# Le avventure di Pinocchio (Edizione B1)

*Carlo Collodi*

## Capitolo I. Come andò che Maestro Ciliegia, falegname trovò un pezzo di legno che piangeva e rideva come un bambino.

— C'era una volta....

— Un re! — diranno subito i miei piccoli lettori.

— No, ragazzi, avete sbagliato. C'era una volta un pezzo di legno.

Non era un legno di lusso. Era un semplice pezzo di legno da catasta. Era uno di quei pezzi che d'inverno si mettono nelle stufe e nei camini. Servono per accendere il fuoco e per scaldare le stanze.

Non so come andò, ma un bel giorno questo pezzo di legno arrivò nella bottega di un vecchio falegname. Il falegname si chiamava mastr'Antonio. Però tutti lo chiamavano maestro Ciliegia. Lo chiamavano così per la punta del suo naso. Era sempre lucida e di un rosso scuro, come una ciliegia matura.

Appena maestro Ciliegia vide quel pezzo di legno, diventò tutto allegro. Si strofinò le mani per la contentezza e borbottò a mezza voce:

— Questo legno è arrivato al momento giusto. Lo voglio usare per fare una gamba di tavolino. —

Detto fatto, prese subito l'ascia ben affilata. Voleva togliere la corteccia al legno e dargli una prima forma. Ma quando stava per dare il primo colpo, si fermò con il braccio in aria, perché aveva sentito una vocina sottile sottile, che lo pregava:

— Non mi picchiare così forte! —

Immaginatevi come rimase quel buon vecchio di maestro Ciliegia!

Girò gli occhi confusi per tutta la stanza. Voleva vedere da dove era uscita quella vocina. Ma non vide nessuno! Guardò sotto il banco, e nessuno. Guardò dentro un armadio che era sempre chiuso, e nessuno. Guardò nel cesto dei trucioli e della segatura, e nessuno. Aprì la porta della bottega per guardare anche nella strada, e nessuno. E allora?...

— Ho capito, — disse allora ridendo e grattandosi la parrucca — si vede che quella vocina me la sono immaginata io. Torniamo a lavorare. —

Riprese l'ascia in mano e diede un colpo fortissimo sul pezzo di legno.

— Ohi! Mi hai fatto male! — gridò con tono di lamento la solita vocina.

Questa volta maestro Ciliegia restò immobile come una statua. Aveva gli occhi fuori dalla testa per la paura. Aveva la bocca spalancata e la lingua che pendeva fino al mento. Sembrava una di quelle facce di pietra che si vedono sulle fontane.

Appena riuscì di nuovo a parlare, cominciò a dire, tremando e balbettando per lo spavento:

— Ma da dove sarà uscita questa vocina che ha detto ohi?... Eppure qui non c'è anima viva. Forse questo pezzo di legno ha imparato a piangere e a lamentarsi come un bambino? Io non lo posso credere. Questo legno è qui davanti a me. È un pezzo di legno da camino, come tutti gli altri. Se lo butto sul fuoco, basta per far bollire una pentola di fagioli.... E allora? Forse dentro c'è nascosto qualcuno? Se c'è nascosto qualcuno, tanto peggio per lui. Adesso lo sistemo io! —

E mentre diceva così, afferrò con tutte e due le mani quel povero pezzo di legno. Poi cominciò a sbatterlo senza pietà contro le pareti della stanza.

Dopo si mise ad ascoltare. Voleva sentire se c'era qualche vocina che si lamentava. Aspettò due minuti, e niente. Cinque minuti, e niente. Dieci minuti, e niente!

— Ho capito — disse allora. Cercava di ridere e intanto si arruffava la parrucca. — Si vede che quella vocina che ha detto *ohi* me la sono immaginata io! Torniamo a lavorare. —

E siccome gli era entrata addosso una gran paura, provò a canticchiare per farsi un po' di coraggio.

Intanto mise da una parte l'ascia e prese in mano la pialla. Voleva piallare il pezzo di legno e renderlo liscio. Ma mentre lo piallava in su e in giù, sentì di nuovo la solita vocina. Questa volta la vocina rideva e gli diceva:

— Smetti! Mi fai il solletico sul corpo! —

Questa volta il povero maestro Ciliegia cadde a terra come colpito da un fulmine. Quando riaprì gli occhi, era seduto sul pavimento.

La sua faccia sembrava cambiata. Perfino la punta del naso era cambiata. Di solito era rosso scuro, ma per la gran paura era diventata blu.

### Glossario

- **falegname**: uomo che lavora il legno e fa mobili.
- **bottega**: piccolo negozio dove un artigiano lavora.
- **catasta**: mucchio di pezzi di legno messi uno sopra l'altro, da bruciare.
- **burattino**: pupazzo di legno che si muove con fili o con le mani.
- **l'ascia**: attrezzo con una lama pesante per tagliare il legno.
- **strofinò**: passò più volte una cosa contro un'altra (qui: le mani una contro l'altra).
- **borbottò**: parlò a bassa voce, quasi tra sé.
- **grattandosi**: passandosi le unghie sulla pelle o, qui, sulla parrucca.
- **ohi**: grido di dolore.
- **spalancata**: aperta del tutto.
- **arruffava**: metteva in disordine i capelli (qui la parrucca).
- **canticchiare**: cantare piano, a bassa voce.
- **corteccia**: la "pelle" dura che copre il tronco degli alberi.
- **parrucca**: capelli finti che si mettono sulla testa.
- **trucioli e segatura**: piccoli pezzi e polvere che restano quando si lavora il legno.
- **pialla**: attrezzo per rendere liscio il legno.
- **balbettando**: parlando male, ripetendo i suoni, per la paura o l'emozione.

## Capitolo II. Maestro Ciliegia regala il pezzo di legno al suo amico Geppetto, il quale lo prende per fabbricarsi un burattino maraviglioso, che sappia ballare, tirar di scherma e fare i salti mortali.

In quel momento qualcuno bussò alla porta.

— Entrate pure, — disse il falegname. Non aveva la forza di alzarsi in piedi.

Allora entrò nella bottega un vecchietto molto vivace, che si chiamava Geppetto. Quando i ragazzi del quartiere volevano farlo arrabbiare moltissimo, lo chiamavano con il soprannome di Polendina. Lo chiamavano così per la sua parrucca gialla. Somigliava moltissimo alla polenta di granturco.

Geppetto si arrabbiava molto facilmente. Guai a chiamarlo Polendina! Diventava subito una bestia, e nessuno riusciva più a calmarlo.

— Buon giorno, mastr'Antonio, — disse Geppetto. — Che cosa fate lì per terra?

— Insegno a fare i conti alle formiche.

— Buon divertimento.

— Chi vi ha portato da me, compar Geppetto?

— Le gambe. Sapete, mastr'Antonio, sono venuto da voi per chiedervi un favore.

— Eccomi qui, pronto ad aiutarvi, — rispose il falegname, e si alzò sulle ginocchia.

— Stamattina mi è venuta in testa un'idea.

— Sentiamola.

— Ho pensato di fabbricarmi da solo un bel burattino di legno. Ma un burattino meraviglioso, che sappia ballare, tirare di scherma e fare i salti mortali. Con questo burattino voglio girare il mondo, per guadagnarmi un pezzo di pane e un bicchiere di vino. Che cosa ne pensate?

— Bravo Polendina! — gridò la solita vocina. Non si capiva da dove usciva.

Geppetto si sentì chiamare Polendina e diventò rosso come un peperone dalla rabbia. Si voltò verso il falegname e gli disse, furioso:

— Perché mi offendete?

— Chi vi offende?

— Mi avete detto Polendina!

— Non sono stato io.

— Adesso vedrete che sono stato io! Io dico che siete stato voi.

— No!

— Sì!

— No!

— Sì! —

Si arrabbiavano sempre di più. Così passarono dalle parole ai fatti. Si afferrarono, si graffiarono, si morsero e si strapazzarono.

Alla fine della lotta, mastr'Antonio si trovò tra le mani la parrucca gialla di Geppetto. E Geppetto si accorse di avere in bocca la parrucca grigia e bianca del falegname.

— Ridammi la mia parrucca! — gridò mastr'Antonio.

— E tu ridammi la mia, e facciamo la pace. —

I due vecchietti ripresero ognuno la propria parrucca. Poi si strinsero la mano e giurarono di restare buoni amici per tutta la vita.

— Dunque, compar Geppetto, — disse il falegname, ora che avevano fatto la pace — qual è il favore che volete da me?

— Vorrei un po' di legno per fabbricare il mio burattino. Me lo date? —

Mastr'Antonio, tutto contento, andò subito a prendere sul banco quel pezzo di legno. Era il pezzo di legno che gli aveva fatto tanta paura. Ma quando stava per darlo all'amico, il pezzo di legno diede uno scossone. Gli scivolò via dalle mani con violenza. E andò a battere forte contro gli stinchi del povero Geppetto, magri e secchi come un prosciutto.

— Ah! È con queste belle maniere, mastr'Antonio, che voi regalate le vostre cose? Mi avete quasi azzoppato!...

— Vi giuro che non sono stato io!

— Allora sono stato io!...

— La colpa è tutta di questo legno....

— Lo so che è colpa del legno. Ma siete voi che me lo avete tirato sulle gambe!

— Io non ve l'ho tirato!

— Bugiardo!

— Geppetto, non mi offendete. Se no vi chiamo Polendina!...

— Asino!

— Polendina!

— Somaro!

— Polendina!

— Brutto scimmiotto!

— Polendina! —

Geppetto si sentì chiamare Polendina per la terza volta. Allora perse completamente la testa e si buttò sul falegname. E lì se ne diedero tantissime.

Alla fine della battaglia, mastr'Antonio aveva due graffi in più sul naso. E Geppetto aveva due bottoni in meno sulla giacca. Così i loro conti erano pari. Si strinsero la mano e giurarono di restare buoni amici per tutta la vita.

Intanto Geppetto prese con sé il suo bel pezzo di legno. Ringraziò mastr'Antonio e tornò a casa zoppicando.

### Glossario

- **bussare**: battere con la mano sulla porta per farsi aprire.
- **arzillo / vivace**: pieno di energia, anche se è vecchio.
- **soprannome**: nome scherzoso che si dà a una persona al posto del suo vero nome.
- **polenta di granturco**: cibo giallo fatto con farina di mais.
- **compar**: parola amichevole per chiamare un amico, un vicino.
- **tirare di scherma**: combattere per sport con la spada.
- **salto mortale**: salto in cui il corpo gira in aria su se stesso.
- **stinco**: la parte davanti della gamba, sotto il ginocchio.
- **azzoppato**: ferito alla gamba, così che si cammina male.
- **graffiarono**: si fecero ferite sulla pelle con le unghie.
- **graffi**: piccole ferite fatte con le unghie.
- **strapazzarono**: si trattarono male, tirandosi e spingendosi.
- **strinsero**: presero e tennero forte (qui: si diedero la mano).
- **scimmiotto**: piccola scimmia; qui è un insulto.
- **zoppicando**: camminando male, perché una gamba fa male.

## Capitolo III. Geppetto, tornato a casa, comincia subito a fabbricarsi il burattino e gli mette il nome di Pinocchio. Prime monellerie del burattino.

La casa di Geppetto era una stanzina al piano terra. Prendeva luce da sotto una scala. I mobili non potevano essere più semplici: una sedia brutta, un letto poco buono e un tavolino tutto rovinato. Sulla parete di fondo si vedeva un camino con il fuoco acceso. Ma il fuoco era dipinto. E accanto al fuoco c'era dipinta una pentola che bolliva allegramente. Dalla pentola usciva una nuvola di fumo, che sembrava fumo vero.

Appena entrato in casa, Geppetto prese subito gli attrezzi. Poi cominciò a intagliare e a fabbricare il suo burattino.

— Che nome gli darò? — disse fra sé e sé. — Lo voglio chiamare Pinocchio. Questo nome gli porterà fortuna. Ho conosciuto una famiglia intera di Pinocchi. C'erano Pinocchio il padre, Pinocchia la madre e Pinocchi i ragazzi. E stavano tutti bene. Il più ricco di loro chiedeva l'elemosina.

Quando ebbe trovato il nome per il suo burattino, cominciò a lavorare sul serio. Gli fece subito i capelli, poi la fronte, poi gli occhi.

Immaginatevi la sua meraviglia quando, finiti gli occhi, si accorse che si muovevano! E lo guardavano fisso fisso.

Geppetto vide che quei due occhi di legno lo guardavano e quasi si offese. Disse con tono arrabbiato:

— Occhiacci di legno, perché mi guardate? —

Nessuno rispose.

Allora, dopo gli occhi, gli fece il naso. Ma il naso, appena fatto, cominciò a crescere. E cresci, cresci, cresci, in pochi minuti diventò un nasone che non finiva mai.

Il povero Geppetto faticava a tagliarlo. Ma più lo tagliava e lo faceva corto, più quel naso insolente diventava lungo.

Dopo il naso gli fece la bocca.

La bocca non era ancora finita, e già cominciò a ridere e a prenderlo in giro.

— Smetti di ridere! — disse Geppetto, offeso. Ma era come parlare al muro.

— Smetti di ridere, ti ripeto! — urlò con voce minacciosa.

Allora la bocca non rise più, ma tirò fuori tutta la lingua.

Geppetto non voleva peggiorare le cose. Così fece finta di non vedere e continuò a lavorare. Dopo la bocca gli fece il mento, poi il collo, poi le spalle, lo stomaco, le braccia e le mani.

Appena finite le mani, Geppetto sentì che qualcuno gli toglieva la parrucca dalla testa. Guardò in su, e che cosa vide? Vide la sua parrucca gialla in mano al burattino.

— Pinocchio!... ridammi subito la mia parrucca! —

Ma Pinocchio non gli ridiede la parrucca. Invece se la mise in testa, e lì sotto quasi soffocava.

Davanti a quei modi insolenti, che lo prendevano in giro, Geppetto diventò triste. Non era mai stato così triste in vita sua. Si voltò verso Pinocchio e gli disse:

— Birbante di un figlio! Non sei ancora finito e già cominci a mancare di rispetto a tuo padre! Male, ragazzo mio, male! —

E si asciugò una lacrima.

Restavano ancora da fare le gambe e i piedi.

Quando Geppetto ebbe finito di fargli i piedi, si prese un calcio sulla punta del naso.

— Me lo merito — disse allora fra sé. — Dovevo pensarci prima! Ormai è tardi! —

Poi prese il burattino sotto le braccia e lo mise giù, sul pavimento della stanza, per farlo camminare.

Pinocchio aveva le gambe rigide e non sapeva muoversi. Geppetto lo teneva per mano e gli insegnava a mettere un passo dietro l'altro.

Quando le gambe diventarono più sciolte, Pinocchio cominciò a camminare da solo e a correre per la stanza. Alla fine uscì dalla porta di casa, saltò nella strada e scappò via.

E il povero Geppetto gli correva dietro. Ma non riusciva a prenderlo, perché quel birichino di Pinocchio saltava come una lepre. I suoi piedi di legno battevano sulle pietre della strada. Facevano un rumore come venti paia di zoccoli da contadini.

— Prendilo! prendilo! — urlava Geppetto.

Ma la gente per la strada vedeva questo burattino di legno che correva come un cavallo da corsa. Allora si fermava incantata a guardarlo. E rideva, rideva e rideva, più di quanto potete immaginare.

Alla fine, per fortuna, arrivò un carabiniere. Sentì tutto quel chiasso e pensò che fosse un puledro scappato al suo padrone. Allora si piantò con coraggio in mezzo alla strada, a gambe larghe. Voleva fermarlo e impedire guai più grossi.

Pinocchio vide da lontano il carabiniere, che bloccava tutta la strada. Allora provò a passargli di sorpresa in mezzo alle gambe. Ma non ci riuscì.

Il carabiniere, senza muoversi, lo prese con abilità per il naso. Era un nasone enorme, che sembrava fatto apposta per essere preso dai carabinieri. Poi lo restituì a Geppetto. Geppetto, per punirlo, voleva subito tirargli bene gli orecchi. Ma immaginatevi come rimase quando cercò gli orecchi e non li trovò! E sapete perché? Perché, nella fretta di fabbricarlo, si era dimenticato di farglieli.

Allora lo prese per la collottola. Mentre lo riportava indietro, gli disse scuotendo la testa in modo minaccioso:

— Andiamo subito a casa. Quando saremo a casa, stai sicuro che faremo i conti! —

Quando sentì queste parole, Pinocchio si buttò per terra e non volle più camminare. Intanto i curiosi e i perdigiorno cominciavano a fermarsi lì intorno e a formare un gruppetto.

Uno diceva una cosa, uno un'altra.

— Povero burattino! — dicevano alcuni. — Ha ragione a non voler tornare a casa! Chissà come lo picchierebbe quell'omaccio di Geppetto!... —

E gli altri aggiungevano con cattiveria:

— Quel Geppetto sembra un brav'uomo! Ma con i ragazzi è un vero tiranno! Se gli lasciano quel povero burattino tra le mani, è capacissimo di farlo a pezzi! —

Insomma, dissero e fecero tanto che il carabiniere lasciò libero Pinocchio. E portò in prigione quel pover'uomo di Geppetto. Lui, lì per lì, non trovava le parole per difendersi, e così piangeva come un vitellino. E mentre andava verso il carcere, balbettava singhiozzando:

— Figlio disgraziato! E pensare che ho faticato tanto per farne un burattino per bene! Ma mi sta bene! Dovevo pensarci prima!... —

Quello che successe dopo è una storia così strana che quasi non si può credere. Ve la racconterò nei prossimi capitoli.

### Glossario

- **intagliare**: tagliare il legno con un coltello per dargli una forma.
- **elemosina**: soldi o cibo che si danno ai poveri.
- **birbante / birichino**: ragazzo cattivo che fa scherzi e dispetti.
- **parrucca**: capelli finti che si mettono sulla testa.
- **zoccoli**: scarpe di legno dei contadini.
- **carabiniere**: poliziotto italiano.
- **puledro**: cavallo giovane.
- **collottola**: la parte di dietro del collo.
- **tiranno**: persona cattiva che comanda e tratta male gli altri.
- **allegramente**: in modo allegro.
- **insolente**: che non ha rispetto, maleducato.
- **insolenti**: senza rispetto, maleducati.
- **asciugò**: tolse l'acqua (qui: la lacrima) dalla faccia.
- **lepre**: animale simile a un grande coniglio, che corre molto veloce.
- **incantata**: così sorpresa che non si muove più.
- **scuotendo**: muovendo da una parte all'altra.
- **perdigiorno**: persona che non lavora e passa il tempo senza fare niente.
- **quell'omaccio**: quell'uomo cattivo, brutto (parola offensiva).
- **balbettava**: parlava male, ripetendo i suoni, per la paura o l'emozione.
- **singhiozzando**: piangendo forte, con il respiro rotto.

## Capitolo IV. La storia di Pinocchio col Grillo-parlante, dove si vede come i ragazzi cattivi hanno a noja di sentirsi correggere da chi ne sa più di loro.

Vi dirò dunque, ragazzi, che cosa successe. Il povero Geppetto veniva portato in prigione senza nessuna colpa. Intanto quel monello di Pinocchio, libero dalle mani del carabiniere, scappava via attraverso i campi. Voleva tornare a casa il più presto possibile. Correva così forte che saltava rive altissime, siepi piene di spine e fossi pieni d'acqua. Faceva proprio come un capretto o una piccola lepre inseguita dai cacciatori.

Arrivato davanti a casa, trovò la porta di strada socchiusa. La spinse ed entrò. Appena ebbe chiuso la porta con il chiavistello, si sedette per terra. E fece un gran sospiro di contentezza.

Ma quella contentezza durò poco. Infatti sentì nella stanza qualcuno che faceva:

— Crì-crì-crì!

— Chi è che mi chiama? — disse Pinocchio tutto spaventato.

— Sono io! —

Pinocchio si voltò e vide un grosso grillo che saliva lentamente su per il muro.

— Dimmi, Grillo, e tu chi sei?

— Io sono il Grillo-parlante, e abito in questa stanza da più di cent'anni.

— Però oggi questa stanza è mia, — disse il burattino. — Se vuoi farmi un vero piacere, vattene subito, senza nemmeno voltarti indietro.

— Io non me ne andrò di qui, — rispose il Grillo — prima di averti detto una grande verità.

— Dimmela, e fa' presto.

— Guai a quei ragazzi che si ribellano ai loro genitori! Guai a quelli che lasciano la casa del padre per capriccio! Non staranno mai bene in questo mondo. E prima o poi se ne pentiranno amaramente.

— Canta pure, Grillo mio, come ti pare e piace. Ma io so che domani, all'alba, voglio andarmene di qui. Perché se rimango qui, mi succederà quello che succede a tutti gli altri ragazzi. Mi manderanno a scuola, e per amore o per forza dovrò studiare. E io, te lo dico in confidenza, non ho nessuna voglia di studiare. Mi diverto di più a correre dietro alle farfalle. E a salire sugli alberi a prendere gli uccellini dai nidi.

— Povero sciocchino!... Ma non sai che, facendo così, da grande diventerai un bellissimo somaro? E che tutti ti prenderanno in giro?

— Sta' zitto, grillaccio del malaugurio! — gridò Pinocchio.

Ma il grillo era paziente e saggio come un filosofo. Non si offese per queste parole insolenti. Invece continuò con lo stesso tono di voce:

— E se non ti piace andare a scuola, perché non impari almeno un mestiere? Così potrai guadagnarti onestamente un pezzo di pane.

— Vuoi che te lo dica? — rispose Pinocchio, che cominciava a perdere la pazienza. — Fra tutti i mestieri del mondo ce n'è uno solo che mi piace davvero.

— E quale sarebbe questo mestiere?

— Quello di mangiare, bere, dormire, divertirmi e fare la vita del vagabondo dalla mattina alla sera.

— Ti avverto, — disse il Grillo-parlante con la sua solita calma — tutti quelli che fanno questo mestiere finiscono quasi sempre all'ospedale o in prigione.

— Attento, grillaccio del malaugurio!... Se mi arrabbio, guai a te! —

— Povero Pinocchio: mi fai proprio pena!...

— Perché ti faccio pena?

— Perché sei un burattino e, quel che è peggio, perché hai la testa di legno. —

A queste ultime parole, Pinocchio saltò su tutto furioso. Prese dal banco un martello di legno e lo lanciò contro il Grillo-parlante.

Forse non pensava nemmeno di colpirlo. Ma purtroppo lo colpì proprio in testa, tanto che il povero Grillo ebbe appena il fiato di fare *crì-crì-crì*. E poi rimase lì morto, attaccato alla parete.

### Glossario

- **monello**: ragazzo vivace e disubbidiente.
- **siepi**: file di piante basse e fitte intorno a un campo.
- **fosso**: piccolo canale lungo i campi, a volte pieno d'acqua.
- **socchiusa**: non chiusa del tutto, un po' aperta.
- **crì**: il verso del grillo (crì-crì-crì).
- **ribellano**: (si ribellano) non vogliono più ubbidire.
- **pentiranno**: (si pentiranno) saranno tristi per quello che hanno fatto.
- **amaramente**: con grande dolore.
- **sciocchino**: piccolo sciocco, persona che non capisce.
- **grillaccio**: brutto grillo (parola offensiva).
- **chiavistello**: pezzo di ferro che si fa scorrere per chiudere bene una porta.
- **somaro**: asino; anche ragazzo che non studia e non sa niente.
- **malaugurio**: cosa o persona che porta sfortuna o annuncia guai.
- **vagabondo**: persona che non lavora e va in giro senza meta.
- **filosofo**: persona saggia che pensa molto e resta calma.

## Capitolo V. Pinocchio ha fame e cerca un uovo per farsi una frittata; ma sul più bello, la frittata gli vola via dalla finestra.

Intanto cominciò a farsi notte. Pinocchio si ricordò che non aveva mangiato niente. Sentì un piccolo fastidio allo stomaco, che somigliava moltissimo all'appetito.

Ma l'appetito dei ragazzi cresce in fretta. Infatti, dopo pochi minuti l'appetito diventò fame. E la fame, in un attimo, diventò una fame da lupi, una fame così grande che si poteva tagliare con il coltello.

Il povero Pinocchio corse subito al camino, dove c'era una pentola che bolliva. Fece per togliere il coperchio e vedere che cosa c'era dentro. Ma la pentola era dipinta sul muro. Immaginatevi come restò! Il suo naso, che era già lungo, diventò più lungo di almeno quattro dita.

Allora cominciò a correre per la stanza. Cercò in tutti i cassetti e in tutti gli angoli. Cercava un po' di pane, magari un po' di pane secco o una crosticina. Oppure un osso lasciato dal cane, un po' di polenta ammuffita, una lisca di pesce, un nocciolo di ciliegia. Insomma, qualcosa da masticare. Ma non trovò niente, un gran niente, proprio niente.

E intanto la fame cresceva, cresceva sempre. Il povero Pinocchio poteva solo sbadigliare per sentirsi un po' meglio. Faceva sbadigli così lunghi che a volte la bocca gli arrivava fino agli orecchi. E dopo aver sbadigliato, sputava. E sentiva che lo stomaco gli veniva meno.

Allora, piangendo e disperandosi, diceva:

— Il Grillo-parlante aveva ragione. Ho fatto male a ribellarmi al mio babbo e a scappare di casa.... Se il mio babbo fosse qui ora, non starei morendo di sbadigli! Oh! che brutta malattia è la fame! —

Ed ecco che gli sembrò di vedere qualcosa nel mucchio della spazzatura. Era una cosa tonda e bianca, che somigliava proprio a un uovo di gallina. In un attimo fece un salto e ci si buttò sopra. Era un uovo davvero.

La gioia del burattino è impossibile da descrivere: dovete immaginarla voi. Quasi pensava di sognare. Si girava e rigirava l'uovo fra le mani, lo toccava e lo baciava. E mentre lo baciava, diceva:

— E ora come lo cucino? Ne farò una frittata?... No, è meglio cuocerlo nel piatto!... Ma non sarebbe più saporito fritto in padella? O se invece lo cuocessi alla coque, per berlo? No, la cosa più veloce è cuocerlo nel piatto o nel tegamino. Ho troppa voglia di mangiarlo! —

Detto fatto, mise un tegamino sopra un caldano pieno di brace accesa. Nel tegamino, al posto dell'olio o del burro, mise un po' d'acqua. E quando l'acqua cominciò a fumare, *tac!*... ruppe il guscio dell'uovo. E fece per versarlo dentro.

Ma al posto dell'albume e del tuorlo, uscì fuori un pulcino tutto allegro e pieno di buone maniere. Il pulcino fece un bell'inchino e disse:

— Mille grazie, signor Pinocchio, di avermi risparmiato la fatica di rompere il guscio! Arrivederla, stia bene e tanti saluti a casa! —

Detto questo, aprì le ali e uscì dalla finestra, che era aperta. E volò via, lontano, fino a sparire.

Il povero burattino rimase lì, come incantato. Aveva gli occhi fissi, la bocca aperta e i gusci dell'uovo in mano. Ma quando si riprese dal primo spavento, cominciò a piangere e a strillare. Batteva i piedi per terra per la disperazione, e piangendo diceva:

— Eppure il Grillo-parlante aveva ragione! Se non fossi scappato di casa, e se il mio babbo fosse qui, ora non morirei di fame. Eh! che brutta malattia è la fame!... —

La pancia continuava a brontolare più che mai, e lui non sapeva come calmarla. Allora pensò di uscire di casa e di fare una corsa al paesino vicino. Sperava di trovare qualche persona generosa che gli desse per carità un po' di pane.

### Glossario

- **da lupi**: fortissima, grandissima (si dice della fame).
- **lisca**: le piccole ossa sottili del pesce.
- **ammuffita**: vecchia e coperta di muffa, non più buona da mangiare.
- **crosticina**: piccolo pezzo della parte dura e secca del pane.
- **masticare**: rompere il cibo con i denti.
- **sbadigliare**: aprire molto la bocca per la fame, il sonno o la noia.
- **sbadigli**: quando si apre molto la bocca per la fame, il sonno o la noia.
- **sbadigliato**: participio di sbadigliare.
- **disperandosi**: essendo molto triste, senza più speranza.
- **ribellarmi**: non ubbidire più, mettermi contro qualcuno.
- **rigirava**: girava più volte.
- **frittata**: uova sbattute e cotte in padella.
- **ruppe**: passato di "rompere": aprì, spezzò.
- **incantato**: così sorpreso che non si muove più.
- **gusci**: le parti dure che coprono l'uovo.
- **strillare**: gridare con voce alta e acuta.
- **brontolare**: fare un rumore basso e continuo (qui: la pancia vuota).
- **alla coque**: uovo cotto poco nell'acqua, ancora morbido dentro.
- **tegamino**: piccola padella per cuocere le uova.
- **caldano**: recipiente di metallo con il carbone acceso, per scaldarsi.
- **brace**: legno o carbone che brucia senza fiamma, rosso e caldissimo.
- **albume / tuorlo**: la parte bianca e la parte gialla dell'uovo.

## Capitolo VI. Pinocchio si addormenta coi piedi sul caldano, e la mattina dopo si sveglia coi piedi tutti bruciati.

Proprio quella notte c'era un tempo d'inferno. Tuonava forte forte. I lampi erano così forti che il cielo sembrava prendere fuoco. Soffiava un ventaccio freddo e violento. Fischiava con rabbia e sollevava un'enorme nuvola di polvere. E faceva scricchiolare e cigolare tutti gli alberi della campagna.

Pinocchio aveva una gran paura dei tuoni e dei lampi. Però la fame era più forte della paura. Per questo accostò la porta di casa e si mise a correre. In un centinaio di salti arrivò fino al paese. Aveva la lingua fuori e respirava forte, come un cane da caccia.

Ma trovò tutto buio e tutto deserto. I negozi erano chiusi, le porte delle case chiuse, le finestre chiuse. E per la strada non c'era nemmeno un cane. Sembrava il paese dei morti.

Allora Pinocchio, preso dalla disperazione e dalla fame, si attaccò al campanello di una casa. Cominciò a suonare senza fermarsi, e pensava fra sé:

— Qualcuno si affaccerà. —

Infatti si affacciò un vecchio con il berretto da notte in testa. Gridò tutto arrabbiato:

— Che cosa volete a quest'ora?

— Mi fareste il piacere di darmi un po' di pane?

— Aspettatemi lì, torno subito, — rispose il vecchietto.

Il vecchietto credeva di avere a che fare con uno di quei ragazzacci dispettosi. Sono quei ragazzi che di notte si divertono a suonare i campanelli delle case. Lo fanno per disturbare la brava gente, che dorme tranquilla.

Dopo mezzo minuto la finestra si riaprì. E la voce del vecchietto gridò a Pinocchio:

— Mettiti qui sotto e tieni pronto il cappello. —

Pinocchio non aveva ancora un cappello. Si avvicinò e sentì cadersi addosso l'acqua di un enorme catino. L'acqua lo bagnò tutto, dalla testa ai piedi, come un vaso di gerani appassiti.

Tornò a casa bagnato come un pulcino, morto di stanchezza e di fame. Non aveva più la forza di stare in piedi. Così si sedette e appoggiò i piedi bagnati e pieni di fango sopra un caldano pieno di brace accesa.

E lì si addormentò. E mentre dormiva, i piedi, che erano di legno, presero fuoco. Piano piano diventarono carbone e poi cenere.

E Pinocchio continuava a dormire e a russare, come se i suoi piedi fossero di un altro. Finalmente, all'alba, si svegliò perché qualcuno aveva bussato alla porta.

— Chi è? — domandò sbadigliando e strofinandosi gli occhi.

— Sono io! — rispose una voce.

Quella voce era la voce di Geppetto.

### Glossario

- **tuonare**: fare il rumore forte del tuono durante un temporale.
- **lampo**: luce forte e improvvisa nel cielo durante un temporale.
- **cigolare**: fare un rumore lungo e acuto, come una porta vecchia.
- **deserto**: senza nessuna persona.
- **affacciarsi**: mettere fuori la testa dalla finestra per guardare.
- **berretto da notte**: cappello morbido che si porta a letto.
- **catino**: recipiente largo e basso per l'acqua.
- **gerani appassiti**: fiori secchi, quasi morti perché non hanno avuto acqua.
- **caldano**: recipiente di metallo con il carbone acceso, per scaldarsi.

## Capitolo VII. Geppetto torna a casa, e dà al burattino la colazione che il pover'uomo aveva portata per sè.

Il povero Pinocchio aveva ancora gli occhi pieni di sonno. Non si era ancora accorto che i suoi piedi erano tutti bruciati. Per questo, appena sentì la voce di suo padre, saltò giù dallo sgabello per correre ad aprire il chiavistello. Ma fece due o tre passi incerti, e poi cadde lungo disteso sul pavimento.

E quando batté per terra, fece lo stesso rumore di un sacco di mestoli caduto da un quinto piano.

— Aprimi! — gridava intanto Geppetto dalla strada.

— Babbo mio, non posso.... — rispondeva il burattino, piangendo e rotolandosi per terra.

— Perché non puoi?

— Perché mi hanno mangiato i piedi.

— E chi te li ha mangiati?

— Il gatto — disse Pinocchio, perché vedeva il gatto che si divertiva a far ballare alcuni trucioli di legno con le zampine davanti.

— Aprimi, ti dico! — ripeté Geppetto. — Se no, quando entro in casa, il gatto te lo do io!

— Non posso stare in piedi, credetemi. Oh, povero me! Povero me, dovrò camminare sulle ginocchia per tutta la vita! —

Geppetto credeva che tutti questi pianti fossero un'altra monelleria del burattino. Allora decise di farla finita. Salì su per il muro ed entrò in casa dalla finestra.

All'inizio voleva sgridarlo e punirlo. Ma poi vide il suo Pinocchio sdraiato per terra, rimasto davvero senza piedi. Allora si sentì intenerire. Lo prese subito in braccio e cominciò a baciarlo e a fargli mille carezze e mille coccole. Grosse lacrime gli scendevano sulle guance, e singhiozzando gli disse:

— Pinocchiuccio mio! Come hai fatto a bruciarti i piedi?

— Non lo so, babbo, ma credetemi: è stata una notte d'inferno, e me ne ricorderò finché vivo. Tuonava, lampeggiava, e io avevo una gran fame. E allora il Grillo-parlante mi disse: «Ti sta bene: sei stato cattivo e te lo meriti». E io gli dissi: «Bada, Grillo!...» E lui mi disse: «Tu sei un burattino e hai la testa di legno». E io gli tirai un manico di martello, e lui morì. Ma la colpa fu sua, perché io non volevo ammazzarlo. E la prova è che misi un tegamino sulla brace accesa del caldano. Ma il pulcino scappò fuori e disse: «Arrivederla.... e tanti saluti a casa». E la fame cresceva sempre. Per questo quel vecchino col berretto da notte, dalla finestra, mi disse: «Fatti sotto e para il cappello». E io mi presi tutta quella catinella d'acqua sulla testa. Perché chiedere un po' di pane non è una vergogna, non è vero? Me ne tornai subito a casa. E siccome avevo sempre una gran fame, misi i piedi sul caldano per asciugarmi. E voi siete tornato, e me li sono trovati bruciati. E intanto la fame ce l'ho sempre, e i piedi non li ho più! Ih!... ih!... ih!... ih!... —

E il povero Pinocchio cominciò a piangere e a strillare così forte, che lo sentivano da cinque chilometri.

Geppetto, di tutto quel discorso confuso, aveva capito una cosa sola: il burattino moriva di fame. Allora tirò fuori di tasca tre pere e, porgendogliele, disse:

— Queste tre pere erano la mia colazione, ma io te le do volentieri. Mangiale, e buon pro ti faccia.

— Se volete che le mangi, fatemi il piacere di sbucciarle.

— Sbucciarle? — rispose Geppetto meravigliato. — Non avrei mai creduto, ragazzo mio, che tu fossi così difficile e così schizzinoso nel mangiare. Male! In questo mondo, fin da bambini, bisogna abituarsi a mangiare di tutto. Perché non si sa mai quello che ci può capitare. I casi son tanti!...

— Avrete ragione voi — aggiunse Pinocchio — ma io non mangerò mai un frutto che non sia sbucciato. Le bucce non le posso sopportare. —

E quel buon uomo di Geppetto tirò fuori un coltellino e, con santa pazienza, sbucciò le tre pere. Poi mise tutte le bucce sopra un angolo della tavola.

Pinocchio mangiò la prima pera in due bocconi, e poi fece per buttare via il torsolo. Ma Geppetto gli trattenne il braccio e gli disse:

— Non lo buttare via: tutto in questo mondo può servire.

— Ma io il torsolo non lo mangio davvero!... — gridò il burattino, voltandosi arrabbiato come una vipera.

— Chi lo sa! I casi son tanti!... — ripeté Geppetto, senza arrabbiarsi.

Fatto sta che i tre torsoli non furono gettati dalla finestra. Furono messi sull'angolo della tavola, insieme alle bucce.

Pinocchio mangiò, o per dire meglio divorò, le tre pere. Poi fece uno sbadiglio lunghissimo e disse piagnucolando:

— Ho ancora fame!

— Ma io, ragazzo mio, non ho più niente da darti.

— Proprio niente, niente?

— Avrei soltanto queste bucce e questi torsoli di pera.

— Pazienza! — disse Pinocchio. — Se non c'è altro, mangerò una buccia. —

E cominciò a masticare. All'inizio storse un po' la bocca. Ma poi, una dopo l'altra, in un attimo fece sparire tutte le bucce. E dopo le bucce, anche i torsoli. Quando ebbe finito di mangiare ogni cosa, si batté tutto contento le mani sulla pancia. E disse, felice:

— Ora sì che sto bene!

— Vedi dunque — osservò Geppetto — che avevo ragione io? Te lo dicevo: non bisogna abituarsi a essere troppo difficili e troppo delicati nel mangiare. Caro mio, non si sa mai quello che ci può capitare in questo mondo. I casi son tanti!... —

### Glossario

- **chiavistello**: sbarra di ferro che serve per chiudere bene la porta da dentro.
- **mestoli**: grossi cucchiai con il manico lungo, per la cucina.
- **trucioli**: sottili pezzetti di legno che cadono quando si lavora il legno.
- **caldano**: recipiente di metallo con il carbone acceso, per scaldarsi.
- **Fatti sotto e para il cappello**: "vieni vicino e tieni aperto il cappello" (per ricevere qualcosa dall'alto).
- **buon pro ti faccia**: "che ti faccia bene"; si dice a chi mangia.
- **schizzinoso**: chi non vuole mangiare molte cose perché è troppo difficile nei gusti.
- **torsolo**: la parte centrale della pera o della mela, con i semi, che di solito si butta.
- **I casi son tanti!**: "nella vita possono succedere tante cose diverse".
- **burattino**: pupazzo di legno che si muove con i fili o con la mano.
- **sgabello**: piccola sedia senza schienale.
- **disteso**: steso, allungato per terra.
- **rotolandosi**: girandosi più volte per terra.
- **monelleria**: azione cattiva di un bambino che non obbedisce.
- **sgridarlo**: dirgli parole dure perché ha fatto male.
- **sdraiato**: steso, allungato per terra.
- **intenerire**: sentire affetto e pena per qualcuno.
- **singhiozzando**: piangendo forte, a scatti.
- **lampeggiava**: c'erano i lampi nel cielo.
- **catinella**: recipiente largo e basso per l'acqua.
- **sbucciarle**: togliere la buccia, la pelle della frutta.
- **ih**: il suono del pianto.

## Capitolo VIII. Geppetto rifà i piedi a Pinocchio, e vende la propria casacca per comprargli l'Abbecedario.

Appena il burattino non ebbe più fame, cominciò subito a lamentarsi e a piangere, perché voleva un paio di piedi nuovi.

Ma Geppetto voleva punirlo per la monelleria che aveva fatto. Così lo lasciò piangere e disperarsi per mezza giornata. Poi gli disse:

— E perché dovrei rifarti i piedi? Forse per vederti scappare di nuovo da casa tua?

— Vi prometto — disse il burattino singhiozzando — che da oggi in poi sarò buono....

— Tutti i ragazzi — rispose Geppetto — dicono così, quando vogliono ottenere qualcosa.

— Vi prometto che andrò a scuola, studierò e mi farò onore....

— Tutti i ragazzi, quando vogliono ottenere qualcosa, ripetono la stessa storia.

— Ma io non sono come gli altri ragazzi! Io sono più buono di tutti, e dico sempre la verità. Vi prometto, babbo, che imparerò un mestiere. E sarò la consolazione e il bastone della vostra vecchiaia. —

Geppetto faceva la faccia da tiranno. Ma aveva gli occhi pieni di lacrime e il cuore gonfio di dolore. Gli faceva pena vedere il suo povero Pinocchio in quello stato. Non rispose altre parole. Prese in mano gli attrezzi del mestiere e due piccoli pezzi di legno stagionato. Poi si mise a lavorare con grandissimo impegno.

E in meno di un'ora i piedi erano belli e fatti. Erano due piedini svelti, asciutti e agili, come se li avesse modellati un artista di genio.

Allora Geppetto disse al burattino:

— Chiudi gli occhi e dormi! —

E Pinocchio chiuse gli occhi e fece finta di dormire. Mentre fingeva di dormire, Geppetto prese un po' di colla sciolta in un guscio d'uovo. Con quella colla gli attaccò i due piedi al loro posto. E glieli attaccò così bene che non si vedeva nemmeno il segno dell'attaccatura.

Appena il burattino si accorse di avere i piedi, saltò giù dalla tavola dove era disteso. E cominciò a fare mille salti e mille capriole, come se fosse impazzito dalla gran contentezza.

— Per ricompensarvi di quello che avete fatto per me — disse Pinocchio al suo babbo — voglio andare subito a scuola.

— Bravo ragazzo.

— Ma per andare a scuola ho bisogno di un po' di vestiti. —

Geppetto era povero e non aveva in tasca nemmeno un centesimo. Allora gli fece un vestitino di carta fiorita e un paio di scarpe di corteccia d'albero. E gli fece anche un piccolo berretto di midolla di pane.

Pinocchio corse subito a guardarsi in una catinella piena d'acqua. Era così contento di sé che disse, tutto superbo:

— Sembro proprio un signore!

— Davvero — rispose Geppetto. — Perché, ricordatelo bene, non è il vestito bello che fa il signore. È piuttosto il vestito pulito.

— A proposito — aggiunse il burattino — per andare a scuola mi manca ancora qualcosa. Anzi, mi manca la cosa più importante.

— Cioè?

— Mi manca l'Abbecedario.

— Hai ragione: ma come si fa per averlo?

— È facilissimo: si va da un libraio e si compra.

— E i quattrini?

— Io non ce li ho.

— Nemmeno io — aggiunse il buon vecchio, e diventò triste.

E Pinocchio, anche se era un ragazzo allegrissimo, diventò triste anche lui. Perché la miseria, quando è miseria davvero, la capiscono tutti: anche i ragazzi.

— Pazienza! — gridò Geppetto, e all'improvviso si alzò in piedi. Si mise la vecchia casacca di fustagno, tutta toppe e rammendi, e uscì di casa di corsa.

Dopo poco tornò. Quando tornò, aveva in mano l'Abbecedario per il figlio, ma la casacca non l'aveva più. Il pover'uomo era in maniche di camicia, e fuori nevicava.

— E la casacca, babbo?

— L'ho venduta.

— Perché l'avete venduta?

— Perché mi faceva caldo. —

Pinocchio capì subito questa risposta. Non riuscì a frenare lo slancio del suo buon cuore: saltò al collo di Geppetto e cominciò a baciarlo su tutto il viso.

### Glossario

- **il bastone della vostra vecchiaia**: l'aiuto e il sostegno di una persona quando diventa vecchia.
- **legno stagionato**: legno tagliato da molto tempo e ormai ben secco.
- **capriole**: salti in cui il corpo gira in avanti, con la testa in giù.
- **carta fiorita**: carta colorata con disegni di fiori.
- **midolla di pane**: la parte morbida e bianca dentro il pane.
- **catinella**: recipiente largo e basso per l'acqua, per lavarsi.
- **quattrini**: soldi, denaro.
- **fustagno**: stoffa di cotone pesante e robusta.
- **toppe e rammendi**: pezzi di stoffa cuciti sopra i buchi di un vestito vecchio.
- **in maniche di camicia**: con la sola camicia, senza giacca.
- **l'Abbecedario**: il primo libro dei bambini, per imparare a leggere le lettere.
- **disperarsi**: essere molto tristi e non avere più speranza.
- **gonfio**: pieno, grosso.
- **nevicava**: cadeva la neve.

## Capitolo IX. Pinocchio vende l'Abbecedario per andare a vedere il teatro dei burattini.

Quando non nevicava più, Pinocchio prese la strada per la scuola, con il suo Abbecedario nuovo sotto il braccio. E mentre camminava, fantasticava. Nella sua testolina faceva mille ragionamenti e mille castelli in aria, uno più bello dell'altro.

E parlando da solo, diceva:

— Oggi, a scuola, voglio subito imparare a leggere. Domani imparerò a scrivere, e dopodomani imparerò a fare i numeri. Poi, con la mia bravura, guadagnerò molti soldi. Con i primi soldi che avrò in tasca, voglio subito fare al mio babbo una bella casacca di panno. Ma che dico, di panno? Gliela voglio fare tutta d'argento e d'oro, con i bottoni di brillanti. E quel pover'uomo se la merita davvero. Perché, insomma, per comprarmi i libri e per farmi studiare, è rimasto in maniche di camicia.... con questo freddo! Solo i babbi sono capaci di certi sacrifici!... —

Mentre diceva così, tutto commosso, gli sembrò di sentire una musica lontana. Erano pifferi e colpi di grancassa: pì-pì—pì, pì-pì—pì, zum, zum, zum, zum.

Si fermò e rimase ad ascoltare. Quei suoni venivano dal fondo di una lunghissima strada laterale. La strada portava a un piccolo paese, costruito sulla spiaggia del mare.

— Che cosa sarà questa musica? Peccato che io debba andare a scuola, se no.... —

E rimase lì, incerto. In ogni modo, bisognava prendere una decisione: o andare a scuola, o andare a sentire i pifferi.

— Oggi andrò a sentire i pifferi, e domani a scuola. Per andare a scuola c'è sempre tempo — disse alla fine quel monello, alzando le spalle.

Detto fatto, prese la strada laterale e cominciò a correre a gambe levate. Più correva, più sentiva chiaro il suono dei pifferi e i colpi della grancassa. Pì-pì—pì, pì—pì-pì, pì-pì—pì, zum, zum, zum, zum.

A un tratto si trovò in mezzo a una piazza tutta piena di gente. La gente si affollava intorno a un grande baraccone di legno e di tela, dipinto di mille colori.

— Che cos'è quel baraccone? — domandò Pinocchio, voltandosi verso un ragazzetto del paese che era lì.

— Leggi il cartello, c'è scritto sopra, e lo saprai.

— Lo leggerei volentieri, ma proprio oggi non so leggere.

— Bravo bue! Allora te lo leggerò io. Sappi dunque che su quel cartello, a lettere rosse come il fuoco, c'è scritto: Gran Teatro dei Burattini....

— È molto che è cominciata la commedia?

— Comincia ora.

— E quanto si spende per entrare?

— Quattro soldi. —

Pinocchio bruciava di curiosità, come se avesse la febbre. Perse ogni pudore e disse al ragazzetto, senza vergognarsi:

— Mi daresti quattro soldi fino a domani?

— Te li darei volentieri — gli rispose l'altro, prendendolo in giro — ma proprio oggi non te li posso dare.

— Per quattro soldi ti vendo la mia giacchetta — gli disse allora il burattino.

— Che cosa vuoi che me ne faccia di una giacchetta di carta fiorita? Se ci piove sopra, non c'è più modo di togliersela di dosso.

— Vuoi comprare le mie scarpe?

— Sono buone per accendere il fuoco.

— Quanto mi dai per il berretto?

— Bell'acquisto davvero! Un berretto di midolla di pane! I topi potrebbero venire a mangiarmelo in testa! —

Pinocchio era sulle spine. Stava per fare l'ultima offerta, ma non aveva coraggio. Esitava, non sapeva decidersi, soffriva. Alla fine disse:

— Vuoi darmi quattro soldi per questo Abbecedario nuovo?

— Io sono un ragazzo e non compro niente dai ragazzi — gli rispose il ragazzetto, che aveva più giudizio di lui.

— Per quattro soldi l'Abbecedario lo prendo io — gridò un rivenditore di panni usati, che aveva sentito la conversazione.

E il libro fu venduto lì, su due piedi. E pensare che il povero Geppetto era rimasto a casa a tremare dal freddo, in maniche di camicia! E tutto per comprare l'Abbecedario al figlio!

### Glossario

- **castelli in aria**: sogni e progetti belli, ma difficili da realizzare.
- **pifferi**: piccoli flauti di legno che fanno un suono acuto.
- **grancassa**: grande tamburo che fa un suono forte e profondo.
- **baraccone**: grande costruzione di legno e tela, che si monta e si smonta, per gli spettacoli.
- **Bravo bue!**: modo scherzoso per dire a qualcuno che è ignorante.
- **essere sulle spine**: essere molto agitato e nervoso.
- **giudizio**: buon senso, capacità di capire che cosa è giusto fare.
- **rivenditore di panni usati**: uomo che compra e vende vestiti e cose vecchie.
- **su due piedi**: subito, in quel momento.
- **dopodomani**: il giorno dopo domani.
- **pì**: il suono dei pifferi.
- **zum**: il suono della grancassa.

## Capitolo X. I burattini riconoscono il loro fratello Pinocchio e gli fanno una grandissima festa; ma sul più bello esce fuori il burattinaio Mangiafoco, e Pinocchio corre pericolo di fare una brutta fine.

Quando Pinocchio entrò nel teatrino delle marionette, successe un fatto che provocò una mezza rivoluzione.

Bisogna sapere che il sipario era alzato, e la commedia era già cominciata.

Sulla scena c'erano Arlecchino e Pulcinella, che litigavano fra di loro. Come al solito, minacciavano da un momento all'altro di scambiarsi un mucchio di schiaffi e di bastonate.

Il pubblico in platea, tutto attento, moriva dalle risate nel sentire il battibecco di quei due burattini. Facevano gesti e si dicevano ogni tipo di insulti. Lo facevano con tanta verità, come se fossero proprio due animali ragionevoli e due persone di questo mondo.

Quando, all'improvviso, Arlecchino smette di recitare. Si volta verso il pubblico e con la mano indica qualcuno in fondo alla platea. Poi comincia a urlare in tono drammatico:

— Numi del firmamento! Sogno o son desto? Eppure quello laggiù è Pinocchio!...

— È Pinocchio davvero! — grida Pulcinella.

— È proprio lui! — strilla la signora Rosaura, mettendo fuori la testa dal fondo della scena.

— È Pinocchio! È Pinocchio! — urlarono in coro tutti i burattini, uscendo a salti da dietro le quinte.

— È Pinocchio! È il nostro fratello Pinocchio! Evviva Pinocchio!...

— Pinocchio, vieni quassù da me! — grida Arlecchino. — Vieni a gettarti fra le braccia dei tuoi fratelli di legno! —

A questo invito affettuoso, Pinocchio fa un salto, e dal fondo della platea va nei posti distinti. Poi, con un altro salto, dai posti distinti sale sulla testa del direttore d'orchestra. E da lì salta sul palcoscenico.

È impossibile immaginare gli abbracci, le strette al collo, i pizzicotti d'amicizia e le testate di vera e sincera fratellanza. Pinocchio li ricevette tutti, in mezzo alla confusione degli attori e delle attrici di quella compagnia drammatico-vegetale.

Lo spettacolo era commovente, non c'è che dire. Ma il pubblico in platea vide che la commedia non andava più avanti. Allora perse la pazienza e cominciò a gridare: — Vogliamo la commedia! Vogliamo la commedia! —

Fiato sprecato, perché i burattini, invece di continuare la recita, fecero il doppio di chiasso e di grida. Si misero Pinocchio sulle spalle e lo portarono in trionfo fino alle luci della ribalta.

Allora uscì fuori il burattinaio. Era un uomo enorme, così brutto che faceva paura soltanto a guardarlo. Aveva una barbaccia nera come uno scarabocchio d'inchiostro. Era così lunga che gli scendeva dal mento fino a terra: quando camminava, se la pestava con i piedi. La sua bocca era larga come un forno. I suoi occhi sembravano due lanterne di vetro rosso, con la luce accesa dietro. E con le mani faceva schioccare una grossa frusta, fatta di serpenti e di code di volpe intrecciate insieme.

Quando il burattinaio apparve così all'improvviso, tutti diventarono muti: nessuno fiatò più. Si sarebbe sentita volare una mosca. Quei poveri burattini, maschi e femmine, tremavano come tante foglie.

— Perché sei venuto a mettere confusione nel mio teatro? — domandò il burattinaio a Pinocchio. Aveva un vocione da Orco con un brutto raffreddore di testa.

— Mi creda, illustrissimo, la colpa non è stata mia!...

— Basta così! Stasera faremo i nostri conti. —

Infatti, finita la commedia, il burattinaio andò in cucina. Lì si era preparato per cena un bel montone, che girava lentamente infilato nello spiedo. Ma gli mancava la legna per finire di cuocerlo e di farlo rosolare. Allora chiamò Arlecchino e Pulcinella e disse loro:

— Portatemi qui quel burattino che troverete attaccato al chiodo. Mi sembra un burattino fatto di un legno molto secco. Sono sicuro che, se lo butto sul fuoco, mi darà una bellissima fiammata per l'arrosto. —

Arlecchino e Pulcinella all'inizio esitarono. Ma il padrone diede loro un'occhiataccia, e loro, pieni di paura, obbedirono. Poco dopo tornarono in cucina portando in braccio il povero Pinocchio. Lui si dimenava come un'anguilla fuori dall'acqua e strillava disperato: — Babbo mio, salvatemi! Non voglio morire, no, non voglio morire!... —

### Glossario

- **sipario**: grande tenda davanti al palcoscenico, che si alza quando comincia lo spettacolo.
- **platea**: la parte bassa del teatro, dove siede il pubblico.
- **battibecco**: breve litigio fatto di parole.
- **Numi del firmamento! Sogno o son desto?**: esclamazione teatrale: "O dèi del cielo! Sto sognando o sono sveglio?"
- **quinte**: i pannelli ai lati del palcoscenico, dietro cui si nascondono gli attori.
- **posti distinti**: i posti migliori e più cari del teatro, davanti al palcoscenico.
- **compagnia drammatico-vegetale**: scherzo: una compagnia di attori fatti di legno, cioè di materia vegetale.
- **ribalta**: il bordo davanti del palcoscenico, con le luci.
- **Orco**: gigante cattivo delle fiabe, che mangia i bambini.
- **spiedo**: lungo ferro su cui si infila la carne per cuocerla sul fuoco.
- **anguilla**: pesce lungo e sottile come un serpente.
- **burattinaio**: l'uomo che fa muovere i burattini e li fa recitare.
- **strilla**: grida forte, con voce acuta.
- **scarabocchio**: segno o macchia fatti male, con la penna.
- **lanterne**: lampade chiuse in una scatola di vetro.
- **schioccare**: fare un rumore secco e forte, come una frusta.
- **intrecciate**: messe una sopra l'altra e legate, come i capelli in una treccia.
- **rosolare**: cuocere la carne finché diventa dorata fuori.
- **esitarono**: non si decidevano subito, non erano sicuri.
- **dimenava**: muoveva forte il corpo da una parte e dall'altra.

## Capitolo XI. Mangiafoco starnutisce e perdona a Pinocchio, il quale poi difende dalla morte il suo amico Arlecchino.

Il burattinaio si chiamava Mangiafoco. Sembrava un uomo spaventoso, non dico di no. Soprattutto con quella sua barbaccia nera, che gli copriva tutto il petto e tutte le gambe come un grembiule. Ma in fondo non era un uomo cattivo. Ecco la prova. Davanti a lui portarono il povero Pinocchio, che si agitava da tutte le parti. Urlava: «Non voglio morire, non voglio morire!» E Mangiafoco cominciò subito a commuoversi e a sentire pietà. Resistette per un bel pezzo, ma alla fine non ce la fece più. E lasciò andare uno starnuto fortissimo.

A quello starnuto, Arlecchino diventò tutto allegro in viso. Fino a quel momento era stato triste e piegato come un salice piangente. Si chinò verso Pinocchio e gli disse a bassa voce:

— Buone notizie, fratello! Il burattinaio ha fatto uno starnuto. Questo è il segno che ha avuto compassione di te, e ormai sei salvo. —

Perché bisogna sapere una cosa. Tutti gli uomini, quando sentono pietà per qualcuno, piangono, o almeno fanno finta di asciugarsi gli occhi. Mangiafoco, invece, ogni volta che sentiva davvero pietà, aveva il vizio di starnutire. Era un modo come un altro per far capire agli altri quanto era sensibile il suo cuore.

Dopo lo starnuto, il burattinaio continuò a fare il burbero e gridò a Pinocchio:

— Smettila di piangere! I tuoi lamenti mi hanno messo un certo fastidio qui in fondo allo stomaco.... sento un dolore, che quasi quasi.... *etcì, etcì!* — e fece altri due starnuti.

— Felicità! — disse Pinocchio.

— Grazie. E il tuo babbo e la tua mamma sono ancora vivi? — domandò Mangiafoco.

— Il babbo sì; la mamma non l'ho mai conosciuta.

— Chissà che dispiacere sarebbe per il tuo vecchio padre, se ora ti facessi gettare fra quei carboni accesi! Povero vecchio! Lo compatisco.... *etcì, etcì, etcì* — e fece altri tre starnuti.

— Felicità! — disse Pinocchio.

— Grazie. Del resto, bisogna avere compassione anche di me. Perché, come vedi, non ho più legna per finire di cuocere quel montone arrosto. E tu, a dire la verità, in questo caso mi saresti stato molto utile! Ma ormai mi sono commosso, e ci vuole pazienza. Invece di te, metterò a bruciare sotto lo spiedo qualche burattino della mia compagnia. Olà, giandarmi! —

A questo comando apparvero subito due giandarmi di legno, lunghi lunghi e secchi secchi. Avevano in testa il cappello a lucerna e in mano la sciabola sguainata.

Allora il burattinaio disse loro con voce rauca:

— Prendetemi quel burattino lì, Arlecchino, legatelo ben bene e poi gettatelo a bruciare sul fuoco. Io voglio che il mio montone sia arrostito bene! —

Figuratevi il povero Arlecchino! Ebbe tanta paura che le gambe gli si piegarono, e cadde a faccia in giù per terra.

Pinocchio, davanti a quella scena straziante, andò a gettarsi ai piedi del burattinaio. Piangeva a dirotto e bagnava di lacrime tutti i peli della lunghissima barba. E cominciò a dire con voce supplichevole:

— Pietà, signor Mangiafoco!...

— Qui non ci sono signori! — rispose duramente il burattinaio.

— Pietà, signor Cavaliere!...

— Qui non ci sono cavalieri!

— Pietà, signor Commendatore!

— Qui non ci sono commendatori!

— Pietà, Eccellenza!... —

Quando si sentì chiamare Eccellenza, il burattinaio fece subito la bocca tonda tonda. Diventò all'improvviso più umano e più gentile, e disse a Pinocchio:

— Ebbene, che cosa vuoi da me?

— Vi domando la grazia per il povero Arlecchino!...

— Qui non c'è grazia che tenga. Se ho risparmiato te, devo far mettere sul fuoco lui. Perché io voglio che il mio montone sia arrostito bene.

— In questo caso — gridò Pinocchio con fierezza. Si alzò in piedi e gettò via il suo berretto di midolla di pane. — In questo caso so qual è il mio dovere. Avanti, signori giandarmi! Legatemi e gettatemi là, fra quelle fiamme. No, non è giusto che il povero Arlecchino, il mio vero amico, debba morire per me! —

Queste parole, dette a voce alta e con tono eroico, fecero piangere tutti i burattini presenti a quella scena. Perfino i giandarmi, anche se erano di legno, piangevano come due agnellini da latte.

Mangiafoco, all'inizio, rimase duro e immobile come un pezzo di ghiaccio. Ma poi, piano piano, cominciò anche lui a commuoversi e a starnutire. Fece quattro o cinque starnuti, poi aprì le braccia con affetto e disse a Pinocchio:

— Tu sei proprio un bravo ragazzo! Vieni qui da me e dammi un bacio. —

Pinocchio corse subito. Si arrampicò come uno scoiattolo su per la barba del burattinaio, e gli diede un bellissimo bacio sulla punta del naso.

— Dunque la grazia è fatta? — domandò il povero Arlecchino, con un filo di voce che si sentiva appena.

— La grazia è fatta! — rispose Mangiafoco. Poi aggiunse, sospirando e scuotendo la testa:

— Pazienza! Per questa sera mi rassegnerò a mangiare il montone mezzo crudo. Ma un'altra volta, guai a chi toccherà!... —

Alla notizia della grazia, i burattini corsero tutti sul palcoscenico. Accesero i lumi e i lampadari come in una serata di gala, e cominciarono a saltare e a ballare.

Era l'alba e ballavano ancora.

### Glossario

- **starnuto**: il forte "etcì!" che esce dal naso e dalla bocca all'improvviso.
- **salice piangente**: albero con i rami lunghi che scendono verso terra.
- **burbero**: chi ha modi duri e sembra sempre arrabbiato.
- **Felicità!**: si dice a chi starnutisce, come "Salute!".
- **giandarmi**: guardie, soldati che fanno la polizia.
- **cappello a lucerna**: cappello a due punte, come quello dei gendarmi.
- **sciabola sguainata**: spada curva tirata fuori dal suo fodero, pronta per colpire.
- **Eccellenza**: titolo di grande rispetto per una persona molto importante.
- **grazia**: perdono che salva qualcuno da una punizione.
- **agnellini da latte**: piccoli agnelli che bevono ancora il latte della madre.
- **grembiule**: panno che si mette davanti al corpo per non sporcare i vestiti.
- **commuoversi**: sentire una forte emozione, per esempio pietà.
- **starnutire**: fare uno starnuto.
- **asciugarsi**: togliersi l'acqua o le lacrime.
- **rauca**: bassa e roca, come di chi ha mal di gola.
- **straziante**: che fa soffrire molto chi lo guarda.
- **bagnava**: rendeva bagnato, pieno d'acqua.
- **supplichevole**: di chi chiede aiuto pregando.

## Capitolo XII. Il burattinaio Mangiafoco regala cinque monete d'oro a Pinocchio perchè le porti al suo babbo Geppetto: e Pinocchio, invece, si lascia abbindolare dalla Volpe e dal Gatto e se ne va con loro.

Il giorno dopo Mangiafoco chiamò Pinocchio in disparte e gli domandò:

— Come si chiama tuo padre?

— Geppetto.

— E che mestiere fa?

— Il povero.

— Guadagna molto?

— Guadagna quanto basta per non avere mai un centesimo in tasca. Si figuri: per comprarmi l'Abbecedario della scuola, ha dovuto vendere l'unica casacca che aveva. Era una casacca così piena di toppe e rammendi che era tutta una piaga.

— Povero diavolo! Mi fa quasi compassione. Ecco qui cinque monete d'oro. Va' subito a portarle al tuo babbo, e salutalo tanto da parte mia. —

Pinocchio, come è facile immaginare, ringraziò mille volte il burattinaio. Abbracciò uno a uno tutti i burattini della compagnia, anche i giandarmi. E, fuori di sé dalla contentezza, si mise in viaggio per tornare a casa sua.

Ma non aveva fatto neanche mezzo chilometro, quando incontrò due animali per la strada. Erano una Volpe zoppa da un piede e un Gatto cieco da tutti e due gli occhi. Se ne andavano piano piano, aiutandosi fra loro, da buoni compagni di sventura. La Volpe, che era zoppa, camminava appoggiandosi al Gatto. E il Gatto, che era cieco, si lasciava guidare dalla Volpe.

— Buon giorno, Pinocchio — gli disse la Volpe, salutandolo con gentilezza.

— Com'è che sai il mio nome? — domandò il burattino.

— Conosco bene il tuo babbo.

— Dove l'hai visto?

— L'ho visto ieri sulla porta di casa sua.

— E che cosa faceva?

— Era in maniche di camicia e tremava dal freddo.

— Povero babbo! Ma, se Dio vuole, da oggi in poi non tremerà più!

— Perché?

— Perché io sono diventato un gran signore.

— Un gran signore, tu? — disse la Volpe, e cominciò a ridere in modo volgare e beffardo. Anche il Gatto rideva, ma per non farlo vedere si pettinava i baffi con le zampine davanti.

— C'è poco da ridere — gridò Pinocchio, offeso. — Mi dispiace davvero di farvi venire l'acquolina in bocca. Ma queste, se ve ne intendete, sono cinque bellissime monete d'oro. —

E tirò fuori le monete che Mangiafoco gli aveva regalato.

Al dolce suono di quelle monete, la Volpe, senza volerlo, allungò la gamba che sembrava rattrappita. E il Gatto spalancò tutti e due gli occhi, che sembrarono due lanterne verdi. Ma poi li richiuse subito, e infatti Pinocchio non si accorse di niente.

— E ora — gli domandò la Volpe — che cosa vuoi fare con queste monete?

— Prima di tutto — rispose il burattino — voglio comprare al mio babbo una bella casacca nuova. La voglio tutta d'oro e d'argento, con i bottoni di brillanti. E poi voglio comprare un Abbecedario per me.

— Per te?

— Davvero: perché voglio andare a scuola e mettermi a studiare sul serio.

— Guarda me! — disse la Volpe. — Per la sciocca passione di studiare, ho perduto una gamba.

— Guarda me! — disse il Gatto. — Per la sciocca passione di studiare, ho perduto la vista di tutti e due gli occhi. —

In quel momento un Merlo bianco era appollaiato sulla siepe lungo la strada. Fece il suo solito verso e disse:

— Pinocchio, non dare retta ai consigli dei cattivi compagni: se no, te ne pentirai! —

Povero Merlo, non l'avesse mai detto! Il Gatto fece un gran salto e gli si buttò addosso. Senza dargli nemmeno il tempo di dire *ohi*, se lo mangiò in un boccone, con le penne e tutto.

Dopo averlo mangiato, si ripulì la bocca, chiuse di nuovo gli occhi e ricominciò a fare il cieco come prima.

— Povero Merlo! — disse Pinocchio al Gatto. — Perché l'hai trattato così male?

— L'ho fatto per dargli una lezione. Così un'altra volta imparerà a non mettere bocca nei discorsi degli altri. —

Erano arrivati a più di metà strada, quando la Volpe si fermò all'improvviso e disse al burattino:

— Vuoi raddoppiare le tue monete d'oro?

— Cioè?

— Vuoi fare, di cinque miserabili zecchini, cento, mille, duemila zecchini?

— Magari! E come si fa?

— Si fa in modo facilissimo. Invece di tornare a casa tua, dovresti venire con noi.

— E dove mi volete portare?

— Nel paese dei Barbagianni. —

Pinocchio ci pensò un poco, e poi disse deciso:

— No, non ci voglio venire. Ormai sono vicino a casa, e voglio andare a casa, dove c'è il mio babbo che mi aspetta. Chissà quanto ha sospirato ieri, povero vecchio, quando non mi ha visto tornare. Purtroppo io sono stato un figlio cattivo. Il Grillo-parlante aveva ragione quando diceva: «I ragazzi disobbedienti non possono aver bene in questo mondo». E io l'ho provato a mie spese, perché mi sono capitate molte disgrazie. Anche ieri sera, in casa di Mangiafoco, ho corso pericolo.... Brrr! Mi vengono i brividi soltanto a pensarci!

— Dunque — disse la Volpe — vuoi proprio andare a casa tua? Allora va' pure, e tanto peggio per te.

— Tanto peggio per te! — ripeté il Gatto.

— Pensaci bene, Pinocchio, perché tu dai un calcio alla fortuna.

— Alla fortuna! — ripeté il Gatto.

— I tuoi cinque zecchini, da oggi a domani, sarebbero diventati duemila.

— Duemila! — ripeté il Gatto.

— Ma com'è possibile che diventino così tanti? — domandò Pinocchio, a bocca aperta per lo stupore.

— Te lo spiego subito — disse la Volpe. — Bisogna sapere che nel paese dei Barbagianni c'è un campo benedetto. Tutti lo chiamano il Campo dei miracoli. In questo campo tu fai una piccola buca e ci metti dentro, per esempio, uno zecchino d'oro. Poi ricopri la buca con un po' di terra. La annaffi con due secchi d'acqua di fontana e ci getti sopra un pizzico di sale. Poi, la sera, te ne vai tranquillo a letto. Intanto, durante la notte, lo zecchino germoglia e fiorisce. E la mattina dopo, quando ti alzi e torni nel campo, che cosa trovi? Trovi un bell'albero carico di zecchini d'oro. Ce ne sono tanti quanti sono i chicchi di grano di una bella spiga nel mese di giugno.

— Allora — disse Pinocchio, sempre più meravigliato — mettiamo che io sotterri in quel campo i miei cinque zecchini. La mattina dopo, quanti zecchini ci troverei?

— È un conto facilissimo — rispose la Volpe. — Un conto che puoi fare sulla punta delle dita. Facciamo che ogni zecchino ti dia un grappolo di cinquecento zecchini. Moltiplica il cinquecento per cinque: la mattina dopo trovi in tasca duemilacinquecento zecchini, lucenti e sonanti.

— Oh, che bella cosa! — gridò Pinocchio, ballando dalla gioia. — Appena avrò raccolto questi zecchini, ne prenderò duemila per me. Gli altri cinquecento in più li darò in regalo a voi due.

— Un regalo a noi? — gridò la Volpe, indignata, dicendo di essere offesa. — Dio te ne liberi!

— Te ne liberi! — ripeté il Gatto.

— Noi — riprese la Volpe — non lavoriamo per il vile interesse: noi lavoriamo per arricchire gli altri.

— Gli altri! — ripeté il Gatto.

— Che brave persone! — pensò Pinocchio dentro di sé. E all'istante si dimenticò del suo babbo, della casacca nuova, dell'Abbecedario e di tutti i buoni propositi. Disse alla Volpe e al Gatto:

— Andiamo subito, io vengo con voi. —

### Glossario

- **abbindolare**: ingannare qualcuno con belle parole e false promesse.
- **in disparte**: da una parte, lontano dagli altri.
- **Povero diavolo!**: "poveretto!", si dice di una persona sfortunata.
- **compagni di sventura**: persone che hanno la stessa sfortuna e si aiutano.
- **l'acquolina**: in "far venire l'acquolina in bocca": la voglia forte di avere una cosa bella o buona.
- **rattrappita**: piegata e rigida, che non si può allungare bene.
- **appollaiato**: fermo e seduto su un ramo, come fanno gli uccelli.
- **Barbagianni**: uccelli notturni simili ai gufi; la parola vuol dire anche "sciocchi".
- **dare un calcio alla fortuna**: perdere per colpa propria una bella occasione.
- **germoglia**: fa uscire le prime piccole foglie, come un seme nella terra.
- **vile interesse**: il desiderio basso e meschino di guadagnare soldi.
- **zecchino**: moneta d'oro.
- **zecchini**: monete d'oro.
- **zoppa**: che cammina male, perché ha una gamba o un piede malato.
- **pettinava**: metteva in ordine i peli o i capelli, come con un pettine.
- **spalancò**: aprì del tutto, molto largo.
- **pentirai**: sarai triste e dispiaciuto per quello che hai fatto.
- **ohi**: piccolo grido di dolore o di paura.
- **boccone**: la quantità di cibo che si mette in bocca in una volta.
- **raddoppiare**: far diventare il doppio.

## Capitolo XIII. L'osteria del «Gambero Rosso.»

Cammina, cammina, cammina, alla fine, verso sera, arrivarono stanchi morti all'osteria del Gambero Rosso.

— Fermiamoci un po' qui — disse la Volpe — per mangiare un boccone e per riposarci qualche ora. Poi a mezzanotte ripartiremo. Così domani, all'alba, saremo nel Campo dei miracoli. —

Entrarono nell'osteria e si misero tutti e tre a tavola: ma nessuno di loro aveva appetito.

Il povero Gatto si sentiva molto male allo stomaco. Per questo poté mangiare soltanto trentacinque triglie con salsa di pomodoro e quattro porzioni di trippa alla parmigiana. E siccome la trippa non gli sembrava condita abbastanza, chiese per tre volte il burro e il formaggio grattugiato!

Anche la Volpe avrebbe mangiato volentieri qualcosa. Ma il medico le aveva ordinato una dieta severissima. Così dovette accontentarsi di una semplice lepre in agrodolce. Come contorno, prese soltanto qualche pollastra grassa e qualche gallo giovane. Dopo la lepre, per farsi tornare l'appetito, si fece portare un piccolo stufato. C'erano pernici, starne, conigli, rane, lucertole e uva paradisa. E poi non volle altro.

Il cibo le dava tanta nausea, diceva lei, che non poteva mettersi niente in bocca.

Quello che mangiò meno di tutti fu Pinocchio. Chiese un piccolo pezzo di noce e un angolino di pane, e lasciò tutto nel piatto. Il povero ragazzo pensava sempre e soltanto al Campo dei miracoli. Per questo aveva già preso un'indigestione anticipata di monete d'oro.

Quando ebbero cenato, la Volpe disse al padrone dell'osteria:

— Datemi due buone camere, una per il signor Pinocchio e un'altra per me e per il mio compagno. Prima di ripartire faremo un sonnellino. Ricordatevi, però, che a mezzanotte vogliamo essere svegliati per continuare il nostro viaggio.

— Sissignore — rispose l'oste. E strizzò l'occhio alla Volpe e al Gatto, come per dire: «Ho mangiato la foglia e ci siamo intesi!...» —

Appena entrato nel letto, Pinocchio si addormentò subito e cominciò a sognare. Nel sogno gli sembrava di essere in mezzo a un campo. Questo campo era pieno di alberelli carichi di grappoli. E questi grappoli erano carichi di zecchini d'oro. Gli zecchini dondolavano, mossi dal vento, e facevano *zin, zin, zin*. Sembrava quasi che volessero dire: «Chi ci vuole, venga a prenderci.» Ma Pinocchio arrivò proprio al momento più bello. Allungò la mano per prendere a manciate tutte quelle belle monete e mettersele in tasca. E proprio allora fu svegliato all'improvviso da tre colpi fortissimi alla porta della camera.

Era l'oste, che veniva a dirgli che era suonata la mezzanotte.

— E i miei compagni sono pronti? — gli domandò il burattino.

— Altro che pronti! Sono partiti due ore fa.

— Perché tanta fretta?

— Perché il Gatto ha ricevuto un messaggio. Il messaggio diceva che il suo gattino più grande, malato di geloni ai piedi, era in pericolo di vita.

— E la cena l'hanno pagata?

— Ma che dite? Quelle sono persone troppo educate. Non farebbero mai un'offesa simile alla signoria vostra.

— Peccato! Quest'offesa mi avrebbe fatto tanto piacere! — disse Pinocchio, grattandosi la testa. Poi domandò:

— E dove hanno detto di aspettarmi quei buoni amici?

— Al Campo dei miracoli, domattina, allo spuntare del giorno. —

Pinocchio pagò uno zecchino per la sua cena e per quella dei suoi compagni. E poi partì.

Ma si può dire che partì a tentoni. Fuori dell'osteria, infatti, c'era un buio così buio che non si vedeva niente, neppure a un passo. Nella campagna intorno non si muoveva nemmeno una foglia. Solo alcuni brutti uccelli notturni attraversavano la strada da una siepe all'altra. Passando, sbattevano le ali sul naso di Pinocchio. Lui faceva un salto indietro per la paura e gridava: — Chi va là? — E l'eco delle colline intorno ripeteva da lontano: — Chi va là? chi va là? chi va là? —

Intanto, mentre camminava, vide sul tronco di un albero un piccolo animaletto. Brillava di una luce pallida e debole, come un lumino da notte dentro una lampada di porcellana trasparente.

— Chi sei? — gli domandò Pinocchio.

— Sono l'ombra del Grillo-parlante — rispose l'animaletto, con una vocina debole debole, che sembrava venire dall'altro mondo.

— Che vuoi da me? — disse il burattino.

— Voglio darti un consiglio. Torna indietro e porta i quattro zecchini che ti sono rimasti al tuo povero babbo. Lui piange e si dispera, perché non ti ha più visto.

— Domani il mio babbo sarà un gran signore, perché questi quattro zecchini diventeranno duemila.

— Non ti fidare, ragazzo mio, di quelli che promettono di farti ricco dalla mattina alla sera. Di solito sono matti o imbroglioni! Da' retta a me, torna indietro.

— E io invece voglio andare avanti.

— L'ora è tarda!...

— Voglio andare avanti.

— La nottata è scura....

— Voglio andare avanti.

— La strada è pericolosa....

— Voglio andare avanti.

— Ricordati che i ragazzi che vogliono fare i capricci e fare a modo loro, prima o poi se ne pentono.

— Le solite storie. Buona notte, Grillo.

— Buona notte, Pinocchio, e che il cielo ti salvi dalla guazza e dagli assassini. —

Appena dette queste ultime parole, il Grillo-parlante si spense all'improvviso. Si spense come un lume quando ci si soffia sopra. E la strada rimase più buia di prima.

### Glossario

- **osteria**: piccolo ristorante dove si mangia, si beve e si può anche dormire.
- **triglie**: piccoli pesci di mare di colore rosso.
- **trippa**: piatto fatto con lo stomaco della mucca, cotto con salsa.
- **lepre in agrodolce**: lepre cucinata con un sugo dolce e acido insieme.
- **un'indigestione anticipata**: qui: stare male per il troppo pensare all'oro, prima ancora di averlo.
- **sonnellino**: un sonno breve.
- **Ho mangiato la foglia**: modo di dire: "ho capito il trucco".
- **geloni**: gonfiori rossi e dolorosi sulla pelle, che vengono per il freddo.
- **a tentoni**: camminando piano e toccando intorno con le mani, perché non si vede niente.
- **imbroglioni**: persone che ingannano gli altri per avere soldi.
- **guazza**: l'acqua fredda e umida che si posa sull'erba di notte.
- **boccone**: un po' di cibo, quanto se ne mette in bocca in una volta.
- **grattugiato**: ridotto in briciole piccolissime con la grattugia.
- **lucertole**: piccoli animali con quattro zampe e una coda lunga, che stanno al sole.
- **l'oste**: il padrone dell'osteria.
- **strizzò**: (strizzare l'occhio) chiuse e riaprì un occhio in fretta, come segnale segreto.
- **grappoli**: gruppi di frutti attaccati allo stesso ramo, come l'uva.
- **zecchini**: monete d'oro.
- **zin**: il suono delle monete d'oro che si toccano.
- **spense**: (spegnersi) smise di fare luce.

## Capitolo XIV. Pinocchio, per non aver dato retta ai buoni consigli del Grillo-parlante, s'imbatte negli assassini.

— Davvero.... — disse fra sé il burattino, mentre si rimetteva in viaggio. — Come siamo sfortunati noi poveri ragazzi! Tutti ci sgridano, tutti ci fanno la predica, tutti ci danno dei consigli. Se li lasciassimo fare, tutti vorrebbero essere i nostri babbi e i nostri maestri. Tutti: anche i Grilli-parlanti. Ecco qui: io non ho voluto dare retta a quel noioso di Grillo. E allora, secondo lui, chissà quante disgrazie mi dovrebbero capitare! Dovrei incontrare anche gli assassini! Meno male che agli assassini io non ci credo, e non ci ho mai creduto. Per me gli assassini li hanno inventati apposta i babbi, per far paura ai ragazzi che vogliono uscire la notte. E poi, anche se li trovassi qui sulla strada, avrei forse paura di loro? Neanche per sogno! Andrei davanti a loro e griderei: «Signori assassini, che cosa vogliono da me? Si ricordino che con me non si scherza! Se ne vadano dunque per la loro strada, e zitti!» Dopo queste parole dette sul serio, quei poveri assassini scapperebbero via come il vento. Mi sembra già di vederli! E se poi fossero così maleducati da non voler scappare, allora scapperei io. E così la farei finita.... —

Ma Pinocchio non poté finire il suo ragionamento. In quel momento, infatti, gli sembrò di sentire dietro di sé un leggerissimo fruscio di foglie.

Si voltò a guardare e vide nel buio due brutte figure nere. Erano tutte avvolte in due sacchi da carbone. Correvano dietro a lui a salti e in punta di piedi, come se fossero due fantasmi.

— Eccoli davvero! — disse dentro di sé. Non sapeva dove nascondere i quattro zecchini. Così se li nascose in bocca, proprio sotto la lingua.

Poi provò a scappare. Ma non aveva ancora fatto il primo passo, quando si sentì afferrare per le braccia. E sentì due voci orribili e profonde, che gli dissero:

— O la borsa o la vita! —

Pinocchio non poteva rispondere con le parole, a causa delle monete che aveva in bocca. Di quei due incappucciati si vedevano soltanto gli occhi, attraverso i buchi dei sacchi. Pinocchio fece mille inchini e mille gesti. Voleva far capire che lui era un povero burattino. E che in tasca non aveva nemmeno un centesimo falso.

— Via, via! Meno chiacchiere e fuori i denari! — gridarono minacciosi i due briganti.

E il burattino fece con la testa e con le mani un segno, come per dire: «Non ne ho.»

— Metti fuori i denari o sei morto! — disse l'assassino più alto.

— Morto! — ripeté l'altro.

— E dopo aver ammazzato te, ammazzeremo anche tuo padre!

— Anche tuo padre!

— No, no, no, il mio povero babbo no! — gridò Pinocchio, disperato. Ma mentre gridava così, gli zecchini suonarono nella sua bocca.

— Ah, furfante! Dunque i denari te li sei nascosti sotto la lingua? Sputali subito! —

Ma Pinocchio, duro.

— Ah! Tu fai il sordo? Aspetta un po', che ci pensiamo noi a farteli sputare! —

Infatti uno di loro afferrò il burattino per la punta del naso, e l'altro lo prese per il mento. E cominciarono a tirare senza nessuna gentilezza, uno da una parte e l'altro dall'altra. Volevano costringerlo ad aprire la bocca. Ma non ci fu niente da fare. La bocca del burattino sembrava inchiodata e chiusa per sempre.

Allora l'assassino più piccolo tirò fuori un grosso coltello. Provò a infilarglielo fra le labbra, come una leva o uno scalpello. Ma Pinocchio, veloce come un lampo, gli prese la mano con i denti. Con un morso gliela staccò di netto e la sputò. Figuratevi la sua meraviglia quando si accorse che non aveva sputato una mano! Per terra c'era uno zampetto di gatto.

Questa prima vittoria gli diede coraggio. Si liberò con la forza dalle unghie degli assassini, saltò la siepe della strada e cominciò a fuggire per la campagna. E gli assassini a correre dietro a lui, come due cani dietro a una lepre. Quello che aveva perduto uno zampetto correva con una gamba sola. Nessuno ha mai saputo come facesse.

Dopo una corsa di quindici chilometri, Pinocchio non ne poteva più. Allora, vedendosi perduto, si arrampicò sul tronco di un altissimo pino. E si mise a sedere in cima, fra i rami. Gli assassini provarono a salire anche loro. Ma a metà del tronco scivolarono, caddero a terra e si sbucciarono le mani e i piedi.

Non per questo si diedero per vinti. Anzi, raccolsero un fascio di legna secca ai piedi del pino e ci diedero fuoco. In un attimo il pino cominciò a bruciare e a fare grandi fiamme, come una candela mossa dal vento. Pinocchio vide che le fiamme salivano sempre di più. Non voleva fare la fine del piccione arrosto. Così fece un bel salto dalla cima dell'albero. E via, di nuovo a correre attraverso i campi e le vigne! E gli assassini dietro, sempre dietro, senza stancarsi mai.

Intanto cominciava a spuntare il giorno. All'improvviso un fosso largo e profondissimo gli bloccò la strada. Era tutto pieno di acqua sporca, color del caffè e latte. Che fare? «Una, due, tre!» gridò il burattino. Prese una gran rincorsa e saltò dall'altra parte. Saltarono anche gli assassini. Ma non avevano preso bene la misura e, *patatunfete!*... caddero giù, proprio in mezzo al fosso. Pinocchio sentì il tonfo e gli schizzi dell'acqua. E continuando a correre, urlò ridendo:

— Buon bagno, signori assassini. —

E già pensava che fossero bell'e affogati. Ma quando si voltò a guardare, si accorse che gli correvano ancora dietro tutti e due. Erano sempre avvolti nei loro sacchi e perdevano acqua da tutte le parti, come due cesti senza fondo.

### Glossario

- **fanno la predica**: dicono a qualcuno, a lungo, che cosa deve fare e che cosa non deve fare.
- **fruscio**: rumore leggero, come quello delle foglie mosse.
- **sacchi da carbone**: grandi sacchi di tela ruvida dove si mette il carbone.
- **incappucciati**: persone con la testa coperta, che non si possono riconoscere.
- **briganti**: ladri che attaccano le persone per strada.
- **furfante**: persona cattiva e disonesta.
- **zampetto**: piccola zampa, piede di un animale.
- **siepe**: fila di piante basse e fitte lungo una strada o un campo.
- **fosso**: lunga buca nella terra, piena d'acqua, ai lati dei campi.
- **patatunfete**: parola che imita il rumore di qualcuno che cade nell'acqua.
- **sgridano**: parlano in modo duro a qualcuno che ha sbagliato.
- **maleducati**: che non si comportano bene con gli altri.
- **inchiodata**: chiusa con i chiodi.
- **infilarglielo**: metterglielo dentro, spingendo.
- **arrampicò**: (arrampicarsi) salì in alto aiutandosi con le mani e con i piedi.
- **sbucciarono**: (sbucciarsi) si fecero male e persero un po' di pelle.
- **raccolsero**: (raccogliere) presero da terra e misero insieme.
- **rincorsa**: breve corsa che si fa prima di saltare.

## Capitolo XV. Gli assassini inseguono Pinocchio; e dopo averlo raggiunto lo impiccano a un ramo della Quercia grande.

Allora il burattino perse il coraggio. Stava proprio per buttarsi a terra e darsi per vinto. Ma guardandosi intorno, vide lontano, in mezzo al verde scuro degli alberi, una casina bianca come la neve.

— Se io avessi tanto fiato da arrivare fino a quella casa, forse sarei salvo! — disse dentro di sé.

E senza perdere un minuto, ricominciò a correre per il bosco a tutta velocità. E gli assassini sempre dietro.

Dopo una corsa disperata di quasi due ore, arrivò finalmente alla porta di quella casina, tutto senza fiato. E bussò.

Nessuno rispose.

Bussò di nuovo, più forte, perché sentiva avvicinarsi il rumore dei passi. Sentiva anche il respiro grosso e affannato dei suoi inseguitori.

Lo stesso silenzio.

Capì che bussare non serviva a niente. Allora, per disperazione, cominciò a dare calci e colpi di testa contro la porta. In quel momento si affacciò alla finestra una bella Bambina. Aveva i capelli turchini e il viso bianco come un'immagine di cera. Aveva gli occhi chiusi e le mani incrociate sul petto. Senza muovere per niente le labbra, disse con una vocina che sembrava venire dall'altro mondo:

— In questa casa non c'è nessuno; sono tutti morti.

— Aprimi almeno tu! — gridò Pinocchio, piangendo e pregando.

— Sono morta anch'io.

— Morta? E allora che cosa fai lì alla finestra?

— Aspetto la bara che venga a portarmi via. —

Appena detto questo, la Bambina sparì e la finestra si richiuse senza fare rumore.

— O bella Bambina dai capelli turchini — gridava Pinocchio — aprimi, per carità! Abbi compassione di un povero ragazzo inseguito dagli assass.... —

Ma non poté finire la parola, perché si sentì afferrare per il collo. E le solite due brutte voci brontolarono minacciose:

— Ora non ci scappi più! —

Il burattino vide la morte davanti agli occhi. Cominciò a tremare così forte che facevano rumore le giunture delle sue gambe di legno. E facevano rumore anche i quattro zecchini che teneva nascosti sotto la lingua.

— Dunque? — gli domandarono gli assassini. — Vuoi aprirla la bocca, sì o no? Ah! Non rispondi? Lascia fare: questa volta te la faremo aprire noi!... —

E tirarono fuori due grossi coltelli, lunghi lunghi e affilati come rasoi. *Zaff* e *zaff*... gli diedero due colpi in mezzo alla schiena.

Ma per sua fortuna il burattino era fatto di un legno durissimo. Per questo le lame si spezzarono in mille schegge. E gli assassini rimasero con il manico dei coltelli in mano, a guardarsi in faccia.

— Ho capito — disse allora uno di loro. — Bisogna impiccarlo. Impicchiamolo!

— Impicchiamolo — ripeté l'altro.

Detto fatto, gli legarono le mani dietro la schiena. Poi gli passarono un nodo scorsoio intorno alla gola. E lo appesero, penzoloni, al ramo di un grosso albero chiamato la Quercia grande.

Poi si sedettero là sull'erba. Aspettavano che il burattino desse l'ultimo calcio. Ma dopo tre ore il burattino aveva ancora gli occhi aperti e la bocca chiusa. E muoveva le gambe più che mai.

Alla fine si stancarono di aspettare. Si voltarono verso Pinocchio e gli dissero, ridendo con cattiveria:

— Addio, a domani. Quando torneremo qui domani, speriamo che ci farai la gentilezza di farti trovare bell'e morto, con la bocca spalancata. —

E se ne andarono.

Intanto si era alzato un vento violento di tramontana. Soffiava e urlava con rabbia, e sbatteva qua e là il povero impiccato. Lo faceva dondolare forte, come il battaglio di una campana che suona a festa. Quel dondolio gli dava dolori fortissimi. E il nodo scorsoio si stringeva sempre di più alla gola e gli toglieva il respiro.

A poco a poco gli occhi gli si annebbiarono. Sentiva che la morte si avvicinava. Eppure sperava sempre che da un momento all'altro arrivasse qualche anima buona ad aiutarlo.

Ma aspetta, aspetta, non arrivava nessuno, proprio nessuno. Allora gli tornò in mente il suo povero babbo.... e balbettò, quasi morente:

— Oh babbo mio! Se tu fossi qui!... —

E non ebbe fiato per dire altro. Chiuse gli occhi, aprì la bocca, allungò le gambe. Poi diede un grande scossone e rimase lì, rigido come se fosse gelato.

### Glossario

- **inseguitori**: persone che corrono dietro a qualcuno per prenderlo.
- **immagine di cera**: statuetta fatta di cera, molto bianca e senza vita.
- **bara**: cassa di legno dove si mette un morto.
- **giunture**: i punti dove le parti del corpo si piegano, come il ginocchio.
- **affilati come rasoi**: molto taglienti.
- **nodo scorsoio**: nodo che si stringe sempre di più quando si tira la corda.
- **penzoloni**: appeso in alto, con le gambe che pendono nel vuoto.
- **tramontana**: vento freddo che viene dal nord.
- **battaglio**: il pezzo di metallo dentro la campana che, battendo, la fa suonare.
- **brontolarono**: (brontolare) dissero a voce bassa, con rabbia.
- **zaff**: parola che imita il rumore di un colpo di coltello.
- **schegge**: piccoli pezzi appuntiti di legno, vetro o metallo rotto.
- **impiccarlo**: (impiccare) ucciderlo appendendolo per il collo con una corda.
- **spalancata**: aperta del tutto.
- **annebbiarono**: (annebbiarsi) diventarono come pieni di nebbia: non vedevano più bene.
- **balbettò**: (balbettare) parlò male, a fatica, ripetendo i suoni.

## Capitolo XVI. La bella Bambina dai capelli turchini fa raccogliere il burattino: lo mette a letto, e chiama tre medici per sapere se sia vivo o morto.

Il povero Pinocchio era appeso a un ramo della Quercia grande, dove l'avevano impiccato gli assassini. Ormai sembrava più morto che vivo. In quel momento la bella Bambina dai capelli turchini si affacciò di nuovo alla finestra. Vide quel poveretto appeso per il collo, che ballava il trescone ai colpi della tramontana. Ne ebbe pietà e batté tre volte le mani: fece tre piccoli colpi.

A questo segnale si sentì un gran rumore di ali che volavano velocissime. E un grosso Falco venne a posarsi sul davanzale della finestra.

— Che cosa comandate, mia graziosa Fata? — disse il Falco, abbassando il becco in segno di rispetto. Perché bisogna sapere che la Bambina dai capelli turchini, in fin dei conti, era una Fata buonissima. Da più di mille anni abitava vicino a quel bosco.

— Vedi tu quel burattino appeso penzoloni a un ramo della Quercia grande?

— Lo vedo.

— Bene: vola subito laggiù. Rompi con il tuo fortissimo becco il nodo che lo tiene appeso in aria. Poi posalo delicatamente, disteso sull'erba, ai piedi della Quercia. —

Il Falco volò via, e dopo due minuti tornò dicendo:

— Quello che mi avete comandato è fatto.

— E come l'hai trovato? Vivo o morto?

— A vederlo sembrava morto. Ma non deve essere ancora morto del tutto. Infatti, appena gli ho sciolto il nodo scorsoio intorno alla gola, ha fatto un sospiro. E ha detto a fatica, a mezza voce: «Ora mi sento meglio!...» —

Allora la Fata batté le mani e fece due piccoli colpi. Apparve un magnifico Can-barbone, che camminava dritto sulle zampe di dietro, proprio come se fosse un uomo.

Il Can-barbone era vestito da cocchiere, con la livrea di gala. In testa aveva un cappellino a tre punte con i bordi d'oro. Portava una parrucca bionda, con i riccioli che gli scendevano giù per il collo. Aveva una giacca color cioccolata con i bottoni di diamanti. La giacca aveva due grandi tasche, per tenerci gli ossi che la padrona gli regalava a pranzo. Portava anche pantaloni corti di velluto rosso scuro, calze di seta e scarpine basse. E dietro aveva una specie di fodera da ombrello, tutta di raso turchino. Ci metteva dentro la coda quando cominciava a piovere.

— Su, da bravo, Medoro! — disse la Fata al Can-barbone. — Fa' subito attaccare la più bella carrozza della mia scuderia e prendi la strada del bosco. Quando arriverai sotto la Quercia grande, troverai un povero burattino mezzo morto, disteso sull'erba. Raccoglilo con gentilezza e posalo con cura sui cuscini della carrozza. Poi portamelo qui. Hai capito? —

Il Can-barbone voleva far capire che aveva capito. Così agitò tre o quattro volte la fodera di raso turchino che aveva dietro. E partì veloce come un cavallo da corsa.

Poco dopo si vide uscire dalla scuderia una bella carrozzina color dell'aria. Era tutta imbottita di piume di canarino. Dentro era foderata di panna montata e di crema con i savoiardi. La carrozzina era tirata da cento coppie di topini bianchi. Il Can-barbone, seduto al posto del cocchiere, schioccava la frusta a destra e a sinistra. Sembrava un vetturino che ha paura di essere in ritardo.

Non era ancora passato un quarto d'ora, quando la carrozzina tornò. La Fata stava aspettando sulla porta di casa. Prese in braccio il povero burattino e lo portò in una cameretta con le pareti di madreperla. Poi mandò subito a chiamare i medici più famosi del vicinato.

E i medici arrivarono subito, uno dopo l'altro: arrivarono cioè un Corvo, una Civetta e un Grillo-parlante.

— Vorrei sapere da lor signori — disse la Fata ai tre medici riuniti intorno al letto di Pinocchio. — Vorrei sapere da lor signori se questo sfortunato burattino sia vivo o morto!... —

A queste parole il Corvo si fece avanti per primo. Tastò il polso a Pinocchio, poi gli tastò il naso, poi il dito mignolo dei piedi. Quando ebbe tastato ben bene, disse con aria solenne queste parole:

— Secondo me il burattino è bell'e morto. Ma se per disgrazia non fosse morto, allora sarebbe segno sicuro che è ancora vivo!

— Mi dispiace — disse la Civetta — di dover contraddire il Corvo, mio illustre amico e collega. Per me, invece, il burattino è ancora vivo. Ma se per disgrazia non fosse vivo, allora sarebbe segno che è morto davvero.

— E lei non dice nulla? — domandò la Fata al Grillo-parlante.

— Io dico questo: quando il medico prudente non sa quello che dice, la cosa migliore è stare zitto. Del resto quel burattino lì non è una faccia nuova per me. Lo conosco da molto tempo! —

Fino a quel momento Pinocchio era stato immobile come un vero pezzo di legno. Ma ora ebbe una specie di tremito forte, che fece tremare tutto il letto.

— Quel burattino lì — continuò il Grillo-parlante — è una birba matricolata.... —

Pinocchio aprì gli occhi e li richiuse subito.

— È un monellaccio, uno svogliato, un vagabondo.... —

Pinocchio si nascose la faccia sotto le lenzuola.

— Quel burattino lì è un figlio disubbidiente, che farà morire di crepacuore il suo povero babbo!... —

A questo punto si sentì nella camera un suono soffocato di pianti e singhiozzi. Figuratevi come rimasero tutti! Alzarono un poco le lenzuola e si accorsero che quello che piangeva e singhiozzava era Pinocchio.

— Quando il morto piange, è segno che è in via di guarigione — disse con aria solenne il Corvo.

— Mi dispiace contraddire il mio illustre amico e collega — aggiunse la Civetta. — Ma per me, quando il morto piange, è segno che gli dispiace morire. —

### Glossario

- **ballava il trescone**: faceva un ballo di campagna molto agitato; qui il burattino si muove nel vento come se ballasse.
- **davanzale**: la parte piana in basso della finestra, dove si può appoggiare qualcosa.
- **livrea di gala**: vestito elegante dei servitori di una famiglia ricca, per le grandi occasioni.
- **raso**: stoffa lucida e liscia.
- **scuderia**: stalla dove si tengono i cavalli e le carrozze.
- **madreperla**: materiale bianco e lucente che si trova dentro alcune conchiglie.
- **Tastò il polso**: toccò il braccio per sentire il battito del cuore.
- **collega**: persona che fa lo stesso lavoro.
- **birba matricolata**: ragazzo molto furbo e cattivo.
- **morire di crepacuore**: morire per un grande dolore.
- **delicatamente**: piano, con molta attenzione, senza fare male.
- **disteso**: lungo per terra, non in piedi.
- **cocchiere**: l'uomo che guida i cavalli di una carrozza.
- **fodera**: qui: una specie di sacchetto di stoffa dove si mette l'ombrello chiuso.
- **imbottita**: riempita di qualcosa di morbido.
- **canarino**: piccolo uccello giallo che canta.
- **foderata**: coperta all'interno.
- **schioccava**: (schioccare) faceva fare un colpo secco e forte alla frusta.
- **lor**: (lor signori) loro signori: modo molto gentile di parlare a più persone.
- **tastato**: (tastare) toccato con le dita per sentire.
- **mignolo**: il dito più piccolo della mano o del piede.
- **contraddire**: dire il contrario di quello che dice un altro.

## Capitolo XVII. Pinocchio mangia lo zucchero, ma non vuol purgarsi; però quando vede i becchini che vengono a portarlo via, allora si purga. Poi dice una bugia e per gastigo gli cresce il naso.

Appena i tre medici furono usciti dalla camera, la Fata si avvicinò a Pinocchio. Gli toccò la fronte e si accorse che aveva una febbre altissima.

Allora sciolse una certa polverina bianca in mezzo bicchiere d'acqua. Lo diede al burattino e gli disse con amore:

— Bevila, e in pochi giorni sarai guarito. —

Pinocchio guardò il bicchiere, storse un po' la bocca e poi domandò con voce lamentosa:

— È dolce o amara?

— È amara, ma ti farà bene.

— Se è amara non la voglio.

— Da' retta a me: bevila.

— A me l'amaro non mi piace.

— Bevila: e quando l'avrai bevuta, ti darò una pallina di zucchero, per rifarti la bocca.

— Dov'è la pallina di zucchero?

— Eccola qui — disse la Fata, e la tirò fuori da una zuccheriera d'oro.

— Prima voglio la pallina di zucchero, e poi berrò quell'acquaccia amara....

— Me lo prometti?

— Sì.... —

La Fata gli diede la pallina. Pinocchio la sgranocchiò e la mandò giù in un attimo. Poi disse, leccandosi le labbra:

— Che bella cosa, se anche lo zucchero fosse una medicina!... Mi purgherei tutti i giorni.

— Ora mantieni la promessa e bevi queste poche gocce d'acqua, che ti faranno tornare la salute. —

Pinocchio prese il bicchiere in mano di malavoglia e ci mise dentro la punta del naso. Poi lo avvicinò alla bocca. Poi tornò a metterci dentro la punta del naso. Finalmente disse:

— È troppo amara! Troppo amara! Io non la posso bere.

— Come fai a dirlo, se non l'hai nemmeno assaggiata?

— Me lo immagino! L'ho sentita dall'odore. Voglio prima un'altra pallina di zucchero.... e poi la berrò! —

Allora la Fata, con tutta la pazienza di una buona mamma, gli mise in bocca un altro po' di zucchero. E dopo gli diede di nuovo il bicchiere.

— Così non lo posso bere! — disse il burattino, facendo mille smorfie.

— Perché?

— Perché mi dà fastidio quel cuscino che ho laggiù sui piedi. —

La Fata gli portò via il cuscino.

— È inutile! Nemmeno così la posso bere.

— Che cos'altro ti dà fastidio?

— Mi dà fastidio la porta della camera, che è mezza aperta. —

La Fata andò e chiuse la porta della camera.

— Insomma — gridò Pinocchio, scoppiando a piangere — quest'acquaccia amara non la voglio bere, no, no, no!...

— Ragazzo mio, te ne pentirai....

— Non me ne importa....

— La tua malattia è grave.

— Non me ne importa.....

— La febbre ti porterà in poche ore all'altro mondo....

— Non me ne importa....

— Non hai paura della morte?

— Nessuna paura! Piuttosto morire, che bere quella medicina cattiva. —

A questo punto la porta della camera si aprì tutta, di colpo. Entrarono quattro conigli neri come l'inchiostro, che portavano sulle spalle una piccola bara da morto.

— Che cosa volete da me? — gridò Pinocchio, e si tirò su a sedere sul letto, tutto spaventato.

— Siamo venuti a prenderti — rispose il coniglio più grosso.

— A prendermi? Ma io non sono ancora morto!...

— Ancora no: ma ti restano pochi momenti di vita. Perché hai rifiutato di bere la medicina che ti avrebbe guarito dalla febbre!

— O Fata mia, o Fata mia! — cominciò allora a strillare il burattino. — Datemi subito quel bicchiere.... Sbrigatevi, per carità, perché non voglio morire, no.... non voglio morire. —

E prese il bicchiere con tutte e due le mani e lo vuotò in un fiato.

— Pazienza! — dissero i conigli. — Per questa volta abbiamo fatto il viaggio per niente. — Si misero di nuovo sulle spalle la piccola bara e uscirono dalla camera, brontolando e borbottando fra i denti.

Fatto sta che, pochi minuti dopo, Pinocchio saltò giù dal letto, bell'e guarito. Perché bisogna sapere che i burattini di legno hanno un privilegio: si ammalano di rado e guariscono prestissimo.

La Fata lo vide correre e giocare per la camera, vivace e allegro come un galletto giovane. E gli disse:

— Dunque la mia medicina ti ha fatto bene davvero?

— Altro che bene! Mi ha rimesso al mondo!

— E allora perché ti sei fatto pregare tanto per berla?

— È che noi ragazzi siamo tutti così! Abbiamo più paura delle medicine che del male.

— Vergogna! I ragazzi dovrebbero saperlo. Una buona medicina presa in tempo può salvarli da una grave malattia, e forse anche dalla morte....

— Oh! Ma un'altra volta non mi farò pregare tanto! Mi ricorderò di quei conigli neri, con la bara sulle spalle.... E allora prenderò subito il bicchiere in mano, e giù....

— Ora vieni un po' qui da me, e raccontami come è andata. Come sei finito nelle mani degli assassini?

— È andata così: il burattinaio Mangiafoco mi diede cinque monete d'oro e mi disse: «To', portale al tuo babbo!» E io invece per la strada trovai una Volpe e un Gatto, due persone molto per bene. E loro mi dissero: «Vuoi che queste monete diventino mille e duemila? Vieni con noi, e ti porteremo al Campo dei miracoli.» E io dissi: «Andiamo.» E loro dissero: «Fermiamoci qui all'osteria del Gambero Rosso, e dopo la mezzanotte ripartiremo.» E io, quando mi svegliai, non c'erano più, perché erano partiti. Allora io cominciai a camminare di notte, e c'era un buio che sembrava impossibile. E così trovai per la strada due assassini dentro due sacchi da carbone. E mi dissero: «Metti fuori i quattrini.» E io dissi: «Non ce n'ho», perché le monete d'oro me le ero nascoste in bocca. E uno degli assassini provò a mettermi le mani in bocca. E io con un morso gli staccai la mano e poi la sputai. Ma invece di una mano sputai uno zampetto di gatto. E gli assassini a corrermi dietro, e io corri che ti corri, finché mi presero. E mi legarono per il collo a un albero di questo bosco. E dicevano: «Domani torneremo qui, e allora sarai morto e con la bocca aperta. Così ti porteremo via le monete d'oro che hai nascosto sotto la lingua.» —

— E ora le quattro monete dove le hai messe? — gli domandò la Fata.

— Le ho perdute! — rispose Pinocchio. Ma disse una bugia, perché invece le aveva in tasca.

Appena detta la bugia, il suo naso, che era già lungo, gli crebbe subito di due dita.

— E dove le hai perdute?

— Nel bosco qui vicino. —

A questa seconda bugia, il naso continuò a crescere.

— Se le hai perdute nel bosco vicino — disse la Fata — le cercheremo e le ritroveremo. Perché tutto quello che si perde nel bosco vicino si ritrova sempre.

— Ah! Ora che mi ricordo bene — rispose il burattino, confondendosi — le quattro monete non le ho perdute. Le ho inghiottite senza accorgermene, mentre bevevo la vostra medicina. —

A questa terza bugia, il naso gli si allungò in un modo straordinario. Si allungò così tanto che il povero Pinocchio non poteva più girarsi da nessuna parte. Se si voltava di qua, batteva il naso nel letto o nei vetri della finestra. Se si voltava di là, lo batteva nelle pareti o nella porta della camera. Se alzava un po' di più la testa, rischiava di infilarlo in un occhio della Fata.

E la Fata lo guardava e rideva.

— Perché ridete? — le domandò il burattino. Era tutto confuso e preoccupato per quel suo naso, che cresceva a vista d'occhio.

— Rido della bugia che hai detto.

— Come fate a sapere che ho detto una bugia?

— Le bugie, ragazzo mio, si riconoscono subito, perché ce ne sono di due specie. Ci sono le bugie che hanno le gambe corte, e le bugie che hanno il naso lungo. La tua, appunto, è di quelle che hanno il naso lungo. —

Pinocchio non sapeva più dove nascondersi per la vergogna. Provò a scappare dalla camera, ma non ci riuscì. Il suo naso era cresciuto tanto che non passava più dalla porta.

### Glossario

- **polverina**: medicina in forma di polvere fine.
- **rifarti la bocca**: toglierti dalla bocca un sapore cattivo con qualcosa di buono.
- **zuccheriera**: piccolo vaso dove si tiene lo zucchero.
- **sgranocchiò**: mangiò masticando una cosa dura che fa rumore.
- **Mi purgherei**: prenderei una medicina che pulisce lo stomaco e la pancia.
- **smorfie**: brutte facce che si fanno per mostrare che qualcosa non piace.
- **bara**: cassa di legno dove si mette un morto.
- **un privilegio**: una fortuna speciale che altri non hanno.
- **inghiottite**: mandate giù senza masticare.
- **a vista d'occhio**: così in fretta che si vede crescere.
- **malavoglia**: (di malavoglia) senza voglia, controvoglia.
- **pentirai**: (pentirsi) sarai triste e dispiaciuto di quello che hai fatto.
- **strillare**: gridare forte, con voce acuta.
- **brontolando**: (brontolare) parlando a voce bassa, scontenti e arrabbiati.
- **borbottando**: (borbottare) parlando a voce bassa, in modo che non si capisce bene.
- **ammalano**: (ammalarsi) diventano malati.
- **galletto**: giovane gallo.
- **burattinaio**: uomo che fa recitare i burattini nel suo teatro.
- **accorgermene**: (accorgersi) capire, notare quello che succede.

## Capitolo XVIII. Pinocchio ritrova la Volpe e il Gatto, e va con loro a seminare le quattro monete nel Campo dei miracoli.

Come potete immaginare, la Fata lasciò che il burattino piangesse e urlasse per una buona mezz'ora. Il suo naso, infatti, non passava più dalla porta della camera. La Fata lo fece per dargli una lezione severa. Voleva che si correggesse dal brutto vizio di dire bugie, il vizio più brutto che possa avere un ragazzo. Ma poi lo vide con la faccia stravolta e con gli occhi fuori dalla testa per la disperazione. Allora ne ebbe pietà e batté le mani. A quel segnale entrarono nella camera, dalla finestra, un migliaio di grossi uccelli chiamati *Picchi*. Si posarono tutti sul naso di Pinocchio e cominciarono a beccarlo tanto e poi tanto. Così, in pochi minuti, quel naso enorme ed esagerato tornò alla sua grandezza naturale.

— Quanto siete buona, Fata mia — disse il burattino, asciugandosi gli occhi — e quanto bene vi voglio!

— Ti voglio bene anch'io — rispose la Fata. — E se tu vuoi rimanere con me, tu sarai il mio fratellino e io la tua buona sorellina....

— Io resterei volentieri.... ma il mio povero babbo?

— Ho pensato a tutto. Il tuo babbo è già stato avvisato: e prima che faccia notte, sarà qui.

— Davvero? — gridò Pinocchio, saltando dalla gioia. — Allora, Fatina mia, se siete d'accordo, vorrei andargli incontro! Non vedo l'ora di dare un bacio a quel povero vecchio, che ha sofferto tanto per me!

— Va' pure, ma bada di non perderti. Prendi la strada del bosco, e sono sicura che lo incontrerai. —

Pinocchio partì. Appena entrato nel bosco, cominciò a correre come un capriolo. Ma quando arrivò a un certo punto, quasi davanti alla Quercia grande, si fermò, perché gli era sembrato di sentire gente in mezzo ai cespugli. Infatti vide apparire sulla strada... indovinate chi?... La Volpe e il Gatto! Erano i due compagni di viaggio che avevano cenato con lui all'osteria del Gambero Rosso.

— Ecco il nostro caro Pinocchio! — gridò la Volpe, abbracciandolo e baciandolo. — Come mai sei qui?

— Come mai sei qui? — ripeté il Gatto.

— È una storia lunga — disse il burattino — e ve la racconterò con calma. Sappiate però che l'altra notte, quando mi avete lasciato solo all'osteria, ho trovato gli assassini per la strada....

— Gli assassini?... Oh, povero amico! E che cosa volevano?

— Mi volevano rubare le monete d'oro.

— Infami!... — disse la Volpe.

— Infamissimi! — ripeté il Gatto.

— Ma io cominciai a scappare — continuò il burattino — e loro sempre dietro. Alla fine mi presero e mi impiccarono a un ramo di quella quercia.... —

E Pinocchio indicò la Quercia grande, che era lì a due passi.

— Si può sentire di peggio? — disse la Volpe. — In che mondo siamo condannati a vivere! Dove troveremo un rifugio sicuro noi galantuomini? —

Mentre parlavano così, Pinocchio si accorse che il Gatto era zoppo della gamba destra davanti. Era zoppo perché in fondo alla gamba gli mancava tutto lo zampetto con le unghie. Così gli domandò:

— Che cosa hai fatto del tuo zampetto? —

Il Gatto voleva rispondere qualcosa, ma si confuse. Allora la Volpe disse subito:

— Il mio amico è troppo modesto, e per questo non risponde. Risponderò io per lui. Sappi dunque che un'ora fa abbiamo incontrato sulla strada un vecchio lupo. Era quasi svenuto dalla fame, e ci ha chiesto un po' di elemosina. Noi non avevamo da dargli nemmeno una lisca di pesce. E allora che cosa ha fatto il mio amico, che ha davvero un cuore di Cesare? Si è staccato con i denti uno zampetto delle gambe davanti. E l'ha gettato a quella povera bestia, perché potesse mangiare qualcosa. —

E la Volpe, nel dire così, si asciugò una lacrima.

Anche Pinocchio era commosso. Si avvicinò al Gatto e gli sussurrò in un orecchio:

— Se tutti i gatti ti somigliassero, fortunati i topi!

— E ora che cosa fai da queste parti? — domandò la Volpe al burattino.

— Aspetto il mio babbo, che deve arrivare qui da un momento all'altro.

— E le tue monete d'oro?

— Le ho ancora in tasca, meno una che ho speso all'osteria del Gambero Rosso.

— E pensare che domani, invece di quattro monete, potrebbero diventare mille e duemila! Perché non dai retta al mio consiglio? Perché non vai a seminarle nel Campo dei miracoli?

— Oggi è impossibile: ci andrò un altro giorno.

— Un altro giorno sarà tardi! — disse la Volpe.

— Perché?

— Perché quel campo è stato comprato da un gran signore. Da domani in poi nessuno potrà più seminarci i denari.

— Quanto è lontano da qui il Campo dei miracoli?

— Appena due chilometri. Vuoi venire con noi? Fra mezz'ora sei là. Semini subito le quattro monete, e dopo pochi minuti ne raccogli duemila. E stasera ritorni qui con le tasche piene. Vuoi venire con noi? —

Pinocchio esitò un poco a rispondere. Esitò perché gli tornarono in mente la buona Fata, il vecchio Geppetto e gli avvertimenti del Grillo-parlante. Ma alla fine fece come fanno tutti i ragazzi senza un filo di giudizio e senza cuore. Cioè fece una piccola scrollata di testa e disse alla Volpe e al Gatto:

— Andiamo pure; io vengo con voi. —

E partirono.

Dopo aver camminato mezza giornata, arrivarono a una città che si chiamava «Acchiappacitrulli». Appena entrato in città, Pinocchio vide le strade tutte piene di animali. C'erano cani quasi senza pelo, che sbadigliavano per la fame. C'erano pecore tosate, che tremavano dal freddo. C'erano galline senza cresta e senza bargigli, che chiedevano l'elemosina di un chicco di granturco. C'erano grosse farfalle che non potevano più volare, perché avevano venduto le loro bellissime ali colorate. C'erano pavoni senza coda, che si vergognavano di farsi vedere. E c'erano fagiani che camminavano piano piano, in silenzio. Pensavano con tristezza alle loro splendide penne d'oro e d'argento, perdute ormai per sempre.

In mezzo a questa folla di mendicanti e di poveri che si vergognavano, passavano ogni tanto alcune carrozze eleganti. Dentro c'era qualche Volpe, o qualche Gazza ladra, o qualche brutto uccello di rapina.

— E il Campo dei miracoli dov'è? — domandò Pinocchio.

— È qui a due passi. —

Detto fatto, attraversarono la città. Uscirono fuori dalle mura e si fermarono in un campo solitario. Più o meno, somigliava a tutti gli altri campi.

— Eccoci arrivati — disse la Volpe al burattino. — Ora chinati a terra, scava con le mani una piccola buca nel campo e mettici dentro le monete d'oro. —

Pinocchio obbedì. Scavò la buca e ci mise le quattro monete d'oro che gli erano rimaste. Poi ricoprì la buca con un po' di terra.

— Ora — disse la Volpe — va' al canale qui vicino e prendi un secchio d'acqua. Poi annaffia il terreno dove hai seminato. —

Pinocchio andò al canale. Lì per lì non aveva un secchio, e così si tolse dal piede una ciabatta. La riempì d'acqua e annaffiò la terra che copriva la buca. Poi domandò:

— C'è altro da fare?

— Nient'altro — rispose la Volpe. — Ora possiamo andare via. Tu poi ritorna qui fra una ventina di minuti. Troverai l'alberello già spuntato dalla terra, con i rami tutti carichi di monete. —

Il povero burattino era fuori di sé dalla gioia. Ringraziò mille volte la Volpe e il Gatto, e promise loro un bellissimo regalo.

— Noi non vogliamo regali — risposero quei due imbroglioni. — A noi basta averti insegnato il modo di diventare ricco senza fare fatica. E siamo contenti come pasque. —

Detto questo, salutarono Pinocchio. Gli augurarono un buon raccolto e se ne andarono per i fatti loro.

### Glossario

- **la faccia stravolta**: la faccia cambiata da un grande dolore o da una grande paura.
- **Picchi**: uccelli che battono il becco sul legno degli alberi.
- **capriolo**: piccolo animale del bosco, simile a un cervo, che corre e salta veloce.
- **Infami**: persone molto cattive e disoneste.
- **galantuomini**: uomini onesti e per bene.
- **elemosina**: soldi o cibo che si danno ai poveri.
- **lisca**: le piccole ossa sottili del pesce.
- **un cuore di Cesare**: un cuore molto generoso.
- **bargigli**: la pelle rossa che pende sotto il becco delle galline.
- **ciabatta**: scarpa leggera e comoda, da casa.
- **contenti come pasque**: felicissimi.
- **asciugandosi**: (asciugarsi) togliendosi le lacrime dagli occhi.
- **asciugò**: (asciugare) tolse l'acqua o le lacrime.
- **impiccarono**: (impiccare) appesero per il collo con una corda, per uccidere.
- **zoppo**: che cammina male, perché ha una gamba ferita o malata.
- **svenuto**: (svenire) caduto senza forze, quasi senza sentire più niente.
- **sussurrò**: (sussurrare) disse a voce molto bassa.
- **somigliassero**: (somigliare) fossero come te.
- **raccogli**: (raccogliere) prendi i frutti di quello che hai seminato.
- **scrollata**: un movimento veloce della testa, per dire che non importa.
- **sbadigliavano**: (sbadigliare) aprivano la bocca per fame, sonno o noia.
- **tosate**: con la lana tagliata via.
- **pavoni**: grandi uccelli con una coda lunga e bellissima, di molti colori.
- **fagiani**: uccelli dei campi, con belle penne colorate.

## Capitolo XIX. Pinocchio è derubato delle sue monete d'oro, e per gastigo si busca quattro mesi di prigione.

Il burattino tornò in città e cominciò a contare i minuti, uno per uno. Quando gli sembrò che fosse l'ora, riprese subito la strada che portava al Campo dei miracoli.

Camminava in fretta, e il cuore gli batteva forte. Faceva tic, tac, tic, tac, come un orologio da salotto quando funziona davvero. E intanto pensava dentro di sé:

— E se sui rami dell'albero, invece di mille monete, ne trovassi duemila?... E se invece di duemila ne trovassi cinquemila? E se invece di cinquemila ne trovassi centomila? Oh, che gran signore diventerei allora!... Vorrei avere un bel palazzo. Vorrei mille cavallini di legno e mille stalle, per poterci giocare. Vorrei una cantina piena di rosolio e di alchermes. E vorrei una libreria tutta piena di frutta candita, di torte, di panettoni, di torroni alle mandorle e di cialde con la panna. —

Sognava così a occhi aperti, e intanto arrivò vicino al campo. Lì si fermò a guardare: forse poteva vedere qualche albero con i rami pieni di monete. Ma non vide nulla. Fece altri cento passi avanti, e nulla. Entrò nel campo.... andò proprio su quella piccola buca dove aveva messo sotto terra i suoi zecchini, e nulla. Allora diventò pensieroso. Dimenticò le regole del Galateo e della buona educazione, tirò fuori una mano dalla tasca e si grattò la testa per molto, molto tempo.

In quel momento sentì una gran risata, proprio vicino agli orecchi. Guardò in su e vide sopra un albero un grosso Pappagallo. Il Pappagallo si puliva con il becco le poche penne che aveva addosso.

— Perché ridi? — gli domandò Pinocchio con voce arrabbiata.

— Rido perché, mentre mi pulivo le penne, mi sono fatto il solletico sotto le ali. —

Il burattino non rispose. Andò al fosso e riempì d'acqua la solita ciabatta. Poi si mise di nuovo a bagnare la terra che copriva le monete d'oro.

Ed ecco che un'altra risata, ancora più maleducata della prima, si sentì nel silenzio di quel campo solitario.

— Insomma, — gridò Pinocchio arrabbiandosi — si può sapere, Pappagallo maleducato, di che cosa ridi?

— Rido di quei barbagianni che credono a tutte le cose stupide. Rido di quelli che si lasciano ingannare da chi è più furbo di loro.

— Parli forse di me?

— Sì, parlo di te, povero Pinocchio. Tu sei così ingenuo da credere che i soldi si possano seminare e raccogliere nei campi. Credi che si seminino come i fagioli e le zucche. Anch'io l'ho creduto una volta, e oggi ne soffro le conseguenze. Oggi (ma troppo tardi!) ho dovuto capire una cosa. Per mettere insieme onestamente un po' di soldi, bisogna saperli guadagnare. Bisogna lavorare con le proprie mani, o con l'intelligenza della propria testa.

— Non ti capisco, — disse il burattino, che già cominciava a tremare dalla paura.

— Pazienza! Mi spiegherò meglio, — aggiunse il Pappagallo. — Devi sapere che, mentre tu eri in città, la Volpe e il Gatto sono tornati in questo campo. Hanno preso le monete d'oro messe sotto terra, e poi sono scappati via come il vento. E ora, bravo chi li prende! —

Pinocchio restò a bocca aperta. Non voleva credere alle parole del Pappagallo, e cominciò a scavare con le mani e con le unghie la terra che aveva bagnato. E scava, scava, scava, fece una buca così profonda che dentro ci sarebbe entrato un pagliaio tutto dritto. Ma le monete non c'erano più.

Allora, pieno di disperazione, tornò di corsa in città e andò dritto al tribunale. Voleva denunciare al giudice i due malandrini che lo avevano derubato.

Il giudice era una grossa scimmia della razza dei Gorilla. Era un vecchio scimmione, e tutti lo rispettavano per la sua età, per la sua barba bianca e soprattutto per i suoi occhiali d'oro. Gli occhiali non avevano i vetri, ma lui doveva portarli sempre. Da molti anni, infatti, soffriva di un'infiammazione agli occhi.

Davanti al giudice, Pinocchio raccontò in ogni particolare il brutto imbroglio di cui era stato vittima. Diede il nome, il cognome e la descrizione dei due malandrini, e alla fine chiese giustizia.

Il giudice lo ascoltò con molta bontà. Seguiva il racconto con grande interesse: si intenerì, si commosse. E quando il burattino non ebbe più niente da dire, allungò la mano e suonò il campanello.

A quel suono arrivarono subito due cani mastini vestiti da giandarmi.

Allora il giudice indicò Pinocchio ai giandarmi e disse loro:

— A quel povero diavolo hanno rubato quattro monete d'oro. Prendetelo, dunque, e mettetelo subito in prigione. —

Il burattino sentì questa sentenza all'improvviso, come un colpo in testa, e rimase senza parole. Voleva protestare, ma i giandarmi non volevano perdere tempo inutilmente. Gli tapparono la bocca e lo portarono in gattabuia.

E lì dovette restare quattro mesi: quattro lunghissimi mesi. E sarebbe rimasto anche di più, se non fosse successa una cosa molto fortunata. Dovete sapere che nella città di Acchiappacitrulli regnava un giovane Imperatore. Questo Imperatore aveva vinto una bella battaglia contro i suoi nemici. Allora ordinò grandi feste pubbliche, con tante luci per le strade, fuochi d'artificio, corse di cavalli e di biciclette. E per mostrare una gioia ancora più grande, volle aprire anche le prigioni e mandare fuori tutti i malandrini.

— Se escono di prigione gli altri, voglio uscire anch'io, — disse Pinocchio al carceriere.

— Voi no, — rispose il carceriere — perché voi non siete uno di loro....

— Chiedo scusa, — rispose Pinocchio — sono un malandrino anch'io.

— In questo caso avete mille ragioni, — disse il carceriere. Si tolse il berretto con rispetto, lo salutò, gli aprì le porte della prigione e lo lasciò scappare.

### Glossario

- **rosolio e alchermes**: liquori dolci e colorati di una volta.
- **Galateo**: l'insieme delle regole di buona educazione.
- **barbagianni**: uccello notturno; qui vuol dire persona sciocca.
- **ciabatta**: scarpa leggera e comoda da casa.
- **pagliaio**: grande mucchio di paglia in un campo.
- **tribunale**: luogo dove il giudice decide chi ha torto.
- **giandarmi**: guardie, poliziotti.
- **gattabuia**: prigione (parola scherzosa).
- **malandrino, malandrini**: ladro, persona cattiva e disonesta.
- **carceriere**: uomo che fa la guardia ai prigionieri.
- **panettoni**: grandi dolci con frutta candita e uvetta.
- **zecchini**: monete d'oro.
- **maleducato, maleducata**: che non si comporta bene con gli altri.
- **derubato**: a cui hanno rubato qualcosa.
- **scimmione**: grossa scimmia.
- **imbroglio**: inganno per rubare o per fare del male a qualcuno.
- **tolse**: da "togliere": levò, portò via.

## Capitolo XX. Liberato dalla prigione, si avvia per tornare a casa della Fata; ma lungo la strada trova un serpente orribile, e poi rimane preso alla tagliuola.

Figuratevi la gioia di Pinocchio quando si sentì libero! Non perse neanche un momento: uscì subito dalla città e riprese la strada che doveva riportarlo alla Casina della Fata.

Cadeva una pioggia sottile, e per questo la strada era diventata tutta un pantano. Il fango arrivava fino a metà gamba.

Ma il burattino non ci faceva caso.

Aveva una gran voglia di rivedere il suo babbo e la sua sorellina dai capelli turchini. Correva a salti come un cane levriero, e mentre correva gli schizzi di fango gli arrivavano fin sopra il berretto. Intanto diceva fra sé e sé:

— Quante disgrazie mi sono capitate... E me le merito! Perché io sono un burattino testardo e permaloso... Voglio fare sempre tutto a modo mio. Non do retta a quelli che mi vogliono bene e che hanno mille volte più giudizio di me!... Ma da oggi in poi prometto di cambiare vita e di diventare un ragazzo per bene e ubbidiente!... Ormai l'ho visto bene: i ragazzi disubbidienti ci perdono sempre, e non gliene va bene neanche una. E il mio babbo mi avrà aspettato?... Lo troverò a casa della Fata? È tanto tempo che non lo vedo più, pover'uomo! Ho una gran voglia di fargli mille carezze e di riempirlo di baci! E la Fata mi perdonerà la brutta azione che le ho fatto?... E pensare che ho ricevuto da lei tante attenzioni e tante cure piene d'amore.... e pensare che, se oggi sono ancora vivo, lo devo a lei! Ma può esistere un ragazzo più ingrato e più senza cuore di me?... —

Mentre diceva così, si fermò all'improvviso, spaventato, e fece quattro passi indietro.

Che cosa aveva visto?

Aveva visto un grosso serpente, disteso di traverso sulla strada. Aveva la pelle verde, gli occhi di fuoco e la coda a punta, che fumava come un camino.

È impossibile immaginare la paura del burattino. Si allontanò più di mezzo chilometro e si mise a sedere sopra un mucchietto di sassi. Aspettava che il serpente se ne andasse finalmente per i fatti suoi e lasciasse libera la strada.

Aspettò un'ora; due ore; tre ore: ma il serpente era sempre là. Anche da lontano si vedeva il rosso dei suoi occhi di fuoco e la colonna di fumo che gli usciva dalla punta della coda.

Allora Pinocchio si immaginò di avere coraggio e si avvicinò fino a pochi passi. Poi, con una vocina dolce, gentile e sottile, disse al serpente:

— Scusi, signor Serpente, mi farebbe il piacere di spostarsi un pochino da una parte? Quanto basta per lasciarmi passare. —

Fu come parlare a un muro. Nessuno si mosse.

Allora ricominciò con la solita vocina:

— Deve sapere, signor Serpente, che io vado a casa. Lì c'è il mio babbo che mi aspetta, ed è tanto tempo che non lo vedo più!... Mi permette dunque di continuare per la mia strada? —

Aspettò un segno di risposta a quella domanda, ma la risposta non venne. Anzi, il serpente, che fino allora sembrava vivace e pieno di vita, diventò immobile e quasi rigido. Gli occhi gli si chiusero, e la coda non fumò più.

— Che sia morto davvero? — disse Pinocchio, e si fregò un po' le mani per la gran contentezza. Senza perdere tempo, fece per scavalcarlo e passare dall'altra parte della strada. Ma non aveva ancora finito di alzare la gamba, quando il serpente si alzò all'improvviso, come una molla che scatta. Il burattino si tirò indietro spaventato, inciampò e cadde per terra.

E cadde proprio così male che restò con la testa piantata nel fango della strada e con le gambe dritte in aria.

Il serpente vide quel burattino a testa in giù, che muoveva le gambe velocissimo. Allora fu preso da una risata così forte che ridi, ridi, ridi, alla fine gli si ruppe una vena nel petto, per lo sforzo del troppo ridere. E quella volta morì davvero.

Allora Pinocchio ricominciò a correre, per arrivare a casa della Fata prima che facesse buio. Ma lungo la strada non poteva più sopportare i morsi terribili della fame. Così saltò in un campo, con l'intenzione di cogliere qualche grappolo d'uva moscadella. Non l'avesse mai fatto!

Appena arrivato sotto la vite, *crac*.... sentì due ferri taglienti che gli stringevano le gambe. I ferri gli fecero vedere tutte le stelle del cielo.

Il povero burattino era rimasto preso in una tagliuola. Alcuni contadini l'avevano messa lì per prendere certe grosse faine, che erano il flagello di tutti i polli del vicinato.

### Glossario

- **pantano**: terra piena d'acqua e di fango.
- **levriero**: cane magro e velocissimo nella corsa.
- **permaloso**: chi si offende subito, per niente.
- **scavalcarlo**: passare sopra di lui alzando le gambe.
- **uva moscadella**: tipo di uva molto dolce e profumata.
- **vite**: pianta che produce l'uva.
- **tagliuola**: trappola di ferro che chiude le gambe di un animale.
- **faina**: piccolo animale selvatico che mangia galline e uova.
- **flagello**: grande disgrazia, rovina.
- **ubbidiente**: che fa quello che gli dicono i grandi.
- **disubbidienti**: che non fanno quello che gli dicono i grandi.
- **disteso**: lungo per terra, sdraiato.
- **mucchietto**: piccolo mucchio, piccola quantità di cose una sopra l'altra.
- **inciampò**: urtò con il piede contro qualcosa e perse l'equilibrio.
- **ruppe**: da "rompere": si aprì, si spezzò.
- **grappolo**: gruppo di acini d'uva attaccati allo stesso ramo.
- **crac**: rumore di qualcosa che si chiude o si rompe di colpo.

## Capitolo XXI. Pinocchio è preso da un contadino, il quale lo costringe a far da can di guardia a un pollaio.

Pinocchio, come potete immaginare, cominciò a piangere, a gridare, a chiedere aiuto. Ma erano pianti e grida inutili, perché lì intorno non si vedevano case, e sulla strada non passava anima viva.

Intanto venne la notte.

La tagliuola gli segava le gambe e gli faceva un male terribile. E poi aveva paura di trovarsi solo, al buio, in mezzo a quei campi. Per questo il burattino stava quasi per svenire. A un tratto vide passare una lucciola sopra la sua testa. La chiamò e le disse:

— O lucciolina, mi faresti la carità di liberarmi da questa tortura?...

— Povero figliolo! — rispose la lucciola. Si fermò a guardarlo, piena di pietà. — Come mai sei rimasto con le gambe strette fra questi ferri taglienti?

— Sono entrato nel campo per cogliere due grappoli di quest'uva moscadella, e....

— Ma l'uva era tua?

— No....

— E allora chi ti ha insegnato a portare via la roba degli altri?...

— Avevo fame....

— La fame, ragazzo mio, non è una buona ragione per prendere la roba che non è nostra...

— È vero, è vero! — gridò Pinocchio piangendo. — Ma un'altra volta non lo farò più. —

A questo punto il dialogo fu interrotto da un piccolissimo rumore di passi, che si avvicinavano. Era il padrone del campo. Veniva in punta di piedi a vedere se nella trappola era rimasta presa qualcuna di quelle faine che di notte gli mangiavano i polli.

Il contadino tirò fuori la lanterna da sotto il mantello. E la sua meraviglia fu grandissima quando vide che nella tagliuola, invece di una faina, era rimasto preso un ragazzo.

— Ah, ladruncolo! — disse il contadino pieno di rabbia. — Dunque sei tu che mi porti via le galline?

— Io no, io no! — gridò Pinocchio, singhiozzando. — Io sono entrato nel campo soltanto per prendere due grappoli d'uva!

— Chi ruba l'uva è capacissimo di rubare anche i polli. Lascia fare a me: ti darò una lezione che ricorderai per un bel pezzo. —

Aprì la tagliuola e afferrò il burattino per la collottola. Poi lo sollevò da terra e lo portò così fino a casa, come si porta un agnellino appena nato.

Quando arrivò sull'aia, davanti alla casa, lo buttò per terra con forza. E tenendogli un piede sul collo, gli disse:

— Ormai è tardi e voglio andare a letto. I nostri conti li sistemeremo domani. Intanto, oggi mi è morto il cane che mi faceva la guardia di notte. Perciò tu prenderai subito il suo posto. Tu mi farai da cane di guardia. —

Detto fatto, gli infilò al collo un grosso collare tutto coperto di punte d'ottone. Glielo strinse bene, così Pinocchio non poteva toglierselo facendo passare la testa. Al collare era attaccata una lunga catenella di ferro, e la catenella era fissata al muro.

— Se questa notte cominciasse a piovere, — disse il contadino — tu puoi andare a cuccia in quel casotto di legno. Lì c'è ancora la paglia che per quattro anni ha fatto da letto al mio povero cane. E se per disgrazia venissero i ladri, ricordati di tenere le orecchie dritte e di abbaiare. —

Dopo quest'ultimo consiglio, il contadino entrò in casa e chiuse la porta con il catenaccio. Il povero Pinocchio rimase accucciato sull'aia, più morto che vivo, per il freddo, per la fame e per la paura. Il collare gli stringeva la gola, e ogni tanto lui ci infilava dentro le mani con rabbia. E diceva piangendo:

— Mi sta bene!... Purtroppo mi sta bene! Ho voluto fare il pigro e il vagabondo.... ho voluto dare retta ai cattivi compagni, e per questo la sfortuna mi perseguita sempre. Se fossi stato un ragazzino per bene, come ce ne sono tanti! Se avessi avuto voglia di studiare e di lavorare! Se fossi rimasto a casa con il mio povero babbo! Allora a quest'ora non sarei qui, in mezzo ai campi, a fare il cane di guardia alla casa di un contadino. Oh, se potessi nascere un'altra volta!... Ma ormai è tardi, e ci vuole pazienza! —

Dopo questo piccolo sfogo, che gli venne proprio dal cuore, entrò nel casotto e si addormentò.

### Glossario

- **lucciola**: piccolo insetto che di notte fa luce.
- **ladruncolo**: piccolo ladro.
- **collottola**: la parte di dietro del collo.
- **aia**: spazio aperto davanti alla casa di campagna.
- **ottone**: metallo giallo, simile all'oro ma senza valore.
- **casotto**: piccola casetta di legno per il cane.
- **catenaccio**: grossa sbarra di ferro per chiudere bene la porta.
- **sfogo**: parole dette per far uscire il dolore che si ha dentro.
- **cane di guardia**: cane che protegge la casa e abbaia ai ladri.
- **grappoli**: gruppi di acini d'uva attaccati allo stesso ramo.
- **svenire**: perdere i sensi e cadere.
- **lucciolina**: piccola lucciola.
- **lanterna**: lampada che si porta in mano.
- **singhiozzando**: piangendo forte, con il respiro che si ferma.
- **infilò, infilava**: da "infilare": mettere dentro.
- **strinse**: da "stringere": chiuse forte.
- **cuccia**: posto dove dorme il cane.
- **abbaiare**: fare la voce del cane: "bau bau".
- **accucciato**: piegato e basso per terra, come un cane.
- **addormentò**: da "addormentarsi": cominciare a dormire.

## Capitolo XXII. Pinocchio scuopre i ladri, e in ricompensa di essere stato fedele vien posto in libertà.

Pinocchio dormiva profondamente già da più di due ore. Verso mezzanotte fu svegliato da un bisbiglio, da un pissi-pissi di vocine strane, che gli sembrò di sentire nell'aia. Mise fuori la punta del naso dal buco del casotto. E vide quattro bestiole dal pelo scuro, che sembravano gatti, riunite a consiglio. Ma non erano gatti: erano faine. Le faine sono piccoli animali che mangiano carne, e sono golosissimi di uova e di galline giovani. Una di queste faine si staccò dalle compagne, andò al buco del casotto e disse sottovoce:

— Buona sera, Melampo.

— Io non mi chiamo Melampo, — rispose il burattino.

— E allora chi sei?

— Io sono Pinocchio.

— E che cosa fai lì?

— Faccio il cane di guardia.

— E Melampo dov'è? Dov'è il vecchio cane che stava in questo casotto?

— È morto questa mattina.

— Morto? Povera bestia!... Era tanto buono!... Ma a giudicare dalla tua faccia, anche tu mi sembri un cane per bene.

— Chiedo scusa, io non sono un cane!...

— E allora chi sei?

— Io sono un burattino.

— E fai da cane di guardia?

— Purtroppo sì: per punizione!...

— Ebbene, io ti propongo lo stesso accordo che avevo con il povero Melampo, e sarai contento.

— E che accordo sarebbe?

— Noi verremo una volta alla settimana, come abbiamo sempre fatto. Verremo di notte a visitare questo pollaio, e porteremo via otto galline. Di queste galline, sette le mangeremo noi e una la daremo a te. Ma a una condizione, si capisce: tu devi far finta di dormire. E non ti deve mai venire la voglia di abbaiare e di svegliare il contadino.

— E Melampo faceva proprio così? — domandò Pinocchio.

— Faceva così, e fra noi e lui siamo sempre andati d'accordo. Dormi dunque tranquillo. E stai sicuro che, prima di andarcene, ti lasceremo sul casotto una gallina già pulita e senza penne, per la colazione di domani. Ci siamo capiti bene?

— Anche troppo bene!... — rispose Pinocchio. E mosse la testa in un modo minaccioso, come se volesse dire: «Fra poco ne riparleremo!...»

Le quattro faine si sentivano ormai sicure. Allora andarono dritte al pollaio, che era proprio vicinissimo al casotto del cane. Aprirono con i denti e con le unghie la porticina di legno che chiudeva l'entrata, e scivolarono dentro, una dopo l'altra. Ma non erano ancora entrate tutte, quando sentirono la porticina chiudersi con grandissima violenza.

Era stato Pinocchio a chiuderla. E non gli bastò: per essere più sicuro, ci mise davanti una grossa pietra, per tenerla ferma.

Poi cominciò ad abbaiare. Abbaiava proprio come un cane di guardia, e con la voce faceva: *bù-bù-bù-bù*.

Il contadino sentì abbaiare e saltò giù dal letto. Prese il fucile, si affacciò alla finestra e domandò:

— Che succede?

— Ci sono i ladri! — rispose Pinocchio.

— Dove sono?

— Nel pollaio.

— Scendo subito. —

E infatti, in meno tempo di quanto ci vuole per dire *amen*, il contadino scese. Entrò di corsa nel pollaio, prese le quattro faine e le chiuse in un sacco. Poi disse loro, tutto contento:

— Alla fine siete cadute nelle mie mani! Potrei punirvi, ma non sono così vile! Invece mi accontenterò di portarvi domani dall'oste del paese vicino. Lui vi toglierà la pelle e vi cucinerà come la lepre in agrodolce. È un onore che non vi meritate. Ma gli uomini generosi come me non fanno caso a queste piccolezze!... —

Poi si avvicinò a Pinocchio, cominciò a fargli molte carezze e, fra le altre cose, gli domandò:

— Come hai fatto a scoprire il piano segreto di queste quattro ladruncole? E pensare che Melampo, il mio fedele Melampo, non si era mai accorto di niente!... —

Il burattino, allora, avrebbe potuto raccontare quello che sapeva. Avrebbe potuto raccontare, cioè, l'accordo vergognoso fra il cane e le faine. Ma si ricordò che il cane era morto, e subito pensò dentro di sé: «A che serve accusare i morti?... I morti sono morti, e la cosa migliore che si possa fare è lasciarli in pace!...»

— Quando sono arrivate le faine sull'aia, eri sveglio o dormivi? — continuò a chiedergli il contadino.

— Dormivo, — rispose Pinocchio — ma le faine mi hanno svegliato con le loro chiacchiere. E una è venuta fin qui al casotto per dirmi: «Se prometti di non abbaiare e di non svegliare il padrone, noi ti regaleremo una gallina giovane già pulita e senza penne!» Capite, eh? Che faccia tosta, fare a me una proposta così! Perché dovete sapere che io sono un burattino, e avrò tutti i difetti di questo mondo. Ma non avrò mai il difetto di aiutare la gente disonesta e di farle da complice!

— Bravo ragazzo! — gridò il contadino, e gli batté la mano su una spalla. — Questi sentimenti ti fanno onore. E per mostrarti quanto sono contento, ti lascio libero di tornare a casa fin da adesso. —

E gli tolse il collare da cane.

### Glossario

- **bisbiglio**: rumore di voci che parlano piano piano.
- **pelo**: i peli che coprono il corpo di un animale.
- **pollaio**: casetta dove dormono le galline.
- **minaccioso**: che fa paura, che promette qualcosa di brutto.
- **vile**: senza coraggio e senza onore.
- **dall'oste**: dal padrone di un'osteria.
- **agrodolce**: con un sapore insieme dolce e acido.
- **faccia tosta**: mancanza di vergogna.
- **complice**: chi aiuta un'altra persona a fare una cosa cattiva.
- **golosissimi**: a cui piace moltissimo mangiare una cosa.
- **mangeremo, lasceremo**: futuro di "mangiare" e di "lasciare".
- **bù**: il verso del cane quando abbaia.
- **ladruncole**: piccole ladre.
- **disonesta**: che non è onesta, che ruba o inganna.

## Capitolo XXIII. Pinocchio piange la morte della bella Bambina dai capelli turchini: poi trova un Colombo, che lo porta sulla riva del mare, e lì si getta nell'acqua per andare in aiuto del suo babbo Geppetto.

Pinocchio non sentiva più intorno al collo il peso di quel collare, così duro e umiliante. Subito si mise a scappare attraverso i campi. E non si fermò neanche un minuto, finché non arrivò sulla strada maestra, che doveva riportarlo alla Casina della Fata.

Arrivato sulla strada maestra, si voltò a guardare giù, nella pianura. Vide benissimo, a occhio nudo, il bosco dove, per sua disgrazia, aveva incontrato la Volpe e il Gatto. Vide, in mezzo agli alberi, la cima di quella Quercia grande, dove era stato appeso per il collo, a dondolare. Ma guarda di qua, guarda di là, non riuscì a vedere la piccola casa della bella Bambina dai capelli turchini.

Allora ebbe una specie di triste presentimento. Si mise a correre con tutta la forza che gli restava nelle gambe, e in pochi minuti si trovò sul prato dove una volta c'era la Casina bianca. Ma la Casina bianca non c'era più. C'era, invece, una piccola pietra di marmo. Sopra si leggevano, in lettere maiuscole, queste parole piene di dolore:

QUI GIACE LA BAMBINA DAI CAPELLI TURCHINI MORTA DI DOLORE PER ESSERE STATA ABBANDONATA DAL SUO FRATELLINO PINOCCHIO.

Il burattino lesse quelle parole lettera per lettera, con molta fatica. Come si sentì dopo, lo lascio pensare a voi. Cadde a terra con la faccia in giù, coprì di mille baci quella pietra della tomba e scoppiò in un gran pianto. Pianse tutta la notte. E la mattina dopo, quando cominciò a fare giorno, piangeva ancora, anche se negli occhi non aveva più lacrime. Le sue grida e i suoi lamenti erano così forti e pieni di dolore che tutte le colline intorno ne ripetevano l'eco.

E piangendo diceva:

«O Fatina mia, perché sei morta?... Perché non sono morto io al posto tuo? Io sono tanto cattivo, e tu eri tanto buona!... E il mio babbo dove sarà? O Fatina mia, dimmi dove posso trovarlo. Voglio stare sempre con lui, e non lasciarlo più! più! più!... O Fatina mia, dimmi che non è vero che sei morta!... Se davvero mi vuoi bene.... se vuoi bene al tuo fratellino, torna a vivere.... torna viva come prima! Non ti dispiace vedermi solo, abbandonato da tutti?... Se arrivano gli assassini, mi attaccheranno di nuovo al ramo dell'albero.... e allora morirò per sempre. Che cosa vuoi che faccia, qui, solo in questo mondo? Ora ho perduto te e il mio babbo: chi mi darà da mangiare? Dove andrò a dormire la notte? Chi mi farà la giacchettina nuova? Oh! sarebbe meglio, cento volte meglio, che morissi anch'io! Sì, voglio morire! ih! ih! ih!»

E mentre si disperava così, fece per strapparsi i capelli. Ma i suoi capelli erano di legno, e così non poté nemmeno togliersi la soddisfazione di infilarci dentro le dita.

Intanto passò in aria un grosso Colombo. Si fermò un momento con le ali aperte e gli gridò da molto in alto:

— Dimmi, bambino, che cosa fai laggiù?

— Non lo vedi? Piango! — disse Pinocchio. Alzò la testa verso quella voce e si strofinò gli occhi con la manica della giacchetta.

— Dimmi, — aggiunse allora il Colombo — non conosci per caso, fra i tuoi compagni, un burattino che si chiama Pinocchio?

— Pinocchio? Hai detto Pinocchio? — ripeté il burattino, e saltò subito in piedi. — Pinocchio sono io! —

A questa risposta, il Colombo scese velocemente e venne a posarsi a terra. Era più grosso di un tacchino.

— Allora conoscerai anche Geppetto? — domandò al burattino.

— Se lo conosco! È il mio povero babbo! Ti ha forse parlato di me? Mi porti da lui? Ma è ancora vivo? Rispondimi, per carità: è ancora vivo?

— L'ho lasciato tre giorni fa sulla spiaggia del mare.

— Che cosa faceva?

— Si costruiva da solo una piccola barchetta, per attraversare l'Oceano. Quel pover'uomo gira per il mondo da più di quattro mesi per cercarti. Non è mai riuscito a trovarti. Per questo ora si è messo in testa di cercarti nei paesi lontani del nuovo mondo.

— Quanto c'è da qui alla spiaggia? — domandò Pinocchio, pieno di ansia e di affetto.

— Più di mille chilometri.

— Mille chilometri? O Colombo mio, che bella cosa se potessi avere le tue ali!...

— Se vuoi venire, ti ci porto io.

— Come?

— A cavallo sulla mia schiena. Sei molto pesante?

— Pesante? Tutt'altro! Sono leggero come una foglia. —

E senza dire altro, Pinocchio saltò sulla schiena del Colombo. Mise una gamba di qua e l'altra di là, come fanno quelli che vanno a cavallo, e gridò tutto contento: «Galoppa, galoppa, cavallino, perché ho fretta di arrivare presto!...» Il Colombo prese lo slancio e volò via. In pochi minuti arrivò così in alto che toccava quasi le nuvole. A quell'altezza straordinaria, il burattino ebbe la curiosità di guardare giù. Ma fu preso da tanta paura e da tanti giramenti di testa che si aggrappò con le braccia, stretto stretto, al collo del suo cavallo di piume. Così non c'era pericolo di cadere.

Volarono tutto il giorno. Quando cominciò a venire sera, il Colombo disse:

— Ho una gran sete!

— E io una gran fame! — aggiunse Pinocchio.

— Fermiamoci in questa colombaia pochi minuti. Dopo ci rimetteremo in viaggio, per essere domattina all'alba sulla spiaggia del mare. —

Entrarono in una colombaia vuota. Dentro c'era soltanto una bacinella piena d'acqua e un cestino pieno di vecce.

In tutta la sua vita, il burattino non aveva mai sopportato le vecce. Secondo lui, gli davano la nausea e gli facevano rivoltare lo stomaco. Ma quella sera ne mangiò fino a scoppiare. E quando le ebbe quasi finite, si voltò verso il Colombo e gli disse:

— Non avrei mai creduto che le vecce fossero così buone!

— Devi capire, ragazzo mio, — rispose il Colombo — che quando la fame è vera e non c'è altro da mangiare, anche le vecce diventano squisite! La fame non fa capricci e non cerca le cose golose! —

Fecero in fretta un piccolo spuntino, poi si rimisero in viaggio, e via! La mattina dopo arrivarono sulla spiaggia del mare.

Il Colombo posò Pinocchio a terra. Non voleva nemmeno il fastidio di sentirsi ringraziare per aver fatto una buona azione. Perciò riprese subito il volo e sparì.

La spiaggia era piena di gente che urlava, muoveva le braccia e guardava verso il mare.

— Che cosa è successo? — domandò Pinocchio a una vecchina.

— È successo che un povero babbo ha perduto il suo figliolo. Allora ha voluto salire su una barchetta per andare a cercarlo di là dal mare. Ma oggi il mare è molto cattivo, e la barchetta sta per andare sott'acqua....

— Dov'è la barchetta?

— Eccola laggiù, dritta davanti al mio dito, — disse la vecchia. E indicò una piccola barca. Vista da così lontano, sembrava un guscio di noce con dentro un omino piccolo piccolo.

Pinocchio puntò gli occhi da quella parte. Guardò attentamente, e poi lanciò un urlo acutissimo:

— Gli è il mi' babbo! Gli è il mi' babbo! —

Intanto le onde arrabbiate sbattevano la barchetta di qua e di là. Ora spariva fra le grandi onde, ora tornava a galla. E Pinocchio, in piedi sulla punta di un alto scoglio, non smetteva più di chiamare il suo babbo per nome. Gli faceva molti segnali con le mani, con il fazzoletto e perfino con il berretto che aveva in testa.

E sembrò che Geppetto riconoscesse il figliolo, anche se era molto lontano dalla spiaggia. Infatti si tolse anche lui il berretto e lo salutò. Poi, con tanti gesti, gli fece capire una cosa: sarebbe tornato indietro volentieri, ma il mare era troppo agitato. Per questo non poteva usare il remo e non poteva avvicinarsi alla terra.

All'improvviso arrivò un'onda terribile, e la barca sparì. Tutti aspettarono che la barca tornasse a galla, ma la barca non si vide più.

— Pover'uomo! — dissero allora i pescatori che erano raccolti sulla spiaggia. E dicendo sottovoce una preghiera, si mossero per tornare alle loro case.

Ma ecco che sentirono un urlo disperato. Si voltarono indietro e videro un ragazzetto che, dalla cima di uno scoglio, si buttava in mare gridando:

— Voglio salvare il mio babbo! —

Pinocchio era tutto di legno, e per questo galleggiava facilmente e nuotava come un pesce. Ora lo vedevano sparire sott'acqua, portato dalla forza delle onde. Ora ricompariva fuori con una gamba o con un braccio, lontanissimo dalla terra. Alla fine lo persero di vista e non lo videro più.

— Povero ragazzo! — dissero allora i pescatori che erano raccolti sulla spiaggia. E dicendo sottovoce una preghiera, tornarono alle loro case.

### Glossario

- **strada maestra**: la strada principale, larga e importante.
- **presentimento**: sensazione che stia per succedere qualcosa, di solito di brutto.
- **giace**: è sepolto, sta nella tomba.
- **eco**: voce o suono che torna indietro, ripetuto dalle colline.
- **colombaia**: casetta dove vivono i colombi.
- **vecce**: piccoli semi che si danno da mangiare agli animali.
- **spuntino**: piccolo pasto veloce.
- **scoglio**: grande pietra in riva al mare o in mezzo all'acqua.
- **remo**: lungo bastone di legno per far andare avanti la barca.
- **ih**: il suono di chi piange forte.
- **attaccheranno**: da "attaccare": appenderanno.
- **giacchettina**: piccola giacca.
- **disperava**: da "disperarsi": essere pieno di dolore, senza speranza.
- **infilarci**: metterci dentro.
- **strofinò**: da "strofinare": passò più volte sopra, per pulire.
- **galoppa**: da "galoppare": correre veloce come un cavallo.
- **aggrappò**: da "aggrapparsi": si tenne forte con le mani o con le braccia.
- **rimisero**: da "rimettersi": si misero di nuovo.
- **omino**: piccolo uomo.
- **galleggiava**: stava sopra l'acqua, senza andare giù.
- **ricompariva**: si vedeva di nuovo.
- **Gli è il mi' babbo**: modo toscano di dire: «È il mio babbo».

## Capitolo XXIV. Pinocchio arriva all'isola delle «Api industriose» e ritrova la Fata.

Pinocchio sperava di arrivare in tempo per aiutare il suo povero babbo. Con questa speranza nel cuore, nuotò per tutta la notte.

E che notte orribile fu quella! Venne giù un diluvio di pioggia, cadde la grandine, ci furono tuoni spaventosi e certi lampi così forti che sembrava giorno.

Verso la mattina, riuscì a vedere poco lontano una lunga striscia di terra. Era un'isola in mezzo al mare.

Allora fece di tutto per arrivare a quella spiaggia, ma inutilmente. Le onde correvano una dietro l'altra, salivano una sopra l'altra e lo sbattevano di qua e di là, come se fosse un rametto o un filo di paglia. Alla fine, per sua fortuna, arrivò un'onda così forte e violenta che lo buttò di peso sulla sabbia della spiaggia.

Il colpo fu così forte che, quando batté per terra, tutte le costole e tutte le giunture gli scricchiolarono. Ma lui si consolò subito, dicendo:

— Anche per questa volta mi è andata bene! —

Intanto, a poco a poco, il cielo tornò sereno. Il sole apparve in tutto il suo splendore, e il mare diventò tranquillissimo e liscio come l'olio.

Allora il burattino stese i suoi vestiti al sole per farli asciugare. Poi si mise a guardare di qua e di là: forse su quell'immensa distesa d'acqua poteva vedere una piccola barchetta con un omino dentro. Ma guardò ben bene, e davanti a sé vide soltanto cielo, mare e qualche vela di nave. Le vele però erano così lontane lontane che sembravano mosche.

— Se sapessi almeno come si chiama quest'isola! — diceva. — Se sapessi almeno se in quest'isola abita gente per bene! Voglio dire gente che non abbia il vizio di attaccare i ragazzi ai rami degli alberi! Ma a chi posso domandarlo? A chi, se non c'è nessuno?... —

L'idea di trovarsi solo, solo, solo, in mezzo a quel grande paese senza abitanti, gli mise addosso tanta tristezza che stava quasi per piangere. Ma tutto a un tratto vide passare, a poca distanza dalla riva, un grosso pesce. Il pesce se ne andava tranquillo per i fatti suoi, con tutta la testa fuori dall'acqua.

Il burattino non sapeva come chiamarlo per nome. Allora gli gridò ad alta voce, per farsi sentire:

— Ehi, signor pesce, mi permetterebbe di dirle una parola?

— Anche due, — rispose il pesce. Era un Delfino così gentile come se ne trovano pochi in tutti i mari del mondo.

— Mi farebbe il piacere di dirmi se in quest'isola ci sono dei paesi dove si possa mangiare, senza il pericolo di essere mangiati?

— Ce ne sono di sicuro! — rispose il Delfino. — Anzi, ne troverai uno poco lontano da qui.

— E che strada devo fare per andarci?

— Devi prendere quel sentiero là, a sinistra, e camminare sempre dritto davanti al tuo naso. Non puoi sbagliare.

— Mi dica un'altra cosa. Lei va in giro per il mare tutto il giorno e tutta la notte. Non avrebbe incontrato per caso una piccola barchettina con dentro il mi' babbo?

— E chi è il tuo babbo?

— È il babbo più buono del mondo, così come io sono il figliolo più cattivo che possa esistere.

— Con la tempesta che c'è stata questa notte, — rispose il Delfino — la barchetta sarà andata sott'acqua.

— E il mio babbo?

— A quest'ora lo avrà inghiottito il terribile Pesce-cane. Da qualche giorno è venuto nelle nostre acque, e porta dappertutto morte e distruzione.

— Ed è molto grosso questo Pesce-cane? — domandò Pinocchio, che già cominciava a tremare dalla paura.

— Se è grosso!... — rispose il Delfino. — Così puoi fartene un'idea: è più grosso di un palazzo di cinque piani. E ha una bocca così larga e profonda che ci passerebbe comodamente un treno intero, con la locomotiva accesa.

— Mamma mia! — gridò il burattino spaventato. Si rivestì in tutta fretta, si voltò verso il Delfino e gli disse:

— Arrivederla, signor pesce. Mi scusi tanto per il disturbo, e mille grazie per la sua gentilezza. —

Detto questo, prese subito il sentiero e cominciò a camminare con passo svelto. Era così svelto che sembrava quasi che corresse. E a ogni piccolo rumore si voltava subito a guardare indietro. Aveva paura di vedersi inseguire da quel terribile Pesce-cane, grosso come una casa di cinque piani e con un treno in bocca.

Camminò per più di mezz'ora, e poi arrivò a un piccolo paese che si chiamava «il paese delle Api industriose». Le strade erano piene di persone che correvano di qua e di là per le loro faccende. Tutti lavoravano, tutti avevano qualcosa da fare. Non si trovava una persona oziosa o un vagabondo, nemmeno a cercarlo con il lumicino.

— Ho capito, — disse subito quel pigrone di Pinocchio — questo paese non è fatto per me! Io non sono nato per lavorare! —

Intanto la fame lo tormentava, perché ormai erano passate ventiquattro ore da quando aveva mangiato l'ultima volta. Da allora non aveva mangiato più niente, nemmeno un piatto di vecce.

Che cosa poteva fare?

Gli restavano solo due modi per mettere qualcosa sotto i denti: chiedere un po' di lavoro, oppure chiedere l'elemosina, un soldo o un boccone di pane.

Ma chiedere l'elemosina gli faceva vergogna. Il suo babbo, infatti, gli aveva sempre insegnato una cosa: solo i vecchi e i malati hanno il diritto di chiedere l'elemosina. In questo mondo, i veri poveri che meritano aiuto e compassione sono soltanto questi: quelli che, per l'età o per una malattia, non possono più guadagnarsi il pane con il lavoro delle proprie mani. Tutti gli altri hanno il dovere di lavorare. E se non lavorano e soffrono la fame, tanto peggio per loro.

Proprio in quel momento passò per la strada un uomo tutto sudato e senza fiato. Tirava da solo, con gran fatica, due carretti pieni di carbone.

A giudicare dalla faccia, Pinocchio pensò che fosse un brav'uomo. Gli si avvicinò, abbassò gli occhi per la vergogna e gli disse sottovoce:

— Mi fareste la carità di darmi un soldo? Mi sento morire dalla fame.

— Non un soldo solo, — rispose il carbonaio — ma te ne do quattro. Però solo se mi aiuti a tirare fino a casa questi due carretti di carbone.

— Ma come vi permettete! — rispose il burattino, quasi offeso. — Sappiate che io non ho mai fatto l'asino! Io non ho mai tirato il carretto!

— Meglio per te! — rispose il carbonaio. — Allora, ragazzo mio, se ti senti davvero morire dalla fame, mangiati due belle fette della tua superbia. E stai attento a non fare indigestione. —

Dopo pochi minuti passò per la strada un muratore. Portava sulle spalle una cesta piena di calce.

— Galantuomo, mi fareste la carità di un soldo? Sono un povero ragazzo, e sbadiglio dalla fame.

— Volentieri. Vieni con me a portare la calce, — rispose il muratore — e invece di un soldo te ne darò cinque.

— Ma la calce è pesante, — rispose Pinocchio — e io non voglio fare fatica.

— Se non vuoi fare fatica, allora, ragazzo mio, divertiti a sbadigliare, e buon pro ti faccia. —

In meno di mezz'ora passarono altre venti persone. Pinocchio chiese a tutte un po' di elemosina, ma tutte gli risposero:

— Non ti vergogni? Invece di andare a spasso per la strada senza fare niente, va' piuttosto a cercarti un po' di lavoro, e impara a guadagnarti il pane! —

Finalmente passò una buona donnina che portava due brocche d'acqua.

— Mi permettete, buona donna, di bere un sorso d'acqua dalla vostra brocca? — chiese Pinocchio, che bruciava dalla sete.

— Bevi pure, ragazzo mio! — disse la donnina, e posò le due brocche a terra.

Pinocchio bevve come una spugna. Poi si asciugò la bocca e borbottò a mezza voce:

— La sete me la sono tolta! Se potessi togliermi anche la fame!... —

La buona donnina sentì queste parole e aggiunse subito:

— Se mi aiuti a portare a casa una di queste brocche d'acqua, ti darò un bel pezzo di pane. —

Pinocchio guardò la brocca, e non rispose né sì né no.

— E insieme al pane ti darò un bel piatto di cavolfiore, condito con l'olio e con l'aceto, — aggiunse la buona donna.

Pinocchio diede un'altra occhiata alla brocca, e non rispose né sì né no.

— E dopo il cavolfiore ti darò un bel dolcetto ripieno di rosolio. —

Davanti a quest'ultima golosità, Pinocchio non riuscì più a resistere. Prese coraggio e disse:

— Pazienza! Vi porterò la brocca fino a casa! —

La brocca era molto pesante. Il burattino non aveva la forza di portarla con le mani, e così si rassegnò a portarla sulla testa.

Quando arrivarono a casa, la buona donnina fece sedere Pinocchio a una piccola tavola apparecchiata. Poi gli mise davanti il pane, il cavolfiore condito e il dolcetto.

Pinocchio non mangiò: divorò tutto. Il suo stomaco sembrava un quartiere rimasto vuoto, senza abitanti, da cinque mesi.

A poco a poco i morsi rabbiosi della fame si calmarono. Allora alzò la testa per ringraziare la donna che lo aveva aiutato. Ma aveva appena cominciato a guardarla in faccia, quando lanciò un lunghissimo *ohhh!* di meraviglia. E rimase lì incantato, con gli occhi spalancati, con la forchetta in aria e con la bocca piena di pane e di cavolfiore.

— Ma che cos'è tutta questa meraviglia? — disse ridendo la buona donna.

— È.... — rispose balbettando Pinocchio — è.... è.... è che voi mi somigliate.... voi mi ricordate... sì, sì, sì, la stessa voce.... gli stessi occhi.... gli stessi capelli.... sì, sì, sì.... anche voi avete i capelli turchini.... come lei! O Fatina mia!... O Fatina mia!... ditemi che siete voi, proprio voi!... Non fatemi più piangere! Se sapeste! Ho pianto tanto, ho sofferto tanto!... —

E mentre diceva così, Pinocchio piangeva disperatamente. Si buttò in ginocchio per terra e abbracciava le ginocchia di quella donnina misteriosa.

### Glossario

- **costole**: le ossa del petto.
- **giunture**: i punti del corpo dove le ossa si piegano, come il ginocchio.
- **sentiero**: strada piccola e stretta, in campagna.
- **industrioso**: chi lavora molto e con impegno.
- **oziosa**: che non fa niente e non vuole lavorare.
- **cercarlo con il lumicino**: cercare con molta attenzione una cosa che non si trova.
- **elemosina**: soldi o cibo che si danno ai poveri.
- **superbia**: l'idea di essere migliore e più importante degli altri.
- **calce**: materiale bianco che il muratore usa per costruire i muri.
- **brocca**: grande vaso con il manico, per portare l'acqua.
- **rosolio**: liquore dolce di una volta.
- **scricchiolarono**: fecero un rumore secco, come il legno che si piega.
- **asciugare**: togliere l'acqua, far diventare secco.
- **distesa**: grande spazio largo e piatto.
- **barchettina**: barca molto piccola.
- **inghiottito**: mandato giù nella pancia, mangiato in un colpo.
- **locomotiva**: la macchina che tira il treno.
- **tormentava**: da "tormentare": faceva soffrire.
- **boccone**: piccolo pezzo di cibo, quanto entra in bocca.
- **carretti, carretto**: piccoli carri da tirare a mano.
- **carbonaio**: uomo che vende o porta il carbone.
- **cavolfiore**: verdura bianca, rotonda, della famiglia del cavolo.

## Capitolo XXV. Pinocchio promette alla Fata di esser buono e di studiare, perchè è stufo di fare il burattino e vuol diventare un bravo ragazzo.

All'inizio la buona donnina disse che lei non era la piccola Fata dai capelli turchini. Ma poi vide che ormai Pinocchio l'aveva scoperta. Non voleva continuare più a lungo quella commedia. Così alla fine si fece riconoscere e disse a Pinocchio:

— Birba d'un burattino! Come hai fatto a capire che ero io?

— È il gran bene che vi voglio. È stato lui a dirmelo.

— Ti ricordi, eh? Mi hai lasciato bambina, e ora mi ritrovi donna. Sono così donna che potrei quasi farti da mamma.

— E io ne sono molto contento, perché così, invece di sorellina, vi chiamerò la mia mamma. È tanto tempo che desidero una mamma come tutti gli altri ragazzi!... Ma come avete fatto a crescere così presto?

— È un segreto.

— Insegnatemelo: vorrei crescere un poco anch'io. Non lo vedete? Sono sempre rimasto alto come un soldo di cacio.

— Ma tu non puoi crescere — rispose la Fata.

— Perché?

— Perché i burattini non crescono mai. Nascono burattini, vivono burattini e muoiono burattini.

— Oh! Sono stufo di essere sempre un burattino! — gridò Pinocchio, e si diede uno scappellotto. — Sarebbe ora che diventassi anch'io un uomo....

— E lo diventerai, se saprai meritarlo....

— Davvero? E che cosa posso fare per meritarlo?

— Una cosa facilissima: abituarti a essere un ragazzino perbene.

— Perché, forse non lo sono?

— Tutt'altro! I ragazzi perbene sono ubbidienti, e tu invece....

— E io non ubbidisco mai.

— I ragazzi perbene amano lo studio e il lavoro, e tu....

— E io, invece, faccio il bighellone e il vagabondo tutto l'anno.

— I ragazzi perbene dicono sempre la verità...

— E io sempre le bugie.

— I ragazzi perbene vanno volentieri a scuola...

— E a me la scuola fa venire il mal di pancia. Ma da oggi in poi voglio cambiare vita.

— Me lo prometti?

— Lo prometto. Voglio diventare un ragazzino perbene, e voglio essere la consolazione del mio babbo... Dove sarà il mio povero babbo, a quest'ora?

— Non lo so.

— Avrò mai la fortuna di rivederlo e di abbracciarlo?

— Credo di sì: anzi, ne sono sicura. —

A questa risposta Pinocchio fu così contento che prese le mani della Fata. Cominciò a baciargliele con tanta passione che sembrava quasi fuori di sé. Poi alzò il viso, la guardò con amore e le domandò:

— Dimmi, mammina: allora non è vero che tu sia morta?

— Sembra di no — rispose la Fata sorridendo.

— Se tu sapessi che dolore ho provato! Mi si è chiusa la gola, quando ho letto *qui giace*...

— Lo so: ed è per questo che ti ho perdonato. Il tuo dolore era sincero, e così ho capito che hai il cuore buono. Dai ragazzi buoni di cuore c'è sempre qualcosa da sperare. Anche se sono un po' monelli e viziati, si può sempre sperare che tornino sulla strada giusta. Ecco perché sono venuta a cercarti fin qui. Io sarò la tua mamma....

— Oh, che bella cosa! — gridò Pinocchio, e saltava dalla gioia.

— Tu mi ubbidirai e farai sempre quello che ti dirò io.

— Volentieri, volentieri, volentieri!

— Già da domani — aggiunse la Fata — comincerai con l'andare a scuola. —

Pinocchio diventò subito un po' meno allegro.

— Poi sceglierai come preferisci un'arte o un mestiere.... —

Pinocchio diventò serio.

— Che cosa brontoli fra i denti? — domandò la Fata con voce offesa.

— Dicevo.... — mormorò il burattino a mezza voce — che ormai mi sembra un po' tardi per andare a scuola....

— Nossignore. Ricordati che per studiare e per imparare non è mai tardi.

— Ma io non voglio fare né arti né mestieri....

— Perché?

— Perché lavorare mi sembra una fatica.

— Ragazzo mio — disse la Fata — quelli che parlano così finiscono quasi sempre in prigione o all'ospedale. Sappi che ogni uomo, che nasca ricco o povero, in questo mondo deve fare qualcosa. Deve avere un'occupazione, deve lavorare. Guai a lasciarsi prendere dalla pigrizia! L'ozio è una bruttissima malattia e bisogna guarirla subito, fin da bambini. Se no, quando siamo grandi, non si guarisce più. —

Queste parole toccarono il cuore di Pinocchio. Lui alzò di colpo la testa e disse alla Fata:

— Io studierò, io lavorerò, io farò tutto quello che mi dirai. Perché insomma la vita del burattino mi ha stancato, e voglio diventare un ragazzo a tutti i costi. Me l'hai promesso, non è vero?

— Te l'ho promesso, e ora dipende da te. —

### Glossario

- **birba**: ragazzo furbo e un po' cattivo; qui si dice con affetto.
- **alto come un soldo di cacio**: piccolissimo, molto basso.
- **stufo**: stanco e annoiato di una cosa.
- **scappellotto**: piccolo colpo dato con la mano sulla testa.
- **perbene**: onesto, educato, che si comporta bene.
- **ubbidienti**: che fanno quello che dicono i genitori e i grandi.
- **brontoli**: (da brontolare) parli a bassa voce perché non sei contento.
- **bighellone**: chi passa il tempo senza fare niente di utile.
- **qui giace**: parole scritte sulle tombe: "qui è sepolto".
- **arte o mestiere**: un lavoro che si fa con le mani o con la testa.
- **ozio**: il non fare niente, la pigrizia.

## Capitolo XXVI. Pinocchio va co' suoi compagni di scuola in riva al mare, per vedere il terribile Pesce-cane.

Il giorno dopo Pinocchio andò alla Scuola comunale.

Figuratevi quei ragazzi monelli, quando videro entrare nella loro scuola un burattino! Fu una risata che non finiva più. Ognuno gli faceva uno scherzo diverso. Uno gli prendeva il berretto di mano. Un altro gli tirava la giacchetta da dietro. Un altro cercava di disegnargli con l'inchiostro due grandi baffi sotto il naso. E un altro provava perfino a legargli dei fili ai piedi e alle mani, per farlo ballare.

Per un po' Pinocchio restò tranquillo e fece finta di niente. Ma alla fine sentì che stava perdendo la pazienza. Allora si voltò verso quelli che lo disturbavano di più e lo prendevano in giro. E disse loro con la faccia dura:

— Attenti, ragazzi: io non sono venuto qui per essere il vostro buffone. Io rispetto gli altri e voglio essere rispettato.

— Bravo Berlicche! Hai parlato come un libro stampato! — urlarono quei monelli, e ridevano come matti. Uno di loro era più sfacciato degli altri. Allungò la mano per prendere il burattino per la punta del naso.

Ma non fece in tempo, perché Pinocchio allungò la gamba sotto il tavolo e gli diede un calcio negli stinchi.

— Ohi! Che piedi duri! — urlò il ragazzo, e si strofinava il livido che gli aveva fatto il burattino.

— E che gomiti!... Anche più duri dei piedi! — disse un altro. Lui, per i suoi scherzi volgari, aveva preso una gomitata nello stomaco.

Fatto sta che dopo quel calcio e quella gomitata, Pinocchio guadagnò subito la stima e la simpatia di tutti i ragazzi della scuola. Tutti gli facevano mille carezze e tutti gli volevano un gran bene.

Anche il maestro era contento di lui, perché lo vedeva attento, studioso, intelligente. Era sempre il primo a entrare nella scuola. Ed era sempre l'ultimo ad alzarsi in piedi, alla fine delle lezioni.

L'unico difetto che aveva era questo: frequentava troppi compagni. E fra questi c'erano molti monelli famosi perché avevano poca voglia di studiare e di farsi onore.

Il maestro lo avvertiva tutti i giorni. E anche la buona Fata gli diceva e gli ripeteva molte volte:

— Attento, Pinocchio! Quei tuoi cattivi compagni di scuola, prima o poi, ti faranno perdere l'amore per lo studio. E forse ti porteranno anche qualche grossa disgrazia.

— Non c'è pericolo! — rispondeva il burattino. Alzava le spalle e si toccava con il dito in mezzo alla fronte, come per dire: «C'è tanto giudizio qui dentro!»

Ora successe che un bel giorno, mentre camminava verso la scuola, incontrò un gruppo dei soliti compagni. Gli andarono incontro e gli dissero:

— Sai la grande notizia?

— No.

— Qui nel mare vicino è arrivato un Pesce-cane grosso come una montagna.

— Davvero?... Sarà lo stesso Pesce-cane di quando è affogato il mio povero babbo?

— Noi andiamo alla spiaggia per vederlo. Vuoi venire anche tu?

— Io no: voglio andare a scuola.

— Che t'importa della scuola? A scuola ci andremo domani. Con una lezione in più o una in meno, restiamo sempre gli stessi somari.

— E il maestro che cosa dirà?

— Il maestro lasciamolo parlare. È pagato apposta per brontolare tutti i giorni.

— E la mia mamma?

— Le mamme non sanno mai niente — risposero quei cattivi ragazzi.

— Sapete che cosa farò? — disse Pinocchio. — Il Pesce-cane voglio vederlo, per certe mie ragioni.... ma andrò a vederlo dopo la scuola.

— Povero sciocco! — rispose uno del gruppo. — Credi che un pesce così grosso voglia stare lì ad aspettare te? Appena si annoia, se ne va da un'altra parte. E allora chi l'ha visto l'ha visto.

— Quanto tempo ci vuole da qui alla spiaggia? — domandò il burattino.

— In un'ora siamo bell'e andati e tornati.

— Allora, via! E chi corre di più è il più bravo! — gridò Pinocchio.

Così fu dato il segnale della partenza. Quel gruppo di monelli, con i libri e i quaderni sotto il braccio, si mise a correre attraverso i campi. Pinocchio era sempre davanti a tutti: sembrava che avesse le ali ai piedi.

Ogni tanto si voltava indietro e prendeva in giro i compagni, rimasti molto lontani. Li vedeva senza fiato, stanchi, pieni di polvere e con la lingua fuori. E rideva proprio di cuore. Il poveretto, in quel momento, non sapeva quali paure e quali orribili disgrazie lo aspettavano.

### Glossario

- **monelli**: ragazzi vivaci e disubbidienti, che fanno scherzi.
- **buffone**: persona che fa ridere gli altri e che tutti prendono in giro.
- **Berlicche**: nome del diavolo; qui è un nomignolo per prendere in giro.
- **parlare come un libro stampato**: parlare in modo molto serio e corretto, come un libro.
- **stinchi**: la parte davanti della gamba, sotto il ginocchio.
- **livido**: macchia scura sulla pelle dopo un colpo.
- **gomitata**: colpo dato con il gomito.
- **somari**: asini; qui ragazzi che non studiano e non sanno niente.
- **chi l'ha visto l'ha visto**: è andato via e non torna più.

## Capitolo XXVII. Gran combattimento fra Pinocchio e i suoi compagni: uno dei quali essendo rimasto ferito, Pinocchio viene arrestato dai carabinieri.

Appena arrivò sulla spiaggia, Pinocchio diede subito una grande occhiata al mare. Ma non vide nessun Pesce-cane. Il mare era tutto liscio, come un grande specchio.

— E il Pesce-cane dov'è? — domandò ai compagni, e si voltò verso di loro.

— Sarà andato a fare colazione — rispose uno di loro, ridendo.

— Oppure si sarà buttato sul letto per fare un sonnellino — aggiunse un altro, e rideva più forte che mai.

Pinocchio sentì quelle risposte senza senso e quelle risate stupide. Allora capì che i suoi compagni gli avevano fatto un brutto scherzo. Gli avevano fatto credere una cosa che non era vera. Pinocchio si offese e disse con voce arrabbiata:

— E adesso? Che gusto ci avete trovato a raccontarmi la storiella del Pesce-cane?

— Il gusto c'è di sicuro!... — risposero tutti insieme quei monelli.

— E quale sarebbe?

— Farti perdere la scuola e farti venire con noi. Non ti vergogni di essere tutti i giorni così preciso e così diligente alla lezione? Non ti vergogni di studiare tanto, come fai?

— E se io studio, che cosa ve ne importa?

— A noi importa moltissimo, perché ci fai fare una brutta figura con il maestro....

— Perché?

— Perché i ragazzi che studiano fanno sempre sembrare peggiori quelli come noi, che non hanno voglia di studiare. E noi non vogliamo sembrare peggiori! Anche noi abbiamo il nostro orgoglio!...

— E allora che cosa devo fare per farvi contenti?

— Anche tu devi stancarti della scuola, della lezione e del maestro. Sono i nostri tre grandi nemici.

— E se io volessi continuare a studiare?

— Allora non ti guarderemo più in faccia. E alla prima occasione ce la pagherai.

— In verità mi fate quasi ridere — disse il burattino, e scosse un poco la testa.

— Ehi, Pinocchio! — gridò allora il più grande di quei ragazzi, e gli andò proprio davanti alla faccia. — Non venire qui a fare lo spaccone! Non venire qui a fare tanto il galletto!... Perché se tu non hai paura di noi, neanche noi abbiamo paura di te! Ricordati che tu sei solo e noi siamo sette.

— Sette come i peccati mortali — disse Pinocchio con una gran risata.

— Avete sentito? Ci ha insultati tutti! Ci ha chiamati con il nome dei peccati mortali!...

— Pinocchio! Chiedici scusa per l'offesa.... se no, guai a te!...

— Cucù! — fece il burattino. E si batteva il dito sulla punta del naso, per prenderli in giro.

— Pinocchio! Finirà male!...

— Cucù!

— Ne prenderai tante quante un somaro!...

— Cucù!

— Tornerai a casa con il naso rotto!...

— Cucù!

— Ora il Cucù te lo do io! — gridò il più coraggioso di quei monelli. — Intanto prendi questo anticipo, e tienilo per la cena di stasera. —

E mentre diceva così, gli diede un pugno sulla testa.

Ma fu, come si dice, botta e risposta, perché il burattino, come era da aspettarsi, rispose subito con un altro pugno. E lì, da un momento all'altro, la battaglia diventò generale e feroce.

Pinocchio era solo, ma si difendeva come un eroe. Con i suoi piedi di legno durissimo lavorava così bene che teneva sempre i nemici a distanza. Dove i suoi piedi arrivavano, lasciavano sempre un livido per ricordo.

Allora i ragazzi si arrabbiarono, perché non riuscivano a lottare con il burattino corpo a corpo. Così pensarono di usare dei proiettili. Aprirono i pacchi dei loro libri di scuola e cominciarono a tirarli contro di lui. Volarono i *Sillabari*, le *Grammatiche*, i *Giannettini* e i *Minuzzoli*. Volarono i *Racconti* del Thouar, il *Pulcino* della Baccini e altri libri di scuola. Ma il burattino aveva l'occhio svelto e furbo. Abbassava sempre la testa in tempo. Così i libri gli passavano sopra la testa e cadevano tutti nel mare.

Figuratevi i pesci! I pesci credevano che quei libri fossero roba da mangiare. Così arrivavano in gruppo a galla. Ma dopo aver morso qualche pagina o qualche copertina, la sputavano subito. E facevano con la bocca una smorfia che sembrava dire: «Non è roba per noi: noi siamo abituati a mangiare molto meglio!»

Intanto la battaglia diventava sempre più feroce. Ed ecco che un grosso Granchio uscì dall'acqua e salì piano piano fino sulla spiaggia. Poi gridò, con una brutta voce da trombone raffreddato:

— Smettetela, birichini che non siete altro! Queste guerre a pugni fra ragazzi raramente finiscono bene. Qualche disgrazia succede sempre!... —

Povero Granchio! Fu come parlare al vento. Anzi, quella birba di Pinocchio si voltò a guardarlo con occhi cattivi e gli disse in modo maleducato:

— Stai zitto, Granchio noioso! Faresti meglio a succhiare due pasticche per la tosse, per guarire da questo raffreddore di gola. Vai piuttosto a letto, e cerca di sudare!...

Nel frattempo i ragazzi avevano finito di tirare tutti i loro libri. Lì vicino videro il pacco dei libri del burattino. E lo presero in un attimo.

Fra questi libri c'era un volume con una copertina di cartone spesso. Il dorso e gli angoli erano di pergamena. Era un *Trattato di Aritmetica*. Lascio a voi immaginare quanto era pesante!

Uno di quei monelli afferrò quel libro. Prese la mira verso la testa di Pinocchio e lo tirò con tutta la forza che aveva nel braccio. Ma invece di colpire il burattino, colpì alla testa uno dei compagni. Il ragazzo diventò bianco come un panno lavato e disse solo queste parole:

— O mamma mia,... aiutatemi, perché muoio!... — Poi cadde disteso sulla sabbia della spiaggia.

Quando videro quel ragazzo che sembrava morto, gli altri si spaventarono e scapparono di corsa. In pochi minuti non si videro più.

Ma Pinocchio rimase lì. Anche lui era più morto che vivo, per il dolore e per la paura. Ma corse lo stesso a bagnare il suo fazzoletto nell'acqua del mare. Poi cominciò a bagnare la tempia del suo povero compagno di scuola. E intanto piangeva forte, si disperava, lo chiamava per nome e gli diceva:

— Eugenio!... Povero Eugenio mio!... Apri gli occhi e guardami!... Perché non mi rispondi? Non sono stato io, sai, a farti tanto male! Credimi, non sono stato io!... Apri gli occhi, Eugenio.... Se tieni gli occhi chiusi, farai morire anche me.... O Dio mio! Come farò adesso a tornare a casa?... Con che coraggio potrò presentarmi alla mia buona mamma? Che cosa sarà di me?... Dove scapperò?... Dove andrò a nascondermi?... Oh, quanto era meglio, mille volte meglio, andare a scuola!... Perché ho ascoltato questi compagni, che sono la mia rovina? E il maestro me l'aveva detto!... E la mia mamma me l'aveva ripetuto: «Stai lontano dai cattivi compagni!» Ma io sono un testardo.... un testardo terribile.... lascio parlare tutti, e poi faccio sempre come voglio io! E dopo devo pagarla.... E così, da quando sono al mondo, non ho mai avuto un quarto d'ora di bene. Dio mio! Che cosa sarà di me, che cosa sarà di me, che cosa sarà di me? —

E Pinocchio continuava a piangere, a urlare, a darsi pugni sulla testa e a chiamare per nome il povero Eugenio. A un tratto sentì un rumore sordo di passi che si avvicinavano.

Si voltò: erano due carabinieri.

— Che cosa fai così, sdraiato per terra? — domandarono a Pinocchio.

— Aiuto questo mio compagno di scuola.

— Si è sentito male?

— Sembra di sì!...

— Altro che male! — disse uno dei carabinieri. Si chinò e guardò Eugenio da vicino. — Questo ragazzo è stato ferito a una tempia: chi è che l'ha ferito?

— Io no! — balbettò il burattino, che non aveva più fiato.

— Se non sei stato tu, allora chi è stato a ferirlo?

— Io no! — ripeté Pinocchio.

— E con che cosa è stato ferito?

— Con questo libro. — E il burattino prese da terra il *Trattato di Aritmetica*, con la copertina di cartone e pergamena, per mostrarlo al carabiniere.

— E questo libro di chi è?

— Mio.

— Basta così: non serve altro. Alzati subito, e vieni via con noi.

— Ma io....

— Via con noi!...

— Ma io sono innocente....

— Via con noi! —

Prima di partire, i carabinieri chiamarono alcuni pescatori. Proprio in quel momento passavano con la loro barca vicino alla spiaggia. I carabinieri dissero loro:

— Vi affidiamo questo ragazzo ferito alla testa. Portatelo a casa vostra e curatelo. Domani torneremo a vederlo. —

Poi si voltarono verso Pinocchio e lo misero in mezzo a loro due. E gli ordinarono con voce da soldati:

— Avanti! E cammina svelto! Se no, peggio per te! —

Il burattino non se lo fece ripetere. Cominciò a camminare per quel sentiero che portava al paese. Ma il poveretto non sapeva più nemmeno lui dove si trovava. Gli sembrava di sognare, e che brutto sogno! Era fuori di sé. I suoi occhi vedevano tutto doppio. Le gambe gli tremavano. La lingua gli era rimasta attaccata al palato, e non riusciva a dire una sola parola. Era stordito e confuso. Eppure una spina acutissima gli bucava il cuore. Era il pensiero di dover passare sotto le finestre della casa della sua buona Fata, in mezzo ai carabinieri. Avrebbe preferito morire.

Erano già arrivati e stavano per entrare in paese. In quel momento un colpo di vento violento portò via il berretto dalla testa di Pinocchio. Il berretto volò lontano una decina di passi.

— Mi permettono — disse il burattino ai carabinieri — di andare a riprendere il mio berretto?

— Vai pure; ma facciamo in fretta. —

Il burattino andò e prese il berretto.... Ma invece di metterselo in testa, se lo mise in bocca, fra i denti. E poi cominciò a correre a tutta velocità verso la spiaggia del mare. Andava via come una palla di fucile.

I carabinieri pensarono che fosse difficile prenderlo. Allora gli mandarono dietro un grosso cane mastino, che aveva vinto il primo premio in tutte le corse dei cani. Pinocchio correva, e il cane correva più di lui. Per questo tutta la gente si affacciava alle finestre e si affollava in mezzo alla strada. Tutti volevano vedere la fine di una gara così feroce. Ma non poterono vederla, perché il cane mastino e Pinocchio alzarono lungo la strada un tale polverone che, dopo pochi minuti, non si vedeva più niente.

### Glossario

- **fare il galletto**: fare il prepotente, il bullo, per sembrare forte.
- **peccati mortali**: nella religione, i sette peccati più gravi.
- **botta e risposta**: un colpo, e subito un altro colpo in risposta.
- **proiettili**: cose che si tirano contro qualcuno per colpirlo.
- **Granchio**: animale di mare con il guscio duro e le pinze.
- **diligente**: che fa i suoi compiti con cura e attenzione.
- **smorfia**: movimento strano della faccia, per esempio quando una cosa non piace.
- **trombone**: grande strumento musicale che suona forte e basso.
- **raffreddato**: che ha il raffreddore, con il naso chiuso e la voce rauca.
- **birichini**: ragazzi che fanno scherzi e non stanno buoni.
- **pergamena**: pelle di animale lavorata, usata per i libri antichi.
- **tempia**: parte della testa tra l'occhio e l'orecchio.
- **carabinieri**: poliziotti italiani.
- **mastino**: grosso cane forte.

## Capitolo XXVIII. Pinocchio corre pericolo di esser fritto in padella, come un pesce.

Durante quella corsa disperata ci fu un momento terribile. Fu un momento in cui Pinocchio si credette perduto. Perché dovete sapere che Alidoro (era questo il nome del cane mastino), a forza di correre e correre, l'aveva quasi raggiunto.

Basta dire questo: il burattino sentiva dietro di sé, a un palmo di distanza, il respiro affannoso di quella brutta bestia. E sentiva perfino il caldo del suo fiato.

Per fortuna la spiaggia ormai era vicina, e il mare si vedeva lì a pochi passi.

Appena fu sulla spiaggia, il burattino fece un bellissimo salto, come avrebbe fatto una rana, e cadde in mezzo all'acqua. Alidoro invece voleva fermarsi. Ma la corsa era così veloce che il cane entrò nell'acqua anche lui. E quel poveretto non sapeva nuotare. Così cominciò subito a muovere in fretta le zampe per restare a galla. Ma più muoveva le zampe, più andava con la testa sott'acqua.

Quando mise di nuovo fuori la testa, il povero cane aveva gli occhi pieni di paura e stravolti. Abbaiava e gridava:

— Affogo! Affogo!

— Crepa! — gli rispose Pinocchio da lontano. Ormai si sentiva sicuro, lontano da ogni pericolo.

— Aiutami, Pinocchio mio!... Salvami dalla morte!... —

Il burattino sentì quelle grida disperate. In fondo aveva un cuore molto buono, e provò pietà. Si voltò verso il cane e gli disse:

— Ma se io ti aiuto a salvarti, mi prometti di non darmi più fastidio e di non corrermi più dietro?

— Te lo prometto! Te lo prometto! Sbrigati, per carità, perché se aspetti un altro mezzo minuto, sono bell'e morto. —

Pinocchio esitò un poco. Ma poi si ricordò di una cosa che il suo babbo gli aveva detto tante volte. A fare una buona azione non si perde mai niente. Allora andò nuotando verso Alidoro. Lo prese per la coda con tutte e due le mani e lo portò sano e salvo sulla sabbia asciutta della spiaggia.

Il povero cane non stava più in piedi. Senza volerlo, aveva bevuto tanta acqua salata che era gonfio come un pallone. Ma il burattino non voleva fidarsi troppo. Pensò che era più prudente buttarsi di nuovo in mare. Mentre si allontanava dalla spiaggia, gridò all'amico che aveva salvato:

— Addio, Alidoro; fai buon viaggio, e tanti saluti a casa.

— Addio, Pinocchio — rispose il cane. — Mille grazie per avermi salvato dalla morte. Mi hai fatto un grande favore: e in questo mondo quel che è fatto è reso. Se capita l'occasione, ci rivedremo.... —

Pinocchio continuò a nuotare, sempre vicino alla terra. Alla fine gli sembrò di essere arrivato in un posto sicuro. Diede un'occhiata alla spiaggia e vide sugli scogli una specie di grotta. Dalla grotta usciva un lunghissimo pennacchio di fumo.

— In quella grotta — disse allora fra sé — ci deve essere del fuoco. Tanto meglio! Andrò ad asciugarmi e a scaldarmi, e poi?... E poi sarà quel che sarà. —

Così decise e si avvicinò agli scogli. Ma quando stava per salire sugli scogli, sentì qualcosa sotto l'acqua. Saliva, saliva, saliva e lo portava in aria. Cercò subito di scappare, ma ormai era tardi. Perché, con sua grandissima meraviglia, si trovò chiuso dentro una grossa rete. Intorno a lui c'erano tantissimi pesci di ogni forma e grandezza. Muovevano la coda e si giravano di qua e di là, come tante anime disperate.

Nello stesso momento vide uscire dalla grotta un pescatore. Era così brutto, ma così brutto, che sembrava un mostro marino. Al posto dei capelli aveva sulla testa un cespuglio foltissimo di erba verde. Verde era la pelle del suo corpo, verdi gli occhi, verde la barba lunghissima, che gli scendeva fino in basso. Sembrava un grosso ramarro, in piedi sulle zampe di dietro.

Il pescatore tirò fuori la rete dal mare e gridò tutto contento:

— Benedetta Provvidenza! Anche oggi potrò fare una bella scorpacciata di pesce!

— Meno male che io non sono un pesce! — disse Pinocchio dentro di sé, e riprese un po' di coraggio.

La rete piena di pesci fu portata dentro la grotta. Era una grotta buia e piena di fumo. In mezzo friggeva una grande padella d'olio. Mandava un odorino di candela bruciata che toglieva il respiro.

— Adesso vediamo un po' che pesci abbiamo preso! — disse il pescatore verde. Infilò nella rete una mano enorme, che sembrava una pala da fornaio, e tirò fuori una manciata di triglie.

— Buone queste triglie! — disse. Le guardava e le annusava, tutto soddisfatto. E dopo averle annusate, le buttò con forza in una conca senz'acqua.

Poi ripeté molte volte la stessa cosa. E mentre tirava fuori gli altri pesci, gli veniva l'acquolina in bocca. Tutto felice diceva:

— Buoni questi naselli!...

— Squisiti questi muggini!...

— Deliziose queste sogliole!...

— Ottimi questi ragnotti!...

— Carine queste acciughe con la testa! —

Come potete immaginare, i naselli, i muggini, le sogliole, i ragnotti e le acciughe finirono tutti insieme, alla rinfusa, nella conca, a fare compagnia alle triglie.

L'ultimo che rimase nella rete fu Pinocchio.

Appena il pescatore lo tirò fuori, spalancò per la meraviglia i suoi grandi occhi verdi. E gridò, quasi con paura:

— Che razza di pesce è questo? Non mi ricordo di aver mai mangiato pesci fatti in questo modo. —

E tornò a guardarlo con attenzione. Lo guardò ben bene da tutte le parti, e alla fine disse:

— Ho capito; dev'essere un granchio di mare. —

Allora Pinocchio si sentì offeso, perché lo avevano preso per un granchio. E disse con voce risentita:

— Ma che granchio e non granchio? Guardi come mi tratta! Io, per sua informazione, sono un burattino.

— Un burattino? — rispose il pescatore. — A dire la verità, il pesce burattino per me è un pesce nuovo! Meglio così! Ti mangerò più volentieri.

— Mangiarmi? Ma vuole capire che io non sono un pesce? Non sente che parlo e ragiono come lei?

— È verissimo — aggiunse il pescatore. — E siccome vedo che sei un pesce, e che hai la fortuna di parlare e di ragionare come me, voglio trattarti anch'io con il dovuto rispetto.

— E che cosa sarebbe questo rispetto?...

— Come segno di amicizia e di stima speciale, lascio a te la scelta: come vuoi essere cucinato? Vuoi essere fritto in padella? Oppure preferisci essere cotto in tegame con la salsa di pomodoro?

— A dire la verità — rispose Pinocchio — se devo scegliere, preferisco essere lasciato libero, per poter tornare a casa mia.

— Tu scherzi! Ti sembra che io voglia perdere l'occasione di assaggiare un pesce così raro? Non capita mica tutti i giorni un pesce burattino in questi mari. Lascia fare a me: ti friggerò in padella insieme a tutti gli altri pesci, e sarai contento. Essere fritti in compagnia è sempre una consolazione. —

Quando sentì queste parole, l'infelice Pinocchio cominciò a piangere, a strillare, a pregare. E piangendo diceva: — Quanto era meglio andare a scuola!... Ho voluto ascoltare i compagni, e ora la pago!... Ih!... Ih!... Ih!... —

E si torceva come un'anguilla. Faceva sforzi incredibili per scappare dalle mani del pescatore verde. Allora il pescatore prese un bel giunco. Lo legò per le mani e per i piedi, come un salame, e lo buttò in fondo alla conca con gli altri.

Poi tirò fuori un brutto vassoio di legno pieno di farina e cominciò a infarinare tutti quei pesci. E man mano che li infarinava, li buttava a friggere nella padella.

I primi a ballare nell'olio bollente furono i poveri naselli. Poi toccò ai ragnotti, poi ai muggini, poi alle sogliole e alle acciughe. E poi venne il turno di Pinocchio. Lui si vedeva così vicino alla morte (e che brutta morte!) che tremava tutto per lo spavento. Non aveva più né voce né fiato per pregare.

Il povero ragazzo pregava con gli occhi! Ma il pescatore verde non lo guardò neppure. Lo rotolò cinque o sei volte nella farina. Lo infarinò così bene dalla testa ai piedi che sembrava diventato un burattino di gesso.

Poi lo prese per la testa, e....

### Glossario

- **palmo**: la larghezza di una mano aperta.
- **crepa**: muori! (parola cattiva e volgare).
- **stravolti**: molto cambiati e strani, per la paura.
- **gonfio**: più grande del normale, pieno d'acqua o d'aria.
- **pennacchio**: qui: una lunga striscia di fumo che sale in alto.
- **foltissimo**: molto fitto, con tantissimi fili vicini.
- **l'acquolina**: (avere l'acquolina in bocca) avere molta voglia di mangiare una cosa.
- **quel che è fatto è reso**: chi fa del bene riceve del bene.
- **ramarro**: grossa lucertola verde.
- **scorpacciata**: grande mangiata, quando si mangia moltissimo.
- **conca**: grande recipiente basso e largo.
- **naselli, muggini, sogliole, ragnotti, acciughe**: tipi di pesci di mare.
- **giunco**: pianta lunga e sottile che si piega; serve per legare.
- **infarinare**: coprire di farina.

## Capitolo XXIX. Ritorna a casa della Fata, la quale gli promette che il giorno dopo non sarà più un burattino, ma diventerà un ragazzo. Gran colazione di caffè-e-latte per festeggiare questo grande avvenimento.

Il pescatore stava proprio per buttare Pinocchio nella padella. In quel momento entrò nella grotta un grosso cane. Era arrivato fin lì seguendo l'odore fortissimo e buono della frittura.

— Vai via! — gli gridò il pescatore, e lo minacciava. Intanto teneva sempre in mano il burattino infarinato.

Ma il povero cane aveva una fame per quattro. Guaiva e muoveva la coda, e sembrava dire:

— Dammi un boccone di frittura e ti lascio in pace.

— Vai via, ti dico! — ripeté il pescatore. E allungò la gamba per dargli un calcio.

Ma quando il cane aveva davvero fame, non era abituato a farsi trattare male. Allora si voltò contro il pescatore, ringhiò e gli mostrò le sue terribili zanne.

In quel momento si sentì nella grotta una vocina debole debole che disse:

— Salvami, Alidoro! Se non mi salvi, sono fritto!... —

Il cane riconobbe subito la voce di Pinocchio. E capì, con grandissima meraviglia, che la vocina usciva da quel pacchetto infarinato che il pescatore teneva in mano.

Allora che cosa fa? Fa un gran salto da terra e prende in bocca quel pacchetto infarinato. Lo tiene leggero leggero tra i denti, esce di corsa dalla grotta, e via come un lampo!

Il pescatore era arrabbiatissimo. Gli avevano strappato di mano un pesce che avrebbe mangiato tanto volentieri! Provò a correre dietro al cane. Ma dopo pochi passi gli venne un attacco di tosse e dovette tornare indietro.

Intanto Alidoro ritrovò il sentiero che portava al paese. Lì si fermò e posò piano piano per terra l'amico Pinocchio.

— Quanto ti devo ringraziare! — disse il burattino.

— Non c'è bisogno — rispose il cane. — Tu hai salvato me, e quel che è fatto è reso. Si sa: in questo mondo dobbiamo tutti aiutarci l'uno con l'altro.

— Ma come mai sei finito in quella grotta?

— Ero ancora qui, disteso sulla spiaggia, più morto che vivo. A un tratto il vento mi ha portato da lontano un profumino di frittura. Quel profumino mi ha fatto venire appetito, e io l'ho seguito. Se arrivavo un minuto più tardi!...

— Non me lo dire! — urlò Pinocchio, che tremava ancora di paura. — Non me lo dire! Se arrivavi un minuto più tardi, a quest'ora io ero bell'e fritto, mangiato e digerito. Brrr! Mi vengono i brividi solo a pensarci!... —

Alidoro, ridendo, allungò la zampa destra verso il burattino. Pinocchio gliela strinse forte forte, come segno di grande amicizia. E poi si separarono.

Il cane riprese la strada di casa. Pinocchio, rimasto solo, andò verso una capanna lì vicino. Sulla porta c'era un vecchietto che si scaldava al sole. Pinocchio gli domandò:

— Dite, buon uomo, sapete niente di un povero ragazzo ferito alla testa, che si chiamava Eugenio?

— Il ragazzo è stato portato in questa capanna da alcuni pescatori, e ora....

— Ora sarà morto!... — lo interruppe Pinocchio, con un grande dolore.

— No: ora è vivo, ed è già tornato a casa sua.

— Davvero?... Davvero?... — gridò il burattino, e saltava dalla gioia. — Allora la ferita non era grave?...

— Ma poteva essere gravissima, e anche mortale — rispose il vecchietto — perché gli hanno tirato in testa un grosso libro con la copertina di cartone.

— E chi gliel'ha tirato?

— Un suo compagno di scuola: un certo Pinocchio....

— E chi è questo Pinocchio? — domandò il burattino, e faceva finta di non sapere niente.

— Dicono che sia un ragazzaccio, un vagabondo, un vero scavezzacollo.

— Bugie! Tutte bugie e cattiverie!

— Lo conosci tu, questo Pinocchio?

— Di vista! — rispose il burattino.

— E tu che cosa ne pensi? — gli chiese il vecchietto.

— A me sembra un ragazzo molto buono, pieno di voglia di studiare, ubbidiente, affezionato al suo babbo e alla sua famiglia.... —

Il burattino diceva tutte queste bugie con la faccia tranquilla. Ma intanto si toccò il naso, e si accorse che il naso era cresciuto più di un palmo. Allora, tutto spaventato, cominciò a gridare:

— Non ascoltate, buon uomo, tutto il bene che vi ho detto di lui, perché conosco benissimo Pinocchio. E posso assicurarvi anch'io che è davvero un ragazzaccio, un disubbidiente e uno svogliato. Invece di andare a scuola, va con i compagni a fare il monello! —

Appena ebbe detto queste parole, il suo naso si accorciò e tornò alla grandezza naturale, come era prima.

— E perché sei tutto bianco così? — gli domandò a un tratto il vecchietto.

— Vi dirò.... senza accorgermene, mi sono strofinato contro un muro appena dipinto di bianco — rispose il burattino. Si vergognava di raccontare che lo avevano infarinato come un pesce, per friggerlo in padella.

— E la tua giacchetta, i tuoi pantaloncini e il tuo berretto, che fine hanno fatto?

— Ho incontrato i ladri e mi hanno spogliato. Ditemi, buon vecchio, non avreste per caso un vestitino da darmi, almeno per tornare a casa?

— Ragazzo mio, come vestiti io ho soltanto un piccolo sacchetto, dove tengo i lupini. Se lo vuoi, prendilo: eccolo là. —

Pinocchio non se lo fece dire due volte. Prese subito il sacchetto dei lupini, che era vuoto. Con le forbici fece un piccolo buco sul fondo e due buchi ai lati. Poi se lo infilò come una camicia. E vestito così leggero, si incamminò verso il paese. Ma lungo la strada non si sentiva per niente tranquillo. Infatti faceva un passo avanti e uno indietro, e parlando da solo diceva:

— Come farò a presentarmi alla mia buona Fatina? Che cosa dirà quando mi vedrà?... Vorrà perdonarmi questa seconda birichinata?... Scommetto che non me la perdona!... Oh! Non me la perdona di certo!... E me lo merito: perché io sono un monello che promette sempre di cambiare, e non mantiene mai!... —

Arrivò al paese che era già notte buia. Faceva un tempo bruttissimo e pioveva a catinelle. Così andò dritto dritto alla casa della Fata. Era deciso a bussare alla porta e a farsi aprire.

Ma quando fu lì, sentì che gli mancava il coraggio. Invece di bussare, scappò di corsa una ventina di passi più in là. Poi tornò una seconda volta alla porta, e non fece niente. Poi si avvicinò una terza volta, e niente. La quarta volta prese in mano, tremando, il battente di ferro e bussò un piccolo colpettino.

Aspetta, aspetta, finalmente dopo mezz'ora si aprì una finestra dell'ultimo piano (la casa aveva quattro piani). Pinocchio vide affacciarsi una grossa Lumaca, con un lumicino acceso sulla testa. La Lumaca disse:

— Chi è a quest'ora?

— La Fata è in casa? — domandò il burattino.

— La Fata dorme e non vuole essere svegliata: ma tu chi sei?

— Sono io!

— Io chi?

— Pinocchio.

— Pinocchio chi?

— Il burattino, quello che abita in casa con la Fata.

— Ah! Ho capito — disse la Lumaca. — Aspettami lì, che ora scendo giù e ti apro subito.

— Sbrigatevi, per carità, perché io muoio dal freddo.

— Ragazzo mio, io sono una Lumaca, e le Lumache non hanno mai fretta. —

Intanto passò un'ora, ne passarono due, e la porta non si apriva. Pinocchio tremava per il freddo, per la paura e per l'acqua che aveva addosso. Per questo si fece coraggio e bussò una seconda volta, più forte.

A quel secondo colpo si aprì una finestra del piano di sotto, e si affacciò la stessa Lumaca.

— Lumachina bella — gridò Pinocchio dalla strada — sono due ore che aspetto! E due ore, in questa brutta serata, diventano più lunghe di due anni. Sbrigatevi, per carità.

— Ragazzo mio — gli rispose dalla finestra quella bestiolina, tutta calma e tutta pace — ragazzo mio, io sono una Lumaca, e le Lumache non hanno mai fretta. — E la finestra si richiuse.

Poco dopo suonò la mezzanotte. Poi suonò l'una, poi le due dopo mezzanotte, e la porta era sempre chiusa.

Allora Pinocchio perse la pazienza. Afferrò con rabbia il battente della porta per dare un colpo così forte da far tremare tutta la casa. Ma il battente di ferro diventò all'improvviso un'anguilla viva. Gli scivolò dalle mani e sparì in un ruscelletto d'acqua che scorreva in mezzo alla strada.

— Ah, sì? — gridò Pinocchio, sempre più accecato dalla rabbia. — Se il battente è sparito, io continuerò a bussare a forza di calci. —

Si tirò un poco indietro e diede un calcio fortissimo alla porta di casa. Il colpo fu così forte che il piede entrò nel legno fino a metà. Il burattino provò a tirarlo fuori, ma fu tutta fatica inutile, perché il piede era rimasto piantato lì dentro, come un chiodo ribattuto.

Figuratevi il povero Pinocchio! Dovette passare tutto il resto della notte con un piede per terra e l'altro in aria.

La mattina, all'alba, finalmente la porta si aprì. Quella brava bestiolina della Lumaca, per scendere dal quarto piano fino alla porta di strada, ci aveva messo solamente nove ore. Bisogna proprio dire che avesse fatto una sudata.

— Che cosa fate con quel piede piantato nella porta? — domandò ridendo al burattino.

— È stata una disgrazia. Lumachina bella, provate un po' a liberarmi da questa tortura.

— Ragazzo mio, qui ci vuole un falegname, e io non ho mai fatto la falegname.

— Pregate la Fata da parte mia!...

— La Fata dorme e non vuole essere svegliata.

— Ma che cosa volete che io faccia, inchiodato tutto il giorno a questa porta?

— Divertiti a contare le formiche che passano per la strada.

— Portatemi almeno qualcosa da mangiare, perché mi sento sfinito.

— Subito! — disse la Lumaca.

Infatti dopo tre ore e mezzo Pinocchio la vide tornare con un vassoio d'argento sulla testa. Nel vassoio c'erano un pane, un pollo arrosto e quattro albicocche mature.

— Ecco la colazione che vi manda la Fata — disse la Lumaca.

Quando vide tutta quella roba buona, il burattino si sentì tutto consolato. Ma che delusione, quando cominciò a mangiare! Dovette accorgersi che il pane era di gesso, il pollo di cartone e le quattro albicocche di alabastro, colorate come se fossero vere.

Voleva piangere, voleva disperarsi, voleva buttare via il vassoio e quello che c'era dentro. Ma forse per il grande dolore, o forse per la grande debolezza di stomaco, fatto sta che cadde svenuto.

Quando si risvegliò, si trovò disteso sopra un divano, e la Fata era accanto a lui.

— Anche per questa volta ti perdono — gli disse la Fata. — Ma guai a te, se me ne fai un'altra delle tue!... —

Pinocchio promise e giurò che avrebbe studiato e che si sarebbe comportato sempre bene. E mantenne la parola per tutto il resto dell'anno. Infatti agli esami prima delle vacanze ebbe l'onore di essere il più bravo della scuola. E il suo comportamento fu giudicato così buono che la Fata, tutta contenta, gli disse:

— Domani finalmente il tuo desiderio si realizzerà!

— Cioè?

— Domani smetterai di essere un burattino di legno, e diventerai un ragazzo perbene. —

Chi non ha visto la gioia di Pinocchio a questa notizia tanto desiderata non potrà mai immaginarla. Tutti i suoi amici e compagni di scuola dovevano essere invitati per il giorno dopo. Ci sarebbe stata una grande colazione a casa della Fata, per festeggiare insieme il grande avvenimento. La Fata aveva fatto preparare duecento tazze di caffè-e-latte e quattrocento panini, imburrati dentro e fuori. Quella giornata prometteva di essere molto bella e molto allegra: ma....

Purtroppo, nella vita dei burattini, c'è sempre un *ma* che rovina ogni cosa.

### Glossario

- **frittura**: pesci o altri cibi fritti nell'olio.
- **zanne**: denti grandi e appuntiti di un animale.
- **infarinato**: coperto di farina.
- **boccone**: piccola quantità di cibo, quella che si mette in bocca in una volta.
- **disteso**: sdraiato, con il corpo lungo per terra o sopra un letto.
- **scavezzacollo**: ragazzo che fa sempre cose pericolose e sbagliate.
- **ubbidiente**: che fa quello che dicono i genitori e i grandi.
- **disubbidiente**: che non fa quello che dicono i genitori e i grandi.
- **svogliato**: che non ha voglia di fare niente, specialmente di studiare.
- **bestiolina**: piccolo animale.
- **vassoio**: piatto grande e piatto su cui si portano cibi e bicchieri.
- **albicocche**: piccoli frutti rotondi, gialli e arancioni.
- **battente**: oggetto di ferro sulla porta per bussare.
- **lupini**: semi gialli che si mangiano, simili ai fagioli.
- **birichinata**: azione da monello, piccola cattiveria.
- **lumicino**: piccola luce, piccola lampada.
- **chiodo ribattuto**: chiodo piegato dall'altra parte, che non si può più togliere.
- **alabastro**: pietra bianca e liscia, simile al marmo.
- **perbene**: onesto, educato, che si comporta bene.

## Capitolo XXX. Pinocchio, invece di diventare un ragazzo, parte di nascosto col suo amico Lucignolo per il «Paese dei balocchi.»

Naturalmente Pinocchio chiese subito alla Fata il permesso di andare in giro per la città a fare gli inviti. E la Fata gli disse:

— Vai pure a invitare i tuoi compagni per la colazione di domani. Ma ricordati di tornare a casa prima che faccia notte. Hai capito?

— Prometto che fra un'ora sarò bell'e tornato — rispose il burattino.

— Attento, Pinocchio! I ragazzi fanno presto a promettere. Ma il più delle volte fanno tardi a mantenere.

— Ma io non sono come gli altri: io, quando dico una cosa, la mantengo.

— Vedremo. Se poi tu disubbidissi, tanto peggio per te.

— Perché?

— Perché i ragazzi che non ascoltano i consigli di chi ne sa più di loro vanno sempre incontro a qualche disgrazia.

— E io l'ho provato! — disse Pinocchio. — Ma ora non ci ricasco più!

— Vedremo se dici la verità. —

Senza aggiungere altre parole, il burattino salutò la sua buona Fata, che per lui era una specie di mamma. E cantando e ballando uscì dalla porta di casa.

In poco più di un'ora tutti i suoi amici furono invitati. Alcuni accettarono subito e con tutto il cuore. Altri, all'inizio, si fecero un po' pregare. Ma poi seppero che i panini da inzuppare nel caffè-e-latte sarebbero stati imburrati anche dalla parte di fuori. Allora alla fine tutti dissero: — Verremo anche noi, per farti piacere. —

Ora dovete sapere che Pinocchio, fra i suoi amici e compagni di scuola, ne aveva uno preferito e carissimo. Il suo nome era Romeo. Ma tutti lo chiamavano con il soprannome di *Lucignolo*, perché era magro, secco e lungo. Era tale e quale al lucignolo nuovo di un lumino da notte.

Lucignolo era il ragazzo più svogliato e più birichino di tutta la scuola. Ma Pinocchio gli voleva un gran bene. Infatti andò subito a cercarlo a casa per invitarlo alla colazione, e non lo trovò. Tornò una seconda volta, e Lucignolo non c'era. Tornò una terza volta, e fece la strada per niente.

Dove poteva trovarlo? Cerca di qua, cerca di là, finalmente lo vide nascosto sotto il portico di una casa di contadini.

— Che cosa fai lì? — gli domandò Pinocchio, e si avvicinò.

— Aspetto la mezzanotte, per partire....

— Dove vai?

— Lontano, lontano, lontano!

— E io che sono venuto a cercarti a casa tre volte!...

— Che cosa volevi da me?

— Non sai il grande avvenimento? Non sai che fortuna mi è capitata?

— Quale?

— Domani smetto di essere un burattino e divento un ragazzo come te, e come tutti gli altri.

— Buon per te.

— Allora domani ti aspetto a colazione a casa mia.

— Ma ti dico che parto stasera.

— A che ora?

— Fra poco.

— E dove vai?

— Vado ad abitare in un paese.... che è il paese più bello di questo mondo: una vera cuccagna!...

— E come si chiama?

— Si chiama il «Paese dei balocchi». Perché non vieni anche tu?

— Io? No davvero!

— Sbagli, Pinocchio! Credimi: se non vieni, te ne pentirai. Dove vuoi trovare un paese più sano per noi ragazzi? Lì non ci sono scuole. Lì non ci sono maestri. Lì non ci sono libri. In quel paese benedetto non si studia mai. Il giovedì non si va a scuola: e ogni settimana è fatta di sei giovedì e di una domenica. Pensa che le vacanze d'autunno cominciano il primo di gennaio e finiscono l'ultimo di dicembre. Ecco un paese che piace veramente a me! Ecco come dovrebbero essere tutti i paesi civili!...

— Ma come si passano le giornate nel «Paese dei balocchi»?

— Si passano giocando e divertendosi dalla mattina alla sera. La sera poi si va a letto, e la mattina dopo si ricomincia da capo. Che te ne pare?

— Uhm!... — fece Pinocchio. E scosse leggermente la testa, come per dire: «È una vita che farei volentieri anch'io.»

— Allora, vuoi partire con me? Sì o no? Deciditi.

— No, no, no e poi no. Ormai ho promesso alla mia buona Fata di diventare un ragazzo perbene, e voglio mantenere la promessa. Anzi, vedo che il sole sta andando giù. Perciò ti lascio subito e scappo via. Allora addio, e buon viaggio.

— Dove corri con tanta fretta?

— A casa. La mia buona Fata vuole che torni prima di notte.

— Aspetta altri due minuti.

— Faccio troppo tardi.

— Due minuti soli.

— E se poi la Fata mi grida contro?

— Lasciala gridare. Quando avrà gridato ben bene, si calmerà — disse quella birba di Lucignolo.

— E come fai? Parti da solo o in compagnia?

— Da solo? Saremo più di cento ragazzi.

— E il viaggio lo fate a piedi?

— Fra poco passerà di qui il carro che mi deve prendere. Mi porterà fino dentro ai confini di quel paese fortunatissimo.

— Che cosa pagherei perché il carro passasse adesso!...

— Perché?

— Per vedervi partire tutti insieme.

— Resta qui ancora un po' e ci vedrai.

— No, no: voglio tornare a casa.

— Aspetta altri due minuti.

— Ho aspettato anche troppo. La Fata sarà preoccupata per me.

— Povera Fata! Ha forse paura che ti mangino i pipistrelli?

— Ma allora — aggiunse Pinocchio — sei veramente sicuro che in quel paese non ci sono scuole?...

— Neanche l'ombra.

— E nemmeno i maestri?

— Nemmeno uno.

— E non c'è mai l'obbligo di studiare?

— Mai, mai, mai!

— Che bel paese! — disse Pinocchio, e gli veniva l'acquolina in bocca. — Che bel paese! Io non ci sono mai stato, ma me lo immagino!...

— Perché non vieni anche tu?

— È inutile che tu mi tenti! Ormai ho promesso alla mia buona Fata di diventare un ragazzo con la testa a posto, e non voglio mancare alla parola.

— Allora addio, e salutami tanto le scuole ginnasiali!... E anche quelle liceali, se le incontri per la strada.

— Addio, Lucignolo; fai buon viaggio, divertiti e ricordati qualche volta degli amici. —

Detto questo, il burattino fece due passi, come per andarsene. Ma poi si fermò, si voltò verso l'amico e gli domandò:

— Ma sei proprio sicuro che in quel paese tutte le settimane siano fatte di sei giovedì e di una domenica?

— Sicurissimo.

— Ma lo sai di certo che le vacanze comincino il primo di gennaio e finiscano l'ultimo di dicembre?

— Certissimo.

— Che bel paese! — ripeté Pinocchio, e sputava per la troppa gioia. Poi, ormai deciso, aggiunse in tutta fretta:

— Allora addio davvero: e buon viaggio.

— Addio.

— Fra quanto partirete?

— Fra poco.

— Peccato! Se alla partenza mancasse un'ora sola, sarei quasi capace di aspettare.

— E la Fata?

— Ormai ho fatto tardi!... E tornare a casa un'ora prima o un'ora dopo è lo stesso.

— Povero Pinocchio! E se la Fata ti grida contro?

— Pazienza! La lascerò gridare. Quando avrà gridato ben bene, si calmerà. —

Intanto era già notte, notte buia. A un tratto videro muoversi da lontano un lumicino.... E sentirono un suono di campanelli e uno squillo di trombetta. Era così piccolo e soffocato che sembrava il ronzio di una zanzara.

— Eccolo! — gridò Lucignolo, e si alzò in piedi.

— Chi è? — domandò sottovoce Pinocchio.

— È il carro che viene a prendermi. Allora, vuoi venire, sì o no?

— Ma è proprio vero — domandò il burattino — che in quel paese i ragazzi non hanno mai l'obbligo di studiare?

— Mai, mai, mai!

— Che bel paese!... Che bel paese!... Che bel paese!... —

### Glossario

- **Paese dei balocchi**: paese dove i ragazzi giocano sempre e non studiano mai.
- **lucignolo**: il filo di cotone che brucia in una lampada o in una candela.
- **lumino da notte**: piccola lampada che resta accesa di notte.
- **birichino**: vivace e disubbidiente, che fa scherzi.
- **portico**: parte coperta davanti a una casa, aperta da un lato.
- **cuccagna**: paese immaginario dove tutto è facile e c'è tutto in abbondanza.
- **scuole ginnasiali e liceali**: scuole superiori, dopo le elementari.
- **acquolina in bocca**: la saliva che viene quando si desidera molto una cosa.
- **birba**: ragazzo furbo e un po' cattivo.
- **pipistrelli**: piccoli animali con le ali che volano di notte.
- **trombetta**: piccola tromba, strumento musicale.

## Capitolo XXXI. Dopo cinque mesi di cuccagna, Pinocchio con sua gran meraviglia sente spuntarsi un bel pajo d'orecchie asinine, e diventa un ciuchino, con la coda e tutto.

Finalmente il carro arrivò. E arrivò senza fare il più piccolo rumore, perché le sue ruote erano avvolte nella stoppa e negli stracci.

Lo tiravano dodici pariglie di ciuchini. Erano tutti della stessa grandezza, ma il loro pelo era di colori diversi.

Alcuni erano grigi, altri bianchi, altri macchiati come il pepe e il sale. Altri ancora avevano grandi strisce gialle e azzurre.

Ma la cosa più strana era questa. Le dodici pariglie, cioè i ventiquattro ciuchini, non portavano i ferri come gli altri animali da lavoro. Ai piedi avevano invece degli stivaletti da uomo, fatti di pelle bianca.

E il conducente del carro?...

Immaginatevi un omino più largo che lungo, morbido e unto come una palla di burro. Aveva un visino rosa come una mela. Aveva una piccola bocca che rideva sempre. Aveva una voce sottile e dolce, come un gatto che si raccomanda al buon cuore della padrona di casa.

Tutti i ragazzi, appena lo vedevano, si innamoravano di lui. Facevano a gara per salire sul suo carro. Volevano che lui li portasse in quella vera cuccagna. Sulla carta geografica quel paese aveva un nome che attirava tutti: il «Paese dei balocchi».

Infatti il carro era già tutto pieno di ragazzini fra gli otto e i dodici anni. Stavano ammucchiati gli uni sugli altri, come tante acciughe sotto sale. Stavano male, stavano stretti, quasi non potevano respirare. Ma nessuno diceva *ohi!*, nessuno si lamentava. Fra poche ore sarebbero arrivati in un paese senza libri, senza scuole e senza maestri. Questo pensiero li rendeva così contenti e tranquilli che non sentivano più niente. Non sentivano la scomodità, né la fatica, né la fame, né la sete, né il sonno.

Appena il carro si fermò, l'omino si voltò verso Lucignolo. Con mille smorfie e mille moine, gli domandò sorridendo:

— Dimmi, mio bel ragazzo, vuoi venire anche tu in quel paese fortunato?

— Certo che ci voglio venire!

— Ma ti avverto, carino mio, che nel carro non c'è più posto. Come vedi, è tutto pieno!...

— Pazienza! — rispose Lucignolo. — Se non c'è posto dentro, mi accontenterò di stare seduto sulle stanghe del carro. — E con un salto montò a cavalcioni sulle stanghe.

— E tu, amore mio, — disse l'omino a Pinocchio, tutto gentile e pieno di complimenti — che cosa vuoi fare? Vieni con noi o rimani?...

— Io rimango — rispose Pinocchio. — Io voglio tornare a casa mia. Voglio studiare e voglio farmi onore a scuola, come fanno tutti i ragazzi perbene.

— Buon pro ti faccia!

— Pinocchio, — disse allora Lucignolo — ascolta me: vieni con noi e staremo allegri!

— No, no, no!

— Vieni con noi e staremo allegri! — gridarono altre quattro voci da dentro il carro.

— Vieni con noi e staremo allegri! — urlarono tutte insieme un centinaio di voci.

— E se vengo con voi, che cosa dirà la mia buona Fata? — disse il burattino. Ormai cominciava a cedere e non sapeva più che cosa decidere.

— Non riempirti la testa di tanti pensieri tristi. Pensa che andiamo in un paese dove potremo fare chiasso dalla mattina alla sera! —

Pinocchio non rispose, ma fece un sospiro. Poi fece un altro sospiro, poi un terzo sospiro. Finalmente disse:

— Fatemi un po' di posto: voglio venire anch'io!...

— I posti sono tutti pieni — rispose l'omino. — Ma per mostrarti quanto mi sei caro, posso darti il mio posto a cassetta.

— E voi?

— E io farò la strada a piedi.

— No davvero, non lo permetto. Preferisco salire in groppa a uno di questi ciuchini! — gridò Pinocchio.

Detto fatto, si avvicinò al ciuchino di destra della prima pariglia e fece per salirgli sopra. Ma la bestiola si voltò di colpo e gli diede un gran colpo di muso nello stomaco. Pinocchio cadde a gambe all'aria.

Immaginatevi le risate maleducate e sguaiate di tutti quei ragazzi che guardavano la scena.

Ma l'omino non rise. Si avvicinò pieno di affetto al ciuchino ribelle. Fece finta di dargli un bacio, e invece con un morso gli staccò metà dell'orecchio destro.

Intanto Pinocchio si era alzato da terra, tutto arrabbiato. Con un salto volò sulla groppa di quel povero animale. Il salto fu così bello che i ragazzi smisero di ridere. Cominciarono a urlare *viva Pinocchio!* e a fare applausi che non finivano più.

Ma all'improvviso il ciuchino alzò tutte e due le gambe di dietro. Poi diede un fortissimo colpo con la schiena. Il povero burattino volò in mezzo alla strada, sopra un mucchio di ghiaia.

Allora ci furono di nuovo grandi risate. Ma l'omino non rise. Sentì tanto amore per quell'asinello inquieto che gli diede un bacio. E con quel bacio gli portò via di netto metà dell'altro orecchio. Poi disse al burattino:

— Rimonta pure a cavallo, e non aver paura. Quel ciuchino aveva qualche capriccio per la testa. Ma io gli ho detto due paroline negli orecchi, e spero di averlo reso calmo e ragionevole. —

Pinocchio montò, e il carro cominciò a muoversi. I ciuchini galoppavano e il carro correva sui sassi della strada principale. A un tratto al burattino parve di sentire una voce bassa, che si capiva appena. La voce gli disse:

— Povero gonzo! Hai voluto fare come volevi tu, ma te ne pentirai! —

Pinocchio, quasi spaventato, guardò di qua e di là. Voleva capire da dove venivano quelle parole. Ma non vide nessuno. I ciuchini galoppavano, il carro correva, i ragazzi dentro il carro dormivano. Lucignolo russava come un ghiro. E l'omino, seduto a cassetta, cantava sottovoce fra i denti:

Tutti la notte dormono

E io non dormo mai....

Dopo un altro mezzo chilometro, Pinocchio sentì di nuovo la vocina debole, che gli disse:

— Ricordatelo bene, grullerello! Ci sono ragazzi che smettono di studiare. Voltano le spalle ai libri, alle scuole e ai maestri, e pensano solo ai giochi e ai divertimenti. Questi ragazzi non possono fare altro che una brutta fine! Io lo so per esperienza, e te lo posso dire!... Verrà un giorno che piangerai anche tu, come oggi piango io.... ma allora sarà tardi!... —

A queste parole, dette a voce bassissima, il burattino si spaventò più che mai. Saltò giù dalla groppa del suo ciuchino e andò a prenderlo per il muso.

E immaginatevi come rimase quando si accorse che il suo ciuchino piangeva.... e piangeva proprio come un ragazzo!

— Ehi, signor omino, — gridò allora Pinocchio al padrone del carro — sapete che cosa c'è di nuovo? Questo ciuchino piange.

— Lascialo piangere: riderà quando si sposerà!

— Ma forse gli avete insegnato anche a parlare?

— No: ha imparato da solo a borbottare qualche parola, perché è stato per tre anni in una compagnia di cani ammaestrati.

— Povera bestia!...

— Via, via.... — disse l'omino. — Non perdiamo il nostro tempo a guardare un ciuco che piange. Rimonta a cavallo, e andiamo: la notte è fresca e la strada è lunga. —

Pinocchio ubbidì senza dire una parola. Il carro riprese la sua corsa. La mattina, all'alba, arrivarono felicemente nel «Paese dei balocchi».

Questo paese non somigliava a nessun altro paese del mondo. I suoi abitanti erano tutti ragazzi. I più vecchi avevano quattordici anni, i più giovani ne avevano appena otto. Nelle strade c'era un'allegria, un chiasso, uno strillare da far impazzire! Dappertutto c'erano gruppi di monelli. Chi giocava alle noci, chi alle piastrelle, chi alla palla. Chi andava in velocipede, chi sopra un cavallino di legno. Questi giocavano a mosca cieca, quegli altri si rincorrevano. Altri, vestiti da pagliacci, mangiavano la stoppa accesa. Chi recitava, chi cantava, chi faceva i salti mortali. Chi si divertiva a camminare con le mani per terra e le gambe in aria. Chi faceva correre il cerchio. Chi passeggiava vestito da generale, con l'elmo di carta e lo squadrone di cartapesta. Chi rideva, chi urlava, chi chiamava, chi batteva le mani, chi fischiava. Chi imitava il verso della gallina quando ha fatto l'uovo. Insomma, c'era una tale confusione, un tale baccano infernale! Bisognava mettersi il cotone negli orecchi per non diventare sordi. Su tutte le piazze si vedevano teatrini di tela, pieni di ragazzi dalla mattina alla sera. Su tutti i muri delle case si leggevano bellissime frasi scritte col carbone. C'era scritto: *viva i balocci!* (invece di *balocchi*). E poi: *non voliamo più schole* (invece di *non vogliamo più scuole*). E ancora: *abbasso Larin Metica* (invece di *aritmetica*). E c'erano tanti altri fiori come questi.

Pinocchio, Lucignolo e tutti gli altri ragazzi avevano fatto il viaggio con l'omino. Appena misero piede in città, si buttarono subito in mezzo alla gran confusione. In pochi minuti, come è facile immaginare, diventarono amici di tutti. Chi era più felice e più contento di loro? Fra giochi continui e divertimenti di ogni tipo, le ore, i giorni e le settimane passavano come lampi.

— Oh! che bella vita! — diceva Pinocchio tutte le volte che incontrava per caso Lucignolo.

— Vedi, dunque, che avevo ragione? — rispondeva Lucignolo. — E pensare che tu non volevi partire! Ti eri messo in testa di tornare a casa dalla tua Fata, per perdere tempo a studiare! Oggi sei libero dalla noia dei libri e delle scuole. Lo devi a me, ai miei consigli, alle mie attenzioni: sei d'accordo? Solo i veri amici sanno fare favori così grandi.

— È vero, Lucignolo! Se oggi sono un ragazzo davvero contento, è tutto merito tuo. E il maestro, invece, sai che cosa mi diceva di te? Mi diceva sempre: «Non frequentare quella birba di Lucignolo, perché Lucignolo è un cattivo compagno, e può consigliarti soltanto di fare il male!...»

— Povero maestro! — rispose l'altro, scuotendo la testa. — Lo so purtroppo che non mi sopportava. Si divertiva sempre a dire cose false su di me. Ma io sono generoso e lo perdono!

— Anima grande! — disse Pinocchio. Abbracciò l'amico con affetto e gli diede un bacio in mezzo agli occhi.

Erano ormai cinque mesi che durava questa bella cuccagna. Giocavano e si divertivano giornate intere, senza mai vedere né un libro né una scuola. Ma una mattina Pinocchio si svegliò ed ebbe, come si dice, una gran brutta sorpresa. Questa sorpresa lo mise proprio di cattivo umore.

### Glossario

- **cuccagna**: paese o situazione dove si sta benissimo, senza lavorare e con tutto quello che si vuole.
- **pariglia**: coppia di animali che tirano insieme un carro.
- **stoppa**: fibre grezze di canapa o lino, morbide e facili da bruciare.
- **stanghe**: i due lunghi bastoni davanti al carro, dove si attaccano gli animali.
- **a cassetta**: al posto di guida del carro, davanti e in alto.
- **groppa**: la schiena di un animale come il cavallo o l'asino.
- **gonzo / grullerello**: persona sciocca, che si fa ingannare facilmente.
- **velocipede**: antica bicicletta.
- **piastrelle**: gioco in cui si lanciano pietre piatte verso un segno.
- **birba**: ragazzo furbo e cattivo, che fa sempre dispetti.
- **omino / l'omino**: uomo piccolo.
- **ciuchino / ciuchini**: piccolo asino.
- **galoppavano**: correvano veloci, come fanno i cavalli.
- **stivaletti**: piccoli stivali, scarpe alte.
- **unto**: coperto di grasso, come il burro.
- **ammucchiati**: messi uno sopra l'altro, tutti insieme.
- **ohi**: parola che si dice quando si sente dolore.
- **scomodità**: il fatto di stare male, non comodi.
- **moine**: gesti e parole troppo dolci, per piacere a qualcuno.
- **a cavalcioni**: seduto con una gamba da una parte e una dall'altra.
- **maleducate**: senza buone maniere, senza rispetto.

## Capitolo XXXII. A Pinocchio gli vengono gli orecchi di ciuco, e poi diventa un ciuchino vero e comincia a ragliare.

E quale fu questa sorpresa?

Ve lo dirò io, miei cari e piccoli lettori. Appena sveglio, a Pinocchio venne naturale di grattarsi la testa. E mentre si grattava la testa, si accorse...

Indovinate un po' di che cosa si accorse?

Si accorse, con grandissimo stupore, che i suoi orecchi erano cresciuti più di un palmo.

Voi sapete che il burattino, fin dalla nascita, aveva gli orecchi piccini piccini. Erano così piccini che a occhio nudo non si vedevano neppure! Immaginatevi dunque come rimase quando li toccò con la mano. Durante la notte i suoi orecchi si erano allungati tanto che sembravano due spazzole di palude. Andò subito a cercare uno specchio, per potersi vedere. Ma non trovò nessuno specchio. Allora riempì d'acqua il catino per lavarsi e ci guardò dentro. E vide quello che non avrebbe mai voluto vedere. Vide la sua immagine "abbellita" da un magnifico paio di orecchi d'asino. Lascio pensare a voi il dolore, la vergogna e la disperazione del povero Pinocchio!

Cominciò a piangere, a gridare, a battere la testa contro il muro. Ma più si disperava, più i suoi orecchi crescevano, crescevano, crescevano. E verso la punta diventavano pelosi.

Sentendo quelle grida acutissime, entrò nella stanza una bella Marmottina, che abitava al piano di sopra. Vide il burattino così agitato e gli domandò con premura:

— Che cos'hai, mio caro vicino di casa?

— Sono malato, Marmottina mia, molto malato.... e ho una malattia che mi fa paura! Te ne intendi tu del polso?

— Un pochino.

— Senti allora se per caso ho la febbre. —

La Marmottina alzò la zampa destra davanti e tastò il polso a Pinocchio. Poi gli disse, sospirando:

— Amico mio, mi dispiace doverti dare una cattiva notizia!...

— Cioè?

— Tu hai una gran brutta febbre!

— E che febbre sarebbe?

— È la febbre del somaro.

— Non la capisco questa febbre! — rispose il burattino. Ma purtroppo l'aveva capita.

— Allora te la spiegherò io — continuò la Marmottina. — Devi sapere che fra due o tre ore non sarai più né un burattino, né un ragazzo....

— E che cosa sarò?

— Fra due o tre ore diventerai un ciuchino vero e proprio. Sarai come quelli che tirano il carretto e portano i cavoli e l'insalata al mercato.

— Oh! povero me! povero me! — gridò Pinocchio. Si prese con le mani tutti e due gli orecchi. Poi cominciò a tirarli e a strapparli con rabbia, come se fossero gli orecchi di un altro.

— Caro mio, — rispose la Marmottina per consolarlo — che cosa ci vuoi fare? Ormai è destino. Ormai è scritto nelle leggi della sapienza. Tutti i ragazzi svogliati devono finire, prima o poi, trasformati in tanti piccoli somari. Parlo dei ragazzi che non sopportano i libri, le scuole e i maestri. Parlo di quelli che passano le loro giornate in balocchi, in giochi e in divertimenti.

— Ma davvero è proprio così? — domandò il burattino, singhiozzando.

— Purtroppo è così! E ora i pianti sono inutili. Bisognava pensarci prima!

— Ma la colpa non è mia. La colpa, credimi, Marmottina, è tutta di Lucignolo!...

— E chi è questo Lucignolo?

— Un mio compagno di scuola. Io volevo tornare a casa. Io volevo essere ubbidiente. Io volevo continuare a studiare e a farmi onore.... Ma Lucignolo mi disse: «Perché vuoi annoiarti a studiare? Perché vuoi andare a scuola?... Vieni piuttosto con me, nel Paese dei balocchi. Lì non studieremo più. Lì ci divertiremo dalla mattina alla sera e staremo sempre allegri.»

— E perché hai seguito il consiglio di quel falso amico, di quel cattivo compagno?

— Perché?... Perché, Marmottina mia, io sono un burattino senza giudizio.... e senza cuore. Oh! se avessi avuto un briciolo di cuore, non avrei mai lasciato quella buona Fata! Lei mi voleva bene come una mamma e aveva fatto tanto per me!... E a quest'ora non sarei più un burattino.... sarei invece un ragazzino perbene, come ce ne sono tanti! Oh!... ma se incontro Lucignolo, guai a lui! Gliene voglio dire tante, ma tante! —

E fece per uscire. Ma quando fu sulla porta, si ricordò che aveva gli orecchi d'asino. Si vergognava di mostrarli alla gente. E allora che cosa inventò? Prese un grande berretto di cotone, se lo mise in testa e se lo tirò giù fin sotto gli orecchi.

Poi uscì e si mise a cercare Lucignolo dappertutto. Lo cercò nelle strade, nelle piazze, nei teatrini, in ogni luogo, ma non lo trovò. Chiese di lui a tutte le persone che incontrava per la strada. Ma nessuno l'aveva visto.

Allora andò a cercarlo a casa. Arrivato alla porta, bussò.

— Chi è? — domandò Lucignolo da dentro.

— Sono io! — rispose il burattino.

— Aspetta un poco, e ti aprirò. —

Dopo mezz'ora la porta si aprì. Figuratevi come rimase Pinocchio quando entrò nella stanza! Il suo amico Lucignolo aveva in testa un gran berretto di cotone, che gli scendeva fin sotto il naso.

Vedendo quel berretto, Pinocchio si sentì quasi consolato e pensò subito fra sé:

— Forse il mio amico ha la mia stessa malattia? Forse ha anche lui la febbre del ciuchino?... —

E facendo finta di non essersi accorto di niente, gli domandò sorridendo:

— Come stai, mio caro Lucignolo?

— Benissimo: come un topo dentro una forma di formaggio parmigiano.

— Lo dici proprio sul serio?

— E perché dovrei dirti una bugia?

— Scusami, amico, ma allora perché porti in testa quel berretto di cotone? Ti copre tutti gli orecchi!

— Me l'ha ordinato il medico, perché mi sono fatto male a un ginocchio. E tu, caro Pinocchio, perché porti quel berretto di cotone tirato giù fin sotto gli orecchi?

— Me l'ha ordinato il medico, perché mi sono sbucciato un piede.

— Oh! povero Pinocchio!

— Oh! povero Lucignolo!... —

Dopo queste parole ci fu un lunghissimo silenzio. I due amici non facevano altro che guardarsi, con aria di presa in giro.

Finalmente il burattino, con una vocina dolce come il miele e sottile come un flauto, disse al suo compagno:

— Toglimi una curiosità, mio caro Lucignolo: hai mai sofferto di una malattia agli orecchi?

— Mai!... e tu?

— Mai! Però da questa mattina ho un orecchio che mi fa un male terribile.

— Ho lo stesso male anch'io.

— Anche tu?... E quale orecchio ti fa male?

— Tutti e due. E a te?

— Tutti e due. Che sia la stessa malattia?

— Ho paura di sì.

— Vuoi farmi un piacere, Lucignolo?

— Volentieri! Con tutto il cuore.

— Mi fai vedere i tuoi orecchi?

— Perché no? Ma prima voglio vedere i tuoi, caro Pinocchio.

— No: il primo devi essere tu.

— No, carino! Prima tu e dopo io!

— Ebbene, — disse allora il burattino — facciamo un patto da buoni amici.

— Sentiamo il patto.

— Togliamoci tutti e due il berretto nello stesso momento: accetti?

— Accetto.

— Allora attenti! —

E Pinocchio cominciò a contare a voce alta:

— Uno! Due! Tre! —

Alla parola *tre!* i due ragazzi si tolsero i berretti dalla testa e li gettarono in aria.

E allora successe una scena che sembrerebbe incredibile, se non fosse vera. Quando Pinocchio e Lucignolo si videro colpiti tutti e due dalla stessa disgrazia, non restarono umiliati e tristi. Invece cominciarono a indicarsi l'un l'altro gli orecchi, cresciuti in modo enorme. Fecero mille buffonate e alla fine scoppiarono in una bella risata.

E risero, risero, risero, tanto che dovevano tenersi la pancia. Ma proprio sul più bello, Lucignolo all'improvviso si zittì. Barcollava e cambiava colore. E disse all'amico:

— Aiuto, aiuto, Pinocchio!

— Che cos'hai?

— Ohimè! non riesco più a stare in piedi sulle gambe.

— Non ci riesco più neanche io — gridò Pinocchio, piangendo e barcollando.

Mentre dicevano così, si piegarono tutti e due a quattro zampe per terra. Camminando con le mani e con i piedi, cominciarono a girare e a correre per la stanza. E mentre correvano, le loro braccia diventarono zampe. I loro visi si allungarono e diventarono musi. Le loro schiene si coprirono di un pelo grigio chiaro, macchiato di nero.

Ma sapete quando fu il momento più brutto per quei due disgraziati? Il momento più brutto e più umiliante fu quando sentirono spuntare dietro la coda. Allora, vinti dalla vergogna e dal dolore, provarono a piangere e a lamentarsi del loro destino.

Non l'avessero mai fatto! Invece di gemiti e lamenti, dalla loro bocca uscivano dei ragli d'asino. E ragliando forte, facevano tutti e due in coro: *j-a, j-a, j-a*.

In quel momento qualcuno bussò alla porta, e una voce da fuori disse:

— Aprite! Sono l'omino, sono il conducente del carro che vi portò in questo paese. Aprite subito, guai a voi! —

### Glossario

- **palmo**: misura antica: la larghezza di una mano aperta, circa venti centimetri.
- **spazzole di palude**: piante lunghe e pelose che crescono nell'acqua ferma, simili a grosse spazzole.
- **catino**: recipiente largo e basso per lavarsi le mani e la faccia.
- **Marmottina**: piccola marmotta, animale di montagna che dorme tutto l'inverno.
- **polso**: punto del braccio, vicino alla mano, dove si sente battere il cuore.
- **svogliati**: chi non ha voglia di fare niente, soprattutto di studiare.
- **briciolo**: pezzetto piccolissimo; "un briciolo di cuore" vuol dire "un po' di cuore".
- **raglio / ragliare**: il verso dell'asino, "j-a"; fare questo verso.
- **buffonata**: cosa sciocca e comica fatta per far ridere.
- **grattarsi / grattava**: passare le unghie sulla pelle, per esempio quando qualcosa prude.
- **abbellita**: resa più bella (qui per scherzo: in realtà è più brutta).
- **disperava**: (si disperava) perdeva ogni speranza e soffriva molto.
- **sospirando**: respirando forte e lentamente, per tristezza.
- **carretto**: piccolo carro.
- **singhiozzando**: piangendo forte, con il respiro rotto.
- **ubbidiente**: che fa quello che gli dicono i grandi.
- **annoiarti**: sentire noia, stancarsi perché una cosa non piace.
- **sbucciato**: con un po' di pelle tolta, per esempio dopo una caduta.
- **tolsero**: passato di "togliere": levarono, presero via.

## Capitolo XXXIII. Diventato un ciuchino vero è portato a vendere, e lo compra il Direttore di una compagnia di pagliacci, per insegnargli a ballare e saltare i cerchi: ma una sera azzoppisce e allora lo ricompra un altro, per far con la sua pelle un tamburo.

La porta non si apriva. Allora l'omino la spalancò con un violentissimo calcio. Entrò nella stanza e, con il suo solito sorrisetto, disse a Pinocchio e a Lucignolo:

— Bravi ragazzi! Avete ragliato bene. Vi ho riconosciuti subito dalla voce, e per questo eccomi qui. —

A queste parole i due ciuchini rimasero mogi mogi, con la testa giù, con gli orecchi bassi e con la coda fra le gambe.

All'inizio l'omino li lisciò, li accarezzò, li tastò. Poi tirò fuori la striglia e cominciò a strigliarli per bene.

Li strigliò tanto che diventarono lucidi come due specchi. Allora mise loro la cavezza e li portò sulla piazza del mercato. Sperava di venderli e di fare un buon guadagno.

E infatti i compratori non si fecero aspettare. Lucignolo fu comprato da un contadino, il cui somaro era morto il giorno prima. Pinocchio fu venduto al Direttore di una compagnia di pagliacci e di saltatori di corda. Il Direttore lo comprò per ammaestrarlo. Voleva farlo saltare e ballare insieme con le altre bestie della compagnia.

E ora avete capito, miei piccoli lettori, qual era il bel mestiere dell'omino? Questo brutto piccolo mostro aveva una faccia tutta latte e miele. Ogni tanto girava il mondo con un carro. Lungo la strada raccoglieva con promesse e moine tutti i ragazzi svogliati, che non sopportavano libri e scuole. Li caricava sul suo carro e li portava nel «Paese dei balocchi». Li portava là perché passassero tutto il loro tempo in giochi, in chiasso e in divertimenti. Quei poveri ragazzi ingannati giocavano sempre e non studiavano mai. E così, alla fine, diventavano tanti ciuchini. Allora l'omino, tutto allegro e contento, li prendeva e li portava a vendere nelle fiere e nei mercati. E così in pochi anni aveva fatto un mucchio di soldi ed era diventato milionario.

Che cosa successe a Lucignolo, io non lo so. So però che Pinocchio, fin dai primi giorni, ebbe una vita durissima e piena di fatiche.

Quando lo portarono nella stalla, il nuovo padrone gli riempì la mangiatoia di paglia. Ma Pinocchio ne assaggiò una boccata e la risputò.

Allora il padrone, brontolando, gli riempì la mangiatoia di fieno. Ma neppure il fieno gli piacque.

— Ah! non ti piace neppure il fieno? — gridò il padrone, arrabbiato. — Aspetta, ciuchino bello! Se hai dei capricci per la testa, ci penserò io a levarteli!... —

E per correggerlo, gli diede subito una frustata sulle gambe.

Pinocchio, per il gran dolore, cominciò a piangere e a ragliare. E ragliando disse:

— J-a, j-a, la paglia non la posso digerire!...

— Allora mangia il fieno! — rispose il padrone, che capiva benissimo il dialetto asinino.

— J-a, j-a, il fieno mi fa venire il mal di pancia!...

— Vorresti forse che io nutrissi un somaro come te con petti di pollo e cappone in gelatina? — continuò il padrone. Era sempre più arrabbiato, e gli diede una seconda frustata.

Dopo quella seconda frustata, Pinocchio per prudenza si zittì subito e non disse altro.

Poi la stalla fu chiusa, e Pinocchio rimase solo. Siccome erano molte ore che non mangiava, cominciò a sbadigliare per la gran fame. E quando sbadigliava, apriva una bocca che sembrava un forno.

Alla fine, siccome nella mangiatoia non c'era altro, si rassegnò a masticare un po' di fieno. Lo masticò ben bene, poi chiuse gli occhi e lo mandò giù.

— Questo fieno non è cattivo — disse poi fra sé. — Ma quanto sarebbe stato meglio continuare a studiare!... A quest'ora, invece del fieno, potrei mangiare un pezzo di pane fresco e una bella fetta di salame. Pazienza!... —

La mattina dopo, appena sveglio, cercò subito nella mangiatoia un altro po' di fieno. Ma non lo trovò, perché lo aveva mangiato tutto durante la notte.

Allora prese una boccata di paglia tritata. E mentre la masticava, dovette ammettere una cosa. Il sapore della paglia tritata non somigliava per niente al risotto alla milanese, né ai maccheroni alla napoletana.

— Pazienza! — ripeté, continuando a masticare. — Spero che almeno la mia disgrazia serva di lezione a tutti i ragazzi disubbidienti e senza voglia di studiare. Pazienza!... pazienza!

— Pazienza un corno! — urlò il padrone, che entrava proprio in quel momento nella stalla. — Credi forse, mio bel ciuchino, che io ti abbia comprato solo per darti da bere e da mangiare? Io ti ho comprato perché tu lavori e mi faccia guadagnare molti soldi. Su, dunque, da bravo! Vieni con me nel Circo. Là ti insegnerò a saltare i cerchi e a rompere con la testa le botti di carta. E ti insegnerò a ballare il valzer e la polca, stando dritto sulle gambe di dietro. —

Il povero Pinocchio, per amore o per forza, dovette imparare tutte queste bellissime cose. Ma per impararle ci vollero tre mesi di lezioni. E ci vollero molte frustate, così forti da levargli il pelo.

Finalmente venne il giorno in cui il suo padrone poté annunciare uno spettacolo davvero straordinario. I cartelloni di vari colori, attaccati agli angoli delle strade, annunciavano il grande spettacolo del famoso ciuchino Pinocchio.

Quella sera, come potete immaginare, il teatro era pieno zeppo già un'ora prima dello spettacolo.

Non c'era più né una poltrona, né un posto distinto, né un palco, neanche a peso d'oro.

Le gradinate del Circo brulicavano di bambini, di bambine e di ragazzi di tutte le età. Tutti avevano la febbre addosso dalla voglia di veder ballare il famoso ciuchino Pinocchio.

Finita la prima parte dello spettacolo, il Direttore della compagnia si presentò al pubblico, che riempiva il teatro. Indossava una giacca nera a coda, calzoni bianchi attillati e stivaloni di pelle fin sopra le ginocchia. Fece un grande inchino e recitò, con molta solennità, questo discorso pieno di spropositi:

«Rispettabile pubblico, cavalieri e dame!

«L'umile sottoscritto è di passaggio per questa illustre metropolitana. Così ho voluto procrearmi l'onore nonché il piacere di presentare a questo intelligente e cospicuo pubblico un celebre ciuchino. Ha già avuto l'onore di ballare davanti a sua maestà l'imperatore di tutte le principali corti di Europa.

«E col ringraziandoli, aiutateci della vostra animatrice presenza e compatiteci!»

Questo discorso fu accolto da molte risate e da molti applausi. Ma gli applausi raddoppiarono quando il ciuchino Pinocchio comparve in mezzo al Circo. Diventarono una specie di uragano. Pinocchio era tutto vestito a festa. Aveva una briglia nuova di pelle lucida, con fibbie e borchie di ottone. Aveva due camelie bianche agli orecchi. La sua criniera era divisa in tanti riccioli, legati con fiocchetti di seta rossa. Intorno alla vita aveva una gran fascia d'oro e d'argento. La coda era tutta intrecciata con nastri di velluto viola e azzurro. Era, insomma, un ciuchino da innamorarsene!

Il Direttore, presentandolo al pubblico, aggiunse queste parole:

«Miei rispettabili auditori! Non starò qui a farvi menzogna delle grandi difficoltà da me soppressate. Ho dovuto comprendere e domare questo mammifero. Pascolava liberamente di montagna in montagna nelle pianure della zona torrida. Osservate, vi prego, quanta selvaggina trasuda dai suoi occhi! Conciossiaché tutti i mezzi per abituarlo al vivere dei quadrupedi civili sono riusciti vanitosi. Perciò ho dovuto più volte ricorrere all'affabile dialetto della frusta. Ma ogni mia gentilezza, invece di farmi voler bene da lui, me ne ha maggiormente cattivato l'animo. Io però ho seguito il sistema di Galles. Così ho trovato nel suo cranio una piccola cartagine ossea. La stessa Facoltà Medicea di Parigi l'ha riconosciuta: è il bulbo rigeneratore dei capelli e della danza pirrica. Per questo ho voluto ammaestrarlo nel ballo. E anche nei relativi salti dei cerchi e delle botti foderate di carta. Ammiratelo, e poi giudicatelo! Prima però di prendere cognato da voi, permettete, o signori, un invito. Vi invito al diurno spettacolo di domani sera. Ma nell'apoteosi che il tempo piovoso minacciasse acqua, lo spettacolo non sarà domani sera. Sarà posticipato a domattina, alle ore 11 antimeridiane del pomeriggio.»

E qui il Direttore fece un altro profondissimo inchino. Poi si voltò verso Pinocchio e gli disse:

— Animo, Pinocchio! Prima di cominciare i vostri esercizi, salutate questo rispettabile pubblico, cavalieri, dame e ragazzi! —

Pinocchio, ubbidiente, piegò subito le due ginocchia davanti. Rimase in ginocchio finché il Direttore, schioccando la frusta, gli gridò:

— Al passo! —

Allora il ciuchino si alzò sulle quattro gambe e cominciò a girare intorno al Circo, camminando sempre al passo.

Dopo un poco il Direttore gridò:

— Al trotto! — E Pinocchio, ubbidiente al comando, passò dal passo al trotto.

— Al galoppo! — E Pinocchio partì al galoppo.

— Alla carriera! — E Pinocchio si mise a correre a tutta velocità. Ma mentre correva come un cavallo da corsa, il Direttore alzò il braccio in aria e sparò un colpo di pistola.

A quel colpo il ciuchino finse di essere ferito. Cadde disteso nel Circo, come se stesse morendo davvero.

Si rialzò in mezzo a un'esplosione di applausi, di urla e di battimani, che arrivavano fino alle stelle. Allora gli venne naturale di alzare la testa e di guardare in su.... E guardando, vide in un palco una bella signora. Al collo aveva una grossa collana d'oro, e dalla collana pendeva un medaglione. Nel medaglione c'era dipinto il ritratto di un burattino.

— Quel ritratto è il mio!... quella signora è la Fata! — disse fra sé Pinocchio, che l'aveva riconosciuta subito. E vinto dalla grande gioia, provò a gridare:

— Oh Fatina mia! oh Fatina mia! —

Ma invece di queste parole, gli uscì un raglio così forte e lungo che fece ridere tutti gli spettatori. Risero soprattutto i ragazzi che erano in teatro.

Allora il Direttore volle insegnargli che non è buona educazione ragliare in faccia al pubblico. Così, con il manico della frusta, gli diede un colpo sul naso.

Il povero ciuchino tirò fuori un palmo di lingua. E continuò a leccarsi il naso per almeno cinque minuti. Forse credeva così di asciugarsi il dolore che aveva sentito.

Ma quale fu la sua disperazione quando guardò in su una seconda volta! Il palco era vuoto, e la Fata era sparita!...

Si sentì come morire. Gli occhi gli si riempirono di lacrime e cominciò a piangere a dirotto. Però nessuno se ne accorse, e meno di tutti il Direttore. Anzi, il Direttore schioccò la frusta e gridò:

— Da bravo, Pinocchio! Ora farete vedere a questi signori con quanta grazia sapete saltare i cerchi. —

Pinocchio provò due o tre volte. Ma ogni volta che arrivava davanti al cerchio, invece di attraversarlo, ci passava più comodamente sotto. Alla fine fece un salto e lo attraversò. Ma per disgrazia le gambe di dietro gli rimasero impigliate nel cerchio. Per questo ricadde a terra dall'altra parte, tutto in un mucchio.

Quando si rialzò, era zoppo. E a fatica riuscì a tornare nella scuderia.

— Fuori Pinocchio! Vogliamo il ciuchino! Fuori il ciuchino! — gridavano i ragazzi dalla platea, pieni di pietà per quel tristissimo incidente.

Ma il ciuchino, per quella sera, non si fece più vedere.

La mattina dopo lo visitò il veterinario, cioè il medico delle bestie. E il veterinario disse che sarebbe rimasto zoppo per tutta la vita.

Allora il Direttore disse al suo garzone di stalla:

— Che cosa vuoi che me ne faccia di un somaro zoppo? Mangerebbe il mio pane senza lavorare. Portalo dunque in piazza e rivendilo. —

Arrivati in piazza, trovarono subito un compratore, che domandò al garzone di stalla:

— Quanto vuoi per questo ciuchino zoppo?

— Venti lire.

— Io ti do venti soldi. Non credere che io lo compri per farlo lavorare. Lo compro soltanto per la sua pelle. Vedo che ha la pelle molto dura. Con la sua pelle voglio fare un tamburo per la banda musicale del mio paese. —

Lascio pensare a voi, ragazzi, che bel piacere fu per il povero Pinocchio sentire che sarebbe diventato un tamburo!

Fatto sta che il compratore pagò subito i venti soldi. Poi portò il ciuchino sopra uno scoglio in riva al mare. Gli mise un sasso al collo e gli legò una zampa con una fune, che teneva in mano. Poi, all'improvviso, gli diede uno spintone e lo gettò in acqua.

Pinocchio, con quel macigno al collo, andò subito a fondo. Il compratore, sempre con la fune stretta in mano, si sedette sullo scoglio. Aspettava che il ciuchino avesse tutto il tempo di morire affogato. Poi lo avrebbe scuoiato per prendergli la pelle.

### Glossario

- **mogi mogi**: tristi e silenziosi, con la testa bassa.
- **striglia / strigliare**: spazzola di ferro per pulire il pelo dei cavalli e degli asini; pulirli con questa spazzola.
- **cavezza**: corda o cinghia che si mette sulla testa di un animale per tirarlo.
- **mangiatoia**: cassa nella stalla dove si mette il cibo per gli animali.
- **Pazienza un corno!**: modo di dire arrabbiato: "Altro che pazienza! Non è vero niente!"
- **discorso pieno di spropositi**: discorso con tante parole sbagliate: il Direttore dice, per esempio, "procrearmi" invece di "procurarmi", "cartagine" invece di "cartilagine", "cognato" invece di "congedo", "apoteosi" invece di "ipotesi".
- **palco**: piccola stanza aperta sopra la sala del teatro, da cui si guarda lo spettacolo.
- **scuderia**: stalla dove si tengono i cavalli e gli altri animali del circo.
- **macigno**: sasso grande e pesante.
- **scuoiare**: togliere la pelle a un animale morto.
- **spalancò**: aprì tutta, del tutto.
- **sorrisetto**: piccolo sorriso, spesso un po' furbo.
- **ammaestrarlo**: insegnargli a fare esercizi e giochi, come si fa con gli animali del circo.
- **fieno**: erba secca che si dà da mangiare agli animali.
- **masticare**: muovere i denti per rompere il cibo in bocca.
- **tritata**: tagliata in pezzi molto piccoli.
- **trotto**: il passo veloce del cavallo o dell'asino, tra il camminare e il correre.
- **galoppo**: la corsa più veloce del cavallo o dell'asino.
- **medaglione**: gioiello rotondo che pende da una collana, a volte con un ritratto dentro.
- **zoppo**: che cammina male perché ha una gamba ferita.
- **garzone**: ragazzo che lavora per un padrone e fa i lavori più semplici.
- **conciossiaché**: parola antica e difficile: "poiché", "dato che". Il Direttore la usa per sembrare elegante.
- **cospicuo**: importante, che si nota molto; il Direttore usa parole difficili per sembrare elegante.
- **ragliato / ragliando**: da "ragliare": fare il verso dell'asino, "j-a".
- **accarezzò**: passò la mano piano e con dolcezza sul pelo.
- **strigliò**: da "strigliare": pulì il pelo con la striglia.
- **risputò**: sputò fuori di nuovo dalla bocca.
- **masticava**: da "masticare": muoveva i denti per rompere il cibo.
- **maccheroni**: un tipo di pasta lunga e bucata.
- **zeppo**: pieno pienissimo, senza più posto.
- **brulicavano**: erano piene di tante persone che si muovevano, come formiche.
- **attillati**: stretti, che seguono la forma del corpo.
- **stivaloni**: stivali grandi e alti.
- **procrearmi**: parola sbagliata del Direttore: voleva dire "procurarmi", cioè "darmi".
- **animatrice**: che dà vita e allegria.
- **compatiteci**: scusateci, siate buoni con noi.
- **raddoppiarono**: diventarono il doppio.

## Capitolo XXXIV. Pinocchio gettato in mare, è mangiato dai pesci, e ritorna ad essere un burattino come prima: ma mentre nuota per salvarsi, è ingoiato dal terribile Pesce-cane.

Il ciuchino era sott'acqua da cinquanta minuti. Allora il compratore disse, parlando da solo:

— A quest'ora il mio povero ciuchino zoppo deve essere bell'e affogato. Tiriamolo dunque su, e facciamo con la sua pelle questo bel tamburo. —

E cominciò a tirare la fune con cui lo aveva legato per una gamba. E tira, tira, tira, alla fine vide apparire a pelo d'acqua.... Indovinate che cosa? Invece di un ciuchino morto, vide apparire a pelo d'acqua un burattino vivo. Si muoveva tutto, come un'anguilla.

Vedendo quel burattino di legno, il pover'uomo credette di sognare. Rimase lì stordito, a bocca aperta e con gli occhi fuori dalla testa.

Quando si riprese un poco dal primo stupore, disse piangendo e balbettando:

— E il ciuchino che ho gettato in mare dov'è?...

— Quel ciuchino sono io! — rispose il burattino, ridendo.

— Tu?

— Io.

— Ah! imbroglione! Vorresti forse prenderti gioco di me?

— Prendermi gioco di voi? Niente affatto, caro padrone: io vi parlo sul serio.

— Ma come mai tu, che poco fa eri un ciuchino, ora, stando nell'acqua, sei diventato un burattino di legno?...

— Sarà un effetto dell'acqua del mare. Il mare fa di questi scherzi.

— Attento, burattino, attento!... Non credere di divertirti alle mie spalle. Guai a te, se perdo la pazienza!

— Ebbene, padrone: volete sapere tutta la vera storia? Scioglietemi questa gamba e io ve la racconterò. —

Il compratore era un brav'uomo un po' pasticcione, e voleva conoscere la vera storia. Così gli sciolse subito il nodo della fune che lo teneva legato. Allora Pinocchio si trovò libero come un uccello nell'aria, e cominciò a dirgli così:

— Sappiate dunque che io ero un burattino di legno, come sono oggi. Ma ero proprio sul punto di diventare un ragazzo, come ce ne sono tanti a questo mondo. Però non avevo voglia di studiare e davo retta ai cattivi compagni. Così scappai di casa.... E un bel giorno, svegliandomi, mi trovai trasformato in un somaro con tanto di orecchi.... e con tanto di coda!... Che vergogna fu quella per me!... Una vergogna, caro padrone, che Sant'Antonio benedetto non la faccia provare neppure a voi! Mi portarono a vendere al mercato degli asini. Mi comprò il Direttore di una compagnia equestre. Si mise in testa di fare di me un gran ballerino o un gran saltatore di cerchi. Ma una sera, durante lo spettacolo, feci in teatro una brutta caduta. E rimasi zoppo da tutte e due le gambe. Allora il Direttore non sapeva che cosa farsene di un asino zoppo, e mi mandò a rivendere. E voi mi avete comprato!

— Purtroppo! E ti ho pagato venti soldi. E ora, chi mi ridà i miei poveri venti soldi?

— E perché mi avete comprato? Voi mi avete comprato per fare con la mia pelle un tamburo!... un tamburo!...

— Purtroppo! E ora dove troverò un'altra pelle!...

— Non disperatevi, padrone. Di ciuchini ce ne sono tanti, in questo mondo!

— Dimmi, monello impertinente: e la tua storia finisce qui?

— No, — rispose il burattino — ci sono altre due parole, e poi è finita. Dopo avermi comprato, mi avete portato in questo luogo per uccidermi. Ma poi avete ceduto a un pietoso sentimento di umanità. E avete preferito legarmi un sasso al collo e gettarmi in fondo al mare. Questo sentimento così delicato vi fa moltissimo onore. Io ve ne sarò grato per sempre. Però, caro padrone, questa volta avete fatto i vostri conti senza la Fata....

— E chi è questa Fata?

— È la mia mamma. Lei somiglia a tutte quelle buone mamme che vogliono un gran bene ai loro ragazzi. Non li perdono mai d'occhio e li aiutano con amore in ogni disgrazia. Li aiutano anche quando i ragazzi meriterebbero di essere abbandonati e lasciati soli. E lo meriterebbero per le loro birichinate e per il loro cattivo comportamento. Dicevo, dunque, che la buona Fata mi vide in pericolo di affogare. Appena mi vide, mandò subito intorno a me un branco infinito di pesci. I pesci credevano che io fossi davvero un ciuchino bell'e morto, e cominciarono a mangiarmi! E che bocconi facevano! Non avrei mai creduto che i pesci fossero più golosi anche dei ragazzi! Chi mi mangiò gli orecchi, chi mi mangiò il muso, chi il collo e la criniera. Chi mangiò la pelle delle zampe, chi la pelliccia della schiena.... E fra gli altri ci fu un pesciolino così gentile che si degnò perfino di mangiarmi la coda.

— Da oggi in poi — disse il compratore, pieno di orrore — giuro di non assaggiare più carne di pesce. Mi dispiacerebbe troppo aprire una triglia o un nasello fritto e trovarci dentro una coda di ciuco!

— Io la penso come voi — rispose il burattino, ridendo. — Del resto, dovete sapere una cosa. I pesci mangiarono tutta quella buccia d'asino che mi copriva dalla testa ai piedi. Poi, com'è naturale, arrivarono all'osso.... o per dir meglio, arrivarono al legno. Perché, come vedete, io sono fatto di legno durissimo. Ma dopo i primi morsi, quei pesci golosi capirono subito una cosa. Il legno non era carne per i loro denti. Disgustati da questo cibo indigesto, se ne andarono chi di qua e chi di là. Non si voltarono nemmeno a dirmi grazie.... Ed ecco come voi, tirando su la fune, avete trovato un burattino vivo invece di un ciuchino morto.

— Io me ne rido della tua storia! — gridò il compratore, furioso. — Io so che ho speso venti soldi per comprarti, e rivoglio i miei soldi. Sai che cosa farò? Ti riporterò al mercato. E ti rivenderò a peso, come legna stagionata per accendere il fuoco nel camino.

— Rivendetemi pure: io sono contento — disse Pinocchio. Ma mentre lo diceva, fece un salto e si tuffò in mezzo all'acqua. Nuotando allegramente, si allontanava dalla spiaggia e gridava al povero compratore:

— Addio, padrone; se avete bisogno di una pelle per fare un tamburo, ricordatevi di me. —

E poi rideva e continuava a nuotare. Dopo un poco si voltò indietro e urlò più forte:

— Addio, padrone;... se avete bisogno di un po' di legna stagionata per accendere il camino, ricordatevi di me. —

Fatto sta che in un batter d'occhio si era allontanato tanto che quasi non si vedeva più. Sulla superficie del mare si vedeva solo un puntino nero. Ogni tanto il puntino alzava le gambe fuori dall'acqua. Faceva capriole e salti, come un delfino di buon umore.

Mentre Pinocchio nuotava a caso, vide in mezzo al mare uno scoglio che sembrava di marmo bianco. In cima allo scoglio c'era una bella caprettina. Belava con affetto e gli faceva segno di avvicinarsi.

La cosa più strana era questa. La lana delle altre capre è bianca, o nera, o macchiata di più colori. La lana della caprettina, invece, era turchina. Ed era di un turchino così splendente che ricordava moltissimo i capelli della bella Bambina.

Lascio pensare a voi se il cuore del povero Pinocchio cominciò a battere più forte! Con il doppio della forza e dell'energia, si mise a nuotare verso lo scoglio bianco. Era già a metà strada, quand'ecco che uscì dall'acqua un'orribile testa di mostro marino. Veniva verso di lui, con la bocca spalancata come un abisso. Aveva tre file di zanne, che avrebbero fatto paura anche dipinte.

E sapete chi era quel mostro marino?

Era né più né meno quel gigantesco Pesce-cane di cui abbiamo parlato più volte in questa storia. Per le sue stragi e per la sua fame senza fine, lo chiamavano «l'Attila dei pesci e dei pescatori».

Immaginatevi lo spavento del povero Pinocchio quando vide il mostro! Cercò di evitarlo, di cambiare strada. Cercò di fuggire. Ma quell'immensa bocca spalancata gli veniva sempre incontro, veloce come una freccia.

— Sbrigati, Pinocchio, per carità! — gridava belando la bella caprettina.

E Pinocchio nuotava disperatamente con le braccia, con il petto, con le gambe e con i piedi.

— Corri, Pinocchio, perché il mostro si avvicina!... —

E Pinocchio raccolse tutte le sue forze e nuotò con il doppio dell'energia.

— Attento, Pinocchio!... il mostro ti raggiunge! Eccolo!... Eccolo!... Sbrigati, per carità, o sei perduto!... —

E Pinocchio nuotava più veloce che mai, e via, via, e via, come una palla di fucile. E già si avvicinava allo scoglio. E già la caprettina si sporgeva tutta sul mare. Gli tendeva le sue zampine davanti, per aiutarlo a uscire dall'acqua.... Ma!...

Ma ormai era tardi! Il mostro lo aveva raggiunto. Il mostro tirò il fiato e si bevve il povero burattino, come si beve un uovo di gallina. Lo inghiottì con tanta violenza e con tanta avidità che Pinocchio cadde giù nella pancia del Pesce-cane. Batté un colpo così forte che rimase stordito per un quarto d'ora.

Quando tornò in sé, non riusciva a capire in che mondo fosse. Intorno a lui c'era da ogni parte un gran buio. Era un buio così nero e profondo che gli sembrava di avere la testa dentro un calamaio pieno d'inchiostro. Stette in ascolto e non sentì nessun rumore. Solo ogni tanto sentiva sbattere sul viso dei grandi soffi di vento. All'inizio non capiva da dove uscisse quel vento. Ma poi capì che usciva dai polmoni del mostro. Bisogna sapere, infatti, che il Pesce-cane soffriva moltissimo d'asma. E quando respirava, sembrava proprio che soffiasse la tramontana.

Pinocchio, all'inizio, cercò di farsi un po' di coraggio. Ma poi ebbe la prova sicura di essere chiuso nella pancia del mostro marino. Allora cominciò a piangere e a strillare. E piangendo diceva:

— Aiuto! aiuto! Oh povero me! Non c'è nessuno che venga a salvarmi!

— Chi vuoi che ti salvi, disgraziato? — disse in quel buio una brutta voce rauca, come una chitarra scordata.

— Chi è che parla così? — domandò Pinocchio. Si sentiva gelare dallo spavento.

— Sono io! Sono un povero Tonno, inghiottito dal Pesce-cane insieme con te. E tu che pesce sei?

— Io non ho niente a che fare con i pesci. Io sono un burattino.

— E allora, se non sei un pesce, perché ti sei fatto inghiottire dal mostro?

— Non sono io che mi sono fatto inghiottire: è lui che mi ha inghiottito! E ora, che cosa dobbiamo fare qui al buio?...

— Rassegnarci e aspettare che il Pesce-cane ci abbia digeriti tutti e due!...

— Ma io non voglio essere digerito! — urlò Pinocchio, e ricominciò a piangere.

— Neppure io vorrei essere digerito — continuò il Tonno. — Ma io sono abbastanza filosofo e mi consolo pensando a una cosa. Quando si nasce Tonni, c'è più dignità a morire sott'acqua che sott'olio!...

— Sciocchezze! — gridò Pinocchio.

— La mia è un'opinione — rispose il Tonno. — E le opinioni, come dicono i Tonni politici, vanno rispettate!

— Insomma.... io voglio andarmene di qui.... io voglio fuggire....

— Fuggi, se ci riesci!...

— È molto grosso questo Pesce-cane che ci ha inghiottiti? — domandò il burattino.

— Pensa che il suo corpo è più lungo di un chilometro, senza contare la coda. —

Mentre facevano questa conversazione al buio, a Pinocchio sembrò di vedere, lontano lontano, una specie di luce.

— Che cosa sarà mai quel lumicino lontano lontano? — disse Pinocchio.

— Sarà qualche nostro compagno di sventura. Starà aspettando, come noi, il momento di essere digerito!...

— Voglio andare a trovarlo. E se fosse un vecchio pesce capace di insegnarmi la strada per fuggire?

— Te lo auguro di cuore, caro burattino.

— Addio, Tonno.

— Addio, burattino; e buona fortuna.

— Dove ci rivedremo?...

— Chi lo sa?... È meglio non pensarci neppure! —

### Glossario

- **anguilla / un'anguilla**: pesce lungo e sottile come un serpente, che scivola e si muove sempre.
- **pasticcione**: persona che fa le cose in modo confuso e si fa ingannare facilmente.
- **compagnia equestre**: gruppo di artisti del circo che lavorano con cavalli e altri animali.
- **Sant'Antonio**: santo che, secondo la tradizione, protegge gli animali.
- **legna stagionata**: legna vecchia e ben secca, che brucia bene nel camino.
- **zanne**: denti lunghi e appuntiti di alcuni animali.
- **calamaio**: piccolo vaso dove si teneva l'inchiostro per scrivere.
- **asma**: malattia che rende difficile respirare.
- **tramontana**: vento freddo e forte che viene dal nord.
- **sott'olio**: conservato in un vasetto pieno d'olio, come il tonno in scatola.
- **stordito**: confuso, come dopo un colpo forte in testa.
- **balbettando**: parlando male, ripetendo le sillabe, per paura o emozione.
- **imbroglione**: persona che inganna gli altri.
- **rivendere**: vendere di nuovo una cosa che si è comprata.
- **disperatevi**: (disperarsi) perdere ogni speranza e soffrire molto.
- **meriterebbero**: sarebbe giusto per loro, per quello che hanno fatto.
- **caprettina**: piccola capra.
- **spalancata**: aperta del tutto.
- **inghiottito / inghiottire**: mandare giù in pancia, senza masticare.

## Capitolo XXXV. Pinocchio ritrova in corpo al Pesce-cane.... chi ritrova? Leggete questo capitolo e lo saprete.

Appena ebbe detto addio al suo buon amico Tonno, Pinocchio si mosse a tentoni in mezzo a quel buio. Camminava toccando con le mani dentro il corpo del Pesce-cane. Un passo dopo l'altro, andava verso quella piccola luce che vedeva brillare lontano lontano.

E mentre camminava, sentì che i suoi piedi sguazzavano in una pozzanghera d'acqua grassa e scivolosa. Quell'acqua aveva un odore così forte di pesce fritto che gli sembrava di essere a metà Quaresima.

E più andava avanti, più la luce diventava chiara e brillante. Cammina cammina, alla fine arrivò. E quando arrivò.... che cosa trovò? Ve lo do a indovinare in mille! Trovò una piccola tavola apparecchiata. Sopra c'era una candela accesa, infilata in una bottiglia di vetro verde. E seduto a tavola c'era un vecchietto tutto bianco, come se fosse di neve o di panna montata. Stava lì e masticava dei pesciolini vivi. Ma erano così vivi che a volte, mentre li mangiava, gli scappavano perfino di bocca.

A quella vista il povero Pinocchio provò una gioia così grande e inaspettata che per poco non impazzì. Voleva ridere, voleva piangere, voleva dire un mucchio di cose. E invece mugolava confusamente e balbettava parole spezzate, senza senso. Finalmente riuscì a gettare un grido di gioia. Spalancò le braccia, si gettò al collo del vecchietto e cominciò a urlare:

— Oh! babbino mio! finalmente vi ho ritrovato! Ora non vi lascio più, mai più, mai più!

— Dunque i miei occhi mi dicono il vero? — rispose il vecchietto, stropicciandosi gli occhi. — Dunque tu se' proprio il mi' caro Pinocchio?

— Sì, sì! sono io, proprio io! E voi mi avete già perdonato, non è vero? Oh babbino mio, come siete buono!... E pensare che io, invece.... Oh! ma se sapeste quante disgrazie mi sono cadute sulla testa! E quante cose mi sono andate storte! Pensate: il giorno che voi, povero babbino, vendeste la vostra casacca, mi compraste l'Abbecedario per la scuola. E io scappai a vedere i burattini! E il burattinaio mi voleva mettere sul fuoco, per cuocere il montone arrosto. E poi fu proprio lui che mi diede cinque monete d'oro, perché le portassi a voi. Ma io trovai la Volpe e il Gatto, e mi portarono all'Osteria del Gambero Rosso. E là mangiarono come lupi. E io partii da solo di notte e incontrai gli assassini. E loro si misero a corrermi dietro. E io via, e loro dietro, e io via, e loro sempre dietro, e io via! Finché mi impiccarono a un ramo della Quercia Grande. E allora la bella Bambina dai capelli turchini mi mandò a prendere con una carrozzina. E i medici mi visitarono e dissero subito: «Se non è morto, è segno che è sempre vivo». E allora mi scappò una bugia, e il naso cominciò a crescere. E non passava più dalla porta della camera! E per questo andai con la Volpe e col Gatto a sotterrare le quattro monete d'oro. Perché una l'avevo spesa all'Osteria. E il pappagallo si mise a ridere. E invece di duemila monete non trovai più niente. E il Giudice seppe che mi avevano derubato. Allora mi fece subito mettere in prigione, per dare una soddisfazione ai ladri. E quando uscii, vidi un bel grappolo d'uva in un campo. E rimasi preso nella tagliola. E il contadino, senza tante storie, mi mise il collare da cane, per fare la guardia al pollaio. E poi riconobbe la mia innocenza e mi lasciò andare. E il serpente con la coda che fumava cominciò a ridere, e gli si ruppe una vena sul petto. E così tornai alla casa della bella Bambina, ma lei era morta. E il Colombo vide che piangevo. E mi disse: «Ho visto il tu' babbo che si fabbricava una barchettina per venirti a cercare». E io gli dissi: «Oh! se avessi le ali anch'io». E lui mi disse: «Vuoi venire dal tuo babbo?». E io gli dissi: «Magari! ma chi mi ci porta?». E lui mi disse: «Ti ci porto io». E io gli dissi: «Come?». E lui mi disse: «Montami sulla groppa». E così abbiamo volato tutta la notte. Poi la mattina c'erano tutti i pescatori che guardavano il mare. E mi dissero: «C'è un pover'omo in una barchetta che sta per affogare». E io da lontano vi riconobbi subito, perché me lo diceva il core. E vi feci segno di tornare alla spiaggia....

— Ti riconobbi anch'io, — disse Geppetto — e sarei tornato volentieri alla spiaggia. Ma come fare? Il mare era grosso e un'onda enorme mi rovesciò la barchetta. Allora un orribile Pesce-cane che era lì vicino mi vide nell'acqua. Appena mi vide, corse subito verso di me e tirò fuori la lingua. Mi prese pari pari e mi inghiottì come un tortellino di Bologna.

— E da quanto tempo siete chiuso qui dentro? — domandò Pinocchio.

— Da quel giorno saranno passati ormai due anni. Due anni, Pinocchio mio.... che mi sono sembrati due secoli!

— E come avete fatto a vivere? E dove avete trovato la candela? E i fiammiferi per accenderla, chi ve li ha dati?

— Ora ti racconterò tutto. Devi sapere che la stessa tempesta che rovesciò la mia barchetta fece affondare anche una nave mercantile. I marinai si salvarono tutti, ma la nave andò a fondo. E il solito Pesce-cane quel giorno aveva un appetito eccellente. Dopo aver inghiottito me, inghiottì anche la nave....

— Come! La inghiottì tutta in un boccone?... — domandò Pinocchio, meravigliato.

— Tutta in un boccone. Risputò solamente l'albero maestro, perché gli era rimasto fra i denti come una lisca. Per mia grande fortuna, quella nave era carica di tante cose. C'era carne conservata in scatole di latta e c'erano biscotti, cioè pane tostato. C'erano bottiglie di vino, uva secca, formaggio, caffè e zucchero. E c'erano candele di stearina e scatole di fiammiferi di cera. Con tutta questa grazia di Dio ho potuto vivere due anni. Ma oggi sono proprio alla fine. Oggi nella dispensa non c'è più niente. E questa candela che vedi accesa è l'ultima candela che mi è rimasta....

— E dopo?

— E dopo, caro mio, rimarremo tutti e due al buio.

— Allora, babbino mio, — disse Pinocchio — non c'è tempo da perdere. Bisogna pensare subito a fuggire.

— A fuggire?... e come?

— Scappando dalla bocca del Pesce-cane e buttandoci a nuoto nel mare.

— Tu parli bene. Ma io, caro Pinocchio, non so nuotare!

— E che importa?... Voi salirete a cavalluccio sulle mie spalle. E io, che sono un buon nuotatore, vi porterò sano e salvo fino alla spiaggia.

— Illusioni, ragazzo mio! — rispose Geppetto, scuotendo la testa con un sorriso triste. — Ti sembra possibile che un burattino alto appena un metro, come sei tu, abbia tanta forza? Come puoi portarmi sulle spalle nuotando?

— Provate e vedrete! In ogni caso, se è scritto in cielo che dobbiamo morire, avremo almeno una grande consolazione. Moriremo abbracciati insieme. —

E senza dire altro, Pinocchio prese in mano la candela. Andava avanti per fare luce, e disse al suo babbo:

— Venite dietro a me, e non abbiate paura. —

E così camminarono per un bel pezzo, e attraversarono tutto il corpo e tutto lo stomaco del Pesce-cane. Ma quando arrivarono al punto dove cominciava l'enorme gola del mostro, pensarono bene di fermarsi. Volevano dare un'occhiata e aspettare il momento giusto per la fuga.

Ora bisogna sapere una cosa. Il Pesce-cane era molto vecchio e soffriva d'asma e di palpitazioni di cuore. Per questo doveva dormire con la bocca aperta. Così Pinocchio si affacciò all'inizio della gola e guardò in su. Fuori dalla bocca spalancata vide un bel pezzo di cielo pieno di stelle e una bellissima luna.

— Questo è il momento giusto per scappare — sussurrò allora, voltandosi verso il suo babbo. — Il Pesce-cane dorme come un ghiro. Il mare è tranquillo e ci si vede come di giorno. Venite dunque, babbino, dietro a me, e fra poco saremo salvi. —

Detto fatto, salirono su per la gola del mostro marino. Arrivati in quell'immensa bocca, cominciarono a camminare in punta di piedi sulla lingua. Era una lingua così larga e così lunga che sembrava il grande viale di un giardino. E già stavano per fare il gran salto e buttarsi a nuoto nel mare. Ma proprio sul più bello, il Pesce-cane starnutì. E starnutendo diede uno scossone così violento che Pinocchio e Geppetto rimbalzarono all'indietro. Furono scaraventati di nuovo in fondo allo stomaco del mostro.

Nel grande urto della caduta la candela si spense, e padre e figlio rimasero al buio.

— E ora?... — domandò Pinocchio, diventando serio.

— Ora, ragazzo mio, siamo bell'e perduti.

— Perché perduti? Datemi la mano, babbino, e state attento a non scivolare!...

— Dove mi porti?

— Dobbiamo tentare di nuovo la fuga. Venite con me e non abbiate paura. —

Detto questo, Pinocchio prese il suo babbo per mano. Camminando sempre in punta di piedi, risalirono insieme su per la gola del mostro. Poi attraversarono tutta la lingua e scavalcarono le tre file di denti. Prima però di fare il gran salto, il burattino disse al suo babbo:

— Salite a cavalluccio sulle mie spalle e abbracciatemi forte forte. Al resto ci penso io. —

Geppetto si sistemò per bene sulle spalle del figlio. Appena fu pronto, il bravo Pinocchio, sicuro di sé, si gettò nell'acqua e cominciò a nuotare. Il mare era tranquillo come l'olio. La luna splendeva con tutta la sua luce. E il Pesce-cane continuava a dormire di un sonno così profondo che non l'avrebbe svegliato nemmeno una cannonata.

### Glossario

- **a tentoni**: camminando al buio e toccando con le mani per trovare la strada.
- **Quaresima**: i quaranta giorni prima di Pasqua, quando un tempo si mangiava soprattutto pesce.
- **mugolava**: (mugolare) faceva un suono lungo e confuso con la bocca chiusa, come un lamento.
- **core**: cuore (forma toscana antica).
- **pari pari**: tutto intero, senza fatica.
- **tortellino di Bologna**: piccola pasta ripiena, tipica della città di Bologna.
- **nave mercantile**: nave che trasporta merci da vendere.
- **albero maestro**: il palo più alto di una nave, che regge le vele.
- **lisca**: osso sottile del pesce.
- **dispensa**: luogo dove si conservano i cibi.
- **a cavalluccio**: seduto sulle spalle di un'altra persona, con una gamba da ogni parte.
- **brillare**: mandare luce, splendere.
- **sguazzavano**: si muovevano nell'acqua facendo rumore.
- **pozzanghera**: piccola pozza d'acqua sporca per terra.
- **masticava**: muoveva i denti per rompere il cibo in bocca.
- **confusamente**: in modo confuso, poco chiaro.
- **balbettava**: parlava male, ripetendo le sillabe, per emozione.
- **stropicciandosi**: strofinandosi, passandosi le mani sugli occhi.
- **l'Abbecedario**: libro per imparare a leggere, con le lettere dell'alfabeto.
- **inghiottì**: mandò giù in pancia, senza masticare.
- **riconobbi**: passato di "riconoscere": capii chi era.
- **fiammiferi**: piccoli bastoncini di legno o di cera che servono ad accendere il fuoco.
- **boccone**: quantità di cibo che si mette in bocca in una volta.

## Capitolo XXXVI. Finalmente Pinocchio cessa d'essere un burattino e diventa un ragazzo.

Pinocchio nuotava veloce per raggiungere la spiaggia. Il suo babbo stava a cavalluccio sulle sue spalle, con le gambe mezze nell'acqua. A un certo punto Pinocchio si accorse che il babbo tremava forte forte. Sembrava che il pover'uomo avesse la febbre terzana.

Tremava di freddo o di paura? Chi lo sa?... Forse un po' dell'uno e un po' dell'altra. Ma Pinocchio credeva che quel tremore fosse di paura. Così gli disse, per fargli coraggio:

— Coraggio, babbo! Fra pochi minuti arriveremo a terra e saremo salvi.

— Ma dov'è questa spiaggia benedetta? — domandò il vecchietto, sempre più agitato. Stringeva gli occhi, come fanno i sarti quando infilano l'ago. — Io guardo da tutte le parti e non vedo altro che cielo e mare.

— Ma io vedo anche la spiaggia — disse il burattino. — Sappiate che io sono come i gatti: ci vedo meglio di notte che di giorno. —

Il povero Pinocchio faceva finta di essere di buon umore. Ma invece.... invece cominciava a scoraggiarsi. Le forze gli diminuivano, e il suo respiro diventava pesante e affannoso.... Insomma, non ne poteva più, e la spiaggia era sempre lontana.

Nuotò finché ebbe fiato. Poi voltò la testa verso Geppetto e disse con parole spezzate:

— Babbo mio, aiutatemi.... perché io muoio.... —

Padre e figlio stavano ormai per affogare. Ma proprio allora sentirono una voce, come di chitarra scordata, che disse:

— Chi è che muore?

— Sono io e il mio povero babbo!

— Questa voce la riconosco! Tu sei Pinocchio!...

— Preciso; e tu?

— Io sono il Tonno, il tuo compagno di prigione nella pancia del Pesce-cane.

— E come hai fatto a scappare?

— Ho seguito il tuo esempio. Tu mi hai insegnato la strada, e dopo di te sono fuggito anch'io.

— Tonno mio, arrivi proprio al momento giusto! Ti prego, per l'amore che porti ai tonnini tuoi figli: aiutaci, o siamo perduti.

— Volentieri e con tutto il cuore. Attaccatevi tutti e due alla mia coda, e lasciatevi guidare. In quattro minuti vi porterò alla riva. —

Geppetto e Pinocchio, come potete immaginare, accettarono subito l'invito. Ma invece di attaccarsi alla coda, pensarono che era più comodo sedersi addirittura sulla schiena del Tonno.

— Siamo troppo pesanti? — gli domandò Pinocchio.

— Pesanti? Neanche per sogno: mi sembra di avere addosso due gusci di conchiglia — rispose il Tonno. Il Tonno era così grosso e robusto che sembrava un vitello di due anni.

Arrivati alla riva, Pinocchio saltò a terra per primo, per aiutare il suo babbo a scendere. Poi si voltò verso il Tonno e gli disse con voce commossa:

— Amico mio, tu hai salvato il mio babbo! Non ho parole per ringraziarti abbastanza! Permetti almeno che ti dia un bacio, come segno di riconoscenza eterna!... —

Il Tonno tirò fuori il muso dall'acqua. E Pinocchio si mise in ginocchio per terra e gli diede un bacio affettuosissimo sulla bocca. Il povero Tonno non era abituato a tanta tenerezza, così spontanea e così forte. Si sentì tanto commosso che si vergognava di farsi vedere piangere come un bambino. Così mise di nuovo la testa sott'acqua e sparì.

Intanto si era fatto giorno.

Allora Pinocchio offrì il suo braccio a Geppetto, che aveva appena la forza di stare in piedi. E gli disse:

— Appoggiatevi pure al mio braccio, caro babbino, e andiamo. Cammineremo piano piano come le formiche. E quando saremo stanchi, ci riposeremo lungo la strada.

— E dove dobbiamo andare? — domandò Geppetto.

— Cerchiamo una casa o una capanna. Forse lì ci daranno per carità un boccone di pane. E un po' di paglia per farci un letto. —

Non avevano ancora fatto cento passi, quando videro due brutti ceffi seduti sul bordo della strada. Stavano lì a chiedere l'elemosina.

Erano il Gatto e la Volpe, ma non si riconoscevano più. Pensate: il Gatto aveva fatto finta di essere cieco così a lungo che era diventato cieco davvero. E la Volpe era invecchiata, piena di rogna e paralizzata da una parte. Non aveva più nemmeno la coda. Proprio così. Quella brutta ladra era caduta nella miseria più nera. Così un bel giorno aveva dovuto vendere perfino la sua bellissima coda. L'aveva venduta a un merciaio ambulante, che la comprò per farne uno scacciamosche.

— O Pinocchio! — gridò la Volpe con voce lamentosa. — Fai un po' di carità a questi due poveri malati!

— Malati! — ripeté il Gatto.

— Addio, mascherine! — rispose il burattino. — Mi avete ingannato una volta, e ora non mi prendete più.

— Credici, Pinocchio, oggi siamo poveri e disgraziati davvero!

— Davvero! — ripeté il Gatto.

— Se siete poveri, ve lo meritate. Ricordatevi del proverbio che dice: «I soldi rubati non danno mai frutto». Addio, mascherine.

— Abbi pietà di noi!...

— Di noi!

— Addio, mascherine! Ricordatevi del proverbio che dice: «La farina del diavolo va tutta in crusca».

— Non ci abbandonare!...

— ...are! — ripeté il Gatto.

— Addio, mascherine! Ricordatevi del proverbio che dice: «Chi ruba il mantello al suo prossimo, di solito muore senza camicia». —

Così dicendo, Pinocchio e Geppetto continuarono tranquillamente per la loro strada. Fatti altri cento passi, videro una bella capanna in fondo a un sentiero, in mezzo ai campi. Era tutta di paglia, e il tetto era coperto di tegole e di mattoni.

— Quella capanna deve essere abitata da qualcuno — disse Pinocchio. — Andiamo là e bussiamo. —

Infatti andarono e bussarono alla porta.

— Chi è? — disse una vocina da dentro.

— Siamo un povero babbo e un povero figlio, senza pane e senza tetto — rispose il burattino.

— Girate la chiave, e la porta si aprirà — disse la stessa vocina.

Pinocchio girò la chiave, e la porta si aprì. Appena entrati, guardarono di qua, guardarono di là, ma non videro nessuno.

— Ma il padrone della capanna dov'è? — disse Pinocchio, meravigliato.

— Eccomi quassù! —

Babbo e figlio si voltarono subito verso il soffitto. E sopra una piccola trave videro il Grillo-parlante.

— Oh! mio caro Grillino — disse Pinocchio, salutandolo gentilmente.

— Ora mi chiami il «Tuo caro Grillino», non è vero? Ma ti ricordi di quando mi tirasti un manico di martello, per cacciarmi da casa tua?

— Hai ragione, Grillino! Caccia via anche me.... tira anche a me un manico di martello. Ma abbi pietà del mio povero babbo...

— Io avrò pietà del babbo e anche del figlio! Ma ho voluto ricordarti lo sgarbo che ho ricevuto. Volevo insegnarti una cosa. In questo mondo, quando si può, bisogna essere gentili con tutti. Bisogna farlo se vogliamo che gli altri siano gentili con noi nei giorni del bisogno.

— Hai ragione, Grillino, hai ragione da vendere. E io mi ricorderò la lezione che mi hai dato. Ma mi dici come hai fatto a comprarti questa bella capanna?

— Questa capanna me l'ha regalata ieri una graziosa capra. Aveva la lana di un bellissimo colore turchino.

— E la capra dov'è andata? — domandò Pinocchio, pieno di curiosità.

— Non lo so.

— E quando tornerà?...

— Non tornerà mai. Ieri è partita molto triste. E belando, sembrava che dicesse: «Povero Pinocchio!... ormai non lo rivedrò più!... Il Pesce-cane a quest'ora l'avrà bell'e divorato!...»

— Ha detto proprio così?... Allora era lei!... era lei!... era la mia cara Fatina!... — cominciò a urlare Pinocchio, singhiozzando e piangendo a dirotto.

Quando ebbe pianto ben bene, si asciugò gli occhi. Preparò un buon lettino di paglia e ci fece sdraiare sopra il vecchio Geppetto. Poi domandò al Grillo-parlante:

— Dimmi, Grillino, dove potrei trovare un bicchiere di latte per il mio povero babbo?

— A tre campi da qui c'è l'ortolano Giangio, che ha le mucche. Va' da lui, e troverai il latte che cerchi. —

Pinocchio andò di corsa a casa dell'ortolano Giangio. Ma l'ortolano gli disse:

— Quanto latte vuoi?

— Ne voglio un bicchiere pieno.

— Un bicchiere di latte costa un soldo. Comincia intanto a darmi il soldo.

— Non ho nemmeno un centesimo — rispose Pinocchio, tutto umiliato e triste.

— Male, burattino mio — rispose l'ortolano. — Se tu non hai nemmeno un centesimo, io non ho nemmeno un dito di latte.

— Pazienza! — disse Pinocchio, e fece per andarsene.

— Aspetta un po' — disse Giangio. — Fra te e me possiamo metterci d'accordo. Accetti di girare il *bindolo*?

— Che cos'è il bindolo?

— È quella macchina di legno che serve a tirare su l'acqua dalla cisterna, per annaffiare le verdure.

— Ci proverò....

— Allora tirami su cento secchi d'acqua. Come compenso ti regalerò un bicchiere di latte.

— Va bene. —

Giangio portò il burattino nell'orto e gli insegnò come si gira il *bindolo*. Pinocchio si mise subito al lavoro. Ma prima di arrivare a cento secchi, era già tutto sudato dalla testa ai piedi. Non aveva mai fatto una fatica così grande.

— Finora questa fatica di girare il bindolo — disse l'ortolano — l'ho fatta fare al mio ciuchino. Ma oggi quel povero animale sta morendo.

— Mi portate a vederlo? — disse Pinocchio.

— Volentieri. —

Appena Pinocchio entrò nella stalla, vide un bel ciuchino disteso sulla paglia. Era sfinito dalla fame e dal troppo lavoro. Pinocchio lo guardò fisso fisso e, turbato, disse fra sé:

— Eppure quel ciuchino lo conosco! Non è una faccia nuova per me! —

Si chinò fino a lui e gli domandò in dialetto asinino:

— Chi sei? —

A questa domanda, il ciuchino, ormai quasi morto, aprì gli occhi. E rispose balbettando nello stesso dialetto:

— Sono Lu....ci....gno....lo. —

Poi richiuse gli occhi e morì.

— Oh! povero Lucignolo! — disse Pinocchio a mezza voce. E prese una manciata di paglia per asciugarsi una lacrima che gli scendeva sul viso.

— Ti commuovi tanto per un asino che non ti costa niente? — disse l'ortolano. — Che cosa dovrei fare io, che l'ho comprato con i soldi contanti?

— Vi dirò.... era un mio amico....

— Tuo amico?

— Un mio compagno di scuola!...

— Come?! — urlò Giangio, scoppiando in una gran risata. — Come?! avevi dei somari per compagni di scuola?... Figuriamoci che begli studi devi aver fatto!... —

Il burattino si sentì umiliato da quelle parole e non rispose. Prese il suo bicchiere di latte, ancora quasi caldo, e tornò alla capanna.

E da quel giorno in poi, per più di cinque mesi, si alzò ogni mattina prima dell'alba. Andava a girare il bindolo e così guadagnava quel bicchiere di latte. Il latte faceva tanto bene alla salute debole del suo babbo. Ma non si contentò di questo. Nel tempo libero imparò anche a fare canestri e panieri di giunco. Con i soldi che guadagnava, pagava con moltissimo giudizio tutte le spese di ogni giorno. Fra le altre cose, costruì da solo un elegante carrettino. Lo usava per portare a spasso il suo babbo nelle belle giornate, per fargli prendere una boccata d'aria.

La sera, poi, quando restava sveglio, si esercitava a leggere e a scrivere. Nel paese vicino aveva comprato per pochi centesimi un grosso libro. Al libro mancavano il frontespizio e l'indice, e con quello faceva la sua lettura. Per scrivere, usava un rametto appuntito come una penna. Non aveva né calamaio né inchiostro. Così lo intingeva in una boccetta piena di succo di more e di ciliegie.

Fatto sta che lavorava con tanta buona volontà, cercando ogni modo per andare avanti. Così riusciva a mantenere quasi comodamente il suo babbo, che era sempre malaticcio. E in più aveva potuto mettere da parte anche quaranta soldi per comprarsi un vestito nuovo.

Una mattina disse a suo padre:

— Vado qui al mercato vicino a comprarmi una giacchettina, un berrettino e un paio di scarpe. Quando tornerò a casa — aggiunse ridendo — sarò vestito così bene che mi scambierete per un gran signore. —

Uscì di casa e cominciò a correre, tutto allegro e contento. A un tratto sentì qualcuno che lo chiamava per nome. Si voltò e vide una bella Lumaca che usciva dalla siepe.

— Non mi riconosci? — disse la Lumaca.

— Mi pare di sì e mi pare di no....

— Non ti ricordi di quella Lumaca che faceva la cameriera della Fata dai capelli turchini? Non ti ricordi di quella volta che scesi a farti luce? E tu eri rimasto con un piede piantato nella porta di casa?

— Mi ricordo di tutto — gridò Pinocchio. — Rispondimi subito, Lumachina bella: dove hai lasciato la mia buona Fata? Che fa? Mi ha perdonato? Si ricorda sempre di me? Mi vuole sempre bene? È molto lontana da qui? Potrei andare a trovarla? —

Pinocchio aveva fatto tutte queste domande in fretta, senza riprendere fiato. La Lumaca rispose con la sua solita calma:

— Pinocchio mio! La povera Fata giace in un letto d'ospedale!....

— All'ospedale?...

— Purtroppo. Le sono capitate mille disgrazie e si è ammalata gravemente. Non ha più nemmeno i soldi per comprarsi un boccone di pane.

— Davvero?... Oh! che gran dolore mi hai dato! Oh! povera Fatina! povera Fatina! povera Fatina! Se avessi un milione, correrei a portarglielo.... Ma io ho soltanto quaranta soldi.... eccoli qui! Stavo proprio andando a comprarmi un vestito nuovo. Prendili, Lumaca, e va' a portarli subito alla mia buona Fata.

— E il tuo vestito nuovo?

— Che m'importa del vestito nuovo? Venderei anche questi stracci che ho addosso, per poterla aiutare! Va', Lumaca, e sbrigati! E fra due giorni ritorna qui: spero di poterti dare qualche altro soldo. Finora ho lavorato per mantenere il mio babbo. Da oggi in poi lavorerò cinque ore di più, per mantenere anche la mia buona mamma. Addio, Lumaca, e fra due giorni ti aspetto. —

La Lumaca, contro la sua abitudine, cominciò a correre come una lucertola sotto il sole caldissimo d'agosto.

Quando Pinocchio tornò a casa, il suo babbo gli domandò:

— E il vestito nuovo?

— Non sono riuscito a trovarne uno della mia misura. Pazienza!... Lo comprerò un'altra volta. —

Quella sera Pinocchio, invece di restare sveglio fino alle dieci, restò sveglio fino a mezzanotte passata! E invece di fare otto canestri di giunco, ne fece sedici.

Poi andò a letto e si addormentò. E mentre dormiva, gli sembrò di vedere in sogno la Fata, tutta bella e sorridente. La Fata gli diede un bacio e gli disse così:

— Bravo Pinocchio! Grazie al tuo buon cuore, io ti perdono tutte le monellerie che hai fatto fino a oggi. Ci sono ragazzi che aiutano con amore i loro genitori quando sono poveri e malati. Questi ragazzi meritano sempre grandi lodi e grande affetto. Li meritano anche se non sono modelli di ubbidienza e di buona condotta. Metti giudizio per il futuro, e sarai felice. —

A questo punto il sogno finì, e Pinocchio si svegliò con gli occhi spalancati.

Ora immaginatevi voi quale fu la sua meraviglia! Svegliandosi, si accorse che non era più un burattino di legno. Era diventato, invece, un ragazzo come tutti gli altri. Diede un'occhiata intorno. Invece delle solite pareti di paglia della capanna, vide una bella cameretta. Era arredata con una semplicità quasi elegante. Saltò giù dal letto e trovò pronto un bel vestito nuovo. C'erano anche un berretto nuovo e un paio di stivaletti di pelle. Gli stavano proprio perfetti.

Appena si fu vestito, gli venne naturale di mettere le mani nelle tasche. E tirò fuori un piccolo portamonete d'avorio. Sopra c'erano scritte queste parole: «La Fata dai capelli turchini restituisce al suo caro Pinocchio i quaranta soldi. E lo ringrazia tanto del suo buon cuore.» Aprì il portamonete: invece di quaranta soldi di rame, dentro luccicavano quaranta zecchini d'oro, nuovi di zecca.

Poi andò a guardarsi allo specchio, e gli sembrò di essere un altro. Non vide più la solita immagine della marionetta di legno. Vide invece l'immagine vivace e intelligente di un bel ragazzo. Aveva i capelli castani e gli occhi celesti. E aveva un'aria allegra e festosa come una pasqua di rose.

In mezzo a tutte queste meraviglie, che arrivavano una dopo l'altra, Pinocchio non sapeva più che cosa pensare. Era sveglio davvero, o sognava ancora a occhi aperti?

— E il mio babbo dov'è? — gridò all'improvviso. Entrò nella stanza accanto e trovò il vecchio Geppetto sano, vivace e di buon umore, come una volta. Geppetto aveva subito ripreso il suo mestiere di intagliatore. Stava disegnando una bellissima cornice, piena di foglie, di fiori e di testine di animali diversi.

— Toglietemi una curiosità, babbino: come si spiega tutto questo cambiamento improvviso? — gli domandò Pinocchio. E intanto gli saltava al collo e lo copriva di baci.

— Questo cambiamento improvviso in casa nostra è tutto merito tuo — disse Geppetto.

— Perché merito mio?

— Perché i ragazzi che da cattivi diventano buoni hanno un potere speciale. Riescono a dare un aspetto nuovo e sorridente anche all'interno delle loro famiglie.

— E il vecchio Pinocchio di legno dove si sarà nascosto?

— Eccolo là! — rispose Geppetto. E gli indicò un grosso burattino appoggiato a una sedia. Aveva la testa girata da una parte, le braccia penzoloni e le gambe incrociate e piegate a metà. Sembrava un miracolo che stesse in piedi.

Pinocchio si voltò a guardarlo. Lo guardò un poco, poi disse fra sé, molto soddisfatto:

— Com'ero buffo, quando ero un burattino! E come sono contento ora di essere diventato un ragazzino perbene!... —

FINE.

### Glossario

- **febbre terzana**: febbre che torna ogni tre giorni e fa tremare forte.
- **ceffi**: facce brutte e cattive; persone che fanno paura.
- **infilano**: fanno passare il filo nel buco dell'ago.
- **scoraggiarsi**: perdere il coraggio e la speranza.
- **gusci**: le parti dure che coprono e proteggono certi animali o certi frutti.
- **conchiglia**: il guscio duro di alcuni piccoli animali di mare.
- **invecchiata**: diventata vecchia.
- **paralizzata**: che non può più muovere una parte del corpo.
- **tegole**: pezzi di terracotta che coprono il tetto.
- **bussiamo / bussarono**: battere con la mano sulla porta per farsi aprire.
- **portamonete**: piccola borsa per tenere le monete.
- **rogna**: malattia della pelle che fa cadere il pelo agli animali.
- **merciaio ambulante**: venditore che va di paese in paese con la sua merce.
- **scacciamosche**: oggetto con peli o strisce per mandare via le mosche.
- **mascherine**: qui: persone false, che fingono e ingannano.
- **crusca**: la parte del grano che resta quando si fa la farina; vale pochissimo.
- **ortolano**: chi coltiva verdure nell'orto e le vende.
- **bindolo**: macchina di legno per tirare su l'acqua dal pozzo.
- **frontespizio**: la prima pagina di un libro, con il titolo e il nome dell'autore.
- **intagliatore**: artigiano che lavora il legno e ci fa disegni e figure.
- **come una pasqua di rose**: felicissimo, come in un giorno di grande festa.
