della chiave sbirciò una gran sala vuota, sonora e fredda anche d’estate. Si vedeva l’estremità di una lunga tavola di marmo, su cui era buttato un lenzuolo, greve e rigido. E disse che quelli là almeno non avevano più bisogno di nulla. E mentre lo diceva si mise a succhiare a una a una le chiocciole che non servivano più, per passare il tempo. Voi, stringendovi al petto il manicotto di volpe azzurra, vi ricorderete con piacere che gli avete dato cento lire, al povero vecchio.

Ora rimangono quei monellucci che vi scortavano come sciacalli e assediavano le arance. Rimangono a ronzare attorno alla mendicante e a brancicarle le vesti, come se ci avesse sotto del pane. Raccattano torsoli di cavolo, bucce d’arancia e mozziconi di sigari, tutte quelle cose che si lasciano cadere per strada. Eppure devono avere ancora qualche valore, perché c’è della povera gente che ci campa su. Ci campa anzi così bene, che quei pezzentelli paffuti e affamati cresceranno in mezzo al fango e alla polvere della strada. Si faranno grandi e grossi come il loro babbo e come il loro nonno, e popoleranno Aci-Trezza di altri pezzentelli. Questi tireranno allegramente la vita coi denti più a lungo che potranno, come il vecchio nonno, senza desiderare altro. E se vorranno fare qualcosa di diverso da lui, sarà chiudere gli occhi là dove li hanno aperti. Li chiuderanno in mano al medico del paese, che viene tutti i giorni sull’asinello, come Gesù, ad aiutare la buona gente che se ne va.

— Insomma l’ideale dell’ostrica! direte voi. — Proprio l’ideale dell’ostrica! E noi non abbiamo altro motivo di trovarlo ridicolo che quello di non esser nati ostriche anche noi. Eppure penso al tenace attaccamento di quella povera gente allo scoglio sul quale la fortuna li ha lasciati cadere, mentre seminava principi di qua e duchesse di là. Penso a questa rassegnazione coraggiosa a una vita di stenti, a questa religione della famiglia, che si riflette sul mestiere, sulla casa e sui sassi che la circondano. Tutto ciò mi sembra — forse per il momento — cosa serissima e rispettabilissima anch’essa. Mi pare che le inquietudini del pensiero vagabondo si addormenterebbero dolcemente nella pace serena di quei sentimenti miti e semplici. Essi si succedono calmi e inalterati di generazione in generazione. — Mi pare che potrei vedervi passare, al gran trotto dei vostri cavalli, col tintinnio allegro dei loro finimenti, e salutarvi tranquillamente.

Forse ho troppo cercato di scorgere dentro il turbine che vi circonda e vi segue. Forse per questo mi è parso ora di leggere una fatale necessità nei tenaci affetti dei deboli. L’ho letta nell’istinto che hanno i piccoli di stringersi fra loro per resistere alle tempeste della vita. E ho cercato di decifrare il dramma modesto e ignoto che deve aver sconvolto gli attori plebei che conoscemmo insieme. Un dramma che forse qualche volta vi racconterò, e di cui mi pare che tutto il nodo debba consistere in questo. Uno di quei piccoli, o più debole, o più incauto, o più egoista degli altri, volle staccarsi dai suoi. Lo fece per desiderio dell’ignoto, o per brama di meglio, o per curiosità di conoscere il mondo. Allora il mondo, da pesce vorace che è, se lo ingoiò, e i suoi più vicini con lui. — E sotto questo aspetto vedete che il dramma non manca d’interesse. Per le ostriche l’argomento più interessante deve essere quello che tratta delle insidie del gambero, o del coltello del palombaro che le stacca dallo scoglio.

### Glossario

- **arrampicammo**: salimmo con fatica, usando mani e piedi.
- **fariglione**: grande scoglio che esce dal mare.
- **raggomitolate**: strette su se stesse, come un gomitolo.
- **incastonati**: fissati dentro qualcosa, come una pietra preziosa in un anello.
- **casupole**: case piccole e povere.
- **sgangherate**: vecchie e mezze rotte.
- **malannata**: anno cattivo per i raccolti e per il lavoro.
- **brulicame**: massa di piccoli esseri che si muovono tutti insieme, come gli insetti.
- **accoccolata**: piegata sulle gambe, seduta quasi sui talloni.
- **sazia**: stanca di una cosa perché ne ha avuta troppa.
- **fiocina**: grande forchetta per pescare.
- **manicotto**: rotolo di pelliccia in cui le signore tengono le mani al caldo.
- **pezzentelli**: bambini poveri, vestiti di stracci.
- **ostrica**: mollusco di mare che vive attaccato allo scoglio.
- **palombaro**: uomo che lavora sott’acqua.

## Jeli il pastore

Jeli, il guardiano di cavalli, aveva tredici anni quando conobbe don Alfonso, il signorino. Ma era così piccolo che non arrivava alla pancia della *Bianca*, la vecchia giumenta che portava il campanaccio della mandra. Lo si vedeva sempre di qua e di là, per i monti e nella pianura dove stavano al pascolo le sue bestie. Stava ritto e immobile su qualche greppo, o accoccolato su un gran sasso. Il suo amico don Alfonso, mentre era in villeggiatura, andava a trovarlo a Tebidi tutti i giorni che Dio mandava. Divideva con lui il suo pezzetto di cioccolata, il pane d’orzo del pastorello e la frutta rubata al vicino. All’inizio Jeli dava dell’*eccellenza* al signorino, come si usa in Sicilia. Ma dopo che si furono azzuffati per bene, la loro amicizia fu stabilita solidamente. Jeli insegnava al suo amico come si fa ad arrampicarsi fino ai nidi delle gazze, sulle cime dei noci più alti del campanile di Licodia. Gli insegnava a cogliere un passero in volo con un sasso, e a montare con un salto sul dorso nudo delle sue bestie mezze selvagge. Bastava afferrare per la criniera la prima che passava a tiro, senza lasciarsi spaventare dai nitriti di collera dei puledri indomiti e dai loro salti disperati.

Ah! le belle scappate per i campi mietuti, con le criniere al vento! I bei giorni d’aprile, quando il vento accavallava a onde l’erba verde, e le cavalle nitrivano nei pascoli! I bei mezzogiorni d’estate, quando la campagna biancastra taceva sotto il cielo fosco, e i grilli scoppiettavano fra le zolle come se le stoppie prendessero fuoco! Il bel cielo d’inverno attraverso i rami nudi del mandorlo, che rabbrividivano al rovajo! Il viottolo che suonava gelato sotto gli zoccoli dei cavalli, e le allodole che trillavano in alto, al caldo, nell’azzurro! Le belle sere d’estate che salivano adagio adagio come la nebbia! Il buon odore del fieno in cui si affondavano i gomiti, e il ronzio malinconico degli insetti della sera! E quelle due note dello zufolo di Jeli, sempre le stesse — iuh! iuh! iuh! Facevano pensare alle cose lontane, alla festa di San Giovanni, alla notte di Natale, all’alba della scampagnata. Facevano pensare a tutti quei grandi avvenimenti passati, che sembrano mesti, così lontani. E facevano guardare in alto, con gli occhi umidi, quasi che tutte le stelle che si accendevano in cielo vi piovessero in cuore, e l’allagassero!

Jeli, lui, non soffriva di quella malinconia. Se ne stava accoccolato sul ciglione, con le guance gonfie, tutto intento a suonare iuh! iuh! iuh! Poi radunava il branco a forza di grida e di sassi, e lo spingeva nella stalla, di là dal *poggio alla Croce*.

Ansando, saliva la costa di là dal vallone, e gridava qualche volta al suo amico Alfonso: — Chiamati il cane! ohè, chiamati il cane! Oppure: — Tirami un buon sasso allo *zaino*, che mi fa il signorino, e se ne viene adagio adagio, perdendo tempo con le macchie del vallone! Oppure: — Domattina portami un ago grosso, di quelli della gnà Lia.

Sapeva fare ogni sorta di lavori con l’ago. Aveva un batuffoletto di cenci nella sacca di tela, per rattoppare al bisogno le brache e le maniche del giubbone. Sapeva anche intrecciare dei cordoncini di crini di cavallo. E si lavava da sé, con la creta del vallone, il fazzoletto che si metteva al collo quando aveva freddo. Insomma, purché avesse la sua sacca a tracolla, non aveva bisogno di nessuno al mondo. Poteva stare nei boschi di Resecone, o perduto in fondo alla piana di Caltagirone. La gnà Lia soleva dire: — Vedete Jeli il pastore? È stato sempre solo per i campi come se l’avessero figliato le sue cavalle, ed è per questo che sa farsi la croce con le due mani!

Del resto è vero che Jeli non aveva bisogno di nessuno. Ma tutti quelli della fattoria avrebbero fatto volentieri qualcosa per lui, perché era un ragazzo servizievole, e c’era sempre la possibilità di buscarci qualcosa da lui. La gnà Lia gli cuoceva il pane per amor del prossimo. Lui la ricambiava con bei panierini di vimini per le uova, arcolai di canna e altre cosette. — Facciamo come fanno le sue bestie, diceva la gnà Lia, che si grattano il collo a vicenda.

A Tebidi tutti lo conoscevano da piccolo, da quando non si vedeva fra le code dei cavalli che stavano al pascolo nel *piano del lettighiere*. Era cresciuto, si può dire, sotto i loro occhi, sebbene nessuno lo vedesse mai, e vagasse sempre di qua e di là col suo armento! «Era piovuto dal cielo, e la terra l’aveva raccolto» come dice il proverbio; era proprio di quelli che non hanno né casa né parenti. La sua mamma stava a servizio a Vizzini, e lo vedeva soltanto una volta all’anno, quando lui andava coi puledri alla fiera di San Giovanni. Il giorno in cui era morta, erano venuti a chiamarlo un sabato sera, e il lunedì Jeli tornò alla mandra. Così il contadino che l’aveva sostituito nella guardia dei cavalli non perse neppure la giornata. Ma il povero ragazzo era tornato così sconvolto che a volte lasciava scappare i puledri nel seminato. — Ohè, Jeli! gli gridava allora Massaro Agrippino dall’aia; o che vuoi assaggiare le nerbate delle feste, figlio di cagna? — Jeli si metteva a correre dietro i puledri sbrancati, e li spingeva triste triste verso la collina. Però davanti agli occhi aveva sempre la sua mamma, col capo avvolto nel fazzoletto bianco, che non parlava più.

Suo padre faceva il vaccaro a Ragoleti, di là da Licodia, «dove la malaria si poteva mietere», dicevano i contadini dei dintorni. Ma nei terreni di malaria i pascoli sono grassi, e le vacche non prendono le febbri. Jeli quindi se ne stava nei campi tutto l’anno, a Donferrante, o nelle chiuse della Commenda, o nella valle del Jacitano. I cacciatori e i passanti che prendevano le scorciatoie lo vedevano sempre qua e là, come un cane senza padrone. Lui non ne soffriva, perché era abituato a stare coi cavalli che gli camminavano davanti, passo passo, brucando il trifoglio. Stava con gli uccelli che giravano a stormi attorno a lui. Stava così tutto il tempo che il sole faceva il suo viaggio lento lento, finché le ombre si allungavano e poi sparivano. Aveva il tempo di vedere le nuvole accavallarsi a poco a poco e formare monti e vallate. Sapeva come soffia il vento quando porta il temporale, e di che colore è il nuvolo quando sta per nevicare. Ogni cosa aveva il suo aspetto e il suo significato, e c’era sempre qualcosa da vedere e da ascoltare in tutte le ore del giorno. Così, verso il tramonto, quando il pastore si metteva a suonare lo zufolo di sambuco, la cavalla mora si avvicinava masticando il trifoglio senza voglia. E stava anche lei a guardarlo, con i suoi grandi occhi pensierosi.

Soffriva soltanto un po’ di malinconia nelle lande deserte di Passanitello, dove non cresce cespuglio né arbusto, e nei mesi caldi non vola un uccello. I cavalli si radunavano in cerchio con la testa ciondoloni, per farsi ombra a vicenda. E nei lunghi giorni della trebbiatura quella gran luce silenziosa pioveva sempre uguale e afosa per sedici ore.

Però dove il mangime era abbondante, e i cavalli si fermavano volentieri, il ragazzo si occupava con qualche altra cosa. Faceva delle gabbie di canna per i grilli, delle pipe intagliate e dei panierini di giunco. Con quattro rametti sapeva alzare un po’ di tettoia, quando la tramontana spingeva per la valle le lunghe file dei corvi. Lo faceva anche quando le cicale battevano le ali nel sole che bruciava le stoppie. Arrostiva le ghiande del querceto nella brace dei sarmenti di sommacco, e sembrava di mangiare castagne arrosto. Vi abbrustoliva anche le larghe fette di pane, quando cominciavano ad avere la barba della muffa. Perché quando si trovava a Passanitello d’inverno, le strade erano così cattive che a volte passavano quindici giorni senza che si vedesse passare anima viva.

Don Alfonso, che era tenuto nel cotone dai suoi genitori, invidiava al suo amico Jeli la tasca di tela dove teneva tutta la sua roba. C’erano il pane, le cipolle, il fiaschetto del vino, il fazzoletto per il freddo. C’erano il batuffoletto dei cenci col refe e gli aghi grossi, la scatoletta di latta con l’esca e la pietra focaia. Gli invidiava anche la superba cavalla *vajata*, quella bestia col ciuffetto di peli irti sulla fronte. Aveva gli occhi cattivi, e gonfiava le narici come un mastino ringhioso quando qualcuno voleva montarla. Da Jeli invece si lasciava montare e grattare le orecchie, di cui era gelosa, e lo annusava per ascoltare quello che lui voleva dirle. — Lascia stare la *vajata*, gli raccomandava Jeli, non è cattiva, ma non ti conosce.

Scordu il Bucchierese aveva comprato a San Giovanni la giumenta calabrese, col patto che gliela tenessero nell’armento fino alla vendemmia. Dopo che se la portò via, il puledro *zaino*, rimasto orfano, non voleva darsi pace. Correva su per i greppi del monte, con lunghi nitriti lamentosi, e con le narici al vento. Jeli gli correva dietro chiamandolo a gran voce, e il puledro si fermava ad ascoltare, col collo teso e le orecchie inquiete, sferzandosi i fianchi con la coda. — È perché gli hanno portato via la madre, e non sa più cosa fare — osservava il pastore. — Adesso bisogna tenerlo d’occhio, perché sarebbe capace di lasciarsi andare giù nel precipizio. Anch’io, quando mi è morta la mia mamma, non ci vedevo più dagli occhi.

Poi, dopo che il puledro ricominciò ad annusare il trifoglio, e a darvi qualche boccata di malavoglia: — Vedi! a poco a poco comincia a dimenticarsene.

— Ma anch’esso sarà venduto. I cavalli sono fatti per essere venduti; come gli agnelli nascono per andare al macello, e le nuvole portano la pioggia. Solo gli uccelli non hanno altro da fare che cantare e volare tutto il giorno.

Le idee non gli venivano nette e filate l’una dietro l’altra, perché di rado aveva avuto qualcuno con cui parlare. Perciò non aveva fretta di scovarle e districarle in fondo alla testa. Lì era abituato a lasciare che sbucciassero e spuntassero fuori a poco a poco, come fanno le gemme dei rametti sotto il sole. — Anche gli uccelli, aggiunse, devono buscarsi il cibo, e quando la neve copre la terra se ne muoiono.

Poi ci pensò su un pezzetto. — Tu sei come gli uccelli; ma quando arriva l’inverno te ne puoi stare al fuoco senza fare nulla.

Don Alfonso però rispondeva che anche lui andava a scuola, a imparare. Jeli allora sgranava gli occhi, e stava tutto orecchi se il signorino si metteva a leggere. Guardava il libro e lui con aria sospettosa, ascoltando con quel lieve battere di palpebre che indica l’attenzione intensa nelle bestie più vicine all’uomo. Gli piacevano i versi, che gli accarezzavano l’udito con l’armonia di una canzone incomprensibile. A volte aggrottava le ciglia, appuntava il mento, e sembrava che un gran lavorio si stesse facendo dentro di lui. Allora accennava di sì e di sì col capo, con un sorriso furbo, e si grattava la testa. Quando poi il signorino si metteva a scrivere, per far vedere quante cose sapeva fare, Jeli sarebbe rimasto giornate intere a guardarlo. E tutto a un tratto lasciava scappare un’occhiata sospettosa. Non poteva convincersi che si potessero ripetere sulla carta le parole che aveva detto lui, o che aveva detto don Alfonso. E nemmeno le cose che non gli erano uscite di bocca. E finiva col fare quel sorriso furbo.

Ogni idea nuova che gli picchiasse nella testa per entrare lo metteva in sospetto, e pareva che la fiutasse con la diffidenza selvaggia della sua *vajata*. Però non mostrava meraviglia per nulla al mondo. Se gli avessero detto che in città i cavalli andavano in carrozza, sarebbe rimasto impassibile, con quella maschera d’indifferenza orientale che è la dignità del contadino siciliano. Pareva che istintivamente si trincerasse nella sua ignoranza, come se fosse la forza della povertà. Tutte le volte che rimaneva a corto di argomenti ripeteva: — Io non ne so nulla. Io sono povero — con quel sorriso ostinato che voleva essere furbo.

Aveva chiesto al suo amico Alfonso di scrivergli il nome di Mara su un pezzetto di carta che aveva trovato chi sa dove. Raccattava infatti tutto quello che vedeva per terra. E il foglietto se l’era messo nel batuffoletto dei cenci. Un giorno, dopo essere stato un po’ zitto, a guardare di qua e di là soprappensiero, gli disse serio serio:

— Io ci ho l’innamorata.

Alfonso, malgrado sapesse leggere, sgranava gli occhi.

— Sì, ripeté Jeli, Mara, la figlia di Massaro Agrippino che era qui. Ora sta a Marineo, in quella gran casa della pianura che si vede dal *piano del lettighiere*, lassù.

— O ti mariti dunque?

— Sì, quando sarò grande e avrò sei onze all’anno di salario. Mara non ne sa nulla ancora.

— Perché non gliel’hai detto?

Jeli tentennò il capo, e si mise a riflettere. Poi svolse il batuffoletto e spiegò la carta che si era fatto scrivere.

— È proprio vero che dice Mara; l’ha letto anche don Gesualdo, il campiere, e fra Cola, quando venne giù per la cerca delle fave.

— Uno che sappia scrivere, osservò poi, è come uno che tenesse le parole nella scatola dell’acciarino, e potesse portarsele in tasca, e anche mandarle di qua e di là.

— Ora che ne farai di quel pezzetto di carta, tu che non sai leggere? gli domandò Alfonso.

Jeli si strinse nelle spalle, ma continuò ad avvolgere accuratamente il suo foglietto scritto nel batuffoletto dei cenci.

La Mara l’aveva conosciuta da bambina. Avevano cominciato col picchiarsi ben bene, una volta che si erano incontrati lungo il vallone, a cogliere le more nelle siepi di rovo. La ragazzina, la quale sapeva di essere «nel fatto suo», aveva agguantato Jeli per il collo, come un ladro. Per un po’ si erano scambiati dei pugni nella schiena, uno tu e uno io, come fa il bottaio sui cerchi delle botti. Ma quando furono stanchi si calmarono a poco a poco, tenendosi sempre afferrati.

— Tu chi sei? gli domandò Mara.

E siccome Jeli, più selvatico, non diceva chi fosse:

— Io sono Mara, la figlia di Massaro Agrippino, che è il campaio di tutti questi campi qui.

Jeli allora lasciò del tutto la presa. La ragazzina si mise a raccattare le more che le erano cadute nella lotta, sbirciando di tanto in tanto il suo avversario con curiosità.

— Di là dal ponticello, nella siepe dell’orto, ci sono tante more grosse; aggiunse la piccina, e se le mangiano le galline.

Jeli intanto si allontanava quatto quatto. Mara stette ad accompagnarlo con gli occhi finché poté vederlo nel querceto; poi voltò le spalle anche lei, e se la diede a gambe verso casa.

Ma da quel giorno in poi cominciarono ad addomesticarsi. Mara andava a filare la stoppa sul parapetto del ponticello, e Jeli adagio adagio spingeva l’armento verso le falde del *poggio del Bandito*. All’inizio se ne stava in disparte ronzandole attorno, guardandola da lontano con aria sospettosa. A poco a poco si avvicinava, con l’andatura guardinga del cane abituato a ricevere sassi. Quando finalmente si trovavano accanto, ci stavano lunghe ore senza aprire bocca. Jeli osservava attentamente l’intricato lavoro della calza che la mamma aveva messo al collo alla Mara. Oppure lei gli vedeva intagliare i bei zig zag sui bastoni di mandorlo. Poi se ne andavano l’uno di qua e l’altro di là, senza dirsi una parola, e la bambina, com’era in vista della casa, si metteva a correre.

Al tempo dei fichidindia poi si fermarono nel folto delle macchie, sbucciando fichi tutto il santo giorno. Vagabondavano insieme sotto i noci secolari, e Jeli bacchiava tante noci, che piovevano fitte come la grandine. La ragazzina si affaticava a raccattarne più che poteva, con grida di gioia. E poi scappava via, lesta lesta, tenendo tese le due cocche del grembiule, dondolandosi come una vecchietta.

Durante l’inverno Mara non osò mettere fuori il naso, con quel gran freddo. A volte, verso sera, si vedeva il fumo dei fuocherelli di sommacchi che Jeli accendeva sul *piano del lettighiere* o sul *poggio di Macca*. Li accendeva per non rimanere intirizzito come quelle cinciallegre che la mattina trovava dietro un sasso, o al riparo di una zolla. Anche i cavalli trovavano piacere a ciondolare un po’ la coda attorno al fuoco, e si stringevano gli uni agli altri per stare più caldi.

Col marzo tornarono le allodole nel piano, i passeri sul tetto, le foglie e i nidi nelle siepi. Mara riprese ad andare a spasso con Jeli nell’erba soffice, fra le macchie in fiore, sotto gli alberi ancora nudi che cominciavano a punteggiarsi di verde. Jeli si ficcava negli spineti come un segugio per scovare le nidiate di merli, che guardavano sbalorditi coi loro occhietti di pepe. I due fanciulli portavano spesso nel petto della camicia dei piccoli conigli appena stanati, quasi nudi, ma dalle lunghe orecchie già inquiete. Correvano per i campi al seguito del branco dei cavalli, ed entravano nelle stoppie dietro i mietitori, passo passo con l’armento. Si fermavano ogni volta che una giumenta si fermava a strappare una boccata d’erba. La sera, giunti al ponticello, se ne andavano l’uno di qua e l’altro di là, senza dirsi addio.

Così passarono tutta l’estate. Intanto il sole cominciava a tramontare dietro il *poggio alla Croce*. I pettirossi gli andavano dietro verso la montagna, come imbruniva, seguendolo fra le macchie dei fichidindia. I grilli e le cicale non si udivano più, e in quell’ora per l’aria si spandeva come una gran malinconia.

In quel tempo arrivò al casolare di Jeli suo padre, il vaccaro, che aveva preso la malaria a Ragoleti, e non poteva nemmeno reggersi sull’asino che l’aveva portato. Jeli accese il fuoco, lesto lesto, e corse «alle case» per cercargli qualche uovo di gallina. — Piuttosto stendi un po’ di strame vicino al fuoco, gli disse suo padre; che mi sento tornare la febbre.

Il ribrezzo della febbre era così forte che compare Menu tremava come fanno le foglie in novembre. Era seppellito sotto il suo gran tabarro, la bisaccia dell’asino e la sacca di Jeli. La gran vampa di sarmenti davanti a lui gli faceva il viso bianco bianco come un morto. I contadini della fattoria venivano a domandargli: — Come vi sentite, compare Menu? Il poveretto non rispondeva altro che con un guaito, come fa un cagnolino di latte. — È malaria di quella che ammazza meglio di una schioppettata, dicevano gli amici, scaldandosi le mani al fuoco.

Fu chiamato anche il medico, ma erano tutti denari buttati via, perché la malattia era di quelle chiare e conosciute, che anche un ragazzo saprebbe curare. Se la febbre non era di quelle che ammazzano in ogni modo, col solfato sarebbe guarita subito. Compare Menu ci spese gli occhi della testa in tanto solfato, ma era come buttarlo nel pozzo. — Prendete un buon decotto di *ecalibbiso* che non costa nulla, suggeriva Massaro Agrippino. E se non serve a nulla come il solfato, almeno non vi rovinate a spendere. Si prendeva anche il decotto di eucaliptus, eppure la febbre tornava sempre, anche più forte. Jeli assisteva il genitore come meglio sapeva. Ogni mattina, prima di andarsene coi puledri, gli lasciava il decotto preparato nella ciotola, il fascio di sarmenti sotto la mano, le uova nella cenere calda. Tornava presto la sera, con altra legna per la notte e il fiaschetto del vino. Portava anche qualche pezzetto di carne di montone, che era corso a comprare fino a Licodia. Il povero ragazzo faceva ogni cosa con garbo, come una brava massaia. Suo padre lo seguiva con gli occhi stanchi nelle sue faccenduole qua e là per il casolare. Di tanto in tanto sorrideva, pensando che il ragazzo avrebbe saputo aiutarsi, quando fosse rimasto solo.

I giorni in cui la febbre cessava per qualche ora, compare Menu si alzava tutto stravolto, col capo stretto nel fazzoletto. Si metteva sulla porta ad aspettare Jeli, mentre il sole era ancora caldo. Jeli lasciava cadere accanto alla porta il fascio della legna, e posava sulla tavola il fiasco e le uova. Allora il padre gli diceva: — Metti a bollire l’*ecalibbiso* per stanotte. — Oppure: — Guarda che l’oro di tua madre l’ha in consegna la zia Agata, quando non ci sarò più. — Jeli diceva di sì col capo.

— È inutile; ripeteva Massaro Agrippino ogni volta che tornava a vedere compare Menu con la febbre. Il sangue ormai è tutto una peste. — Compare Menu ascoltava senza batter ciglio, col viso più bianco della sua berretta.

Già non si alzava più. Jeli si metteva a piangere quando non gli bastavano le forze per aiutarlo a voltarsi da un lato all’altro. Poco per volta compare Menu finì per non parlare nemmeno più. Le ultime parole che disse al suo ragazzo furono:

— Quando sarò morto, andrai dal padrone delle vacche a Ragoleti. Ti farai dare le tre onze e i dodici tumoli di frumento che avanzo da maggio a questa parte.

— No, rispose Jeli, sono soltanto due onze e quindici, perché avete lasciato le vacche che è più di un mese. E bisogna fare il conto giusto col padrone.

— È vero! affermò compare Menu socchiudendo gli occhi.

— Ora sono proprio solo al mondo come un puledro smarrito, che se lo possono mangiare i lupi! pensò Jeli quando gli ebbero portato il babbo al cimitero di Licodia.

Mara era venuta a vedere anche lei la casa del morto, con la curiosità inquieta che destano le cose spaventose. — Vedi come sono rimasto? le disse Jeli. La ragazzetta si tirò indietro spaventata, per paura che la facesse entrare nella casa dove era stato il morto.

Jeli andò a riscuotere il denaro del babbo, e partì con l’armento per Passanitello. Lì l’erba era già alta sul terreno lasciato a maggese e il mangime era abbondante; perciò i puledri restarono a pascolarvi per molto tempo. Intanto Jeli si era fatto grande, e anche Mara doveva essere cresciuta, pensava spesso mentre suonava il suo zufolo. Poi tornò a Tebidi dopo tanto tempo, spingendosi davanti adagio adagio le giumente per i viottoli scivolosi della *fontana dello zio Cosimo*. Cercava con gli occhi il ponticello del vallone, il casolare nella *valle del Jacitano*, e il tetto delle «case grandi», su cui svolazzavano sempre i colombi. Ma in quel tempo il padrone aveva licenziato Massaro Agrippino, e tutta la famiglia di Mara stava sloggiando. Jeli trovò la ragazza, che si era fatta grandicella e graziosa, alla porta del cortile. Teneva d’occhio la sua roba mentre la caricavano sulla carretta. Ora la stanza vuota sembrava più scura e affumicata del solito. La tavola, il letto, il cassettone, le immagini della Vergine e di San Giovanni avevano lasciato il segno sulle pareti, dove erano stati per tanti anni. Lo avevano lasciato perfino i chiodi per appendere le zucche delle sementi. — Andiamo via, gli disse Mara appena lo vide osservare. Ce ne andiamo laggiù a Marineo, dove c’è quella gran casa nella pianura.

Jeli si mise ad aiutare massaro Agrippino e la gnà Lia a caricare la carretta. Quando non ci fu altro da portare via dalla stanza, andò a sedere con Mara sul parapetto dell’abbeveratoio. — Anche le case, le disse quando ebbe visto accatastare l’ultima cesta sulla carretta, anche le case, appena se ne toglie la roba, non sembrano più quelle.

— A Marineo, rispose Mara, avremo una camera più bella, ha detto la mamma, e grande come il magazzino dei formaggi.

— Ora che tu sarai via, non voglio venirci più qui; che mi parrà di essere tornato l’inverno a vedere quella porta chiusa.

— A Marineo invece troveremo dell’altra gente, Pudda la rossa, e la figlia del campiere; si starà allegri. Per le messi verranno più di ottanta mietitori, con la cornamusa, e si ballerà sull’aia.

Massaro Agrippino e sua moglie si erano avviati con la carretta. Mara correva loro dietro tutta allegra, portando il paniere coi piccioni. Jeli volle accompagnarla fino al ponticello, e quando Mara stava per scomparire nella vallata la chiamò:

— Mara! oh! Mara!

— Che vuoi? — disse Mara.

Egli non sapeva che cosa voleva.

— O tu, cosa farai qui tutto solo? gli domandò allora la ragazza.

— Io resto coi puledri.

Mara se ne andò saltellando, e lui rimase lì fermo, finché poté udire il rumore della carretta che rimbalzava sui sassi. Il sole toccava le rocce alte del *poggio alla Croce*, le chiome grigie degli ulivi sfumavano nel crepuscolo. Per la campagna vasta, lontan lontano, non si sentiva altro che il campanaccio della *bianca*, nel silenzio che si allargava.

Mara, appena se ne fu andata a Marineo, in mezzo alla gente nuova e alle faccende della vendemmia, si scordò di lui. Ma Jeli pensava sempre a lei, perché non aveva altro da fare nelle lunghe giornate che passava a guardare la coda delle sue bestie. Adesso non aveva più alcun motivo per scendere nella valle, di là dal ponticello, e nessuno lo vedeva più alla fattoria. Così ignorò per un pezzo che Mara si era fatta sposa, perché intanto di acqua ne era passata e passata sotto il ponticello. Rivide la ragazza soltanto il giorno della festa di San Giovanni, quando andò alla fiera coi puledri da vendere. Fu una festa che gli si mutò tutta in veleno, e gli fece cascare il pane di bocca. La colpa fu di un accidente toccato a uno dei puledri del padrone, Dio ne scampi.

Il giorno della fiera il fattore aspettava i puledri fin dall’alba. Andava su e giù con gli stivali lucidi dietro le groppe dei cavalli e dei muli, messi in fila ai due lati dello stradone. La fiera era già sul finire, e Jeli non spuntava ancora con le bestie, di là dal gomito che faceva lo stradone. Sulle pendici bruciate del *Calvario* e del *Mulino a vento* rimaneva ancora qualche branco di pecore, strette in cerchio col muso a terra e l’occhio spento. Rimaneva anche qualche pariglia di buoi dal pelo lungo, di quelli che si vendono per pagare il fitto delle terre, e aspettavano immobili sotto il sole cocente. Laggiù, verso la valle, la campana di San Giovanni suonava la messa grande, accompagnata dal lungo crepitio dei mortaretti. Allora il campo della fiera sembrava trasalire. Correva un gridio che si prolungava fra le tende dei venditori, schierate nella salita dei Galli. Scendeva per le vie del paese, e sembrava ritornare dalla valle dov’era la chiesa. Viva San Giovanni!

— Santo diavolone! strillava il fattore, quell’assassino di Jeli mi farà perdere la fiera!

Le pecore alzavano il muso attonito e si mettevano a belare tutte insieme, e anche i buoi facevano qualche passo lentamente, guardandosi intorno con grandi occhi intenti.

Il fattore era così in collera perché quel giorno si doveva pagare il fitto delle chiuse grandi, «come San Giovanni fosse arrivato sotto l’olmo», diceva il contratto. E per completare la somma si era fatto assegnamento sulla vendita dei puledri. Intanto di puledri, cavalli e muli ce n’erano quanti il Signore ne aveva fatti, tutti strigliati e lucenti, ornati di fiocchi, nappine e campanelli. Scodinzolavano per scacciare la noia, e voltavano la testa verso ognuno che passava, come se aspettassero un’anima caritatevole che volesse comprarli.

— Si sarà messo a dormire, quell’assassino! seguita a gridare il fattore; e mi lascia i puledri sulla pancia!

Invece Jeli aveva camminato tutta la notte, perché i puledri arrivassero freschi alla fiera e prendessero un buon posto. Era giunto al piano del Corvo che ancora i *tre re* non erano tramontati, e luccicavano sul *monte Arturo* con le braccia in croce. Per la strada passavano continuamente carri e gente a cavallo che andavano alla festa. Per questo il giovanetto teneva ben aperti gli occhi, perché i puledri, spaventati dall’insolito viavai, non si sbandassero. Dovevano andare uniti lungo il ciglione della strada, dietro la *bianca* che camminava diritta e tranquilla, col campanaccio al collo. Di tanto in tanto, quando la strada correva sulla cima delle colline, si sentiva fin là la campana di San Giovanni. Anche nel buio e nel silenzio della campagna arrivava la festa. E per tutto lo stradone, lontan lontano, fin dove c’era gente a piedi o a cavallo che andava a Vizzini, si sentiva gridare: — Viva San Giovanni! — E i razzi salivano diritti e lucenti dietro i monti della Canziria, come le stelle che piovono in agosto.

— È come la notte di Natale! andava dicendo Jeli al ragazzo che lo aiutava a condurre il branco. — Che in ogni fattoria si fa festa e luminaria, e per tutta la campagna si vedono qua e là dei fuochi.

Il ragazzo sonnecchiava, spingendo adagio adagio una gamba dietro l’altra, e non rispondeva nulla. Ma Jeli si sentiva rimescolare tutto il sangue da quella campana. Non poteva star zitto, come se ognuno di quei razzi che strisciavano sul buio, taciti e lucenti dietro il monte, gli sbocciasse dall’anima.

— Mara sarà andata anche lei alla festa di San Giovanni, diceva, perché ci va tutti gli anni.

E senza curarsi che Alfio, il ragazzo, non rispondesse nulla:

— Tu non sai? Ora Mara è alta così, che è più grande di sua madre che l’ha fatta. Quando l’ho rivista non mi pareva vero che fosse proprio quella stessa con cui si andava a cogliere i fichidindia, e a bacchiare le noci.

E si mise a cantare ad alta voce tutte le canzoni che sapeva.

— O Alfio, che dormi? gli gridò quando ebbe finito. Bada che la *bianca* ti viene sempre dietro, bada!

— No, non dormo! rispose Alfio con voce rauca.

— La vedi *la puddara*, che sta ad ammiccarci lassù, verso Granvilla, come se sparassero dei razzi anche a Santa Domenica? Poco può mancare a rompere l’alba; eppure alla fiera arriveremo in tempo per trovare un buon posto. Ehi, morellino bello! che avrai la cavezza nuova, con le nappine rosse, per la fiera! e anche tu, stellato!

Così andava parlando all’uno e all’altro dei puledri, perché si rincuorassero sentendo la sua voce al buio. Ma gli doleva che lo *stellato* e il *morellino* andassero alla fiera per essere venduti.

— Quando saranno venduti, se ne andranno col padrone nuovo, e non si vedranno più nella mandra, com’è stato di Mara, dopo che se n’è andata a Marineo.

— Suo padre sta benone laggiù a Marineo; che quando andai a trovarli mi misero davanti pane, vino, formaggio e ogni ben di Dio. Lui è quasi il fattore, e ha le chiavi di ogni cosa, e avrei potuto mangiarmi tutta la fattoria, se avessi voluto. Mara non mi conosceva quasi più, da tanto che non ci vedevamo! E si mise a gridare: Oh! guarda! è Jeli, il guardiano dei cavalli, quello di Tebidi! È come quando uno torna da lontano, e gli basta vedere soltanto la cima di un monte per riconoscere subito il paese dove è cresciuto. La gnà Lia non voleva che le dessi più del tu, alla Mara, ora che sua figlia si è fatta grande. Perché la gente che non sa nulla chiacchiera facilmente. Mara invece rideva, e sembrava che avesse infornato il pane in quel momento, tanto era rossa. Apparecchiava la tavola, e spiegava la tovaglia che non pareva più quella. — O che ti ricordi ancora di Tebidi? le chiesi appena la gnà Lia fu uscita per spillare del vino fresco dalla botte. — Sì, sì, me ne ricordo, mi disse lei, a Tebidi c’era la campana col campanile che pareva un manico di saliera, e si suonava dal ballatoio. E c’erano anche due gatti di sasso, che facevano le fusa sul cancello del giardino. — Io me le sentivo qui dentro tutte quelle cose, man mano che lei le diceva. Mara mi guardava da capo a piedi con tanto d’occhi, e tornava a dire: — Come ti sei fatto grande! E si mise pure a ridere, e mi diede uno scopaccione qui, sulla testa.

In tal modo Jeli, il guardiano dei cavalli, perse il pane. Perché proprio in quel punto sopraggiunse all’improvviso una carrozza che non si era udita prima, mentre saliva l’erta passo passo. Si era messa al trotto appena arrivata al piano, con gran strepito di frusta e di campanelli, quasi la portasse il diavolo. I puledri, spaventati, si sbandarono in un lampo, che pareva un terremoto. Ce ne vollero di richiami, di grida e di ohi! ohi! ohi! di Jeli e del ragazzo, prima di raccoglierli attorno alla *bianca*. Anch’essa trotterellava senza voglia, col campanaccio al collo. Appena Jeli ebbe contato le sue bestie, si accorse che mancava lo *stellato*, e si cacciò le mani nei capelli. Perché in quel posto la strada correva lungo il burrone, e fu nel burrone che lo *stellato* si fracassò le reni. Un puledro che valeva dodici onze come dodici angeli del paradiso! Piangendo e gridando andava chiamando il puledro — ahu! ahu! ahu! — che non ci si vedeva ancora. Lo *stellato* rispose finalmente dal fondo del burrone, con un nitrito doloroso, come se avesse avuto la parola, povera bestia!

— Oh! mamma mia! andavano gridando Jeli e il ragazzo. Oh! che disgrazia, mamma mia!

I passanti che andavano alla festa, e sentivano piangere a quel modo in mezzo al buio, domandavano che cosa avessero perso. E poi, appena sapevano di che si trattava, andavano per la loro strada.

Lo *stellato* rimaneva immobile dove era caduto, con le zampe in aria. Jeli lo tastava dappertutto, piangendo e parlandogli come se potesse farsi intendere. Intanto la povera bestia rizzava il collo penosamente, voltava la testa verso di lui, e allora si sentiva il respiro rotto dallo spasimo.

— Qualche cosa si sarà rotto! piagnucolava Jeli, disperato di non poter vedere nulla per il buio. E il puledro, inerte come un sasso, lasciava ricadere il capo di peso. Alfio, rimasto sulla strada a custodia del branco, si era rasserenato per primo e aveva tirato fuori il pane dalla sacca. Ora il cielo si era fatto biancastro, e i monti tutto intorno pareva che spuntassero a uno a uno, neri e alti. Dalla svolta dello stradone si cominciava a scorgere il paese, col *monte del Calvario* e *del Mulino a vento* stampati sul chiarore dell’alba. Erano ancora foschi, seminati dalle chiazze bianche delle pecore. I buoi che stavano al pascolo sulla cima del monte, nell’azzurro, andavano di qua e di là. Così sembrava che il profilo del monte stesso si animasse e formicolasse di vita. La campana dal fondo del burrone non si sentiva più. I passanti si erano fatti più rari, e quei pochi che passavano avevano fretta di arrivare alla fiera. Il povero Jeli non sapeva a quale santo votarsi in quella solitudine. Lo stesso Alfio da solo non poteva aiutarlo per niente; perciò costui andava sbocconcellando pian piano il suo pezzo di pane.

Finalmente si vede venire a cavallo il fattore, che da lontano gridava e bestemmiava correndo, al vedere gli animali fermi sulla strada. Perciò Alfio stesso se la diede a gambe per la collina. Ma Jeli non si mosse da accanto allo *stellato*. Il fattore lasciò la mula sulla strada e scese anche lui nel burrone, cercando di aiutare il puledro ad alzarsi e tirandolo per la coda. — Lasciatelo stare! diceva Jeli, bianco in viso come se si fosse fracassato le reni lui. Lasciatelo stare! Non vedete che non si può muovere, povera bestia?

Lo *stellato* infatti, a ogni movimento e a ogni sforzo che gli facevano fare, metteva un rantolo che pareva un cristiano. Il fattore si sfogava a calci e schiaffi su Jeli, e tirava per i piedi gli angeli e i santi del paradiso. Allora Alfio, più rassicurato, era tornato sulla strada per non lasciare le bestie senza custodia, e badava a scolparsi dicendo: — Io non ci ho colpa. Io andavo avanti con la *bianca*.

— Qui non c’è più nulla da fare, disse alla fine il fattore, quando si convinse che era tutto tempo perso. Qui non se ne può prendere altro che la pelle, finché è buona.

Jeli si mise a tremare come una foglia quando vide il fattore andare a staccare lo schioppo dal basto della mula. — Levati di lì, paneperso! gli urlò il fattore. Non so chi mi tenga dallo stenderti per terra accanto a quel puledro, che valeva assai più di te! Con tutto il battesimo porco che ti diede quel prete ladro!

Lo *stellato*, non potendosi muovere, voltava il capo con grandi occhi ben aperti, quasi avesse inteso ogni cosa. Il pelo gli si arricciava a onde lungo le costole, e sembrava che ci corresse sotto un brivido. Così il fattore uccise sul posto lo *stellato*, per cavarne almeno la pelle. Il colpo fu tirato a bruciapelo, e il rumore sordo che fece dentro le carni vive parve a Jeli di sentirselo dentro di sé.

— Ora, se vuoi sapere il mio consiglio, gli lasciò detto il fattore, cerca di non farti più vedere dal padrone per quel salario che avanzi. Perché te lo pagherebbe salato assai!

Il fattore se ne andò insieme ad Alfio, con gli altri puledri. I puledri non si voltavano nemmeno a vedere dove rimanesse lo *stellato*, e andavano strappando l’erba dal ciglione. Lo *stellato* se ne stava solo nel burrone, aspettando che venissero a togliergli la pelle, con gli occhi ancora ben aperti e le quattro zampe stese. Solo allora aveva potuto stenderle. Jeli aveva visto come il fattore aveva potuto prendere di mira il puledro, che penosamente voltava la testa spaventato. E al fattore era bastato il cuore per tirare il colpo. Ora Jeli non piangeva più. Stava a guardare lo *stellato* duro duro, seduto sul sasso, finché arrivarono gli uomini che dovevano prendersi la pelle.

Adesso poteva andarsene a spasso, a godersi la festa, o starsene in piazza tutto il giorno a vedere i galantuomini nel caffè, come meglio gli piaceva. Perché non aveva più né pane né tetto, e bisognava cercarsi un padrone, se pure qualcuno lo voleva, dopo la disgrazia dello *stellato*.

Le cose del mondo vanno così: mentre Jeli cercava un padrone con la sacca a tracolla e il bastone in mano, la banda suonava allegramente in piazza. I suonatori avevano i pennacchi nel cappello, in mezzo a una folla di berrette bianche fitte come le mosche. I galantuomini stavano a godersela seduti nel caffè. Tutta la gente era vestita a festa, come gli animali della fiera. In un angolo della piazza c’era una donna con la gonnella corta e le calze color carne, che pareva con le gambe nude. Picchiava sulla gran cassa, davanti a un gran lenzuolo dipinto, dove si vedeva una carneficina di cristiani, col sangue che colava a torrenti. Nella folla che stava a guardare a bocca aperta c’era anche massaro Cola, che lo conosceva da quando stava a Passanitello. Gli disse che il padrone glielo avrebbe trovato lui, perché compare Isidoro Macca cercava un guardiano per i porci. — Però non dir nulla dello *stellato*, gli raccomandò massaro Cola. Una disgrazia come quella può accadere a tutti, nel mondo. Ma è meglio non dir nulla.

Andarono perciò a cercare compare Macca, che era al ballo. Mentre massaro Cola entrava a fare l’ambasciata, Jeli aspettò sulla strada, in mezzo alla folla che stava a guardare dalla porta della bottega. Nella stanzaccia c’era un mondo di gente che saltava e si divertiva, tutti rossi e scalmanati. Facevano un gran pestare di scarponi sul pavimento di mattoni, e non si sentiva nemmeno il ron ron del contrabbasso. Appena finiva una suonata, che costava un grano, alzavano il dito per far segno che ne volevano un’altra. Quello del contrabbasso faceva una croce col carbone sulla parete, per fare il conto alla fine, e ricominciava da capo. — Costoro li spendono senza pensarci, si andava dicendo Jeli, e vuol dire che hanno la tasca piena. Non sono in angustia come me, per mancanza di un padrone, se sudano e si affannano a saltare per loro piacere come se li pagassero a giornata! — Massaro Cola tornò dicendo che compare Macca non aveva bisogno di nulla. Allora Jeli voltò le spalle e se ne andò mogio mogio.

Mara stava di casa verso Sant’Antonio, dove le case si arrampicano sul monte, di fronte al vallone della Canziria. Il vallone era tutto verde di fichidindia, con le ruote dei mulini che facevano schiuma in fondo, sul torrente. Ma Jeli non ebbe il coraggio di andare da quelle parti, ora che non l’avevano voluto nemmeno per guardare i porci. Girava in mezzo alla folla che lo urtava e lo spingeva senza curarsi di lui. Gli pareva di essere più solo di quando era coi puledri nelle lande di Passanitello, e si sentiva voglia di piangere. Finalmente massaro Agrippino lo incontrò nella piazza, che andava di qua e di là con le braccia ciondoloni, godendosi la festa. Cominciò a gridargli dietro — Oh! Jeli! oh! — e se lo portò a casa. Mara era in gran gala, con tanto di orecchini che le sbattevano sulle guance. Stava sulla porta, con le mani sulla pancia, cariche di anelli, ad aspettare che si facesse buio per andare a vedere i fuochi.

— Oh! gli disse Mara, sei venuto anche tu per la festa di San Giovanni!

Jeli non avrebbe voluto entrare, perché era vestito male. Però massaro Agrippino lo spinse per le spalle dicendogli che non si vedevano allora per la prima volta. Gli disse anche che si sapeva che era venuto alla fiera coi puledri del padrone. La gnà Lia gli versò un bel bicchiere di vino, e vollero portarlo con loro a vedere le luci della festa, insieme alle comari e ai vicini.

Arrivando in piazza, Jeli rimase a bocca aperta dalla meraviglia. Tutta la piazza pareva un mare di fuoco, come quando si bruciavano le stoppie, per i tanti razzi che i devoti accendevano sotto gli occhi del santo. Il santo stava a goderseli dall’imboccatura del Rosario, tutto nero sotto il baldacchino d’argento. I devoti andavano e venivano fra le fiamme come tanti diavoli. C’era perfino una donna discinta, spettinata, con gli occhi fuori dalla testa, che accendeva i razzi anche lei. E c’era un prete con la sottana nera, senza cappello, che pareva un ossesso dalla devozione.

— Quello lì è il figlio di massaro Neri, il fattore della Salonia, e spende più di dieci lire di razzi! diceva la gnà Lia. Indicava un giovinotto che andava in giro per la piazza tenendo due razzi alla volta nelle mani, come due candele. Perciò tutte le donne se lo mangiavano con gli occhi, e gli gridavano: — Viva San Giovanni.

— Suo padre è ricco e possiede più di venti capi di bestiame, aggiungeva massaro Agrippino.

Mara sapeva anche che aveva portato lo stendardo grande nella processione, e lo reggeva diritto come un fuso, tanto era forte e bel giovane.

Il figlio di massaro Neri pareva che sentisse, e accendesse i suoi razzi per la Mara, facendo la ruota davanti a lei. Dopo che i fuochi furono cessati si unì a loro, e li condusse al ballo e al cosmorama, dove si vedeva il mondo vecchio e il mondo nuovo. Pagava lui per tutti, anche per Jeli, che andava dietro la comitiva come un cane senza padrone. Stava a veder ballare il figlio di massaro Neri con la Mara. Lei girava in tondo e si accoccolava come una colombella sulle tegole, e teneva tesa con bel garbo una cocca del grembiule. Il figlio di massaro Neri saltava come un puledro, tanto che la gnà Lia piangeva di consolazione. E massaro Agrippino faceva cenno di sì col capo, che la cosa andava bene.

Alla fine, quando furono stanchi, se ne andarono di qua e di là *nel passeggio*, trascinati dalla folla come in mezzo a una fiumana. Andarono a vedere i trasparenti illuminati, dove tagliavano il collo a San Giovanni, che avrebbe fatto pietà agli stessi turchi. Il santo sgambettava come un capriolo sotto la mannaia. Lì vicino c’era la banda che suonava, sotto un gran paracqua di legno tutto illuminato. Nella piazza c’era una folla tanto grande che mai si erano visti alla fiera tanti cristiani.

Mara andava al braccio del figlio di massaro Neri come una signorina, gli parlava nell’orecchio, e rideva che pareva si divertisse assai. Jeli non ne poteva più dalla stanchezza, e si mise a dormire seduto sul marciapiede, finché lo svegliarono i primi petardi del fuoco d’artificio. In quel momento Mara era sempre al fianco del figlio di massaro Neri, e gli si appoggiava con le due mani intrecciate sulla spalla. Al lume dei fuochi colorati sembrava ora tutta bianca e ora tutta rossa. Quando scapparono per il cielo gli ultimi razzi in folla, il figlio di massaro Neri si voltò verso di lei, verde in viso.

Jeli non disse nulla, ma in quel punto gli si cambiò in veleno tutta la festa che aveva goduto fino allora. Tornò a pensare a tutte le sue disgrazie che gli erano uscite di mente. Era rimasto senza padrone, e non sapeva più che fare né dove andare. Non aveva più né pane né tetto, e potevano mangiarselo i cani come lo *stellato*, che era rimasto in fondo al burrone, senza pelle fino agli zoccoli.

Intanto attorno a lui la gente faceva baldoria ancora, nel buio che si era fatto. Mara con le compagne saltava e cantava per la stradina sassosa, mentre tornavano a casa.

— Buona notte! Buona notte! andavano dicendo le compagne, man mano che si lasciavano per la strada.

Mara dava la buona notte che pareva cantasse, tanta contentezza aveva nella voce. E il figlio di massaro Neri sembrava proprio che non volesse lasciarla andare più, mentre massaro Agrippino e la gnà Lia litigavano nell’aprire la porta di casa. Nessuno badava a Jeli. Soltanto massaro Agrippino si ricordò di lui, e gli chiese:

— Ed ora dove andrai?

— Non lo so, — disse Jeli.

— Domani vieni a trovarmi, e ti aiuterò a cercare di sistemarti. Per stanotte torna in piazza, dove siamo stati a sentir suonare la banda. Un posto su qualche panchetta lo troverai, e a dormire allo scoperto tu devi esserci abituato.

Jeli c’era abituato, ma quello che gli faceva pena era che Mara non gli diceva nulla, e lo lasciava così sulla porta come un pezzente. E l’indomani, tornando a cercare massaro Agrippino, appena furono soli con la ragazza le disse:

— Oh, gnà Mara! come li scordate gli amici!

— Oh, sei tu Jeli? disse Mara. No, io non ti ho scordato. Ma ero così stanca dopo i fuochi!

— Gli volete bene almeno, al figlio di massaro Neri? chiese lui, voltando e rivoltando il bastone fra le mani.

— Che discorsi andate facendo! rispose bruscamente la gnà Mara. Mia madre è di là che sente tutto.

Massaro Agrippino gli trovò un posto come pecoraio alla Salonia, dov’era fattore massaro Neri. Ma siccome Jeli era poco pratico del mestiere, si dovette accontentare di una grossa diminuzione di salario.

Adesso badava alle sue pecore, e imparava come si fa il formaggio, la ricotta, il caciocavallo e ogni altro frutto di mandra. Ma la sera, nel cortile, gli altri pastori e contadini chiacchieravano, mentre le donne sbucciavano le fave della minestra. Se si veniva a parlare del figlio di massaro Neri, che si prendeva in moglie Mara di massaro Agrippino, Jeli non diceva più nulla. Nemmeno osava aprire bocca. Una volta il campaio lo prese in giro: Mara non aveva voluto saperne più di lui, dopo che tutti avevano detto che sarebbero stati marito e moglie. Jeli, che badava alla pentola in cui bolliva il latte, rispose facendo sciogliere il caglio adagio adagio:

— Ora Mara si è fatta più bella col crescere, che sembra una signora.

Però, siccome era paziente e laborioso, imparò presto ogni cosa del mestiere, meglio di uno che ci fosse nato. Siccome era abituato a stare con le bestie, amava le sue pecore come se le avesse fatte lui. Quindi *il male* alla Salonia non faceva tanta strage, e la mandra prosperava che era un piacere per massaro Neri, tutte le volte che veniva alla fattoria. Così ad anno nuovo si convinse a indurre il padrone ad aumentare il salario di Jeli. Costui venne ad avere quasi quello che prendeva facendo il guardiano dei cavalli. Ed erano denari ben spesi, perché Jeli non badava a contare le miglia e le miglia per cercare i migliori pascoli ai suoi animali. Se le pecore figliavano o erano malate, se le portava al pascolo dentro le bisacce dell’asino. Si caricava in collo gli agnelli, che gli belavano sulla faccia col muso fuori dal sacco, e gli succhiavano le orecchie.

Nella nevicata famosa della notte di Santa Lucia la neve cadde alta quattro palmi nel *lago morto* alla Salonia. Tutto intorno, per miglia e miglia, non si vedeva altro per tutta la campagna, quando venne il giorno. Delle pecore non sarebbero rimaste nemmeno le orecchie, se Jeli non si fosse alzato nella notte tre o quattro volte a cacciarle per il chiuso. Così le povere bestie si scuotevano la neve di dosso, e non rimasero seppellite come tante altre nelle mandre vicine. Così disse massaro Agrippino, quando venne a dare un’occhiata a un campicello di fave che aveva alla Salonia. E disse anche che di quell’altra storia del figlio di massaro Neri, il quale doveva sposare sua figlia Mara, non era vero niente. Perché Mara aveva tutt’altro per il capo.

— Se avevano detto che dovevano sposarsi a Natale, disse Jeli.

— Non è vero niente, non dovevano sposare nessuno; tutte chiacchiere di gente invidiosa che si immischia negli affari altrui; rispose massaro Agrippino.

Però il campaio la sapeva più lunga, per averne sentito parlare in piazza quando andava in paese la domenica. Dopo che massaro Agrippino se ne fu andato, raccontò invece la cosa tale e quale com’era. Non si sposavano più perché il figlio di massaro Neri aveva risaputo che Mara di massaro Agrippino se la intendeva con don Alfonso, il signorino. Don Alfonso aveva conosciuto Mara da piccola. E massaro Neri aveva detto che il suo ragazzo voleva essere onorato come suo padre, e che di corna in casa non ne voleva altre che quelle dei suoi buoi.

Jeli era lì presente anche lui, seduto in cerchio con gli altri a colazione, e in quel momento stava affettando il pane. Non disse nulla, ma l’appetito gli andò via per quel giorno.

Mentre conduceva al pascolo le pecore tornò a pensare a Mara quando era ragazzina. Stavano insieme tutto il giorno e andavano nella *valle del Jacitano* e sul *poggio alla Croce*. Lei stava a guardarlo col mento in aria, mentre lui si arrampicava a prendere i nidi sulle cime degli alberi. Pensava anche a don Alfonso, che veniva a trovarlo dalla villa vicina, e si sdraiavano bocconi sull’erba a stuzzicare con un fuscello i nidi di grilli. Tutte quelle cose andava rimuginando per ore e ore, seduto sull’orlo del fossato, tenendosi le ginocchia fra le braccia. Rivedeva i noci alti di Tebidi, le folte macchie dei valloni, le pendici delle colline verdi di sommacchi, e gli ulivi grigi che si addossavano nella valle come nebbia. Rivedeva i tetti rossi del casamento, e il campanile «che sembrava un manico di saliera» fra gli aranci del giardino. — Qui la campagna gli si stendeva davanti brulla, deserta, chiazzata dall’erba bruciata, sfumando silenziosa nell’afa lontana.

In primavera, appena i baccelli delle fave cominciavano a piegare il capo, Mara venne alla Salonia a raccoglierle, col babbo, la mamma, il ragazzo e l’asino. Tutti insieme venivano a dormire alla fattoria per quei due o tre giorni che durò la raccolta. Jeli così vedeva la ragazza mattina e sera, e spesso sedevano accanto al muretto dell’ovile a parlare insieme, mentre il ragazzo contava le pecore. — Mi pare d’essere a Tebidi, diceva Mara, quando eravamo piccoli, e stavamo sul ponticello del viottolo.

Jeli si ricordava di ogni cosa anche lui, sebbene non dicesse nulla, perché era stato sempre un ragazzo giudizioso e di poche parole.

Finita la raccolta, alla vigilia della partenza, Mara venne a salutare il giovanotto mentre stava facendo la ricotta, tutto intento a raccogliere il siero con la cazza. — Ora ti dico addio, gli disse lei, perché domani torniamo a Vizzini.

— Come sono andate le fave?

— Male sono andate! *la lupa* le ha mangiate tutte quest’anno.

— Dipende dalla pioggia che è stata scarsa, disse Jeli. Noi siamo stati costretti ad uccidere anche le agnelle, perché non avevano da mangiare; su tutta la Salonia non venne tre dita d’erba.

— Ma a te poco te ne importa. Il salario l’hai sempre, buona o mala annata!

— Sì, è vero, disse lui; ma mi dispiace dare quelle povere bestie in mano al macellaio.

— Ti ricordi quando sei venuto per la festa di San Giovanni, ed eri rimasto senza padrone?

— Sì, me lo ricordo.

— Fu mio padre che ti sistemò qui, da massaro Neri.

— E tu perché non l’hai sposato il figlio di massaro Neri?

— Perché non c’era la volontà di Dio. — Mio padre è stato sfortunato, riprese di lì a poco. Da quando ce ne siamo andati a Marineo ogni cosa ci è riuscita male. La fava, il seminato, quel pezzetto di vigna che abbiamo lassù. Poi mio fratello è partito soldato, e ci è morta pure una mula che valeva quarant’onze.

— Lo so, rispose Jeli, la mula baia!

— Ora che abbiamo perso la roba, chi vuoi che mi sposi?

Mara, mentre parlava, andava sminuzzando un rametto di pruno, col mento sul petto e gli occhi bassi. Col gomito stuzzicava un po’ il gomito di Jeli, senza badarci. Ma Jeli, con gli occhi sulla zangola anche lui, non rispondeva nulla; e lei riprese:

— A Tebidi dicevano che saremmo stati marito e moglie, lo ricordi?

— Sì, disse Jeli, e posò la cazza sull’orlo della zangola. Ma io sono un povero pecoraio e non posso pretendere alla figlia di un massaro come sei tu.

La Mara rimase un pochino zitta e poi disse:

— Se tu mi vuoi, io per me ti piglio volentieri.

— Davvero?

— Sì, davvero.

— E massaro Agrippino cosa dirà?

— Mio padre dice che ora il mestiere lo sai, e tu non sei di quelli che vanno a spendere il loro salario. Di un soldo ne fai due, e non mangi per non consumare il pane. Così arriverai ad avere delle pecore anche tu, e ti farai ricco.

— Se è così, concluse Jeli, ti piglio volentieri anch’io.

— To’! gli disse Mara, quando si era fatto buio, e le pecore andavano tacendosi a poco a poco. Se vuoi un bacio adesso te lo do, perché saremo marito e moglie.

Jeli se lo prese in santa pace, e non sapendo che dire aggiunse:

— Io t’ho sempre voluto bene, anche quando volevi lasciarmi per il figlio di massaro Neri; ma non ebbe cuore di dirgli di quell’altro.

— Non lo vedi? eravamo destinati! concluse Mara.

Massaro Agrippino infatti disse di sì, e la gnà Lia mise insieme presto un giubbone nuovo e un paio di brache di velluto per il genero. Mara era bella e fresca come una rosa, con quella mantellina bianca che sembrava l’agnello pasquale, e quella collana d’ambra che le faceva il collo bianco. Perciò Jeli, quando andava per le strade al suo fianco, camminava impalato, tutto vestito di panno e di velluto nuovo. Non osava soffiarsi il naso col fazzoletto di seta rosso, per non farsi notare. I vicini e tutti quelli che sapevano la storia di don Alfonso gli ridevano sul naso. Quando Mara disse *sissignore*, e il prete gliela diede in moglie con un gran crocione, Jeli se la condusse a casa. Gli parve che gli avessero dato tutto l’oro della Madonna, e tutte le terre che aveva visto con gli occhi.

— Ora che siamo marito e moglie, — le disse giunti a casa, seduto di fronte a lei e facendosi piccino piccino. — Ora che siamo marito e moglie, posso dirtelo: non mi par vero che tu m’abbia voluto... mentre avresti potuto prenderne tanti meglio di me... così bella e graziosa come sei!...

Il poveraccio non sapeva dirle altro. Non stava nei panni nuovi per la contentezza di vedersi Mara per la casa, che rassettava e toccava ogni cosa, e faceva la padrona. Non riusciva a staccarsi dalla porta per tornarsene alla Salonia. Quando fu venuto il lunedì, indugiava nel sistemare sul basto dell’asino le bisacce, il tabarro e il paracqua incerato. — Tu dovresti venirtene alla Salonia anche te! diceva alla moglie che stava a guardarlo dalla soglia. Tu dovresti venirtene con me. — Ma la donna si mise a ridere, e gli rispose che lei non era nata a fare la pecoraia, e non aveva nulla da andare a farci alla Salonia.

Infatti Mara non era nata a fare la pecoraia. Non era abituata alla tramontana di gennaio, quando le mani si irrigidiscono sul bastone e sembra che vi caschino le unghie. Non era abituata ai furiosi acquazzoni, in cui l’acqua vi penetra fino alle ossa. Né alla polvere soffocante delle strade, quando le pecore camminano sotto il sole cocente; né al giaciglio duro e al pane ammuffito. Né alle lunghe giornate silenziose e solitarie, in cui per la campagna bruciata non si vede altro da lontano, rare volte, che qualche contadino nero dal sole. Quello si spinge davanti silenzioso l’asino, per la strada bianca e interminabile. Almeno Jeli sapeva che Mara stava al caldo sotto le coperte, o filava davanti al fuoco con le vicine, o si godeva il sole sul ballatoio. Intanto lui tornava dal pascolo stanco e assetato, o fradicio di pioggia. Oppure il vento spingeva la neve dentro il casolare, e spegneva il fuoco di sarmenti. Ogni mese Mara riscuoteva il salario dal padrone, e non le mancavano né le uova nel pollaio, né l’olio nella lucerna, né il vino nel fiasco. Due volte al mese poi Jeli andava a trovarla, e lei lo aspettava sul ballatoio, col fuso in mano. Lui legava l’asino nella stalla, gli toglieva il basto, gli metteva la biada nella greppia. Riponeva la legna sotto la tettoia nel cortile, o portava in cucina quel che aveva. Poi Mara l’aiutava ad appendere il tabarro al chiodo e a togliersi le gambiere di pelle, davanti al focolare. Gli versava il vino, metteva a bollire la minestra, apparecchiava la tavola, cheta cheta e previdente come una brava massaia. Intanto gli parlava di questo e di quello, della chioccia che aveva messo a covare, della tela che era sul telaio, del vitello che allevavano. E non dimenticava una sola delle faccenduole che andava facendo. Jeli, quando si trovava in casa sua, si sentiva d’essere di più del papa.

Ma la notte di Santa Barbara tornò a casa a un’ora insolita, quando tutti i lumi erano spenti nella stradina, e l’orologio della città suonava la mezzanotte. Veniva perché la cavalla che il padrone aveva lasciato al pascolo si era ammalata all’improvviso, e si vedeva chiaro che ci voleva il maniscalco subito subito. Ce n’era voluto per condurla fino in paese, con la pioggia che cadeva come una fiumara, e con le strade dove si sprofondava fino a mezza gamba. Tuttavia ebbe un bel bussare e chiamare Mara da dietro la porta: gli toccò aspettare mezz’ora sotto la grondaia, tanto che l’acqua gli usciva dai calcagni. Sua moglie venne ad aprirgli finalmente, e cominciò a sgridarlo, peggio che se fosse stata lei a scorrazzare per i campi con quel tempaccio.

— O cos’hai? le domandava lui.

— Ho che m’hai fatto paura a quest’ora! che ti par ora da cristiani questa? Domani sarò ammalata!

— Va’ a coricarti, il fuoco l’accendo io.

— No, bisogna che vada a prendere la legna.

— Andrò io.

— No, ti dico!

Quando Mara ritornò con la legna nelle braccia Jeli le disse:

— Perché hai aperto la porta del cortile? Non ce n’era più di legna in cucina?

— No, sono andata a prenderla sotto la tettoia.

Lei si lasciò baciare, fredda fredda, e voltò il capo dall’altra parte.

— Sua moglie lo lascia a infradiciarsi dietro la porta, dicevano i vicini, quando in casa c’è il tordo!

Ma Jeli non sapeva nulla, ch’era becco, né gli altri si curavano di dirglielo, perché a lui non gliene importava niente. Si era preso la donna col danno, dopo che il figlio di massaro Neri l’aveva piantata per aver saputo la storia di don Alfonso. Jeli invece ci viveva beato e contento nel vituperio, e s’ingrassava come un maiale, «chè le corna sono magre, ma mantengono la casa grassa!»

Una volta infine il ragazzo della mandra glielo disse in faccia, mentre litigavano per le pezze di formaggio che si trovavano tosate. — Ora che don Alfonso vi ha preso la moglie, vi pare di essere suo cognato. Avete messo superbia, e vi par di essere un re di corona, con quelle corna che avete in testa.

Il fattore e il campaio si aspettavano di veder scorrere il sangue a quelle parole. Ma invece Jeli rimase istupidito come se non le avesse udite, o come se non fosse cosa sua. Aveva una faccia da bue, che le corna gli stavano bene davvero.

Ora si avvicinava la Pasqua e il fattore mandava tutti gli uomini della fattoria a confessarsi, sperando che per il timor di Dio non rubassero più. Jeli andò anche lui, e all’uscita di chiesa cercò il ragazzo con cui erano corse quelle parole. Gli buttò le braccia al collo dicendogli:

— Il confessore mi ha detto di perdonarti; ma io non sono in collera con te per quelle chiacchiere. E se tu non toserai più il formaggio, a me non importa nulla di quello che mi hai detto nella collera.

Fu da quel momento che lo chiamarono per soprannome *Corna d’oro*, e il soprannome gli rimase, a lui e a tutti i suoi, anche dopo che si lavò le corna nel sangue.

La Mara era andata a confessarsi anche lei, e tornava di chiesa tutta raccolta nella mantellina, con gli occhi bassi, che sembrava una santa Maria Maddalena. Jeli l’aspettava taciturno sul ballatoio. La vide venire a quel modo, che si vedeva come avesse il Signore in corpo, e la stava a guardare pallido pallido dai piedi alla testa. La guardava come se la vedesse per la prima volta, o gliel’avessero cambiata la sua Mara. Quasi non osava alzare gli occhi su di lei, mentre lei spiegava la tovaglia e metteva in tavola le scodelle, tranquilla e pulita come al solito.

Poi, dopo averci pensato un gran pezzo, le domandò:

— È vero che te la intendi con don Alfonso?

Mara gli piantò in faccia i suoi begli occhioni neri neri, e si fece il segno della croce.

— Perché volete farmi far peccato in questo giorno! esclamò.

— Io non ci ho creduto, perché con don Alfonso eravamo sempre insieme, quando eravamo ragazzi. Non passava giorno che lui non venisse a Tebidi, quando era in campagna lì vicino. E poi lui è ricco, che i denari li ha a palate, e se volesse delle donne potrebbe sposarsi. Non gli mancherebbe la roba, né il pane da mangiare.

Mara però si andava riscaldando, e cominciò a sgridarlo in malo modo, tanto che il poveraccio non osava alzare il naso dal piatto.

Alla fine, perché quella grazia di Dio che stavano mangiando non andasse in tossico, Mara cambiò discorso. Gli domandò se avesse pensato a far zappare quel po’ di lino che avevano seminato nel campo delle fave.

— Sì, rispose Jeli, e il lino verrà bene.

— Se è così, disse Mara, quest’inverno ti farò due camicie nuove che ti terranno caldo.

Insomma Jeli non lo capiva quello che vuol dire becco, e non sapeva cosa fosse la gelosia. Ogni cosa nuova stentava a entrargli in capo, e questa poi era così grossa che faceva una fatica del diavolo a entrarci. Soprattutto quando si vedeva davanti la sua Mara, tanto bella, e bianca, e pulita, che l’aveva voluto lei stessa. Lui aveva pensato a lei tanti anni e tanti anni, fin da quando era ragazzo. Il giorno in cui gli avevano detto che lei voleva sposare un altro, non aveva avuto più cuore di mangiare o di bere per tutto il giorno. E pensava anche a don Alfonso, col quale erano stati tante volte insieme, e che gli portava ogni volta dei dolci e del pane bianco. Gli pareva di averlo ancora davanti agli occhi, con quei vestitini nuovi, i capelli ricciuti, e il viso bianco e liscio come una fanciulla. Non lo aveva più visto, perché era un povero pecoraio e stava tutto l’anno in campagna, e così gli era sempre rimasto in cuore a quel modo. Ma la prima volta che per sua disgrazia rivide don Alfonso, dopo tanti anni, Jeli si sentì dentro come se lo cuocessero. Don Alfonso si era fatto grande, da non sembrare più lui. Ora aveva una bella barba ricciuta come i capelli, una giacchetta di velluto e una catenella d’oro sul panciotto. Però riconobbe Jeli, e gli batté anche sulle spalle salutandolo. Era venuto col padrone della fattoria insieme a una brigata di amici, a fare una scampagnata nel tempo in cui si tosavano le pecore. Ed era venuta anche Mara, all’improvviso, col pretesto che era incinta e aveva voglia di ricotta fresca.

Era una bella giornata calda, nei campi biondi, con le siepi in fiore e i lunghi filari verdi delle vigne. Le pecore saltavano e belavano dal piacere, al sentirsi spogliate di tutta quella lana. In cucina le donne facevano un gran fuoco per cuocere la gran roba che il padrone aveva portato per il pranzo. I signori intanto, aspettando, si erano messi all’ombra sotto i carrubi. Facevano suonare i tamburelli e le cornamuse, e ballavano con le donne della fattoria che parevano tutt’una cosa. Jeli, mentre tosava le pecore, si sentiva qualcosa dentro di sé, senza sapere perché. Era come una spina, come un chiodo, come una forbice che gli lavorasse dentro minuta minuta, come un veleno. Il padrone aveva ordinato di sgozzare due capretti, il castrato di un anno, dei polli e un tacchino. Insomma voleva fare le cose in grande e senza risparmio, per farsi onore coi suoi amici. Mentre tutte quelle bestie schiamazzavano dal dolore, e i capretti strillavano sotto il coltello, Jeli si sentiva tremare le ginocchia. Di tratto in tratto gli pareva che la lana che tosava e l’erba in cui le pecore saltavano avvampassero di sangue.

— Non andare! disse a Mara, quando don Alfonso la chiamava perché venisse a ballare con gli altri. Non andare, Mara!

— Perché?

— Non voglio che tu vada! Non andare!

— Lo senti che mi chiamano?

Lui non pronunciava più alcuna parola comprensibile, mentre stava curvo sulle pecore che tosava. Mara si strinse nelle spalle, e se ne andò a ballare. Era rossa e allegra, con gli occhi neri che sembravano due stelle, e rideva che le si vedevano i denti bianchi. Tutto l’oro che aveva indosso le sbatteva e le scintillava sulle guance e sul petto, che pareva la Madonna tale e quale. Jeli a un tratto si era rizzato sulla vita, con la lunga forbice in pugno. Era così bianco in viso, così bianco come era una volta suo padre il vaccaro, quando tremava di febbre accanto al fuoco, nel casolare. Tutt’a un tratto vide don Alfonso, con la bella barba ricciuta, la giacchetta di velluto e la catenella d’oro sul panciotto, prendere Mara per mano per ballare. Solo allora, appena vide che la toccava, si slanciò su di lui, e gli tagliò la gola di un sol colpo, proprio come un capretto.

Più tardi, mentre lo conducevano davanti al giudice, legato, disfatto, senza che avesse osato opporre la minima resistenza.

— Come, — diceva — Non dovevo ucciderlo nemmeno?... Se mi aveva preso la Mara!...

### Glossario

- **giumenta**: femmina del cavallo.
- **greppo**: fianco ripido di una collina.
- **accoccolato**: piegato sulle gambe, seduto quasi sui talloni.
- **rovajo**: vento freddo del nord.
- **zufolo**: piccolo flauto di canna o di legno.
- **batuffoletto**: piccolo mucchio morbido, qui di stracci.
- **vajata**: cavalla di colore scuro con macchie.
- **zaino**: cavallo tutto scuro, senza macchie bianche.
- **onze**: antiche monete siciliane.
- **sarmenti**: rami secchi della vite.
- **ribrezzo**: qui, il forte tremare della febbre.
- **decotto**: bevanda medicinale fatta bollendo delle erbe.
- **ecalibbiso**: eucalipto, nella parlata dei contadini.
- **tumoli**: antiche misure per il grano.
- **nappine**: piccoli fiocchi di fili.
- **puddara**: gruppo di stelle chiamato anche Pleiadi.
- **fracassato**: rotto con violenza.
- **paneperso**: persona che non vale nemmeno il pane che mangia.
- **mogio**: triste e abbattuto.
- **cosmorama**: spettacolo da fiera: si guardano in una cassetta immagini di paesi lontani.
- **caglio**: sostanza che fa diventare il latte formaggio.
- **bisacce**: doppie borse che si mettono sulla schiena dell’asino.
- **cazza**: grande cucchiaio per il latte e il siero.
- **zangola**: recipiente per il latte.
- **la lupa**: malattia delle piante che distrugge le fave.
- **tabarro**: grande mantello pesante.
- **becco**: marito tradito dalla moglie.
- **tordo**: uccello; qui, l’amante nascosto in casa.
- **corna**: segno del marito tradito.
- **panciotto**: corta veste senza maniche, portata sotto la giacca.
- **tosava**: tagliava la lana alle pecore.

## Rosso Malpelo

Malpelo si chiamava così perché aveva i capelli rossi. Ed aveva i capelli rossi perché era un ragazzo malizioso e cattivo, che prometteva di diventare un fior di furfante. Così tutti alla cava della rena rossa lo chiamavano Malpelo. E persino sua madre, a furia di sentirlo chiamare a quel modo, aveva quasi dimenticato il suo nome di battesimo.

Del resto, lei lo vedeva soltanto il sabato sera, quando tornava a casa con quei pochi soldi della settimana. E siccome era *malpelo*, c’era anche da temere che ne rubasse un paio, di quei soldi. Nel dubbio, per non sbagliare, la sorella maggiore gli faceva la ricevuta a scapaccioni.

Però il padrone della cava aveva confermato che i soldi erano quelli e non di più. E in coscienza erano anche troppi per Malpelo, un monellaccio che nessuno avrebbe voluto vedersi davanti. Tutti lo evitavano come un cane rognoso, e lo accarezzavano coi piedi quando se lo trovavano a tiro.

Era davvero un brutto ceffo, torvo, ringhioso e selvatico. A mezzogiorno gli altri operai della cava mangiavano in gruppo la loro minestra e si riposavano un po’. Lui invece andava a mettersi in un angolo col suo corbello fra le gambe, per rosicchiare quel suo pane di otto giorni, come fanno le bestie sue pari. E ciascuno gli diceva la sua per prenderlo in giro, e gli tiravano dei sassi, finché il sorvegliante lo rimandava al lavoro con un calcio. Lui ingrassava fra i calci, e si lasciava caricare più dell’asino grigio, senza osare lamentarsi. Era sempre stracciato e sporco di rena rossa, perché sua sorella si era fatta sposa e aveva altro per la testa. Eppure era conosciuto come la bettonica in tutta Monserrato e la Carvana, tanto che la cava dove lavorava la chiamavano «la cava di Malpelo». E questo al padrone seccava assai. Insomma lo tenevano proprio per carità, e perché mastro Misciu, suo padre, era morto nella cava.

Era morto così. Un sabato aveva voluto finire un certo lavoro preso a cottimo: un pilastro lasciato un tempo come sostegno nella cava, che ora non serviva più. Il lavoro era stato calcolato così a occhio col padrone, per 35 o 40 carra di rena. Invece mastro Misciu scavava da tre giorni, e ne restava ancora per la mezza giornata del lunedì. Era stato un magro affare, e solo un minchione come mastro Misciu aveva potuto lasciarsi imbrogliare a questo modo dal padrone. Proprio per questo lo chiamavano mastro Misciu Bestia, ed era l’asino da basto di tutta la cava. Lui, povero diavolaccio, lasciava dire e si contentava di guadagnarsi il pane con le sue braccia, invece di menarle addosso ai compagni e attaccare briga. Malpelo faceva un visaccio, come se quelle prepotenze cadessero sulle sue spalle. E così piccolo com’era aveva certe occhiate che facevano dire agli altri:

— Va’ là, che tu non ci morirai nel tuo letto, come tuo padre.

Invece nemmeno suo padre ci morì, nel suo letto, benché fosse una buona bestia. Zio Mommu lo sciancato aveva detto che quel pilastro lui non l’avrebbe tolto per venti onze, tanto era pericoloso. Ma d’altra parte tutto è pericolo nelle cave, e se si sta a badare a tutte le sciocchezze che si dicono, è meglio andare a fare l’avvocato.

Dunque il sabato sera mastro Misciu raschiava ancora il suo pilastro, e l’avemaria era suonata da un pezzo. Tutti i suoi compagni avevano acceso la pipa e se n’erano andati. Gli dicevano di divertirsi a grattarsi la pancia per amore del padrone, e gli raccomandavano di non fare *la morte del sorcio*. Lui, che era avvezzo alle beffe, non dava retta, e rispondeva soltanto con gli ah! ah! dei suoi bei colpi di zappa in pieno. E intanto diceva fra i denti:

— Questo è per il pane! Questo per il vino! Questo per la gonnella di Nunziata!

Così andava facendo il conto di come avrebbe speso i denari del suo *appalto* — il cottimante!

Fuori della cava il cielo formicolava di stelle, e laggiù la lanterna fumava e girava come un arcolaio. Il grosso pilastro rosso, sventrato a colpi di zappa, si contorceva e si piegava ad arco, come se avesse il mal di pancia e dicesse *ohi! ohi!* anche lui. Malpelo andava sgomberando il terreno, e metteva al sicuro il piccone, il sacco vuoto e il fiasco del vino. Il padre, che gli voleva bene, poveretto, gli andava dicendo: «Tirati indietro!» oppure: «Sta’ attento! Sta’ attento se cadono dall’alto dei sassolini o della rena grossa.» Tutt’a un tratto non disse più nulla. Malpelo, che si era voltato a riporre i ferri nel corbello, udì un rumore sordo e soffocato, come fa la rena quando si rovescia tutta in una volta. E il lume si spense.

Quella sera vennero a cercare in tutta fretta l’ingegnere che dirigeva i lavori della cava. Lui si trovava a teatro, e non avrebbe cambiato la sua poltrona con un trono, perché era un grande appassionato. Rossi recitava l’*Amleto*, e c’era un bellissimo teatro. Sulla porta si vide circondato da tutte le femminucce di Monserrato, che strillavano e si battevano il petto. Annunciavano la grande disgrazia che era capitata a comare Santa. Lei sola, poveretta, non diceva nulla, e batteva i denti come se fosse gennaio. Quando gli dissero che il fatto era accaduto da circa quattro ore, l’ingegnere domandò cosa venissero a fare da lui dopo quattro ore. Tuttavia ci andò, con scale e torce a vento. Ma passarono altre due ore, e fecero sei, e lo sciancato disse che per sgomberare il sotterraneo ci voleva una settimana.

Altro che quaranta carra di rena! Di rena ne era caduta una montagna, tutta fina e ben bruciata dalla lava, che si sarebbe impastata con le mani e doveva prendere il doppio di calce. Ce n’era da riempire carra per settimane. Il bell’affare di mastro Bestia!

L’ingegnere se ne tornò a veder seppellire Ofelia. Gli altri minatori si strinsero nelle spalle e se ne tornarono a casa uno a uno. Nella ressa e nel gran chiacchierare non badarono a una voce di fanciullo, che non aveva più nulla di umano, e gridava:

— Scavate! scavate qui! presto!

— To’! — disse lo sciancato. — È Malpelo!

— Da dove è venuto fuori Malpelo?

— Se tu non fossi stato Malpelo, non te la saresti cavata, no!

Gli altri si misero a ridere. Chi diceva che Malpelo aveva il diavolo dalla sua, chi che aveva il cuoio duro come i gatti. Malpelo non rispondeva nulla, non piangeva nemmeno. Scavava con le unghie là nella rena, dentro la buca, così che nessuno si era accorto di lui. Quando si avvicinarono col lume, gli videro un viso stravolto, certi occhiacci di vetro e una schiuma alla bocca da far paura. Le unghie gli si erano strappate e gli pendevano dalle mani tutte in sangue. Poi, quando vollero toglierlo di là, fu un affare serio. Non potendo più graffiare, mordeva come un cane arrabbiato, e dovettero afferrarlo per i capelli, per tirarlo via a forza.

Però alla fine tornò alla cava dopo qualche giorno, quando sua madre piagnucolando ve lo condusse per mano. Perché, alle volte, il pane che si mangia non si può andare a cercarlo di qua e di là. Anzi, non volle più allontanarsi da quella galleria, e scavava con accanimento, come se ogni corbello di rena lo togliesse dal petto di suo padre. Alle volte, mentre zappava, si fermava di colpo, con la zappa in aria, il viso torvo e gli occhi stralunati. Sembrava che stesse ad ascoltare qualcosa che il suo diavolo gli sussurrava negli orecchi, dall’altra parte della montagna di rena caduta. In quei giorni era più maligno e cattivo del solito, tanto che non mangiava quasi. Il pane lo buttava al cane, come se non fosse *grazia di Dio*. Il cane gli voleva bene, perché i cani non guardano altro che la mano che dà loro il pane. Ma l’asino grigio, povera bestia, storta e magra, sopportava tutto lo sfogo della cattiveria di Malpelo. Lo picchiava senza pietà, col manico della zappa, e diceva fra i denti:

— Così creperai più presto!

Dopo la morte del babbo pareva che gli fosse entrato il diavolo in corpo. Lavorava come quei bufali feroci che si tengono con l’anello di ferro al naso. Sapendo che era *malpelo*, si adattava ad esserlo il peggio possibile. Accadeva una disgrazia, un operaio perdeva i ferri, un asino si rompeva una gamba, crollava un tratto di galleria? Si sapeva sempre che era stato lui. E infatti lui si pigliava le busse senza protestare, proprio come gli asini, che curvano la schiena ma continuano a fare a modo loro. Con gli altri ragazzi poi era addirittura crudele. Sembrava che volesse vendicarsi sui deboli di tutto il male che s’immaginava gli avessero fatto, a lui e al suo babbo. Certo provava uno strano piacere a ricordare a uno a uno tutti i maltrattamenti e le prepotenze subiti da suo padre, e come l’avevano lasciato crepare. E quando era solo diceva fra i denti: «Anche con me fanno così! e a mio padre gli dicevano Bestia, perché lui non faceva così!» E una volta che passava il padrone, seguendolo con un’occhiata torva: «È stato lui! per trentacinque tarì!» E un’altra volta, dietro allo sciancato: «E anche lui! e si metteva a ridere! Io l’ho sentito, quella sera!»

Per un raffinamento di malignità sembrava aver preso a proteggere un povero ragazzetto, venuto da poco a lavorare nella cava. Questo, per una caduta da un’impalcatura, si era lussato il femore, e non poteva più fare il manovale. Il poveretto, quando portava in spalla il suo corbello di rena, arrancava in modo che sembrava ballasse la tarantella. Aveva fatto ridere tutti quelli della cava, e così gli avevano messo nome Ranocchio. Ma lavorando sottoterra, così ranocchio com’era, il suo pane se lo guadagnava. E Malpelo gliene dava anche del suo, per prendersi il gusto di tiranneggiarlo, dicevano.

Infatti lo tormentava in cento modi. Ora lo batteva senza un motivo e senza misericordia. E se Ranocchio non si difendeva, lo picchiava più forte, con maggiore accanimento, e diceva:

— To’! Bestia! Bestia sei! Se non ti senti l’animo di difenderti da me che non ti voglio male, vuol dire che ti lascerai pestare il viso da questo e da quello!

O se Ranocchio si asciugava il sangue che gli usciva dalla bocca e dalle narici:

— Così, quando ti brucerà il dolore delle busse, imparerai a darne anche tu!

Quando spingeva un asino carico per la ripida salita del sotterraneo, lo vedeva puntare gli zoccoli, sfinito, curvo sotto il peso, ansante e con l’occhio spento. Allora lo batteva senza misericordia, col manico della zappa, e i colpi suonavano secchi sugli stinchi e sulle costole scoperte. Alle volte la bestia si piegava in due per le botte, ma senza più forze non poteva fare un passo, e cadeva sui ginocchi. Ce n’era uno che era caduto tante volte da avere due piaghe alle gambe. E Malpelo allora confidava a Ranocchio:

— L’asino va picchiato, perché non può picchiare lui. E se potesse picchiare, ci pesterebbe sotto i piedi e ci strapperebbe la carne a morsi.

Oppure:

— Se ti capita di dare delle busse, cerca di darle più forte che puoi. Così quelli su cui cadranno ti stimeranno più di loro, e ne avrai tanti di meno addosso.

Quando lavorava di piccone o di zappa menava le mani con accanimento, come uno che ce l’avesse con la rena. Batteva e ribatteva coi denti stretti, e con quegli *ah! ah!* che aveva suo padre.

— La rena è traditora, — diceva a Ranocchio sottovoce. — Somiglia a tutti gli altri, che se sei più debole ti pestano la faccia. E se sei più forte, o siete in molti, come fa lo Sciancato, allora si lascia vincere. Mio padre la batteva sempre, e non batteva altro che la rena. Perciò lo chiamavano Bestia, e la rena se lo mangiò a tradimento, perché era più forte di lui.

Ogni volta che a Ranocchio toccava un lavoro troppo pesante, e Ranocchio piagnucolava come una femminuccia, Malpelo lo picchiava sulla schiena e lo rimproverava:

— Taci, pulcino!

E se Ranocchio non la finiva più, gli dava una mano, dicendo con un certo orgoglio:

— Lasciami fare; io sono più forte di te.

Oppure gli dava la sua mezza cipolla, si contentava di mangiare il pane asciutto e si stringeva nelle spalle, aggiungendo:

— Io ci sono avvezzo.

Era avvezzo a tutto lui: agli scapaccioni, ai calci, ai colpi di manico di badile o di cinghia da basto. Era avvezzo a vedersi insultato e beffato da tutti, a dormire sui sassi, con le braccia e la schiena rotte da quattordici ore di lavoro. Anche a digiunare era avvezzo, quando il padrone lo puniva togliendogli il pane o la minestra. Diceva che la razione di busse il padrone non gliel’aveva tolta mai; ma le busse non costavano nulla. Però non si lamentava, e si vendicava di nascosto, a tradimento, con qualche tiro di quelli in cui sembrava avesse messo la coda il diavolo. Perciò si pigliava sempre i castighi, anche quando il colpevole non era stato lui. Già, se non era stato lui, sarebbe stato capace di esserlo. E non si giustificava mai, e del resto sarebbe stato inutile. Qualche volta Ranocchio, spaventato, lo scongiurava piangendo di dire la verità e di scolparsi. Lui ripeteva:

— A che giova? Sono *malpelo!*

E nessuno avrebbe potuto dire se quel curvare sempre il capo e le spalle fosse effetto di cupo orgoglio o di disperata rassegnazione. Non si sapeva nemmeno se la sua fosse selvatichezza o timidezza. Il certo era che nemmeno sua madre aveva mai avuto una carezza da lui, e quindi non gliene faceva mai.

Il sabato sera arrivava a casa con quel suo visaccio imbrattato di lentiggini e di rena rossa, e quegli stracci che gli piangevano addosso da ogni parte. Appena si metteva sull’uscio conciato così, la sorella afferrava il manico della scopa. Perché lui avrebbe fatto scappare il suo damo, se questo avesse visto che razza di cognato gli toccava sopportare. La madre era sempre da questa o da quella vicina, e così lui andava a rannicchiarsi sul suo saccone come un cane malato. Dunque la domenica tutti gli altri ragazzi del vicinato si mettevano la camicia pulita per andare a messa o per giocare nel cortile. Lui invece sembrava non avere altro svago che vagare per le vie degli orti. Andava a dare la caccia a sassate alle povere lucertole, che non gli avevano fatto nulla, oppure a bucare le siepi dei fichidindia. Del resto le beffe e le sassate degli altri fanciulli non gli piacevano.

La vedova di mastro Misciu era disperata di avere per figlio quel malarnese, come dicevano tutti. Ed era ridotto davvero come quei cani presi a calci e a sassate da questo e da quello. A furia di botte finiscono col mettersi la coda fra le gambe e scappare alla prima anima viva che vedono. Diventano affamati, spelati e selvatici come lupi. Almeno sottoterra, nella cava della rena, brutto e stracciato e sbracato com’era, non lo beffavano più. Sembrava fatto apposta per quel mestiere, persino nel colore dei capelli e in quegli occhiacci di gatto che ammiccavano se vedevano il sole. Così ci sono degli asini che lavorano nelle cave per anni e anni senza uscirne mai più. In quei sotterranei dove il pozzo d’ingresso è verticale, li calano con le funi, e ci restano finché vivono. Sono asini vecchi, è vero, comprati dodici o tredici lire, quando stanno per portarli alla Plaja a strangolarli. Ma per il lavoro che hanno da fare laggiù sono ancora buoni. E Malpelo, certo, non valeva di più. Se veniva fuori dalla cava il sabato sera, era perché aveva anche le mani per aiutarsi con la fune. E doveva portare a sua madre la paga della settimana.

Certamente avrebbe preferito fare il manovale, come Ranocchio, e lavorare cantando sulle impalcature, in alto, in mezzo all’azzurro del cielo, col sole sulla schiena. O il carrettiere, come compare Gaspare, che veniva a prendere la rena della cava, dondolandosi sonnacchioso sulle stanghe, con la pipa in bocca. Lui andava tutto il giorno per le belle strade di campagna. O meglio ancora, avrebbe voluto fare il contadino, che passa la vita fra i campi, in mezzo al verde, sotto i folti carrubi. E ha il mare turchino là in fondo, e il canto degli uccelli sulla testa. Ma quello era stato il mestiere di suo padre, e in quel mestiere era nato lui. E pensando a tutto ciò, raccontava a Ranocchio del pilastro che era caduto addosso al genitore, e che dava ancora la rena fina e bruciata. Il carrettiere veniva a caricarla con la pipa in bocca, dondolandosi sulle stanghe. E gli diceva che, quando avessero finito di scavare, si sarebbe trovato il cadavere del babbo, che doveva avere dei calzoni di fustagno quasi nuovi. Ranocchio aveva paura, ma lui no. Raccontava che era stato sempre là, da bambino, e aveva sempre visto quel buco nero che sprofondava sottoterra, dove il padre soleva condurlo per mano. Allora stendeva le braccia a destra e a sinistra, e descriveva l’intricato labirinto delle gallerie. Si stendeva dappertutto sotto i loro piedi, di qua e di là, fin dove potevano vedere la sciara nera e desolata, sporca di ginestre riarse. E diceva quanti uomini ci erano rimasti, o schiacciati, o smarriti nel buio. Camminano da anni e camminano ancora, senza poter scorgere lo spiraglio del pozzo per il quale sono entrati. E non possono udire le strida disperate dei figli, che li cercano inutilmente.

Ma una volta, riempiendo i corbelli, si trovò una delle scarpe di mastro Misciu. Malpelo fu preso da un tale tremito che dovettero tirarlo all’aria aperta con le funi, proprio come un asino che stesse per dare calci al vento. Però non si poterono trovare né i calzoni quasi nuovi, né il resto di mastro Misciu. Eppure gli esperti affermarono che quello doveva essere il punto preciso dove il pilastro gli era crollato addosso. E qualche operaio, nuovo del mestiere, osservava con curiosità com’era capricciosa la rena. Aveva sbatacchiato il Bestia di qua e di là, le scarpe da una parte e i piedi dall’altra.

Dopo che fu trovata quella scarpa, Malpelo fu preso dalla paura di veder comparire fra la rena anche il piede nudo del babbo. Così non volle mai più darvi un colpo di zappa. Gliela dessero a lui sul capo, la zappa. Andò a lavorare in un altro punto della galleria e non volle più tornare da quelle parti. Due o tre giorni dopo scoprirono infatti il cadavere di mastro Misciu, coi calzoni addosso, steso bocconi, che sembrava imbalsamato. Lo zio Mommu osservò che doveva aver faticato molto a morire, perché il pilastro gli si era piegato ad arco addosso e l’aveva seppellito vivo. Si poteva persino vedere ancora che mastro Bestia aveva tentato d’istinto di liberarsi scavando nella rena: aveva le mani lacerate e le unghie rotte.

«Proprio come suo figlio Malpelo! — ripeteva lo sciancato. — Lui scavava di qua, mentre suo figlio scavava di là».

Però non dissero nulla al ragazzo, perché lo sapevano maligno e vendicativo.

Il carrettiere sbarazzò il sotterraneo dal cadavere allo stesso modo in cui lo sbarazzava dalla rena caduta e dagli asini morti. Solo che stavolta, oltre al puzzo della carcassa, c’era che la carcassa era *di carne battezzata*. La vedova rimpicciolì i calzoni e la camicia e li adattò a Malpelo, che così fu vestito quasi a nuovo per la prima volta. Le scarpe furono messe da parte per quando fosse cresciuto, perché le scarpe non si potevano rimpicciolire. E il fidanzato della sorella non ne aveva volute, di scarpe del morto.

Malpelo se li lisciava sulle gambe quei calzoni di fustagno quasi nuovi. Gli pareva che fossero dolci e lisci come le mani del babbo, che solevano accarezzargli i capelli, così ruvidi e rossi com’erano. Quelle scarpe le teneva appese a un chiodo, sopra il saccone, come se fossero le pantofole del papa. La domenica le prendeva in mano, le lustrava e se le provava. Poi le metteva per terra, l’una accanto all’altra, e stava a contemplarle per ore intere, coi gomiti sui ginocchi e il mento nelle palme. Chissà quali idee rimuginava in quel cervellaccio.

Aveva delle idee strane, Malpelo! Siccome aveva ereditato anche il piccone e la zappa del padre, se ne serviva, benché fossero troppo pesanti per l’età sua. Quando gli avevano chiesto se voleva venderli, ché glieli avrebbero pagati come nuovi, aveva risposto di no. Suo padre li aveva resi così lisci e lucenti nel manico con le sue mani. Lui non avrebbe potuto farsene altri più lisci e lucenti di quelli, nemmeno lavorandoci cento e poi cento anni.

In quel tempo era crepato di stenti e di vecchiaia l’asino grigio, e il carrettiere era andato a buttarlo lontano nella sciara.

— Così si fa, — brontolava Malpelo. — Gli arnesi che non servono più, si buttano lontano.

Andava a visitare la carcassa del *grigio* in fondo al burrone, e ci portava a forza anche Ranocchio, che non avrebbe voluto andarci. Malpelo gli diceva che a questo mondo bisogna avvezzarsi a guardare in faccia ogni cosa, bella o brutta. E stava a osservare, con l’avida curiosità di un monellaccio, i cani che accorrevano da tutte le fattorie dei dintorni a disputarsi le carni del *grigio*. I cani scappavano guaendo appena comparivano i ragazzi, e giravano mugolando sui greppi di fronte. Ma il Rosso non lasciava che Ranocchio li scacciasse a sassate.

— Vedi quella cagna nera, — gli diceva, — che non ha paura delle tue sassate; non ha paura perché ha più fame degli altri. Gliele vedi quelle costole!

Adesso non soffriva più, l’asino grigio, e se ne stava tranquillo con le quattro zampe distese. Lasciava che i cani si divertissero a vuotargli le occhiaie profonde e a spolpargli le ossa bianche. I denti che gli laceravano le viscere non gli avrebbero fatto piegare la schiena come il più semplice colpo di badile. Glieli davano, quei colpi, per mettergli in corpo un po’ di vigore quando saliva la ripida viuzza. Ecco come vanno le cose! Anche il grigio ha avuto dei colpi di zappa e delle guidalesche. Anche lui, quando piegava sotto il peso e gli mancava il fiato per andare avanti, aveva di quelle occhiate, mentre lo battevano, che sembrava dicesse: Non più! non più! Ma ora gli occhi se li mangiano i cani, e lui se ne ride dei colpi e delle guidalesche, con quella bocca spolpata e tutta denti. E se non fosse mai nato sarebbe stato meglio.

La sciara si stendeva malinconica e deserta fin dove arrivava la vista. Saliva e scendeva in picchi e burroni, nera e rugosa, senza un grillo che vi trillasse o un uccello che vi volasse sopra. Non si sentiva nulla, nemmeno i colpi di piccone di quelli che lavoravano sottoterra. E ogni volta Malpelo ripeteva che al di sotto era tutta scavata dalle gallerie, dappertutto, verso il monte e verso la valle. Tanto che una volta un minatore c’era entrato coi capelli neri e ne era uscito coi capelli bianchi. Un altro, a cui si era spenta la torcia, aveva gridato aiuto invano, ma nessuno poteva udirlo.

— Egli solo ode le sue stesse grida! — diceva.

E a quell’idea, sebbene avesse il cuore più duro della sciara, trasaliva.

— Il padrone mi manda spesso lontano, dove gli altri hanno paura d’andare. Ma io sono Malpelo, e se io non torno più, nessuno mi cercherà.

Eppure, durante le belle notti d’estate, le stelle splendevano lucenti anche sulla sciara, e la campagna intorno era nera anch’essa, come la sciara. Ma Malpelo, stanco della lunga giornata di lavoro, si sdraiava sul sacco col viso verso il cielo, a godersi quella quiete e quella luminaria dell’alto. Perciò odiava le notti di luna, quando il mare formicola di scintille e la campagna si disegna qua e là vagamente. Allora la sciara sembra più brulla e desolata.

— Per noi che siamo fatti per vivere sottoterra, — pensava Malpelo, — ci dovrebbe essere buio sempre e dappertutto.

La civetta strideva sulla sciara, e vagava di qua e di là. Lui pensava:

— Anche la civetta sente i morti che son qua sottoterra, e si dispera perché non può andare a trovarli.

Ranocchio aveva paura delle civette e dei pipistrelli. Ma il Rosso lo rimproverava, perché chi è costretto a star solo non deve aver paura di nulla. Nemmeno l’asino grigio aveva paura dei cani che lo spolpavano, ora che le sue carni non sentivano più il dolore di essere mangiate.

— Tu eri avvezzo a lavorare sui tetti come i gatti, — gli diceva, — e allora era tutt’altra cosa. Ma adesso che ti tocca vivere sottoterra, come i topi, non bisogna più aver paura dei topi, né dei pipistrelli, che sono topi vecchi con le ali. E i topi ci stanno volentieri in compagnia dei morti.

Ranocchio invece provava un tale piacere a spiegargli cosa ci stessero a fare le stelle lassù in alto. Gli raccontava che lassù c’era il paradiso, dove vanno a stare i morti che sono stati buoni e non hanno dato dispiaceri ai loro genitori.

«Chi te l’ha detto?» domandava Malpelo, e Ranocchio rispondeva che glielo aveva detto la mamma.

Allora Malpelo si grattava il capo, e sorridendo gli faceva un certo verso da monellaccio malizioso che la sa lunga.

«Tua madre ti dice così perché, invece dei calzoni, tu dovresti portare la gonnella».

E dopo averci pensato un po’:

«Mio padre era buono e non faceva male a nessuno, tanto che gli dicevano Bestia. Invece è là sotto, e hanno persino trovato i ferri e le scarpe e questi calzoni qui che ho addosso io».

Di lì a poco Ranocchio, che deperiva da qualche tempo, si ammalò in modo che la sera dovevano portarlo fuori dalla cava sull’asino. Stava disteso fra i corbelli, tremante di febbre come un pulcino bagnato. Un operaio disse che quel ragazzo *non ne avrebbe fatto osso duro* a quel mestiere. Per lavorare in una miniera senza lasciarci la pelle, disse, bisognava nascerci. Malpelo allora si sentiva orgoglioso di esserci nato, e di mantenersi così sano e vigoroso in quell’aria malsana, con tutti quegli stenti. Si caricava Ranocchio sulle spalle, e gli faceva coraggio alla sua maniera, sgridandolo e picchiandolo. Ma una volta, mentre lo picchiava sulla schiena, Ranocchio fu preso da uno sbocco di sangue. Allora Malpelo, spaventato, si affannò a cercargli nel naso e dentro la bocca cosa gli avesse fatto. Giurava che non poteva avergli fatto poi gran male, per come l’aveva battuto. E per dimostrarglielo si dava dei gran pugni sul petto e sulla schiena con un sasso. Anzi un operaio, lì presente, gli sferrò un gran calcio sulle spalle, un calcio che risuonò come su un tamburo. Eppure Malpelo non si mosse, e soltanto dopo che l’operaio se ne fu andato, aggiunse:

— Lo vedi? Non mi ha fatto nulla! E ha picchiato più forte di me, ti giuro!

Intanto Ranocchio non guariva, e continuava a sputare sangue e ad avere la febbre tutti i giorni. Allora Malpelo rubò dei soldi della paga della settimana, per comprargli del vino e della minestra calda. E gli diede i suoi calzoni quasi nuovi, che lo coprivano meglio. Ma Ranocchio tossiva sempre, e alcune volte sembrava soffocare. La sera non c’era modo di vincere il ribrezzo della febbre, né con sacchi, né coprendolo di paglia, né mettendolo davanti alla fiammata. Malpelo se ne stava zitto e immobile, chino su di lui, con le mani sui ginocchi. Lo fissava con quei suoi occhiacci spalancati, come se volesse fargli il ritratto. Lo sentiva gemere sottovoce, e gli vedeva il viso sfinito e l’occhio spento. Era preciso come quello dell’asino grigio quando ansava senza forze sotto il carico, salendo la viottola. Allora diceva fra i denti:

— È meglio che tu crepi presto! Se devi soffrire così, è meglio che tu crepi!

E il padrone diceva che Malpelo era capace di schiacciargli il capo, a quel ragazzo, e bisognava sorvegliarlo.

Finalmente un lunedì Ranocchio non venne più alla cava, e il padrone se ne lavò le mani, perché ridotto com’era ormai dava più impiccio che altro. Malpelo si informò di dove stava di casa, e il sabato andò a trovarlo. Il povero Ranocchio era più di là che di qua. Sua madre piangeva e si disperava come se il figlio fosse di quelli che guadagnano dieci lire la settimana.

Questo Malpelo non arrivava a capirlo. Domandò a Ranocchio perché sua madre strillasse a quel modo, mentre da due mesi lui non guadagnava nemmeno quello che mangiava. Ma il povero Ranocchio non gli dava retta, e sembrava che badasse a contare quanti travicelli c’erano sul tetto. Allora il Rosso si mise a ragionare che la madre di Ranocchio strillasse così perché suo figlio era sempre stato debole e malaticcio. L’aveva tenuto come quei marmocchi che non si svezzano mai. Lui invece era stato sano e robusto, ed era *malpelo*, e sua madre non aveva mai pianto per lui perché non aveva mai avuto timore di perderlo.

Poco dopo, alla cava dissero che Ranocchio era morto. Lui pensò che la civetta adesso strideva anche per Ranocchio nella notte, e tornò a visitare le ossa spolpate del *grigio*, nel burrone dove solevano andare insieme. Ora del *grigio* non restavano che le ossa sconnesse, e anche di Ranocchio sarebbe stato così. E sua madre si sarebbe asciugata gli occhi, perché anche la madre di Malpelo se li era asciugati dopo la morte di mastro Misciu. Adesso si era sposata un’altra volta ed era andata a stare a Cifali. Anche la sorella si era sposata, e avevano chiuso la casa. D’ora in poi, se lo battevano, a loro non importava più nulla, e a lui nemmeno. E quando sarebbe diventato come il *grigio* o come Ranocchio, non avrebbe sentito più nulla.

Verso quel tempo venne a lavorare nella cava uno che non si era mai visto, e che si teneva nascosto il più possibile. Gli altri operai dicevano fra loro che era scappato dalla prigione, e se lo prendevano lo avrebbero richiuso per anni e anni. In quell’occasione Malpelo seppe che la prigione era un luogo dove si mettevano i ladri e i malarnesi come lui. Li tenevano sempre chiusi là dentro e guardati a vista.

Da quel momento provò una malsana curiosità per quell’uomo che aveva provato la prigione ed era scappato. Dopo poche settimane però il fuggitivo dichiarò chiaro e tondo che era stanco di quella vitaccia da talpa. Piuttosto si contentava di stare in galera tutta la vita, perché la prigione, in confronto, era un paradiso, e preferiva tornarci coi suoi piedi.

— Allora perché tutti quelli che lavorano nella cava non si fanno mettere in prigione? — domandò Malpelo.

— Perché non sono *malpelo* come te! — rispose lo sciancato. — Ma non temere, che tu ci andrai e ci lascerai le ossa.

Invece le ossa le lasciò nella cava, Malpelo, come suo padre, ma in modo diverso. Una volta si doveva esplorare un passaggio che si credeva comunicasse col pozzo grande a sinistra, verso la valle. Se la cosa era vera, si sarebbe risparmiata una buona metà di mano d’opera nel tirar fuori la rena. Ma se non era vero, c’era il pericolo di smarrirsi e di non tornare mai più. Così nessun padre di famiglia voleva avventurarcisi, né avrebbe permesso che ci si arrischiasse il sangue suo, per tutto l’oro del mondo.

Ma Malpelo non aveva nemmeno chi si prendesse tutto l’oro del mondo per la sua pelle, se pure la sua pelle valeva tutto l’oro del mondo. Sua madre si era risposata e se n’era andata a stare a Cifali, e anche sua sorella si era sposata. La porta della casa era chiusa, e lui non aveva altro che le scarpe di suo padre appese al chiodo. Perciò gli affidavano sempre i lavori più pericolosi e le imprese più rischiose. E se lui non aveva nessun riguardo per sé, gli altri non ne avevano certo per lui. Quando lo mandarono per quella esplorazione si ricordò del minatore che si era smarrito, da anni e anni. Cammina e cammina ancora al buio, gridando aiuto, senza che nessuno possa udirlo. Ma non disse nulla. Del resto a che sarebbe giovato? Prese gli arnesi di suo padre, il piccone, la zappa, la lanterna, il sacco col pane e il fiasco del vino, e se ne andò. E non si seppe più nulla di lui.

Così si persero persino le ossa di Malpelo. I ragazzi della cava abbassano la voce quando parlano di lui nel sotterraneo, perché hanno paura di vederselo comparire davanti, coi capelli rossi e gli occhiacci grigi.

### Glossario

- **scapaccioni**: colpi dati con la mano aperta sulla testa.
- **rognoso**: malato di rogna, una malattia della pelle degli animali.
- **rena**: sabbia.
- **corbello**: grande cesto.
- **sciara**: terreno nero fatto di lava dell’Etna.
- **bettonica**: erba molto comune, che tutti conoscono.
- **a cottimo**: lavoro pagato per la quantità fatta, non a giornata.
- **carra**: carri pieni, usati come misura.
- **sciancato**: chi cammina male perché ha una gamba difettosa.
- **la morte del sorcio**: morire in trappola, come un topo.
- **avvezzo**: abituato.
- **busse**: botte, colpi.
- **guidalesche**: ferite sulla schiena delle bestie da soma.
- **strideva**: faceva un verso acuto e lamentoso.
- **ribrezzo**: qui, il forte tremare della febbre.

## Cavalleria rusticana

Turiddu Macca, il figlio della gnà Nunzia, quando tornò da fare il soldato, ogni domenica si pavoneggiava in piazza con l’uniforme da bersagliere e il berretto rosso. Sembrava la donna che dice la buona ventura, quando apre il suo banco con la gabbia dei canarini. Le ragazze se lo rubavano con gli occhi, mentre andavano a messa col naso dentro la mantellina, e i ragazzini gli ronzavano attorno come le mosche. Aveva portato anche una pipa col re a cavallo che pareva vivo. Accendeva i fiammiferi sul dietro dei calzoni, alzando la gamba come se desse un calcio. Ma con tutto ciò Lola di massaro Angelo non si era fatta vedere né alla messa né sul ballatoio, perché si era fatta sposa con uno di Licodia. Costui faceva il carrettiere e aveva quattro muli di Sortino in stalla. Dapprima Turiddu, quando lo seppe, santo diavolone! voleva tirargli fuori le budella dalla pancia, voleva tirargli, a quello di Licodia! Però non ne fece nulla, e si sfogò andando a cantare tutte le canzoni di sdegno che sapeva sotto la finestra della bella.

— Che non ha nulla da fare Turiddu della gnà Nunzia, — dicevano i vicini, — che passa la notte a cantare come una passera solitaria?

Finalmente si imbatté in Lola che tornava dal *viaggio* alla Madonna del Pericolo. Al vederlo, lei non si fece né bianca né rossa, come se la cosa non la riguardasse.

— Beato chi vi vede! — le disse.

— Oh, compare Turiddu, me l’avevano detto che siete tornato al primo del mese.

— A me mi hanno detto delle altre cose ancora! — rispose lui. — È vero che vi maritate con compare Alfio, il carrettiere?

— Se c’è la volontà di Dio! — rispose Lola, tirandosi sul mento le due cocche del fazzoletto.

— La volontà di Dio la fate col tira e molla, come vi torna comodo! E la volontà di Dio fu che dovevo tornare da tanto lontano per trovare queste belle notizie, gnà Lola!

Il poveraccio tentava di fare ancora il bravo, ma la voce gli si era fatta roca. Andava dietro alla ragazza dondolandosi, con la nappa del berretto che gli ballava di qua e di là sulle spalle. A lei, in coscienza, dispiaceva vederlo così col viso lungo, però non aveva cuore di illuderlo con belle parole.

— Sentite, compare Turiddu, — gli disse alla fine, — lasciatemi raggiungere le mie compagne. Che direbbero in paese se mi vedessero con voi?...

— È giusto, — rispose Turiddu. — Ora che sposate compare Alfio, che ha quattro muli in stalla, non bisogna farla chiacchierare la gente. Mia madre invece, poveretta, la dovette vendere la nostra mula baia e quel pezzetto di vigna sullo stradone, nel tempo che ero soldato. Passò quel tempo che Berta filava, e voi non ci pensate più al tempo in cui ci parlavamo dalla finestra sul cortile. E mi regalaste quel fazzoletto, prima che partissi. Dio sa quante lacrime ci ho pianto dentro, nell’andar via lontano, tanto che si perdeva persino il nome del nostro paese. Ora addio, gnà Lola, *facemu cuntu ca chioppi e scampau, e la nostra amicizia finiu*.

La gnà Lola si maritò col carrettiere. La domenica si metteva sul ballatoio, con le mani sul ventre per far vedere tutti i grossi anelli d’oro che le aveva regalato suo marito. Turiddu continuava a passare e ripassare per la stradina, con la pipa in bocca e le mani in tasca, con aria indifferente, lanciando occhiate alle ragazze. Ma dentro si rodeva che il marito di Lola avesse tutto quell’oro, e che lei fingesse di non accorgersi di lui quando passava.

— Voglio fargliela proprio sotto gli occhi a quella cagnaccia! — diceva fra i denti.

Di fronte a compare Alfio stava massaro Cola, il vignaiolo, che era ricco come un maiale, dicevano, e aveva una figlia in casa. Turiddu tanto disse e tanto fece che entrò camparo da massaro Cola, e cominciò a girare per la casa e a dire le paroline dolci alla ragazza.

— Perché non andate a dirle alla gnà Lola queste belle cose? — rispondeva Santa.

— La gnà Lola è una signorona! La gnà Lola ha sposato un re di corona, ora!

— Io non me li merito i re di corona.

— Voi ne valete cento delle Lole. E conosco uno che non guarderebbe la gnà Lola, né il suo santo, quando ci siete voi. Perché la gnà Lola non è degna di portarvi le scarpe, non è degna.

— La volpe quando all’uva non poté arrivare....

— Disse: come sei bella, *racinedda* mia!

— Ohè! quelle mani, compare Turiddu.

— Avete paura che vi mangi?

— Paura non ho né di voi, né del vostro Dio.

— Eh! vostra madre era di Licodia, lo sappiamo! Avete il sangue rissoso! Uh! che vi mangerei con gli occhi.

— Mangiatemi pure con gli occhi, che briciole non ne faremo; ma intanto tiratemi su quel fascio.

— Per voi tirerei su tutta la casa, tirerei!

Lei, per non farsi rossa, gli tirò un ceppo che aveva sottomano, e non lo colpì per miracolo.

— Spicciamoci, che con le chiacchiere non si legano i sarmenti.

— Se fossi ricco, vorrei cercarmi una moglie come voi, gnà Santa.

— Io non sposerò un re di corona come la gnà Lola, ma la mia dote ce l’ho anch’io, quando il Signore mi manderà qualcuno.

— Lo sappiamo che siete ricca, lo sappiamo!

— Se lo sapete allora spicciatevi, ché il babbo sta per venire, e non vorrei farmi trovare nel cortile.

Il babbo cominciava a torcere il muso, ma la ragazza fingeva di non accorgersi. Perché la nappa del berretto del bersagliere le aveva fatto il solletico dentro il cuore, e le ballava sempre davanti agli occhi. Quando il babbo mise Turiddu fuori dell’uscio, la figlia gli aprì la finestra, e stava a chiacchierare con lui tutta la sera. Tanto che tutto il vicinato non parlava d’altro.

— Per te impazzisco, — diceva Turiddu, — e perdo il sonno e l’appetito.

— Chiacchiere.

— Vorrei essere il figlio di Vittorio Emanuele per sposarti!

— Chiacchiere.

— Per la Madonna che ti mangerei come il pane!

— Chiacchiere!

— Ah! sull’onor mio!

— Ah! mamma mia!

Lola, che ascoltava ogni sera nascosta dietro il vaso di basilico, e si faceva pallida e rossa, un giorno chiamò Turiddu.

— E così, compare Turiddu, gli amici vecchi non si salutano più?

— Ma! — sospirò il giovanotto. — Beato chi può salutarvi!

— Se avete intenzione di salutarmi, lo sapete dove sto di casa! — rispose Lola.

Turiddu tornò a salutarla così spesso che Santa se ne accorse, e gli sbatté la finestra sul muso. I vicini se lo mostravano con un sorriso, o con un moto del capo, quando passava il bersagliere. Il marito di Lola era in giro per le fiere con le sue mule.

— Domenica voglio andare a confessarmi, perché stanotte ho sognato dell’uva nera, — disse Lola.

— Lascia stare! lascia stare! — supplicava Turiddu.

— No, ora che si avvicina la Pasqua, mio marito lo vorrebbe sapere il perché non sono andata a confessarmi.

— Ah! — mormorava Santa di massaro Cola, aspettando in ginocchio il suo turno davanti al confessionale dove Lola stava facendo il bucato dei suoi peccati. — Sull’anima mia non voglio mandarti a Roma per la penitenza!

Compare Alfio tornò con le sue mule, carico di soldoni, e portò in regalo alla moglie una bella veste nuova per le feste.

— Avete ragione di portarle dei regali, — gli disse la vicina Santa, — perché mentre voi siete via vostra moglie vi adorna la casa!

Compare Alfio era di quei carrettieri che portano il berretto sull’orecchio, e a sentir parlare così di sua moglie cambiò colore come se l’avessero accoltellato.

— Santo diavolone! — esclamò. — Se non avete visto bene, non vi lascerò gli occhi per piangere! a voi e a tutto il vostro parentado!

— Non sono abituata a piangere! — rispose Santa. — Non ho pianto nemmeno quando ho visto con questi occhi Turiddu della gnà Nunzia entrare di notte in casa di vostra moglie.

— Va bene, — rispose compare Alfio, — grazie tante.

Turiddu, adesso che era tornato il gatto, non girava più di giorno per la stradina, e sfogava la noia all’osteria, con gli amici. La vigilia di Pasqua avevano sul tavolo un piatto di salsiccia. Quando entrò compare Alfio, soltanto dal modo in cui gli piantò gli occhi addosso, Turiddu capì che era venuto per quell’affare, e posò la forchetta sul piatto.

— Avete comandi da darmi, compare Alfio? — gli disse.

— Nessuna preghiera, compare Turiddu, era un pezzo che non vi vedevo, e volevo parlarvi di quella cosa che sapete voi.

Turiddu da prima gli aveva offerto un bicchiere, ma compare Alfio lo scansò con la mano. Allora Turiddu si alzò e gli disse:

— Son qui, compare Alfio.

Il carrettiere gli buttò le braccia al collo.

— Se domattina volete venire nei fichidindia della Canziria potremo parlare di quell’affare, compare.

— Aspettatemi sullo stradone allo spuntar del sole, e ci andremo insieme.

Con queste parole si scambiarono il bacio della sfida. Turiddu strinse fra i denti l’orecchio del carrettiere, e così gli fece promessa solenne di non mancare.

Gli amici avevano lasciato la salsiccia zitti zitti, e accompagnarono Turiddu fino a casa. La gnà Nunzia, poveretta, lo aspettava fino a tardi ogni sera.

— Mamma, — le disse Turiddu, — vi ricordate quando sono andato soldato, che credevate non dovessi tornare più? Datemi un bel bacio come allora, perché domattina andrò lontano.

Prima di giorno prese il suo coltello a molla, che aveva nascosto sotto il fieno quando era andato soldato. Poi si mise in cammino per i fichidindia della Canziria.

— Oh! Gesummaria! dove andate con quella furia? — piagnucolava Lola spaventata, mentre suo marito stava per uscire.

— Vado qui vicino, — rispose compare Alfio, — ma per te sarebbe meglio che io non tornassi più.

Lola, in camicia, pregava ai piedi del letto, premendosi sulle labbra il rosario che le aveva portato fra Bernardino dai Luoghi Santi. Recitava tutte le avemarie che potevano starci.

— Compare Alfio, — cominciò Turiddu dopo aver fatto un pezzo di strada accanto al suo compagno, che stava zitto, col berretto sugli occhi. — Com’è vero Iddio so che ho torto e mi lascerei ammazzare. Ma prima di venir qui ho visto la mia vecchia, che si era alzata per vedermi partire, col pretesto di governare il pollaio, quasi il cuore le parlasse. E quant’è vero Iddio vi ammazzerò come un cane, per non far piangere la mia vecchierella.

— Così va bene, — rispose compare Alfio, togliendosi il farsetto, — e picchieremo sodo tutt’e due.

Tutti e due erano bravi tiratori. Turiddu ricevette la prima botta, e fece in tempo a prenderla nel braccio. Quando la rese, la rese buona, e tirò all’anguinaia.

— Ah! compare Turiddu! avete proprio intenzione di ammazzarmi!

— Sì, ve l’ho detto; ora che ho visto la mia vecchia nel pollaio, mi pare di averla sempre davanti agli occhi.

— Apriteli bene, gli occhi! — gli gridò compare Alfio. — Ché sto per rendervi la buona misura.

Stava in guardia, tutto raccolto, per tenersi la sinistra sulla ferita che gli doleva, e quasi strisciava per terra col gomito. E intanto afferrò rapidamente una manciata di polvere e la gettò negli occhi all’avversario.

— Ah! — urlò Turiddu accecato. — Son morto.

Cercava di salvarsi facendo salti disperati all’indietro. Ma compare Alfio lo raggiunse con un’altra botta nello stomaco e una terza alla gola.

— E tre! questa è per la casa che tu m’hai adornato. Ora tua madre lascerà stare le galline.

Turiddu annaspò un pezzo di qua e di là tra i fichidindia, e poi cadde come un masso. Il sangue gli gorgogliava spumeggiando nella gola, e non poté dire nemmeno: — Ah, mamma mia!

### Glossario

- **si pavoneggiava**: si mostrava pieno di sé, come un pavone.
- **bersagliere**: soldato di un corpo italiano, con la nappa sul berretto.
- **nappa**: fiocco di fili che pende dal berretto.
- **ballatoio**: balcone stretto e lungo sulla facciata o sul cortile di una casa.
- **viaggio**: qui, pellegrinaggio a un santuario.
- **Passò quel tempo che Berta filava**: modo di dire: i bei tempi di una volta sono finiti.
- **facemu cuntu ca chioppi e scampau, e la nostra amicizia finiu**: in siciliano: facciamo conto che è piovuto e ha smesso, e la nostra amicizia è finita.
- **camparo**: uomo che sorveglia i campi di un padrone.
- **racinedda**: piccolo grappolo d’uva, in siciliano.
- **sarmenti**: rami secchi della vite.
- **vi adorna la casa**: vi tradisce, vi mette le corna.
- **fichidindia**: piante grasse con spine e frutti dolci.
- **bacio della sfida**: abbraccio e bacio con cui si accetta un duello al coltello.
- **coltello a molla**: coltello con la lama che si apre da sola.
- **anguinaia**: la parte del corpo tra la pancia e la coscia.

## La Lupa

Era alta, magra, aveva soltanto un seno fermo e vigoroso da bruna, eppure non era più giovane. Era pallida come se avesse sempre addosso la malaria, e su quel pallore due occhi grandi così, e delle labbra fresche e rosse, che vi mangiavano.

Al villaggio la chiamavano *la Lupa* perché non era sazia mai — di nulla. Le donne si facevano la croce quando la vedevano passare, sola come una cagnaccia, con quell’andare randagio e sospettoso della lupa affamata. Lei si spolpava i loro figli e i loro mariti in un batter d’occhio, con le sue labbra rosse. Se li tirava dietro alla gonnella solo a guardarli con quegli occhi da satanasso, fossero stati davanti all’altare di Santa Agrippina. Per fortuna *la Lupa* non veniva mai in chiesa, né a Pasqua, né a Natale, né per ascoltare la messa, né per confessarsi. Padre Angiolino di Santa Maria di Gesù, un vero servo di Dio, aveva persa l’anima per lei.

Maricchia, poveretta, buona e brava ragazza, piangeva di nascosto, perché era figlia della *Lupa*. Nessuno l’avrebbe presa in moglie, anche se aveva la sua bella roba nel cassettone e la sua buona terra al sole, come ogni altra ragazza del villaggio.

Una volta *la Lupa* si innamorò di un bel giovane che era tornato da soldato, e mieteva il fieno con lei nelle chiuse del notaro. Era proprio quello che si dice innamorarsi: sentirsi ardere le carni sotto il fustagno del corpetto. E provare, fissandolo negli occhi, la sete che si ha nelle ore calde di giugno, in fondo alla pianura. Ma lui continuava a mietere tranquillamente col naso sui manipoli, e le diceva:

— O che avete, gnà Pina?

Nei campi immensi, dove scoppiettava soltanto il volo dei grilli, quando il sole batteva a piombo, *la Lupa* ammucchiava manipoli su manipoli e covoni su covoni. Non si stancava mai, non alzava un momento la schiena, non accostava le labbra al fiasco, pur di stare sempre alle calcagna di Nanni. E lui mieteva e mieteva, e le domandava di quando in quando:

— Che volete, gnà Pina?

Una sera glielo disse, mentre gli uomini sonnecchiavano nell’aia, stanchi della lunga giornata, e i cani uggiolavano per la vasta campagna nera:

— Te voglio! Te che sei bello come il sole, e dolce come il miele. Voglio te!

— Ed io invece voglio vostra figlia, che è vitella, — rispose Nanni ridendo.

*La Lupa* si cacciò le mani nei capelli, grattandosi le tempie senza dire parola, e se ne andò, e non comparve più nell’aia. Ma in ottobre rivide Nanni, al tempo che cavavano l’olio. Perché lui lavorava accanto alla sua casa, e il rumore del torchio non la faceva dormire tutta la notte.

— Prendi il sacco delle olive, — disse alla figlia, — e vieni con me.

Nanni spingeva con la pala le olive sotto la macina, e gridava Ohi! alla mula perché non si fermasse.

— La vuoi mia figlia Maricchia? — gli domandò la gnà Pina.

— Cosa le date a vostra figlia Maricchia? — rispose Nanni.

— Lei ha la roba di suo padre, e in più io le do la mia casa. A me mi basterà che mi lasciate un cantuccio nella cucina, per stenderci un po’ di paglia.

— Se è così se ne può parlare a Natale, — disse Nanni.

Nanni era tutto unto e sudicio dell’olio e delle olive messe a fermentare, e Maricchia non lo voleva a nessun patto. Ma sua madre l’afferrò per i capelli, davanti al focolare, e le disse a denti stretti:

— Se non lo pigli ti ammazzo!

*La Lupa* era quasi malata, e la gente andava dicendo che il diavolo quando invecchia si fa eremita. Non andava più di qua e di là; non si metteva più sull’uscio, con quegli occhi da spiritata. Suo genero, quando lei glieli piantava in faccia quegli occhi, si metteva a ridere, e tirava fuori l’abitino della Madonna per farsi il segno della croce. Maricchia stava in casa ad allattare i figli, e sua madre andava nei campi a lavorare con gli uomini, proprio come un uomo. Sarchiava, zappava, governava le bestie, potava le viti, fosse greco e levante di gennaio, oppure scirocco di agosto. Allora i muli lasciavano cadere la testa penzoloni, e gli uomini dormivano bocconi a ridosso del muro a tramontana. *In quell’ora fra vespero e nona, in cui non ne va in volta femmina buona*, la gnà Pina era l’unica anima viva in giro per la campagna. Errava sui sassi infuocati dei sentieri, fra le stoppie riarse dei campi immensi. I campi si perdevano nell’afa, lontan lontano, verso l’Etna nebbioso, dove il cielo si aggravava sull’orizzonte.

— Svegliati! — disse *la Lupa* a Nanni, che dormiva nel fosso, accanto alla siepe polverosa, col capo fra le braccia. — Svegliati, ché ti ho portato il vino per rinfrescarti la gola.

Nanni spalancò gli occhi imbambolati, tra veglia e sonno. Se la trovò davanti ritta, pallida, col petto prepotente e gli occhi neri come il carbone, e stese brancolando le mani.

— No! non ne va in volta femmina buona nell’ora fra vespero e nona! — singhiozzava Nanni, ricacciando la faccia contro l’erba secca del fossato, in fondo in fondo, con le unghie nei capelli. — Andatevene! andatevene! non ci venite più nell’aia!

Lei se ne andava infatti, *la Lupa*, riannodando le trecce superbe, guardando fisso davanti ai suoi passi nelle stoppie calde, con gli occhi neri come il carbone.

Ma nell’aia ci tornò altre volte, e Nanni non le disse nulla. Anzi, quando tardava a venire, nell’ora fra vespero e nona, lui andava ad aspettarla in cima al sentiero bianco e deserto, col sudore sulla fronte. E dopo si cacciava le mani nei capelli, e le ripeteva ogni volta:

— Andatevene! andatevene! Non ci tornate più nell’aia!

Maricchia piangeva notte e giorno. Alla madre piantava in faccia gli occhi ardenti di lacrime e di gelosia, come una lupacchiotta anche lei, quando la vedeva tornare dai campi pallida e muta ogni volta.

— Scellerata! — le diceva. — Mamma scellerata!

— Taci!

— Ladra! ladra!

— Taci!

— Andrò dal brigadiere, andrò!

— Vacci!

E ci andò davvero, coi figli in collo, senza temere di nulla, senza versare una lacrima, come una pazza. Perché adesso lo amava anche lei quel marito che le avevano dato per forza, unto e sudicio delle olive messe a fermentare.

Il brigadiere fece chiamare Nanni, e lo minacciò persino della galera e della forca. Nanni si mise a singhiozzare e a strapparsi i capelli. Non negò nulla, non tentò di scolparsi.

— È la tentazione! — diceva. — È la tentazione dell’inferno!

Si buttò ai piedi del brigadiere, supplicandolo di mandarlo in galera.

— Per carità, signor brigadiere, levatemi da questo inferno! fatemi ammazzare, mandatemi in prigione; non me la lasciate vedere più, mai! mai!

— No! — rispose invece *la Lupa* al brigadiere. — Io mi sono riservata un cantuccio della cucina per dormirci, quando gli ho dato la mia casa in dote. La casa è mia; non voglio andarmene!

Poco dopo, Nanni si prese nel petto un calcio dal mulo e fu per morire. Ma il parroco rifiutò di portargli il Signore se *la Lupa* non usciva di casa. *La Lupa* se ne andò, e suo genero allora poté prepararsi ad andarsene anche lui da buon cristiano. Si confessò e si comunicò con tali segni di pentimento e di contrizione che tutti i vicini e i curiosi piangevano davanti al letto del moribondo. E meglio sarebbe stato per lui se fosse morto quel giorno, prima che il diavolo tornasse a tentarlo e a ficcarglisi nell’anima e nel corpo, quando fu guarito.

— Lasciatemi stare! — diceva alla *Lupa*. — Per carità, lasciatemi in pace! Io ho visto la morte con gli occhi! La povera Maricchia non fa che disperarsi. Ora tutto il paese lo sa! Quando non vi vedo è meglio per voi e per me....

E avrebbe voluto strapparsi gli occhi per non vedere quelli della *Lupa*, che quando gli si ficcavano nei suoi gli facevano perdere l’anima e il corpo. Non sapeva più che fare per liberarsi dall’incantesimo. Pagò delle messe alle anime del Purgatorio, e andò a chiedere aiuto al parroco e al brigadiere. A Pasqua andò a confessarsi, e fece pubblicamente sei palmi di lingua, strascicandola sui ciottoli della piazza davanti alla chiesa, per penitenza. E poi, quando *la Lupa* tornava a tentarlo:

— Sentite! — le disse. — Non ci venite più nell’aia, perché se tornate a cercarmi, com’è vero Iddio, vi ammazzo!

— Ammazzami, — rispose *la Lupa*, — ché non me ne importa; ma senza di te non voglio starci.

Lui, appena la scorse da lontano, in mezzo ai seminati verdi, lasciò di zappare la vigna, e andò a staccare la scure dall’olmo. *La Lupa* lo vide venire, pallido e stralunato, con la scure che luccicava al sole. Non arretrò di un solo passo, non chinò gli occhi. Continuò ad andargli incontro, con le mani piene di manipoli di papaveri rossi, mangiandoselo con gli occhi neri.

— Ah! malanno all’anima vostra! — balbettò Nanni.

### Glossario

- **si spolpava**: si mangiava fino alle ossa.
- **gnà**: titolo per una donna del popolo.
- **chiuse**: campi chiusi da un muro o da una siepe.
- **manipoli**: mazzi di spighe, di fieno o di fiori che si tengono in una mano.
- **covoni**: grandi fasci di spighe legate insieme.
- **sonnecchiavano**: dormivano di un sonno leggero.
- **aia**: spazio all’aperto dove si batte il grano.
- **uggiolavano**: si lamentavano con un verso sottile, detto dei cani.
- **vitella**: giovane mucca; qui, ragazza giovane e fresca.
- **abitino**: piccolo oggetto sacro di stoffa, portato al collo.
- **sarchiava**: toglieva le erbe cattive con la zappa.
- **greco e levante**: venti freddi dell’inverno.
- **vespero e nona**: ore della preghiera del pomeriggio; qui le ore più calde.
- **il Signore**: l’ostia consacrata, portata a un malato.
- **sei palmi di lingua**: penitenza: si striscia la lingua per terra per sei palmi; il palmo è la larghezza della mano aperta.

## L’amante di Gramigna

Caro Farina, eccoti non un racconto, ma l’abbozzo di un racconto. Avrà almeno il merito di essere brevissimo e di essere storico: un documento umano, come dicono oggi. Forse sarà interessante per te, e per tutti quelli che studiano nel gran libro del cuore. Io te lo ripeterò così come l’ho raccolto per i sentieri dei campi, più o meno con le stesse parole semplici e pittoresche della narrazione popolare. E tu veramente preferirai trovarti faccia a faccia col fatto nudo e schietto, senza cercarlo fra le linee del libro, attraverso la lente dello scrittore. Il semplice fatto umano farà pensare sempre. Avrà sempre la forza dell’*essere stato*, delle lacrime vere, delle febbri e delle sensazioni che sono passate per la carne. Le passioni si annodano, si intrecciano, maturano, si svolgono nel loro cammino sotterraneo, nel loro andare e venire che spesso sembra contraddittorio. Questo misterioso processo sarà ancora per lungo tempo la grande attrattiva di quel fenomeno psicologico che forma l’argomento di un racconto. È il fenomeno che l’analisi moderna cerca di seguire con scrupolo scientifico. Di questo che ti narro oggi ti dirò soltanto il punto di partenza e quello d’arrivo. Per te basterà, e un giorno forse basterà per tutti.

Noi rifacciamo il processo artistico al quale dobbiamo tanti monumenti gloriosi, ma con un metodo diverso, più minuzioso e più intimo. I grandi artisti del passato scorgevano la catastrofe, il risultato psicologico, con un’intuizione quasi divina. Noi sacrifichiamo volentieri l’effetto di quella catastrofe al suo sviluppo logico e necessario. Così essa diventa meno imprevista, meno drammatica, ma non meno fatale. Siamo più modesti, se non più umili. Ma le conquiste che facciamo delle verità psicologiche non saranno meno utili all’arte dell’avvenire. Si arriverà mai a una tale perfezione nello studio delle passioni, che diventerà inutile proseguire in questo studio dell’uomo interiore? La scienza del cuore umano sarà il frutto della nuova arte. Svilupperà a tal punto, e in modo così generale, tutte le risorse dell’immaginazione, che nell’avvenire i soli romanzi che si scriveranno saranno *i fatti diversi?*

Il romanzo è la più completa e la più umana delle opere d’arte. Intanto io credo che il suo trionfo si raggiungerà quando l’affinità e la coesione di ogni sua parte saranno complete. Allora il processo della creazione resterà un mistero, come lo svolgersi delle passioni umane. L’armonia delle sue forme sarà perfetta, la sincerità della sua realtà evidente, il suo modo e la sua ragione di essere necessari. Così la mano dell’artista resterà assolutamente invisibile, e il romanzo avrà l’impronta dell’avvenimento reale. L’opera d’arte sembrerà *essersi fatta da sé*: sembrerà maturata e nata spontanea come un fatto naturale, senza alcun punto di contatto col suo autore. Nelle sue forme viventi non dovrà serbare nessuna impronta della mente in cui germogliò, nessuna ombra dell’occhio che la scorse. Non dovrà serbare nessuna traccia delle labbra che ne mormorarono le prime parole, come il *fiat* creatore. Dovrà stare in piedi per ragione propria, per il solo fatto che è come deve essere, ed è necessario che sia. Sarà palpitante di vita e immutabile come una statua di bronzo, il cui autore abbia avuto il coraggio divino di eclissarsi e sparire nella sua opera immortale.

Parecchi anni fa, laggiù lungo il Simeto, davano la caccia a un brigante, certo Gramigna, se non sbaglio, un nome maledetto come l’erba che lo porta. Da un capo all’altro della provincia si era lasciato dietro il terrore della sua fama. Carabinieri, soldati e militi a cavallo lo inseguivano da due mesi, senza essere riusciti a mettergli le unghie addosso. Era solo, ma valeva per dieci, e la mala pianta minacciava di mettere radici. Per giunta si avvicinava il tempo della messe. Il fieno era già steso per i campi, le spighe chinavano il capo e dicevano di sì ai mietitori, che avevano già la falce in pugno. Eppure nessun proprietario osava affacciare il naso al di sopra della siepe del suo podere. Aveva paura di incontrarvi Gramigna, sdraiato fra i solchi con la carabina fra le gambe. Quello era pronto a far saltare il capo al primo che venisse a guardare nei fatti suoi. Così le lamentele erano generali. Allora il prefetto si fece chiamare tutti quei signori della questura, dei carabinieri e dei compagni d’armi. Disse loro due paroline di quelle che fanno drizzare le orecchie. Il giorno dopo un terremoto dappertutto: pattuglie, squadriglie, vedette per ogni fossato e dietro ogni muretto. Se lo cacciavano davanti come una mala bestia per tutta una provincia, di giorno, di notte, a piedi, a cavallo, col telegrafo. Gramigna sgusciava loro di mano, e rispondeva a fucilate se gli camminavano un po’ troppo sulle calcagna. Nelle campagne, nei villaggi, per le fattorie, sotto le frasche delle osterie, nei luoghi di ritrovo, non si parlava d’altro che di lui, di Gramigna. Si parlava di quella caccia accanita, di quella fuga disperata. I cavalli dei carabinieri cadevano stanchi morti. I compagni d’armi si buttavano sfiniti per terra in tutte le stalle, le pattuglie dormivano in piedi. Lui solo, Gramigna, non era stanco mai, non dormiva mai, fuggiva sempre. Si arrampicava sui precipizi, strisciava fra le messi, correva a quattro zampe nel folto dei fichidindia, sgattaiolava come un lupo nel letto asciutto dei torrenti. L’argomento principale di ogni discorso, nei capannelli davanti agli usci del villaggio, era la sete divorante del perseguitato. Doveva soffrirla nella pianura immensa e arsa, sotto il sole di giugno. I fannulloni spalancavano gli occhi.

Peppa, una delle più belle ragazze di Licodia, doveva sposare in quel tempo compare Finu «candela di sego». Aveva terre al sole e una mula baia in stalla. Era un giovanotto grande e bello come il sole, e portava lo stendardo di Santa Margherita come fosse un pilastro, senza piegare le reni.

La madre di Peppa piangeva dalla contentezza per la gran fortuna toccata alla figlia. Passava il tempo a voltare e rivoltare nel baule il corredo della sposa, «tutto di roba bianca a quattro» come quello di una regina. C’erano orecchini che le arrivavano alle spalle, e anelli d’oro per le dieci dita delle mani. Di oro ne aveva quanto ne poteva avere Santa Margherita, e dovevano sposarsi giusto per Santa Margherita, che cadeva in giugno, dopo la mietitura del fieno. «Candela di sego», tornando ogni sera dalla campagna, lasciava la mula all’uscio della Peppa. Veniva a dirle che i seminati erano un incanto, se Gramigna non ci appiccava il fuoco. Il graticcio di fronte al letto non sarebbe bastato a contenere tutto il grano del raccolto. Gli pareva mill’anni di portarsi la sposa in casa, in groppa alla mula baia. Ma Peppa un bel giorno gli disse:

— La vostra mula lasciatela stare, perché non voglio maritarmi.

Il povero «candela di sego» rimase sbalordito, e la vecchia si mise a strapparsi i capelli quando sentì che sua figlia rifiutava il miglior partito del villaggio.

— Io voglio bene a Gramigna, — le disse la ragazza, — e non voglio sposare altri che lui!

— Ah! — gridava la mamma per la casa, coi capelli grigi al vento, che pareva una strega. — Ah! quel demonio è venuto fin qui a stregarmi la mia figliola!

— No! — rispondeva Peppa con l’occhio fisso che pareva d’acciaio. — No, non è venuto qui.

— Dove l’hai visto dunque?

— Io non l’ho visto. Ne ho sentito parlare. Sentite! ma lo sento qui, che mi brucia!

In paese la cosa fece rumore, per quanto la tenessero nascosta. Le comari avevano invidiato a Peppa il seminato prospero, la mula baia e il bel giovanotto che portava lo stendardo di santa Margherita senza piegare le reni. Ora andavano dicendo ogni sorta di brutte storie. Dicevano che Gramigna veniva a trovarla di notte nella cucina, e che l’avevano visto nascosto sotto il letto. La povera madre aveva acceso una lampada alle anime del purgatorio. Persino il curato era andato in casa di Peppa, a toccarle il cuore con la stola, per scacciare quel diavolo di Gramigna che ne aveva preso possesso. Però lei continuava a dire che non lo conosceva neanche di vista, quel cristiano, ma che la notte lo vedeva in sogno. E che alla mattina si alzava con le labbra arse, come se avesse provato anche lei tutta la sete che lui doveva soffrire.

Allora la vecchia la chiuse in casa, perché non sentisse più parlare di Gramigna, e tappò tutte le fessure dell’uscio con immagini di santi. Peppa ascoltava quello che dicevano nella strada, dietro le immagini benedette, e si faceva pallida e rossa, come se il diavolo le soffiasse tutto l’inferno nella faccia.

Finalmente sentì dire che avevano scovato Gramigna nei fichidindia di Palagonia.

— Ha fatto due ore di fuoco! — dicevano. — C’è un carabiniere morto, e più di tre compagni d’armi feriti. Ma gli hanno tirato addosso una tale grandine di fucilate che stavolta hanno trovato un lago di sangue dove lui si trovava.

Allora Peppa si fece la croce davanti al capezzale della vecchia, e fuggì dalla finestra.

Gramigna era nei fichidindia di Palagonia: non avevano potuto scovarlo in quella macchia fitta da conigli. Era stracciato, insanguinato, pallido per due giorni di fame, arso dalla febbre, con la carabina spianata. Quando la vide venire, risoluta, in mezzo alle macchie dei fichidindia, nel fosco chiarore dell’alba, pensò un momento se dovesse lasciar partire il colpo.

— Che vuoi? — le chiese. — Che vieni a fare qui?

— Vengo a star con te, — gli disse lei guardandolo fisso. — Sei tu Gramigna?

— Sì, sono io Gramigna. Se vieni a prenderti quelle venti oncie della taglia, hai sbagliato il conto.

— No, vengo a star con te! — rispose lei.

— Vattene! — disse lui. — Con me non puoi starci, e io non voglio nessuno con me! Se vieni a cercare denaro hai sbagliato il conto, ti dico, io non ho nulla, guarda! Sono due giorni che non ho nemmeno un pezzo di pane.

— Adesso non posso più tornare a casa, — disse lei. — La strada è tutta piena di soldati.

— Vattene! cosa m’importa? ciascuno per la sua pelle!

Mentre lei voltava le spalle, come un cane scacciato a pedate, Gramigna la chiamò.

— Senti, va’ a prendermi un fiasco d’acqua, laggiù nel torrente. Se vuoi stare con me bisogna rischiare la pelle.

Peppa andò senza dire nulla. Quando Gramigna sentì la fucilata si mise a sghignazzare, e disse fra sé:

— Questa era per me.

Ma quando la vide comparire poco dopo col fiasco al braccio, pallida e insanguinata, prima le si buttò addosso per strapparle il fiasco. Poi, quando ebbe bevuto che pareva gli mancasse il fiato, le chiese:

— L’hai scappata? Come hai fatto?

— I soldati erano sull’altra riva, e c’era una macchia folta da questa parte.

— Però t’hanno bucata la pelle. Hai del sangue nelle vesti?

— Sì.

— Dove sei ferita?

— Sulla spalla.

— Non fa nulla. Potrai camminare.

Così le permise di stare con lui. Lei lo seguiva tutta stracciata, con la febbre della ferita, senza scarpe, e andava a cercargli un fiasco d’acqua o un tozzo di pane. E quando tornava con le mani vuote, in mezzo alle fucilate, il suo amante, divorato dalla fame e dalla sete, la batteva. Finalmente una notte in cui brillava la luna nei fichidindia, Gramigna le disse:

— Vengono!

La fece addossare alla rupe, in fondo al crepaccio, poi fuggì dall’altra parte. Fra le macchie si udivano spesseggiare le fucilate, e l’ombra avvampava qua e là di brevi fiamme. Ad un tratto Peppa sentì un calpestio vicino a sé, e vide tornare Gramigna che si trascinava con una gamba rotta. Si appoggiava ai ceppi dei fichidindia per ricaricare la carabina.

— È finita! — le disse. — Ora mi prendono.

E quello che le gelò il sangue più di ogni cosa fu il luccichio che lui aveva negli occhi, da sembrare un pazzo. Poi, quando cadde sui rami secchi come un fascio di legna, i compagni d’armi gli furono addosso tutti in una volta.

Il giorno dopo lo trascinarono per le vie del villaggio, su un carro, tutto stracciato e sanguinoso. La gente che si accalcava per vederlo si metteva a ridere, trovandolo così piccolo, pallido e brutto, che pareva un pulcinella. Era per lui che Peppa aveva lasciato compare Fino «candela di sego»! Il povero «candela di sego» andò a nascondersi, come se toccasse a lui vergognarsi. E Peppa la condussero fra i soldati, ammanettata, come una ladra anche lei, lei che aveva dell’oro quanto santa Margherita! La povera madre di Peppa dovette vendere «tutta la roba bianca» del corredo, gli orecchini d’oro e gli anelli per le dieci dita. Così pagò gli avvocati di sua figlia e se la riprese in casa. Era povera, malata, svergognata, brutta anche lei come Gramigna, e col figlio di Gramigna in collo. Ma quando gliela diedero, alla fine del processo, recitò l’avemaria, nella caserma nuda e già scura, in mezzo ai carabinieri. Alla povera vecchia, che non possedeva più nulla, parve che le dessero un tesoro, e piangeva come una fontana dalla consolazione. Peppa invece sembrava che non avesse più lacrime, e non diceva nulla. In paese nessuno la vide più, anche se le due donne andavano a guadagnarsi il pane con le loro braccia. La gente diceva che Peppa aveva imparato il mestiere, nel bosco, e andava di notte a rubare. Il fatto era che stava rincantucciata nella cucina come una bestia feroce. Ne uscì soltanto quando la sua vecchia fu morta di stenti, e dovette vendere la casa.

— Vedete! — le diceva «candela di sego», che pure le voleva sempre bene. — Vi schiaccerei la testa fra due sassi per il male che avete fatto a voi e agli altri.

— È vero! — rispondeva Peppa. — Lo so! Questa è stata la volontà di Dio.

Dopo che furono venduti la casa e quei pochi arnesi che le restavano, se ne andò via dal paese, di notte come era venuta. Non si voltò indietro a guardare il tetto sotto cui aveva dormito tanto tempo. Se ne andò a fare la volontà di Dio in città, col suo ragazzo, vicino al carcere dove era rinchiuso Gramigna. Lei non vedeva altro che le gelosie tetre, sulla grande facciata muta. Le sentinelle la scacciavano se si fermava a cercare con gli occhi dove potesse essere lui. Finalmente le dissero che lui non c’era più da un pezzo, che l’avevano portato via, di là dal mare, ammanettato e con la sporta al collo. Lei non disse nulla. Non si mosse più di là, perché non sapeva dove andare, e non l’aspettava più nessuno. Viveva alla meglio facendo dei servizi ai soldati e ai carcerieri, come se facesse parte anche lei di quel grande edificio tetro e silenzioso. I carabinieri le avevano preso Gramigna nel folto dei fichidindia, e gli avevano rotto la gamba a fucilate. E per loro sentiva una specie di tenerezza rispettosa, come l’ammirazione bruta della forza. Nei giorni di festa, quando li vedeva col pennacchio e le spalline lucenti, rigidi e impettiti nell’uniforme di gala, se li mangiava con gli occhi. Era sempre per la caserma a spazzare i cameroni e a lustrare gli stivali, tanto che la chiamavano «lo strofinacciolo dei carabinieri.» Ma a volte li vedeva caricare le armi a notte fatta, e partire a due a due, coi calzoni rimboccati e il revolver sullo stomaco. Oppure montavano a cavallo, sotto il lampione che faceva luccicare la carabina, e lei udiva perdersi nelle tenebre lo scalpitare dei cavalli e il tintinnio della sciabola. Soltanto allora diventava pallida, ogni volta, e mentre chiudeva la porta della stalla rabbrividiva. Il suo marmocchio giocava con gli altri ragazzini nella spianata davanti al carcere, correndo fra le gambe dei soldati. Quando i ragazzini gli dicevano «il figlio di Gramigna, il figlio di Gramigna!» lei si metteva in collera, e li inseguiva a sassate.

### Glossario

- **l’abbozzo**: la prima forma di un’opera, non ancora finita.
- **essere stato**: il fatto di essere accaduto davvero.
- **i fatti diversi**: brevi notizie di cronaca nei giornali.
- **fiat**: parola latina, «sia fatto»: la parola con cui Dio crea.
- **palpitante di vita**: che vibra di vita, come un cuore che batte.
- **compagni d’armi**: guardie di campagna della Sicilia.
- **messe**: raccolto del grano.
- **fichidindia**: piante grasse con spine e frutti dolci.
- **candela di sego**: candela di grasso animale, povera; qui soprannome.
- **tutto di roba bianca a quattro**: tutto di biancheria bianca; «a quattro» è un modo di dire popolare.
- **graticcio**: piano di canne intrecciate per tenere il grano.
- **taglia**: premio per chi prende un fuggitivo.
- **oncie**: antiche monete siciliane.
- **gelosie**: persiane che coprono le finestre.
- **strofinacciolo**: straccio per pulire.

## Guerra di santi

San Rocco se ne andava tranquillamente per la sua strada, sotto il baldacchino, coi cani al guinzaglio. Intorno a lui c’erano un gran numero di ceri accesi, la banda, la processione, la calca dei devoti. Tutt’a un tratto accadde un parapiglia, un fuggi fuggi, un casa del diavolo. Preti che scappavano con le vesti per aria, trombe e clarinetti sulla faccia, donne che gridavano, il sangue a ruscelli. Le legnate piovevano come pere marce fin sotto il naso di San Rocco benedetto. Accorsero il pretore, il sindaco, i carabinieri. Le ossa rotte furono portate all’ospedale, i più turbolenti andarono a dormire in prigione. Il santo tornò in chiesa di corsa piuttosto che a passo di processione, e la festa finì come le commedie di Pulcinella.

Tutto ciò per l’invidia di quelli del quartiere di San Pasquale. Quell’anno i devoti di San Rocco avevano speso gli occhi della testa per fare le cose in grande. Era venuta la banda dalla città, si erano sparati più di duemila mortaretti, e c’era persino uno stendardo nuovo, tutto ricamato d’oro. Pesava più d’un quintale, dicevano, e in mezzo alla folla sembrava addirittura una «spuma d’oro». Questa cosa doveva fare maledettamente il solletico a quelli di San Pasquale. Così alla fine uno di loro perse la pazienza, e si mise a urlare, pallido come un morto: — Viva San Pasquale! — Allora erano cominciate le legnate.

Perché andare a dire viva San Pasquale sul muso di San Rocco in persona è una provocazione bella e buona. È come venirvi a sputare in casa, o come uno che si diverta a dare pizzicotti alla donna che avete sotto il braccio. In tal caso non ci sono più né cristi né diavoli. Si mette sotto i piedi quel po’ di rispetto che si ha anche per gli altri santi, che infine fra di loro sono tutti parenti. Se si è in chiesa, vanno in aria le panche, nelle processioni piovono pezzi di torcetti come pipistrelli, e a tavola volano le scodelle.

— Santo diavolone! — urlava compare Nino, tutto pesto e conciato male. — Voglio un po’ vedere a chi basta l’anima di gridare ancora viva San Pasquale!

— Io! — rispose furioso Turi il «conciapelli», che doveva diventare suo cognato. Era fuori di sé per un pugno preso nella mischia, che lo aveva mezzo accecato. — Viva San Pasquale sino alla morte!

— Per l’amor di Dio! per l’amor di Dio! — gridava sua sorella Saridda, cacciandosi tra il fratello e il fidanzato, perché tutti e tre erano andati a spasso d’amore e d’accordo sino a quel momento.

Compare Nino, il fidanzato, gridava per scherno: — Viva i miei stivali! viva san stivale!

— Te’! — urlò Turi con la schiuma alla bocca, e l’occhio gonfio e livido come una melanzana. — Te’ per San Rocco, tu degli stivali! Prendi!

Così si scambiarono pugni che avrebbero ammazzato un bue, finché gli amici riuscirono a separarli, a furia di busse e di calci. Saridda, scaldatasi anche lei, gridava viva San Pasquale. Tanto che per poco lei e lo sposo non si presero a schiaffi, come se fossero già stati marito e moglie.

In tali occasioni si azzuffano i genitori coi figli, e le mogli si separano dai mariti, se per disgrazia una del quartiere di San Pasquale ha sposato uno di San Rocco.

— Non voglio sentirne parlare più di quel cristiano! — sbraitava Saridda, coi pugni sui fianchi, alle vicine che le domandavano come era andato all’aria il matrimonio. — Neanche se me lo danno vestito d’oro e d’argento, sentite!

— Per me Saridda può fare la muffa! — diceva dal canto suo compare Nino, mentre all’osteria gli lavavano il viso tutto sporco di sangue. Una manica di pezzenti e di poltroni, in quel quartiere di conciapelli! Quando m’è saltato in testa d’andare a cercarmi là l’innamorata dovevo essere ubriaco.

— Giacché è così! — aveva concluso il sindaco — e non si può portare un santo in piazza senza legnate, che è una vera porcheria, non voglio più feste, né quarantore. E se mi mettono fuori un moccolo, che è un moccolo! li caccio tutti in prigione.

La faccenda poi si era fatta grossa, perché il vescovo della diocesi aveva concesso ai preti di San Pasquale il privilegio di portare la mozzetta. Quelli di San Rocco, che avevano i preti senza mozzetta, erano andati fino a Roma, a fare il diavolo ai piedi del Santo Padre. Avevano i documenti in mano, in carta bollata, e ogni cosa. Ma tutto era stato inutile. Perché i loro avversari del quartiere basso, che ognuno ricordava senza scarpe ai piedi, si erano arricchiti come porci con la nuova industria della concia delle pelli. E a questo mondo si sa che la giustizia si compra e si vende come l’anima di Giuda.

A San Pasquale aspettavano il delegato di monsignore, un uomo di proposito, che aveva alle scarpe due fibbie d’argento di mezza libbra l’una, diceva chi l’aveva visto. Veniva a portare la mozzetta ai canonici. Perciò avevano preso anche loro la banda, per andare a incontrare il delegato di monsignore tre miglia fuori del paese. Si diceva che la sera ci sarebbero stati i fuochi in piazza, con tanto di «Viva San Pasquale» a lettere di scatola.

Gli abitanti del quartiere alto erano quindi in gran fermento. Alcuni, più eccitati, pulivano certi randelli di pero o di ciliegio grossi come pertiche, e borbottavano:

— Se ci dev’essere la musica, si ha da portar la battuta!

Il delegato del vescovo correva un gran pericolo di uscire con le ossa rotte dalla sua entrata trionfale. Ma il reverendo, furbo, lasciò la banda ad aspettarlo fuori del paese. A piedi, per le scorciatoie, se ne venne pian piano alla casa del parroco, dove fece riunire i caporioni dei due partiti.

Appena quei galantuomini si trovarono faccia a faccia, dopo tanto tempo che litigavano, cominciarono a guardarsi nel bianco degli occhi. Pareva che avessero una gran voglia di strapparseli a vicenda. Il reverendo si era messo per l’occasione il ferraiolo di panno nuovo, e ci volle tutta la sua autorità per far arrivare i gelati e gli altri rinfreschi senza incidenti.

— Così va bene! — approvava il sindaco col naso nel bicchiere. — Quando mi volete per la pace, mi ci trovate sempre.

Il delegato disse infatti che era venuto per la conciliazione, col ramoscello d’ulivo in bocca, come la colomba di Noè. E facendo il suo fervorino andava distribuendo sorrisi e strette di mano, e ripeteva: — Loro signori favoriranno in sagrestia, a prendere la cioccolata, il giorno della festa.

— Lasciamo stare la festa, — disse il vice-pretore — se no nasceranno altri guai.

— I guai nasceranno se si fanno di queste prepotenze, che uno non è più padrone di spassarsela come vuole, spendendo i suoi denari! — esclamò Bruno il carradore.

— Io me ne lavo le mani. Gli ordini del governo sono precisi. Se fate la festa mando a chiamare i carabinieri. Io voglio l’ordine.

— Dell’ordine rispondo io, — sentenziò il sindaco, picchiando in terra con l’ombrello, e girando lo sguardo intorno.

— Bravo! come se non si sapesse che chi vi tira i mantici in Consiglio è vostro cognato Bruno! — ribatté il vice-pretore.

— E voi fate l’opposizione per la picca di quella multa del bucato che non potete mandar giù!

— Signori miei! signori miei! — andava raccomandando il delegato. — Così non facciamo nulla!

— Faremo la rivoluzione, faremo! — urlava Bruno con le mani in aria.

Per fortuna il parroco aveva messo in salvo, lesto lesto, le tazze e i bicchieri. Il sagrestano era corso a rompicollo a licenziare la banda, che aveva saputo dell’arrivo del delegato e accorreva a dargli il benvenuto, soffiando nei corni e nei tromboni.

— Così non si fa nulla! — borbottava il delegato. Gli seccava pure che le messi fossero già mature dalle sue parti. E lui intanto se ne stava a perdere il suo tempo con compare Bruno e col vice-pretore, che volevano mangiarsi l’anima. — Cos’è questa storia della multa per il bucato?

— Le solite prepotenze. Ora non si può stendere un fazzoletto da naso alla finestra, che subito vi prendono la multa. La moglie del vice-pretore si fidava, perché suo marito era in carica; sinora un po’ di riguardo c’era sempre stato per le autorità. Così metteva ad asciugare sul terrazzino tutto il bucato della settimana, si sa.... quel po’ di grazia di Dio.... Ma adesso, con la nuova legge, è peccato mortale. Sono proibiti perfino i cani e le galline, e gli altri animali, con rispetto, che fino ad ora facevano la polizia delle strade. E alla prima pioggia, Dio ce la mandi buona di non affogare tutti nel sudiciume. La verità vera poi è che Bruno l’assessore ce l’ha col vice-pretore, per certa sentenza che gli ha dato contro.

Il delegato, per conciliare gli animi, stava inchiodato nel confessionale come una civetta dalla mattina alla sera. Tutte le donne volevano essere confessate dal rappresentante del vescovo, che aveva l’assoluzione plenaria per ogni sorta di peccati, come se fosse stato la persona stessa di monsignore.

— Padre! — gli diceva Saridda col naso alla grata del confessionale. — Compare Nino ogni domenica mi fa fare peccati in chiesa.

— In che modo, figliola mia?

— Quel cristiano doveva essere mio marito, prima che ci fossero queste chiacchiere in paese. Ma ora che il matrimonio è rotto, si pianta vicino all’altar maggiore, per guardarmi e ridere coi suoi amici tutto il tempo della santa messa.

E quando il reverendo cercava di toccare il cuore a compare Nino:

— È lei piuttosto che mi volta le spalle, quando mi vede, come se fossi un pezzente, — rispondeva il contadino.

Lui invece, se la gnà Saridda passava dalla piazza la domenica, faceva finta di essere tutt’uno col brigadiere, o con qualche altro pezzo grosso. Non si accorgeva nemmeno di lei. Saridda era occupatissima a preparare lampioncini di carta colorata, e glieli schierava sul muso, lungo il davanzale, col pretesto di metterli ad asciugare. Una volta si trovarono insieme a un battesimo e non si salutarono nemmeno, come se non si fossero mai visti. Anzi, Saridda fece la civetta col compare che aveva battezzato la bambina.

— Compare da strapazzo! — sogghignava Nino. — Compare di bambina! Quando nasce una femmina si rompono persino i travicelli del tetto.

E Saridda, fingendo di parlare con la puerpera:

— Tutto il male non viene per nuocere. Alle volte, quando vi pare d’aver perso un tesoro, dovete ringraziare Dio e San Pasquale. Perché prima di conoscere bene una persona bisogna mangiare sette salme di sale.

— Già le disgrazie bisogna prenderle come vengono, e il peggio è guastarsi il sangue per cose che non ne valgono la pena. Morto un papa, se ne fa un altro.

— I bambini sono destinati come devono nascere, al pari dei matrimoni. Perché è meglio sposare uno che vi voglia bene davvero e non lo faccia per secondo fine, anche se non abbia né roba, né chiuse, né mule, né nulla.

In piazza suonava il tamburo, quello della meta. — Il sindaco dice che ci sarà la festa — sussurravano nella folla.

— Litigherò sino alla consumazione dei secoli! Mi ridurrò povero e in camicia come il santo Giobbe, ma quelle cinque lire di multa non le pagherò! Dovessi lasciarlo nel testamento!

— Sangue d’un cane! che festa vogliono fare se quest’anno moriremo tutti di fame! — esclamava Nino.

Sin dal mese di marzo non pioveva una goccia d’acqua, e i seminati gialli, che scoppiettavano come l’esca, «morivano di sete». Bruno il carradore diceva invece che quando San Pasquale usciva in processione pioveva di certo. Ma che gliene importava della pioggia a lui, se faceva il carradore, e a tutti gli altri conciapelli del suo partito?... Infatti portarono San Pasquale in processione a levante e a ponente, e lo affacciarono sul poggio, a benedire la campagna, in una giornata afosa di maggio, tutta nuvoli. Era una di quelle giornate in cui i contadini si strappano i capelli davanti ai campi «bruciati», e le spighe chinano il capo proprio come se morissero.

— San Pasquale maledetto! — gridava Nino sputando in aria, e correndo come un pazzo per il seminato. — M’avete rovinato, San Pasquale! Non mi avete lasciato altro che la falce per tagliarmi il collo!

Nel quartiere alto era una desolazione. Era una di quelle annate lunghe in cui la fame comincia a giugno, e le donne stanno sugli usci, spettinate e senza far nulla, con l’occhio fisso. La gnà Saridda sentì dire che in piazza si vendeva la mula di compare Nino, per pagare l’affitto della terra che non aveva dato nulla. Le sbollì la collera in un attimo, e mandò in fretta e in furia suo fratello Turi ad aiutarlo, con quei soldi che avevano da parte.

Nino era in un angolo della piazza, con gli occhi assenti e le mani in tasca, mentre gli vendevano la mula tutta in fronzoli e con la cavezza nuova.

— Non voglio nulla, — rispose lui torvo. — Le braccia mi restano ancora, se Dio vuole! Bel santo, quel San Pasquale, eh!

Turi gli voltò le spalle per non finirla brutta, e se ne andò. Ma la verità era che gli animi erano esasperati, ora che San Pasquale l’avevano portato in processione a levante e a ponente con quel bel risultato. Il peggio era che molti del quartiere di San Rocco si erano lasciati convincere ad andare con la processione anche loro. Andavano picchiandosi come asini, con la corona di spine in capo, per amore del seminato. Ora si sfogavano in insulti, tanto che il delegato di monsignore aveva dovuto battersela a piedi e senza banda, com’era venuto.

Il vice-pretore, per prendersi una rivincita sul carradore, telegrafava che gli animi erano eccitati e l’ordine pubblico compromesso. Così un bel giorno si sentì la notizia che nella notte erano arrivati i compagni d’arme, e ognuno poteva andare a vederli nello stallatico.

— Sono venuti per il colera — dicevano però altri. — Laggiù nella città la gente muore come le mosche.

Lo speziale mise il catenaccio alla bottega, il dottore scappò per primo perché non l’ammazzassero.

— Non sarà nulla, — dicevano quei pochi rimasti in paese, che non avevano potuto fuggire qua e là per la campagna. — San Rocco benedetto lo guarderà il suo paese, e il primo che va in giro di notte gli faremo la pelle!

Anche quelli del quartiere basso erano corsi a piedi scalzi nella chiesa di San Rocco. Però di lì a poco i morti cominciarono a farsi fitti, come i goccioloni grossi che annunciano il temporale. Di questo si diceva che era un maiale, e aveva voluto morire per fare una scorpacciata di fichidindia. Di quell’altro, che era tornato dalla campagna a notte fatta. Insomma il colera era venuto bello e buono, malgrado la guardia, e in barba a San Rocco. Eppure una vecchia in odore di santità aveva sognato che San Rocco in persona le diceva:

— Del colera non abbiate paura, che ci penso io, e non sono come quel disutilaccio di San Pasquale.

Nino e Turi non si erano più visti dopo l’affare della mula. Ma appena il contadino sentì dire che fratello e sorella erano malati tutti e due, corse alla loro casa. Trovò Saridda nera e contraffatta, in fondo alla stanzuccia, accanto a suo fratello. Lui stava meglio, ma si strappava i capelli e non sapeva più che fare.

— Ah! San Rocco ladro! — si mise a gemere Nino. — Questa non me l’aspettavo! O gnà Saridda, non mi conoscete più? Nino, quello di una volta?

La gnà Saridda lo guardava con certi occhi infossati che ci voleva la lanterna a trovarli, e Nino aveva due fontane ai suoi occhi. — Ah, San Rocco! — diceva lui. — Questo tiro è più birbone di quello che mi ha fatto San Pasquale!

Però la Saridda guarì, e mentre stava sull’uscio, col capo avvolto nel fazzoletto, gialla come la cera vergine, gli andava dicendo:

— San Rocco mi ha fatto il miracolo, e dovete venirci anche voi, a portargli la candela per la sua festa.

Nino, col cuore gonfio, diceva di sì col capo. Ma intanto aveva preso il male anche lui, e stette per morire. Saridda allora si graffiava il viso, e diceva che voleva morire con lui. Si sarebbe tagliata i capelli e glieli avrebbe messi nel cataletto, perché nessuno l’avrebbe più vista in faccia, finché era viva.

— No! no! — rispondeva Nino, col viso disfatto. — I capelli torneranno a crescere; ma chi non ti vedrà più sarò io, che sarò morto.

— Bel miracolo che ti ha fatto San Rocco! — gli diceva Turi per consolarlo.

E tutti e due, convalescenti, mentre si scaldavano al sole, con le spalle al muro e il viso lungo, si gettavano in viso l’un l’altro San Rocco e San Pasquale.

Una volta passò Bruno il carradore, che tornava da fuori a colera finito, e disse:

— Vogliamo fare una gran festa, per ringraziare San Pasquale di averci salvati dal colera. D’ora innanzi non ci saranno più arruffapopoli, né oppositori, ora che è morto quel vice-pretore che ha lasciato la lite nel testamento.

— Sì, faremo la festa per quelli che sono morti! — sogghignò Nino.

— E tu che sei vivo per San Rocco forse?

— La volete finire, — saltò su Saridda — che poi ci vorrà un altro colera per far la pace!

### Glossario

- **baldacchino**: copertura di stoffa, sostenuta da bastoni, portata sopra il santo.
- **mortaretti**: piccoli fuochi d’artificio che fanno un grande rumore.
- **torcetti**: grosse candele di cera portate nelle processioni.
- **conciapelli**: chi lavora le pelli degli animali per farne cuoio.
- **quarantore**: preghiera in chiesa che dura quaranta ore, con grande festa religiosa.
- **moccolo**: piccolo pezzo di candela.
- **mozzetta**: piccola mantella di certi preti, segno di onore.
- **carradore**: chi costruisce e ripara i carri.
- **tira i mantici**: qui, guida di nascosto, come chi manda l’aria nell’organo mentre un altro suona.
- **puerpera**: donna che ha appena partorito.
- **salme**: antica misura siciliana, un grande carico.
- **meta**: il prezzo stabilito dalle autorità e annunciato in paese.
- **esca**: materia secca che prende fuoco subito.
- **compagni d’arme**: guardie di campagna della Sicilia.
- **cataletto**: lettino su cui si portano i morti.

## Pentolaccia

Facciamo come se fossimo al cosmorama, quando c’è la festa nel paese: si mette l’occhio al vetro, e si vedono passare uno a uno Garibaldi e Vittorio Emanuele. Perciò adesso viene «Pentolaccia», che è un bell’originale anche lui. Ci fa bella figura fra tanti matti che hanno avuto il giudizio nelle calcagna. Hanno fatto tutto il contrario di quel che suol fare un cristiano che voglia mangiarsi il suo pane in santa pace.

Ora, se si deve fare l’esame di coscienza a tutti quelli che hanno avuto il bel gusto di far parlare di sé, nell’aia, nell’ora delle chiacchiere, dopo colazione. E se si deve fare come fa il fattore il sabato sera, che dice a questo: — Cosa ti viene per le tue giornate? — E a quell’altro: — Tu che hai fatto nella settimana? — Allora non si può lasciare «Pentolaccia» senza dirgli il fatto suo. Un brutto fatto, in verità, perché gli avevano messo quel bel nomignolo per la brutta cosa che sapete.

Già si sa che la gelosia è un difetto che abbiamo tutti, chi più chi meno. Per questo i galletti si strappano le penne fra di loro prima ancora di mettere la cresta, e i muli sparano calci nella stalla. Ma uno può non aver mai avuto questo vizio, e aver sempre chinato il capo in santa pace, che sant’Isidoro ce ne scampi. Allora non si riesce a capire come possa infuriarsi tutt’a un tratto, come un toro nel mese di luglio. E come faccia cose da matto, come uno che non ci veda più dagli occhi per il mal di denti. Perché quelle cose lì sono appunto come i denti: quando spuntano danno un martirio da far perdere la ragione, ma dopo non danno più noia, e servono a masticare il pane. E lui ci masticava così bene che aveva messo pancia, come un galantuomo, e pareva un canonico. Per questo la gente lo chiamava «Pentolaccia»: perché aveva la pentola al fuoco tutti i giorni, dato che gliela manteneva sua moglie Venera con don Liborio.

Aveva voluto sposare la Venera per forza, sebbene lei non avesse né re né regno, e anche lui dovesse contare sulle sue braccia per guadagnarsi il pane. Invano sua madre, poveretta, gli andava dicendo: — Lascia stare la Venera, che non fa per te; porta la mantellina a mezza testa, e fa vedere il piede quando va per la strada. — I vecchi ne sanno più di noi, e bisogna ascoltarli per il nostro meglio.

Ma lui aveva sempre in testa quella scarpetta e quegli occhi ladri che cercavano il marito fuori della mantellina. Perciò se la prese senza voler sentire altro. E la madre uscì di casa dopo trent’anni che c’era stata, perché suocera e nuora insieme ci stanno proprio come due mule selvagge alla stessa mangiatoia. La nuora, con quella sua bocca di miele, tanto disse e tanto fece che la povera vecchia brontolona dovette lasciarle il campo libero, e andarsene a morire in un tugurio. E fra marito e moglie c’era anche una lite ogni volta che si doveva pagare la mesata del tugurio. Il figlio accorse senza fiato, quando sentì che alla vecchietta avevano portato il viatico. Ma non poté ricevere la benedizione, né cavare l’ultima parola di bocca alla moribonda. Lei aveva già le labbra incollate dalla morte e il viso disfatto, nell’angolo della povera casa dove cominciava a farsi scuro. Aveva vivi solamente gli occhi, coi quali pareva che volesse dirgli tante cose. — Eh?... Eh?...

Chi non rispetta i genitori fa il suo malanno e non fa buona fine.

La povera vecchia era morta col rammarico della cattiva riuscita che aveva fatto la moglie di suo figlio. Dio le aveva concesso la grazia di andarsene da questo mondo, portandosi al mondo di là tutto quello che aveva nello stomaco contro la nuora. Lei sapeva che quelle cose avrebbero fatto piangere il cuore al figlio. Appena la nuora era rimasta padrona della casa, con la briglia sul collo, ne aveva fatte tante e poi tante. Tanto che ormai la gente chiamava suo marito solo con quel nomaccio. E quando arrivava a sentirlo anche lui, e si azzardava a lamentarsene con la moglie: — Tu che ci credi? — gli diceva lei. E lui non ci credeva, contento come una pasqua.

Era fatto così, poveretto, e sin qui non faceva male a nessuno. Se gliel’avessero fatta vedere coi suoi occhi, avrebbe detto che non era vero. Forse per la maledizione della madre la Venera gli era cascata dal cuore, e non ci pensava più. O forse era perché stava tutto l’anno in campagna a lavorare, e la vedeva solo il sabato sera. Per questo forse lei si era fatta scortese e poco amorevole col marito, e lui aveva finito di volerle bene. E quando una cosa non ci piace più, ci sembra che non debba importare nemmeno agli altri. Non ci importa più nulla che sia di questo o di quell’altro. Insomma la gelosia non poteva entrargli in testa neanche a ficcarcela col cavicchio. Avrebbe continuato per cent’anni ad andare lui stesso, quando ce lo mandava sua moglie, a chiamare il medico, che era don Liborio.

Don Liborio era anche suo socio. Tenevano una chiusa a mezzadria, e avevano una trentina di pecore in comune. Prendevano insieme dei pascoli in affitto, e don Liborio dava la sua parola in garanzia, quando si andava davanti al notaio. «Pentolaccia» gli portava le prime fave e i primi piselli, gli spaccava la legna per la cucina, gli schiacciava l’uva nel palmento. A lui in cambio non mancava nulla, né il grano nel graticcio, né il vino nella botte, né l’olio nell’orcio. Sua moglie, bianca e rossa come una mela, sfoggiava scarpe nuove e fazzoletti di seta. Don Liborio non si faceva pagare le sue visite, e gli aveva battezzato anche un bambino. Insomma facevano una casa sola. Lui chiamava don Liborio «signor compare». Lavorava con coscienza a far prosperare la società col «signor compare», e su questo a «Pentolaccia» non si poteva dire nulla. Il «signor compare» perciò ci aveva il suo vantaggio anche lui, e così erano contenti tutti, perché alle volte il diavolo non è brutto come si dipinge.

Ora avvenne che questa pace degli angeli si mutò tutt’a un tratto in un casa del diavolo, in un giorno solo, in un momento. Fu quando gli altri contadini che lavoravano nel maggese, mentre chiacchieravano all’ombra, nell’ora di vespero, vennero per caso a leggergli la vita, a lui e a sua moglie. Non si accorsero che «Pentolaccia» si era buttato a dormire dietro la siepe, e nessuno l’aveva visto. Per questo si suol dire «quando mangi chiudi l’uscio, e quando parli guardati d’attorno.»

Stavolta parve proprio che il diavolo andasse a provocare «Pentolaccia» che dormiva. Pareva che gli soffiasse nell’orecchio gli insulti che dicevano di lui, e glieli ficcasse nell’anima con un chiodo. — E quel becco di «Pentolaccia!» — dicevano — che si rosica mezzo don Liborio! e ci mangia e ci beve nel fango, e ci ingrassa come un maiale!

Allora si rizzò come se l’avesse morso un cane arrabbiato, e si mise a correre verso il paese senza vederci più dagli occhi. Tanto che perfino l’erba e i sassi gli sembravano rossi come il sangue. Sulla porta di casa sua incontrò don Liborio, che se ne andava tranquillamente, facendosi vento col cappello di paglia. — Sentite, «signor compare», — gli disse lui — se vi vedo un’altra volta in casa mia, com’è vero Dio! vi faccio la festa!

Don Liborio lo guardò negli occhi, come se parlasse turco, e gli parve che gli avesse dato volta il cervello, con quel caldo. Perché davvero non si poteva immaginare che a «Pentolaccia» saltasse in mente da un momento all’altro di essere geloso. Da tanto tempo aveva chiuso gli occhi, ed era la miglior pasta d’uomo e di marito che ci fosse al mondo.

— Cosa avete oggi, compare? — gli disse.

— Ho, che se vi vedo un’altra volta in casa mia, com’è vero Dio, vi faccio la festa.

Don Liborio si strinse nelle spalle e se ne andò ridendo. Lui entrò in casa tutto sconvolto, e ripeté alla moglie: — Se vedo qui un’altra volta «il signor compare», com’è vero Dio, gli faccio la festa!

Venera si piantò i pugni sui fianchi, e cominciò a rimproverarlo e a dirgli degli insulti. Lui si ostinava a dire sempre di sì col capo, con le spalle alla parete, come un bue che ha la mosca e non vuol sentir ragione. I bambini gridavano al vedere quelle cose insolite. La moglie infine prese la stanga e lo cacciò fuori dell’uscio per levarselo davanti. Gli disse che in casa sua era padrona di fare quello che le pareva e piaceva.

«Pentolaccia» non poteva più lavorare nel maggese. Pensava sempre a una cosa, e aveva una faccia di basilisco che nessuno gli conosceva. Prima che facesse buio, ed era sabato, piantò la zappa nel solco, e se ne andò senza farsi saldare il conto della settimana. Sua moglie se lo vide arrivare senza denari, e per giunta due ore prima del solito. Tornò di nuovo a strapazzarlo, e voleva mandarlo in piazza a comprarle delle acciughe salate, perché si sentiva una spina nella gola. Ma lui non volle andarsene dalla cucina, tenendosi la bambina fra le gambe. La bambina, poveretta, non osava muoversi, e piagnucolava per la paura che il babbo le faceva con quella faccia. Venera quella sera aveva un diavolo per capello, e la gallina nera, appollaiata sulla scala, non finiva di chiocciare, come quando deve accadere una disgrazia.

Don Liborio soleva venire dopo le sue visite, prima d’andare al caffè, a fare la sua partita di tresette. Quella sera Venera diceva che voleva farsi tastare il polso, perché tutto il giorno si era sentita la febbre, per quel male che aveva nella gola. «Pentolaccia», lui, stava zitto, e non si muoveva dal suo posto. Ma si sentì per la stradicciola tranquilla il passo lento del dottore, che se ne veniva adagio adagio, un po’ stanco delle visite. Soffiava per il caldo, e si faceva vento col cappello di paglia. Allora «Pentolaccia» andò a prendere la stanga con la quale sua moglie lo scacciava di casa, quando lui era di troppo, e si appostò dietro l’uscio. Per disgrazia Venera non se ne accorse, perché in quel momento era andata in cucina a mettere una bracciata di legna sotto la caldaia che bolliva. Appena don Liborio mise il piede nella stanza, suo compare levò la stanga. Gli lasciò cadere fra capo e collo un tal colpo, che l’ammazzò come un bue, senza bisogno di medico né di speziale.

Così fu che «Pentolaccia» andò a finire in galera.

### Glossario

- **cosmorama**: spettacolo da fiera: si guardano in una cassetta immagini di paesi lontani.
- **mantellina**: piccolo mantello che copre testa e spalle.
- **tugurio**: casa piccola, povera e sporca.
- **viatico**: la comunione che si porta a chi sta per morire.
- **briglia sul collo**: come un cavallo senza guida: libera di fare ciò che vuole.
- **cavicchio**: piccolo bastone a punta che si pianta nel legno o nella terra.
- **a mezzadria**: con il raccolto diviso a metà tra il padrone e chi lavora la terra.
- **palmento**: vasca dove si schiaccia l’uva.
- **graticcio**: piano di canne intrecciate per tenere il grano.
- **maggese**: campo lasciato a riposo per un anno.
- **leggergli la vita**: parlare male di lui, raccontando tutti i fatti suoi.
- **becco**: marito tradito dalla moglie.
- **vi faccio la festa**: vi ammazzo.
- **stanga**: lungo bastone di legno per chiudere la porta.
- **basilisco**: animale delle leggende che uccide con lo sguardo.

## Il come, il quando, ed il perché

Il signor Polidori e la signora Rinaldi si amavano — o credevano di amarsi — ciò che è precisamente la stessa cosa, alle volte. E in verità, se mai l’amore è di questa terra, essi erano fatti l’uno per l’altro. Polidori si godeva quarantamila lire di entrata, e una pessima reputazione di cattivo soggetto. La signora Rinaldi era una donnina vaporosa e leggiadra, e aveva un marito che lavorava per dieci, per farla vivere come se possedesse quarantamila lire di rendita. Però sul conto di lei non era corsa la più innocente chiacchiera. Eppure tutti gli amici di Polidori erano passati in rivista, col fiore all’occhiello, davanti alla fiera beltà. Finalmente la fiera beltà era caduta — il caso, la fatalità, la volontà di Dio, o quella del diavolo, l’avevano tirata per il lembo della veste.

Quando si dice *cadere* s’intende che aveva lasciato cadere su Polidori quel primo sguardo languido, molle, smarrito. È lo sguardo che fa tremare le ginocchia al serpente in agguato sotto l’albero della seduzione. Le cadute a rotta di collo sono rare, e alle volte fanno scappare il serpente. La signora Rinaldi, prima di scendere da un ramo all’altro, voleva vedere dove metteva i piedi. Faceva mille graziose moine, col pretesto di voler fuggire verso le cime alte. Da circa un mese si era posata sul piccolo ramo della corrispondenza epistolare, piccolo ramo flessibile e pericoloso, agitato da tutte le brezze profumate. Avevano cominciato col pretesto di un libro da chiedere o da restituire, di una data da precisare, o che so io. La bella avrebbe voluto fermarsi un pezzo su quel ramo, a cinguettare graziosamente, perché le donne cinguettano sempre a meraviglia, dondolandosi così fra il cielo e la terra. Polidori, che aveva vuotato il sacco, divenne presto arido, di poche parole, categorico da far disperare. La poveretta chiuse gli occhi e le ali, e si lasciò scivolare un altro po’.

— Non ho letto la vostra lettera, né voglio leggerla! — gli disse incontrandolo all’ultimo ballo della stagione, mentre seguivano la fila delle coppie. — Giacché non volete essere quello che vi avevo immaginato, lasciatemi rimanere quale voglio essere io.

Polidori la fissava serio serio, tirandosi i baffi, ma con la fronte china. Gli altri ballerini, che non avevano nessuna ragione per stare a chiacchierare nel vano della porta, li spingevano verso il salone. La donna arrossì, come se fosse stata sorpresa in un colloquio segreto con lui.

Polidori — il serpente — notò quella vampa fugace. — Sapete che vi obbedirò ad ogni costo, — rispose semplicemente.

La croce di brillanti scintillò sul petto di lei, sollevandosi in trionfo. Tutta la sera la signora Rinaldi ballò come una pazza, passando da un ballerino all’altro, tirandosi dietro uno sciame di adoratori. Aveva gli occhi ebbri di festa, brillanti come le gemme che le formicolavano sul seno ansante. Però a un tratto, trovandosi faccia a faccia con la sua immagine in un grande specchio, si fece seria e non volle ballare più. Rispondeva a tutti che si sentiva stanca, molto stanca, e macchinalmente cercava con gli occhi suo marito. Non c’era nemmeno lui, quell’uomo! Rimase dieci minuti abbandonata sul canapè, senza curarsi che la sua veste si metteva in disordine. In quei dieci minuti le passarono davanti agli occhi strane fantasie, insieme alle coppie che ballavano il valzer. Polidori solo non ballava, né si vedeva più. Che uomo era mai costui? Finalmente lo scorse in fondo a una sala deserta, faccia a faccia con una testa pelata che non doveva aver nulla da dire. Sorrideva come un uomo per cui anche il sorriso sia indifferente. Lei avrebbe preferito sorprenderlo con la più bella signora della festa, in parola d’onore! Polidori non se ne accorse. Si alzò, premuroso come sempre, e le offrì il braccio.

In quel momento, proprio in quel momento, doveva cacciarlesi fra i piedi anche suo marito, che la cercava. Allora, bruscamente, si aggiustò sulla spalla la scollatura della veste con un leggiadro movimento della spalla. Disse piano a Polidori, così piano che il fruscìo della seta coprì quasi il suono della voce:

— Sia pure, domani alle nove, ai Giardini.

Polidori s’inchinò profondamente e la lasciò passare, raggiante e commossa, al braccio del marito.

⁂

Mai un mattino di primavera era sembrato così misteriosamente bello alla signora Rinaldi nella sua villa deliziosa della Brianza. E mai lei l’aveva guardato con occhio più distratto, attraverso il cristallo scintillante del suo *coupé*, come quando la piccola carrozza attraversava rapidamente la piazza Cavour. Il sole riempiva i viali del giardino, caldo e dorato, sull’erba che cominciava a tornare verde; l’azzurro del cielo era profondo. Queste impressioni, a sua insaputa, si riflettevano nei suoi grandi occhi neri. Guardavano lontano, non sapeva lei stessa dove, né che cosa, mentre appoggiava la mano e la fronte pallida alla manopola. Di tanto in tanto un brivido la faceva stringere nelle spalle, un brivido di stanchezza o di freddo.

Appena la carrozza si fermò al cancello, lei si scosse e si tirò indietro vivamente, come se suo marito si fosse affacciato all’improvviso allo sportello. Esitò un poco prima di scendere, con la mano sulla maniglia, pensando vagamente a quell’aspetto nuovo sotto cui le si presentava alla mente suo marito. Poi mise il piede a terra e si calò il velo sul viso. Era un velo fitto, nero, tempestato di puntini, attraverso il quale gli occhi acquistavano qualcosa di febbrile, e i lineamenti una rigidità di fantasma. La carrozza si allontanò al passo, senza far rumore, da carrozza discreta e ben educata.

Il giardino sembrava svegliato anch’esso prima dell’ora, e tutto sorpreso di cominciare la sua giornata così presto. Degli uomini in maniche di camicia lo lavavano, lo pettinavano, gli facevano la sua toeletta del mattino. Le poche persone che si incontravano avevano l’aria di trovarsi là a quell’ora per la prima volta, e anche loro per ordine del medico. Osavano interrogare il velo della passeggiatrice del mattino, e indovinare il profumo del fazzoletto nascosto nel manicotto che lei si premeva con forza sul petto. Un vecchio che si trascinava lentamente, cercando il sole di marzo, si fermò a guardarla dopo che fu passata. Si appoggiò al bastone poco sicuro e scosse tristemente il capo.

La signora Rinaldi si fermò sulla sponda del laghetto, lanciando a destra e a sinistra un’occhiata guardinga, cercando qualche cosa o qualcuno. Il mormorio fresco dell’acqua e lo stormire lieve lieve degli ippocastani la isolavano completamente. Allora sollevò un poco il velo, e tirò fuori dal guanto un bigliettino meno grande di una carta da giuoco. Per due o tre minuti l’acqua continuò a scorrere, e le foglie a stormire per conto loro. La donna aveva gli occhi assorti, avidi, umidi di sogni.

Tutt’a un tratto un passo svelto le fece alzare il capo. Il sangue le bruciò sulle guance, come se gli occhi ardenti del nuovo arrivato le avessero sfiorato il viso con un bacio. Polidori stava per portare la mano al cappello, quando lei fermò il suo gesto con uno sguardo impercettibile, e gli passò vicino senza fissarlo.

Camminava a capo chino, ascoltando lo stridere della sabbia sotto i suoi stivaletti, senza guardare davanti a sé. Di tanto in tanto si metteva il fazzoletto alla bocca per riprendere fiato, come se il suo cuore divorasse avidamente tutta l’aria che la circondava. L’onda lenta del ruscello l’accompagnava quieta, borbottando sottovoce, addormentando le sue ultime paure. L’ombra dei cedri e il silenzio del viale deserto la penetravano vagamente, con sottile voluttà.

Quando si fermò davanti alla gabbia del leopardo il petto le scoppiava e le ginocchia le tremavano forte, perché accanto a lei si era fermato anche Polidori. Guardava attentamente il superbo animale, con la curiosità che avrebbe mostrato un contadino capitato per caso da quelle parti, e le disse piano: — Grazie!

Lei non rispose, si fece rossa, e strinse con forza le sbarre della gabbia a cui appoggiava la fronte. Quella sensazione le faceva bene sulla pelle della mano senza guanto. Chi avrebbe potuto immaginare che quella semplice parola, scambiata di nascosto, in fondo a quel deserto, dovesse vibrare tanto deliziosamente! No! davvero! C’era da perderci la testa! Si sentiva avvampare fino alla nuca, e lui, ritto dietro le sue spalle, poteva vederla arrossire. Un’onda di parole sconnesse e tumultuose le montava alla testa, la ubriacava. Parlava del ballo, dove si era divertita assai, e di suo marito, che era partito all’alba, quando lei non aveva ancora chiuso gli occhi. — Però non sono stanca! quest’aria fresca fa bene, tanto bene! ci si sente rinascere, non è vero?

— Sì! è vero! — rispose Polidori guardandola fisso negli occhi; ma lei non osava alzarli da terra.

— Quando sarò in Brianza voglio alzarmi col sole tutti i giorni. In città facciamo una vita impossibile. Però voi altri signori dovete preferirla.

Parlava in fretta, con voce un po’ troppo alta e squillante, sorridendo spesso, a caso. Gli era grata, senza saperlo, perché lui non osava interromperla, non osava mescolare la sua voce a quella di lei. Finalmente Polidori le disse: — Ma perché non avete voluto ricevermi a casa vostra?

Lei gli piantò gli occhi in viso per la prima volta da quando erano lì, sorpresa, dolorosamente sorpresa. Finora, in tutto quello che avevano fatto, in tutto quello che avevano detto, il male c’era stato solo vagamente, come in una nube, nella loro intenzione. C’era stato con una squisita delicatezza, che i suoi sensi finissimi assaporavano deliziosamente. Così il leopardo sdraiato ai loro piedi si godeva il raggio caldo del sole, socchiudendo la larga pupilla dorata, con quello stesso inconscio e voluttuoso stiramento di membra. Richiamata così bruscamente alla realtà, stringeva le mani e le labbra con un’espressione dolorosa. Gli occhi quasi le si velarono, seguendo nello spazio l’incantesimo che si era rotto, e gli fissò in volto quegli occhi stralunati. Tutta l’esperienza che possedeva Polidori non seppe fargli leggere quello che vi si scorgeva. — Ah! — disse poi con voce mutata — sarebbe stato più prudente!...

— Siete crudele! — mormorò Polidori.

— No! — rispose lei sollevando il capo, un po’ rossa, ma con accento fermo. — Non sono come tutte le altre signore, non sono prudente!... quando mi romperò il collo, vorrò godermi l’orrore del precipizio sotto di me! Tanto peggio per voi se non capite.

Allora lui le afferrò la mano per forza, divorando tutta la sua bellezza palpitante con uno sguardo assetato, e balbettò:

— Volete?... volete?...

Lei non rispose, e fece uno sforzo per ritirare la mano.

Polidori implorava la sua grazia con parole concitate, deliranti. Le ripeteva una domanda, una preghiera, sempre la stessa, con diverse inflessioni di voce che andavano a cercare la donna nelle fibre più intime del suo essere. Lei ne sentiva la vampa. Le sembrava di esserne avvolta e divorata, vinta da un languore mortale e delizioso. Cercava di liberarsi, pallida, smarrita, con le labbra convulse, spiando il viale di qua e di là con occhi pazzi di terrore. Si contorceva sotto quella stretta possente, e faceva forza con tutte e due le mani febbrili per strapparsi da quell’altra mano, che sentiva ardere sotto il guanto.

Infine, vinta, fuori di sé, balbettò:

— Sì! sì! sì! — e fuggì davanti a qualcuno di cui si sentiva avvicinarsi il passo.

Uscendo dal giardino era così sconvolta che stette per buttarsi sotto i cavalli di una carrozza. Aveva avuto un appuntamento! Quello era stato un appuntamento! E ripeteva macchinalmente, balbettando: — È questo! è questo! Si sentiva tutta piena ed ebbra di quella parola, e le sue labbra smorte si muovevano senza mandare alcun suono, assaporando vagamente la colpa.

Andò barcollando fino alla prima carrozza che incontrò, e si fece condurre dalla sua Erminia, quasi in cerca di aiuto. La sua amica, vedendosela comparire davanti con quel viso, le corse incontro fin sulla porta del salotto. — Che hai?

— Nulla! nulla!

— Come sei bella! Cos’hai?

Lei, invece di rispondere, le saltò al collo e le diede due baci pazzi.

La signora Erminia era abituata alle sfuriate d’amicizia della sua Maria. Si misero a guardare insieme le fotografie che avevano viste cento volte, e i fiori che erano da un mese sul terrazzino.

In quel momento, per combinazione, passava Polidori nel *phaeton* del suo amico Guidetti, col sigaro in bocca. Salutò la signora Erminia come avrebbe potuto salutare Maria, se l’avesse vista rincantucciata fra gli arbusti, con le mani premute sul petto che voleva scoppiarle. Era una cosa da nulla; ma uno di quei nonnulla che penetrano in tutto l’essere di una donna come la punta di un ago. Allora, tornando a casa, la signora Rinaldi scrisse a Polidori una lunga lettera, calma e dignitosa. Lo pregava di rinunciare a quell’appuntamento, di cui le aveva strappato la promessa in un momento di aberrazione. Era un momento che ricordava ancora con confusione e rossore, per sua punizione. C’era tanta sincerità nella contraddizione dei suoi sentimenti, che quell’istante di abbandono, dopo un’ora, sembrava infinitamente lontano. Se qualcosa di vivo vibrava ancora fra le righe della lettera, era solo il rimpianto di sogni che si dileguavano così bruscamente. Faceva appello all’onore e alla delicatezza di lui, perché le facesse dimenticare il suo errore e le lasciasse la stima di sé stessa.

Polidori quasi si aspettava quella lettera: la signora Rinaldi era troppo inesperta per non pentirsi dieci volte, prima di aver motivo di pentirsi davvero. Lui fece una cosa che gli provò come quella donnina inesperta avesse risvegliato in lui un sentimento schietto e forte, con tutta la freschezza delle prime impressioni. Le rimandò la lettera, accompagnata da questa breve risposta:

«Vi amo con tutto il rispetto e la tenerezza che deve ispirare la vostra innocenza. Vi rimando la lettera che mi avete scritto, perché non sarei degno di conservarla, e non oserei distruggerla. Ma l’imprudenza che avete commesso scrivendo una tale lettera è la prova migliore della stima in cui deve tenervi ogni uomo di cuore.»

— Mio marito! — esclamava Maria con una strana intonazione di voce. — Ma mio marito è felicissimo! La rendita sale e scende per fargli piacere, i bachi sono andati bene, le commissioni piovono da ogni parte. C’è un cinquanta per cento di utili — netti!

Erminia la stava a guardare a bocca aperta.

— Senti, bambina, tu hai la febbre. Versiamoci del tè.

Due giorni dopo, per guarire della febbre che le aveva trovato la sua Erminia, le disse:

— Andrò in Brianza con Rinaldi. L’aria, l’ossigeno, la quiete, il canto degli usignoli, la famiglia... Che peccato non avere dei bambini da cullare!

⁂

Là, sotto gli alberi folti, di fronte ai larghi orizzonti, sentiva una strana irritazione contro quella pace che la invadeva lentamente, suo malgrado, dal di fuori. Andava spesso sulle balze pittoresche verso il tramonto, a sciuparsi gli stivaletti, e a montarsi la testa di proposito con sentimenti presi a prestito dai romanzi. Polidori aveva avuto il buon gusto di eclissarsi con garbo, restando a Milano. Non aveva fatto nulla di teatrale e di convenzionale, come uno che sa mettere della cortesia anche nel farsi dimenticare. Lei non avrebbe saputo dire se pensasse ancora a lui. Ma provava delle aspirazioni indefinite, che nella solitudine le tenevano compagnia. La avvolgevano mollemente e tenacemente in quell’inerzia pericolosa, e parlavano per lei nel silenzio solenne che la circondava e l’annoiava. Si sfogava scrivendo lunghe lettere alla sua amica. Le vantava le delizie ignorate della campagna, il suono dell’avemaria fra le valli, il sorgere del sole sui monti. Le faceva il conto delle uova che raccoglieva la castalda, e del vino che si sarebbe imbottigliato quell’anno.

— Parlami un po’ di più dei tuoi libri e delle tue corse a cavallo, — rispondeva Erminia. — Di’ a tuo marito che non ti lasci andare al pollaio, o che ci venga anche lui.

E un bel giorno, dopo un certo silenzio, si mise in viaggio, un po’ inquieta, e andò a trovare la sua Maria.

— T’ho fatto paura? — le disse questa. — M’hai creduto un’anima desolata sulla via dell’annientamento?

— No. T’ho creduto una che si annoia. Qui è una vera Tebaide: non c’è che da darsi a Dio o al diavolo. Vieni con me a Villa d’Este. Voi mi permettete che ve la rubi, non è vero, Rinaldi?

— Ma io desidero che lei si diverta e sia allegra.

A Villa d’Este c’era davvero da stare allegri: musica, balli, regate, corse sui vaporetti, escursioni nei dintorni, un mondo di gente, bellissime toelette, e Polidori, che era l’anima di tutti i divertimenti.

La signora Rinaldi non sapeva che ci fosse anche lui. E Polidori, se avesse potuto prevedere la sua venuta, le avrebbe reso il servizio di non farsi trovare a Villa d’Este. Ma ormai aveva accettato un certo incarico nell’organizzare le regate, e non poteva muoversi senza dare nell’occhio prima che le regate avessero avuto luogo. Fece capire tutto ciò alla signora Rinaldi, brevemente e delicatamente, la prima volta che si incontrarono nel salone. In un certo senso le fece delle scuse velate, scivolando sul passato con disinvoltura. Maria, superato quel primo istante di turbamento, si era sentita non solo rinfrancata. Ma, per una strana reazione, il contegno riservato di lui le metteva in corpo degli accessi matti d’ironia. Lui diceva che sarebbe partito subito dopo le regate, perché aveva promesso di trovarsi con alcuni amici in Piemonte, per una gran caccia. E davvero gli dispiaceva lasciare tante belle signore a Villa d’Este.

— Davvero? — domandò la signora Rinaldi con un certo risolino. — Chi le piace dippiù?

— Ma... tutte, — rispose tranquillamente Polidori — la sua amica Erminia per esempio.

Proprio! Lei non ci aveva mai pensato: la sua amica Erminia doveva far girare la testa ai signori uomini più di ogni altra. Aveva il suo visino piccante e il suo spirito di diavolessa. Era così noncurante degli omaggi, ai quali era abituata naturalmente — e marchesa per giunta. Era una di quelle marchese che portano la corona così fieramente, che ogni mortale sarebbe lietissimo di farsi accoppare per coglierle un fiore.

Con la sua Erminia erano sempre insieme, sul lago, sul monte, nel salone, sotto gli alberi. Adesso la osservava come se la vedesse per la prima volta. La studiava, la imitava e qualche volta le invidiava anche dei nonnulla. Senza volerlo, aveva scoperto che la sua Erminia, con tutte le sue arie da regina, era un tantino civetta. Era di quella civetteria che non impegna a nulla, ma contro la quale tutti gli uomini vanno a rompersi il naso. Era un affar serio! Non si poteva fare un passo senza trovarsi fra i piedi Polidori, il bel Polidori, corteggiato come un re da tutte quelle signore. Lui, senza aver l’aria di accorgersene, comprometteva orribilmente Erminia. Il peggio era che non se ne accorgeva neppure lei, e che non tutti accettavano a occhi chiusi le risate che lei ne faceva. La signora Rinaldi pensava che, se non fosse stato un tasto tanto delicato, l’avrebbe fatto suonare all’orecchio della sua amica. Le avrebbe fatto osservare che suono falso rendeva.

Perciò si sforzava di non farle vedere nemmeno la pena che tutto quell’armeggio le dava, per il bene che voleva a Erminia, beninteso. Di Polidori le importava poco: era un uomo e faceva il suo mestiere, ormai!... e poi era di quelli che sanno consolarsi. Ma Erminia aveva tutto da perdere a quel gioco, con un marito come il suo, che le voleva bene, ed era proprio un marito ideale. Che talismano possedeva dunque quel Polidori, per eclissare un uomo come il marchese Gandolfi nel cuore di una donna bella, intelligente e corteggiata come Erminia? Certe cose non si sanno spiegare.

Per nulla al mondo avrebbe voluto che anima viva si accorgesse di quel che succedeva. Avrebbe voluto chiudere gli occhi a tutti gli altri, come li chiudeva lei; ma francamente, c’era da perdere la pazienza.

— Mia cara, io non mi raccapezzo più, — le diceva Erminia ridendo, tranquilla, come se non si trattasse di lei. — Cos’hai? Alle volte mi sembra di averti fatto qualcosa di grosso a mia insaputa!

Oibò! quella povera Erminia come s’ingannava!... non le aveva fatto altro che la pena di vederla impaniarsi spensieratamente in quel pasticcio. Anzi, di vederla lasciarsi impaniare, perché quel Polidori sembrava impastarlo e rimpastarlo a suo piacere, con un’abilità diabolica. Doveva averne fatte molte di grosse, quell’uomo, per aver acquistato quella maestria; era proprio un pessimo soggetto!

— Cara Maria! — le disse Erminia un bel giorno, con un bel bacione. — Mi sembra che quel Polidori ti trotti un po’ più del dovere per la testa. Guardati! è un individuo pericoloso, per una bambina come te!

— Io? — rispose lei stupefatta. — Io?.... — e non sapeva trovare altre parole sotto quegli occhioni acuti di Erminia.

— Tanto meglio! tanto meglio! M’hai fatto una gran paura! tanto meglio!

— Per una bambina, — pensava Maria — non mi usa molti riguardi, la mia Erminia! Certe cose cavano gli occhi!

La signora Rinaldi era spietata con i corteggiatori eleganti, con gli innamorati a ora fissa, nella passeggiata del parco o nelle serate di musica. Lo era anche con i conquistatori in guanti di Svezia. Una volta che Polidori si permise qualche osservazione rispettosa in propria difesa, lei gli lanciò in faccia uno scoppio di risa squillanti.

— Oh! oh!

Lui parve impallidire, finalmente! Poiché le altre signore ronzavano sempre attorno a Polidori come api — la colpa era di quelle signore, che lo guastavano — lei aggiunse:

— Non vi fate notare, ne sarei desolata.

— Per chi?

— Per voi, per me... e per gli altri — per tutto il mondo.

Questa volta lui non si lasciò sconcertare dal sarcasmo, e rispose con calma:

— Non mi preme che di voi.

Lei avrebbe voluto colpirlo in viso con un altro getto di quella ilarità spietata e mordente. Ma il riso le morì sulle labbra, davanti all’espressione che quelle due parole davano a tutto il volto di lui.

— Potete insultarmi, — rispose lui — ma non avete il diritto di dubitare del sentimento che avete messo nel mio cuore.

Maria chinò il capo, vinta.

— Non ho rispettato ciecamente la vostra volontà, qualunque sia stata? Vi ho chiesto una spiegazione? Non ho prevenuto il vostro desiderio? E non sono riuscito a far finta di aver dimenticato quello che nessun uomo al mondo potrebbe dimenticare... da voi?... E se ho sofferto, per questo, c’è qualcuno al mondo che mi abbia visto soffrire?

Parlava con voce calma, con l’atteggiamento tranquillo che dava a quelle parole pacate un’eloquenza irresistibile.

— Voi!... — balbettò Maria.

— Io! — ribatté Polidori — che vi amo ancora, e che non ve lo avrei mai detto.

Lei, che si era fermata per strappare le foglie degli arbusti, fece due o tre passi per allontanarsi da lui, povera bambina! Polidori non ne fece uno solo per seguirla.

La signora Rinaldi era diventata a un tratto malinconica e fantastica. Stava lunghe ore col libro aperto alla stessa pagina, con le dita vaganti sulla tastiera del pianoforte, col ricamo abbandonato sulle ginocchia. Contemplava l’acqua, i monti e le stelle. Lo specchio del lago rifletteva tutte le sfumature dei suoi pensieri più indefiniti. Provava una squisita voluttà a sentirseli ripercuotere dentro di sé, intenta, assorta. Perciò sfuggiva alle allegre compagnie e preferiva errare in barchetta sul lago, sola. Ci andava quando i monti vi stendevano larghe ombre verdi, o quando i remi luccicavano nelle tenebre come spade d’acciaio. Ci andava anche quando il tramonto vi spirava tristamente con vaghe strisce amaranto. Metteva la tenda fra sé e i barcaioli, e coricata sui cuscini godeva a sentirsi cullata sull’abisso. Quasi vi si immergeva, tuffando la mano nell’acqua, e si sentiva prendere tutta la persona da un brivido misterioso. Le piaceva sprofondare lo sguardo nel buio infinito, al di là delle stelle. Le piaceva fantasticare su quel che doveva rischiarare qualche lumicino lontano, che tremolava nel buio sul fianco dei monti. Cercava i viali erbosi, i misteriosi silenzi del boschetto, o lo spettacolo del lago nelle ore in cui il sole vi splendeva come su uno specchio. Cercava anche le ore in cui tutte le finestre dell’albergo stavano ancora chiuse, la rugiada luccicava sull’erba del prato, e le ombre erano folte sotto gli alberi giganteschi. Allora lo scricchiolare della sabbia sotto i suoi passi le sussurrava all’orecchio misteriose fantasticherie. Spesso andava a leggere o a passeggiare sulla sponda del laghetto, nei viali remoti dei *Campi Elisi*. Ci andava quando la luna si posava dolcemente sul lago e le accarezzava le mani bianche. O quando le finestre del salone stampavano nel buio del viale larghi quadrati di luce fredda. Allora la musica del salone faceva vagare arcane fantasie sotto le grandi ombre silenziose e addormentate.

Al di là di quelle ombre misteriose, dietro quei vetri scintillanti, il movimento della festa si attenuava, si velava. Acquistava una fusione di colori, di linee e di suoni che lo rendeva affascinante, qualcosa fra il baccanale e la danza degli spiriti alati. Allora, respirando la vertigine, rimaneva lì, con la fronte sui vetri, con un formicolìo leggero alla radice dei capelli.

Una sera, tutt’a un tratto, la si vide comparire in mezzo al ballo come una visione affascinante, più pallida e più bella che mai. Aveva qualcosa che nessuno le aveva mai visto sulla bocca e negli occhi. La folla si apriva commossa davanti a lei, ed Erminia andò ad abbracciarla. Uno sciame di eleganti giovanotti le fece ressa attorno per strapparle la promessa di un giro di valzer o di una contraddanza. Lei si fermò un istante con quello stesso sorriso sulle labbra, e quegli occhi splendenti come le lucciole del viale, cercando intorno. Quando scorse Polidori, gli buttò il fazzoletto.

— Dio salvi la regina! — esclamò Polidori piegando un ginocchio.

— Ti rubo il tuo ballerino, sai, — disse Maria tutta festante alla sua Erminia. — Ho una voglia matta di fare un bel giro di *valzer* anch’io.

Polidori era uno di quei ballerini che le signore si disputano coi sorrisi e a colpi di ventaglio sulle dita — quando il sorriso ha fatto troppo effetto. Possedeva la forza e la grazia, lo slancio e la mollezza. Nessuno sapeva rapirvi come lui verso le sfere spumanti d’ebbrezza color di rosa, con un colpo di garretto, posandovi sul braccio destro come su un cuscino di velluto. Dicevano che lui solo possedesse quell’intelligenza squisita dello Strauss, che vi fa perdere il fiato e la testa. Sapeva mettere nel braccio, nei muscoli, in tutta la persona, la foga, l’abbandono, l’estasi. — Non voglio che balliate più! — Non voglio che balliate con altre — gli disse Maria fermandosi ansante, con le guance rosse, con gli occhi un po’ velati. E fu tutto per quella sera.

Ah! come era trionfante, e come il cuore le ballava nel petto, mentre quel cavaliere invidiato l’accompagnava fra la folla ammirata! E mentre si avvolgeva stretta nella sciarpetta nera in mezzo al viale! Là i rumori della festa si perdevano, e le fantasticherie sorgevano, vaghe, senza forma, ma ancora assetate. Pareva di essere in preda a un sogno delizioso, quando al *valzer* successe un notturno di Mendelssohn. Quel notturno le passava anch’esso fra i capelli e sulla fronte, e fra le spalle, come una mano di velluto fresca e profumata. A un tratto una figura nera si mise davanti alla luce delle finestre che cadeva sul viale. Il suo sogno le sorgeva improvviso davanti come un’ombra. Lei si alzò di scatto, spaventata, in tumulto, dicendo a fatica qualche parola spezzata che voleva dire no! no! no! Andò a rifugiarsi nel salone, in mezzo al rumore e alla luce. La luce le faceva stringere gli occhi accecati, e il rumore la stordiva gradevolmente, la lasciava intontita e sorridente, un po’ rigida e pensosa. Erminia l’accarezzava come se fosse un ninnolo grazioso. Quelle signore dicevano in coro che era proprio carina, così circondata dai più eleganti cacciatori di avventure, con le spalle al muro, come una cerbiatta stretta contro la roccia. Si sarebbe detto che le tremasse negli occhi la lacrima della sconfitta.

Polidori fu tra gli ultimi ad assalirla, da cacciatore che la sorte aveva destinato al colpo di grazia. E sembrava mosso a pietà della vittima. Perché le parlava con un viso serissimo della pioggia e del bel tempo, e si limitava a farle il suo briciolo di corte. Le domandava con grande interesse cose indifferentissime. Aveva fatto la sua gita in barca? Il giorno dopo sarebbe andata alla sua solita passeggiata mattutina verso i *Campi Elisi*? Lei lo guardò negli occhi senza mai rispondere. Lui non insistette oltre.

Erminia si era messa al piano, e tutti stavano attenti ad ascoltarla. Maria aveva occhi solo per lei, anche quando li fissava vagamente nelle fantasie dell’ignoto, perché era lei che le evocava quelle fantasie e l’affascinava con esse. La sala intera, splendida e calda, fremeva di armonia. Erano di quei fatali momenti in cui il cuore si dilata con violenza dentro il petto e vince la ragione.

Maria rabbrividiva dalla testa ai piedi, accasciata nella poltrona, con la fronte nella mano. Polidori le sussurrava sul capo parole ardenti, che facevano fremere come cosa viva i ricci dei capelli sulla nuca bianca. La poveretta non vedeva più nulla, né la sala splendente, né la folla commossa, né gli occhi lucenti e penetranti di Erminia. Si abbandonò a quel che credeva il suo destino, senza forza, con l’occhio vitreo, come una morente.

— Sì! sì! — mormorò con un soffio.

Polidori si allontanò pian piano, per lasciarla riprendere, e andò a fumare la sua sigaretta nella sala del biliardo.

La brezza del lago fece vacillare tutta la notte le fiammelle dei candelabri posti sul suo caminetto. Lei si guardava nello specchio per ore intere, senza vedersi, con occhi fissi, arsi dalla febbre.

⁂

Il signor Polidori passeggiava da un pezzo per il viale deserto, in un’ora del mattino che gli ricordava un convegno di caccia. Il paesaggio incantevole gli serviva soltanto per sprofondarvi lunghe occhiate impazienti. Di tanto in tanto si fermava in ascolto, e alzava il capo proprio come un levriere. Finalmente si sentì un passo leggero e timido di selvaggina elegante. Maria arrivava. Appena scorse Polidori, sebbene sapesse di trovarlo là, si fermò all’improvviso, sgomenta, immobile come una statua. Il suo fine profilo arabo sembrava tagliare il velo fitto. Polidori, a capo scoperto, si inchinò profondamente, senza osare di toccarle la mano, né di rivolgerle una sola parola.

Lei, ansante, turbata, sentiva per istinto quanto fosse imbarazzante il silenzio. — Sono stanca! — mormorò con voce rotta. L’emozione la soffocava.

Così dicendo continuò ad avanzare per il viale che saliva serpeggiando per il fianco del monte. Lui le andava accanto, senza parlare, e tutti e due erano vinti da una forte commozione. Così arrivarono a una specie di monumento funerario. Maria si fermò a un tratto, appoggiando le spalle alla roccia, col viso fra le mani. Infine scoppiò in lacrime. Allora lui le prese le mani, e vi appoggiò lievemente le labbra, come uno schiavo. Quando sentì finalmente che il tremito di quelle povere manine si andava calmando, le disse piano, ma con un’intonazione ineffabile di tenerezza:

— Dunque vi faccio paura?

— Voi non mi disprezzate ora? — disse Maria. — Non è vero?

Lui giunse le mani, in un’espressione ardente di passione, ed esclamò:

— Io? Disprezzarvi io?

Maria sollevò il viso disfatto e lo fissò con occhi sbarrati. Con le lacrime ancora sul viso, mormorava confusamente parole insensate: — È la prima volta!... ve lo giuro! — Ve lo giuro, signore!...

— Oh! — esclamò Polidori con impeto. — Perché mi dite questo? a me che vi amo? che vi amo tanto!

Quelle parole vibravano come cosa viva dentro di lei. Un istante se le premette forte con le mani dentro il petto, chiudendo gli occhi. Ma subito le avvamparono in viso, come se avessero compiuto in un lampo tutta la circolazione del suo sangue, e le avessero arso tutte le vene. — No! no! — ripeteva. — Ho fatto male, ho fatto assai male! sono stata una stordita. Credetemi, signore! Non sono colpevole; sono stata una stordita; sono davvero una bimba, lo dicono tutti, lo dicono anche le mie amiche. — La poverina cercava di sorridere, guardando di qua e di là stralunata. — Ho bisogno che non mi disprezziate!

— Maria! — esclamò Polidori.

Lei trasalì e si tirò indietro bruscamente, spaventata dal sentire il suo nome. Polidori, chino davanti a lei, umile, tenero, innamorato, le diceva:

— Come siete bella! e come è bella la vita che ha di questi momenti!

Maria si passava le mani sugli occhi e nei capelli, confusa, smarrita, si accasciava su sé stessa, e ripeteva quasi macchinalmente: — Se sapeste che affare grosso è stato attraversare il viale, quel viale che ho fatto tutti i giorni. Non avrei mai creduto che potesse essere così! Davvero! non credevo! — E sorrideva per farsi coraggio, senza osare di guardarlo, abbandonata contro il sasso che le faceva da spalliera. Si tirava i guanti sulle braccia, ancora leggermente convulse. Continuava a chiacchierare come il bambino che canta di notte per le strade per farsi coraggio. — Sono stata disgraziata! sì, confesso che sono un cervellino strano! Ho delle pazze tendenze per quel mondo che forse non è altro che un sogno, un sogno di gente malata, sia pure! Alle volte mi pare di soffocare fra tanta ragione in cui viviamo. Sento il bisogno d’aria, di andarla a respirare in alto, dove è più pura e azzurra. Non è colpa mia se non mi persuado di essere matta, se non mi rassegno alla vita com’è, se non capisco gli interessi che preoccupano gli altri. No! non ne ho colpa. Ho fatto il possibile. Sono in ritardo di parecchi secoli. Avrei dovuto venire al mondo al tempo dei cavalieri erranti. — Il suo leggiadro sorriso aveva una malinconica dolcezza, e si abbandonava senza accorgersene all’incanto che contribuiva a crearsi lei stessa. — Beato voi che potete vivere a modo vostro!

— Io vorrei vivere ai vostri piedi.

— Tutta la vita? — domandò lei ridendo.

— Tutta la vita.

— Badate che vi stanchereste, — gli rispose gaiamente. — Voi dovrete stancarvi spesso! — ripeté Maria con uno sguardo che cercava di rendere ardito e sicuro.

Polidori la trovava deliziosa nel suo imbarazzo — soltanto quell’imbarazzo si prolungava troppo.

Prima di venire a quell’appuntamento, nell’istante supremo di varcare la porta, Maria aveva provato tutte le pungenti emozioni. Erano quelle che danno la curiosità dell’ignoto, l’attrattiva del male, il fascino dello sgomento. Lo sgomento le serpeggiava nelle vene con brividi arcani e irresistibili. C’era in lei una tale confusione di sentimenti e di idee, di impulsi e di terrore, che l’aveva spinta a precipitarsi nell’ignoto suo malgrado. Era andata in una specie di sonnambulismo, senza sapere precisamente cosa andasse a fare. Se Polidori le avesse teso le braccia al primo vederla, probabilmente lei si sarebbe spaccata la testa contro la rupe alla quale adesso si appoggiava mollemente, con abbandono. Ora, incoraggiata dal vedersi ai piedi quell’uomo conteso e invidiato, provava una deliziosa sensazione al contatto di quel muschio vellutato che le accarezzava le spalle. Così le parole che lui le diceva, tenere e ferventi, le accarezzavano dolcemente l’orecchio, e se ne sentiva invadere mollemente, come da un delizioso languore. Lui era così gentile, così rispettoso e così buono! Non osava toccarle la punta delle dita. Si contentava di sfiorarla dolcemente col soffio ardente di quella passione che lo teneva prostrato davanti a lei, come davanti a un idolo. Tutto ciò era senza ombra di male, e carino, carino. A poco a poco Polidori le aveva preso la mano, e lei senza accorgersene gliela aveva abbandonata. Anche lui era sinceramente e fortemente commosso in quel momento, e cercava gli occhi di lei con occhi assetati ed ebbri. Lei, senza vederli, ne sentiva la fiamma, non osava alzare i suoi, e il riso le moriva sulle labbra. Non aveva la forza di ritirare le mani, a ogni nuovo tentativo che faceva. Pareva che il suono di quelle parole le addormentasse vagamente l’anima e la coscienza in un sonno dolcissimo, e la facesse entrare in un’estasi angosciosa. Polidori non poteva saziarsi di ammirarla in quell’atteggiamento, abbandonata su sé stessa, con le braccia inerti, la fronte china e il petto ansante. Infine esclamò con uno slancio di passione, tendendo le braccia convulse:

— Come siete bella, Maria, e come vi amo!

Lei si rizzò di colpo, seria e rigida, come se sentisse dirselo per la prima volta.

— Voi lo sapete che vi amo tanto! da tanto tempo! — ripeteva lui.

Lei non rispondeva. Curvava all’indietro tutta la persona, a testa bassa, in atteggiamento sospettoso, con le sopracciglia aggrottate e le labbra pallide e serrate. Agitava macchinalmente le mani, come se cercasse di farsene schermo contro qualche cosa. A un tratto, alzando gli occhi sul viso sconvolto di lui, incontrò quegli occhi e mise uno strido soffocato. Si ritrasse fino all’ingresso di quella specie di monumento sepolcrale, bianca di terrore. Si difendeva con le braccia tese da quella passione che l’atterriva, ora che vedeva cosa fosse, ora che la guardava in faccia per la prima volta. Balbettava:

— Signore!.... signore!....

Lui ripeteva fuori di sé, supplichevole, in un’implorazione affascinante di delirio e d’amore:

— Maria! Maria!....

— No! — ripeteva lei smarrita — no!....

Polidori si fermò di colpo, e si passò due o tre volte la mano sulla fronte e sugli occhi, con un gesto disperato. Poi le disse con voce rauca:

— Voi non mi avete mai amato, Maria!

— No! no! lasciatemi andare! — ripeteva lei, quando Polidori si era già allontanato. — Signore!.... signore!....

Polidori subiva suo malgrado la forte commozione di quell’istante, ed era tutto tremante anche lui, come quella povera ingenua.

— Sentite, abbiamo fatto male! — ripeteva lei con voce convulsa. — Abbiamo avuto torto.... ve lo giuro, ve lo giuro.... Abbiamo fatto male.... — e si sentiva venir meno.

In quel punto, all’improvviso, si sentì rumore fra le piante, e il passo di chi sopraggiungeva si fermò poco lontano, come esitante.

— Maria! — chiamò una voce talmente alterata che nessuno di loro due la riconobbe. — Maria!

Polidori, ridiventato da un momento all’altro l’uomo di prima, prese vivamente Maria per un braccio e la spinse verso il viale da dove era venuta la voce. In un lampo scomparve fra gli andirivieni del sepolcreto. Maria, arrivando nel viale, si trovò faccia a faccia con Erminia, pallida anche lei. Erminia cercava a fatica di nascondere il suo turbamento, e voleva spiegarle qualche cosa, dandosi un’aria indifferente. Maria le piantò in viso certi occhi che avevano una strana espressione.

— Che vuoi? — le chiese soltanto, con voce sorda, dopo alcuni istanti di un silenzio che sembrò eterno.

— Oh! Maria!.... — rispose Erminia, buttandole le braccia al collo.

E fu tutto. Tornarono indietro l’una al fianco dell’altra, senza aprire bocca, a capo chino. Quando furono in vista dell’albergo, sentirono tutte e due insieme di dover assumere un contegno. — Lucia mi aveva detto che eri scesa in giardino, — disse Erminia. — Questo mi ha fatto venire il desiderio di fare una passeggiata mattutina anch’io, col pretesto di venire in cerca di te.

— Grazie, — rispose Maria semplicemente.

— Però comincia a essere troppo tardi per passeggiare. Il sole è già caldo.

Maria infatti aveva preso un colpo di sole che l’aveva abbagliata e stordita. Era rimasta come scossa e turbata in tutto il suo essere. Alle volte macchinalmente si stringeva le mani, come per riconoscersi, o per cercarvi qualche cosa, un’impronta del passato, e chiudeva gli occhi. Quando incontrava degli sguardi curiosi, e tutti le sembravano curiosi, oppure quelli della sua amica, avvampava in viso. Stava rincantucciata nel suo appartamento il più che poteva, e perciò molti credevano che fosse partita. La sola vista di Erminia le faceva corrugare la fronte, e dava un non so che di fosco a tutto il suo volto. Però era abbastanza donna di mondo per saper nascondere fino a un certo punto i suoi sentimenti, quali che fossero. Erminia, che non se ne lasciava ingannare, provava un vero rammarico.

— Io son sempre la tua Erminia, sai! — le diceva ogni volta che poteva, scuotendole amorevolmente le mani. — Io son sempre la tua Erminia, quella di prima! quella di sempre!

Maria sorrideva a fior di labbra, gentile e distratta.

— Hai torto, vedi! — ripeteva Erminia. — Ti inganni!.... t’inganni, se credi che io non ti voglia più il bene di prima!

Aveva infatti delle premure materne per la sua Maria, premure che spesso irritavano Maria, come se prendessero l’aspetto di una sorveglianza amorevole e discreta. Un giorno Erminia la sorprese mentre stava cominciando una lettera, e le domandò semplicemente se suo marito le avesse scritto. La domanda veniva così male a proposito che Maria fu quasi per arrossire, come se fosse stata sul punto di dover rispondere una bugia.

— No! mio marito non mi guasta tanto. È troppo occupato.

— Sì, è troppo occupato! — affermò Erminia senza rilevare l’ironia della risposta. — È seriamente occupato. Affoga negli affari, poveretto!

— Che dici mai? se sono la sua passione, l’unica sua passione!

— Lo credi? — domandò Erminia, fissandole in faccia quei suoi occhioni acuti.

— Ma sì! — rispose Maria con un risolino che le contraeva gli angoli della bocca, e aggiunse ancora, come correttivo: — Non ho alcun motivo di essere gelosa però. Mio marito non gioca, non va al caffè, non è cacciatore, non ama i cavalli, non legge che il listino della Borsa — nulla, ti dico!

— È vero; non ama che te!

Maria chinò il capo con un sorrisetto contraffatto. Ma non aggiunse parola per un pezzo, e poi, amaramente:

— Avete ragione, sono anche un’ingrata!

— No, non sei ingrata; sei una donnina viziata, una testolina guasta, che vede falso in molte cose e che non ci vede in certe altre. Il solo torto di tuo marito è di non averti aperto gli occhi sul gran bene che ti vuole.

— Fortunatamente ha incaricato te di dirmelo.

— Sì, io che ti voglio bene, anch’io! bene davvero!.... Vuoi che partiamo domattina?

— Oooh!

— Ti dispiace?

— No, mi sorprende soltanto la risoluzione improvvisa, così come si fa nelle commedie, per le ragazze che hanno abbozzato un romanzetto....

— Scusami; ti ho proposto di venire con me.... Ma se vuoi restare....

— No, voglio venire anch’io. Solamente bisogna trovare un pretesto plausibile, per non far pensare al romanzo tutti i curiosi che ci vedranno ordinare così in furia le nostre valigie.

— Il motivo è bello e trovato, tanto più che è il motivo vero. Io vado a incontrare mia suocera che arriva domani da Firenze, e tu naturalmente vieni con me, per non rimanere sola a Villa d’Este.

— Benissimo! E giacché dobbiamo partire, più presto sarà, meglio sarà. Desidero andare col primo treno.

Partirono infatti di buon mattino. A lei scoppiava il cuore passando davanti a quelle finestre chiuse, sulle quali l’ombra dei grandi alberi dormiva ancora. Le scoppiava uscendo da quel viale deserto, dove si era aggirata fantasticando tante volte.

Il lago, nella pace di quell’ora, aveva un incantesimo singolare. Ogni minimo particolare del paesaggio si animava, sembrava che fosse vissuto con lei, e le si stampava profondamente nell’intimo del cuore. Appena fu nel vagone aprì il libro che aveva portato apposta, e vi nascose il viso e gli occhi pieni di lacrime. Erminia seppe non accorgersi di nulla, ed ebbe l’accortezza di lasciarle assaporare voluttuosamente il dolore del distacco.

Alla stazione trovarono la carrozza di Erminia, che volle accompagnare l’amica fino a casa.

— Rinaldi non è a Milano, — le disse, rispondendo al movimento di sorpresa che Maria aveva fatto non trovando nessuno ad aspettarla. — È andato a Roma.

— Senza scrivermelo! senza lasciarmi una parola! — mormorò Maria.

— Sì, ha scritto. La lettera deve averla mio marito.

Ma subito s’interruppe, perché cominciava a spaventarsi dell’agitazione che si andava mostrando sul viso di Maria. — Infine, — le disse — presto o tardi devi saperlo. Rinaldi è corso a Roma per regolare degli affari.... Sai,... quando si è lontani non vanno sempre come dovrebbero andare. Tuo marito era inquieto. Con la sua gita accomoderà tutto.

— Cos’è stato? — balbettava Maria, turbata ancora di più da quell’annuncio, perché la sorprendeva in quel momento. — Cos’è avvenuto?

— Non ti spaventare; tuo marito sta bene. È accaduto che uno dei suoi debitori è fallito. Questione di denaro.

— Ah! — disse Maria respirando; e un’ombra d’ironia le tornò sul viso.

Suo marito sembrava farlo apposta per giustificare il sorrisetto amaro di lei. Era così preoccupato del suo affare che non aveva più testa per nessun’altra cosa al mondo. Passarono parecchi giorni senza che lui si facesse vivo in altro modo. Alla fine arrivò un telegramma che mise in grande costernazione il suo socio, il quale partì subito per Roma.

— Oh! — esclamò allora Maria con quell’intonazione pungente che le era diventata abituale da otto giorni. — Ma dev’essere proprio un affar serio! Del resto per mio marito sarà sempre un affar serio. Vuol dire che il mio posto, in questa circostanza, sarebbe vicino a lui. Non me lo dice; ma si capisce che non me ne ha scritto nulla per delicatezza. E giacché il socio è andato a raggiungerlo, dovrei partire anch’io.

Malgrado la leggerezza che ostentava, fu sorpresa e rimase inquieta, osservando che Erminia approvava il suo progetto. Per un istante un’idea nera le si affacciò alla mente e le scolorò il viso. Ma subito dopo tornò a ridere nervosamente come prima.

— Se mio marito non mi avesse ben abituata a lasciarlo fare un po’ a modo suo, ci sarebbe davvero di che spaventarsi.

— Spaventarsi di che? di fare un viaggio fino a Roma? nella bella stagione, e nel paese più bello?...

— Hai ragione; sarà quasi come andare in villeggiatura. Tanto, Roma o la Brianza è lo stesso. E tu non torni a Villa d’Este?

— No.

— Oh!....

— Accompagno mia suocera a Firenze.

— Che peccato!.... parlo di Villa d’Este, perché ci dev’essere una brillante compagnia in questo momento. Sei proprio una brava figliola, dovrebbe dirti tua suocera.

La sera stessa partì per Roma; ma era in uno stato febbrile che non sapeva spiegarsi. La sua inquietudine aumentava avvicinandosi alla fine del viaggio, che le parve eterno. Trovò suo marito tanto mutato in così breve tempo, che al primo vederlo ne fu quasi spaventata. Rinaldi le strinse le mani con effusione, ma sembrò più che sorpreso del suo arrivo improvviso. Era così sconvolto che non faceva altro che ripeterle: — Perché sei venuta? Perché venire?....

⁂

— Non avevo mai visto mio marito così! — diceva Maria a Erminia alcuni mesi dopo, la prima volta che la rivedeva da quando era tornata a Milano. — Non credevo che il volto di quell’uomo potesse destare tale impressione, né che lui sapesse dire di quelle parole. Non credevo che la sua voce avesse di quei suoni che vi sconvolgono l’anima da cima a fondo. Non l’avevo mai visto così!

Anche lei era molto mutata, la povera Maria! Aveva una ruga impercettibile fra le sopracciglia, che solcava finemente il candore purissimo della sua fronte, e alle volte stendeva come un’ombra su tutto il suo volto.

— Sì: sono stati giorni terribili, mi pare di sentirmeli ancora dentro il petto, come un gruppo nero. Sono come una fitta dolorosa che mi è quasi cara, tanto è profonda e radicata. Ormai hanno stampato in me un’orma così indelebile che non potrei cancellarla senza farmi male. Che momento, quando sorpresi mio marito con la pistola in pugno! che momento! E come ebbi la forza di avvinghiarmi a lui per impedirgli di morire — perché lui voleva morire, me l’ha detto dopo. Non aveva il coraggio di dirmi che non poteva più comprarmi né cavalli, né palco alla Scala, né gioielli, nulla! E piangeva, come piangono certi uomini che non hanno pianto mai, con quelle lacrime che vi scavano un solco dentro l’anima. Quante cose mi sono passate in un lampo per la testa in quel momento! Sentivo contro il mio quel cuore che batteva ancora per me, e per me sola! e contro il quale nascondevo il viso che ardeva!... Tu sei stata assai gentile a venirmi a trovare ora che sono salita a un quarto piano. Tu sei stata molto gentile!

— Ma tu non lo sei gran che, cara Maria, facendomi di questi ringraziamenti. Vuol dire che non avevi una bella opinione di me!

— No! ma che vuoi? quando si sono viste tutte le cose che ho viste!.... E poi la disgrazia ha questo di peggio, che ci rende ingiusti.... Figurati che quando era corsa la voce che io fossi vedova!... Mi ha fatto un certo senso vedere che a nessuno fosse venuto in mente che ero rimasta senza appoggio, laggiù a Roma.... Nessuno di quelli che dicevano di avere per me tanta amicizia! Ma non mi lagno, sai! Avevo torto verso di te poi, ti voglio sempre bene!

Esitò un poco e infine le buttò le braccia al collo con impeto.

— Perdonami! perdonami! Sono stata ingiusta contro di te, contro di tutti! Ho avuto ragione tante volte!

Erminia ricambiava la stretta, assai commossa anche lei, ma senza rispondere parola.

— Ero folle! — mormorò dopo un’altra esitazione, col viso contro il petto di Erminia. — Ora non ci penso più.

— Ed io non ci ho mai pensato, — disse alfine Erminia ridendo come al solito, ma con grande sincerità di viso e di accento.

Maria rizzò il capo vivamente e le piantò in faccia due occhioni fiammeggianti: — Mai pensato? mai?

— Mai.

— Ma allora.... allora non l’ho amato nemmen io! No! davvero? Mai!

### Glossario

- **vaporosa**: leggera, quasi come un vapore.
- **fiera beltà**: modo antico e scherzoso per dire: la bella donna orgogliosa.
- **moine**: gesti graziosi e un po’ finti per piacere a qualcuno.
- **cinguettare**: cantare come gli uccellini; qui, parlare in modo leggero e grazioso.
- **formicolavano**: si muovevano a migliaia, come formiche.
- **coupé**: piccola carrozza chiusa.
- **manicotto**: tubo di pelliccia in cui si tengono le mani al caldo.
- **stormire**: il leggero rumore delle foglie mosse dal vento.
- **phaeton**: carrozza leggera e aperta.
- **rendita**: titoli dello Stato che danno un guadagno.
- **bachi**: bachi da seta, una parte degli affari di Rinaldi.
- **commissioni**: ordini di merce da parte dei clienti.
- **castalda**: donna che bada alla casa di campagna per il padrone.
- **Tebaide**: antico deserto d’Egitto; qui, luogo solitario e isolato.
- **impaniarsi**: restare preso, come un uccello nella colla.
- **garretto**: la parte della gamba sopra il tallone.
- **stordiva**: rendeva confusa, quasi senza pensieri.
- **ninnolo**: piccolo oggetto grazioso, senza grande valore.
- **cerbiatta**: giovane femmina del cervo.
- **assalirla**: attaccarla all’improvviso, come si fa con una preda.
- **fremeva**: vibrava tutta, come per un brivido.
- **levriere**: cane magro e velocissimo, usato per la caccia.
- **selvaggina**: gli animali che si cacciano.
- **stordita**: persona che agisce senza riflettere.
- **convulse**: agitate da movimenti improvvisi, che non si possono controllare.
- **cavalieri erranti**: cavalieri delle antiche storie, che viaggiavano in cerca di avventure.
- **balbettava**: diceva a fatica, con parole spezzate.
- **sepolcreto**: luogo con antiche tombe.
- **listino della Borsa**: elenco dei prezzi dei titoli in Borsa.
- **palco alla Scala**: piccolo spazio riservato nel teatro della Scala di Milano.
