# Le avventure d'Alice nel paese delle meraviglie (Edizione B1)

*Lewis Carroll*

## Capitolo I. Giù nella conigliera

Alice cominciava a sentirsi stanca da morire. Era seduta sul poggio, accanto a sua sorella, e non faceva niente. Una o due volte aveva dato un'occhiata al libro che leggeva sua sorella. Ma nel libro non c'erano immagini né dialoghi. "E a che serve un libro," pensò Alice, "senza immagini e dialoghi?"

Così continuava a pensare, come meglio poteva, perché il sole forte l'aveva resa sonnolenta e un po' intontita. Si chiedeva se il piacere di fare una ghirlanda di margherite valesse la fatica di alzarsi e di cogliere i fiori. Proprio in quel momento un Coniglio bianco con gli occhi di rubino le passò vicino.

Davvero non c'era *troppo* da meravigliarsi di questo. E ad Alice non sembrò una cosa *troppo* strana sentire il Coniglio che diceva tra sé: "Oimè! Oimè! Ho fatto tardi!" (Più tardi, quando ci ripensò, capì che avrebbe dovuto meravigliarsene. Ma in quel momento le sembrò una cosa del tutto naturale.) Però il Coniglio *tirò fuori un orologio dal taschino del panciotto*, lo guardò e scappò via. Allora Alice saltò in piedi. Infatti le venne in mente che non aveva mai visto un coniglio con il panciotto e il taschino. E non aveva mai visto un coniglio con un orologio da tenerci dentro! Piena di curiosità, attraversò il campo e gli corse dietro. Arrivò proprio in tempo per vederlo saltare in una grande conigliera, sotto la siepe.

Un attimo dopo, anche Alice scivolò giù dietro di lui. Non pensò neppure per un momento a come avrebbe fatto poi per uscire.

La buca della conigliera andava avanti diritta come una galleria, come un *tunnel*. Poi scendeva giù così all'improvviso che Alice non ebbe neppure un istante per pensare a fermarsi. Infatti si sentì cadere giù, rotolando, in un buco che sembrava un pozzo profondissimo.

Una delle due: o il pozzo era profondissimo, o lei cadeva molto lentamente. Infatti, mentre cadeva, ebbe il tempo di guardarsi intorno e di chiedersi che cosa le sarebbe successo dopo. Prima di tutto aguzzò la vista. Cercò di guardare giù in fondo, per scoprire che cosa l'aspettava. Ma era tutto buio e non si vedeva niente. Poi guardò le pareti del pozzo e notò che erano coperte di credenze e di scaffali per i libri. Qua e là vide carte geografiche e quadri appesi ai chiodi. Mentre scendeva, prese al volo un vasetto con un'etichetta. Lesse: "CONSERVA D'ARANCE". Ma, oimè, il vasetto era vuoto, e lei rimase delusa. Non volle lasciarlo cadere, per non uccidere qualcuno che stava in fondo. Così, continuando a cadere, lo mise in un'altra credenza.

"Bene," pensò Alice, "dopo una caduta come questa, cadere dalle scale mi sembrerà proprio niente! E a casa, come mi crederanno coraggiosa! D'ora in poi, anche se cadessi dal tetto, non ci farei caso!" (E probabilmente diceva la verità.)

E giù, e giù, e giù! Non finirà *mai* quella caduta? "Chissà quante miglia ho fatto finora?" esclamò. "Davvero sto per arrivare al centro della terra. Vediamo: credo che saranno quattrocento miglia di profondità—" (Come vedete, Alice aveva imparato molte cose di questo tipo a scuola. Non era la *migliore* occasione per mostrare quanto sapeva, poiché non c'era nessuno ad ascoltarla. Però era comunque utile ripeterle a memoria.) "—sì, questa sarà la distanza giusta, più o meno—ma vorrei sapere a quale grado di Latitudine o di Longitudine sono arrivata!" (Alice non sapeva affatto che cosa fossero la Longitudine o la Latitudine. Ma pensò che erano belle parole importanti da dire, e le disse!)

Passò qualche istante e poi ricominciò. "E se dovessi *attraversare* tutta la terra? Sarebbe buffo uscire in mezzo alla gente che cammina con la testa in giù! Credo che si chiamino le Antipatie—" (Questa volta fu contenta che *non ci fosse* nessuno ad ascoltarla, perché quel nome non le suonava giusto all'orecchio.) "—ma domanderò loro il nome di quel paese. Di grazia, Signora, è questa la Nuova Zelanda? O l'Australia?" (E mentre parlava, cercò di fare la riverenza. Figuratevi, *fare la riverenza* mentre si cade giù a precipizio! Dite, potreste farla voi?) "Ma se farò una domanda così, mi crederanno una sciocca. No, non la farò. Forse troverò il nome scritto da qualche parte laggiù."

E giù, e giù, e giù! Non aveva niente da fare, e così Alice ricominciò a chiacchierare. "Dina mi cercherà stanotte!" (Dina era il nome della gatta.) "Spero che si ricorderanno di darle il suo piattino di latte all'ora del tè. Cara Dina mia! Vorrei che tu fossi qui giù con me! Nell'aria non ci sono sorci, ma sai, tu potresti prendere un pipistrello. Il pipistrello è simile al sorcio. Ma come? I gatti mangiano i pipistrelli?" A questo punto Alice cominciò ad avere sonno. Mezza addormentata e mezza sveglia, continuava a ripetere tra i denti: "I gatti mangiano i pipistrelli? I gatti mangiano i pipistrelli?" E qualche volta: "I pipistrelli mangiano i gatti?" Perché, vedete, non sapeva rispondere a nessuna delle due domande. Perciò non le importava se le girava al contrario. Stava già sonnecchiando. Proprio allora cominciava a sognare di camminare a braccetto con Dina. E le diceva con faccia seria: "Dina, dimmi la verità: hai mai mangiato un pipistrello?" Ma ecco che, tonfete!, cadde all'improvviso sopra un mucchio di rametti e di foglie secche. E la caduta finì.

Alice non si fece male e saltò subito in piedi. Guardò in alto: era tutto buio. Davanti a lei c'era un lungo corridoio. Il Coniglio bianco correva lungo il corridoio, e lei poteva ancora vederlo. Non c'era tempo da perdere. Alice gli corse dietro, come se avesse le ali. Mentre lui girava un angolo, lo sentì esclamare: "Giurammio! È tardi davvero!" Alice era lì lì per raggiungerlo. Ma appena girò l'angolo, il Coniglio non si vide più. E lei si trovò in una sala lunga e bassa. La sala era illuminata da una fila di lampade che pendevano dal soffitto.

Intorno alla sala c'erano molte porte, ma erano tutte chiuse a chiave. Alice andò su e giù e provò tutte le porte, per vedere se poteva aprirne qualcuna. Ma fu sempre inutile. Allora si mise a camminare tristemente nel mezzo della sala. Pensava a come avrebbe mai potuto uscire di lì.

Tutto a un tratto si trovò vicino a un piccolo tavolino di cristallo massiccio, con tre gambe. Sopra non c'era niente, soltanto una chiavettina d'oro. La prima idea di Alice fu che la chiavettina potesse aprire una delle porte della sala. Provò, ma oimè! O le serrature erano troppo grandi, o la chiavettina era troppo piccola. Comunque fosse, non riuscì ad aprirne nessuna. Però fece un secondo giro della sala, e si trovò davanti a una tenda bassa. Prima non l'aveva notata. Dietro la tenda c'era un piccolo uscio, alto quindici pollici o giù di lì. Provò se la chiavettina d'oro entrava nella serratura. E con grande gioia vide che entrava perfettamente!

Alice aprì l'usciolino e vide che dava su un piccolo corridoio, largo come la buca di un topo. Si inginocchiò e, dall'altra parte del corridoio, vide il più bel giardino del mondo. Oh, quanto desiderò uscire da quella sala buia! Voleva correre su quei prati di fiori luminosi, lungo le acque chiare e fresche delle fontane. Ma non riusciva a far passare dalla buca neppure la testa. "E anche se la mia testa potesse passare," pensò la povera Alice, "mi servirebbe a poco, se non passassero anche le spalle. Oh, quanto vorrei chiudermi come un telescopio! Credo che potrei farlo, se sapessi soltanto come cominciare." Poiché negli ultimi tempi erano successe tante cose straordinarie, Alice aveva cominciato a credere che poche cose fossero davvero impossibili.

Era proprio tempo perso restare lì ferma davanti all'usciolino. Perciò Alice tornò verso il tavolino. Aveva una mezza speranza di trovarci sopra un'altra chiave. O almeno un libro che insegnasse alla gente a chiudersi come un cannocchiale. Questa volta ci trovò un'ampolla ("e prima certo non c'era," disse Alice). Al collo dell'ampolla era attaccato un cartellino. Sul cartellino, a grandi lettere molto belle, era scritta questa parola: "BEVI".

È facile dire "Bevi". Ma Alice era una ragazzina prudente e non volle bere subito. "No, prima voglio vedere se c'è scritto '*veleno*'." Infatti aveva letto molte belle storielle su bambini che si erano bruciati. Altri erano stati mangiati vivi da bestie feroci, o avevano avuto altri guai del genere. E tutto questo perché non *vollero* ricordarsi le regole di prudenza che avevano imparato. Per esempio: non toccare le molle roventi del camino, perché scottano. Se con il coltello ti fai un taglio *molto* profondo sul dito, di sicuro uscirà sangue. E Alice non aveva dimenticato un altro consiglio. Se bevi troppo da una bottiglia con la scritta "veleno", prima o poi ti farà male.

Però quell'ampolla *non* aveva la scritta "veleno". Perciò Alice provò ad assaggiare quello che c'era dentro. Lo trovò delizioso. Infatti aveva un sapore misto di torta di ciliegie, di crema, di ananas, di tacchino arrosto, di torrone e di crostini imburrati. Così lo bevve tutto d'un fiato.

"Che curiosa sensazione!" disse Alice. "Mi sto restringendo come un cannocchiale!"

Ed era proprio così: adesso era alta soltanto dieci pollici. Il suo bel visino si illuminò di gioia. Finalmente aveva la statura giusta per passare dall'usciolino ed entrare nel bel giardino! Prima, però, aspettò qualche minuto, per vedere se diventava ancora più piccola. È vero che quel cambiamento le dava un po' di ansia. "Perché, sapete, potrei rimpicciolire tanto da sparire del tutto, come una candela," disse Alice. "E allora a che cosa assomiglierei?" E cercò di immaginare com'è la fiamma di una candela dopo che è stata spenta. Infatti non riusciva nemmeno a ricordare se aveva mai visto una cosa simile!

Passarono alcuni momenti. Alice vide che non le succedeva niente di nuovo, e si preparò a entrare nel giardino. Ma, povera Alice! Quando arrivò all'uscio, si accorse di aver dimenticato la chiavettina d'oro. Tornò verso il tavolino dove l'aveva lasciata, ma vide che non poteva più arrivarci. La vedeva bene attraverso il cristallo. Fece tutti gli sforzi possibili per arrampicarsi su una gamba del tavolino e salire sopra. Ma la gamba era troppo scivolosa. Alla fine, stanca di provare inutilmente, la poverina si sedette e pianse.

"Su! A che serve piangere così?" disse Alice a se stessa. "Io ti consiglio invece, Signorina, di smettere subito di piagnucolare!" Di solito Alice dava a se stessa dei buoni consigli (benché poi raramente li seguisse). Qualche volta si rimproverava così severamente che le lacrime le scendevano sulle guance. E si ricordò di una volta in cui era stata lì lì per darsi uno schiaffo. Voleva farlo perché si era imbrogliata da sola in una partita a *croquet*. Infatti giocava contro se stessa. Questa strana bambina, infatti, amava fingere di essere due persone. "Ma adesso è inutile far finta di essere due persone," pensò la povera Alice. "Di me ne resta appena abbastanza per farne *una*!"

Ed ecco che vide una piccola scatola di cristallo sotto il tavolino. La aprì e ci trovò dentro un pasticcino. Sopra il pasticcino c'era scritto "MANGIA", in belle lettere fatte con l'uva di Corinto. "Bene! Lo mangerò," disse Alice. "Se mi farà crescere molto, potrò prendere la chiavettina. Se mi farà rimpicciolire, passerò strisciando sotto l'uscio. Così, in un modo o nell'altro, entrerò nel giardino. E poi, sarà quel che sarà!"

Ne mangiò un pezzetto. Poi si mise la mano sulla testa ed esclamò con ansia: "In qual modo? In qual modo?" Voleva sentire in quale modo stava cambiando. Ma rimase molto sorpresa, perché aveva sempre la stessa statura. Certo, questo succede a tutti quelli che mangiano dolci. Ma Alice si era così abituata a vedere cose straordinarie che crescere in modo normale le sembrava stupido e sciocco.

Così si rimise al lavoro, e in pochi istanti mangiò tutto il pasticcino.

### Glossario

- **poggio**: una piccola collina coperta d'erba.
- **conigliera**: la tana, il buco sotto terra dove vivono i conigli.
- **panciotto**: una giacca senza maniche che si porta sotto la giacca; ha piccole tasche (i taschini).
- **Latitudine / Longitudine**: parole della geografia che servono a dire dove si trova un luogo sulla terra; Alice non sa che cosa vogliono dire, ma le piacciono perché sono parole importanti.
- **le Antipatie**: Alice sbaglia: voleva dire "gli Antipodi", i paesi dall'altra parte della terra; l'antipatia invece è quando una persona non ci piace.
- **Di grazia**: un modo antico e gentile per dire "per favore".
- **fare la riverenza**: piegare un po' le ginocchia per salutare una persona con rispetto.
- **l'usciolino**: una porta molto piccola (l'uscio è la porta).
- **l'ampolla**: una piccola bottiglia di vetro.
- **le molle roventi**: le pinze di ferro che servono per prendere la legna nel camino; quando sono roventi, sono caldissime.
- **cannocchiale / telescopio**: uno strumento lungo per guardare lontano; si può accorciare chiudendolo.
- **uva di Corinto**: piccoli acini di uva secca, scura e dolce.
- **In qual modo?**: vuol dire "in che modo?": Alice vuole sapere se diventa più grande o più piccola.
- **oimè**: si dice quando una cosa va male; vuol dire "povero me!".
- **esclamare / esclamò**: dire qualcosa a voce alta, con sorpresa o con forza.
- **sonnolenta**: che ha sonno.
- **ghirlanda**: fiori legati insieme in cerchio, da mettere sulla testa o al collo.
- **meravigliarsene**: esserne sorpresi, trovarlo strano.
- **siepe**: una fila di piccoli alberi o piante, fitta come un muro.
- **rotolando**: girando su se stessa mentre cade, come una palla.
- **aguzzò la vista**: guardò con molta attenzione.
- **a precipizio**: giù molto in fretta, senza potersi fermare.
- **pipistrello / pipistrelli**: piccolo animale che vola di notte; sembra un topo con le ali.
- **sonnecchiando**: dormendo un poco, non del tutto.
- **tonfete!**: il rumore di una cosa che cade giù all'improvviso.
- **rimpicciolire**: diventare più piccolo.

## Capitolo II. Lo stagno di lacrime

"Curiosissimo e sempre più curiosissimo!" gridò Alice. (Era così sorpresa che non sapeva più parlare correttamente la sua lingua.) "Mi sto allungando come un cannocchiale, il più lungo che sia mai esistito! Addio piedi!" (Infatti guardò giù verso i suoi piedi, e le sembrò quasi di non vederli più, tanto erano lontani.) "Oh, i miei poveri piedini! Chi vi metterà adesso le calze e le scarpette? Certo *io* non potrò farlo più! Ormai sarò così lontana da voi che non mi occuperò più di voi. Dovrete arrangiarvi come potete.—Eppure dovrei trattarli bene," pensò Alice, "se no, non vorranno andare per la strada dove voglio andare io! Vediamo un po': ogni anno, a Natale, regalerò loro un bel paio di stivaletti."

E continuava a pensare a come avrebbe fatto. "Glieli manderò con il procaccino," pensò la bambina. "Ma è davvero strano mandare regali ai propri piedi! E come sarà curioso l'indirizzo!

*Al Signor Piedestro d'Alice,*
*Tappeto,*
*Presso il parafuoco,*
*(coi saluti d'Alice).*

Povera me! Quante sciocchezze sto dicendo!"

Proprio allora la sua testa urtò contro il soffitto della sala: era alta più di nove piedi! Subito afferrò la chiavettina d'oro e corse verso l'uscio del giardino.

Povera Alice! Tutto quello che poteva fare era sdraiarsi su un fianco e guardare il giardino con un occhio solo. Ma entrare era diventato più difficile che mai. Allora si sedette e ricominciò a piangere.

"Dovresti vergognarti," disse Alice. "Figurati, una ragazzona grande come te" (e adesso davvero poteva dirlo!) "che piagnucola così! Smetti subito, ti dico!" Ma continuò a piangere lo stesso. Versava lacrime a secchi, finché intorno a lei si formò uno stagno. Lo stagno era profondo quasi quattro pollici e arrivava fino a metà della sala.

Qualche istante dopo, sentì in lontananza un rumore di piccoli passi. Subito si asciugò gli occhi per vedere chi arrivava. Era il Coniglio bianco che tornava. Era vestito in modo splendido, con un paio di guanti bianchi in una mano e un grande ventaglio nell'altra. Veniva trotterellando in fretta e mormorava tra sé: "Oh! La Duchessa, la Duchessa! Andrà su tutte le furie perché l'ho fatta aspettare!" Alice era così disperata che avrebbe chiesto aiuto a chiunque. Così, quando il Coniglio le fu vicino, gli disse con voce bassa e tremante: "Di grazia, Signore—" Il Coniglio fece un salto per lo spavento. Gli caddero a terra i guanti e il ventaglio. E nel buio si mise a correre via, di traverso, come se avesse le ali alle zampe.

Alice raccolse il ventaglio e i guanti. E poiché nella sala faceva caldo come in un forno, si faceva vento con il ventaglio. Intanto parlava tra sé: "Povera me! Com'è strana ogni cosa oggi! Eppure ieri tutto andava come al solito. Non mi meraviglierei se stanotte mi avessero scambiata con un'altra! Vediamo: ero proprio io, io stessa, quella che si è alzata questa mattina? Mi sembra di ricordare che mi sentivo un po' diversa. Ma se non sono la stessa, devo farmi questa domanda: chi sono io, allora? Ah! Qui *sta* il guaio!" E ripensò a tutte le bambine della sua età che conosceva. Voleva vedere se per caso era stata trasformata in una di loro.

"Certo io non sono Ada," disse, "perché lei ha i capelli tutti a riccioli, e i miei non sono ricci per niente. E certo non sono Isabella, poiché io so tante belle cose, e lei, poverina, sa così poco! E poi *Isabella* è Isabella, e *io* sono io. Povera me! Che confusione! Proviamo se mi ricordo tutte le cose che sapevo una volta. Quattro volte cinque fanno dodici, e quattro volte sei fanno tredici, e quattro volte sette fanno—oimè! Se vado avanti così, non arriverò mai a venti! Del resto la Tavola Aritmetica non vuol dire niente. Proviamo con la Geografia. Londra è la capitale di Parigi, e Parigi è la capitale di Roma, e Roma—no, ho sbagliato *tutto*! Davvero devo essere stata trasformata in Isabella! Proverò a ripetere '*Rondinella pellegrina*'." Incrociò le mani sul petto, come quando ripeteva le lezioni, e cominciò a recitare quella Romanza. Ma la sua voce era rauca e strana, e le parole non le uscivano dalla bocca come una volta:

"'*Rondinella porporina*
*Che ti posi sul loggione*
*Raccattando ogni mattina*
*La zanzara ed il moscone,*
*Li vuoi friggere in padella*
*Porporina Rondinella?*'"

"Scommetto che le vere parole della Romanza non sono queste," disse la povera Alice, e le tornarono le lacrime agli occhi. "Insomma," continuò, "devo essere Isabella. Dovrò andare a vivere in quella casetta piccola e povera. Non avrò quasi più giocattoli, e avrò tante lezioni da imparare! Ma se sono Isabella, resterò qui, qualunque cosa succeda! Sarà inutile, signori miei, mettere giù la testa dal soffitto per dirmi: 'Carina, vieni su!' Io alzerò soltanto gli occhi e dirò: 'Chi sono io? Ditemelo prima. Se sarò quella che cercate, verrò su. Se no, resterò qui, ferma, finché sarò qualcun'altra'—ma, oimè!" esclamò Alice, e pianse un fiume di lacrime. "Vorrei che *mettessero* fuori la testa! Sono *così* stanca di stare qui da sola!"

Poi si guardò le mani, e si meravigliò. Mentre parlava tra sé, si era infilata uno dei guanti bianchi che il Coniglio aveva lasciato cadere. "Come ho *potuto* fare questo?" disse. "Forse sono tornata piccola."

Si alzò e si avvicinò al tavolino, per misurarsi con quello. Per quanto poteva capire, adesso era alta circa due piedi, e continuava a rimpicciolire rapidamente. Indovinò che la causa di questa nuova trasformazione era il ventaglio che aveva in mano. Subito lo buttò a terra. E fece appena in tempo: altrimenti sarebbe diventata così piccola da sparire del tutto.

"L'ho scampata bella!" disse Alice. Era tutta spaventata da quel cambiamento improvviso, ma era anche contenta perché esisteva ancora. "E adesso andiamo al giardino!" E si diresse in fretta verso l'usciolino. Ma ahi! L'usciolino era chiuso, e la chiavettina d'oro era sul tavolino come prima. "Le cose vanno peggio che mai," pensò la povera bambina, sola e abbandonata. "Non sono mai stata così piccola! E dichiaro che tutto questo è un brutto affare, ma brutto davvero!"

Mentre diceva queste parole, scivolò, e zaffete! Cadde nell'acqua salata fino al mento. Prima credette di essere caduta nel mare. "E in questo caso potrò tornare a casa con il treno," disse tra sé. (Alice era stata al mare una volta sola. Da allora pensava che sulla costa, dovunque si vada, si trovino sempre le stesse cose. Ci sono cabine per il bagno lungo il mare, e bambini che scavano la sabbia con palette di legno. Poi c'è una fila di case ammobiliate, e dietro una stazione del treno.) Ma subito si accorse di essere caduta nello stagno di lacrime. Erano le lacrime che aveva pianto quando era alta nove piedi.

"Peccato che io abbia pianto tanto!" disse Alice, mentre nuotava e cercava di raggiungere la riva.

"Ora sì che sarò punita: affogherò nelle mie stesse lacrime! *Sarà* proprio una cosa strana! Ma oggi tutto è strano."

Poi sentì qualcosa che sguazzava nello stagno. Si girò, e le sembrò di vedere un elefante di mare o un ippopotamo. Ma poi si ricordò che adesso era molto piccola. E scoprì che era soltanto un sorcio, caduto nello stagno come lei.

Alice pensò: "Forse farei bene a parlare a questo sorcio. Quaggiù ogni cosa è così straordinaria che non mi stupirei se sapesse parlare. In ogni caso, proviamo." E cominciò: "O Sorcio, sai tu la via per uscire da questo stagno? O Sorcio, io mi sento veramente stanca di nuotare qui!" (Alice pensò che quello era il modo giusto di parlare a un sorcio. Non l'aveva mai fatto prima. Ma si ricordò di aver letto nella Grammatica Latina di suo fratello: "Un Sorcio—di un Sorcio—a un Sorcio—un Sorcio—O Sorcio!") Il Sorcio la guardò fisso e la squadrò ben bene con i suoi piccoli occhi, ma non rispose niente.

"Forse non capisce la mia lingua," disse Alice. "Scommetto che è un Sorcio francese, venuto qui con Napoleone." (Eh già! Con tutte le sue conoscenze di storia, Alice non sapeva bene le date che citava.) E ricominciò: "*Où est ma chatte?*" Era la prima frase che aveva trovato nel suo libretto di francese. Il Sorcio fece un salto nell'acqua e tremò tutto di paura. "Le chiedo scusa!" aggiunse subito Alice. Si era accorta di aver spaventato la bestiolina, che aveva i nervi delicati. "Avevo dimenticato che a lei non piacciono i gatti."

"Amare i gatti, io!" esclamò il Sorcio con voce acuta e arrabbiata. "Amerebbe *lei* i gatti, se fosse me?"

"Forse no," rispose Alice con voce dolce. "Ma non si arrabbi, sa! Eppure vorrei farle vedere Dina, la nostra gatta. Se la vedesse, se ne innamorerebbe pazzamente. È una bestiolina così carina e tranquilla," continuava Alice. Nuotava pigramente nello stagno, e a volte parlava a se stessa. "Fa le fusa così bene quando sta accoccolata vicino al fuoco. Si lecca le zampine e si pulisce la faccia. Ed è così morbida e dolce da accarezzare. Ed è proprio un paladino nel prendere i sorci—oh, mi perdoni!" esclamò di nuovo Alice. Questa volta, infatti, il Sorcio aveva il pelo tutto arruffato, e sembrava offeso moltissimo. "Non ne parleremo più, se questo le dispiace."

"No, davvero!" gridò il Sorcio, che tremava fino alla punta della coda. "Come se *io* volessi parlare di gatti! La nostra famiglia ha sempre *odiato* i gatti: bestiacce schifose, volgari e basse! Non mi faccia più sentire il loro nome!"

"No, davvero!" rispose in fretta Alice. Poi cambiò argomento e aggiunse: "Mi dica, le piacciono forse—le piacciono—i—i cani?" Il Sorcio non rispose, e Alice continuò: "Vicino a casa nostra c'è un cagnolino bellissimo, se lo vedesse! È un canbassetto con certi begli occhi che brillano, e con il pelo cenerino, lungo e riccio! Riporta benissimo le cose che gli si gettano. Si siede sulle zampine di dietro per chiedere il suo pranzetto. E fa tante altre belle cosette—non potrei ricordarne neppure la metà. Appartiene a un fattore, e il fattore dice che la bestiolina vale proprio un Perù. Infatti gli è molto utile, e uccide tutti i topi, e—oimè!" gridò Alice, tutta triste. "Temo di averla offesa di nuovo!" E davvero l'aveva offeso, perché il Sorcio si allontanò nuotando furiosamente e agitava l'acqua dello stagno.

Alice lo richiamò con voce dolce: "Sorcio caro, torni pure indietro! Le prometto che non parlerò più né di gatti né di cani!" A queste parole il Sorcio si girò e nuotò lentamente verso di lei. La sua faccia era pallida (di rabbia, pensò Alice). E disse con voce bassa e tremante: "Andiamo alla spiaggia, e le racconterò la mia storia. Allora lei capirà perché odio tanto i gatti e i cani."

Era proprio ora di uscire, perché lo stagno si stava riempiendo di uccelli e di altri animali che ci erano caduti dentro. C'erano un'Anitra, un Dronte, un Lori, un Aquilotto e altre curiose bestioline. Alice fece strada, e tutti la seguirono a nuoto fino alla spiaggia.

### Glossario

- **Curiosissimo e sempre più curiosissimo**: è un errore fatto apposta: non si dice "più curiosissimo". Alice è così sorpresa che sbaglia l'italiano.
- **il procaccino**: l'uomo che una volta portava pacchi e lettere da un paese all'altro.
- **il Signor Piedestro**: gioco di parole: Alice dà al suo "piede destro" un nome da persona, come se fosse un signore.
- **il parafuoco**: una piccola parete che si mette davanti al camino per proteggere dal fuoco.
- **Rondinella porporina**: Alice voleva recitare "Rondinella pellegrina", una canzone famosa, ma le parole le escono sbagliate e buffe. "Porporina" vuol dire di colore rosso scuro.
- **il loggione**: un balcone alto e lungo; nei teatri è la parte più alta.
- **O Sorcio!**: in latino, quando si chiama qualcuno, si mette "O" davanti al nome. Alice lo ha visto nella grammatica latina e crede che sia il modo giusto di parlare a un topo.
- **il canbassetto**: un cane piccolo con le gambe corte.
- **cenerino**: di colore grigio, come la cenere.
- **un paladino**: un cavaliere coraggioso; qui vuol dire che Dina è bravissima a prendere i topi.
- **vale un Perù**: vale moltissimo, come un tesoro.
- **l'elefante di mare**: un grosso animale che vive nel mare freddo, con il corpo lungo e i denti grandi.
- **L'ho scampata bella!**: sono riuscita a salvarmi da un grande pericolo, per poco.
- **indovinò**: capì pensando, senza esserne sicura.
- **oimè**: si dice quando una cosa va male; vuol dire "povero me!".
- **esclamare / esclamò**: dire qualcosa a voce alta, con sorpresa o con forza.
- **arrangiarvi**: fare da soli, come potete, senza aiuto.
- **sdraiarsi**: mettersi lunghi per terra o sul letto.
- **piagnucolare / piagnucola**: piangere piano e a lungo, come un bambino.
- **asciugò**: tolse l'acqua o le lacrime.
- **trotterellando**: correndo a piccoli passi veloci.
- **raccolse**: prese da terra.
- **rauca**: una voce rauca è bassa e ruvida, come quando si ha mal di gola.
- **il moscone**: una mosca grande.
- **friggere**: cuocere nell'olio bollente, in padella.
- **rimpicciolire**: diventare più piccolo.
- **zaffete!**: il rumore di una cosa che cade nell'acqua all'improvviso.
- **ammobiliate**: case con i mobili già dentro, da affittare.

## Capitolo III. Corsa arruffata, e racconto con la coda

L'assemblea che si riunì sulla spiaggia era stranissima. Figuratevi: gli uccelli avevano le piume bagnate fradice, e gli altri animali avevano il pelo incollato ai loro piccoli corpi. Tutti erano zuppi e gocciolanti, tristi e scontenti.

Naturalmente la prima questione fu come asciugarsi. Ne discussero insieme, e pochi minuti dopo Alice parlava con loro in modo familiare, come se li conoscesse da un secolo. Ebbe una lunga discussione con il Lori. Ma presto il Lori le fece la faccia scura e disse con tono deciso: "Sono più vecchio di lei, perciò devo saperne più di lei." Alice però non volle essere d'accordo, se prima il Lori non le diceva quanti anni aveva. Il Lori non volle dirlo, e la loro conversazione finì.

Finalmente il Sorcio, che sembrava una persona importante tra loro, gridò: "Si siedano, signori, e mi ascoltino! *Io* seccherò tutti in pochi momenti!" Tutti si sedettero in cerchio, con il Sorcio nel mezzo. Alice lo guardava fisso, con ansia. Infatti era sicura che avrebbe preso un brutto raffreddore se non si asciugava presto.

"Hem!" disse il Sorcio con aria importante. "Sono tutti pronti? Questa domanda è abbastanza secca, mi pare! Silenzio tutti, di grazia! 'Il Generale Oudinot venne a restaurare il governo papale. Fu presto aiutato dal Re di Napoli e dalle truppe della Regina di Spagna—'"

"Uff!" fece il Lori, con un brivido.

"Scusi!" disse il Sorcio. Aveva la fronte aggrottata, ma parlava con molta gentilezza. "Diceva qualche cosa?"

"Ma le pare!" rispose in fretta il Lori.

"Mi era sembrato di sì," aggiunse il Sorcio. "Allora continuo. 'Il Re di Napoli e la Regina di Spagna, con Oudinot, sposarono la causa del Papa. E anche il Granduca di Toscana trovò la cosa—'"

"Trovò *che cosa*?" disse l'Anitra.

"Trovò *la cosa*," rispose il Sorcio, un po' arrabbiato. "Lei sa che cosa significa 'la cosa'."

"So bene che cosa significa '*la cosa*' quando *io* trovo qualche cosa," rispose l'Anitra. "Di solito trovo una rana o un verme. Ma la questione sta 'nella cosa': che cosa ha trovato il Granduca?"

Il Sorcio non le diede retta e si affrettò ad andare avanti: "'—trovò la cosa ben fatta, cioè di unirsi a Oudinot, al Re di Napoli e alla Regina di Spagna. Così potevano aiutare il Papa e rimetterlo sul trono. All'inizio il Papa usò moderazione, ma la violenza dei suoi consiglieri—' Ebbene, carina, come si sente ora?" disse, e si girò verso Alice.

"Bagnata come un pulcino," rispose Alice tristemente. "Non mi pare che la sua storiella mi secchi abbastanza."

"Allora," disse il Dronte con voce solenne, e si alzò in piedi, "propongo che il parlamento si aggiorni, affinché siano adottati rimedi più energici—"

"Ma parli italiano!" esclamò l'Aquilotto. "Non capisco la metà delle sue parolone, e forse neanche lei ci capisce niente!" E l'Aquilotto abbassò la testa per nascondere un sorriso. Ma alcuni degli uccelli risero apertamente.

"Volevo dire," continuò il Dronte, offeso, "che il modo migliore di seccarci sarebbe fare una Corsa arruffata."

"Che cos'*è* la Corsa arruffata?" domandò Alice. Non le importava molto di saperlo. Ma il Dronte taceva, come se *qualcuno* dovesse parlare, e nessuno sembrava avere voglia di aprire becco o bocca.

"Ecco," disse il Dronte, "il modo migliore di spiegarla è farla." (E poiché a voi potrebbe venire voglia di provare questa Corsa in qualche giorno d'inverno, vi dirò come la organizzò il Dronte.)

Prima di tutto disegnò la pista, una specie di cerchio. ("Già, non importa che sia disegnata bene," disse.) Poi tutta la compagnia entrò nella pista, e ognuno si mise chi qua, chi là. Nessuno disse "Uno, due, tre,—via!" Cominciarono a correre quando volevano, e si fermarono quando ne avevano voglia. Così non si capiva quando la Corsa fosse finita. In ogni caso, corsero per una mezz'ora o quasi, e si sentivano tutti ben seccati. Allora il Dronte esclamò all'improvviso: "La corsa è finita!" E tutti gli si affollarono intorno, ansimando, e gridavano: "Ma chi ha vinto?"

Questa domanda fece pensare molto il Dronte. Perciò si sedette e rimase a lungo con un dito appoggiato alla fronte (proprio come si vede Dante nei ritratti). Intanto gli altri stavano zitti. Finalmente il Dronte disse: "*Tutti quanti* hanno vinto, e tutti devono essere premiati."

"Ma chi darà i premi?" chiese un coro di voci.

"*Lei*, naturalmente," disse il Dronte, e indicò Alice con un dito. E tutti si affollarono intorno a lei, e gridavano confusamente: "I premi! I premi!"

Alice non sapeva che cosa fare. Disperata, mise la mano in tasca e tirò fuori una scatola di confetti. (Per fortuna l'acqua non ci era entrata.) E li distribuì a tutti come premi. Ce n'era esattamente uno per ciascuno.

"Ma anche lei dovrebbe avere un premio," disse il Sorcio.

"Naturalmente," rispose il Dronte con molta serietà. "Che altro ha in tasca?" chiese poi ad Alice.

"Soltanto un ditale," rispose la bambina tristemente.

"Lo dia qui," disse il Dronte.

E tutti la circondarono di nuovo. Il Dronte, con molta serietà, le offrì il ditale e disse: "La preghiamo di accettare questo elegante ditale." Appena finì questo breve discorso, tutti applaudirono.

Alice pensò che tutta questa faccenda fosse stupidissima. Ma tutti avevano un'aria così seria che lei non osò ridere. E poiché non sapeva che cosa rispondere, fece semplicemente un inchino. Poi prese il ditale, con l'aria più seria del mondo.

Adesso bisognava mangiare i confetti. Questo fece un po' di rumore e di confusione, poiché gli uccelli grandi si lamentavano che non ne avevano sentito il sapore. Gli uccelli piccoli, invece, li inghiottirono e quasi soffocarono. E bisognò dar loro dei colpetti sulla schiena. Ma anche questo finì. Si sedettero di nuovo in cerchio e pregarono il Sorcio di raccontare ancora qualcosa.

"Si ricordi che mi ha promesso di raccontarmi la sua storia," disse Alice. "E la ragione per cui odia i 'G' e i 'C'," aggiunse a bassa voce. Aveva un po' paura che il Sorcio si offendesse di nuovo.

"La mia è una storia lunga e trista, e con la coda!" rispose il Sorcio. E si girò verso Alice con un sospiro.

"Certo *è* una lunga coda," disse Alice, e guardò con meraviglia la coda del Sorcio. "Ma perché la chiama trista?" E mentre il Sorcio parlava, lei continuava a pensarci, confusa. Così l'idea che si fece di quella storia con la coda fu più o meno questa:

*Furietta disse al Sorcio, che in casa avea trovato:*
*Andiamo al Tribunale, ti voglio processare.*
*Non chiedo le tue scuse, o Sorcio indiavolato,*
*Quest'oggi non ho nulla a casa mia da fare.—*
*Disse a Furietta il Sorcio: Ma come andremo in Corte?*
*Senza giurì né giudici? Sarebbe una vendetta!*
*Sarò giurì e giudice, rispose allor Furietta,*
*E passerò latrando,*
*La tua sentenza a morte.*

"Lei non presta attenzione!" disse il Sorcio ad Alice con tono severo. "A che cosa sta pensando?"

"Le chiedo scusa," rispose Alice con umiltà. "Lei è arrivato alla quinta curva della coda, non è vero?"

"*No, doh!*" rispose il Sorcio con voce dura e arrabbiata.

"Come? C'è un *nodo*?" esclamò Alice. Era sempre pronta ad aiutare, e si guardava intorno. "Mi faccia il favore di lasciarmelo sciogliere!"

"Niente affatto," rispose il Sorcio. Si alzò, pronto ad andare via. "Lei mi insulta dicendo queste sciocchezze!"

"No, davvero!" disse Alice umilmente. "Ma lei si offende così facilmente!"

Per tutta risposta il Sorcio si mise a brontolare.

"Di grazia, torni indietro e finisca il suo racconto!" lo richiamò Alice. E tutti gli altri esclamarono in coro: "Su, finisca il racconto!" Ma il Sorcio scosse la testa con impazienza e camminò più in fretta.

"Peccato che non sia restato!" disse il Lori con un sospiro, appena il Sorcio sparì. E un vecchio granchio approfittò dell'occasione per dire a sua figlia: "Amore mio, questo ti serva da lezione: *stai attenta* a non arrabbiarti mai!"

"Sta' zitto, Babbo," rispose la piccola, con aria un po' sdegnosa. "Tu faresti perdere la pazienza anche a un'ostrica!"

"Ah, se Dina fosse qui!" disse Alice ad alta voce, ma senza parlare a nessuno in particolare. "Lo riporterebbe indietro in un momento!"

"Perdoni la curiosità, chi è Dina?" domandò il Lori.

Alice rispose subito, perché era sempre pronta a parlare della sua cara gatta: "Dina è la nostra gatta. È un vero paladino quando va a caccia di sorci! E se la vedeste correre dietro agli uccelli! Visti e presi!"

Queste parole fecero una grande impressione nell'assemblea. Alcuni uccelli volarono via subito. Una vecchia gazza si coprì ben bene e disse: "È ormai ora di tornare a casa. L'aria della notte mi fa male alla gola!" E un canarino chiamò con voce tremante tutti i suoi piccoli: "Venite, venite, carini! È ora di andare a letto!" E così, chi con una scusa e chi con un'altra, tutti andarono via. E Alice rimase sola.

"Ho fatto male a nominare Dina!" disse tra sé, molto triste. "Sembra che quaggiù nessuno le voglia bene. Eppure è la gatta migliore del mondo! Oh, Dina mia cara! Chissà se ti rivedrò mai più!" E la povera Alice ricominciò a piangere, perché si sentiva tutta sola e sconsolata. Ma alcuni momenti dopo sentì di nuovo un rumore di piccoli passi in lontananza. Guardò con attenzione, perché sperava che il Sorcio avesse cambiato idea e tornasse per finire il suo racconto.

### Glossario

- **seccare / secco**: gioco di parole: "seccare" vuol dire "asciugare", ma anche "annoiare". Il Sorcio vuole asciugare tutti con una storia "secca", cioè noiosa.
- **restaurare il governo papale**: rimettere al potere il governo del Papa. È una lezione di storia, molto noiosa.
- **la cosa**: gioco di parole: "trovò la cosa ben fatta" vuol dire "pensò che fosse giusto", ma l'Anitra crede che il Granduca abbia trovato un oggetto.
- **il parlamento si aggiorni**: parole difficili da politico: "la riunione finisca e continui un altro giorno".
- **la Corsa arruffata**: una corsa confusa, senza regole.
- **il ditale**: un piccolo cappuccio di metallo che si mette sul dito per cucire.
- **i 'G' e i 'C'**: le prime lettere di "Gatti" e "Cani": Alice non vuole dire le parole intere per non offendere il Sorcio.
- **una storia lunga e trista, e con la coda**: "trista" vuol dire "triste". Il Sorcio dice che la storia ha una "coda", cioè un seguito; Alice pensa alla sua coda vera.
- **No, doh! / nodo**: gioco di parole: il Sorcio dice "No, doh!" perché è arrabbiato, ma Alice capisce "nodo", come un nodo nella coda.
- **latrando**: abbaiando, come fa il cane.
- **giurì**: la giuria: le persone che in tribunale decidono se l'accusato è colpevole.
- **Visti e presi!**: appena li vede, li prende subito.
- **incollato**: attaccato, come con la colla.
- **gocciolanti**: così bagnati che l'acqua cade giù a gocce.
- **asciugarsi / asciugava**: togliere l'acqua da sé, diventare asciutti.
- **discussero**: parlarono insieme di una cosa, con idee diverse.
- **si siedano**: si mettano seduti (modo gentile di parlare).
- **aggrottata**: la fronte aggrottata ha le pieghe, perché una persona è seria o arrabbiata.
- **usò moderazione**: fu moderato, cioè non esagerò.
- **esclamare / esclamò**: dire qualcosa a voce alta, con sorpresa o con forza.
- **ansimando**: respirando forte e in fretta, dopo una corsa.
- **si affollarono**: si misero tutti stretti intorno a qualcuno.
- **inghiottirono**: mandarono giù in gola, senza masticare.
- **applaudirono**: batterono le mani per dire "bravo".
- **osò**: ebbe il coraggio di fare una cosa.
- **sospiro**: un respiro lungo e profondo, quando si è tristi o stanchi.

## Capitolo IV. La casettina del Coniglio

Era il Coniglio bianco. Tornava indietro piano piano e guardava con ansia qua e là, come se avesse perso qualche cosa. E mormorava tra sé: "Oh, la Duchessa! La Duchessa! Oh, zampine mie! Oh, pelle e baffi miei, adesso sì che siete nei guai! Mi farà impiccare. Ne sono sicuro come sono certo che le donnole sono donnole! Ma dove mai mi sono caduti?" Alice indovinò subito che cercava il ventaglio e il paio di guanti bianchi. Era buona e gentile, e così si mise a cercarli anche lei. Ma fu inutile: non si trovavano più. Ogni cosa sembrava cambiata da quando lei era caduta nello stagno. La grande sala, il tavolino di cristallo e l'usciolino erano spariti del tutto.

Presto il Coniglio si accorse di Alice, che cercava affannata. E le gridò con voce arrabbiata: "Marianna, che cosa *stai* facendo qui? Via, corri a casa, e portami un paio di guanti e un ventaglio! Subito, ti dico!" Alice fu così spaventata da quella voce che corse subito nella direzione che lui indicava. E non disse niente sullo sbaglio del Coniglio.

"Mi ha presa per la cameriera," disse tra sé mentre correva. "Come sarà sorpreso quando scoprirà chi sono! Ma è meglio portargli il ventaglio e i guanti—cioè, se riesco a trovarli." Poi arrivò davanti a una bella casettina. Sulla porta c'era una lucida targa di ottone, con inciso questo nome: "CONIGLIO B." Alice entrò senza bussare e salì le scale di corsa. Aveva paura di incontrare la vera Marianna, e di essere cacciata dalla casa prima di trovare il ventaglio e i guanti.

"È proprio curioso," pensò Alice, "fare commissioni per un Coniglio! Mi aspetto che poi anche Dina mi mandi a fare commissioni per lei!" E cominciò a immaginare che cosa succederebbe in quel caso: "'Siora Alice! Venga qui subito, e si prepari a trottare!' 'Eccomi, tata! Ma dovrei fare la guardia a questo buco finché arriva Dina, perché il sorcio non scappi.' Però non credo," continuò Alice, "che lascerebbero Dina in casa, se cominciasse a comandare la gente in questo modo!"

E così, chiacchierando, entrò in una cameretta molto pulita. C'era un tavolo vicino al terrazzino. Sul tavolo c'erano (proprio come Alice aveva sperato) un ventaglio e due o tre paia di guanti bianchi e puliti. Lei prese il ventaglio e un paio di guanti, e stava per uscire. Ma in quel momento vide un'ampolla vicino allo specchio. Questa volta non c'era nessun cartellino con la parola "BEVI". Eppure Alice la stappò e se la portò alle labbra. "Certo mi succede *qualche cosa* di meraviglioso ogni volta che bevo o mangio," disse tra sé. "Vediamo dunque che cosa farà questo liquido. Spero che mi farà crescere di nuovo, perché sono proprio stanca di essere così piccina!"

E così accadde, e molto più presto di quanto si aspettasse. Prima di aver bevuto metà dell'ampolla, sentì la testa premere contro il soffitto. Dovette smettere subito, perché rischiava di rompersi il collo. Mise giù l'ampolla e disse: "Basta per ora—spero di non crescere più—ma così come sono non potrò più uscire dalla porta—ah, magari avessi bevuto di meno!"

Oimè! Era tardi per pentirsi! Continuò a crescere e a crescere. Dovette inginocchiarsi, perché non poteva più stare in piedi. Dopo un altro minuto dovette sdraiarsi, con un gomito appoggiato alla porta e un braccio intorno alla testa. E cresceva ancora. Disperata, mise una mano fuori dalla finestra e infilò un piede nel camino. Poi disse a se stessa: "Qualunque cosa succeda, non posso fare di più. Che cosa *sarà* di me?"

Per fortuna di Alice, l'effetto dell'ampolla magica era arrivato al massimo. Perciò non crebbe più. Però si sentiva molto male in quella posizione. E poiché non c'era modo di uscire da quella gabbia, diventò molto triste.

"Stavo molto meglio a casa mia," pensò la povera Alice. "Là non passavo il tempo a crescere e a rimpicciolire, e a fare la serva ai sorci e ai conigli. Quasi quasi mi pento di essere scesa nella conigliera—eppure—eppure—è curiosa questa vita! Ma che *cosa* mai sono diventata? Quando leggevo le favole delle fate, credevo che queste stranezze non potessero mai succedere. E ora eccomi proprio nel mezzo di una favola! Si dovrebbe scrivere un libro su queste mie avventure, sì, si dovrebbe! Quando sarò grande ne scriverò uno—ma sono già grande," aggiunse con tristezza. "E *qui* non c'è spazio per crescere ancora."

"Ma allora," pensò Alice, "non diventerò mai più vecchia di adesso? Da una parte sarebbe un bene—non diventare mai una vecchia—ma dovrei sempre imparare le lezioni, e mi annoierei! Oh, *questo* non mi piacerebbe!"

"Ah, sciocchina che sei!" rispose Alice a se stessa. "Come potresti imparare le lezioni qui? C'è appena spazio per te: come potrebbero entrarci i libri?"

E così passava il tempo. Ora parlava, ora rispondeva a se stessa, e faceva una vera conversazione tra Alice e Alice. Ma dopo qualche istante sentì una voce fuori, e si fermò ad ascoltare.

"Marianna! Marianna!" gridava quella voce. "Portami subito i guanti!" Poi si sentì un rumore di passi frettolosi sulle scale. Alice pensò che fosse il Coniglio, che veniva a dirle di fare presto. E tremò tanto da far tremare la casa fino alle fondamenta. Si era dimenticata che ormai era mille volte più grande del Coniglio, e che non c'era motivo di avere paura.

Il Coniglio arrivò alla porta e cercò di aprirla. Ma era inutile spingere la porta, perché il gomito di Alice era puntato contro. Alice sentì che il Coniglio diceva tra sé: "Andrò dietro la casa ed entrerò dalla finestra."

"Non ci entrerai!" pensò Alice. Aspettò finché le sembrò che il Coniglio fosse sotto la finestra. Allora, all'improvviso, aprì la mano come per acchiappare qualcosa nell'aria. Non prese niente, ma sentì uno strillo e il rumore di una caduta, poi un fracasso di vetri rotti. Così capì che il poverino era probabilmente caduto in una vetrina da cetrioli, o in qualcosa di simile.

Poi si sentì una voce arrabbiata, quella del Coniglio: "Gianni! Gianni! Dove sei?" E rispose una voce che Alice non aveva mai sentito: "Eccomi qua! Stava scavando patate, illustrissimo!"

"Scavando patate!" gridò il Coniglio, furioso. "Vieni qua! Aiutami a uscire da *questo*!..." (Cricch! si sentì scricchiolare il vetro.)

"Dimmi, Gianni, che cos'è quella cosa mostruosa lassù, alla finestra?"

"Poffare! È un braccio, lustrissimo!"

"Un braccio! Ma va', paperone! Chi ne ha mai visti di così grossi? Accidenti, riempie tutta la finestra!"

"È proprio così, lustrissimo: ma è un braccio vero."

"Va bene, ma non ha niente da fare con la mia finestra. Va', portalo via!"

Ci fu un lungo silenzio. Poi Alice sentì dei bisbigli, e parole come queste: "Davvero, non potrei, lustrissimo; no, davvero!" "Fa' come ti dico, vigliaccone!" Allora Alice mosse di nuovo la mano nell'aria, come per acchiappare qualcosa. Questa volta si sentirono *due* strilli acuti, e cri, cri, il vetro scricchiolò di nuovo. "Quante vetrine da cetrioli devono esserci laggiù!" pensò Alice. "Chissà che cosa faranno adesso! Quanto a tirarmi fuori dalla finestra, vorrei che *potessero* farlo! Certo *io* non ho voglia di restare qui ancora!"

Aspettò un poco, ma non si sentiva niente. Finalmente sentì avvicinarsi un cigolio di ruote di carretti. E molte voci gridavano e parlavano tutte insieme. Alice sentì che dicevano: "Dov'è l'altra scala?—Ma io ne dovevo portare soltanto una; Tonio ha l'altra—Di', Tonio, portala qui, bambino mio!—Là, appoggiatela a quell'angolo—No, no, prima legatele insieme—non vedete che non arrivano!—Oh! Ci arriveranno, non sarà tanto difficile!—Qua, Tonio, prendi questa corda—Ma il tetto reggerà?—Attento a quella tegola che si muove!—Ohè, cade giù!—Attenti! Attenti!" (Patatrac!)—"Chi è stato?—È stato Tonio, credo—Chi scenderà giù per il camino?—*Io* no!—Vuoi scendere *tu*?—No, neanch'io!—Ci dovrà scendere Tonio—Ohè, Tonio, il padrone dice che devi scendere giù per il camino!"

"Bellino!" disse Alice tra sé. "Così questo Tonio deve venire giù dal camino? Sembra che quei signori mettano tutti i pesi sulle spalle del povero Tonio! Non vorrei essere al suo posto. Questo camino è molto stretto, non c'è dubbio. Ma potrò tirare qualche calcio, *credo*!"

Tirò indietro il piede nel camino, quanto più poté, e aspettò. Dopo un po' sentì un piccolo animale (non riusciva a indovinare di che specie fosse) che grattava e scendeva piano piano lungo il camino. "È Tonio," disse, e tirò un bel calcio. Poi aspettò per vedere che cosa sarebbe successo.

La prima cosa che sentì fu un coro di voci: "Ecco Tonio che vola!" Poi la voce del Coniglio, da sola, che gridava: "Prendetelo, voi che siete vicino alla siepe!" Poi silenzio, e poi una grande confusione di voci: "Tenetegli su la testa—Qua l'acquavite—Non soffocatelo—Com'è andata, compare? Che cosa ti è successo? Su, raccontaci tutto!"

Finalmente si sentì una vocina debole e sibilante ("È Tonio," pensò Alice): "Non saprei che cosa dirvi—No, non più, grazie; sto meglio—ma sono troppo agitato per raccontarvelo—tutto quello che mi ricordo è qualche cosa che mi lanciò in aria, e io schizzai via come un razzo!"

"Sei schizzato via davvero, poveretto!" dissero gli altri.

"Incendiamo la casa!" esclamò il Coniglio. Ma Alice gridò subito, con tutta la voce che aveva: "Se lo fate, vi farò acchiappare tutti da Dina!"

Subito ci fu un grande silenzio, e Alice disse tra sé: "Vediamo che cosa *faranno* adesso! Se avessero cervello, toglierebbero il tetto." Qualche istante dopo cominciarono di nuovo a muoversi, e Alice sentì il Coniglio che diceva: "Basterà una carrettata per cominciare."

"Una carrettata *di che cosa*?" disse Alice. Ma non restò a lungo nel dubbio, perché subito una grandine di sassolini cominciò a battere contro la finestra. Alcuni sassolini la colpirono in faccia. "Bisogna finirla," pensò Alice. E gridò: "Fareste bene a non provarci un'altra volta!" Queste parole fecero di nuovo un silenzio di tomba.

Alice notò con un po' di stupore che i sassolini si trasformavano in pasticcini appena toccavano il pavimento. E subito un'idea le passò in mente, come un lampo. "Proviamo a mangiare uno di questi pasticcini," disse. "Di sicuro cambieranno in qualche modo la mia statura. E siccome non possono farmi più grande di così, forse mi faranno diventare più piccola."

Mangiò un pasticcino, e fu contenta di vedere che rimpiccioliva subito. Appena fu abbastanza piccola da passare dalla porta, scappò dalla casa. Fuori trovò una folla di piccoli animali e di uccelli che aspettavano. La povera Lucertola (era Tonio) stava nel mezzo. Due porcellini d'India la tenevano su e le davano da bere qualcosa da una bottiglia. Appena Alice comparve, tutti le si buttarono addosso. Ma la bambina si mise a correre, finché si ritrovò sana e salva in una foresta.

"La prima cosa che devo fare," pensò Alice, mentre camminava qua e là nella foresta, "è ricrescere fino alla mia statura naturale. E la seconda cosa sarà trovare il modo di entrare in quel bel giardino. Mi pare che questo sia il piano migliore."

E davvero sembrava un piano eccellente, pensato in modo semplice e ordinato. Ma la difficoltà era questa: Alice non sapeva da dove cominciare per realizzarlo. E mentre guardava attentamente tra gli alberi della foresta, un piccolo abbaiare acuto, sopra la sua testa, la fece guardare in su in fretta.

Un enorme cucciolo la guardava con gli occhi grandi e rotondi. Allungava una zampa e cercava di toccarla. "Poverino!" disse Alice con voce dolce. E per farlo avvicinare provò a dirgli: "Te', te'!" Ma intanto tremava tutta, perché aveva paura che il cucciolo avesse fame. In quel caso, probabilmente l'avrebbe mangiata, nonostante tutte le sue carezze.

Non sapendo che cosa fare, prese un rametto e lo mostrò al cagnolino. Il cagnolino saltò in aria come un razzo, con un guaito di gioia. Poi si buttò sul rametto, come se volesse farlo a pezzi. Allora Alice, con prudenza, si mise dietro a un cardo altissimo, per non essere buttata a terra. Quando si affacciò dall'altra parte, vide che il cagnolino si era buttato di nuovo sul rametto. E nella fretta di afferrarlo aveva fatto una capriola. Ad Alice sembrava di giocare con un cavallo da carro. E siccome aveva paura di essere calpestata dalle zampe della bestia, scappò di nuovo dietro il cardo. Allora il cagnolino cominciò una serie di corse verso il rametto. Ogni volta correva troppo avanti, e poi tornava indietro più del necessario. E intanto abbaiava sempre, con voce rauca. Alla fine si accucciò poco lontano, ansimando, con la lingua di fuori e gli occhioni mezzi chiusi.

Alice colse quella buona occasione per scappare. Fuggì e corse tanto da perdere del tutto il fiato. Corse finché l'abbaiare del cagnolino si perse in lontananza.

"Eppure che caro cucciolo era!" disse Alice. Si appoggiò a un ranuncolo e si faceva vento con una delle sue foglie. "Oh, quanto mi sarebbe piaciuto insegnargli dei giochetti, se—se fossi stata della statura giusta! Oimè! Avevo quasi dimenticato che devo crescere ancora! Vediamo—come *potrei* fare? Suppongo che dovrei mangiare o bere qualche cosa. Ma quale cosa? Questo è il problema!"

Davvero la grande questione era: *quale cosa*? Alice guardò tutto intorno a sé, i fiori e l'erba. Ma non trovò niente che le sembrasse adatto da mangiare o da bere in quel caso. C'era però vicino a lei un grosso fungo, alto più o meno quanto lei. Lo guardò sotto, ai lati e dietro. Poi le sembrò naturale vedere anche che cosa c'era sopra.

Si alzò sulla punta dei piedi e guardò oltre l'orlo del fungo. Ed ecco che i suoi occhi incontrarono quelli di un grosso Bruco turchino. Il Bruco stava seduto nel mezzo con le braccia incrociate, e fumava tranquillamente una lunga pipa turca. Non faceva la minima attenzione né a lei né a nessun'altra cosa.

### Glossario

- **come sono certo che le donnole sono donnole**: un modo buffo di dire "ne sono sicurissimo". La donnola è un piccolo animale dal corpo lungo, nemico dei conigli.
- **Siora**: forma popolare di "Signora".
- **la tata**: la donna che in casa si occupa dei bambini.
- **il terrazzino**: un piccolo balcone; qui vuol dire la finestra che dà sul balcone.
- **la vetrina da cetrioli**: una piccola casa di vetro, nell'orto, dove crescono i cetrioli.
- **illustrissimo / lustrissimo**: parola che usavano i servitori per parlare con rispetto al padrone.
- **Poffare!**: un'esclamazione antica di sorpresa, come "Accidenti!".
- **paperone / vigliaccone**: parole per offendere: "paperone" vuol dire stupido; "vigliaccone" vuol dire uno che ha molta paura.
- **compare**: amico (parola popolare).
- **l'acquavite**: una bevanda alcolica molto forte.
- **Bellino!**: qui Alice parla in modo ironico: vuol dire "Che bella situazione!", cioè una cosa per niente bella.
- **il porcellino d'India**: un piccolo animale domestico, simile a un grosso topo senza coda.
- **il cardo**: una pianta alta, con le spine.
- **il ranuncolo**: un piccolo fiore giallo dei prati.
- **turchino**: di colore azzurro scuro.
- **indovinò**: capì pensando, senza esserne sicura.
- **impiccare**: uccidere una persona appendendola con una corda al collo.
- **si accorse**: vide, capì.
- **bussare**: battere alla porta con la mano prima di entrare.
- **trottare**: correre a piccoli passi, come un cavallo.
- **lascerebbero**: permetterebbero.
- **stappò**: tolse il tappo.
- **pentirsi**: essere dispiaciuti per una cosa fatta.
- **inginocchiarsi**: mettersi in ginocchio.
- **sdraiarsi**: mettersi lunghi per terra o sul letto.
- **infilò**: mise dentro.
- **rimpicciolire**: diventare più piccolo.
- **mi annoierei**: mi sentirei stanca e senza voglia, perché la cosa non è interessante.
- **acchiappare**: prendere con la mano qualcosa che scappa.
- **cri, cri**: il rumore del vetro che si rompe.
- **la carrettata**: tutto quello che sta in un carretto.

## Capitolo V. Consigli d'un Bruco

Il Bruco e Alice si guardarono in faccia per qualche istante, senza dire niente. Finalmente il Bruco si tolse la pipa di bocca e le parlò con voce lenta e assonnata.

"Chi siete *voi*?" disse il Bruco.

Questa domanda non invitava molto a una conversazione. Alice rispose un po' timidamente: "Davvero io—io adesso non saprei dirlo—so almeno chi *ero* quando mi sono alzata questa mattina. Ma da allora, temo di essere stata cambiata più volte."

"Che cosa mi state raccontando?" disse il Bruco con voce severa. "Spiegatevi meglio!"

"Temo di non potermi spiegare," disse Alice, "perché non sono più me stessa, come lei vede."

"Io non vedo," rispose il Bruco.

"Temo di non potermi spiegare più chiaramente," aggiunse Alice in modo molto gentile, "perché non riesco a capirlo neppure io. Ho cambiato statura tante volte in un giorno, e questo confonde davvero."

"Non è vero," disse il Bruco.

"Bene, forse lei non se n'è ancora accorto," disse Alice. "Ma un giorno diventerà una crisalide, e poi una farfalla. Allora le sembrerà un po' strano, non è vero?"

"Niente affatto," rispose il Bruco.

"Eh! Forse i suoi sentimenti saranno diversi dai miei," rispose Alice. "Ma a *me* sembrerebbe molto strano."

"A voi!" disse il Bruco con disprezzo. "Chi siete *voi*?"

E così tornarono da capo, all'inizio della conversazione. Alice si sentiva un po' irritata, perché il Bruco le rispondeva *secco secco*. Si mise dritta come una matrona romana e gli disse seriamente: "Perché non comincia *lei* a dirmi chi è?"

"Perché?" disse il Bruco.

Era una domanda imbarazzante. Alice non sapeva trovare una buona ragione. E il Bruco sembrava di cattivo umore. Perciò Alice si voltò per andarsene.

"Venite qui!" la richiamò il Bruco. "Ho qualche cosa di importante da dirvi."

Quelle parole promettevano qualche cosa, e Alice tornò indietro.

"Non andate in collera," disse il Bruco.

"E questo è tutto?" rispose Alice, mandando giù il suo fastidio.

"No," disse il Bruco.

Alice pensò che poteva aspettare, perché non aveva niente di meglio da fare. E aspettò anche perché forse il Bruco avrebbe potuto dirle qualcosa di importante. Per qualche istante il Bruco fumò senza dire niente. Finalmente aprì le braccia, si tolse la pipa di bocca e disse: "E così voi credete di essere stata trasformata?"

"Signor mio, ho paura di sì," rispose Alice. "Non riesco più a ricordare bene le cose come una volta. E non riesco a tenere la stessa statura per dieci minuti!"

"*Quali cose* non potete ricordare?" domandò il Bruco.

"Ecco, una volta ho cercato di ripetere 'Rondinella pellegrina', e mi è uscita dalle labbra tutta diversa!" rispose Alice molto tristemente.

"Ripetetemi '*Guglielmo, tu sei vecchio*'," disse il Bruco.

Alice incrociò le mani sul petto e cominciò:

*"Guglielmo! tu sei vecchio,"—gli disse il giovanetto,*
*"Son bianchi i tuoi capelli—e meriti rispetto;*
*Eppur col capo in terra—ti veggo camminare—*
*Ma credi che convenga—a un vecchio un tale andare?"*

*"Quand'ero giovanetto"—rispose il Vecchierello,*
*"Credea che questo gioco—sbalzasse il mio cervello;*
*Ma ormai che son persuaso—che in zucca non ho nulla,*
*Col capo in giù men vado—quando il cervel mi frulla."*

*"Guglielmo! tu sei vecchio,"—soggiunse il suo figliuolo,*
*"Sei grosso e grasso e tondo—che sembri un cedrïuolo,*
*Eppur fai salti a ruota!—oh dimmi a quale scuola*
*S'insegna a sfondar l'uscio—con una caprïola?"*

*Rispose il buon Vecchino—"Nella mia giovinezza*
*Studiai di conservare—al corpo la sveltezza;*
*Virtù di quest'unguento—un franco per vasetto,*
*Ne vuoi comprare un paio—garbato giovanetto?"*

*"Guglielmo! tu sei vecchio,—e fiacche hai le mascelle,*
*Ed ingollar potresti—brodose minestrelle,*
*Ed hai mangiato un'oca—con l'ossa, e il becco intero?*
*O Babbo, com'hai fatto?—oh spiegami il mistero!"*

*"Un dì studiai le leggi"—il Babbo allor gli disse,*
*"Ed ebbi con mia moglie—sempre querele e risse,*
*Ciò dètte alle ganasce—tal forza muscolare*
*Che ormai potrei con l'oca—la moglie divorare."*

*"Guglielmo! tu sei vecchio"—riprese il giovanetto,*
*"La vista non ti regge—e sai, ti fa difetto;*
*E porti in equilibrio—sul naso quell'anguilla!*
*Oh qui la tua destrezza—davver si mostra e brilla!"*

*"Risposi a tre domande—e ormai ti può bastare;*
*Non rompermi le scatole,—non voglio più parlare;*
*Oh credi che mi piacciano—le sciocche tue questioni?*
*Via, smetti, o per la scala—ti mando ruzzoloni!"*

"Non l'avete recitata bene," disse il Bruco.

"Temo di no," rispose Alice timidamente. "Certo alcune parole sono cambiate."

"È sbagliata dal principio alla fine," disse il Bruco con tono deciso. Poi ci fu silenzio per qualche minuto.

Il Bruco fu il primo a parlare.

"Di che statura vorreste essere?" domandò.

"Oh, per la statura non sono molto difficile," rispose Alice in fretta. "Soltanto non mi piace cambiare così spesso, sa."

"Non *so* niente," disse il Bruco.

Alice non disse una parola. La poverina non era mai stata contraddetta tante volte, e stava per scoppiare.

"Siete contenta ora?" domandò il Bruco.

"No, davvero. Vorrei essere un *pochino* più grande, se non le dispiacesse," rispose Alice. "Si immagini, ho una statura così misera: appena tre pollici!"

"È una buona statura, questa!" disse il Bruco con voce offesa. Mentre parlava, si rizzò dritto come un fuso. (Era alto tre pollici esatti.)

"Ma io non ci sono abituata!" disse Alice con voce dolce e triste. E pensò tra sé: "Vorrei che queste creaturine non si offendessero così per niente!"

"Vi abituerete col tempo," disse il Bruco. Si rimise la pipa in bocca e ricominciò a fumare.

Questa volta Alice aspettò con pazienza che il Bruco riprendesse a parlare da solo. Dopo due o tre minuti, il Bruco si tolse la pipa di bocca, sbadigliò un poco e si scosse tutto. Poi scese dal fungo e se ne andò strisciando nell'erba. Disse soltanto queste parole: "Un lato vi farà crescere di più, e l'altro vi farà diminuire."

"Un lato di *che cosa*? L'altro lato di *che cosa*?" pensò Alice tra sé.

"Del fungo," disse il Bruco, come se Alice gli avesse fatto la domanda ad alta voce. E subito sparì.

Alice restò a guardare il fungo, pensierosa. Cercava di scoprire quali fossero i suoi due lati. E poiché il fungo era tondo come l'O di Giotto, non riusciva a trovarli. Comunque allungò le braccia quanto poteva, intorno al fungo. Poi ne staccò due pezzettini dall'orlo, uno con ciascuna mano.

"E ora, qual è l'uno e qual è l'altro?" disse tra sé. E si mise a mordicchiare il pezzettino che aveva nella mano destra, così, per provarne l'effetto. In un attimo sentì un colpo violento sotto il mento: aveva battuto contro il piede!

Quel cambiamento improvviso la spaventò moltissimo. Ma non c'era tempo da perdere, perché stava sparendo in fretta. Così si mise subito a mordicchiare l'altro pezzettino. Il suo mento era così stretto contro il piede che lei riusciva appena ad aprire la bocca. Finalmente riuscì a inghiottire un bocconcino del pezzettino della mano sinistra.

"Ah! Respiro finalmente, la mia testa è libera!" esclamò Alice con gioia. Ma subito la sua allegria diventò terrore, quando si accorse che non riusciva più a trovare le spalle. Guardando in giù, vedeva soltanto un collo lungo lungo. Il collo si alzava come uno stelo in mezzo a un campo di foglie verdi. E quelle foglie erano lontane, sotto di lei.

"Che cosa *è* mai quel campo verde?" disse Alice. "E *dove* sono andate le mie spalle? Oh, povera me! Come mai non vi vedo più, mie povere mani?" Mentre parlava, muoveva le mani. Ma sembrava che non succedesse niente, solo un piccolo movimento tra le foglie verdi, in lontananza.

Non sembrava possibile portare le mani alla testa. Perciò Alice cercò di piegare la testa verso le mani. E fu contenta di vedere che il suo collo poteva piegarsi in ogni direzione, come un serpente. Era riuscita a curvarlo in giù, in un grazioso *zigzag*. E stava per tuffarsi tra le foglie, quando si accorse che erano le cime degli alberi. Erano gli alberi sotto i quali si era persa. In quel momento sentì un lamento acuto, e per questo si tirò indietro in fretta. Un grosso colombo era volato verso di lei, e le sbatteva le ali contro la faccia, furioso.

"Serpente!" gridò il Colombo.

"*Non* sono un serpente, io!" disse Alice arrabbiata. "Va' via!"

"Serpente, dico!" ripeté il Colombo, ma con voce più bassa. E aggiunse singhiozzando: "Ho provato tutti i rimedi, ma niente mi è servito!"

"Io non so proprio di che cosa parli," disse Alice.

"Ho provato le radici degli alberi, ho provato le collinette, ho provato le siepi," continuò il Colombo, senza ascoltarla. "Ma i serpenti! Oh, non c'è modo di accontentarli!"

Alice era sempre più meravigliata e confusa. Ma pensò che era inutile parlare finché il Colombo non avesse finito.

"Come se fosse poca fatica covare le uova!" disse il Colombo. "Devo anche fare la guardia, giorno e notte, a causa dei serpenti! Sono tre settimane che non chiudo occhio!"

"Mi dispiace di vederti così angosciato!" disse Alice, che cominciava a capire il Colombo.

"Avevo appena scelto l'albero più alto della foresta," continuò il Colombo con un grido disperato. "Credevo di essere finalmente libero da loro. Ed ecco che proprio adesso mi piovono giù dal cielo! Ih! Serpentaccio!"

"Ma io *non* sono un serpente, ti ripeto!" rispose Alice. "Io sono una— Io sono una—"

"Bene, *chi* sei tu?" disse il Colombo. "Vedo bene che cerchi qualche trucco per ingannarmi!"

"Io—io sono una ragazzina," rispose Alice. Ma quasi dubitava di se stessa, poiché si ricordava le tantissime trasformazioni che aveva avuto in quel giorno.

"Bella storiella!" disse il Colombo con profondo disprezzo. "Ho visto molte ragazzine in vita mia, ma nessuna con un collo così. No, no! Tu sei un serpente, ed è inutile negarlo. Scommetto che adesso mi dirai che non hai mai assaggiato un uovo!"

"Ma sì che *ho* assaggiato le uova," rispose Alice, che era una bambina molto sincera. "Sai bene che le ragazzine mangiano uova quanto i serpenti!"

"Non ci credo," disse il Colombo. "Ma se è proprio così, allora le ragazzine sono una specie di serpenti. Ecco quello che potrei dire."

Questa idea era così nuova per Alice che lei restò muta per qualche minuto. Il Colombo ne approfittò per aggiungere: "Tu vai cercando le uova, *questo* lo capisco bene. E che cosa importa a me se sei una ragazzina o un serpente?"

"Ma importa moltissimo a *me*," rispose subito Alice. "Però adesso non sto cercando uova. E anche se ne cercassi, non vorrei le tue: crude non mi piacciono."

"Allora vattene!" disse il Colombo brontolando, e si accucciò nel nido. Alice si abbassò tra gli alberi meglio che poteva, perché il suo collo si impigliava tra i rami. E spesso doveva fermarsi per liberarlo. Dopo qualche istante si ricordò che aveva ancora in mano i due pezzettini di fungo. Allora si mise al lavoro, con molta attenzione. Mordicchiava ora l'uno ora l'altro, e così ora cresceva e ora diminuiva. Alla fine riuscì a tornare alla sua statura naturale.

Non aveva la sua statura naturale da così tanto tempo che all'inizio le sembrò strano. Ma si abituò in pochi minuti, e ricominciò a parlare tra sé, come al solito. "Ecco, ho fatto metà del mio piano! Come sono strane tutte queste trasformazioni! Non sono mai sicura di che cosa diventerò da un minuto all'altro! Comunque sono tornata alla mia giusta statura. Ora bisognerebbe pensare a come entrare nel bel giardino. Come potrò farlo? Pagherei per saperlo!" E mentre diceva così, senza accorgersene arrivò in una piazza. Nel mezzo c'era una casettina, alta circa quattro piedi. "Chiunque abiti lì," pensò Alice, "non sarebbe bene andarli a trovare all'improvviso, con questa mia statura. Farei loro una paura terribile!" Così ricominciò a mordicchiare il pezzettino che aveva nella mano destra. E non osò avvicinarsi alla casa finché non fu diventata alta nove pollici.

### Glossario

- **la pipa**: un piccolo oggetto di legno per fumare il tabacco.
- **tolse**: passato remoto di "togliere": tirò via, tirò fuori.
- **assonnata**: piena di sonno, come di chi vuole dormire.
- **irritata**: un po' arrabbiata, infastidita.
- **mordicchiare**: mordere a piccoli morsi.
- **convenga**: sia adatto, sia giusto (da "convenire").
- **sbalzasse**: facesse saltare fuori dal suo posto, rovinasse.
- **persuaso**: convinto, sicuro.
- **frulla**: gira veloce; "il cervel mi frulla" vuol dire "mi viene un'idea strana".
- **soggiunse**: aggiunse, disse ancora.
- **garbato**: gentile, educato.
- **fiacche**: deboli, senza forza.
- **minestrelle**: minestre leggere, zuppe.
- **dètte**: forma antica di "diede" (da "dare").
- **Io non vedo**: gioco di parole: Alice dice "come lei vede" nel senso di "come lei capisce"; il Bruco risponde come se lei parlasse degli occhi.
- **la crisalide**: la forma del bruco prima di diventare farfalla.
- **secco secco**: in modo molto breve e poco gentile.
- **come una matrona romana**: come una signora dell'antica Roma: dritta, seria e piena di dignità.
- **cedrïuolo**: parola antica per "cetriolo", un ortaggio lungo e verde.
- **caprïola**: un salto in cui il corpo gira su se stesso.
- **unguento**: una crema medicinale da mettere sulla pelle.
- **ingollar**: mandare giù in fretta, inghiottire.
- **querele e risse**: liti e litigi.
- **le ganasce**: le mascelle, le ossa della bocca che servono a masticare.
- **Non rompermi le scatole**: modo popolare di dire "non darmi fastidio".
- **ruzzoloni**: cadendo e rotolando giù.
- **Non so niente**: gioco di parole: Alice dice "sa" (cioè "capisce, vero?"); il Bruco risponde "Non *so* niente", come se lei gli chiedesse che cosa sa.
- **dritto come un fuso**: molto dritto. Il fuso è un vecchio bastoncino per filare la lana.
- **tondo come l'O di Giotto**: perfettamente rotondo. Si racconta che il pittore Giotto sapeva disegnare un cerchio perfetto con la mano sola.
- **lo stelo**: la parte lunga e sottile di un fiore o di una pianta.
- **covare le uova**: stare seduti sulle uova per tenerle calde, finché nascono i piccoli.
- **Serpentaccio**: brutto serpente cattivo (parola per offendere).

## Capitolo VI. Porco e pepe

Per qualche istante Alice restò a guardare la casa, e non sapeva che cosa fare. Ed ecco che un servo in livrea arrivò di corsa dalla foresta. (Alice lo prese per un servitore perché era in livrea. Altrimenti, guardando soltanto il viso, l'avrebbe creduto un pesce.) Il servo bussò alla porta con furia, con le nocche. La porta fu spalancata da un altro servitore in livrea, con una faccia rotonda e occhi grossi come un ranocchio. Alice notò che tutti e due avevano in testa parrucche incipriate e piene di riccioli. Tutto questo le fece venire curiosità. Così uscì un poco dalla foresta e si mise ad ascoltare di nascosto.

Il Pesce-Servo tirò fuori da sotto il braccio una lettera enorme, grande quasi quanto lui. La diede all'altro e disse con voce solenne: "Per la Duchessa. Un invito della Regina per giocare una partita di *croquet*." Il Ranocchio-Servo rispose con lo stesso tono di voce, ma cambiando l'ordine delle parole: "Da parte della Regina. Un invito alla Duchessa per giocare una partita di *croquet*."

E tutti e due si inchinarono fino a terra, e i riccioli dei loro capelli si imbrogliarono insieme.

Alice scoppiò in una grossa risata. Dovette tornare dentro la foresta, per paura di essere sentita. Quando poi tornò a guardare, il Pesce-Servo era andato via. L'altro era seduto a terra vicino alla porta, e guardava il cielo con occhi stupidi.

Alice si avvicinò timidamente alla porta e bussò.

"Non serve a niente bussare," disse il Servo, "e questo per due ragioni. La prima è che io sto dalla stessa parte della porta dove sta lei. La seconda è che dentro fanno un tale rumore che nessuno potrebbe sentirla." E davvero dentro si *sentiva* un gran rumore. C'erano strilli e starnuti senza fine. E ogni tanto si sentiva un gran fracasso, come se un piatto o una pentola andasse in pezzi.

"Di grazia," domandò Alice, "che cosa dovrei fare per entrare?"

"Il suo bussare servirebbe a qualcosa," continuò il Servo senza ascoltarla, "se la porta fosse tra noi due. Per esempio, se lei fosse *dentro*, potrebbe bussare, e io la farei uscire, capisce." E mentre parlava continuava a guardare il cielo. Ad Alice questo sembrava proprio scortese. "Ma forse non può farne a meno," disse tra sé. "Ha gli occhi piantati in cima alla testa! Però potrebbe rispondere a qualche domanda.—Come potrei fare per entrare?" disse Alice ad alta voce.

"Io starò seduto qui," disse il Servo, "fino a domani—"

In quel momento la porta della casa si aprì. Un grande piatto volò verso la testa del Servo e gli sfiorò il naso. Poi andò a rompersi in mille pezzi contro un albero dietro di lui.

"—o fino a dopodomani, forse," continuò il Servo con la stessa calma, come se niente fosse successo.

"Come potrei fare per entrare?" gridò di nuovo Alice, ma con voce più forte.

"Ma dovrà proprio entrare, *lei*?" rispose il Servo. "Questa è la questione principale."

E aveva ragione; soltanto ad Alice non piaceva sentirsi fare quella domanda. "È terribile," mormorò tra sé, "il modo in cui ragionano queste bestie. Mi farebbero impazzire!"

Il Servo approfittò di quella buona occasione per ripetere la sua frase, con qualche cambiamento. "Io starò seduto qui, più o meno, per giorni e giorni."

"Ma che cosa devo fare *io*?" domandò Alice.

"Quello che vuole," rispose il Servo, e si mise a fischiettare.

"È inutile parlare con lui," disse Alice, tutta disperata. "È un idiota completo!" E aprì la porta ed entrò.

La porta portava direttamente in una grande cucina. Era tutta piena di fumo, da una parte all'altra. La Duchessa era seduta nel mezzo, su uno sgabello a tre gambe, e cullava un bambino. La cuoca stava davanti al fornello. Mescolava un pentolone che sembrava pieno di minestra.

"Certo c'è troppo pepe in quella minestra!" disse Alice tra sé, e non riusciva a trattenere gli starnuti.

E davvero c'era troppo pepe nell'aria. Anche la Duchessa starnutiva qualche volta. E il bimbo non faceva altro che starnutire e strillare, una cosa dopo l'altra, senza fermarsi mai. In cucina c'erano soltanto due esseri che non starnutivano: la Cuoca e un grosso gatto. Il gatto stava accucciato vicino al focolare, e ghignava con la bocca aperta da un orecchio all'altro.

"Mi dica, di grazia," domandò Alice un po' timidamente, "perché il suo gatto ghigna così?" Era timida perché non era sicura che fosse educato cominciare a parlare per prima.

"È un Ghignagatto," rispose la Duchessa, "ecco perché. Porco!"

Disse l'ultima parola con tanta furia che Alice fece un salto. Ma subito capì che quel nome era per il bambino e non per lei. Così riprese coraggio e continuò:

"Non sapevo che i gatti ghignassero in quel modo. Anzi, non sapevo neppure che i gatti *potessero* ghignare."

"Tutti possono farlo," rispose la Duchessa, "e la maggior parte ghigna."

"Io non ne conosco nessuno che ghigni," rispose Alice con molto rispetto. Era contenta di essere entrata in conversazione.

"Voi non sapete molto," disse la Duchessa, "e questo è quanto!"

Ad Alice non piacque per niente quella risposta secca, e pensò di cambiare discorso. Mentre cercava un argomento, la cuoca tolse dal fuoco il pentolone della minestra. E subito si mise a lanciare contro la Duchessa e il bambino tutto quello che aveva vicino. Prima volarono le molle e la paletta del fuoco. Poi arrivò una pioggia di pentole e di piatti di ogni tipo. La Duchessa non ci faceva caso, neppure quando veniva colpita. E il bimbo strillava già così forte che non si capiva se i colpi gli facessero male o no.

"Ma faccia attenzione a quello che fa!" gridò Alice, saltando qua e là tutta spaventata. "Addio naso!" continuò, mentre una grossa pentola volava vicino al naso del piccolo. E per poco non glielo portò via.

"Se ognuno badasse ai fatti suoi," disse la Duchessa con voce rauca, "il mondo girerebbe più in fretta di adesso."

"Questo *non* sarebbe un bene," disse Alice. Era contenta di poter mostrare quanto sapeva. "Pensi che confusione farebbe tra il giorno e la notte! Lei sa che la terra impiega ventiquattro ore per girare intorno al suo asse—"

"A proposito di asce!" gridò la Duchessa. "Tagliatele il capo!"

Alice guardò con ansia la cuoca, per vedere se ubbidiva all'ordine. Ma la cuoca era occupata a mescolare la minestra, e non sembrava che avesse ascoltato. Perciò Alice continuò: "Ventiquattro ore, *credo*; o sono dodici? Io—"

"Oh, non seccatemi!" disse la Duchessa. "Non ho mai potuto sopportare i numeri!" E ricominciò a cullare il bimbo, cantandogli una specie di Ninna-Nanna. Alla fine di ogni strofa gli dava una scossa violenta:

"*Parla duro al tuo bambino,*
*Dàgli bòtte se starnuta;*
*Ei guaisce il malandrino*
*Perché il pepe mio rifiuta!*
*Ei ci annoia co' suoi lai!*"

(Coro al quale si uniscono la Cuoca e il bimbo):

"*Guai! Guai! Guai! Guai!*"

Mentre la Duchessa cantava la seconda strofa, faceva saltare il bimbo su e giù con molta violenza. E il poverino strillava così forte che Alice riusciva appena a sentire le parole della poesia:

"*Parlo duro al mio bambino,*
*Lo sculaccio se starnuta,*
*Perché il pepe, il malandrino,*
*Quando ei vuol, non lo rifiuta.*
*Ei ci annoia co' suoi lai!*"

Coro.

"*Guai! Guai! Guai! Guai!*"

"Tenete! Potete cullarlo voi un poco, se vi fa piacere!" disse la Duchessa. E buttò il bimbo in braccio ad Alice. "Io devo andare a prepararmi per giocare una partita a *croquet* con la Regina." E scappò via. La cuoca le lanciò dietro una padella, e per poco non la colpì.

Alice afferrò il bimbo, ma con qualche difficoltà, perché era una creaturina molto strana. Le sue mani e i suoi piedi si muovevano da tutte le parti. "Proprio come quell'animaletto marino che si chiama stella," pensò Alice. Quando Alice lo prese, il poverino sbuffava come una macchina a vapore. E continuava a piegarsi e a stirarsi, così che lei faceva una fatica enorme a tenerlo.

Alla fine la bambina trovò il modo giusto di tenerlo in braccio. Bisognava attorcigliarlo bene come un nodo. Poi bisognava tenerlo stretto per l'orecchio destro e per il piede sinistro, perché non si sciogliesse. Allora lo portò all'aria aperta. "Se non porto via con me questo bambino," disse Alice, "di sicuro un giorno o l'altro lo ammazzeranno. Non sarei colpevole di un assassinio, se lo abbandonassi?" Disse le ultime parole ad alta voce. E il poverino si mise a grugnire per risponderle (ormai non starnutiva più). "Non grugnire," disse Alice. "Non sta bene esprimersi in quel modo."

Il bimbo grugnì di nuovo, e Alice lo guardò in faccia con molta ansia, per capire che cosa avesse. Aveva un naso che si piegava *troppo* all'insù. Non c'era dubbio: somigliava più a un grugno che a un vero naso. E poi gli occhi diventavano così piccoli che non sembravano più occhi di bambino. Insomma, quell'aspetto non piaceva per niente ad Alice. "Forse singhiozzava," pensò, e lo guardò di nuovo negli occhi, per vedere se c'erano lacrime.

Ma non ce n'erano. "Caro mio, se ti trasformi in porcellino," disse Alice seriamente, "non voglio avere più niente a che fare con te. Sta' attento!" Il poverino si rimise a singhiozzare (o forse grugniva, ma era difficile capirlo). E andarono avanti in silenzio per un po'.

Alice aveva appena cominciato a pensare: "Che cosa farò di questa creatura quando la porterò a casa?" In quel momento la creatura grugnì di nuovo. E grugnì così forte che Alice, tutta spaventata, la guardò in faccia. Questa volta *non* c'era più dubbio: era un porcellino vero e proprio. E Alice capì che non c'era più ragione di portarlo ancora.

Così mise a terra la creaturina. E si sentì sollevata quando la vide trotterellare via tranquilla verso la foresta. "Se fosse cresciuto," disse tra sé, "sarebbe diventato un ragazzo bruttissimo. Ma diventerà un bellissimo porco, credo." E ripensò ad alcuni bambini che conosceva, che potrebbero essere ottimi porcellini. Stava per dire: "Se uno conoscesse il vero modo di trasformarli—" Ma in quel momento fece un piccolo salto per la paura. Aveva visto il Ghignagatto, accucciato sul ramo di un albero, a pochi metri di distanza.

Il Gatto fece soltanto un ghigno quando vide Alice. "Sembra di buon umore," pensò lei. "Però ha le unghie *troppo* lunghe, e ha troppi denti. Perciò bisognerà trattarlo con molto rispetto."

"Ghignamicio," cominciò Alice un po' timidamente, perché non sapeva se gli piacesse quel nome. Ma il Gatto non fece altro che ghignare più apertamente. "Bene, gli fa piacere," pensò Alice, e continuò: "Mi diresti quale strada dovrei prendere da qui?"

"Dipende molto dal posto dove vorresti andare," rispose il Gatto.

"Non mi importa molto dove—" disse Alice.

"Allora non importa sapere quale strada dovresti prendere," aggiunse il Gatto.

"—purché arrivi da *qualche parte*," riprese Alice, come per spiegarsi meglio.

"Oh, certo che ci arriverai!" disse il Gatto. "Conosci il proverbio italiano: *'tanto cammina sino che arriva.'*"

Alice sentì che non si poteva dire niente contro quel proverbio, e provò con un'altra domanda. "Che tipo di gente abita qui intorno?"

"Di *là*," rispose il Gatto, girando la zampa destra, "abita un Cappellaio. E di *qua*," e indicò con l'altra zampa, "abita una Lepre-marzolina. Va' a trovare chi vuoi dei due: sono matti tutti e due."

"Ma non mi piace andare dai matti," disse Alice.

"Oh, non c'è niente da fare," disse il Gatto. "Qui siamo tutti matti. Io sono matto. Tu sei matta."

"Come sai che io sono matta?" domandò Alice.

"Devi esserlo per forza," disse il Gatto, "altrimenti non saresti venuta qui."

Ad Alice non sembrò una ragione sufficiente, ma continuò lo stesso: "E come sai che tu sei matto?"

"Per cominciare," disse il Gatto, "un cane non è matto. Sei d'accordo?"

"Credo di sì," rispose Alice.

"Bene," continuò il Gatto. "Un cane brontola quando è arrabbiato, e muove la coda quando è contento. Ora *io* brontolo quando sono contento, e muovo la coda quando sono arrabbiato. Dunque sono matto."

"Io direi fare le fusa, e non brontolare," disse Alice.

"Di' come vuoi," rispose il Gatto. "Vai oggi dalla Regina, a giocare a *croquet*?"

"Mi piacerebbe tanto," rispose Alice, "ma non sono ancora stata invitata."

"Mi vedrai da lei," disse il Gatto, e sparì.

Alice non fu sorpresa da tutto questo: si era già abituata a vedere cose strane. Mentre guardava ancora il ramo dove era stato il Gatto, eccolo ricomparire.

"A proposito, che cosa è successo al bimbo?" disse il Gatto. "Avevo dimenticato di chiedertelo."

"Si è trasformato in un porcellino," rispose Alice con calma, come se il Gatto fosse ricomparso in modo naturale.

"Me l'ero immaginato," disse il Gatto, e sparì di nuovo.

Alice aspettò un poco. Era mezza convinta che il Gatto ricomparisse, ma lui non ricomparve. Dopo qualche istante, Alice si avviò verso il posto dove abitava la Lepre-marzolina. "Di cappellai ne ho visti tanti," disse tra sé. "La Lepre-marzolina sarà più interessante per me. E poiché siamo a Maggio, non sarà poi tanto matta da legare. Almeno sarà meno matta di quanto era a Marzo." Mentre diceva queste parole, guardò in alto. Ed ecco di nuovo il Gatto, accucciato sul ramo di un albero.

"Hai detto porcellino o porcellana?" domandò il Gatto.

"Ho detto porcellino," rispose Alice. "Ma ti prego di non apparire e sparire come un lampo: mi fai girare la testa!"

"Va bene," disse il Gatto. E questa volta sparì lentamente. Cominciò con la punta della coda e finì con il ghigno. E il ghigno restò sul ramo come una visione, anche dopo che tutto il resto era sparito.

"Oh bella! Ho visto spesso un gatto senza ghigno," disse Alice, "ma un ghigno senza gatto! È la cosa più curiosa che io abbia mai visto in tutta la mia vita!"

Non aveva fatto molta strada quando si trovò davanti alla casa della Lepre-marzolina. Pensò che fosse proprio quella la casa, perché i camini avevano la forma di orecchie. E il tetto era coperto di pelo. La casa era così grande che Alice non osò avvicinarsi subito. Prima mordicchiò un poco del fungo che aveva nella mano sinistra, e crebbe fino a quasi due piedi d'altezza. Ma questo non le tolse l'ansia. E mentre si avvicinava timidamente alla porta, diceva tra sé: "E se poi fosse matta furiosa! Quasi quasi vorrei essere andata a trovare il Cappellaio!"

### Glossario

- **la livrea**: il vestito speciale dei servitori di una casa nobile.
- **bussare**: battere alla porta per farsi aprire.
- **le nocche**: le ossa delle dita, quando la mano è chiusa.
- **spalancata**: aperta del tutto.
- **si inchinarono**: piegarono la testa e il corpo in avanti, per salutare con rispetto.
- **si imbrogliarono**: si mescolarono e si legarono insieme, come fili.
- **il croquet**: un gioco inglese: si colpiscono palle di legno con una mazza e si fanno passare sotto piccoli archi.
- **il pentolone**: una pentola molto grande.
- **starnutiva**: faceva starnuti (da "starnutire").
- **strillava**: gridava forte, con voce acuta (da "strillare").
- **accucciato**: seduto o sdraiato basso, con le zampe sotto il corpo, come fanno i gatti e i cani.
- **il ghigno**: un sorriso largo e strano, con tutta la bocca.
- **ghignare / ghigna**: fare un ghigno, sorridere con tutta la bocca.
- **tolse**: passato remoto di "togliere": tirò via.
- **la strofa**: un gruppo di versi in una poesia o in una canzone.
- **parrucche incipriate**: capelli finti coperti di polvere bianca.
- **Di grazia**: modo antico e gentile di dire "per favore".
- **A proposito di asce!**: gioco di parole: Alice parla dell'"asse", la linea su cui gira la terra; la Duchessa capisce "asce", plurale di "ascia", lo strumento per tagliare.
- **il Ghignagatto / Ghignamicio**: un gatto che ghigna, cioè sorride con tutta la bocca; "micio" è un modo affettuoso di dire "gatto".
- **Dàgli bòtte**: picchialo.
- **guaisce / guaire**: piange con un verso acuto, come un cane che ha male.
- **il malandrino**: il birbante, il monello cattivo.
- **i lai**: i lamenti (parola di poesia).
- **lo sculaccio**: gli do colpi sul sedere.
- **grugnire / il grugno**: fare il verso del maiale / il naso del maiale.
- **brontolare / fare le fusa**: il cane brontola quando è arrabbiato; il gatto fa le fusa, un rumore leggero, quando è contento. Il Gatto confonde le due cose.
- **tanto cammina sino che arriva**: proverbio: chi continua a camminare prima o poi arriva da qualche parte.
- **matto da legare**: completamente matto.
- **porcellino o porcellana**: gioco di parole: il porcellino è un piccolo maiale; la porcellana è il materiale dei piatti fini. Le due parole si somigliano.

## Capitolo VII. Un tè di matti

Sotto un albero, davanti alla casa, c'era una tavola apparecchiata. La Lepre-marzolina e il Cappellaio ci prendevano il tè. Fra loro stava un Ghiro che dormiva profondamente. I due lo usavano come un cuscino: appoggiavano i gomiti su di lui e parlavano sopra la sua testa. "Che fastidio per il Ghiro," pensò Alice. "Ma siccome dorme, immagino che non ci faccia caso."

La tavola era grande, eppure i tre stavano stretti insieme in un angolo. "Non c'è posto! Non c'è posto!" gridarono, quando videro che Alice si avvicinava. "C'è *molto* posto!" disse Alice, offesa. E si sedette in una comodissima poltrona, a una delle estremità della tavola.

"Vuole del vino?" disse la Lepre-marzolina in tono gentile.

Alice guardò sulla tavola, e vide che c'era soltanto tè. "Non vedo vino," disse.

"Non ce n'è affatto," rispose la Lepre-marzolina.

"Ma allora non è gentile offrirmi da bere quello che non ha," disse Alice, offesa.

"E non è stato educato da parte sua sedersi qui senza essere invitata," disse la Lepre-marzolina.

"Non sapevo che la tavola fosse *sua*," rispose Alice. "È apparecchiata per più di tre."

"Dovrebbe farsi tagliare i capelli," disse il Cappellaio. Da qualche istante guardava Alice con molta curiosità. E quelle furono le prime parole che disse.

"Lei non dovrebbe fare osservazioni personali," disse Alice un po' severa. "È molto maleducato."

Il Cappellaio spalancò tantissimo gli occhi, sentendo quelle parole. Ma *disse* soltanto: "Perché un corvo è simile a un coccodrillo?"

"Bene! Adesso sì che ci divertiremo!" pensò Alice. "Sono contenta che abbiano cominciato con gli indovinelli.—Credo di poterlo indovinare," aggiunse ad alta voce.

"Vuole dire che potrà trovare la risposta?" domandò la Lepre-marzolina.

"Certo," rispose Alice.

"Allora dica quello che intende," disse la Lepre-marzolina.

"Ecco," riprese Alice in fretta, "almeno—almeno intendo quello che dico—ed è lo stesso, capite."

"Niente affatto lo stesso!" disse il Cappellaio. "Sarebbe come dire che 'Vedo quel che mangio' è lo stesso di 'Mangio quel che vedo'!"

"Sarebbe come dire," aggiunse la Lepre-marzolina. "'Mi piace ciò che prendo' è lo stesso di 'Prendo quel che mi piace'!"

"Sarebbe come dire," aggiunse il Ghiro, che sembrava parlare nel sonno. "'Respiro quando dormo' è lo stesso di 'Dormo quando respiro'!"

"Per te *è* lo stesso," disse il Cappellaio. E qui la conversazione si fermò, e tutti restarono zitti per un po'. Intanto Alice cercava di ricordare tutto quello che sapeva sui corvi e sui coccodrilli. Ma non era molto.

Il Cappellaio fu il primo a rompere il silenzio. "Che giorno del mese è oggi?" disse, rivolto ad Alice. Intanto aveva tirato fuori l'orologio dal taschino, e lo guardava un po' preoccupato. Ogni tanto lo scuoteva e lo avvicinava all'orecchio.

Alice pensò un poco e rispose: "Il quattro del mese."

"Ritarda di due giorni!" disse il Cappellaio con un sospiro. "Te l'avevo detto che il burro non avrebbe fatto bene al meccanismo!" aggiunse, guardando con rabbia la Lepre-marzolina.

"Era del *miglior* burro," rispose piano la Lepre-marzolina.

"Sì, ma dentro devono essere entrate anche delle briciole di pane," brontolò il Cappellaio. "Non dovevi metterlo dentro con il coltello del pane."

La Lepre-marzolina prese l'orologio e lo guardò tristemente. Poi lo immerse nella sua tazza di tè e lo guardò di nuovo. Ma non seppe fare altro che ripetere la frase di prima: "Era del *miglior* burro che si potesse avere, sapete."

Intanto Alice guardava l'orologio da sopra la spalla della Lepre, con un po' di curiosità. E disse: "Che orologio curioso! Segna i giorni del mese, e non le ore del giorno!"

"Perché no?" esclamò il Cappellaio. "Forse il *suo* orologio le dice in che anno siamo?"

"No davvero," rispose subito Alice, "ma perché l'orologio segna lo stesso anno per molto tempo."

"Ed è proprio quello che succede al *mio*," rispose il Cappellaio.

Alice si sentì molto imbarazzata. Le sembrava che la frase del Cappellaio non avesse nessun senso. Eppure lui parlava in modo corretto. "Non la capisco bene," disse con molta gentilezza.

"Il Ghiro si è riaddormentato," disse il Cappellaio, e gli versò un po' di tè bollente sul naso.

Il Ghiro scosse la testa, impaziente, e disse senza aprire gli occhi: "Già! Già! Proprio quello che stavo per dire."

"Ha già indovinato l'indovinello?" disse il Cappellaio, rivolgendosi di nuovo ad Alice.

"Mi arrendo," rispose Alice. "Qual è la risposta?"

"Non ne ho la minima idea," rispose il Cappellaio.

"Neppure io," disse la Lepre-marzolina.

Alice sospirò annoiata. "Credo che sarebbe meglio usare bene il tempo," disse, "invece di perderlo con indovinelli che non hanno senso."

"Se lei conoscesse il Tempo come lo conosco io," rispose il Cappellaio, "non direbbe che lo perdiamo. Non si tratta di me, ma di lui."

"Non capisco che cosa vuole dire," disse Alice.

"Certo che non lo capisce!" disse il Cappellaio, scuotendo la testa con aria di disprezzo. "Scommetto che lei non ha mai parlato con il Tempo!"

"Forse no," rispose Alice con prudenza. "Ma so che devo battere il tempo quando studio musica."

"Ah! Questo spiega tutto," disse il Cappellaio. "Lui non vuole essere battuto. Se lei non litigasse con lui, il Tempo farebbe dell'orologio quello che lei vuole. Per esempio, supponga che siano le nove della mattina, l'ora delle lezioni. Basterebbe dire una parolina all'orecchio del Tempo, e subito la lancetta girerebbe! Il tocco e mezzo, l'ora di pranzo!"

("Vorrei che fosse così," bisbigliò la Lepre-marzolina.)

"Sarebbe magnifico, davvero," disse Alice pensierosa. "Ma a quell'ora non avrei fame, capisce."

"All'inizio forse no," riprese il Cappellaio. "Ma lei potrebbe fermarlo sul tocco e mezzo, quando vuole."

"E *lei* fa così?" domandò Alice.

Il Cappellaio scosse la testa tristemente e rispose: "Io no! Abbiamo litigato lo scorso marzo, proprio quando *lei* è diventata matta." E indicò con il cucchiaino la Lepre-marzolina. "Sì, fu al grande concerto della Regina di Cuori. Lì dovetti cantare:

'*Tu che al ciel spiegasti l'ale*
*O mia testa Soppressata!*'"

"Conosce quest'aria?"

"Ho sentito qualcosa di simile," rispose Alice.

"Continua così," disse il Cappellaio:

"'*Ti rivolgi a me, fettata,*
*Teco il pane aggiungerò!*'"

A questo punto il Ghiro si scosse un poco. Poi cominciò a cantare nel sonno. Cantava: "*Teco il pane; teco il pane aggiungerò—*" E continuò a lungo, finché dovettero pizzicarlo per farlo tacere.

"Ebbene, avevo appena finito di cantare la prima quartina," disse il Cappellaio. "E la Regina gridò furiosa: 'Egli sta assassinando il tempo! Tagliategli il capo!'"

"Terribilmente feroce!" esclamò Alice.

"Da allora," continuò tristemente il Cappellaio, "lui non vuole più fare quello che gli chiedo! Segna sempre le sei."

Ad Alice venne un'idea brillante, e domandò: "È forse per questo che ci sono tante tazze sulla tavola?"

"Proprio così," rispose il Cappellaio con un sospiro. "È sempre l'ora del tè, e non abbiamo mai il tempo di lavare le tazze."

"E così continuate a girare intorno alla tavola, nel frattempo?" disse Alice.

"Proprio così," rispose il Cappellaio, "man mano che le tazze sono state usate."

"Ma che cosa fate quando tornate all'inizio?" osò domandare Alice.

"E se cambiassimo discorso?" disse la Lepre-marzolina, sbadigliando. "Questo argomento mi annoia a morte. Vorrei che la Signorina ci raccontasse una storiella."

"Temo di non saperne nessuna," rispose Alice, un po' spaventata.

"Allora ce ne racconterà una il Ghiro!" gridarono tutti e due. "Svegliati, Ghiro!" E gli diedero dei pizzicotti dai due lati.

Il Ghiro aprì lentamente gli occhi e disse con voce debole e rauca: "Non dormivo, io! Non ho perso neppure una parola di quello che dicevate."

"Raccontaci una storia!" disse la Lepre-marzolina.

"Di grazia, ce ne racconti una!" pregò Alice.

"E fa' presto," aggiunse il Cappellaio, "se no ti riaddormenterai prima di finirla."

"C'erano una volta tre sorelle," cominciò il Ghiro in gran fretta, "e si chiamavano Elce, Clelia e Tilla. E vivevano in fondo a un pozzo—"

"Che cosa mangiavano?" domandò Alice. Lei si interessava sempre molto alle questioni di mangiare e di bere.

"Mangiavano melassa," rispose il Ghiro, dopo averci pensato qualche istante.

"Ma non potevano farlo," disse Alice con gentilezza. "Si sarebbero ammalate."

"Infatti erano ammalate," rispose il Ghiro, "*molto* ammalate."

Alice cercò di immaginare quello strano modo di vivere, ma si confuse. Allora continuò: "Ma perché vivevano in fondo a un pozzo?"

"Prenda un po' più di tè," disse la Lepre-marzolina con molta premura.

"Non ho ancora preso niente," rispose Alice, tutta offesa, "quindi non posso prenderne di più."

"Vuole dire che non ne può prendere *meno*," disse il Cappellaio. "È molto più facile prendere *più* di niente."

"Nessuno ha chiesto il *suo* parere," rispose Alice.

"Chi è che fa osservazioni personali, adesso?" domandò il Cappellaio con aria di trionfo.

Alice non seppe bene che cosa rispondere. Allora prese una tazza di tè e del pane con il burro. Poi si rivolse al Ghiro e gli domandò di nuovo: "Perché vivevano in fondo al pozzo?"

Il Ghiro si mise a pensare un poco, e rispose: "Era un pozzo di melassa."

"Ma non si è mai sentita una cosa simile!" lo interruppe Alice, arrabbiata. Ma la Lepre-marzolina e il Cappellaio fecero: "St! st!" E il Ghiro continuò con voce brusca: "Se non sa essere educata, finisca lei la storia."

"No, la prego, continui!" disse Alice molto umilmente. "Non la interromperò più. Forse ce ne sarà *uno*, di quei pozzi."

"Uno, eh via!" rispose il Ghiro, offeso. Però, dopo qualche preghiera, continuò: "E quelle tre sorelle—imparavano a trarne—"

"Che cosa traevano?" domandò Alice. Si era dimenticata che aveva promesso di stare zitta.

"Melassa," rispose il Ghiro, questa volta senza pensarci per niente.

"Ho bisogno di una tazza pulita," interruppe il Cappellaio. "Spostiamoci tutti di un posto!"

E mentre parlava si spostò, e il Ghiro lo seguì. La Lepre-marzolina prese il posto del Ghiro. E Alice, contro voglia, prese il posto della Lepre-marzolina. Solo il Cappellaio ebbe un vantaggio da quel cambiamento. E Alice si trovò peggio di prima, perché la Lepre-marzolina aveva rovesciato la brocca del latte nel suo piatto.

Alice non voleva offendere di nuovo il Ghiro, e disse con molta delicatezza: "Non capisco bene. Da dove traevano la melassa?"

"Lei sa trarre l'acqua da un pozzo d'acqua, non è vero?" disse il Cappellaio. "E allora si può anche trarre melassa da un pozzo di melassa—eh, stupidina!"

Questa risposta confuse tanto Alice che lei lasciò continuare il Ghiro senza più interromperlo.

"Imparavano a trarre," continuò il Ghiro. Sbadigliava e si stropicciava gli occhi, perché moriva di sonno. "E traevano cose di ogni genere—tutto quello che comincia con una T—"

"Perché con una T?" domandò Alice.

"Perché no?" gridò la Lepre-marzolina.

Alice restò zitta.

Intanto il Ghiro aveva chiuso gli occhi e cominciava a fare un sonnellino. Ma il Cappellaio gli diede un pizzicotto, e il Ghiro si svegliò con un lamento. Poi continuò: "—che comincia con una T. Come una Trappola, un Topo, una Topaia, un Troppo—già, lei dice 'il troppo stroppia'. Oh, non ha mai visto il ritratto di un 'troppo stroppia'?"

"Veramente, ora che me lo domanda," disse Alice, molto confusa, "non so—"

"Allora non parli," disse il Cappellaio.

Questa scortesia era troppo per Alice. Si alzò molto offesa e se ne andò. Il Ghiro si addormentò subito. Nessuno degli altri due notò che Alice era uscita, benché lei si fosse voltata indietro una o due volte. Sperava un po' che la richiamassero. L'ultima volta che li vide, quei due birbanti cercavano di infilare il Ghiro nella teiera.

"Non *ci* tornerò mai più," disse Alice, mentre entrava nella foresta. "È la compagnia più stupida in cui mi sia mai trovata!"

Mentre parlava così, notò che un albero aveva una porta. E da quella porta si entrava proprio dentro il tronco. "Oh, questo è molto curioso!" pensò Alice. "Ma oggi ogni cosa è curiosa. Credo che farò bene a entrare." Ed entrò.

Si ritrovò di nuovo nella sala lunga, vicino al tavolino di cristallo. "Questa volta farò meglio," disse tra sé. Prese la chiavettina d'oro e aprì l'usciolino che portava al giardino. Poi si mise a mordicchiare il fungo (ne aveva tenuto un pezzettino in tasca). Continuò finché fu alta più o meno un piede. Attraversò il piccolo corridoio: e *poi*—si ritrovò finalmente nel bel giardino, tra aiuole piene di fiori e fontane fresche.

### Glossario

- **Perché un corvo è simile a un coccodrillo?**: l'indovinello del Cappellaio. Non ha nessuna risposta.
- **"Vedo quel che mangio" / "Mangio quel che vedo"**: gioco di parole: con le stesse parole in un altro ordine, il senso cambia del tutto.
- **battere il tempo**: gioco di parole: nella musica vuol dire segnare il ritmo con la mano; il Cappellaio lo capisce come "picchiare il Tempo", come se fosse una persona.
- **il tocco e mezzo**: l'una e mezza del pomeriggio.
- **testa Soppressata / fettata**: la soppressata è un salume che si taglia a fette. La canzone prende in giro una romantica aria d'opera. "L'ale" vuol dire "le ali"; "teco" vuol dire "con te".
- **ciel**: forma di poesia per "cielo".
- **teco**: forma antica per "con te".
- **la quartina**: una strofa di quattro versi.
- **maleducato**: non educato, scortese.
- **spalancò**: aprì del tutto (da "spalancare").
- **imbarazzata**: a disagio, non sa che cosa dire o fare.
- **riaddormentato**: addormentato di nuovo.
- **Mi arrendo**: rinuncio, non provo più a indovinare (da "arrendersi").
- **il sospiro / sospirò**: il respiro lungo di chi è triste o annoiato / fece un sospiro.
- **scuoteva / scuotendo**: muoveva in fretta di qua e di là (da "scuotere").
- **esclamò**: disse forte, con sorpresa (da "esclamare").
- **bisbigliò**: disse a voce molto bassa (da "bisbigliare").
- **interruppe**: parlò mentre un altro parlava, e lo fece smettere (da "interrompere").
- **pizzicarlo**: stringergli la pelle con due dita, per fargli un po' male.
- **assassinando il tempo**: gioco di parole: vuol dire cantare fuori ritmo, ma anche "uccidere il Tempo".
- **prendere più / meno**: gioco di parole: chi non ha preso niente non può prendere "di più"; ma per il Cappellaio può prendere "più di niente".
- **la melassa**: uno sciroppo scuro e dolce, fatto con lo zucchero.
- **trarre**: gioco di parole: vuol dire tirare su l'acqua da un pozzo, ma anche disegnare, fare un ritratto.
- **il troppo stroppia**: proverbio: troppo di una cosa fa male. Il Ghiro parla del "ritratto" di un proverbio, cosa impossibile.
- **Di grazia**: modo antico e gentile di dire "per favore".
- **i birbanti**: persone furbe e un po' cattive (detto in modo scherzoso).
- **la teiera**: il recipiente dove si prepara il tè.

## Capitolo VIII. Il croquet della Regina

Vicino all'entrata del giardino c'era un magnifico rosaio. Le sue rose erano bianche. Ma tre giardinieri, intorno alla pianta, erano occupati a dipingerle di rosso. "Davvero, è curioso!" pensò Alice. Si avvicinò per guardarli, e quando fu vicina sentì che uno di loro diceva: "Fa' attenzione, Cinque! Non schizzarmi addosso con le tue pennellate!"

"Non ho potuto farne a meno," rispose Cinque di cattivo umore. "Sette mi ha urtato il gomito."

Sette lo guardò e disse: "Ma bravo! Cinque dà sempre la colpa agli altri!"

"*Tu* faresti meglio a stare zitto!" disse Cinque. "Proprio ieri ho sentito la Regina dire che meriteresti di essere decollato!"

"Perché?" domandò quello che aveva parlato per primo.

"Non sono affari *tuoi*, Due!" rispose Sette.

"Sono affari *suoi*, certo!" disse Cinque. "E glielo dirò io: è perché hai portato al cuoco bulbi di tulipano invece di cipolle."

Sette buttò lontano il pennello. Stava per dire: "Fra tutte le cose più ingiuste—" Ma si accorse che Alice li guardava, e non finì la frase. Anche gli altri la guardarono, e le fecero tutti un profondo inchino.

"Mi direste," domandò Alice timidamente, "perché state dipingendo quelle rose?"

Cinque e Sette non risposero, ma guardarono Due. Allora Due disse a bassa voce: "Ecco, il fatto è che questo doveva essere un rosaio di rose *rosse*. E noi per sbaglio ne abbiamo piantato uno che fa rose bianche. Se la Regina se ne accorgesse, ci taglierebbero la testa a tutti. Così, Signorina, facciamo del nostro meglio per rimediare, prima che lei venga a—"

In quel momento Cinque, che guardava intorno con ansia, gridò: "La Regina! La Regina!" E i tre giardinieri si buttarono subito con la faccia a terra. Si sentì un gran rumore di passi, e Alice si voltò per vedere la Regina.

Prima arrivarono dieci soldati armati di bastoni. Erano fatti come i tre giardinieri: lunghi e piatti, con le mani e i piedi agli angoli. Poi venivano dieci cortigiani, tutti scintillanti di diamanti. Camminavano a due a due, come i soldati. Dopo venivano i principini reali. Erano dieci, in coppie, e si tenevano per mano. Quei cari bambini andavano avanti saltando come matti, ed erano decorati con dei cuori. Poi passavano gli invitati, quasi tutti Re e Regine. Fra loro Alice riconobbe il Coniglio bianco. Parlava in fretta, nervoso, e sorrideva a chiunque gli parlasse. E passò oltre senza fare caso ad Alice. Poi veniva il Fante di Cuori, che portava la Corona Reale su un cuscino di velluto rosso. E per ultimi arrivavano IL RE E LA REGINA DI CUORI.

Alice non sapeva se doveva buttarsi con la faccia a terra, come i tre giardinieri. Ma non ricordava di aver mai sentito di una regola simile per le processioni reali. "E poi, a che cosa servirebbero le processioni," pensò, "se tutti dovessero stare con la faccia a terra, e nessuno potesse vederle?" Così restò dov'era, e aspettò.

Quando la processione arrivò vicino ad Alice, tutti si fermarono e la guardarono. La Regina gridò con aria severa: "Chi è costei?" Lo domandò al Fante di Cuori, che rispose con un sorrisetto e un inchino.

"Imbecille!" disse la Regina, e scosse la testa, impaziente. Poi si rivolse ad Alice e continuò: "Come ti chiami, bambina?"

"Maestà, mi chiamo Alice," rispose la bambina con molta gentilezza. Ma aggiunse tra sé: "Non sono che un mazzo di carte. Non c'è da aver paura di loro!"

"E chi sono *questi*?" domandò la Regina. E indicò i tre giardinieri, che stavano con la faccia nella polvere intorno al rosaio. Infatti, capite, erano sdraiati sulla faccia. E il disegno sulla loro schiena era uguale a quello di tutto il resto del mazzo. Perciò la Regina non poteva capire se fossero giardinieri o soldati. Potevano essere anche cortigiani, o tre dei suoi figli.

"Come volete che lo sappia *io*?" rispose Alice, che si meravigliava del suo stesso coraggio. "Non è affare *mio*."

La Regina diventò rossa come il fuoco per la rabbia. La fissò per un momento con ferocia, come una bestia selvaggia. Poi gridò: "Tagliatele il capo! Subito—"

"Eh, via!" rispose Alice a voce alta e con fermezza. E la Regina tacque.

Il Re le mise la mano sul braccio e disse timidamente: "Cara mia, pensaci bene: è una bambina!"

La Regina gli voltò le spalle arrabbiata, e disse al Fante: "Rivoltateli!"

Il Fante ubbidì, e con molta attenzione li girò con un piede.

"Alzatevi!" urlò la Regina. E subito i tre giardinieri si alzarono. Poi si inchinarono davanti al Re, alla Regina, ai figli reali e a tutti gli altri.

"Basta!" gridò la Regina. "Mi fate girare la testa." Poi guardò il rosaio e continuò: "Che cosa *avete fatto* al rosaio?"

"Con il permesso di Vostra Maestà," rispose Due con voce umile, piegando un ginocchio a terra, "noi volevamo—"

"Lo vedo!" disse la Regina, che intanto aveva guardato le rose. "Tagliate loro il capo!" E la processione reale ripartì. Tre soldati restarono indietro per tagliare la testa ai poveri giardinieri. Ma i giardinieri corsero da Alice, perché li proteggesse.

"Non vi decapiteranno!" disse Alice. E li mise in un grande vaso da fiori che era lì vicino. I tre soldati girarono qua e là per qualche istante a cercarli. Poi, tranquilli, seguirono la processione reale.

"Gli avete tagliato la testa?" gridò la Regina.

"Maestà, le loro teste non sono più!" risposero i soldati.

"Bene!" gridò la Regina. "Sapete giocare a *croquet*?"

I soldati stettero zitti e guardarono Alice, perché credevano che la domanda fosse per lei.

"Sì!" gridò Alice.

"Avvicinatevi, dunque!" urlò la Regina. E Alice si unì alla processione. Era curiosa di sapere che cosa sarebbe successo dopo.

"Fa—fa bel tempo!" disse una vocina timida vicino a lei. Alice vide che camminava accanto al Coniglio bianco. Il Coniglio la guardava in faccia con aria inquieta e timorosa.

"Bellissimo," rispose Alice. "Dov'è la Duchessa?"

"St! st!" disse il Coniglio a bassa voce e in fretta. Si guardò intorno con ansia. Poi si alzò sulla punta dei piedi e le bisbigliò all'orecchio: "È sotto sentenza di morte."

"Per quale peccato?" domandò Alice.

"Avete detto 'Che peccato!'?" disse il Coniglio.

"Ma no," rispose Alice. "Non credo affatto che sia un peccato. Ho detto '*Per* quale peccato?'"

"Ha schiaffeggiato la Regina—" cominciò il Coniglio. Alice scoppiò in una gran risata. "St!" bisbigliò il Coniglio, tutto tremante. "La Regina vi potrebbe sentire! Vedete, lei è arrivata un po' tardi, e la Regina ha detto—"

"Ai vostri posti!" gridò la Regina con voce di tuono. E gli invitati cominciarono a correre in tutte le direzioni, cadendo gli uni sugli altri. Finalmente riuscirono a mettersi in un certo ordine, e il gioco cominciò.

Alice pensò di non aver mai visto in vita sua un campo da *croquet* così curioso. Era tutto pieno di solchi e di zolle. Le palle erano ricci, e le mazze erano fenicotteri vivi. E gli archi erano soldati vivi, piegati in due, che stavano in piedi sulle mani e sui piedi.

La prima difficoltà era questa: Alice non sapeva come usare il suo fenicottero. Riuscì a tenerselo stretto sotto il braccio, con le gambe che pendevano giù. Poi gli allungava bene il collo, per colpire il riccio con la sua testa. Ma proprio in quel momento il fenicottero girava la testa e la guardava in faccia. Aveva un'espressione così stupita che lei non poteva fare a meno di scoppiare a ridere. Poi gli abbassava di nuovo il collo per ricominciare. Ma ecco che il riccio si era *sricciato*, e se ne andava! Inoltre c'era sempre una zolla o un solco proprio dove lei voleva mandare il riccio. E siccome i soldati si alzavano sempre e andavano in giro, Alice capì che era un gioco disperatamente difficile.

I giocatori giocavano tutti insieme, senza aspettare il loro turno. Litigavano sempre e si picchiavano per i ricci, così che la Regina diventò furiosa. Andava qua e là battendo i piedi, e ogni momento gridava: "Mozzategli il capo!" oppure "Mozzatele il capo!"

Alice cominciò a sentirsi un po' inquieta. È vero che non aveva ancora litigato con la Regina. Ma poteva succedere da un momento all'altro. "E allora che cosa sarà di me?" pensò. "Qui hanno una passione matta per tagliare teste. È una meraviglia che ci sia ancora qualcuno con la testa sul collo!"

Alice studiava il modo di scappare senza essere vista. Ma in quel momento notò una curiosa apparizione nell'aria. All'inizio ne fu sorpresa. Ma dopo averla guardata un poco, capì che era un ghigno. E disse tra sé: "È il Ghignagatto: adesso avrò qualcuno con cui parlare."

"Come va il gioco?" disse il Gatto, appena ebbe abbastanza bocca per parlare.

Alice aspettò che apparissero gli occhi, e poi gli fece un cenno con la testa. "È inutile parlargli," pensò, "finché non appaiono le orecchie, o almeno una." Subito dopo apparve tutta la testa. Allora Alice mise giù il suo fenicottero e cominciò a raccontare come andava il gioco. Era contenta che qualcuno la ascoltasse. Il Gatto, dopo aver mostrato la testa, pensò che bastasse così. E non mostrò il resto del corpo.

"Non credo che giochino in modo onesto," disse Alice, lamentandosi. "Litigano furiosamente, e non si sente neppure la propria voce. Non c'è nessun ordine nel gioco; e se c'è, nessuno lo segue. E non puoi immaginare che confusione c'è, perché qui tutto è vivo. Per esempio, ecco l'arco che dovrei attraversare: ma mi scappa via, all'altra parte del campo! E avrei dovuto fare *croquet* con il riccio della Regina. Ma è scappato appena ha visto il mio!"

"Ti piace la Regina?" domandò il Gatto a bassa voce.

"Punto, punto!" rispose Alice. "È tanto—" Ma si accorse che la Regina era vicino a lei e ascoltava. Allora continuò: "—brava a giocare e a vincere, che è inutile finire la partita."

La Regina sorrise e andò altrove.

"Con *chi* parlate?" domandò il Re. Si era avvicinato ad Alice, e guardava la testa del Gatto con molta curiosità.

"È un mio amico—un Ghignagatto," disse Alice. "Vorrei presentarlo a Vostra Maestà."

"Non mi piace per niente il suo muso," rispose il Re. "Però può baciarmi la mano, se vuole."

"Non ne ho nessuna voglia," disse il Gatto.

"Non siate impertinente," disse il Re, "e non guardatemi in quel modo!" E mentre parlava si nascondeva dietro ad Alice.

"Un gatto può guardare un Re," disse Alice. "L'ho letto in qualche libro, ma non ricordo quale."

"Bene, ma bisogna mandarlo via," disse il Re con voce decisa. Poi chiamò la Regina, che passava di lì in quel momento: "Cara mia! Vorrei che quel gatto fosse mandato via!"

La Regina conosceva un solo modo per risolvere tutte le difficoltà, grandi o piccole. Perciò, senza neppure guardarsi intorno, gridò: "Mozzategli il capo!"

"Andrò io stesso a cercare il boia," disse il Re, e se ne andò in fretta.

Alice pensò che era meglio andare a vedere come procedeva il gioco. Infatti sentiva da lontano la voce della Regina, che urlava piena di rabbia. Aveva già sentito che la Regina aveva condannato a morte tre giocatori. Li aveva condannati perché avevano saltato il loro turno. Questo non le piaceva, perché il gioco era così confuso che non sapeva più se toccava a lei. Così andò a cercare il suo riccio.

In quel momento il riccio stava combattendo contro un altro riccio. Ad Alice sembrò una buona occasione per colpire l'uno con l'altro, come nel *croquet*. Ma c'era una difficoltà: il suo fenicottero se n'era andato dall'altra parte del giardino. Alice lo vide che cercava inutilmente di volare su un albero.

Alla fine riuscì ad afferrare il fenicottero e a riportarlo sul campo. Ma intanto il combattimento era finito, e i due ricci se n'erano andati. "Poco importa," pensò Alice, "poiché tutti gli archi se ne sono andati dall'altra parte del campo." Allora si sistemò bene il fenicottero sotto il braccio, perché non scappasse più. E tornò dal micio, per riprendere la conversazione con lui.

Ma con sua sorpresa trovò una gran folla intorno al Ghignagatto. Il Re, la Regina e il boia gridavano tutti e tre insieme. Gli altri invece stavano zitti, e avevano un'aria triste.

Appena Alice arrivò, i tre le chiesero di risolvere la questione. E le ripeterono i loro argomenti, parlando tutti insieme. Così per lei era difficile capire che cosa volessero dire.

L'argomento del boia era questo: non poteva tagliare una testa se non c'era un corpo da cui tagliarla. Non aveva mai dovuto fare una cosa simile prima. E non voleva cominciare alla sua età.

L'argomento del Re era questo: ogni essere che ha una testa può essere decapitato. E il boia non doveva dire sciocchezze.

L'argomento della Regina era questo: se non si faceva qualcosa subito, avrebbe fatto decapitare tutti i presenti. (Era stata proprio questa frase a dare a tutti quell'aria seria e piena d'ansia.)

Alice non seppe dire altro che: "Il gatto appartiene alla Duchessa. Fareste bene a domandarlo a *lei*."

"È in prigione," disse la Regina al boia. "Portatela qui." E il boia partì come una freccia.

Appena il boia se ne fu andato, la testa del Gatto cominciò a sparire piano piano. Quando il boia tornò con la Duchessa, la testa era sparita del tutto. Allora il Re e il boia corsero qua e là come pazzi per ritrovarla. Intanto gli invitati tornarono a giocare.

### Glossario

- **il rosaio**: la pianta delle rose.
- **schizzarmi**: farmi cadere addosso gocce di colore.
- **le pennellate**: i colpi di pennello.
- **urtato**: colpito, spinto per caso (da "urtare").
- **i bulbi di tulipano**: le parti sotto terra da cui nascono i tulipani, fiori di primavera. Somigliano un po' alle cipolle.
- **taglierebbero**: condizionale di "tagliare".
- **riconobbe**: capì chi era, perché lo conosceva già (da "riconoscere").
- **si rivolse**: si girò verso qualcuno per parlargli (da "rivolgersi").
- **sdraiati**: distesi per terra, lunghi.
- **ubbidì**: fece quello che gli era stato ordinato (da "ubbidire").
- **inquieta**: agitata, preoccupata.
- **si accorse**: capì, vide all'improvviso (da "accorgersi").
- **bisbigliò**: disse a voce molto bassa (da "bisbigliare").
- **il croquet**: un gioco inglese: si colpiscono palle con una mazza e si fanno passare sotto piccoli archi.
- **il fenicottero**: un grande uccello rosa con le gambe e il collo molto lunghi.
- **decollato**: decapitato, con la testa tagliata (parola antica).
- **i cortigiani**: le persone che vivono alla corte del re e della regina.
- **Chi è costei?**: modo antico di dire "Chi è questa?".
- **Per quale peccato? / Che peccato!**: gioco di parole: "peccato" vuol dire "colpa", ma "Che peccato!" vuol dire "Che dispiacere!".
- **sotto sentenza di morte**: condannata a morte.
- **i ricci / i fenicotteri / gli archi**: nel *croquet* della Regina le palle sono ricci, le mazze sono fenicotteri e gli archi sono soldati piegati in due.
- **le zolle e i solchi**: pezzi di terra alzati e righe scavate nel terreno.
- **sricciato**: gioco di parole: il riccio si chiude a palla; "sricciato" vuol dire che si è riaperto ed è andato via.
- **Mozzategli / Mozzatele il capo!**: tagliategli / tagliatele la testa!
- **Punto, punto!**: modo antico di dire "Per niente!".
- **Un gatto può guardare un Re**: vecchio proverbio: anche una persona umile può guardare una persona potente.
- **il boia**: l'uomo che taglia la testa ai condannati.

## Capitolo IX. Storia della Falsa-Testuggine

"Non potete credere quanto sono contenta di rivedervi, bambina mia!" disse la Duchessa. Mise con affetto il suo braccio sotto quello di Alice, e camminarono insieme.

Alice era contenta di trovarla di così buon umore. Pensò che forse era stato il pepe a renderla così irritabile, quando l'aveva vista in cucina. "Quando *sarò* Duchessa," disse tra sé (ma senza sperarlo troppo), "non voglio *neanche un po'* di pepe nella mia cucina. La minestra è buona anche senza. Chissà se non è il pepe che rende la gente così piccosa?" Continuò, tutta contenta di aver scoperto una specie di nuova teoria: "È l'aceto che la rende aspra. È la camomilla che la rende amara. E sono i confetti e le cose simili che addolciscono il carattere dei bambini. Vorrei che la gente sapesse *questo*: così le persone non sarebbero tanto tirchie a darcene—"

Parlando così, aveva quasi dimenticato la Duchessa. E fece un salto quando sentì la sua voce vicino all'orecchio: "Cara mia, voi avete la testa altrove, e dimenticate di parlare con me. Ora non potrei dirvi la morale di questo, ma me ne ricorderò fra poco."

"Forse non ne ha," osservò Alice con prudenza.

"Ma che, ma che, bimba!" disse la Duchessa. "Ogni cosa ha la sua morale, purché voi la sappiate trovare." E mentre parlava, si strinse di più ad Alice.

Ad Alice non piaceva stare così stretta a lei. Prima di tutto, perché la Duchessa era *bruttissima*. Poi, perché la Duchessa era proprio dell'altezza giusta per appoggiare il mento sulla spalla di Alice. E quel mento era spiacevolmente appuntito! Però Alice non voleva essere scortese, e sopportò quella noia come meglio poté.

"Il gioco va meglio adesso," disse Alice, così, per tenere viva la conversazione.

"Eh sì," rispose la Duchessa, "e questa è la morale:

"*È amore—è amore—è il pazzeron d'amore*
*Che fa girare il mondo,—ed il mio cuore!*"

"Ma qualcuno ha detto invece," bisbigliò Alice, "che il mondo girerebbe meglio se ognuno badasse ai fatti suoi."

"Bene! L'una vale l'altra," disse la Duchessa. E mentre piantava il suo mento appuntito nella spalla di Alice, continuò: "E la morale di *questo* è: 'Guardate al *franco*; gli spiccioli si guarderanno da sé.'"

"Come le piace trovare la morale in ogni cosa!" pensò Alice.

"Scommetto che siete sorpresa perché non vi metto il braccio intorno alla vita," disse la Duchessa dopo un momento. "Ma è perché non so che carattere abbia il vostro fenicottero. Facciamo la prova?"

"Potrebbe mordervi," rispose Alice, che non aveva nessuna voglia di fare quella prova.

"È vero," disse la Duchessa. "I fenicotteri e la senape pizzicano tutti e due. E la morale è questa: 'Chi si rassembra s'assembra.'"

"Ma la senape non è un uccello," osservò Alice.

"Giusto, come sempre," disse la Duchessa. "Voi dite ogni cosa così bene!"

"È un minerale, *credo*," disse Alice.

"Certo," rispose la Duchessa. Sembrava pronta a dire di sì a tutte le cose che diceva Alice. "Qui vicino c'è una grande miniera di senape. E la morale di questo è:

"*La miniera è la maniera*
*Di gabbar la gente intiera.*"

"Oh, lo so!" esclamò Alice, che non aveva fatto attenzione alle parole della Duchessa. "È un vegetale. Non ne ha l'aspetto, ma lo è."

"Proprio così," disse la Duchessa. "E la morale di questo è: 'Siate quello che volete parere.' Oppure, se volete che ve lo dica più semplicemente: 'Non vi crediate mai d'essere altra se non quella che apparite ad altri d'essere o d'essere stata o che possiate essere, e l'esser non è altro che l'essere di quell'essere ch'è l'essere dell'essere, e non altrimenti.'"

"Credo che la capirei meglio," disse Alice con molta gentilezza, "se me la scriveste. Ma quando la dite, non riesco a seguirvi."

"Questo è niente in confronto a quello che potrei dire, se ne avessi voglia," rispose la Duchessa. Era contenta come una pasqua.

"Non disturbatevi a dirne di più lunghe di quella che avete appena detto," disse Alice.

"Ma che disturbo!" rispose la Duchessa. "Vi faccio un regalo di tutto quello che ho detto fino ad ora."

"È un regalo che non costa niente," pensò Alice. "Meno male che non fanno regali così per i compleanni!" Ma non osò dirlo a voce alta.

"Sempre pensierosa?" domandò la Duchessa. E affondò di nuovo il suo mento appuntito nella spalla della bambina.

"Ho ben di che!" rispose Alice con vivacità, perché cominciava a sentirsi annoiata.

E la Duchessa: "Come i porci ne hanno di volare. E la mo—"

Qui, con grande sorpresa di Alice, la voce della Duchessa si spense piano piano. Si fermò proprio in mezzo alla parola 'morale', che le piaceva tanto. E il braccio che teneva quello di Alice cominciò a tremare. Alice alzò gli occhi. Davanti a loro c'era la Regina, con le braccia incrociate, accigliata e terribile come un uragano.

"Maestà, che bella giornata!" balbettò la Duchessa con voce debole e fioca.

"Vi do un avvertimento in tempo," tuonò la Regina, e batté con forza il piede per terra. "O voi o la vostra testa dovete lasciare il giardino, e subito! Scegliete!"

La Duchessa scelse, e in un attimo scappò via.

"Torniamo al gioco," disse la Regina ad Alice. Ma Alice era troppo spaventata e non osò rispondere. La seguì lentamente sul campo.

Intanto gli invitati avevano approfittato dell'assenza della Regina, e si riposavano all'ombra. Ma appena la videro tornare, ritornarono ai loro posti. La Regina fece soltanto capire una cosa: se avessero tardato un momento, avrebbero perso la vita.

Mentre giocavano, la Regina continuava a litigare con gli altri giocatori. E gridava sempre: "Mozzategli il capo!" oppure "Mozzatele il capo!" I condannati a morte erano sorvegliati dai soldati. Per questo i soldati dovevano smettere di fare da archi nel gioco. Così, in meno di mezz'ora, non c'erano più archi. E tutti i giocatori, tranne il Re, la Regina e Alice, erano sorvegliati e condannati a morte.

Finalmente la Regina lasciò il gioco, tutta sbuffante e senza fiato, e disse ad Alice: "Hai visto la Falsa-Testuggine?"

"No," disse Alice. "Non so neppure che cosa sia la Falsa-Testuggine."

"È quella con cui si fa la minestra di falsa Testuggine," disse la Regina.

"Non ne ho mai vista una, e non ne ho mai sentito parlare," aggiunse Alice.

"Vieni, dunque," disse la Regina, "e lei ti racconterà la sua storia."

Mentre andavano via insieme, Alice sentì il Re dire a bassa voce a tutti i condannati: "Fo grazia a tutti." "Oh, ne sono contenta!" disse Alice tra sé. Perché, sapete, la nostra bambina era molto triste nel vedere tanta gente condannata a morte dalla Regina.

Presto arrivarono vicino a un Grifone, che dormiva al sole, tutto rannicchiato. (Se voi non sapete che cos'è un Grifone, guardate il disegno.)

"Su, su, pigro!" disse la Regina. "Accompagnate questa ragazzina a vedere la Falsa-Testuggine. Lei le racconterà la storia della sua vita. Quanto a me, devo tornare indietro per far eseguire alcune sentenze di morte." E se ne andò, e lasciò Alice sola con il Grifone.

Ad Alice non piaceva l'aspetto della bestia. Ma poi pensò che restare con il Grifone non era tanto pericoloso quanto restare con quella Regina selvaggia. Così rimase lì, e aspettò.

Il Grifone si alzò e si stropicciò gli occhi. Aspettò che la Regina sparisse del tutto, e poi si mise a ridere forte. "Che commedia!" disse il Grifone, parlando un po' a se stesso e un po' ad Alice.

"Qual *è* la commedia?" domandò Alice.

"*È* lei stessa," rispose il Grifone. "È un capriccio che ha in testa. Ma le teste non vengono mai mozzate per questo. Venite!"

"Qui tutti comandano 'Venite!'," osservò Alice, mentre lo seguiva lentamente. "Non sono mai stata comandata così in tutta la mia vita!"

Non erano andati molto avanti, quando videro in lontananza la Falsa-Testuggine. Sedeva triste e sola sull'orlo di una rupe. Quando si avvicinarono un po' di più, Alice la sentì sospirare come se le si spezzasse il cuore. Alice provò compassione per lei. "Perché soffre?" domandò al Grifone. E il Grifone rispose, più o meno con le stesse parole di prima: "È un capriccio che ha in testa: non ha nessun dolore. Venite!"

Così andarono verso la Falsa-Testuggine. Lei li guardò con due grandi occhi pieni di lacrime, ma non disse una parola.

"Questa ragazzina," disse il Grifone, "vorrebbe sentire la vostra storia, vorrebbe."

"Gliela racconterò," rispose la Falsa-Testuggine con voce profonda e cupa. "Sedete, e non dite una parola finché non avrò finito."

Si sedettero, e per qualche minuto nessuno parlò. Intanto Alice pensava tra sé: "Non so come potrà *mai* finire, se non comincia mai." Ma aspettò con pazienza.

"Una volta," disse finalmente la Falsa-Testuggine con un gran sospiro, "io ero una vera Testuggine."

Queste parole furono seguite da un altro lunghissimo silenzio. Lo interrompevano soltanto qualche "Hjckrrh!" del Grifone e i singhiozzi continui della Falsa-Testuggine. Alice stava per alzarsi e dire: "Grazie della vostra storia interessante." Ma poi pensò che la Falsa-Testuggine *doveva* dire qualcosa di più. Così restò seduta tranquilla, senza dire una parola.

"Quando eravamo piccole," continuò la Falsa-Testuggine, un po' più calma ma sempre singhiozzando, "andavamo a scuola nel mare. La maestra era una vecchia Testuggine—e noi la chiamavamo Tartaruga—"

"Perché la chiamavate Tartaruga, se non era una tartaruga?" domandò Alice.

"La chiamavamo Tartaruga perché ci insegnava a tartagliare," disse la Falsa-Testuggine, arrabbiata. "Avete poco comprendonio!"

"Dovreste vergognarvi di fare domande così semplici," aggiunse il Grifone. Poi stettero zitti tutti e due, e fissarono gli occhi sulla povera Alice. Le sembrava di sprofondare sotto terra. Finalmente il Grifone disse alla Falsa-Testuggine: "Va' avanti, comare! Ma non farla troppo lunga, sai!" E lei continuò così:

"Andavamo a scuola nel mare, benché voi non lo crediate—"

"Non ho mai detto questo!" la interruppe Alice.

"Sì, l'avete detto," tuonò la Falsa-Testuggine.

"Zitta!" aggiunse il Grifone, prima che Alice potesse rispondere. La Falsa-Testuggine continuò:

"Noi fummo educate benissimo—infatti andavamo a scuola ogni giorno—"

"*Anch'io* andavo a scuola ogni giorno," disse Alice. "Non c'è bisogno di vantarsi per così poco."

"E avevate degli *extra*?" domandò la Falsa-Testuggine con un po' di ansia.

"Sì," rispose Alice. "Imparavamo il francese e la musica."

"E il bucato?" disse la Falsa-Testuggine.

"No davvero!" disse Alice, tutta offesa.

"Ah! Allora la vostra non era una buona scuola," disse la Falsa-Testuggine, come se si sentisse sollevata. "Nella *nostra*, alla fine del programma, c'era scritto: 'Extra: Francese, musica, e *bucato*.'"

"Ma voi non ne avevate bisogno," disse Alice. "Vivevate in fondo al mare."

"Non ho mai avuto i soldi per impararlo," rispose la Falsa-Testuggine, sospirando. "Così ho seguito soltanto i corsi normali."

"Cioè?" domandò Alice.

"Prima di tutto, Reggere e Stridere," rispose la Falsa-Testuggine. "E poi le diverse operazioni dell'Aritmetica: Ambizione, Distrazione, Bruttificazione e Derisione."

"Non ho mai sentito parlare di '*Bruttificazione*'," disse Alice. "Che cos'è?"

Il Grifone alzò tutte e due le zampe in aria per la sorpresa, ed esclamò: "Mai sentito parlare di *bruttificazione*! Ma sapete che cosa significa *bellificazione*, eh?"

"Sì," rispose Alice, ma un po' incerta. "Significa—rendere—qualche cosa—più bella."

"Ebbene," continuò il Grifone, "se non sapete che cosa significa bruttificare, *siete* una sciocca."

Alice non si sentiva incoraggiata a fare altre domande. Così si voltò verso la Falsa-Testuggine e disse: "Che altro dovevate imparare?"

"Ecco, c'era la Stoia," rispose la Falsa-Testuggine, e contava le materie una per una sulle natatoie. "La Stoia antica e moderna, con la Girografia. Poi il Disdegno. Il maestro di Disdegno era un vecchio grongo, e veniva una volta alla settimana. Ci insegnava il Disdegno, il Passaggio e la Frittura ad Occhio."

"*E questa* com'era?" domandò Alice.

"Non ve la potrei mostrare," rispose la Falsa-Testuggine, "perché, vedete, sono tutta d'un pezzo. E il Grifone non l'ha mai imparata."

"Non ho avuto tempo," rispose il Grifone. "Ma ho studiato le lingue classiche, e bene. Avevo per maestro un vecchio granchio, sapete."

"Io non sono mai andata da lui," disse la Falsa-Testuggine con un sospiro. "Mi hanno detto che insegnava Catino e Gretto."

"Proprio così," disse il Grifone, sospirando anche lui. E tutte e due le bestie nascosero la faccia tra le zampe.

"Quante ore di lezione avevate al giorno?" domandò subito Alice, per cambiare argomento.

"Dieci ore il primo giorno," rispose la Falsa-Testuggine, "nove il secondo, e così via."

"Che metodo curioso!" esclamò Alice.

"Ma è proprio per questo che si chiamano lezioni," osservò il Grifone. "Perché ogni giorno soffrono lesioni."

Quell'idea era nuova per Alice, e ci pensò un poco prima di fare un'altra osservazione. "Allora l'undicesimo giorno avevate vacanza?"

"Si capisce," disse la Falsa-Testuggine.

"E come facevate il dodicesimo?" domandò Alice con vivacità.

Ma il Grifone la interruppe, e disse con voce decisa: "Basta con le lezioni. Dille adesso qualche cosa dei giochi."

### Glossario

- **piccosa**: che si arrabbia facilmente.
- **irritabile**: che si arrabbia facilmente.
- **aspra**: dura, cattiva, come un sapore acido.
- **addolciscono**: rendono dolce, più buono.
- **darcene**: darne a noi.
- **senape**: una salsa gialla e piccante; si fa con i semi di una pianta.
- **pizzicano**: fanno male un po', come un piccolo morso; la senape "pizzica" in bocca.
- **fenicottero**: un grande uccello rosa con le gambe lunghe; qui serve come mazza per il gioco.
- **strinse**: (stringersi) si mise molto vicino.
- **bisbigliò**: disse a voce molto bassa.
- **esclamò**: disse ad alta voce, con forza o sorpresa.
- **osò**: (osare) ebbe il coraggio di fare qualcosa.
- **sorvegliati**: guardati da vicino, perché non scappino.
- **sospiro**: un respiro lungo e profondo, quando si è tristi.
- **sospirando**: facendo un sospiro.
- **interruppe**: (interrompere) parlò mentre un altro parlava, e lo fece smettere.
- **la morale**: l'insegnamento che si può trovare in una storia o in un fatto.
- **il pazzeron d'amore**: un amore pazzo, molto forte (parole di una canzone).
- **Guardate al franco; gli spiccioli si guarderanno da sé**: la Duchessa cambia un proverbio: il franco era una moneta, gli spiccioli sono monete piccole. Se badi ai soldi grandi, quelli piccoli si salvano da soli.
- **Chi si rassembra s'assembra**: proverbio storpiato; quello vero è "chi si somiglia si piglia": le persone simili stanno insieme.
- **La miniera è la maniera di gabbar la gente intiera**: gioco di parole tra "miniera" e "maniera" (modo); "gabbare" vuol dire imbrogliare, "intiera" vuol dire intera.
- **parere**: sembrare (parola antica).
- **contenta come una pasqua**: molto contenta.
- **Ho ben di che! / Come i porci ne hanno di volare**: "Ho ben di che" vuol dire "ho buone ragioni" (per pensare). La Duchessa risponde: ne avete quante ne hanno i maiali per volare, cioè nessuna.
- **Fo grazia a tutti**: "faccio grazia a tutti": perdono tutti i condannati.
- **il Grifone**: un animale di fantasia, metà aquila e metà leone.
- **la rupe**: una grande roccia.
- **la minestra di falsa Testuggine**: una zuppa che imita la zuppa di tartaruga con altra carne; per questo esiste la "Falsa-Testuggine".
- **Tartaruga / tartagliare**: gioco di parole: "tartagliare" vuol dire parlare con difficoltà, ripetendo le sillabe.
- **Avete poco comprendonio**: capite poco.
- **gli extra**: lezioni in più, che si pagano a parte.
- **il bucato**: il lavaggio dei vestiti e della biancheria.
- **Reggere e Stridere**: gioco di parole per "leggere e scrivere".
- **Ambizione, Distrazione, Bruttificazione, Derisione**: giochi di parole per le quattro operazioni: addizione, sottrazione, moltiplicazione, divisione.
- **bellificazione / bruttificazione**: parole inventate: rendere più bello / rendere più brutto.
- **la Stoia / la Girografia**: giochi di parole per "la storia" e "la geografia".
- **il Disdegno, il Passaggio, la Frittura ad Occhio**: giochi di parole per "il disegno", "il paesaggio" e "la pittura a olio".
- **il grongo**: un pesce di mare lungo, simile a un serpente.
- **Catino e Gretto**: gioco di parole per "latino e greco", le lingue classiche.
- **le natatoie**: le "mani" piatte che servono per nuotare.
- **lezioni / lesioni**: gioco di parole: le lesioni sono ferite, danni; le lezioni diventano ogni giorno più corte perché "si rovinano".

## Capitolo X. La contraddanza dei gamberi

La Falsa-Testuggine fece un gran sospiro, e si passò il dorso di una natatoia sugli occhi. Guardò Alice e cercò di parlare. Ma per qualche momento i singhiozzi non glielo permisero. "Sembra che abbia un osso di traverso nella gola," disse il Grifone. E si mise a scuoterla e a batterle sulla schiena. Finalmente la Falsa-Testuggine ritrovò la voce. Con le lacrime che le scendevano sulle guance, riprese a parlare:

"Forse voi non siete vissuta a lungo in fondo al mare." ("No, certo," disse Alice.) "E forse non siete mai stata presentata a un Gambero." (Alice stava per dire: "Una volta ho assaggiato—" Ma inghiottì la frase e disse: "No, mai.") "Così non potete immaginare quanto sia bella una contraddanza dei Gamberi!"

"No davvero," rispose Alice. "Ma che cos'è la contraddanza dei Gamberi?"

"Ecco," disse il Grifone, "prima di tutto si forma una fila lungo la spiaggia—"

"Due file!" gridò la Falsa-Testuggine. "Foche, testuggini di mare, salmoni e così via. Poi, quando avete tolto dalla spiaggia i polipi viscosi—"

"E *questo* fa perdere molto tempo," la interruppe il Grifone.

"—fate un *avant-deux*."

"Ognuno con un Gambero come cavaliere!" gridò il Grifone.

"Eh, già!" disse la Falsa-Testuggine. "Fate un *avant-deux*, poi un *balancé*—"

"—scambiate i Gamberi, e tornate *en place*," continuò il Grifone.

"E poi, capite?" continuò la Falsa-Testuggine. "Voi buttate i—"

"I Gamberi!" urlò il Grifone, e fece un salto come un matto.

"—nel mare con tutta la vostra forza—"

"Poi nuotate dietro a loro!" strillò il Grifone.

"Fate una capriola nel mare!" gridò la Falsa-Testuggine, saltellando come una matta qua e là.

"Scambiate di nuovo i Gamberi!" gridò il Grifone a squarciagola.

"Tornate di nuovo a terra, e—e questa è la prima figura," disse la Falsa-Testuggine, e all'improvviso abbassò la voce. Le due bestie, che fino a un momento prima saltavano come pazze, si sdraiarono tristi e silenziose. E guardarono Alice.

"Dev'essere una contraddanza molto bella, questa," disse Alice timidamente.

"Ne vorreste vedere un pezzetto?" domandò la Falsa-Testuggine.

"Mi piacerebbe molto," disse Alice.

"Su, dunque, facciamo la prima figura!" disse la Falsa-Testuggine al Grifone. "Possiamo farla anche senza Gamberi, sapete. Chi canterà?"

"Cantate *voi*," disse il Grifone. "Io ho dimenticato le parole."

E cominciarono a ballare con serietà intorno ad Alice. Ogni tanto le pestavano i piedi, quando le passavano troppo vicino. E con le zampe davanti battevano il tempo. Intanto la Falsa-Testuggine cantava, molto lentamente e con tristezza:

*Nasel disse, a Lumaca—"Cammina un po' più lesta,*
*Ché un Porcellin di mare—la coda mi calpesta!—*
*Già Gamberi e Testùdi—sen vengono a fidanza,*
*E aspettano il segnale—per cominciar la danza.*
*Volete voi, volete,—volete voi ballare?*
*Volete voi, volete,—co' Gamberi danzare?*

*"Che gioia! che delizia!—Innanzi e indietro andremo;*
*Nel mar scaraventati—co' Gamberi saremo!"*
*Rispose la Lumaca:—"Oimè! gli è un po' lontano!*
*A me non piace un ballo—cotanto ardito e strano!"*
*Volete voi, volete,—volete voi ballare?*
*Volete voi, volete,—co' Gamberi danzare?*

*"Che male!" gli rispose—il candido Nasello,*
*"Di là c'è un'altra sponda—c'è un suolo assai più bello;*
*Dall'Adria alla Dalmazia—faremo un salto audace,*
*Oh non temer, carina,—sta' quieta e vivi in pace!*
*Volete voi, volete,—volete voi ballare?*
*Volete voi, volete,—co' Gamberi danzare?"*

"Grazie tante! È una bella contraddanza," disse Alice, contenta che fosse finita. "E poi quella canzone curiosa del Nasello mi piace tanto!"

"A proposito dei Naselli," disse la Falsa-Testuggine, "loro sono—voi ne avete visti, non è vero?"

"Sì," rispose Alice, "li ho visti spesso a tavo—" E inghiottì il resto della parola.

"Non so dove sia Tavo," disse la Falsa-Testuggine, "ma se li avete visti spesso, sapete che cosa sono."

"Credo di sì," rispose Alice, riprendendosi. "Hanno la coda in bocca, e sono tutti coperti di pan grattato."

"Vi sbagliate sul pan grattato," rispose la Falsa-Testuggine. "Le briciole di pane sparirebbero nel mare. Però è vero che *hanno* la coda in bocca. E la ragione è questa—" E qui la Falsa-Testuggine sbadigliò e chiuse gli occhi. "Ditegliela voi, la ragione," disse al Grifone.

"La ragione è questa," disse il Grifone. "Loro *vollero* andare al ballo con i Gamberi. E così furono buttati nel mare. E così fecero un capitombolo molto lontano. E così si attaccarono la coda in bocca. E così non riuscirono più a staccarla. Ed è tutto."

"Grazie," disse Alice. "È davvero interessante. Non ho mai saputo tante cose sui naselli."

"Su, raccontateci le *vostre* avventure," disse il Grifone.

"Ve ne potrei raccontare a cominciare da stamattina," disse Alice molto timidamente. "Ma è inutile raccontarvi quelle di ieri, perché—ieri ero un'altra persona."

"Oh! Spiegateci questo," disse la Falsa-Testuggine.

"No, no! Prima le avventure," esclamò il Grifone, impaziente. "Le spiegazioni sono lunghe e noiose."

Così Alice cominciò a raccontare le sue avventure, dal momento in cui aveva incontrato il Coniglio bianco. Ma presto cominciò ad avere un po' di paura, perché le due bestie le stavano attaccate ai fianchi. E spalancavano gli occhi e la bocca. Ma dopo pochi momenti la piccola si riprese dalla paura. I suoi ascoltatori stettero zitti finché lei arrivò a "*Guglielmo, tu sei vecchio*". Era la poesia che aveva recitato al Bruco. Siccome le parole le erano uscite tutte diverse dall'originale, la Falsa-Testuggine fece uno dei suoi sospironi. E disse: "È davvero curioso!"

"È curioso come la curiosità," esclamò il Grifone.

"È uscito tutto diverso!" aggiunse la Falsa-Testuggine, dopo averci pensato sopra. "Vorrei che lei ci recitasse qualche cosa adesso. Dille di cominciare." E guardò il Grifone, perché pensava che lui avesse autorità su Alice.

"Alzatevi," disse il Grifone, "e ripeteteci la canzone piemontese '*Trenta quaranta*—'"

"Oh, come comandano queste bestie! E come mi fanno recitare le lezioni!" pensò Alice. "Sarebbe lo stesso se fossi a scuola." Tuttavia si alzò e cominciò a ripetere quel canto. Ma la sua testolina era così piena di Gamberi e di contraddanze che non sapeva che cosa diceva. E i versi uscirono fuori molto male:

*"Son trenta e son quaranta"—il Gambero già canta*
*"M'han troppo abbrustolito—mi voglio inciprïare,*
*In faccia a questo specchio—mi voglio spazzolare,*
*E voglio rivoltare—e piedi e naso in su!"*

"Ma questo qui è diverso da quello che recitavo *io* quando ero piccolo," disse il Grifone.

"Io non l'avevo mai sentito prima," osservò la Falsa-Testuggine. "Ma è sciocco oltre ogni misura."

Alice non rispose. Si sedette con la faccia nascosta tra le mani. Si domandava se le cose sarebbero *mai* tornate, una volta, al loro corso naturale.

"Vorrei che me lo spiegaste," disse la Falsa-Testuggine.

"Non sa spiegarlo," disse il Grifone. "Cominciate la seconda strofa."

"Ma a proposito dei piedi," continuò la Falsa-Testuggine. "Come *poteva* rivoltarli, e anche il naso?"

"È la prima posizione nel ballo," disse Alice. Ma quell'argomento la imbarazzava tanto che non vedeva l'ora di cambiare discorso.

"Continuate con la seconda strofa," ripeté il Grifone con impazienza. "Comincia con '*Bianca la sera*'."

Alice non osava disubbidire, benché fosse sicura di recitarla tutta al rovescio. E disse con voce tremante:

*"Bianca la sera appare—nel lor giardino, in fretta,*
*Mangiavano un pasticcio—l'ostrica e la civetta—"*

"Perché ci recitate tutte queste sciocchezze," la interruppe la Falsa-Testuggine, "se non ce le spiegate? È una vera Babelle di confusione!"

"Sì, fareste meglio a smettere," disse il Grifone. E Alice fu contenta di finire quella filastrocca.

"Vogliamo provare un'altra figura della contraddanza dei Gamberi?" continuò il Grifone. "O preferireste invece una canzone della Falsa-Testuggine?"

"Oh sì, una canzone, se la Falsa-Testuggine vuole cantarcela," rispose Alice. Ma lo disse con tanta premura che il Grifone gridò, con la voce di una bestia offesa: "Ah! Chi può spiegare i gusti degli altri? Comare, cantaci la canzone della *Zuppa di Testuggine*."

La Falsa-Testuggine sospirò profondamente. E con una voce a volte soffocata dai singhiozzi, cantò così:

*"Astro di sera! O verdeggiante e ricca*
*Zuppa che fumi in concava zuppiera!*
*In te rapito il cucchiaion si ficca,*
*E ne riempie una scodella intiera!*
*Astro di sera! deliziosa Zuppa!*
*In te il mio pan s'inzuppa!*
*E di te canto—o Zup—pa!—*
*Canto all'Astro di sera;*
*Canto la tua bontà, civile Zuppa!*

*"Astro di sera! E chi sarà lo sciocco*
*Che a te preferirà sia pesce o caccia,*
*S'ei di te può comprarne anche un baiocco*
*Per lavarsi lo stomaco e la faccia?*
*Astro di sera! deliziosa Zuppa!*
*In te il mio pan s'inzuppa!*
*E di te, canto—o Zup—pa!*
*Canto all'Astro di sera;*
*Canto la tua bonTA CI—VILE ZUPPA!"*

"*Bis* il Coro!" gridò il Grifone. La Falsa-Testuggine si preparava a ripeterlo, quando si sentì una voce lontana: "Comincia il processo!"

"Vieni, vieni!" gridò il Grifone. Prese Alice per mano e corse via con lei, senza aspettare la fine del coro.

"Che processo?" domandò Alice, tutta senza fiato, mentre correva. Ma il Grifone rispose soltanto: "Vieni!" E correva più veloce. Intanto il vento portava alle loro orecchie, sempre più debole, l'eco lontana di quelle parole dolci e malinconiche:

*"Canto all'Astro di sera;*
*Canto la tua bon—ta ci—vile—Zuppa!"*

### Glossario

- **la natatoia**: la "mano" piatta che usano per nuotare gli animali del mare.
- **sospiro**: un respiro lungo e profondo, quando si è tristi.
- **singhiozzi**: i rumori e i colpi di respiro di chi piange forte.
- **permisero**: (permettere) lasciarono fare.
- **scuoterla**: muoverla forte avanti e indietro.
- **inghiottì**: (inghiottire) mandò giù; qui: non disse la frase.
- **interruppe**: (interrompere) parlò mentre un altro parlava, e lo fece smettere.
- **strillò**: gridò con voce alta e acuta.
- **saltellando**: facendo tanti piccoli salti.
- **squarciagola**: a squarciagola: con tutta la voce, più forte possibile.
- **sdraiarono**: (sdraiarsi) si misero distesi per terra.
- **scaraventati**: buttati con forza, lontano.
- **cotanto**: così (parola antica).
- **esclamò**: disse ad alta voce, con forza o sorpresa.
- **strofa**: un gruppo di versi in una poesia o canzone.
- **s'inzuppa**: (inzupparsi) si bagna tutto in un liquido.
- **la contraddanza**: un vecchio ballo in cui le coppie stanno una di fronte all'altra.
- **i polipi viscosi**: animali di mare molli e appiccicosi.
- **avant-deux*, *balancé*, *en place**: parole francesi del ballo: due ballerini vanno avanti; si dondolano sul posto; tornano al loro posto.
- **Testùdi / a fidanza**: "testuggini" (forma poetica) / con fiducia, senza paura.
- **l'Adria / la Dalmazia**: il mare Adriatico e la costa che sta di fronte all'Italia.
- **a tavo**: / Tavo** — Alice voleva dire "a tavola", perché i naselli si mangiano; la Falsa-Testuggine crede che Tavo sia un luogo.
- **il pan grattato**: pane secco ridotto in briciole, per cucinare il pesce.
- **È curioso come la curiosità**: frase senza senso del Grifone; vuol dire "è molto curioso".
- **Trenta quaranta**: una vecchia canzone popolare del Piemonte; Alice ne cambia tutte le parole.
- **abbrustolito / inciprïare**: cotto troppo sul fuoco / mettere la cipria, una polvere bianca, sul viso o sui capelli.
- **Babelle**: Babele: la torre della Bibbia dove nessuno capiva più la lingua degli altri; vuol dire grande confusione.
- **la filastrocca**: una poesia breve e semplice, spesso per bambini.
- **Astro di sera**: "stella della sera"; la canzone prende in giro una canzone romantica, ma parla di una zuppa.
- **concava zuppiera / cucchiaion / baiocco**: un grande vaso tondo e profondo per la zuppa / un grande cucchiaio / una piccola moneta antica.
- **civile Zuppa / bonTA CI**: VILE** — la parola "bontà" e la parola "civile" (educata, gentile) sono spezzate, come se la cantante singhiozzasse.
- **comare**: amica (parola popolare).
- **Bis**: "ancora una volta": si grida per far ripetere una canzone.

## Capitolo XI. Chi ha rubato le torte?

Arrivarono. E videro che il Re e la Regina di Cuori erano seduti sul trono, in mezzo a una gran folla. C'erano uccellini, piccole bestie e tutto il mazzo di carte. Davanti a loro stava il Fante, in catene, con un soldato a destra e un altro a sinistra. Vicino al Re stava il Coniglio bianco, con la tromba in una mano e un rotolo di pergamena nell'altra. In mezzo alla sala c'era una tavola con un gran piatto di torte. Sembravano così buone che ad Alice venne appetito. "Vorrei che finissero presto il processo," pensò Alice, "e che ci servissero quelle buone torte!" Ma per il momento non c'era nessuna speranza. Così cominciò a guardarsi intorno, per ammazzare il tempo.

Alice non era mai stata in un tribunale, ma ne aveva letto qualcosa nei libri. Ed era contenta di poter chiamare per nome tutti quelli che vedeva. "Quello è il giudice," disse tra sé, "perché porta quel gran parruccone."

Il giudice era proprio il Re. E siccome portava la corona sopra la parrucca, si sentiva un po' a disagio. (Guardate il disegno all'inizio del libro per averne un'idea.) E certo la corona non gli stava bene.

"E quello è il palchetto dei giurati," osservò Alice. "E quelle dodici creature credo che siano i giurati." (Diceva "creature", capite, perché alcune erano bestie e altre uccelli.) Ripeté queste parole un paio di volte, fiera di quello che sapeva. Infatti pensava, e aveva ragione, che pochissime ragazze della sua età lo sapessero.

I dodici giurati erano tutti occupati a scrivere sulle lavagne. "Che cosa fanno?" bisbigliò Alice all'orecchio del Grifone. "Non possono avere niente da scrivere, perché il processo non è ancora cominciato."

"Scrivono i loro nomi," rispose il Grifone, bisbigliando. "Hanno paura di dimenticarli prima della fine del processo."

"Sciocchi!" gridò Alice con voce sdegnata. Ma si fermò subito, perché il Coniglio bianco esclamò: "Silenzio nel Tribunale!" E il Re si mise gli occhiali, e cominciò a guardare con ansia da ogni parte, per vedere chi parlava.

Alice vedeva bene, come se fosse dietro le loro spalle, che tutti scrivevano "sciocchi" sulle lavagne. Notò anche che uno di loro non sapeva scrivere "sciocchi". E così domandava al suo vicino come si scriveva. "Che pasticcio di scarabocchi faranno sulle lavagne, prima che il processo sia finito!" pensò Alice.

Uno dei giurati aveva una matita che scricchiolava. Alice *non* la poteva sopportare. Perciò fece il giro del Tribunale e arrivò dietro di lui. Presto trovò l'occasione buona per strappargliela. Lo fece così in fretta che il piccolo giurato non capì che fine avesse fatto la sua matita. (Era Tonio, la Lucertola.) La cercò qua e là, ma invano. Perciò dovette rassegnarsi a scrivere con il dito per tutto il resto della giornata. Ma serviva a poco, perché il dito non lasciava nessun segno sulla lavagna.

"Usciere, leggete l'atto d'accusa!" disse il Re.

Allora il Coniglio suonò tre volte la tromba. Poi aprì il rotolo di pergamena e lesse così:

*"La Regina di Cuori*
*Fé delle torte in un bel dì d'està:*
*L'empio Fante di Cuori*
*Rubò le torte; e certo, a morte andrà!"*

"Ponderate il vostro verdetto," disse il Re ai giurati.

"Non così in fretta!" lo interruppe subito il Coniglio. "Ci sono molte cose da fare prima!"

"Chiamate il primo testimone," disse il Re. E il Coniglio bianco suonò tre volte la tromba e gridò: "Il primo testimone!"

Il primo testimone era il Cappellaio. Entrò con una tazza di tè in una mano e una fetta di pane col burro nell'altra. "Chiedo scusa a Vostra Maestà se vengo con queste cose in mano," disse. "Ma il fatto è che non avevo ancora finito di prendere il tè, quando mi hanno chiamato."

"Avreste dovuto finirlo," rispose il Re. "Quando avete cominciato a prenderlo?"

Il Cappellaio guardò la Lepre-marzolina, che lo aveva seguito al Tribunale a braccetto con il Ghiro. "Al quattordici di marzo, *credo*," disse il Cappellaio.

"Al quindici," esclamò la Lepre-marzolina.

"Al sedici," aggiunse il Ghiro.

"Scrivete queste cose," disse il Re ai giurati. E i giurati scrissero in fretta le tre date sulle lavagne. Poi le sommarono, e trasformarono il risultato in lire e centesimi.

"Cavatevi il cappello," disse il Re al Cappellaio.

"Non è mio," rispose il Cappellaio.

"*È rubato!*" esclamò il Re, e si voltò verso i giurati. E i giurati presero subito nota del delitto.

"Li tengo per venderli," aggiunse il Cappellaio, per spiegare. "Non ne ho di miei. Sono un cappellaio."

Qui la Regina si mise gli occhiali e guardò il Cappellaio con ferocia. Il Cappellaio diventò pallido di paura.

"Fate la vostra testimonianza," disse il Re. "E non siate spaventato, altrimenti vi farò subito mozzare il capo."

Queste parole non incoraggiarono per niente il testimone. Non si reggeva più sulle gambe. Guardava con ansia la Regina. E nella confusione morse un bel pezzo del bordo della tazza, invece del pane col burro.

Proprio in quel momento Alice provò una sensazione molto curiosa. All'inizio ne fu sorpresa, finché non capì che cosa era: stava crescendo di nuovo. Prima pensò che sarebbe stato meglio lasciare il Tribunale. Ma poi, pensandoci bene, decise di restare, almeno finché ci fosse posto per lei.

"Vorrei che non mi schiacciaste tanto," disse il Ghiro, che le sedeva vicino. "Riesco appena a respirare."

"Non posso farci niente," rispose Alice con dolcezza. "Vedete, sto crescendo."

"Voi non avete nessun diritto di crescere *qui*," urlò il Ghiro.

"Non dite sciocchezze," gridò Alice. "Sapete che anche voi crescete."

"Sì, ma non tanto," rispose il Ghiro. "*Io* non cresco in quel modo ridicolo." E brontolando tra sé si alzò, e andò a mettersi dall'altra parte del Tribunale.

Intanto la Regina non aveva mai tolto il suo sguardo feroce dal Cappellaio. Mentre il Ghiro attraversava la sala, disse a un usciere: "Portatemi la lista dei cantanti dell'ultimo concerto!" A queste parole il Cappellaio tremò così forte che le scarpe gli scappavano dai piedi.

"Fate la vostra testimonianza," ripeté il Re con rabbia, "o vi farò mozzare il capo, che tremiate o no."

"Maestà, sono un povero sventurato," cominciò il Cappellaio con voce tremante. "E ho appena cominciato a prendere il tè—non è ancora una settimana. E quanto al pane col burro che diventa sempre più sottile—e alla testa soppressata."

"Che soppressata?" esclamò il Re.

"La testa soppressata *cominciò* col tè," rispose il Cappellaio.

"Certo che 'testa' comincia con un T!" disse il Re con vivacità. "Mi avete preso per un gonzo? Andate via!"

"Sono un povero sventurato," continuò il Cappellaio, "e dopo il tè tentennavano tutti—solo la Lepre-marzolina disse—"

"Non ho detto niente!" lo interruppe con forza la Lepre-marzolina.

"L'avete detto!" disse il Cappellaio.

"Lo nego!" rispose la Lepre-marzolina.

"Lo nega," disse il Re. "Ebbene, lasciate stare questa parte."

"Bene, in ogni modo il Ghiro disse—" E il Cappellaio guardò il Ghiro, per vedere se anche lui voleva smentirlo. Ma il Ghiro non negava niente: dormiva profondamente.

"Dopo questo," continuò il Cappellaio, "mi sono preparato un'altra fetta di pane col burro—"

"Ma che cosa disse il Ghiro?" domandò un giurato.

"Non me lo ricordo," disse il Cappellaio.

"Voi *dovreste* ricordarlo," osservò il Re, "se no vi farò mozzare il capo."

L'infelice Cappellaio lasciò cadere la tazza, il pane col burro e le ginocchia a terra. Ed esclamò: "Maestà, sono un povero mortale!"

"Siete un *povero oratore*," disse il Re.

Qui un porcellino d'India fece un applauso, ma fu subito soppresso dagli uscieri del Tribunale. (Ed ecco come fecero: presero un sacco di tela, con dei lacci sul bordo. Ci buttarono dentro il porcellino d'India a testa in giù, e poi ci si sedettero sopra.)

"Sono contenta di aver visto questo," pensò Alice. "L'ho letto tante volte nei giornali, alla fine dei processi. C'era scritto: 'Vi fu un tentativo d'approvazione che fu subito soppresso dagli uscieri del Tribunale.' Ma fino ad ora non ero mai riuscita a capire che cosa volesse dire."

"Se è tutto quello che sapete, potete ritirarvi," continuò il Re.

Qui un altro porcellino d'India fece un applauso, ma fu soppresso.

"Addio, porcellini d'India! Non vi vedrò più!" disse Alice. "Ora le cose andranno meglio."

"Preferirei finire il mio tè," disse il Cappellaio. E guardava con ansia la Regina, che leggeva la lista dei cantanti.

"Potete andare," disse il Re. E il Cappellaio scappò dal Tribunale, senza neppure rimettersi le scarpe.

"—e mozzategli il capo, fuori," aggiunse la Regina, rivolta a un ufficiale. Ma il Cappellaio era già sparito, prima che l'ufficiale arrivasse alla porta.

"Chiamate l'altro testimone!" gridò il Re.

Era la cuoca della Duchessa. Aveva in mano la pepaiola. Alice indovinò chi era ancora prima che entrasse nel Tribunale, perché tutti quelli vicini alla porta cominciarono a starnutire.

"Fate la vostra testimonianza," disse il Re.

"No," rispose la Cuoca.

Il Re guardò con ansia il Coniglio bianco, che disse a bassa voce: "Maestà, *questo* testimone dovete esaminarlo voi stesso."

"Bene, se devo farlo, lo farò," disse il Re con aria malinconica. Incrociò le braccia sul petto e fece gli occhiacci alla Cuoca. Poi disse con voce profonda: "Di che cosa sono fatte le torte?"

"Di pepe, per la maggior parte," rispose la Cuoca.

"Di melassa," aggiunse una voce assonnata dietro di lei.

"Afferrate quel Ghiro!" gridò la Regina. "Tagliategli il capo! Fuori quel Ghiro! Sopprimetelo! Pizzicatelo! Strappategli i baffi!"

Per qualche momento il Tribunale fu una vera confusione, mentre prendevano il Ghiro. E quando tornò l'ordine, la Cuoca era sparita.

"Non importa!" disse il Re, con aria di sollievo. "Chiamate l'altro testimone." E bisbigliò all'orecchio della Regina: "Cara mia, l'altro testimone dovreste esaminarlo *voi*."

Alice guardava il Coniglio, che rileggeva la lista. Era curiosa di vedere chi sarebbe stato l'altro testimone. "Perché *fino ad ora* non hanno nessuna prova," diceva tra sé. Figuratevi la sua sorpresa, quando il Coniglio bianco chiamò con la sua voce stridula: "Alice!"

### Glossario

- **ammazzare il tempo**: fare qualcosa per non annoiarsi mentre si aspetta.
- **pergamena**: pelle di animale preparata per scriverci sopra, come carta.
- **bisbigliò**: disse a voce molto bassa.
- **bisbigliando**: parlando a voce molto bassa.
- **sdegnata**: offesa e arrabbiata.
- **esclamò**: disse ad alta voce, con forza o sorpresa.
- **scarabocchi**: segni e parole scritti male, in disordine.
- **scricchiolava**: faceva un piccolo rumore secco e fastidioso.
- **strappargliela**: prendergliela dalla mano con forza e in fretta.
- **interruppe**: (interrompere) parlò mentre un altro parlava, e lo fece smettere.
- **mozzare**: tagliare.
- **sventurato**: sfortunato, infelice.
- **smentirlo**: dire che lui non dice la verità.
- **lacci**: corde sottili per chiudere qualcosa.
- **il parruccone**: una grande parrucca, come quella dei giudici di una volta.
- **il palchetto dei giurati**: il posto chiuso dove siedono i giurati.
- **l'atto d'accusa**: il foglio che dice di quale delitto è accusata una persona.
- **Fé / un bel dì d'està**: "fece" / "un bel giorno d'estate" (forme poetiche).
- **empio**: cattivo, malvagio.
- **Ponderate il vostro verdetto**: pensate bene alla vostra decisione finale.
- **lire e centesimi**: le monete di una volta: i giurati sommano le date come se fossero soldi.
- **Cavatevi il cappello / È rubato!**: "cavatevi" vuol dire "toglietevi". Il cappello non è suo perché lo vende, ma il Re pensa subito che sia rubato.
- **la testa soppressata / 'testa' comincia con un T**: la soppressata è un salume. Il Cappellaio dice che "cominciò col tè", la bevanda; il Re capisce la lettera T.
- **un gonzo**: uno sciocco, uno che si lascia ingannare.
- **tentennavano**: si muovevano di qua e di là, senza stare fermi.
- **povero mortale / povero oratore**: gioco di parole: il Cappellaio dice "sono un pover'uomo"; il Re risponde che parla male (un oratore è chi fa discorsi).
- **soppresso**: gioco di parole: nei giornali vuol dire "fatto tacere"; qui mettono davvero il porcellino d'India in un sacco.
- **fare gli occhiacci**: guardare qualcuno con occhi cattivi e arrabbiati.
- **la pepaiola**: il piccolo contenitore del pepe.
- **l'usciere**: chi lavora nel tribunale e chiama le persone.

## Capitolo XII. Testimonianza d'Alice

"Eccomi!" rispose Alice. Aveva dimenticato che in quegli ultimi momenti era cresciuta enormemente. Saltò su in gran fretta, e con il suo gonnellino rovesciò il palchetto dei giurati. I giurati caddero a testa in giù sulla folla di sotto, e restarono con le gambe all'aria. Questo le fece ricordare una boccia di vetro con dei pesciolini dorati. La settimana prima l'aveva rovesciata per sbaglio.

"Oh, vi *prego* di scusarmi!" esclamò con voce piena d'angoscia. E cominciò a raccoglierli in gran fretta, perché pensava ancora ai pesciolini dorati caduti dalla boccia. Credeva di doverli raccogliere subito e rimettere nel palchetto dei giurati, se no sarebbero morti.

"Il processo non potrà andare avanti," disse il Re con voce grave e autorevole. "Prima tutti i giurati devono tornare al loro posto. Dico *tutti*!" aggiunse con molta forza, e guardò Alice con severità.

Alice guardò il palchetto dei giurati. Vide che nella fretta aveva rimesso la Lucertola a testa in giù. La povera bestiolina agitava la coda in aria in un modo che faceva pena, perché non poteva muoversi. Alice la tirò subito fuori, e la rimise per bene. "Non che importi molto," disse tra sé, "poiché né la sua coda né la sua testa saranno utili al processo."

Intanto i giurati si ripresero dal colpo che li aveva rovesciati. Le lavagne e le matite furono ritrovate, e furono restituite ai giurati. Appena le ebbero, si misero a scarabocchiare con molto impegno la storia del loro ruzzolone. Tutti, tranne la Lucertola. Lei non si era ancora ripresa, e sedeva con la bocca spalancata, guardando il soffitto.

"Che cosa sapete di questa faccenda?" domandò il Re ad Alice.

"Niente," rispose Alice.

"Niente *affatto*?" chiese ancora il Re.

"Niente affatto," rispose Alice.

"Questo è molto importante," disse il Re, rivolto ai giurati. I giurati stavano per scriverlo sulle lavagne, quando il Coniglio bianco li interruppe. "*Non*-importante: questo è il senso delle parole di Vostra Maestà," disse con voce rispettosa. Ma mentre parlava, gli lanciava occhiate di fuoco e gli faceva delle smorfie.

"*Non*-importante, certo, è quello che volevo dire," aggiunse in fretta il Re. Poi si mise a ripetere tra i denti: "importante—non-importante—non-importante—importante." Era come se volesse provare quale delle due parole suonasse meglio all'orecchio.

Alcuni giurati scrissero "importante", altri "non-importante". Alice poteva vederlo, perché era vicina a loro e poteva sbirciare sulle lavagne. "Ma non importa niente," pensò tra sé.

Allora il Re, che da un po' era molto occupato a scrivere sul suo taccuino, gridò: "Silenzio!" E lesse dal suo libretto: "Regola quarantaduesima. *Ogni persona, la cui altezza supera il miglio, deve uscire dal Tribunale.*"

Tutti guardarono Alice.

"Io *non sono* alta un miglio," disse Alice.

"Sì che lo siete," rispose il Re.

"Quasi due miglia d'altezza," aggiunse la Regina.

"Ebbene, poco mi cale, ma non andrò via," disse Alice. "E poi quella non è una regola regolare: l'avete inventata adesso."

"Ma che! È la regola più vecchia del libro," rispose il Re.

"Allora dovrebbe essere la regola prima," disse Alice.

Il Re impallidì, e chiuse in fretta il taccuino. "Ponderate il vostro verdetto," disse ai giurati, ma con voce bassa e tremante.

"Maestà, ci sono altre testimonianze," disse il Coniglio bianco, e saltò in piedi. "Abbiamo trovato questo foglio proprio adesso."

"Che cosa c'è dentro?" domandò la Regina.

"Non l'ho ancora aperto," disse il Coniglio bianco, "ma sembra una lettera, scritta dal prigioniero a—a qualcuno."

"Dev'essere così," disse il Re, "a meno che non sia stata scritta a nessuno. E questo di solito non si fa."

"A chi è indirizzata?" domandò uno dei giurati.

"Non ha nessun indirizzo," disse il Coniglio bianco. "Infatti non c'è scritto niente *di fuori*." Mentre parlava, aprì il foglio, e aggiunse: "Insomma, non è affatto una lettera: è un'accozzaglia di versi."

"Sono scritti con la calligrafia del prigioniero?" domandò un giurato.

"No, non lo sono," rispose il Coniglio bianco, "ed è questa la cosa più strana di tutte." (I giurati si guardarono l'un l'altro, confusi.)

"Forse ha imitato la scrittura di qualcun altro," disse il Re. (Qui i giurati si rasserenarono.)

"Maestà," disse il Fante, "io non li ho scritti, e nessuno potrebbe provare il contrario. E poi non c'è nessuna firma alla fine."

"Se non l'avete firmato," rispose il Re, "questo prova doppiamente il vostro delitto. Voi *dovevate* avere cattive intenzioni. Se no, avreste firmato il foglio da galantuomo."

Tutti applaudirono, e avevano ragione. Infatti era la prima cosa spiritosa che il Re avesse detto in quel giorno.

"Questo *prova* il suo delitto," esclamò la Regina.

"Questo non prova niente affatto!" disse Alice. "Ma se non sapete neppure che cosa c'è nel foglio!"

"Leggetelo," disse il Re.

Il Coniglio bianco si mise gli occhiali e domandò: "Maestà, da dove devo cominciare?"

"Cominciate dal principio," disse il Re con tono solenne, "e continuate fino alla fine: poi fermatevi."

Ed ecco i versi che lesse il Coniglio bianco:

*"Ella vi fece un grazïoso invito,*
*Ed a lui mi voleste rammentar,*
*E quindi ella mi dètte il ben servito,*
*Ma mi disse: Non sai mica nuotar.*

*Ch'io non la visitai, disse pur dianzi,*
*(E questo è il vero, e ognun di noi lo sa),*
*Ma se lei spingerà la cosa innanzi,*
*Oh dite, allor di voi che ne avverrà?*

*Una a lei dètti, ed essi due le diêro,*
*E voi men deste tre col sopra più;*
*Tutte a voi ritornarono—oh mistero!*
*Eppure erano mie, or nol son più.*

*Se dessa od io per caso inopinato*
*Involti in quest'affare ci vedrem,*
*Confido in voi che ognun fia liberato;*
*Come prima fra noi li rivedrem.*

*Spiegarmi alfine mi sarà concesso;*
*(Già, sapete, un attacco ella sentì),*
*Ma voi foste per lui, per noi, per esso*
*L'ostacolo fatal che la colpì.*

*Non gli dite giammai che preferisca*
*Costoro,—ciò debb'essere un mister,*
*Un secreto che altrui non apparisca,*
*Un secreto nascosto nel pensier."*

"È il documento più importante contro l'accusato," disse il Re, stropicciandosi le mani. "E ora dunque i giurati—"

"Se uno di loro potesse spiegarmelo," disse Alice, "gli darei cinquanta centesimi. *Io* non credo che ci sia dentro neppure un briciolo di senso comune." (In quegli ultimi momenti Alice era cresciuta tanto che non aveva più paura di interrompere il Re.)

I giurati scrissero tutti sulle lavagne: "*Lei* non crede che ci sia dentro neppure un briciolo di senso comune." Ma nessuno di loro cercò di spiegare il senso di quel foglio.

"Se non c'è senso comune," disse il Re, "questo ci toglie un mondo di fastidi. E certo noi non ci affanneremo a trovarne uno. Eppure non saprei," continuò. Aprì il foglio sul ginocchio e sbirciò i versi. "Mi pare di vederci dentro un senso nascosto. '*disse—Non sai mica nuotar*'. Voi non sapete nuotare, non è vero?" aggiunse, rivolto al Fante.

Il Fante scosse tristemente la testa e disse: "Vi sembra che io sappia nuotare?" (E certo non lo sembrava, perché era fatto tutto di cartone.)

"Bene, per ora," disse il Re. E continuò a borbottare tra sé sui versi: "'*E questo è il vero, e ognun di noi lo sa*'. Questo si riferisce ai giurati, non c'è dubbio. '*Una a lei dètti, ed essi due le diêro*'. Questo spiega che cosa ha fatto con le torte, capite—"

"Ma poi continua con le parole '*Tutte a voi ritornarono*'," disse Alice.

"Ecco, sono là!" disse il Re con aria di trionfo, e indicò le torte che erano sulla tavola. "Niente di più chiaro di *questo*. E poi: '*Già, sapete, un attacco ella sentì*'. Voi non avete mai avuto attacchi nervosi, cara mia, non è vero?" aggiunse, rivolto alla Regina.

"Mai!" tuonò la Regina, furiosa. E in quel momento tirò un calamaio sulla testa della Lucertola. (Il povero Tonio aveva smesso di scrivere sulla lavagna con il dito, perché si era accorto che non lasciava nessun segno. Ma ora si rimise subito al lavoro. Usava l'inchiostro che gli gocciolava sulla faccia, e lo usò finché ce ne fu.)

"Dunque queste parole non si *attaccano* a voi," disse il Re, e guardò tutto il Tribunale con un sorriso. Ci fu un gran silenzio.

"È un bisticcio!" aggiunse il Re con voce arrabbiata, e allora tutti risero. "Che i giurati ponderino il loro verdetto," ripeté il Re, forse per la ventesima volta in quel giorno.

"No, no!" disse la Regina. "Prima la sentenza—poi il verdetto."

"Ma che sciocchezze!" esclamò Alice ad alta voce. "Che idea, avere prima la sentenza!"

"Tacete!" gridò la Regina, tutta rossa in viso.

"No certo!" disse Alice.

"Decapitatela!" urlò la Regina con tutta la voce che aveva in gola. Ma nessuno si mosse.

"Chi vi stima? Chi vi teme?" disse Alice. (Ormai era cresciuta fino alla sua altezza naturale.) "Voi non siete altro che un mazzo di carte!"

Appena disse queste parole, tutto il mazzo si alzò in aria con furia, e poi le cadde addosso. Lei diede un piccolo strillo, un po' per la paura e un po' per la rabbia. Cercò di respingere le carte. Ma si ritrovò sul poggio, con la testa appoggiata sulle ginocchia di sua sorella. La sorella le toglieva con molta delicatezza alcune foglie secche, che le erano cadute sulla faccia.

"Risvegliati, Alice cara!" le disse la sorella. "Che bella dormita hai fatto, eh!"

"Oh! Ho fatto un sogno così curioso!" disse Alice. E raccontò alla sorella, come meglio poteva, tutte le strane Avventure che voi avete letto fino ad ora. Quando ebbe finito, sua sorella la baciò e le disse: "È *stato* davvero un sogno curioso, cara mia. Ma ora va' subito a prendere il tè: è già tardi." Così Alice si alzò e se ne andò. E mentre correva, pensava al sogno straordinario che aveva fatto.

Ma sua sorella rimase lì, con la testa appoggiata alla mano. Guardava il sole che tramontava, e pensava alla piccola Alice e alle sue Avventure meravigliose. Così cadde in una specie di dormiveglia, e sognò qualcosa di simile:

Prima di tutto sognò la piccola Alice. Alice teneva le manine delicate unite sulle ginocchia di lei, e la guardava fisso con i suoi grandi occhi lucenti. La sorella poteva sentire proprio il suono della sua voce. E vedeva quello strano scatto della sua testolina, per buttare indietro i capelli che *volevano* per forza coprirle il viso. E mentre ascoltava, o le sembrava di ascoltare, tutto il luogo intorno a lei si animò. Si riempì delle creature che la sua sorellina aveva visto nel sogno.

L'erba alta frusciava sotto di lei, mentre il Coniglio bianco scappava via. Il Sorcio spaventato si apriva la strada nuotando nello stagno vicino. Poteva sentire il rumore delle tazze, mentre la Lepre-marzolina e i suoi amici facevano il loro pasto senza fine. Sentiva la voce stridula della Regina, che mandava i suoi invitati al patibolo. Ancora una volta il bimbo-porcellino starnutiva sulle ginocchia della Duchessa, mentre piatti e scodelle volavano tutt'intorno. Ancora una volta l'urlo del Grifone, lo scricchiolio della matita della Lucertola e la soppressione dei porcellini d'India riempivano l'aria. E si mescolavano ai singhiozzi lontani dell'infelice Falsa-Testuggine.

Così rimase seduta, con gli occhi mezzi chiusi. Quasi si credeva davvero nel paese delle Meraviglie, benché sapesse che, aprendo gli occhi, tutto sarebbe diventato triste realtà. Avrebbe sentito l'erba muoversi al vento. Avrebbe visto le canne che increspavano lo stagno. Il rumore delle tazze sarebbe diventato il tintinnio dei campanelli delle pecore. E la voce stridula della Regina sarebbe diventata la voce del pastorello. Gli starnuti del bimbo, l'urlo del Grifone e tutti gli altri rumori curiosi sarebbero cambiati (lei ne era sicura). Sarebbero diventati il rumore confuso di una fattoria. E il muggito lontano delle mandrie avrebbe preso il posto dei profondi singhiozzi della Falsa-Testuggine.

Finalmente provò a immaginare la sua sorellina già cresciuta, diventata una donna. Pensò che avrebbe conservato, anche negli anni maturi, il cuore semplice e affettuoso della sua infanzia. Avrebbe raccolto intorno a sé altre bambine. E avrebbe fatto brillare i *loro* occhi con storie curiose e strane. Forse lo avrebbe fatto anche con il sogno delle Avventure nel Paese delle Meraviglie. Con quanta tenerezza avrebbe partecipato alle loro innocenti angosce, e con quanta allegria alle loro gioie! E intanto avrebbe ricordato i giorni felici della sua infanzia, e le allegre giornate dell'estate.

FINE.

### Glossario

- **il gonnellino**: una gonna corta da bambina.
- **esclamò**: disse ad alta voce, con forza o sorpresa.
- **rimise**: (rimettere) mise di nuovo.
- **agitava**: muoveva in fretta di qua e di là.
- **scarabocchiare**: scrivere male, in fretta e in disordine.
- **spalancata**: aperta del tutto.
- **interruppe**: (interrompere) parlò mentre un altro parlava, e lo fece smettere.
- **smorfie**: brutte facce fatte con la bocca e con gli occhi.
- **sbirciare**: guardare di nascosto, con la coda dell'occhio.
- **impallidì**: (impallidire) diventò pallido, bianco in viso.
- **calligrafia**: il modo di scrivere a mano di una persona.
- **rasserenarono**: (rasserenarsi) tornarono tranquilli.
- **applaudirono**: batterono le mani.
- **singhiozzi**: i rumori e i colpi di respiro di chi piange forte.
- **grazïoso**: grazioso, gentile (forma poetica).
- **ognun**: ognuno (forma poetica).
- **il palchetto dei giurati**: il posto chiuso, un po' alto, dove siedono i giurati.
- **la boccia / i pesciolini dorati**: un vaso di vetro rotondo / piccoli pesci rossi e dorati che si tengono in casa.
- **il ruzzolone**: una caduta, un capitombolo.
- **importante / non-importante / non importa niente**: gioco di parole: il Re confonde "importante" e "non importante"; Alice pensa che "non importa", cioè non ha nessuna importanza.
- **Regola quarantaduesima / la regola prima**: il Re inventa una regola con il numero 42; Alice dice che, se è la più vecchia, dovrebbe essere la numero uno.
- **poco mi cale**: modo antico di dire "non m'importa".
- **un'accozzaglia di versi**: un insieme disordinato di versi.
- **da galantuomo**: come un uomo onesto.
- **dètte / dètti / diêro**: forme poetiche di "diede", "diedi", "diedero".
- **il ben servito**: dare il benservito a qualcuno vuol dire mandarlo via.
- **dianzi / dessa / inopinato / involti / fia**: parole poetiche: poco fa / lei / inaspettato / coinvolti / sarà.
- **mister / secreto**: forme poetiche di "mistero" e "segreto".
- **un attacco / non si attaccano a voi**: gioco di parole: un attacco nervoso è una crisi; parole che "non si attaccano" a qualcuno sono parole che non lo riguardano.
- **È un bisticcio!**: è un gioco di parole.
- **Chi vi stima? Chi vi teme?**: chi vi rispetta? chi ha paura di voi?
- **il poggio**: una piccola collina coperta d'erba.
- **il dormiveglia**: lo stato tra il sonno e la veglia.
- **il patibolo**: il luogo dove si uccidono i condannati.
