# Uno, nessuno e centomila (Edizione B1)

*Luigi Pirandello*

## Libro primo

§ 1. **Mia moglie e il mio naso.**

— Che fai? — mi domandò mia moglie. Mi vedeva fermo davanti allo specchio, più a lungo del solito.

— Niente, — le risposi, — mi guardo qua, dentro il naso, in questa narice. Se premo, sento un piccolo dolore. —

Mia moglie sorrise e disse:

— Credevo che guardassi da che parte ti pende. —

Mi voltai come un cane quando qualcuno gli pesta la coda:

— Mi pende? A me? Il naso? —

E mia moglie, con calma:

— Ma sì, caro. Guardatelo bene: ti pende verso destra. —

Avevo ventotto anni. Fino a quel giorno avevo sempre pensato che il mio naso fosse, se non proprio bello, almeno molto decente. E lo stesso pensavo di tutte le altre parti del mio corpo. Per questo mi era stato facile accettare e difendere un'idea comune. È l'idea di tutti quelli che hanno avuto la fortuna di non nascere con un corpo deforme. Cioè che è da sciocchi essere vanitosi del proprio aspetto. Perciò la scoperta improvvisa di quel difetto mi irritò, come una punizione che non meritavo.

Forse mia moglie vide nella mia irritazione molto più a fondo di me. Aggiunse subito una cosa. Se ero sicuro di non avere nessun difetto, potevo togliermi quell'idea dalla testa. Perché, come il naso mi pendeva verso destra, così....

— Che altro? —

Eh, altro! altro! Le mie sopracciglia sembravano due accenti circonflessi sopra gli occhi, ^ ^. Le mie orecchie erano attaccate male, una più sporgente dell'altra. E c'erano altri difetti....

— Ancora? —

Eh sì, ancora: nelle mani, nel dito mignolo. E nelle gambe (no, storte no!): la destra era un pochino più curva dell'altra, verso il ginocchio, un pochino.

Dopo un attento esame, dovetti riconoscere che tutti questi difetti erano veri. Dopo l'irritazione provai subito una grande meraviglia. Mia moglie la scambiò certo per dolore e tristezza. Allora, per consolarmi, mi disse di non prendermela tanto. Anche con quei difetti, in fondo, restavo un bell'uomo.

Chi non si irriterebbe? Ricevevo come un regalo generoso quello che prima mi era stato negato come un diritto. Dissi un “grazie” pieno di veleno. Ero sicuro di non avere motivo di soffrire o di essere triste. Perciò non diedi nessuna importanza a quei piccoli difetti. Diedi invece un'importanza grandissima e straordinaria a un altro fatto. Per tanti anni ero vissuto senza mai cambiare naso, sempre con quello. E sempre con quelle sopracciglia, quelle orecchie, quelle mani e quelle gambe. E avevo dovuto aspettare di prendere moglie per accorgermi che erano difettosi.

— Uh, che meraviglia! E non si sa? Le mogli! Sono fatte apposta per scoprire i difetti del marito. —

Ecco, già: le mogli, non lo nego. Ma anch'io, se permettete, in quel tempo ero fatto in un modo particolare. A ogni parola che mi dicevano, o a ogni mosca che vedevo volare, cadevo in un abisso di pensieri e di riflessioni. Questi pensieri mi scavavano dentro. Mi bucavano lo spirito in tutte le direzioni, come la tana di una talpa. E fuori non si vedeva niente.

— Si vede, — voi dite, — che avevate molto tempo da perdere. —

No, ecco. Era per lo stato d'animo in cui mi trovavo. Ma del resto sì, anche perché non facevo niente, non lo nego. Ero ricco. Dopo la morte di mio padre, due amici fidati si occupavano dei miei affari: Sebastiano Quantorzo e Stefano Firbo. Mio padre aveva provato in tutti i modi, con le buone e con le cattive. Ma non era mai riuscito a farmi concludere niente. Tranne una cosa: prendere moglie, questo sì, giovanissimo. Forse sperava che almeno avessi presto un figlio che non mi somigliasse per niente. E, pover'uomo, neppure questo aveva potuto ottenere da me.

E non è vero, attenzione, che io non volessi prendere la strada che mio padre mi mostrava. Le prendevo tutte. Ma camminarci, non ci camminavo. Mi fermavo a ogni passo. Trovavo un sassolino e cominciavo a girarci intorno, prima da lontano, poi sempre più da vicino. E mi meravigliavo molto che gli altri potessero passarmi avanti senza fare caso a quel sassolino. Per me, intanto, era diventato grande come una montagna impossibile da superare. Anzi, era diventato un mondo in cui avrei potuto anche andare ad abitare.

Ero rimasto così, fermo ai primi passi di tante strade. Avevo lo spirito pieno di mondi, o di sassolini, che è lo stesso. Ma non mi sembrava affatto che gli altri ne sapessero più di me. Parlo di quelli che mi erano passati avanti e avevano fatto tutta la strada. Mi erano passati avanti, è vero, tutti fieri, come tanti cavallini. Ma poi, in fondo alla strada, avevano trovato un carro: il loro carro. Lì erano stati attaccati al carro, con molta pazienza. E ora se lo tiravano dietro. Io non tiravo nessun carro. Per questo non avevo né briglie né paraocchi. Vedevo certamente più di loro. Ma andare, non sapevo dove andare.

Ora torno alla scoperta di quei piccoli difetti. Sprofondai subito in un pensiero: dunque – possibile? – non conoscevo bene neppure il mio corpo! Non conoscevo le cose più intime e più mie: il naso, le orecchie, le mani, le gambe. E tornavo a guardarle, per esaminarle di nuovo.

Cominciò da questo il mio male. Fu un male che in poco tempo mi portò in condizioni terribili, di spirito e di corpo. Certo ne sarei morto, o sarei diventato pazzo. Ma nello stesso male trovai (come dirò) la medicina che doveva guarirmi.

§ 2. **E il vostro naso?**

Subito immaginai che ora tutti dovessero accorgersi di quei miei difetti, come se n'era accorta mia moglie. E pensavo che non vedessero altro in me.

— Mi guardi il naso? — domandai all'improvviso, quello stesso giorno, a un amico. Era venuto a parlarmi di un affare, non so quale. Forse era una cosa importante per lui.

— No, perché? — mi disse lui.

E io, con un sorriso nervoso:

— Mi pende verso destra, non vedi? —

E lo obbligai a guardarlo con attenzione, a lungo. Era come se quel difetto del mio naso fosse un guasto senza rimedio nella macchina dell'universo.

All'inizio l'amico mi guardò un po' confuso. Poi certo pensò un'altra cosa. Pensò che avevo parlato del mio naso all'improvviso, e fuori luogo, perché il suo affare non mi interessava. Per me non meritava attenzione né risposta. Allora alzò le spalle e fece per andarsene e lasciarmi lì. Lo presi per un braccio e:

— No, sai, — gli dissi, — sono pronto a parlare con te di questo affare. Ma in questo momento devi scusarmi.

— Pensi al tuo naso?

— Non mi ero mai accorto che mi pendesse verso destra. Me l'ha fatto notare mia moglie, questa mattina.

— Ah, davvero? — mi domandò allora l'amico. E i suoi occhi ridevano: non mi credeva, e intanto mi prendeva in giro.

Rimasi a guardarlo come avevo guardato mia moglie quella mattina. Provavo un misto di tristezza, di rabbia e di meraviglia. Dunque anche lui se n'era accorto da tempo? E chissà quanti altri con lui! E io non lo sapevo. E siccome non lo sapevo, credevo di essere per tutti un Moscarda col naso dritto. Invece ero per tutti un Moscarda col naso storto. E chissà quante volte avevo parlato, senza sospettare niente, del naso difettoso di Tizio o di Caio! E chissà quante volte avevo fatto ridere la gente, che pensava:

— Ma guarda un po' questo pover'uomo che parla dei difetti del naso degli altri! —

Avrei potuto, è vero, consolarmi con un pensiero. In fondo il mio caso era normale e comune. Provava ancora una volta una cosa che tutti sanno: vediamo facilmente i difetti degli altri e non ci accorgiamo dei nostri. Ma il primo germe del male aveva già cominciato a mettere radici nel mio spirito. E non potei consolarmi con questo pensiero.

Mi si fissò invece in testa un'altra idea. Io non ero per gli altri quello che, fino a quel momento, avevo immaginato di essere dentro di me.

Per il momento pensai solo al corpo. Quel mio amico continuava a stare davanti a me con quell'aria incredula e beffarda. Allora, per vendicarmi, gli feci una domanda. Sapeva di avere nel mento una fossetta? Gli divideva il mento in due parti non proprio uguali: una più alta da questa parte, una più piatta dall'altra.

— Io? Ma che! — esclamò l'amico. — Ho la fossetta, lo so, ma non come dici tu.

— Entriamo là, da quel barbiere, e vedrai, — gli proposi subito.

L'amico entrò dal barbiere e vide con meraviglia il difetto. Riconobbe che era vero, ma non volle mostrare la sua rabbia. Disse che, in fondo, era una piccolezza.

Eh sì, senza dubbio, una piccolezza. Però lo seguii da lontano. E vidi che si fermò una prima volta alla vetrina di un negozio. Poi si fermò una seconda volta, più in là, davanti a un'altra. E più in là ancora, e più a lungo, si fermò una terza volta, allo specchio di una vetrina, per guardarsi il mento. E sono sicuro che, appena tornato a casa, sarà corso all'armadio. Lì, davanti a quell'altro specchio, con più calma, avrà fatto conoscenza con il suo nuovo sé, quello con il difetto. E non ho il minimo dubbio su quello che è successo dopo. Forse voleva vendicarsi a sua volta. O forse voleva continuare uno scherzo che, secondo lui, meritava di girare per tutta la città. Avrà domandato a qualche suo amico (come io a lui) se aveva mai notato quel difetto nel suo mento. Poi avrà scoperto lui qualche altro difetto nella fronte o nella bocca di questo amico. E questo amico, a sua volta.... — ma sì! ma sì! — Potrei giurare una cosa. Per parecchi giorni di fila, nella nobile città di Richieri, vidi moltissimi miei concittadini (se non era tutta mia immaginazione). Passavano da una vetrina all'altra. Si fermavano davanti a ognuna a guardarsi la faccia. Chi guardava uno zigomo e chi l'angolo di un occhio. Chi guardava il lobo di un orecchio e chi un lato del naso. E ancora una settimana dopo, un certo tale venne da me con un'aria smarrita. Mi domandò se era vero che, ogni volta che parlava, stringeva un po' la palpebra dell'occhio sinistro senza accorgersene.

— Sì, caro, — gli dissi in fretta. — E io, vedi? Il naso mi pende verso destra. Ma lo so da me; non c'è bisogno che me lo dica tu. E le sopracciglia? Ad accento circonflesso! Le orecchie, qua, guarda: una più sporgente dell'altra. E qua, le mani: piatte, eh? E la giuntura storta di questo mignolo. E le gambe? Qua, questa qua, ti sembra uguale a quest'altra? No, eh? Ma lo so da me e non c'è bisogno che me lo dica tu. Statti bene. —

Lo lasciai lì e me ne andai. Dopo pochi passi, sentii che mi chiamava.

— Ps! —

Tranquillo tranquillo, con il dito, mi faceva segno di avvicinarmi. Poi mi domandò:

— Scusa, dopo di te, tua madre non ha avuto altri figli?

— No: né prima né dopo, — gli risposi. — Figlio unico. Perché?

— Perché, — mi disse, — se tua madre avesse avuto un altro figlio, sarebbe stato di certo un altro maschio.

— Ah sì? Come lo sai?

— Ecco: le donne del popolo dicono una cosa sui capelli di un bambino. Se finiscono sulla nuca in un codiniccio, come questo che hai tu qui, il bambino dopo sarà maschio. —

Mi portai una mano alla nuca e, con un piccolo sorriso freddo, gli domandai:

— Ah, ho un.... come hai detto? —

E lui:

— Codiniccio, caro, lo chiamano a Richieri.

— Oh, ma questo è niente! — esclamai. — Me lo posso far tagliare. —

Lui prima disse di no con il dito, poi disse:

— Ti resta sempre il segno, caro, anche se te lo fai radere. —

E questa volta fu lui a lasciarmi lì.

§ 3. **Bel modo d'esser soli!**

Da quel giorno desiderai moltissimo di essere solo, almeno per un'ora. Ma in verità, più che un desiderio, era un bisogno. Era un bisogno forte, urgente, che non mi lasciava in pace. E la presenza o la vicinanza di mia moglie lo faceva crescere fino alla rabbia.

— Hai sentito, Gengè, che cosa ha detto ieri Michelina? Quantorzo deve parlarti con urgenza. —

\[Nota dell'autore: Mia moglie aveva preso questo soprannome da Vitangelo, che purtroppo è il mio nome, e mi chiamava così. E non senza ragione, come si vedrà.\]

— Guarda, Gengè: se tengo la veste così, mi si vedono le gambe? —

— Si è fermata la pendola, Gengè. —

— Gengè, e la cagnolina non la porti più fuori? Poi ti sporca i tappeti e tu la sgridi. Ma dovrà pure, povera bestiolina.... dico.... non vorrai che.... Non esce da ieri sera. —

— Non hai paura, Gengè, che Anna Rosa sia malata? Non si fa vedere da tre giorni. E l'ultima volta aveva mal di gola. —

— È venuto il signor Firbo, Gengè. Dice che tornerà più tardi. Non potresti vederlo fuori? Dio, che noioso! —

Oppure la sentivo cantare:

*E se mi dici di no, caro il mio bene, doman non verrò; doman non verrò.... doman non verrò....*

Ma perché non vi chiudevate in camera, magari con due tappi nelle orecchie?

Signori, vuol dire che non capite in che modo volevo essere solo.

Potevo chiudermi soltanto nel mio scrittoio. Ma anche lì non potevo chiudere la porta da dentro. Non volevo far nascere brutti sospetti in mia moglie. Non dirò che era cattiva, ma era molto sospettosa. E se avesse aperto la porta all'improvviso e mi avesse scoperto?

No. E poi, sarebbe stato inutile. Nel mio scrittoio non c'erano specchi. E io avevo bisogno di uno specchio. D'altra parte, bastava il pensiero che mia moglie era in casa. Questo pensiero mi teneva sempre presente a me stesso. E proprio questo io non volevo.

Per voi, essere soli, che cosa vuol dire?

Restare in compagnia di voi stessi, senza nessun estraneo intorno.

Ah sì, vi assicuro che è un bel modo di essere soli, questo. Nella memoria vi si apre una cara finestrella. Da lì si affaccia, sorridente, la Titti, tra un vaso di garofani e uno di gelsomini. Lavora all'uncinetto una fascia rossa di lana. Oh Dio, è come quella che ha al collo quel vecchio insopportabile, il signor Giacomino! Non avete ancora scritto per lui la lettera di raccomandazione per il presidente della Congregazione di carità. Il presidente è un vostro buon amico, ma anche lui è noiosissimo. Soprattutto quando comincia a parlare degli scherzi del suo segretario particolare. Questo segretario ieri.... no, quando è stato? L'altro ieri, quando pioveva. La piazza sembrava un lago, e tutte quelle gocce brillavano a un allegro raggio di sole. E nella corsa, Dio, che confusione di cose! La vasca, il chiosco dei giornali, il tram sullo scambio. Il tram strideva senza pietà alla curva. E quel cane che scappava. Basta: entraste di corsa in una sala da biliardo. Là c'era lui, il segretario del presidente della Congregazione di carità. E come rideva sotto i suoi grossi baffi color pepe! Rideva della vostra sfortuna, quando vi siete messo a giocare con l'amico Carlino detto *Quintadecima*. E poi? Che cosa successe poi, quando usciste dalla sala da biliardo? Sotto un lampione debole, nella strada umida e deserta, c'era un povero ubriaco triste. Provava a cantare una vecchia canzonetta di Napoli. Tanti anni fa la sentivate cantare quasi tutte le sere, in quel paese di montagna tra i castagni. Eravate andato là in villeggiatura per stare vicino a quella cara Mimì. Poi lei sposò il vecchio commendator Della Venera, e morì un anno dopo. Oh, cara Mimì! Eccola, eccola a un'altra finestra che vi si apre nella memoria....

Sì, sì, cari miei, vi assicuro che è un bel modo di essere soli, questo!

§ 4. **Com'io volevo esser solo.**

Io volevo essere solo in un modo del tutto diverso, nuovo. Proprio il contrario di quello che pensate voi: cioè *senza me* e proprio *con un estraneo attorno*.

Vi sembra già questo un primo segno di pazzia?

Forse è perché non pensate bene.

La pazzia poteva già essere in me, non lo nego. Ma vi prego di credere una cosa: l'unico modo di essere soli veramente è questo che vi dico io.

La solitudine non è mai con voi. È sempre senza di voi. È possibile soltanto con un estraneo intorno. Può essere un luogo o una persona che non vi conosce affatto. E anche voi non conoscete affatto quel luogo o quella persona. Così la vostra volontà e il vostro sentimento restano sospesi e smarriti, in un'incertezza piena di angoscia. Voi smettete di affermare voi stessi. E allora finisce anche l'intimità della vostra coscienza. La vera solitudine è in un luogo che vive per sé. Per voi quel luogo non ha né segno né voce. E dunque lì l'estraneo siete voi.

Così volevo essere solo io. Senza me. Voglio dire: senza quel me che già conoscevo, o che credevo di conoscere. Solo con un certo estraneo. Sentivo già, in modo oscuro, che non potevo più liberarmene: ero io stesso. *L'estraneo inseparabile da me*.

Allora ne sentivo uno solo! E già quest'uno mi turbava molto. Mi turbava anche il bisogno di restare solo con lui. Volevo mettermelo davanti per conoscerlo bene e parlare un po' con lui. Provavo un misto di disgusto e di paura.

Se per gli altri non ero quello che fino ad allora avevo creduto di essere per me, chi ero io?

Vivendo, non avevo mai pensato alla forma del mio naso. Non avevo mai pensato se era piccolo o grande, né al colore dei miei occhi. Non avevo mai pensato se la mia fronte era stretta o larga, e così via. Quello era il mio naso, quelli erano i miei occhi, quella era la mia fronte. Erano cose inseparabili da me. Io ero preso dai miei affari, dalle mie idee, dai miei sentimenti. E non potevo pensare a quelle cose.

Ma ora pensavo:

— E gli altri? Gli altri non sono mica dentro di me. Per gli altri, che guardano da fuori, le mie idee e i miei sentimenti hanno un naso. Il mio naso. E hanno un paio d'occhi, i miei occhi, che io non vedo e che loro vedono. Che rapporto c'è tra le mie idee e il mio naso? Per me, nessuno. Io non penso col naso, e non faccio caso al mio naso quando penso. Ma gli altri? Gli altri non possono vedere le mie idee dentro di me, e vedono da fuori il mio naso. Per gli altri, le mie idee e il mio naso hanno un rapporto molto stretto. Mettiamo che le idee siano molto serie e che il naso abbia una forma molto buffa. Allora gli altri si metterebbero a ridere. —

Così, continuando a pensare, caddi in un'altra angoscia. Vivendo, non potevo rappresentarmi a me stesso nelle azioni della mia vita. Non potevo vedermi come mi vedevano gli altri. Non potevo mettermi davanti il mio corpo e vederlo vivere come quello di un altro. Quando mi mettevo davanti a uno specchio, dentro di me tutto si fermava. Ogni spontaneità era finita. Ogni mio gesto sembrava a me stesso finto o rifatto.

Io non potevo vedermi vivere.

Ne ebbi la prova alcuni giorni dopo, con un'impressione che mi assalì all'improvviso. Camminavo e parlavo con il mio amico Stefano Firbo. A un tratto mi vidi in uno specchio per la strada. Non me n'ero accorto prima. Quell'impressione non poté durare più di un attimo. Subito dopo tutto si fermò di nuovo in me: finì la spontaneità e cominciò lo studio. All'inizio non mi riconobbi. Mi sembrò di vedere un estraneo che passava per la strada parlando. Mi fermai. Dovevo essere molto pallido. Firbo mi domandò:

— Che hai?

— Niente, — dissi. E dentro di me pensavo, pieno di una strana paura che era anche disgusto:

— Era proprio mia quell'immagine, vista in un lampo? Sono proprio così, io, da fuori, quando – vivendo – non penso a me? Dunque per gli altri sono quell'estraneo che ho visto nello specchio. Sono quello, e non io come mi conosco. Sono quello lì che io stesso, all'inizio, non ho riconosciuto. Sono quell'estraneo che posso veder vivere solo così, in un attimo inaspettato. Un estraneo che possono vedere e conoscere solo gli altri, e io no. —

Da quel momento mi fissai in un'idea disperata. Volevo andare a caccia di quell'estraneo che era in me e che mi sfuggiva. Non potevo fermarlo davanti a uno specchio, perché subito diventava me, come io mi conoscevo. Era quell'uno che viveva per gli altri e che io non potevo conoscere. Gli altri lo vedevano vivere, e io no. Anch'io lo volevo vedere e conoscere, così come lo vedevano e lo conoscevano gli altri.

Ripeto: credevo ancora che questo estraneo fosse uno solo. Uno solo per tutti, come uno solo credevo di essere io per me. Ma presto il mio terribile dramma si complicò. Scoprii i centomila Moscarda che io ero, non solo per gli altri ma anche per me. Avevano tutti questo solo nome di Moscarda, brutto fino alla crudeltà. Ed erano tutti dentro questo mio povero corpo. Anche il corpo era uno, uno e nessuno, ahimè. Lo era quando me lo mettevo davanti allo specchio e lo guardavo negli occhi, fisso e immobile. In quel momento toglievo da lui ogni sentimento e ogni volontà.

Quando il mio dramma si complicò così, cominciarono le mie incredibili pazzie.

§ 5. **Inseguimento dell'estraneo.**

Per ora parlerò di quelle piccole. Le cominciai a fare davanti a tutti gli specchi di casa, come delle pantomime. Era la vivace infanzia della mia follia. Mi guardavo intorno, davanti e dietro, perché mia moglie non mi vedesse. E aspettavo con ansia che lei uscisse per qualche visita o per fare compere. Così mi avrebbe lasciato solo, finalmente, per un bel po'.

Non volevo studiare i miei movimenti come un attore. Non volevo preparare la faccia a mostrare i vari sentimenti e moti dell'animo. Al contrario: volevo sorprendermi nella naturalezza delle mie azioni. Volevo cogliere i cambiamenti improvvisi del viso per ogni moto dell'animo. Per esempio, per un'improvvisa meraviglia. (E per ogni piccola cosa alzavo le sopracciglia fino all'attaccatura dei capelli. Spalancavo gli occhi e la bocca e allungavo il viso, come se un filo interno me lo tirasse.) Oppure per un profondo dolore. (E aggrottavo la fronte, immaginando la morte di mia moglie. Poi chiudevo a metà le palpebre, cupo, come per covare quel dolore.) Oppure per una rabbia feroce. (E digrignavo i denti, pensando che qualcuno mi avesse dato uno schiaffo. Arricciavo il naso, spingevo avanti la mascella e lanciavo sguardi di fuoco.)

Ma prima di tutto quella meraviglia, quel dolore, quella rabbia erano finti. E non potevano essere veri. Se fossero stati veri, non avrei potuto vederli: sarebbero finiti subito, solo perché io li vedevo. In secondo luogo, le meraviglie che potevo provare erano tante e diversissime. E anche le espressioni erano imprevedibili, e cambiavano senza fine secondo i momenti e lo stato del mio animo. Lo stesso valeva per tutti i dolori e per tutte le rabbie. E infine, mettiamo pure che per una sola e precisa meraviglia io avessi davvero preso quelle espressioni. O per un solo e preciso dolore, o per una sola e precisa rabbia. Anche allora, quelle espressioni erano come le vedevo io, non come le avrebbero viste gli altri. Per esempio, l'espressione della mia rabbia non sarebbe stata la stessa per tutti. Sarebbe stata diversa per uno che ne aveva paura. Diversa per un altro pronto a scusarla, per un terzo pronto a riderne, e così via.

Ah! Avevo ancora abbastanza buon senso per capire tutto questo. Capivo che il mio folle progetto era impossibile. Ma questo non mi servì a tirarne la conseguenza naturale: rinunciare all'impresa disperata. Non mi servì a stare contento e vivere per me, senza vedermi e senza pensare agli altri.

L'idea era questa: gli altri vedevano in me uno che non ero io, come io mi conoscevo. Era uno che solo loro potevano conoscere, guardandomi da fuori con occhi che non erano i miei. Questi occhi mi davano un aspetto che doveva restarmi sempre estraneo. Eppure era in me, ed era il mio, per loro (un “mio”, dunque, che non era per me!). Era una vita in cui io non potevo entrare, anche se era la mia, per loro. Questa idea non mi lasciò più in pace.

Come sopportare in me questo estraneo? Questo estraneo che ero io stesso, per me? Come non vederlo? Come non conoscerlo? Come restare condannato per sempre a portarlo con me, in me, alla vista degli altri e intanto fuori dalla mia?

§ 6. **Finalmente!**

— Sai che cosa ti dico, Gengè? Sono passati altri quattro giorni. Non c'è più dubbio: Anna Rosa deve essere malata. Andrò io a vederla.

— Dida mia, che fai? Ma ti sembra il caso? Con questo tempaccio? Manda Diego; manda Nina a chiedere notizie. Vuoi rischiare di prenderti una malattia? Non voglio, non voglio assolutamente. —

Quando voi non volete assolutamente una cosa, che cosa fa vostra moglie?

Dida, mia moglie, si mise il cappellino in testa. Poi mi diede la pelliccia, perché gliela tenessi mentre la indossava.

Dentro di me ridevo di gioia. Ma Dida vide nello specchio il mio sorriso.

— Ah, ridi?

— Cara, vedo che mi obbedisci così.... —

Allora la pregai almeno di non restare troppo dalla sua amica, se aveva davvero mal di gola:

— Un quarto d'ora, non più. Te ne scongiuro. —

Così fui sicuro che non sarebbe tornata prima di sera.

Appena uscì, girai su un tallone per la gioia, sfregandomi le mani.

— Finalmente! —

§ 7. **Filo d'aria.**

Prima volli calmarmi. Aspettai che dal mio viso sparisse ogni segno di ansia e di gioia. E aspettai che dentro di me si fermasse ogni movimento di sentimento e di pensiero. Così potevo portare il mio corpo davanti allo specchio come un estraneo, e mettermelo davanti come tale.

— Su, — dissi, — andiamo! —

Andai con gli occhi chiusi e le mani avanti, a tentoni. Quando toccai la lastra dell'armadio, mi fermai. Con gli occhi ancora chiusi, aspettai la calma interiore più assoluta, l'indifferenza più assoluta.

Ma dentro di me una maledetta voce mi diceva una cosa. C'era anche lui, l'*estraneo*, davanti a me, nello specchio. Anche lui aspettava come me, con gli occhi chiusi.

C'era, e io non lo vedevo.

Neanche lui mi vedeva, perché aveva gli occhi chiusi, come me. Ma lui che cosa aspettava? Di vedermi? No. *Lui poteva essere visto; non vedermi*. Era per me quello che io ero per gli altri: io potevo essere visto, ma non vedermi. Ma aprendo gli occhi, *lo* avrei visto come si vede un altro?

Qui era il punto.

Mi era successo tante volte, per caso. Nello specchio i miei occhi incontravano quelli di qualcuno che mi guardava nello stesso specchio. Io nello specchio non mi vedevo, ma ero visto. Anche l'altro non si vedeva, ma vedeva il mio viso e vedeva che io lo guardavo. Se mi fossi sporto per vedermi anch'io nello specchio, forse l'altro avrebbe potuto vedermi ancora. Ma io no: non avrei più potuto vedere lui. Non si può, nello stesso momento, vedere se stessi e vedere che un altro ci guarda nello stesso specchio.

Stando a pensare così, sempre con gli occhi chiusi, mi domandai:

— Il mio caso ora è diverso, o è lo stesso? Finché tengo gli occhi chiusi, siamo due: io qua e lui nello specchio. Devo impedire che, quando apro gli occhi, lui diventi me e io lui. Io devo vederlo e non essere visto. È possibile? Appena io lo vedrò, lui mi vedrà, e ci riconosceremo. Ma grazie tante! Io non voglio riconoscermi; io voglio conoscere lui, fuori di me. È possibile? Il mio sforzo più grande deve essere questo: non vedermi *in me*, ma essere visto *da me*. Con i miei stessi occhi, ma come se fossi un altro: quell'altro che tutti vedono e io no. Su, dunque: calma, ferma ogni vita, e attenzione! —

Aprii gli occhi. Che cosa vidi?

Niente. *Mi* vidi. Ero io, là, con la fronte scura, pieno del mio stesso pensiero, con un viso molto disgustato.

Mi assalì una rabbia fortissima e mi venne la tentazione di sputarmi in faccia. Mi trattenni. Distesi le rughe. Cercai di rendere lo sguardo meno acuto, più dolce. Ed ecco: a poco a poco, mentre lo addolcivo, la mia immagine si spegneva e quasi si allontanava da me. Ma anch'io, di qua, mi spegnevo e quasi cadevo. E sentii che, continuando, mi sarei addormentato. Mi tenni stretto con gli occhi. Cercai di non sentirmi anch'io tenuto da quegli occhi che avevo davanti. Cercai di impedire, cioè, che quegli occhi entrassero nei miei. Non ci riuscii. Io *mi sentivo* quegli occhi. Li vedevo davanti a me, ma li sentivo anche di qua, in me. Li sentivo miei. Non erano fissi su di me, ma in se stessi. E se per un momento riuscivo a non sentirli, non li vedevo più. Ahimè, era proprio così: io potevo vedermeli, ma non vederli.

Ed ecco: questa verità faceva del mio esperimento un gioco. E il mio viso nello specchio, come se l'avesse capita, all'improvviso provò un sorriso brutto e triste.

— Sta' serio, imbecille! — gli gridai allora. — Non c'è niente da ridere! —

L'espressione della mia immagine cambiò in un istante, per la rabbia spontanea. E subito dopo questo cambiamento arrivò in lei un'apatia stupita. Tutto fu così rapido che riuscii a vedere il mio corpo staccato dal mio spirito che comandava. Era là, davanti a me, nello specchio.

Ah, finalmente! Eccolo là!

Chi era?

Niente era. Nessuno. Un povero corpo mortificato, in attesa che qualcuno se lo prendesse.

— *Moscarda*.... — mormorai, dopo un lungo silenzio.

Non si mosse. Rimase a guardarmi, stupito.

Poteva anche chiamarsi in un altro modo.

Era là come un cane perduto, senza padrone e senza nome. Uno poteva chiamarlo *Flik*, e un altro *Flok*, come voleva. Non conosceva niente, e non conosceva se stesso. Viveva per vivere, e non sapeva di vivere. Il cuore gli batteva, e non lo sapeva. Respirava, e non lo sapeva. Muoveva le palpebre, e non se ne accorgeva.

Gli guardai i capelli rossicci. La fronte immobile, dura, pallida. Quelle sopracciglia ad accento circonflesso. Gli occhi verdastri, come bucati qua e là da piccole macchie giallognole; stupiti, senza sguardo. Quel naso che pendeva verso destra, ma aveva una bella forma aquilina. I baffi rossicci che nascondevano la bocca. Il mento solido, un po' sporgente.

Ecco: era fatto così. Lo avevano fatto così, con quel colore di pelo. Non dipendeva da lui essere in un altro modo, avere un'altra altezza. Poteva sì cambiare in parte il suo aspetto: per esempio, tagliarsi quei baffi. Ma adesso era così. Col tempo sarebbe diventato calvo o bianco di capelli, pieno di rughe e molle, senza denti. Qualche disgrazia avrebbe anche potuto sfigurarlo, dargli un occhio di vetro o una gamba di legno. Ma adesso era così.

Chi era? Ero io? Ma poteva anche essere un altro! Quello lì poteva essere chiunque. Poteva avere quei capelli rossicci, quelle sopracciglia ad accento circonflesso e quel naso che pendeva verso destra. E poteva averli non soltanto per me, ma anche per un altro che non ero io. Perché dovevo essere io, questo, così?

Vivendo, io non mi facevo nessuna immagine di me. Perché allora dovevo vedermi in quel corpo lì, come in un'immagine di me necessaria?

Quell'immagine stava lì davanti a me, quasi non esisteva, come un'apparizione in un sogno. E io potevo benissimo non conoscermi così. Per esempio, se non mi fossi mai visto in uno specchio? Non avrei avuto lo stesso i miei pensieri, dentro quella testa lì sconosciuta? Ma sì, e tanti altri. Che cosa avevano a che fare i miei pensieri con quei capelli di quel colore? Avrebbero potuto non esserci più, o essere bianchi o neri o biondi. E con quegli occhi lì verdastri, che avrebbero potuto anche essere neri o azzurri? E con quel naso, che avrebbe potuto essere dritto o schiacciato? Potevo benissimo provare anche una profonda antipatia per quel corpo lì. E la provavo.

Eppure per tutti io ero, in breve, quei capelli rossicci, quegli occhi verdastri e quel naso. Ero tutto quel corpo lì, che per me era niente. Eccolo: niente! Ognuno poteva prendersi quel corpo lì e farne il Moscarda che voleva e che gli piaceva. Oggi in un modo e domani in un altro, secondo i casi e l'umore. E anch'io... Ma sì! Lo conoscevo io, forse? Che cosa potevo conoscere di lui? Il momento in cui lo guardavo fisso, e basta. Se non mi volevo e non mi sentivo come mi vedevo, anche per me lui era un estraneo. Aveva quei tratti, ma avrebbe potuto averne anche altri. Passato il momento in cui lo guardavo, lui era già un altro. È così vero che non era più quello di quando era ragazzo. E non era ancora quello che sarebbe stato da vecchio. E io oggi cercavo di riconoscerlo in quello di ieri, e così via. E in quella testa lì, immobile e dura, potevo mettere tutti i pensieri che volevo. Potevo accendere le visioni più diverse. Ecco: un bosco scuro, calmo e misterioso sotto la luce delle stelle. Una baia solitaria, malata di nebbia, da cui all'alba partiva lenta una nave, come un fantasma. Una strada di città piena di vita sotto un sole splendente. Il sole accendeva i volti di riflessi rossi. E faceva brillare di luci colorate i vetri delle finestre, gli specchi, le vetrine dei negozi. All'improvviso spegnevo la visione. E quella testa restava lì di nuovo immobile e dura, nel suo stupore vuoto.

Chi era quello? Nessuno. Un povero corpo, senza nome, in attesa che qualcuno se lo prendesse.

Ma all'improvviso, mentre pensavo così, successe una cosa che mi riempì di paura più che di stupore.

Davanti a me vidi la faccia stupita e vuota di quel povero corpo mortificato. Senza che io lo volessi, quella faccia si scompose in modo pietoso. Arricciò il naso, girò gli occhi all'indietro, tirò su le labbra e provò ad aggrottare le sopracciglia, come per piangere. Restò così un attimo, sospesa. Poi crollò due volte, a scatti, per due starnuti.

Quel povero corpo mortificato si era mosso da solo, per conto suo. Era stato un filo d'aria, entrato chissà da dove. E il corpo non mi aveva detto niente, e aveva fatto tutto fuori della mia volontà.

— Salute! — gli dissi.

E guardai nello specchio la mia prima risata da matto.

§ 8. **E dunque?**

Dunque, niente: questo. Vi sembra poco? Ecco una prima lista delle riflessioni rovinose e delle conclusioni terribili. Sono nate tutte da un piacere innocente, di un momento, che Dida mia moglie aveva voluto prendersi. Cioè il piacere di farmi notare che il naso mi pendeva verso destra.

**Riflessioni:**

1ª — *che io non ero per gli altri quello che fino ad allora avevo creduto di essere per me;*

2ª — *che non potevo vedermi vivere;*

3ª — *che non potevo vedermi vivere, e perciò restavo estraneo a me stesso. Cioè ero uno che gli altri potevano vedere e conoscere, ognuno a modo suo; e io no;*

4ª — *che era impossibile mettermi davanti questo estraneo per vederlo e conoscerlo; io potevo vedermi, ma non vederlo;*

5ª — *che il mio corpo, se lo guardavo da fuori, era per me come un'apparizione in sogno. Era una cosa che non sapeva di vivere e restava lì, in attesa che qualcuno se la prendesse;*

6ª — *che io mi prendevo questo mio corpo per essere, di volta in volta, come mi volevo e mi sentivo. E così poteva prenderselo chiunque altro, per dargli una realtà a modo suo;*

7ª — *che infine quel corpo, per se stesso, era tanto niente e tanto nessuno. Un filo d'aria poteva farlo starnutire oggi, e domani portarlo via.*

**Conclusioni:**

Queste due, per il momento:

1ª — *che finalmente cominciai a capire perché Dida mia moglie mi chiamava Gengè;*

2ª — *che decisi di scoprire chi ero io, almeno per quelli che mi stavano più vicini, i cosiddetti conoscenti. E decisi di divertirmi a disfare, per dispetto, quell'io che ero per loro.*

### Glossario

- **narice**: uno dei due buchi del naso.
- **accento circonflesso**: il segno ^ sopra una lettera.
- **talpa**: piccolo animale che scava lunghe gallerie sotto terra.
- **paraocchi**: pezzi di cuoio messi vicino agli occhi del cavallo, perché guardi solo davanti.
- **fossetta**: piccolo buco sulla pelle, per esempio nel mento.
- **codiniccio**: piccolo ciuffo di capelli sulla nuca (parola di Richieri).
- **nuca**: la parte di dietro del collo, sotto la testa.
- **scrittoio**: stanza o tavolo per scrivere e studiare.
- **pendola**: orologio grande con un peso che si muove.
- **uncinetto**: ago con un piccolo gancio per lavorare la lana.
- **pantomime**: scene recitate solo con i gesti e la faccia, senza parole.
- **apatia**: stato di chi non prova niente e non ha voglia di niente.

## Libro secondo

§ 1. **Ci sono io e ci siete voi.**

Qualcuno mi può dire:

— Ma come mai, povero Moscarda, non ti venne in mente una cosa? A tutti gli altri succedeva come a te: non si vedevano vivere. E se tu non eri per gli altri quello che avevi creduto fino ad allora, anche gli altri potevano non essere come li vedevi tu, ecc. ecc. —

Rispondo:

Mi venne in mente. Ma scusate, è proprio vero che è venuto in mente anche a voi?

Ho voluto pensarlo, ma non ci credo. Anzi, io credo un'altra cosa. Mettiamo che questo pensiero vi venisse davvero in mente e mettesse radici in voi, come le mise in me. Allora ognuno di voi farebbe le stesse pazzie che ho fatto io.

Siate sinceri: a voi non è mai passato per la testa di volervi vedere vivere. Pensate a vivere per voi, e fate bene. Non vi preoccupate di quello che intanto potete essere per gli altri. Non è perché il giudizio degli altri non vi importi niente. Anzi, vi importa moltissimo. Ma vivete in una felice illusione. Credete che gli altri, da fuori, vi debbano vedere dentro di sé come voi vedete voi stessi.

E se poi qualcuno vi fa notare che il naso vi pende un pochino verso destra.... no? Che ieri avete detto una bugia.... nemmeno? Piccola piccola, via, senza conseguenze.... Insomma, qualche volta vi accorgete appena appena di non essere per gli altri lo stesso che siete per voi. Allora che cosa fate? (Siate sinceri). Non fate niente, o molto poco. Al massimo pensate, sicurissimi di voi stessi, che gli altri vi hanno capito male, giudicato male. E basta. Se la cosa vi importa, forse cercherete di correggere quel giudizio, con chiarimenti e spiegazioni. Se non vi importa, lasciate perdere. Alzate le spalle e dite: “Oh infine, ho la mia coscienza e mi basta”.

Non è così?

Signori miei, scusate. Vi è uscita di bocca una parola così grossa. Allora permettete che io vi metta in testa un pensiero piccolo piccolo. Questo: la vostra coscienza, qui, non c'entra niente. Non vi dirò che non vale niente, se per voi è proprio tutto. Dirò, per farvi piacere, che anch'io ho la mia, e so che non vale niente. Sapete perché? Perché so che c'è anche la vostra. Ma sì. Ed è tanto diversa dalla mia.

Scusatemi se parlo per un momento come i filosofi. Ma la coscienza è forse una cosa assoluta, che può bastare a se stessa? Se fossimo soli, forse sì. Ma allora, belli miei, non ci sarebbe coscienza. Purtroppo, ci sono io, e ci siete voi. Purtroppo.

E allora che cosa vuol dire che avete la vostra coscienza e che vi basta? Vuol dire questo? Gli altri possono pensare di voi e giudicarvi come vogliono, cioè in modo ingiusto. Ma intanto voi siete sicuro e tranquillo di non aver fatto niente di male.

Oh, per favore: se non sono gli altri, chi ve la dà questa sicurezza? Questo conforto chi ve lo dà?

Voi stesso? E come?

Ah, io lo so come. Voi volete credere per forza una cosa. Se gli altri fossero stati al vostro posto, nel vostro stesso caso, avrebbero fatto tutti come voi, né più né meno.

Bravo! Ma su che cosa lo affermate?

Eh, so anche questo. Su certi principi astratti e generali. Astrattamente e in generale, cioè fuori dei casi concreti e particolari della vita, tutti possono essere d'accordo (costa poco).

Ma allora come mai intanto tutti vi condannano, o non vi approvano, o anche ridono di voi? È chiaro: non sanno riconoscere, come voi, quei principi generali nel caso particolare che vi è capitato. E non sanno riconoscere se stessi nell'azione che avete fatto.

E allora a che cosa vi basta la coscienza? A sentirvi solo? No, perdio. La solitudine vi fa paura. E allora che cosa fate? Vi immaginate tante teste. Tutte come la vostra. Anzi, tante teste che sono la vostra stessa testa. A un vostro segno, voi le tirate come con un filo invisibile. E loro vi dicono sì e no, e no e sì, come volete voi. E questo vi conforta e vi fa sentire sicuro.

Andate là, è un gioco magnifico, questo della vostra coscienza che vi basta.

§ 2. **E allora?**

Sapete invece su che cosa si appoggia tutto? Ve lo dico io. Su una presunzione: che Dio ve la conservi sempre! La presunzione che la realtà, così com'è per voi, debba essere e sia uguale anche per tutti gli altri.

Ci vivete dentro; ci camminate fuori, sicuri. La vedete, la toccate. E se vi piace, ci fumate anche dentro un sigaro (la pipa? la pipa). E state a guardare felici le spirali di fumo che piano piano spariscono nell'aria. Non avete il minimo sospetto di una cosa. Per gli altri tutta la realtà che avete intorno non è più solida di quel fumo.

Dite di no? Guardate. Io abitavo con mia moglie nella casa che mio padre si era fatto costruire dopo la morte precoce di mia madre. Voleva andare via dalla casa dove era vissuto con lei, piena di ricordi che bruciavano. Io allora ero un ragazzo. Solo più tardi potei capire una cosa. Proprio alla fine, mio padre aveva lasciato quella casa non finita, quasi aperta a chiunque volesse entrare.

C'è l'arco della porta, ma senza la porta. Con tutta la sua curva si alza sopra i muri del grande cortile davanti, da una parte e dall'altra. Questi muri non sono finiti. Sotto, la soglia è distrutta, e i pilastri sono rovinati agli angoli. Tutto questo ora mi fa pensare a una cosa. Forse mio padre lasciò l'arco così, quasi in aria e vuoto, per un motivo. Pensò che la casa, dopo la sua morte, doveva restare a me, cioè a tutti e a nessuno. E perciò non aveva bisogno di una porta per proteggerla.

Finché visse mio padre, nessuno ebbe il coraggio di entrare in quel cortile. Per terra erano rimaste tante pietre lavorate. E chi passava e le vedeva poteva pensare all'inizio che i lavori erano fermi per poco. Presto sarebbero ricominciati. Ma appena l'erba cominciò a crescere tra i sassi del cortile e lungo i muri, quelle pietre inutili sembrarono subito crollate e vecchie. Col tempo, dopo la morte di mio padre, diventarono i sedili delle comari del vicinato. All'inizio erano incerte. Ora l'una, ora l'altra, provarono a passare la soglia. Sembravano cercare un posto riparato dove sedersi bene, all'ombra e in silenzio. Poi videro che nessuno diceva niente. Allora lasciarono l'incertezza alle loro galline, ancora per poco. E cominciarono a considerare quel cortile come loro. Come loro consideravano anche l'acqua della cisterna che stava nel mezzo. Lì lavavano i panni e li stendevano al sole. E alla fine c'era un sole allegro e forte. La sua luce faceva male agli occhi su tutto quel bianco di lenzuola e di camicie. Si muovevano al vento sulle corde tese. E sotto quel sole loro si scioglievano sulle spalle i capelli lucidi d'olio. Così potevano “cercarsi” in testa, come fanno le scimmie tra loro.

Non mostrai mai né fastidio né piacere per quella loro invasione. Però mi faceva arrabbiare soprattutto la vista di una vecchietta che si lamentava sempre con una vocina sottile. Aveva gli occhi secchi e la schiena curva. Si vedeva bene sotto una giacchetta verde che aveva perso il colore. E mi dava la nausea una donna grassa e sporca, con i vestiti strappati. Aveva un orrendo seno sempre fuori dal busto. In grembo teneva un bambino sporco, con una testa grossa. La testa era piena di schifose croste di lattime, tra i capelli rossicci e sottili. Mia moglie forse aveva il suo interesse a lasciarle lì. Infatti le usava quando aveva bisogno. E poi in cambio dava loro gli avanzi della cucina o qualche vestito vecchio.

Questo cortile è fatto di sassi come la strada, ed è tutto in pendenza. Mi rivedo ragazzo, a casa dal collegio per le vacanze. Di sera tardi sono affacciato a uno dei balconi della casa, che allora era nuova. Che pena infinita mi dava il grande bianco livido di tutti quei sassi in pendenza! E in mezzo c'era quella grande cisterna, che faceva un suono misterioso. Già allora la ruggine si era quasi mangiata la vernice rossiccia del palo di ferro. In cima il palo regge la carrucola, dove scorre la corda del secchio. E come mi sembrava triste quel colore sbiadito della vernice su quel palo di ferro! Sembrava malato. Malato forse anche per la malinconia della carrucola, che cigolava quando di notte il vento muoveva la corda. E sul cortile deserto c'era la luce chiara del cielo, pieno di stelle ma velato. In quella luce vana, di polvere, il cielo sembrava fissato là sopra, per sempre.

Dopo la morte di mio padre, Quantorzo si occupava dei miei affari. Pensò di chiudere con un muro sottile le stanze dove abitava mio padre. Così ne fece un piccolo appartamento da affittare. Mia moglie non si era opposta. E poco dopo in quel piccolo appartamento era venuto ad abitare un vecchio pensionato, silenziosissimo. Era sempre vestito bene, con una semplicità pulita. Era piccolino, ma aveva qualcosa di militare, come un colonnello in pensione. Lo si vedeva nel suo corpo sottile e tutto dritto, e nella faccina energica, anche se un po' sciupata. Da una parte e dall'altra aveva due perfetti occhi di pesce, come scritti con una bella calligrafia. E le guance erano tutte segnate da una fitta rete di piccole vene viola.

Non avevo mai fatto caso a lui. Non mi ero mai preoccupato di sapere chi era, come viveva. Parecchie volte lo avevo incontrato per le scale. Lui mi diceva con molta gentilezza: “Buon giorno” o “Buona sera”. E io, senza pensarci, mi ero fatto l'idea che quel mio vicino di casa fosse molto gentile.

Non avevo avuto nessun sospetto quando si era lamentato delle zanzare. Di notte le zanzare gli davano fastidio. Secondo lui, venivano dai grandi magazzini a destra della casa. Anche questo era successo dopo la morte di mio padre: Quantorzo li aveva trasformati in sporche rimesse da affittare.

— Ah, già! — avevo esclamato quella volta, come risposta al suo lamento.

Ma ricordo perfettamente che cosa c'era in quella mia esclamazione. C'era dispiacere, ma non per le zanzare che davano fastidio al mio inquilino. Era dispiacere per quei magazzini puliti e pieni d'aria. Da ragazzo li avevo visti costruire. Ci correvo dentro, stranamente eccitato dal bianco accecante dell'intonaco. Ero come ubriaco per l'umido dei muri appena fatti. Correvo sul pavimento di mattoni che rimbombava, ancora tutto spruzzato di calce. Il sole entrava dalle grandi finestre con le sbarre. E bisognava chiudere gli occhi, tanto era forte la luce di quei muri.

Tuttavia quelle rimesse mi facevano anche pensare a cose allegre. C'erano quei vecchi landò d'affitto, con l'attacco a tre. Le rimesse erano piene della puzza della paglia marcia. E davanti stagnava l'acqua nera dei lavaggi. Eppure mi ricordavano l'allegria delle corse in carrozza, da ragazzo, quando andavamo in villeggiatura. Andavamo per la strada grande, tra le campagne aperte. Mi sembrava che fossero fatte per accogliere e spargere la festa dei sonagli dei cavalli. E grazie a quel ricordo, mi sembrava di poter sopportare la vicinanza delle rimesse. Anche perché tutti sapevano che a Richieri c'era il fastidio delle zanzare, anche senza le rimesse. E di solito in ogni casa la gente si difendeva con le zanzariere.

Chissà che impressione fece al mio vicino di casa vedere un sorriso sulle mie labbra! Fu quando lui, con la faccina fiera, mi gridò che non aveva mai potuto sopportare le zanzariere. Diceva che si sentiva soffocare. Il mio sorriso mostrava di certo meraviglia e compassione. Non poter sopportare la zanzariera! Io avrei continuato a usarla sempre, anche se tutte le zanzare fossero sparite da Richieri. La usavo per il piacere che mi dava. La tenevo alta in cima, e tesa tutta intorno al letto, senza una piega. La camera si vede e non si vede, attraverso quei mille piccoli buchi del tulle leggero. Il letto è isolato. E si ha l'impressione di essere avvolti in una nuvola bianca.

Dopo quell'incontro non pensai a quello che lui poteva pensare di me. Continuai a vederlo per le scale. Lui mi diceva come prima “Buon giorno” o “Buona sera”. E io restai con l'idea che fosse molto gentile.

Invece vi assicuro una cosa. Per le scale, fuori, mi diceva gentilmente “Buon giorno” o “Buona sera”. Ma nello stesso momento, dentro di sé, mi faceva vivere come un perfetto imbecille. Perché là nel cortile io sopportavo quell'invasione di comari, e quella puzza calda dei panni lavati, e le zanzare.

È chiaro: se avessi potuto vedermi dentro di lui, non avrei più pensato: “Oh Dio com'è gentile il mio vicino di casa”. Lui invece mi vedeva come io non avrei mai potuto vedermi. Voglio dire: da fuori, per me. Ma dentro la visione delle cose e degli uomini che anche lui aveva, per conto suo. E in questa visione mi faceva vivere a modo suo: da perfetto imbecille. Io non lo sapevo, e continuavo a pensare: “Oh Dio com'è gentile il mio vicino di casa”.

§ 3. **Con permesso.**

Busso alla porta della vostra stanza.

Restate, restate pure sdraiato comodo sul vostro divano. Io mi siedo qua. Dite di no?

— Perché? —

Ah, è la poltrona dove, tanti anni fa, morì la vostra povera mamma. Scusate, io non avrei dato un soldo per quella poltrona. Voi invece non la vendereste per tutto l'oro del mondo; lo credo bene. Intanto chi la vede nella vostra stanza, così ben arredata, non sa niente. E certo si domanda con meraviglia come potete tenerla qua, vecchia, senza colore e strappata com'è.

Queste sono le vostre sedie. E questo è un tavolino, che più tavolino di così non potrebbe essere. Quella è una finestra che dà sul giardino. E là fuori, quei pini, quei cipressi.

Lo so. Avete passato ore bellissime in questa stanza, che vi sembra tanto bella, con quei cipressi che si vedono là. Ma intanto, per questa stanza, avete litigato con un amico. Prima veniva a trovarvi quasi ogni giorno. E ora non solo non viene più, ma va dicendo a tutti che siete pazzo. Proprio pazzo, ad abitare in una casa come questa.

— Con tutti quei cipressi lì davanti in fila, — va dicendo. — Signori miei, più di venti cipressi, che sembra un cimitero. —

Non riesce a darsi pace.

Voi chiudete un po' gli occhi, alzate le spalle e sospirate:

— Gusti! —

Perché vi sembra che sia proprio una questione di gusti, o di opinioni, o di abitudine. E non dubitate per niente della realtà delle vostre care cose, come ora le vedete e le toccate con piacere.

Andate via da questa casa. Ripassate fra tre o quattro anni a rivederla, con un animo diverso da quello di oggi. Vedrete che cosa resterà di questa cara realtà.

— Uh, guarda, questa è la stanza? Questo è il giardino? —

E speriamo, per amor di Dio, che non vi sia morto qualche altro parente stretto. Altrimenti anche voi vedrete come un cimitero tutti quei cari cipressi là.

Ora dite che questo si sa. Si sa che l'animo cambia e che ognuno può sbagliare.

Già, storia vecchia, infatti.

Ma io non pretendo di dirvi niente di nuovo. Vi domando solo:

— E allora perché, santo Dio, fate come se non si sapesse? Perché continuate a credere che la sola realtà sia la vostra, quella di oggi? Perché vi meravigliate, vi arrabbiate, e gridate che il vostro amico sbaglia? Poverino, per quanto faccia, non potrà mai avere dentro di sé il vostro stesso animo. —

§ 4. **Scusate ancora.**

Lasciatemi dire un'altra cosa, e poi basta.

Non voglio offendervi. La vostra coscienza, voi dite. Non volete che venga messa in dubbio. Me n'ero dimenticato, scusate. Ma riconosco, riconosco una cosa: per voi stesso, dentro di voi, non siete come io vi vedo da fuori. E non è per cattiva volontà. Vorrei che almeno di questo foste convinto. Voi vi conoscete, vi sentite, vi volete in un modo che non è il mio, ma il vostro. E credete ancora una volta che il vostro modo sia giusto e il mio sbagliato. Sarà, non lo nego. Ma il vostro modo può essere il mio, e viceversa?

Ecco che torniamo daccapo!

Io posso credere a tutto quello che mi dite. Ci credo. Vi offro una sedia: sedete, e vediamo di metterci d'accordo.

Dopo una buona oretta di conversazione, ci siamo capiti perfettamente.

Domani venite da me, mi mettete le mani davanti alla faccia e gridate:

— Ma come? Che cosa avete capito? Non mi avevate detto così e così? —

Così e così, perfettamente. Ma il guaio è questo, caro: voi non saprete mai come si traduce in me quello che mi dite. E io non potrò mai farvelo sapere. Non avete parlato turco, no. Io e voi abbiamo usato la stessa lingua, le stesse parole. Ma che colpa abbiamo, io e voi, se le parole, di per sé, sono vuote? Vuote, caro mio. E voi, quando me le dite, le riempite del vostro significato. E io, quando le ricevo, le riempio per forza del mio. Abbiamo creduto di capirci, e non ci siamo capiti affatto.

Eh, storia vecchia anche questa, si sa. E io non pretendo di dire niente di nuovo. Solo torno a domandarvi:

— Ma allora perché, santo Dio, continuate a fare come se non si sapesse? Perché continuate a parlarmi di voi? Pensate: voi vorreste essere per me come siete per voi stesso. E io per voi come sono per me. Per questo io dovrei darvi, dentro di me, la stessa realtà che vi date voi. E voi dovreste fare lo stesso con me. Ma questo non è possibile, no? —

Ahimè, caro, per quanto facciate, voi mi darete sempre una realtà a modo vostro. Anche se credete in buona fede che sia a modo mio. E sarà, non dico di no; magari sarà a modo mio. Ma sarà un “modo mio” che io non conosco e che non potrò mai conoscere. Lo conoscerete soltanto voi, che mi vedete da fuori. Dunque sarà un “modo mio” per voi, non un “modo mio” per me.

Se almeno ci fosse fuori di noi, per voi e per me, una signora realtà mia e una signora realtà vostra! Dico: realtà che esistono per se stesse, uguali, e che non cambiano mai! Non c'è. C'è in me e per me una realtà mia: quella che io mi do. E c'è in voi e per voi una realtà vostra: quella che voi vi date. E non saranno mai le stesse, né per voi né per me.

E allora?

Allora, amico mio, bisogna consolarci con questo pensiero. La mia realtà non è più vera della vostra. E durano un momento, sia la vostra sia la mia.

Vi gira un po' la testa? Dunque dunque... concludiamo.

§ 5. **Fissazioni.**

Ecco, dunque, volevo arrivare a questo. Non dovete dirlo più, non dovete dire che avete la vostra coscienza e che vi basta.

Quando avete agito così? Ieri, oggi, un minuto fa? E ora? Ah, ora voi stesso siete pronto ad ammettere che forse avreste agito in un altro modo. E perché? Oh Dio, voi diventate pallido. Forse ora riconoscete anche voi che un minuto fa *voi eravate un altro?*

Ma sì, ma sì, mio caro, pensateci bene. Un minuto fa, prima che vi capitasse questo caso, voi eravate un altro. E non solo: voi eravate anche cento altri, centomila altri. E non c'è niente di cui meravigliarsi, credete a me. Guardate piuttosto se vi sentite davvero sicuro di una cosa. Domani sarete ancora quello che pensate di essere oggi?

Caro mio, la verità è questa: sono tutte fissazioni. Oggi vi fissate in un modo e domani in un altro.

Vi dirò poi come e perché.

§ 6. **Anzi ve lo dico adesso.**

Avete mai visto costruire una casa? Io sì, tante, qua a Richieri. E ho pensato:

— Ma guarda un po' l'uomo, che cosa è capace di fare! Taglia a pezzi la montagna. Ne tira fuori pietre, le squadra e le mette le une sulle altre. E in un momento, quello che era un pezzo di montagna è diventato una casa.

— Io, — dice la montagna, — sono montagna e non mi muovo. —

Non ti muovi, cara? E guarda là quei carri tirati dai buoi. Sono carichi di te, delle tue pietre. Ti portano via sul carro, cara mia! Credi di restare lì? E già metà di te è a due miglia di distanza, nella pianura. Dove? Ma in quelle case là, non ti vedi? Una gialla, una rossa, una bianca; a due, a tre, a quattro piani.

E i tuoi faggi, i tuoi noci, i tuoi abeti?

Eccoli qua, a casa mia. Vedi come li abbiamo lavorati bene? Chi li riconoscerebbe più in queste sedie, in questi armadi, in questi scaffali?

Tu, montagna, sei molto più grande dell'uomo. Anche tu, faggio, e tu, noce, e tu, abete. Ma l'uomo è una bestiolina piccola, sì, che però ha in sé qualcosa che voi non avete.

Stare sempre in piedi, cioè dritta su due zampe soltanto, la stancava. Sdraiarsi per terra come le altre bestie era scomodo, e si faceva male. Anche perché aveva perso il pelo, e la pelle, eh, la pelle le era diventata più fine. Allora vide l'albero e pensò di tirarne fuori qualcosa per sedersi più comoda. Poi sentì che anche il legno nudo non era comodo, e lo imbottì. Tolse la pelle alle bestie che aveva sottomesso, e ad altre tagliò il pelo. Coprì il legno di cuoio, e tra il cuoio e il legno mise la lana. Poi ci si sdraiò sopra, felice:

— Ah, come si sta bene così! —

Il cardellino canta nella gabbietta appesa tra le tende, alla finestra. Sente forse che la primavera si avvicina? Ahimè, forse la sente anche il vecchio ramo di noce da cui hanno fatto la mia sedia. Al canto del cardellino, ora, la sedia scricchiola.

Forse si capiscono, con quel canto e con questo scricchiolio: l'uccello prigioniero e il noce diventato sedia.

§ 7. **Che c'entra la casa?**

Vi sembra che questo discorso della casa non c'entri. Perché ora vedete la vostra casa com'è, tra le altre case che formano la città. Vedete intorno a voi i vostri mobili. Li avete voluti così, secondo il vostro gusto e i vostri mezzi, per stare comodi. E vi danno intorno il dolce conforto della famiglia, perché sono pieni di tutti i vostri ricordi. Non sono più cose, ma quasi parti intime di voi stessi. In loro potete toccare e sentire quella che vi sembra la realtà sicura della vostra esistenza.

Siano di faggio, di noce o di abete, i vostri mobili sono come i ricordi della vostra vita in casa. Sono pieni di quel respiro particolare che c'è in ogni casa. Questo respiro dà alla nostra vita quasi un odore. Lo sentiamo di più quando ci manca: cioè quando entriamo in un'altra casa e sentiamo un respiro diverso. E vi dà fastidio, lo vedo, che io vi abbia ricordato i faggi, i noci e gli abeti della montagna.

È come se cominciaste già a prendere un poco della mia pazzia. Per ogni cosa che vi dico, subito vi offendete. E domandate:

— Perché? Che c'entra questo? —

§ 8. **Fuori all'aperto.**

No, via, non abbiate paura che io vi rovini i mobili, la pace, l'amore della casa.

Aria! aria! Lasciamo la casa, lasciamo la città. Non dico che possiate fidarvi molto di me. Ma, via, non abbiate paura. Potete seguirmi fin dove la strada, con quelle case, finisce nella campagna.

Sì, questa è una strada. Avete paura sul serio che io possa dirvi di no? Strada, strada. Una strada di piccole pietre; e attenti a quelle appuntite. E quelle sono le lampade della strada. Venite avanti sicuri.

Ah, quei monti azzurri lontani! Io dico “azzurri”; anche voi dite “azzurri”, non è vero? D'accordo. E questo monte qua vicino, col bosco di castagni: sono castagni, no? Vedete, vedete come ci capiamo? Della famiglia delle cupulifere, con il tronco alto. Castagno marrone. Che grande pianura davanti a noi! (“Verde”, eh? “Verde” per voi e per me: diciamo così, e ci capiamo benissimo.) E in quei prati là, guardate, guardate come bruciano al sole i papaveri rossi!

— Ah, come? Cappottini rossi di bambini? —

Già, che cieco! Cappottini di lana rossa, avete ragione. Mi erano sembrati papaveri. E anche questa vostra cravatta è rossa... Che gioia in questo fresco leggero e inutile, azzurro e verde, nell'aria chiara di sole! Vi togliete il vostro brutto cappello grigio di stoffa? Siete già sudato? Eh, siete bello grasso, voi, Dio vi benedica! Se vedeste i quadratini bianchi e neri dei pantaloni sul vostro sedere... Giù, giù la giacca! Sembra troppo.

La campagna! Che pace diversa, eh? Vi sentite sciogliere. Sì; ma sapreste dirmi dov'è? Dico la pace. No, non abbiate paura, non abbiate paura! Vi sembra proprio che qui ci sia pace? Intendiamoci, per carità! Non rompiamo il nostro perfetto accordo. Io qui vedo soltanto, con il vostro permesso, quello che sento in me in questo momento. È un'immensa stupidità. Vi dà la faccia di un idiota felice, e certo la dà anche a me. Ma noi diamo questa stupidità anche alla terra e alle piante. Ci sembra che vivano soltanto per vivere. E che possano vivere solo così, in questa stupidità.

Diciamo dunque che quello che chiamiamo pace è in noi. Non vi pare? E sapete da dove viene? Dal semplicissimo fatto che siamo appena usciti dalla città. Cioè, sì, da un mondo *costruito*: case, vie, chiese, piazze. Ma non è *costruito* soltanto per questo. Lo è anche perché lì non si vive più per vivere, come queste piante, senza sapere di vivere. Lì si vive per qualche cosa che non c'è, e che ci mettiamo noi. Per qualche cosa che dia senso e valore alla vita. Qui, almeno in parte, riuscite a perdere questo senso e questo valore. Oppure ne riconoscete la triste vanità. E allora vi viene languore, ecco, e malinconia. Capisco, capisco. I nervi si calmano. Sentite un bisogno doloroso di abbandonarvi. Vi sentite sciogliere, vi abbandonate.

§ 9. **Nuvole e vento.**

Ah, non avere più coscienza di essere, come una pietra, come una pianta! Non ricordarsi più neanche il proprio nome! Stare stesi qui sull'erba, con le mani unite dietro la nuca. Guardare nel cielo azzurro le nuvole bianche e luminose, che navigano piene di sole. Sentire il vento lassù, tra i castagni del bosco, che fa un rumore come di mare.

Nuvole e vento.

Che cosa avete detto? Ahimè, ahimè. Nuvole? Vento? Ma non vi sembra già tutto, questo? Capire e riconoscere che sono nuvole quelle cose luminose che navigano nell'immenso vuoto azzurro? Sa forse, la nuvola, di essere una nuvola? E non sanno niente di lei né l'albero né la pietra. Non conoscono neanche se stessi; e sono soli.

Quando sentite e riconoscete la nuvola, cari miei, potete pensare anche alla storia dell'acqua (e perché no?). L'acqua diventa nuvola, per diventare poi di nuovo acqua. Bella cosa, sì. E per spiegarvi questa storia basta un povero professorino di fisica. Ma chi vi spiega il perché del perché?

§ 10. **L'uccellino.**

Sentite, sentite: su nel bosco dei castagni, colpi d'accetta. Giù nella cava, colpi di piccone.

Ferire la montagna, abbattere alberi per costruire case. Là, nella vecchia città, altre case. Sacrifici, ansie, fatiche di ogni tipo: perché? Ma per arrivare a un comignolo, signori miei. E per far uscire poi da questo comignolo un po' di fumo. Il fumo si perde subito nel vuoto dello spazio.

E come quel fumo, ogni pensiero, ogni ricordo degli uomini.

Qui siamo in campagna. Il languore ci ha sciolto le membra. Per questo è naturale che tutto ci sembri vano e passeggero. Illusioni e delusioni, dolori e gioie, speranze e desideri. Ci sembrano così di fronte al sentimento che viene dalle cose. Le cose restano, immobili, e durano più di loro. Basta guardare là quelle alte montagne oltre la valle. Sono lontane lontane e sfumano all'orizzonte, leggere nel tramonto, dentro nebbie rosa.

Ecco: steso, voi buttate in aria il vostro brutto cappello. Diventate quasi tragico, ed esclamate:

— Oh ambizioni degli uomini! —

Già. Per esempio, che grida di vittoria perché l'uomo si è messo a volare, come quel vostro cappellaccio! Perché si è messo a fare l'uccellino! Ed ecco qua, intanto, come vola un vero uccellino. L'avete visto? È la facilità più pura e leggera, e viene da sola, con un canto di gioia. Pensate adesso alla macchina goffa che fa tanto rumore. Pensate alla paura, all'ansia, all'angoscia mortale dell'uomo che vuole fare l'uccellino! Qui un battito d'ali e un canto. Là un motore rumoroso e puzzolente, e la morte davanti. Il motore si guasta; il motore si ferma; addio uccellino!

— Uomo, — dite voi, stesi qui sull'erba, — smetti di volare! Perché vuoi volare? E quando mai hai volato? —

Bravi. Questo lo dite qui, per ora, perché siete in campagna, stesi sull'erba. Alzatevi e tornate in città. Appena rientrati, capirete subito perché l'uomo vuole volare.

Qui, cari miei, avete visto l'uccellino vero, che vola davvero. E avete perso il senso e il valore delle ali finte e del volo meccanico. Lo ritroverete subito là, dove tutto è finto e meccanico, riduzione e costruzione. Là c'è un altro mondo nel mondo. È un mondo fabbricato, combinato, montato come una macchina. È un mondo di artificio, di cose storte, di adattamento, di finzione, di vanità. È un mondo che ha senso e valore soltanto per l'uomo che lo ha fatto.

Via, via, aspettate che vi dia una mano per tirarvi su. Siete grasso, voi. Aspettate: sulla schiena vi è rimasto qualche filo d'erba... Ecco, andiamo via.

§ 11. **Rientrando in città.**

Guardate ora questi alberi in fila lungo i marciapiedi, di qua e di là, nel nostro Corso di Porta Vecchia. Che aria smarrita hanno, poveri alberi di città, tosati e pettinati!

Probabilmente gli alberi non pensano; probabilmente le bestie non ragionano. Ma se gli alberi pensassero, Dio mio, e potessero parlare, chissà che cosa direbbero questi poveretti! Noi li facciamo crescere in mezzo alla città per avere un po' d'ombra. Si vedono riflessi nelle vetrine dei negozi. E sembra che si chiedano che cosa ci fanno qui. Stanno tra tanta gente indaffarata, in mezzo al rumore e alla confusione della vita di città. Sono stati piantati tanti anni fa, e sono rimasti alberelli miseri e tristi. Non mostrano di avere orecchie. Ma chissà, forse gli alberi hanno bisogno di silenzio per crescere.

Siete mai stati nella piazzetta dell'Olivella, fuori dalle mura? Vicino al piccolo convento antico dei Trinitarii bianchi? Che aria di sogno e di abbandono ha quella piazzetta! E che strano silenzio, quando si affaccia il riso del mattino! Si affaccia come un bambino, azzurro azzurro, dalle tegole nere e piene di muschio di quel vecchio convento.

Ebbene, ogni anno la terra, lì, cerca di approfittare di quel silenzio. Lo fa nella sua stupida innocenza di madre. Forse crede che lì non sia più città, e che gli uomini abbiano abbandonato quella piazzetta. E prova a riprendersela. Zitta zitta, piano piano, spinge fuori tra le pietre del selciato tanti fili d'erba. Niente è più fresco e tenero di quei fili d'erba sottili e timidi. In poco tempo tutta la piazzetta diventa verde. Ma ahimè, non durano più di un mese. Lì è città, e i fili d'erba non hanno il permesso di spuntare. Ogni anno vengono quattro o cinque spazzini. Si accovacciano a terra e con certi piccoli ferri li strappano via.

L'anno scorso, lì, io vidi due uccellini. Sentivano il rumore acuto di quei ferri sui quadratini grigi e ruvidi del selciato. Volavano dalla siepe alla grondaia del convento, e da lì di nuovo alla siepe. Scuotevano la testina e guardavano di traverso. Sembrava che chiedessero, pieni d'angoscia, che cosa facevano là quegli uomini.

— E non lo vedete, uccellini? — dissi loro. — Non lo vedete che cosa fanno? Fanno la barba a questo vecchio selciato. —

Quei due uccellini scapparono via pieni d'orrore.

Beati loro, che hanno le ali e possono scappare! Quante altre bestie non possono! Sono prese, imprigionate e addomesticate in città e anche in campagna. E com'è triste la loro obbedienza forzata agli strani bisogni degli uomini! Che cosa ne capiscono? Tirano il carro, tirano l'aratro.

Ma forse anche loro, le bestie, le piante e tutte le cose, hanno un senso e un valore per sé. L'uomo non può capirlo. È chiuso nel senso e nel valore che lui stesso dà alle une e alle altre. E la natura, spesso, dalla sua parte, mostra di non riconoscerli e di ignorarli.

Ci vorrebbe un po' più d'accordo tra l'uomo e la natura. Troppo spesso la natura si diverte a buttare in aria tutte le nostre costruzioni intelligenti. Cicloni, terremoti... Ma l'uomo non si arrende. Ricostruisce, ricostruisce, piccolo animale testardo. E per lui tutto è materiale da costruzione. Perché ha in sé quella certa cosa che non si sa che cosa sia. Per questa cosa deve per forza costruire. Deve trasformare a modo suo la materia che gli dà la natura. La natura forse non sa niente, ed è paziente, almeno quando vuole. Ma se almeno l'uomo si accontentasse soltanto delle cose! Fino a prova contraria, non sappiamo se le cose possono sentire dolore. Non sappiamo se soffrono per i nostri adattamenti e per le nostre costruzioni. No, signori. L'uomo prende come materiale anche se stesso. E si costruisce, sì, signori, come una casa.

Voi credete di conoscervi, se non vi costruite in qualche modo? E credete che io possa conoscervi, se non vi costruisco a modo mio? E voi me, se non mi costruite a modo vostro? Possiamo conoscere soltanto quello a cui riusciamo a dare una forma. Ma che conoscenza può essere questa? È forse questa forma la cosa stessa? Sì, sia per me sia per voi. Ma per me non è la stessa che per voi. È tanto vero che io non mi riconosco nella forma che mi date voi. E voi non vi riconoscete in quella che vi do io. La stessa cosa non è uguale per tutti. E anche per ciascuno di noi può cambiare di continuo; e infatti cambia di continuo.

Eppure non c'è altra realtà fuori di questa. Cioè la forma di un momento, che riusciamo a dare a noi stessi, agli altri, alle cose. La realtà che io ho per voi è nella forma che voi mi date. Ma è realtà per voi, e non per me. La realtà che voi avete per me è nella forma che io vi do. Ma è realtà per me, e non per voi. E per me stesso io non ho altra realtà che nella forma che riesco a darmi. E come? Ma costruendomi, appunto.

Ah, voi credete che si costruiscano soltanto le case? Io mi costruisco di continuo, e costruisco voi; e voi fate lo stesso. E la costruzione dura finché non si sbriciola il materiale dei nostri sentimenti. Dura finché dura il cemento della nostra volontà. E perché credete che vi raccomandino tanto la fermezza della volontà e la costanza dei sentimenti? Basta che la volontà vacilli un poco. Basta che i sentimenti cambino di un punto, anche di pochissimo. E addio realtà nostra! Ci accorgiamo subito che era soltanto una nostra illusione.

Fermezza di volontà, dunque. Costanza nei sentimenti. Tenetevi forte, tenetevi forte, per non fare questi tuffi nel vuoto. Per non trovarvi davanti a queste brutte sorprese.

Ma che belle costruzioni vengono fuori.

§ 12. **Quel caro Gengè.**

— No no, bello mio, stai zitto! Credi che io non sappia quello che ti piace e quello che non ti piace? Conosco bene i tuoi gusti, io, e come la pensi. —

Quante volte me l'aveva detto Dida, mia moglie? E io, imbecille, non ci avevo mai fatto caso.

Per forza lei conosceva quel suo Gengè meglio di me! Se l'era costruito lei! E non era mica un fantoccio. Se mai, il fantoccio ero io.

Sopraffazione? Sostituzione?

Ma che!

Per sopraffare qualcuno, bisogna che questo qualcuno esista. E per sostituirlo, bisogna che esista lo stesso. Bisogna poterlo prendere per le spalle e tirarlo indietro, per mettere un altro al suo posto.

Dida, mia moglie, non mi aveva né sopraffatto né sostituito. Al contrario. A lei sarebbe sembrata una sopraffazione e una sostituzione, se io mi fossi ribellato. Se avessi trovato in qualche modo la volontà di essere a modo mio. Se mi fossi tolto dai piedi quel suo Gengè.

Perché quel suo Gengè esisteva. Io invece, per lei, non esistevo affatto; non ero mai esistito.

Per lei la mia realtà era in quel Gengè che si era fabbricato. Gengè aveva pensieri, sentimenti e gusti che non erano i miei. E io non avrei potuto cambiarli per niente. Altrimenti avrei corso il rischio di diventare subito un altro. Un altro che lei non avrebbe più riconosciuto. Un estraneo che non avrebbe più potuto né capire né amare.

Purtroppo non avevo mai saputo dare una forma alla mia vita. Non mi ero mai voluto con fermezza in un modo mio, proprio e particolare. Prima di tutto, perché non avevo mai incontrato ostacoli. Ostacoli che facessero nascere in me la volontà di resistere. La volontà di affermarmi in qualche modo davanti agli altri e a me stesso. Poi, per questo mio animo pronto a pensare e sentire anche il contrario. Il contrario di quello che pensava e sentiva un momento prima. Con riflessioni continue e spesso opposte, disfacevo in me ogni forma di pensiero e di sentimento. E infine per la mia natura, così pronta a cedere, ad abbandonarmi alla volontà degli altri. Non tanto per debolezza, ma per indifferenza. E perché mi rassegnavo in anticipo ai dispiaceri che me ne potevano venire.

Ed ecco, intanto, che cosa me n'era venuto! Non mi conoscevo affatto. Non avevo per me nessuna realtà mia propria. Ero come in uno stato di fusione continua, quasi liquido, facile da modellare. Mi conoscevano gli altri, ciascuno a modo suo, secondo la realtà che mi avevano dato. Cioè ciascuno vedeva in me un Moscarda che non ero io. Perché io, per me, non ero propriamente nessuno. Erano tanti Moscarda quanti erano loro. E tutti erano più reali di me. Io, per me stesso, ripeto, non avevo nessuna realtà.

Gengè, sì, ce l'aveva, una realtà, per mia moglie Dida. Ma questo non mi poteva consolare per niente. Perché vi assicuro che è difficile immaginare una creatura più sciocca di questo caro Gengè di mia moglie Dida.

E il bello, intanto, era questo: per lei quel suo Gengè non era mica senza difetti. Ma lei glieli perdonava tutti! Tante cose di lui non le piacevano. Perché non se l'era costruito del tutto a modo suo, secondo il suo gusto e il suo capriccio: no.

Ma a modo di chi, allora?

Non certo a modo mio. Perché io, ripeto, non riuscivo davvero a riconoscere come miei i pensieri, i sentimenti e i gusti che lei dava al suo Gengè. Si vede dunque chiaramente perché glieli dava. Secondo lei, Gengè aveva quei gusti, e pensava e sentiva così, a modo *suo*. C'è poco da dire: proprio *suo*, secondo la *sua* realtà, che non era affatto la *mia*.

Qualche volta la vedevo piangere per certe amarezze che lui, Gengè, le dava. Lui, sì, signori! E se le domandavo:

— Ma perché, cara? —

Mi rispondeva:

— Ah, me lo domandi? Ah, non ti basta quello che mi hai detto poco fa?

— Io?

— Tu, tu, sì!

— Ma quando mai? Che cosa? —

Restavo a bocca aperta.

Era chiaro: il senso che io davo alle mie parole era un senso per me. Il senso che poi esse prendevano per lei, come parole di Gengè, era tutto diverso. Certe parole, dette da me o da un altro, non le avrebbero dato dolore. Dette da Gengè, invece, la facevano piangere. Perché in bocca a Gengè prendevano chissà quale altro valore. E la facevano piangere, sì, signori.

Io dunque parlavo per me solo. Lei parlava con il suo Gengè. E Gengè le rispondeva con la mia bocca, in un modo che per me restava del tutto sconosciuto. E non potete credere come diventavano sciocche, false, senza senso tutte le cose che le dicevo. Diventavano così quando lei me le ripeteva.

— Ma come? — le domandavo. — Io ho detto così?

— Sì, Gengè mio, proprio così! —

Ecco: quelle sciocchezze erano del suo Gengè. Ma non erano sciocchezze: tutt'altro! Era il modo di pensare di Gengè, quello.

E io, ah, come lo avrei preso a schiaffi, a bastonate! Come lo avrei fatto a pezzi! Ma non lo potevo toccare. Gengè le dava dispiaceri e diceva sciocchezze, ma mia moglie Dida lo amava molto. Per lei, così com'era, era l'ideale del buon marito. A un buon marito si perdona qualche piccolo difetto, grazie a tante altre buone qualità.

Se non volevo che Dida, mia moglie, andasse a cercare il suo ideale in un altro, non dovevo toccare quel suo Gengè.

All'inizio pensavo che forse i miei sentimenti fossero troppo complicati. Pensavo che i miei pensieri fossero troppo oscuri, e i miei gusti troppo strani. E che per questo mia moglie, spesso, non li capiva e li rendeva storti. Pensavo, insomma, che le mie idee e i miei sentimenti potessero entrare nel suo cervellino e nel suo cuoricino solo così: ridotti e resi piccoli. E che i miei gusti non potessero andare d'accordo con la sua semplicità.

Ma che! ma che! Non era lei che rendeva storti e piccoli i miei pensieri e i miei sentimenti. No, no. Le arrivavano così storti, così piccoli, dalla bocca di Gengè. E così anche mia moglie Dida li trovava sciocchi; anche lei, capite?

E allora chi li rendeva così storti e piccoli? Ma la realtà di Gengè, signori miei! Gengè, come lei se l'era fabbricato, non poteva avere altro che quei pensieri, quei sentimenti, quei gusti. Sciocchino ma carino. Ah sì, tanto carino per lei! Lo amava così: carino sciocchino. E lo amava davvero.

Potrei portare tante prove. Basterà questa: la prima che mi viene in mente.

Dida, da ragazza, portava i capelli in un certo modo. Questa pettinatura piaceva moltissimo non soltanto a lei, ma anche a me. Appena sposata, cambiò pettinatura. Io non le dissi che questa nuova pettinatura non mi piaceva per niente: volevo lasciarla fare a modo suo. Ma ecco che una mattina mi apparve all'improvviso, in accappatoio, col pettine ancora in mano. Aveva i capelli nel modo antico e il viso tutto acceso.

— Gengè! — mi gridò, aprendo la porta di colpo. Si mostrò e scoppiò in una risata.

Io rimasi a guardarla pieno di ammirazione, quasi abbagliato.

— Oh, — esclamai, — finalmente! —

Ma subito lei si mise le mani nei capelli, tolse le forcine e disfece in un attimo la pettinatura.

— Va' là! — mi disse. — Ho voluto farti uno scherzo. So bene, signorino, che non ti piaccio con i capelli così! —

Protestai di scatto:

— Ma chi te l'ha detto, Dida mia? Io ti giuro, anzi, che... —

Mi chiuse la bocca con la mano.

— Va' là! — ripeté. — Tu me lo dici per farmi piacere. Ma io non devo piacere a me, caro mio. Credi che io non sappia come piaccio di più al mio Gengè? —

E scappò via.

Capite? Era sicura, sicurissima, che al suo Gengè piaceva di più con i capelli in quell'altro modo. E portava i capelli in quell'altro modo, che non piaceva né a lei né a me. Ma piaceva al suo Gengè; e lei si sacrificava. Vi sembra poco? Non sono veri sacrifici, questi, per una donna?

Tanto lo amava!

E io, ora che alla fine tutto mi era diventato chiaro, cominciai a diventare terribilmente geloso. Non di me stesso, vi prego di credermi: voi avete voglia di ridere! Non di me stesso, signori, ma di uno che non ero io. Di un imbecille che si era messo tra me e mia moglie. E non come un'ombra vuota, no, vi prego di credermi. Anzi, era lui che faceva di me un'ombra vuota: di me, di me! Si prendeva il mio corpo per farsi amare da lei.

Considerate bene. Mia moglie, forse, non baciava sulle mie labbra uno che non ero io? Sulle mie labbra? No! Altro che mie! Fino a che punto erano *mie*, proprio *mie*, le labbra che lei baciava? Aveva forse tra le braccia il mio corpo? Ma fino a che punto quel corpo poteva essere *realmente* mio? Fino a che punto poteva *realmente* appartenere a me, se non ero io quello che lei abbracciava e amava?

Considerate bene. Pensate a vostra moglie, mentre vi stringe tra le braccia. E se sapeste che, attraverso il vostro corpo, lei gode il piacere di fare l'amore con un altro? Con un altro che ha nella mente e nel cuore? Non vi sentireste traditi da lei nel modo più sottile e più perfido?

Ebbene, in che cosa era diverso da questo il mio caso? Il mio caso era anche peggiore! Perché nel vostro caso vostra moglie (scusate), mentre fa l'amore con voi, immagina soltanto di farlo con un altro. Nel mio caso, invece, mia moglie stringeva tra le braccia la realtà di uno che non ero io!

E quest'uno era tanto reale che alla fine, esasperato, io lo volli distruggere. Volli imporre, al posto della sua, una realtà mia. E allora mia moglie, che non era mai stata mia moglie ma la moglie di quello, si ritrovò subito piena d'orrore. Le sembrava di essere in braccio a un estraneo, a uno sconosciuto. Dichiarò che non poteva più amarmi. Disse che non poteva più vivere con me neanche un minuto. E scappò via.

Sì, signori, come vedrete, scappò via.

### Glossario

- **presunzione**: idea sicura ma senza prove.
- **sigaro**: rotolo di foglie di tabacco da fumare. La pipa è un piccolo oggetto di legno per fumare il tabacco.
- **comari**: donne del vicinato che parlano molto tra loro.
- **cisterna**: grande vasca sotto terra per raccogliere l'acqua.
- **lattime**: croste che vengono sulla testa dei bambini piccoli.
- **ruggine**: strato rosso-marrone che si forma sul ferro vecchio e bagnato.
- **carrucola**: ruota con una corda per tirare su il secchio.
- **rimesse**: luoghi coperti dove si tengono le carrozze.
- **landò**: carrozza a quattro ruote; con l'attacco a tre è tirata da tre cavalli.
- **zanzariera**: rete leggera intorno al letto contro le zanzare.
- **cipressi**: alberi alti e stretti, verde scuro, che si vedono spesso nei cimiteri.
- **fissazioni**: idee fisse da cui non si riesce a uscire.
- **cardellino**: piccolo uccello colorato che canta.
- **cupulifere**: una famiglia di alberi, come il castagno e la quercia (parola della botanica).
- **languore**: sensazione di stanchezza dolce, quando il corpo e la mente si rilassano.
- **comignolo**: la parte alta del camino, sul tetto, da cui esce il fumo.
- **selciato**: strada o piazza fatta di pietre.
- **spazzino**: chi pulisce le strade.
- **grondaia**: tubo che porta via l'acqua della pioggia dal tetto.
- **sopraffare / sopraffazione**: imporre con la forza la propria volontà a un altro.
- **fantoccio**: pupazzo mosso da altri; persona senza volontà propria.
- **accappatoio**: veste di spugna che si mette dopo il bagno.
- **forcine**: piccoli ferretti che tengono fermi i capelli.
- **faggio**: un albero di montagna; il suo legno si usa per fare mobili.
- **siepe**: fila di piante basse e fitte, come un muro verde.
- **pettinatura**: il modo in cui una persona porta i capelli.

## Libro terzo

§ 1. **Pazzie per forza.**

Ma prima voglio raccontarvi, almeno in breve, le pazzie che cominciai a fare. Le feci per scoprire tutti quegli altri Moscarda che vivevano nelle persone a me più vicine. E per distruggerli uno a uno.

Pazzie per forza. Finora non avevo mai pensato a costruire di me stesso un Moscarda. Un Moscarda che esistesse ai miei occhi e per conto mio. Un modo di essere che potessi sentire come mio, proprio e particolare. Per questo, si capisce, non potevo agire con una logica coerente. Ogni volta dovevo mostrarmi il contrario di quello che ero, o che credevo di essere, per questo o per quel conoscente. Prima, però, mi sforzavo di capire la realtà che mi avevano dato. Era per forza una realtà meschina, debole, mutevole e quasi senza sostanza.

Però, ecco: per gli altri dovevo pure avere un certo aspetto, un certo senso, un certo valore. E non solo per i miei lineamenti, che erano fuori della mia vista e del mio giudizio. Anche per tante cose a cui finora non avevo mai pensato.

Pensarci e sentire uno slancio di ribellione feroce fu tutt'uno.

§ 2. **Scoperte.**

Il nome, prima di tutto: brutto fino alla crudeltà. *Moscarda*. La mosca, con il fastidio del suo ronzio aspro e dispettoso.

Il mio spirito non aveva mica un nome per sé, né uno stato civile. Aveva dentro tutto un mondo suo. E io non mettevo ogni volta quel mio nome come un marchio su tutte le cose che vedevo dentro e intorno a me. A quel nome non pensavo affatto. Ebbene, ma per gli altri io non ero quel mondo senza nome che portavo dentro di me. Un mondo tutto intero, non diviso, eppure vario. Io ero invece, fuori, nel loro mondo, *uno*: staccato, che si chiamava Moscarda. Ero un piccolo aspetto preciso di una realtà non mia. Stavo fuori di me, dentro la realtà degli altri, e mi chiamavano *Moscarda*.

Parlavo con un amico: niente di strano. Lui mi rispondeva; lo vedevo fare i suoi gesti. Aveva la sua solita voce, riconoscevo i suoi soliti gesti. E anche lui, quando mi ascoltava, riconosceva la mia voce e i miei gesti. Niente di strano, sì. Ma solo finché non pensavo a una cosa. Il tono che la voce del mio amico aveva per me non era affatto quello che lui conosceva. Forse lui il tono della sua voce non lo conosceva nemmeno: per lui era semplicemente la sua voce. E il suo aspetto era come lo vedevo io, cioè quello che gli davo io, guardandolo da fuori. Lui invece, mentre parlava, non aveva certo in mente nessuna immagine di se stesso. Neppure quella che si dava e riconosceva guardandosi allo specchio.

Oh Dio, e allora che cosa succedeva di me? Succedeva lo stesso con la mia voce? Con il mio aspetto? Io non ero più un *io* senza contorni, che parlava e guardava gli altri. Ero uno che gli altri, invece, guardavano fuori di loro. Uno che aveva un tono di voce e un aspetto che io non conoscevo. Ero per il mio amico quello che lui era per me: un corpo chiuso, impenetrabile, che gli stava davanti. Lui se lo rappresentava con lineamenti che conosceva bene. Per me questi lineamenti non significavano niente. Tanto è vero che, parlando, non ci pensavo nemmeno. Non potevo vederli, né sapere come erano. Per lui, invece, erano tutto. Gli rappresentavano me come ero per lui, uno tra tanti: *Moscarda*. Possibile? E *Moscarda* era tutto quello che quel corpo diceva e faceva, in quel mondo che io non conoscevo. *Moscarda* era anche la mia ombra. *Moscarda*, se lo vedevano mangiare; *Moscarda*, se lo vedevano fumare; *Moscarda*, se andava a passeggio; *Moscarda*, se si soffiava il naso.

Non lo sapevo, non ci pensavo. Ma per gli altri il mio nome e il mio corpo c'erano sempre, anche senza dirlo. C'erano nel mio aspetto, cioè in quello che loro mi davano. C'erano in ogni mia parola, che per loro suonava con una voce che io non potevo conoscere. E c'erano in ogni mio atto, che ciascuno interpretava a modo suo.

Certo, mi poteva sembrare stupido e odioso portare quel marchio per sempre. Non potevo darmi un altro nome, o tanti altri a piacere. Nomi adatti, ogni volta, ai miei diversi sentimenti e alle mie azioni. Eppure ormai, ripeto, ero abituato a portare quel nome fin dalla nascita. Potevo non farci troppo caso. Potevo pensare che io, alla fine, non ero quel nome. Quel nome era per gli altri un modo di chiamarmi: non bello, ma poteva essere anche più brutto. Non c'era forse a Richieri un Sardo che si chiamava Porcu? Sì.

— Signor Porcu... —

E lui non rispondeva mica con un grugnito.

— Eccomi, a servirla... —

Rispondeva così, pulito pulito e sorridente. Tanto che uno quasi si vergognava di doverlo chiamare in quel modo.

Lasciamo dunque il nome. E lasciamo anche i lineamenti. Davanti allo specchio avevo capito, con dolore, una cosa necessaria. Non potevo darmi un'immagine diversa da quella che avevo. Eppure anche questi lineamenti li sentivo estranei alla mia volontà. Mi sembravano contrari, per dispetto, a ogni mio desiderio di averne altri. Questi capelli così, di questo colore; questi occhi così, verdastri; e questo naso e questa bocca. Lasciamo, dico, anche i lineamenti. Alla fine dovevo riconoscere una cosa: avrebbero potuto essere anche mostruosi. Anche allora avrei dovuto tenermeli e rassegnarmi, se volevo vivere. Non lo erano; e dunque, via, dopo tutto potevo anche accontentarmi.

Ma le condizioni? Dico le mie condizioni, che non dipendevano da me. Quelle che mi definivano fuori di me, fuori da ogni mia volontà. Le condizioni della mia nascita, della mia famiglia. Non me le ero mai messe davanti, io, per pesarle come potevano pesarle gli altri. Ognuno, si capisce, a modo suo, con una sua bilancia particolare. A peso d'invidia, a peso d'odio o di disprezzo, o che so io.

Finora mi ero creduto un uomo nella vita. Un uomo, così, e basta. Nella vita. Come se mi fossi fatto tutto da solo. Ma quel corpo non me l'ero fatto io. Quel nome non me l'ero dato io. E nella vita mi avevano messo altri, senza la mia volontà. Così, senza la mia volontà, tante altre cose mi erano venute addosso, dentro, intorno, dagli altri. Tante altre cose mi erano state fatte e date dagli altri. Io non ci avevo mai pensato davvero, non me ne ero mai fatto un'immagine. Ed ecco che ora mi assalivano, con un'immagine strana e nemica.

La storia della mia famiglia! La storia della mia famiglia nel mio paese. Non ci pensavo; ma per gli altri questa storia era in me. Io ero uno, l'ultimo di questa famiglia. E ne avevo in me lo stampo, nel corpo. E chissà in quante abitudini di gesti e di pensieri, a cui non avevo mai riflettuto. Ma gli altri le riconoscevano chiaramente in me: nel mio modo di camminare, di ridere, di salutare. Mi credevo un uomo nella vita, un uomo qualunque. Uno che viveva giorno per giorno una vita oziosa, in fondo, anche se piena di curiosi pensieri vagabondi. E no, e no. Per me potevo essere uno qualunque, ma per gli altri no. Per gli altri avevo tanti caratteri precisi, che non mi ero dato né fatto io. E non ci avevo mai badato. Potevo credermi un uomo qualunque per il mio ozio. Ma anche questo ozio, che credevo proprio mio, per gli altri non era mio. Me l'aveva dato mio padre: dipendeva dalla ricchezza di mio padre. Ed era un ozio feroce, perché mio padre...

Ah, che scoperta! Mio padre... La vita di mio padre...

§ 3. **Le radici.**

Mi apparve. Alto, grasso, calvo. Nei suoi occhi azzurro chiaro, limpidi, quasi di vetro, brillava per me il solito sorriso. Era un sorriso di strana tenerezza: un po' compassione, e un po' anche presa in giro, ma affettuosa. Come se in fondo gli piacesse che io meritassi quella sua presa in giro. Come se mi considerasse quasi un lusso di bontà, che poteva permettersi senza pericolo.

Ora, però, quel sorriso era un tradimento. Stava nella barba folta, così rossa e con radici così forti che gli toglieva il colore alle guance. Stava sotto i grossi baffi, un po' ingialliti nel mezzo. E adesso era una specie di ghigno muto e freddo, nascosto lì. Io non ci avevo mai fatto caso. Quella tenerezza per me veniva su da quel ghigno nascosto e brillava negli occhi. Ora mi sembrava orribilmente maliziosa. Mi rivelava all'improvviso tante cose che mi facevano correre brividi lungo la schiena. Ed ecco, lo sguardo di quegli occhi di vetro mi teneva, mi teneva incantato. Voleva impedirmi di pensare a queste cose. Anche di queste cose era fatta la sua tenerezza per me; eppure erano orribili.

— Ma tu eri, e sei ancora, uno sciocco... sì, un povero ingenuo senza testa. Vai dietro ai tuoi pensieri, e non ne fermi mai uno per fermarti. E non ti nasce mai un progetto senza che tu ti metta a girarci intorno. Lo guardi tanto che alla fine ti ci addormenti sopra. Il giorno dopo apri gli occhi e te lo vedi davanti. E non sai più come ti sia venuto in mente, se ieri c'era quest'aria e questo sole. Per forza, vedi, io ti dovevo voler bene così. Le mani? Che cosa mi guardi? Ah, questi peli rossi qua, anche sul dorso delle dita? Gli anelli... troppi? E questa grossa spilla sulla cravatta, e anche la catena dell'orologio... Troppo oro? Che cosa mi guardi? —

Vedevo stranamente la mia angoscia staccarsi con fatica da quegli occhi, da tutto quell'oro. Poi si fermava su certe venuzze azzurrognole che si vedevano sotto la pelle. Salivano serpeggiando, con fatica, sulla fronte pallida. Salivano fino al cranio lucido, circondato dai capelli rossi. Rossi come i miei; cioè, i miei rossi come i suoi. E allora come potevano essere miei, se mi erano venuti così chiaramente da lui? E quel cranio lucido, a poco a poco, ecco, svaniva davanti a me. Era come inghiottito nel vuoto dell'aria.

Mio padre!

Nel vuoto, ora, c'era un silenzio pieno di spavento. Era pesante di tutte le cose senza senso e senza forma. Quelle cose che stanno ferme, mute, chiuse allo spirito.

Fu un attimo, ma fu l'eternità. Vi sentii dentro tutta la paura delle necessità cieche, delle cose che non si possono cambiare. La prigione del tempo. Il nascere ora, e non prima e non dopo. Il nome e il corpo che ci vengono dati. La catena delle cause. Il seme gettato da quell'uomo, mio padre, senza volerlo. Il mio venire al mondo da quel seme. Frutto non voluto di quell'uomo, legato a quel ramo, nato da quelle radici.

§ 4. **Il seme.**

Allora vidi per la prima volta mio padre come non l'avevo mai visto: fuori, nella sua vita. Ma non come era per sé, come lui si sentiva dentro: questo non potevo saperlo. Lo vidi come un estraneo, del tutto lontano da me. Lo vidi nella realtà che, così come mi appariva ora, gli davano forse gli altri.

Forse è successo a tutti i figli. Notare una cosa, come qualcosa di osceno che ci umilia. Per noi il padre è una persona da rispettare. Ma gli altri non gli danno, e non possono dargli, la stessa realtà che gli diamo noi. Scoprire come lui vive ed è un uomo fuori di noi, per sé, con gli altri. Succede quando questi altri parlano con lui, o lo fanno parlare, ridere, guardare. Per un momento dimenticano che noi siamo presenti. E così ci lasciano intravedere l'uomo che loro conoscono in lui, l'uomo che lui è per loro. Un altro. E come? Non si può sapere. Subito nostro padre ha fatto un segno, con la mano o con gli occhi, per dire che ci siamo noi. E quel piccolo segno furtivo, ecco, in un attimo ci ha scavato dentro un abisso. L'uomo che ci stava così vicino è saltato lontano. E lo intravediamo là, come un estraneo. Sentiamo la nostra vita tutta strappata, tranne che in un punto. Per quel punto resta ancora attaccata a quell'uomo. E questo punto è vergognoso. È la nostra nascita, staccata, tagliata via da lui. È un fatto comune nella vita di quell'estraneo, forse previsto, ma non voluto. È la prova di un gesto, il frutto di un atto. Insomma, qualcosa che ora, sì, ci fa vergogna. Ci fa nascere disprezzo e quasi odio. E se non proprio odio, una certa irritazione acuta la notiamo anche negli occhi di nostro padre. In quell'attimo i suoi occhi si sono scontrati con i nostri. Noi, lì in piedi, con due occhi attenti e nemici, siamo per lui una cosa che non si aspettava. Lui voleva soltanto sfogare un suo bisogno o un suo piacere di un momento. Ed ecco quel seme gettato senza saperlo, ora dritto in piedi. Ha due occhi sporgenti come quelli di una lumaca, che guardano a tentoni e giudicano. E gli impediscono di essere ancora del tutto libero, come gli piace: *un altro*, anche rispetto a noi.

§ 5. **Traduzione d'un titolo.**

Finora non avevo mai staccato così mio padre da me. L'avevo sempre pensato e ricordato come padre, come era per me. E veramente era stato ben poco per me. Mia madre morì giovanissima, e io fui messo in un collegio lontano da Richieri. Poi in un altro, e poi in un terzo, dove rimasi fino a diciotto anni. Poi andai all'università. Lì passai sei anni, da un corso di studi all'altro, senza ricavare niente di pratico da nessuno. Per questo, alla fine, fui richiamato a Richieri. E subito, non so se in premio o per castigo, mi fecero sposare. Due anni dopo mio padre morì. Del suo affetto non mi lasciò un ricordo più vivo di quel sorriso di tenerezza. Come ho detto, era un po' compassione e un po' presa in giro.

Ma che cosa era stato per sé? Ora mio padre moriva del tutto. Che cosa era stato per gli altri... E così poco per me! E anche quel sorriso per me gli veniva dagli altri, certo. Veniva dalla realtà che gli altri gli davano, e che lui sospettava. Ora lo capivo, e ne capivo il perché, in modo orribile.

— Che cos'è tuo padre? — mi avevano domandato tante volte i miei compagni in collegio.

E io:

— Banchiere. —

Perché mio padre, *per me*, era banchiere.

Se vostro padre fosse un boia, come si tradurrebbe questo titolo nella vostra famiglia? Come lo mettereste d'accordo con l'amore che voi avete per lui, e che lui ha per voi? Oh, lui è tanto tanto buono con voi. Oh, io lo so, non c'è bisogno che me lo diciate. Me lo immagino perfettamente, l'amore di un padre così per il suo figliolo. Immagino la delicatezza tremante delle sue grosse mani. Le immagino mentre gli abbottonano la camicina bianca intorno al collo. E poi, domani all'alba, quelle sue mani feroci sul palco. Perché anche un *banchiere*, me lo immagino perfettamente, passa dal dieci al venti, e dal venti al quaranta per cento. Lo fa mentre in paese cresce, con il disprezzo degli altri, la fama della sua usura. Domani questa fama peserà come una vergogna sul suo figliolo. Il figliolo ora non sa niente e si distrae dietro a strani pensieri, povero lusso di bontà. E se lo meritava davvero, ve lo dico io, quel sorriso di tenerezza: mezzo compassione e mezzo presa in giro.

§ 6. **Il buon figliolo feroce.**

Avevo gli occhi pieni dell'orrore di questa scoperta. Ma l'orrore era coperto da un avvilimento, da una tristezza, che mi mettevano sulle labbra un sorriso vuoto. Sospettavo che nessuno potesse credere davvero all'orrore e alla tristezza che avevo dentro. Così, allora, andai da Dida, mia moglie.

Lei stava, mi ricordo, in una stanza luminosa. Era vestita di bianco, tutta avvolta in uno splendore di sole. Sistemava i suoi nuovi vestiti di primavera nel grande armadio laccato bianco e oro, con tre specchi.

Feci uno sforzo, amaro di una vergogna segreta, per trovare in gola una voce non troppo strana. Le domandai:

— Tu lo sai, eh, Dida, qual è la mia professione? —

Dida aveva in mano una gruccia, e dalla gruccia pendeva un vestito di velo color isabella. Prima si voltò a guardarmi, come se non mi riconoscesse. Poi, stordita, ripeté:

— La tua professione? —

E io dovetti sentire di nuovo il sapore amaro di quella vergogna. Dovetti riprendere la domanda, quasi strappandola al mio spirito. Ma questa volta mi si disfece in bocca:

— Già, — dissi, — che cosa faccio io? —

Allora Dida stette un poco a guardarmi. Poi scoppiò in una gran risata:

— Ma che dici, Gengè? —

Allo scoppio di quella risata il mio orrore andò in pezzi all'improvviso. Si ruppe l'incubo di quelle necessità cieche. Poco prima il mio spirito ci aveva sbattuto contro, tremando, mentre cercava nel profondo.

Ah, ecco: un usuraio, per gli altri; uno stupido qui, per Dida, mia moglie. Io ero Gengè: uno qui, nell'animo e davanti agli occhi di mia moglie. E chissà quanti altri Gengè c'erano fuori, nell'animo o soltanto negli occhi della gente di Richieri. Non si trattava del mio spirito. Il mio spirito si sentiva libero dentro di me, intatto nella sua intimità di sempre. Era libero da tutti quei modi di vedere le cose che mi erano venuti dagli altri. Soprattutto da questo: il modo di vedere il denaro e la professione di mio padre.

No? E allora di chi si trattava? Potevo rifiutare come non mia questa realtà spregevole che mi davano gli altri. Ma, ahimè, dovevo pure riconoscere una cosa. Se anche me ne fossi data una io, per me, non sarebbe stata più vera, *come realtà*, di quella degli altri. Gli altri mi facevano esistere in quella realtà, con quel corpo. E ora, davanti a mia moglie, neanche quel corpo poteva sembrarmi *mio*. Perché se l'era preso quel Gengè *suo*. Quel Gengè che aveva appena detto una nuova sciocchezza, e per questo lei aveva tanto riso. Voler sapere la sua professione! Come se non si sapesse!

— Lusso di bontà... — dissi, quasi tra me. La voce mi usciva da un silenzio che mi sembrava fuori della vita. Ero un'ombra davanti a mia moglie. E non sapevo più da dove io, io come io, le parlavo.

— Che dici? — ripeté lei, dalla sicura solidità della sua vita, con quel vestito color isabella sul braccio.

E siccome io non risposi, mi venne vicino. Mi prese per le braccia e mi soffiò sugli occhi. Era come se volesse cancellare uno sguardo che non era più di Gengè. Lei sapeva che quel Gengè, come lei, doveva fingere di non sapere una cosa. Doveva fingere di non sapere come si traduceva in paese il nome della professione di mio padre.

Ma non ero peggio di mio padre, io? Ah, mio padre almeno *lavorava*... Ma io! Che cosa facevo io? Il buon figliolo feroce. Il buon figliolo che parlava di cose lontane, e anche bizzarre. Della scoperta del naso che mi pendeva verso destra; oppure dell'altra faccia della luna. E intanto la cosiddetta banca di mio padre continuava a *lavorare*, e andava sempre meglio. Ci pensavano i due amici fidati, Firbo e Quantorzo. Nella banca c'erano anche soci minori. E anche i due amici fidati, come si dice, avevano la loro parte. Tutto andava a gonfie vele, senza che io me ne occupassi per niente. Tutti quei soci mi volevano bene: Quantorzo come a un figlio, Firbo come a un fratello. Tutti sapevano che con me era inutile parlare d'affari. Bastava chiamarmi ogni tanto a firmare. Io firmavo, ed era tutto. Non proprio tutto. Perché ogni tanto qualcuno veniva a pregarmi di mandarlo da Firbo o da Quantorzo con un bigliettino di raccomandazione. Già! E io allora gli scoprivo sul mento una fossetta. La fossetta gli divideva il mento in due parti non proprio uguali: una più piena di qua, una più piatta di là.

Come mai non mi avevano ancora ammazzato? Eh, non mi ammazzavano, signori, per questa ragione. Io finora non mi ero mai staccato da me per vedermi. Vivevo come un cieco nelle condizioni in cui mi avevano messo, senza chiedermi quali fossero. Ero nato e cresciuto in esse, e perciò mi sembravano naturali. Così anche per gli altri era naturale che io fossi così. Mi conoscevano così; non potevano pensarmi diverso. E ormai tutti potevano guardarmi quasi senza odio, e anche sorridere a questo buon *figliolo feroce*.

Tutti?

All'improvviso sentii due paia di occhi piantati nell'anima, come quattro pugnali avvelenati. Erano gli occhi di Marco di Dio e di sua moglie Diamante. Li incontravo ogni giorno sulla mia strada, quando tornavo a casa.

§ 7. **Parentesi necessaria, una per tutti.**

Marco di Dio e sua moglie Diamante ebbero la fortuna di essere (se ricordo bene) le mie prime vittime. Voglio dire: i primi scelti per l'esperimento di distruggere un Moscarda.

Ma con quale diritto parlo di loro? Con quale diritto do qui un aspetto e una voce ad altri, fuori di me? Che cosa ne so io? Come posso parlarne? Li vedo da fuori e, naturalmente, come sono per me. Cioè in una forma in cui loro, certo, non si riconoscerebbero. E allora non faccio agli altri lo stesso torto di cui io mi lamento tanto?

Sì, certo. Ma con la piccola differenza delle fissazioni, di cui ho già parlato all'inizio. Parlo di quel certo modo in cui ognuno si vuole, costruendosi così o così. Ognuno si costruisce secondo come si vede e come crede sinceramente di essere. Non solo per sé, ma anche per gli altri. È una presunzione, comunque, e bisogna pagarne il prezzo.

Ma voi, lo so, non volete ancora arrendervi, ed esclamate:

— E i fatti? Oh, perdio, e non ci sono i dati di fatto?

— Sì, che ci sono. —

Nascere è un fatto. Nascere in un tempo invece che in un altro, ve l'ho già detto. E da questo o da quel padre, e in questa o in quella condizione. Nascere maschio o femmina; in Lapponia o nel centro dell'Africa; bello o brutto; con la gobba o senza gobba: *fatti*. E anche se perdete un occhio, è un fatto. E potete perderli anche tutti e due. Se siete pittore, è il fatto peggiore che vi possa capitare.

Tempo, spazio, necessità. Sorte, fortuna, casi: sono tutte trappole della vita. Volete essere? C'è questo. In astratto non si è. Bisogna che l'essere resti preso in una forma, come in una trappola. E per un certo tempo deve finire in essa, qua o là, così o così. E ogni cosa, finché dura, porta con sé la pena della sua forma. La pena di essere così e di non poter più essere diversa. Guardate quel gobbo là. Sembra uno scherzo che si può accettare per un minuto solo, e poi basta. Poi dritto, su, svelto, agile, alto... Ma che! Sempre così, per tutta la vita, che è una sola. E bisogna che si rassegni a passarla tutta tutta così.

E come le forme, così gli atti.

Quando un atto è compiuto, è quello: non cambia più. Quando uno ha agito in qualche modo, quello che ha fatto resta. Resta come una prigione per lui, anche se poi non si sente e non si ritrova negli atti compiuti. Se avete preso moglie. O anche, in modo più concreto, se avete rubato e vi hanno scoperto. Se avete ucciso. Allora le conseguenze delle vostre azioni vi avvolgono come spire e tentacoli. E vi pesa sopra e intorno, come un'aria densa che non si può respirare, la responsabilità. È la responsabilità che vi siete presi per quelle azioni e per le loro conseguenze, non volute o non previste. E come potete più liberarvi?

Già. Ma che cosa volete dire con questo? Che gli atti, come le forme, decidono la realtà mia o la vostra? E come? Perché? Che siano una prigione, nessuno lo può negare. Ma se volete affermare soltanto questo, state attenti: non affermate niente contro di me. Perché io dico proprio questo, anzi lo sostengo. Sono una prigione, e la più ingiusta che si possa immaginare.

Mi sembrava, santo Dio, di avervelo dimostrato! Io conosco Tizio. Secondo la conoscenza che ne ho, gli do una realtà: per me. Ma Tizio lo conoscete anche voi. E certo quello che conoscete voi non è lo stesso che conosco io. Perché ciascuno di noi lo conosce a modo suo, e gli dà a modo suo una realtà. Ora, anche per se stesso Tizio ha tante realtà quante sono le persone che conosce. Perché in un modo si conosce con me, e in un altro con voi, con un terzo, con un quarto, e così via. Questo vuol dire che Tizio è davvero uno con me, uno con voi. È un altro con un terzo, un altro con un quarto, e così via. Eppure ha l'illusione, anche lui, anzi lui soprattutto, di essere uno per tutti. Il guaio è questo; o lo scherzo, se vi piace di più chiamarlo così. Facciamo un atto. Crediamo in buona fede di essere tutti in quell'atto. Poi, purtroppo, ci accorgiamo che non è così. L'atto è sempre e soltanto di uno dei tanti che siamo, o che possiamo essere. Ce ne accorgiamo quando, per un caso molto sfortunato, all'improvviso ci restiamo come agganciati e sospesi. Ci accorgiamo, voglio dire, di non essere tutti in quell'atto. E che dunque sarebbe un'ingiustizia atroce giudicarci soltanto da quello. Tenerci agganciati e sospesi a quell'atto, alla gogna, per tutta la vita. Come se tutta la nostra vita fosse raccolta in quell'atto solo.

— Ma io sono anche questo, e quest'altro, e poi quest'altro! — ci mettiamo a gridare.

Tanti, eh già. Tanti che erano fuori dall'atto di quell'uno, e che non avevano niente o ben poco a che fare con esso. E non solo. Pensate a quell'uno stesso: cioè alla realtà che ci siamo dati in un momento. È quella che in quel momento ha compiuto l'atto. Spesso, poco dopo, sparisce del tutto. Tanto è vero che il ricordo dell'atto resta in noi, se resta, come un sogno pieno d'angoscia, che non si può spiegare. Un altro, dieci altri, tutti quegli altri che noi siamo o possiamo essere, nascono in noi uno a uno. E ci domandano come abbiamo potuto fare questo. E noi non ce lo sappiamo più spiegare.

Realtà passate.

Se i fatti non sono tanto gravi, queste realtà passate le chiamiamo inganni. Sì, va bene. Perché davvero ogni realtà è un inganno. Proprio quell'inganno per cui ora io dico a voi che ne avete davanti un altro.

— Voi sbagliate! —

Siamo molto superficiali, io e voi. Non entriamo bene dentro lo scherzo, che è più profondo e ha radici più lontane, cari miei. Lo scherzo è questo. L'essere agisce per forza attraverso forme, cioè le apparenze che si crea. E noi diamo a queste forme il valore di realtà. È un valore che cambia, naturalmente, secondo come l'essere ci appare in quella forma e in quell'atto.

E per forza ci deve sembrare che gli altri abbiano sbagliato. Che una certa forma, un certo atto, non sia questo e non sia così. Ma poco dopo, inevitabilmente, ci spostiamo di un punto. E allora ci accorgiamo che abbiamo sbagliato anche noi: non è questo e non è così. Così alla fine siamo costretti a riconoscere una cosa. Non sarà mai né questo né così, in nessun modo stabile e sicuro. Sarà ora in un modo, ora in un altro. E tutti questi modi, a un certo punto, ci sembreranno sbagliati, o tutti veri: che è lo stesso. Perché una realtà non ci fu data, e non c'è. Dobbiamo farcela noi, se vogliamo essere. E non sarà mai una per tutti, una per sempre. Cambierà di continuo, all'infinito. Abbiamo la capacità di illuderci che la realtà di oggi sia l'unica vera. Questa capacità, da una parte, ci sostiene. Dall'altra, ci fa precipitare in un vuoto senza fine. Perché la realtà di oggi, domani, si scoprirà un'illusione. E la vita non conclude. Non può concludere. Se domani conclude, è finita.

§ 8. **Caliamo un poco.**

Vi sembra che l'abbia presa troppo dall'alto? E allora scendiamo un poco. La palla è elastica; ma per rimbalzare bisogna che tocchi terra. Tocchiamo terra, e facciamola tornare nella mano.

Di quali fatti volete parlare? Del fatto che io sono nato l'anno tale, il mese tale, il giorno tale, nella nobile città di Richieri? Nella casa in via tale, numero tale, dal signor Tal dei Tali e dalla signora Tal dei Tali? Che fui battezzato nella chiesa madre a sei giorni, mandato a scuola a sei anni, sposato a ventitré anni? Che sono alto un metro e sessantotto, rosso di capelli, eccetera eccetera?

Sono i miei connotati. Dati di fatto, dite voi. E vorreste ricavarne la mia realtà? Ma questi stessi dati, da soli, non dicono niente. Credete che tutti li giudichino nello stesso modo? E anche se mi rappresentassero intero e preciso, dove mi rappresenterebbero? In quale realtà?

Nella vostra, che non è quella di un altro; e poi di un altro; e poi di un altro. C'è forse una realtà sola, una per tutti? Ma abbiamo visto che non ce n'è una neanche per ciascuno di noi! Perché in noi stessi la nostra realtà cambia di continuo. E allora?

Ecco qua, terra terra. Siete in cinque? Venite con me.

Questa è la casa in cui sono nato, l'anno tale, il mese tale, il giorno tale. Per tutti questa casa è la stessa. È la stessa per la posizione, per l'altezza, per la lunghezza, per il numero delle finestre qui davanti. E per tutti voi cinque io ci sono nato, l'anno tale, il mese tale, il giorno tale. Sono rosso di capelli e ora sono alto un metro e sessantotto. Ma da questo segue forse che tutti e cinque diate la stessa realtà a questa casa e a me? A voi che abitate in una catapecchia, questa casa sembra un bel palazzo. A voi che avete un certo gusto artistico, sembra una casa volgarissima. Voi passate malvolentieri per la via dove si trova, perché vi ricorda un episodio triste della vostra vita. E la guardate storto. Voi, invece, la guardate con occhio affettuoso. Perché, lo so, qui di fronte abitava la vostra povera mamma, che fu una buona amica della mia.

E io, che ci sono nato? Oh Dio! Mettiamo che per tutti e cinque voi, in questa casa, sia nato un imbecille, l'anno tale, il mese tale, il giorno tale. La casa è una e cinque. Credete che sia lo stesso imbecille per tutti? Per uno sarò un imbecille perché lascio Quantorzo direttore della banca e Firbo consulente legale. Ma proprio per questa ragione un altro mi giudica furbissimo. Quest'altro, invece, crede di vedere chiara la mia imbecillità in un'altra cosa. Io porto a spasso ogni giorno la cagnolina di mia moglie. E così via.

Cinque imbecilli. Uno in ciascuno di voi. Cinque imbecilli che vi stanno davanti, come li vedete da fuori. Stanno in me, che sono uno e cinque, come la casa. Tutti hanno questo nome di Moscarda. Da solo il nome non è niente, neanche uno, se serve a disegnare cinque imbecilli diversi. Sì, tutti e cinque si volteranno, se chiamate: — *Moscarda!* — ma ciascuno con l'aspetto che voi gli date. Cinque aspetti. Se rido, cinque sorrisi; e così via.

E ogni atto che io compio, per voi, non sarà l'atto di uno di questi cinque? E potrà essere lo stesso, questo atto, se i cinque sono diversi? Ciascuno di voi lo interpreterà. Gli darà senso e valore secondo la realtà che mi ha dato.

Uno dirà:

— Moscarda ha fatto questo. —

L'altro dirà:

— Ma che, questo! Ha fatto ben altro! —

E il terzo:

— Per me ha fatto benissimo. Doveva fare così! —

Il quarto:

— Ma che così e così! Ha fatto malissimo. Doveva fare invece... —

E il quinto:

— Che cosa doveva fare? Ma se non ha fatto niente! —

E sarete capaci di prendervi a pugni per quello che Moscarda ha fatto o non ha fatto. Per quello che doveva o non doveva fare. E non vorrete capire che il Moscarda dell'uno non è il Moscarda dell'altro. Credete di parlare di un Moscarda solo. Credete che sia proprio uno, sì: quello che vi sta davanti così e così, come voi lo vedete, come voi lo toccate. E invece parlate di cinque Moscarda. Perché anche gli altri quattro ne hanno uno davanti, uno per ciascuno. Ed è soltanto quello, così e così, come ciascuno lo vede e lo tocca. Cinque; e sei, se il povero Moscarda si vede e si tocca come uno anche per sé. Uno e nessuno, ahimè, come lui si vede e si tocca, se gli altri cinque lo vedono e lo toccano in un altro modo.

§ 9. **Chiudiamo la parentesi.**

Tuttavia, non abbiate dubbi, mi sforzerò di darvi la realtà che voi credete di avere. Cioè di volervi in me come voi vi volete. Non è possibile, ormai lo sappiamo bene. Per quanti sforzi io faccia per rappresentarvi a modo vostro, sarà sempre “un modo vostro” soltanto per me. Non sarà “un modo vostro” per voi e per gli altri.

Ma scusate. Per voi io non ho altra realtà fuori di quella che voi mi date. E io sono pronto a riconoscere e ad ammettere che non è meno vera di quella che potrei darmi io. Anzi, per voi è l'unica vera (e Dio sa che cos'è questa realtà che voi mi date!). Allora vorreste lamentarvi adesso di quella che vi darò io? Io ci metterò tutta la buona volontà per rappresentarvi, il più possibile, a modo vostro.

Non pretendo che siate come vi rappresento io. Ho già detto che non siete neppure quell'uno che rappresentate a voi stesso. Siete tanti nello stesso tempo, secondo tutte le vostre possibilità di essere. Secondo i casi, le relazioni, le circostanze. E dunque, che torto vi faccio io? Siete voi che fate un torto a me. Credete che io non abbia, o non possa avere, altra realtà fuori di quella che mi date voi. Ma quella realtà è soltanto vostra, credetemi. È una vostra idea, quella che vi siete fatta di me. È una possibilità di essere come voi la sentite, come vi sembra, come la riconoscete possibile in voi. Perché di quello che io posso essere per me, voi non potete sapere niente. E non ne so niente neppure io.

§ 10. **Due visite.**

E sono contento di una cosa. Poco fa, mentre leggevate questo mio libretto, sono arrivate all'improvviso due visite, una dentro l'altra. Voi avevate quel sorriso un po' ironico che vi ha accompagnato fin dall'inizio della lettura. E le due visite sono venute a dimostrarvi quanto era sciocco quel vostro sorriso.

Siete ancora confuso, vi vedo. Siete irritato, umiliato per la brutta figura che avete fatto con il vostro vecchio amico. L'avete mandato via poco dopo l'arrivo del nuovo, con una scusa meschina. Non sopportavate più di vedervelo davanti. Non sopportavate di sentirlo parlare e ridere davanti a quell'altro. Ma come? Mandarlo via così? Poco prima che arrivasse l'altro, eravate tanto contento di parlare e ridere con lui!

Mandato via. Chi? Il vostro amico? Credete sul serio di aver mandato via lui?

Pensateci un poco.

Il vostro vecchio amico, in sé e per sé, non aveva nessuna ragione di essere mandato via quando è arrivato il nuovo. I due non si conoscevano affatto. Li avete presentati voi, l'uno all'altro. E potevano stare insieme una mezz'oretta nel vostro salotto, a chiacchierare di questo e di quello. Nessun imbarazzo, né per l'uno né per l'altro.

L'imbarazzo l'avete provato voi. Ed era tanto più forte e insopportabile quanto più vedevate quei due andare d'accordo, a poco a poco. Quell'accordo l'avete rotto subito. Perché? Ma perché voi (non volete ancora capirlo?), voi, all'improvviso, vi siete scoperto due. È successo all'arrivo del vostro nuovo amico. Ed eravate due così diversi che, a un certo punto, non ce l'avete fatta più. Avete dovuto mandarne via uno. Non il vostro vecchio amico, no. Avete mandato via voi stesso: quell'uno che siete per il vostro vecchio amico. Perché lo avete sentito tutto diverso da quello che siete, o volete essere, per il nuovo.

Quei due non erano incompatibili tra loro. Erano estranei l'uno all'altro, gentilissimi tutti e due, e forse fatti per capirsi benissimo. Incompatibili erano i due *voi* che all'improvviso avete scoperto in voi stesso. Non avete potuto sopportare che le cose dell'uno si mescolassero con quelle dell'altro. Perché queste cose, in verità, non avevano niente in comune tra loro. Niente, niente. Perché voi avete una realtà per il vostro vecchio amico, e un'altra per il nuovo. E sono così diverse in tutto che lo sentivate voi stesso. Se vi foste rivolto all'uno, l'altro sarebbe rimasto a guardarvi sbalordito. Non vi avrebbe più riconosciuto. Avrebbe esclamato tra sé:

— Ma come? È questo? È così? —

Vi siete trovato così, due nello stesso momento, in un imbarazzo insopportabile. E avete cercato una scusa meschina per liberarvi. Non di uno di loro, ma di uno dei due che quei due vi costringevano a essere nello stesso tempo.

Su, su, tornate a leggere questo mio libretto, senza più sorridere come avete fatto finora.

Credetemi pure: forse l'esperienza di poco fa vi ha dato qualche dispiacere. Ma questo è niente, mio caro. Perché voi non siete soltanto due, ma chissà quanti, senza saperlo. E vi credete sempre uno.

Andiamo avanti.

### Glossario

- **stato civile**: i dati di una persona scritti negli uffici del comune: nome, nascita, matrimonio.
- **ghigno**: sorriso cattivo o ironico.
- **boia**: chi uccide i condannati a morte per conto della legge.
- **palco**: qui, il palco di legno dove il boia uccide i condannati a morte.
- **usura / usuraio**: prestare soldi chiedendo interessi altissimi / chi lo fa.
- **a gonfie vele**: molto bene, senza problemi.
- **gogna**: un tempo, il posto dove il colpevole veniva legato e mostrato a tutti per fargli vergogna.
- **connotati**: i dati fisici di una persona (altezza, colore dei capelli...).
- **catapecchia**: casa molto povera e brutta.
- **incompatibili**: che non possono stare insieme.

## Libro quarto

§ 1. **Com'erano per me Marco di Dio e sua moglie Diamante.**

Dico “erano”; ma forse sono ancora vivi. Dove? Forse ancora qui, e potrei vederli domani. Ma qui, dove? Non ho più un mondo mio. Non posso sapere niente del loro mondo, del posto dove loro immaginano di essere. So di sicuro che camminano per la strada, se domani li incontro per la strada. Potrei domandare a lui:

— Tu sei Marco di Dio? —

E lui mi risponderebbe:

— Sì. Marco di Dio.

— E cammini per questa via?

— Sì. Per questa via.

— E questa è tua moglie Diamante?

— Sì. Mia moglie Diamante.

— E questa via si chiama così e così?

— Così e così. E ha tante case, tante strade laterali, tanti lampioni, ecc. ecc. —

Come in una grammatica d'Orlendorf.

Ebbene, allora questo mi bastava, come adesso basta a voi. Mi bastava per stabilire la realtà di Marco di Dio e di sua moglie Diamante. E anche la realtà della via dove potrei ancora incontrarli, come li incontravo allora. Quando? Oh, non molti anni fa. Che bella precisione di spazio e di tempo! La via, cinque anni fa.

Per me l'eternità è sprofondata non solo tra questi cinque anni, ma tra un minuto e l'altro. E il mondo in cui vivevo allora mi sembra più lontano della stella più lontana del cielo.

Marco di Dio e sua moglie Diamante mi sembravano due poveri disgraziati. Da una parte la miseria sembrava averli convinti che ormai era inutile lavarsi la faccia ogni mattina. Ma dall'altra parte la miseria li convinceva ancora a provare ogni mezzo. Non per guadagnare ogni giorno quel poco che bastava a mangiare. No: per diventare milionari dall'oggi al domani. *Mi-lio-na-ri*, come diceva lui, sillaba per sillaba, con gli occhi feroci e spalancati.

Allora ridevo, e tutti ridevano con me quando glielo sentivano dire. Ora invece ne provo orrore. Potevo riderne solo per una ragione. Non avevo ancora mai dubitato di una cosa che ci dà forza e ci aiuta tanto. Si chiama la regolarità delle esperienze. Per questo potevo considerare un sogno buffo l'idea di diventare milionari dall'oggi al domani. Ma è già stato dimostrato che questa regolarità delle esperienze è un filo sottilissimo. E se questo filo si fosse spezzato in me? Se questo sogno buffo, ripetuto due o tre volte, fosse diventato *regolare* per me? Allora neanche io avrei potuto dubitare che si può davvero diventare milionari da un giorno all'altro. Chi conserva la beata regolarità delle esperienze non può immaginare una cosa. Non può immaginare quali cose possono sembrare reali, o almeno possibili, a chi vive fuori da ogni regola. Proprio come quell'uomo.

Si credeva inventore.

E un inventore, signori miei, un bel giorno apre gli occhi, inventa una cosa, ed ecco: diventa milionario!

Molti lo ricordano ancora com'era quando arrivò dalla campagna a Richieri: come un selvaggio. Ricordano che allora fu accolto nello studio di uno dei nostri artisti più stimati, che ora è morto. Lì, in poco tempo, aveva imparato a lavorare il marmo con molta abilità. Ma un giorno il maestro volle usarlo come modello per un suo gruppo di statue. Il gruppo fu esposto in gesso a una mostra d'arte. E diventò famoso con il titolo *Satiro e fanciullo*.

L'artista aveva potuto tradurre nella creta, senza fare danno, una visione di fantasia. Non era certo una visione pudica, ma era bellissima. E l'artista ne era stato contento e aveva ricevuto lodi.

Il delitto era nella creta.

Il maestro non sospettò una cosa: che nel suo allievo potesse nascere una tentazione. Era la tentazione di tradurre a sua volta quella visione fuori dalla creta. Nella creta la visione era fissata per sempre e meritava lodi. L'allievo invece poteva tradurla in un movimento di un momento, che non meritava più nessuna lode. E questo mentre sudava nello studio a sbozzare quel gruppo nel marmo, oppresso dal caldo di un pomeriggio d'estate.

Il fanciullo vero non volle essere docile e sorridente come quello finto di creta. Gridò aiuto; arrivò gente; e Marco di Dio fu sorpreso in un atto che era della bestia. Era una bestia nata in lui all'improvviso, in quel momento di caldo soffocante.

Ora, siamo giusti: una bestia, sì; schifosissima, in quell'atto. Ma c'erano tanti altri suoi atti onesti, e tutti potevano dirlo. Per quegli atti, non era forse Marco di Dio anche quel bravo giovane? Il suo maestro diceva di aver sempre conosciuto così il suo sbozzatore.

So che con questa domanda offendo la vostra morale. Infatti voi mi rispondete: se in Marco di Dio poté nascere una tentazione simile, è un segno chiaro. Vuol dire che non era quel bravo giovane che diceva il maestro. Intanto potrei farvi notare una cosa. Le vite dei santi sono piene di tentazioni simili, e anche più vergognose. I santi davano la colpa *alle demonia*, e con l'aiuto di Dio riuscivano a vincerle. Anche a voi succede qualcosa di simile. Di solito voi mettete dei freni a voi stessi. Questi freni impediscono a quelle tentazioni di nascere in voi. Oppure impediscono che da voi esca fuori all'improvviso il ladro o l'assassino. Il caldo soffocante di un pomeriggio d'estate non è mai riuscito a sciogliere la crosta della vostra solita onestà. Non è mai riuscito ad accendere in voi, per un momento, la bestia delle origini. Potete condannare.

Ma se ora io comincio a parlarvi di Giulio Cesare? Della sua gloria di imperatore, che vi riempie di tanta ammirazione?

— Volgarità! — esclamate. — Allora non era più Giulio Cesare. Noi lo ammiriamo là dove Giulio Cesare era veramente *lui*. —

Benissimo. Lui. Ma vedete? Se Giulio Cesare era *lui* soltanto là dove voi lo ammirate, quando non era più là, dov'era? Chi era? Nessuno? Uno qualunque? E chi?

Bisognerà domandarlo a Calpurnia, sua moglie, o a Nicomede re di Bitinia.

A forza di insistere, alla fine vi è entrata in testa anche questa idea: che non esisteva un solo Giulio Cesare. Esisteva, sì, un Giulio Cesare come lui stesso si vedeva per gran parte della sua vita. Questo Cesare aveva senza dubbio un valore molto più grande degli altri. Ma non era più reale, vi prego di crederlo. Era altrettanto reale il Cesare di sua moglie Calpurnia. Questo era smorfioso, noioso, tutto rasato, con la veste in disordine e molto infedele. Ed era reale anche il Cesare senza nessun pudore di Nicomede re di Bitinia.

Il guaio è sempre questo, signori. Tutti questi dovevano essere chiamati con quell'unico nome di Giulio Cesare. E in un solo corpo di uomo dovevano abitare insieme tanti uomini, e anche una donna. Questa donna voleva essere donna, ma in quel corpo di uomo non trovava il modo. Così lo fu dove e come poté: contro natura, senza nessun pudore, e anche più di una volta.

Il satiro, in quel povero Marco di Dio, uscì fuori, in fondo, una volta sola. E uscì perché era stato tentato da quel gruppo del suo maestro. Fu sorpreso in quell'atto di un momento, e fu condannato per sempre. Non trovò nessuno che volesse prenderlo in considerazione. Uscito dal carcere, cominciò a inventare i progetti più strani. Voleva uscire dalla miseria vergognosa in cui era caduto. E lo faceva a braccetto con una donna. Questa donna un bel giorno era venuta da lui, e nessuno sapeva come né da dove.

Da una decina d'anni diceva che sarebbe partito per l'Inghilterra la settimana dopo. Ma questi dieci anni erano forse passati per lui? Erano passati per quelli che glielo sentivano dire. Lui era sempre deciso a partire per l'Inghilterra la settimana dopo. E studiava l'inglese. O almeno, da anni teneva sotto il braccio una grammatica inglese. Era aperta e piegata sempre allo stesso punto. Il braccio ci strusciava sopra e la giacca era sudicia. Così quelle due pagine aperte ormai non si potevano più leggere. Le pagine seguenti, invece, erano rimaste incredibilmente pulite. Ma fin dove arrivava lo sporco, lui sapeva. E ogni tanto, camminando per la strada, faceva all'improvviso una domanda alla moglie, con la fronte aggrottata. Voleva vedere se era pronta e preparata:

— *Is Jane a happy child?* —

E la moglie rispondeva pronta e seria:

— *Yes, Jane is a happy child.* —

Perché anche la moglie, la settimana dopo, sarebbe partita per l'Inghilterra con lui.

Era uno spettacolo che faceva paura e insieme pietà. Una donna che lui era riuscito ad attirare, chissà come. E l'aveva fatta vivere come una cagna fedele dentro quel suo sogno buffo. Il sogno di diventare milionario dall'oggi al domani con un'invenzione. Per esempio, con “*cessi inodori per paesi senz'acqua nelle case*”. Ridete? Proprio per questo la loro serietà era così cupa: perché tutti ne ridevano. Anzi, era feroce. E diventava tanto più feroce quanto più crescevano le risate intorno.

Ormai erano arrivati a questo punto. Se qualcuno per caso si fermava ad ascoltare i loro progetti senza ridere, loro non erano contenti. Al contrario, gli lanciavano brutte occhiate di traverso, piene di sospetto e anche di odio. Perché ormai le risate degli altri erano l'aria in cui respirava il loro sogno. Senza quelle risate, rischiavano di soffocare.

Per questo capisco perché per loro il nemico peggiore era stato mio padre.

Infatti mio padre non si permetteva soltanto con me quel lusso di bontà di cui ho parlato prima. Gli piaceva anche aiutare le stupide illusioni di certe persone, con una generosità che non si stancava mai. E lo faceva ridendo con quel suo sorriso particolare. Erano persone che, come Marco di Dio, venivano a piangere davanti a lui. Piangevano la loro sfortuna: non avevano abbastanza soldi per realizzare i loro progetti, il loro sogno. Il sogno della ricchezza!

— Quanto? — domandava mio padre.

Oh, poco. Perché a quelle persone bastava sempre poco per diventare ricche: mi-lio-na-ri. E mio padre dava.

— Ma come! Dicevi che bastava così poco...

— Già. Non avevo fatto bene i conti. Ma adesso, proprio...

— Quanto?

— Oh, poco! —

E mio padre dava, dava. Ma poi, a un certo punto, basta. E allora quelle persone, come è facile capire, non gli erano grate. Lui non aveva voluto divertirsi a prenderli in giro fino in fondo, fino alla loro completa delusione. Ma loro non lo ringraziavano per questo. Anzi, ora potevano dare a lui la colpa, senza rimorso. La colpa del fallimento delle loro illusioni, proprio sul più bello. E nessuno si vendicava con più rabbia di loro, chiamando mio padre usuraio.

Il più rabbioso di tutti era stato proprio questo Marco di Dio. Ora che mio padre era morto, rovesciava su di me il suo odio feroce. E non senza ragione. Non senza ragione, perché anche io, quasi senza saperlo, continuavo a fargli del bene. Lo facevo abitare in una catapecchia di mia proprietà. Né Firbo né Quantorzo gli avevano mai chiesto la pigione. E proprio questa catapecchia mi diede il mezzo per tentare su di lui il mio primo esperimento.

§ 2. **Ma fu totale.**

Totale, perché bastò muovere in me pochissimo, così per gioco, la volontà di mostrarmi diverso a uno dei centomila in cui vivevo. Questo bastò perché tutte le mie altre realtà cambiassero in centomila modi diversi.

E per forza, se ci pensate bene, questo gioco doveva portarmi alla pazzia. O meglio, a questo orrore: la coscienza della pazzia. Una coscienza fresca e chiara, signori, fresca e chiara come una mattina d'aprile. E lucida e precisa come uno specchio.

Perché, mentre mi avviavo verso quel primo esperimento, andavo a mettere gentilmente la mia volontà fuori di me. Come un fazzoletto che mi tirassi fuori di tasca. Volevo compiere un atto che non doveva essere mio. Doveva essere di quell'ombra di me che viveva come realtà in un altro. Era un'ombra così solida e vera che avrei potuto togliermi il cappello e salutarla. Ma per una maledetta necessità dovevo incontrarla e salutarla viva. Non proprio in me, ma nel mio stesso corpo. Questo corpo, per sé, non era nessuno. Poteva essere mio, ed era mio, perché rappresentava me a me stesso. Ma poteva anche essere di quell'ombra, ed era anche suo. Era di quelle centomila ombre che mi rappresentavano ai centomila altri. Mi rappresentavano vivo e diverso in centomila modi.

Infatti, non andavo forse incontro al signor Vitangelo Moscarda per fargli un brutto scherzo? Eh, signori, sì, un brutto scherzo. (Scusatemi per tutte queste strizzatine d'occhio. Ma ho bisogno di strizzare l'occhio, di strizzarlo così. Non posso sapere come vi sembro in questo momento. E allora con queste strizzatine d'occhio provo anche a indovinarlo.) Volevo fargli fare un atto del tutto contrario a lui e incoerente. Un atto che distruggesse di colpo la logica della sua realtà. Così lo avrebbe annientato agli occhi di Marco di Dio e di tanti altri.

Non capivo, disgraziato! Non capivo che la conseguenza di un atto simile non poteva essere quella che immaginavo. Io immaginavo di presentarmi a tutti, dopo, e di domandare:

— Vedete adesso, signori, che non è affatto vero che io sono quell'usuraio che voi volete vedere in me? —

La conseguenza invece doveva essere un'altra. Tutti avrebbero esclamato, spaventati:

— O oh! Sapete? L'usuraio Moscarda è impazzito! —

Perché l'usuraio Moscarda poteva sì impazzire. Ma non si poteva distruggere così, di colpo, con un atto contrario a lui e incoerente. L'usuraio Moscarda non era un'ombra con cui giocare e da prendere in giro. Era un signore da trattare con il dovuto rispetto. Alto un metro e sessantotto, con i capelli rossi come papà, il fondatore della banca. Con le sopracciglia, sì, ad accento circonflesso. E con quel naso che pendeva verso destra, come quello del caro stupido Gengè di mia moglie Dida. Insomma, era un signore che rischiava, Dio ci liberi, di impazzire. E impazzendo poteva portarsi in manicomio tutti gli altri Moscarda che io ero per gli altri. E anche, oh Dio, quel povero innocuo Gengè di mia moglie Dida. E, se permettete, anche me, che leggero e sorridente ci avevo giocato.

Rischiai, anzi rischiammo tutti quanti, come vedrete, il manicomio, questa prima volta. E non ci bastò. Dovevamo rischiare anche la vita, prima che io guarissi e trovassi alla fine (uno, nessuno e centomila) la via della salute.

Ma non anticipiamo.

§ 3. **Atto notarile.**

Per prima cosa andai nello studio del notaio Stampa, in Via del Crocefisso, numero 24. Perché (eh, questi sono dati di fatto sicurissimi) ecco come stavano le cose. Il giorno... dell'anno..., regnava Vittorio Emanuele III, per grazia di Dio e volontà della nazione re d'Italia. In quel giorno, nella nobile città di Richieri, in Via del Crocefisso, al numero civico 24, c'era uno studio. Lì lavorava come regio notaio il signor Stampa cavalier Elpidio, di anni 52 o 53.

— C'è ancora? Al numero 24? Lo conoscete tutti, il notaio Stampa? —

Oh, allora possiamo essere sicuri di non sbagliare. Quel notaio Stampa là, che conosciamo tutti. Va bene? Ma io, entrando nello studio, ero in uno stato d'animo che voi non potete immaginare. Come potreste immaginarlo, scusate? Per voi è ancora la cosa più naturale del mondo entrare nello studio di un notaio per scrivere un atto qualsiasi. E dite che lo conoscete tutti, questo notaio Stampa!

Vi dico che quel giorno ci andavo per il mio primo esperimento. Insomma, lo volete fare anche voi con me, una buona volta, questo esperimento, sì o no? Voglio dire: guardare dentro lo scherzo spaventoso che sta sotto la calma naturalezza dei rapporti di ogni giorno. Sotto i rapporti che vi sembrano i più soliti e normali. E sotto la quieta apparenza della cosiddetta realtà delle cose. È lo scherzo, santo Dio, che vi fa arrabbiare ogni cinque minuti. Per questo scherzo gridate all'amico che vi sta accanto:

— Ma scusa! Ma come non vedi questo? Sei cieco? —

E quello no, non lo vede. Voi credete che debba vedere la vostra cosa, come sembra a voi. Ma lui vede un'altra cosa. La vede come sembra a lui, e quindi per lui il cieco siete voi.

Questo scherzo, dico. Io lo avevo già capito fino in fondo.

Ora entravo in quello studio, carico di tutte le riflessioni e i pensieri che avevo covato tanto a lungo. Me li sentivo friggere dentro tutti insieme, in grande agitazione. Intanto volevo restare così: fermo e lucido, quasi immobile, freddo. E immaginatevi invece che grande risata mi veniva voglia di fare! Me lo vedevo davanti serio serio, poverino, quel signor notaio Stampa. Non aveva il minimo sospetto che io, per me, potessi non essere come mi vedeva lui. Ed era sicurissimo di essere, per me, lo stesso uomo che vedeva ogni giorno nello specchio. Lo vedeva quando si annodava la cravattina nera, con tutte le sue cose intorno.

Capite adesso? Mi veniva voglia di strizzare l'occhio, di strizzarlo anche a lui. Volevo dirgli, da furbo: “*Bada sotto! Bada sotto!*”. Mi veniva anche voglia, Dio mio, di tirare fuori la lingua all'improvviso. Oppure di muovere il naso con una smorfia veloce. Così avrei cambiato di colpo quell'immagine di me che lui credeva vera. Così per gioco, senza cattiveria. Ma serio, eh? Serio, su, serio. Dovevo fare l'esperimento.

— Dunque, signor notaio, eccomi qua. Ma scusi, lei sta sempre immerso in questo silenzio? —

Si voltò di colpo a guardarmi bene. Disse:

— Silenzio. Dove? —

Infatti in quel momento per Via del Crocefisso passavano continuamente persone e carrozze.

— Già; non nella via, certo. Ma qui ci sono tutte queste carte, signor notaio, dietro i vetri pieni di polvere di questi scaffali. Non sente?

Un po' turbato e un po' confuso, tornò a guardarmi bene. Poi tese l'orecchio:

— Che cosa sento?

— Ma questo grattare! Ah, le zampine, scusi, le zampine del suo canarino, lì; scusi, scusi. Hanno le unghie, quelle zampine, e grattando sullo zinco della gabbia...

— Già. Sì. Ma che vuol dire?

— Oh, niente. Non le dà ai nervi, a lei, lo zinco, signor notaio?

— Lo zinco? Ma chi ci fa caso? Io non lo sento...

— Eppure, lo zinco, pensi! In una gabbia, sotto le zampine delicate di un canarino, nello studio di un notaio... Scommetto che non canta, questo canarino.

— Nossignore, non canta. —

Il signor notaio cominciava a guardarmi in un certo modo. Allora pensai che era prudente lasciar stare il canarino, per non rovinare l'esperimento. Almeno all'inizio, e soprattutto lì, davanti al notaio, l'esperimento aveva bisogno di una cosa. Nessuno doveva dubitare che la mia mente fosse sana. E domandai al signor notaio se sapeva di una certa casa. Si trovava in via tale, al numero tale. Apparteneva a un certo signor Moscarda Vitangelo, figlio del fu Francesco Antonio Moscarda...

— E non è lei?

— Già, io sì. Sarei io... —

Era così bello, peccato! Era bello parlare così in quello studio di notaio, tra tutti quegli incartamenti gialli di vecchiaia, in quei vecchi scaffali pieni di polvere. Parlare come da una distanza di secoli di una certa casa, che apparteneva a un certo Moscarda Vitangelo... Tanto più che sì, ero io lì, presente, a firmare l'atto, in quello studio di notaio. Ma chissà come lo vedeva lui, il signor notaio, quel suo studio. Chissà quale odore ci sentiva, diverso da quello che sentivo io. E chissà come e dov'era, nel mondo del signor notaio, quella certa casa di cui gli parlavo con voce lontana. E io, io, nel mondo del signor notaio, chissà com'ero, chissà che tipo curioso...

Ah, il piacere della storia, signori! Non c'è niente di più riposante della storia. Nella vita tutto vi cambia continuamente sotto gli occhi; niente è sicuro. E c'è sempre quest'ansia, senza riposo, di sapere come andranno le cose. Volete vedere come si fisseranno i fatti che vi tengono in tanta angoscia e in tanta agitazione! Nella storia, invece, tutto è deciso, tutto è stabilito. Le vicende possono essere dolorose e i casi tristi, ma eccoli lì, almeno in ordine. Sono fissati in trenta, quaranta paginette di libro: quelli, e lì. E non cambieranno mai più. Almeno finché un cattivo spirito critico non avrà il brutto piacere di buttare all'aria quella costruzione ideale. In quella costruzione tutte le parti si tenevano l'una con l'altra, tanto bene unite. E voi vi riposavate e ammiravate. Ogni effetto seguiva obbediente la sua causa, con una logica perfetta. Ogni avvenimento si svolgeva preciso e coerente in ogni particolare. Col signor duca di Nevers, che il giorno tale, anno tale, ecc. ecc.

Per non rovinare tutto, dovetti tornare alla realtà del signor notaio Stampa. Era una realtà sospesa, di quel momento, e piena di stupore preoccupato.

— Io, già, — mi affrettai a dirgli. — Sarei io, signor notaio. E lei non ha difficoltà, vero?, ad ammettere che la casa è mia, come tutta l'eredità del fu Francesco Antonio Moscarda, mio padre. Già! E adesso questa casa è sfitta, signor notaio. Oh, è piccola, sa... Saranno cinque o sei stanze, con due corpi bassi — si dice così? — Belli, i corpi bassi... Sfitta, dunque, signor notaio. Posso farne quello che voglio. Ora dunque lei... —

E qui mi chinai verso di lui. A bassa voce, molto seriamente, confidai al signor notaio l'atto che volevo fare. Qui, per ora, non posso raccontarlo, perché gli dissi:

— Deve restare tra me e lei, signor notaio, sotto il segreto professionale, finché lo vorrò io. Siamo intesi? —

Intesi. Ma il signor notaio mi avvertì che per fare quell'atto gli servivano alcuni dati e documenti. Per averli dovevo andare in banca, da Quantorzo. Mi sentii seccato; tuttavia mi alzai. Appena mi mossi, mi venne una voglia maledetta di domandare al signor notaio:

— Come cammino? Scusi: almeno mi sappia dire come mi vede camminare! —

Mi trattenni a fatica. Ma mentre aprivo la porta a vetri, non potei fare a meno di voltarmi. E gli dissi con un sorriso di compassione:

— Già, col mio passo, grazie!

— Come dice? — domandò il signor notaio, confuso.

— Ah, niente. Dico che me ne vado col mio passo, signor notaio. Ma sa che una volta io ho visto ridere un cavallo? Sissignore, mentre il cavallo camminava. Ora lei va a guardare il muso di un cavallo per vederlo ridere. E poi viene a dirmi che non l'ha visto ridere. Ma che muso! I cavalli non ridono mica col muso! Sa con che cosa ridono i cavalli, signor notaio? Con le natiche. Le assicuro che il cavallo, camminando, ride con le natiche. Sì, a volte, di certe cose che vede o che gli passano per la testa. Se lei vuole vedere ridere il cavallo, gli guardi le natiche, e stia bene! —

Capisco che non era il caso di dirgli così. Capisco tutto, io. Ma provo a rimettermi nello stato d'animo in cui mi trovavo allora. Quando sentivo addosso gli occhi della gente, mi sembrava di subire un'orribile sopraffazione. Pensavo che tutti quegli occhi mi davano un'immagine che non era certo quella che io conoscevo di me. Era un'altra, che io non potevo né conoscere né impedire. Altro che dirle, le pazzie! Mi veniva voglia di farle, di farle! Per esempio rotolarmi per le strade, o attraversarle a passo di danza. Strizzando l'occhio di qua, tirando fuori la lingua e facendo smorfie di là... E invece camminavo per la strada così serio, così serio, io. E anche voi, che bellezza, andate tutti così seri...

§ 4. **La strada maestra.**

Dovetti dunque andare in banca per quelle carte della casa che servivano al signor notaio.

Quelle carte erano mie, senza dubbio, perché la casa era mia, e potevo farne quello che volevo. Ma se ci pensate bene, quelle carte, anche se erano mie, potevo averle solo in due modi. O rubandole. O strappandole con una violenza da pazzo dalle mani di un altro. Un altro che agli occhi di tutti era il loro proprietario legittimo: voglio dire il signor usuraio Vitangelo Moscarda.

Per me questo era evidente. Perché io lo vedevo bene fuori di me, quel signor usuraio Vitangelo Moscarda: vivo negli altri, e non in me. Ma gli altri invece in me vedevano solo quell'usuraio. Per gli altri, io andavo là in banca a rubare quelle carte a me stesso. O a strapparmele dalle mani come un pazzo.

Potevo forse dire che non ero io? O che io ero un altro? E non si poteva in nessun modo spiegare con la ragione un atto come quello. Era un atto che, proprio agli occhi di tutti, voleva apparire contrario a me stesso e incoerente.

Come vedete, continuavo a camminare con perfetta coscienza sulla strada maestra della pazzia. Era proprio la strada della mia realtà. Ormai mi si era aperta davanti, chiarissima, con tutte le immagini di me. Erano vive, si riflettevano come in uno specchio e camminavano con me.

Ma io ero pazzo proprio perché avevo questa coscienza precisa, che rifletteva tutto come uno specchio. Voi, invece, camminate per questa stessa strada senza volervene accorgere. Voi siete sani di mente. E lo siete tanto di più quanto più forte gridate a chi vi cammina accanto:

— Io, questo? Io, così? Tu sei cieco! Tu sei pazzo! —

§ 5. **Sopraffazione.**

Il furto, intanto, non era possibile, almeno in quel momento. Non sapevo dove fossero quelle carte. In quella banca anche l'ultimo dei dipendenti di Quantorzo o di Firbo era più padrone di me. Quando ci entravo, perché mi chiamavano a firmare, gli impiegati non alzavano neppure gli occhi dai loro registri. E se qualcuno mi guardava, mostrava chiarissimamente con lo sguardo che per lui io non contavo niente.

Eppure lì tutti lavoravano con tanto zelo per me. Con quel loro lavoro continuo rafforzavano sempre di più la triste idea che in paese avevano di me: che io ero un usuraio. E a nessuno passava per la testa che quel loro zelo potesse offendermi. Credevano che fossi grato e pronto a fare loro i complimenti.

Ah, che squallore rigido e noioso in quella banca! C'erano tutte quelle pareti di vetro che correvano lungo i tre grandi stanzoni in fila. Erano pareti di vetro non trasparente, con cinque sportellini gialli in ognuna. Gialla era anche la cornice, e gialli i telai delle grandi lastre. Qua e là c'erano macchie d'inchiostro. Qua e là una striscia di carta era attaccata su una lastra rotta. Il pavimento era di vecchi mattoni, consumato nel mezzo, lungo la fila dei tre stanzoni. Ed era consumato davanti a ogni sportellino. Era un triste corridoio, con i vetri delle pareti da una parte. Dall'altra parte c'erano le due grandi finestre di ogni stanzone. E tutti quei vetri erano pieni di polvere. Sui muri, tra una finestra e l'altra, c'erano file di numeri, scritti a penna e a matita. Stavano sopra i tavolini sporchi d'inchiostro, sotto le cornici rovinate di certi brutti quadri appesi lì. Erano quadri anneriti dal fumo, qua e là gonfi e pieni di polvere. E dappertutto c'era un odore di vecchio. Era misto all'odore forte e amaro della carta dei registri. E al fiato caldo e secco di un forno, giù al pianterreno. E poi c'era la tristezza disperata di quelle poche sedie di stile antico, vicino ai tavolini. Nessuno ci si sedeva. Tutti le spostavano e le lasciavano lì, fuori posto. Per quelle povere sedie inutili, essere lasciate così, dove e come capitava, era certo un'offesa e un dolore.

Tante volte, entrando, mi era venuta voglia di dire:

— Ma perché queste sedie? Che condanna è la loro, stare qui, se nessuno le usa? —

Ma mi ero trattenuto. In un posto come quello la pietà per le sedie avrebbe stupito tutti, e forse sarei sembrato cinico. Ma non mi ero trattenuto per questo. Mi ero trattenuto per un'altra ragione: avrebbero riso di me. Tutti sapevano quanto poco mi occupassi degli affari. A loro sarebbe sembrato strano vedermi occupare di una cosa come quella.

Quel giorno, entrando, trovai gli impiegati tutti insieme nell'ultimo stanzone. Ogni tanto scoppiavano in grandi risate. Stavano guardando una lite tra Stefano Firbo e un certo Turolla. Tutti prendevano in giro Turolla, anche per il modo in cui si vestiva.

Quel povero Turolla diceva che una giacca lunga lo avrebbe fatto sembrare più basso, basso com'era. E aveva ragione. Ma intanto non si accorgeva di una cosa. Era basso e largo, e serio serio, con quei grandi baffi da brigadiere. E la giacchettina corta gli stava ridicola di dietro, perché gli lasciava scoperte le natiche sode.

Ora era lì lì per piangere, umiliato, tutto rosso in faccia, frustato dalle risate dei colleghi. Alzava un braccino e continuava a dire a Firbo:

— Oh Dio, come le prende lei le parole! —

Firbo gli stava addosso e gli gridava in faccia. Lo scuoteva con furia per quel braccio alzato:

— Ma che conosci? Che conosci? Tu neanche l'*o* conosci; eppure ti somiglia! —

Venni a sapere che si parlava di un tale che aveva chiesto un prestito alla banca. Lo aveva presentato proprio Turolla, che diceva di conoscerlo come un brav'uomo. Firbo invece sosteneva il contrario. Appena lo seppi, sentii salire dentro di me una ribellione violenta.

Nessuno conosceva la tortura segreta del mio spirito, e così nessuno poté capirne la ragione. Tutti restarono quasi senza parole quando io tirai indietro due o tre di quegli impiegati.

— E tu? — gridai a Firbo. — Che conosci tu? Con quale diritto vuoi importi così a un altro? —

Firbo si voltò a guardarmi, molto stupito. Quasi non credeva ai suoi occhi, vedendomi così addosso a lui. Gridò:

— Sei pazzo? —

Non so come, mi venne di buttargli in faccia una risposta offensiva, che gelò tutti:

— Sì; come tua moglie, che ti conviene tenere chiusa in manicomio! —

Mi si mise davanti, pallido e tremante:

— Come hai detto? Mi conviene? —

Alzai le spalle. Ero seccato dello spavento di tutti. E nello stesso tempo, dentro di me, ero come assordato all'improvviso. Capivo che non avrei dovuto intromettermi. Gli risposi piano, per finirla:

— Ma sì, lo sai bene. —

Dopo queste parole fu come se fossi diventato, non so, di pietra. Non riuscii a sentire quello che Firbo mi gridò tra i denti prima di scappare via, furioso. So che sorridevo, mentre Quantorzo mi trascinava via con sé nella stanzetta della direzione. Era arrivato durante la lite. Io sorridevo per mostrare che non c'era più bisogno di quella violenza e che tutto era finito. Eppure sentivo bene che in quel momento, anche mentre sorridevo, avrei potuto uccidere qualcuno. Tanto mi dava fastidio la severità agitata di Quantorzo. Nella stanzetta della direzione cominciai a guardarmi intorno. Ero stupito io stesso. Ero caduto di colpo in uno strano stordimento, eppure vedevo le cose in modo lucido e preciso. Avevo quasi la tentazione di riderne. Quantorzo mi rimproverava duramente. E io volevo fare apposta qualche domanda curiosa, da bambino, su questo o quell'oggetto della stanza. E intanto, non so, pensavo quasi senza volerlo a Stefano Firbo. Da piccolo gli avevano messo i bottoni alla schiena. La gobba non si vedeva, ma tutto il petto era da gobbo. Eh sì, su quelle zampe lunghe e sottili da uccello. Ma elegante, sì, sì: un falso gobbo elegante; ben riuscito.

E pensando così, all'improvviso mi sembrò chiaro che lui doveva usare la sua intelligenza fuori del comune per vendicarsi. Per vendicarsi di tutti quelli che, da piccoli, non avevano avuto come lui i bottoni alla schiena.

Pensavo queste cose, lo ripeto, come se le pensasse un altro in me. Era quello che all'improvviso era diventato così stranamente freddo e distratto. Forse quella freddezza mi serviva per difendermi, se era necessario. Ma soprattutto mi serviva per recitare una parte. Dietro questa parte potevo tenere ancora nascosto quello che scoprivo. Della verità spaventosa, che già mi era diventata chiara, scoprivo sempre di più:

— Ma sì! È tutto qui, — pensavo, — in questa sopraffazione. Ognuno vuole imporre agli altri il mondo che ha dentro, come se fosse fuori. Vuole che tutti lo vedano a modo suo. E vuole che gli altri possano esserci dentro solo come li vede lui. —

Mi tornavano davanti agli occhi le facce stupide di tutti quegli impiegati, e continuavo a pensare:

— Ma sì! Ma sì! Che realtà riesce a costruirsi dentro la maggior parte degli uomini? Una realtà misera, fragile, incerta. E i sopraffattori, ecco, ne approfittano! O piuttosto, credono a torto di poterne approfittare. Fanno subire o accettare a tutti il senso e il valore che loro danno a se stessi, agli altri, alle cose. Così tutti devono vedere e sentire, pensare e parlare a modo loro. —

Mi alzai dalla sedia. Mi avvicinai alla finestra e sentii un grande sollievo. Poi mi voltai verso Quantorzo. Lui era stato interrotto nel mezzo del suo discorso e mi guardava con gli occhi spalancati. Continuando il pensiero che mi torturava, dissi:

— Ma che! Ma che! Si sbagliano!

— Chi si sbaglia?

— Quelli che vogliono sopraffare! Il signor Firbo, per esempio! Si sbagliano perché in verità, caro mio, non riescono a imporre altro che parole. Parole, capisci? Parole che ognuno capisce e ripete a modo suo. Eh, ma è proprio così che nascono le cosiddette opinioni comuni! E guai a chi un bel giorno si trova marchiato da una di queste parole che tutti ripetono. Per esempio: *usuraio!* Per esempio: *pazzo!* Ma dimmi un po': come si può stare tranquilli? C'è uno che fa di tutto per convincere gli altri che tu sei come ti vede lui. Vuole fissarti così nella stima degli altri, secondo il giudizio che si è fatto di te. E vuole impedire che gli altri ti vedano e ti giudichino in un altro modo. Come si può stare tranquilli, pensando a questo? —

Feci appena in tempo a notare lo stupore di Quantorzo, e mi ritrovai davanti Stefano Firbo. Gli vidi subito negli occhi che in pochi istanti era diventato mio nemico. E subito diventai nemico anch'io. Nemico, perché lui non capiva una cosa. Le mie parole erano state crude, ma il sentimento che poco prima era esploso in me non era contro di lui direttamente. Era tanto vero che ero pronto a chiedergli scusa per quelle parole. Ma ero già come ubriaco, e feci di più. Lui mi venne di fronte, cupo e minaccioso, e mi disse:

— Voglio che tu mi renda conto di quello che hai detto su mia moglie! —

Mi inginocchiai.

— Ma sì! Guarda! — gli gridai. — Così! —

E toccai il pavimento con la fronte.

Subito provai orrore del mio atto. O meglio, provai orrore all'idea che lui e Quantorzo potessero credere una cosa: che mi ero inginocchiato davanti a lui. Li guardai ridendo, e tònfete, tònfete, battei a terra la fronte ancora due volte.

— Tu, non io, capisci? Tu dovresti stare così, davanti a tua moglie, capisci? E io, e lui, e tutti quanti, davanti ai cosiddetti pazzi, così! —

Saltai in piedi, tutto agitato. I due si guardarono negli occhi, spaventati. Uno domandò all'altro:

— Ma che dice?

— Parole nuove! — gridai. — Volete ascoltarle? Andate, andate là, dove li tenete chiusi: andate, andate a sentirli parlare! Li tenete chiusi perché così vi conviene! —

Presi Firbo per il colletto della giacca e lo scossi, ridendo:

— Capisci, Stefano? Non ce l'ho mica soltanto con te! Tu ti sei offeso. No, caro mio! Che cosa diceva di te tua moglie? Che sei un libertino, un ladro, un falsario, un impostore, e che non fai altro che dire bugie! Non è vero. Nessuno può crederlo. Ma prima che tu la facessi chiudere, eh? Stavamo tutti ad ascoltarla, spaventati. Vorrei sapere perché! —

Firbo mi guardò appena. Si voltò verso Quantorzo come per chiedergli consiglio, con un'ansia da sciocco, e disse:

— Oh bella! Ma proprio perché nessuno poteva crederlo!

— Ah no, caro! — gli gridai. — Guardami bene negli occhi!

— Che cosa vuoi dire?

— Guardami negli occhi! — gli ripetei. — Non dico che sia vero! Stai tranquillo. —

Si sforzò di guardarmi, e diventò pallido.

— Lo vedi? — gli gridai allora. — Lo vedi? Tu stesso! Ce l'hai anche tu, ora, lo spavento negli occhi!

— Ma perché mi stai sembrando pazzo! — mi urlò in faccia, esasperato.

Scoppiai a ridere. Risi a lungo, a lungo, senza riuscire a fermarmi. Notavo la paura e la confusione che quella mia risata provocava in tutti e due.

Mi fermai di colpo, spaventato a mia volta dagli occhi con cui mi guardavano. Quello che avevo fatto, quello che dicevo, per loro non aveva certo né ragione né senso. Per riprendermi, dissi bruscamente:

— Alle corte. Ero venuto qui, oggi, per chiedervi conto di un certo Marco di Dio. Vorrei sapere com'è che costui da anni non paga più la pigione. E ancora non si fanno gli atti per mandarlo via. —

Non mi aspettavo di vederli cadere, a questa domanda, in uno stupore ancora più grande. Si guardarono. Ognuno sembrava cercare negli occhi dell'altro un aiuto. Un aiuto per sopportare l'impressione che ricevevano di me. O piuttosto, di un essere sconosciuto che scoprivano in me all'improvviso, senza averlo mai sospettato.

— Ma che dici? Che discorsi fai? — domandò Quantorzo.

— Non capite? Marco di Dio. Paga o non paga la pigione? —

Continuarono a guardarsi a bocca aperta. Scoppiai di nuovo a ridere. Poi di colpo diventai serio. E parlai come a un altro che mi stesse di fronte, comparso lì in quel momento davanti a loro:

— Quando mai tu ti sei occupato di queste cose? —

Più stupiti che mai, quasi terrorizzati, girarono gli occhi a cercare in me chi aveva detto quelle parole. Erano proprio le parole che loro avevano pensato e che stavano per dirmi. Ma come! Le avevo dette io?

— Sì, — continuai, serio. — Tu sai bene che tuo padre lo lasciò lì per tanti anni senza dargli fastidio, questo Marco di Dio. Come ti è venuto in mente, adesso? —

Posai una mano sulla spalla di Quantorzo. Con un'altra aria, non meno seria, ma piena di una stanchezza angosciosa, aggiunsi:

— Ti avverto, caro mio, che non sono mio padre. —

Poi mi voltai verso Firbo e posai l'altra mano sulla sua spalla:

— Voglio che tu gli faccia subito gli atti. Lo sfratto immediato. Il padrone sono io, e comando io. Poi voglio l'elenco delle mie case, con gli incartamenti di ognuna. Dove sono? —

Parole chiare. Domande precise. Marco di Dio. Lo sfratto. L'elenco delle case. Gli incartamenti. Ebbene, non mi capivano. Mi guardavano come due persone senza ragione. E dovetti ripetere più volte quello che volevo. Dovetti farmi portare allo scaffale dove c'era l'incartamento di quella casa, quello che serviva al notaio Stampa. Quando fui nello stanzino dov'era quello scaffale, presi per le braccia Firbo e Quantorzo. Mi avevano portato lì come due automi. Li misi fuori e richiusi la porta dietro di loro.

Sono sicuro che dietro quella porta restarono ancora un bel po' a guardarsi negli occhi, istupiditi. E che poi uno disse all'altro:

— Dev'essere impazzito! —

§ 6. **Il furto.**

Appena fui solo, quello scaffale mi occupò subito la mente, come un incubo. Ne sentivo la presenza ingombrante proprio come se fosse viva. Era come un antico guardiano, mai toccato, di tutti gli incartamenti che aveva dentro di sé. Era così vecchio, pesante e mangiato dai tarli.

Lo guardai, e subito mi guardai intorno, con gli occhi bassi.

La finestra; una vecchia sedia di paglia; un tavolino ancora più vecchio, nudo, nero e coperto di polvere. Lì dentro non c'era altro.

E la luce entrava triste dai vetri, tutti coperti di ruggine e di polvere. Attraverso quei vetri si vedevano appena le sbarre della grata. E si vedeva appena l'inizio di un tetto, rosso come il sangue, su cui dava la finestra.

Quel tetto, il legno verniciato di quelle imposte, quei vetri così sporchi: la calma immobile delle cose senza vita.

E all'improvviso pensai che lì dentro si erano alzate le mani di mio padre, piene di anelli. Si erano alzate a prendere gli incartamenti dai ripiani di quello scaffale. E le vidi, come di cera, bianche, grasse, con tutti quegli anelli e i peli rossi sul dorso delle dita. E vidi i suoi occhi, come di vetro, azzurri e maliziosi, attenti a cercare in quei fascicoli.

Allora, con orrore, per cancellare il fantasma di quelle mani, davanti ai miei occhi apparve il mio corpo vestito di nero. Si impose lì, solido, con tutto il suo volume. Sentii il respiro veloce di questo corpo entrato lì per rubare. E la vista delle mie mani che aprivano gli sportelli di quello scaffale mi diede un brivido lungo la schiena. Strinsi i denti; mi scossi; pensai con rabbia:

— Dove sarà, tra tanti incartamenti, quello che mi serve? —

E tanto per fare subito qualcosa, cominciai a tirare giù i fascicoli a bracciate e a buttarli sul tavolino. A un certo punto mi fecero male le braccia, e non seppi se dovevo piangere o ridere. Non era uno scherzo, quel rubare a me stesso?

Tornai a guardarmi intorno, perché all'improvviso, là dentro, non mi sentivo più sicuro di me. Stavo per compiere un atto. Ma ero io? Mi riprese l'idea che fossero entrati lì tutti gli *estranei* inseparabili da me. E che io stessi commettendo quel furto con mani non mie.

Me le guardai.

Sì: erano quelle che conoscevo. Ma erano forse soltanto mie?

Me le nascosi subito dietro la schiena. E poi, come se non bastasse, chiusi gli occhi.

In quel buio sentii in me una volontà che si perdeva, fuori da ogni forma precisa. Ne ebbi un tale orrore che stavo per svenire. Allungai d'istinto una mano per appoggiarmi al tavolino; spalancai gli occhi:

— Ma sì! Ma sì! — dissi. — Senza nessuna logica! Senza nessuna logica! Così! —

E cominciai a cercare tra quelle carte.

Quanto cercai? Non lo so. So che a un certo punto quella rabbia passò, e mi vinse una stanchezza più disperata. Mi ritrovai seduto sulla sedia davanti a quel tavolino, ormai tutto pieno di carte ammucchiate. E io stesso avevo un'altra pila di carte sulle ginocchia, che mi schiacciava. Ci lasciai cadere sopra la testa. E desiderai, desiderai davvero di morire. Questa disperazione era entrata in me, e non potevo più smettere. Non potevo smettere finché non avessi finito quell'impresa mai vista.

E ricordo una cosa. Ero lì, con la testa appoggiata sulle carte e gli occhi chiusi, forse per fermare le lacrime. E sentivo come da una lontananza infinita, nel vento che doveva essersi alzato fuori, il verso lamentoso di una gallina. La gallina aveva fatto l'uovo. Quel verso mi fece ricordare una mia campagna, dove non ero più stato dall'infanzia. Ma vicino a me, ogni tanto, mi dava fastidio il cigolio dell'imposta della finestra, battuta dal vento. Poi, all'improvviso, due colpi alla porta mi fecero saltare. Gridai con furore:

— Non mi seccate! —

E subito mi rimisi a cercare con accanimento.

Quando alla fine trovai il fascicolo con tutti gli incartamenti di quella casa, mi sentii come liberato. Saltai in piedi, felicissimo, ma subito dopo mi voltai a guardare la porta. Il passaggio dalla gioia al sospetto fu così veloce che *mi vidi*. E ne ebbi un brivido. Ladro! Rubavo. Rubavo *veramente*. Andavo a mettermi con le spalle contro quella porta. Mi aprivo il panciotto. Mi aprivo il petto della camicia e ci infilavo dentro quel fascicolo, che era abbastanza grosso.

In quel momento, da sotto lo scaffale, uscì uno scarafaggio, non ben sicuro sulle zampe. Andava verso la finestra. Gli fui subito sopra col piede e lo schiacciai.

Con la faccia storta dal disgusto, misi di nuovo dentro lo scaffale tutti gli altri incartamenti, in disordine. Poi uscii dallo stanzino.

Per fortuna Quantorzo, Firbo e tutti gli impiegati erano già andati via. C'era solo il vecchio custode, che non poteva sospettare niente.

Sentii lo stesso il bisogno di dirgli qualcosa:

— Pulite per terra là dentro: ho schiacciato uno scarafaggio. —

E corsi in Via del Crocefisso, allo studio del notaio Stampa.

§ 7. **Lo scoppio.**

Ho ancora nelle orecchie il rumore forte dell'acqua che cade da una grondaia. La grondaia è vicino al lampione non ancora acceso, davanti alla catapecchia di Marco di Dio. Il vicolo è già buio prima del tramonto. E vedo la gente ferma lungo i muri per ripararsi dalla pioggia: guarda lo sfratto. E vedo altra gente che si ferma sotto gli ombrelli, per curiosità. Vedono quella folla e il mucchio dei poveri mobili e oggetti, portati fuori con la forza. Ora sono lì davanti alla porta, sotto la pioggia. Intanto la signora Diamante grida. Ogni tanto, con i capelli tutti in disordine, viene anche alla finestra a lanciare certe sue strane maledizioni. I ragazzacci di strada, scalzi, le accolgono con fischi e altri rumori volgari. Senza curarsi della pioggia, ballano intorno a quel mucchio di miseria. Fanno schizzare l'acqua delle pozzanghere addosso ai più curiosi, che bestemmiano. E i commenti:

— Più schifoso del padre!

— Sotto la pioggia, signori miei! Non ha voluto aspettare neanche domani!

— Prendersela così con un povero pazzo!

— Usuraio! Usuraio! —

Perché io sono lì, presente, apposta, allo sfratto. Mi proteggono un delegato e due guardie.

— Usuraio! Usuraio! —

E io ne sorrido. Forse, sì, un po' pallido. Ma con un piacere che mi tiene sospese le viscere, mi fa il solletico in gola e mi fa inghiottire. Solo che ogni tanto sento il bisogno di attaccarmi con gli occhi a qualcosa. Allora guardo, quasi pigro e distratto, l'architrave della porta di quella catapecchia. Voglio isolarmi un po' in quella vista. Sono sicuro che in un momento come quello a nessuno verrebbe in mente di alzare gli occhi. Nessuno vorrà avere il piacere di controllare che quello è un architrave malinconico. A lui non importa proprio niente dei rumori della strada. È d'intonaco grigio e rovinato, con qualche buco qua e là. E non sente come me il bisogno di arrossire, quasi per un'offesa al pudore. Io arrossisco per un vecchio vaso da notte. Lo hanno portato fuori dalla catapecchia con gli altri oggetti. Ora è lì, sotto gli occhi di tutti, su un comodino, in mezzo alla strada.

Ma questo piacere di estraniarmi per poco non mi costò caro. Finito lo sgombero forzato, Marco di Dio uscì dalla catapecchia con sua moglie Diamante. Mi vide nel vicolo tra il delegato e le due guardie, e non riuscì a trattenersi. Mentre io fissavo quell'architrave, mi lanciò contro il suo vecchio mazzuolo di sbozzatore. Mi avrebbe certo ucciso, se il delegato non mi avesse tirato a sé in tempo. Tra le grida e la confusione, le due guardie si lanciarono ad arrestare quel disgraziato. Vedermi lo aveva reso furioso. Ma la folla, che era cresciuta, lo proteggeva. E stava per rivoltarsi contro di me. Proprio allora un ometto scuro, mal vestito ma dall'aria feroce, salì su un tavolino. Era il giovane di studio del notaio Stampa. Il tavolino stava tra il mucchio degli oggetti portati fuori, in mezzo al vicolo. Quasi saltando e facendo gesti furiosi, l'ometto si mise a urlare:

— Fermi! Fermi! State a sentire! Vengo a nome del notaio Stampa! State a sentire! Marco di Dio! Dov'è Marco di Dio? Vengo a nome del notaio Stampa ad avvertirlo che c'è una donazione per lui! Quest'usuraio Moscarda... —

Io, non saprei dire come, tremavo tutto. Aspettavo il miracolo: la mia trasfigurazione agli occhi di tutti, da un istante all'altro. Ma all'improvviso quel mio tremito fu come tagliato in mille pezzi. Tutto il mio essere fu come gettato e disperso di qua e di là da un'esplosione. Era un'esplosione di fischi acutissimi, misti a urla scomposte e a insulti di tutta quella folla contro il mio nome. Non potevano capire che la donazione l'avevo fatta io, dopo la crudeltà feroce dello sgombero forzato.

— Morte! Abbasso! — urlava la folla. — Usuraio! Usuraio! —

D'istinto avevo alzato le braccia per fare segno di aspettare. Ma mi vidi come se stessi supplicando, e le riabbassai subito. Intanto quel giovane di studio sul tavolino agitava le braccia per imporre silenzio, e continuava a gridare:

— No! No! State a sentire! L'ha fatta lui, l'ha fatta lui, dal notaio Stampa, la donazione! La donazione di una casa a Marco di Dio! —

Allora tutta la folla restò a bocca aperta. Ma io ero quasi lontano, deluso, abbattuto. Eppure quel silenzio della folla mi attirò. Era come quando si dà fuoco a un mucchio di legna. Per un momento non si vede e non si sente niente. Poi qua un torsolo di pannocchia, là un rametto secco scattano e mandano scintille. E alla fine tutto il fascio di legna crepita, con le lingue di fuoco nel fumo:

— Lui? — Una casa? — Come? — Che casa? — Silenzio! — Che dice? — Queste e altre domande simili cominciarono a scattare dalla folla. Si diffondeva in fretta un vocio sempre più fitto e confuso, mentre quel giovane di studio confermava:

— Sì, sì, una casa! La sua casa in Via dei Santi 15. E non basta! Anche la donazione di diecimila lire per mettere su un laboratorio, con tutti gli attrezzi!

Non potei vedere quello che successe dopo. Rinunciai a quel piacere, perché in quel momento avevo fretta di correre altrove. Ma poco dopo seppi che piacere avrei avuto, se fossi rimasto.

Mi ero nascosto nell'àndito di quella casa in Via dei Santi. Aspettavo che Marco di Dio venisse a prenderne possesso. In quell'àndito arrivava appena la luce della scala. Marco arrivò, seguito ancora da tutta la folla. Aprì la porta di strada con la chiave che gli aveva dato il notaio. E mi vide lì, appoggiato al muro come un fantasma. Per un attimo il suo viso si stravolse, e lui si tirò indietro. Mi lanciò uno sguardo con occhi atroci, che non dimenticherò mai più. Poi, con un rantolo da bestia, che sembrava fatto insieme di singhiozzi e di risate, mi saltò addosso, frenetico. Mi sbatteva contro il muro e cominciò a gridarmi, non so se per esaltarmi o per uccidermi:

— Pazzo! Pazzo! Pazzo! —

Era lo stesso grido di tutta la folla lì davanti alla porta:

— Pazzo! Pazzo! Pazzo! —

Perché avevo voluto dimostrare che potevo, anche per gli altri, non essere quello che credevano.

### Glossario

- **sbozzare / sbozzatore**: dare la prima forma grezza al marmo / chi fa questo lavoro
- **creta**: terra morbida che si usa per fare statue e vasi
- **satiro**: nelle antiche leggende, essere metà uomo e metà capra
- **demonia**: parola antica per "demoni", cioè i diavoli
- **cessi inodori**: gabinetti che non mandano cattivo odore
- **catapecchia**: casa molto povera e brutta
- **pigione**: affitto
- **sfitta**: casa che nessuno ha preso in affitto, vuota
- **segreto professionale**: obbligo di non dire a nessuno quello che si sa per lavoro
- **natiche**: il sedere
- **zelo**: grande impegno e attenzione nel lavoro
- **sportellino**: piccola finestra dove l'impiegato serve il pubblico
- **brigadiere**: grado basso nella polizia o nei carabinieri; spesso aveva grandi baffi
- **i bottoni alla schiena**: vecchia cura che si faceva ai bambini con la schiena debole
- **gobbo**: persona con la schiena curva, che ha la gobba
- **tònfete**: suono di un colpo forte, come "bum"
- **Alle corte**: veniamo subito al punto, senza perdere tempo
- **sfratto**: obbligo di lasciare una casa
- **incartamento**: insieme di documenti su una stessa cosa
- **scarafaggio**: insetto nero e brutto che vive nei posti sporchi
- **grondaia**: tubo che porta via l'acqua della pioggia dal tetto
- **mazzuolo**: martello di legno di chi lavora il marmo
- **àndito**: corridoio d'ingresso di una casa

## Libro quinto

§ 1. **Con la coda fra le gambe.**

Per fortuna, almeno per il momento, mi salvò un'osservazione di Quantorzo. Disse che anche mio padre, ai suoi tempi, si era preso dei “lussi di bontà” come questo mio. Erano lussi misti a una certa allegra ferocia. Eppure a lui, Quantorzo, non era mai venuto in mente di chiudere mio padre in un manicomio. E nemmeno di farlo interdire. Invece ora Firbo voleva proprio questo per me, e lo sosteneva con tutte le sue forze. Diceva che bisognava farlo, se si voleva salvare il credito della banca. Secondo lui, quel mio atto pazzo lo aveva messo seriamente in pericolo.

Oh mio Dio, ma non sapevano tutti in paese che io non mi ero mai occupato degli affari della banca, né poco né tanto? E allora come mai, e perché, c'era ora questa minaccia di perdere la fiducia della gente? Che cosa c'entrava la banca con quel mio atto?

Già. Ma allora cadeva anche l'osservazione di Quantorzo, che voleva ripararmi dietro le spalle di mio padre. Mio padre, ogni tanto, aveva avuto di questi capricci. Però negli affari aveva dimostrato molto bene di avere la testa a posto. Perciò a nessuno poteva venire in mente di chiuderlo in un manicomio o di farlo interdire. Io invece avevo dichiarato di non capire niente di affari, e non me ne interessavo. Questo mostrava soltanto che ero un pazzo da legare, e nient'altro. Ero buono solo a distruggere, con scandalo, quello che mio padre aveva costruito con abilità nascosta.

Ah, non c'è niente da dire: la logica stava tutta dalla parte di Firbo. Ma, se vogliamo, stava anche dalla parte di Quantorzo. Infatti Quantorzo (non ne ho il minimo dubbio) dovette far notare a Firbo una cosa, da solo a solo. Il padrone della banca ero io. Ma io non mi interessavo degli affari e non ne capivo niente. E proprio per questo i veri padroni, là dentro, erano diventati loro due. Quindi non bisognava usare queste cose come armi contro di me. Era meglio non toccare questo tasto e stare zitti. Almeno finché io non avessi dato altri segni di voler fare nuove pazzie.

Anch'io, dalla mia parte, avrei potuto far notare segretamente altre cose a Firbo. Ma in quel momento ero schiacciato dalla prova che avevo appena fatto. Perciò per me era meglio stare con la coda fra le gambe, mentre tra lui e Quantorzo c'era ancora quella lite. O meglio, mentre non si sapeva ancora che cosa avrebbe vinto, a mio danno. Da una parte c'era la voglia di Firbo di vendicarsi dell'offesa che gli avevo fatto davanti ai commessi. Dall'altra c'era Quantorzo, che voleva essere buono con me per il suo interesse.

§ 2. **Il riso di Dida.**

Triste e abbattuto, mi ero rifugiato come un pulcino sotto le gonne di Dida. Mi ero nascosto dentro la stupidità sorda, tranquilla e pigra del suo Gengè. Volevo che una cosa fosse chiara non solo a lei, ma a tutti. Se proprio volevano considerare una pazzia il mio atto, doveva essere una pazzia di quel Gengè. Cioè piuttosto un capriccio vago e passeggero di uno sciocco che non fa male a nessuno.

Intanto Dida rimproverava quel suo Gengè. E io, a quei rimproveri, a volte mi sentivo morire dentro per una tristezza che non so descrivere. Altre volte quasi scoppiavo per certe risate che non sapevo come trattenere. Perché a Gengè dovevo pur conservare la sua faccia. Non una faccia pentita, Dio ne liberi! Piuttosto la faccia di un testardo che non voleva darsi del tutto per vinto. Anche se riconosceva che, sì, l'aveva fatta un po' troppo grossa. E nello stesso tempo avevo paura. Avevo un'angoscia segreta, atroce, che non potevo confessare. E temevo che la sua disperazione venisse fuori all'improvviso, senza controllo. Che si affacciasse da quegli occhi a spiare Dida di traverso. Oppure che uscisse da quella bocca in qualche grido orribile.

Ah, non potevo confessarla, no, non potevo. Perché quell'angoscia era solo del mio spirito. Era fuori da ogni forma che io potessi inventarmi e riconoscere come mia. Per esempio, era fuori da questa forma qui: quella che mia moglie dava, vera e concreta in me, al suo Gengè. Gengè le stava davanti, ma non ero io. Eppure non potevo più dire chi fossi io, allora. E non sapevo di chi fosse, e dove fosse, fuori di lui, quell'angoscia atroce che mi soffocava.

Ero ormai così fisso in questo tormento che mi ero allontanato da me stesso. Come un cieco, davo il mio corpo in mano agli altri. Io portavo in me tutti quegli estranei, che non potevo staccare da me. Ognuno poteva prendersi, tra loro, quello che ero per lui. E, se voleva, poteva bastonarlo. Se voleva, poteva baciarlo. O anche andare a chiuderlo in un manicomio.

— Qua, Gengè. Siedi qua. Qua, così. Guardami bene negli occhi. Come no? Non vuoi guardarmi? —

Ah, che tentazione! Volevo prenderle il viso tra le mani. Volevo costringerla a guardare nell'abisso di due occhi molto diversi da quelli da cui lei voleva essere guardata!

Era lì davanti a me. Con una mano mi afferrava i capelli. Si sedeva sulle mie ginocchia. Sentivo il peso del suo corpo.

Chi era?

Lei non aveva nessun dubbio che io lo sapessi, chi era.

E io intanto avevo orrore dei suoi occhi, che mi guardavano ridenti e sicuri. Avevo orrore delle sue mani fresche, che mi toccavano. Erano certe che io fossi come mi vedevano quei suoi occhi. Avevo orrore di tutto il suo corpo che mi pesava sulle ginocchia. Si abbandonava a me con fiducia. Non aveva il più lontano sospetto di non darsi davvero a me. E non sospettava una cosa: stringendolo tra le braccia, io non stringevo una donna tutta mia. Stringevo un'estranea. E a lei non potevo dire in nessun modo com'era per me. Per me era proprio come io la vedevo e la toccavo: questa — così — con questi capelli — e questi occhi — e questa bocca. Io gliela baciavo nel fuoco del mio amore. E lei baciava la mia nel suo fuoco, così diverso dal mio e lontanissimo. Perché per lei tutto era diverso. Il sesso, la natura, l'immagine e il senso delle cose. I pensieri e gli affetti che formavano il suo spirito. I ricordi, i gusti. Perfino il contatto della mia guancia ruvida sulla sua guancia delicata. Tutto, tutto era diverso. Eravamo due estranei, stretti così — orrore — due estranei. E non solo l'uno per l'altra, ma ognuno anche per se stesso, in quel corpo che l'altro stringeva.

Voi non lo avete mai provato, quest'orrore, lo so. Perché voi, nella vostra donna, avete sempre stretto fra le braccia soltanto tutto il vostro mondo. Non vi siete mai accorti che lei intanto stringe in voi il suo mondo. Ed è un altro mondo, chiuso, dove voi non potete entrare. Eppure, per sentire quest'orrore, basterebbe poco. Basterebbe pensare un momento a una piccola cosa qualunque, che so! A una cosa che piace a voi e a lei no: un colore, un sapore, un giudizio su qualcosa. E non dovreste pensare soltanto, in modo superficiale, a una differenza di gusti, di sensazioni o di opinioni. Dovreste capire una cosa più profonda. Mentre voi la guardate, gli occhi di lei non vedono in voi le cose come le vedete voi. Il mondo, la vita, la realtà delle cose, come è per voi e come voi la toccate, non sono così per lei. Lei vede e tocca un'altra realtà nelle stesse cose, in voi e in se stessa. E non vi può dire com'è. Perché per lei la realtà è quella, e non può immaginare che per voi sia un'altra.

Mi costò molto nascondere la freddezza di un rancore che diventava sempre più duro nel mio animo. Vedevo infatti che Dida, in fondo, rideva. Si sforzava di restare seria, ma rideva di quel divertimento brutale che il suo Gengè si era preso. Evidentemente non pensava che non tutti, come lei, avrebbero capito una cosa. Cioè che lui aveva voluto fare solo uno scherzo, e niente di più.

— Ma guarda un po', se sono scherzi da fare! Lo sfratto sotto la pioggia; e tu lì a guardare, e così facevi arrabbiare tutti, scioccone! Per poco non ti ammazzavano! —

Così mi diceva. E girava la faccia per nascondere il riso. La faceva ridere vedere quel mio rancore. Naturalmente lei lo vedeva sulla faccia del suo Gengè, come lo aveva ora davanti. E immaginava com'era stato Gengè al momento dello sfratto, tra l'indignazione di tutti. Così quel rancore le sembrava solo dispetto. Nient'altro che un buffo dispetto del suo “scioccone”, perché lo scherzo non era riuscito ed era stato capito male.

— Ma che cosa ti immaginavi? Ti immaginavi che la gente ridesse delle furie di quel pazzo? Mentre tu gli facevi buttare in mezzo alla strada i suoi stracci, sotto la pioggia? E intanto lui — guardatelo là — si teneva dentro la sorpresa della donazione! Oh, guarda che ha ragione il signor Firbo, sai! È una cosa da manicomio. Uno scherzo così cattivo, e pagarlo a un prezzo così caro. Va' là, va' là! Prenditi Bibì, e portala un po' fuori. —

Mi vedevo mettere in mano il guinzaglio rosso della cagnolina. Vedevo che lei si chinava sui fianchi, con quella facilità con cui si chinano le donne. Voleva sistemare la museruola sul musetto di Bibì senza farle male. E io restavo lì, come uno che non capisce più niente.

— Che fai? Non vai?

— Vado... —

Chiusa la porta alle mie spalle, mi appoggiavo al muro delle scale. Avevo voglia di sedermi sul primo gradino, per non rialzarmi mai più.

§ 3. **Parlo con Bibì.**

E mi vedo per la strada, mentre cammino vicino ai muri. Non so più come né dove guardare. Dietro di me c'è quella cagnolina. Sembra che lo faccia apposta: vuole mostrare che non vuole venire con me, come io non vorrei andare. Si fa tirare e punta le zampine. Alla fine, arrabbiato, le do uno strattone, e rischio di rompere quel guinzaglio rosso.

Vado a nascondermi a pochi passi da casa, dentro il recinto di un terreno. Il terreno è stato venduto per costruirci una casa. Sarà grande e chissà quanto brutta, a giudicare dalle altre case vicine. Il terreno è scavato in parte per le fondamenta. Ma i mucchi di terra non sono stati portati via. E qua e là, tra l'erba ricresciuta folta, ci sono le pietre per la costruzione. Sembrano crollate e vecchie ancora prima di essere usate.

Mi siedo su una di queste pietre. Guardo il muro della casa accanto, che mi chiude la vista, alto e bianco contro l'azzurro. È rimasto scoperto, senza nemmeno una finestra. È tutto così bianco e liscio, con il sole che ci batte sopra, che acceca. Abbasso gli occhi qui, nell'ombra di quest'erba inutile. L'erba respira grassa e calda nel silenzio immobile, tra il ronzio di piccoli insetti. C'è un moscone scuro che mi gira addosso, ronzando, disturbato dalla mia presenza. Vedo Bibì seduta davanti a me con le orecchie dritte, delusa e sorpresa. Sembra domandarmi perché siamo venuti qui. È un posto che lei non si aspettava, dove tra l'altro... ma sì, di notte, qualcuno, passando...

— Sì, Bibì, — le dico. — Questo puzzo... Lo sento. Ma mi sembra il meno, sai? Il meno che ormai possa venirmi dagli uomini. È un puzzo del corpo. È peggio quello che esce dai bisogni dell'anima, Bibì. E davvero sei da invidiare, tu che non puoi sentirlo. —

La tiro a me per le due zampine davanti, e continuo a parlare così.

— Vuoi sapere perché sono venuto a nascondermi qui? Eh, Bibì, perché la gente mi guarda. La gente ha questo vizio, e non riesce a toglierselo. Allora dovremmo toglierci tutti un altro vizio: quello di portare a spasso per la strada un corpo che si può guardare. Ah, Bibì, Bibì, come faccio? Io non sopporto più di vedermi guardato. Neanche da te. Ho paura anche di come mi guardi tu, adesso. Nessuno dubita di quello che vede. Ognuno va tra le cose ed è sicuro che gli altri le vedano come le vede lui. Figuriamoci se qualcuno pensa che ci siete anche voi animali! Anche voi guardate uomini e cose con questi occhi silenziosi. E chissà come li vedete, e che cosa ve ne sembra. Io ho perduto, perduto per sempre, la mia realtà e quella di tutte le cose negli occhi degli altri, Bibì! Appena mi tocco, mi manco. Perché, anche quando mi tocco, immagino la realtà che mi danno gli altri. E io non la so, e non potrò mai saperla. Così, vedi? Io sono questo che ora ti parla. Questo che ora ti tiene così, con queste due zampine sollevate da terra. Ma le parole che ti dico... non so, non so proprio, Bibì, chi te le dica. —

A questo punto la povera bestiolina fece un salto improvviso. Voleva scapparmi dalle mani che le tenevano le due zampine. Io non mi fermai a pensare se quel salto fosse per la paura di quello che le avevo detto. Per non romperle le zampine, gliele lasciai. E subito lei si sfogò abbaiando contro un gatto bianco, che aveva visto appena tra l'erba, in fondo al recinto. Però il guinzaglio rosso le si trascinava tra i piedi mentre correva. A un tratto si impigliò in un rametto secco. Le diede uno strappo così forte che la fece rovesciare all'indietro. Rotolò come un batuffolo. Piena di rabbia si rialzò, ma restò lì, puntata sulle quattro zampe. Non sapeva più contro chi gettare la sua furia interrotta. Guardò di qua, di là: il gatto non c'era più.

Starnutì.

Io potei ridere della sua corsa, prima, e poi di quel capitombolo all'indietro. E ora ridevo di vederla restare così. Scossi la testa e la chiamai. Lei venne leggera leggera, quasi ballando sulle zampine sottili. Quando mi fu davanti, alzò da sola le due zampe davanti e le appoggiò su un mio ginocchio. Sembrava che volesse continuare il discorso rimasto a metà, che invece le piaceva. Eh sì, perché, mentre parlavo, io le grattavo la testa dietro le orecchie.

— No no, basta, Bibì, — le dissi. — Chiudiamo gli occhi, piuttosto. —

E le presi la testina tra le mani. Ma la bestiolina si scosse per liberarsi, e io la lasciai.

Poco dopo si sdraiò ai miei piedi, con il musino allungato sulle due zampette davanti. La sentii sospirare forte. Sembrava che non ne potesse più dalla stanchezza e dalla noia. Pesavano tanto anche sulla sua vita di povera cagnetta carina e coccolata.

§ 4. **La vista degli altri.**

— Perché, quando uno pensa di uccidersi, si immagina morto non più per sé, ma per gli altri? —

Con questa domanda il mio tormento tornò a galla, gonfio e livido come il cadavere di un annegato. Per più di un'ora mi ero sprofondato nei miei pensieri, là in quel recinto. Mi domandavo se non fosse quello il momento di farla finita. Non tanto per liberarmi dal tormento. Piuttosto per fare una bella sorpresa all'invidia che molti avevano per me. O anche per dare una prova dell'imbecillità che molti altri mi attribuivano.

Immaginavo le diverse scene della mia morte violenta. Immaginavo come sarebbero apparse all'improvviso a mia moglie, a Quantorzo, a Firbo e a tanti altri miei conoscenti. Li vedevo sconvolti e sbalorditi. Queste immagini mi costringevano a rispondere a quella domanda. E allora mi sentii mancare più che mai. Dovetti riconoscere una cosa: nei miei occhi non c'era davvero una vista mia. Non potevo dire in nessun modo come mi vedevo senza la vista degli altri. Non potevo dirlo per il mio corpo, né per nessun'altra cosa. Potevo solo immaginare come dovevano vederli gli altri. Dunque i miei occhi, da soli, fuori da questa vista degli altri, non avrebbero più saputo davvero che cosa vedevano.

Mi corse per la schiena il brivido di un ricordo lontano. Ero ragazzo e camminavo per la campagna, perso nei miei pensieri. A un tratto mi ero trovato smarrito, fuori da ogni sentiero. Ero in una solitudine lontana, triste di sole e immobile, come stupita. E avevo provato una paura confusa che allora non avevo saputo spiegarmi. Era questo: l'orrore di qualcosa che da un momento all'altro poteva rivelarsi a me solo, fuori della vista degli altri.

Quando ci capita di scoprire qualcosa che, secondo noi, gli altri non hanno mai visto, non corriamo forse a chiamare qualcuno? Non vogliamo che lo veda subito con noi?

— Oh Dio, che cos'è? —

A volte la vista degli altri non ci aiuta a formare in noi la realtà di quello che vediamo. Allora i nostri occhi non sanno più che cosa vedono. La nostra coscienza si perde. Perché la coscienza, che crediamo la cosa più intima che abbiamo, vuol dire *gli altri in noi*. E noi non possiamo sentirci soli.

Balzai in piedi, pieno di terrore. Conoscevo, conoscevo bene la mia solitudine. Ma solo ora ne sentivo e ne toccavo davvero l'orrore, davanti a me stesso. Lo sentivo per ogni cosa che vedevo, anche se alzavo una mano e la guardavo. Perché la vista degli altri può essere nei nostri occhi soltanto per un'illusione. E io non potevo più credere a quell'illusione. Ero completamente smarrito. Mi sembrò di vedere quel mio stesso orrore negli occhi della cagnetta. Anche lei si era alzata di scatto e mi guardava. E io, per togliermi davanti quell'orrore, le diedi un calcio. Ma subito la bestiolina guaì in modo straziante. Allora mi presi disperatamente la testa tra le mani, gridando:

— Impazzisco! impazzisco! —

Però, non so come, in quel gesto di disperazione tornai a vedermi. E allora il pianto che stava per uscirmi dal petto si trasformò all'improvviso in uno scoppio di risa. Chiamai quella povera Bibì, che ormai era mezza zoppa. E mi misi a zoppicare anch'io, per scherzo. Ero preso da una voglia pazza, allegra e feroce. Le dissi che avevo giocato, giocato, e che volevo continuare a giocare. La bestiolina starnutiva, come per dirmi:

— Rifiuto! rifiuto!

— Ah sì? Rifiuti, Bibì, rifiuti?

E allora mi misi a starnutire anch'io, per imitarla. E a ogni starnuto ripetevo:

— Rifiuto! rifiuto! —

§ 5. **Il bel gioco.**

— Un calcio? io? a quella povera bestiolina? —

Ma no! Io no! Gliel'aveva dato, in campagna, un certo ragazzaccio che si era smarrito. Lo aveva preso una strana paura, non so perché, di tutto e di niente. Era la paura di un niente che all'improvviso poteva diventare *qualche cosa*. E allora avrebbe dovuto vederlo lui solo.

Qui in città, ora, per la strada, questo pericolo non c'era più. Diamine! Ognuno stava bello dentro l'illusione dell'altro. Così si poteva essere sicuri che tutti gli altri sbagliavano, se dicevano di no. Cioè se dicevano che ognuno non era come l'altro lo vedeva.

E mi veniva voglia di gridarlo a tutti quanti:

— Ma sì! Eh eh! Giochiamo, giochiamo! —

E mi veniva voglia di farlo capire con un segno anche a chi, per caso, guardava dai vetri di qualche finestra. Ma sì! Eh eh! Anche aprendo quella finestra per buttarsi giù.

— Bel gioco! E chissà che graziose sorprese, caro signore, cara signora! Immaginate di buttarvi così fuori da ogni vostra illusione. E poi immaginate di poter tornare per un momentino, da morti. Potreste vedere quel mondo in cui credevate di vivere. Ma lo vedreste nell'illusione degli altri, ancora vivi! Eh eh! —

Il guaio era che io, ancora vivo, stavo a guardarlo, questo gioco, tra gli altri ancora vivi. Anche se non riuscivo a entrarci dentro. Sapevo che era lì, negli occhi di tutti. Ma non potevo entrarci. E questa impossibilità rendeva feroce quella mia voglia pazza e allegra.

Il calcio che poco prima avevo dato alla povera bestiolina perché mi guardava, Dio me lo perdoni, mi veniva voglia di darlo a tutti quanti.

§ 6. **Moltiplicazione e sottrazione.**

Quando rientrai in casa, trovai Quantorzo che parlava seriamente con mia moglie Dida.

Com'erano a posto, e sicuri! Erano seduti tutti e due nel salottino chiaro, in penombra. Lui grasso e scuro, affondato nel divano verde. Lei sottile e bianca, nel suo vestito tutto a falbalà. Stava proprio sull'orlo della poltrona accanto, girata di tre quarti, con una freccia di sole sulla nuca. Parlavano certo di me. Infatti, appena mi videro entrare, esclamarono insieme:

— Oh, eccolo qua! —

Erano in due a vedermi entrare. Perciò mi venne la tentazione di voltarmi e cercare *l'altro*, che entrava con me. Eppure sapevo bene una cosa. Il “caro Vitangelo” del mio paterno Quantorzo era anche lui in me, come il “Gengè” di mia moglie Dida. Ma c'era di più. Per Quantorzo io, tutto intero, non ero altro che il suo “caro Vitangelo”. Proprio come per Dida non ero altro che il suo “Gengè”. Due, dunque: non ai loro occhi, ma soltanto per me, che sapevo di essere *uno* e *uno* per quei due. E questo, per me, non faceva un *più* ma un *meno*. Voleva dire che ai loro occhi, io come io, non ero nessuno.

Soltanto ai loro occhi? No, anche per me. Anche per la solitudine del mio spirito. In quel momento il mio spirito era fuori da ogni forma apparente. E provava orrore a vedere il proprio corpo come il corpo di nessuno. Perché quei due, intanto, davano a quel corpo una realtà diversa, che nessuno poteva fermare.

Mia moglie mi vide voltare, e mi domandò:

— Chi cerchi? —

Mi affrettai a risponderle, sorridendo:

— Ah, nessuno, cara, nessuno. Eccoci qua! —

Naturalmente non capirono che cosa volessi dire con quel “nessuno” cercato accanto a me. E credettero che con quell'“eccoci” parlassi anche di loro due. Erano sicurissimi che lì, in quel salotto, ora fossimo in tre. E non in nove; o piuttosto in otto, visto che io, per me stesso, ormai non contavo più.

Voglio dire:

1. Dida, com'era per sé;

2. Dida, com'era per me;

3. Dida, com'era per Quantorzo;

4. Quantorzo, com'era per sé;

5. Quantorzo, com'era per Dida;

6. Quantorzo, com'era per me;

7. il caro Gengè di Dida;

8. il caro Vitangelo di Quantorzo.

In quel salotto, tra quegli otto che credevano di essere tre, si preparava una bella conversazione.

§ 7. **Ma io intanto dicevo tra me:**

(Oh Dio mio, adesso non sentiranno mancare all'improvviso la loro bella sicurezza? Ora che si vedono guardati da questi miei occhi che *non sanno quello che vedono*?

Basta fermarsi un poco a guardare uno che fa anche la cosa più ovvia e normale della vita. Basta guardarlo in un certo modo. Gli deve nascere il dubbio che a noi non sia chiaro quello che sta facendo. E che forse non sia chiaro neanche a lui. Basta questo perché quella sicurezza si oscuri e diventi incerta. Niente turba e confonde di più di due occhi vuoti. Due occhi che mostrano di non vederci, o di non vedere quello che vediamo noi.

— Perché guardi così? —

E nessuno pensa che tutti dovremmo guardare sempre così. Ognuno con gli occhi pieni dell'orrore della propria solitudine, senza via d'uscita.)

§ 8. **Il punto vivo.**

Infatti Quantorzo cominciò presto a sentirsi a disagio, appena i suoi occhi incontrarono i miei. Parlando, si perdeva. Tanto che ogni tanto, senza volerlo, faceva il gesto di alzare una mano, come per dire: “No, aspetta”.

Ma presto scoprii l'inganno.

Non si perdeva così perché il mio sguardo gli facesse perdere la sicurezza. Si perdeva perché gli era sembrato di leggermi negli occhi una cosa. Gli sembrava che io avessi già capito la ragione nascosta della sua visita. Era venuto per legarmi mani e piedi, d'accordo con Firbo. Voleva protestare che non poteva più fare il direttore della banca. Non se io pretendevo il diritto di fare altri atti improvvisi, fatti di testa mia. Né lui né Firbo avrebbero potuto prendersene la responsabilità.

Allora, certo di questo, decisi di confonderlo. Ma non all'improvviso, come avevo fatto l'altra volta. Quella volta avevo parlato e fatto gesti come un pazzo davanti a lui e a Firbo. Ora volevo fare il contrario. Volevo il gusto di vedere come se ne sarebbe andato, dopo essere venuto così deciso. Era venuto con una fermezza da guerriero. E io volevo dimostrarmi ancora una volta che bastava un niente per farla crollare. Non ne avevo più bisogno, ma volevo questo gusto. Sarebbe bastata una parola detta da me, o il tono con cui l'avrei detta. Sarebbe bastato per confonderlo e fargli cambiare idea. E cambiando idea, per forza, sarebbe cambiata anche tutta la sua solidissima realtà. Quella realtà che ora sentiva dentro di sé, e vedeva e toccava fuori.

Mi disse che soprattutto Firbo non riusciva a darsi pace per quello che avevo fatto. Appena lo disse, gli domandai, con un sorriso sciocco, per farlo arrabbiare:

— Ancora? —

Infatti si arrabbiò:

— Ancora? Eh, caro mio! Ci hai fatto trovare tutti gli incartamenti dello scaffale in un tale disordine! Gli ci vorranno almeno due mesi per rimetterli in ordine. —

Allora diventai molto serio e dissi a Dida:

— Vedi, cara, tu che credevi che fosse uno scherzo? —

Dida mi guardò subito incerta. Poi guardò Quantorzo, poi di nuovo me. Alla fine domandò, preoccupata:

— Ma insomma, che cosa hai fatto? —

Con la mano le feci segno di aspettare. Ancora più serio, mi voltai verso Quantorzo e gli dissi:

— Il signor Firbo ha trovato il disordine nello scaffale? E perché ora non provi a domandarmi, tu a me, che cosa ci ho trovato io? —

Ed ecco che Quantorzo si agitò sul divano. Chiuse e aprì gli occhi una ventina di volte, come per richiamare la sua attenzione. Stava cadendo in un grande stupore, più per il mio tono di sfida che per la domanda.

— Che... che cosa ci hai trovato? — chiese, con la voce incerta.

Risposi subito, accompagnando le parole con un gesto:

— Un palmo di polvere: così! —

Si guardarono negli occhi, storditi. Il mio tono, infatti, mostrava che non avevo detto per sciocchezza quella cosa, che in sé era sciocca. E Quantorzo, ancora confuso, ripeté:

— Un palmo di polvere? Che cosa significa?

— Significa, oh bella, che tutti quegli incartamenti dormivano. Da anni! Un palmo, dico, un palmo di polvere. E infatti c'era una casa sfitta. E per quell'altra là, chissà da quanto tempo nessuno chiedeva più la pigione! —

Questa volta Quantorzo fece finta di essere sorpreso più che mai. Io non me l'aspettavo.

— Ah, — fece, — e allora tu le svegli così, le case: regalandole?

— No, caro mio, — gli gridai subito, arrabbiandomi un po' apposta, sì, ma un po' anche sul serio. — No, caro mio! Lo faccio per dimostrarvi che vi sbagliate di molto, ma di molto, sul mio conto. Tu e Firbo, e tutti quanti voi! Parlo, parlo, dico sciocchezze, faccio il distratto. Ma non è vero, sai? Perché io invece osservo tutto; osservo tutto! —

Questa volta, come mi aspettavo, Quantorzo cercò di reagire e gridò:

— Ma che cosa osservi? Ma fammi il piacere! Osservi la polvere dello scaffale! —

— E le mie mani, — mi venne di aggiungere subito, non so perché, e gliele mostrai.

Lo dissi con un tono di voce che fece venire all'improvviso un brivido a me stesso. Mi ero rivisto con il pensiero in quello stanzino dello scaffale. Alzavo le mani per rubare a me stesso l'incartamento. E prima, là dentro, avevo immaginato le mani di mio padre. Erano bianche, grasse, piene di anelli e con i peli rossi sul dorso delle dita.

— Vengo alla banca, — continuai. Ero stanco all'improvviso, e nauseato, mentre lui e lei erano sempre più stupiti. — Vengo alla banca solo quando mi chiamate a firmare. Ma state attenti: io non ho neanche bisogno di venirci, alla banca, per sapere tutto quello che ci fate. —

Guardai Quantorzo di traverso. Mi sembrò pallidissimo. (Ma attenzione, parlo sempre del mio Quantorzo. Perché il Quantorzo di Dida, forse, no. Forse anche a Dida sarà sembrato che il suo diventasse pallido. Ma avrà creduto che fosse per lo sdegno, e non per la paura. Io invece, del mio, avrei potuto giurare che era paura.) In ogni caso, si portò davvero subito le mani al petto. E aprì gli occhi grandi grandi per domandarmi:

— Ah, allora ci tieni le spie? Ah, allora tu non ti fidi di noi?

— Ma no, mi fido, mi fido; non tengo spie, — mi affrettai a tranquillizzarlo. — Osservo da fuori gli effetti dei vostri affari; e mi basta. Rispondi a me: tu e Firbo, è vero? negli affari seguite le regole di mio padre?

— Punto per punto!

— Non ne dubito. Ma voi, per la vostra parte, siete protetti dall'incarico che avete. Uno è direttore, l'altro consulente legale. Mio padre, per disgrazia, non c'è più. Vorrei sapere chi risponde degli atti della banca davanti al paese.

— Come, chi risponde? — fece Quantorzo. — Ma noi, noi! E proprio perché ne rispondiamo noi, vorremmo essere sicuri di una cosa. Che tu non ti immischi più, intervenendo con certi atti... senti, diciamo sconsiderati, per non dire altro! —

Prima dissi di no con il dito; poi dissi, calmo:

— Non è vero. Voi no, se seguite punto per punto le regole di mio padre. Al massimo potreste risponderne davanti a me. Cioè se non le seguiste, e io ve ne chiedessi conto. Ma ora parlo del paese: davanti al paese chi ne risponde? Ne rispondo io, che firmo i vostri atti: io! io! E devo vedere anche questa. Voi la mia firma la volete, sì, sotto tutti gli atti che fate voi. E poi mi negate la vostra per l'unico atto che faccio io. —

Doveva essersi spaventato parecchio. A questo punto, infatti, lo vidi fare tre allegri salti sul divano, ed esclamare:

— Oh bella! oh bella! oh bella! Ma i nostri atti sono quelli normali della banca! Mentre il tuo, scusa, me lo fai dire tu, è stato proprio da pazzo! da pazzo! —

Scattai in piedi. Gli puntai l'indice di una mano contro il petto, come un'arma.

— E tu mi credi pazzo?

— Ma no! — fece, diventando subito pallido sotto la minaccia di quel dito.

— No, eh? — gli gridai, tenendolo fermo con gli occhi. — Intanto tra noi resta stabilito questo, bada! —

Allora Quantorzo restò come sospeso a mezz'aria, e vacillò. Non perché gli fosse tornato il dubbio che io fossi pazzo davvero, no. Ma non capiva perché mi importasse tanto stabilire che lui non mi credeva pazzo. Era incerto, e temeva una trappola da parte mia. Così quasi si pentiva di aver detto di no così, subito. E cercò di ritirarlo con un mezzo sorriso.

— No, aspetta... ma devi ammettere... —

Che bella cosa! ah, che bella cosa! Ora Dida, accigliata, guardava un po' me e un po' Quantorzo. Si vedeva chiaramente che non sapeva più che cosa pensare, né di lui né di me. Per lei, si capisce, il mio scatto e la mia domanda improvvisa erano di Gengè. Ed erano del tutto incomprensibili, in lui. A meno che Quantorzo, lì presente, e il signor Firbo avessero fatto qualche errore enorme. Un errore così grave da rendere ora irriconoscibile, Dio mio, il suo Gengè. Ma davanti alla confusione di Quantorzo, il mio scatto e la mia domanda ebbero un effetto. Le fecero dubitare più che mai del buon senso tranquillo del suo rispettabile Quantorzo. E lei esprimeva questo dubbio con gli occhi, in modo così chiaro, che Quantorzo si confuse ancora di più. Infatti cercò di rivolgersi anche a lei, con il suo mezzo sorriso, per ritirare quel no. E capì subito che accanto a sé non aveva più un appoggio sicuro. Finora aveva creduto di poterci contare.

Scoppiai a ridere. Ma né l'uno né l'altra indovinarono perché. Fui tentato di gridarlo loro in faccia, scuotendoli: “Ma vedete? vedete? E allora come potete essere così sicuri? Da un minuto all'altro basta una piccolissima impressione, e dubitate di voi stessi e degli altri!”

— Lascia andare! — tagliai corto, con un gesto di sdegno. Volevo fargli capire che la sua opinione su di me, sulla mia salute mentale, non aveva più nessuna importanza. Almeno per il momento. — Rispondi a me. Alla banca ho visto bilance e bilancine. Vi servono per pesare i pegni, è vero? Ma tu, dimmi un po'. Tu, tu, sulla tua coscienza, li hai mai pesati, quelli che chiami gli atti normali della banca? Li hai mai pesati con il peso che possono avere per gli altri? —

A questa domanda Quantorzo si guardò di nuovo intorno. Sembrava che anche altri, oltre a me, cercassero a tradimento di tirarlo fuori strada.

— Come, sulla mia coscienza?

— Credi che la coscienza non c'entri? — risposi subito. — Eh, lo so! E forse credi che non c'entri neppure la mia. Perché l'ho lasciata a voi, alla banca, per tanti anni, con tutto il resto del patrimonio. L'ho lasciata da amministrare secondo le regole di mio padre.

— Ma la banca... — provò a obiettare Quantorzo.

Scattai di nuovo:

— La banca... la banca... Tu non sai vedere altro che la banca. Ma poi, fuori, tocca a me sentirmi chiamare usuraio! —

A questa uscita inaspettata anche Quantorzo saltò in piedi. Era come se avessi detto la bestemmia più terribile, o la stupidaggine più enorme. Fece finta di scappare via, con le braccia alzate, e gridò: — Uh, Dio benedetto! — Poi tornò indietro, con la testa tra le mani, e di nuovo: — Uh, Dio benedetto! — Intanto guardava mia moglie, come per dirle: “Ma sente, ma sente che bambinate? E io che pensavo che avesse da dirmi una cosa seria!”. Poi mi afferrò per le braccia. Forse voleva scuotermi dallo stupore che quei suoi gesti furiosi avevano causato in me. E mi gridò:

— Ma ti preoccupi sul serio di questo? Eh via! eh via! —

E per prendersi la rivincita mi indicò a mia moglie, come una prova. E mia moglie rideva, ah, rideva, si piegava dalle risate. Rideva certo per quello che avevo detto. Ma forse anche per l'effetto delle mie parole su Quantorzo. E per lo stupore che ne era seguito in me. Senza dubbio questo risvegliava finalmente in lei l'immagine più chiara della nota e cara sciocchezza del suo Gengè.

Ebbene, quella risata mi ferì all'improvviso. Non mi sarei mai aspettato che potesse succedermi in quel momento. In quella discussione un po' mi ci ero messo io, e un po' mi ci ero lasciato andare. E quella risata mi ferì dentro, in un punto vivo di me. Non avrei saputo dire che cosa fosse, né dove. Fino a quel momento mi era sembrato chiaro che davanti a quei due io non c'ero. Io come io non c'ero. C'erano invece il “Gengè” dell'una e il “caro Vitangelo” dell'altro. E in loro non potevo sentirmi vivo.

Quel punto vivo era fuori da ogni immagine in cui potevo rappresentarmi vivo, come qualcuno anche per me. Era fuori da ogni immagine che, secondo me, potevo avere per gli altri. E quel “punto vivo” in me si era sentito ferire così a fondo che persi il lume degli occhi.

— Finiscila di ridere! — gridai a mia moglie. Ma lo gridai con una tale voce che lei mi guardò (e chissà che faccia mi vide). D'improvviso tacque, con il viso tutto stravolto.

— E tu stai bene attento a quello che ti dico, — aggiunsi subito, rivolto a Quantorzo. — Voglio che la banca sia chiusa questa sera stessa.

— Chiusa? Che dici?

— Chiusa! chiusa! — risposi, andandogli addosso. — Voglio che sia chiusa. Sono il padrone, sì o no?

— No, caro! Che padrone! — protestò lui. — Non sei mica tu il solo padrone.

— E chi altri? tu? il signor Firbo?

— Ma tuo suocero! ma tanti altri!

— Però la banca porta soltanto il mio nome.

— No, quello di tuo padre, che la fondò!

— Ebbene, voglio che sia tolto!

— Ma che tolto! Non è possibile!

— Oh, guarda un po'. Non sono padrone del mio nome? del nome di mio padre?

— No, perché quel nome è negli atti di fondazione della banca. È il nome della banca: creatura di tuo padre, proprio come te! E la banca porta quel nome con il tuo stesso, identico diritto!

— Ah, è così?

— Così, così!

— E il denaro? Quello che mio padre ci mise, di suo? Mio padre il denaro lo lasciò alla banca o a me?

— A te, ma investito negli affari della banca.

— E se io non voglio più? Se voglio ritirarlo per investirlo in un altro modo, come piace a me, non sono padrone?

— Ma così tu mandi all'aria la banca!

— E che vuoi che me ne importi? Non voglio più saperne, ti dico!

— Ma importa agli altri, se permetti! Tu rovini gli interessi degli altri, e anche i tuoi, quelli di tua moglie, di tuo suocero!

— Niente affatto! Gli altri facciano quello che vogliono: continuino a tenerci il loro. Io ritiro il mio.

— Allora vorresti mettere in liquidazione la banca?

— Io di queste cose non so niente di niente! So che voglio, “voglio”, capisci? voglio ritirare i miei soldi, e basta così! —

Adesso vedo bene che questi litigi violenti, a botta e risposta, sono veri incontri di pugilato. Sono due volontà nemiche che cercano di abbattersi a vicenda. Colpiscono, parano, rispondono. Ognuna è sicura che il suo colpo butterà a terra l'altra. E vanno avanti finché tutte e due non ricevono una prova sempre più convincente. Ogni risposta dell'avversario resiste dura. Quindi è inutile insistere, perché l'altra non cede. E intanto la figura più ridicola la fanno i pugni veri. Si alzano da soli, pieni d'ira, ad accompagnare i pugni parlati, o meglio, urlati. Arrivano proprio fino all'altezza del muso dell'avversario, ma senza toccarlo. E poi i denti che si stringono, i nasi che si arricciano, le sopracciglia che si aggrottano. E tutta la persona che trema.

Con l'ultima raffica di quei tre “voglio”, “voglio”, “voglio” dovevo aver ammaccato per bene la resistenza di Quantorzo. Lo vidi unire le mani come per pregare:

— Ma si può sapere almeno perché? Così, da un momento all'altro? —

Vedendolo così, ebbi come una vertigine. D'improvviso mi accorsi di una cosa. Lui e mia moglie pendevano dalle mie labbra: lui supplicava, lei era ansiosa e spaventata. Ma io non potevo spiegare a loro, lì su due piedi, i motivi della mia testarda decisione. Era una decisione così grave per tutti! Sentivo quei motivi dentro di me, in quel momento. Erano aggrovigliati, sottili e contorti, dopo i lunghi tormenti delle mie tante meditazioni. Ma non erano più chiari neanche a me stesso. L'ira e l'agitazione mi avevano strappato da quella terribile luce fissa. Era una luce cupa, che brillava da quello che avevo scoperto da solo. E per tutti gli altri era buio. Per loro, che vivevano ciechi e sicuri nei loro sentimenti di ogni giorno. Mi accorsi subito di una cosa. Se ne avessi svelato anche uno solo, sarei sembrato pazzo a tutti e due, senza rimedio. Per esempio questo: *non mi ero mai visto*, fino a poco tempo prima, come loro mi avevano sempre visto. Cioè come uno che viveva tranquillo e distratto sull'usura di quella banca, anche senza doverlo ammettere apertamente. L'avevo appena ammesso davanti a loro. Ed ecco che a tutti e due era sembrata un'ingenuità incredibile! In lui aveva provocato quei gesti comici e furiosi. In lei quella risata senza fine. E allora come potevo dire loro una cosa simile? Che proprio su questa “ingenuità” fondavo tutto il peso della mia decisione? Ai loro occhi era un'ingenuità quasi incredibile. Ma se io ero sempre stato un usuraio, sempre, ancora prima di nascere? Non mi ero visto io stesso sulla strada maestra della pazzia? Non ero andato a fare un atto che agli occhi di tutti doveva sembrare contrario a me stesso e incoerente? Non avevo messo la mia volontà fuori di me, come un fazzoletto tirato fuori dalla tasca? E non avevo riconosciuto io stesso una cosa? Che il signor usuraio Vitangelo Moscarda poteva sì impazzire, ma non si poteva distruggere in nessun modo?

Ebbene, ma questo, proprio questo, era il “punto vivo” ferito in me. Mi accecava, e in quel momento mi toglieva la comprensione di tutto. Usuraio no! Quell'usuraio che non ero mai stato per me, ora non volevo più esserlo neanche per gli altri. E non lo sarei più stato, anche a costo di rovinare tutte le condizioni della mia vita. E finalmente c'era in me un sentimento. Era un sentimento ben cementato dalla volontà. Mi dava la stessa solidità degli altri, sorda e chiusa in sé come una pietra. (Anche se già allora lo sentivo con una certa paura e diffidenza.) Così bastò poco. Mia moglie approfittò della mia confusione improvvisa e scattò. Ordinò al suo Gengè di smetterla, una buona volta, con quella ridicola aria di comando. E dicendo così, mi venne addosso, quasi con le mani in faccia. Bastò questo, e io persi di nuovo il lume degli occhi. Le afferrai i polsi, la scrollai, la spinsi indietro e la buttai a sedere sulla poltrona:

— Finiscila tu, con il tuo Gengè che non sono io, non sono io, non sono io! Basta con questa marionetta! Voglio quello che voglio; e come voglio sarà fatto! —

Mi voltai verso Quantorzo.

— Hai capito? —

E uscii furioso dal salotto.

### Glossario

- **manicomio**: vecchio nome dell'ospedale per i malati di mente.
- **interdire**: dichiarare per legge che una persona non può più gestire i suoi beni.
- **stare con la coda fra le gambe**: stare zitti e umili, come un cane che ha paura.
- **rancore**: rabbia fredda che resta dentro a lungo contro qualcuno.
- **sfratto**: obbligo di lasciare una casa.
- **museruola**: oggetto che si mette sul muso del cane perché non morda.
- **guinzaglio**: corda o striscia di cuoio legata al collo del cane, per portarlo a passeggio.
- **recinto**: terreno chiuso da un muro o da una rete.
- **moscone**: mosca grande che fa molto rumore volando.
- **calcio**: colpo dato con il piede.
- **falbalà**: strisce di stoffa arricciata che ornano un vestito da donna.
- **palmo**: misura antica: la larghezza di una mano aperta.
- **sfitta**: detto di una casa: vuota, che nessuno ha preso in affitto.
- **pigione**: affitto.
- **pegni**: oggetti lasciati a chi presta soldi come garanzia.
- **consulente legale**: avvocato che dà consigli a una ditta.
- **punto vivo**: punto molto sensibile dell'anima, che fa male se toccato.
- **perdere il lume degli occhi**: arrabbiarsi così tanto da non capire più niente.
- **liquidazione**: chiudere una ditta e dividere i soldi.
- **pugilato**: sport in cui due persone si colpiscono con i pugni.
- **marionetta**: pupazzo mosso da altri; persona senza volontà propria.

## Libro sesto

§ 1. **A tu per tu.**

Poco dopo ero chiuso in camera, come una bestia in gabbia. Sbuffavo per quella violenza su mia moglie (la prima). Non riuscivo a togliermela dagli occhi. Vedevo ancora il bianco tremare del suo corpo leggero. Sembrava che si rompesse tutto sotto le scosse, mentre io la tenevo per i polsi, la spingevo indietro e la gettavo a sedere sulla poltrona.

Ah, com'era leggera, con tutte quelle balze intorno al vestito bianco come la neve, sotto il colpo brutale della mia violenza!

Ora era rotta, come una bambola fragile gettata con tanta furia là sulla poltrona. Di certo non sarei più riuscito a rimetterla insieme. E tutta la mia vita con lei, come era stata fino a quel momento, il gioco di quella bambola: rotto, finito, forse per sempre.

L'orrore della mia violenza tremava ancora vivo nelle mie mani. Ma sentivo che quell'orrore non veniva tanto dalla violenza. Veniva piuttosto da un sentimento e da una volontà. Erano nati in me all'improvviso, ciechi, e alla fine mi avevano *dato corpo*: un corpo di bestia, che aveva fatto paura e aveva reso violente le mie mani.

Diventavo “uno”.

Io.

Io che ora mi volevo così.

Io che ora mi sentivo così.

Finalmente.

Non più usuraio (basta con quella banca!), e non più Gengè (basta con quella marionetta!).

Ma il cuore continuava a battermi forte nel petto. Mi toglieva il respiro. Aprivo e chiudevo le mani e mi piantavo le unghie nella carne. Senza saperlo, mi grattavo il palmo di una mano con l'altra mano. Giravo ancora per la stanza e scuotevo la testa, come un cavallo che non sopporta il morso. Dicevo cose senza senso.

— Ma io, uno, chi? chi? —

Come potevo saperlo, se non avevo più occhi per vedermi da solo come uno, anche per me? Gli occhi di tutti gli altri, sì, continuavo a sentirmeli addosso. Ma non potevo sapere come mi avrebbero visto adesso, con questa mia volontà appena nata. Infatti io stesso non sapevo ancora che cosa sarei stato per me.

Non più Gengè.

Un altro.

Avevo proprio voluto questo.

Ma che cos'altro avevo dentro di me, se non questo tormento che mi mostrava nessuno e centomila?

Questa mia nuova volontà, questo mio nuovo sentimento potevano nascere ciechi dalla ferita in un punto vivo di me, un punto che non conoscevo. Ma subito cadevano, cadevano sotto quella luce terribile e fissa. Era una luce scura che lampeggiava, e veniva da tutto quello che avevo scoperto.

Volevo comunque vedere almeno un poco, per orientarmi, che cosa avrei potuto costruire. Avevo solo il po' di sangue di quella ferita e quel po' di sentimento, strappato e consumato. E c'era lo scheletro rotto di quel po' di volontà. Che cosa ne sarebbe uscito? Oh, un povero omino magro e pallido, sempre spaventato dagli occhi degli altri. Con in mano il sacchetto dei soldi avuti dalla liquidazione della banca. E come avrei potuto tenerli ormai, quei soldi?

Li avevo forse guadagnati io, con il mio lavoro? Ora li ritiravo dalla banca, perché non dessero altra usura. Ma bastava questo a pulirli dall'usura da cui erano venuti? E allora, che cosa? Buttarli via? E come avrei vissuto? Che lavoro sapevo fare? E Dida?

Anche lei (lo sentivo bene, ora che non era più in casa), anche lei era un *punto vivo* in me. Io l'amavo. L'amavo nonostante il dolore che mi dava una cosa che sapevo benissimo: quando lei amava il mio corpo, quel corpo non apparteneva a me. Eppure la dolcezza che il suo amore dava a questo corpo la gustavo io, cieco nel piacere dell'abbraccio. Anche se a volte avevo quasi voglia di strangolarla. Succedeva quando, tra le sue labbra umide e tremanti, come un desiderio di sorriso o di sospiro, vedevo tremare uno stupido nome: *Gengè*.

§ 2. **Nel vuoto.**

Tornai nel salotto, come attirato dal silenzio che c'era. Tutti gli oggetti erano fermi, come sospesi: la poltrona dove lei era seduta poco prima; il canapè dove poco prima stava sprofondato Quantorzo; il tavolino di lacca chiara con i bordi d'oro, le altre sedie e le tende. Mi diedero un'impressione di vuoto così orribile che mi voltai a guardare i servi, Diego e Nina. Loro mi avevano detto che la padrona era andata via con il signor Quantorzo. Aveva lasciato l'ordine di raccogliere tutte le sue cose, di chiuderle nei bauli e di mandarle a casa di suo padre. Ora i due mi guardavano pieni di stupore, con la bocca aperta e gli occhi vuoti.

Vederli mi irritò. Gridai:

— E sta bene, eseguite l'ordine. —

In quel vuoto, un ordine da eseguire era già qualche cosa, almeno per gli altri. E anche per me, perché per il momento mi toglieva dai piedi quei due.

Appena fui solo, all'improvviso mi sentii stranamente quasi allegro, e pensai: “Sono libero! Se n'è andata via!”. Ma non mi sembrava vero. Avevo un'impressione molto curiosa: che lei se ne fosse andata per darmi la prova che la mia scoperta era giusta. Questa scoperta aveva per me un'importanza così grande e assoluta che ogni altra cosa, al confronto, contava molto meno. Contava meno anche se mi faceva perdere la moglie; anzi, proprio per questo.

— Ecco se è vero! —

Solo la prova era terribile. Tutto il resto — ma sì, via! — poteva sembrare anche ridicolo. Era ridicolo lei che se ne andava così, su due piedi, con Quantorzo. Ed era ridicola la mia rivolta per quella stupidaggine: la gente che mi credeva usuraio.

Ma come, allora? Ero già ridotto a questo? A non poter più prendere niente sul serio? E la mia ferita di poco prima, quella che mi aveva fatto scattare con tanta violenza?

Già. Ma dov'era la ferita? In me?

Mi toccavo, mi stringevo le mani, e sì, dicevo “io”. Ma a chi lo dicevo? E per chi? Ero solo. Solo in tutto il mondo. Solo per me stesso. E in quel brivido, che ora mi faceva tremare i capelli fino alle radici, sentivo l'eternità e il gelo di questa solitudine infinita.

A chi dire “io”? Che valore aveva dire “io”? Per gli altri aveva un senso e un valore che non potevano mai essere i miei. E per me, così fuori dagli altri, dargli un senso diventava subito l'orrore di questo vuoto e di questa solitudine.

§ 3. **Seguito a compromettermi.**

La mattina dopo venne a trovarmi mio suocero.

Prima dovrei raccontare (ma non lo racconterò) fin dove ero arrivato con l'immaginazione. Per gran parte della notte avevo delirato. Avevo tirato una conseguenza dopo l'altra dalla situazione in cui mi ero messo davanti agli altri, e anche davanti a me stesso.

Mi ero tirato fuori con fatica da un sonno breve e pesante come il piombo. Sentivo che tutte le cose erano pesanti e nemiche. Anche l'acqua che raccoglievo nelle mani per lavarmi. Anche l'asciugamano che avevo usato dopo. Ma quando mi annunciarono la visita, all'improvviso mi sentii tutto leggero. Si era svegliato subito in me quell'estro allegro che, per fortuna, ogni tanto soffia ancora nel mio spirito, come un vento buono.

Feci volare l'asciugamano e dissi a Nina:

— Bene bene. Fallo accomodare nel salotto, e digli che vengo subito. —

Mi guardai nello specchio dell'armadio con una confidenza irresistibile. Arrivai a strizzare un occhio, per dire a quel Moscarda là che noi due, intanto, ci capivamo benissimo. E anche lui, a dire la verità, mi strizzò subito l'occhio, per confermare l'accordo.

(Voi mi direte, lo so, che questo succedeva perché quel Moscarda là nello specchio ero io. E ancora una volta dimostrerete di non aver capito niente. Non ero io, ve lo assicuro. Infatti un attimo dopo, prima di uscire, voltai un poco la testa per guardarlo di nuovo in quello specchio. Ed era già un altro, anche per me, con un sorriso diabolico negli occhi acuti e lucidissimi. Voi vi sareste spaventati; io no, perché lo sapevo già. E lo salutai con la mano. Anche lui mi salutò con la mano, a dire la verità.)

Tutto questo, per cominciare. Poi la commedia continuò nel salotto con mio suocero.

In quattro?

No.

Vedrete in quanti Moscarda diversi, già che c'ero, mi divertii a mostrarmi quella mattina.

§ 4. **Medico? avvocato? professore? deputato?**

Senza dubbio la causa di quel risveglio inaspettato del mio estro era mio suocero. Era per la realtà (sì, Dio mio, forse poco rispettosa) che io gli avevo dato fino a quel momento: quella di un uomo stupidissimo, sempre contento di sé.

Era molto curato, non solo nei vestiti, ma anche nei capelli e nei baffi, fino all'ultimo pelo. Era biondo biondo. Il suo aspetto non dirò che era volgare, ma comunque era comune. Tutte quelle cure poteva risparmiarsele. I suoi vestiti erano fatti in modo perfetto, ma su di lui restavano come se non fossero suoi: sembravano ancora del sarto che li aveva cuciti. Anche la sua testa così ben pettinata e le sue mani così rotonde e lisce non sembravano attaccate, vive e di carne, al colletto e alle maniche. Si potevano esporre tagliate e fatte di cera, senza perdere niente, nella vetrina di un parrucchiere e in quella di un negozio di guanti. Lo sentivi parlare. Lo vedevi socchiudere gli occhi azzurri, lucidi come smalto, nella felicità di un sorriso continuo. Sorrideva per tutto quello che usciva dalle sue labbra, rosse come il corallo. Poi lo vedevi riaprire gli occhi, ma l'occhio destro non si apriva del tutto: la pelle sopra restava un po' tirata e come incollata. Era come se non riuscisse a staccarsi così presto dal gusto squisito di una soddisfazione segreta. Nessuno avrebbe mai immaginato in lui una cosa simile. Tutto questo faceva per forza un'impressione stranissima, tanto sembrava finto. Lo ripeto: fantoccio da sarto e testa da vetrina di barbiere.

Ora, io me lo aspettavo così. Invece me lo trovai davanti tutto in disordine e agitato. Questa sorpresa servì solo a farmi venire all'improvviso un desiderio. Volevo provare quel rischio squisito di chi va disarmato e sorridente contro un nemico armato. Un nemico che lo minaccia e che gli ha ordinato di non muoversi di un passo.

Infatti l'estro che si era riacceso in me mi metteva sulle labbra un sorriso di sfida. E sulla fronte mi metteva un'aria distratta, come di chi ha dimenticato tutto. Era per il gioco che volevo continuare. Un gioco pericolosissimo, perché c'erano in ballo interessi così gravi, per quell'uomo là e per tanti altri: il destino della banca, il destino della mia famiglia. Volevo altre prove di quella cosa terribile che sapevo già. Sapevo che sarei sembrato pazzo per forza, ancora e più di prima, con i discorsi che mi preparavo a fare. Sarei corso giù a rotta di collo per la discesa di quella *ingenuità* incredibile. Era la stessa ingenuità che aveva lasciato Quantorzo a bocca aperta e aveva fatto morire dal ridere mia moglie.

Infatti ormai, anche per me, se guardavo bene le cose fino in fondo, la coscienza non poteva essere una scusa valida. Eppure volevo aggrapparmi proprio a lei. Potevo sentire davvero rimorso per quell'usura che non avevo mai voluto praticare? Sì, avevo firmato gli atti di quella banca, ma solo per formalità. Ero vissuto fino a quel momento dei suoi guadagni, senza pensarci mai. Ma ora finalmente me ne rendevo conto. Perciò avrei ritirato i soldi dalla banca. E presto, per mettermi del tutto a posto, me ne sarei liberato in qualche modo. Avrei fondato un'opera di carità o qualcosa di simile.

Mio suocero esclamò:

— Come! E ti sembra niente tutto questo? Ma Dio mio, allora è vero?

— Vero, che cosa?

— Che sei impazzito! E di mia figlia, che cosa vorresti fare? Come vorresti vivere? Con che cosa?

— Ecco, questo sì: questo mi sembra importante. Da studiare.

— Rovinare per sempre la tua posizione? Ognuno ha sempre fatto i suoi affari, da che mondo è mondo.

— Benissimo. E allora, d'ora in poi, anch'io farò i miei.

— Ma come, i tuoi, se butti via i soldi che tuo padre ha guadagnato in tanti anni di lavoro?

— Ho sei anni di Università.

— Ah! Vorresti tornare all'Università?

— Potrei.

Fece per alzarsi. Lo fermai e gli domandai:

— Scusi: prima di arrivare alla liquidazione della banca, ci sarà tempo, non è vero?

Si alzò furioso, con le braccia in aria.

— Ma che liquidazione! che liquidazione! che liquidazione!

— Se non vuole lasciarmi parlare... —

Si voltò di scatto.

— Ma che cosa vuoi dire? Tu deliri!

— Sono calmissimo, — gli feci notare. — Le volevo dire che ho tante materie di studio già a buon punto, e le ho lasciate lì. —

Mi guardò confuso.

— Materie di studio? Che significa?

— Che potrei, anche presto, prendere una laurea in medicina, per esempio, o in lettere e filosofia.

— Tu?

— Non ci crede? Sì. Avevo cominciato anche a studiare medicina. Tre anni. E mi piaceva. Domandi, domandi a Dida come vedrebbe meglio il suo Gengè: medico o professore. Io parlo bene e con facilità: potrei anche, se volessi, fare l'avvocato. —

Si scosse con violenza.

— Ma se non hai mai voluto fare niente!

— Già. Ma non per leggerezza, veda. Anzi, al contrario! Ci affondavo troppo. E non si arriva a niente, creda, quando si affonda troppo in qualsiasi cosa. Si finisce per fare certe scoperte! Ma se lo faccio con leggerezza, le assicuro che il medico, l'avvocato o, se Dida preferisce, il professore, potrei farlo benissimo. Basta che mi ci metta. —

Era diventato viola per lo sforzo che faceva su se stesso per ascoltarmi. A questo punto scappò via. Altrimenti sarebbe scoppiato. Gli corsi dietro, gridando:

— Ma no, ma senta, ma dando via i soldi di mio padre, sa che popolarità! Mi potrebbero anche eleggere deputato: ci pensi! Se piacesse a Dida, e anche a lei: il genero deputato... Non mi ci vede? non mi ci vede? —

Era già scappato via, e a ogni mia parola urlava:

— Pazzo! Pazzo! Pazzo! —

§ 5. **Io dico, poi perché?**

Il tono era di scherzo, non lo nego, per colpa di quel maledetto estro. E poteva anche sembrare che io parlassi con molta leggerezza, come uno sciocco: lo riconosco. Ma pensiamo all'idea di un Gengè medico o avvocato o professore, e perfino deputato. Se poteva far ridere me, a lui avrebbe potuto dare, dico io, almeno un po' di considerazione e di rispetto. In provincia, di solito, si ha questo rispetto per queste nobili professioni. Eppure le fanno così spesso anche tante persone mediocri. E con loro, in fondo, non mi sarebbe stato difficile competere.

La ragione era un'altra, lo so bene. *Non mi ci vedeva* neanche lui, mio suocero. Per motivi molto diversi dai miei.

Lui non poteva accettare che io gli togliessi il genero (quel suo Gengè che vedeva in me, chi sa come) dalle condizioni in cui era stato fino a quel momento. Cioè da quella comoda forma di marionetta che gli avevano dato. Gliel'avevano data lui da una parte e la figlia dall'altra, e poi, dalla loro parte, tutti i soci della banca.

Dovevo lasciarlo così com'era, quel buon figliolo feroce di Gengè. Doveva vivere, senza pensarci, dell'usura di quella banca che non era lui a dirigere.

E io vi giuro che l'avrei lasciato lì. L'avrei fatto per non turbare quella mia povera bambola, il cui amore mi era pur così caro. E per non portare un disordine così grave a tanta brava gente che mi voleva bene. L'avrei fatto, se lasciandolo lì per gli altri io avessi potuto andarmene altrove per conto mio, con un altro corpo e un altro nome.

§ 6. **Vincendo il riso.**

Sapevo anche un'altra cosa. Potevo mettermi in nuove condizioni di vita e presentarmi domani agli altri come medico, mettiamo, o come avvocato o professore. Ma non mi sarei mai ritrovato, né uno per tutti né me stesso, nella veste e negli atti di nessuna di quelle professioni.

Ero già troppo pieno dell'orrore di chiudermi nella prigione di una forma qualsiasi.

Eppure quelle stesse proposte, che avevo fatto per ridere a mio suocero, le avevo fatte sul serio a me stesso durante la notte. Avevo vinto il riso che mi facevano venire le immagini di me avvocato o medico o professore. Insomma, avevo pensato questo: una di quelle professioni, o un'altra qualsiasi, avrei dovuto prenderla e accettarla come una necessità. Sarebbe successo se Dida fosse tornata da me, come io volevo, e me ne avesse fatto un obbligo. Così avrei provveduto, come meglio potevo, alla sua nuova vita con un nuovo Gengè.

Ma dalla furia con cui mio suocero era scappato potevo capire una cosa: anche per Dida, nessun nuovo Gengè poteva nascere dal vecchio. Questo vecchio Gengè le mostrava chiaramente di essere impazzito senza rimedio. Voleva infatti uscire così, *per niente*, da un momento all'altro, dalle condizioni di vita in cui era vissuto felice fino a quel momento.

E sarei stato davvero pazzo io, a pretendere che una bambola come quella impazzisse insieme a me, così *per niente*.

### Glossario

- **balze**: strisce di stoffa arricciata che decorano un vestito.
- **morso**: pezzo di ferro che si mette in bocca al cavallo per guidarlo.
- **punto vivo**: punto molto sensibile dell'anima, che fa male se toccato.
- **liquidazione**: chiudere una ditta e dividere i soldi.
- **baule**: grande cassa per i vestiti, per i viaggi.
- **estro**: voglia improvvisa e allegra di fare qualcosa di strano o di nuovo.
- **fantoccio**: pupazzo, figura finta a forma di uomo.
- **deputato**: membro del parlamento.
- **laurea**: titolo che si prende alla fine dell'università.

## Libro settimo

§ 1. **Complicazione.**

La mattina dopo ricevetti un bigliettino, portato a mano. Mi invitava ad andare subito a casa di Anna Rosa. Era l'amica di mia moglie che ho nominato una o due volte all'inizio, così, di passaggio.

Mi aspettavo che qualcuno cercasse di mettersi in mezzo per provare a riconciliare me e Dida. Ma secondo me questo qualcuno doveva venire da parte di mio suocero e degli altri soci della banca. Non doveva venire direttamente da parte di mia moglie. L'unico ostacolo da togliere, infatti, era la mia intenzione di liquidare la banca. Tra me e mia moglie non era successo quasi niente. Bastava che io dicessi ad Anna Rosa che ero sinceramente pentito della mia scortesia verso Dida. L'avevo scossa e l'avevo gettata a sedere sulla poltrona del salotto. Dopo queste parole, la riconciliazione sarebbe arrivata di sicuro.

Forse Anna Rosa aveva preso l'incarico di farmi rinunciare a quell'intenzione? Forse la metteva come condizione per il ritorno di mia moglie a casa? Questo non mi sembrò possibile in nessun modo.

Sapevo da Dida che la sua amica aveva rifiutato diversi matrimoni, come si dice, vantaggiosi. Lo aveva fatto per disprezzo del denaro. Così si era presa le critiche della gente di buon senso, e anche di Dida. Dida, infatti, sposando me (voglio dire il figlio di un usuraio), aveva dovuto far capire una cosa alle sue amiche. Lo faceva perché, in fondo, era un matrimonio “vantaggioso”.

Per salvare questo “vantaggio”, dunque, Anna Rosa non poteva essere l'avvocato più adatto.

Era più facile pensare il contrario: che Dida le avesse chiesto aiuto. Forse voleva farmi sapere che suo padre, d'accordo con gli altri soci, la teneva in casa. Forse non le permetteva di tornare da me, se io non rinunciavo a liquidare la banca. Ma conoscevo bene mia moglie, e neanche questo mi sembrò possibile.

Perciò andai a quell'invito con una grande curiosità. Non riuscivo a indovinarne la ragione.

§ 2. **Primo avvertimento.**

Conoscevo poco Anna Rosa. L'avevo vista diverse volte a casa mia. Ma mi ero sempre tenuto lontano dalle amiche di mia moglie, più per istinto che di proposito. Così con lei avevo scambiato pochissime parole. A volte, per caso, avevo visto sulle sue labbra certi mezzi sorrisi, mentre mi guardava di sfuggita. Mi erano sembrati diretti chiaramente a un'immagine sciocca di me. Era l'immagine che il Gengè di mia moglie Dida aveva dovuto far nascere nella sua mente. Per questo non avevo mai avuto nessun desiderio di fermarmi a parlare con lei.

Non ero mai stato a casa sua.

Non aveva più né padre né madre. Abitava con una vecchia zia in quella casa che sembra schiacciata dalle mura altissime della Badìa Grande. Sono mura di un antico castello, con finestre chiuse da grate che sporgono in fuori. Al tramonto, da quelle finestre si affacciano ancora le poche vecchie suore rimaste là dentro. Una di quelle suore, la meno vecchia, era anche lei zia di Anna Rosa: era la sorella di suo padre. E dicono che fosse mezza matta. Ma ci vuole poco a far diventare matta una donna, se la si chiude in un monastero. Mia moglie fu per tre anni educanda nel convento di San Vincenzo. Da lei so che tutte le suore, sia le vecchie sia le giovani, erano mezze matte, chi in un modo, chi in un altro.

Anna Rosa non era in casa. La vecchia serva che mi aveva portato il bigliettino mi parlò in modo misterioso, senza aprire la porta. Mi parlava dal piccolo buco che c'è nella porta per guardare fuori. Mi disse che la padroncina era su alla Badìa, dalla zia suora. Potevo andare a trovarla là. Dovevo chiedere alla suora portinaia di farmi entrare nel parlatorietto di Suor Celestina.

Tutto questo mistero mi stupì. E all'inizio, invece di aumentare la mia curiosità, mi fece esitare ad andare. Per quanto potevo in quello stupore, sentii il bisogno di riflettere prima. Era strano quell'incontro lassù alla Badìa, nel piccolo parlatorio di una suora.

Il mio piccolo, inutile guaio di marito e quell'invito non mi sembravano più legati in nessun modo. E subito mi sentii in ansia, come davanti a una complicazione inaspettata. Chi sa quali conseguenze avrebbe portato alla mia vita.

Come tutti sanno a Richieri, per poco non mi portò la morte. Ma qui voglio ripetere quello che ho già detto davanti ai giudici. Lo faccio perché sparisca per sempre dalla mente di tutti un sospetto. Si sospettava che allora io avessi parlato così per salvare Anna Rosa e farla dichiarare innocente. Lei non ebbe nessuna colpa. Fui io, o piuttosto tutto quello di cui parlano queste mie riflessioni tormentate. Mi lasciai andare, quasi senza volerlo, a un'avventura improvvisa e inaspettata. Fu come un ultimo esperimento disperato. E fu per colpa mia che quell'avventura rischiò di finire così.

§ 3. **La rivoltella tra i fiori.**

Salii alla Badìa per una di quelle stradine ripide della vecchia Richieri, che di giorno puzzano di spazzatura marcia.

Quando ci siamo abituati a vivere in un certo modo, può succedere di andare in un luogo insolito. Lì, nel silenzio, sentiamo come un sospetto: che ci sia qualcosa di misterioso per noi. È qualcosa da cui il nostro spirito deve restare lontano, anche se noi siamo lì presenti. È un'angoscia senza nome. Perché pensiamo che, se potessimo entrarci, forse la nostra vita si aprirebbe a chi sa quali sensazioni nuove. Ci sembrerebbe di vivere in un altro mondo.

Quella Badìa una volta era il castello feudale dei Chiaramonte. Aveva un portone basso, tutto rovinato dai tarli, e un grande cortile con la cisterna in mezzo. C'era uno scalone consumato e scuro, freddo come una grotta, dove ogni passo rimbombava. E c'era un corridoio largo e lungo, con tante porte da una parte e dall'altra. I mattoni del pavimento erano consumati, e il pavimento era abbassato nel mezzo. Brillavano alla luce del finestrone in fondo, aperto sul silenzio del cielo. Quella Badìa aveva accolto in sé tanti fatti e aveva visto passare tante forme di vita. Ora le poche suore rimaste ci giravano dentro perdute, nella loro lenta agonia. E la Badìa sembrava non sapere più niente di sé. Là dentro tutto sembrava ormai senza memoria. Tutto aspettava da moltissimo tempo che quelle ultime suore morissero, una a una. Da molto tempo era perduta la ragione per cui era stata costruita: prima come castello di baroni, poi, per tanti secoli, come badìa.

La suora portinaia aprì una di quelle porte nel corridoio e mi fece entrare nel parlatorietto. Giù, al piano di sotto, avevano già suonato forte una campanella malinconica, per chiamare Suor Celestina.

Il parlatorietto era buio. All'inizio non riuscii a vedere altro che la grata in fondo. L'avevo intravista appena, alla poca luce entrata dalla porta quando l'avevano aperta. Rimasi in piedi ad aspettare. E chi sa quanto sarei rimasto così, se alla fine una voce debole, dalla grata, non mi avesse invitato a sedermi. Anna Rosa, mi disse, sarebbe salita presto dall'orto.

Non proverò a dire l'impressione che mi fece quella voce inaspettata nel buio, al di là della grata. In quel buio vidi all'improvviso, come un lampo, il sole che doveva esserci in quell'orto della badìa. Non sapevo dove fosse l'orto, ma di certo doveva essere verdissimo. E all'improvviso, in mezzo a quel verde, mi apparve luminosa la figura di Anna Rosa, come non l'avevo mai vista: tutta un fremito di grazia e di malizia. Fu un lampo. Tornò il buio. O piuttosto, non il buio, perché ora riuscivo a vedere la grata. E davanti a quella grata vedevo un tavolino e due sedie. In quella grata, il silenzio. Ci cercai la voce che mi aveva parlato, debole ma fresca, quasi giovane. Non c'era più nessuno. Eppure doveva essere stata la voce di una vecchia.

Anna Rosa, quella voce, quel parlatorietto, il sole in quel buio, il verde dell'orto: mi prese come una vertigine.

Poco dopo, Anna Rosa aprì la porta in fretta e mi chiamò fuori dal parlatorietto, nel corridoio. Aveva il viso tutto rosso, i capelli in disordine, gli occhi brillanti. La camicetta bianca, di lana fatta a maglia, era sbottonata sul petto, come per il caldo. Tra le braccia aveva tanti fiori e un lungo ramo d'edera. L'edera le passava sopra una spalla e le pendeva lunga dietro la schiena, dondolando. Corse e mi invitò a seguirla in fondo al corridoio. Salì sullo scalino sotto il finestrone. Ma mentre saliva, forse voleva tenere con una mano una parte dei fiori che stava per caderle. Così, dall'altra mano, si lasciò cadere la borsetta. E subito il rumore fortissimo di uno sparo, seguito da un grido altissimo, fece rimbombare tutto il corridoio.

Feci appena in tempo a sostenere Anna Rosa, che mi cadeva addosso. Ero pieno di stupore. Prima che riuscissi a capire che cosa era successo, mi vidi intorno alcune vecchie suore. Erano spaventate e parlavano con vocine acute, come uccellini. Erano corse là per quello sparo nel corridoio, e mi vedevano tra le braccia Anna Rosa ferita. Eppure erano prese da un'altra paura, che all'inizio io non riuscivo a capire. Mi sembrava impossibile che non si preoccupassero della ferita. Io chiedevo loro ad alta voce un letto dove stendere la ragazza ferita. E loro mi rispondevano “Monsignore”: Monsignore stava per arrivare. Anna Rosa, a sua volta, mi gridava tra le braccia: “La rivoltella! la rivoltella!”. Voleva da me la rivoltella che era dentro la borsetta, perché era un ricordo di suo padre.

Una cosa mi fu chiara subito: in quella borsetta caduta doveva esserci una rivoltella, e il colpo l'aveva ferita a un piede. Non mi era chiaro, invece, perché la portasse con sé. E proprio quella mattina, quando mi aveva dato appuntamento alla Badìa. Mi sembrò stranissimo. Ma in quel momento non mi passò neppure lontanamente per la testa che l'avesse portata per me.

Ero più confuso che mai. Vedevo che nessuno mi aiutava a soccorrere la ferita. Allora la sollevai di peso tra le braccia e la portai fuori dalla Badìa, giù per la stradina, fino a casa sua.

Poco dopo dovetti risalire alla Badìa per riprendere quella rivoltella dal corridoio, sotto il finestrone. Quella rivoltella doveva poi servire per me.

§ 4. **La spiegazione.**

La notizia di quello strano incidente alla Badìa Grande corse per Richieri in un lampo. Tutti seppero che io ero uscito di corsa, con Anna Rosa ferita tra le braccia. E subito nacquero chiacchiere cattive, così assurde che all'inizio mi sembrarono perfino ridicole. Ero lontanissimo dall'immaginare che potessero sembrare credibili. Anzi, che qualcuno le credesse vere. E non solo le persone che avevano interesse a diffonderle e a farle crescere. Le credeva vere perfino lei, la ragazza che io tenevo ferita tra le braccia.

Proprio così.

Perché Gengè, signori miei, quello stupidissimo Gengè di mia moglie Dida, nascondeva una simpatia bruciante per Anna Rosa. E io non ne sapevo niente. Se l'era messo in testa Dida; Dida se n'era accorta. Non ne aveva mai detto niente a Gengè. Ma lo aveva confidato, sorridendo, alla sua amica. Lo aveva fatto per farle piacere, e forse anche per spiegarle una cosa. Gengè aveva il suo motivo, se la evitava quando lei veniva in visita: aveva paura di innamorarsi di lei.

Non mi riconosco nessun diritto di negare questa simpatia di Gengè per Anna Rosa. Al massimo potrei dire che non era vera per me. Ma neanche questo sarebbe giusto. Infatti non mi ero mai interessato di sapere se sentivo antipatia o simpatia per quell'amica di mia moglie.

Mi sembra di aver dimostrato abbastanza che la realtà di Gengè non apparteneva a me. Apparteneva a mia moglie Dida, che gliel'aveva data.

Se dunque Dida dava al suo Gengè quella simpatia segreta, importa poco che non fosse vera per me. Era così vera per Dida, che lei ci trovava la ragione per cui io stavo lontano da Anna Rosa. Ed era così vera anche per Anna, che lei aveva letto qualcosa di più in certe mie occhiate. Qualche volta l'avevo guardata di sfuggita, e lei in quegli sguardi aveva visto questo: io non ero quel Gengè carino e sciocchino che mia moglie Dida immaginava. Ero invece un infelicissimo Signor Gengè. E chi sa quanto dovevo soffrire, dentro di me, a essere giudicato e amato così dalla mia stessa moglie.

Perché, se ci pensate bene, questo è il meno che possa venire dalle tante realtà inaspettate che gli altri ci danno. Se guardiamo le cose in superficie, di solito le chiamiamo supposizioni false, giudizi sbagliati, idee senza fondamento. Ma tutto quello che si può immaginare di noi è davvero possibile, anche se non è vero per noi. Gli altri ridono, se per noi non è vero. Per loro è vero. È così vero che può anche succedere un'altra cosa. Se non vi tenete forte alla realtà che vi siete dati da soli, gli altri possono portarvi a riconoscere una cosa: che la loro realtà è più vera della vostra. Nessuno ha potuto provarlo più di me.

Mi trovai dunque, senza saperne niente, innamoratissimo di Anna Rosa. E per questa ragione mi trovai preso nell'incidente di quello sparo nella Badìa, come non avrei mai e poi mai immaginato.

Avevo portato Anna Rosa a casa in braccio e l'avevo stesa sul suo letto. Ero corso a chiamare un medico e un'infermiera e le avevo dato le prime cure. E mentre la assistevo, subito anch'io sentii più che possibile, anzi vero, quello che lei aveva immaginato di me dopo le confidenze di Dida: la mia simpatia per lei. Stavo seduto ai piedi del letto, nell'intimità rosa della sua cameretta, rovinata dal cattivo odore delle medicine. E lì, dalla sua bocca, potei avere tutte le spiegazioni. Prima di tutto quella della rivoltella nella borsetta, che aveva causato l'incidente.

Come rise di cuore, quando immaginò che qualcuno potesse pensare questo: che lei l'avesse portata per me, dandomi appuntamento alla Badìa!

Portava sempre con sé quella rivoltella, nella borsetta. La portava da quando l'aveva trovata nel taschino di un gilet di suo padre, morto all'improvviso sei anni prima. Era piccolissima, con l'impugnatura di madreperla, tutta lucida e viva. Le era sembrata un oggetto grazioso, quasi un giocattolo. Ed era ancora più carina perché il suo meccanismo così grazioso nascondeva il potere di dare la morte. Più di una volta, mi confidò, aveva avuto la tentazione di provarla. Le succedeva in certi momenti, non rari, quando per strane paure dell'anima il mondo intorno a lei diventava come immobile e vuoto. Allora giocava con la rivoltella. Provava il piacere di toccare con le dita l'acciaio e la madreperla, lisci e lucidi. Ma ora la rivoltella l'aveva *morsa* a un piede, per caso. Non alla tempia o al cuore, per sua volontà. E c'era anche il rischio, come si temeva, che lei restasse zoppa. Questo le dava un dispiacere molto strano. Lei credeva di averla fatta così sua che la rivoltella da sola non avesse più quel potere. Adesso la vedeva *cattiva*. La prendeva dal cassetto del comodino accanto al letto, la guardava e le diceva:

— Cattiva! —

Ma perché quell'appuntamento su alla Badìa, nel parlatorietto della zia suora? E perché quelle sette suore, invece di preoccuparsi di lei ferita, mi parlavano della visita di non so quale Monsignore? E ne parlavano quasi schiacciate dall'ansia.

Ebbi la spiegazione anche di questo mistero.

Lei sapeva che quella mattina monsignor Partanna, vescovo di Richieri, sarebbe andato a visitare le vecchie suore della Badìa Grande, come faceva ogni mese. Per quelle vecchie suore quella visita era come un primo assaggio della felicità del cielo. Per questo, il rischio di vederla rovinata da quell'incidente era stato per loro la paura più grave. Anna Rosa mi aveva fatto venire su alla Badìa perché voleva che io parlassi subito col vescovo, quella mattina stessa.

— Io, col vescovo? E perché? —

Per impedire in tempo quello che stavano preparando di nascosto contro di me.

Volevano proprio interdirmi. Volevano denunciarmi come malato di mente. Dida le aveva detto che tutte le prove erano già state raccolte e messe in ordine. Dovevano dimostrare che la mia mente era chiaramente malata. Le avevano raccolte Firbo, Quantorzo, suo padre e lei stessa. Tanti erano pronti a testimoniare. Perfino quel Turolla, che avevo difeso contro Firbo e tutti i commessi della banca. Perfino Marco di Dio, a cui avevo regalato una casa con una donazione.

— Ma la perderà, — non potei fare a meno di far notare ad Anna Rosa. — Se mi dichiarano malato di mente, l'atto della donazione non varrà più niente! —

Anna Rosa mi scoppiò a ridere in faccia per la mia ingenuità. A Marco di Dio dovevano aver promesso che non avrebbe perso la casa, se testimoniava come volevano loro. E del resto, lui poteva testimoniarlo anche in buona coscienza.

Guardai Anna Rosa che rideva, e non sapevo che cosa pensare. Lei se ne accorse e si mise a gridare:

— Ma sì, pazzie! tutte pazzie! tutte pazzie! —

Solo che lei le godeva, quelle pazzie. Le approvava. E le approvava ancora di più se con esse io volevo arrivare davvero alla più grande di tutte. Cioè buttare all'aria la banca e allontanare da me una donna che mi era sempre stata nemica.

— Dida?

— Non crede?

— Nemica, sì, adesso.

— No, sempre! sempre! —

E mi raccontò che da tempo cercava di far capire a mia moglie che io non ero lo sciocco che lei immaginava. Avevano fatto lunghe discussioni. Le era costato una fatica infinita trattenere la rabbia. Quella donna si ostinava a vedere in tanti miei atti o parole una sciocchezza che non c'era. Oppure ci vedeva un male che solo un animo nemico, di proposito, poteva vederci.

Rimasi a bocca aperta. All'improvviso, per quelle confidenze di Anna Rosa, vidi una Dida molto diversa dalla mia, eppure ugualmente vera. E provai, in quel momento più che mai, tutto l'orrore della mia scoperta. Era una Dida che parlava di me come non avrei mai immaginato. Una Dida nemica perfino del mio corpo. Tutti i ricordi della nostra intimità erano separati da me e traditi in modo così indegno! Per riconoscerli, dovevo superare con rabbia un ridicolo che prima non avevo notato. E dovevo riparare una vergogna che prima, in segreto, non mi era sembrato di dover sentire. Era come se lei mi avesse tradito. Prima mi aveva convinto, con fiducia, a spogliarmi. Poi aveva spalancato la porta. Così mi aveva lasciato alle risate di chiunque volesse entrare a vedermi nudo e senza difesa. E poi c'erano giudizi sulla mia famiglia e sulle mie abitudini più naturali, che non mi sarei mai aspettato da lei. Insomma, un'altra Dida. Una Dida davvero nemica.

Eppure sono certo, certissimo, che con il suo Gengè lei non fingeva. Con il suo Gengè era come poteva essere per lui: perfettamente intera e sincera. Poi, fuori dalla vita che poteva avere con lui, diventava un'altra. Diventava quella che ora le conveniva, o le piaceva, o sentiva davvero di essere per Anna Rosa.

Ma perché mi meravigliavo? Non potevo anch'io lasciarle intero il suo Gengè, così come lei se l'era costruito, ed essere poi un altro per conto mio?

Così era per me, come per tutti.

Non dovevo rivelare ad Anna Rosa il segreto della mia scoperta. Fu lei stessa a tentarmi, con quello che mi fece sapere così all'improvviso di mia moglie. E non avrei mai immaginato che la rivelazione le avrebbe portato nello spirito un turbamento così grande. Arrivò fino a farle commettere la follia che commise.

Ma prima racconterò la mia visita a Monsignore. Fu lei stessa a spingermi ad andarci, con grande fretta, come a una cosa che non poteva più aspettare.

§ 5. **Il Dio di dentro e il Dio di fuori.**

Nel tempo in cui portavo a passeggio *Bibì*, la cagnolina di mia moglie, le chiese di Richieri erano la mia disperazione.

*Bibì* voleva entrarci a tutti i costi.

Quando la sgridavo, si sedeva sulle zampe di dietro. Alzava e scuoteva una delle due zampine davanti e starnutiva. Poi, con un'orecchia su e l'altra giù, restava a guardarmi. Aveva proprio l'aria di pensare che non era possibile, non era possibile. Possibile che a una cagnolina carina come lei non fosse permesso entrare in una chiesa? Se dentro non c'era nessuno!

— Nessuno? Ma come nessuno, Bibì? — le dicevo io. — Dentro c'è il più rispettabile dei sentimenti umani. Tu non puoi capire queste cose, perché per tua fortuna sei una cagnolina e non un uomo. Gli uomini, vedi? hanno bisogno di fabbricare una casa anche ai loro sentimenti. Non basta loro averli dentro, nel cuore, i sentimenti. Vogliono vederli anche fuori, toccarli. E allora costruiscono loro una casa. —

A me fino a quel momento era sempre bastato avere dentro, a modo mio, il sentimento di Dio. Per rispetto del sentimento degli altri, avevo sempre impedito a Bibì di entrare in una chiesa. Ma non ci entravo nemmeno io. Mi tenevo il mio sentimento e cercavo di seguirlo restando in piedi. Non andavo a inginocchiarmi nella casa che gli altri gli avevano costruito.

Quel *punto vivo* in me si era sentito ferire quando mia moglie aveva riso. Aveva riso perché io avevo detto che non volevo più essere considerato un usuraio a Richieri. Ebbene, quel punto vivo era Dio, senza nessun dubbio. Era Dio che si era sentito ferire in me. Era Dio che in me non poteva più sopportare che gli altri, a Richieri, mi considerassero un usuraio.

Ma se fossi andato a dire questo a Quantorzo o a Firbo e agli altri soci della banca, avrei dato loro di sicuro un'altra prova della mia pazzia.

Bisognava invece fare un'altra cosa. Il Dio di dentro, questo Dio che ormai in me sarebbe sembrato pazzo a tutti, doveva andare in visita dal Dio di fuori, così saggio. Doveva andarci con tutto il pentimento e l'umiltà possibili, per chiedergli aiuto e protezione. Il Dio di fuori era quello che aveva la casa. Aveva i suoi servitori, fedelissimi e pieni di impegno. E aveva tutti i suoi poteri, organizzati nel mondo con saggezza e grandezza, per farsi amare e temere.

A questo Dio, non c'era pericolo che Firbo o Quantorzo osassero dare del pazzo.

§ 6. **Un vescovo non comodo.**

Andai dunque al Vescovado, a trovare Monsignor Partanna.

A Richieri dicevano che era diventato vescovo grazie alle richieste e agli intrighi di alcuni potenti prelati a Roma. Il fatto è che era a capo della diocesi già da alcuni anni. Eppure non era ancora riuscito a conquistare la simpatia o la fiducia di nessuno.

A Richieri la gente era abituata al lusso, ai modi allegri e cordiali e alla grande generosità del vescovo di prima, il defunto Eccellentissimo Monsignor Vivaldi. Perciò a tutti si era stretto il cuore quando avevano visto per la prima volta questo vescovo nuovo. Scendeva a piedi dal Palazzo Vescovile: uno scheletro avvolto nel mantello, tra i due segretari che lo accompagnavano.

Un vescovo a piedi?

Il Vescovado stava in cima alla città, come una fortezza scura. Per questo tutti i vescovi erano sempre scesi in una bella carrozza. La carrozza era tirata da due cavalli, con ornamenti rossi e pennacchi.

Ma appena diventato vescovo, monsignor Partanna aveva detto che il vescovado “è nome d'opera e non d'onore”. Aveva mandato via servi e cuoco, cocchiere e servitori. Aveva lasciato la carrozza e aveva cominciato a spendere pochissimo. Eppure la diocesi di Richieri era tra le più ricche d'Italia. Il vescovo di prima aveva trascurato molto le visite pastorali nella diocesi. Monsignor Partanna invece le faceva con la massima cura, nei tempi voluti dalle leggi della Chiesa. Le strade erano molto difficili e mancavano i mezzi di trasporto. Ma lui usava carrozze d'affitto, e anche asini o muli.

Sapevo poi da Anna Rosa che lo odiavano tutte le suore dei cinque monasteri della città. Solo le suore della Badìa Grande no, perché ormai erano troppo vecchie. Le altre lo odiavano per le regole crudeli che aveva dato contro di loro, appena diventato vescovo. Non dovevano più preparare né vendere dolci o rosoli. Quei buoni dolci di miele e di pasta reale, con i fiocchi e avvolti in fili d'argento! Quei buoni rosoli che sapevano di anice e di cannella! Non dovevano più ricamare, neanche le vesti e gli oggetti sacri per la chiesa. Dovevano soltanto fare la calza. E infine non dovevano più avere un confessore personale. Dovevano andare tutte, senza differenze, dal Padre della comunità. Regole ancora più dure aveva dato ai canonici e a tutti i preti delle chiese. Insomma, voleva che tutti gli uomini di Chiesa facessero ogni loro dovere nel modo più rigido.

Un vescovo così non è comodo per tutti quelli che hanno voluto mettere fuori di sé il sentimento di Dio. Hanno costruito a Dio una casa fuori di loro. E la casa è tanto più bella quanto più grande è il loro bisogno di farsi perdonare. Ma per me era il meglio che potessi sperare. Il vescovo di prima, Sua Eccellenza Monsignor Vivaldi, piaceva a tutti ed era alla mano con tutti. Lui avrebbe certo cercato un modo per sistemare ogni cosa. Avrebbe salvato la banca e la coscienza. Avrebbe accontentato me, ma anche Firbo, Quantorzo e tutti gli altri.

Ora io sentivo che non potevo più mettermi d'accordo né con me stesso né con nessuno.

§ 7. **Un colloquio con Monsignore.**

Monsignor Partanna mi ricevette nel Palazzo Vescovile. Mi ricevette nella grande sala dove una volta c'erano gli antichi uffici del vescovo.

Sento ancora nel naso l'odore di quella sala. Il soffitto era dipinto e scuro, ma così pieno di polvere che non si vedeva quasi più niente. Le pareti erano alte e gialle per il tempo. Erano piene di vecchi ritratti di vescovi e di altri preti importanti. Anche i ritratti erano sporchi di polvere, e alcuni anche di muffa. Erano appesi qua e là, senza ordine, sopra armadi e scaffali scoloriti e mangiati dai vermi del legno.

In fondo alla sala c'erano due grandi finestre. I loro vetri erano di una tristezza infinita, davanti al cielo coperto e vuoto. Il vento li scuoteva di continuo. Si era alzato all'improvviso, fortissimo: il terribile vento di Richieri che mette l'angoscia in tutte le case.

A momenti sembrava che quei vetri dovessero rompersi sotto la furia urlante del libeccio. Tutto il colloquio tra me e Monsignore fu accompagnato da rumori paurosi. C'erano fischi acuti e violenti, e lunghi lamenti cupi. Spesso questi rumori mi distraevano dalle parole di Monsignore. Mi facevano provare una paura strana, che non so dire. E sentivo, come non l'avevo sentito mai, il dolore per la vanità del tempo e della vita.

Ricordo che da una di quelle finestre si vedeva il terrazzino di una vecchia casa di fronte. Su quel terrazzino apparve all'improvviso un uomo. Doveva essere scappato dal letto, con l'idea pazza di provare il piacere del volo.

Stava lì, nel vento furioso. Intorno al suo corpo magro faceva volare la coperta del letto. Era così magro che faceva disgusto. La coperta era di lana rossa, e lui la teneva sulle spalle con le due braccia incrociate. E rideva, rideva, con le lacrime che brillavano negli occhi pazzi. Intanto i lunghi capelli rossicci gli volavano di qua e di là, come fiamme.

Quella visione mi stupì tanto che a un certo punto non resistetti, e la indicai a Monsignore. Così interruppi un discorso molto serio sugli scrupoli della coscienza. Monsignore lo faceva già da un bel po'. Ed era chiaramente contento di come parlava bene.

Monsignore si voltò appena a guardare. Fece uno di quei sorrisi che sostituiscono benissimo un sospiro, e disse:

— Ah, sì: è un povero pazzo che sta lì. —

Lo disse con un tono molto indifferente, come per una cosa che vedeva da tanto tempo. Allora mi venne subito una tentazione. Volevo farlo saltare sulla sedia, dicendogli:

— No, sa: non sta lì. Sta qui, Monsignore. Quel pazzo che vuole volare sono io. —

Mi trattenni, e non lo dissi. Anzi, con la stessa aria indifferente gli domandai:

— E non c'è pericolo che si butti giù dal terrazzino?

— No, è così da tanti anni, — mi rispose Monsignore. — Innocuo, innocuo. —

Allora, proprio senza volerlo, mi scappò detto:

— Come me. —

E Monsignore non poté fare a meno di sobbalzare. Ma io gli mostrai subito una faccia calma e sorridente. E lui di colpo si tranquillizzò. Mi affrettai a spiegargli che cosa intendevo. Ero innocuo anch'io, secondo l'idea del signor Firbo e del signor Quantorzo, di mio suocero e di mia moglie. Insomma, secondo tutti quelli che mi volevano interdire.

Monsignore, di nuovo sereno, riprese il discorso sugli scrupoli della coscienza. A lui sembrava il discorso più adatto al mio caso. Ed era comunque l'unico che poteva usare contro le intenzioni e gli intrighi dei miei nemici. Poteva usarlo con l'autorità e il prestigio del suo potere spirituale.

Potevo fargli capire che il mio non era proprio un caso di coscienza, come lui immaginava?

Se avessi provato a farglielo capire, all'improvviso sarei diventato pazzo anche ai suoi occhi.

In me c'era un Dio che voleva riavere il denaro della banca. Lo voleva perché nessuno mi chiamasse più usuraio. Quel Dio era nemico di tutte le costruzioni.

Il Dio a cui ero venuto a chiedere aiuto e protezione, invece, era proprio quello che costruiva. Mi avrebbe aiutato, sì, a riavere il denaro. Ma a una condizione: con quel denaro si doveva costruire almeno una casa. Una casa per un altro dei sentimenti umani più rispettabili. Voglio dire: la carità.

Alla fine del nostro colloquio, Monsignore mi domandò con aria solenne se non volevo questo.

Dovetti rispondergli che volevo questo.

Allora lui suonò un piccolo campanello d'argento, vecchio e annerito, dal suono spento. Stava sul tavolo, timido timido. Apparve un giovane chierico, biondo e molto pallido. Monsignore gli ordinò di far entrare Don Antonio Sclepis, che aspettava nell'anticamera. Don Antonio Sclepis era canonico della Cattedrale e direttore del Collegio degli Oblati. Era l'uomo giusto per me.

Conoscevo questo prete più per la sua fama che di persona. Una volta mio padre mi aveva mandato a portargli una lettera, su al Collegio degli Oblati. Il Collegio si trova non lontano dal Palazzo Vescovile, nel punto più alto della città. È un grande edificio quadrato, antichissimo. Fuori è scuro, tutto rovinato dal tempo e dalle piogge. Ma dentro è tutto bianco, pieno d'aria e di luce. Lì vivono i poveri orfani e i bastardelli di tutta la provincia, dai sei ai diciannove anni. Nel Collegio imparano le varie arti e i vari mestieri. La disciplina è molto dura. La mattina e la sera quei poveri Oblati cantano le loro preghiere al suono dell'organo, nella chiesa del Collegio. E chi le sente da giù prova dolore al cuore. Sembrano il lamento di uomini in prigione.

A vederlo, il canonico Sclepis non sembrava avere tanta forza di comando e un'energia così dura. Era un prete alto e magro, quasi trasparente. Viveva in un luogo molto alto, pieno d'aria e di luce. Sembrava che quell'aria e quella luce gli avessero tolto il colore. E sembrava che lo avessero anche reso più sottile. Le sue mani erano così fragili e tremanti che erano quasi trasparenti. Sopra gli occhi chiari, a forma di ovale, aveva una pelle più sottile della buccia di una cipolla. Anche la sua voce era tremante e senza colore. I suoi sorrisi erano vuoti, sulle lunghe labbra bianche. E tra le labbra spesso gli scendeva un po' di saliva.

Appena entrò, Monsignore gli raccontò i miei scrupoli di coscienza e le mie intenzioni. Allora lui cominciò a parlarmi in gran fretta, con grande confidenza. Mi batteva una mano sulla spalla e mi dava del tu:

— Bene bene, figliolo! Un gran dolore, mi piace. Ringrazia Dio per questo. Il dolore ti salva, figliolo. Bisogna essere duri con tutti gli sciocchi che non vogliono soffrire. Ma tu, per tua fortuna, hai molto, molto da soffrire. Pensa a tuo padre che, poveretto, eh... fece tanto tanto male! Il pensiero di tuo padre sia il tuo cilizio! Il tuo cilizio! E lascia combattere me con il signor Firbo e il signor Quantorzo! Ti vogliono interdire? Te li accomodo io, non dubitare! —

Uscii dal Palazzo Vescovile con una certezza: avrei vinto contro quelli che mi volevano interdire. Ma da questa certezza venivano degli impegni, che avevo preso con il vescovo e con lo Sclepis. E questi impegni mi gettavano in un mare di dubbi senza fine. Che cosa sarebbe stato di me, senza più niente? Senza più una posizione, senza più una famiglia?

§ 8. **Aspettando.**

Per il momento non mi restava che Anna Rosa. Lei voleva che le facessi compagnia durante la sua malattia.

Stava a letto, con il piede fasciato. Diceva che non si sarebbe alzata mai più, se fosse rimasta zoppa. I medici infatti lo temevano ancora.

Era pallida e stanca per il lungo tempo passato a letto. Questo le aveva dato una grazia nuova, diversa da quella di prima. La luce dei suoi occhi era diventata più intensa, quasi scura. Diceva che non riusciva a dormire. I suoi capelli erano folti, neri, un po' ricci e secchi. La mattina li trovava sciolti e in disordine sul cuscino, e il loro odore la soffocava. Se li sarebbe fatti tagliare, ma provava disgusto per le mani di un parrucchiere sulla testa. Una mattina mi domandò se io non sapevo tagliarglieli. Rise del mio imbarazzo mentre le rispondevo. Poi si tirò sul viso il bordo del lenzuolo. E rimase così a lungo, con il viso nascosto, in silenzio.

Sotto le coperte si indovinavano le forme piene e provocanti del suo corpo. Era un corpo di vergine, ma ormai matura. Sapevo da Dida che aveva già venticinque anni. Restava così, con il viso nascosto. Di certo pensava che io non potevo fare a meno di guardare il suo corpo, disegnato sotto le coperte. Mi tentava.

La piccola camera rosa era in disordine e in penombra. Lì il silenzio sembrava sapere di aspettare invano una vita. Era una vita che non poteva nascere dai desideri di un momento di quella strana creatura. E quei desideri non potevano neanche farla durare in qualche modo.

Avevo capito che lei non sopportava per niente le cose che volevano durare e restare stabili. Tutto quello che faceva, un momento dopo era già lontanissimo da lei. Così anche ogni desiderio o pensiero che le nasceva per un momento. E se si sentiva ancora legata a quella cosa, arrivavano crisi di rabbia, scatti d'ira e perfino scenate furiose.

Solo del suo corpo sembrava sempre contenta. A volte, è vero, non se ne mostrava affatto contenta, anzi diceva di odiarlo. Ma lo guardava continuamente allo specchio, in ogni sua parte. Aveva occhi intensi, lucidi e vivaci, narici che tremavano, una bocca rossa e piena di disprezzo. E aveva una mascella che si muoveva moltissimo. Provava tutte le pose e tutte le espressioni che il suo viso poteva fare. Lo faceva come per un gusto d'attrice. Non pensava che nella vita le potessero servire, se non per gioco. Un gioco di un momento, per piacere o per provocare.

Una mattina la vidi provare a lungo un sorriso, nello specchietto a mano che teneva sul letto. Era un sorriso pieno di pietà e di tenerezza. Ma negli occhi brillava una malizia quasi da bambina. Poi la vidi rifare quel sorriso tale e quale, vivo, per me. Sembrava proprio che le nascesse spontaneo in quel momento. Questo mi fece ribellare.

Le dissi che non ero il suo specchio.

Ma lei non si offese. Mi domandò se quel sorriso, come l'avevo visto io ora, era lo stesso di prima. Lo stesso che lei aveva visto e studiato nello specchio.

Le risposi, seccato da quella insistenza:

— Che vuole che ne sappia io? Non posso mica sapere come lei l'ha visto. Si faccia fare una fotografia con quel sorriso.

— Ce l'ho, — mi disse. — Una, grande. È là, nel cassetto di sotto dell'armadio. Me la prenda, per favore. —

Quel cassetto era pieno di sue fotografie. Me ne mostrò tante, vecchie e recenti.

— Tutte morte, — le dissi.

Si voltò di scatto a guardarmi.

— Morte?

— Anche se vogliono sembrare vive.

— Anche questa con il sorriso?

— E questa, pensierosa; e questa, con gli occhi bassi.

— Ma come morta, se sono qui viva?

— Ah, lei sì, perché ora non si vede. Ma quando sta davanti allo specchio, nell'attimo in cui si guarda, lei non è più viva.

— E perché?

— Perché per vedersi lei deve fermare in sé la vita, per un attimo. Come davanti a una macchina fotografica. Lei si mette in posa. E mettersi in posa è come diventare una statua per un momento. La vita si muove di continuo, e non può mai vedere veramente se stessa.

— E allora io, viva, non mi sono mai vista?

— Mai, come posso vederla io. Ma io vedo un'immagine di lei che è soltanto mia; non è certo la sua. La sua immagine viva, forse, lei l'ha vista appena in qualche fotografia istantanea. Ma di certo ha provato una sorpresa sgradevole. Forse ha anche fatto fatica a riconoscersi, lì scomposta, in movimento.

— È vero.

— Lei può conoscersi solo in posa: statua, non viva. Quando uno vive, vive e non si vede. Conoscersi è morire. Lei si guarda tanto in questo specchio, in tutti gli specchi, perché non vive. Non sa vivere, non può o non vuole. Vuole conoscersi troppo, e non vive.

— Ma niente affatto! Anzi, io non riesco mai a stare ferma un momento.

— Ma vuole vedersi sempre. In ogni atto della sua vita. È come se avesse sempre davanti l'immagine di sé, in ogni atto, in ogni movimento. E forse la sua impazienza viene da questo. Lei non vuole che il suo sentimento sia cieco. Lo obbliga ad aprire gli occhi e a vedersi in uno specchio. Gli mette sempre davanti questo specchio. E il sentimento, appena si vede, le diventa di ghiaccio. Non si può vivere davanti a uno specchio. Cerchi di non vedersi mai. Perché tanto non riuscirà mai a conoscersi come la vedono gli altri. E allora a che serve conoscersi solo per sé? Le può succedere di non capire più perché deve avere quell'immagine. Quella che lo specchio le restituisce. —

Rimase a lungo a pensare, con gli occhi fissi.

Le avevo già raccontato tutto il tormento del mio spirito. E ora c'era stato anche quel discorso. Sono certo che in quel momento anche a lei, come a me, si aprì davanti una visione. Era la visione della nostra solitudine, che non ha rimedio. Non aveva confini, ed era tanto più spaventosa quanto più era chiara. In essa ogni oggetto restava isolato, e questo faceva paura. E forse lei non vide più la ragione di portare la sua faccia. In quella solitudine neanche lei poteva vederla viva. E intanto gli altri, da fuori, la isolavano e la vedevano chissà come.

Cadeva ogni orgoglio.

Vedere le cose con occhi che non potevano sapere come le vedevano, intanto, gli altri occhi.

Parlare per non capirsi.

Non valeva più niente essere qualcosa per sé.

E niente era più vero, se nessuna cosa era vera in sé. Ognuno, per conto suo, la prendeva come vera e la faceva sua. Così riempiva in qualche modo la sua solitudine. E giorno per giorno dava alla sua vita una forma, in qualche modo.

Io stavo lì, ai piedi del suo letto. Avevo un aspetto che io non conoscevo e che lei non poteva capire. Ero come un naufrago nella sua solitudine. E lei era nella mia, là davanti a me, sul suo letto. Aveva gli occhi immobili e lontanissimi, ed era pallida. Teneva un gomito sul cuscino e la testa spettinata appoggiata sulla mano.

Per tutto quello che le dicevo sentiva un'attrazione che non poteva vincere. E insieme sentiva una specie di disgusto, a volte quasi odio. Lo vedevo brillare nei suoi occhi come un lampo. Intanto ascoltava le mie parole con l'attenzione più avida.

Eppure voleva che continuassi a parlare, a dirle tutto quello che mi passava per la mente: immagini, pensieri. E io parlavo quasi senza pensare. O meglio, il mio pensiero parlava da solo. Era come se avesse bisogno di sciogliere la sua tensione dolorosa.

— Lei si affaccia a una finestra, guarda il mondo e crede che sia come le sembra. Vede passare la gente giù per la strada. La gente è piccola nella sua visione, che invece è grande, così dall'alto della finestra. Lei non può non sentire in sé questa grandezza. Infatti, se ora un amico passa giù per la strada, lei lo riconosce. E visto così dall'alto, non le sembra più grande di un suo dito. Ah, se le venisse in mente di chiamarlo! Se gli domandasse: “Mi dica un po', come le sembro io, affacciata qua a questa finestra?”. Non le viene in mente. Lei non pensa all'immagine che hanno intanto quelli che passano per la strada. L'immagine della finestra, e di lei che ci sta affacciata a guardare. Dovrebbe fare uno sforzo. Dovrebbe staccare da sé le condizioni che mette alla realtà degli altri. Gli altri passano giù e vivono per un momento nella sua grande visione: piccoli passanti in una strada. Lei non lo fa, questo sforzo. Non le nasce nessun sospetto dell'immagine che loro hanno di lei e della sua finestra. Una finestra tra tante, piccola, così alta. E lei piccola piccola, là affacciata, con quel braccino che si muove nell'aria. —

Si vedeva nella mia descrizione, piccola piccola a una finestra alta, con il braccino che si muoveva nell'aria. E rideva.

Erano lampi, momenti brevi; poi nella cameretta tornava il silenzio. Ogni tanto compariva, come un'ombra, la vecchia zia con cui Anna Rosa abitava. Era grassa, sempre indifferente a tutto. Aveva enormi occhi azzurri, che guardavano storti in modo orribile. Restava un po' sulla porta, nella penombra liquida della cameretta. Teneva le mani gonfie e pallide sulla pancia. Sembrava un mostro d'acquario. Non diceva niente e se ne andava.

Con quella zia, Anna Rosa scambiava pochissime parole in tutta la giornata. Viveva con sé stessa, di sé stessa. Leggeva, sognava a occhi aperti, ma era sempre impaziente. Era impaziente sia con le letture sia con i suoi sogni. Usciva a fare spese, o a trovare questa o quell'amica. Ma le amiche le sembravano tutte sciocche e vuote, e le piaceva stupirle. Poi, quando tornava a casa, si sentiva stanca e annoiata di tutto. Aveva certi disgusti che non riusciva a vincere. Si potevano indovinare da uno scatto o da un verso improvviso, quando qualcuno accennava a certe cose. Forse li doveva ai libri di medicina che aveva letto. Li aveva trovati nella biblioteca del padre, che era stato medico. Diceva che non si sarebbe mai sposata.

Io non posso sapere che idea si fosse fatta di me. Di certo mi guardava con un interesse straordinario. In quei giorni le sembravo perso nei miei stessi pensieri e nell'incertezza di tutto.

Questa incertezza in me fuggiva da ogni limite, da ogni sostegno. Ormai, quasi per istinto, si ritirava da ogni forma solida, come il mare si ritira dalla riva. Questa incertezza vagava nei miei occhi, e senza dubbio la attirava. Ma a volte, guardandola, avevo anche una strana impressione. Mi sembrava che la cosa la divertisse un po'. Le sembrava anche un po' da ridere. Aveva lì, ai piedi del letto, un uomo in condizioni di spirito incredibili. Un uomo tutto diviso, che non sapeva come avrebbe vissuto domani. Presto avrebbe riavuto il denaro della banca, grazie allo Sclepis. E allora si sarebbe spogliato e liberato di tutto.

Lei infatti era certa che io sarei arrivato fino alle ultime conseguenze, come un pazzo perfetto. E questo la divertiva moltissimo. Ne era anche un po' orgogliosa. Nelle discussioni con mia moglie non aveva indovinato proprio questo. Ma aveva capito che io ero comunque un uomo non comune, diverso dalla gente. Un uomo da cui, un giorno o l'altro, ci si poteva aspettare qualcosa di straordinario. Voleva dare subito una prova agli altri, e soprattutto a mia moglie. Voleva provare che aveva ragione a pensare così di me. Per questo si era affrettata a chiamarmi e a informarmi dei piani contro di me. E mi aveva spinto ad andare da Monsignore. E adesso era contentissima di me. Mi vedeva là, ai piedi del suo letto, fermo e calmo. Aspettavo quello che doveva per forza succedere, senza più pensare a niente e a nessuno.

Eppure fu proprio lei a volermi uccidere. E proprio quando passò a una grande pietà per me. Prima c'era la soddisfazione che io le davo, e che la faceva un po' ridere. Poi venne la pietà. Lei rispondeva, come affascinata, alla pietà che io di certo avevo negli occhi. Io la guardavo come da una lontananza infinita. Era la lontananza di un tempo che aveva perduto ogni età.

Non so con precisione come successe. La guardavo da quella lontananza, e le dissi delle parole che non ricordo più. In quelle parole lei dovette sentire il desiderio che mi consumava. Volevo donare tutta la vita che era in me, tutto quello che potevo essere. Volevo diventare uno, come lei avrebbe potuto volermi. E per me stesso, veramente nessuno, nessuno. So che dal letto mi tese le braccia. So che mi tirò a sé.

Poco dopo rotolai giù da quel letto, cieco. Ero ferito al petto, mortalmente. Mi aveva colpito la piccola rivoltella che lei teneva sotto il cuscino.

Devono essere vere le ragioni che lei disse poi per difendersi. Disse che l'aveva spinta a uccidermi un orrore improvviso, istintivo. Era l'orrore dell'atto a cui si sentiva trascinare. La trascinava lo strano fascino di tutto quello che in quei giorni le avevo detto.

### Glossario

- **educanda**: ragazza che vive e studia in un convento.
- **parlatorietto**: piccola stanza del convento dove si ricevono le visite.
- **grata**: griglia di ferro tra la stanza delle suore e quella dei visitatori.
- **suora portinaia**: la suora che apre la porta del convento.
- **tarli**: piccoli insetti che mangiano il legno.
- **fremito**: leggero tremore, per un'emozione forte.
- **rivoltella**: piccola pistola.
- **madreperla**: materiale bianco e lucido che si trova dentro alcune conchiglie.
- **tempia**: la parte della testa tra l'occhio e l'orecchio.
- **interdire**: dichiarare per legge che una persona non può più gestire i suoi beni.
- **prelato**: prete importante della Chiesa.
- **diocesi**: il territorio governato da un vescovo.
- **nome d'opera e non d'onore**: un lavoro da fare, non un titolo per ricevere onori.
- **visite pastorali**: i viaggi del vescovo nelle chiese e nei paesi della sua diocesi.
- **rosoli**: liquori dolci fatti con zucchero e erbe o spezie.
- **libeccio**: vento forte che viene da sud-ovest.
- **chierico**: giovane che studia per diventare prete.
- **canonico**: prete della cattedrale.
- **cilizio**: veste ruvida che si porta per fare penitenza; qui: un dolore che non lascia mai.
- **bastardelli**: bambini nati fuori dal matrimonio (parola vecchia e dura).

## Libro ottavo

§ 1. **Il giudice vuole il suo tempo.**

Di solito non si può accusare la giustizia normale di andare troppo in fretta.

Il giudice doveva preparare il processo contro Anna Rosa. Era un uomo onesto, per natura e per principio. Volle essere scrupolosissimo e perse mesi e mesi. Solo dopo arrivò a stabilire i cosiddetti fatti. Prima, naturalmente, raccolse dati e testimonianze.

Volevano interrogarmi subito, appena mi portarono dalla cameretta di Anna Rosa all'ospedale. Ma non fu possibile avere da me nessuna risposta. Poi i medici mi permisero di aprire bocca. E la mia prima risposta mise in imbarazzo non chi mi interrogava, ma me.

Ecco come andò. In Anna Rosa il passaggio era stato rapidissimo, come un fulmine. Prima c'era stata la pietà, per cui mi aveva teso le braccia dal letto. Poi l'impulso istintivo che l'aveva spinta a quell'atto violento contro di me. Io ero già cieco, perché sentivo vicino il calore del suo corpo così provocante. Così non avevo avuto né il tempo né il modo di accorgermi di niente. Non avevo visto come aveva preso all'improvviso la rivoltella da sotto il cuscino, per spararmi. Allora non mi sembrava possibile una cosa simile. Mi aveva tirato a sé: perché poi avrebbe voluto uccidermi? Perciò diedi a chi mi interrogava la spiegazione che mi sembrava più probabile. La diedi con la sincerità più franca. Dissi che anche la mia ferita, come già la sua al piede, era stata un incidente. La colpa era della rivoltella che si trovava sotto il cuscino, e questo certo non era bene. Dissi che io stesso dovevo averla urtata e fatta sparare. Era successo mentre cercavo di sollevare la malata. Lei infatti mi aveva chiesto di farla sedere sul letto.

Per me la bugia era soltanto in quest'ultima parte della risposta: una bugia doverosa. Ma a chi mi interrogava sembrò tutta una bugia, e così sfacciata che mi rimproverò duramente. Mi fecero sapere una cosa. La giustizia, per fortuna, aveva già la confessione chiara della donna che mi aveva sparato. Allora sentii un bisogno fortissimo di mostrare la mia sincerità. E nel mio stupore fui così ingenuo da mostrare una curiosità vivissima. Volevo sapere quale ragione aveva potuto dare lei per il suo atto violento contro di me.

A questa domanda mi risposero con una risata fortissima, piena di saliva, che quasi mi lavò la faccia.

— Ah, lei voleva soltanto metterla a sedere sul letto? —

Restai senza parole.

La giustizia doveva avere già anche una prima deposizione di mia moglie. Ora lei aveva una prova dei fatti, più che mai. Così aveva potuto testimoniare con la coscienza tranquillissima. Aveva detto che io ero innamorato di Anna Rosa da molto tempo.

Così la giustizia avrebbe certo creduto che Anna Rosa avesse cercato di uccidermi per difendersi. Si sarebbe difesa da una mia aggressione brutale. Ma Anna Rosa stessa giurò al giudice che da parte mia non c'era stata nessuna aggressione. C'era stato solo il fascino che io, senza volerlo, avevo avuto su di lei. Era il fascino delle mie curiosissime riflessioni sulla vita. Lei se ne era lasciata prendere così tanto da arrivare a commettere quella pazzia.

Il giudice scrupoloso non fu contento del breve riassunto di Anna Rosa. Lei non aveva potuto dirgli molto di quelle mie riflessioni. Lui pensò che era suo dovere averne un'informazione più precisa e completa. E volle venire di persona a parlare con me.

§ 2. **La coperta di lana verde.**

Dall'ospedale mi avevano riportato a casa su una barella. Ero già in convalescenza e avevo lasciato il letto. In quei giorni stavo seduto, beato, in una poltrona vicino alla finestra. Avevo una coperta di lana verde sulle gambe.

Mi sentivo come ubriaco. Vagavo in un vuoto tranquillo, dolce, come in un sogno. Era tornata la primavera. Il primo calore del sole mi dava una dolce stanchezza, piena di un piacere che non si può dire. Dalla finestra semichiusa entrava un'aria chiara e nuova, tutta tenera. Avevo quasi paura che quella tenerezza mi ferisse, e me ne tenevo al riparo. Ma ogni tanto alzavo gli occhi ad ammirare quell'azzurro vivace di marzo. Lo attraversavano nuvole allegre e luminose. Poi mi guardavo le mani, che tremavano ancora, pallide e senza sangue. Le abbassavo sulle gambe. Con la punta delle dita accarezzavo piano il pelo verde di quella coperta di lana. Ci vedevo la campagna, come se fosse un campo di grano senza fine. L'accarezzavo e ne godevo. Mi sentivo davvero là, in mezzo a tutto quel grano. Mi sentivo così lontano da tutto, così dimentico di tutto, che ne provavo quasi angoscia. Un'angoscia dolcissima.

Ah, perdersi là, stendersi e lasciarsi andare, così, tra l'erba, nel silenzio dei cieli! Riempirsi l'anima di tutto quell'azzurro vuoto, e lasciarci affondare ogni pensiero, ogni ricordo!

Io domando: poteva arrivare in un momento meno adatto, quel giudice?

Se ci ripenso, mi dispiace di una cosa. Forse quel giorno andò via da casa mia con l'impressione che volessi prenderlo in giro. Aveva qualcosa della talpa. Teneva sempre le due manine alzate vicino alla bocca. Aveva piccoli occhi grigi come il piombo, socchiusi, quasi ciechi. Era storto in tutta la sua piccola persona, magra e mal vestita. Aveva una spalla più alta dell'altra. Per strada camminava di traverso, come i cani. Eppure tutti dicevano che, moralmente, nessuno camminava più diritto di lui.

Le mie riflessioni sulla vita?

— Ah, signor giudice, — gli dissi, — non è possibile, creda, che io gliele ripeta. Guardi qua! Guardi qua! —

E gli mostrai la coperta di lana verde, passandoci sopra la mano con delicatezza.

— Il suo lavoro è raccogliere e preparare le prove. Domani la giustizia le userà per dare le sue sentenze, vero? E lei viene a chiedere a me le mie riflessioni sulla vita? Quelle che per l'accusata sono state la causa per uccidermi? Ma se io gliele ripetessi, signor giudice, ho una gran paura. Lei forse non ucciderebbe più me, ma se stesso. Lo farebbe per il rimorso di aver fatto per tanti anni questo suo lavoro. No, no: io non gliele dirò, signor giudice! Anzi, è meglio che lei si tappi le orecchie. Così non sentirà il rumore terribile di una certa acqua violenta, sotto gli argini. È oltre i limiti che lei, da buon giudice, ha tracciato e imposto a se stesso. Li ha tracciati per costruire la sua coscienza così scrupolosa. Ma possono crollare, sa? In un momento di tempesta, come quello che ha avuto la signorina Anna Rosa. Quale acqua? Eh, quella della gran fiumana, signor giudice! Lei l'ha fatta correre bene in un canale: nei suoi affetti, nei doveri e nelle abitudini che si è dato. Ma poi vengono i momenti di piena, signor giudice. E la fiumana esce dagli argini, esce e sconvolge tutto. Io lo so. Per me è tutto sommerso, signor giudice! Mi ci sono buttato, e ora ci nuoto, ci nuoto. E se sapesse, sono già tanto lontano! Quasi non la vedo più. Stia bene, signor giudice, stia bene!

Rimase lì, confuso, a guardarmi come si guarda un malato che non può guarire. Io speravo di farlo uscire da quell'aria così penosa. Perciò gli sorrisi. Sollevai la coperta dalle gambe con tutte e due le mani e gliela mostrai ancora una volta. E gli domandai, gentile:

— Ma davvero, scusi, non le sembra bella, così verde, questa coperta di lana? —

§ 3. **Remissione.**

Mi consolavo pensando che tutto questo avrebbe reso più facile l'assoluzione di Anna Rosa. Ma d'altra parte c'era lo Sclepis. Più volte era corso da me, tremando tutto, fino all'ultimo osso. Veniva a dirmi che gli rendevo difficile, più che mai, il compito di salvarmi.

Possibile che non mi rendessi conto dello scandalo enorme? L'avevo provocato con quella mia avventura. E proprio nel momento in cui dovevo mostrare di avere la testa a posto più di tutti! Non avevo forse dimostrato che mia moglie aveva avuto ragione? Lei era scappata a casa del padre perché mi ero comportato con lei in modo indegno. Io la tradivo! Avevo detto che in paese non volevo più essere chiamato usuraio. Ma l'avevo detto solo per farmi bello agli occhi di quella ragazza esaltata! Quella passione colpevole mi accecava tanto che avevo voluto rovinare me e gli altri. E continuavo a volerlo, ostinato. Eppure questa passione colpevole per poco non mi era costata la vita!

Ormai tutti si erano ribellati. Davanti a questo, allo Sclepis restava una sola cosa da fare. Doveva riconoscere le mie colpe, che erano gravi. E per salvarmi non vedeva altra via che la mia confessione aperta. Ma questa confessione non doveva essere pericolosa. Per questo io dovevo mostrare, nello stesso tempo, un bisogno vivo e urgente. Era il bisogno della mia anima di pentirmi in modo eroico. Così lui avrebbe ritrovato il coraggio e la forza di chiedere agli altri un sacrificio. Gli altri avrebbero dovuto sacrificare i loro interessi.

Io dicevo soltanto di sì con la testa a tutto quello che mi diceva. All'inizio il suo era solo un ragionamento abile. Poi, a poco a poco, si scaldava. E forse diventava in lui una convinzione vera e sincera. Ma io non mi sforzavo di capire fino a che punto. Di certo sembrava sempre più soddisfatto. Ma dentro di sé, forse, era un po' perplesso. Non sapeva se la sua soddisfazione venisse da un vero sentimento di carità. Forse veniva invece dall'abilità della sua intelligenza.

Si arrivò alla decisione. Io avrei dato a tutti un esempio solennissimo di pentimento e di rinuncia. Avrei regalato tutto, anche la casa e ogni altra cosa che possedevo. Con quello che mi sarebbe toccato dalla liquidazione della banca, si sarebbe fondato un ospizio di mendicità. Accanto ci sarebbe stata una cucina economica, aperta tutto l'anno. Non sarebbe servita soltanto a chi viveva nell'ospizio, ma a tutti i poveri che ne avessero bisogno. E accanto ci sarebbe stato anche un magazzino di vestiti, per uomini e donne di ogni età. Ognuno avrebbe ricevuto un certo numero di vestiti all'anno. E io stesso avrei preso una stanza nell'ospizio. Avrei dormito su una branda, senza nessuna differenza, come ogni altro mendicante. Avrei mangiato la minestra in una ciotola di legno, come tutti gli altri. E avrei portato l'abito della comunità, quello per un uomo della mia età.

Quello che mi bruciava di più era una cosa. Tutti credevano che questa mia sottomissione totale fosse un vero pentimento. Invece io davo tutto e non mi opponevo a niente per un'altra ragione. Ormai ero lontanissimo da ogni cosa che potesse avere un senso o un valore per gli altri. Ero diventato completamente estraneo a me stesso e a ogni cosa mia. E provavo orrore all'idea di restare in qualche modo *qualcuno*, di possedere ancora qualcosa.

Non volevo più niente, e sapevo di non poter più parlare. Così stavo zitto. Guardavo e ammiravo quel vecchio prete, così trasparente. Sapeva volere tanto. E sapeva usare la sua volontà con un'arte così fine. Non lo faceva per un suo guadagno personale. E forse neanche tanto per fare del bene agli altri. Lo faceva soprattutto per il merito che ne sarebbe venuto a quella casa di Dio. Di quella casa lui era il servitore più fedele e pieno di zelo.

Ecco: per sé, nessuno.

Era questa, forse, la via che portava a diventare uno per tutti.

Ma in quel prete c'era troppo orgoglio del suo potere e del suo sapere. Viveva per gli altri, ma voleva ancora essere uno per sé. Voleva distinguersi bene dagli altri per la sua sapienza e la sua potenza. E anche per la sua fedeltà più provata e per il suo zelo più grande.

Per questo, guardandolo — sì, continuavo ad ammirarlo — mi faceva anche pena.

§ 4. **Non conclude.**

Anna Rosa doveva essere assolta. Ma io credo che la sua assoluzione fu dovuta in parte anche alle risate. Mi chiamarono a fare la mia deposizione. E mi videro arrivare con il berretto, gli zoccoli e il camiciotto blu dell'ospizio. Allora in tutta la sala del tribunale scoppiarono le risate.

Non mi sono più guardato in uno specchio. E non mi passa neanche per la testa una curiosità. Non voglio sapere che cosa è successo alla mia faccia e a tutto il mio aspetto. L'aspetto che avevo per gli altri doveva sembrare molto cambiato, e in un modo molto buffo. Lo capii dalla meraviglia e dalle risate con cui mi accolsero. Eppure tutti vollero chiamarmi ancora Moscarda. Ma ormai, per ciascuno, dire Moscarda aveva un significato molto diverso da prima. Così avrebbero potuto risparmiare una pena a quel povero uomo là, con la testa tra le nuvole. Con la barba, sorridente, con gli zoccoli e il camiciotto blu. La pena di doversi voltare ancora a quel nome, come se fosse davvero il suo.

Nessun nome. Oggi nessun ricordo del nome di ieri. Domani, nessun ricordo del nome di oggi. Forse il nome è la cosa. Forse un nome è in noi l'idea di ogni cosa che sta fuori di noi. E senza nome non abbiamo l'idea, e la cosa resta in noi come cieca, confusa, senza confini. Se è così, allora ognuno prenda questo nome che io portai tra gli uomini. Lo scriva come un'epigrafe funeraria sulla fronte dell'immagine con cui gli sono apparso. E poi la lasci in pace e non ne parli più. Un nome non è altro che questo: un'epigrafe funeraria. Va bene per i morti. Per chi ha concluso. Io sono vivo e non concludo. La vita non conclude. E la vita non sa niente di nomi. Quest'albero, respiro tremante di foglie nuove. Sono quest'albero. Albero, nuvola; domani libro o vento: il libro che leggo, il vento che bevo. Tutto fuori, vagabondo.

L'ospizio si trova in campagna, in un luogo molto bello. Io esco ogni mattina, all'alba. Perché ora voglio tenere lo spirito così, fresco d'alba. Voglio tutte le cose come appena si scoprono, quando sanno ancora del crudo della notte. Prima che il sole ne asciughi il respiro umido e le abbagli. Quelle nuvole là, pesanti di pioggia, grigie come il piombo, ammucchiate sui monti scuri. Fanno sembrare più larga e chiara quella parte verde del cielo, nell'ombra ancora della notte. E qua questi fili d'erba, teneri di acqua anche loro: la freschezza viva dei bordi dei campi. E quell'asinello rimasto all'aperto tutta la notte. Ora guarda con gli occhi appannati e sbuffa in questo silenzio. Il silenzio gli è tanto vicino, e a poco a poco sembra allontanarsi da lui. Intorno a lui comincia a farsi chiaro, ma senza stupore. La luce si allarga appena sulle campagne deserte e stupite. E queste strade di campagna qua, segnate dalle ruote dei carri, tra siepi nere e muretti pieni di crepe. Sopra il tormento dei loro solchi, stanno ancora e non vanno. E l'aria è nuova. E tutto, attimo per attimo, è com'è, e si accende di vita per apparire. Io volto subito gli occhi, per non vedere più niente fermarsi nella sua apparenza e morire. Solo così ormai posso vivere. Rinascere attimo per attimo. Impedire che il pensiero torni a lavorare in me. Impedire che dentro di me crei di nuovo il vuoto delle costruzioni inutili.

La città è lontana. A volte, nella calma della sera, mi arriva il suono delle campane. Ma ora quelle campane non le sento più dentro di me. Le sento fuori, suonare per sé. Forse tremano di gioia nel loro vuoto che ronza. Suonano in un bel cielo azzurro, pieno di sole caldo, tra le grida acute delle rondini. Oppure nel vento pieno di nuvole, pesanti e così alte sui loro campanili leggeri nell'aria. Pensare alla morte, pregare. C'è ancora chi ha questo bisogno, e le campane gli danno voce. Io non ho più questo bisogno. Perché io muoio ogni attimo, e rinasco nuovo e senza ricordi. Vivo e intero, non più in me, ma in ogni cosa fuori.

FINE

### Glossario

- **deposizione**: quello che si dice davanti al giudice.
- **barella**: letto portatile per i malati e i feriti.
- **convalescenza**: periodo in cui si guarisce dopo una malattia.
- **talpa**: piccolo animale che vive sotto terra e vede pochissimo.
- **argini**: muri di terra lungo un fiume, perché l'acqua non esca.
- **fiumana**: grande fiume in piena.
- **ospizio di mendicità**: casa dove vivono i poveri.
- **cucina economica**: cucina che dà da mangiare gratis o a poco prezzo ai poveri.
- **branda**: letto semplice e stretto, che si può chiudere.
- **epigrafe funeraria**: le parole scritte sulla tomba.
