# Le avventure di Pinocchio (Edizione A2)

*Carlo Collodi*

## Capitolo I. Come andò che Maestro Ciliegia, falegname trovò un pezzo di legno che piangeva e rideva come un bambino.

— C'era una volta....

— Un re! — diranno subito i miei piccoli lettori.

— No, ragazzi, avete sbagliato. C'era una volta un pezzo di legno.

Non era un legno prezioso. Era un semplice pezzo da catasta. D'inverno si mettono pezzi come questo nelle stufe e nei camini. Servono per accendere il fuoco e per riscaldare le stanze.

Non so come è successo. Ma un bel giorno questo pezzo di legno è arrivato in una bottega. Era la bottega di un vecchio falegname. Si chiamava mastr'Antonio, ma tutti lo chiamavano maestro Ciliegia. Lo chiamavano così per la punta del suo naso. Era sempre lucida e di un rosso scuro, come una ciliegia matura.

Appena ha visto quel pezzo di legno, maestro Ciliegia è diventato tutto allegro. Si è fregato le mani per la gioia e ha detto a bassa voce:

— Questo legno è arrivato al momento giusto. Voglio usarlo per fare una gamba di tavolino. —

Ha preso subito l'ascia ben affilata. Voleva togliere la parte esterna del legno e dargli una prima forma. Stava per dare il primo colpo. Ma il suo braccio si è fermato in aria, perché ha sentito una vocina. Era una vocina sottile sottile, che lo pregava:

— Non mi picchiar tanto forte! —

Immaginate come è rimasto quel buon vecchio di maestro Ciliegia!

Ha girato gli occhi intorno alla stanza, tutto confuso. Voleva vedere da dove era uscita quella vocina. E non ha visto nessuno! Ha guardato sotto il banco, e nessuno. Ha guardato dentro un armadio sempre chiuso, e nessuno. Ha guardato nel cesto dei trucioli e della segatura, e nessuno. Ha aperto la porta della bottega per guardare anche sulla strada, e nessuno. E allora?...

Maestro Ciliegia ha riso e si è grattato la parrucca.

— Ho capito, — ha detto — si vede che quella vocina l'ho immaginata io. Torniamo a lavorare. —

Ha ripreso l'ascia in mano e ha dato un colpo fortissimo sul pezzo di legno.

— Ohi! tu m'hai fatto male! — ha gridato con dolore la solita vocina.

Questa volta maestro Ciliegia è rimasto immobile. Aveva gli occhi fuori dalla testa per la paura. Aveva la bocca spalancata e la lingua giù fino al mento. Sembrava un mascherone di fontana.

Appena ha potuto parlare, ha cominciato a tremare e a balbettare per lo spavento. Ha detto:

— Ma da dove è uscita questa vocina che ha detto ohi?... Eppure qui non c'è nessuno. Forse questo pezzo di legno ha imparato a piangere e a lamentarsi come un bambino? Io non lo posso credere. Ecco qui questo legno. È un pezzo di legno da camino, come tutti gli altri. Se lo butto sul fuoco, faccio bollire una pentola di fagioli.... E allora? Forse c'è qualcuno nascosto dentro? Se c'è qualcuno nascosto, peggio per lui. Ora lo sistemo io! —

E mentre parlava, ha preso con le due mani quel povero pezzo di legno. Ha cominciato a sbatterlo senza pietà contro le pareti della stanza.

Poi si è messo ad ascoltare. Voleva sentire se qualche vocina si lamentava. Ha aspettato due minuti, e nulla; cinque minuti, e nulla; dieci minuti, e nulla!

Allora ha cercato di ridere e si è spettinato la parrucca.

— Ho capito, — ha detto. — Si vede che quella vocina che ha detto *ohi*, l'ho immaginata io! Torniamo a lavorare. —

Ma aveva una gran paura. Così ha provato a cantare un po', per farsi coraggio.

Intanto ha messo da una parte l'ascia e ha preso in mano la pialla. Voleva rendere liscio e pulito il pezzo di legno. Ma mentre passava la pialla su e giù, ha sentito la solita vocina. La vocina gli ha detto ridendo:

— Smetti! tu mi fai il pizzicorino sul corpo! —

Questa volta il povero maestro Ciliegia è caduto giù di colpo, come sotto un fulmine. Quando ha riaperto gli occhi, era seduto per terra.

Il suo viso sembrava cambiato. Anche la punta del naso aveva cambiato colore. Prima era quasi sempre di un rosso scuro. Ora, per la gran paura, era diventata turchina.

### Glossario

- **diranno**: forma del verbo «dire», per il futuro: loro diranno.
- **catasta**: mucchio ordinato di legna per il fuoco.
- **stufe**: grandi oggetti di metallo o di pietra: dentro si brucia la legna per fare caldo.
- **riscaldare**: rendere caldo.
- **bottega**: stanza dove un uomo fa il suo lavoro e vende le sue cose.
- **falegname**: uomo che lavora il legno.
- **lucida**: che brilla alla luce.
- **matura**: pronta da mangiare (si dice della frutta).
- **fregato**: si è fregato le mani: ha passato più volte una mano sull'altra.
- **ascia**: strumento con una lama, per tagliare il legno.
- **affilata**: che taglia bene.
- **banco**: grande tavolo da lavoro del falegname.
- **cesto**: contenitore fatto di rami sottili.
- **trucioli**: pezzetti sottili di legno che cadono durante il lavoro.
- **segatura**: polvere di legno.
- **grattato**: si è grattato: si è passato le unghie sulla testa.
- **parrucca**: capelli finti.
- **ohi**: parola che si grida quando si sente dolore.
- **immobile**: fermo, senza nessun movimento.
- **spalancata**: aperta del tutto.
- **mascherone**: grande viso di pietra, spesso sopra una fontana.
- **tremare**: muoversi un po' senza volere, per la paura o per il freddo.
- **balbettare**: parlare male e a fatica, per esempio per la paura.
- **spavento**: grande paura.
- **lamentarsi**: dire con la voce il proprio dolore.
- **bollire**: scaldare molto una cosa nell'acqua, sul fuoco, finché l'acqua fa le bolle.
- **pentola**: oggetto alto e rotondo di metallo, per cuocere il cibo.
- **fagioli**: piccoli semi bianchi o rossi, che si cuociono e si mangiano.
- **sbatterlo**: colpirlo con forza contro qualcosa.
- **pietà**: senza pietà: in modo duro, senza pensare al dolore degli altri.
- **pareti**: i muri di una stanza.
- **lamentava**: si lamentava: diceva con la voce il suo dolore.
- **spettinato**: si è spettinato la parrucca: ha messo in disordine i capelli della parrucca.
- **liscio**: piatto e piacevole da toccare, senza punte.
- **pialla**: strumento per rendere liscio il legno.
- **pizzicorino**: sensazione sulla pelle che fa ridere.
- **fulmine**: luce forte che scende dal cielo durante un temporale.
- **turchina**: di colore azzurro scuro.

## Capitolo II. Maestro Ciliegia regala il pezzo di legno al suo amico Geppetto, il quale lo prende per fabbricarsi un burattino maraviglioso, che sappia ballare, tirar di scherma e fare i salti mortali.

In quel momento qualcuno ha bussato alla porta.

— Passate pure, — ha detto il falegname. Non aveva la forza di alzarsi in piedi.

Allora è entrato in bottega un vecchietto tutto vivace. Si chiamava Geppetto. Ma quando i ragazzi del vicinato volevano farlo arrabbiare moltissimo, lo chiamavano con un soprannome. Il soprannome era Polendina. (La polenta è un piatto giallo di farina di mais.) Lo chiamavano così per la sua parrucca gialla. La parrucca somigliava moltissimo alla polenta di mais.

Geppetto si arrabbiava molto facilmente. Guai a chiamarlo Polendina! Diventava subito furioso come una bestia, e nessuno poteva più fermarlo.

— Buon giorno, mastr'Antonio, — ha detto Geppetto. — Che cosa fate lì per terra?

— Insegno a contare alle formiche.

— Buon lavoro.

— Chi vi ha portato da me, compar Geppetto?

— Le gambe. Sentite, mastr'Antonio: sono venuto da voi per chiedervi un favore.

— Eccomi qui, sono pronto ad aiutarvi, — ha risposto il falegname. Si è alzato sulle ginocchia.

— Stamattina mi è venuta in testa un'idea.

— Sentiamola.

— Ho pensato di farmi da solo un bel burattino di legno. Ma un burattino meraviglioso! Deve saper ballare, tirare di scherma e fare i salti mortali. Con questo burattino voglio girare il mondo. Così posso guadagnarmi un pezzo di pane e un bicchiere di vino. Che cosa ne pensate?

— Bravo Polendina! — ha gridato la solita vocina. Nessuno capiva da dove usciva.

Compar Geppetto ha sentito la parola Polendina. È diventato rosso come un peperone per la rabbia. Si è voltato verso il falegname e gli ha detto, furioso:

— Perché mi offendete?

— Chi vi offende?

— Mi avete chiamato Polendina!

— Non sono stato io.

— Ah, allora sono stato io! Io dico che siete stato voi.

— No!

— Sì!

— No!

— Sì! —

Si sono arrabbiati sempre di più. Alla fine hanno smesso di parlare. Si sono presi con le mani. Si sono graffiati, si sono morsi e si sono picchiati.

Alla fine della battaglia, mastr'Antonio aveva tra le mani la parrucca gialla di Geppetto. Geppetto si è accorto di una cosa. Aveva in bocca la parrucca grigia e bianca del falegname.

— Rendimi la mia parrucca! — ha gridato mastr'Antonio.

— E tu rendimi la mia, e facciamo pace. —

I due vecchietti hanno ripreso ognuno la propria parrucca. Si sono stretti la mano. Hanno giurato di rimanere buoni amici per tutta la vita.

— Dunque, compar Geppetto, — ha detto il falegname, per mostrare che la pace era fatta. — Qual è il favore che volete da me?

— Vorrei un po' di legno per fare il mio burattino. Me lo date? —

Mastr'Antonio, tutto contento, è andato subito al banco. Ha preso quel pezzo di legno che gli aveva fatto tanta paura. Stava per darlo all'amico. Ma il pezzo di legno si è mosso con forza. È scappato dalle sue mani con violenza. Ha battuto forte contro gli stinchi secchi del povero Geppetto.

— Ah! è così, mastr'Antonio, che regalate le vostre cose? Mi avete quasi fatto diventare zoppo!...

— Vi giuro che non sono stato io!

— Allora sono stato io!...

— La colpa è tutta di questo legno....

— Lo so che è del legno: ma siete voi che me l'avete tirato sulle gambe!

— Io non ve l'ho tirato!

— Bugiardo!

— Geppetto, non offendetemi: se no vi chiamo Polendina!...

— Asino!

— Polendina!

— Somaro!

— Polendina!

— Brutto scimmiotto!

— Polendina! —

Geppetto ha sentito Polendina per la terza volta e non ha più capito nulla. Si è gettato sul falegname, e lì si sono picchiati con tutta la forza.

Alla fine della battaglia, mastr'Antonio aveva due graffi in più sul naso. E Geppetto aveva due bottoni in meno sulla giacca. Così erano pari. Si sono stretti la mano. Hanno giurato di rimanere buoni amici per tutta la vita.

Intanto Geppetto ha preso il suo bravo pezzo di legno e ha ringraziato mastr'Antonio. Ed è tornato a casa zoppicando.

### Glossario

- **bussato**: battuto con la mano su una porta.
- **falegname**: uomo che lavora il legno.
- **bottega**: stanza dove un uomo fa il suo lavoro e vende le sue cose.
- **vivace**: pieno di energia.
- **vicinato**: le persone e le case vicine.
- **arrabbiare**: far arrabbiare: dare molta rabbia a una persona.
- **soprannome**: nome diverso dal vero nome, spesso per scherzo.
- **polenta**: piatto giallo fatto con farina di mais.
- **parrucca**: capelli finti.
- **somigliava**: era simile.
- **arrabbiava**: si arrabbiava: sentiva molta rabbia.
- **furioso**: pieno di rabbia.
- **compar**: amico (parola antica).
- **burattino**: pupazzo di legno che si muove.
- **tirare di scherma**: combattere con la spada, per sport.
- **salti mortali**: salti in cui il corpo gira in aria.
- **peperone**: verdura rossa, gialla o verde.
- **offendete**: da «offendere»: dire parole cattive a una persona.
- **offende**: da «offendere»: dice parole cattive a una persona.
- **arrabbiati**: si sono arrabbiati: hanno sentito molta rabbia.
- **graffiati**: si sono graffiati: si sono fatti male alla pelle con le unghie.
- **morsi**: si sono morsi: si sono fatti male con i denti.
- **giurato**: promesso in modo molto serio.
- **banco**: grande tavolo da lavoro del falegname.
- **stinchi**: la parte davanti delle gambe, sotto il ginocchio.
- **zoppo**: chi cammina male per una gamba ferita.
- **bugiardo**: chi dice cose false.
- **offendetemi**: non offendetemi: non dite parole cattive a me.
- **asino**: animale simile a un piccolo cavallo; qui è una parola per offendere.
- **somaro**: asino; qui è una parola per offendere.
- **scimmiotto**: piccola scimmia; qui è una parola per offendere.
- **gettato**: si è gettato: si è buttato con forza.
- **graffi**: piccoli tagli sulla pelle, fatti con le unghie.
- **pari**: erano pari: nessuno dei due doveva più niente all'altro.
- **zoppicando**: camminando male, perché una gamba fa male.

## Capitolo III. Geppetto, tornato a casa, comincia subito a fabbricarsi il burattino e gli mette il nome di Pinocchio. Prime monellerie del burattino.

La casa di Geppetto era una piccola stanza a piano terra. La luce entrava da sotto una scala. I mobili erano molto semplici. C'erano una brutta sedia, un letto poco buono e un tavolino tutto rovinato. Sul muro di fondo si vedeva un camino con il fuoco acceso. Ma il fuoco era dipinto. Accanto al fuoco c'era una pentola dipinta, che bolliva allegramente. La pentola mandava fuori una nuvola di fumo, e sembrava fumo vero.

Appena è entrato in casa, Geppetto ha preso subito i suoi attrezzi. Ha cominciato a intagliare e a fare il suo burattino.

— Che nome gli darò? — ha detto tra sé. — Voglio chiamarlo Pinocchio. Questo nome gli porterà fortuna. Ho conosciuto una famiglia intera di Pinocchi. Pinocchio il padre, Pinocchia la madre e Pinocchi i ragazzi. E tutti stavano bene. Il più ricco di loro chiedeva l'elemosina. —

Quando ha trovato il nome per il suo burattino, ha cominciato a lavorare sul serio. Gli ha fatto subito i capelli, poi la fronte, poi gli occhi.

Quando ha finito gli occhi, immaginate la sua meraviglia! Gli occhi si muovevano e lo guardavano fisso fisso.

Geppetto ha visto quei due occhi di legno che lo guardavano. Quasi si è offeso. Ha detto con voce dura:

— Occhiacci di legno, perché mi guardate? —

Nessuno ha risposto.

Allora, dopo gli occhi, gli ha fatto il naso. Ma il naso, appena finito, ha cominciato a crescere. E cresci, cresci, cresci, in pochi minuti è diventato un nasone che non finiva mai.

Il povero Geppetto faticava a tagliarlo. Ma più lo tagliava e lo accorciava, e più quel naso maleducato diventava lungo.

Dopo il naso gli ha fatto la bocca.

La bocca non era ancora finita. E ha cominciato subito a ridere e a prenderlo in giro.

— Smetti di ridere! — ha detto Geppetto, offeso. Ma era come parlare al muro.

— Smetti di ridere, ti ripeto! — ha urlato con voce minacciosa.

Allora la bocca ha smesso di ridere, ma ha tirato fuori tutta la lingua.

Geppetto non voleva altri problemi. Così ha fatto finta di non vedere e ha continuato a lavorare. Dopo la bocca gli ha fatto il mento, poi il collo. Poi gli ha fatto le spalle, lo stomaco, le braccia e le mani.

Appena ha finito le mani, Geppetto ha sentito qualcosa. Qualcuno gli portava via la parrucca dalla testa. Ha guardato in su, e che cosa ha visto? Ha visto la sua parrucca gialla in mano al burattino.

— Pinocchio!... rendimi subito la mia parrucca! —

E Pinocchio, invece di rendergli la parrucca, se l'è messa in testa. Sotto la parrucca quasi non respirava.

Davanti a quel gesto maleducato, Geppetto è diventato molto triste. Non era mai stato così triste in vita sua. Si è voltato verso Pinocchio e gli ha detto:

— Figlio monello! Non sei ancora finito, e già cominci a mancare di rispetto a tuo padre! Male, ragazzo mio, male! —

E si è asciugato una lacrima.

Restavano ancora da fare le gambe e i piedi.

Quando Geppetto ha finito i piedi, ha sentito arrivare un calcio sulla punta del naso.

— Me lo merito, — ha detto allora tra sé. — Dovevo pensarci prima! Ormai è tardi! —

Poi ha preso il burattino sotto le braccia. Lo ha messo a terra, sul pavimento della stanza. Voleva farlo camminare.

Pinocchio aveva le gambe dure e non sapeva muoversi. Geppetto lo guidava per mano e gli insegnava a mettere un passo dopo l'altro.

Poi le gambe si sono sciolte. Pinocchio ha cominciato a camminare da solo e a correre per la stanza. Alla fine è uscito dalla porta di casa, è saltato in strada ed è scappato.

E il povero Geppetto gli correva dietro, ma non riusciva a prenderlo. Non ci riusciva perché quel monello di Pinocchio andava a salti come una lepre. I suoi piedi di legno battevano sulla strada di pietra. E facevano un rumore forte, come venti paia di zoccoli da contadini.

— Piglialo! piglialo! — urlava Geppetto.

Ma la gente sulla strada vedeva questo burattino di legno. Correva come un cavallo da corsa. Tutti si fermavano incantati a guardarlo. E ridevano, ridevano e ridevano, più di quanto potete immaginare.

Alla fine, per fortuna, è arrivato un carabiniere. Ha sentito tutto quel rumore. Ha pensato a un puledro che era scappato al padrone. Si è messo con coraggio in mezzo alla strada, a gambe larghe. Voleva fermare il puledro ed evitare disgrazie più grandi.

Pinocchio ha visto da lontano il carabiniere, che chiudeva tutta la strada. Ha provato a passargli tra le gambe, di sorpresa, ma non ci è riuscito.

Il carabiniere non si è mosso per niente. Lo ha preso bene per il naso. (Era un nasone enorme: sembrava fatto apposta per le mani dei carabinieri.) E lo ha rimesso nelle mani di Geppetto.

Geppetto, per punirlo, voleva subito dargli una buona tirata d'orecchi. Ma immaginate come è rimasto! Ha cercato gli orecchi e non li ha trovati. E sapete perché? Perché aveva scolpito il burattino in gran fretta, e aveva dimenticato di farglieli.

Allora lo ha preso per la collottola. Mentre lo riportava indietro, ha mosso la testa in modo minaccioso e gli ha detto:

— Andiamo subito a casa. Stai sicuro: quando saremo a casa, faremo i nostri conti! —

A queste parole, Pinocchio si è buttato per terra e non ha più voluto camminare. Intanto le persone curiose e senza niente da fare cominciavano a fermarsi lì intorno. E formavano un piccolo gruppo.

Chi diceva una cosa, chi un'altra.

— Povero burattino! — dicevano alcuni. — Ha ragione a non voler tornare a casa! Se torna a casa, chissà come lo picchia quel brutto uomo di Geppetto!... —

E gli altri aggiungevano con cattiveria:

— Quel Geppetto sembra un uomo onesto! Ma con i ragazzi è un vero tiranno! Se gli lasciano quel povero burattino, è capace di farlo a pezzi! —

Insomma, hanno detto e hanno fatto tanto, che il carabiniere ha lasciato libero Pinocchio. E ha portato in prigione quel pover'uomo di Geppetto. Geppetto non trovava parole per difendersi. Piangeva come un vitellino. E mentre andava verso la prigione, diceva tra i singhiozzi:

— Figlio cattivo! E pensare che ho fatto tanta fatica per fare un burattino per bene! Ma me lo merito! Dovevo pensarci prima!... —

Quello che è successo dopo è una storia così strana, che è quasi impossibile crederla. E ve la racconterò in questi altri capitoli.

### Glossario

- **dipinto**: fatto con i colori, per esempio su un muro.
- **dipinta**: fatta con i colori, per esempio su un muro.
- **pentola**: oggetto alto e rotondo di metallo, per cuocere il cibo.
- **bolliva**: era sul fuoco, e l'acqua dentro faceva le bolle.
- **attrezzi**: cose che servono per lavorare, come il martello.
- **intagliare**: tagliare il legno per dargli una forma.
- **elemosina**: soldi o cibo dati ai poveri.
- **fisso**: guardare fisso: guardare una cosa senza spostare gli occhi.
- **offeso**: si è offeso: è rimasto male per un fatto o per una parola.
- **occhiacci**: brutti occhi.
- **nasone**: naso molto grande.
- **accorciava**: rendeva più corto.
- **maleducato**: senza rispetto per le altre persone.
- **minacciosa**: che fa paura, perché promette qualcosa di brutto.
- **asciugato**: si è asciugato: ha tolto l'acqua dal viso.
- **lacrima**: goccia d'acqua che esce dagli occhi quando si piange.
- **merito**: me lo merito: ho sbagliato, ed è giusto pagare per questo.
- **sciolte**: non più dure, capaci di muoversi bene.
- **monello**: ragazzo che non ubbidisce e fa cose cattive.
- **lepre**: animale simile al coniglio, che corre molto veloce.
- **zoccoli**: scarpe di legno.
- **piglialo**: prendilo (parola antica e toscana).
- **incantati**: pieni di meraviglia, fermi a guardare.
- **puledro**: cavallo giovane.
- **carabiniere**: poliziotto italiano.
- **disgrazie**: fatti molto brutti.
- **rimesso**: messo di nuovo.
- **punirlo**: fargli una cosa brutta perché ha sbagliato.
- **d'orecchi**: una tirata d'orecchi: si tirano gli orecchi a un bambino per punirlo.
- **scolpito**: tagliato nel legno o nella pietra per dargli una forma.
- **collottola**: la parte dietro del collo.
- **minaccioso**: che fa paura, perché promette qualcosa di brutto.
- **faremo i nostri conti**: vuol dire: «ti punirò».
- **picchia**: da «picchiare»: colpisce una persona con le mani.
- **tiranno**: persona molto dura e crudele.
- **vitellino**: piccolo della mucca.
- **singhiozzi**: respiri rotti e forti di chi piange molto.

## Capitolo IV. La storia di Pinocchio col Grillo-parlante, dove si vede come i ragazzi cattivi hanno a noja di sentirsi correggere da chi ne sa più di loro.

Vi dirò dunque, ragazzi, che il povero Geppetto andava in prigione senza nessuna colpa. Intanto quel monello di Pinocchio era libero dalle mani del carabiniere. Correva veloce attraverso i campi, per tornare a casa più presto. Nella gran fretta saltava rive altissime, siepi di spine e fossi pieni d'acqua. Saltava proprio come un capretto, o come un leprotto quando i cacciatori lo inseguono.

Quando è arrivato davanti a casa, ha trovato la porta socchiusa. L'ha spinta ed è entrato. Ha chiuso subito con il paletto. Poi si è seduto per terra e ha fatto un gran sospiro di contentezza.

Ma quella contentezza è durata poco, perché ha sentito qualcuno nella stanza che faceva:

— Crì-crì-crì!

— Chi mi chiama? — ha detto Pinocchio, tutto spaventato.

— Sono io! —

Pinocchio si è voltato e ha visto un grosso grillo. Saliva lentamente su su per il muro.

— Dimmi, Grillo, e tu chi sei?

— Io sono il Grillo-parlante, e abito in questa stanza da più di cento anni.

— Oggi però questa stanza è mia, — ha detto il burattino. — Se vuoi farmi un vero piacere, vai via subito, e non voltarti indietro.

— Io non me ne andrò di qui, — ha risposto il Grillo. — Prima devo dirti una grande verità.

— Dimmela, e fai presto.

— Guai ai ragazzi che si ribellano ai genitori e lasciano la loro casa per capriccio! Non saranno mai felici in questo mondo. E prima o poi si pentiranno molto.

— Canta pure, Grillo mio, come ti piace. Ma io so una cosa: domani, all'alba, voglio andarmene di qui. Perché se resto qui, succederà a me quello che succede a tutti gli altri ragazzi. Mi manderanno a scuola, e dovrò studiare per forza. E io, te lo dico in segreto, non ho nessuna voglia di studiare. Mi diverto di più a correre dietro alle farfalle. E a salire sugli alberi per prendere gli uccellini nei nidi.

— Povero stupidino!... Ma non sai che così da grande diventerai un bellissimo somaro? E che tutti rideranno di te?

— Zitto, brutto Grillo che porti sfortuna! — ha gridato Pinocchio.

Ma il Grillo era paziente e saggio. Non si è offeso per questa maleducazione. Ha continuato con lo stesso tono di voce:

— E se non ti piace andare a scuola, perché non impari almeno un mestiere? Così puoi guadagnarti onestamente un pezzo di pane.

— Vuoi saperlo? — ha risposto Pinocchio, che cominciava a perdere la pazienza. — Tra i mestieri del mondo ce n'è uno solo che mi piace veramente.

— E quale mestiere è?

— Quello di mangiare, bere, dormire, divertirmi. E fare dalla mattina alla sera la vita del vagabondo.

— Ti dico una cosa, — ha detto il Grillo-parlante con la sua solita calma. — Tutti quelli che fanno questo mestiere, finiscono quasi sempre in ospedale o in prigione.

— Attento, brutto Grillo che porti sfortuna!... Se mi arrabbio, guai a te!

— Povero Pinocchio: mi fai proprio pena!...

— Perché ti faccio pena?

— Perché sei un burattino e, cosa ancora peggiore, perché hai la testa di legno. —

A queste ultime parole, Pinocchio è saltato su tutto furioso. Ha preso dal banco un martello di legno e l'ha tirato contro il Grillo-parlante.

Forse non credeva nemmeno di colpirlo. Ma, per disgrazia, lo ha preso proprio sulla testa. Così il povero Grillo ha avuto solo il fiato per fare *crì-crì-crì*. Poi è rimasto lì, morto, attaccato al muro.

### Glossario

- **monello**: ragazzo che non ubbidisce e fa cose cattive.
- **rive**: qui: piccole salite di terra ai lati di un campo.
- **siepi**: file di piante basse intorno a un campo.
- **fossi**: lunghi buchi nella terra, spesso pieni d'acqua.
- **capretto**: piccolo della capra.
- **leprotto**: piccolo della lepre, un animale che corre veloce.
- **inseguono**: corrono dietro a qualcuno per prenderlo.
- **socchiusa**: non chiusa del tutto.
- **paletto**: pezzo di ferro per chiudere bene la porta.
- **sospiro**: respiro lungo e forte.
- **contentezza**: grande gioia.
- **crì**: il suono che fa il grillo.
- **spaventato**: pieno di paura.
- **grillo**: piccolo animale che salta e canta.
- **ribellano**: si ribellano: non ubbidiscono più e vanno contro chi comanda.
- **capriccio**: per capriccio: solo per voglia, senza un buon motivo.
- **si pentiranno**: capiranno di avere fatto male e saranno tristi.
- **diverto**: mi diverto: passo il tempo in modo allegro.
- **farfalle**: piccoli animali con le ali colorate.
- **nidi**: piccole case che gli uccelli fanno sugli alberi.
- **somaro**: asino; anche un ragazzo che non studia.
- **sfortuna**: il contrario della fortuna: cose brutte che arrivano.
- **saggio**: che sa e capisce molte cose.
- **maleducazione**: modo di parlare o di fare senza rispetto.
- **mestiere**: lavoro che una persona sa fare.
- **divertirmi**: passare il tempo in modo allegro.
- **vagabondo**: persona che gira senza casa e senza lavoro.
- **arrabbio**: mi arrabbio: sento molta rabbia.
- **pena**: mi fai pena: sono triste per te, perché stai male.
- **furioso**: pieno di rabbia.
- **banco**: grande tavolo da lavoro del falegname.
- **disgrazia**: per disgrazia: per un fatto brutto, purtroppo.
- **fiato**: l'aria che esce dalla bocca.

## Capitolo V. Pinocchio ha fame e cerca un uovo per farsi una frittata; ma sul più bello, la frittata gli vola via dalla finestra.

Intanto ha cominciato a farsi notte. Pinocchio si è ricordato che non aveva mangiato nulla. Ha sentito un piccolo fastidio allo stomaco, che somigliava moltissimo all'appetito.

Ma l'appetito dei ragazzi cresce presto. Infatti dopo pochi minuti l'appetito è diventato fame. E la fame, in un momento, è diventata una fame da lupi. Era una fame così grande che si poteva tagliare con il coltello.

Il povero Pinocchio è corso subito al camino, dove c'era una pentola che bolliva. Ha provato ad aprirla, per vedere che cosa c'era dentro. Ma la pentola era dipinta sul muro. Immaginate come è rimasto! Il suo naso, già lungo, è diventato più lungo di almeno quattro dita.

Allora ha cominciato a correre per la stanza. Ha cercato in tutte le cassette e in tutti gli angoli. Cercava un po' di pane, anche un po' di pane secco, o una crosta. O un osso avanzato al cane, o un po' di polenta con la muffa. O una lisca di pesce, o un nocciolo di ciliegia. Insomma, qualcosa da masticare. Ma non ha trovato nulla, il gran nulla, proprio nulla.

E intanto la fame cresceva, e cresceva sempre. Per il povero Pinocchio l'unico aiuto era sbadigliare. Faceva sbadigli così lunghi che qualche volta la bocca gli arrivava fino agli orecchi. E dopo gli sbadigli sputava, e sentiva che lo stomaco andava via.

Allora piangeva, era disperato e diceva:

— Il Grillo-parlante aveva ragione. Ho fatto male a ribellarmi al mio babbo e a scappare di casa.... Il mio babbo non è qui, e ora io muoio di sbadigli! Oh! che brutta malattia è la fame! —

A un tratto gli è sembrato di vedere qualcosa nel mucchio della spazzatura. Qualcosa di tondo e di bianco. Somigliava proprio a un uovo di gallina. Ha fatto un salto e ci si è buttato sopra, in un momento. Era proprio un uovo.

La gioia del burattino è impossibile da descrivere: dovete immaginarla. Quasi credeva di sognare. Girava quest'uovo tra le mani, lo toccava e lo baciava. E mentre lo baciava diceva:

— E ora come devo cuocerlo? Ne farò una frittata?... No, è meglio cuocerlo nel piatto!... O è più buono fritto in padella? O invece lo faccio come un uovo da bere? No, il modo più veloce è cuocerlo nel piatto o nel tegamino. Ho troppa voglia di mangiarlo! —

Ha messo subito un tegamino sopra un caldano pieno di brace accesa. Nel tegamino non ha messo olio o burro, ma un po' d'acqua. E quando l'acqua ha cominciato a fumare, *tac!*... ha rotto il guscio dell'uovo. Ha provato a versarlo dentro.

Ma invece del bianco e del rosso è uscito un pulcino tutto allegro e gentile. Ha fatto un bell'inchino e ha detto:

— Mille grazie, signor Pinocchio. Lei mi ha risparmiato la fatica di rompere il guscio! Arrivederla, stia bene e tanti saluti a casa! —

Poi ha aperto le ali ed è uscito dalla finestra aperta. È volato via, così lontano che non si vedeva più.

Il povero burattino è rimasto lì, come incantato. Aveva gli occhi fissi, la bocca aperta e i gusci dell'uovo in mano. Ma quando è passato il primo spavento, ha cominciato a piangere e a gridare. Batteva i piedi per terra per la disperazione. E piangendo diceva:

— Eppure il Grillo-parlante aveva ragione! Ho fatto male a scappare di casa. Il mio babbo non è qui, e ora io muoio di fame. Eh! che brutta malattia è la fame!... —

Il suo stomaco continuava a brontolare più che mai, e Pinocchio non sapeva come calmarlo. Allora ha pensato di uscire di casa e di andare al paesello vicino. Sperava di trovare una persona buona. Forse questa persona gli dava un po' di pane, come elemosina.

### Glossario

- **somigliava**: era simile.
- **fame da lupi**: fame fortissima.
- **pentola**: recipiente alto per cuocere il cibo.
- **bolliva**: era così calda da fare le bolle.
- **cassette**: piccole scatole, anche dentro i mobili.
- **crosta**: la parte dura del pane.
- **avanzato**: rimasto dopo il pasto.
- **polenta**: cibo giallo fatto con la farina di mais.
- **muffa**: strato verde o bianco sul cibo vecchio.
- **lisca**: osso sottile del pesce.
- **nocciolo**: la parte dura dentro la ciliegia.
- **masticare**: rompere il cibo con i denti.
- **sbadigli**: quando apri molto la bocca, per fame o per sonno.
- **orecchi**: le orecchie del burattino.
- **sputava**: buttava fuori qualcosa dalla bocca.
- **disperato**: molto triste, senza speranza.
- **ribellarmi**: dire di no e non ubbidire.
- **muoio**: forma del verbo «morire»; qui: sto molto male.
- **mucchio**: tante cose una sopra l'altra.
- **spazzatura**: le cose vecchie che si buttano via.
- **tondo**: rotondo, come una palla.
- **cuocerlo**: scaldarlo sul fuoco, per poterlo mangiare.
- **frittata**: uova battute e cotte in padella.
- **uovo da bere**: uovo cotto pochissimo, quasi liquido.
- **tegamino**: piccola pentola bassa per cuocere le uova.
- **caldano**: recipiente di metallo con il carbone acceso, per scaldarsi.
- **brace**: carbone o legno che brucia senza fiamma.
- **guscio**: la parte dura esterna dell'uovo.
- **pulcino**: piccolo della gallina.
- **inchino**: saluto gentile, con la testa e il corpo in avanti.
- **incantato**: fermo, come per una magia.
- **spavento**: forte paura.
- **disperazione**: grande dolore di chi non ha più speranza.
- **brontolare**: fare un rumore basso e lungo.
- **paesello**: piccolo paese.
- **elemosina**: soldi o cibo dati ai poveri.

## Capitolo VI. Pinocchio si addormenta coi piedi sul caldano, e la mattina dopo si sveglia coi piedi tutti bruciati.

Era proprio una notte terribile, una notte d'inferno. Tuonava forte forte. C'erano lampi, e il cielo sembrava prendere fuoco. Soffiava un vento freddo e cattivo. Il vento fischiava con rabbia e alzava un'enorme nuvola di polvere. E per il vento tutti gli alberi della campagna facevano un rumore forte e acuto.

Pinocchio aveva molta paura dei tuoni e dei lampi. Ma la fame era più forte della paura. Per questo ha chiuso appena la porta di casa e ha cominciato a correre. Con un centinaio di salti è arrivato fino al paese. Aveva la lingua fuori e respirava forte, come un cane da caccia.

Ma ha trovato tutto buio e tutto deserto. I negozi erano chiusi. Le porte delle case erano chiuse, le finestre erano chiuse. Nella strada non c'era nemmeno un cane. Sembrava il paese dei morti.

Allora Pinocchio era pieno di disperazione e di fame. Si è attaccato al campanello di una casa. Ha cominciato a suonare forte, senza fermarsi. E dentro di sé diceva:

— Qualcuno si affaccerà. —

Infatti si è affacciato un vecchio, con il berretto da notte in testa. Era molto arrabbiato e ha gridato:

— Che cosa volete a quest'ora?

— Mi fareste il piacere di darmi un po' di pane?

— Aspettatemi lì, torno subito, — ha risposto il vecchino.

Il vecchino credeva di parlare con uno di quei ragazzacci senza regole. Questi ragazzacci si divertono di notte a suonare i campanelli delle case. Così danno noia alla gente per bene, che dorme tranquilla.

Dopo mezzo minuto la finestra si è aperta di nuovo. La voce del vecchino ha gridato a Pinocchio:

— Fàtti sotto e para il cappello. —

Pinocchio non aveva ancora un cappello. Si è avvicinato e si è sentito cadere addosso un'enorme catinella d'acqua. L'acqua lo ha bagnato tutto, dalla testa ai piedi. Sembrava un vaso di geranio secco sotto l'acqua.

È tornato a casa bagnato come un pulcino. Era stanchissimo e aveva tanta fame. Non aveva più la forza di stare in piedi. Così si è seduto. I suoi piedi erano bagnati e sporchi di fango. Li ha messi sopra un caldano pieno di carbone acceso.

E lì si è addormentato. Mentre dormiva, i piedi di legno hanno preso fuoco. Piano piano sono diventati carbone, e poi cenere.

E Pinocchio continuava a dormire e a russare. Sembravano i piedi di un altro! Finalmente, all'alba, si è svegliato, perché qualcuno aveva bussato alla porta.

— Chi è? — ha domandato. Sbadigliava e si strofinava gli occhi.

— Sono io! — ha risposto una voce.

Quella voce era la voce di Geppetto.

### Glossario

- **tuonava**: nel cielo c'erano forti rumori durante il brutto tempo.
- **lampi**: luci forti e veloci nel cielo durante il brutto tempo.
- **fischiava**: faceva un suono alto e lungo.
- **polvere**: terra molto fine e leggera.
- **acuto**: alto e sottile, per un suono.
- **deserto**: senza nessuna persona.
- **disperazione**: grande dolore di chi non ha più speranza.
- **campanello**: piccola campana alla porta di casa: suona per chiamare chi è dentro.
- **si affaccerà**: si metterà alla finestra per guardare fuori.
- **si è affacciato**: si è messo alla finestra per guardare fuori.
- **berretto da notte**: cappello morbido per dormire.
- **arrabbiato**: pieno di rabbia.
- **vecchino**: piccolo vecchio.
- **ragazzacci**: ragazzi cattivi.
- **divertono**: da «divertirsi»: passano il tempo con piacere.
- **campanelli**: più di un campanello.
- **Fàtti sotto e para il cappello**: vieni qui sotto e tieni aperto il cappello, per prendere una cosa.
- **catinella**: recipiente largo e basso per l'acqua.
- **geranio**: pianta con fiori, spesso in un vaso.
- **bagnato**: coperto d'acqua.
- **pulcino**: il piccolo della gallina.
- **bagnati**: coperti d'acqua.
- **fango**: terra mescolata con l'acqua.
- **caldano**: recipiente di metallo con il carbone acceso, per scaldarsi.
- **addormentato**: da «addormentarsi»: ha cominciato a dormire.
- **cenere**: polvere grigia che resta dopo il fuoco.
- **russare**: fare rumore con il naso e la gola mentre si dorme.
- **bussato**: battuto con la mano sulla porta, per chiamare.
- **strofinava**: muoveva la mano avanti e indietro sopra una cosa.

## Capitolo VII. Geppetto torna a casa, e dà al burattino la colazione che il pover'uomo aveva portata per sè.

Il povero Pinocchio aveva ancora gli occhi pieni di sonno. Non aveva ancora visto i suoi piedi, tutti bruciati. Per questo, appena ha sentito la voce di suo padre, è saltato giù dallo sgabello. Voleva correre a tirare il paletto della porta. Ma dopo due o tre passi incerti è caduto, lungo disteso sul pavimento.

Quando ha battuto a terra, ha fatto un rumore. Era il rumore di un sacco di mestoli che cade da un quinto piano.

— Aprimi! — gridava intanto Geppetto dalla strada.

— Babbo mio, non posso.... — rispondeva il burattino. Piangeva e si rotolava per terra.

— Perché non puoi?

— Perché mi hanno mangiato i piedi.

— E chi te li ha mangiati?

— Il gatto — ha detto Pinocchio. Vedeva il gatto. Il gatto, con le zampine davanti, faceva ballare alcuni pezzetti di legno, e si divertiva.

— Aprimi, ti dico! — ha ripetuto Geppetto. — Se no, quando vengo in casa, il gatto te lo do io!

— Non posso stare in piedi, credetemi. Oh! povero me! povero me! Dovrò camminare sulle ginocchia per tutta la vita. —

Geppetto ha pensato: «Tutti questi pianti sono un altro scherzo del burattino.» E ha deciso di finire questa storia. Si è arrampicato sul muro ed è entrato in casa dalla finestra.

All'inizio voleva dire tante cose e voleva fare tante cose. Ma poi ha visto il suo Pinocchio sdraiato per terra, davvero senza piedi. Allora si è commosso. Subito lo ha preso in braccio. Ha cominciato a baciarlo e a fargli mille carezze e mille moine. Grosse lacrime gli cadevano giù sulle guance. Singhiozzava e gli ha detto:

— Pinocchiuccio mio! Come ti sei bruciato i piedi?

— Non lo so, babbo, ma credetemi: è stata una notte d'inferno. E la ricorderò per tutta la vita. Tuonava, lampeggiava, e io avevo una gran fame. E allora il Grillo-parlante mi ha detto: «Ti sta bene: sei stato cattivo e te lo meriti.» E io gli ho detto: «Attento, Grillo!...» E lui mi ha detto: «Tu sei un burattino e hai la testa di legno.» E io gli ho tirato un manico di martello, e lui è morto. Ma la colpa è stata sua, perché io non volevo ucciderlo. E la prova è che ho messo un tegamino sulla brace accesa del caldano. Ma il pulcino è scappato fuori e ha detto: «Arrivederla,... e tanti saluti a casa.» E la fame cresceva sempre. E per questo il vecchino con il berretto da notte si è affacciato alla finestra. E mi ha detto: «Fàtti sotto e para il cappello.» E io con quella catinella d'acqua sulla testa.... Perché chiedere un po' di pane non è una vergogna, non è vero? E io sono tornato subito a casa. E perché avevo sempre una gran fame, ho messo i piedi sul caldano per asciugarmi. E voi siete tornato, e li ho trovati bruciati. E intanto la fame ce l'ho sempre e i piedi non li ho più! ih!... ih!... ih!... ih!... —

E il povero Pinocchio ha cominciato a piangere e a gridare. Gridava così forte che lo sentivano a cinque chilometri di distanza.

Di tutto quel discorso confuso, Geppetto aveva capito una cosa sola. Il burattino moriva di fame. Ha tirato fuori di tasca tre pere. Le ha date a Pinocchio e ha detto:

— Queste tre pere erano la mia colazione, ma io te le do volentieri. Mangiale: ti faranno bene.

— Se devo mangiarle, fatemi il piacere di sbucciarle.

— Sbucciarle? — ha risposto Geppetto. Era stupito. — Non pensavo, ragazzo mio, che eri così difficile nel mangiare. Male! In questo mondo, fin da bambini, bisogna abituarsi a mangiare di tutto. I casi son tanti!... cioè non si sa mai che cosa può succedere.

— Forse avete ragione, — ha risposto Pinocchio. — Ma io non mangerò mai un frutto con la buccia. Le bucce proprio non mi piacciono. —

E quel buon uomo di Geppetto ha preso un coltellino. Con tanta pazienza ha sbucciato le tre pere. E ha messo tutte le bucce sopra un angolo della tavola.

Pinocchio ha mangiato la prima pera in due bocconi. Poi ha fatto per buttare via il torsolo. Ma Geppetto gli ha fermato il braccio e gli ha detto:

— Non lo buttare via: tutto in questo mondo può essere utile.

— Ma io il torsolo non lo mangio davvero!... — ha gridato il burattino. Si è girato veloce come una vipera.

— Chi lo sa! I casi son tanti!... — ha ripetuto Geppetto, senza arrabbiarsi.

Così i tre torsoli non sono finiti fuori dalla finestra. Sono finiti sull'angolo della tavola, in compagnia delle bucce.

Pinocchio ha mangiato, o meglio ha divorato, le tre pere. Poi ha fatto un lunghissimo sbadiglio e ha detto con voce di pianto:

— Ho ancora fame!

— Ma io, ragazzo mio, non ho più niente da darti.

— Proprio niente, niente?

— Ho soltanto queste bucce e questi torsoli di pera.

— Pazienza! — ha detto Pinocchio. — Se non c'è altro, mangerò una buccia. —

E ha cominciato a masticare. All'inizio ha storto un po' la bocca. Ma poi, una dietro l'altra, ha mangiato in un attimo tutte le bucce. E dopo le bucce anche i torsoli. Quando ha finito di mangiare ogni cosa, era tutto contento. Si è battuto le mani sulla pancia. E ha detto con gioia:

— Ora sì, che sto bene!

— Vedi, dunque, — ha detto Geppetto — che avevo ragione io? Ti dicevo: non bisogna abituarsi a essere troppo difficili o troppo delicati nel mangiare. Caro mio, non si sa mai che cosa ci può succedere in questo mondo. I casi son tanti!... —

### Glossario

- **sgabello**: piccola sedia senza schienale.
- **paletto**: pezzo di ferro che tiene chiusa la porta.
- **incerti**: poco sicuri.
- **disteso**: con tutto il corpo a terra.
- **mestoli**: grandi cucchiai da cucina, qui di legno.
- **rotolava**: girava più volte sul proprio corpo.
- **zampine**: piccole zampe, i piedi di un animale.
- **divertiva**: da «divertirsi»: passava il tempo con piacere.
- **arrampicato**: salito con le mani e con i piedi.
- **sdraiato**: con il corpo a terra, non in piedi.
- **commosso**: da «commuoversi»: ha sentito una forte emozione nel cuore.
- **carezze**: gesti dolci, con la mano sul viso o sul corpo.
- **moine**: gesti e parole dolci per fare piacere a una persona.
- **guance**: le due parti del viso sotto gli occhi.
- **singhiozzava**: piangeva forte, con il respiro che si ferma.
- **lampeggiava**: c'erano lampi nel cielo.
- **manico**: la parte lunga di un oggetto, che si tiene in mano.
- **tegamino**: piccola pentola bassa.
- **brace**: carbone o legno che brucia senza fiamma.
- **si è affacciato**: si è messo alla finestra per guardare fuori.
- **asciugarmi**: togliere l'acqua da me.
- **ih**: suono di chi piange.
- **abituarsi**: fare una cosa tante volte, fino a trovarla normale.
- **I casi son tanti!**: non si sa mai che cosa può succedere.
- **mangerò**: futuro di «mangiare».
- **sbucciarle**: togliere la buccia.
- **buccia**: la parte esterna della frutta.
- **bocconi**: quantità di cibo che entra in una volta nella bocca.
- **torsolo**: la parte centrale della pera, con i semi.
- **vipera**: serpente velenoso che si muove rapido.
- **divorato**: mangiato molto in fretta.
- **storto**: girato da una parte, non dritto.

## Capitolo VIII. Geppetto rifà i piedi a Pinocchio, e vende la propria casacca per comprargli l'Abbecedario.

Appena la fame è passata, il burattino ha cominciato subito a brontolare e a piangere. Piangeva perché voleva un paio di piedi nuovi.

Ma Geppetto voleva punirlo per la sua cattiva azione. Così lo ha lasciato piangere e disperarsi per una mezza giornata. Poi gli ha detto:

— E perché devo rifarti i piedi? Forse per vederti scappare di nuovo da casa tua?

— Vi prometto — ha detto il burattino, e singhiozzava — che da oggi in poi sarò buono....

— Tutti i ragazzi — ha risposto Geppetto — quando vogliono ottenere qualcosa, dicono così.

— Vi prometto che andrò a scuola, studierò e sarò bravo....

— Tutti i ragazzi, quando vogliono ottenere qualcosa, ripetono la stessa storia.

— Ma io non sono come gli altri ragazzi! Io sono più buono di tutti, e dico sempre la verità. Vi prometto, babbo, che imparerò un mestiere. E sarò la consolazione e il bastone della vostra vecchiaia. —

Geppetto faceva il viso duro, da tiranno. Ma aveva gli occhi pieni di lacrime e il cuore pieno di dolore. Vedeva il suo povero Pinocchio in uno stato così triste! Geppetto non ha risposto altre parole. Ha preso in mano gli attrezzi del mestiere e due pezzetti di legno ben secco. E si è messo a lavorare con grandissimo impegno.

E in meno di un'ora i piedi erano pronti: due piedini agili, asciutti e forti. Sembravano fatti da un grande artista.

Allora Geppetto ha detto al burattino:

— Chiudi gli occhi e dormi! —

E Pinocchio ha chiuso gli occhi e ha fatto finta di dormire. Mentre Pinocchio fingeva di dormire, Geppetto ha preso un po' di colla. La colla era sciolta in un guscio d'uovo. Con questa colla ha attaccato i due piedi al loro posto. Li ha attaccati così bene che non si vedeva nemmeno il segno.

Il burattino era disteso sulla tavola. Appena si è accorto di avere i piedi, è saltato giù. Ha cominciato a fare mille salti e mille capriole. Sembrava matto per la gran gioia.

— Voi avete fatto molto per me — ha detto Pinocchio al suo babbo. — Per ringraziarvi, voglio andare subito a scuola.

— Bravo ragazzo.

— Ma per andare a scuola ho bisogno di un vestito. —

Geppetto era povero e non aveva in tasca nemmeno un centesimo. Allora gli ha fatto un vestitino di carta fiorita. Poi un paio di scarpe di scorza d'albero. E poi un berrettino di midolla di pane.

Pinocchio è corso subito a guardarsi in una catinella piena d'acqua. Era così contento di sé che ha detto, tutto fiero:

— Sembro proprio un signore!

— Davvero, — ha risposto Geppetto. — Perché, ricorda bene, non è il vestito bello che fa il signore. È piuttosto il vestito pulito.

— A proposito, — ha aggiunto il burattino — per andare a scuola mi manca ancora qualcosa. Anzi, mi manca la cosa più importante.

— Cioè?

— Mi manca l'Abbecedario.

— Hai ragione: ma come si fa per averlo?

— È facilissimo: si va da un libraio e si compra.

— E i soldi?

— Io non ce li ho.

— Nemmeno io — ha aggiunto il buon vecchio, ed è diventato triste.

E anche Pinocchio è diventato triste, anche se era un ragazzo molto allegro. Perché la miseria, quando è miseria davvero, la capiscono tutti: anche i ragazzi.

— Pazienza! — ha gridato Geppetto tutto a un tratto, e si è alzato in piedi. Si è messo la vecchia casacca di fustagno, tutta toppe e rammendi. Ed è uscito di casa di corsa.

Dopo poco è tornato. Quando è tornato, aveva in mano l'Abbecedario per il figlio. Ma la casacca non l'aveva più. Il pover'uomo era in maniche di camicia, e fuori nevicava.

— E la casacca, babbo?

— L'ho venduta.

— Perché l'avete venduta?

— Perché mi faceva caldo. —

Pinocchio ha capito subito questa risposta. Non è riuscito a fermare il suo buon cuore. È saltato al collo di Geppetto. E ha cominciato a baciarlo su tutto il viso.

### Glossario

- **brontolare**: parlare piano e con rabbia, perché non si è contenti.
- **punirlo**: fargli sentire un castigo per una cosa cattiva.
- **disperarsi**: essere molto triste, senza speranza.
- **singhiozzava**: piangeva forte, con il respiro che si ferma.
- **il bastone della vostra vecchiaia**: la persona che vi aiuterà quando sarete vecchio.
- **consolazione**: persona o cosa che dà gioia a chi è triste.
- **tiranno**: persona dura e cattiva che comanda.
- **attrezzi**: gli oggetti che servono per un lavoro.
- **agili**: che si muovono bene e con facilità.
- **fingeva**: faceva credere una cosa non vera.
- **colla**: materiale che attacca una cosa a un'altra.
- **sciolta**: diventata liquida.
- **guscio**: la parte dura e esterna dell'uovo.
- **capriole**: giri del corpo in avanti, con la testa in basso.
- **carta fiorita**: carta colorata con disegni di fiori.
- **scorza**: la parte dura e esterna dell'albero.
- **midolla**: la parte morbida e interna del pane.
- **catinella**: recipiente largo e basso per l'acqua.
- **fiero**: molto contento di sé.
- **Abbecedario**: il primo libro per imparare a leggere.
- **libraio**: uomo che vende i libri.
- **miseria**: la vita di chi è molto povero.
- **casacca**: giacca semplice e larga.
- **fustagno**: stoffa grossa e pesante di cotone.
- **toppe e rammendi**: pezzi di stoffa e fili per chiudere i buchi di un vestito.
- **in maniche di camicia**: senza giacca, solo con la camicia.

## Capitolo IX. Pinocchio vende l'Abbecedario per andare a vedere il teatro dei burattini.

Quando ha smesso di nevicare, Pinocchio ha preso la strada della scuola. Aveva sotto il braccio il suo bell'Abbecedario nuovo. Mentre camminava, nella sua testolina c'erano mille pensieri e mille sogni. Erano uno più bello dell'altro.

E parlava da solo, e diceva:

— Oggi, a scuola, voglio subito imparare a leggere. Domani poi imparerò a scrivere, e dopodomani imparerò a fare i numeri. Poi, con la mia bravura, guadagnerò molti soldi. Con i primi soldi voglio subito fare al mio babbo una bella casacca di panno. Ma che dico di panno? Gliela voglio fare tutta d'argento e d'oro, con i bottoni di diamanti. E quel pover'uomo se la merita davvero. Perché voleva comprarmi i libri e farmi studiare. Per questo è rimasto in maniche di camicia.... con questo freddo! Soltanto i babbi sanno fare certi sacrifici!... —

Mentre parlava così, tutto commosso, gli è sembrato di sentire una musica lontana. Erano pifferi e colpi di grancassa: pì-pì—pì, pì-pì—pì, zum, zum, zum, zum.

Si è fermato e ha ascoltato. Quei suoni venivano dal fondo di una lunghissima strada laterale. Questa strada portava a un piccolo paese, costruito sulla spiaggia del mare.

— Che cosa sarà questa musica? Peccato: devo andare a scuola, se no.... —

Ed è rimasto lì, incerto. Ma doveva decidere: o a scuola, o a sentire i pifferi.

— Oggi andrò a sentire i pifferi, e domani a scuola. Per andare a scuola c'è sempre tempo — ha detto finalmente quel monello. E ha alzato le spalle.

Subito è entrato nella strada laterale e ha cominciato a correre veloce. Più correva, più sentiva bene pifferi e grancassa: pì-pì—pì, pì—pì-pì, pì-pì—pì, zum, zum, zum, zum.

A un tratto si è trovato in mezzo a una piazza tutta piena di gente. La gente stava intorno a un grande baraccone di legno e di tela. La tela era dipinta di mille colori.

— Che cos'è quel baraccone? — ha domandato Pinocchio a un ragazzetto del paese.

— Leggi il cartello, c'è scritto, e lo saprai.

— Lo leggo volentieri, ma proprio oggi non so leggere.

— Bravo bue! Allora te lo leggerò io. Ascolta. In quel cartello, con lettere rosse come il fuoco, c'è scritto: Gran Teatro dei Burattini....

— È cominciata da molto la commedia?

— Comincia ora.

— E quanto si spende per entrare?

— Quattro soldi. —

Pinocchio aveva una curiosità fortissima. Non ha più saputo fermarsi e, senza vergogna, ha detto al ragazzetto:

— Mi daresti quattro soldi fino a domani?

— Te li do volentieri, — gli ha risposto l'altro, e rideva di lui. — Ma proprio oggi non te li posso dare.

— Per quattro soldi ti vendo la mia giacca — gli ha detto allora il burattino.

— Che cosa me ne faccio di una giacca di carta fiorita? Se ci piove sopra, non te la togli più di dosso.

— Vuoi comprare le mie scarpe?

— Sono buone per accendere il fuoco.

— Quanto mi dai per il berretto?

— Bell'affare davvero! Un berretto di midolla di pane! I topi possono venire a mangiarmelo in testa! —

Pinocchio era molto agitato. Stava per fare l'ultima offerta, ma non aveva coraggio. Aspettava, era incerto, soffriva. Alla fine ha detto:

— Vuoi darmi quattro soldi per questo Abbecedario nuovo?

— Io sono un ragazzo e non compro niente dai ragazzi — gli ha risposto il ragazzetto. Aveva più giudizio di lui.

— Per quattro soldi l'Abbecedario lo prendo io — ha gridato un rivenditore di panni usati. Anche lui era lì e aveva sentito tutto.

E Pinocchio ha venduto il libro lì, subito. E pensare che quel pover'uomo di Geppetto era rimasto a casa in maniche di camicia. Tremava dal freddo, e tutto per comprare l'Abbecedario al figlio!

### Glossario

- **nevicare**: cadere dal cielo, per la neve.
- **Abbecedario**: il primo libro per imparare a leggere.
- **testolina**: piccola testa.
- **dopodomani**: il giorno dopo domani.
- **bravura**: capacità di fare bene una cosa.
- **casacca**: giacca semplice e larga.
- **panno**: stoffa pesante e calda.
- **bottoni**: piccoli oggetti tondi per chiudere i vestiti.
- **diamanti**: pietre bellissime e molto care.
- **in maniche di camicia**: senza giacca, solo con la camicia.
- **sacrifici**: cose difficili che una persona fa per aiutare un altro.
- **commosso**: con una forte emozione nel cuore.
- **pifferi**: piccoli strumenti di legno, simili a un flauto.
- **grancassa**: grande tamburo.
- **pì**: il suono dei pifferi.
- **zum**: il suono della grancassa.
- **laterale**: che va di lato, fuori dalla strada principale.
- **incerto**: non sicuro di che cosa fare.
- **monello**: ragazzo vivace che non ubbidisce.
- **baraccone**: grande casa di legno e di tela, per gli spettacoli.
- **tela**: stoffa forte.
- **cartello**: foglio grande con una scritta, per dare una notizia.
- **bue**: grande animale della campagna; qui vuol dire stupido.
- **commedia**: spettacolo di teatro.
- **togli**: levi, mandi via da te.
- **midolla**: la parte morbida e interna del pane.
- **agitato**: nervoso, non tranquillo.
- **offerta**: quello che una persona propone di dare o di vendere.
- **giudizio**: capacità di capire che cosa è giusto fare.
- **rivenditore di panni usati**: uomo che compra e vende vestiti vecchi.

## Capitolo X. I burattini riconoscono il loro fratello Pinocchio e gli fanno una grandissima festa; ma sul più bello esce fuori il burattinaio Mangiafoco, e Pinocchio corre pericolo di fare una brutta fine.

Quando Pinocchio è entrato nel teatrino dei burattini, è successa una cosa. Questa cosa ha fatto quasi una rivoluzione.

Bisogna sapere che il sipario era alzato e la commedia era già cominciata.

Sulla scena c'erano Arlecchino e Pulcinella. Litigavano, come al solito. E minacciavano di darsi, da un momento all'altro, tanti schiaffi e tante bastonate.

La platea guardava con attenzione. Sentiva il litigio di quei due burattini e rideva tantissimo. I due si muovevano e si insultavano in modo così vero! Sembravano proprio due animali che ragionano, due persone di questo mondo.

Ma all'improvviso Arlecchino smette di recitare. Si volta verso il pubblico e indica con la mano qualcuno in fondo alla platea. E comincia a urlare, con voce drammatica:

— Dèi del cielo! Sogno o sono sveglio? Eppure quello laggiù è Pinocchio!...

— È Pinocchio davvero! — grida Pulcinella.

— È proprio lui! — grida la signora Rosaura, e mette fuori la testa in fondo alla scena.

— È Pinocchio! è Pinocchio! — urlano in coro tutti i burattini. Escono a salti da dietro le quinte.

— È Pinocchio! È il nostro fratello Pinocchio! Evviva Pinocchio!...

— Pinocchio, vieni quassù da me! — grida Arlecchino. — Vieni a buttarti tra le braccia dei tuoi fratelli di legno! —

A questo invito affettuoso, Pinocchio fa un salto. Dal fondo della platea arriva ai posti migliori. Poi con un altro salto sale sulla testa del direttore d'orchestra. E di lì salta sul palcoscenico.

È impossibile immaginare gli abbracci e le strette al collo. E poi i pizzicotti di amicizia e le testate di vera e sincera fratellanza! Pinocchio ha ricevuto tutto questo in mezzo a una grande confusione. Intorno a lui c'erano gli attori e le attrici di quella compagnia drammatico-vegetale. (Vegetale, perché i burattini sono di legno!)

Era una scena commovente, è vero. Ma il pubblico della platea vedeva che la commedia non andava più avanti. Così ha perso la pazienza e ha cominciato a gridare: — Vogliamo la commedia! vogliamo la commedia! —

Ma ha gridato per niente, perché i burattini non hanno continuato la recita. Anzi, hanno fatto il doppio di rumore e di grida. Hanno messo Pinocchio sulle spalle. E lo hanno portato in trionfo davanti alle luci della scena.

Allora è uscito fuori il burattinaio. Era un uomo enorme, così brutto che faceva paura soltanto a guardarlo. Aveva una barbaccia nera come una macchia d'inchiostro. Era tanto lunga che scendeva dal mento fino a terra. Quando camminava, la pestava con i piedi! La sua bocca era larga come un forno. I suoi occhi sembravano due lanterne di vetro rosso, con la luce accesa dietro. Con le mani faceva schioccare una grossa frusta. Era fatta di serpenti e di code di volpe, legati insieme.

Nessuno aspettava il burattinaio. Quando è apparso, tutti sono rimasti muti. Nessuno ha più detto una parola. Si poteva sentire volare una mosca. Quei poveri burattini, maschi e femmine, tremavano come tante foglie.

— Perché sei venuto a fare confusione nel mio teatro? — ha domandato il burattinaio a Pinocchio. Aveva una voce grossa, come un Orco con un forte raffreddore.

— Mi creda, illustrissimo, la colpa non è stata mia!...

— Basta così! stasera faremo i nostri conti. —

Infatti, quando la recita è finita, il burattinaio è andato in cucina. Per cena si era preparato un bel montone. Il montone girava lentamente sullo spiedo. Ma il burattinaio non aveva più legna per finire di cuocerlo e di arrostirlo bene. Così ha chiamato Arlecchino e Pulcinella e ha detto loro:

— Portatemi qui quel burattino. Lo troverete attaccato al chiodo. Mi sembra un burattino di legno molto secco. Sono sicuro che sul fuoco farà una bellissima fiamma per il mio arrosto. —

All'inizio Arlecchino e Pulcinella non si sono mossi. Ma il padrone ha dato loro un'occhiata cattiva, e loro hanno avuto paura. Così hanno obbedito. Dopo un po' sono tornati in cucina. Portavano sulle braccia il povero Pinocchio. Lui si agitava come un'anguilla fuori dall'acqua e gridava disperato: — Babbo mio, salvatemi! Non voglio morire, no, non voglio morire!... —

### Glossario

- **sipario**: grande tenda davanti alla scena del teatro.
- **minacciavano**: dicevano di voler fare del male a qualcuno.
- **schiaffi**: colpi dati sul viso con la mano aperta.
- **bastonate**: colpi dati con un bastone.
- **platea**: la parte del teatro dove siede il pubblico.
- **litigio**: discussione con parole forti e arrabbiate.
- **insultavano**: dicevano parole cattive a qualcuno.
- **recitare**: fare la parte di un personaggio a teatro.
- **laggiù**: là, in un posto lontano o più in basso.
- **quinte**: i lati della scena, dove il pubblico non vede.
- **quassù**: qui, in un posto più in alto.
- **affettuoso**: pieno di amore e di amicizia.
- **palcoscenico**: il posto del teatro dove recitano gli attori.
- **abbracci**: gesti di chi stringe una persona tra le braccia.
- **pizzicotti**: piccole strette della pelle con due dita.
- **testate**: colpi dati con la testa.
- **fratellanza**: amore e amicizia come tra fratelli.
- **vegetale**: che viene dalle piante.
- **commovente**: che tocca il cuore e fa quasi piangere.
- **in trionfo**: in alto, con grande festa, come un vincitore.
- **burattinaio**: uomo che dirige un teatro di burattini.
- **barbaccia**: barba grande e brutta.
- **d'inchiostro**: di liquido nero per scrivere.
- **pestava**: metteva i piedi sopra, con forza.
- **lanterne**: lampade con un vetro intorno alla luce.
- **schioccare**: fare un rumore secco e forte.
- **frusta**: lunga corda con un manico, per colpire.
- **muti**: senza parole, in silenzio.
- **Orco**: mostro enorme delle favole, che mangia le persone.
- **raffreddore**: piccola malattia del naso e della gola.
- **illustrissimo**: parola di grande rispetto per una persona importante.
- **faremo i nostri conti**: vedremo chi ha ragione, e tu avrai la punizione.
- **montone**: maschio della pecora.
- **spiedo**: lungo ferro per cuocere la carne sul fuoco.
- **cuocerlo**: prepararlo con il calore, per poterlo mangiare.
- **arrostirlo**: cuocerlo sul fuoco o nel forno.
- **arrosto**: carne cotta sul fuoco o nel forno.
- **occhiata**: sguardo veloce.
- **obbedito**: fatto quello che una persona ordina.
- **agitava**: muoveva con forza, da tutte le parti.
- **anguilla**: pesce lungo e sottile, simile a un serpente.

## Capitolo XI. Mangiafoco starnutisce e perdona a Pinocchio, il quale poi difende dalla morte il suo amico Arlecchino.

Il burattinaio si chiamava Mangiafoco. Sembrava un uomo spaventoso, non dico di no. Faceva paura soprattutto con quella sua barbaccia nera. Come un grembiule, gli copriva tutto il petto e tutte le gambe. Ma in fondo non era un uomo cattivo. Ecco la prova. Davanti a lui hanno portato il povero Pinocchio, che si agitava da tutte le parti. Urlava: «Non voglio morire, non voglio morire!» Allora Mangiafoco ha cominciato subito a commuoversi e a sentire pietà. Ha resistito per un bel po'. Ma alla fine non ce l'ha fatta più, e ha fatto uno starnuto fortissimo.

A quello starnuto, Arlecchino è diventato tutto allegro in viso. Fino a quel momento era stato triste e piegato, come un salice piangente. Si è abbassato verso Pinocchio e gli ha detto piano piano:

— Buone notizie, fratello! Il burattinaio ha starnutito. Questo è segno che ha pietà di te, e ormai sei salvo. —

Perché bisogna sapere una cosa. Tutti gli uomini, quando sentono pietà per qualcuno, piangono. O almeno fanno finta di asciugarsi gli occhi. Mangiafoco invece, ogni volta che si commuoveva davvero, aveva l'abitudine di starnutire. Era un modo come un altro per mostrare agli altri il suo cuore sensibile.

Dopo lo starnuto, il burattinaio ha continuato a fare il duro e ha gridato a Pinocchio:

— Smetti di piangere! I tuoi lamenti mi hanno messo un piccolo male qui in fondo allo stomaco.... Sento un dolore, che quasi quasi.... *etcì, etcì!* — e ha fatto altri due starnuti.

— Felicità! — ha detto Pinocchio. (A quel tempo, dopo uno starnuto, si diceva così.)

— Grazie. E il tuo babbo e la tua mamma sono ancora vivi? — ha domandato Mangiafoco.

— Il babbo, sì. La mamma non l'ho mai conosciuta.

— Chissà che dolore per tuo padre, se ora ti faccio gettare fra quei carboni accesi. Povero vecchio! mi fa pena.... *etcì, etcì, etcì*, — e ha fatto altri tre starnuti.

— Felicità! — ha detto Pinocchio.

— Grazie. Ma bisogna avere pietà anche di me. Perché, come vedi, non ho più legna per finire di cuocere quel montone arrosto. E tu, dico la verità, in questo caso mi servivi proprio! Ma ormai ho sentito pietà, e ci vuole pazienza. Invece di te, metterò a bruciare sotto lo spiedo qualche burattino della mia compagnia. Olà, giandarmi! —

A questo comando sono arrivati subito due giandarmi di legno. Erano lunghi lunghi, secchi secchi. Avevano il cappello a lucerna in testa e la sciabola pronta in mano.

Allora il burattinaio ha detto loro con una voce bassa e rauca:

— Prendetemi lì quell'Arlecchino, legatelo bene e poi gettatelo a bruciare sul fuoco. Io voglio il mio montone ben arrostito! —

Immaginate il povero Arlecchino! Ha avuto tanta paura che le gambe si sono piegate. Ed è caduto a terra con la faccia in giù.

Pinocchio ha visto quella scena terribile. È andato a gettarsi ai piedi del burattinaio. Piangeva forte e bagnava di lacrime tutti i peli della lunghissima barba. E ha cominciato a dire con voce di preghiera:

— Pietà, signor Mangiafoco!...

— Qui non ci sono signori! — ha risposto duramente il burattinaio.

— Pietà, signor Cavaliere!...

— Qui non ci sono cavalieri!

— Pietà, signor Commendatore!

— Qui non ci sono commendatori!

— Pietà, Eccellenza!... —

Il burattinaio si è sentito chiamare Eccellenza, e subito ha fatto la bocca piccola e tonda. All'improvviso è diventato più umano e più gentile. Ha detto a Pinocchio:

— Bene, che cosa vuoi da me?

— Le domando grazia per il povero Arlecchino!...

— Qui non c'è grazia. Ho risparmiato te, e allora devo far mettere sul fuoco lui. Perché io voglio il mio montone ben arrostito.

— In questo caso — ha gridato Pinocchio con fierezza. Si è alzato e ha gettato via il suo berretto di midolla di pane. — In questo caso conosco qual è il mio dovere. Avanti, signori giandarmi! Legatemi e gettatemi là fra quelle fiamme. No, non è giusto. Il povero Arlecchino, il mio vero amico, non deve morire per me! —

Pinocchio ha detto queste parole a voce alta, come un eroe. Queste parole hanno fatto piangere tutti i burattini presenti. Perfino i giandarmi piangevano come due agnellini di latte, anche se erano di legno.

All'inizio Mangiafoco è rimasto duro e fermo come un pezzo di ghiaccio. Ma poi, piano piano, anche lui ha cominciato a commuoversi e a starnutire. Ha fatto quattro o cinque starnuti. Poi ha aperto le braccia con affetto e ha detto a Pinocchio:

— Tu sei proprio un bravo ragazzo! Vieni qui da me, e dammi un bacio. —

Pinocchio è corso subito. Si è arrampicato come uno scoiattolo sulla barba del burattinaio. E gli ha dato un bellissimo bacio sulla punta del naso.

— Allora la grazia è fatta? — ha domandato il povero Arlecchino. Aveva una voce piccola piccola, che si sentiva appena.

— La grazia è fatta! — ha risposto Mangiafoco. Poi ha sospirato, ha scosso la testa e ha aggiunto:

— Pazienza! Per questa sera dovrò mangiare il montone mezzo crudo. Ma un'altra volta, guai a chi toccherà!... —

Alla notizia della grazia, tutti i burattini sono corsi sul palcoscenico. Hanno acceso le luci e i lampadari, come in una serata di festa. E hanno cominciato a saltare e a ballare.

Era l'alba e ballavano ancora.

### Glossario

- **spaventoso**: che fa molta paura.
- **barbaccia**: barba grande e brutta.
- **grembiule**: pezzo di stoffa che copre i vestiti davanti.
- **agitava**: muoveva con forza, da tutte le parti.
- **commuoversi**: sentire un'emozione forte, che fa quasi piangere.
- **pietà**: dolore che si sente per chi soffre.
- **starnuto**: il forte "etcì!" che esce dal naso e dalla bocca.
- **salice piangente**: albero con i rami lunghi che scendono verso terra.
- **starnutito**: fatto uno starnuto.
- **asciugarsi**: togliersi l'acqua o le lacrime dalla pelle.
- **commuoveva**: sentiva un'emozione forte, che fa quasi piangere.
- **lamenti**: parole e voci di chi soffre.
- **Felicità!**: parola di una volta: oggi diciamo "Salute!".
- **gettare**: buttare.
- **carboni**: pezzi neri che bruciano nel fuoco.
- **cuocere**: preparare il cibo con il calore, per poterlo mangiare.
- **montone**: maschio della pecora.
- **arrosto**: carne cotta sul fuoco o nel forno.
- **spiedo**: lungo ferro per cuocere la carne sul fuoco.
- **giandarmi**: soldati che fanno la guardia; qui sono burattini.
- **cappello a lucerna**: cappello da soldato con due punte.
- **sciabola**: lunga spada curva.
- **rauca**: bassa e un po' rotta, come quando fa male la gola.
- **gettatelo**: buttatelo.
- **arrostito**: cotto sul fuoco o nel forno.
- **gettarsi**: buttarsi.
- **bagnava**: copriva di acqua o di lacrime.
- **Cavaliere, Commendatore**: titoli di onore per uomini importanti.
- **Eccellenza**: titolo di grande rispetto per una persona molto importante.
- **grazia**: perdono che salva una persona dalla morte.
- **risparmiato**: qui: lasciato vivo, non ucciso.
- **fierezza**: sentimento di chi è sicuro di sé e non ha paura.
- **gettato**: buttato.
- **berretto**: cappello morbido, senza tesa.
- **midolla**: la parte morbida e interna del pane.
- **gettatemi**: buttatemi.
- **agnellini di latte**: piccoli della pecora, molto giovani.
- **arrampicato**: salito con le mani e con i piedi.
- **scoiattolo**: piccolo animale con una grande coda, che vive sugli alberi.
- **sospirato**: respirato forte e lentamente, perché è triste o stanco.
- **lampadari**: grandi lampade che scendono dal soffitto.

## Capitolo XII. Il burattinaio Mangiafoco regala cinque monete d'oro a Pinocchio perchè le porti al suo babbo Geppetto: e Pinocchio, invece, si lascia abbindolare dalla Volpe e dal Gatto e se ne va con loro.

Il giorno dopo Mangiafoco ha chiamato Pinocchio da una parte e gli ha domandato:

— Come si chiama tuo padre?

— Geppetto.

— E che mestiere fa?

— Il povero.

— Guadagna molto?

— Guadagna proprio quanto serve per non avere mai un centesimo in tasca. Immagini: per comprarmi l'Abbecedario della scuola ha dovuto vendere la sua unica casacca. L'aveva addosso, ed era tutta rotta e piena di pezze.

— Povero uomo! Mi fa quasi pena. Ecco qui cinque monete d'oro. Portale subito a lui, e salutalo tanto da parte mia. —

Pinocchio, come potete immaginare, ha ringraziato mille volte il burattinaio. Ha abbracciato, uno a uno, tutti i burattini della compagnia, anche i giandarmi. Era pazzo di gioia e si è messo in viaggio per tornare a casa sua.

Ma dopo neanche mezzo chilometro ha incontrato per la strada una Volpe e un Gatto. La Volpe era zoppa da un piede. Il Gatto era cieco da tutti e due gli occhi. Andavano piano piano e si aiutavano, come buoni compagni di sfortuna. La Volpe era zoppa e si appoggiava al Gatto. Il Gatto era cieco e si faceva guidare dalla Volpe.

— Buon giorno, Pinocchio, — gli ha detto la Volpe con gentilezza.

— Come fai a sapere il mio nome? — ha domandato il burattino.

— Conosco bene il tuo babbo.

— Dove l'hai visto?

— L'ho visto ieri sulla porta di casa sua.

— E che cosa faceva?

— Era senza giacca, solo in camicia, e tremava di freddo.

— Povero babbo! Ma, se Dio vuole, da oggi non tremerà più!

— Perché?

— Perché io sono diventato un gran signore.

— Un gran signore, tu? — ha detto la Volpe. E ha cominciato a ridere forte, con una brutta risata. Prendeva in giro il burattino. Anche il Gatto rideva, ma non voleva farlo vedere. Così si pettinava i baffi con le zampine davanti.

— C'è poco da ridere! — ha gridato Pinocchio, offeso. — Mi dispiace davvero farvi venire tanta voglia, ma guardate queste qui. Se conoscete le monete, sono cinque bellissime monete d'oro. —

E ha tirato fuori le monete, il regalo di Mangiafoco.

Le monete hanno fatto un bel suono. Allora la Volpe, senza volere, ha allungato la gamba che sembrava malata. E il Gatto ha spalancato tutti e due gli occhi. Sembravano due lanterne verdi. Ma poi li ha richiusi subito, e Pinocchio non si è accorto di nulla.

— E ora, — gli ha domandato la Volpe — che cosa vuoi fare con queste monete?

— Prima di tutto, una cosa per il babbo, — ha risposto il burattino. — Voglio comprargli una bella casacca nuova. Sarà tutta d'oro e d'argento, con i bottoni di brillanti. E poi voglio comprare un Abbecedario per me.

— Per te?

— Davvero: perché voglio andare a scuola e studiare sul serio.

— Guarda me! — ha detto la Volpe. — Ho perduto una gamba per la stupida passione di studiare.

— Guarda me! — ha detto il Gatto. — Ho perduto la vista dei miei due occhi per la stupida passione di studiare. —

In quel momento un Merlo bianco era sulla siepe della strada. Ha fatto il suo solito verso e ha detto:

— Pinocchio, non ascoltare i consigli dei cattivi compagni, se no te ne pentirai! —

Povero Merlo! Ha fatto molto male a dirlo! Il Gatto ha fatto un gran salto e si è buttato su di lui. Non gli ha dato nemmeno il tempo di dire *ohi*. Se l'è mangiato in un boccone, con le penne e tutto.

Dopo si è pulito la bocca. Ha chiuso di nuovo gli occhi e ha ricominciato a fare il cieco come prima.

— Povero Merlo! — ha detto Pinocchio al Gatto. — Perché l'hai trattato così male?

— L'ho fatto per dargli una lezione. Così un'altra volta imparerà a non entrare nei discorsi degli altri. —

Avevano già fatto più di metà della strada. A un tratto la Volpe si è fermata e ha detto al burattino:

— Vuoi raddoppiare le tue monete d'oro?

— Cioè?

— Vuoi fare di cinque miseri zecchini cento, mille, duemila zecchini?

— Magari! E come?

— È facilissimo. Invece di tornare a casa tua, vieni con noi.

— E dove mi volete portare?

— Nel paese dei Barbagianni. —

Pinocchio ci ha pensato un poco, e poi ha detto con decisione:

— No, non ci voglio venire. Ormai sono vicino a casa, e voglio andare a casa. Lì c'è il mio babbo che mi aspetta. Povero vecchio, chissà quanto ha sospirato ieri, perché non mi ha visto tornare. Purtroppo io sono stato un figlio cattivo. Il Grillo-parlante aveva ragione. Lui diceva: «I ragazzi disobbedienti non possono stare bene in questo mondo.» E io l'ho provato su di me, perché mi sono capitate molte disgrazie. Anche ieri sera, in casa di Mangiafoco, ho corso pericolo.... Brrr! Ho i brividi solo a pensarci!

— Dunque, — ha detto la Volpe — vuoi proprio andare a casa tua? Allora va' pure, e tanto peggio per te.

— Tanto peggio per te! — ha ripetuto il Gatto.

— Pensaci bene, Pinocchio, perché tu dici di no alla fortuna.

— Alla fortuna! — ha ripetuto il Gatto.

— Da oggi a domani i tuoi cinque zecchini potevano diventare duemila.

— Duemila! — ha ripetuto il Gatto.

— Ma come è possibile? Come possono diventare tanti? — ha domandato Pinocchio. Era a bocca aperta per la sorpresa.

— Te lo spiego subito, — ha detto la Volpe. — Devi sapere che nel paese dei Barbagianni c'è un campo benedetto. Tutti lo chiamano il Campo dei miracoli. In questo campo fai una piccola buca. Dentro metti, per esempio, uno zecchino d'oro. Poi copri la buca con un po' di terra. La annaffi con due secchi d'acqua di fontana. Sopra butti un pizzico di sale, e la sera vai tranquillo a letto. Intanto, durante la notte, lo zecchino mette le foglie e fa i fiori. La mattina dopo ti alzi e torni nel campo. E che cosa trovi? Trovi un bell'albero pieno di zecchini d'oro. Ha tanti zecchini quanti chicchi di grano ha una bella spiga nel mese di giugno.

— Allora, — ha detto Pinocchio, sempre più stupito. — Se sotterro in quel campo i miei cinque zecchini, la mattina dopo quanti zecchini trovo?

— È un conto facilissimo, — ha risposto la Volpe. — Lo puoi fare sulla punta delle dita. Ogni zecchino, per esempio, ti fa un grappolo di cinquecento zecchini. Moltiplica cinquecento per cinque. La mattina dopo hai in tasca duemilacinquecento zecchini lucidi e sonanti.

— Oh che bella cosa! — ha gridato Pinocchio, e ballava per la gioia. — Appena raccoglierò questi zecchini, ne prenderò duemila per me. Gli altri cinquecento li darò in regalo a voi due.

— Un regalo a noi? — ha gridato la Volpe, tutta offesa. — Dio te ne liberi!

— Te ne liberi! — ha ripetuto il Gatto.

— Noi — ha continuato la Volpe — non lavoriamo per lo sporco interesse. Noi lavoriamo per fare ricchi gli altri.

— Gli altri! — ha ripetuto il Gatto.

— Che brave persone! — ha pensato Pinocchio. E lì, in un momento, ha dimenticato il suo babbo e la casacca nuova. Ha dimenticato l'Abbecedario e tutte le sue buone promesse. Ha detto alla Volpe e al Gatto:

— Andiamo subito, io vengo con voi. —

### Glossario

- **mestiere**: lavoro che una persona sa fare.
- **centesimo**: moneta di valore molto piccolo.
- **Abbecedario**: primo libro per imparare a leggere.
- **casacca**: giacca semplice.
- **pezze**: pezzetti di stoffa per coprire i buchi di un vestito.
- **abbracciato**: stretto tra le braccia.
- **chilometro**: mille metri.
- **zoppa**: che cammina male per una gamba o un piede ferito.
- **cieco**: che non vede.
- **sfortuna**: cose brutte che capitano a una persona.
- **appoggiava**: si teneva a qualcuno o a qualcosa, per stare in piedi.
- **tremava**: faceva piccoli movimenti veloci, per il freddo o per la paura.
- **tremerà**: farà piccoli movimenti veloci, per il freddo o per la paura.
- **pettinava**: metteva in ordine i peli o i capelli.
- **baffi**: i peli sopra la bocca.
- **zampine**: piccoli piedi di un animale.
- **allungato**: steso in avanti.
- **spalancato**: aperto del tutto.
- **lanterne**: lampade con un vetro intorno alla luce.
- **brillanti**: pietre preziose che danno molta luce.
- **Merlo**: piccolo uccello che canta.
- **siepe**: fila di piante basse lungo una strada o un campo.
- **verso**: qui: la voce di un animale.
- **pentirai**: sarai triste per quello che hai fatto.
- **boccone**: quantità di cibo che entra in una volta nella bocca.
- **penne**: quello che copre il corpo degli uccelli.
- **raddoppiare**: fare diventare due volte più grande.
- **miseri**: piccoli, di poco valore.
- **duemila**: due volte mille.
- **sospirato**: respirato forte e lentamente, perché è triste.
- **disobbedienti**: che non fanno quello che i grandi dicono.
- **disgrazie**: fatti molto brutti.
- **brividi**: piccoli movimenti della pelle, per il freddo o per la paura.
- **benedetto**: qui: speciale, pieno di fortuna.
- **miracoli**: fatti straordinari che sembrano impossibili.
- **zecchini**: monete d'oro antiche.
- **zecchino**: moneta d'oro antica.
- **annaffi**: dai acqua alla terra o alle piante.
- **pizzico**: piccola quantità, presa con due dita.
- **chicchi**: piccoli semi.
- **spiga**: parte alta della pianta del grano, piena di chicchi.
- **sotterro**: metto sotto terra.
- **grappolo**: gruppo di frutti attaccati insieme, come l'uva.
- **moltiplica**: fai il conto «per»: due per tre fa sei.
- **lucidi**: che brillano.
- **sonanti**: che fanno un bel suono.

## Capitolo XIII. L'osteria del «Gambero Rosso.»

Cammina, cammina, cammina, alla fine, verso sera, sono arrivati all'osteria del Gambero Rosso. Erano stanchi morti.

— Fermiamoci un po' qui, — ha detto la Volpe — per mangiare qualcosa e riposare qualche ora. A mezzanotte ripartiremo. Così domani, all'alba, saremo nel Campo dei miracoli. —

Sono entrati nell'osteria e si sono seduti tutti e tre a tavola. Ma nessuno di loro aveva appetito.

Il povero Gatto si sentiva molto male allo stomaco. Ha potuto mangiare solo trentacinque triglie con salsa di pomodoro. E quattro porzioni di trippa alla parmigiana. La trippa non gli sembrava abbastanza condita. Per questo ha chiesto tre volte il burro e il formaggio grattugiato!

Anche la Volpe voleva mangiare qualcosina. Ma il medico le aveva ordinato una dieta molto severa. Così ha dovuto accontentarsi di una semplice lepre in agrodolce. Con la lepre ha preso un leggerissimo contorno di polli grassi e di galletti giovani. Dopo la lepre, per farsi tornare l'appetito, si è fatta portare un piattino misto. C'erano pernici, starne, conigli, ranocchi, lucertole e uva paradisa. E poi non ha voluto altro.

Il cibo le dava tanta nausea, diceva lei, che non poteva mettere nulla in bocca.

Quello che ha mangiato meno di tutti è stato Pinocchio. Ha chiesto un pezzetto di noce e un pezzetto di pane. E ha lasciato tutto nel piatto. Il povero ragazzo pensava sempre al Campo dei miracoli. Per questo aveva già un'indigestione di monete d'oro, prima di averle.

Dopo la cena, la Volpe ha detto all'oste:

— Datemi due buone camere. Una è per il signor Pinocchio e l'altra per me e per il mio compagno. Prima di ripartire faremo un sonnellino. Ma ricordatevi: a mezzanotte dovete svegliarci, per continuare il nostro viaggio.

— Sissignore — ha risposto l'oste. E ha strizzato l'occhio alla Volpe e al Gatto, come per dire: «Ho capito tutto e siamo d'accordo!»

Appena è entrato nel letto, Pinocchio si è addormentato subito e ha cominciato a sognare. Nel sogno gli sembrava di essere in mezzo a un campo. Il campo era pieno di piccoli alberi carichi di grappoli. E questi grappoli erano carichi di zecchini d'oro. Gli zecchini si muovevano nel vento e facevano *zin, zin, zin*. Sembravano dire: «Chi ci vuole, venga a prenderci.»

Ma è arrivato il momento più bello. Pinocchio ha allungato la mano per prendere a manciate tutte quelle belle monete. Voleva mettersele in tasca. Ma proprio allora si è svegliato all'improvviso. Qualcuno aveva dato tre colpi fortissimi alla porta della camera.

Era l'oste. Veniva a dirgli che era suonata la mezzanotte.

— E i miei compagni sono pronti? — gli ha domandato il burattino.

— Altro che pronti! Sono partiti due ore fa.

— Perché tanta fretta?

— Perché il Gatto ha ricevuto un messaggio. Il suo gattino più grande ha i geloni ai piedi. Ed è in pericolo di vita.

— E la cena l'hanno pagata?

— Ma che dite? Sono persone troppo educate. Non possono fare un affronto simile a un signore come voi.

— Peccato! Un affronto così mi faceva tanto piacere! — ha detto Pinocchio, e si è grattato la testa. Poi ha domandato:

— E dove hanno detto di aspettarmi quei buoni amici?

— Al Campo dei miracoli, domattina, all'alba. —

Pinocchio ha pagato uno zecchino per la sua cena e per quella dei compagni. Poi è partito.

Ma è partito quasi alla cieca, con le mani avanti. Perché fuori c'era un buio così buio che non si vedeva a un passo. Nella campagna intorno non si muoveva una foglia. Solo alcuni brutti uccelli della notte attraversavano la strada da una siepe all'altra. Venivano a battere le ali sul naso di Pinocchio. Lui faceva un salto indietro per la paura e gridava: — Chi va là? — E l'eco delle colline vicine ripeteva da lontano: — Chi va là? chi va là? chi va là? —

Mentre camminava, ha visto sul tronco di un albero un piccolo animaletto. Brillava di una luce pallida e debole. Sembrava un lumino da notte dentro una lampada di porcellana trasparente.

— Chi sei? — gli ha domandato Pinocchio.

— Sono l'ombra del Grillo-parlante — ha risposto l'animaletto. Aveva una vocina debole debole, che sembrava venire dall'altro mondo.

— Che vuoi da me? — ha detto il burattino.

— Voglio darti un consiglio. Torna indietro e porta i quattro zecchini che ti sono rimasti al tuo povero babbo. Lui piange e si dispera, perché non ti ha più visto.

— Domani il mio babbo sarà un gran signore, perché questi quattro zecchini diventeranno duemila.

— Non ti fidare, ragazzo mio, di chi promette di farti ricco dalla mattina alla sera. Di solito sono matti o imbroglioni! Ascoltami, torna indietro.

— E io invece voglio andare avanti.

— L'ora è tarda!...

— Voglio andare avanti.

— La notte è scura....

— Voglio andare avanti.

— La strada è pericolosa....

— Voglio andare avanti.

— Ricordati: i ragazzi che fanno sempre come vogliono loro, prima o poi se ne pentono.

— Le solite storie. Buona notte, Grillo.

— Buona notte, Pinocchio. Io prego il cielo di salvarti dalla guazza e dagli assassini. —

Appena ha detto queste ultime parole, il Grillo-parlante si è spento di colpo. Era come un lume quando ci soffi sopra. E la strada è rimasta più buia di prima.

### Glossario

- **osteria**: piccolo ristorante dove si mangia e si dorme.
- **oste**: uomo che ha un'osteria.
- **stanchi morti**: molto, molto stanchi.
- **riposare**: stare fermi per non essere più stanchi.
- **trentacinque**: il numero 35.
- **triglie**: piccoli pesci di mare rossi.
- **trippa**: stomaco di mucca che si mangia.
- **parmigiana**: alla parmigiana: cotta con il formaggio.
- **grattugiato**: ridotto in pezzi piccolissimi.
- **accontentarsi**: prendere quello che c'è, anche se è poco.
- **lepre in agrodolce**: lepre cotta con un sapore dolce e acido; la lepre è un animale simile al coniglio.
- **pernici**: uccelli di campagna, buoni da mangiare.
- **starne**: uccelli di campagna simili alle pernici.
- **conigli**: piccoli animali con le orecchie lunghe.
- **ranocchi**: piccoli animali verdi che saltano e vivono vicino all'acqua.
- **lucertole**: piccoli animali con quattro zampe e una lunga coda, che stanno al sole.
- **uva**: piccoli frutti rotondi; con l'uva si fa il vino. L'uva paradisa è un tipo di uva.
- **nausea**: male allo stomaco, quando non si vuole mangiare.
- **noce**: piccolo frutto secco, duro fuori.
- **indigestione**: male allo stomaco quando si mangia troppo.
- **sonnellino**: sonno breve.
- **strizzato**: ha strizzato l'occhio: ha chiuso e aperto un occhio, per fare un segno.
- **addormentato**: si è addormentato: ha cominciato a dormire.
- **grappoli**: gruppi di piccoli frutti attaccati allo stesso ramo.
- **zin**: il rumore delle monete.
- **manciate**: a manciate: con la mano piena.
- **altro che**: altro che pronti: molto più che pronti.
- **geloni**: ferite su mani e piedi a causa del freddo.
- **affronto**: offesa.
- **alla cieca**: senza vedere dove si va.
- **siepe**: fila di piccole piante lungo una strada o un campo.
- **eco**: suono che torna indietro da lontano.
- **lumino**: piccola luce.
- **porcellana**: materia bianca e fine per piatti e tazze.
- **dispera**: si dispera: è molto triste e non ha più speranza.
- **imbroglioni**: persone che ingannano gli altri.
- **pentono**: se ne pentono: dopo sono tristi per quello che hanno fatto.
- **guazza**: acqua che la notte si posa sull'erba.

## Capitolo XIV. Pinocchio, per non aver dato retta ai buoni consigli del Grillo-parlante, s'imbatte negli assassini.

— Davvero.... — ha detto tra sé il burattino, e si è rimesso in viaggio. — Come siamo sfortunati noi poveri ragazzi! Tutti ci sgridano, tutti ci avvertono, tutti ci danno consigli. Se li lasci parlare, tutti vogliono fare i nostri babbi e i nostri maestri. Tutti, anche i Grilli-parlanti. Ecco qui: io non ho voluto ascoltare quel noioso di Grillo. Per questo, secondo lui, chissà quante disgrazie mi capiteranno! Incontrerò anche gli assassini, dice lui! Per fortuna io agli assassini non credo, e non ci ho mai creduto. Per me i babbi hanno inventato gli assassini apposta. Così fanno paura ai ragazzi che vogliono uscire di notte. E poi, anche se li trovo qui sulla strada, ho forse paura? Neanche per sogno. Io vado davanti a loro e grido: «Signori assassini, che cosa volete da me? Ricordatevi che con me non si scherza! Andate via per la vostra strada, e zitti!» A queste parole serie, quei poveri assassini scappano via come il vento. Mi sembra di vederli! E se sono così maleducati da non voler scappare, allora scappo io, e basta.... —

Ma Pinocchio non ha potuto finire il suo discorso. Infatti in quel momento gli è sembrato di sentire qualcosa dietro di sé. Era un leggerissimo rumore di foglie.

Si è voltato a guardare. Nel buio ha visto due brutte figure nere, tutte coperte da due sacchi da carbone. Correvano dietro a lui a salti e in punta di piedi, come due fantasmi.

— Eccoli davvero! — ha detto dentro di sé. Non sapeva dove nascondere i quattro zecchini. Così se li è messi in bocca, proprio sotto la lingua.

Poi ha provato a scappare. Ma non aveva ancora fatto il primo passo, quando lo hanno preso per le braccia. E ha sentito due voci orribili e profonde, che gli hanno detto:

— O la borsa o la vita! —

Pinocchio non poteva rispondere con le parole, perché aveva le monete in bocca. Allora ha fatto mille inchini e mille gesti. Di quei due si vedevano solo gli occhi, attraverso i buchi dei sacchi. Pinocchio voleva far capire una cosa: lui era un povero burattino. In tasca non aveva nemmeno un centesimo falso.

— Via, via! Meno chiacchiere e fuori i soldi! — hanno gridato i due briganti con voce minacciosa.

E il burattino ha fatto un segno con la testa e con le mani, come per dire: «Non ne ho.»

— Metti fuori i soldi o sei morto, — ha detto l'assassino più alto.

— Morto! — ha ripetuto l'altro.

— E dopo che abbiamo ammazzato te, ammazzeremo anche tuo padre!

— Anche tuo padre!

— No, no, no, il mio povero babbo no! — ha gridato Pinocchio, disperato. Ma mentre gridava, gli zecchini hanno suonato nella sua bocca.

— Ah, furfante! Dunque i soldi li hai nascosti sotto la lingua? Sputali subito! —

Ma Pinocchio è rimasto duro e non ha aperto la bocca.

— Ah! Fai il sordo? Aspetta un po': te li faremo sputare noi! —

Infatti uno di loro ha preso il burattino per la punta del naso. L'altro lo ha preso per il mento. E hanno cominciato a tirare senza nessuna gentilezza, uno di qua e l'altro di là. Volevano fargli spalancare la bocca, ma non c'è stato niente da fare. La bocca del burattino sembrava chiusa con i chiodi.

Allora l'assassino più piccolo ha tirato fuori un grosso coltello. Ha provato a metterlo tra le labbra del burattino, come una leva o uno scalpello. Ma Pinocchio, veloce come un lampo, gli ha preso la mano con i denti. Con un morso gliel'ha staccata e poi l'ha sputata. E immaginate la sua sorpresa! Non aveva sputato una mano: per terra c'era uno zampetto di gatto.

Questa prima vittoria gli ha dato coraggio. Si è liberato con forza dalle unghie degli assassini. Ha saltato la siepe della strada e ha cominciato a fuggire per la campagna. E gli assassini correvano dietro a lui, come due cani dietro a una lepre. Quello che aveva perduto lo zampetto correva con una gamba sola. Nessuno ha mai saputo come faceva.

Dopo una corsa di quindici chilometri Pinocchio non ce la faceva più. Si è sentito perduto. Allora si è arrampicato su un pino altissimo. Si è seduto in cima, tra i rami. Anche gli assassini hanno provato ad arrampicarsi. Ma a metà del tronco sono scivolati. Sono caduti a terra e si sono graffiati le mani e i piedi.

Ma non si sono arresi. Hanno raccolto un fascio di legna secca ai piedi del pino. Poi hanno dato fuoco alla legna. In un momento il pino ha cominciato a bruciare. Le sue fiamme si muovevano come una candela nel vento. Pinocchio ha visto che le fiamme salivano sempre di più. Non voleva finire come un piccione arrosto. Così ha fatto un bel salto dalla cima dell'albero. E via, di nuovo a correre tra i campi e le vigne. E gli assassini dietro, sempre dietro, senza stancarsi mai.

Intanto cominciava a fare giorno. All'improvviso Pinocchio si è trovato davanti un fosso largo e molto profondo. Era pieno di acqua sporca, color del caffè e latte. Che fare? «Una, due, tre!» ha gridato il burattino. Ha preso una gran rincorsa e ha saltato dall'altra parte. Anche gli assassini hanno saltato, ma hanno sbagliato la misura. E *patatunfete!*... sono caduti proprio in mezzo al fosso. Pinocchio ha sentito il tonfo e gli schizzi d'acqua. Ha riso, ha continuato a correre e ha urlato:

— Buon bagno, signori assassini. —

Già pensava che erano affogati. Ma si è voltato a guardare e li ha visti. Gli correvano dietro tutti e due, sempre coperti dai loro sacchi. Perdevano acqua come due cesti rotti.

### Glossario

- **rimesso**: si è rimesso in viaggio: ha ricominciato il viaggio.
- **sfortunati**: che non hanno fortuna.
- **sgridano**: parlano forte e con rabbia a chi ha sbagliato.
- **avvertono**: dicono a una persona di stare attenta.
- **noioso**: che annoia e dà fastidio.
- **disgrazie**: brutte cose che capitano.
- **assassini**: uomini che uccidono; qui anche ladri.
- **neanche per sogno**: assolutamente no.
- **maleducati**: che non sono gentili con gli altri.
- **sacchi da carbone**: grandi borse di tela per portare il carbone.
- **O la borsa o la vita!**: dammi i tuoi soldi o ti uccido.
- **inchini**: movimenti del corpo in avanti, per salutare con rispetto.
- **centesimo**: moneta di pochissimo valore.
- **briganti**: ladri che aspettano le persone per strada.
- **minacciosa**: che fa paura, perché promette di fare del male.
- **ammazzato**: ucciso.
- **ammazzeremo**: uccideremo.
- **furfante**: persona cattiva e disonesta.
- **sputare**: mandare fuori dalla bocca.
- **sordo**: persona che non sente; fare il sordo: fare finta di non sentire.
- **mento**: parte bassa del viso, sotto la bocca.
- **spalancare**: aprire del tutto.
- **leva**: barra dura che serve ad aprire o alzare qualcosa.
- **scalpello**: strumento di ferro per tagliare legno o pietra.
- **zampetto**: piccola zampa.
- **siepe**: fila di piccole piante lungo una strada o un campo.
- **arrampicato**: si è arrampicato: è salito con le mani e con i piedi.
- **graffiati**: si sono graffiati: si sono fatti piccole ferite sulla pelle.
- **fascio**: gruppo di pezzi di legno tenuti insieme.
- **vigne**: campi dove cresce l'uva.
- **fosso**: lungo buco nella terra, spesso pieno d'acqua.
- **rincorsa**: corsa breve prima di un salto.
- **tonfo**: rumore di una cosa pesante che cade.
- **schizzi**: piccole gocce d'acqua che saltano in aria.
- **affogati**: morti nell'acqua.

## Capitolo XV. Gli assassini inseguono Pinocchio; e dopo averlo raggiunto lo impiccano a un ramo della Quercia grande.

Allora il burattino ha perso il coraggio. Stava per buttarsi a terra e arrendersi. Ma ha girato gli occhi intorno. Lontano, tra il verde scuro degli alberi, ha visto una Casina bianca come la neve.

— Se ho abbastanza fiato per arrivare fino a quella casa, forse sono salvo! — ha detto dentro di sé.

E senza aspettare un minuto ha ripreso a correre per il bosco, velocissimo. E gli assassini sempre dietro.

Dopo una corsa disperata di quasi due ore è finalmente arrivato alla porta della Casina. Non aveva più fiato. Ha bussato.

Nessuno ha risposto.

Ha bussato di nuovo, più forte, perché sentiva sempre più vicini i passi degli assassini. Sentiva anche il loro respiro grosso e pesante.

Lo stesso silenzio.

Ha capito che bussare non serviva a nulla. Allora, disperato, ha cominciato a dare calci e colpi con la testa nella porta. In quel momento si è affacciata alla finestra una bella Bambina. Aveva i capelli turchini e il viso bianco come una figura di cera. Aveva gli occhi chiusi e le mani incrociate sul petto. Non ha mosso le labbra. Ha detto con una vocina che sembrava venire dall'altro mondo:

— In questa casa non c'è nessuno. Sono tutti morti.

— Aprimi almeno tu! — ha gridato Pinocchio. Piangeva e la pregava.

— Sono morta anch'io.

— Morta? E allora che cosa fai lì alla finestra?

— Aspetto la bara: viene a portarmi via. —

Appena ha detto così, la Bambina è sparita e la finestra si è chiusa senza rumore.

— O bella Bambina dai capelli turchini, — gridava Pinocchio — aprimi, per carità! Abbi pietà di un povero ragazzo! Mi inseguono gli assass.... —

Ma non ha potuto finire la parola, perché lo hanno preso per il collo. E le solite due brutte voci hanno detto in tono minaccioso:

— Ora non ci scappi più! —

Il burattino ha visto la morte davanti agli occhi. Ha cominciato a tremare forte. Tremava tanto che suonavano le giunture delle sue gambe di legno. E suonavano anche i quattro zecchini nascosti sotto la lingua.

— Dunque? — gli hanno domandato gli assassini. — Vuoi aprire la bocca, sì o no? Ah! Non rispondi? Lascia fare: questa volta te la faremo aprire noi!... —

Hanno tirato fuori due coltelli lunghi lunghi, taglienti come rasoi. E *zaff* e *zaff*... gli hanno dato due colpi in mezzo alla schiena.

Ma per sua fortuna il burattino era fatto di un legno durissimo. Per questo le lame si sono rotte in mille pezzetti. Gli assassini sono rimasti con il manico dei coltelli in mano. E si sono guardati in faccia.

— Ho capito, — ha detto allora uno di loro. — Bisogna impiccarlo. Impicchiamolo!

— Impicchiamolo — ha ripetuto l'altro.

Subito gli hanno legato le mani dietro la schiena. Gli hanno messo un nodo scorsoio intorno al collo. E lo hanno appeso al ramo di un grande albero: la Quercia grande.

Poi si sono seduti lì sull'erba e hanno aspettato l'ultimo movimento del burattino. Ma dopo tre ore il burattino aveva ancora gli occhi aperti e la bocca chiusa. E muoveva le gambe più che mai.

Alla fine si sono annoiati di aspettare. Si sono voltati verso Pinocchio, hanno riso con cattiveria e gli hanno detto:

— Addio a domani. Quando torneremo qui domani, speriamo che ci farai una gentilezza. Ti farai trovare proprio morto, e con la bocca spalancata. —

E se ne sono andati.

Intanto si era alzato un forte vento di tramontana. Soffiava e urlava con rabbia. Sbatteva di qua e di là il povero impiccato. Lo faceva dondolare forte, come il battaglio di una campana che suona a festa. Quel dondolio gli dava dolori fortissimi. E il nodo scorsoio stringeva sempre di più la gola e gli toglieva il respiro.

A poco a poco gli occhi gli si sono annebbiati. Sentiva che la morte era vicina. Ma sperava ancora: da un momento all'altro poteva arrivare qualche persona buona ad aiutarlo.

Ma aspetta, aspetta, non è arrivato nessuno, proprio nessuno. Allora ha pensato al suo povero babbo.... E quasi morto ha balbettato:

— Oh babbo mio! se tu fossi qui!... —

E non ha avuto fiato per dire altro. Ha chiuso gli occhi, ha aperto la bocca, ha allungato le gambe. Ha dato un grande scrollone ed è rimasto lì, come rigido e immobile.

### Glossario

- **arrendersi**: smettere di lottare contro qualcuno.
- **fiato**: aria che entra ed esce quando si respira.
- **bussato**: ha battuto alla porta con la mano, per farsi aprire.
- **bussare**: battere alla porta con la mano, per farsi aprire.
- **calci**: colpi dati con il piede.
- **affacciata**: si è affacciata: si è fatta vedere alla finestra.
- **turchini**: di colore azzurro scuro.
- **cera**: materia bianca e morbida delle candele.
- **incrociate**: messe una sopra l'altra.
- **bara**: cassa di legno per i morti.
- **per carità**: ti prego.
- **pietà**: dolore per chi soffre e voglia di aiutarlo.
- **inseguono**: corrono dietro a una persona per prenderla.
- **assass**: parola non finita: «assassini».
- **minaccioso**: che fa paura, perché promette di fare del male.
- **tremare**: muoversi un poco e senza volerlo, per la paura o per il freddo.
- **giunture**: punti dove due parti del corpo si uniscono.
- **rasoi**: lame molto taglienti per la barba.
- **zaff**: il rumore di un colpo di coltello.
- **lame**: parti dei coltelli che tagliano.
- **manico**: parte del coltello che si tiene in mano.
- **impiccarlo**: appenderlo per il collo.
- **nodo scorsoio**: nodo che stringe di più quando si tira.
- **appeso**: attaccato in alto, senza toccare terra.
- **spalancata**: aperta del tutto.
- **tramontana**: vento freddo che viene dal nord.
- **impiccato**: persona appesa per il collo.
- **dondolare**: muoversi di qua e di là, stando appeso.
- **battaglio**: parte dentro la campana che batte e fa il suono.
- **dondolio**: movimento di una cosa appesa, di qua e di là.
- **stringeva**: si chiudeva forte intorno alla gola.
- **annebbiati**: che non vedono più bene.
- **balbettato**: ha parlato a fatica, con parole rotte.
- **allungato**: ha allungato le gambe: le ha messe dritte.
- **scrollone**: scossa forte di tutto il corpo.
- **rigido**: duro, che non si piega.

## Capitolo XVI. La bella Bambina dai capelli turchini fa raccogliere il burattino: lo mette a letto, e chiama tre medici per sapere se sia vivo o morto.

Gli assassini avevano impiccato il povero Pinocchio a un ramo della Quercia grande. Ormai sembrava più morto che vivo. Allora la bella Bambina dai capelli turchini si è affacciata di nuovo alla finestra. Ha visto quel poveretto appeso per il collo, che ballava nel vento di tramontana. E ha avuto pietà. Ha battuto le mani per tre volte, e ha fatto tre piccoli colpi.

A questo segnale si è sentito un gran rumore di ali velocissime. E un grosso Falco è venuto a posarsi sul davanzale della finestra.

— Che cosa comandate, mia graziosa Fata? — ha detto il Falco, e ha abbassato il becco con rispetto. Perché dovete sapere una cosa: la Bambina dai capelli turchini era una Fata molto buona. Abitava vicino a quel bosco da più di mille anni.

— Vedi quel burattino appeso a un ramo della Quercia grande?

— Lo vedo.

— Bene: vola subito laggiù. Con il tuo becco fortissimo rompi il nodo che lo tiene in aria. Poi posalo piano piano, disteso sull'erba, ai piedi della Quercia. —

Il Falco è volato via, e dopo due minuti è tornato e ha detto:

— Quello che mi avete comandato è fatto.

— E come l'hai trovato? Vivo o morto?

— A vederlo sembrava morto. Ma non deve essere ancora morto del tutto. Infatti, appena ho sciolto il nodo scorsoio intorno alla gola, ha fatto un sospiro. E ha balbettato a mezza voce: «Ora mi sento meglio!...» —

Allora la Fata ha battuto le mani e ha fatto due piccoli colpi. Ed è apparso un magnifico Can-barbone. Camminava dritto sulle gambe di dietro, proprio come un uomo.

Il Can-barbone era vestito da cocchiere, con un abito elegante. In testa aveva un cappellino a tre punte con i bordi d'oro. Aveva una parrucca bionda, con i riccioli che gli scendevano sul collo. Aveva una giacca color cioccolata con i bottoni di brillanti. La giacca aveva due grandi tasche per tenere gli ossi. Glieli regalava a pranzo la padrona. Portava calzoni corti di velluto rosso scuro. Aveva calze di seta e scarpini leggeri. E dietro aveva una specie di fodera da ombrello, tutta di raso turchino. Lì dentro metteva la coda, quando cominciava a piovere.

— Su, bravo, Medoro! — ha detto la Fata al Can-barbone. — Fa' preparare subito la carrozza più bella della mia scuderia. Poi prendi la strada del bosco. Sotto la Quercia grande troverai un povero burattino mezzo morto, disteso sull'erba. Prendilo con gentilezza, mettilo piano sui cuscini della carrozza e portalo qui da me. Hai capito? —

Il Can-barbone voleva far capire che aveva capito. Così ha mosso tre o quattro volte la fodera di raso turchino che aveva dietro. Poi è partito come un cavallo da corsa.

Poco dopo, dalla scuderia è uscita una bella carrozzina color dell'aria. Era tutta imbottita di penne di canarino. Dentro era foderata di panna montata e di crema con i savoiardi. Cento paia di topini bianchi tiravano la carrozzina. Il Can-barbone era seduto a cassetta. Batteva la frusta a destra e a sinistra. Sembrava un vetturino che ha paura di aver fatto tardi.

Non era ancora passato un quarto d'ora quando la carrozzina è tornata. La Fata aspettava sulla porta di casa. Ha preso in braccio il povero burattino e lo ha portato in una cameretta. La cameretta aveva le pareti di madreperla. Poi la Fata ha mandato subito a chiamare i medici più famosi della zona.

I medici sono arrivati subito, uno dopo l'altro: un Corvo, una Civetta e un Grillo-parlante.

I tre medici erano riuniti intorno al letto di Pinocchio.

— Vorrei sapere da voi, signori, — ha detto la Fata — vorrei sapere una cosa. Questo povero burattino è vivo o morto?... —

Allora il Corvo si è fatto avanti per primo. Ha toccato il polso di Pinocchio. Poi gli ha toccato il naso, poi il dito mignolo dei piedi. Quando ha finito di toccare, ha detto con voce seria queste parole:

— Secondo me il burattino è proprio morto. Ma se per disgrazia non è morto, allora è un segno sicuro: è ancora vivo!

— Mi dispiace contraddire il Corvo, mio illustre amico e collega, — ha detto la Civetta. — Per me, invece, il burattino è ancora vivo. Ma se per disgrazia non è vivo, allora è un segno: è morto davvero.

— E lei non dice nulla? — ha domandato la Fata al Grillo-parlante.

— Io dico una cosa. Quando un medico prudente non sa quello che dice, la cosa migliore è stare zitto. Del resto, per me quel burattino lì non è una faccia nuova. Io lo conosco da molto tempo! —

Fino a quel momento Pinocchio era stato immobile, come un vero pezzo di legno. Ma ora ha avuto una specie di forte tremito, e tutto il letto si è scosso.

— Quel burattino lì — ha continuato il Grillo-parlante — è un vero birbante.... —

Pinocchio ha aperto gli occhi e li ha richiusi subito.

— È un monellaccio, un pigro, un vagabondo.... —

Pinocchio si è nascosto la faccia sotto le lenzuola.

— Quel burattino lì è un figlio disubbidiente. Farà morire di dolore il suo povero babbo!... —

A questo punto nella camera si è sentito un suono soffocato di pianti e singhiozzi. Immaginate la sorpresa di tutti! Hanno alzato un poco le lenzuola. E hanno visto che quello che piangeva e singhiozzava era Pinocchio.

— Quando il morto piange, è segno che sta guarendo — ha detto il Corvo con voce seria.

— Mi dispiace contraddire il mio illustre amico e collega, — ha aggiunto la Civetta. — Ma per me, quando il morto piange, è segno che gli dispiace morire. —

### Glossario

- **impiccato**: appeso per il collo.
- **affacciata**: si è affacciata: si è fatta vedere alla finestra.
- **davanzale**: parte bassa della finestra, dove si possono posare le cose.
- **comandate**: ordinate, dite che cosa devo fare.
- **laggiù**: là, in quel posto lontano.
- **comandato**: ordinato, detto di fare.
- **sciolto**: ho sciolto il nodo: ho aperto il nodo.
- **sospiro**: respiro lungo che si sente.
- **Can-barbone**: cane con il pelo lungo e riccio.
- **cocchiere**: uomo che guida una carrozza.
- **parrucca**: capelli finti da mettere sulla testa.
- **riccioli**: capelli che girano su se stessi.
- **bottoni**: piccole cose rotonde che chiudono una giacca.
- **brillanti**: pietre preziose che brillano molto.
- **regalava**: dava come regalo.
- **calzoni**: pantaloni.
- **velluto**: stoffa molto morbida.
- **seta**: stoffa fine e lucida.
- **fodera**: custodia di stoffa che copre una cosa.
- **raso**: stoffa liscia e lucida.
- **scuderia**: edificio per i cavalli e le carrozze.
- **disteso**: sdraiato, con tutto il corpo per terra.
- **imbottita**: piena di una materia morbida.
- **foderata**: coperta dentro con qualcosa.
- **savoiardi**: biscotti lunghi e dolci.
- **a cassetta**: al posto di chi guida la carrozza.
- **frusta**: corda legata a un bastone, per colpire i cavalli.
- **vetturino**: uomo che guida una carrozza per lavoro.
- **madreperla**: materia bianca e lucida che si trova dentro le conchiglie.
- **polso**: parte del braccio vicino alla mano, dove si sente il cuore che batte.
- **mignolo**: il dito più piccolo.
- **disgrazia**: brutta cosa che capita.
- **contraddire**: dire il contrario di un'altra persona.
- **illustre**: molto famoso e importante.
- **collega**: persona che fa lo stesso lavoro.
- **prudente**: che sta attento e non fa cose pericolose.
- **tremito**: movimento veloce del corpo che trema.
- **birbante**: ragazzo cattivo che fa brutti scherzi.
- **monellaccio**: ragazzo che si comporta molto male.
- **vagabondo**: persona che gira senza casa e senza lavoro.
- **lenzuola**: grandi stoffe leggere del letto.
- **disubbidiente**: che non fa quello che gli dicono.
- **soffocato**: suono soffocato: suono basso, che non si sente bene.
- **singhiozzi**: respiri forti e rotti di chi piange.

## Capitolo XVII. Pinocchio mangia lo zucchero, ma non vuol purgarsi; però quando vede i becchini che vengono a portarlo via, allora si purga. Poi dice una bugia e per gastigo gli cresce il naso.

Appena i tre medici sono usciti dalla camera, la Fata si è avvicinata a Pinocchio. Gli ha toccato la fronte e ha capito che aveva una febbre altissima.

Allora ha sciolto una polverina bianca in mezzo bicchiere d'acqua. Ha dato il bicchiere al burattino e gli ha detto con amore:

— Bevila, e in pochi giorni sarai guarito. —

Pinocchio ha guardato il bicchiere e ha storto un po' la bocca. Poi ha domandato con voce di pianto:

— È dolce o amara?

— È amara, ma ti farà bene.

— Se è amara non la voglio.

— Ascoltami: bevila.

— A me le cose amare non piacciono.

— Bevila. Quando la berrai, ti darò una pallina di zucchero, per toglierti il sapore amaro.

— Dov'è la pallina di zucchero?

— Eccola qui — ha detto la Fata, e l'ha tirata fuori da una zuccheriera d'oro.

— Prima voglio la pallina di zucchero, e poi berrò quell'acquaccia amara....

— Me lo prometti?

— Sì.... —

La Fata gli ha dato la pallina. Pinocchio l'ha sgranocchiata e l'ha mandata giù in un attimo. Poi si è leccato le labbra e ha detto:

— Lo zucchero non è una medicina: peccato!... Se no, mi purgo tutti i giorni.

— Ora mantieni la promessa. Bevi queste poche gocce d'acqua: ti faranno guarire. —

Pinocchio ha preso il bicchiere in mano, senza voglia. Ha messo dentro la punta del naso. Poi l'ha avvicinato alla bocca. Poi ha messo di nuovo dentro la punta del naso. Alla fine ha detto:

— È troppo amara! Troppo amara! Io non la posso bere.

— Come fai a dirlo, se non l'hai nemmeno assaggiata?

— Lo immagino! L'ho sentito dall'odore. Voglio prima un'altra pallina di zucchero.... e poi la berrò! —

Allora la Fata ha avuto tutta la pazienza di una buona mamma. Gli ha messo in bocca un altro po' di zucchero. E poi gli ha dato di nuovo il bicchiere.

— Così non lo posso bere! — ha detto il burattino, e ha fatto mille smorfie.

— Perché?

— Perché mi dà noia quel cuscino là sui piedi. —

La Fata gli ha tolto il cuscino.

— È inutile! Nemmeno così la posso bere.

— Che cos'altro ti dà noia?

— Mi dà noia la porta della camera, che è mezza aperta. —

La Fata è andata e ha chiuso la porta della camera.

— Insomma! — ha gridato Pinocchio, e ha cominciato a piangere forte. — Quest'acquaccia amara non la voglio bere, no, no, no!...

— Ragazzo mio, te ne pentirai....

— Non me n'importa....

— La tua malattia è grave.

— Non me n'importa.....

— La febbre ti porterà in poche ore all'altro mondo....

— Non me n'importa....

— Non hai paura della morte?

— Nessuna paura! Meglio morire che bere quella medicina cattiva. —

A questo punto la porta della camera si è spalancata. Sono entrati quattro conigli neri come l'inchiostro. Portavano sulle spalle una piccola bara da morto.

— Che cosa volete da me? — ha gridato Pinocchio. Si è alzato a sedere sul letto, pieno di paura.

— Siamo venuti a prenderti — ha risposto il coniglio più grosso.

— A prendermi? Ma io non sono ancora morto!...

— Ancora no. Ma ti restano pochi momenti di vita, perché non hai voluto bere la medicina. Quella medicina poteva farti guarire dalla febbre!

— O Fata mia, o Fata mia! — ha cominciato allora a gridare il burattino. — Datemi subito quel bicchiere.... Fate presto, per carità, perché non voglio morire, no.... non voglio morire. —

Ha preso il bicchiere con tutte e due le mani e l'ha vuotato in un fiato.

— Pazienza! — hanno detto i conigli. — Per questa volta abbiamo fatto il viaggio per niente. — Poi si sono rimessi sulle spalle la piccola bara. Sono usciti dalla camera e brontolavano tra i denti.

Pochi minuti dopo Pinocchio è saltato giù dal letto, completamente guarito. Perché dovete sapere una cosa: i burattini di legno hanno una fortuna. Si ammalano di rado e guariscono prestissimo.

La Fata lo ha visto correre e giocare per la camera. Era vivace e allegro come un galletto giovane. E gli ha detto:

— Dunque la mia medicina ti ha fatto bene davvero?

— Altro che bene! Mi ha ridato la vita!

— E allora perché ti sei fatto pregare tanto per berla?

— Noi ragazzi siamo tutti così! Abbiamo più paura delle medicine che del male.

— Vergogna! I ragazzi devono sapere una cosa. Una buona medicina, presa in tempo, può salvarli da una grave malattia. E forse anche dalla morte....

— Oh! Ma un'altra volta non mi farò pregare tanto! Mi ricorderò di quei conigli neri, con la bara sulle spalle.... E allora prenderò subito il bicchiere in mano, e giù....

— Ora vieni un po' qui da me. Raccontami: come sei finito nelle mani degli assassini?

— È andata così. Il burattinaio Mangiafoco mi ha dato cinque monete d'oro. E mi ha detto: «Prendi, portale al tuo babbo!» E io, invece, per la strada ho trovato una Volpe e un Gatto. Erano due persone molto perbene. E mi hanno detto: «Vuoi fare di queste monete mille e duemila? Vieni con noi, e ti porteremo al Campo dei miracoli.» E io ho detto: «Andiamo.» E loro hanno detto: «Fermiamoci qui all'osteria del Gambero Rosso, e dopo mezzanotte ripartiremo.» E io quando mi sono svegliato non c'erano più, perché erano partiti. E allora io ho cominciato a camminare di notte, e c'era un buio incredibile. E così per la strada ho trovato due assassini dentro due sacchi da carbone. E mi hanno detto: «Metti fuori i soldi!» E io ho detto: «Non ne ho.» Perché le monete d'oro le avevo nascoste in bocca. E uno degli assassini ha provato a mettermi le mani in bocca. E io con un morso gli ho staccato la mano e poi l'ho sputata. Ma invece di una mano ho sputato uno zampetto di gatto. E gli assassini a corrermi dietro, e io corri e corri. E alla fine mi hanno preso. E mi hanno legato per il collo a un albero di questo bosco. E hanno detto: «Domani torneremo qui, e allora sarai morto e con la bocca aperta. E così ti porteremo via le monete d'oro che hai nascoste sotto la lingua.»

— E ora le quattro monete dove le hai messe? — gli ha domandato la Fata.

— Le ho perdute! — ha risposto Pinocchio. Ma ha detto una bugia, perché invece le aveva in tasca.

Subito dopo la bugia il suo naso, già lungo, è cresciuto di due dita.

— E dove le hai perdute?

— Nel bosco qui vicino. —

A questa seconda bugia il naso ha continuato a crescere.

— Se le hai perdute nel bosco, — ha detto la Fata — le cercheremo e le ritroveremo. Perché tutto quello che si perde nel bosco vicino, si ritrova sempre.

— Ah! Ora mi ricordo bene — ha risposto il burattino, tutto confuso. — Le quattro monete non le ho perdute. Senza accorgermene, le ho inghiottite mentre bevevo la vostra medicina. —

A questa terza bugia il naso si è allungato in un modo straordinario. Così il povero Pinocchio non poteva più girarsi da nessuna parte. Se si voltava di qua, batteva il naso nel letto o nei vetri della finestra. Se si voltava di là, lo batteva nelle pareti o nella porta della camera. Se alzava un po' la testa, rischiava di metterlo in un occhio alla Fata.

E la Fata lo guardava e rideva.

— Perché ridete? — le ha domandato il burattino. Era tutto confuso e preoccupato per quel naso, che cresceva così in fretta.

— Rido della bugia che hai detto.

— Come fate a sapere che ho detto una bugia?

— Le bugie, ragazzo mio, si riconoscono subito, perché ce ne sono di due specie. Vi sono le bugie che hanno le gambe corte, e le bugie che hanno il naso lungo. La tua è proprio di quelle che hanno il naso lungo. —

Pinocchio non sapeva più dove nascondersi per la vergogna. Ha provato a fuggire dalla camera, ma non ci è riuscito. Il suo naso era cresciuto tanto che non passava più dalla porta.

### Glossario

- **polverina**: medicina in polvere molto fine.
- **amara**: con un sapore forte e sgradevole, il contrario di dolce.
- **zuccheriera**: piccolo contenitore per lo zucchero.
- **sgranocchiata**: mangiata con i denti, facendo rumore.
- **mi purgo**: prendo una medicina che pulisce la pancia.
- **smorfie**: brutte facce fatte con la bocca e con gli occhi.
- **mi dà noia**: mi disturba.
- **bara**: cassa di legno per i morti.
- **bugia**: cosa non vera.
- **inghiottite**: mandate giù senza masticare.
- **sciolto**: mescolato nell'acqua, fino a non vederlo più.
- **Bevila**: bevi questa medicina.
- **guarito**: di nuovo sano, senza più la malattia.
- **guarire**: tornare sano dopo una malattia.
- **berrai**: futuro di bere: più tardi tu bevi.
- **leccato**: passato la lingua su qualcosa.
- **gocce**: piccolissime quantità di acqua o di un altro liquido.
- **assaggiata**: provata in bocca, in piccola quantità, per sentire il sapore.
- **cuscino**: sacchetto morbido su cui si appoggia la testa.
- **pentirai**: sarai triste per una cosa che hai fatto.
- **spalancata**: aperta tutta, di colpo.
- **conigli**: piccoli animali con le orecchie lunghe.
- **l'inchiostro**: liquido nero per scrivere.
- **storto**: piegato da una parte.
- **acquaccia**: acqua cattiva.
- **all'altro mondo**: nel mondo dei morti.
- **in un fiato**: tutto insieme, molto in fretta.
- **brontolavano**: parlavano piano, perché non erano contenti.

## Capitolo XVIII. Pinocchio ritrova la Volpe e il Gatto, e va con loro a seminare le quattro monete nel Campo dei miracoli.

Come potete immaginare, la Fata ha lasciato piangere il burattino. Pinocchio ha pianto e urlato per una buona mezz'ora. Piangeva perché il suo naso non passava più dalla porta della camera. La Fata lo ha fatto per dargli una severa lezione. Voleva correggere il suo brutto vizio di dire bugie. Per un ragazzo non c'è un vizio più brutto.

Ma poi ha visto il viso di Pinocchio tutto cambiato. Aveva gli occhi fuori dalla testa per la disperazione. Allora la Fata ha sentito pietà e ha battuto le mani. A quel segnale circa mille grossi uccelli sono entrati in camera dalla finestra. Si chiamavano *Picchi*. Si sono posati tutti sul naso di Pinocchio. Hanno cominciato a beccare quel naso tanto e poi tanto. In pochi minuti il naso enorme è tornato alla sua grandezza naturale.

— Quanto siete buona, Fata mia, — ha detto il burattino, e si è asciugato gli occhi. — E quanto bene vi voglio!

— Ti voglio bene anch'io, — ha risposto la Fata. — Se vuoi rimanere con me, sarai il mio fratellino e io la tua buona sorellina....

— Io resto volentieri.... ma il mio povero babbo?

— Ho pensato a tutto. Ho già avvertito il tuo babbo. Prima di notte sarà qui.

— Davvero? — ha gridato Pinocchio, e ha fatto un salto di gioia. — Allora, Fatina mia, se siete d'accordo, vorrei andargli incontro! Voglio subito dare un bacio a quel povero vecchio. Ha sofferto tanto per me!

— Vai pure, ma stai attento a non perderti. Prendi la strada del bosco, e sono sicura che lo incontrerai. —

Pinocchio è partito. Appena è entrato nel bosco, ha cominciato a correre come un capriolo. Ma a un certo punto è arrivato quasi davanti alla Quercia grande. Lì si è fermato, perché gli è sembrato di sentire gente tra i rami. E infatti sulla strada sono apparsi, indovinate chi?... la Volpe e il Gatto! Erano i due compagni di viaggio. Pinocchio aveva cenato con loro all'osteria del Gambero Rosso.

— Ecco il nostro caro Pinocchio! — ha gridato la Volpe, e lo ha abbracciato e baciato. — Come mai sei qui?

— Come mai sei qui? — ha ripetuto il Gatto.

— È una storia lunga, — ha detto il burattino — e ve la racconterò con calma. Ma dovete sapere una cosa. L'altra notte mi avete lasciato solo all'osteria. E poi ho trovato gli assassini per la strada....

— Gli assassini?... Oh povero amico! E che cosa volevano?

— Volevano rubarmi le monete d'oro.

— Infami!... — ha detto la Volpe.

— Infamissimi! — ha ripetuto il Gatto.

— Ma io ho cominciato a scappare, — ha continuato il burattino — e loro sempre dietro. Alla fine mi hanno raggiunto e mi hanno impiccato a un ramo di quella quercia.... —

E Pinocchio ha indicato la Quercia grande. Era lì, a due passi.

— Si può sentire di peggio? — ha detto la Volpe. — In che mondo dobbiamo vivere! Dove troveremo un posto sicuro, noi che siamo persone oneste? —

Mentre parlavano così, Pinocchio ha notato una cosa. Il Gatto era zoppo dalla gamba destra davanti. Era zoppo perché gli mancava tutto lo zampetto con le unghie. Allora gli ha domandato:

— Che cosa hai fatto al tuo zampetto? —

Il Gatto voleva rispondere qualche cosa, ma si è confuso. Allora la Volpe ha detto subito:

— Il mio amico è troppo modesto, e per questo non risponde. Risponderò io per lui. Un'ora fa abbiamo incontrato sulla strada un vecchio lupo. Era quasi svenuto per la fame e ci ha chiesto un po' di elemosina. Noi non avevamo niente da dargli, nemmeno una lisca di pesce. E che cosa ha fatto il mio amico? Lui ha davvero un cuore di Cesare! (Cesare era un grande romano, famoso per il suo cuore generoso.) Si è staccato con i denti uno zampetto delle gambe davanti. Poi lo ha gettato a quella povera bestia, per darle da mangiare. —

E mentre diceva così, la Volpe si è asciugata una lacrima.

Anche Pinocchio era commosso. Si è avvicinato al Gatto e gli ha sussurrato nelle orecchie:

— Se tutti i gatti sono come te, fortunati i topi!

— E ora che cosa fai qui? — ha domandato la Volpe al burattino.

— Aspetto il mio babbo. Deve arrivare da un momento all'altro.

— E le tue monete d'oro?

— Sono ancora in tasca, meno una. L'ho spesa all'osteria del Gambero Rosso.

— E pensa: domani le quattro monete possono diventare mille e duemila! Perché non ascolti il mio consiglio? Perché non vai a seminarle nel Campo dei miracoli?

— Oggi è impossibile. Ci andrò un altro giorno.

— Un altro giorno sarà tardi! — ha detto la Volpe.

— Perché?

— Perché un gran signore ha comprato quel campo. Da domani nessuno potrà più seminarci i soldi.

— Quanto è lontano da qui il Campo dei miracoli?

— Appena due chilometri. Vuoi venire con noi? Fra mezz'ora sei là. Semini subito le quattro monete. Dopo pochi minuti ne raccogli duemila, e stasera torni qui con le tasche piene. Vuoi venire con noi? —

Pinocchio ha aspettato un poco prima di rispondere. Perché ha pensato alla buona Fata, al vecchio Geppetto e ai consigli del Grillo-parlante. Ma poi ha fatto come fanno tutti i ragazzi senza giudizio e senza cuore. Ha scosso un poco la testa, e ha detto alla Volpe e al Gatto:

— Andiamo pure. Io vengo con voi. —

E sono partiti.

Hanno camminato per mezza giornata e sono arrivati a una città. Si chiamava «Acchiappacitrulli». (Un citrullo è uno stupido: è la città che acchiappa gli stupidi.) Appena è entrato in città, Pinocchio ha visto le strade piene di animali. C'erano cani con poco pelo, e sbadigliavano per la fame. C'erano pecore senza lana, e tremavano per il freddo. C'erano galline senza cresta e senza bargigli. Chiedevano l'elemosina di un chicco di granturco. C'erano grosse farfalle che non potevano più volare. Perché avevano venduto le loro bellissime ali colorate. C'erano pavoni senza coda, e si vergognavano di farsi vedere. C'erano fagiani che camminavano piano piano, in silenzio. Piangevano le loro belle penne d'oro e d'argento, perdute per sempre.

C'era questa folla di mendicanti e di poveri pieni di vergogna. In mezzo a loro, ogni tanto, passavano alcune carrozze eleganti. Dentro c'era una Volpe, o una Gazza ladra, o un grosso uccello da preda.

— E il Campo dei miracoli dov'è? — ha domandato Pinocchio.

— È qui, a due passi. —

Subito hanno attraversato la città. Sono usciti dalle mura e si sono fermati in un campo solitario. Era quasi uguale a tutti gli altri campi.

— Eccoci arrivati, — ha detto la Volpe al burattino. — Ora abbassati a terra e scava con le mani una piccola buca nel campo. Poi metti dentro le monete d'oro. —

Pinocchio ha obbedito. Ha scavato la buca e ci ha messo le quattro monete d'oro. Erano quelle che gli erano rimaste. Poi ha coperto la buca con un po' di terra.

— Ora — ha detto la Volpe — vai al canale qui vicino e prendi un secchio d'acqua. Poi annaffia la terra dove hai seminato. —

Pinocchio è andato al canale. In quel momento non aveva un secchio. Allora si è tolto una ciabatta dal piede e l'ha riempita d'acqua. Così ha bagnato la terra sopra la buca. Poi ha domandato:

— C'è altro da fare?

— Nient'altro, — ha risposto la Volpe. — Ora possiamo andare via. Tu torna qui fra una ventina di minuti. Troverai un alberello già uscito dalla terra, con i rami pieni di monete. —

Il povero burattino era pazzo di gioia. Ha ringraziato mille volte la Volpe e il Gatto. E ha promesso loro un bellissimo regalo.

— Noi non vogliamo regali, — hanno risposto quei due malandrini. — A noi basta averti insegnato a diventare ricco senza fatica. Siamo contentissimi. —

Poi hanno salutato Pinocchio e gli hanno augurato una buona raccolta. E se ne sono andati per la loro strada.

### Glossario

- **Picchi**: uccelli che battono il becco sul legno degli alberi.
- **beccare**: colpire con il becco.
- **capriolo**: animale del bosco, simile a un piccolo cervo, che corre veloce.
- **Infami**: persone molto cattive.
- **zampetto**: la parte più bassa della gamba di un animale.
- **lisca**: osso sottile del pesce.
- **zoppo**: chi cammina male per una gamba ferita.
- **bargigli**: pelle rossa sotto il becco della gallina.
- **Gazza ladra**: uccello bianco e nero che porta via le piccole cose.
- **mendicanti**: persone povere che chiedono l'elemosina.
- **ciabatta**: scarpa vecchia e leggera.
- **annaffia**: dà acqua alla terra o alle piante.
- **malandrini**: persone disoneste, ladri.
- **asciugato**: tolto le lacrime.
- **asciugata**: tolta dal viso con la mano o con un panno.
- **indovinate**: provate a dire la cosa giusta, senza saperla.
- **abbracciato**: preso e tenuto stretto tra le braccia, con affetto.
- **impiccato**: appeso per il collo, per farlo morire.
- **modesto**: chi non parla delle sue qualità.
- **svenuto**: senza forze, come chi non vede e non sente più.
- **staccato**: tolto con forza da una parte del corpo.
- **gettato**: lanciato.
- **commosso**: pieno di sentimento, quasi fino alle lacrime.
- **sussurrato**: detto a voce molto bassa.
- **orecchie**: le due parti della testa che servono per sentire.
- **duemila**: il numero 2000.
- **seminarle**: metterle nella terra, come i semi delle piante.
- **secchio**: contenitore con un manico, per portare l'acqua.
- **vizio**: brutta abitudine.
- **elemosina**: soldi o cibo dati a chi è povero.
- **cresta**: parte rossa sulla testa della gallina.
- **granturco**: mais.
- **pavoni**: grandi uccelli con una lunga coda di molti colori.
- **fagiani**: uccelli del bosco con belle penne e una lunga coda.
- **carrozze**: grandi vetture tirate dai cavalli.

## Capitolo XIX. Pinocchio è derubato delle sue monete d'oro, e per gastigo si busca quattro mesi di prigione.

Il burattino è tornato in città. Ha cominciato a contare i minuti, uno a uno. Quando gli è sembrata l'ora giusta, ha ripreso subito la strada del Campo dei miracoli.

Mentre camminava in fretta, il cuore gli batteva forte. Faceva tic, tac, tic, tac, come un orologio da sala quando corre davvero. E intanto pensava dentro di sé:

— E se sui rami dell'albero trovo duemila monete, invece di mille?... E se invece di duemila ne trovo cinquemila? E se invece di cinquemila ne trovo centomila? Oh, allora divento un gran signore!... Voglio avere un bel palazzo. Voglio mille cavallini di legno e mille stalle, per giocare. Voglio una cantina piena di rosolio e di alchermes. E voglio una libreria piena di dolci. Ci metto canditi, torte e panettoni, mandorlati e cialdoni con la panna. —

Pensava così, e intanto è arrivato vicino al campo. Lì si è fermato a guardare. Cercava un albero con i rami pieni di monete, ma non ha visto nulla. Ha fatto altri cento passi avanti, e nulla. È entrato nel campo.... È andato proprio su quella piccola buca, dove aveva sotterrato i suoi zecchini, e nulla. Allora è diventato pensieroso. Ha dimenticato le regole del Galateo e della buona educazione. (Il Galateo è il libro delle buone maniere.) Ha tirato fuori una mano di tasca. E si è grattato la testa per molto tempo.

In quel momento ha sentito una gran risata vicino agli orecchi. Ha guardato in alto e ha visto un grosso Pappagallo sopra un albero. Cercava i piccoli insetti tra le poche penne che aveva.

— Perché ridi? — gli ha domandato Pinocchio con voce arrabbiata.

— Rido perché, mentre mi pulivo le penne, mi sono fatto il solletico sotto le ali. —

Il burattino non ha risposto. È andato al canale e ha riempito d'acqua la solita ciabatta. Poi ha annaffiato di nuovo la terra sopra le monete d'oro.

Ma ecco un'altra risata, ancora più maleducata della prima. Si è sentita nel silenzio di quel campo solitario.

— Insomma, — ha gridato Pinocchio, tutto arrabbiato — si può sapere di che cosa ridi, Pappagallo maleducato?

— Rido di quei barbagianni che credono a tutte le stupidaggini. Si fanno ingannare da chi è più furbo di loro. (Il barbagianni è un uccello, ma la parola vuol dire anche stupido.)

— Parli forse di me?

— Sì, parlo di te, povero Pinocchio. Sei proprio ingenuo! Tu pensi: i soldi crescono nei campi, come i fagioli e le zucche. Basta seminarli e raccoglierli. Anch'io l'ho creduto una volta, e oggi soffro per questo. Oggi (ma troppo tardi!) ho capito una cosa. Per mettere insieme onestamente pochi soldi, bisogna guadagnarli. Bisogna guadagnarli con il lavoro delle proprie mani o con l'intelligenza della propria testa.

— Non ti capisco, — ha detto il burattino. Cominciava già a tremare per la paura.

— Pazienza! Mi spiegherò meglio, — ha aggiunto il Pappagallo. — Ascolta. Tu eri in città. Intanto la Volpe e il Gatto sono tornati in questo campo. Hanno preso le monete d'oro sotterrate, e poi sono scappati come il vento. E ora, chi li raggiunge è bravo! —

Pinocchio è rimasto a bocca aperta. Non voleva credere alle parole del Pappagallo. Ha cominciato a scavare la terra che aveva annaffiato. Scavava con le mani e con le unghie. E scava, scava, scava, ha fatto una buca molto profonda. Dentro poteva entrare un pagliaio in piedi! Ma le monete non c'erano più.

Allora, disperato, è tornato di corsa in città. È andato dritto in tribunale. Voleva denunciare al giudice i due malandrini che lo avevano derubato.

Il giudice era uno scimmione della razza dei Gorilla. Era un vecchio scimmione e tutti lo rispettavano. Lo rispettavano per la sua età e per la sua barba bianca. Ma lo rispettavano specialmente per i suoi occhiali d'oro, senza vetri. Doveva portarli sempre, perché da molti anni gli facevano male gli occhi.

Davanti al giudice, Pinocchio ha raccontato tutto il brutto inganno, con ogni particolare. Ha detto il nome, il cognome e l'aspetto dei malandrini. E alla fine ha chiesto giustizia.

Il giudice lo ha ascoltato con molta bontà. Ha seguito il racconto con grande interesse. Si è intenerito, si è commosso. Quando il burattino ha finito di parlare, il giudice ha allungato la mano. E ha suonato il campanello.

A quel suono sono apparsi subito due can mastini vestiti da giandarmi.

Allora il giudice ha indicato Pinocchio ai giandarmi e ha detto:

— Quel poveretto ha perso quattro monete d'oro: gliele hanno rubate. Prendetelo dunque, e mettetelo subito in prigione. —

Il burattino non se lo aspettava proprio, ed è rimasto senza parole. Voleva protestare, ma i giandarmi non volevano perdere tempo. Gli hanno tappato la bocca e lo hanno portato in prigione.

Lì è dovuto rimanere quattro mesi: quattro lunghissimi mesi. E poteva restare là ancora di più. Ma è successa una cosa molto fortunata. Dovete sapere che un giovane Imperatore regnava sulla città di Acchiappacitrulli. Un giorno ha avuto una bella vittoria contro i suoi nemici. Allora ha ordinato grandi feste pubbliche e luci in tutta la città. Ha ordinato anche fuochi artificiali e corse di cavalli e di biciclette. E per mostrare ancora più gioia, ha voluto aprire anche le prigioni. Ha voluto mandare fuori tutti i malandrini.

— Se gli altri escono di prigione, voglio uscire anch'io, — ha detto Pinocchio al carceriere.

— Voi no, — ha risposto il carceriere — perché voi non siete uno di loro....

— Chiedo scusa, — ha risposto Pinocchio — sono un malandrino anch'io.

— In questo caso avete proprio ragione, — ha detto il carceriere. Si è tolto il berretto con rispetto e lo ha salutato. Poi gli ha aperto le porte della prigione e lo ha lasciato scappare.

### Glossario

- **rosolio**: liquore dolce.
- **alchermes**: liquore dolce di colore rosso.
- **mandorlati**: dolci fatti con le mandorle.
- **cialdoni**: dolci sottili e secchi, a forma di cono.
- **solletico**: sensazione sulla pelle che fa ridere.
- **pagliaio**: grande mucchio di paglia, alto come una casetta.
- **denunciare**: dire al giudice che una persona ha fatto una cosa contro la legge.
- **derubato**: chi ha perso le sue cose per colpa di un ladro.
- **giandarmi**: soldati che fanno rispettare la legge.
- **tappato**: chiuso.
- **carceriere**: uomo che fa la guardia alla prigione.
- **malandrini**: persone disoneste, ladri.
- **scava**: fa una buca nella terra.
- **tic**: rumore di un orologio.
- **tac**: rumore di un orologio.
- **duemila**: il numero 2000.
- **scimmione**: grossa scimmia.
- **stalle**: case per i cavalli e per altri animali.
- **panettoni**: grandi dolci, tipici del Natale.
- **grattato**: passato le unghie sulla pelle.
- **orecchi**: le due parti della testa che servono per sentire.
- **arrabbiata**: piena di rabbia.
- **arrabbiato**: pieno di rabbia.
- **maleducata**: non gentile, senza rispetto.
- **maleducato**: non gentile, senza rispetto.
- **ingannare**: far credere una cosa non vera.
- **furbo**: bravo a capire le cose e a usarle per sé.
- **canditi**: pezzi di frutta cotti nello zucchero.
- **sotterrato**: messo sotto terra.
- **zecchini**: monete d'oro.
- **ingenuo**: chi crede a tutto quello che sente.
- **intenerito**: diventato buono e pieno di pietà.
- **can mastini**: grandi cani da guardia.
- **regnava**: comandava come re o imperatore.

## Capitolo XX. Liberato dalla prigione, si avvia per tornare a casa della Fata; ma lungo la strada trova un serpente orribile, e poi rimane preso alla tagliuola.

Immaginate la gioia di Pinocchio quando si è sentito libero. Non ha perso un minuto ed è uscito subito dalla città. Ha ripreso la strada per tornare alla Casina della Fata.

Pioveva piano, e per questo la strada era diventata tutta fango. Il fango arrivava a metà gamba.

Ma il burattino non se ne preoccupava.

Voleva tanto rivedere il suo babbo e la sua sorellina dai capelli turchini. Correva a salti come un levriero. E mentre correva, il fango gli saltava fin sopra il berretto. E intanto diceva fra sé:

— Quante disgrazie mi sono capitate... E le merito! Perché io sono un burattino testardo e capriccioso.... Voglio fare sempre tutto a modo mio. Non ascolto mai quelli che mi vogliono bene. E loro hanno mille volte più giudizio di me!... Ma da oggi voglio cambiare vita. Voglio diventare un ragazzo buono e ubbidiente!... Ormai ho visto che i ragazzi disubbidienti perdono sempre. A loro non va mai bene niente. E il mio babbo mi ha aspettato?... Lo troverò a casa della Fata? È tanto tempo, pover'uomo, che non lo vedo! Ho una gran voglia di fargli mille carezze e di coprirlo di baci! E la Fata mi perdonerà la brutta azione che le ho fatto?... E pensare che ho ricevuto da lei tante attenzioni e tante cure amorose.... E pensare che oggi sono ancora vivo grazie a lei! Esiste un ragazzo più ingrato e più senza cuore di me?... —

Mentre diceva così, si è fermato all'improvviso, spaventato, e ha fatto quattro passi indietro.

Che cosa aveva visto?

Aveva visto un grosso Serpente, disteso attraverso la strada. Aveva la pelle verde, gli occhi di fuoco e la coda a punta. La coda faceva fumo come un camino.

È impossibile immaginare la paura del burattino. Si è allontanato più di mezzo chilometro. Poi si è seduto sopra un mucchietto di sassi. Lì ha aspettato. Sperava di vedere il Serpente andare via e lasciare libera la strada.

Ha aspettato un'ora, due ore, tre ore. Ma il Serpente era sempre là. Anche da lontano si vedevano i suoi occhi rossi di fuoco. E si vedeva la colonna di fumo che usciva dalla punta della coda.

Allora Pinocchio ha immaginato di avere coraggio. Si è avvicinato al Serpente, fino a pochi passi. Con una vocina dolce, furba e sottile ha detto:

— Scusi, signor Serpente, mi farebbe il piacere di spostarsi un pochino da una parte? Così posso passare. —

Ma era come parlare a un muro. Nessuno si è mosso.

Allora ha ripreso con la solita vocina:

— Deve sapere, signor Serpente, che io vado a casa. Lì c'è il mio babbo che mi aspetta. È tanto tempo che non lo vedo!... Dunque mi lascia continuare la mia strada? —

Ha aspettato un segno di risposta, ma la risposta non è venuta. Anzi, il Serpente è diventato immobile e quasi rigido. Prima sembrava vivace e pieno di vita. Gli occhi si sono chiusi, e la coda ha smesso di fumare.

— Forse è morto davvero? — ha detto Pinocchio. E si è sfregato le mani per la gran contentezza. Senza perdere tempo, ha alzato la gamba per scavalcarlo e passare dall'altra parte della strada. Ma non aveva ancora finito, quando il Serpente si è alzato all'improvviso, come una molla. Il burattino si è tirato indietro, spaventato. È inciampato ed è caduto per terra.

Ed è caduto così male che la testa è rimasta piantata nel fango della strada. E le gambe sono rimaste dritte in aria.

Il burattino muoveva le gambe a testa in giù, con una velocità incredibile. A quella vista il Serpente ha cominciato a ridere fortissimo. E ridi, ridi, ridi! Alla fine, per il troppo ridere, gli si è rotta una vena sul petto. E quella volta è morto davvero.

Allora Pinocchio ha ricominciato a correre. Voleva arrivare a casa della Fata prima del buio. Ma lungo la strada non poteva più sopportare i morsi terribili della fame. Allora è saltato in un campo per cogliere pochi grappoli di uva moscadella. Non doveva farlo!

Appena è arrivato sotto la vite, *crac*.... ha sentito due ferri taglienti stringergli le gambe. Il dolore gli ha fatto vedere tutte le stelle del cielo.

Il povero burattino era rimasto preso a una tagliuola. Alcuni contadini l'avevano messa lì per prendere alcune grosse faine. Le faine erano il terrore di tutti i polli della zona.

### Glossario

- **fango**: terra bagnata dalla pioggia.
- **levriero**: cane magro e molto veloce.
- **disgrazie**: cose brutte che capitano.
- **capriccioso**: chi vuole tutto a modo suo e si arrabbia per poco.
- **giudizio**: capacità di capire quello che è giusto fare.
- **ubbidiente**: chi fa quello che gli chiedono i grandi.
- **disubbidienti**: quelli che non fanno quello che gli chiedono i grandi.
- **amorose**: piene di amore.
- **ingrato**: chi non dice grazie e non ricorda il bene ricevuto.
- **spaventato**: pieno di paura.
- **disteso**: lungo per terra, con tutto il corpo.
- **allontanato**: andato lontano.
- **chilometro**: mille metri.
- **mucchietto**: piccolo gruppo di cose una sopra l'altra.
- **sassi**: piccole pietre.
- **rigido**: duro, che non si muove e non si piega.
- **vivace**: che si muove molto, pieno di energia.
- **sfregato**: passato forte una mano sull'altra.
- **contentezza**: gioia.
- **scavalcarlo**: passare sopra una cosa con le gambe.
- **molla**: pezzo di metallo che salta quando lo lasci.
- **inciampato**: battuto con il piede contro qualcosa, quasi cadendo.
- **vena**: piccolo tubo del corpo dove passa il sangue.
- **morsi**: qui: dolori forti, come i colpi dei denti.
- **grappoli**: gruppi di chicchi d'uva sullo stesso ramo.
- **uva moscadella**: uva dolce e profumata.
- **vite**: pianta che fa l'uva.
- **crac**: rumore di una cosa dura che si chiude o si rompe.
- **ferri taglienti**: pezzi di ferro che tagliano.
- **tagliuola**: trappola di ferro.
- **faine**: piccoli animali che mangiano galline e uova.

## Capitolo XXI. Pinocchio è preso da un contadino, il quale lo costringe a far da can di guardia a un pollaio.

Pinocchio, come potete immaginare, ha cominciato a piangere, a gridare, a chiedere aiuto. Ma pianti e grida erano inutili, perché lì intorno non si vedevano case. E dalla strada non passava nessuno.

Intanto è venuta la notte.

La tagliuola gli segava le gambe e il dolore era forte. E il burattino aveva anche paura, solo e al buio in mezzo a quei campi. Per il dolore e la paura stava quasi per svenire. Ma all'improvviso ha visto passare una lucciola sopra la sua testa. L'ha chiamata e le ha detto:

— O lucciolina, per carità, mi libereresti da questo dolore?...

— Povero figliolo! — ha risposto la lucciola. Si è fermata a guardarlo con pietà. — Come mai hai le gambe strette fra questi ferri taglienti?

— Sono entrato nel campo per cogliere due grappoli di quest'uva moscadella, e....

— Ma l'uva era tua?

— No....

— E allora chi ti ha insegnato a portare via la roba degli altri?...

— Avevo fame....

— La fame, ragazzo mio, non è una buona ragione per prendere la roba degli altri...

— È vero, è vero! — ha gridato Pinocchio piangendo. — Ma un'altra volta non lo farò più. —

A questo punto un piccolissimo rumore di passi ha interrotto il dialogo. I passi si avvicinavano. Era il padrone del campo, e veniva in punta di piedi. Di notte quelle faine gli mangiavano i polli. Ora voleva vedere se una faina era rimasta presa nella tagliuola.

Il contadino ha tirato fuori la lanterna da sotto il cappotto. E la sua meraviglia è stata grandissima. Nella tagliuola non c'era una faina, ma un ragazzo!

— Ah, ladruncolo! — ha detto il contadino, pieno di rabbia. — Dunque sei tu che mi porti via le galline?

— Io no, io no! — ha gridato Pinocchio tra i singhiozzi. — Io sono entrato nel campo solo per prendere due grappoli d'uva!

— Chi ruba l'uva può rubare benissimo anche i polli. Lascia fare a me. Ti darò una lezione che ricorderai per molto tempo. —

Ha aperto la tagliuola e ha preso il burattino per la collottola. Lo ha alzato da terra. Lo ha portato così fino a casa, come si porta un agnellino di latte.

Quando è arrivato sull'aia davanti alla casa, lo ha buttato a terra. Gli ha tenuto un piede sul collo e gli ha detto:

— Ormai è tardi e voglio andare a letto. I nostri conti li faremo domani. Intanto, oggi mi è morto il cane che faceva la guardia di notte. Perciò tu prenderai subito il suo posto. Tu mi farai da cane di guardia. —

Subito gli ha messo al collo un grosso collare, tutto coperto di punte di ottone. Glielo ha stretto bene, così la testa non poteva passare e Pinocchio non poteva toglierlo. Al collare era attaccata una lunga catenella di ferro. La catenella era fissata al muro.

— Se questa notte piove, — ha detto il contadino — puoi dormire in quel casotto di legno. Lì c'è ancora la paglia. Per quattro anni è stata il letto del mio povero cane. E se per disgrazia vengono i ladri, ricordati di tenere gli orecchi dritti. E ricordati di abbaiare. —

Dopo queste ultime parole, il contadino è entrato in casa. Ha chiuso la porta con il catenaccio. Il povero Pinocchio è rimasto rannicchiato sull'aia. Era più morto che vivo, per il freddo, la fame e la paura. Ogni tanto si cacciava con rabbia le mani dentro il collare. Il collare gli stringeva la gola. E diceva piangendo:

— Mi sta bene!... Purtroppo mi sta bene! Ho voluto fare il pigro e il vagabondo.... Ho voluto ascoltare i cattivi compagni, e per questo ho sempre sfortuna. Non sono stato un ragazzino per bene, come ce ne sono tanti. Non ho avuto voglia di studiare e di lavorare. Non sono rimasto a casa con il mio povero babbo. Per questo ora sono qui, in mezzo ai campi. Faccio il cane di guardia alla casa di un contadino. Oh, ho tanta voglia di nascere un'altra volta!... Ma ormai è tardi e ci vuole pazienza! —

Ha detto queste parole proprio con il cuore. Poi è entrato nel casotto e si è addormentato.

### Glossario

- **segava**: tagliava come una sega, con un movimento avanti e indietro.
- **svenire**: perdere i sensi e cadere.
- **lucciola**: piccolo insetto che di notte fa luce.
- **pietà**: dolore per il male degli altri.
- **ferri taglienti**: pezzi di ferro che tagliano.
- **ladruncolo**: piccolo ladro.
- **lanterna**: piccola lampada che si porta in mano.
- **singhiozzi**: rumori del respiro di chi piange forte.
- **collottola**: la parte dietro del collo.
- **agnellino di latte**: piccolo della pecora che beve ancora il latte della madre.
- **aia**: spazio aperto davanti alla casa di un contadino.
- **collare**: cerchio di cuoio o di metallo intorno al collo del cane.
- **ottone**: metallo giallo.
- **casotto**: piccola casa di legno per il cane.
- **paglia**: erba secca del grano, usata come letto per gli animali.
- **catenaccio**: grosso ferro per chiudere bene la porta.
- **rannicchiato**: con il corpo piegato e chiuso, per stare piccolo.
- **vagabondo**: chi non lavora e gira senza una casa.
- **Mi sta bene**: è giusto così: ho meritato questo male.

## Capitolo XXII. Pinocchio scuopre i ladri, e in ricompensa di essere stato fedele vien posto in libertà.

Dormiva bene da più di due ore, quando verso mezzanotte si è svegliato. Lo hanno svegliato un bisbiglio e un pissi—pissi di vocine strane. Gli sembrava di sentirli sull'aia. Ha messo fuori la punta del naso dalla buca del casotto. Ha visto quattro piccole bestie dal pelo scuro, riunite a consiglio. Sembravano gatti. Ma non erano gatti: erano faine, piccoli animali che mangiano la carne. Amano moltissimo le uova e le galline giovani. Una di queste faine ha lasciato le compagne ed è andata alla buca del casotto. E ha detto a bassa voce:

— Buona sera, Melampo.

— Io non mi chiamo Melampo, — ha risposto il burattino.

— E allora chi sei?

— Io sono Pinocchio.

— E che cosa fai lì?

— Faccio il cane di guardia.

— E Melampo dov'è? Dov'è il vecchio cane che stava in questo casotto?

— È morto questa mattina.

— Morto? Povera bestia!... Era tanto buono!... Ma dalla faccia, anche tu mi sembri un cane gentile.

— Chiedo scusa, io non sono un cane!...

— E chi sei?

— Io sono un burattino.

— E fai il cane di guardia?

— Purtroppo sì: per punizione!...

— Bene. Io ti propongo gli stessi patti che avevo con il povero Melampo, e sarai contento.

— E quali sono questi patti?

— Noi verremo di notte a questo pollaio, una volta alla settimana, come prima. E porteremo via otto galline. Sette le mangeremo noi, e una la daremo a te. Ma tu devi fare finta di dormire. E non devi mai abbaiare e svegliare il contadino.

— E Melampo faceva proprio così? — ha domandato Pinocchio.

— Faceva così, e noi e lui siamo sempre andati d'accordo. Dunque dormi tranquillo, e stai sicuro. Prima di partire, ti lasceremo sul casotto una gallina già senza penne. È per la colazione di domani. Ci siamo capiti bene?

— Anche troppo bene!... — ha risposto Pinocchio. E ha mosso la testa in un modo minaccioso. Sembrava dire: — Fra poco ne riparleremo!... —

Quando le quattro faine si sono sentite sicure, sono andate dritte al pollaio. Il pollaio era molto vicino al casotto del cane. Con i denti e con le unghie hanno aperto la porticina di legno. Poi sono scivolate dentro, una dopo l'altra. Stavano ancora entrando, quando hanno sentito la porticina chiudersi con grandissima forza.

Era stato Pinocchio a chiuderla. E per essere più sicuro, ha messo davanti alla porticina una grossa pietra. Così la porta rimaneva chiusa.

E poi ha cominciato ad abbaiare. Abbaiava proprio come un cane di guardia, e faceva con la voce: *bù—bù-bù-bù*.

A quel rumore il contadino è saltato giù dal letto. Ha preso il fucile, si è affacciato alla finestra e ha domandato:

— Che c'è di nuovo?

— Ci sono i ladri! — ha risposto Pinocchio.

— Dove sono?

— Nel pollaio.

— Ora scendo subito. —

E infatti il contadino è sceso nel tempo di dire *amen*. È entrato di corsa nel pollaio. Ha preso le quattro faine e le ha chiuse in un sacco. Poi ha detto loro con vera contentezza:

— Finalmente siete cadute nelle mie mani! Posso punirvi, ma io non sono così vile! Invece, domani vi porterò solo all'oste del paese vicino. Lui vi toglierà la pelle. Poi vi cucinerà con la salsa dolce e forte, come la lepre. È un onore che non meritate. Ma gli uomini generosi come me non pensano a queste piccole cose!... —

Poi si è avvicinato a Pinocchio e gli ha fatto molte carezze. E fra le altre cose gli ha domandato:

— Come hai fatto a scoprire il piano di queste quattro ladre? E pensare che Melampo, il mio fedele Melampo, non si era mai accorto di nulla!... —

Allora il burattino poteva raccontare quello che sapeva. Poteva raccontare i patti vergognosi tra il cane e le faine. Ma si è ricordato che il cane era morto. E ha pensato subito dentro di sé: — A che cosa serve accusare i morti?... I morti sono morti. La cosa migliore è lasciarli in pace!...

— Quando le faine sono arrivate sull'aia, eri sveglio o dormivi? — ha chiesto ancora il contadino.

— Dormivo, — ha risposto Pinocchio — ma le faine mi hanno svegliato con le loro chiacchiere. Una è venuta fino al casotto e mi ha detto: «Prometti di non abbaiare e di non svegliare il padrone? Allora ti regaleremo una gallina già senza penne!» Capite, eh? Hanno avuto il coraggio di fare a me una proposta così! Perché dovete sapere una cosa. Io sono un burattino, e forse ho tutti i difetti del mondo. Ma non sarò mai d'accordo con la gente disonesta, e non la aiuterò mai!

— Bravo ragazzo! — ha gridato il contadino, e gli ha dato un colpetto sulla spalla. — Questi sentimenti ti fanno onore. Io sono molto contento di te. Per dimostrartelo, ti lascio libero: da questo momento puoi tornare a casa. —

E gli ha tolto il collare da cane.

### Glossario

- **bisbiglio**: voce molto bassa, quasi senza suono.
- **pissi**: pissi** — rumore di chi parla piano piano.
- **aia**: spazio aperto davanti alla casa di un contadino.
- **casotto**: piccola casa di legno per il cane.
- **riunite**: insieme nello stesso posto; a consiglio: per parlare e decidere.
- **faine**: piccoli animali che mangiano galline e uova.
- **patti**: accordi tra due persone.
- **verremo**: futuro di «venire».
- **pollaio**: casetta delle galline.
- **mangeremo**: futuro di «mangiare».
- **abbaiare**: fare il verso del cane ("bau bau").
- **lasceremo**: futuro di «lasciare».
- **minaccioso**: che fa paura, che promette qualcosa di brutto.
- **scivolate**: entrate veloci e senza rumore.
- **bù**: il verso del cane, come «bau».
- **fucile**: arma lunga per sparare.
- **affacciato**: messo alla finestra per guardare fuori.
- **punirvi**: dare a voi una punizione.
- **vile**: chi non ha coraggio e si comporta male.
- **lepre**: animale simile a un grosso coniglio.
- **oste**: padrone di un'osteria.
- **onore**: buon nome, stima degli altri.
- **generosi**: che danno volentieri agli altri.
- **vergognosi**: brutti, che fanno vergogna.
- **accusare**: dire che una persona ha fatto una cosa brutta.
- **regaleremo**: futuro di «regalare»: dare come regalo.
- **difetti**: le cose non buone di una persona.
- **disonesta**: che ruba o dice bugie.

## Capitolo XXIII. Pinocchio piange la morte della bella Bambina dai capelli turchini: poi trova un Colombo, che lo porta sulla riva del mare, e lì si getta nell'acqua per andare in aiuto del suo babbo Geppetto.

Ora Pinocchio non sentiva più quel collare intorno al collo. Era un peso durissimo e umiliante. Subito ha cominciato a scappare attraverso i campi. Non si è fermato un solo minuto, fino alla strada maestra. Questa strada doveva riportarlo alla Casina della Fata.

Sulla strada maestra si è voltato a guardare giù nella pianura. Ha visto benissimo, a occhio nudo, il bosco. Lì, per sfortuna, aveva incontrato la Volpe e il Gatto. Ha visto tra gli alberi la cima di quella Quercia grande. Lì era rimasto appeso per il collo. E guarda di qui, guarda di là. Ma la piccola casa della bella Bambina dai capelli turchini non si vedeva.

Allora ha avuto una specie di triste presentimento. Ha cominciato a correre con tutta la forza che gli restava nelle gambe. In pochi minuti è arrivato sul prato. Una volta lì c'era la Casina bianca. Ma la Casina bianca non c'era più. C'era, invece, una piccola pietra di marmo. Sulla pietra si leggevano, in lettere grandi, queste parole piene di dolore:

QUI GIACE LA BAMBINA DAI CAPELLI TURCHINI MORTA DI DOLORE PER ESSERE STATA ABBANDONATA DAL SUO FRATELLINO PINOCCHIO.

Come è rimasto il burattino, quando ha letto a fatica quelle parole? Lo lascio pensare a voi. È caduto a terra con la faccia in giù. Ha coperto di mille baci quel marmo, ed è scoppiato a piangere. Ha pianto tutta la notte. La mattina dopo, all'alba, piangeva ancora, anche se non aveva più lacrime negli occhi. Le sue grida e i suoi lamenti erano così forti e pieni di dolore. Per questo tutte le colline intorno li ripetevano con l'eco.

E piangeva e diceva:

«O Fatina mia, perché sei morta?... Perché non sono morto io, invece di te? Io sono tanto cattivo, e tu eri tanto buona!... E il mio babbo dove sarà? O Fatina mia, dimmi dove posso trovarlo, perché voglio stare sempre con lui! E non voglio lasciarlo più! più! più!... O Fatina mia, dimmi che non è vero che sei morta!... Se davvero mi vuoi bene.... se vuoi bene al tuo fratellino, rivivi.... Ritorna viva come prima! Non ti dispiace vedermi solo, abbandonato da tutti?... Se arrivano gli assassini, mi attaccheranno di nuovo al ramo dell'albero.... E allora morirò per sempre. Che cosa faccio qui solo in questo mondo? Ora che ho perduto te e il mio babbo, chi mi darà da mangiare? Dove andrò a dormire la notte? Chi mi farà la giacca nuova? Oh! è meglio se muoio anch'io, cento volte meglio! Sì, voglio morire! ih! ih! ih!»

Mentre si disperava così, ha provato a strapparsi i capelli. Ma i suoi capelli erano di legno. Così non ha avuto nemmeno il piacere di metterci dentro le dita.

Intanto è passato in aria un grosso Colombo. Si è fermato con le ali aperte e gli ha gridato da molto in alto:

— Dimmi, bambino, che cosa fai laggiù?

— Non lo vedi? Piango! — ha detto Pinocchio. Ha alzato la testa verso quella voce e si è strofinato gli occhi con la manica della giacca.

— Dimmi — ha aggiunto allora il Colombo. — Conosci per caso, fra i tuoi compagni, un burattino di nome Pinocchio?

— Pinocchio? Hai detto Pinocchio? — ha ripetuto il burattino, e si è alzato subito in piedi con un salto. — Pinocchio sono io! —

A questa risposta il Colombo è sceso velocemente e si è posato a terra. Era più grosso di un tacchino.

— Allora conoscerai anche Geppetto? — ha domandato al burattino.

— Se lo conosco! È il mio povero babbo! Ti ha forse parlato di me? Mi porti da lui? Ma è ancora vivo? Rispondimi, per carità: è ancora vivo?

— L'ho lasciato tre giorni fa sulla spiaggia del mare.

— Che cosa faceva?

— Si costruiva da solo una piccola barca per attraversare l'Oceano. Quel pover'uomo gira per il mondo da più di quattro mesi e ti cerca. Non ti ha mai trovato. Così ora ha deciso di cercarti nei paesi lontani del nuovo mondo.

— Quanto c'è da qui alla spiaggia? — ha domandato Pinocchio, pieno di ansia e di affetto.

— Più di mille chilometri.

— Mille chilometri? O Colombo mio, che bella cosa avere le tue ali!...

— Se vuoi venire, ti porto io.

— Come?

— A cavallo sulla mia schiena. Sei molto pesante?

— Pesante? Per niente! Sono leggero come una foglia. —

E senza dire altro, Pinocchio è saltato sulla schiena del Colombo. Ha messo una gamba di qui e l'altra di là, come fanno i cavalieri. E ha gridato tutto contento: «Galoppa, galoppa, cavallino, perché voglio arrivare presto!...» Il Colombo ha preso la rincorsa e in pochi minuti è salito molto in alto. Toccava quasi le nuvole. A quella grande altezza il burattino ha avuto la curiosità di guardare giù. E ha avuto tanta paura e tanti giramenti di testa! Per non cadere, si è attaccato stretto stretto al collo del suo cavallo di piume.

Hanno volato tutto il giorno. Verso sera il Colombo ha detto:

— Ho una gran sete!

— E io una gran fame! — ha aggiunto Pinocchio.

— Fermiamoci a questa colombaia per pochi minuti. Poi ripartiremo, per essere domattina all'alba sulla spiaggia del mare. —

Sono entrati in una colombaia vuota. C'erano soltanto una bacinella piena d'acqua e un cestino pieno di vecce.

Il burattino non aveva mai potuto sopportare le vecce. Secondo lui, gli facevano venire la nausea e gli giravano lo stomaco. Ma quella sera ne ha mangiate fino a scoppiare. Quando le ha quasi finite, si è voltato verso il Colombo e gli ha detto:

— Non lo credevo davvero: le vecce sono così buone!

— Ragazzo mio, devi capire una cosa, — ha risposto il Colombo. — Quando hai davvero fame e non c'è altro da mangiare, anche le vecce diventano buonissime! La fame non ha capricci e non cerca cose fini! —

Hanno mangiato in fretta questo piccolo pasto, e sono ripartiti. E via! La mattina dopo sono arrivati sulla spiaggia del mare.

Il Colombo ha posato a terra Pinocchio. Non voleva nemmeno la noia di sentirsi ringraziare per una buona azione. Così ha ripreso subito il volo ed è sparito.

La spiaggia era piena di gente. Tutti urlavano, muovevano le mani e guardavano verso il mare.

— Che cosa è successo? — ha domandato Pinocchio a una vecchina.

— È successo che un povero babbo ha perduto il figlio. Allora è voluto entrare in una barchetta per andare a cercarlo di là dal mare. Ma il mare oggi è molto cattivo, e la barchetta sta per andare sott'acqua....

— Dov'è la barchetta?

— Eccola laggiù, dritta davanti al mio dito, — ha detto la vecchina. Ha indicato una piccola barca. Da quella distanza sembrava un guscio di noce, con dentro un omino piccino piccino.

Pinocchio ha guardato da quella parte con molta attenzione. Poi ha gettato un urlo acutissimo e ha gridato:

— È il mio babbo! È il mio babbo! —

Intanto le onde furiose sbattevano la barchetta. Ora spariva fra le grandi onde, ora tornava a galla. Pinocchio era in piedi sulla punta di un alto scoglio. Chiamava il suo babbo per nome e non si fermava mai. Gli faceva molti segnali con le mani e con il fazzoletto. Li faceva perfino con il berretto che aveva in testa.

Geppetto era molto lontano dalla spiaggia. Ma sembrava riconoscere il figlio, perché si è tolto il berretto anche lui. E lo ha salutato. Con i gesti gli ha fatto capire che voleva tornare indietro. Ma il mare era troppo grosso. Non poteva lavorare con il remo e non poteva avvicinarsi alla terra.

All'improvviso è arrivata un'onda terribile, e la barca è sparita. Tutti hanno aspettato di vedere la barca tornare a galla. Ma la barca non è più tornata.

— Pover'uomo! — hanno detto allora i pescatori riuniti sulla spiaggia. Hanno mormorato a bassa voce una preghiera. Poi si sono mossi per tornare alle loro case.

Ma ecco che hanno sentito un urlo disperato. Si sono voltati e hanno visto un ragazzetto. Dalla cima di uno scoglio si gettava in mare e gridava:

— Voglio salvare il mio babbo! —

Pinocchio era tutto di legno: galleggiava facilmente e nuotava come un pesce. Ora spariva sott'acqua, perché le onde lo portavano giù. Ora tornava fuori con una gamba o con un braccio, molto lontano dalla terra. Alla fine i pescatori non lo hanno più visto.

— Povero ragazzo! — hanno detto allora i pescatori riuniti sulla spiaggia. Hanno mormorato a bassa voce una preghiera, e sono tornati alle loro case.

### Glossario

- **umiliante**: che fa sentire piccolo e pieno di vergogna.
- **strada maestra**: strada grande e importante.
- **a occhio nudo**: con i propri occhi, senza strumenti.
- **presentimento**: sensazione di una cosa brutta che sta per succedere.
- **giace**: è sepolta, è sotto la terra.
- **marmo**: pietra bianca e dura.
- **eco**: voce che torna indietro dalle colline.
- **strofinato**: passato più volte con forza su una cosa.
- **tacchino**: grosso uccello da cortile.
- **rincorsa**: corsa breve per prendere velocità prima di un salto o di un volo.
- **giramenti di testa**: la sensazione che tutto gira intorno a te.
- **piume**: le parti leggere che coprono il corpo degli uccelli.
- **colombaia**: piccola casa dei colombi.
- **bacinella**: recipiente basso e largo per l'acqua.
- **vecce**: piante con semi piccoli, cibo per gli animali.
- **nausea**: il sentirsi male allo stomaco.
- **capricci**: voglie senza una vera ragione.
- **guscio di noce**: la parte dura che copre la noce.
- **scoglio**: grande pietra nel mare o sulla riva.
- **remo**: bastone lungo per muovere la barca.
- **a galla**: sopra l'acqua.
- **mormorato**: detto a voce molto bassa.
- **galleggiava**: stava sopra l'acqua senza andare giù.

## Capitolo XXIV. Pinocchio arriva all'isola delle «Api industriose» e ritrova la Fata.

Pinocchio voleva arrivare in tempo per aiutare il suo povero babbo. Con questa speranza ha nuotato tutta la notte.

E che notte orribile è stata! Ha piovuto tantissimo, è caduta la grandine, e ci sono stati tuoni terribili. E c'erano certi lampi che sembrava giorno!

Verso la mattina, Pinocchio ha visto una lunga striscia di terra, non molto lontano. Era un'isola in mezzo al mare.

Allora ha fatto di tutto per arrivare a quella spiaggia, ma non ci riusciva. Le onde correvano una dietro l'altra e salivano una sopra l'altra. Giocavano con lui come con un piccolo ramo o un filo di paglia. Alla fine, per sua fortuna, è arrivata un'onda molto grande e forte. L'onda lo ha gettato sulla sabbia della spiaggia.

Il colpo contro la terra è stato molto forte. Così gli hanno fatto crac tutte le costole e tutte le giunture. Ma Pinocchio si è consolato subito e ha detto:

— Anche questa volta mi sono salvato! —

Intanto, a poco a poco, il cielo è tornato sereno. Il sole è uscito, bello e pieno di luce. E il mare è diventato calmissimo, liscio come l'olio.

Allora il burattino ha steso i suoi vestiti al sole per asciugarli. Poi ha cominciato a guardare di qua e di là. Cercava su quella grande distesa d'acqua una piccola barca con un omino dentro. Ma ha guardato bene, e ha visto solo cielo, mare e qualche vela di nave. Le vele erano così lontane lontane che sembravano mosche.

— Ah, sapere almeno come si chiama quest'isola! — diceva. — Sapere almeno se qui vive gente buona! Voglio dire, gente che non ha l'abitudine di attaccare i ragazzi ai rami degli alberi! Ma a chi posso domandarlo? A chi, se non c'è nessuno?... —

Era solo, solo, solo, in mezzo a quella grande terra senza gente. Questa idea lo ha reso molto triste. Stava quasi per piangere. Ma tutto a un tratto ha visto passare un grosso pesce, vicino alla riva. Il pesce andava tranquillo per la sua strada, con tutta la testa fuori dell'acqua.

Il burattino non sapeva il suo nome. Allora ha gridato forte, per farsi sentire:

— Ehi, signor pesce, mi permette una parola?

— Anche due — ha risposto il pesce. Era un Delfino molto gentile. Ce ne sono pochi così in tutti i mari del mondo.

— Mi farebbe il piacere di dirmi una cosa? In quest'isola ci sono paesi dove si può mangiare, senza il pericolo di finire mangiati?

— Sicuro che ci sono! — ha risposto il Delfino. — Anzi, ne troverai uno non lontano da qui.

— E che strada devo fare per andarci?

— Devi prendere quella stradina là, a sinistra, e camminare sempre dritto davanti al naso. Non puoi sbagliare.

— Mi dica un'altra cosa. Lei passeggia per il mare tutto il giorno e tutta la notte. Ha incontrato per caso una piccola barchetta con dentro il mio babbo?

— E chi è il tuo babbo?

— È il babbo più buono del mondo. E io sono il figlio più cattivo.

— Questa notte c'è stata una grande tempesta — ha risposto il Delfino. — La barchetta è andata sott'acqua, credo.

— E il mio babbo?

— A quest'ora lo ha inghiottito il terribile Pesce-cane, credo. Da qualche giorno è venuto nelle nostre acque, e porta morte e distruzione.

— Ma è molto grosso questo Pesce-cane? — ha domandato Pinocchio. Cominciava già a tremare di paura.

— Se è grosso!... — ha risposto il Delfino. — Per darti un'idea, ti dico questo. È più grosso di un palazzo di cinque piani. E ha una bocca enorme, larga e profonda. Un treno intero, con la locomotiva accesa, ci passa comodamente.

— Mamma mia! — ha gridato il burattino, spaventato. Si è rivestito in fretta, si è voltato verso il Delfino e gli ha detto:

— Arrivederla, signor pesce. Scusi tanto il disturbo, e mille grazie della sua gentilezza. —

Poi ha preso subito la stradina e ha cominciato a camminare veloce. Era così veloce che quasi correva. A ogni piccolo rumore si voltava subito a guardare indietro. Aveva paura di vedere dietro di sé quel terribile Pesce-cane. Era grosso come una casa di cinque piani, e aveva un treno in bocca!

Ha camminato per più di mezz'ora, ed è arrivato a un piccolo paese. Era «il paese delle Api industriose.» Le strade erano piene di persone. Correvano di qua e di là per i loro lavori. Tutti lavoravano, tutti avevano qualcosa da fare. Anche a cercare con molta attenzione, non si trovava un pigro o un vagabondo.

— Ho capito — ha detto subito quel pigro di Pinocchio. — Questo paese non è fatto per me! Io non sono nato per lavorare! —

Intanto la fame lo tormentava, perché ormai non mangiava nulla da ventiquattro ore. Non aveva mangiato neanche un piatto di vecce.

Che cosa poteva fare?

Aveva solo due modi per mangiare qualcosa. Poteva chiedere un po' di lavoro. Oppure poteva chiedere l'elemosina: un soldo o un pezzo di pane.

Ma si vergognava di chiedere l'elemosina. Il suo babbo, infatti, gli aveva sempre detto una cosa. Solo i vecchi e i malati hanno il diritto di chiedere l'elemosina. I veri poveri di questo mondo sono quelli che non possono più lavorare. Sono vecchi o malati, e non possono guadagnarsi il pane con le loro mani. Solo loro meritano aiuto e compassione. Tutti gli altri devono lavorare. E se non lavorano e hanno fame, tanto peggio per loro.

In quel momento è passato per la strada un uomo tutto sudato e senza fiato. Da solo tirava con grande fatica due carretti pieni di carbone.

Pinocchio ha guardato il suo viso e ha pensato: «Questo è un buon uomo.» Si è avvicinato, ha abbassato gli occhi per la vergogna e gli ha detto piano:

— Mi dareste un soldo, per carità? Sto morendo di fame.

— Non un soldo solo — ha risposto il carbonaio. — Te ne do quattro. Ma devi aiutarmi a tirare questi due carretti di carbone fino a casa.

— Che cosa dite! — ha risposto il burattino, quasi offeso. — Dovete sapere una cosa: io non ho mai fatto il somaro! Io non ho mai tirato il carretto!

— Meglio per te! — ha risposto il carbonaio. — Allora, ragazzo mio, se hai davvero tanta fame, mangia due belle fette della tua superbia. E attento al mal di pancia! —

Dopo pochi minuti è passato per la strada un muratore. Portava sulle spalle un cesto di calce.

— Buon uomo, dareste un soldo, per carità, a un povero ragazzo? Ho tanta fame che sbadiglio.

— Volentieri — ha risposto il muratore. — Vieni con me a portare la calce, e invece di un soldo te ne darò cinque.

— Ma la calce è pesante — ha risposto Pinocchio — e io non voglio fare fatica.

— Se non vuoi fare fatica, allora, ragazzo mio, divertiti a sbadigliare. Ti farà bene! —

In meno di mezz'ora sono passate altre venti persone. Pinocchio ha chiesto a tutte un po' di elemosina, ma tutte gli hanno risposto:

— Non ti vergogni? Non stare qui a perdere tempo per la strada! Va' a cercare un po' di lavoro, e impara a guadagnarti il pane! —

Finalmente è passata una buona donnina, con due brocche d'acqua.

— Buona donna, mi lasciate bere un sorso d'acqua dalla vostra brocca? — ha chiesto Pinocchio. Aveva una sete terribile.

— Bevi pure, ragazzo mio! — ha detto la donnina, e ha posato le due brocche per terra.

Pinocchio ha bevuto moltissimo, come una spugna. Poi si è asciugato la bocca e ha detto a bassa voce:

— La sete è passata! Ah, far passare anche la fame!... —

La buona donnina ha sentito queste parole e ha detto subito:

— Mi aiuti a portare a casa una di queste brocche d'acqua? Allora ti darò un bel pezzo di pane. —

Pinocchio ha guardato la brocca, e non ha risposto né sì né no.

— E con il pane ti darò un bel piatto di cavolfiore — ha aggiunto la buona donna. — Con l'olio e l'aceto. —

Pinocchio ha guardato di nuovo la brocca, e non ha risposto né sì né no.

— E dopo il cavolfiore ti darò un bel confetto pieno di rosolio. —

Davanti a quest'ultima cosa buona, Pinocchio non ha più resistito. Ha preso coraggio e ha detto:

— Pazienza! Vi porterò la brocca fino a casa! —

La brocca era molto pesante. Il burattino non aveva la forza di portarla con le mani. E così l'ha portata sulla testa.

Sono arrivati a casa. La buona donnina ha fatto sedere Pinocchio a una piccola tavola già pronta. Poi gli ha messo davanti il pane, il cavolfiore condito e il confetto.

Pinocchio non ha mangiato: ha divorato. Il suo stomaco sembrava un quartiere vuoto, senza gente da cinque mesi.

A poco a poco la fame terribile si è calmata. Allora ha alzato la testa, per ringraziare la donna buona che lo aveva aiutato. Ma appena l'ha guardata in viso, ha fatto un lunghissimo *ohhh!* di meraviglia. È rimasto lì senza muoversi, con gli occhi spalancati e la forchetta per aria. Aveva la bocca piena di pane e di cavolfiore.

— Perché tutta questa meraviglia? — ha detto la buona donna, e rideva.

— È.... — ha risposto Pinocchio, e balbettava. — È.... è.... che voi somigliate.... voi mi ricordate.... Sì, sì, sì, la stessa voce.... gli stessi occhi.... gli stessi capelli.... Sì, sì, sì.... Anche voi avete i capelli turchini.... come lei! O Fatina mia!... O Fatina mia!... Ditemi che siete voi, proprio voi!... Non fatemi più piangere! Voi non lo sapete! Ho pianto tanto, ho sofferto tanto!... —

Mentre diceva queste parole, Pinocchio piangeva forte. Si è gettato in ginocchio per terra, e abbracciava le ginocchia di quella donnina misteriosa.

### Glossario

- **nuotato**: andato avanti nell'acqua con le braccia e le gambe.
- **piovuto**: caduta acqua dal cielo.
- **grandine**: piccoli pezzi di ghiaccio che cadono dal cielo.
- **gettato**: buttato con forza.
- **costole**: le ossa del petto.
- **giunture**: i punti del corpo dove due parti si uniscono.
- **crac**: il rumore di una cosa che si rompe.
- **consolato**: sentito meglio dopo un dolore o una paura.
- **liscio**: piatto, senza onde.
- **asciugarli**: togliere l'acqua da loro, farli tornare secchi.
- **distesa**: grande spazio aperto e piatto.
- **omino**: uomo piccolo.
- **inghiottito**: mandato giù senza masticare.
- **tremare**: muoversi un po' senza volerlo, per la paura o per il freddo.
- **locomotiva**: la macchina che tira il treno.
- **Api industriose**: api che lavorano molto; l'ape è un piccolo insetto che fa il miele.
- **pigro**: chi non ha voglia di lavorare.
- **vagabondo**: chi non ha una casa e va da un posto all'altro.
- **vecce**: piccoli semi, buoni soprattutto per gli animali.
- **elemosina**: soldi o cibo dati ai poveri.
- **compassione**: il sentire come proprio il dolore degli altri.
- **carbonaio**: uomo che lavora e vende il carbone.
- **superbia**: il pensare di essere migliore degli altri.
- **muratore**: uomo che costruisce case e muri.
- **sbadiglio**: apro la bocca senza volerlo, per fame, sonno o noia.
- **calce**: materiale bianco per costruire i muri.
- **brocca**: recipiente alto per l'acqua.
- **spugna**: cosa morbida che tiene molta acqua.
- **cavolfiore**: verdura bianca e rotonda.
- **confetto**: piccolo dolce con lo zucchero fuori.
- **rosolio**: bevanda dolce, con un po' di alcol.
- **divorato**: mangiato in fretta e con molta fame.
- **spalancati**: aperti del tutto.
- **balbettava**: parlava con fatica e ripeteva l'inizio delle parole.
- **turchini**: di colore blu.

## Capitolo XXV. Pinocchio promette alla Fata di esser buono e di studiare, perchè è stufo di fare il burattino e vuol diventare un bravo ragazzo.

All'inizio la buona donnina ha detto: «Io non sono la piccola Fata dai capelli turchini.» Ma poi ha capito che Pinocchio l'aveva scoperta. Non voleva continuare più quella commedia, e alla fine si è fatta riconoscere. Ha detto a Pinocchio:

— Birba di un burattino! Come hai fatto a capire che ero io?

— Me lo ha detto il grande bene che vi voglio.

— Ti ricordi, eh? Mi hai lasciato bambina, e ora mi trovi donna. Sono così donna che posso quasi essere la tua mamma.

— E io sono molto contento, perché così non vi chiamerò più sorellina. Vi chiamerò la mia mamma. È tanto tempo che desidero una mamma come tutti gli altri ragazzi!... Ma come avete fatto a crescere così presto?

— È un segreto.

— Insegnatemelo! Anch'io vorrei crescere un poco. Non lo vedete? Sono sempre rimasto piccolo piccolo.

— Ma tu non puoi crescere — ha risposto la Fata.

— Perché?

— Perché i burattini non crescono mai. Nascono burattini, vivono burattini e muoiono burattini.

— Oh! Sono stufo di essere sempre un burattino! — ha gridato Pinocchio. Si è dato un colpetto sulla testa. — È ora di diventare un uomo anch'io....

— E lo diventerai, se lo meriterai....

— Davvero? E che cosa posso fare per meritarlo?

— Una cosa facilissima: abituarti a essere un ragazzino perbene.

— Perché, non lo sono?

— Al contrario! I ragazzi perbene sono ubbidienti, e tu invece....

— E io non ubbidisco mai.

— I ragazzi perbene amano lo studio e il lavoro, e tu....

— E io, invece, perdo tempo e faccio il vagabondo tutto l'anno.

— I ragazzi perbene dicono sempre la verità....

— E io sempre le bugie.

— I ragazzi perbene vanno volentieri a scuola....

— E a me la scuola fa venire il mal di pancia. Ma da oggi voglio cambiare vita.

— Me lo prometti?

— Lo prometto. Voglio diventare un ragazzino perbene, e voglio dare gioia al mio babbo.... Dove sarà, il mio povero babbo, a quest'ora?

— Non lo so.

— Avrò mai la fortuna di rivederlo e di abbracciarlo?

— Credo di sì. Anzi, ne sono sicura. —

A questa risposta Pinocchio è diventato così felice che ha preso le mani della Fata. Ha cominciato a baciarle con tanta forza che sembrava quasi fuori di sé. Poi ha alzato il viso, l'ha guardata con amore e le ha domandato:

— Dimmi, mammina: allora non è vero che sei morta?

— Sembra di no — ha risposto la Fata, e sorrideva.

— Tu non sai che dolore ho provato! Avevo la gola tutta chiusa, quando ho letto *qui giace*....

— Lo so, ed è per questo che ti ho perdonato. Il tuo dolore era sincero, e così ho capito che hai il cuore buono. I ragazzi buoni di cuore a volte sono un po' monelli e hanno cattive abitudini. Ma da loro si può sempre sperare qualcosa: un giorno possono tornare sulla strada giusta. Ecco perché sono venuta a cercarti fin qui. Io sarò la tua mamma....

— Oh che bella cosa! — ha gridato Pinocchio, e saltava di gioia.

— Tu mi ubbidirai e farai sempre quello che ti dirò io.

— Volentieri, volentieri, volentieri!

— Da domani — ha aggiunto la Fata — comincerai ad andare a scuola. —

Pinocchio è diventato subito un po' meno allegro.

— Poi sceglierai l'arte o il mestiere che ti piace.... —

Pinocchio è diventato serio.

— Che cosa brontoli fra i denti? — ha domandato la Fata con voce offesa.

— Dicevo.... — ha detto piano il burattino. — Ormai per andare a scuola mi sembra un po' tardi....

— No, signore. Ricorda bene: per studiare e per imparare non è mai tardi.

— Ma io non voglio fare né arti né mestieri....

— Perché?

— Perché lavorare mi sembra una fatica.

— Ragazzo mio — ha detto la Fata. — Quelli che dicono così finiscono quasi sempre in prigione o all'ospedale. Ricorda bene: ricco o povero, ogni uomo in questo mondo deve fare qualcosa. Deve occuparsi di qualcosa, deve lavorare. Guai a chi si lascia prendere dall'ozio! L'ozio è una bruttissima malattia. Bisogna guarirla subito, fin da bambini. Se no, quando siamo grandi, non si guarisce più. —

Queste parole hanno toccato il cuore di Pinocchio. Ha alzato la testa con energia e ha detto alla Fata:

— Io studierò, io lavorerò, io farò tutto quello che mi dirai. Perché la vita del burattino ormai mi annoia. Voglio diventare un ragazzo a ogni costo. Me l'hai promesso, non è vero?

— Te l'ho promesso, e ora dipende da te.

### Glossario

- **commedia**: qui: il far finta di essere un'altra persona.
- **birba**: bambino cattivo ma simpatico.
- **stufo**: stanco di una cosa, che non la vuole più.
- **meriterai**: riceverai una cosa perché hai fatto bene.
- **perbene**: buono, educato e onesto.
- **ubbidienti**: che fanno quello che dicono i grandi.
- **vagabondo**: chi va in giro senza lavorare.
- **giace**: è sepolto, è sotto la terra.
- **perdonato**: non più arrabbiato per il male ricevuto.
- **sincero**: vero, che viene dal cuore.
- **monelli**: ragazzi vivaci che non ubbidiscono.
- **arte**: qui: lavoro fatto con le mani.
- **mestiere**: lavoro che una persona sa fare.
- **brontoli**: parli piano e con rabbia, perché non sei contento.
- **Guai**: parola per dire che arriverà una cosa brutta.
- **ozio**: il passare il tempo senza fare niente.
- **guarirla**: far finire la malattia.

## Capitolo XXVI. Pinocchio va co' suoi compagni di scuola in riva al mare, per vedere il terribile Pesce-cane.

Il giorno dopo Pinocchio è andato alla Scuola comunale.

Immaginate quei monelli, quando hanno visto entrare nella loro scuola un burattino! Hanno cominciato a ridere, e le risate non finivano più. Tutti gli facevano scherzi. Uno gli prendeva il berretto dalle mani. Uno gli tirava la giacca da dietro. Uno cercava di fargli con l'inchiostro due grandi baffi sotto il naso. E uno provava perfino a legargli dei fili ai piedi e alle mani. Voleva farlo ballare.

Per un po' Pinocchio è rimasto calmo e ha fatto finta di niente. Ma alla fine ha perso la pazienza. Si è voltato verso quelli che lo disturbavano di più e ridevano di lui. Ha detto con voce dura:

— Attenti, ragazzi: io non sono venuto qui per fare il vostro buffone. Io rispetto gli altri, e voglio rispetto anche per me.

— Bravo Berlicche! Hai parlato come un libro stampato! — hanno urlato quei monelli, e ridevano come matti. (Berlicche è un nome del diavolo.) Uno di loro, più maleducato degli altri, ha allungato la mano. Voleva prendere il burattino per la punta del naso.

Ma non ha fatto in tempo, perché Pinocchio ha allungato la gamba sotto il tavolo. Gli ha dato un calcio negli stinchi.

— Ohi! Che piedi duri! — ha urlato il ragazzo, e si toccava il livido del calcio.

— E che gomiti!... Anche più duri dei piedi! — ha detto un altro. Per i suoi scherzi stupidi aveva preso una gomitata nello stomaco.

Dopo quel calcio e quella gomitata, Pinocchio ha conquistato subito tutti i ragazzi della scuola. Tutti avevano per lui stima e simpatia. Tutti gli facevano mille carezze, e tutti gli volevano un gran bene.

E anche il maestro era contento di lui, perché lo vedeva attento, studioso, intelligente. Era sempre il primo a entrare nella scuola. Ed era sempre l'ultimo ad alzarsi in piedi, alla fine delle lezioni.

Pinocchio aveva un solo difetto: frequentava troppi compagni. E fra questi c'erano molti monelli. Erano famosi perché avevano poca voglia di studiare e di farsi onore.

Il maestro lo avvertiva tutti i giorni. Anche la buona Fata gli diceva e gli ripeteva molte volte:

— Attento, Pinocchio! Quei compagni di scuola sono cattivi. Prima o poi ti faranno perdere l'amore per lo studio. E forse ti porteranno anche qualche grossa disgrazia.

— Non c'è pericolo! — rispondeva il burattino. Alzava le spalle e si toccava con l'indice in mezzo alla fronte. Voleva dire: «Qui dentro c'è tanto cervello!»

Un bel giorno Pinocchio camminava verso la scuola. A un certo punto ha incontrato un gruppo dei soliti compagni. Loro gli sono venuti incontro e gli hanno detto:

— Sai la grande notizia?

— No.

— Qui nel mare vicino è arrivato un Pesce-cane grosso come una montagna.

— Davvero?... Forse è lo stesso Pesce-cane di quando è affogato il mio povero babbo?

— Noi andiamo alla spiaggia per vederlo. Vuoi venire anche tu?

— Io no: voglio andare a scuola.

— Che cosa t'importa della scuola? A scuola andremo domani. Con una lezione in più o una in meno, restiamo sempre gli stessi somari.

— E che cosa dirà il maestro?

— Il maestro può dire quello che vuole. Lo pagano apposta per brontolare tutti i giorni.

— E la mia mamma?

— Le mamme non sanno mai nulla — hanno risposto quei monelli.

— Sapete che cosa farò? — ha detto Pinocchio. — Il Pesce-cane voglio vederlo, per certe mie ragioni.... ma andrò a vederlo dopo la scuola.

— Povero stupido! — ha risposto uno del gruppo. — Un pesce così grosso non sta lì ad aspettare te! Appena si annoia, se ne va da un'altra parte, e non lo vedi più.

— Quanto tempo ci vuole da qui alla spiaggia? — ha domandato il burattino.

— In un'ora andiamo e torniamo.

— Allora, via! E chi corre di più è più bravo! — ha gridato Pinocchio.

Così è partito il gruppo di monelli. Avevano i libri e i quaderni sotto il braccio. Hanno cominciato a correre attraverso i campi. Pinocchio era sempre davanti a tutti. Sembrava avere le ali ai piedi.

Ogni tanto si voltava indietro e prendeva in giro i compagni, molto lontani da lui. Li vedeva stanchi, senza fiato, pieni di polvere, con la lingua fuori. E rideva di cuore. Povero sciocco! In quel momento non sapeva quali paure e quali orribili disgrazie lo aspettavano.

### Glossario

- **monelli**: ragazzi vivaci che non ubbidiscono.
- **berretto**: cappello morbido.
- **inchiostro**: liquido nero o blu per scrivere.
- **baffi**: i peli sopra la bocca di un uomo.
- **buffone**: chi fa ridere gli altri.
- **stinchi**: la parte davanti della gamba, sotto il ginocchio.
- **livido**: macchia scura sulla pelle dopo un colpo.
- **gomitata**: colpo dato con il gomito.
- **stima**: buona opinione di una persona.
- **carezze**: tocchi leggeri e gentili con la mano.
- **difetto**: lato negativo di una persona.
- **frequentava**: stava spesso insieme a qualcuno.
- **farsi onore**: fare bene le cose e avere la stima degli altri.
- **avvertiva**: diceva che c'era un pericolo.
- **disgrazia**: fatto molto brutto e triste.
- **indice**: il dito vicino al pollice.
- **affogato**: morto nell'acqua.
- **somari**: qui: ragazzi che non studiano e non sanno niente.
- **apposta**: proprio per questo motivo.
- **brontolare**: parlare piano e con rabbia, perché non si è contenti.
- **Pesce-cane**: enorme mostro del mare.

## Capitolo XXVII. Gran combattimento fra Pinocchio e i suoi compagni: uno dei quali essendo rimasto ferito, Pinocchio viene arrestato dai carabinieri.

Quando è arrivato alla spiaggia, Pinocchio ha guardato subito il mare con attenzione. Ma non ha visto nessun Pesce-cane. Il mare era tutto liscio, come un grande specchio.

— Ma il Pesce-cane dov'è? — ha domandato, e si è voltato verso i compagni.

— Forse è andato a fare colazione — ha risposto uno di loro, e rideva.

— O forse è andato a letto, per dormire un poco — ha aggiunto un altro. E rideva ancora più forte.

Da quelle risposte senza senso e da quelle risate stupide, Pinocchio ha capito tutto. I compagni gli avevano fatto un brutto scherzo. Gli avevano raccontato una cosa non vera. Si è offeso, e ha detto con voce arrabbiata:

— E ora? Che cosa ci avete guadagnato con la storia del Pesce-cane?

— Ci abbiamo guadagnato di sicuro!... — hanno risposto in coro quei monelli.

— E che cosa?

— Ti abbiamo fatto perdere la scuola, e sei venuto con noi. Non ti vergogni di essere così preciso e attento alle lezioni, tutti i giorni? Non ti vergogni di studiare così tanto?

— E se io studio, che cosa v'importa?

— A noi importa moltissimo, perché ci fai fare una brutta figura con il maestro....

— Perché?

— Perché gli scolari che studiano fanno sempre sembrare stupidi quelli come noi. Noi non abbiamo voglia di studiare. E non vogliamo sembrare stupidi! Anche noi abbiamo il nostro orgoglio!...

— E allora che cosa devo fare per farvi contenti?

— Devi odiare anche tu la scuola, la lezione e il maestro. Sono i nostri tre grandi nemici.

— E se io voglio continuare a studiare?

— Noi non ti guarderemo più in faccia, e alla prima occasione ti puniremo.

— Davvero, mi fate quasi ridere — ha detto il burattino. E ha scosso un po' la testa.

— Ehi, Pinocchio! — ha gridato allora il più grande di quei ragazzi. Si è avvicinato al suo viso. — Non fare il forte qui! Non fare tanto il galletto!... Perché se tu non hai paura di noi, neanche noi abbiamo paura di te! Ricordati che tu sei solo e noi siamo sette.

— Sette come i peccati mortali — ha detto Pinocchio con una grande risata. (In chiesa si parla di sette peccati mortali: sono i peccati più gravi.)

— Avete sentito? Ci ha offesi tutti! Ci ha chiamati peccati mortali!...

— Pinocchio! Chiedici scusa per l'offesa.... Se no, guai a te!...

— Cucù! — ha fatto il burattino. E si è battuto l'indice sulla punta del naso, per prenderli in giro.

— Pinocchio! Finirà male!...

— Cucù!

— Prenderai tanti colpi, come un somaro!...

— Cucù!

— Tornerai a casa con il naso rotto!...

— Cucù!

— Ora il Cucù te lo darò io! — ha gridato il più coraggioso di quei monelli. — Intanto prendi questo anticipo, e tienilo per la cena di stasera. —

E gli ha dato un pugno sulla testa.

Ma è stato, come si dice, colpo e risposta. Perché il burattino, naturalmente, ha risposto subito con un altro pugno. E lì, da un momento all'altro, tutti si sono messi a combattere con rabbia.

Pinocchio era solo, ma si difendeva come un eroe. Usava molto bene i suoi piedi di legno durissimo. Così i nemici restavano sempre lontani, con rispetto. Dove i suoi piedi arrivavano, lasciavano sempre un livido per ricordo.

Allora i ragazzi si sono arrabbiati, perché non potevano battersi con lui corpo a corpo. Così hanno deciso di tirare qualcosa contro di lui. Hanno aperto i fagotti dei loro libri di scuola. Hanno tirato i *Sillabari*, le *Grammatiche*, i *Giannettini* e i *Minuzzoli*. Hanno tirato i *Racconti* del Thouar, il *Pulcino* della Baccini e altri libri di scuola. Ma il burattino aveva l'occhio veloce e furbo, e abbassava sempre la testa in tempo. Così i libri gli passavano sopra la testa e cadevano tutti in mare.

Immaginate i pesci! I pesci pensavano: «Questa è roba da mangiare!» e salivano in gruppi in cima all'acqua. Ma prendevano in bocca qualche pagina o qualche copertina, e la sputavano subito. Facevano con la bocca una smorfia, e sembravano dire: «Questa roba non è per noi! Noi siamo abituati a mangiare molto meglio!»

Intanto la battaglia diventava sempre più feroce. A un certo punto un grosso Granchio è uscito dall'acqua. Piano piano è salito fino alla spiaggia. Poi ha gridato con una brutta voce, come una tromba raffreddata:

— Smettetela, birbanti che non siete altro! Queste battaglie con le mani fra ragazzi raramente finiscono bene. Succede sempre qualche disgrazia!... —

Povero Granchio! È stato come parlare al vento. Anzi, quella birba di Pinocchio si è voltato e lo ha guardato con occhi cattivi. Poi gli ha detto con maleducazione:

— Sta' zitto, Granchio noioso! È meglio se succhi due pastiglie di lichene. Così guarirai da questo raffreddore alla gola. Va' piuttosto a letto, e cerca di sudare!...

In quel momento i ragazzi avevano ormai finito di tirare tutti i loro libri. Hanno visto lì vicino il fagotto dei libri del burattino. Lo hanno preso in un attimo.

Fra questi libri c'era un volume con la copertina di cartone grosso. Il dorso e gli angoli erano di pergamena. Era un *Trattato di Aritmetica*. Immaginate quanto era pesante!

Uno di quei monelli ha preso il libro. Ha mirato alla testa di Pinocchio. Poi lo ha tirato con tutta la sua forza. Ma invece di colpire il burattino, ha colpito alla testa uno dei compagni. Il ragazzo è diventato bianco come un panno lavato, e ha detto solo queste parole:

— O mamma mia.... aiutatemi, perché muoio!... — Poi è caduto disteso sulla sabbia della spiaggia.

Quando hanno visto quel piccolo morto, i ragazzi si sono spaventati. Sono scappati di corsa, e in pochi minuti non si vedevano più.

Ma Pinocchio è rimasto lì. Anche lui era più morto che vivo, per il dolore e per la paura. Eppure è corso a bagnare il suo fazzoletto nell'acqua del mare. Poi ha cominciato a bagnare la tempia del suo povero compagno di scuola. Intanto piangeva forte, era disperato, lo chiamava per nome e gli diceva:

— Eugenio!... Povero Eugenio mio!... Apri gli occhi e guardami!... Perché non mi rispondi? Non sono stato io, sai, a farti tanto male! Credimi, non sono stato io!... Apri gli occhi, Eugenio.... Se tieni gli occhi chiusi, farai morire anche me.... O Dio mio! Come farò ora a tornare a casa?... Con che coraggio potrò guardare la mia buona mamma? Che cosa sarà di me?... Dove scapperò?... Dove andrò a nascondermi?... Ho fatto male a non andare a scuola! Mille volte male!... Perché ho ascoltato questi compagni? Sono la mia rovina! E il maestro me l'aveva detto!... E la mia mamma me l'aveva ripetuto: «Attento ai cattivi compagni!» Ma io sono un testardo.... un gran testardo.... Lascio parlare tutti, e poi faccio sempre come voglio io! E dopo devo pagare.... E così, da quando sono al mondo, non ho mai avuto un quarto d'ora di bene. Dio mio! Che cosa sarà di me, che cosa sarà di me, che cosa sarà di me? —

E Pinocchio continuava a piangere, a gridare e a darsi pugni sulla testa. Chiamava per nome il povero Eugenio. A un tratto ha sentito un rumore sordo di passi che si avvicinavano.

Si è voltato: erano due carabinieri.

— Che cosa fai qui steso per terra? — hanno domandato a Pinocchio.

— Aiuto questo mio compagno di scuola.

— Si è sentito male?

— Sembra di sì!...

— Altro che male! — ha detto uno dei carabinieri. Si è chinato e ha guardato Eugenio da vicino. — Questo ragazzo ha una ferita alla tempia. Chi l'ha ferito?

— Io no! — ha balbettato il burattino, senza più fiato.

— Se non sei stato tu, allora chi l'ha ferito?

— Io no! — ha ripetuto Pinocchio.

— E con che cosa l'hanno ferito?

— Con questo libro. — E il burattino ha raccolto da terra il *Trattato di Aritmetica*. Era il libro con il cartone e la pergamena. Lo ha mostrato al carabiniere.

— E questo libro di chi è?

— Mio.

— Basta così: non serve altro. Alzati subito, e via con noi.

— Ma io....

— Via con noi!...

— Ma io sono innocente....

— Via con noi! —

Prima di partire, i carabinieri hanno chiamato alcuni pescatori. In quel momento passavano con la loro barca vicino alla spiaggia. I carabinieri hanno detto loro:

— Vi lasciamo questo ragazzo ferito alla testa. Portatelo a casa vostra e curatelo. Domani torneremo a vederlo. —

Poi si sono voltati verso Pinocchio. Lo hanno messo in mezzo a loro due. Poi gli hanno ordinato con voce da soldati:

— Avanti! E cammina veloce! Se no, peggio per te! —

Il burattino non ha aspettato un altro ordine. Ha cominciato a camminare sulla stradina che portava al paese. Ma il poverino non sapeva più neanche dov'era. Gli sembrava di sognare, e che brutto sogno! Era fuori di sé. I suoi occhi vedevano tutto doppio, e le gambe gli tremavano. La lingua era rimasta attaccata al palato, e non poteva dire una sola parola. Eppure, in mezzo a quella confusione, aveva un pensiero. Gli pungeva il cuore come una spina acutissima. Doveva passare sotto le finestre della sua buona Fata, in mezzo ai carabinieri! Preferiva morire.

Erano già arrivati e stavano per entrare in paese. Proprio allora un colpo di vento forte ha portato via il berretto di Pinocchio. Il berretto è volato a una decina di passi.

— Posso andare a prendere il mio berretto? — ha detto il burattino ai carabinieri.

— Vai pure, ma fa' presto. —

Il burattino è andato e ha raccolto il berretto.... Ma non se l'è messo in testa. Se l'è messo in bocca, fra i denti. Poi ha cominciato a correre a tutta velocità verso la spiaggia. Andava via come una palla di fucile.

I carabinieri hanno capito che era difficile prenderlo. Allora hanno mandato dietro di lui un grosso can mastino. Quel cane aveva vinto il primo premio a tutte le corse dei cani. Pinocchio correva, e il cane correva più di lui. Così tutta la gente guardava dalle finestre e si riuniva in mezzo alla strada. Tutti volevano vedere la fine di quella corsa così feroce. Ma non hanno potuto vederla. Perché il can mastino e Pinocchio hanno alzato lungo la strada tanta polvere. Così, dopo pochi minuti, non si vedeva più nulla.

### Glossario

- **galletto**: giovane gallo; qui: ragazzo che vuole sembrare forte.
- **peccati mortali**: azioni molto cattive per la religione.
- **anticipo**: prima parte di un pagamento; qui: il primo pugno.
- **fagotti**: pacchi di cose legate insieme.
- **smorfia**: espressione brutta fatta con la bocca o con il viso.
- **Granchio**: animale del mare con dieci zampe e due pinze.
- **birbanti**: ragazzi cattivi.
- **pastiglie di lichene**: piccole caramelle che fanno bene alla gola.
- **sudare**: perdere acqua dalla pelle, per il caldo o per la fatica.
- **dorso**: la parte del libro dove sono unite le pagine.
- **pergamena**: pelle di animale preparata, usata nei libri antichi.
- **Trattato di Aritmetica**: libro di scuola sui numeri e sui calcoli.
- **mirato**: ha guardato bene il punto da colpire.
- **fazzoletto**: piccolo pezzo di stoffa per il naso e per gli occhi.
- **tempia**: la parte della testa vicino all'occhio.
- **rovina**: grande male, causa di tutti i problemi.
- **testardo**: chi non cambia mai idea e non ascolta nessuno.
- **sordo**: qui: basso e poco chiaro.
- **carabinieri**: soldati che fanno rispettare la legge.
- **balbettato**: ha parlato con fatica, ripetendo i suoni.
- **innocente**: chi non ha fatto niente di male.
- **palato**: la parte alta della bocca.
- **spina**: piccola punta dura di una pianta.
- **berretto**: cappello morbido.
- **fucile**: arma lunga che spara.
- **can mastino**: grosso cane forte.

## Capitolo XXVIII. Pinocchio corre pericolo di esser fritto in padella, come un pesce.

Durante quella corsa disperata c'è stato un momento terribile. In quel momento Pinocchio ha pensato: «Sono perduto!» Dovete sapere che il can mastino si chiamava Alidoro. Alidoro correva e correva, e ormai lo aveva quasi raggiunto.

Il burattino sentiva dietro di sé il respiro pesante di quella brutta bestia. Era a un palmo di distanza. Sentiva perfino il suo fiato caldo.

Per fortuna la spiaggia era ormai vicina, e il mare era lì a pochi passi.

Appena è arrivato sulla spiaggia, il burattino ha fatto un bellissimo salto, come una rana. Poi è caduto in mezzo all'acqua. Alidoro invece voleva fermarsi. Ma correva troppo forte, ed è entrato nell'acqua anche lui. E quel povero cane non sapeva nuotare! Così ha cominciato subito a muovere le zampe per restare a galla. Ma più le muoveva, più la testa andava sott'acqua.

Quando ha rimesso fuori la testa, il povero cane aveva gli occhi pieni di paura. Erano spalancati e strani. Abbaiava e gridava:

— Affogo! Affogo!

— Muori! — gli ha risposto Pinocchio da lontano. Ormai si sentiva sicuro, senza nessun pericolo.

— Aiutami, Pinocchio mio!... Salvami dalla morte!... —

A quelle grida disperate il burattino ha provato pietà. In fondo aveva un cuore ottimo. Si è voltato verso il cane e gli ha detto:

— Ma se io ti aiuto, mi prometti una cosa? Non mi darai più fastidio e non mi correrai dietro?

— Te lo prometto! Te lo prometto! Fa' presto, per carità! Se aspetti un altro mezzo minuto, sono morto. —

Per un poco Pinocchio non ha saputo che cosa fare. Ma poi si è ricordato delle parole del suo babbo. Il babbo gli aveva detto tante volte: «Con una buona azione non si perde mai.» Così è andato a nuoto da Alidoro. Lo ha preso per la coda con tutte e due le mani. E lo ha portato sano e salvo sulla sabbia asciutta della spiaggia.

Il povero cane non stava più in piedi. Senza volerlo aveva bevuto tanta acqua salata che era gonfio come un pallone. Ma il burattino non voleva fidarsi troppo. Ha pensato: «È più prudente tornare in mare.» Si è buttato di nuovo in acqua. Si è allontanato dalla spiaggia e ha gridato all'amico salvato:

— Addio, Alidoro. Buon viaggio, e tanti saluti a casa.

— Addio, Pinocchio — ha risposto il cane. — Mille grazie: mi hai salvato dalla morte. Tu mi hai fatto un grande favore. In questo mondo è così. Quel che è fatto è reso: chi riceve un aiuto, poi lo restituisce. Se capita l'occasione, ci parleremo ancora.... —

Pinocchio ha continuato a nuotare, sempre vicino alla terra. Finalmente gli è sembrato di essere in un luogo sicuro. Ha guardato la spiaggia e ha visto sugli scogli una specie di grotta. Dalla grotta usciva una lunghissima colonna di fumo.

— In quella grotta — ha detto fra sé — ci deve essere del fuoco. Tanto meglio! Andrò ad asciugarmi e a scaldarmi. E poi?... E poi si vedrà. —

Ha deciso così e si è avvicinato agli scogli. Ma quando stava per salire, ha sentito qualcosa sotto l'acqua. Quella cosa saliva, saliva, saliva e lo portava per aria. Ha provato subito a scappare, ma ormai era tardi. Infatti, con sua grandissima meraviglia, si è trovato chiuso dentro una grossa rete. Intorno a lui c'erano tanti pesci di ogni forma e grandezza. Muovevano la coda e si agitavano come tante anime disperate.

Nello stesso momento ha visto uscire dalla grotta un pescatore. Era brutto, così brutto che sembrava un mostro marino. Invece dei capelli aveva sulla testa un cespuglio foltissimo di erba verde. Verde era la pelle del suo corpo, verdi gli occhi, verde la barba lunghissima. La barba scendeva fin quaggiù. Sembrava una grossa lucertola verde, in piedi sulle zampe di dietro.

Quando il pescatore ha tirato fuori la rete dal mare, ha gridato tutto contento:

— Grazie al cielo! Anche oggi potrò fare una bella mangiata di pesce!

— Meno male che io non sono un pesce! — ha detto Pinocchio fra sé, e ha ripreso un po' di coraggio.

Il pescatore ha portato la rete piena di pesci dentro la grotta. Era una grotta buia e piena di fumo. In mezzo friggeva una grande padella d'olio. L'olio mandava un odore di candela spenta, così forte che toglieva il respiro.

— Ora vediamo un po' che pesci abbiamo preso! — ha detto il pescatore verde. Ha messo nella rete una mano enorme, grande come una pala da fornaio. E ha tirato fuori una manciata di triglie.

— Buone queste triglie! — ha detto. Le ha guardate e le ha annusate, tutto contento. Poi le ha buttate in una conca senz'acqua.

Ha ripetuto la stessa cosa molte volte. Tirava fuori gli altri pesci, gli veniva l'acquolina in bocca, e tutto felice diceva:

— Buoni questi naselli!...

— Squisiti questi muggini!...

— Deliziose queste sogliole!...

— Ottimi questi ragnotti!...

— Carine queste acciughe con la testa! —

Come potete immaginare, i naselli e i muggini sono finiti tutti in disordine nella conca. Anche le sogliole, i ragnotti e le acciughe sono finiti lì. Facevano compagnia alle triglie.

L'ultimo nella rete era Pinocchio.

Il pescatore lo ha tirato fuori. Subito, per la meraviglia, ha spalancato i suoi occhioni verdi. Ha gridato quasi con paura:

— Che razza di pesce è questo? Non ricordo di avere mai mangiato pesci fatti così. —

Lo ha guardato di nuovo con attenzione, da tutte le parti. Alla fine ha detto:

— Ho capito: deve essere un granchio di mare. —

Allora Pinocchio si è sentito offeso, perché il pescatore lo aveva preso per un granchio. Ha detto con voce dura:

— Ma che granchio e non granchio? Guardi come mi tratta! Io, per sua informazione, sono un burattino.

— Un burattino? — ha risposto il pescatore. — Dico la verità, il pesce burattino per me è un pesce nuovo! Meglio così! Ti mangerò più volentieri.

— Mangiarmi? Ma vuole capire che io non sono un pesce? Non sente che parlo e ragiono come lei?

— È verissimo — ha risposto il pescatore. — Tu sei un pesce, e hai la fortuna di parlare e di ragionare come me. Perciò voglio trattarti con rispetto anch'io.

— E qual è questo rispetto?...

— Come segno di amicizia e di stima particolare, lascerò a te la scelta della cottura. Preferisci la padella, fritto nell'olio? Oppure preferisci il tegame, con la salsa di pomodoro?

— A dire la verità — ha risposto Pinocchio — se devo scegliere, preferisco essere libero. Così posso tornare a casa mia.

— Tu scherzi! Io non voglio perdere l'occasione di assaggiare un pesce così raro. Un pesce burattino non si trova tutti i giorni in questi mari. Lascia fare a me. Ti friggerò in padella con tutti gli altri pesci, e sarai contento. Finire fritto in compagnia è sempre una consolazione. —

A queste parole, l'infelice Pinocchio ha cominciato a piangere, a gridare e a pregare. Piangeva e diceva:

— Ho fatto male a non andare a scuola!... Ho voluto ascoltare i compagni, e ora pago!... Ih!... Ih!... Ih!... —

Pinocchio si agitava come un'anguilla. Faceva sforzi incredibili per scappare dalle mani del pescatore verde. Allora il pescatore ha preso un bel giunco. Con il giunco ha legato Pinocchio per le mani e i piedi, come un salame. Poi lo ha buttato in fondo alla conca con gli altri.

Poi ha tirato fuori un brutto vassoio di legno, pieno di farina. Ha cominciato a infarinare tutti quei pesci. Li infarinava e subito li buttava a friggere nella padella.

I primi a ballare nell'olio bollente sono stati i poveri naselli. Poi è toccato ai ragnotti, poi ai muggini, poi alle sogliole e alle acciughe. E poi è venuto il turno di Pinocchio. Si vedeva così vicino alla morte (e che brutta morte!). Aveva tanta paura e tremava tanto! Perciò non aveva più né voce né fiato per pregare.

Il povero ragazzo pregava con gli occhi! Ma il pescatore verde non lo ha neanche guardato. Lo ha girato cinque o sei volte nella farina. Lo ha infarinato così bene, dalla testa ai piedi, che sembrava un burattino di gesso.

Poi lo ha preso per la testa, e....

### Glossario

- **mastino**: grosso cane forte.
- **palmo**: la larghezza di una mano aperta.
- **rana**: piccolo animale verde che vive vicino all'acqua e salta.
- **nuotare**: muoversi nell'acqua con le braccia e le gambe.
- **zampe**: le gambe degli animali.
- **a galla**: sopra l'acqua, senza andare giù.
- **rimesso**: messo di nuovo.
- **spalancati**: aperti il più possibile.
- **affogo**: muoio nell'acqua perché non posso respirare.
- **pietà**: il sentimento di chi soffre per il dolore di un altro.
- **asciutta**: senza acqua.
- **gonfio**: molto più grande del normale, pieno d'aria o d'acqua.
- **fidarsi**: credere che una persona è buona e non fa del male.
- **prudente**: che sta attento e non corre pericoli.
- **allontanato**: andato più lontano.
- **scogli**: grandi pietre vicino al mare.
- **grotta**: apertura grande e buia nella roccia.
- **asciugarmi**: togliere l'acqua dal mio corpo.
- **scaldarmi**: far diventare caldo il mio corpo.
- **rete**: oggetto fatto di fili per prendere i pesci.
- **cespuglio**: pianta bassa con molti rami e foglie.
- **foltissimo**: molto pieno, con tanti fili vicini tra loro.
- **lucertola**: piccolo animale con quattro zampe e una lunga coda.
- **friggeva**: cuoceva nell'olio bollente.
- **padella**: recipiente basso con un manico, per cuocere il cibo.
- **pala**: grande strumento piatto con un manico lungo.
- **fornaio**: persona che fa il pane.
- **manciata**: quantità che sta in una mano.
- **annusate**: avvicinate al naso per sentire l'odore.
- **acquolina in bocca**: la voglia di mangiare una cosa buona.
- **conca**: grande recipiente basso.
- **triglie**: piccoli pesci rossi.
- **naselli, muggini, sogliole, ragnotti**: tipi di pesce.
- **squisiti**: molto buoni da mangiare.
- **acciughe**: piccoli pesci di mare.
- **granchio**: animale di mare con un guscio duro e due grandi pinze.
- **fritto**: cotto nell'olio bollente.
- **tegame**: recipiente basso per cuocere il cibo.
- **consolazione**: cosa che fa stare meglio chi è triste.
- **anguilla**: pesce lungo e sottile, come un serpente.
- **giunco**: pianta lunga e sottile, usata per legare.
- **salame**: carne di maiale in forma lunga, legata con lo spago.
- **vassoio**: piatto grande e piano per portare le cose.
- **infarinare**: coprire di farina.
- **gesso**: materiale bianco e duro.

## Capitolo XXIX. Ritorna a casa della Fata, la quale gli promette che il giorno dopo non sarà più un burattino, ma diventerà un ragazzo. Gran colazione di caffè-e-latte per festeggiare questo grande avvenimento.

Il pescatore stava proprio per buttare Pinocchio nella padella. In quel momento è entrato nella grotta un grosso cane. L'odore forte e buono della frittura lo aveva portato lì.

— Via di qui! — gli ha gridato il pescatore. Lo minacciava, e teneva sempre in mano il burattino infarinato.

Ma il povero cane aveva una fame per quattro. Mugolava e muoveva la coda, e sembrava dire:

— Dammi un boccone di frittura e ti lascio in pace.

— Via di qui, ti dico! — ha ripetuto il pescatore, e ha allungato la gamba per dargli un calcio.

Quel cane, quando aveva fame davvero, non accettava scherzi da nessuno. Allora si è voltato verso il pescatore con rabbia. Gli ha mostrato i suoi denti terribili.

In quel momento si è sentita nella grotta una vocina debole debole. Ha detto:

— Salvami, Alidoro! Se non mi salvi, sono fritto!... —

Il cane ha riconosciuto subito la voce di Pinocchio. Con grandissima meraviglia ha capito una cosa. La vocina usciva da quel fagotto infarinato, nella mano del pescatore.

Allora che cosa fa? Fa un gran salto da terra e prende in bocca quel fagotto infarinato. Lo tiene piano piano con i denti ed esce di corsa dalla grotta. E via, veloce come un lampo!

Il pescatore era arrabbiatissimo. Il cane gli aveva portato via dalle mani un pesce, e lui voleva tanto mangiarlo! Ha provato a correre dietro al cane. Ma dopo pochi passi ha cominciato a tossire forte, ed è dovuto tornare indietro.

Intanto Alidoro ha ritrovato la stradina che portava al paese. Si è fermato e ha posato piano per terra l'amico Pinocchio.

— Ti devo ringraziare tanto! — ha detto il burattino.

— Non serve — ha risposto il cane. — Tu hai salvato me. Quel che è fatto è reso. Si sa: in questo mondo dobbiamo aiutarci tutti, gli uni con gli altri.

— Ma come sei arrivato in quella grotta?

— Ero sempre qui steso sulla spiaggia, più morto che vivo. Poi il vento mi ha portato da lontano un odorino di frittura. Quell'odorino mi ha fatto venire fame, e io l'ho seguito. Se arrivavo un minuto più tardi!...

— Non me lo dire! — ha urlato Pinocchio, e tremava ancora di paura. — Non me lo dire! Se tu arrivavi un minuto più tardi, a quest'ora io ero fritto, mangiato e digerito. Brrr! Mi vengono i brividi solo a pensarci!... —

Alidoro ha riso e ha allungato la zampa destra verso il burattino. Il burattino l'ha stretta forte forte, in segno di grande amicizia. Poi si sono lasciati.

Il cane ha ripreso la strada di casa. Pinocchio è rimasto solo, ed è andato a una capanna lì vicino. Sulla porta c'era un vecchietto, che si scaldava al sole. Pinocchio gli ha domandato:

— Scusate, buon uomo, sapete qualcosa di un povero ragazzo ferito alla testa? Si chiamava Eugenio.

— Alcuni pescatori hanno portato il ragazzo in questa capanna, e ora....

— Forse ora è morto!... — ha interrotto Pinocchio con grande dolore.

— No: ora è vivo, ed è già tornato a casa sua.

— Davvero?... Davvero?... — ha gridato il burattino, e saltava di gioia. — Allora la ferita non era grave?...

— Ma poteva essere gravissima e anche mortale — ha risposto il vecchietto. — Perché gli hanno tirato sulla testa un grosso libro con la copertina di cartone.

— E chi gliel'ha tirato?

— Un suo compagno di scuola: un certo Pinocchio....

— E chi è questo Pinocchio? — ha domandato il burattino. Faceva finta di non sapere nulla.

— Dicono che è un ragazzaccio, un vagabondo, un vero pericolo.

— Calunnie! Tutte calunnie!

— Lo conosci tu questo Pinocchio?

— Di vista! — ha risposto il burattino.

— E tu che cosa pensi di lui? — gli ha chiesto il vecchietto.

— A me sembra un ragazzo molto buono, pieno di voglia di studiare. È ubbidiente, e vuole bene al suo babbo e alla sua famiglia.... —

Il burattino diceva tranquillo tutte queste bugie. Intanto si è toccato il naso. Era cresciuto di più di un palmo. Allora, tutto spaventato, ha cominciato a gridare:

— Non ascoltate, buon uomo, tutto il bene che vi ho detto. Perché io conosco benissimo Pinocchio. Anch'io posso dirvi che è davvero un ragazzaccio, un disubbidiente e un pigro. Invece di andare a scuola, va con i compagni a fare il monello! —

Appena ha detto queste parole, il suo naso si è accorciato. È tornato normale, come prima.

— E perché sei tutto bianco così? — gli ha domandato a un tratto il vecchietto.

— Vi dirò.... Senza accorgermi, ho toccato un muro appena dipinto di bianco — ha risposto il burattino. Si vergognava di raccontare la verità. Lo avevano infarinato come un pesce, per friggerlo in padella.

— E che cosa hai fatto della tua giacca, dei tuoi pantaloncini e del tuo berretto?

— Ho incontrato i ladri e mi hanno portato via tutto. Dite, buon vecchio, non avete per caso qualche vestito per me? Mi basta poco, per tornare a casa.

— Ragazzo mio, come vestiti io ho solo un piccolo sacchetto, dove tengo i lupini. Se lo vuoi, prendilo: eccolo là. —

Pinocchio non ha aspettato un altro invito. Ha preso subito il sacchetto dei lupini, che era vuoto. Con le forbici ha fatto un piccolo buco nel fondo e due buchi ai lati. Poi lo ha messo come una camicia. Così, vestito molto leggero, si è avviato verso il paese. Ma lungo la strada non era per niente tranquillo. Infatti faceva un passo avanti e uno indietro, e parlava da solo:

— Come farò a presentarmi alla mia buona Fatina? Che cosa dirà quando mi vedrà?... Mi perdonerà questa seconda birichinata?... Scommetto che non me la perdona!... Oh! Non me la perdona di certo!... E me lo merito, perché io sono un monello. Prometto sempre di cambiare, e poi non lo faccio mai!... —

È arrivato al paese che era già notte buia. Il tempo era brutto e pioveva moltissimo. Così è andato dritto dritto alla casa della Fata. Voleva bussare alla porta e farsi aprire.

Ma quando è arrivato lì, ha perso il coraggio. Invece di bussare, si è allontanato di corsa, una ventina di passi. Poi è tornato una seconda volta alla porta, e non ha fatto nulla. Poi si è avvicinato una terza volta, e nulla. La quarta volta ha preso in mano il battente di ferro. Tremava, e ha dato un piccolo colpetto.

Aspetta, aspetta, finalmente, dopo mezz'ora, si è aperta una finestra dell'ultimo piano. (La casa aveva quattro piani.) Pinocchio ha visto alla finestra una grossa Lumaca, con una piccola luce accesa sulla testa. La Lumaca ha detto:

— Chi è a quest'ora?

— La Fata è in casa? — ha domandato il burattino.

— La Fata dorme e nessuno deve svegliarla. Ma tu chi sei?

— Sono io!

— Chi io?

— Pinocchio.

— Chi Pinocchio?

— Il burattino, quello che abita con la Fata.

— Ah! Ho capito — ha detto la Lumaca. — Aspettami lì. Ora scendo e ti apro subito.

— Fate presto, per carità, perché muoio di freddo.

— Ragazzo mio, io sono una Lumaca, e le Lumache non hanno mai fretta. —

Intanto è passata un'ora, ne sono passate due, e la porta non si apriva. Pinocchio tremava per il freddo, per la paura e per l'acqua addosso. Così si è fatto coraggio e ha bussato una seconda volta, più forte.

A quel secondo colpo si è aperta una finestra del piano di sotto. Si è affacciata la solita Lumaca.

— Lumachina bella — ha gridato Pinocchio dalla strada — sono due ore che aspetto! E due ore, in questa brutta sera, sono più lunghe di due anni. Fate presto, per carità.

— Ragazzo mio — ha risposto dalla finestra quella bestiola calma e tranquilla. — Ragazzo mio, io sono una Lumaca, e le Lumache non hanno mai fretta. — E la finestra si è richiusa.

Poco dopo è suonata la mezzanotte, poi l'una, poi le due. E la porta era sempre chiusa.

Allora Pinocchio ha perso la pazienza. Ha preso con rabbia il battente, per dare un colpo fortissimo. Voleva far tremare tutta la casa. Ma il battente di ferro è diventato a un tratto un'anguilla viva. L'anguilla gli è scivolata dalle mani. È sparita in un piccolo fiume d'acqua, in mezzo alla strada.

— Ah! Sì? — ha gridato Pinocchio, sempre più arrabbiato. — Se il battente è sparito, io continuerò a bussare con i calci. —

Si è tirato un poco indietro e ha dato un calcio fortissimo alla porta. Il colpo è stato così forte che il piede è entrato a metà nel legno. Il burattino ha provato a tirarlo fuori, ma era tutta fatica inutile. Il piede era rimasto dentro, fermo come un chiodo.

Immaginate il povero Pinocchio! Ha dovuto passare così tutto il resto della notte. Aveva un piede per terra e l'altro per aria.

La mattina, all'alba, finalmente la porta si è aperta. Quella brava bestiola della Lumaca è scesa dal quarto piano alla porta. Ci ha messo solo nove ore. Certo ha sudato molto!

— Che cosa fate con quel piede nella porta? — ha domandato la Lumaca al burattino, e rideva.

— È stata una disgrazia. Vedete un po', Lumachina bella, se potete liberarmi da questa tortura.

— Ragazzo mio, qui serve un falegname, e io non ho mai fatto il falegname.

— Pregate la Fata per me!...

— La Fata dorme e nessuno deve svegliarla.

— Ma che cosa devo fare, inchiodato tutto il giorno a questa porta?

— Divertiti a contare le formiche che passano per la strada.

— Portatemi almeno qualcosa da mangiare, perché non ho più forze.

— Subito! — ha detto la Lumaca.

Infatti, dopo tre ore e mezzo, Pinocchio l'ha vista tornare. Aveva un vassoio d'argento sulla testa. Nel vassoio c'erano un pane, un pollo arrosto e quattro albicocche mature.

— Ecco la colazione che vi manda la Fata — ha detto la Lumaca.

Davanti a tutta quella buona roba, il burattino si è sentito molto meglio. Ma quale delusione, quando ha cominciato a mangiare! Il pane era di gesso, il pollo di cartone, e le quattro albicocche di alabastro. Erano colorate come albicocche vere.

Voleva piangere, voleva disperarsi, voleva buttare via il vassoio e tutto quello che c'era dentro. Ma invece, forse per il grande dolore, forse per la fame, è caduto svenuto.

Quando si è risvegliato, era steso su un divano, e la Fata era accanto a lui.

— Anche questa volta ti perdono — gli ha detto la Fata. — Ma guai a te, se ne fai un'altra delle tue!... —

Pinocchio ha promesso e ha giurato: «Studierò, e mi comporterò sempre bene!» E ha mantenuto la parola per tutto il resto dell'anno. Infatti ci sono stati gli esami prima delle vacanze. Pinocchio ha avuto l'onore di essere il più bravo della scuola. Anche il suo comportamento, in generale, è stato molto buono. Così la Fata, tutta contenta, gli ha detto:

— Domani finalmente il tuo desiderio si realizzerà!

— Cioè?

— Domani finirai di essere un burattino di legno, e diventerai un ragazzo perbene. —

Chi non ha visto la gioia di Pinocchio per questa notizia non potrà mai immaginarla. L'aspettava da tanto tempo! Il giorno dopo la Fata voleva offrire una grande colazione a casa sua. Bisognava invitare tutti gli amici e i compagni di scuola di Pinocchio. Tutti insieme dovevano festeggiare il grande avvenimento. La Fata aveva fatto preparare duecento tazze di caffè-e-latte e quattrocento panini. I panini avevano il burro dentro e fuori. Quella giornata prometteva di essere molto bella e molto allegra: ma....

Purtroppo, nella vita dei burattini, c'è sempre un ma, che sciupa ogni cosa.

### Glossario

- **padella**: recipiente basso con un manico, per cuocere il cibo.
- **frittura**: pesce o altro cibo cotto nell'olio bollente.
- **minacciava**: faceva capire: «Ti faccio del male!»
- **mugolava**: faceva un verso lungo e triste, come un cane.
- **boccone**: piccola quantità di cibo, quella che sta in bocca.
- **allungato**: steso in avanti.
- **fritto**: cotto nell'olio bollente.
- **fagotto**: cose chiuse male dentro un panno o dentro una carta.
- **lampo**: luce forte e veloce nel cielo, durante un temporale.
- **arrabbiatissimo**: molto, molto arrabbiato.
- **tossire**: fare un forte rumore con la gola, come quando uno è malato.
- **tremava**: si muoveva tutto, per il freddo o per la paura.
- **digerito**: lavorato dallo stomaco, dopo il pasto.
- **brividi**: piccoli movimenti del corpo, per il freddo o per la paura.
- **zampa**: la gamba di un animale.
- **capanna**: piccola casa povera.
- **scaldava**: faceva diventare caldo il suo corpo.
- **calunnie**: cose false e cattive dette contro una persona.
- **vagabondo**: persona che va in giro e non ha una casa o un lavoro.
- **ubbidiente**: che fa quello che gli dicono.
- **palmo**: la larghezza di una mano aperta.
- **pigro**: che non ha voglia di lavorare o di studiare.
- **monello**: bambino che fa cose cattive.
- **lupini**: semi gialli che si mangiano.
- **forbici**: strumento con due lame per tagliare la carta o la stoffa.
- **birichinata**: azione cattiva di un bambino.
- **bussare**: battere alla porta con la mano, per farsi aprire.
- **battente**: oggetto di ferro sulla porta per bussare.
- **Lumaca**: piccolo animale lentissimo, con la casa sulla schiena.
- **affacciata**: venuta alla finestra per guardare fuori.
- **bestiola**: piccolo animale.
- **anguilla**: pesce lungo e sottile, come un serpente.
- **scivolata**: andata via veloce, senza restare ferma.
- **chiodo**: piccolo pezzo di ferro con la punta, da battere nel legno.
- **falegname**: persona che lavora il legno.
- **inchiodato**: fermo in un posto, come con un chiodo.
- **formiche**: piccolissimi insetti neri che vivono in gruppo.
- **vassoio**: piatto grande e piano per portare le cose.
- **albicocche**: piccoli frutti dolci, gialli e arancioni.
- **gesso**: materiale bianco e duro.
- **alabastro**: pietra bianca e bella.
- **delusione**: dolore di chi voleva una cosa bella e non l'ha avuta.
- **svenuto**: caduto senza sentire e vedere più nulla.
- **giurato**: promesso in modo molto serio.
- **avvenimento**: fatto importante.
- **sciupa**: rovina, rende brutto.

## Capitolo XXX. Pinocchio, invece di diventare un ragazzo, parte di nascosto col suo amico Lucignolo per il «Paese dei balocchi.»

Naturalmente Pinocchio ha chiesto subito il permesso alla Fata. Voleva andare in giro per la città a fare gli inviti. La Fata gli ha detto:

— Va' pure a invitare i tuoi compagni per la colazione di domani. Ma ricordati di tornare a casa prima di notte. Hai capito?

— Fra un'ora sono di nuovo qui, lo prometto — ha risposto il burattino.

— Attento, Pinocchio! I ragazzi promettono presto, ma di solito mantengono tardi.

— Ma io non sono come gli altri. Io, quando prometto una cosa, la mantengo.

— Vedremo. E se non ubbidisci, tanto peggio per te.

— Perché?

— Perché alcuni ragazzi non ascoltano i consigli di chi sa più di loro. E a questi ragazzi capita sempre qualche disgrazia.

— Lo so bene, a me è già successo! — ha detto Pinocchio. — Ma ora non lo faccio più!

— Vedremo se dici la verità. —

Il burattino non ha aggiunto altre parole. Ha salutato la sua buona Fata, che per lui era una specie di mamma. Poi è uscito dalla porta di casa, e cantava e ballava.

In poco più di un'ora ha invitato tutti i suoi amici. Alcuni hanno accettato subito e con tutto il cuore. Altri, all'inizio, hanno voluto farsi pregare un po'. Ma poi hanno saputo una cosa. I panini da bagnare nel caffè e latte avevano il burro. E lo avevano anche dalla parte di fuori. Allora tutti, alla fine, hanno detto:

— Verremo anche noi, per farti piacere. —

Ora dovete sapere una cosa. Tra i suoi amici e compagni di scuola, Pinocchio ne aveva uno preferito e molto caro. Si chiamava Romeo. Ma tutti lo chiamavano con il soprannome di *Lucignolo*. Lo chiamavano così perché era un ragazzino magro, secco e lungo. Era proprio come il lucignolo nuovo di un lumino da notte.

Lucignolo era il ragazzo più pigro e più birichino di tutta la scuola. Ma Pinocchio gli voleva molto bene. Infatti è andato subito a cercarlo a casa per invitarlo alla colazione. Non l'ha trovato. È tornato una seconda volta, e Lucignolo non c'era. È tornato una terza volta, e ha fatto la strada per niente.

Dove poteva trovarlo? Cerca di qua, cerca di là, e finalmente l'ha visto. Era nascosto sotto il portico di una casa di contadini.

— Che cosa fai lì? — gli ha domandato Pinocchio, e si è avvicinato.

— Aspetto la mezzanotte, per partire....

— Dove vai?

— Lontano, lontano, lontano!

— E io sono venuto a cercarti a casa tre volte!...

— Che cosa volevi da me?

— Non sai la grande notizia? Non sai la fortuna che ho avuto?

— Quale?

— Domani non sarò più un burattino. Divento un ragazzo come te e come tutti gli altri.

— Meglio per te.

— Domani dunque ti aspetto a colazione a casa mia.

— Ma ti dico che parto questa sera.

— A che ora?

— Fra poco.

— E dove vai?

— Vado ad abitare in un paese.... È il più bel paese di questo mondo: una vera cuccagna!...

— E come si chiama?

— Si chiama il «Paese dei balocchi.» Perché non vieni anche tu?

— Io? No davvero!

— Hai torto, Pinocchio! Credimi: se non vieni, ti pentirai. Dove puoi trovare un paese più sano per noi ragazzi? Lì non ci sono scuole. Lì non ci sono maestri. Lì non ci sono libri. In quel paese fortunato non si studia mai. Il giovedì non c'è scuola. E ogni settimana ha sei giovedì e una domenica. Immagina: le vacanze d'autunno cominciano il primo gennaio e finiscono l'ultimo giorno di dicembre. Ecco un paese che piace veramente a me! Ecco come devono essere, per me, tutti i paesi civili!...

— Ma come si passano le giornate nel «Paese dei balocchi?»

— Si gioca e ci si diverte dalla mattina alla sera. La sera si va a letto, e la mattina dopo si ricomincia da capo. Che ne dici?

— Uhm!... — ha fatto Pinocchio. Ha mosso leggermente la testa, e voleva dire: — Anch'io ho voglia di fare una vita così.

— Dunque, vuoi partire con me? Sì o no? Decidi.

— No, no, no e poi no. Ormai ho promesso alla mia buona Fata di diventare un ragazzo perbene. E voglio mantenere la promessa. Anzi, vedo che il sole va giù. Perciò ti lascio subito e scappo via. Dunque addio, e buon viaggio.

— Dove corri con tanta fretta?

— A casa. La mia buona Fata mi vuole a casa prima di notte.

— Aspetta altri due minuti.

— Faccio troppo tardi.

— Due minuti soli.

— E se poi la Fata mi sgrida?

— Lasciala gridare. Quando finirà di gridare, si calmerà — ha detto quel monello di Lucignolo.

— E come fai? Parti solo o con altri?

— Solo? Saremo più di cento ragazzi.

— E il viaggio lo fate a piedi?

— Fra poco passerà di qui il carro. Mi prenderà e mi porterà fin dentro quel paese fortunatissimo.

— Ho tanta voglia di vedere passare il carro ora!...

— Perché?

— Per vedervi partire tutti insieme.

— Resta qui ancora un po', e ci vedrai.

— No, no: voglio tornare a casa.

— Aspetta altri due minuti.

— Ho aspettato anche troppo. La Fata sarà preoccupata per me.

— Povera Fata! Forse ha paura. Pensa che i pipistrelli ti mangiano?

— Ma dunque, — ha continuato Pinocchio — tu sei veramente sicuro? In quel paese non ci sono proprio scuole?...

— Neanche una.

— E nemmeno i maestri?

— Nemmeno uno.

— E non bisogna mai studiare?

— Mai, mai, mai!

— Che bel paese! — ha detto Pinocchio. Gli veniva l'acquolina in bocca. — Che bel paese! Io non ci sono mai stato, ma lo immagino!...

— Perché non vieni anche tu?

— Non cercare di convincermi! Ormai ho promesso alla mia buona Fata di diventare un ragazzo serio. E voglio mantenere la mia parola.

— Dunque addio, e salutami tanto il ginnasio!... E anche il liceo, se lo incontri per la strada.

— Addio, Lucignolo. Fa' buon viaggio, divertiti e ricordati qualche volta degli amici. —

Detto questo, il burattino ha fatto due passi per andare via. Ma poi si è fermato e si è voltato verso l'amico. Gli ha domandato:

— Ma sei proprio sicuro? In quel paese tutte le settimane hanno sei giovedì e una domenica?

— Sicurissimo.

— Ma lo sai di certo? Le vacanze cominciano il primo gennaio e finiscono l'ultimo giorno di dicembre?

— Certissimo.

— Che bel paese! — ha ripetuto Pinocchio, e ha sputato per la troppa gioia. Poi si è fatto coraggio e ha aggiunto in gran fretta:

— Dunque, addio davvero: e buon viaggio.

— Addio.

— Fra quanto partirete?

— Fra poco.

— Peccato! Se manca solo un'ora, io quasi aspetto con te.

— E la Fata?

— Ormai ho fatto tardi!... Tornare a casa un'ora prima o un'ora dopo è lo stesso.

— Povero Pinocchio! E se la Fata ti sgrida?

— Pazienza! La lascerò gridare. Quando finirà di gridare, si calmerà. —

Intanto era già notte, notte buia. A un tratto hanno visto una piccola luce che si muoveva, lontano.... Hanno sentito un suono di campanelli e il suono di una trombetta. Era un suono così piccolo e debole che sembrava il rumore di una zanzara.

— Eccolo! — ha gridato Lucignolo, e si è alzato in piedi.

— Chi è? — ha domandato Pinocchio a bassa voce.

— È il carro che viene a prendermi. Dunque, vuoi venire, sì o no?

— Ma è proprio vero? — ha domandato il burattino. — In quel paese i ragazzi non devono mai studiare?

— Mai, mai, mai!

— Che bel paese!... Che bel paese!... Che bel paese!...

### Glossario

- **cuccagna**: paese immaginario dove c'è tutto e tutti stanno bene senza lavorare.
- **balocchi**: giocattoli.
- **soprannome**: nome diverso dal vero, che gli amici danno a una persona.
- **lucignolo**: il filo sottile di una lampada a olio, che brucia e fa luce.
- **lumino da notte**: piccola luce che resta accesa di notte.
- **birichino**: bambino vivace, che non ubbidisce.
- **monello**: ragazzo vivace e disubbidiente.
- **portico**: parte coperta davanti a una casa, aperta sui lati.
- **perbene**: educato, onesto, bravo.
- **carro**: grande veicolo con le ruote, tirato da animali.
- **acquolina in bocca**: la saliva che viene in bocca quando desideri una cosa buona.
- **ginnasio**: scuola per ragazzi più grandi, come il liceo.
- **pipistrelli**: piccoli animali neri che volano di notte.
- **mantengo**: «la mantengo»: faccio quello che ho promesso.
- **disgrazia**: fatto molto brutto che fa soffrire.
- **contadini**: persone che lavorano la terra.
- **pentirai**: «ti pentirai»: dopo sarai triste per la tua scelta.
- **civili**: di persone che hanno buone leggi e buone abitudini.
- **sgrida**: dice parole dure a chi ha sbagliato.
- **liceo**: scuola per ragazzi più grandi.
- **sputato**: ha buttato fuori la saliva dalla bocca.
- **campanelli**: piccole campane.
- **trombetta**: piccolo strumento musicale; si suona con la bocca.
- **zanzara**: piccolo insetto che vola e punge.

## Capitolo XXXI. Dopo cinque mesi di cuccagna, Pinocchio con sua gran meraviglia sente spuntarsi un bel pajo d'orecchie asinine, e diventa un ciuchino, con la coda e tutto.

Finalmente il carro è arrivato. È arrivato senza fare il più piccolo rumore. Infatti le ruote erano coperte di stoppa e di stracci.

Lo tiravano dodici coppie di ciuchini. Erano tutti grandi uguali, ma avevano il pelo di colori diversi.

Alcuni erano grigi, altri bianchi, altri a piccole macchie, come pepe e sale. Altri avevano grandi righe gialle e turchine.

Ma la cosa più strana era questa. Gli altri animali da lavoro hanno i ferri ai piedi. Invece quelle dodici coppie, cioè quei ventiquattro ciuchini, avevano degli stivaletti. Erano stivaletti da uomo, di pelle bianca.

E il conduttore del carro?...

Immaginate un omino più largo che lungo, morbido e grasso come una palla di burro. Aveva un visino come una mela rosa e una bocchina che rideva sempre. La sua voce era sottile e dolce. Era come la voce di un gatto, quando prega la sua buona padrona di casa.

Tutti i ragazzi, appena lo vedevano, si innamoravano di lui. Tutti volevano salire per primi sul suo carro. Così lui li portava in quella vera cuccagna. Sulla carta geografica aveva un nome che piaceva a tutti: «Paese dei balocchi.»

Infatti il carro era già pieno di ragazzetti fra gli otto e i dodici anni. Stavano uno sull'altro, come tante acciughe nel sale. Stavano male, stavano stretti, e quasi non potevano respirare. Ma nessuno diceva *ohi!* Nessuno si lamentava. Sapevano una cosa: mancavano poche ore. Poi arrivavano in un paese senza libri, senza scuole e senza maestri. Questo pensiero li faceva contenti e pazienti. Perciò non sentivano né il dolore né la fatica. Non sentivano né la fame, né la sete, né il sonno.

Appena il carro si è fermato, l'omino si è voltato verso Lucignolo. Con mille smorfie e mille gentilezze gli ha domandato, sorridendo:

— Dimmi, mio bel ragazzo, vuoi venire anche tu in quel paese fortunato?

— Certo che ci voglio venire!

— Ma ti avverto, carino mio: nel carro non c'è più posto. Come vedi, è tutto pieno!...

— Pazienza! — ha risposto Lucignolo. — Se non c'è posto dentro, starò seduto sulle stanghe del carro. — Ha fatto un salto ed è salito a cavallo delle stanghe.

— E tu, amor mio, — ha detto gentilmente l'omino a Pinocchio — che cosa vuoi fare? Vieni con noi o resti?...

— Io resto — ha risposto Pinocchio. — Io voglio tornare a casa mia. Voglio studiare e voglio essere bravo a scuola, come tutti i ragazzi perbene.

— Meglio per te!

— Pinocchio, — ha detto allora Lucignolo — ascoltami: vieni con noi e staremo allegri!

— No, no, no!

— Vieni con noi e staremo allegri! — hanno gridato altre quattro voci dentro il carro.

— Vieni con noi e staremo allegri! — hanno urlato tutte insieme circa cento voci.

— E se vengo con voi, che cosa dirà la mia buona Fata? — ha detto il burattino. Cominciava a diventare debole e a cambiare idea.

— Non pensare a queste cose tristi. Pensa che andiamo in un paese dove potremo fare chiasso dalla mattina alla sera! —

Pinocchio non ha risposto, ma ha fatto un sospiro. Poi ha fatto un altro sospiro. Poi un terzo sospiro. Alla fine ha detto:

— Fatemi un po' di posto: voglio venire anch'io!...

— I posti sono tutti pieni — ha risposto l'omino. — Ma voglio mostrarti quanto mi sei caro. Posso darti il mio posto a cassetta.

— E voi?

— E io farò la strada a piedi.

— No davvero, non lo permetto. Preferisco salire in groppa a uno di questi ciuchini! — ha gridato Pinocchio.

Detto, fatto. Si è avvicinato al ciuchino di destra della prima coppia, e ha provato a salire. Ma l'animale si è voltato all'improvviso. Gli ha dato un forte colpo con il muso nello stomaco. Pinocchio è caduto con le gambe in aria.

Immaginate le grandi risate maleducate di tutti quei ragazzi.

Ma l'omino non ha riso. Si è avvicinato al ciuchino ribelle, pieno di amore. Ha fatto finta di dargli un bacio. Invece, con un morso, gli ha staccato metà dell'orecchio destro.

Intanto Pinocchio si è alzato da terra, tutto arrabbiato. Con un salto è finito sulla groppa di quel povero animale. Il salto è stato così bello che i ragazzi hanno smesso di ridere. Hanno cominciato a urlare: *viva Pinocchio!* E hanno fatto tanti applausi, che non finivano più.

Ma all'improvviso il ciuchino ha alzato tutte e due le gambe di dietro. Ha dato un colpo fortissimo con la schiena. Così ha buttato il povero burattino in mezzo alla strada, sopra un monte di ghiaia.

Allora di nuovo grandi risate. Ma l'omino non ha riso. Anzi, ha sentito tanto amore per quell'asinello agitato. Così, con un bacio, gli ha portato via metà dell'altro orecchio. Poi ha detto al burattino:

— Rimonta pure a cavallo, e non avere paura. Quel ciuchino aveva qualche idea strana nella testa. Ma io gli ho detto due paroline negli orecchi. E ora, spero, è buono e ragionevole. —

Pinocchio è risalito, e il carro ha cominciato a muoversi. I ciuchini galoppavano e il carro correva sui sassi della strada maestra. A un tratto il burattino ha creduto di sentire una voce bassa. Si capiva appena. La voce gli ha detto:

— Povero stupido! Hai voluto fare come vuoi tu, ma ti pentirai! —

Pinocchio ha avuto quasi paura. Ha guardato di qua e di là, per capire da dove venivano queste parole. Ma non ha visto nessuno. I ciuchini galoppavano, il carro correva, i ragazzi dentro il carro dormivano. Lucignolo russava come un ghiro. E l'omino, seduto a cassetta, cantava fra i denti:

> Tutti la notte dormono  
> E io non dormo mai....

Dopo un altro mezzo chilometro, Pinocchio ha sentito la vocina debole. Gli ha detto:

— Ricordalo, stupidino! Alcuni ragazzi smettono di studiare. Lasciano i libri, le scuole e i maestri. Pensano soltanto ai balocchi e ai divertimenti. Questi ragazzi non possono finire bene! Io lo so perché è successo a me, e te lo posso dire!... Verrà un giorno e piangerai anche tu, come oggi piango io.... Ma allora sarà tardi!... —

A queste parole, dette a bassa voce, il burattino ha avuto più paura che mai. È saltato giù dalla groppa ed è andato a prendere il suo ciuchino per il muso.

E immaginate come è rimasto, quando ha visto che il suo ciuchino piangeva.... E piangeva proprio come un ragazzo!

— Ehi, signor omino, — ha gridato allora Pinocchio al padrone del carro. — Sapete che cosa c'è di nuovo? Questo ciuchino piange.

— Lascialo piangere: riderà quando si sposerà!

— Ma forse gli avete insegnato anche a parlare?

— No: ha imparato da solo a dire male qualche parola. Infatti per tre anni è stato in una compagnia di cani ammaestrati.

— Povera bestia!...

— Via, via.... — ha detto l'omino. — Non perdiamo il nostro tempo a guardare un ciuco che piange. Rimonta a cavallo, e andiamo: la notte è fresca e la strada è lunga. —

Pinocchio ha ubbidito senza dire una parola. Il carro è ripartito. E la mattina, all'alba, sono arrivati felicemente nel «Paese dei balocchi.»

Questo paese non somigliava a nessun altro paese del mondo. Gli abitanti erano tutti ragazzi. I più vecchi avevano 14 anni. I più giovani ne avevano appena 8. Nelle strade c'era un'allegria, un chiasso, un gridare da perdere la testa! Dappertutto c'erano gruppi di monelli. Alcuni giocavano alle noci, altri alle piastrelle, altri alla palla. Chi andava in velocipede, chi sopra un cavallino di legno. Questi giocavano a moscacieca, quegli altri si correvano dietro. Altri, vestiti da pagliacci, mangiavano la stoppa accesa. Chi recitava, chi cantava, chi faceva i salti mortali. Chi si divertiva a camminare con le mani per terra e le gambe in aria. Chi faceva correre il cerchio. Chi passeggiava vestito da generale, con l'elmo di carta e i soldati di cartapesta. Chi rideva, chi urlava, chi chiamava, chi batteva le mani, chi fischiava. Chi faceva il verso della gallina quando ha fatto l'uovo. Insomma, c'era una grande confusione, un rumore enorme, un chiasso terribile. Bisognava mettere il cotone negli orecchi per non diventare sordi. In tutte le piazze c'erano piccoli teatri di tela. Erano pieni di ragazzi dalla mattina alla sera. Su tutti i muri delle case si leggevano bellissime cose, scritte con il carbone. Per esempio: *viva i balocci!* (invece di *balocchi*). Oppure: *non voliamo più schole* (invece di *non vogliamo più scuole*). Oppure: *abbasso Larin Metica* (invece di *aritmetica*). E c'erano altre cose come queste.

Pinocchio, Lucignolo e tutti gli altri ragazzi avevano fatto il viaggio con l'omino. Appena sono entrati in città, si sono messi subito in mezzo a quella grande confusione. In pochi minuti, come potete immaginare, sono diventati amici di tutti. Chi era più felice e più contento di loro? Tra tanti giochi e divertimenti, le ore, i giorni, le settimane passavano come lampi.

— Oh! che bella vita! — diceva Pinocchio tutte le volte che incontrava Lucignolo per caso.

— Vedi che avevo ragione? — rispondeva Lucignolo. — E tu non volevi partire! Volevi tornare a casa dalla tua Fata, e perdere tempo a studiare! Oggi sei libero dalla noia dei libri e delle scuole. E lo devi a me, ai miei consigli, al mio aiuto. Sei d'accordo? Soltanto i veri amici fanno favori così grandi.

— È vero, Lucignolo! Oggi io sono un ragazzo veramente contento, ed è tutto merito tuo. E il maestro, invece, sai che cosa mi diceva di te? Mi diceva sempre: «Non stare con quel monello di Lucignolo. Perché Lucignolo è un cattivo compagno, e può consigliarti soltanto cose cattive!...»

— Povero maestro! — ha risposto l'altro, e ha mosso la testa. — Purtroppo lo so: non mi sopportava. E si divertiva sempre a dire cose false su di me. Ma io sono generoso e gli perdono!

— Anima grande! — ha detto Pinocchio. Ha abbracciato con affetto l'amico e gli ha dato un bacio in mezzo agli occhi.

Intanto erano già passati cinque mesi. Da cinque mesi durava quella bella cuccagna. Giocavano e si divertivano tutto il giorno. Non vedevano mai né un libro né una scuola. Ma una mattina Pinocchio si è svegliato. E ha avuto, come si dice, una bruttissima sorpresa. Questa sorpresa lo ha messo proprio di cattivo umore.

### Glossario

- **ciuchino**: piccolo asino.
- **stoppa**: fili grossi e leggeri che si usano per riempire o coprire le cose.
- **stanghe**: i due lunghi pezzi di legno davanti al carro, dove stanno gli animali.
- **a cassetta**: al posto alto davanti, dove si siede chi guida il carro.
- **groppa**: la parte alta della schiena di un animale.
- **ghiaia**: tanti piccoli sassi.
- **russava come un ghiro**: dormiva profondamente e faceva rumore con il naso; il ghiro è un piccolo animale che dorme molto.
- **ammaestrati**: che hanno imparato a fare esercizi con una persona.
- **chiasso**: grande rumore di persone.
- **velocipede**: vecchia bicicletta.
- **moscacieca**: gioco: un bambino con gli occhi chiusi cerca di prendere gli altri.
- **piastrelle**: gioco con piccole pietre piatte da lanciare.
- **cartapesta**: carta bagnata e schiacciata, che diventa dura.
- **Anima grande!**: che persona buona e nobile sei!
- **omino**: uomo piccolo.
- **l'omino**: il piccolo uomo che guida il carro.
- **stracci**: pezzi di stoffa vecchia.
- **grigi**: di colore tra il bianco e il nero.
- **ventiquattro**: il numero 24.
- **stivaletti**: piccole scarpe alte.
- **innamoravano**: «si innamoravano»: cominciavano ad amare molto una persona.
- **acciughe**: piccoli pesci che si conservano nel sale.
- **ohi**: parola che si dice quando si sente dolore.
- **avverto**: «ti avverto»: ti dico una cosa prima, così la sai.
- **sospiro**: respiro lungo di una persona triste o stanca.
- **muso**: la parte davanti della testa di un animale.
- **orecchi**: le orecchie.
- **galoppavano**: correvano veloci, come i cavalli.
- **divertiva**: «si divertiva»: provava piacere a fare una cosa.
- **turchine**: di colore azzurro scuro.
- **conduttore**: chi guida il carro.
- **smorfie**: movimenti strani del viso.
- **ribelle**: che non ubbidisce.
- **morso**: colpo dato con i denti.
- **asinello**: piccolo asino.
- **ciuco**: asino.
- **pagliacci**: persone vestite in modo buffo, che fanno ridere.
- **elmo**: cappello duro dei soldati.
- **sordi**: persone che non sentono.
- **carbone**: materiale nero che brucia e che può anche scrivere sui muri.
- **lampi**: luci forti e velocissime nel cielo, durante un temporale.

## Capitolo XXXII. A Pinocchio gli vengono gli orecchi di ciuco, e poi diventa un ciuchino vero e comincia a ragliare.

E quale è stata questa sorpresa?

Ve lo dirò io, miei cari piccoli lettori. Pinocchio si è svegliato e, come è naturale, si è grattato la testa. E mentre si grattava la testa, si è accorto...

Indovinate di che cosa si è accorto!

Si è accorto, con grandissimo stupore, che gli orecchi erano cresciuti più di un palmo.

Voi sapete che il burattino, dalla nascita, aveva gli orecchi piccoli piccoli. Erano così piccoli che non si vedevano neppure! Immaginate dunque come è rimasto, quando si è toccato gli orecchi. Durante la notte si erano allungati tantissimo. Sembravano due spazzole di palude. È andato subito a cercare uno specchio, per guardarsi. Ma non ha trovato uno specchio. Allora ha riempito d'acqua la catinella del lavamano e si è guardato nell'acqua. Così ha visto quello che non voleva vedere mai. Ha visto la sua immagine con un magnifico paio di orecchi d'asino. Lascio pensare a voi il dolore, la vergogna e la disperazione del povero Pinocchio!

Ha cominciato a piangere, a gridare, a battere la testa contro il muro. Ma più si disperava, più i suoi orecchi crescevano, crescevano, crescevano. E sulla punta diventavano pelosi.

A quelle grida fortissime, è entrata nella stanza una bella Marmottina. Abitava al piano di sopra. Ha visto il burattino così disperato e gli ha domandato con gentilezza:

— Che cos'hai, mio caro vicino di casa?

— Sono malato, Marmottina mia, molto malato.... E la mia malattia mi fa paura! Tu sai sentire il polso?

— Un pochino.

— Allora senti se per caso ho la febbre. —

La Marmottina ha alzato la zampa destra davanti. Ha sentito il polso a Pinocchio e gli ha detto con un sospiro:

— Amico mio, mi dispiace, ma devo darti una cattiva notizia!...

— Quale?

— Tu hai una febbre molto brutta!

— E che febbre è?

— È la febbre del somaro.

— Non la capisco, questa febbre! — ha risposto il burattino. Ma purtroppo l'aveva capita.

— Allora te la spiegherò io — ha aggiunto la Marmottina. — Devi sapere una cosa. Fra due o tre ore tu non sarai più né un burattino né un ragazzo....

— E che cosa sarò?

— Fra due o tre ore, tu diventerai un vero ciuchino. Sarai come quelli che tirano il carretto e portano i cavoli e l'insalata al mercato.

— Oh! povero me! povero me! — ha gridato Pinocchio. Si è preso con le mani tutti e due gli orecchi. Li tirava e li strappava con rabbia, come gli orecchi di un altro.

— Caro mio, — ha risposto la Marmottina per consolarlo — che cosa puoi fare? Ormai è destino. Ormai è scritto nelle leggi della saggezza. Alcuni ragazzi non hanno voglia di fare niente. Non amano i libri, le scuole e i maestri. Passano le giornate in balocchi, in giochi e in divertimenti. Tutti questi ragazzi, prima o poi, devono diventare piccoli somari.

— Ma è proprio così? — ha domandato il burattino, e singhiozzava.

— Purtroppo è così! E ora piangere non serve. Bisognava pensarci prima!

— Ma la colpa non è mia. Credimi, Marmottina, la colpa è tutta di Lucignolo!...

— E chi è questo Lucignolo?

— È un mio compagno di scuola. Io volevo tornare a casa. Io volevo ubbidire. Io volevo continuare a studiare e diventare bravo.... Ma Lucignolo mi ha detto: «Perché vuoi annoiarti a studiare? Perché vuoi andare a scuola?... Vieni invece con me, nel Paese dei balocchi. Lì non studieremo più. Lì ci divertiremo dalla mattina alla sera e staremo sempre allegri.»

— E perché hai seguito il consiglio di quel falso amico, di quel cattivo compagno?

— Perché?... Perché, Marmottina mia, io sono un burattino senza giudizio.... e senza cuore. Oh! Non ho avuto neanche un pochino di cuore! Per questo ho lasciato quella buona Fata. Lei mi voleva bene come una mamma e ha fatto tanto per me!... E per questo oggi sono ancora un burattino.... Potevo essere un bravo ragazzino, come ce ne sono tanti! Oh!... Ma se incontro Lucignolo, guai a lui! Gli voglio dire tante brutte cose. —

E ha fatto per uscire. Ma sulla porta si è ricordato che aveva gli orecchi d'asino. Si vergognava di farli vedere alla gente. E allora che cosa ha inventato? Ha preso un grande berretto di cotone. Se l'è messo in testa e l'ha tirato giù fin sotto gli orecchi.

Poi è uscito e ha cominciato a cercare Lucignolo dappertutto. L'ha cercato nelle strade, nelle piazze, nei piccoli teatri, in ogni luogo. Ma non l'ha trovato. Ha chiesto notizie a tutte le persone che ha incontrato per la strada. Ma nessuno l'aveva visto.

Allora è andato a cercarlo a casa. È arrivato alla porta e ha bussato.

— Chi è? — ha domandato Lucignolo da dentro.

— Sono io! — ha risposto il burattino.

— Aspetta un poco, e ti aprirò. —

Dopo mezz'ora la porta si è aperta. E immaginate come è rimasto Pinocchio, quando è entrato nella stanza! Il suo amico Lucignolo aveva in testa un grande berretto di cotone. Il berretto gli scendeva fin sotto il naso.

Quando ha visto quel berretto, Pinocchio si è sentito quasi consolato. Ha pensato subito dentro di sé:

— Forse il mio amico ha la mia stessa malattia? Forse ha anche lui la febbre del ciuchino?... —

Ha fatto finta di non vedere nulla e gli ha domandato, sorridendo:

— Come stai, mio caro Lucignolo?

— Benissimo: come un topo in una forma di parmigiano.

— Lo dici proprio sul serio?

— E perché devo dirti una bugia?

— Scusami, amico. Allora perché hai in testa quel berretto di cotone, che ti copre tutti gli orecchi?

— Me l'ha ordinato il medico, perché mi sono fatto male a un ginocchio. E tu, caro Pinocchio, perché porti quel berretto di cotone fin sotto gli orecchi?

— Me l'ha ordinato il medico, perché mi sono fatto male a un piede.

— Oh! povero Pinocchio!

— Oh! povero Lucignolo!... —

Dopo queste parole c'è stato un lunghissimo silenzio. I due amici non facevano altro che guardarsi. Si prendevano in giro con gli occhi.

Finalmente il burattino, con una vocina dolce come il miele, ha detto al suo compagno:

— Dimmi una cosa, mio caro Lucignolo: hai mai avuto una malattia agli orecchi?

— Mai!... E tu?

— Mai! Però da questa mattina ho un orecchio che mi fa molto male.

— Ho lo stesso male anch'io.

— Anche tu?... E quale orecchio ti fa male?

— Tutti e due. E a te?

— Tutti e due. Forse è la stessa malattia?

— Ho paura di sì.

— Vuoi farmi un piacere, Lucignolo?

— Volentieri! Con tutto il cuore.

— Mi fai vedere i tuoi orecchi?

— Perché no? Ma prima voglio vedere i tuoi, caro Pinocchio.

— No: il primo devi essere tu.

— No, carino! Prima tu e dopo io!

— Allora, — ha detto il burattino — facciamo un patto da buoni amici.

— Sentiamo il patto.

— Togliamoci il berretto tutti e due nello stesso momento. Accetti?

— Accetto.

— Dunque attenti! —

E Pinocchio ha cominciato a contare a voce alta:

— Uno! Due! Tre! —

Alla parola *tre!* i due ragazzi si sono tolti i berretti. Li hanno gettati in aria.

E allora è successa una cosa che sembra incredibile, ma è vera. Pinocchio e Lucignolo hanno visto che avevano tutti e due la stessa disgrazia. Dovevano essere tristi e pieni di vergogna. Invece hanno cominciato a guardare e a indicare i loro orecchi enormi. Hanno fatto mille gesti stupidi. E alla fine hanno fatto una bella risata.

E hanno riso, riso, riso, e si tenevano la pancia. Ma proprio nel momento più bello, Lucignolo si è fermato all'improvviso. Barcollava e cambiava colore. Ha detto all'amico:

— Aiuto, aiuto, Pinocchio!

— Che cos'hai?

— Ohimè! Non riesco più a stare dritto sulle gambe.

— Non ci riesco più neanche io! — ha gridato Pinocchio, e piangeva e barcollava.

E mentre dicevano così, tutti e due si sono piegati a terra, carponi. Camminavano con le mani e con i piedi. Hanno cominciato a girare e a correre per la stanza. E mentre correvano, le loro braccia sono diventate zampe. I loro visi si sono allungati e sono diventati musi. Le loro schiene si sono coperte di un pelo grigio chiaro, con macchie nere.

Ma sapete quando è stato il momento più brutto per quei due poveretti? Il momento più brutto e più umiliante è stato questo. Hanno sentito crescere la coda, dietro. Erano pieni di vergogna e di dolore. Allora hanno provato a piangere e a lamentarsi del loro destino.

Non dovevano farlo mai! Invece di pianti e di lamenti, dalla bocca sono usciti dei ragli d'asino. Ragliavano forte, tutti e due insieme: *j-a, j-a, j-a*.

In quel momento qualcuno ha bussato alla porta. Una voce da fuori ha detto:

— Aprite! Sono l'omino, sono il conduttore del carro che vi ha portati in questo paese. Aprite subito, guai a voi!

### Glossario

- **palmo**: misura: la larghezza di una mano aperta.
- **spazzole di palude**: piante lunghe e pelose che crescono nell'acqua ferma.
- **catinella**: piccolo recipiente tondo per lavarsi.
- **lavamano**: mobile con la catinella per lavarsi le mani e il viso.
- **Marmottina**: piccola marmotta, animale di montagna.
- **polso**: il punto della mano dove si sente il battito del cuore.
- **somaro**: asino; anche un ragazzo che non studia.
- **singhiozzava**: piangeva forte, con il respiro rotto.
- **giudizio**: capacità di capire che cosa è giusto fare.
- **patto**: accordo tra due persone.
- **carponi**: con le mani e i piedi a terra, come gli animali.
- **barcollava**: camminava male e stava quasi per cadere.
- **ragliare**: fare il verso dell'asino ("j-a").
- **conduttore**: chi guida un carro.
- **orecchi**: le due parti della testa con cui sentiamo; oggi si dice anche "orecchie".
- **allungati**: diventati più lunghi.
- **bussato**: battuto con la mano sulla porta, per farsi aprire.
- **grattato**: passato le unghie sulla pelle.
- **grattava**: passava le unghie sulla pelle.
- **stupore**: grande sorpresa.
- **disperava**: soffriva molto, senza più speranza.
- **zampa**: gamba di un animale.
- **sospiro**: respiro lungo e triste.
- **l'insalata**: verdura con foglie verdi, che si mangia cruda.
- **strappava**: tirava con forza, per staccare.
- **consolarlo**: aiutarlo a essere meno triste.
- **ubbidire**: fare quello che gli altri ci dicono di fare.
- **annoiarti**: sentire noia, non avere piacere in quello che fai.
- **divertiremo**: staremo allegri e avremo piacere a giocare.

## Capitolo XXXIII. Diventato un ciuchino vero è portato a vendere, e lo compra il Direttore di una compagnia di pagliacci, per insegnargli a ballare e saltare i cerchi: ma una sera azzoppisce e allora lo ricompra un altro, per far con la sua pelle un tamburo.

La porta non si apriva. Allora l'omino l'ha aperta con un calcio fortissimo. È entrato nella stanza. Con il suo solito risolino, ha detto a Pinocchio e a Lucignolo:

— Bravi ragazzi! Avete ragliato bene. Vi ho riconosciuti subito dalla voce, e per questo sono qui. —

A queste parole i due ciuchini sono rimasti tristi tristi. Avevano la testa giù, gli orecchi bassi e la coda fra le gambe.

All'inizio l'omino li ha lisciati, li ha accarezzati, li ha toccati. Poi ha tirato fuori la striglia e ha cominciato a strigliarli bene.

A forza di strigliarli, li ha fatti brillare come due specchi. Allora ha messo loro la cavezza e li ha portati sulla piazza del mercato. Sperava di venderli e di guadagnare bene.

E i compratori sono arrivati subito. Un contadino ha comprato Lucignolo: il suo somaro era morto il giorno prima. Il Direttore di una compagnia di pagliacci e di saltatori di corda ha comprato Pinocchio. Voleva ammaestrarlo. Poi voleva farlo saltare e ballare insieme con gli altri animali della compagnia.

E ora avete capito, miei piccoli lettori, qual era il bel mestiere dell'omino? Questo brutto piccolo mostro aveva una faccia dolce come il latte e il miele. Ogni tanto girava per il mondo con un carro. Per la strada raccoglieva tutti i ragazzi pigri. Questi ragazzi non amavano i libri e le scuole. Li prendeva con promesse e con gentilezze false. Li faceva salire sul suo carro e li portava nel «Paese dei balocchi». Voleva farli passare lì tutto il tempo in giochi, in chiasso e in divertimenti. Quei poveri ragazzi credevano a tutto. Giocavano sempre e non studiavano mai, e così diventavano ciuchini. Allora l'omino, tutto allegro e contento, li prendeva. Li portava a vendere alle fiere e ai mercati. Così in pochi anni aveva guadagnato tantissimi soldi ed era diventato milionario.

Che cosa è successo a Lucignolo, non lo so. So però che Pinocchio, fin dai primi giorni, ha cominciato una vita durissima. Era una vita piena di fatica.

Quando è arrivato nella stalla, il nuovo padrone gli ha riempito la greppia di paglia. Ma Pinocchio ne ha assaggiato una boccata e l'ha sputata.

Allora il padrone, brontolando, gli ha riempito la greppia di fieno. Ma neppure il fieno gli è piaciuto.

— Ah! non ti piace neppure il fieno? — ha gridato il padrone, arrabbiato. — Aspetta, ciuchino bello! Se hai capricci nella testa, ci penserò io a toglierteli!... —

E per correggerlo, gli ha dato subito una frustata nelle gambe.

Pinocchio, per il grande dolore, ha cominciato a piangere e a ragliare. E con i suoi ragli ha detto:

— J-a, j-a, la paglia non la posso digerire!...

— Allora mangia il fieno! — ha risposto il padrone, che capiva benissimo la lingua degli asini.

— J-a, j-a, il fieno mi fa male alla pancia!...

— Allora per un somaro come te devo comprare petti di pollo e cappone in gelatina? — ha aggiunto il padrone, sempre più arrabbiato. E gli ha dato una seconda frustata.

Dopo quella seconda frustata, Pinocchio, per prudenza, è stato subito zitto. Non ha detto altro.

Intanto il padrone ha chiuso la stalla e Pinocchio è rimasto solo. Da molte ore non mangiava, e ha cominciato a sbadigliare per la grande fame. E quando sbadigliava, apriva una bocca che sembrava un forno.

Alla fine, nella greppia non c'era altro. Così ha accettato di masticare un po' di fieno. L'ha masticato ben bene, ha chiuso gli occhi e l'ha mandato giù.

— Questo fieno non è cattivo — ha detto poi dentro di sé. — Ma ho fatto male a smettere di studiare!... Ora, invece del fieno, potevo mangiare un pezzo di pane fresco. E anche una bella fetta di salame. Pazienza!... —

La mattina dopo si è svegliato. Ha cercato subito nella greppia un altro po' di fieno. Ma non l'ha trovato, perché l'aveva mangiato tutto nella notte.

Allora ha preso una boccata di paglia tritata. Mentre la masticava, ha dovuto capire una cosa. La paglia tritata non aveva il sapore del risotto alla milanese. E non aveva neppure il sapore dei maccheroni alla napoletana.

— Pazienza! — ha ripetuto, e continuava a masticare. — Almeno la mia disgrazia può essere una lezione. È una lezione per tutti i ragazzi disubbidienti, che non hanno voglia di studiare. Pazienza!... Pazienza!

— Altro che pazienza! — ha urlato il padrone, che è entrato in quel momento nella stalla. — Credi forse, mio bel ciuchino, di stare qui soltanto a mangiare e a bere? Io ti ho comprato perché devi lavorare. Con te voglio guadagnare molti soldi. Su, dunque, da bravo! Vieni con me nel Circo. Lì ti insegnerò a saltare i cerchi. Ti insegnerò a rompere con la testa le botti di carta. E ti insegnerò a ballare il valzer e la polca, dritto sulle gambe di dietro. —

Il povero Pinocchio non aveva scelta, e ha dovuto imparare tutte queste bellissime cose. Ma per impararle ci sono voluti tre mesi di lezioni. E ci sono volute molte frustate, così forti da togliere il pelo.

Finalmente è arrivato il giorno: il padrone ha potuto annunciare uno spettacolo davvero straordinario. Agli angoli delle strade c'erano cartelloni di vari colori. Annunciavano un grande spettacolo con il famoso ciuchino Pinocchio.

Quella sera, come potete immaginare, un'ora prima dello spettacolo il teatro era già pieno pieno.

Non si trovava più né una poltrona, né un posto buono, né un palco. Non si trovavano neanche per tutto l'oro del mondo.

Sulle gradinate del Circo c'erano tantissimi bambini, bambine e ragazzi di tutte le età. Avevano la febbre per la voglia di vedere ballare il famoso ciuchino Pinocchio.

Alla fine della prima parte dello spettacolo, è arrivato il Direttore della compagnia. Aveva una giacca nera e calzoni bianchi stretti. Aveva grandi stivali di pelle fin sopra le ginocchia. Si è presentato al pubblico numerosissimo e ha fatto un grande inchino. Poi, molto serio, ha recitato questo discorso pieno di errori:

«Rispettabile pubblico, cavalieri e dame!

«L'umile sottoscritto è di passaggio per questa illustre metropolitana. Ho voluto procrearmi l'onore e il piacere di presentarvi un celebre ciuchino. Voi siete un pubblico intelligente e cospicuo. Questo ciuchino ha già avuto l'onore di ballare davanti a sua maestà. Sua maestà è l'imperatore di tutte le principali corti di Europa.

«E col ringraziandoli, aiutateci della vostra animatrice presenza e compatiteci!»

Questo discorso ha avuto molte risate e molti applausi. Poi il ciuchino Pinocchio è comparso in mezzo al Circo. Allora gli applausi sono raddoppiati e sono diventati una specie di uragano. Pinocchio era tutto vestito a festa. Aveva una briglia nuova di pelle lucida, con fibbie e borchie d'ottone. Aveva due camelie bianche agli orecchi. La criniera era divisa in tanti riccioli, legati con fiocchetti di seta rossa. Aveva una grande fascia d'oro e d'argento intorno alla pancia. La coda era tutta intrecciata con nastri di velluto viola e celeste. Insomma, era un ciuchino bello da innamorarsi!

Il Direttore lo ha presentato al pubblico e ha aggiunto queste parole:

«Miei rispettabili auditori! Non starò qui a farvi menzogna delle grandi difficoltà da me soppressate. Io volevo comprendere e soggiogare questo mammifero. Esso pascolava liberamente di montagna in montagna nelle pianure della zona torrida. Osservate, vi prego, quanta selvaggina trasuda dai suoi occhi. Infatti tutti i mezzi per addomesticarlo al vivere dei quadrupedi civili sono riusciti vanitosi. Perciò ho dovuto più volte ricorrere all'affabile dialetto della frusta. Ma ogni mia gentilezza non mi ha fatto voler bene da lui. Anzi, me ne ha maggiormente cattivato l'animo. Io però ho seguito il sistema di Galles. Così ho trovato nel suo cranio una piccola cartagine ossea. La stessa Facoltà Medicea di Parigi l'ha riconosciuta. Essa è il bulbo rigeneratore dei capelli e della danza pirrica. Per questo ho voluto ammaestrarlo nel ballo. E anche nei salti dei cerchi e delle botti foderate di carta. Ammiratelo, e poi giudicatelo! Prima però di prendere cognato da voi, permettete, o signori, un invito. Vi invito al diurno spettacolo di domani sera. Ma nell'apoteosi che il tempo piovoso minaccia acqua, lo spettacolo non sarà domani sera. Sarà posticipato a domattina, alle ore 11 antimeridiane del pomeriggio.»

(Il Direttore voleva parlare bene, ma sbagliava molte parole. Voleva dire «metropoli», «procurarmi», «superate», «selvatichezza», «vani», «cartilagine», «Medica», «commiato», «ipotesi»!)

E qui il Direttore ha fatto un altro inchino profondissimo. Poi si è voltato verso Pinocchio e gli ha detto:

— Forza, Pinocchio! Prima di cominciare i vostri esercizi, salutate questo rispettabile pubblico, cavalieri, dame e ragazzi! —

Pinocchio ha ubbidito e ha piegato subito i due ginocchi davanti. È rimasto in ginocchio fino a quando il Direttore ha fatto schioccare la frusta. Allora gli ha gridato:

— Al passo! —

Allora il ciuchino si è alzato sulle quattro gambe. Ha cominciato a girare intorno al Circo, sempre al passo.

Dopo un poco il Direttore ha gridato:

— Al trotto! — E Pinocchio ha ubbidito al comando e ha cambiato il passo in trotto.

— Al galoppo! — E Pinocchio è partito al galoppo.

— Alla carriera! — E Pinocchio ha cominciato a correre con tutte le sue forze. Correva come un cavallo da corsa. Ma a un tratto il Direttore ha alzato il braccio in aria. E ha sparato un colpo di pistola.

A quel colpo il ciuchino ha fatto finta di essere ferito. È caduto disteso nel Circo, come un animale che muore davvero.

Si è alzato da terra in mezzo agli applausi e alle urla. Arrivavano fino alle stelle. Naturalmente ha alzato la testa e ha guardato in su.... E ha visto in un palco una bella signora. Aveva al collo una grossa collana d'oro, e dalla collana pendeva un medaglione. Nel medaglione c'era il ritratto dipinto di un burattino.

— Quel ritratto è il mio!... Quella signora è la Fata! — ha detto Pinocchio dentro di sé. L'ha riconosciuta subito. Era così contento che ha provato a gridare:

— Oh Fatina mia! Oh Fatina mia! —

Ma invece di queste parole, dalla gola gli è uscito un raglio forte e lungo. Per questo tutti gli spettatori hanno riso, e soprattutto tutti i ragazzi del teatro.

Allora il Direttore ha voluto insegnargli una cosa: non è educato ragliare davanti al pubblico. Perciò gli ha dato con il manico della frusta un colpo sul naso.

Il povero ciuchino ha tirato fuori un palmo di lingua. Si è leccato il naso per almeno cinque minuti. Forse credeva di asciugare così il dolore.

Ma quale disperazione, quando ha guardato in su una seconda volta! Il palco era vuoto e la Fata era sparita!...

Si è sentito come morire. Gli occhi si sono riempiti di lacrime e ha cominciato a piangere forte. Ma nessuno se n'è accorto, e meno di tutti il Direttore. Anzi, ha fatto schioccare la frusta e ha gridato:

— Da bravo, Pinocchio! Ora farete vedere a questi signori come saltate i cerchi con grazia. —

Pinocchio ha provato due o tre volte. Ma ogni volta arrivava davanti al cerchio e, invece di attraversarlo, ci passava comodamente sotto. Alla fine ha fatto un salto e l'ha attraversato. Ma, per disgrazia, le gambe di dietro sono rimaste prese nel cerchio. Così è caduto a terra dall'altra parte, tutto in un mucchio.

Quando si è alzato, era zoppo. È tornato alla stalla con grande fatica.

— Fuori Pinocchio! Vogliamo il ciuchino! Fuori il ciuchino! — gridavano i ragazzi dalla platea. Erano pieni di pietà per quel fatto tristissimo.

Ma il ciuchino, per quella sera, non si è più fatto vedere.

La mattina dopo è venuto il veterinario, cioè il medico delle bestie. Lo ha visitato e ha detto che restava zoppo per tutta la vita.

Allora il Direttore ha detto al suo garzone di stalla:

— Che cosa me ne faccio di un somaro zoppo? Mangia il pane e non lavora. Portalo dunque in piazza e rivendilo. —

Sono arrivati in piazza e hanno trovato subito il compratore. Lui ha domandato al garzone di stalla:

— Quanto vuoi per questo ciuchino zoppo?

— Venti lire.

— Io ti do venti soldi. Non lo compro per farlo lavorare. Lo compro soltanto per la sua pelle. Vedo che ha la pelle molto dura. Con la sua pelle voglio fare un tamburo per la banda musicale del mio paese. —

Lascio pensare a voi, ragazzi, il bel piacere del povero Pinocchio! Ha sentito che doveva diventare un tamburo!

Il compratore ha pagato i venti soldi. Subito ha portato il ciuchino sopra uno scoglio, sulla riva del mare. Gli ha messo un sasso al collo. Poi l'ha legato per una zampa con una fune. Teneva la fune in mano. All'improvviso gli ha dato uno spintone e l'ha gettato nell'acqua.

Pinocchio, con quel grande sasso al collo, è andato subito a fondo. Il compratore teneva sempre stretta in mano la fune. Si è seduto sullo scoglio e aspettava. Voleva dare al ciuchino tutto il tempo di morire affogato. Poi voleva togliergli la pelle.

### Glossario

- **striglia**: spazzola di ferro per pulire il pelo degli animali; **strigliare** vuol dire pulire con la striglia.
- **cavezza**: corda che si mette alla testa di un animale per guidarlo.
- **greppia**: il posto della stalla dove si mette il mangiare per gli animali.
- **fieno**: erba secca per gli animali.
- **paglia**: steli secchi del grano.
- **frustata**: colpo dato con la frusta.
- **cappone**: grosso gallo da mangiare.
- **palco**: piccola stanza alta in un teatro, per gli spettatori.
- **gradinate**: lunghi scalini dove si siede il pubblico.
- **criniera**: i peli lunghi sul collo del cavallo o dell'asino.
- **briglia**: strisce di pelle sulla testa dell'animale, per guidarlo.
- **al passo, al trotto, al galoppo, alla carriera**: modi di andare di un cavallo, dal più lento al più veloce.
- **garzone di stalla**: giovane che lavora nella stalla.
- **tamburo**: strumento che si suona battendo sulla pelle.
- **scoglio**: grande pietra sul mare.
- **fune**: corda grossa.
- **affogato**: morto nell'acqua, perché non può respirare.
- **l'omino**: il piccolo uomo che guida il carro dei ragazzi.
- **orecchi**: le due parti della testa con cui sentiamo; oggi si dice anche "orecchie".
- **ammaestrarlo**: insegnargli a fare esercizi, come si fa con gli animali.
- **arrabbiato**: pieno di rabbia.
- **masticare**: rompere il cibo con i denti.
- **tritata**: tagliata in pezzi molto piccoli.
- **disgrazia**: fatto molto brutto e triste.
- **dame**: signore nobili.
- **ubbidito**: fatto quello che gli altri dicono di fare.
- **schioccare**: fare un rumore secco e forte con la frusta.
- **medaglione**: gioiello tondo che pende da una collana.
- **lisciati**: toccati piano, con la mano sul pelo.
- **accarezzati**: toccati con la mano, con dolcezza.
- **brillare**: mandare luce.
- **specchi**: vetri dove si vede la propria immagine.
- **pigri**: che non hanno voglia di fare niente.
- **amavano**: volevano bene a qualcuno o a qualcosa.
- **milionario**: persona molto ricca, che ha milioni.
- **sputata**: mandata fuori dalla bocca.
- **digerire**: trasformare il cibo nella pancia, dopo averlo mangiato.
- **prudenza**: attenzione a non fare cose pericolose.
- **maccheroni**: tipo di pasta a forma di tubo.
- **stivali**: scarpe alte che coprono anche la gamba.
- **procrearmi**: fare figli; qui il Direttore sbaglia parola.
- **cospicuo**: grande e importante.
- **compatiteci**: perdonate i nostri errori.
- **uragano**: tempesta fortissima, con vento e pioggia.
- **fibbie**: piccoli pezzi di metallo per chiudere una striscia di pelle.
- **borchie**: piccoli pezzi tondi di metallo, messi sulla pelle per bellezza.
- **fiocchetti**: piccoli nodi fatti con un nastro.

## Capitolo XXXIV. Pinocchio gettato in mare, è mangiato dai pesci, e ritorna ad essere un burattino come prima: ma mentre nuota per salvarsi, è ingoiato dal terribile Pesce-cane.

Dopo cinquanta minuti il ciuchino era ancora sott'acqua. Il compratore parlava da solo e ha detto:

— Ormai il mio povero ciuchino zoppo deve essere affogato. Adesso lo tiro su, e con la sua pelle faccio questo bel tamburo. —

Ha cominciato a tirare la corda. Con quella corda aveva legato il ciuchino per una gamba. E tira, tira, tira, alla fine ha visto apparire qualcosa sull'acqua.... Indovinate? Invece di un ciuchino morto, ha visto apparire sull'acqua un burattino vivo. Il burattino si muoveva come un'anguilla.

Il pover'uomo ha visto quel burattino di legno e ha creduto di sognare. È rimasto lì confuso, a bocca aperta, con gli occhi fuori dalla testa.

Poi si è ripreso un poco dalla prima sorpresa. Piangeva, e le parole gli uscivano male. Ha detto:

— E il ciuchino che ho buttato in mare dov'è?...

— Quel ciuchino sono io! — ha risposto il burattino, e rideva.

— Tu?

— Io.

— Ah! imbroglione! Vuoi forse ridere di me?

— Ridere di voi? Ma no, caro padrone: io vi parlo sul serio.

— Ma come è possibile? Poco fa eri un ciuchino. Ora sei nell'acqua e sei diventato un burattino di legno?...

— Forse è l'effetto dell'acqua del mare. Il mare fa di questi scherzi.

— Attento, burattino, attento!... Non credere di ridere di me. Se perdo la pazienza, guai a te!

— Allora, padrone, volete sapere tutta la vera storia? Slegatemi questa gamba e io ve la racconto. —

Il compratore era un brav'uomo, ma non molto furbo. Era curioso di conoscere la vera storia. Così ha sciolto subito il nodo della corda. Ora Pinocchio era libero come un uccello nell'aria, e ha cominciato a parlare così:

— Dovete sapere che io ero un burattino di legno, come sono oggi. Mancava poco e diventavo un ragazzo, come tanti ragazzi in questo mondo. Però avevo poca voglia di studiare e ascoltavo i cattivi compagni. Così sono scappato di casa.... E un bel giorno mi sono svegliato, ed ero diventato un somaro. Avevo due grandi orecchi.... e una grande coda!... Che vergogna è stata per me!... Una vergogna, caro padrone! Prego Sant'Antonio benedetto: neppure voi dovete provarla mai! Mi hanno portato al mercato degli asini per vendermi. Mi ha comprato il Direttore di una compagnia equestre. Lui voleva fare di me un gran ballerino o un gran saltatore di cerchi. Ma una sera, durante lo spettacolo, sono caduto male in teatro. Così sono rimasto zoppo da tutte e due le gambe. Il Direttore non sapeva che cosa fare con un asino zoppo. Allora mi ha mandato a vendere di nuovo, e voi mi avete comprato!

— Purtroppo! E ti ho pagato venti soldi. E ora chi mi restituisce i miei poveri venti soldi?

— E perché mi avete comprato? Voi mi avete comprato per fare con la mia pelle un tamburo!... un tamburo!...

— Purtroppo! E ora dove troverò un'altra pelle?...

— Non disperatevi, padrone. Di ciuchini ce ne sono tanti, in questo mondo!

— Dimmi, ragazzaccio maleducato: la tua storia finisce qui?

— No — ha risposto il burattino. — Ci sono altre due parole, e poi è finita. Mi avete comprato e mi avete portato in questo posto per uccidermi. Ma poi avete avuto pietà. Così avete preferito legarmi un sasso al collo e buttarmi in fondo al mare. Questo gentile sentimento vi fa molto onore, e io vi sarò sempre riconoscente. Però, caro padrone, questa volta non avete pensato alla Fata....

— E chi è questa Fata?

— È la mia mamma. Lei è come tutte le buone mamme. Queste mamme vogliono un gran bene ai loro ragazzi e li guardano sempre con attenzione. Li aiutano con amore in ogni disgrazia. Li aiutano anche quando i ragazzi fanno sciocchezze e si comportano male. Anche quando meritano di restare soli e abbandonati! Dicevo, dunque, che la buona Fata mi ha visto in pericolo: stavo per affogare. Allora ha mandato subito intorno a me moltissimi pesci. Per loro ero davvero un ciuchino morto. Così hanno cominciato a mangiarmi! E che bocconi grandi! Non lo sapevo: i pesci sono più golosi anche dei ragazzi! Uno mi ha mangiato gli orecchi, uno il muso, uno il collo e la criniera. Uno ha mangiato la pelle delle zampe, uno il pelo della schiena.... E tra gli altri c'era un pesciolino così gentile: ha voluto mangiarmi perfino la coda.

— Da oggi — ha detto il compratore pieno di orrore — giuro di non mangiare più pesce. Mi dispiace troppo aprire una triglia o un nasello fritto. Dentro posso trovare una coda di ciuco!

— Io la penso come voi — ha risposto il burattino, e rideva. — Dovete sapere un'altra cosa. I pesci hanno mangiato tutta quella pelle di asino. Mi copriva dalla testa ai piedi. Poi, naturalmente, sono arrivati all'osso.... Anzi, sono arrivati al legno, perché, come vedete, io sono fatto di legno durissimo. Ma dopo i primi morsi, quei pesci golosi hanno capito subito. Il legno non era cibo per i loro denti. Quel cibo duro li ha disgustati. Così se ne sono andati, chi di qua e chi di là. Non si sono voltati neppure per dirmi grazie.... Ecco come è successo. Voi avete tirato su la corda. E avete trovato un burattino vivo, invece di un ciuchino morto.

— Io rido della tua storia! — ha gridato il compratore furioso. — Io so che ho speso venti soldi per comprarti, e rivoglio i miei soldi. Sai che cosa farò? Ti porterò di nuovo al mercato. Ti venderò a peso, come legno secco, per accendere il fuoco nel camino.

— Vendetemi pure: io sono contento — ha detto Pinocchio. Ma subito ha fatto un salto ed è finito in mezzo all'acqua. Nuotava allegro e si allontanava dalla spiaggia. E gridava al povero compratore:

— Addio, padrone! Avete bisogno di una pelle per fare un tamburo? Ricordatevi di me. —

E poi rideva e continuava a nuotare. Dopo un poco si è voltato indietro e ha urlato più forte:

— Addio, padrone!... Avete bisogno di un po' di legno secco per accendere il camino? Ricordatevi di me. —

In un attimo si era allontanato moltissimo. Quasi non si vedeva più. Sull'acqua del mare si vedeva solo un puntino nero. Ogni tanto questo puntino alzava le gambe fuori dall'acqua. Faceva capriole e salti, come un delfino di buon umore.

Pinocchio nuotava senza sapere dove andare. A un tratto ha visto uno scoglio in mezzo al mare. Lo scoglio sembrava di marmo bianco. In cima allo scoglio c'era una bella caprettina. La caprettina belava con amore e gli faceva segno di avvicinarsi.

La cosa più strana era questa. Le altre capre hanno la lana bianca, o nera, o a macchie di più colori. La lana di questa caprettina invece era turchina. Era un turchino così forte e luminoso che ricordava moltissimo i capelli della bella Bambina.

Immaginate voi: il cuore del povero Pinocchio ha cominciato a battere più forte! Con il doppio della forza ha cominciato a nuotare verso lo scoglio bianco. Era già a metà strada. Ed ecco, è uscita dall'acqua una testa orribile di mostro marino. Veniva verso di lui. Aveva la bocca aperta come un enorme buco e tre file di grandi denti. Anche in un quadro, quei denti facevano paura.

E sapete chi era quel mostro marino?

Quel mostro marino era proprio il gigantesco Pesce-cane. Questa storia ne ha già parlato molte volte. Uccideva tanti pesci e tanti pescatori, e non era mai sazio. Per questo lo chiamavano «l'Attila dei pesci e dei pescatori.» (Attila era un re crudele che tutti temevano.)

Immaginate lo spavento del povero Pinocchio davanti al mostro. Ha cercato di evitarlo, ha cercato di cambiare strada. Ha cercato di fuggire. Ma quella immensa bocca aperta veniva sempre verso di lui, veloce come un fulmine.

— Presto, Pinocchio, per carità! — gridava la bella caprettina, e belava.

E Pinocchio nuotava disperatamente con le braccia, con il petto, con le gambe, con i piedi.

— Corri, Pinocchio, perché il mostro si avvicina!... —

E Pinocchio metteva insieme tutte le sue forze e nuotava ancora più veloce.

— Attento, Pinocchio!... Il mostro ti raggiunge! Eccolo!... Eccolo!... Presto, per carità, o sei perduto!... —

E Pinocchio nuotava più veloce che mai. E via, via, e via, come una palla di fucile. E già era vicino allo scoglio. E già la caprettina si sporgeva tutta sul mare. Allungava verso di lui le zampine davanti, per aiutarlo a uscire dall'acqua.... Ma!...

Ma ormai era tardi! Il mostro lo aveva raggiunto. Il mostro ha tirato l'aria dentro di sé. Si è bevuto il povero burattino, come si beve un uovo di gallina. Lo ha inghiottito con tanta forza e tanta fame! Così Pinocchio è caduto giù nel corpo del Pesce-cane. Il colpo è stato così forte che per un quarto d'ora è rimasto senza sensi.

Quando si è ripreso, non capiva neppure lui in che mondo era. Intorno a lui c'era un gran buio, da ogni parte. Era un buio così nero e profondo! Gli sembrava di avere la testa dentro un calamaio pieno di inchiostro. Ha ascoltato e non ha sentito nessun rumore. Solo, ogni tanto, sentiva sul viso dei grandi colpi di vento. All'inizio non capiva da dove usciva quel vento. Ma poi ha capito: usciva dai polmoni del mostro. Perché dovete sapere che il Pesce-cane soffriva moltissimo di asma. Quando respirava, sembrava proprio il soffio della tramontana.

All'inizio Pinocchio ha cercato di farsi un po' di coraggio. Ma poi ha avuto la prova, e poi un'altra prova. Era chiuso nel corpo del mostro marino. Allora ha cominciato a piangere e a gridare. E piangeva e diceva:

— Aiuto! aiuto! Oh povero me! Nessuno viene a salvarmi!

— E chi ti può salvare, disgraziato? — ha detto nel buio una vociaccia. Era una voce rotta, come una chitarra scordata.

— Chi è che parla così? — ha domandato Pinocchio. Per la paura si è sentito gelare.

— Sono io! Sono un povero Tonno. Il Pesce-cane ha inghiottito me e anche te. E tu che pesce sei?

— Io con i pesci non c'entro niente. Io sono un burattino.

— E allora, se non sei un pesce, perché ti sei fatto inghiottire dal mostro?

— Non sono io che mi sono fatto inghiottire: è lui che mi ha inghiottito! E ora che cosa dobbiamo fare qui al buio?...

— Dobbiamo accettare la cosa e aspettare. Il Pesce-cane ci digerirà tutti e due!...

— Ma io non voglio finire digerito! — ha urlato Pinocchio, e ha ricominciato a piangere.

— Neppure io voglio finire digerito — ha aggiunto il Tonno. — Ma io sono abbastanza filosofo e mi consolo con questo pensiero. Quando nasci Tonno, c'è più dignità a morire sott'acqua che sott'olio!... — (Il tonno si vende spesso in scatola, sott'olio.)

— Sciocchezze! — ha gridato Pinocchio.

— La mia è un'opinione — ha risposto il Tonno. — E le opinioni, come dicono i Tonni politici, si devono rispettare!

— Insomma.... io voglio andare via di qui.... io voglio fuggire....

— Fuggi, se ci riesci!...

— È molto grosso questo Pesce-cane che ci ha inghiottiti? — ha domandato il burattino.

— Immagina: il suo corpo è più lungo di un chilometro, senza contare la coda. —

Mentre parlavano al buio, Pinocchio ha creduto di vedere una specie di luce, lontano lontano.

— Che cosa sarà mai quella piccola luce lontano lontano? — ha detto Pinocchio.

— Sarà qualche nostro compagno di sfortuna. Forse aspetta, come noi, di finire digerito!...

— Voglio andare a trovarlo. Forse è un vecchio pesce e mi può insegnare la strada per fuggire?

— Te lo auguro di cuore, caro burattino.

— Addio, Tonno.

— Addio, burattino, e buona fortuna.

— Dove ci rivedremo?...

— Chi lo sa?... È meglio non pensarci neppure! —

### Glossario

- **anguilla**: pesce lungo e sottile come un serpente.
- **compagnia equestre**: gruppo di persone che fa spettacoli con i cavalli.
- **criniera**: i peli lunghi sul collo del cavallo o dell'asino.
- **capriole**: salti con il corpo che gira in avanti o indietro.
- **scoglio**: grande pietra nel mare.
- **belava**: faceva il verso della capra ("beee").
- **turchina**: di colore azzurro scuro.
- **calamaio**: piccolo vaso per l'inchiostro.
- **asma**: malattia: si respira male e con fatica.
- **tramontana**: vento freddo del nord.
- **chitarra scordata**: chitarra che suona male.
- **digerito**: trasformato nello stomaco dopo il pasto.
- **imbroglione**: persona che inganna gli altri.
- **furbo**: che capisce subito le cose e sa come ottenere quello che vuole.
- **sciolto**: aperto, slegato (un nodo).
- **orecchi**: le orecchie.
- **disperatevi**: perdete ogni speranza.
- **maleducato**: che si comporta male con gli altri.
- **disgrazia**: fatto molto brutto, grande sfortuna.
- **sciocchezze**: cose stupide.
- **bocconi**: pezzi di cibo che si mettono in bocca in una volta.
- **golosi**: che amano molto mangiare.
- **nuotava**: si muoveva nell'acqua con le braccia e le gambe.
- **nuotare**: muoversi nell'acqua con le braccia e le gambe.
- **inghiottire**: mandare giù dalla bocca allo stomaco.
- **affogato**: morto nell'acqua, perché non poteva respirare.
- **tamburo**: strumento musicale rotondo che si suona battendo sulla pelle.
- **zoppo**: che cammina male, perché ha male a una gamba.
- **nodo**: punto dove una corda è legata stretta.
- **muso**: la parte davanti della testa di un animale.
- **ciuco**: asino.
- **triglia**: piccolo pesce di mare, di colore rosso.
- **nasello**: pesce di mare dalla carne bianca.
- **delfino**: grande animale del mare che salta fuori dall'acqua.
- **lana**: il pelo morbido della pecora e della capra.
- **sazio**: che ha mangiato abbastanza e non ha più fame.
- **fulmine**: luce fortissima e veloce che scende dal cielo durante un temporale.
- **zampine**: piccole gambe di un animale.
- **fucile**: arma lunga che spara.
- **polmoni**: le parti del corpo che servono per respirare.
- **vociaccia**: voce brutta.
- **filosofo**: persona che pensa molto alla vita e accetta quello che succede.
- **dignità**: il rispetto che una persona ha per sé stessa.

## Capitolo XXXV. Pinocchio ritrova in corpo al Pesce-cane.... chi ritrova? Leggete questo capitolo e lo saprete.

Pinocchio ha detto addio al suo buon amico Tonno. Poi si è mosso in mezzo a quel buio. Camminava nel corpo del Pesce-cane e cercava la strada con le mani. Un passo dopo l'altro, andava verso quella piccola luce. La vedeva brillare lontano lontano.

Mentre camminava, sentiva i piedi in una pozza di acqua grassa e scivolosa. Quell'acqua aveva un odore molto forte di pesce fritto. Così gli sembrava di essere a metà Quaresima. (In Quaresima, nei giorni prima di Pasqua, si mangiava molto pesce.)

Più andava avanti, e più la luce diventava forte e chiara. Cammina, cammina, alla fine è arrivato. E quando è arrivato.... che cosa ha trovato? Indovinate! Potete provare anche mille volte! Ha trovato una piccola tavola apparecchiata. Sulla tavola c'era una candela accesa, dentro una bottiglia di vetro verde. E a tavola era seduto un vecchiettino tutto bianco. Sembrava fatto di neve o di panna montata. Il vecchiettino masticava piano alcuni pesciolini vivi. Erano così vivi che a volte gli scappavano perfino dalla bocca!

A quella vista il povero Pinocchio ha provato una gioia grandissima e improvvisa. Quasi diventava matto! Voleva ridere, voleva piangere, voleva dire tantissime cose. E invece faceva solo versi confusi e balbettava parole senza senso. Finalmente è riuscito a fare un grido di gioia. Ha aperto le braccia e si è buttato al collo del vecchietto. Poi ha cominciato a urlare:

— Oh! babbino mio! Finalmente vi ho ritrovato! Ora non vi lascio più, mai più, mai più!

— Allora i miei occhi mi dicono il vero? — ha risposto il vecchietto. Si strofinava gli occhi. — Allora tu sei proprio il mio caro Pinocchio?

— Sì, sì! Sono io, proprio io! E voi mi avete già perdonato, non è vero? Oh babbino mio, come siete buono!... E pensare che io invece.... Oh! voi non sapete quante disgrazie mi sono capitate! E quante cose mi sono andate male! Immaginate: quel giorno voi, povero babbino, avete venduto la vostra casacca. E mi avete comprato l'Abbecedario per andare a scuola. E io sono scappato a vedere i burattini. E il burattinaio mi voleva mettere sul fuoco per cuocere il montone arrosto. E quello poi mi ha dato cinque monete d'oro per portarle a voi. Ma io ho trovato la Volpe e il Gatto. E mi hanno portato all'osteria del Gambero Rosso, e là hanno mangiato come lupi. E sono partito solo di notte e ho incontrato gli assassini. E loro si sono messi a corrermi dietro, e io via, e loro dietro! E io via, e loro sempre dietro, e io via! E alla fine mi hanno impiccato a un ramo della Quercia grande. E allora la bella Bambina dai capelli turchini ha mandato a prendermi con una carrozzina. E i medici mi hanno visitato. E hanno detto subito: «Se non è morto, è segno che è sempre vivo.» E allora mi è scappata una bugia, e il naso ha cominciato a crescere. E non passava più dalla porta della camera. E per questo sono andato con la Volpe e con il Gatto. E abbiamo messo sotto terra le quattro monete d'oro. E una l'avevo spesa all'osteria. E il pappagallo si è messo a ridere. E invece di duemila monete non ho trovato più nulla. E il giudice ha saputo che mi avevano rubato tutto. E mi ha messo subito in prigione, per fare un piacere ai ladri. E quando sono venuto via ho visto un bel grappolo d'uva in un campo. E sono rimasto preso nella tagliola. E il contadino mi ha messo il collare da cane. E dovevo fare la guardia al pollaio. E lui ha capito che ero innocente e mi ha lasciato andare. E il Serpente, con la coda che fumava, ha cominciato a ridere. E gli si è rotta una vena sul petto. E così sono tornato alla casa della bella Bambina, che era morta. E il Colombo mi ha visto piangere. E mi ha detto: «Ho visto il tuo babbo. Si costruiva una barchetta per venirti a cercare.» E io gli ho detto: «Oh! Anch'io voglio le ali!» E lui mi ha detto: «Vuoi andare dal tuo babbo?» E io gli ho detto: «Magari! Ma chi mi porta da lui?» E lui mi ha detto: «Ti porto io.» E io gli ho detto: «Come?» E lui mi ha detto: «Sali sulla mia schiena.» E così abbiamo volato tutta la notte. E poi la mattina tutti i pescatori guardavano il mare. E mi hanno detto: «C'è un pover'uomo in una barchetta, e sta per affogare.» E io da lontano vi ho riconosciuto subito, perché il cuore me lo diceva. E vi ho fatto segno di tornare alla spiaggia....

— Anch'io ti ho riconosciuto — ha detto Geppetto. — Volevo proprio tornare alla spiaggia: ma come fare? Il mare era grosso e un'onda enorme ha rovesciato la barchetta. Un orribile Pesce-cane era lì vicino. Appena mi ha visto nell'acqua, è corso subito verso di me. Ha tirato fuori la lingua e mi ha preso tutto intero. Mi ha inghiottito come un tortellino di Bologna.

— E da quanto tempo siete chiuso qui dentro? — ha domandato Pinocchio.

— Da quel giorno saranno ormai due anni. Due anni, Pinocchio mio.... e a me sono sembrati due secoli!

— E come avete fatto a vivere? E dove avete trovato la candela? E i fiammiferi per accenderla, chi ve li ha dati?

— Ora ti racconto tutto. Devi sapere una cosa. Quella stessa tempesta ha rovesciato la mia barchetta. E ha fatto affondare anche una grande nave piena di merci. I marinai si sono salvati tutti, ma la nave è andata a fondo. E il solito Pesce-cane quel giorno aveva un ottimo appetito. Ha inghiottito me, e poi ha inghiottito anche la nave....

— Come! L'ha inghiottita tutta in un boccone?... — ha domandato Pinocchio, pieno di meraviglia.

— Tutta in un boccone. Ha risputato solamente l'albero maestro, perché gli era rimasto fra i denti come una lisca. Per mia grande fortuna, quella nave non portava solo carne conservata in scatole di metallo. C'era anche il biscotto, che è pane tostato. C'erano bottiglie di vino, uva secca, formaggio, caffè e zucchero. C'erano candele di stearina e scatole di fiammiferi di cera. Con tutta questa grazia di Dio ho potuto vivere due anni. Ma oggi è quasi finito tutto. Oggi nella dispensa non c'è più nulla. E questa candela accesa è l'ultima candela che mi è rimasta....

— E dopo?

— E dopo, caro mio, resteremo tutti e due al buio.

— Allora, babbino mio — ha detto Pinocchio — non c'è tempo da perdere. Dobbiamo pensare subito a fuggire.

— A fuggire?... E come?

— Scappiamo dalla bocca del Pesce-cane e ci buttiamo a nuoto in mare.

— Tu parli bene. Ma io, caro Pinocchio, non so nuotare!

— E che importa?... Voi salirete a cavalluccio sulle mie spalle. Io sono un buon nuotatore e vi porterò sano e salvo fino alla spiaggia.

— Illusioni, ragazzo mio! — ha risposto Geppetto. Scuoteva la testa e sorrideva con tristezza. — Tu sei un burattino alto appena un metro. Come puoi avere tanta forza? Come puoi portarmi a nuoto sulle spalle?

— Provate e vedrete! In ogni modo, forse è scritto in cielo che dobbiamo morire. Allora avremo almeno una grande consolazione: moriremo abbracciati insieme. —

Senza dire altro, Pinocchio ha preso in mano la candela. È andato avanti per fare luce e ha detto al suo babbo:

— Venite dietro a me, e non abbiate paura. —

Così hanno camminato per molto tempo. Hanno attraversato tutto il corpo e tutto lo stomaco del Pesce-cane. Ma quando sono arrivati all'inizio della larga gola del mostro, si sono fermati. Volevano guardare bene e scegliere il momento giusto per la fuga.

Ora dovete sapere che il Pesce-cane era molto vecchio. Soffriva di asma, e il cuore gli batteva male. Per questo doveva dormire a bocca aperta. Così Pinocchio si è affacciato all'inizio della gola e ha guardato in su. Fuori da quell'enorme bocca aperta ha visto un bel pezzo di cielo stellato. E ha visto anche una bellissima luce di luna.

— Questo è il momento giusto per scappare — ha sussurrato allora. Si è voltato verso il suo babbo. — Il Pesce-cane dorme profondamente. Il mare è tranquillo e si vede come di giorno. Venite dunque, babbino, dietro a me, e fra poco saremo salvi. —

Subito sono saliti su per la gola del mostro marino. Sono arrivati in quell'immensa bocca. Lì hanno cominciato a camminare in punta di piedi sulla lingua. Era una lingua così larga e così lunga! Sembrava il grande viale di un giardino. Ormai stavano per fare il gran salto e per buttarsi a nuoto nel mare. Ma proprio in quel momento il Pesce-cane ha starnutito. Con lo starnuto ha dato una scossa fortissima. Così Pinocchio e Geppetto sono rimbalzati indietro. Sono caduti di nuovo in fondo allo stomaco del mostro.

Nella caduta la candela si è spenta, e padre e figlio sono rimasti al buio.

— E ora?... — ha domandato Pinocchio, serio.

— Ora, ragazzo mio, siamo veramente perduti.

— Perché perduti? Datemi la mano, babbino, e state attento a non scivolare!...

— Dove mi porti?

— Dobbiamo provare di nuovo a fuggire. Venite con me e non abbiate paura. —

Detto questo, Pinocchio ha preso il suo babbo per la mano. Camminavano sempre in punta di piedi. Sono risaliti insieme su per la gola del mostro. Poi hanno attraversato tutta la lingua e hanno scavalcato le tre file di denti. Ma prima di fare il gran salto, il burattino ha detto al suo babbo:

— Salite a cavalluccio sulle mie spalle e abbracciatemi forte forte. Al resto ci penso io. —

Geppetto si è sistemato bene sulle spalle del figlio. Il bravo Pinocchio era sicuro di sé. Subito si è buttato nell'acqua e ha cominciato a nuotare. Il mare era tranquillo come l'olio. La luna splendeva con tutta la sua luce. E il Pesce-cane continuava a dormire. Dormiva così profondamente! Neppure un colpo di cannone poteva svegliarlo.

### Glossario

- **pozza**: piccola quantità di acqua ferma per terra.
- **Quaresima**: i quaranta giorni prima di Pasqua.
- **masticava**: rompeva il cibo con i denti.
- **montone**: maschio della pecora.
- **tortellino**: piccola pasta ripiena, tipica di Bologna.
- **albero maestro**: il palo più alto di una nave.
- **lisca**: osso sottile del pesce.
- **stearina**: materiale bianco per fare le candele.
- **dispensa**: posto dove si tiene il cibo.
- **a cavalluccio**: seduto sulle spalle di un'altra persona.
- **gola**: la parte interna del collo, dietro la bocca.
- **consolazione**: cosa che dà un po' di pace quando si soffre.
- **brillare**: fare una luce viva.
- **scivolosa**: su cui si cade facilmente, perché i piedi non stanno fermi.
- **fritto**: cotto nell'olio bollente.
- **apparecchiata**: pronta per il pasto, con piatti e bicchieri.
- **candela**: bastoncino di cera che si accende per fare luce.
- **montata**: battuta fino a diventare morbida e gonfia (la panna).
- **improvvisa**: che arriva quando nessuno l'aspetta.
- **strofinava**: passava più volte la mano su qualcosa.
- **disgrazie**: fatti molto brutti, grandi sfortune.
- **cuocere**: preparare il cibo sul fuoco.
- **arrosto**: carne cotta sul fuoco.
- **rovesciato**: girato con la parte di sopra verso il basso.
- **fiammiferi**: piccoli bastoncini per accendere il fuoco.
- **boccone**: quantità di cibo che si mette in bocca in una volta.
- **nuotare**: muoversi nell'acqua con le braccia e le gambe.
- **balbettava**: parlava male, ripetendo i suoni delle parole.
- **impiccato**: appeso per il collo con una corda.
- **grappolo**: tanti chicchi d'uva uniti insieme.
- **tagliola**: trappola di ferro per prendere gli animali.
- **collare**: striscia che si mette intorno al collo del cane.
- **pollaio**: posto dove stanno le galline.
- **vena**: piccolo tubo del corpo dove passa il sangue.
- **merci**: cose che si comprano e si vendono.
- **tostato**: cotto fino a diventare secco e croccante.
- **grazia di Dio**: tutte queste cose buone da mangiare.
- **illusioni**: speranze che non possono diventare vere.
- **viale**: strada larga, spesso con alberi.
- **sussurrato**: detto a voce molto bassa.
- **scossa**: movimento forte e improvviso.
- **rimbalzati**: tornati indietro dopo un colpo.
- **scavalcato**: passato sopra.
- **cannone**: grande arma che spara palle di ferro.

## Capitolo XXXVI. Finalmente Pinocchio cessa d'essere un burattino e diventa un ragazzo.

Pinocchio nuotava veloce per arrivare alla spiaggia. A un certo punto si è accorto di una cosa. Il suo babbo era a cavalluccio sulle sue spalle e aveva le gambe mezze nell'acqua. E tremava forte forte, come un pover'uomo con la febbre alta.

Tremava di freddo o di paura? Chi lo sa?... Forse un po' per l'uno e un po' per l'altra. Ma Pinocchio pensava: «Ha paura.» Così gli ha detto, per dargli forza:

— Coraggio, babbo! Fra pochi minuti arriveremo a terra e saremo salvi.

— Ma dov'è questa benedetta spiaggia? — ha domandato il vecchietto. Era sempre più preoccupato. Stringeva gli occhi, come fanno i sarti quando mettono il filo nell'ago. — Io guardo da tutte le parti e non vedo altro che cielo e mare.

— Ma io vedo anche la spiaggia — ha detto il burattino. — Dovete sapere che io sono come i gatti. Ci vedo meglio di notte che di giorno. —

Il povero Pinocchio faceva finta di essere di buon umore. Ma invece.... invece cominciava a perdere coraggio. Le forze diminuivano. Il suo respiro diventava pesante e difficile.... Insomma non ce la faceva più, e la spiaggia era sempre lontana.

Ha nuotato finché ha avuto fiato. Poi ha girato la testa verso Geppetto e ha detto con parole spezzate:

— Babbo mio, aiutatemi.... perché io muoio.... —

Padre e figlio stavano ormai per affogare. In quel momento hanno sentito una voce di chitarra scordata. La voce ha detto:

— Chi è che muore?

— Sono io e il mio povero babbo!

— Questa voce la riconosco! Tu sei Pinocchio!...

— Esatto; e tu?

— Io sono il Tonno, il tuo compagno di prigione nel corpo del Pesce-cane.

— E come hai fatto a scappare?

— Ho fatto come te. Tu mi hai insegnato la strada, e dopo di te sono fuggito anch'io.

— Tonno mio, tu arrivi proprio al momento giusto! Ti prego, per l'amore dei tonnini tuoi figli: aiutaci, o siamo perduti.

— Volentieri e con tutto il cuore. Attaccatevi tutti e due alla mia coda e lasciatevi guidare. In quattro minuti vi porterò alla riva. —

Geppetto e Pinocchio, come potete immaginare, hanno accettato subito. Ma non si sono attaccati alla coda. Hanno pensato che era più comodo sedersi sulla schiena del Tonno.

— Siamo troppo pesanti? — gli ha domandato Pinocchio.

— Pesanti? Ma no! Mi sembra di avere addosso due gusci di conchiglia — ha risposto il Tonno. Il Tonno era così grosso e forte che sembrava un vitello di due anni.

Quando sono arrivati alla riva, Pinocchio è saltato a terra per primo. Voleva aiutare il suo babbo a scendere. Poi si è voltato verso il Tonno e gli ha detto con voce commossa:

— Amico mio, tu hai salvato il mio babbo! Dunque non ho parole per ringraziarti abbastanza! Lasciami almeno darti un bacio, per dirti che ti sarò sempre riconoscente!... —

Il Tonno ha tirato fuori il muso dall'acqua. Pinocchio si è messo in ginocchio. Gli ha dato sulla bocca un bacio pieno di affetto. Il povero Tonno non era abituato a tanta tenerezza. Si è sentito molto commosso! Si vergognava di piangere come un bambino davanti a loro. Così ha rimesso la testa sott'acqua ed è sparito.

Intanto si era fatto giorno.

Geppetto aveva appena il fiato per stare in piedi. Allora Pinocchio gli ha offerto il braccio e gli ha detto:

— Appoggiatevi pure al mio braccio, caro babbino, e andiamo. Cammineremo piano piano come le formiche. Quando saremo stanchi, ci riposeremo lungo la strada.

— E dove dobbiamo andare? — ha domandato Geppetto.

— Cerchiamo una casa o una capanna. Forse lì ci daranno per carità un pezzo di pane e un letto di paglia. —

Non avevano ancora fatto cento passi, quando hanno visto due brutti tipi. Erano seduti sul bordo della strada e chiedevano l'elemosina.

Erano il Gatto e la Volpe, ma non sembravano più quelli di una volta. Immaginate: il Gatto aveva fatto tanto il cieco, e alla fine era diventato cieco davvero. La Volpe era vecchia e malata, e aveva perso il pelo. Da una parte non si muoveva più. Non aveva più neppure la coda. È proprio così. Quella brutta ladra era diventata poverissima. Un bel giorno aveva dovuto vendere perfino la sua bellissima coda a un merciaio ambulante. Lui l'aveva comprata per farne uno scacciamosche.

— O Pinocchio! — ha gridato la Volpe con voce di pianto. — Fai un po' di carità a questi due poveri malati!

— Malati! — ha ripetuto il Gatto.

— Addio, mascherine! — ha risposto il burattino. (Sono persone false, con una maschera sul viso.) — Mi avete ingannato una volta, e ora non mi ingannate più.

— Credici, Pinocchio: oggi siamo poveri e sfortunati davvero!

— Davvero! — ha ripetuto il Gatto.

— Se siete poveri, ve lo meritate. Ricordatevi del proverbio che dice: «I quattrini rubati non fanno mai frutto.» Addio, mascherine.

— Abbi pietà di noi!...

— Di noi!

— Addio, mascherine! Ricordatevi del proverbio che dice: «La farina del diavolo va tutta in crusca.» — (La crusca è la parte povera del grano.)

— Non ci abbandonare!...

— ...are! — ha ripetuto il Gatto.

— Addio, mascherine! Ricordatevi del proverbio che dice: «Chi ruba il mantello al suo prossimo, per il solito muore senza camicia.» —

Così Pinocchio e Geppetto hanno continuato tranquillamente per la loro strada. Dopo altri cento passi hanno visto una bella capanna. Era in fondo a un sentiero, in mezzo ai campi. Era tutta di paglia, con il tetto coperto di tegole e di mattoni.

— In quella capanna deve abitare qualcuno — ha detto Pinocchio. — Andiamo là e bussiamo. —

E sono andati e hanno bussato alla porta.

— Chi è? — ha detto una vocina dall'interno.

— Siamo un povero babbo e un povero figlio — ha risposto il burattino. — Siamo senza pane e senza tetto.

— Girate la chiave e la porta si aprirà — ha detto la stessa vocina.

Pinocchio ha girato la chiave e la porta si è aperta. Sono entrati. Hanno guardato di qua, hanno guardato di là, e non hanno visto nessuno.

— Ma il padrone della capanna dov'è? — ha detto Pinocchio pieno di meraviglia.

— Eccomi quassù! —

Babbo e figlio si sono voltati subito verso il soffitto. Sopra una piccola trave hanno visto il Grillo-parlante.

— Oh! mio caro Grillino — ha detto Pinocchio, e lo ha salutato con gentilezza.

— Ora mi chiami il «tuo caro Grillino», non è vero? Ma ti ricordi di quel giorno? Per cacciarmi da casa tua, mi hai tirato un manico di martello.

— Hai ragione, Grillino! Caccia via anche me.... tira anche a me un manico di martello. Ma abbi pietà del mio povero babbo...

— Io avrò pietà del babbo e anche del figlio! Ma ho voluto ricordarti quel brutto gesto per insegnarti una cosa. In questo mondo, quando si può, bisogna essere gentili con tutti. Solo così gli altri saranno gentili con noi nei giorni del bisogno.

— Hai ragione, Grillino, hai proprio ragione. E io ricorderò la lezione che mi hai dato. Ma dimmi, come hai fatto a comprare questa bella capanna?

— Questa capanna me l'ha regalata ieri una capra graziosa. Aveva la lana di un bellissimo colore turchino.

— E la capra dov'è andata? — ha domandato Pinocchio, pieno di curiosità.

— Non lo so.

— E quando tornerà?...

— Non tornerà mai. Ieri è partita molto triste. Belava, e sembrava dire: «Povero Pinocchio!... Ormai non lo rivedrò più!... Forse il Pesce-cane a quest'ora l'ha già mangiato!...»

— Ha detto proprio così?... Allora era lei!... era lei!... era la mia cara Fatina!... — ha cominciato a urlare Pinocchio, e singhiozzava e piangeva forte.

Quando ha finito di piangere, si è asciugato gli occhi. Ha preparato un buon lettino di paglia e ci ha steso sopra il vecchio Geppetto. Poi ha domandato al Grillo-parlante:

— Dimmi, Grillino, dove posso trovare un bicchiere di latte per il mio povero babbo?

— A tre campi da qui c'è Giangio, l'ortolano. Lui ha le mucche. Va' da lui e troverai il latte che cerchi. —

Pinocchio è corso a casa di Giangio, l'ortolano. Ma l'ortolano gli ha detto:

— Quanto latte vuoi?

— Ne voglio un bicchiere pieno.

— Un bicchiere di latte costa un soldo. Intanto dammi il soldo.

— Non ho neppure un centesimo — ha risposto Pinocchio, triste e pieno di vergogna.

— Male, burattino mio — ha risposto l'ortolano. — Se tu non hai neppure un centesimo, io non ho neppure un dito di latte.

— Pazienza! — ha detto Pinocchio, e stava per andare via.

— Aspetta un po' — ha detto Giangio. — Tra me e te possiamo metterci d'accordo. Vuoi girare il *bindolo*?

— Che cos'è il bindolo?

— È quella macchina di legno. Tira su l'acqua dalla cisterna per bagnare le verdure.

— Proverò....

— Allora tirami su cento secchi d'acqua. In cambio ti regalerò un bicchiere di latte.

— Va bene. —

Giangio ha portato il burattino nell'orto e gli ha insegnato come girare il *bindolo*. Pinocchio si è messo subito al lavoro. Ma prima della fine dei cento secchi, era tutto sudato dalla testa ai piedi. Non aveva mai fatto una fatica così grande.

— Finora questa fatica di girare il bindolo — ha detto l'ortolano — l'ha fatta il mio ciuchino. Ma oggi quel povero animale sta per morire.

— Mi portate a vederlo? — ha detto Pinocchio.

— Volentieri. —

Pinocchio è entrato nella stalla e ha visto un bel ciuchino steso sulla paglia. Era sfinito dalla fame e dal troppo lavoro. Pinocchio lo ha guardato fisso fisso. Poi ha detto dentro di sé, turbato:

— Eppure quel ciuchino lo conosco! Quel muso non è nuovo per me! —

Si è abbassato fino a lui e gli ha domandato nella lingua degli asini:

— Chi sei? —

A questa domanda il ciuchino ha aperto gli occhi. Stava per morire. Ha risposto balbettando nella stessa lingua:

— Sono Lu....ci....gno....lo. —

Poi ha richiuso gli occhi ed è morto.

— Oh! povero Lucignolo! — ha detto Pinocchio a bassa voce. Ha preso un po' di paglia e si è asciugato una lacrima sul viso.

— Piangi tanto per un asino che non ti è costato niente? — ha detto l'ortolano. — E allora che cosa devo fare io, che l'ho pagato in contanti?

— Vi spiego.... era un mio amico....

— Tuo amico?

— Un mio compagno di scuola!...

— Come?! — ha urlato Giangio, con una gran risata. — Come?! Avevi dei somari per compagni di scuola?... Immagino i begli studi che hai fatto!... —

Il burattino si è sentito umiliato da quelle parole. Non ha risposto. Ha preso il suo bicchiere di latte quasi caldo ed è tornato alla capanna.

Da quel giorno in poi ha continuato così per più di cinque mesi. Si alzava ogni mattina prima dell'alba. Andava a girare il bindolo e guadagnava così quel bicchiere di latte. Il latte faceva tanto bene alla salute debole del suo babbo. E questo non gli bastava. Nel tempo libero ha imparato a fare anche i canestri e i cesti di giunco. Con i soldi che guadagnava pagava con molto giudizio tutte le spese di ogni giorno. Tra le altre cose ha costruito da solo un elegante carrettino. Con quello portava a passeggio il suo babbo nelle belle giornate. Così gli faceva prendere un po' d'aria.

La sera, prima di dormire, si esercitava a leggere e a scrivere. Nel paese vicino aveva comprato per pochi centesimi un grosso libro. A quel libro mancavano la pagina del titolo e l'indice. E con quel libro leggeva. Per scrivere usava un rametto sottile, con la punta come una penna. Non aveva né calamaio né inchiostro. Così bagnava il rametto in una bottiglietta piena di succo di more e di ciliege.

Insomma, aveva buona volontà. Voleva usare la testa, lavorare e andare avanti. Così manteneva il suo babbo, sempre malato, e non gli mancava quasi nulla. E in più aveva messo da parte quaranta soldi per comprarsi un vestito nuovo.

Una mattina ha detto al suo babbo:

— Vado qui al mercato vicino. Voglio comprarmi una giacchettina, un berrettino e un paio di scarpe. Quando tornerò a casa — ha aggiunto con una risata — sarò vestito benissimo. Mi scambierete per un gran signore. —

È uscito di casa e ha cominciato a correre, tutto allegro e contento. A un tratto ha sentito chiamare il suo nome. Si è voltato e ha visto una bella Lumaca che usciva dalla siepe.

— Non mi riconosci? — ha detto la Lumaca.

— Forse sì e forse no....

— Non ti ricordi di quella Lumaca che era la cameriera della Fata dai capelli turchini? Non ti ricordi di quella volta? Sono scesa a farti luce. E tu sei rimasto con un piede bloccato nella porta di casa.

— Mi ricordo di tutto! — ha gridato Pinocchio. — Rispondimi subito, Lumachina bella: dove hai lasciato la mia buona Fata? Che cosa fa? Mi ha perdonato? Si ricorda sempre di me? Mi vuole sempre bene? È molto lontana da qui? Posso andare a trovarla? —

La Lumaca ha sentito tutte queste domande, fatte in fretta e senza prendere fiato. E ha risposto con la sua solita calma:

— Pinocchio mio! La povera Fata è in fondo a un letto, all'ospedale!....

— All'ospedale?...

— Purtroppo. Le sono capitate mille disgrazie e si è ammalata gravemente. Non ha più i soldi per comprarsi un pezzo di pane.

— Davvero?... Oh! che gran dolore mi hai dato! Oh! povera Fatina! povera Fatina! povera Fatina! Per lei voglio avere un milione, e correre a portarglielo.... Ma io ho solo quaranta soldi.... Eccoli qui! Andavo proprio a comprarmi un vestito nuovo. Prendili, Lumaca, e va' a portarli subito alla mia buona Fata.

— E il tuo vestito nuovo?

— Che cosa mi importa del vestito nuovo? Per aiutarla posso vendere anche questi stracci che ho addosso! Va', Lumaca, e fa' presto! Fra due giorni torna qui, perché spero di darti qualche altro soldo. Finora ho lavorato per mantenere il mio babbo. Da oggi lavorerò cinque ore di più per mantenere anche la mia buona mamma. Addio, Lumaca, e fra due giorni ti aspetto. —

La Lumaca, contro il suo solito, ha cominciato a correre. Correva come una lucertola nei giorni caldi di agosto.

Quando Pinocchio è tornato a casa, il suo babbo gli ha domandato:

— E il vestito nuovo?

— Non ne ho trovato uno che mi stava bene. Pazienza!... Lo comprerò un'altra volta. —

Quella sera Pinocchio non si è fermato alle dieci. È rimasto sveglio fino a dopo mezzanotte! E invece di otto canestri di giunco ne ha fatti sedici.

Poi è andato a letto e si è addormentato. Nel sonno gli è sembrato di vedere in sogno la Fata, tutta bella e sorridente. Lei gli ha dato un bacio e gli ha detto così:

— Bravo Pinocchio! Hai un buon cuore, e per questo ti perdono. Ti perdono tutte le monellerie che hai fatto fino a oggi. Ci sono ragazzi che aiutano con amore i genitori poveri e malati. Questi ragazzi meritano sempre grandi lodi e grande affetto. Li meritano anche se non sono modelli di ubbidienza e di buona condotta. Da ora in poi usa il giudizio, e sarai felice. —

A questo punto il sogno è finito, e Pinocchio si è svegliato con gli occhi spalancati.

Ora immaginate voi la sua meraviglia. Si è svegliato e si è accorto di una cosa. Non era più un burattino di legno: era diventato un ragazzo come tutti gli altri! Si è guardato intorno. Invece delle solite pareti di paglia della capanna, ha visto una bella cameretta. I mobili e le altre cose erano semplici, ma quasi eleganti. È saltato giù dal letto. Ha trovato pronto un bel vestito nuovo e un berretto nuovo. C'era anche un paio di stivaletti di pelle. Gli stavano benissimo.

Appena si è vestito, naturalmente, ha messo le mani nelle tasche. Ha tirato fuori un piccolo portamonete d'avorio. Sul portamonete c'erano scritte queste parole: «La Fata dai capelli turchini restituisce al suo caro Pinocchio i quaranta soldi, e lo ringrazia tanto del suo buon cuore.» Ha aperto il portamonete. Dentro non c'erano quaranta soldi di rame. C'erano quaranta zecchini d'oro, tutti nuovi e lucenti.

Poi è andato a guardarsi allo specchio e gli è sembrato di essere un altro. Non ha visto più la solita immagine del burattino di legno. Ha visto l'immagine vivace e intelligente di un bel ragazzo. Aveva i capelli castagni e gli occhi celesti. Aveva un'aria allegra, piena di festa come un giorno di Pasqua.

In mezzo a tutte queste meraviglie, una dopo l'altra, Pinocchio non capiva più neppure lui. Era sveglio davvero, o sognava ancora a occhi aperti?

— E il mio babbo dov'è? — ha gridato a un tratto. È entrato nella stanza accanto e ha trovato il vecchio Geppetto. Era sano, vivace e di buon umore, come una volta. Aveva ripreso subito il suo lavoro di intagliatore. In quel momento disegnava una bellissima cornice. Era ricca di foglie, di fiori e di testine di vari animali.

— Toglietemi una curiosità, babbino: come si spiega tutto questo cambiamento improvviso? — gli ha domandato Pinocchio. Gli è saltato al collo e lo ha coperto di baci.

— Questo improvviso cambiamento in casa nostra è tutto merito tuo — ha detto Geppetto.

— Perché merito mio?

— Perché i ragazzi, quando da cattivi diventano buoni, hanno questo potere: anche le loro famiglie prendono un aspetto nuovo e sorridente.

— E il vecchio Pinocchio di legno dove sarà nascosto?

— Eccolo là! — ha risposto Geppetto. E gli ha indicato un grosso burattino appoggiato a una sedia. Aveva la testa girata da una parte e le braccia che pendevano giù. Le gambe erano incrociate e piegate a metà. Stava in piedi per miracolo!

Pinocchio si è voltato a guardarlo. Lo ha guardato un poco, e poi ha detto dentro di sé, molto soddisfatto:

— Com'ero buffo, quand'ero un burattino! e come ora son contento di esser diventato un ragazzino perbene!... —

FINE.

### Glossario

- **a cavalluccio**: seduto sulle spalle di un'altra persona.
- **sarti**: uomini che fanno i vestiti.
- **chitarra scordata**: chitarra che suona male.
- **gusci**: la parte dura che copre conchiglie e uova.
- **merciaio ambulante**: uomo che vende fili, bottoni e piccole cose, andando di paese in paese.
- **scacciamosche**: oggetto per mandare via le mosche.
- **trave**: lungo pezzo di legno che tiene il tetto.
- **cisterna**: grande contenitore per l'acqua.
- **giunco**: pianta sottile che serve per fare i cesti.
- **monellerie**: azioni cattive dei ragazzi.
- **intagliatore**: uomo che fa figure e disegni nel legno.
- **siepe**: fila di piante basse vicino a una strada.
- **nuotava**: si muoveva nell'acqua con le braccia e le gambe.
- **nuotato**: da «nuotare»: muoversi nell'acqua con le braccia e le gambe.
- **tremava**: si muoveva tutto a piccoli colpi, per il freddo o per la paura.
- **spezzate**: rotte in pezzi; qui: dette con fatica, una alla volta.
- **muoio**: da «morire»: io finisco di vivere.
- **conchiglia**: la casa dura di alcuni piccoli animali del mare.
- **muso**: la parte davanti della testa di un animale.
- **abbi**: da «avere», per chiedere qualcosa a un amico: «abbi pietà» vuol dire «prova pietà».
- **crusca**: la parte povera del grano.
- **asciugato**: da «asciugare»: togliere l'acqua o le lacrime.
- **l'ortolano**: l'uomo che coltiva e vende le verdure.
- **centesimo**: moneta di pochissimo valore.
- **bindolo**: macchina di legno che tira su l'acqua.
- **improvviso**: che arriva in un momento, quando nessuno lo aspetta.
- **portamonete**: piccolo oggetto per tenere le monete.
- **affogare**: morire sott'acqua.
- **elemosina**: soldi o cibo che si chiedono per strada, perché si è poveri.
- **ingannato**: da «ingannare»: dire cose false per far del male a qualcuno.
- **tegole**: pezzi duri di terra cotta che coprono il tetto.
- **capanna**: piccola casa povera e semplice.
- **belava**: da «belare»: fare la voce della capra.
- **singhiozzava**: piangeva forte, con il respiro rotto.
- **turbato**: preoccupato e confuso.
- **balbettando**: da «balbettare»: parlare con fatica, a pezzi.
- **somari**: asini; la parola vuol dire anche ragazzi che non studiano.
- **umiliato**: triste e pieno di vergogna davanti agli altri.
- **canestri**: cesti.
- **rametto**: piccolo ramo.
- **calamaio**: piccolo vaso per l'inchiostro.
- **inchiostro**: liquido colorato per scrivere.
- **stracci**: vestiti vecchi e rotti.
- **lucertola**: piccolo animale verde che corre veloce sui muri.
- **stivaletti**: scarpe alte.
- **avorio**: materiale bianco e duro dei denti dell'elefante.
- **zecchini**: monete d'oro.
- **castagni**: di colore marrone.
- **cornice**: bordo di legno intorno a un quadro.
