# Il fu Mattia Pascal (Edizione B1)

*Luigi Pirandello*

## § 1. — Premessa.

Una delle poche cose che sapevo di certo, anzi forse la sola, era questa: che mi chiamavo Mattia Pascal. E ne approfittavo. A volte qualche amico o conoscente perdeva la testa. Arrivava fino al punto di venire da me per un consiglio o un suggerimento. Allora, ogni volta, io alzavo le spalle, socchiudevo gli occhi e gli rispondevo:

— Io mi chiamo Mattia Pascal.

— Grazie, caro. Questo lo so.

— E ti sembra poco?

Per dire la verità, non sembrava molto neanche a me. Ma allora non sapevo che cosa volesse dire non sapere neppure questo. Non sapevo che cosa volesse dire non poter più rispondere, come prima, quando serviva:

— Io mi chiamo Mattia Pascal.

Qualcuno vorrà compiangermi (costa così poco). Immaginerà il dolore terribile di un disgraziato che scopre all'improvviso che.... sì, insomma, niente. Né padre, né madre, né come è andata o come non è andata. Qualcuno vorrà anche indignarsi (costa ancora meno) per la corruzione dei costumi, i vizi e la tristezza dei tempi. Sono queste le cose che possono causare tanto male a un povero innocente.

Ebbene, faccia pure. Ma è mio dovere avvertirlo che non si tratta proprio di questo. Potrei infatti mostrare qui, in un albero genealogico, l'origine e i discendenti della mia famiglia. Potrei dimostrare che ho conosciuto mio padre e mia madre, e anche i miei antenati. E ho conosciuto le loro azioni, in un lungo periodo di tempo: non tutte, a dire il vero, degne di lode.

E allora?

Ecco: il mio caso è molto più strano e diverso. È tanto diverso e strano che ho deciso di raccontarlo.

Per circa due anni fui guardiano di libri, o forse, non so, più cacciatore di topi. Lavoravo nella biblioteca che un certo Monsignor Boccamazza, morendo, volle lasciare al nostro Comune nel 1803. È chiaro che questo Monsignore doveva conoscere poco il carattere e le abitudini dei suoi concittadini. O forse sperava che il suo dono, col tempo e con la comodità, accendesse in loro l'amore per lo studio. Finora, e ne sono testimone, non si è acceso: e questo lo dico in lode dei miei concittadini. Il Comune, anzi, fu così poco grato al Boccamazza che non volle fargli neppure un mezzobusto qualsiasi. I libri rimasero per molti e molti anni ammucchiati in un grande magazzino umido. Pensate voi in quale stato erano quando il Comune li tirò fuori. Li portò nella chiesetta di Santa Maria Liberale, lontana dal paese e sconsacrata, non so per quale ragione. Qui li affidò, senza nessun criterio, a qualche fannullone ben protetto, come un favore e come un lavoro comodo. Per due lire al giorno, costui doveva guardarli, o anche non guardarli affatto. E doveva sopportare per qualche ora la puzza di muffa e di roba vecchia.

Questa sorte toccò anche a me. Fin dal primo giorno ebbi una stima molto bassa dei libri. Parlo di quelli stampati e di quelli scritti a mano, come alcuni antichissimi della nostra biblioteca. Perciò ora non mi sarei mai e poi mai messo a scrivere, se, come ho detto, il mio caso non mi sembrasse davvero strano. Credo che possa servire da lezione a qualche lettore curioso. Forse la vecchia speranza della buon'anima di Monsignor Boccamazza si realizzerà finalmente, e questo lettore capiterà in questa biblioteca. Io lascio qui il mio manoscritto. Ma metto una condizione: nessuno potrà aprirlo prima di cinquant'anni dopo la mia *terza, ultima e definitiva* morte.

Perché, per il momento (e Dio sa quanto mi dispiace), io sono morto, sì, già due volte, ma la prima per errore, e la seconda… sentirete.

### Glossario

- **compiangere**: provare pietà e dispiacere per una persona che soffre.
- **albero genealogico**: disegno che mostra tutte le persone di una famiglia, dalle più antiche alle più giovani.
- **antenati**: le persone della famiglia vissute molto tempo prima di noi.
- **Monsignor**: titolo di rispetto per alcuni preti importanti.
- **mezzobusto**: statua che mostra solo la testa, le spalle e il petto di una persona.
- **sconsacrata**: (di una chiesa) che non si usa più per la messa.
- **fannullone**: persona che non ha voglia di fare niente.
- **muffa**: strato verde o grigio che nasce sulle cose vecchie e umide.
- **manoscritto**: testo scritto a mano, non ancora stampato.

## § 2. — Premessa seconda (filosofica)

**a mo' di scusa.**

L'idea di scrivere, o piuttosto il consiglio, mi è venuto dal mio reverendo amico don Eligio Pellegrinotto. Lui ha ora in custodia i libri della Boccamazza, e a lui darò il manoscritto appena sarà finito, se mai sarà finito.

Lo scrivo qui, nella chiesetta sconsacrata, alla luce che viene dalla lanterna della cupola, lassù. Sono nell'abside riservata al bibliotecario, chiusa da una bassa cancellata di legno con piccoli pilastri. Intanto don Eligio sbuffa sotto il compito che si è preso eroicamente: mettere un po' d'ordine in questa vera babilonia di libri. Ho paura che non ci riuscirà mai. Prima di lui nessuno si era interessato a sapere che tipo di libri aveva donato al Comune quel Monsignore. Nessuno aveva dato neppure un'occhiata veloce ai dorsi, almeno per farsi un'idea. Si pensava che tutti i libri, o quasi, dovessero trattare di religione. Ora il Pellegrinotto, con sua grande consolazione, ha scoperto nella biblioteca di Monsignore una grandissima varietà di materie. I libri furono presi qua e là nel magazzino e messi insieme come capitava. Perciò la confusione è indescrivibile. Stando vicini, questi libri hanno stretto amicizie davvero strane. Don Eligio Pellegrinotto, per esempio, mi ha raccontato una cosa. Ha fatto molta fatica a staccare due libri. Il primo era un trattato molto licenzioso, *Dell'arte di amar le donne*, tre libri di Anton Muzio Porro, dell'anno 1571. Il secondo era una *Vita e morte di Faustino Materucci, Benedettino di Polirone, che taluni chiamano beato*. Era una biografia stampata a Mantova nel 1625. Per l'umidità, le copertine dei due volumi si erano attaccate come fratelli. Notate che il libro secondo di quel trattato licenzioso parla a lungo della vita e delle avventure dei monaci.

Don Eligio Pellegrinotto passa tutto il giorno arrampicato su una scala da lampionaio. Così ha pescato negli scaffali molti libri curiosi e molto piacevoli. Ogni volta che ne trova uno, lo lancia dall'alto, con eleganza, sul grande tavolo che sta in mezzo. La chiesetta rimbomba. Si alza una nuvola di polvere, e due o tre ragni scappano via spaventati. Io corro dall'abside e scavalco la cancellata. Prima, con il libro stesso, do la caccia ai ragni sul tavolo polveroso. Poi apro il libro e mi metto a leggerne qualche pagina.

Così, a poco a poco, ho preso gusto a queste letture. Ora don Eligio mi dice che il mio libro dovrebbe somigliare a questi libri che lui va scoprendo. Dovrebbe avere, cioè, il loro sapore particolare. Io alzo le spalle e gli rispondo che non è lavoro per me. E poi mi trattiene anche un'altra cosa.

Tutto sudato e impolverato, don Eligio scende dalla scala. Viene a prendere una boccata d'aria nel piccolo orto che è riuscito a creare qui dietro l'abside. L'orto è protetto tutto intorno da bastoncini e spuntoni.

— Eh, mio reverendo amico, — gli dico io, seduto sul muretto, con il mento appoggiato al pomo del bastone. Lui intanto si occupa delle sue lattughe. — Non mi sembra più tempo, questo, di scrivere libri, neppure per scherzo. Anche per la letteratura, come per tutto il resto, devo ripetere il mio solito ritornello: *Maledetto sia Copernico!*

— Oh oh oh, che c'entra Copernico! — esclama don Eligio. Si tira su, con il viso rosso sotto il vecchio cappello di paglia.

— C'entra, don Eligio. Perché, quando la Terra non girava...

— E dàlli! Ma se ha sempre girato!

— Non è vero. L'uomo non lo sapeva, e dunque era come se non girasse. Per tanti, anche adesso, non gira. L'ho detto l'altro giorno a un vecchio contadino, e sapete come mi ha risposto? Che era una buona scusa per gli ubriachi. Del resto, anche voi, scusate, non potete mettere in dubbio che Giosuè ha fermato il sole. Ma lasciamo stare questo. Quando la Terra non girava, l'uomo, vestito da greco o da romano, ci faceva una così bella figura! Aveva un'idea così alta di sé ed era così contento della propria dignità! Allora, credo, poteva piacere un racconto dettagliato, pieno di particolari inutili. Voi stesso mi avete insegnato che cosa si legge in Quintiliano. La storia doveva essere fatta per raccontare e non per provare. O no?

— Non lo nego, — risponde don Eligio. — Ma è anche vero che non si sono mai scritti libri così pieni di piccoli dettagli, anche i più nascosti. E questo è successo proprio da quando, secondo voi, la Terra si è messa a girare.

— E va bene! *Il signor conte si alzò presto, alle ore otto e mezzo precise... La signora contessa mise un abito lilla con ricchi merletti alla gola... Teresina moriva di fame... Lucrezia soffriva d'amore...* Oh, santo Dio! E che volete che m'importi? Siamo o non siamo su una trottolina invisibile, e un filo di sole le fa da frusta? Siamo su un granellino di sabbia impazzito, che gira e gira e gira senza sapere perché. Non arriva mai a destinazione. Sembra che gli piaccia girare così, per farci sentire ora un po' più di caldo, ora un po' più di freddo. E per farci morire dopo cinquanta o sessanta giri. Spesso moriamo con la coscienza di aver fatto una serie di piccole sciocchezze. Copernico, Copernico, don Eligio mio, ha rovinato l'umanità, e non c'è rimedio. Ormai noi tutti ci siamo adattati, a poco a poco, alla nuova idea della nostra infinita piccolezza. Anzi, ci consideriamo meno che niente nell'Universo, con tutte le nostre belle scoperte e invenzioni. E allora che valore volete che abbiano le notizie? Non parlo solo delle nostre miserie private, ma anche delle grandi disgrazie di tutti. Storie di vermetti, ormai, le nostre. Avete letto di quel piccolo disastro delle Antille? Niente. La Terra, poverina, è stanca di girare senza scopo, come vuole quel canonico polacco. Così ha avuto un piccolo gesto d'impazienza, e ha sbuffato un po' di fuoco da una delle sue tante bocche. Chi sa che cosa le aveva fatto venire quella specie di rabbia. Forse la stupidità degli uomini, che non sono mai stati così noiosi come adesso. Basta. Parecchie migliaia di vermetti arrostiti. E andiamo avanti! Chi ne parla più?

Don Eligio Pellegrinotto però mi fa notare una cosa. La natura, che è saggia, aveva creato per noi delle illusioni, e le aveva create a fin di bene. Noi facciamo tanti sforzi, con crudele intenzione, per strapparle e distruggerle, ma non ci riusciamo. Per fortuna, l'uomo si distrae facilmente.

Questo è vero. In certe notti segnate nel calendario, il nostro Comune non fa accendere i lampioni. E spesso, se è nuvoloso, ci lascia al buio.

Questo vuol dire, in fondo, che anche oggi crediamo una cosa. Crediamo che la luna stia in cielo solo per farci luce di notte, come il sole di giorno. E che le stelle stiano lì per offrirci uno spettacolo magnifico. Sicuro. E dimentichiamo spesso e volentieri di essere atomi piccolissimi, per rispettarci e ammirarci a vicenda. Siamo capaci di azzuffarci per un pezzettino di terra, o di soffrire per certe cose. Se capissimo davvero quello che siamo, ci dovrebbero sembrare miserie da niente.

Ebbene, grazie a questa distrazione provvidenziale, e anche per la stranezza del mio caso, io parlerò di me. Ma lo farò il più brevemente possibile, e darò soltanto le notizie che riterrò necessarie.

Alcune, certo, non mi faranno molto onore. Ma io mi trovo ora in una condizione così eccezionale che posso considerarmi come già fuori della vita. E dunque sono senza obblighi e senza scrupoli di nessun tipo.

Cominciamo.

### Glossario

- **abside**: parte rotonda di una chiesa, in fondo, dietro l'altare.
- **babilonia**: grande confusione, grande disordine.
- **licenzioso**: che parla di amore e di sesso in modo poco morale.
- **scala da lampionaio**: scala alta e leggera, come quella usata da chi accendeva i lampioni delle strade.
- **sbuffa**: (da sbuffare) manda fuori l'aria con forza, per la fatica o per la noia.
- **trottolina**: piccolo gioco di legno che gira su una punta.
- **canonico**: prete importante di una cattedrale; qui è Copernico.
- **provvidenziale**: che arriva proprio quando serve e fa del bene.
- **scrupoli**: dubbi e paure di fare una cosa sbagliata.

## § 3. — La casa e la talpa.

Ho detto troppo presto, all'inizio, che ho conosciuto mio padre. Non l'ho conosciuto. Avevo quattro anni e mezzo quando morì. Era andato in Corsica con un suo trabaccolo, per certi affari che faceva là. Non tornò più: lo uccise una perniciosa in tre giorni, a trentotto anni. Lasciò però la moglie e i due figli in una vita agiata. I figli erano Mattia (che sarei io, e fui) e Roberto, che aveva due anni più di me.

Qualche vecchio del paese si diverte ancora a far credere una cosa. Dice che la ricchezza di mio padre aveva origini, diciamo così, misteriose. Eppure quella ricchezza non dovrebbe dargli più fastidio, perché è passata da tempo in altre mani.

Dicono che se l'era procurata giocando a carte, a Marsiglia, con il capitano di un vapore mercantile inglese. Il capitano aveva perduto tutto il denaro che aveva con sé, e non doveva essere poco. Poi si era giocato anche un grosso carico di zolfo. Lo zolfo era stato imbarcato nella lontana Sicilia per un commerciante di Liverpool (sanno anche questo! e il nome?). Un commerciante di Liverpool, che aveva noleggiato il vapore. Allora, per la disperazione, il capitano era partito e si era annegato in alto mare. Così il vapore era arrivato a Liverpool più leggero anche del peso del capitano. Per fortuna aveva come zavorra la cattiveria dei miei compaesani....

Avevamo terre e case. Mio padre era intelligente e avventuroso, e per i suoi commerci non ebbe mai una sede fissa. Era sempre in giro con quel suo trabaccolo. Dove gli conveniva di più, comprava merci di ogni genere e subito le rivendeva. Non voleva la tentazione di imprese troppo grandi e rischiose. Perciò, a mano a mano, metteva i guadagni in terre e case, qui, nel suo paese. Forse contava di riposarsi presto qui, tra le comodità guadagnate con tanta fatica. Sarebbe stato contento e in pace con la moglie e i figli.

Così comprò prima la terra delle *Due Riviere*, ricca di olivi e di gelsi. Poi il podere della *Stia*, anch'esso molto ben coltivato. Aveva una bella sorgente d'acqua, che fu poi usata per il mulino. Poi tutta la collina dello *Sperone*, che era il miglior vigneto della nostra zona. E infine *San Rocchino*, dove costruì una villa deliziosa. In paese, oltre alla casa dove abitavamo, comprò altre due case e tutto quell'isolato, ora trasformato in arsenale.

La sua morte quasi improvvisa fu la nostra rovina. Mia madre non era capace di amministrare l'eredità e dovette affidarla a un uomo. Costui aveva ricevuto tanti benefici da mio padre, fino a cambiare condizione sociale. Perciò lei pensava che dovesse sentire almeno un po' di gratitudine. La gratitudine, oltre allo zelo e all'onestà, non gli sarebbe costata nessun sacrificio, perché era pagato molto bene.

Santa donna, mia madre! Aveva un carattere timido e calmissimo, e aveva così poca esperienza della vita e degli uomini! A sentirla parlare, sembrava una bambina. Parlava con il naso. E rideva anche con il naso, perché ogni volta, come se si vergognasse di ridere, stringeva le labbra. Era molto fragile di costituzione e, dopo la morte di mio padre, ebbe sempre una salute debole. Ma non si lamentò mai dei suoi mali. Non credo che ne provasse fastidio neppure dentro di sé. Li accettava, rassegnata, come una conseguenza naturale della sua disgrazia. Forse si aspettava di morire anche lei, per il dolore. Doveva dunque ringraziare Dio che la teneva in vita, pur così infelice e tormentata, per il bene dei figli.

Aveva per noi una tenerezza addirittura malata, piena di ansia e di paura. Ci voleva sempre vicini, come se temesse di perderci. Se uno di noi si allontanava un po', spesso mandava subito le serve a cercarci per la grande casa.

Come una cieca, si era lasciata guidare dal marito. Quando rimase senza di lui, si sentì perduta nel mondo. Non uscì più di casa, tranne la domenica, di mattina presto, per andare a messa nella chiesa vicina. La accompagnavano le due vecchie serve, che lei trattava come parenti. Anzi, nella stessa casa si ridusse a vivere in tre camere soltanto. Lasciò le molte altre alle poche cure delle serve e alle nostre diavolerie.

In quelle stanze, dai mobili di forma antica e dalle tende scolorite, veniva quella puzza speciale delle cose vecchie. Era quasi il respiro di un altro tempo. Ricordo che più di una volta mi guardai intorno con uno strano sgomento. Mi veniva dall'immobilità silenziosa di quei vecchi oggetti, lì da tanti anni, senza uso, senza vita.

Fra le persone che venivano più spesso a trovare la mamma c'era una sorella di mio padre. Era una zitellona bisbetica, con un paio d'occhi da furetto, bruna e fiera. Si chiamava Scolastica. Ma ogni volta si fermava pochissimo, perché all'improvviso, mentre parlava, si infuriava e scappava via senza salutare nessuno. Da ragazzo ne avevo una gran paura. La guardavo con gli occhi spalancati, soprattutto quando saltava in piedi, furiosa. Allora gridava a mia madre, pestando con rabbia un piede sul pavimento:

— Senti il vuoto? La talpa! la talpa!

Parlava del Malagna, l'amministratore che di nascosto ci scavava la fossa sotto i piedi.

Zia Scolastica (l'ho saputo dopo) voleva a tutti i costi che mia madre si risposasse. Di solito le cognate non hanno queste idee e non danno questi consigli. Ma lei aveva un senso della giustizia aspro e dispettoso. Non sopportava che quell'uomo ci derubasse così, senza nessun rischio. E lo faceva certo più per questo senso di giustizia che per amore nostro. Mia madre era del tutto incapace e cieca: perciò zia Scolastica non vedeva altro rimedio che un secondo marito. E aveva anche scelto la persona: un pover'uomo che si chiamava Gerolamo Pomino.

Costui era vedovo, con un figlio, che vive ancora e si chiama Gerolamo come il padre. Questo figlio è un mio grande amico, anzi più che amico, come dirò poi. Fin da ragazzo veniva con il padre a casa nostra, ed era la disperazione mia e di mio fratello Berto.

Il padre, da giovane, aveva sperato a lungo, a lungo, di sposare zia Scolastica. Lei non aveva voluto saperne, come non aveva voluto sapere di nessun altro. Non che non si sentisse disposta ad amare. Ma diceva che avrebbe commesso un delitto, al più lontano sospetto di un tradimento dell'uomo amato, anche solo col pensiero. Per lei gli uomini erano tutti falsi, mascalzoni e traditori. Anche Pomino? No, ecco: Pomino, no. Ma se n'era accorta troppo tardi. Tutti gli altri uomini che avevano chiesto la sua mano si erano poi sposati. Di ognuno era riuscita a scoprire qualche tradimento, e ne aveva goduto ferocemente. Solo di Pomino, niente. Anzi, il pover'uomo era stato un martire della moglie.

E perché dunque ora non lo sposava lei? Oh bella, perché era vedovo! Era appartenuto a un'altra donna, e forse, qualche volta, avrebbe potuto pensare a lei. E poi perché... via! Si vedeva da cento miglia di distanza, nonostante la timidezza: era innamorato, era innamorato... si capisce di chi, quel povero signor Pomino!

Figuriamoci se mia madre avrebbe mai accettato. Le sarebbe sembrato un vero e proprio sacrilegio. Ma forse, poverina, non credeva neppure che zia Scolastica parlasse sul serio. Rideva in quel suo modo particolare alle sfuriate della cognata. Rideva alle esclamazioni del povero signor Pomino, che era presente a quelle discussioni. E la zitellona gli lanciava addosso le lodi più esagerate.

Immagino quante volte avrà esclamato, agitandosi sulla sedia come su uno strumento di tortura:

— Oh santo nome di Dio benedetto!

Era un ometto pulito e ordinato, con piccoli occhi azzurri e mansueti. Credo che si mettesse la cipria. Credo anche che avesse la debolezza di passarsi un po' di rossetto sulle guance, appena appena, un velo. Certo era contento di aver conservato i capelli fino alla sua età. Li pettinava con grandissima cura, a farfalla, e se li sistemava continuamente con le mani.

Immaginiamo che mia madre avesse seguito il consiglio di zia Scolastica e sposato il signor Pomino. Non certo per sé, ma per l'avvenire dei figli. Non so come sarebbero andati allora i nostri affari. Ma una cosa è certa: peggio di come andarono con il Malagna (la talpa!), non sarebbero potuti andare.

Quando Berto e io fummo cresciuti, gran parte dei nostri beni, è vero, era andata in fumo. Ma avremmo potuto almeno salvare il resto dalle grinfie di quel ladro. Quel resto, anche se non più così comodamente, ci avrebbe certo permesso di vivere senza bisogni. Fummo due fannulloni. Non volemmo preoccuparci di nulla. Da grandi continuammo a vivere come nostra madre ci aveva abituati da piccoli.

Non aveva voluto nemmeno mandarci a scuola. Un certo Pinzone fu il nostro precettore. Il suo vero nome era Francesco, o Giovanni, Del Cinque. Ma tutti lo chiamavano Pinzone, e lui ci si era tanto abituato che si chiamava Pinzone da solo.

Era di una magrezza che faceva ribrezzo, e altissimo. E sarebbe stato ancora più alto, Dio mio, se il busto non si fosse piegato sotto la nuca. Sembrava stanco, tutto a un tratto, di crescere così sottile verso l'alto. Formava lì una piccola gobba, da cui il collo sembrava uscire con fatica, come quello di un pollo spennato. Sul collo aveva un grosso nodo sporgente, che andava su e giù. Pinzone si sforzava spesso di tenere le labbra tra i denti. Era come se volesse mordere, punire e nascondere un risolino tagliente, tipico di lui. Ma lo sforzo in parte era inutile. Perché questo risolino, prigioniero delle labbra, gli scappava dagli occhi, più acuto e beffardo che mai.

Con quegli occhietti doveva vedere in casa nostra molte cose che né la mamma né noi vedevamo. Non parlava, forse perché non credeva che fosse suo dovere parlare. O, come credo più probabile, perché ne godeva in segreto, con veleno.

Noi facevamo di lui tutto quello che volevamo, e lui ci lasciava fare. Ma poi, come se volesse stare in pace con la propria coscienza, ci tradiva quando meno ce lo aspettavamo.

Un giorno, per esempio, la mamma gli ordinò di portarci in chiesa. Era vicina la Pasqua, e dovevamo confessarci. Dopo la confessione dovevamo fare una breve visita alla moglie malata del Malagna, e poi subito a casa. Figuratevi che divertimento! Ma appena in strada proponemmo a Pinzone una scappatella. Gli avremmo pagato un buon litro di vino. In cambio, invece che in chiesa e dal Malagna, ci doveva lasciar andare alla *Stia* a cercare nidi. Pinzone accettò felicissimo, fregandosi le mani, con gli occhi che brillavano. Bevve e andammo nel podere. Fece il matto con noi per circa tre ore: ci aiutava a salire sugli alberi, e ci saliva anche lui. Ma la sera tornammo a casa. Appena la mamma gli domandò se avevamo fatto la confessione e la visita al Malagna:

— Ecco, le dirò... — rispose con la faccia più tosta del mondo. E le raccontò in ogni dettaglio tutto quello che avevamo fatto.

Non serviva a nulla vendicarci di questi suoi tradimenti. Eppure ricordo che le nostre vendette non erano scherzi da poco. Una sera, per esempio, ci avevano messo a letto prima del solito, per punizione. Io e Berto sapevamo che Pinzone di solito dormiva seduto sulla cassapanca, nell'ingresso, in attesa della cena. Saltammo giù dal letto di nascosto. Riuscimmo a trovare una canna di stagno per i clisteri, lunga due palmi. La riempimmo d'acqua e sapone nella vaschetta del bucato. Così armati, ci avvicinammo a lui con cautela, e gli accostammo la canna al naso. E *zifff!* Lo vedemmo saltare fin sotto il soffitto.

Non sarà difficile immaginare quanto potevamo imparare con un precettore così. La colpa però non era tutta di Pinzone. Anzi, pur di farci imparare qualcosa, lui non badava né al metodo né alla disciplina. Usava mille trucchi per fermare in qualche modo la nostra attenzione. Spesso con me, che ero molto impressionabile, ci riusciva. Ma aveva una cultura tutta sua, curiosa e stravagante. Per esempio, sapeva tutto sui giochi di parole. Conosceva la poesia fidenziana e la maccheronica, la burchiellesca e la leporeambica. Citava allitterazioni, annominazioni e versi correlativi, incatenati e retrogradi di tutti i poeti perdigiorno. E lui stesso componeva non poche rime strampalate.

Ricordo che un giorno, a San Rocchino, ci fece ripetere alla collina di fronte, non so più quante volte, questa sua *Eco*:

In cuor di donna quanto dura amore? — *(Ore)*.  
Ed ella non mi amò quant'io l'amai? — *(Mai)*.  
Or chi sei tu che sì ti lagni meco? — *(Eco)*.

E ci faceva risolvere tutti gli *Enimmi* in ottava rima di Giulio Cesare Croce e quelli in sonetti del Moneti. C'erano anche altri, sempre in sonetti, di un altro grande fannullone. Costui aveva avuto il coraggio di nascondersi sotto il nome di Caton l'Uticense. Pinzone li aveva copiati con un inchiostro color tabacco in un vecchio quaderno dalle pagine ingiallite.

— Udite, udite quest'altro dello Stigliani. Bello! Che sarà? Udite:

A un tempo stesso io mi son una, e due,  
E fo due ciò ch'era uno primamente.  
Una mi adopra con le cinque sue  
Contra infiniti, che in capo ha la gente.  
Tutta son bocca dalla cinta in sue,  
E più mordo sdentata che con dente.  
Ho due bellichi a contrapposti siti,  
Gli occhi ho ne' piedi, e spesso a gli occhi i diti.

Mi sembra di vederlo ancora mentre recitava, con la felicità su tutto il viso e gli occhi semichiusi. Con le dita faceva un piccolo ricciolo.

Mia madre era convinta che quello che Pinzone ci insegnava potesse bastare per i nostri bisogni. Sentendoci recitare gli enigmi del Croce o dello Stigliani, forse credeva che ne sapessimo anche troppo. Zia Scolastica no. Non riusciva a rifilare a mia madre il suo caro Pomino, e così si era messa a perseguitare Berto e me. Ma noi eravamo protetti dalla mamma e non le davamo retta. Lei si arrabbiava tanto che ci avrebbe certo picchiato fino a toglierci la pelle. Lo avrebbe fatto, se avesse potuto senza essere vista o sentita. Ricordo che una volta, mentre scappava via furiosa come al solito, mi incontrò in una delle stanze abbandonate. Mi prese per il mento, me lo strinse forte forte con le dita e mi disse: — *Bellino! bellino! bellino!* — Mentre parlava, avvicinava sempre di più il suo viso al mio, con gli occhi nei miei occhi. Alla fine fece una specie di grugnito e mi lasciò, ringhiando tra i denti:

— Muso di cane!

Ce l'aveva soprattutto con me, anche se io seguivo gli strani insegnamenti di Pinzone molto più di Berto. Ma doveva essere colpa della mia faccia placida e irritata. E di quei grossi occhiali rotondi che mi avevano imposto per raddrizzare un occhio. Quest'occhio, non so perché, tendeva a guardare per conto suo, altrove.

Quegli occhiali erano per me un vero martirio. A un certo punto li buttai via e lasciai l'occhio libero di guardare dove gli piaceva di più. Tanto, anche dritto, quest'occhio non mi avrebbe fatto bello. Ero pieno di salute, e mi bastava.

A diciotto anni mi invase la faccia una barba grande, rossastra e riccia. Ne soffrì il naso, piuttosto piccolo, che si trovò come perduto tra la barba e la fronte larga e seria.

Forse, se l'uomo potesse scegliere un naso adatto alla propria faccia... Oppure, immaginate un pover'uomo oppresso da un naso troppo grosso per la sua faccia magra. Se potessimo dirgli: — *Questo naso sta bene a me, e me lo prendo.* — Ecco, in quel caso forse io avrei cambiato volentieri il mio. E così anche gli occhi e tante altre parti della mia persona. Ma sapevo bene che non si può. Perciò, rassegnato al mio aspetto, non me ne preoccupavo più di tanto.

Berto, al contrario, era bello di viso e di corpo (almeno in confronto a me). Non riusciva a staccarsi dallo specchio. Si lisciava, si accarezzava e sprecava soldi senza fine. Comprava le cravatte più nuove, i profumi più raffinati, la biancheria e i vestiti. Per fargli dispetto, un giorno presi dal suo guardaroba una marsina nuova di zecca, un elegantissimo panciotto di velluto nero e il gibus. E me ne andai a caccia, vestito così.

Batta Malagna, intanto, veniva a piangere da mia madre per le cattive annate. Diceva che lo costringevano a fare debiti pesantissimi per pagare le nostre spese eccessive. E c'erano anche i molti lavori di riparazione di cui le campagne avevano sempre bisogno.

— Abbiamo avuto un'altra bella bussata! — diceva ogni volta, entrando.

La nebbia aveva distrutto le olive appena nate, alle *Due Riviere*. Oppure la fillossera aveva distrutto i vigneti dello *Sperone*. Bisognava piantare viti americane, resistenti alla malattia. E dunque, altri debiti. Poi il consiglio di vendere lo *Sperone*, per liberarsi dagli strozzini che lo assediavano. E così prima fu venduto lo *Sperone*, poi *Due Riviere*, poi *San Rocchino*. Restavano le case e il podere della *Stia*, con il mulino. Mia madre si aspettava che un giorno venisse a dirle che la sorgente si era seccata.

Noi fummo, è vero, fannulloni, e spendevamo senza misura. Ma è anche vero che un ladro più ladro di Batta Malagna non nascerà mai più sulla faccia della terra. È il meno che posso dirgli, vista la parentela che fui costretto a contrarre con lui.

Seppe fare in modo che non ci mancasse mai nulla, finché visse mia madre. Ma quella comodità, quella libertà fino al capriccio, di cui ci lasciava godere, servivano a nascondere un abisso. Dopo la morte di mia madre, quell'abisso inghiottì me solo. Mio fratello, infatti, ebbe la fortuna di fare in tempo un matrimonio vantaggioso.

Il mio matrimonio, invece...

— Bisognerà pure che ne parli, eh, don Eligio, del mio matrimonio?

Arrampicato lassù, sulla sua scala da lampionaio, don Eligio Pellegrinotto mi risponde:

— E come no? Sicuro. Pulitamente...

— Ma che pulitamente! Voi sapete bene che...

Don Eligio ride, e tutta la chiesetta sconsacrata ride con lui. Poi mi consiglia:

— Se fossi in voi, signor Pascal, mi leggerei prima qualche novella del Boccaccio o del Bandello. Per il tono, per il tono...

Ce l'ha con il tono, don Eligio. Auff! Io butto giù le cose come vengono.

Coraggio, dunque; avanti!

### Glossario

- **trabaccolo**: piccola nave a vela per trasportare merci.
- **perniciosa**: forma molto grave di malaria, una febbre.
- **agiata**: comoda, con abbastanza soldi per vivere bene.
- **imbarcato**: (da imbarcare) caricato su una nave.
- **noleggiato**: (da noleggiare) preso per un certo tempo, pagando.
- **zavorra**: peso che si mette sul fondo di una nave per tenerla in equilibrio.
- **conveniva**: (da convenire) era utile, dava più guadagno.
- **rivendeva**: (da rivendere) vendeva ad altri una cosa già comprata.
- **podere**: terreno con una casa, dove si coltivano piante e frutti.
- **vigneto**: terreno dove si coltivano le viti, le piante dell'uva.
- **zelo**: grande impegno e cura nel lavoro.
- **tormentata**: che soffre molto e non trova pace.
- **diavolerie**: scherzi e piccole cose cattive fatte dai bambini.
- **scolorite**: che hanno perduto il colore.
- **sgomento**: forte paura che toglie le forze e la calma.
- **zitellona**: donna non più giovane che non si è mai sposata.
- **bisbetica**: che ha un brutto carattere e si arrabbia per poco.
- **infuriava**: (da infuriarsi) si arrabbiava moltissimo.
- **spalancati**: aperti il più possibile.
- **talpa**: piccolo animale che scava sotto terra; qui: una persona che fa del male di nascosto.
- **precettore**: insegnante privato che vive con la famiglia.
- **marsina**: giacca nera elegante, corta davanti e lunga dietro.
- **gibus**: cappello alto da sera che si può chiudere.
- **bussata**: brutto colpo, disgrazia.
- **strozzini**: persone che prestano soldi chiedendo interessi altissimi.

## § 4. — Fu così.

Un giorno, a caccia, mi fermai, stranamente colpito, davanti a un pagliaio basso e panciuto, con un pentolino in cima al palo.

— Ti conosco, — gli dicevo, — ti conosco...

Poi, all'improvviso, esclamai:

— To'! Batta Malagna.

Presi un forcone che era lì per terra e glielo piantai nel pancione. Lo feci con tanto piacere che il pentolino in cima al palo per poco non cadde. Ecco Batta Malagna, quando, sudato e sbuffante, portava il cappello storto!

Scivolava tutto. Nella lunga faccia, di qua e di là, gli scivolavano le sopracciglia e gli occhi. Il naso gli scivolava sui baffi sciocchi e sul pizzo. Le spalle gli scivolavano giù dall'attaccatura del collo. E gli scivolava il pancione molle, enorme, quasi fino a terra. Il pancione, infatti, pendeva sopra le gambette tozze. Per vestire quelle gambette, il sarto doveva fargli i pantaloni larghissimi. Così, da lontano, sembrava che portasse una veste, bassa bassa, e che la pancia gli arrivasse fino a terra.

Ora, con una faccia e un corpo così, come poteva il Malagna essere tanto ladro? Io non lo so. Anche i ladri, immagino, devono avere un certo portamento, e a me sembrava che lui non l'avesse. Camminava piano, con quella pancia pendente, sempre con le mani dietro la schiena. E tirava fuori con tanta fatica quella sua voce molle, che sembrava un miagolio! Mi piacerebbe sapere come giustificava con la propria coscienza i furti che faceva di continuo ai nostri danni. Non ne aveva, come ho detto, nessun bisogno. Perciò una ragione, una scusa, doveva pur darsela. Forse, dico io, rubava per distrarsi un po', pover'uomo.

Doveva infatti soffrire terribilmente, dentro di sé, per una di quelle mogli che si fanno rispettare.

Aveva fatto l'errore di scegliersi una moglie di classe sociale più alta della sua, che era molto bassa. Sposata con un uomo del suo livello, questa donna forse non sarebbe stata così fastidiosa. Ma con lui, naturalmente, doveva dimostrare, a ogni minima occasione, che era nata bene. E che a casa sua si faceva così e così. Ed ecco il Malagna, obbediente, fare così e così, come diceva lei, per sembrare un signore anche lui. Ma gli costava tanto! Sudava sempre, sudava.

Per di più, poco dopo il matrimonio, la signora Guendalina si ammalò di un male da cui non poté più guarire. Per guarire, infatti, avrebbe dovuto fare un sacrificio troppo grande per le sue forze. Doveva rinunciare, nientemeno, a certi pasticcini con i tartufi, che le piacevano tanto, e ad altre golosità simili. E doveva rinunciare anche, anzi soprattutto, al vino. Non che ne bevesse molto, figuriamoci: era nata bene! Ma non avrebbe dovuto berne neppure un dito, ecco.

Io e Berto, da ragazzi, eravamo qualche volta invitati a pranzo dal Malagna. Era uno spasso sentirlo fare alla moglie, con il dovuto rispetto, una predica sulla moderazione. E intanto lui mangiava, divorava con tanto piacere i cibi più saporiti:

— Non ammetto, — diceva, — che si debba star male un giorno intero per il piacere di un momento. Il piacere che prova la gola quando passa un boccone, per esempio, come questo — *(e giù il boccone)*. — Che senso ha? Io sono certo che, dopo, mi sentirei profondamente umiliato. Rosina! — *(chiamava la serva)* — Dammene ancora un po'. Buona, questa salsa maionese!

— *Maialese!* — scattava allora la moglie, furiosa. — Basta così! Guarda, il Signore dovrebbe farti provare che cosa vuol dire star male di stomaco. Impareresti ad avere considerazione per tua moglie.

— Come, Guendalina! Non ne ho? — esclamava il Malagna, mentre si versava un po' di vino.

La moglie, come unica risposta, si alzava da tavola, gli toglieva il bicchiere dalle mani e andava a buttare il vino dalla finestra.

— E perché? — gemeva lui, restando lì senza parole.

E la moglie:

— Perché per me è veleno! Mi vedi versarne un dito nel bicchiere? Toglimelo, e va' a buttarlo dalla finestra, come ho fatto io, capisci?

Il Malagna guardava, mortificato e sorridente, un po' Berto, un po' me, un po' la finestra, un po' il bicchiere. Poi diceva:

— Oh Dio, e che sei forse una bambina? Io, con la violenza? Ma no, cara: tu, da sola, con la ragione, dovresti imporlo a te stessa, il freno....

— E come? — gridava la moglie. — Con la tentazione sotto gli occhi? Vedendo te che ne bevi tanto, che lo assapori e lo guardi controluce, per farmi dispetto? Va' là, ti dico! Se fossi un altro marito, per non farmi soffrire....

Ebbene, il Malagna arrivò fino a questo: non bevve più vino, per dare alla moglie un esempio di moderazione e per non farla soffrire.

Poi — rubava.... Eh, certo! Qualcosa doveva pur fare.

Se non che, poco dopo, venne a sapere che la signora Guendalina il vino lo beveva di nascosto. Come se, per non farle male, bastasse che il marito non se ne accorgesse! E allora anche lui riprese a bere, ma fuori di casa, per non mortificare la moglie.

Continuò però a rubare, è vero. Ma io so che desiderava con tutto il cuore dalla moglie un certo compenso per i dispiaceri senza fine che lei gli dava. Desiderava, cioè, che un bel giorno lei si decidesse a dargli un figlio. Ecco! Allora il furto avrebbe avuto uno scopo, una scusa. Che cosa non si fa per il bene dei figli?

La moglie però si indeboliva di giorno in giorno, e il Malagna non osava nemmeno dirle questo suo ardentissimo desiderio. Forse lei era anche sterile, per natura. Bisognava avere tanti riguardi per quel suo male. E se poi fosse morta di parto, Dio liberi?... E poi c'era anche il rischio che il figlio non nascesse.

Così si rassegnava.

Era sincero? Non lo dimostrò abbastanza alla morte della signora Guendalina. La pianse, oh, la pianse molto, e la ricordò sempre con una devozione molto rispettosa. Per questa devozione non volle mettere al suo posto un'altra signora. Che! che! Eppure avrebbe potuto, ricco com'era ormai diventato. Prese invece la figlia di un fattore di campagna, sana, florida, robusta e allegra. E lo fece solo per essere sicuro di avere da lei i figli desiderati. Se si affrettò un po' troppo, via.... bisogna pur considerare che non era più giovane e non aveva tempo da perdere.

*

Oliva, figlia di Pietro Salvoni, nostro fattore alle *Due Riviere*, io la conoscevo bene, da ragazza.

Per causa sua, quante speranze diedi alla mamma! Credeva che stessi mettendo la testa a posto e prendendo gusto alla campagna. Poveretta, non stava più nella pelle dalla gioia! Ma un giorno la terribile zia Scolastica le aprì gli occhi:

— E non vedi, sciocca, che va sempre alle *Due Riviere?*

— Sì, per il raccolto delle olive.

— D'un'oliva, d'un'oliva, d'un'oliva sola, bietolona!

La mamma allora mi fece una bella predica. Dovevo stare bene attento a non commettere il peccato mortale di tentare e perdere per sempre una povera ragazza, eccetera, eccetera.

Ma non c'era pericolo. Oliva era onesta, di un'onestà incrollabile, perché sapeva bene il male che si sarebbe fatta, se avesse ceduto. Proprio questa coscienza le toglieva tutte quelle stupide timidezze dei falsi pudori. La rendeva coraggiosa e libera nei modi.

Come rideva! Due ciliegie, le labbra. E che denti!

Ma da quelle labbra, neppure un bacio. Dai denti, sì, qualche morso, per punizione. Succedeva quando la prendevo per le braccia e non volevo lasciarla, se prima non riuscivo a darle un bacio almeno sui capelli.

Nient'altro.

Ora, così bella, così giovane e fresca, moglie di Batta Malagna.... Mah! Chi ha il coraggio di voltare le spalle a certe fortune? Eppure Oliva sapeva bene come il Malagna era diventato ricco! Un giorno me ne diceva tanto male. Poi, proprio per questa ricchezza, lo sposò.

Passa intanto un anno dalle nozze; ne passano due; e niente figli.

Il Malagna era convinto da tanto tempo di una cosa. Se non aveva avuto figli dalla prima moglie, era solo perché lei era sterile o sempre malata. Ora non aveva neppure il più lontano sospetto che la colpa potesse essere sua. E cominciò a tenere il broncio a Oliva.

— Niente?

— Niente.

Aspettò ancora un anno, il terzo: invano. Allora cominciò a rimproverarla apertamente. Infine, dopo un altro anno, perse ogni speranza. Al colmo della rabbia, si mise a picchiarla senza nessun ritegno. Le gridava in faccia che con quell'aspetto florido lo aveva ingannato, ingannato, ingannato. Le gridava che l'aveva innalzata fino a quel posto soltanto per avere da lei un figlio. Quel posto era stato di una signora, di una vera signora. Altrimenti non avrebbe mai fatto un simile torto alla sua memoria.

La povera Oliva non rispondeva, non sapeva che dire. Veniva spesso a casa nostra per sfogarsi con mia madre. La mamma la confortava con buone parole e le diceva di sperare ancora, perché infine era giovane, tanto giovane:

— Vent'anni?

— Ventidue....

E dunque, via! Era successo più di una volta di avere figli anche dopo dieci, anche dopo quindici anni di matrimonio. Quindici? Ma, e lui? Lui era già vecchio; e se....

Fin dal primo anno a Oliva era nato il sospetto che, via, tra lui e lei — come dire? — la mancanza potesse essere più di lui che sua. Lui però si ostinava a dire di no. Ma si poteva fare la prova? Oliva, sposandosi, aveva giurato a se stessa di rimanere onesta. E non voleva mancare al giuramento, neanche per riavere la pace.

Come so io queste cose? Oh bella, come le so!... Ho pur detto che veniva a sfogarsi a casa nostra. Ho detto che la conoscevo da ragazza. Ora la vedevo piangere per il modo indegno di agire di quel vecchiaccio schifoso. Piangeva per la sua presunzione stupida e provocante, e.... devo proprio dire tutto? Del resto, fu no; e dunque basta.

Me ne consolai presto. Allora avevo, o credevo di avere (che è lo stesso), tante cose per la testa. Avevo anche soldi, che, oltre al resto, danno anche certe idee che senza soldi non si avrebbero. A spenderli, però, mi aiutava maledettamente Gerolamo II Pomino. Lui non ne aveva mai abbastanza, per la saggia economia del padre.

Mino era come la nostra ombra: a turno, mia e di Berto. E cambiava con una meravigliosa capacità da scimmia, secondo che stesse con Berto o con me. Quando si attaccava a Berto, diventava subito un elegantone. Allora il padre, che anche lui avrebbe voluto essere elegante, apriva un po' il sacchetto dei soldi. Ma con Berto durava poco. Mio fratello si vedeva imitato perfino nel modo di camminare e perdeva subito la pazienza, forse per paura del ridicolo. Lo maltrattava fino a liberarsene. Mino allora tornava ad attaccarsi a me, e il padre chiudeva di nuovo il sacchetto.

Io avevo con lui più pazienza, perché mi divertivo volentieri alle sue spalle. Poi me ne pentivo. Riconoscevo di aver esagerato per causa sua in qualche impresa. O avevo forzato la mia natura, o avevo esagerato nel mostrare i miei sentimenti. Lo facevo per il gusto di stordirlo o di cacciarlo in qualche guaio. E naturalmente ne subivo anch'io le conseguenze.

Ora, un giorno, a caccia, si parlava del Malagna: avevo raccontato a Mino le sue prodezze con la moglie. E lui mi disse che aveva messo gli occhi su una ragazza, figlia proprio di una cugina del Malagna. Per lei avrebbe fatto volentieri qualche grossa pazzia. Ne era capace, tanto più che la ragazza non sembrava contraria. Ma finora non aveva avuto modo nemmeno di parlarle.

— Non ne avrai avuto il coraggio, va' là! — dissi io ridendo.

Mino negò, ma arrossì troppo, negando.

— Ho parlato però con la serva, — si affrettò ad aggiungere. — E ne ho sapute di belle, sai? Mi ha detto che il tuo *Malanno* ce l'hanno lì sempre per casa. E così, a occhio, le sembra che prepari qualche brutto tiro, d'accordo con la cugina, che è una vecchia strega.

— Che tiro?

— Mah, dice che va lì a piangere la sua disgrazia di non avere figli. La vecchia, dura e scontrosa, gli risponde che gli sta bene. Sembra che lei, alla morte della prima moglie del Malagna, si fosse messa in testa una cosa: fargli sposare la propria figlia. Sembra che abbia provato in tutti i modi a riuscirci. E che poi, delusa, ne abbia dette di tutti i colori contro quel bestione. Nemico dei parenti, traditore del proprio sangue, eccetera, eccetera. E che se la sia presa anche con la figlia, che non aveva saputo attirare lo zio. Ora, infine, il vecchio si mostra tanto pentito di non aver reso felice la nipote. E chissà quale altra idea perfida può aver avuto quella strega.

Mi tappai le orecchie con le mani, gridando a Mino:

— Sta' zitto!

Non lo sembravo, ma in fondo ero ancora tanto ingenuo, a quel tempo. Tuttavia sapevo delle scene che c'erano state e c'erano ancora in casa Malagna. Perciò pensai che il sospetto di quella serva potesse avere qualche fondamento. E volli provare, per il bene di Oliva, a scoprire qualcosa. Mi feci dare da Mino l'indirizzo di quella strega. Mino mi pregò di ricordarmi di lui, per la ragazza.

— Non dubitare, — gli risposi. — La lascio a te, che diamine!

Il giorno dopo andai a stanare il Malagna in casa della vedova Pescatore. La scusa era una cambiale: per caso, quella stessa mattina avevo saputo dalla mamma che scadeva in giornata.

Avevo corso apposta, e mi precipitai dentro tutto accaldato e sudato.

— Malagna, la cambiale!

Se non avessi già saputo che non aveva la coscienza pulita, me ne sarei accorto senza dubbio quel giorno. Lo vidi balzare in piedi pallido, sconvolto, balbettando:

— Che... che cam..., che cambiale?

— La cambiale così e così, che scade oggi... Mi manda la mamma, che è tanto preoccupata!

Batta Malagna cadde a sedere. In un *ah* interminabile buttò fuori tutta la paura di quel momento.

— Ma fatto!... tutto fatto!... Per Bacco, che spavento... L'ho rinnovata, eh? a tre mesi, pagando gli interessi, si capisce. Hai fatto davvero questa corsa per così poco?

E rise, rise, facendo sobbalzare il pancione. Mi invitò a sedermi e mi presentò alle donne.

— Mattia Pascal. Marianna Dondi, vedova Pescatore, mia cugina. Romilda, mia nipote.

Volle che bevessi qualcosa, per riprendermi dalla corsa.

— Romilda, se non ti dispiace...

Come se fosse a casa sua.

Romilda si alzò e guardò la madre, per consultarsi con i suoi occhi. Poco dopo, nonostante le mie proteste, tornò con un piccolo vassoio, con un bicchiere e una bottiglia di vermouth. Appena vide quella roba, la madre si alzò seccata e disse alla figlia:

— Ma no! ma no! Da' qua!

Le tolse il vassoio dalle mani e uscì. Rientrò poco dopo con un altro vassoio di lacca, nuovo di zecca, e sopra c'era una magnifica rosoliera. Era un elefante argentato, con una botte di vetro sulla schiena e tanti bicchierini appesi tutto intorno, che tintinnavano.

Avrei preferito il vermouth. Bevvi il rosolio. Ne bevvero anche il Malagna e la madre. Romilda, no.

Quella prima volta mi fermai poco, per avere una scusa per tornare. Dissi che dovevo tranquillizzare la mamma su quella cambiale. E dissi che sarei tornato dopo qualche giorno, per godere con più calma della compagnia delle signore.

Dall'aria con cui mi salutò, Marianna Dondi, vedova Pescatore, non mi sembrò contenta di sapere di questa seconda visita. Mi porse appena la mano: una mano gelida, secca, nodosa, giallastra. Abbassò gli occhi e strinse le labbra. Mi ricompensò la figlia, con un sorriso simpatico che prometteva un'accoglienza cordiale. E mi rivolse uno sguardo dolce e triste insieme. Quegli occhi mi avevano colpito tanto fin dal primo momento. Erano occhi di uno strano colore verde, scuri, intensi, con lunghissime ciglia. Occhi notturni, tra due bande di capelli ondulati, neri come l'ebano. I capelli le scendevano sulla fronte e sulle tempie, e sembravano far risaltare ancora di più la pelle bianchissima.

La casa era modesta. Ma tra i vecchi mobili si notavano già parecchi nuovi arrivati, pretenziosi e goffi nella loro novità troppo vistosa. C'erano, per esempio, due grandi lampade di maiolica, ancora intatte, con globi di vetro smerigliato di forma strana. Stavano su una umilissima mensola dal piano di marmo ingiallito. Sopra la mensola c'era uno specchio triste, in una cornice rotonda, scrostata qua e là. La cornice sembrava aprirsi nella stanza come lo sbadiglio di un affamato. Poi, davanti al divanetto sfasciato, c'era un tavolino con quattro gambe dorate. Il piano era di porcellana, dipinto di colori vivacissimi. Poi uno stipetto a muro, di lacca giapponese, eccetera, eccetera. Gli occhi del Malagna si fermavano su questi oggetti nuovi con evidente soddisfazione. Come già sulla rosoliera, portata in trionfo dalla cugina vedova Pescatore.

Le pareti della stanza erano quasi tutte coperte di vecchie stampe, non brutte. Il Malagna me ne volle far ammirare qualcuna. Mi disse che erano opera di Francesco Antonio Pescatore, suo cugino, bravissimo incisore (morto pazzo, a Torino, — aggiunse piano). Volle mostrarmi anche il suo ritratto.

— Fatto con le proprie mani, da solo, davanti allo specchio.

Poco prima, guardando Romilda e poi la madre, avevo pensato: — Somiglierà al padre! — Adesso, davanti al ritratto del padre, non sapevo più che cosa pensare.

Non voglio rischiare supposizioni offensive. Ritengo, è vero, Marianna Dondi, vedova Pescatore, capace di tutto. Ma come immaginare un uomo, e per di più bello, capace di innamorarsi di lei? A meno che non fosse un pazzo più pazzo del marito.

Raccontai a Mino le impressioni di quella prima visita. Gli parlai di Romilda con tanto calore e tanta ammirazione che lui si infiammò subito. Era felicissimo che piacesse tanto anche a me, e di avere la mia approvazione.

Allora gli domandai che intenzioni avesse. La madre, sì, aveva tutta l'aria di essere una strega. Ma la figlia, ci avrei giurato, era onesta. Non c'erano dubbi sui piani odiosi del Malagna. Bisognava dunque, a ogni costo, salvare la ragazza al più presto.

— E come? — mi domandò Pomino, che pendeva affascinato dalle mie labbra.

— Come? Vedremo. Prima di tutto bisognerà accertarsi di tante cose, andare a fondo, studiare bene. Capirai, non si può mica prendere una decisione così su due piedi. Lascia fare a me: ti aiuterò. Questa avventura mi piace.

— Eh... ma... — obiettò allora Pomino, timidamente. Cominciava a sentirsi sulle spine, vedendomi così entusiasta. — Tu diresti forse... sposarla?

— Io non dico nulla, per adesso. Hai paura, forse?

— No, perché?

— Ti vedo correre troppo. Piano piano, e rifletti. Mettiamo di scoprire che lei è davvero come dovrebbe essere: buona, saggia, virtuosa. Bella è, non c'è dubbio, e ti piace, vero? Oh! Mettiamo ora che sia veramente in un pericolo gravissimo, per la cattiveria della madre e di quell'altra canaglia. Mettiamo che rischi uno scempio, un mercato infame. Ti tireresti indietro davanti a un atto meritorio, a un'opera santa, di salvezza?

— Io no.... no! — fece Pomino. — Ma.... mio padre?

— Si opporrebbe? Per quale ragione? Per la dote, vero? Non per altro! Perché lei, sai, è figlia di un artista, di un bravissimo incisore, morto.... sì, morto bene, insomma, a Torino.... Ma tuo padre è ricco, e ha te solo: può dunque accontentarti, senza badare alla dote! E se poi con le buone non riesci a convincerlo, niente paura: un bel volo dal nido, e si sistema ogni cosa. Pomino, hai il cuore di stoppa?

Pomino rise, e allora gli dimostrai in quattro e quattr'otto che era nato marito, come si nasce poeti. Gli descrissi con colori vivi e seducenti la felicità della vita coniugale con la sua Romilda. Gli descrissi l'affetto, le cure, la gratitudine che lei avrebbe avuto per lui, il suo salvatore. E, per concludere:

— Tu ora, — gli dissi, — devi trovare il modo di farti notare da lei e di parlarle o di scriverle. Vedi, in questo momento lei è assediata da quel ragno. Forse una tua lettera potrebbe essere per lei un'àncora di salvezza. Io intanto frequenterò la casa, starò a vedere, cercherò l'occasione di presentarti. Siamo intesi?

— Intesi.

Perché mostravo tanta smania di far sposare Romilda? Per niente. Lo ripeto: per il gusto di stordire Pomino. Parlavo e parlavo, e tutte le difficoltà sparivano. Ero impetuoso, e prendevo tutto alla leggera. Forse per questo, allora, le donne mi amavano. Eppure avevo quell'occhio un po' storto e un corpo come un grosso pezzo di legna. Questa volta, però, lo devo dire, il mio slancio nasceva anche da altro. Volevo strappare la brutta ragnatela tessuta da quel vecchio schifoso, e lasciarlo con un palmo di naso. Pensavo alla povera Oliva. E speravo anche, perché no?, di fare del bene a quella ragazza che mi aveva fatto davvero una grande impressione.

Che colpa ho io se Pomino eseguì i miei consigli con troppa timidezza? Che colpa ho se Romilda non si innamorò di Pomino, ma di me, che pure le parlavo sempre di lui? Che colpa ho, infine, della perfidia di Marianna Dondi, vedova Pescatore? Arrivò a farmi credere che, con la mia abilità, avevo vinto in poco tempo la sua diffidenza. Credetti anche di aver fatto un miracolo: farla ridere più di una volta con le mie battute strane. La vidi a poco a poco cedere le armi e mi vidi accolto bene. C'era per casa un giovanotto ricco (io mi credevo ancora ricco), chiaramente innamorato della figlia. Perciò pensai che lei avesse finalmente abbandonato la sua idea malvagia, se mai le era passata per la testa. Ecco: ero arrivato perfino a dubitarne!

Avrei dovuto, è vero, fare attenzione a un fatto: non mi era più capitato di incontrare il Malagna a casa sua. E forse non era senza ragione che lei mi riceveva soltanto di mattina. Ma chi ci badava? Era, del resto, naturale, perché io, per avere più libertà, proponevo ogni volta gite in campagna. E le gite si fanno più volentieri di mattina. Intanto mi ero innamorato anch'io di Romilda, pur continuando a parlarle sempre dell'amore di Pomino. Ero innamorato come un matto di quegli occhi belli, di quel nasino, di quella bocca, di tutto. Perfino di un piccolo porro che aveva sulla nuca. Perfino di una cicatrice quasi invisibile su una mano, che le baciavo e le baciavo e le baciavo... per conto di Pomino, perdutamente.

Eppure, forse, non sarebbe successo nulla di grave. Ma una mattina eravamo alla *Stia* e avevamo lasciato la madre ad ammirare il mulino. All'improvviso Romilda smise lo scherzo, ormai troppo lungo, sul suo timido innamorato lontano. Scoppiò in un pianto convulso e mi gettò le braccia al collo. Tutta tremante, mi scongiurò di avere pietà di lei. Dovevo portarla via in qualunque modo, lontano, lontano da casa sua. Lontano da quella sua madre terribile, da tutti, subito, subito, subito...

Lontano? Come potevo portarla via così subito, lontano?

Dopo, sì, per parecchi giorni, ancora ubriaco di lei, cercai il modo onesto, deciso a tutto. E cominciavo già a preparare mia madre alla notizia del mio prossimo matrimonio, ormai inevitabile per dovere di coscienza. Ma, senza sapere perché, ricevetti una lettera secca secca di Romilda. Mi diceva di non occuparmi più di lei in nessun modo e di non andare mai più a casa sua. La nostra relazione era finita per sempre.

Ah sì? E come? Che cosa era successo?

Lo stesso giorno Oliva corse piangendo a casa nostra. Disse alla mamma che era la donna più infelice di questo mondo. La pace della sua casa era distrutta per sempre. Il suo uomo era riuscito a provare che non dipendeva da lui se non aveva figli. Era venuto ad annunciarglielo, trionfante.

Ero presente a questa scena. Non so come feci a trattenermi in quel momento. Mi fermò il rispetto per la mamma. Soffocato dalla rabbia e dalla nausea, scappai a chiudermi in camera. Da solo, con le mani tra i capelli, cominciai a domandarmi una cosa. Come aveva potuto Romilda, dopo quello che era successo fra noi, prestarsi a una tale vergogna? Ah, degna figlia della madre! Avevano ingannato tutte e due, nel modo più vile, non soltanto il vecchio, ma anche me, anche me! Come la madre, anche lei dunque si era servita di me, in modo vergognoso. Lo aveva fatto per il suo scopo infame, per la sua voglia di denaro! E quella povera Oliva, intanto! Rovinata, rovinata...

Prima di sera uscii, ancora tutto tremante di rabbia, e andai a casa di Oliva. Avevo con me, in tasca, la lettera di Romilda.

Oliva, in lacrime, raccoglieva le sue cose. Voleva tornare da suo padre. Finora, per prudenza, non gli aveva detto neppure una parola di quello che aveva sofferto.

— Ma, ormai, che cosa ci sto più a fare? — mi disse. — È finita! Se almeno si fosse messo con qualche altra, forse...

— Ah, tu sai dunque, — le domandai, — con chi si è messo?

Fece di sì con la testa più volte, tra i singhiozzi, e si nascose la faccia tra le mani.

— Una ragazza! — esclamò poi, alzando le braccia. — E la madre! la madre! la madre! D'accordo, capisci? La propria madre!

— Lo dici a me? — feci io. — Tieni: leggi.

E le diedi la lettera.

Oliva la guardò, come stordita. La prese e mi domandò:

— Che vuol dire?

Sapeva leggere appena. Con lo sguardo mi chiese se era proprio necessario fare quello sforzo, in quel momento.

— Leggi, — insistetti io.

Allora si asciugò gli occhi, aprì il foglio e si mise a decifrare la scrittura, pian piano, sillabando. Dopo le prime parole corse con gli occhi alla firma, e mi guardò con gli occhi spalancati:

— Tu?

— Da' qua, — le dissi, — te la leggo io, tutta intera.

Ma lei si strinse il foglio al petto:

— No! — gridò. — Non te la do più! Questa ora mi serve!

— E a che cosa potrebbe servirti? — le domandai, sorridendo amaramente. — Vorresti mostrargliela? Ma in tutta questa lettera non c'è una parola che possa fargli cambiare idea. Tuo marito è felicissimo di credere a ciò che crede. Te l'hanno preso bene in trappola, va' là!

— Ah, è vero! è vero! — gemette Oliva. — Mi è venuto addosso con le mani in faccia. Mi ha gridato di non mettere in dubbio l'onorabilità di sua nipote!

— E dunque? — dissi io, ridendo con amarezza. — Vedi? Negando non puoi più ottenere nulla. Devi stare bene attenta a non farlo! Anzi, devi dirgli di sì, che è vero, verissimo che lui può avere figli... capisci?

*

Ora, perché mai, circa un mese dopo, il Malagna picchiò furioso la moglie? Perché si precipitò a casa mia con la schiuma ancora alla bocca? Gridava che esigeva subito una riparazione, perché io gli avevo disonorato, rovinato una nipote, una povera orfana. Aggiunse che, per non fare uno scandalo, avrebbe voluto tacere. Per pietà di quella poveretta, non avendo figli, aveva anzi deciso di tenersi quella creatura, quando sarebbe nata, come sua. Ma ora Dio gli aveva finalmente dato la consolazione *di avere un figlio legittimo, lui, dalla propria moglie*. Perciò non poteva, non poteva più, in coscienza, fare da padre anche a quell'altro che sarebbe nato da sua nipote.

— Mattia provveda! Mattia ripari! — concluse, rosso di furore. — E subito! Mi si obbedisca subito! E non mi si costringa a dire di più, o a fare qualche sproposito!

Ragioniamo un po', arrivati a questo punto. Io ne ho viste di tutti i colori. Passare anche per imbecille o per... peggio, in fondo non sarebbe per me un gran guaio. Ormai, lo ripeto, sono come fuori della vita, e non mi importa più di nulla. Se dunque, arrivato a questo punto, voglio ragionare, è soltanto per la logica.

Mi sembra evidente che Romilda non ha dovuto fare nulla di male, almeno per ingannare lo zio. Altrimenti, perché il Malagna avrebbe subito rinfacciato il tradimento alla moglie, a suon di botte? E perché avrebbe accusato me davanti a mia madre di aver offeso la nipote?

Romilda infatti sostiene una cosa. Poco dopo quella nostra gita alla *Stia*, confessò a sua madre l'amore che ormai la legava a me per sempre. La madre si infuriò. Le gridò che mai e poi mai le avrebbe permesso di sposare un fannullone, già quasi sull'orlo del precipizio. Ora lei si era procurata da sola la peggiore disgrazia che possa capitare a una ragazza. Perciò alla madre previdente non restava che trarre da questa disgrazia il miglior vantaggio. Quale fosse, era facile capirlo. All'ora solita arrivò il Malagna. La madre uscì con una scusa e la lasciò sola con lo zio. E allora lei, Romilda, piangendo, dice, a calde lacrime, si gettò ai suoi piedi. Gli fece capire la sua disgrazia e ciò che la madre voleva da lei. Lo pregò di intervenire e di convincere la madre a idee più oneste. Lei infatti era già di un altro, e voleva restargli fedele.

Il Malagna si commosse, ma fino a un certo punto. Le disse che lei era ancora minorenne, e perciò per la legge dipendeva dalla madre. E la madre, se voleva, poteva anche fare causa a me, davanti al giudice. Anche lui, in coscienza, non avrebbe saputo approvare un matrimonio con un discolo come me, sprecone e senza cervello. Perciò non poteva consigliarlo alla madre. Le disse che alla giusta e naturale rabbia materna lei doveva pure sacrificare qualcosa. Questo, del resto, sarebbe stato poi la sua fortuna. E concluse che non poteva fare altro che provvedere, a patto però di mantenere con tutti il massimo segreto. Avrebbe provveduto al bambino che doveva nascere. Gli avrebbe fatto da padre, ecco, perché non aveva figli e ne desiderava tanto uno, da tanto tempo.

Si può essere, domando io, più onesti di così?

Ecco qua: tutto quello che aveva rubato al padre, lo avrebbe ridato al figlio che doveva nascere.

Che colpa ha lui, se io, poi, ingrato e irriconoscente, andai a rovinargli i suoi piani?

Due, no! eh, due, no, perbacco!

Gli sembrarono troppi. Forse perché Roberto, come ho detto, aveva già fatto un matrimonio vantaggioso. Così forse pensò di non averlo danneggiato tanto da dover restituire anche a lui.

In conclusione, si vede che, capitato in mezzo a gente così brava, tutto il male lo avevo fatto io. E dunque dovevo pagare.

All'inizio rifiutai, con sdegno. Poi mia madre mi pregò. Vedeva già la rovina della nostra casa e sperava che potessi salvarmi in qualche modo, sposando la nipote del suo nemico. Cedetti e mi sposai.

Sopra la mia testa pendeva, terribile, l'ira di Marianna Dondi, vedova Pescatore.

### Glossario

- **esclamai**: dissi a voce alta e con forza (passato di «esclamare»).
- **pagliaio**: grande mucchio di paglia in un campo, intorno a un palo.
- **panciuto**: largo e rotondo come una grossa pancia.
- **forcone**: grande forchetta con un lungo manico per lavorare la paglia e il fieno.
- **pancione**: pancia molto grossa.
- **sudato**: bagnato dall'acqua che esce dalla pelle per il caldo o la fatica.
- **pizzo**: piccola barba sul mento.
- **pendeva**: stava sospeso verso il basso (da «pendere»); «pendere dalle labbra» di qualcuno vuol dire ascoltarlo con grande attenzione.
- **sudava**: gli usciva acqua dalla pelle per il caldo o la fatica (da «sudare»).
- **boccone**: quantità di cibo che si mette in bocca in una volta.
- **Maialese**: gioco di parole tra «maionese» e «maiale»: la moglie dà del maiale al marito.
- **oliva sola**: gioco di parole: Mattia non va per il raccolto delle olive, ma per la ragazza che si chiama Oliva.
- **bietolona**: sciocca, stupida (è un insulto).
- **sfogarsi**: parlare con qualcuno dei propri dolori per sentirsi meglio.
- **Malanno**: disgrazia, malattia; qui è un gioco di parole sul nome Malagna.
- **cambiale**: foglio con cui una persona promette di pagare una somma in una certa data.
- **vassoio**: piatto largo e piano per portare bicchieri, tazze o cibi.
- **vermouth**: vino con erbe aromatiche, che si beve spesso prima dei pasti.
- **lacca**: vernice dura e lucida; un oggetto di lacca è coperto di questa vernice.
- **rosoliera**: insieme di bottiglia e bicchierini per il rosolio, un liquore dolce.
- **strinse**: premette forte (passato di «stringere»).
- **mensola**: piano di legno o di marmo attaccato al muro, per appoggiare oggetti.
- **stoppa**: fibre grezze che si usano per riempire o chiudere i buchi; un «cuore di stoppa» è un cuore debole.
- **descrissi**: raccontai com'era (passato di «descrivere»).
- **dote**: soldi o beni che una donna porta al marito quando si sposa.
- **porro**: piccola escrescenza dura sulla pelle.
- **scempio**: grave danno, azione crudele contro una persona.

## § 5. — Maturazione.

La strega non riusciva ad accettarlo.

— Che cosa hai ottenuto? — mi domandava. — Non ti era bastato, di', entrare in casa mia come un ladro? Non ti era bastato ingannare mia figlia e rovinarla?

— Eh no, cara suocera! — le rispondevo. — Perché, se mi fossi fermato lì, vi avrei fatto un piacere, vi avrei reso un servizio…

— Lo senti? — strillava allora alla figlia. — Si vanta! Osa anche vantarsi della bella impresa che ha fatto con quella…

E qui veniva una lunga fila di parole sporche contro Oliva. Poi metteva le mani sui fianchi, con i gomiti in avanti, e continuava:

— Ma che cosa hai ottenuto? Non hai rovinato anche tuo figlio, così? Ma già, a lui che cosa importa? È suo anche quello, è suo…

Alla fine non dimenticava mai di sputare questo veleno. Sapeva bene che effetto aveva su Romilda. Romilda era gelosa del figlio che sarebbe nato a Oliva, tra le comodità e nella gioia. Il suo, invece, sarebbe nato nella povertà, senza sicurezza per il domani, in mezzo a tutta quella guerra.

La sua gelosia cresceva anche per le notizie che portava qualche brava donna. Queste donne fingevano di non sapere nulla e venivano a raccontarle della zia Malagna. Com'era contenta! Com'era felice della grazia che Dio finalmente aveva voluto farle! Ah, era diventata un fiore. Non era mai stata così bella e in salute!

E lei, intanto, eccola lì: buttata su una poltrona, con la nausea continua. Era pallida, sfatta, imbruttita. Non aveva più un momento di benessere, e nemmeno la voglia di parlare o di aprire gli occhi.

Colpa mia anche questa? Pareva di sì. Non poteva più né vedermi né sentirmi. E fu peggio quando si dovettero vendere le case per salvare il podere della *Stia*, con il mulino. Allora la mia povera mamma fu costretta a entrare nell'inferno di casa mia.

Ma quella vendita non servì a nulla. Il Malagna aspettava quel figlio, e perciò ormai non aveva più né limiti né scrupoli. Così fece l'ultima delle sue. Si mise d'accordo con gli strozzini e comprò lui stesso le case, per pochi soldi. Ma non fece apparire il suo nome. In questo modo gran parte dei debiti sulla *Stia* rimase scoperta. I creditori misero il podere e il mulino sotto l'amministrazione del tribunale. E fummo liquidati.

Che fare ormai? Mi misi a cercare un lavoro qualsiasi, ma quasi senza speranza, per pagare le spese più urgenti della famiglia. Non ero capace di fare niente. Mi ero fatto una brutta fama con le mie imprese di gioventù e con la mia pigrizia. Questa fama non invogliava certo nessuno a darmi lavoro. Ogni giorno, inoltre, in casa mia dovevo assistere a certe scene e parteciparvi. Queste scene mi toglievano la calma. E mi serviva calma per riflettere un po' su ciò che avrei potuto e saputo fare.

Provavo un vero disgusto nel vedere mia madre lì, vicino alla vedova Pescatore. La mia santa vecchietta non era più ignara di tutto. Ma ai miei occhi non era responsabile dei suoi errori. I suoi torti venivano dal non aver saputo credere che gli uomini potessero essere così cattivi. Se ne stava tutta chiusa in sé, con le mani in grembo e gli occhi bassi, seduta in un angolino. Ma sembrava non essere ben sicura di poter stare lì, in quel posto. Sembrava sempre in attesa di partire, di partire tra poco, se Dio voleva! E non dava fastidio neanche all'aria. Ogni tanto sorrideva a Romilda, con pietà, ma non osava più avvicinarsi a lei. Una volta infatti, pochi giorni dopo il suo arrivo in casa nostra, era corsa ad aiutarla. E quella strega l'aveva allontanata in malo modo:

— Faccio io, faccio io; so quello che devo fare.

Romilda in quel momento aveva davvero bisogno di aiuto, e così per prudenza ero rimasto zitto. Ma stavo attento perché nessuno mancasse di rispetto a mia madre.

Intanto mi accorgevo che questa mia guardia irritava in silenzio la strega e anche mia moglie. Temevo che loro la maltrattassero, quando io non ero in casa. Lo avrebbero fatto per sfogare la rabbia e il veleno che avevano nel cuore. Sapevo di certo che la mamma non mi avrebbe mai detto nulla. E questo pensiero mi torturava. Quante, quante volte le guardai gli occhi, per vedere se aveva pianto! Lei mi sorrideva, mi accarezzava con lo sguardo, poi mi domandava:

— Perché mi guardi così?

— Stai bene, mamma?

Lei faceva appena appena un gesto con la mano e mi rispondeva:

— Bene; non vedi? Va' da tua moglie, va'; soffre, poverina.

Pensai di scrivere a Roberto, a Oneglia, per dirgli di prendere lui la mamma in casa. Non volevo togliermi un peso: l'avrei portato tanto volentieri, anche nella povertà in cui mi trovavo. Lo facevo unicamente per il bene di lei.

Berto mi rispose che non poteva. Dopo la nostra rovina, la sua posizione davanti alla moglie e alla famiglia di lei era molto penosa. Ormai viveva con la dote della moglie, e non poteva darle anche il peso della suocera. Del resto, diceva, forse la mamma si sarebbe trovata male anche in casa sua. Anche lui infatti viveva con la madre della moglie. Era una brava donna, sì, ma poteva diventare cattiva per le gelosie e i contrasti inevitabili tra suocere. Era dunque meglio che la mamma rimanesse a casa mia. Almeno non si sarebbe allontanata dal suo paese negli ultimi anni, e non avrebbe dovuto cambiare vita e abitudini. Alla fine si diceva molto dispiaciuto. Per tutte queste ragioni non poteva darmi nemmeno il più piccolo aiuto in denaro. Eppure lo avrebbe voluto con tutto il cuore.

Io nascosi questa lettera alla mamma. In quel momento ero esasperato, e questo forse mi annebbiava il giudizio. Altrimenti non mi sarei tanto indignato. Secondo la natura del mio spirito, avrei pensato per esempio a questo. Se un usignolo dà via le penne della coda, può dire: « Mi resta il dono del canto ». Ma se fate dar via le penne della coda a un pavone, che cosa gli resta? Berto forse aveva faticato molto per trovare il suo equilibrio. Grazie a questo equilibrio viveva pulitamente alle spalle della moglie, e forse anche con una certa aria di dignità. Romperlo anche per poco sarebbe stato per lui un sacrificio enorme, una perdita impossibile da riparare. Aveva il bell'aspetto, le buone maniere, quella sua aria da signore elegante. Oltre a questo non aveva nient'altro da dare alla moglie. Non aveva neppure un briciolo di cuore. Quel cuore forse l'avrebbe ricompensata del fastidio che poteva darle la mia povera mamma. Mah! Dio l'aveva fatto così; gliene aveva dato pochino pochino, di cuore. Che cosa poteva farci, povero Berto?

Intanto le difficoltà crescevano, e io non trovavo nessun rimedio. Furono venduti i gioielli d'oro della mamma, cari ricordi. La vedova Pescatore aveva una piccola rendita di dote, di quarantadue lire al mese. Temeva che presto io e mia madre dovessimo vivere anche su quei soldi. Perciò di giorno in giorno diventava più cupa e più sgarbata. Prevedevo da un momento all'altro un'esplosione del suo furore. Lo tratteneva ormai da troppo tempo, forse per la presenza e per il comportamento della mamma. Io giravo per casa come una mosca senza testa. Quella tempesta di donna, vedendomi, mi lanciava certe occhiatacce, lampi che annunciavano il temporale. Allora uscivo, per togliere la corrente e impedire la scarica. Ma poi avevo paura per la mamma, e tornavo a casa.

Un giorno, però, non feci in tempo. La tempesta, finalmente, era scoppiata, e per un motivo da niente: una visita delle due vecchie serve alla mamma.

Una non aveva potuto mettere da parte nulla, perché aveva dovuto mantenere una figlia rimasta vedova con tre bambini. Perciò era andata subito a servire in un'altra casa. L'altra, Margherita, era sola al mondo e più fortunata. Ora poteva far riposare la sua vecchiaia, con i pochi risparmi raccolti in tanti anni di lavoro in casa nostra. Queste due brave donne erano state fedeli compagne della mamma per tanti anni. Ora pare che la mamma, piano piano, si fosse lamentata con loro della sua vita misera e amara. Margherita, la buona vecchietta, l'aveva già sospettato, ma non osava dirglielo. Subito le aveva offerto di andare via con lei, a casa sua. Aveva due camerette pulite, con un terrazzino pieno di fiori che guardava il mare. Sarebbero state insieme, in pace. Oh, lei sarebbe stata felice di poterla ancora servire, di poterle dimostrare ancora il suo affetto e la sua devozione.

Ma poteva mia madre accettare l'offerta di quella povera vecchia? Da qui venne l'ira della vedova Pescatore.

Tornando a casa, la trovai con i pugni alzati contro Margherita, che però le teneva testa con coraggio. La mamma era spaventata, con le lacrime agli occhi, tutta tremante. Si teneva stretta con tutte e due le mani all'altra vecchietta, come per ripararsi.

Vedere mia madre in quello stato e perdere la ragione fu una cosa sola. Afferrai per un braccio la vedova Pescatore e la mandai a rotolare lontano. Lei si rialzò in un lampo e mi venne incontro per saltarmi addosso. Ma si fermò di fronte a me.

— Fuori! — mi gridò. — Tu e tua madre, via! Fuori di casa mia!

— Senti, — le dissi allora, con la voce che mi tremava per lo sforzo violento di controllarmi. — Senti: vattene via tu, adesso, con le tue gambe, e non provocarmi più. Vattene, per il tuo bene! vattene!

Romilda, piangendo e gridando, si alzò dalla poltrona e si buttò tra le braccia della madre:

— No! Tu con me, mamma! Non mi lasciare, non mi lasciare qua sola!

Ma quella degna madre la respinse, furiosa:

— L'hai voluto? Tienitelo ora, questo brutto ladrone! Io vado sola!

Ma non se ne andò, s'intende.

Due giorni dopo venne zia Scolastica, di gran furia come al solito. La mandava, suppongo, Margherita. Veniva a portare via con sé la mamma.

Questa scena merita di essere rappresentata.

Quella mattina la vedova Pescatore stava facendo il pane. Aveva le braccia nude e la gonna tirata su e arrotolata intorno alla vita, per non sporcarla. Vedendo entrare la zia, si voltò appena e continuò a setacciare la farina, come se niente fosse. La zia non ci fece caso. Del resto era entrata senza salutare nessuno. Era andata dritta da mia madre, come se in quella casa non ci fosse nessun altro.

— Subito, via, vestiti! Verrai con me. Mi è stata suonata non so quale campana. Eccomi qua. Via, presto! il fagottino!

Parlava a scatti. Il naso a uncino, fiero, le tremava nella faccia scura e giallastra, e ogni tanto si arricciava. Gli occhi le mandavano lampi.

La vedova Pescatore, zitta.

Finì di setacciare, bagnò la farina e ne fece una pasta. Ora la alzava in alto e la sbatteva forte, apposta, sulla madia: così rispondeva a quello che diceva la zia. Allora la zia disse cose ancora peggiori. E l'altra sbatteva sempre più forte: « *Ma sì! — ma certo! — ma come no? — ma sicuramente!* » Poi, come se non bastasse, andò a prendere il mattarello e se lo mise lì accanto, sulla madia. Era come dire: ho anche questo.

Non l'avesse mai fatto! Zia Scolastica scattò in piedi. Si tolse con furia lo scialletto che aveva sulle spalle e lo lanciò a mia madre:

— Eccoti! Lascia tutto. Via subito!

E andò a piantarsi davanti alla vedova Pescatore. Questa, per non averla così davanti, fece un passo indietro, minacciosa, come se volesse afferrare il mattarello. Allora zia Scolastica prese dalla madia con due mani il grosso pezzo di pasta. Glielo schiacciò sulla testa e glielo tirò giù sulla faccia. E giù pugni, là, là, là, sul naso, sugli occhi, in bocca, dove capitava. Poi afferrò per un braccio mia madre e la trascinò via.

Quello che seguì fu tutto per me. La vedova Pescatore, ruggendo di rabbia, si strappò la pasta dalla faccia e dai capelli tutti appiccicati. Poi venne a buttarla in faccia a me, che ridevo, ridevo in una specie di convulsione. Mi afferrò la barba, mi graffiò tutto. Poi, come impazzita, si buttò per terra e cominciò a strapparsi i vestiti di dosso. E si rotolava, si rotolava sul pavimento, frenetica. Mia moglie intanto (*sit venia verbo*) vomitava di là, tra grida acutissime. E io gridavo alla vedova Pescatore per terra:

— Le gambe! le gambe! Non mi mostrate le gambe, per carità!

*

Posso dire che da allora ho preso gusto a ridere di tutte le mie disgrazie e di ogni mio tormento. In quell'istante mi vidi attore di una tragedia, la più comica che si possa immaginare. Mia madre era scappata via così, con quella matta. Mia moglie, di là, che… lasciamola stare! Marianna Pescatore era lì per terra. E io, io non avevo più pane, vero pane, per il giorno dopo. Io avevo la barba tutta impastata e il viso graffiato. La faccia mi colava, e non sapevo ancora se era sangue o se erano lacrime per il troppo ridere. Andai allo specchio per controllare. Erano lacrime; ma ero anche graffiato bene. Ah, quel mio occhio, in quel momento, quanto mi piacque! Disperato, si era messo a guardare più che mai altrove, altrove per conto suo. E scappai via. Avevo deciso: non sarei tornato a casa senza un modo per mantenere mia moglie e me, anche poveramente.

In quel momento sentivo un dispetto rabbioso per la mia leggerezza di tanti anni. Perciò capivo facilmente che la mia disgrazia non poteva ispirare a nessuno nemmeno attenzione, e tanto meno pietà. L'avevo proprio meritata. Uno solo avrebbe potuto averne pietà: l'uomo che si era preso tutti i nostri beni. Ma figuriamoci se Malagna poteva ancora sentire l'obbligo di aiutarmi, dopo quello che era successo tra me e lui.

L'aiuto, invece, mi venne da chi meno potevo aspettarmelo.

Restai fuori di casa tutto quel giorno. Verso sera incontrai per caso Pomino, che fingeva di non vedermi e voleva passare oltre.

— Pomino!

Si voltò con la faccia scura e si fermò, con gli occhi bassi:

— Che vuoi?

— Pomino! — ripetei più forte, scuotendolo per una spalla e ridendo di quel suo muso. — Dici sul serio?

Oh, ingratitudine umana! Ce l'aveva con me, per di più, Pomino, per il tradimento che secondo lui gli avevo fatto. E non riuscii a convincerlo che il tradimento invece lo aveva fatto lui a me. Avrebbe dovuto non solo ringraziarmi, ma anche buttarsi con la faccia per terra, a baciare dove io mettevo i piedi.

Ero ancora come ubriaco di quella brutta allegria che mi aveva preso da quando mi ero guardato allo specchio.

— Vedi questi graffi? — gli dissi a un certo punto. — Me li ha fatti lei!

— Ro… cioè, tua moglie?

— Sua madre!

E gli raccontai come e perché. Sorrise, ma poco. Forse pensò che a lui la vedova Pescatore non li avrebbe fatti, quei graffi. Lui era in una condizione ben diversa dalla mia, e aveva un altro carattere e un altro cuore.

Mi venne allora la tentazione di fargli una domanda. Se davvero era così addolorato, perché non l'aveva sposata lui, Romilda, in tempo? Poteva anche scappare con lei, come gli avevo consigliato io. Così non sarebbe capitata a me la disgrazia di innamorarmene, per colpa della sua ridicola timidezza o della sua indecisione. E altro, ben altro avrei voluto dirgli, nell'agitazione in cui mi trovavo. Ma mi trattenni. Gli domandai invece, porgendogli la mano, con chi passava il tempo in quei giorni.

— Con nessuno! — sospirò. — Con nessuno! Mi annoio, mi annoio a morte!

Da come disse quelle parole, esasperato, mi sembrò di capire all'improvviso la vera ragione del suo dolore. Ecco: forse non rimpiangeva tanto Romilda, quanto la compagnia che gli era venuta a mancare. Berto non c'era più. Con me non poteva più stare, perché in mezzo c'era Romilda. Che cosa restava dunque da fare al povero Pomino?

— Sposati, caro! — gli dissi. — Vedrai come si sta allegri!

Ma lui scosse la testa, serio, con gli occhi chiusi, e alzò una mano:

— Mai! mai più!

— Bravo, Pomino: persevera! Se desideri compagnia, sono a tua disposizione, anche per tutta la notte, se vuoi.

E gli dissi che cosa avevo deciso, uscendo di casa, e gli spiegai le condizioni disperate in cui mi trovavo. Pomino si commosse, da vero amico, e mi offrì quei pochi soldi che aveva con sé. Lo ringraziai di cuore, ma gli dissi che quell'aiuto non mi sarebbe servito a nulla. Il giorno dopo sarei stato di nuovo da capo. Avevo bisogno di un posto fisso.

— Aspetta! — esclamò allora Pomino. — Sai che mio padre adesso è al Municipio?

— No. Ma me lo immagino.

— Assessore comunale per la pubblica istruzione.

— Questo non me lo sarei immaginato.

— Ieri sera, a cena… Aspetta! Conosci Romitelli?

— No.

— Come no! Quello che sta laggiù, alla biblioteca Boccamazza. È sordo, quasi cieco, rimbambito, e non si regge più sulle gambe. Ieri sera, a cena, mio padre mi diceva che la biblioteca è in uno stato miserabile. Dice che bisogna fare qualcosa al più presto. Ecco il posto per te!

— Bibliotecario? — esclamai. — Ma io…

— Perché no? — disse Pomino. — Se l'ha fatto Romitelli…

Questa ragione mi convinse.

Pomino mi consigliò di far parlare zia Scolastica con suo padre. Sarebbe stato meglio.

Il giorno dopo andai a trovare la mamma e ne parlai a lei. Zia Scolastica, infatti, non volle farsi vedere da me. E così, quattro giorni dopo, diventai bibliotecario. Sessanta lire al mese. Più ricco della vedova Pescatore! Potevo cantare vittoria.

I primi mesi furono quasi un divertimento, con quel Romitelli. Il Comune l'aveva mandato in pensione e non doveva più venire alla biblioteca. Ma non ci fu modo di farglielo capire. Ogni mattina, alla stessa ora, né un minuto prima né un minuto dopo, lo vedevo spuntare a quattro piedi. Contavo anche i due bastoni, uno per mano, che gli servivano meglio dei piedi. Appena arrivato, si toglieva dal taschino del panciotto un vecchio cipollone di rame. Lo appendeva al muro con tutta la sua enorme catena. Si sedeva, con i due bastoni tra le gambe. Tirava fuori di tasca la papalina, la tabacchiera e un grosso fazzoletto a quadri rossi e neri. Si ficcava nel naso una grossa presa di tabacco e si puliva. Poi apriva il cassetto del tavolino e ne tirava fuori un vecchio libro della biblioteca. Era il *Dizionario storico dei musicisti, artisti e amatori, morti e viventi*, stampato a Venezia nel 1758.

— Signor Romitelli! — gli gridavo, mentre faceva tutte queste operazioni tranquillissimo, senza dare il minimo segno di accorgersi di me.

Ma a chi parlavo? Non sentiva neanche le cannonate. Lo scuotevo per un braccio. Allora si voltava, strizzava gli occhi e contraeva tutta la faccia per guardarmi. Poi mi mostrava i denti gialli: forse voleva sorridermi, così. Quindi abbassava la testa sul libro, come se volesse farne un cuscino. Macché! Leggeva in quel modo, a due centimetri di distanza, con un occhio solo. E leggeva forte:

*Birnbaum, Giovanni Abramo… Birnbaum, Giovanni Abramo, fece stampare… Birnbaum, Giovanni Abramo, fece stampare a Lipsia, nel 1738… a Lipsia nel 1738… un opuscolo in-8… in-8: Osservazioni imparziali su un passo delicato del Musicista critico. Mitzler… Mitzler inserì… Mitzler inserì questo scritto nel primo volume della sua Biblioteca musicale. Nel 1739…*

E continuava così, ripetendo due o tre volte nomi e date, come per cacciarseli in testa. Perché leggesse così forte, non saprei dire. Ripeto, non sentiva neanche le cannonate.

Io stavo a guardarlo, stupito. Che cosa poteva importare a quell'uomo, ridotto in quello stato, ormai a due passi dalla tomba? (Morì infatti quattro mesi dopo la mia nomina a bibliotecario.) Che cosa poteva importargli che Birnbaum Giovanni Abramo avesse fatto stampare a Lipsia nel 1738 un opuscolo in-8? E almeno non gli fosse costata tanta fatica, quella lettura! Bisognava proprio ammettere che non poteva fare a meno di quelle date e di quelle notizie. Notizie di musicisti (lui, così sordo!), di artisti e di amatori, morti e viventi fino al 1758. Oppure credeva forse che un bibliotecario dovesse leggere lui, dato che la biblioteca è fatta per leggere? Lì infatti non aveva mai visto apparire anima viva. E forse aveva preso quel libro come avrebbe potuto prenderne un altro. Era così rimbambito che anche questa ipotesi è possibile. Anzi, è molto più probabile della prima.

Intanto, sul tavolone in mezzo alla sala c'era uno strato di polvere alto almeno un dito. Io volevo riparare in qualche modo alla nera ingratitudine dei miei concittadini. Così potei scriverci a grandi lettere questa iscrizione:

A

MONSIGNOR BOCCAMAZZA

MUNIFICENTISSIMO DONATORE

IN PERENNE ATTESTATO DI GRATITUDINE

I CONCITTADINI

QUESTA LAPIDE POSERO

Ogni tanto cadevano dagli scaffali due o tre libri, seguiti da certi topi grossi come conigli.

Furono per me come la mela di Newton.

— Ho trovato! — esclamai, tutto contento. — Ecco l'occupazione per me, mentre Romitelli legge il suo *Birnbaum*.

E per cominciare scrissi una richiesta ufficiale, molto elaborata, all'esimio cav. Gerolamo Pomino, assessore comunale per la pubblica istruzione. Chiedevo che la biblioteca Boccamazza o di Santa Maria Liberale ricevesse al più presto almeno un paio di gatti. Il loro mantenimento non sarebbe costato quasi niente al Comune. I suddetti animali, infatti, si sarebbero nutriti in abbondanza con il prodotto della loro caccia. Aggiungevo che sarebbe stato bene fornire alla biblioteca anche mezza dozzina di trappole e l'esca necessaria. Non scrissi *cacio*, parola volgare. Come subalterno, non mi sembrò giusto metterla sotto gli occhi di un assessore comunale per la pubblica istruzione.

Prima mi mandarono due gattini così miseri che si spaventarono subito di quegli enormi topi. Per non morire di fame, entravano loro nelle trappole, a mangiarsi il cacio. Li trovavo ogni mattina lì, prigionieri, magri e brutti. Erano così tristi che sembrava non avessero più né la forza né la voglia di miagolare.

Protestai, e arrivarono allora due bei gattoni svelti e seri. Senza perdere tempo si misero a fare il loro dovere. Anche le trappole servivano, e queste mi davano i topi vivi. Una sera ero seccato perché Romitelli non voleva assolutamente accorgersi delle mie fatiche e delle mie vittorie. Sembrava che lui avesse soltanto l'obbligo di leggere, e i topi quello di mangiarsi i libri della biblioteca. Perciò, prima di andarmene, ne infilai due, vivi, nel cassetto del suo tavolino. Speravo di disturbare, almeno per la mattina dopo, la sua solita noiosissima lettura. Macché! Appena aprì il cassetto, quelle due bestie gli scapparono sotto il naso. Lui si voltò verso di me, che non ce la facevo più e scoppiavo a ridere, e mi domandò:

— Che cosa è stato?

— Due topi, signor Romitelli!

— Ah, topi… — fece lui tranquillamente.

Erano di casa, e lui ci era abituato. E riprese, come se niente fosse, la lettura del suo vecchio libro.

*

In un *Trattato degli Arbori* di Giovan Vittorio Soderini si legge una cosa sui frutti. Maturano « parte per caldezza e parte per freddezza. Perciocché il calore, come in tutti è manifesto, ottiene la forza del concuocere. Ed è la semplice cagione della maturezza ». Giovan Vittorio Soderini dunque non sapeva una cosa: oltre al calore, i fruttivendoli hanno sperimentato un'altra *cagione della maturezza*. Vogliono portare al mercato i primi frutti e venderli più cari. Perciò colgono mele, pesche e pere prima che siano sane e piacevoli da mangiare. Poi li fanno maturare loro, a furia di ammaccature.

Ora, così maturò la mia anima, ancora acerba.

In poco tempo diventai un altro da quello che ero prima. Morto Romitelli, mi trovai qui solo, mangiato dalla noia, in questa chiesetta lontana da tutto, fra tutti questi libri. Ero terribilmente solo, eppure non avevo voglia di compagnia. Avrei potuto restare qui solo poche ore al giorno. Ma mi vergognavo di farmi vedere per le strade del paese, ridotto così in miseria. E fuggivo da casa mia come da una prigione. Dunque, meglio qua, mi ripetevo. Ma che cosa fare? La caccia ai topi, sì; ma poteva bastarmi?

Poi mi capitò di trovarmi con un libro tra le mani, preso così a caso da uno scaffale, senza saperlo. Quella prima volta provai un brivido di orrore. Mi sarei dunque ridotto come Romitelli? Avrei sentito anch'io l'obbligo di leggere, da bibliotecario, per tutti quelli che non venivano in biblioteca? E buttai il libro a terra. Ma poi lo ripresi; e, sissignori, mi misi a leggere anch'io. Anch'io con un occhio solo, perché quell'altro non ne voleva sapere.

Lessi così un po' di tutto, senza ordine, ma soprattutto libri di filosofia. Pesano tanto; eppure chi se ne nutre e se li mette in corpo vive tra le nuvole. Mi confusero ancora di più il cervello, già strano di per sé. Quando la testa mi fumava, chiudevo la biblioteca. Poi andavo per un sentierino ripido fino a un pezzo di spiaggia solitaria.

La vista del mare mi faceva cadere in uno smarrimento muto, che a poco a poco diventava un peso insopportabile. Mi sedevo sulla spiaggia e, per non guardarlo, abbassavo la testa. Ma ne sentivo il fragore lungo tutta la riviera. E intanto, lentamente, lentamente, mi lasciavo scivolare tra le dita la sabbia densa e pesante, mormorando:

— Così, sempre, fino alla morte, senza nessun cambiamento, mai…

Questa mia vita immobile mi metteva allora in testa pensieri improvvisi e strani, quasi lampi di follia. Saltavo in piedi, come per scuotermela di dosso, e mi mettevo a camminare lungo la riva. Ma allora vedevo il mare che mandava senza riposo verso la riva le sue onde stanche e assonnate. Vedevo quelle sabbie lì abbandonate. E gridavo con rabbia, scuotendo i pugni:

— Ma perché? ma perché?

E mi bagnavo i piedi.

Il mare forse allungava un po' di più qualche onda, per avvertirmi:

— « Vedi, caro, che cosa si guadagna a chiedere certi perché? Ti bagni i piedi. Torna alla tua biblioteca! L'acqua salata rovina le scarpe, e soldi da buttare via non ne hai. Torna alla biblioteca e lascia i libri di filosofia. Va', va' piuttosto a leggere anche tu che Birnbaum Giovanni Abramo fece stampare a Lipsia nel 1738 un opuscolo in-8. Ne avrai senza dubbio un guadagno maggiore ».

Ma un giorno finalmente vennero a dirmi che mia moglie aveva le doglie, e che dovevo correre subito a casa. Scappai come un daino. Ma scappavo più per fuggire da me stesso. Non volevo restare neanche un minuto a tu per tu con me, a pensare che stavo per avere un figlio. Io, in quelle condizioni, un figlio! Appena arrivai alla porta di casa, mia suocera mi afferrò per le spalle e mi fece girare su me stesso:

— Un medico! Scappa! Romilda muore!

Uno resta lì fermo, no?, davanti a una notizia simile, data così all'improvviso. E invece: « Correte! ». Non mi sentivo più le gambe. Non sapevo più da che parte andare. E mentre correvo, non so come, andavo dicendo: « Un medico! un medico! ». La gente si fermava per strada, e voleva che mi fermassi anch'io a spiegare che cosa mi era successo. Mi sentivo tirare per le maniche, mi vedevo davanti facce pallide e spaventate. Evitavo, evitavo tutti: « Un medico! un medico! »

E il medico intanto era lì, già a casa mia. Girai tutte le farmacie e tornai a casa senza fiato, in uno stato miserabile, disperato e furioso. La prima bambina era già nata; si faticava a far venire alla luce l'altra.

— Due!

Mi pare di vederle ancora, lì nella culla, una accanto all'altra. Si graffiavano tra loro con quelle manine così deboli, eppure quasi armate di artigli da un istinto selvaggio. Facevano orrore e pietà. Misere, misere, misere, più di quei due gattini che ritrovavo ogni mattina nelle trappole. E anche loro non avevano la forza di piangere, come quelli di miagolare. E intanto, ecco, si graffiavano!

Le separai. Al primo contatto con quei corpicini teneri e freddi ebbi un brivido nuovo. Era un tremito di tenerezza che non si può dire: erano mie!

Una morì pochi giorni dopo. L'altra volle invece darmi il tempo di affezionarmi a lei, con tutto l'ardore di un padre. Non avevo più nient'altro, e così quella creatura era diventata lo scopo unico della mia vita. Poi volle avere la crudeltà di morire, quando aveva già quasi un anno. Era diventata tanto bellina, tanto, con quei riccioli d'oro. Io me li avvolgevo intorno alle dita e le baciavo senza stancarmi mai. Mi chiamava papà, e io le rispondevo subito: — Figlia —; e lei di nuovo: — Papà… — Così, senza ragione, come si chiamano gli uccelli tra loro.

Morì insieme alla mia mamma, nello stesso giorno e quasi alla stessa ora. Non sapevo più come dividere le mie cure e la mia pena. Lasciavo la mia piccina che riposava e correvo dalla mamma. La mamma non pensava a sé, alla sua morte. Mi domandava di lei, della nipotina, e si consumava perché non poteva più rivederla e baciarla per l'ultima volta. E durò nove giorni, questo strazio! Ebbene, dopo nove giorni e nove notti di veglia, senza chiudere occhio neanche per un minuto… devo dirlo? Molti forse non avrebbero il coraggio di confessarlo; ma è pure umano, umano, umano. Io non sentii dolore, no, sul momento. Restai per un bel po' in una tristezza muta e spaventosa, e mi addormentai. Sicuro. Dovetti prima dormire. Poi, sì, quando mi svegliai, il dolore mi assalì, rabbioso, feroce. Era per la mia figlioletta, per la mia mamma, che non c'erano più… E fui quasi sul punto di impazzire. Una notte intera girai per il paese e per i campi, non so con quali idee in testa. So che alla fine mi ritrovai nel podere della *Stia*, vicino alla gora del mulino. Un certo Filippo, un vecchio mugnaio, era lì di guardia. Mi prese con sé e mi fece sedere più in là, sotto gli alberi. Mi parlò a lungo, a lungo della mamma e anche di mio padre e dei bei tempi lontani. Mi disse che non dovevo piangere e disperarmi così. Infatti, per occuparsi della mia figlioletta, nell'altro mondo, era corsa la nonna, la nonnina buona. L'avrebbe tenuta sulle ginocchia, le avrebbe parlato sempre di me e non l'avrebbe lasciata mai sola, mai.

Tre giorni dopo Roberto, come se avesse voluto pagarmi le lacrime, mi mandò cinquecento lire. Voleva che provvedessi a una degna sepoltura della mamma, diceva. Ma ci aveva già pensato zia Scolastica.

Quelle cinquecento lire rimasero per un bel po' tra le pagine di un vecchio libro della biblioteca.

Poi servirono a me; e furono, come dirò, la causa della mia *prima* morte.

### Glossario

- **podere**: terreno agricolo con una casa, che una persona possiede.
- **strozzini**: persone che prestano soldi e chiedono interessi altissimi.
- **liquidati**: finiti, rovinati: tutti i nostri beni erano perduti per pagare i debiti.
- **esasperato**: pieno di rabbia, perché non si riesce più a sopportare qualcosa.
- **setacciare**: passare la farina in un attrezzo con piccoli buchi, per pulirla.
- **madia**: mobile di legno dove si lavora la pasta per fare il pane.
- **mattarello**: bastone di legno per lavorare e stendere la pasta.
- **rotolava**: si girava più volte su se stessa, per terra (da «rotolare»).
- **sit venia verbo**: frase latina che vuol dire: «scusate la parola».
- **graffiato**: ferito sulla pelle dalle unghie.
- **rabbioso**: pieno di rabbia.
- **ingratitudine**: il non essere riconoscenti per il bene ricevuto.
- **graffi**: piccole ferite sulla pelle, fatte con le unghie.
- **rimbambito**: che non ragiona più bene, per la vecchiaia.
- **esclamai**: dissi a voce alta e con forza (passato di «esclamare»).
- **cipollone**: grosso e vecchio orologio da tasca.
- **papalina**: piccolo berretto rotondo che si porta in testa.
- **cannonate**: colpi di cannone, molto forti e rumorosi.
- **opuscolo**: piccolo libro di poche pagine.
- **esca**: cibo che si mette in una trappola per attirare gli animali.
- **cacio**: formaggio.
- **miagolare**: fare il verso del gatto.
- **caldezza**: parola antica: calore.
- **perciocché**: parola antica: perché.
- **concuocere**: parola antica: cuocere bene; qui, far diventare maturo.
- **cagione**: parola antica: causa.
- **maturezza**: parola antica: l'essere maturo.
- **doglie**: i forti dolori di una donna quando sta per avere un bambino.
- **graffiavano**: si ferivano la pelle con le unghie (da «graffiare»).
- **gora**: canale che porta l'acqua al mulino.

## § 6. — Tac tac tac....

Lei sola, là dentro, pareva giocare: quella pallina d'avorio che correva graziosa nella *roulette*, in senso contrario al quadrante:

— Tac tac tac…

Lei sola: non certo quelli che la guardavano. Loro erano sospesi nel supplizio che lei dava loro con il suo capriccio. Sotto di lei, sui quadrati gialli del tavolo, tante mani avevano portato oro, oro e oro, come un'offerta sacra. Erano mani che adesso tremavano nell'attesa piena di angoscia. Senza saperlo toccavano altro oro, quello della prossima puntata. E gli occhi supplicanti sembravano dire:

— Dove a te piaccia, dove a te piaccia di cadere, graziosa pallina d'avorio, nostra dea crudele!

Ero capitato là, a Montecarlo, per caso.

Dopo una delle solite scene con mia suocera e mia moglie, non ce l'avevo fatta più. Ero oppresso e sfinito dalla doppia disgrazia recente, e quelle scene mi davano ormai un disgusto insopportabile. Non riuscivo più a resistere alla noia, anzi allo schifo di vivere in quel modo. Ero povero, senza nessuna probabilità né speranza di stare meglio. Non avevo più il conforto della mia dolce bambina. Non avevo nessun compenso, neanche minimo, per l'amarezza, lo squallore, l'orribile desolazione in cui ero caduto. Così, con una decisione quasi improvvisa, ero fuggito dal paese, a piedi, con le cinquecento lire di Berto in tasca.

Strada facendo avevo pensato di andare a Marsiglia, partendo dalla stazione del paese vicino, verso cui mi ero diretto. Arrivato a Marsiglia, mi sarei imbarcato per l'America, magari con un biglietto di terza classe, così, all'avventura.

Che cosa avrebbe potuto capitarmi di peggio, alla fine, di ciò che avevo sofferto e soffrivo a casa mia? Avrei trovato altre catene, sì. Ma certo non mi sarebbero sembrate più pesanti di quella che già stavo per strapparmi dal piede. E poi avrei visto altri paesi, altra gente, un'altra vita. Almeno sarei sfuggito all'oppressione che mi soffocava e mi schiacciava.

Ma arrivato a Nizza, mi era mancato il coraggio. Gli slanci della mia gioventù erano finiti da un pezzo. La noia mi aveva troppo roso dentro, e il dolore mi aveva tolto le forze. Ma la cosa che mi scoraggiava di più erano i pochi soldi. Con quelli avrei dovuto avventurarmi nel buio del destino, così lontano. Sarei andato verso una vita del tutto sconosciuta, senza nessuna preparazione.

Sceso a Nizza, non avevo ancora deciso bene se tornare a casa. Girando per la città, mi era capitato di fermarmi davanti a una grande bottega sull'*Avenue de la Gare*. Aveva questa insegna a grosse lettere dorate:

DÉPÔT DE ROULETTES DE PRÉCISION

Ce n'erano in mostra di ogni misura, con altri oggetti per il gioco e vari libretti con il disegno della *roulette* sulla copertina.

Si sa che gli infelici diventano facilmente superstiziosi. Eppure ridono di chi crede troppo facilmente. Ridono anche delle speranze che la superstizione, certe volte, fa nascere all'improvviso in loro stessi. E quelle speranze, s'intende, non si realizzano mai.

Ricordo che lessi il titolo di uno di quei libretti: *Méthode pour gagner à la roulette*. Mi allontanai dalla bottega con un sorriso di disprezzo e di compassione. Ma dopo pochi passi tornai indietro. (Per curiosità, via, non per altro!) Con lo stesso sorriso sulle labbra, entrai nella bottega e comprai quel libretto.

Non sapevo affatto di che cosa si trattasse, in che cosa consistesse il gioco e come funzionasse. Mi misi a leggere, ma capii ben poco.

— Forse, — pensai, — è perché non so molto di francese.

Nessuno me l'aveva insegnato. Avevo imparato qualcosa da solo, così, leggiucchiando in biblioteca. Non ero per niente sicuro della pronuncia, e avevo paura di far ridere quando parlavo.

Proprio questa paura all'inizio mi fece esitare se andare o no. Ma poi pensai che ero partito per avventurarmi fino in America. Ero partito senza nulla, senza sapere una parola di inglese o di spagnolo. Dunque, via! Con quel po' di francese e con quel libretto avrei potuto bene arrivare a Montecarlo, lì a due passi.

— Né mia suocera né mia moglie, — dicevo tra me, in treno, — sanno di questi pochi soldi che mi restano nel portafoglio. Andrò a buttarli lì, per togliermi ogni tentazione. Spero di conservare quanto basta per pagarmi il ritorno a casa. E se no…

Avevo sentito dire che nel giardino intorno alla bisca c'erano begli alberi, solidi. In fin dei conti, magari mi sarei impiccato economicamente a uno di quelli, con la cintura dei pantaloni. E ci avrei fatto anche una bella figura. Avrebbero detto:

— Chissà quanto avrà perduto questo pover'uomo!

Mi aspettavo di meglio, dico la verità. L'ingresso, sì, non è male. Si vede che quasi volevano innalzare un tempio alla Fortuna, con quelle otto colonne di marmo. C'erano un portone e due porte laterali. Su queste era scritto *Tirez*, e fin qui ci arrivavo. Arrivai anche al *Poussez* del portone, che evidentemente voleva dire il contrario. Spinsi ed entrai.

Pessimo gusto! E fa rabbia. Tanta gente va a lasciare lì tanti soldi. Potrebbero almeno darle la soddisfazione di farsi scorticare in un luogo meno lussuoso e più bello. Tutte le grandi città oggi sono orgogliose di avere un bel mattatoio per le povere bestie. Eppure quelle, senza nessuna educazione, non possono goderselo. È vero però che la maggior parte di quelli che vanno lì ha ben altra voglia. Non pensano certo al gusto della decorazione di quelle cinque sale. Anche chi siede su quei divani, tutto intorno, spesso non è in grado di notare l'eleganza dubbia dell'imbottitura.

Ci si siedono, di solito, certi disgraziati. La passione del gioco ha sconvolto loro il cervello nel modo più strano. Stanno lì a studiare il cosiddetto equilibrio delle probabilità. Pensano seriamente ai colpi da tentare, tutta un'architettura di gioco, e consultano appunti sui numeri usciti. Vogliono insomma tirare fuori la logica dal caso, come dire il sangue dalle pietre. E sono sicurissimi che, oggi o domani, ci riusciranno.

Ma non bisogna meravigliarsi di nulla.

— Ah, il dodici! il dodici! — mi diceva un signore di Lugano, un omone enorme. A vederlo, si potevano fare le riflessioni più consolanti sulla forza della razza umana. — Il dodici è il re dei numeri; ed è il mio numero! Non mi tradisce mai! Si diverte, sì, a farmi dispetti, magari spesso. Ma poi, alla fine, mi ricompensa, mi ricompensa sempre della mia fedeltà.

Era innamorato del numero dodici, quell'omone, e non sapeva più parlare d'altro. Mi raccontò che il giorno prima quel suo numero non era voluto uscire neppure una volta. Ma lui non si era dato per vinto. Ogni volta, ostinato, puntava sul dodici. Era rimasto lì fino all'ultimo, fino all'ora in cui i *croupiers* annunciano:

— *Messieurs, aux trois dernier!*

Ebbene, al primo di quegli ultimi tre colpi, niente. Niente neanche al secondo. Al terzo e ultimo, paffete: il dodici.

— Mi ha parlato! — concluse, con gli occhi che brillavano di gioia. — Mi ha parlato!

È vero che aveva perduto per tutta la giornata, e per quell'ultima puntata gli erano rimasti solo pochi scudi. Così, alla fine, non aveva recuperato niente. Ma che cosa gli importava? Il numero dodici gli aveva parlato!

Sentendo questo discorso, mi vennero in mente quattro versi del povero Pinzone. Il suo quaderno di giochi di parole e di rime strane fu ritrovato quando sgomberammo la casa. Ora sta in biblioteca. Volli recitarli a quel signore:

Ero già stanco di stare alla bada

della Fortuna. La dea capricciosa

dovea pure passar per la mia strada.

E passò finalmente; ma tignosa.

Allora quel signore si prese la testa con tutte e due le mani. A lungo contrasse tutta la faccia, con dolore. Lo guardai, prima sorpreso, poi spaventato.

— Che cos'ha?

— Niente. Rido, — mi rispose.

Rideva così! Gli faceva tanto male, tanto male la testa, che non poteva sopportare lo scuotimento della risata.

Andate a innamorarvi del numero dodici!

*

Prima di tentare la sorte, pur senza nessuna illusione, volli stare un po' a osservare. Volevo capire come si svolgeva il gioco.

Non mi sembrò affatto complicato come il mio libretto mi aveva fatto immaginare.

In mezzo al tavolo, sul tappeto verde numerato, era incassata la *roulette*. Tutto intorno stavano i giocatori, uomini e donne, vecchi e giovani, di ogni paese e di ogni condizione. Alcuni erano seduti, altri in piedi. Tutti si affrettavano nervosamente a disporre mucchi e mucchietti di luigi, di scudi e di biglietti di banca. Li mettevano sui numeri gialli dei quadrati. Alcuni non riuscivano ad avvicinarsi, o non volevano. Questi dicevano al *croupier* i numeri e i colori su cui volevano giocare. E il *croupier* subito, con il rastrello, sistemava le loro puntate secondo le indicazioni, con un'abilità meravigliosa. Poi si faceva silenzio. Era un silenzio strano, pieno di angoscia, quasi vibrante di violenza trattenuta. Ogni tanto lo rompeva la voce monotona e assonnata dei *croupiers*:

— *Messieurs, faites vos jeux!*

Intanto, là presso altri tavoli, altre voci ugualmente monotone dicevano:

— *Le jeu est fait! Rien ne va plus!*

Alla fine il *croupier* lanciava la pallina sulla *roulette*:

— Tac tac tac…

E tutti gli occhi si voltavano verso di lei, con espressioni diverse: ansia, sfida, angoscia, terrore. Qualcuno era rimasto in piedi dietro a chi aveva avuto la fortuna di trovare una sedia. Si spingeva avanti per vedere ancora la sua puntata, prima che i rastrelli dei *croupiers* la portassero via.

La *boule*, alla fine, cadeva sul quadrante. Il *croupier* ripeteva con la solita voce la formula e annunciava il numero uscito e il colore.

Rischiai la prima puntata di pochi scudi sul tavolo di sinistra della prima sala, così, a caso, sul venticinque. E anch'io stetti a guardare la perfida pallina, ma sorridendo, per una specie di strano solletico nella pancia.

Cade la *boule* sul quadrante, e:

— *Vingtcinq!* — annuncia il *croupier*. — *Rouge, impair et passe!*

Avevo vinto! Allungavo la mano sul mio mucchietto moltiplicato. Ma un signore altissimo la spostò senza tante cerimonie e si prese lui i miei soldi. Aveva spalle potenti e troppo alte, che reggevano una testa piccola. Sul naso schiacciato portava occhiali d'oro. Aveva la fronte sfuggente e capelli lunghi e lisci sulla nuca, tra il biondo e il grigio, come il pizzo e i baffi.

Nel mio povero e timidissimo francese, volli fargli notare che aveva sbagliato. Oh, certo senza volerlo!

Era un tedesco, e parlava il francese peggio di me, ma con un coraggio da leone. Mi si scagliò addosso, sostenendo che lo sbaglio invece era mio, e che i soldi erano suoi.

Mi guardai intorno, stupito. Nessuno parlava, neppure il mio vicino, che pure mi aveva visto mettere quei pochi scudi sul venticinque. Guardai i *croupiers*: immobili, impassibili, come statue. « Ah sì? » dissi tra me. Con calma mi tirai in mano gli altri scudi che avevo davanti a me sul tavolo, e me ne andai.

— Ecco un metodo *pour gagner à la roulette*, — pensai, — che non c'è nel mio libretto. E chissà che non sia l'unico, in fondo!

Ma la fortuna, non so per quali suoi fini segreti, volle darmi una solenne e memorabile smentita.

Mi avvicinai a un altro tavolo, dove si giocava forte. Per un bel po' studiai la gente che stava intorno. Erano per la maggior parte signori in marsina. C'erano parecchie signore, e più d'una mi sembrò di dubbia reputazione. Un certo ometto biondo biondo all'inizio non mi ispirò molta fiducia. Aveva grossi occhi azzurri, venati di sangue, con lunghe ciglia quasi bianche. Anche lui era in marsina, ma si vedeva che non era abituato a portarla. Volli vederlo alla prova. Puntò forte e perdette, senza scomporsi. Al colpo seguente puntò di nuovo forte. Via! Non sarebbe venuto a cercare i miei pochi soldi. Anche se ero stato scottato al primo tentativo, mi vergognai del mio sospetto. C'era tanta gente lì che buttava oro e argento a manciate, come se fossero sabbia, senza nessuna paura. E dovevo aver paura io per la mia piccola miseria?

Notai, tra gli altri, un giovinetto pallido come la cera, con un grosso monocolo nell'occhio sinistro. Si dava un'aria di indifferenza assonnata. Stava seduto scomposto e tirava fuori dalla tasca dei pantaloni i suoi luigi. Li posava a caso su un numero qualunque. Poi, senza guardare, si pizzicava i peli dei baffetti che stavano nascendo e aspettava che la *boule* cadesse. Allora domandava al suo vicino se aveva perduto.

Lo vidi perdere sempre.

Quel suo vicino era un signore magro, elegantissimo, sui quarant'anni. Ma aveva il collo troppo lungo e sottile ed era quasi senza mento. Aveva due occhietti neri e vivaci e bei capelli nerissimi, abbondanti, pettinati all'insù. Evidentemente godeva a rispondere di sì al giovinetto. Lui, qualche volta, vinceva.

Mi misi accanto a un grosso signore. Aveva la pelle così scura che le palpebre e il contorno degli occhi sembravano affumicati. Aveva i capelli grigi, color ferro, e il pizzo ancora quasi tutto nero e riccio. Era pieno di forza e di salute. Eppure ogni volta si metteva ad ansimare forte, senza riuscire a trattenersi. Sembrava che la corsa della pallina d'avorio gli facesse venire l'asma. La gente si voltava a guardarlo, ma raramente lui se ne accorgeva. Allora smetteva per un istante, si guardava intorno con un sorriso nervoso e ricominciava. Non poteva farne a meno, finché la *boule* non cadeva sul quadrante.

A poco a poco, guardando, la febbre del gioco prese anche me. I primi colpi mi andarono male. Poi cominciai a sentirmi in uno stato curiosissimo, come di ubriachezza ispirata. Agivo quasi automaticamente, per ispirazioni improvvise, senza rendermene conto. Puntavo ogni volta dopo gli altri, all'ultimo momento, là! E subito sapevo con certezza che avrei vinto. E vincevo. All'inizio puntavo poco; poi, a poco a poco, di più, di più, senza contare. Quella specie di ubriachezza lucida intanto cresceva in me. Non si confondeva per qualche colpo sbagliato, perché mi sembrava quasi di averlo previsto. Anzi, qualche volta dicevo tra me: « Ecco, questo lo perderò; *devo* perderlo ». Ero come elettrizzato. A un certo punto ebbi l'ispirazione di rischiare tutto, là e addio. E vinsi. Mi ronzavano le orecchie. Ero tutto sudato e gelato. Mi sembrò che uno dei *croupiers* mi osservasse, come sorpreso da quella mia fortuna ostinata. Nell'agitazione in cui mi trovavo, sentii nel suo sguardo come una sfida. E rischiai tutto di nuovo, senza pensarci due volte, quello che avevo di mio e quello che avevo vinto. La mano mi andò sullo stesso numero di prima, il trentacinque. Stavo per ritirarla. Ma no, lì, lì di nuovo, come se qualcuno me l'avesse ordinato.

Chiusi gli occhi; dovevo essere pallidissimo. Si fece un gran silenzio. Mi sembrò che si facesse per me solo, come se tutti fossero sospesi nella mia ansia terribile. La *boule* girò, girò per un'eternità, con una lentezza che rendeva la tortura sempre più insopportabile. Alla fine cadde.

Mi aspettavo che il *croupier*, con la solita voce (mi sembrò lontanissima), annunciasse:

— *Trentecinq, noir, impair et passe!*

Presi i soldi e dovetti allontanarmi, come un ubriaco. Caddi seduto sul divano, sfinito. Appoggiai la testa allo schienale, per un bisogno improvviso, irresistibile, di dormire, di riposarmi con un po' di sonno. Stavo quasi per cedere, quando mi sentii addosso un peso, un peso materiale, che subito mi scosse. Quanto avevo vinto? Aprii gli occhi, ma dovetti richiuderli subito: mi girava la testa. Lì dentro il caldo era soffocante. Come! Era già sera? Avevo visto le luci accese. E per quanto tempo avevo dunque giocato? Mi alzai piano piano e uscii.

*

Fuori, nell'atrio, era ancora giorno. L'aria fresca mi diede forza.

Parecchia gente passeggiava lì. Alcuni erano pensierosi e soli, altri a due o a tre chiacchieravano e fumavano.

Io osservavo tutti. Ero nuovo del posto e ancora impacciato, e avrei voluto sembrare anch'io un po' di casa. Perciò studiavo quelli che mi sembravano più sicuri di sé. Ma proprio quando meno me lo aspettavo, ecco che uno di loro impallidiva, fissava gli occhi nel vuoto e ammutoliva. Poi buttava via la sigaretta e, tra le risate dei compagni, scappava e rientrava nella sala da gioco. Perché ridevano i compagni? Sorridevo anch'io, d'istinto, guardando come uno scemo.

— *A toi, mon chéri!* — mi sentii dire piano da una voce femminile, un po' rauca.

Mi voltai. Era una di quelle donne che poco prima sedevano con me intorno al tavolo. Mi porgeva sorridendo una rosa, e un'altra la teneva per sé. Le aveva appena comprate al banco dei fiori, lì nel vestibolo.

Avevo dunque l'aria così goffa e da stupido?

Mi assalì una rabbia violenta. Rifiutai senza ringraziare e feci per allontanarmi da lei. Ma lei mi prese per un braccio, ridendo. Davanti agli altri fingeva di essere in confidenza con me, e mi parlò piano e in fretta. Mi sembrò di capire che mi proponeva di giocare con lei. Infatti aveva visto poco prima i miei colpi fortunati. Lei, secondo le mie indicazioni, avrebbe puntato per me e per lei.

Mi scrollai tutto con disprezzo e la piantai lì.

Poco dopo, rientrando nella sala da gioco, la vidi che parlava con un signore bassotto e bruno. Aveva la barba e gli occhi un po' storti, e all'aspetto sembrava spagnolo. Lei gli aveva dato la rosa che poco prima aveva offerto a me. Da un certo movimento di tutti e due, mi accorsi che parlavano di me. E mi misi in guardia.

Entrai in un'altra sala e mi avvicinai al primo tavolo, ma senza l'intenzione di giocare. Poco dopo quel signore, senza più la donna, si avvicinò anche lui al tavolo, fingendo di non vedermi. Allora mi misi a guardarlo con decisione. Volevo fargli capire che mi ero accorto di tutto, e che con me, dunque, avrebbe sbagliato.

Ma non aveva affatto l'aspetto di un imbroglione, quell'uomo. Lo vidi giocare forte e perdere tre colpi di seguito. Batteva continuamente le palpebre, forse per lo sforzo di nascondere il suo turbamento. Al terzo colpo perduto, mi guardò e sorrise.

Lo lasciai lì e tornai nell'altra sala, al tavolo dove prima avevo vinto.

I *croupiers* si erano dati il cambio. La donna era lì, al posto di prima. Rimasi indietro per non farmi vedere, e notai che puntava poco, e non a tutte le partite. Mi feci avanti e lei mi vide. Stava per giocare e si trattenne: evidentemente aspettava che giocassi io, per puntare dove puntavo io. Ma aspettò invano. Quando il *croupier* disse: — *Le jeu est fait! Rien ne va plus!* — la guardai, e lei alzò un dito per minacciarmi scherzosamente. Per parecchi giri non giocai. Poi la vista degli altri giocatori mi eccitò di nuovo, e sentii riaccendersi in me l'ispirazione di prima. Non badai più a lei e mi rimisi a giocare.

Per quale misterioso suggerimento seguivo così senza errori i numeri e i colori, che cambiavano in modo imprevedibile? Era solo un prodigioso indovinare senza saperlo? E come si spiegano allora certe ostinazioni pazze, davvero pazze? Il loro ricordo mi fa ancora venire i brividi. Infatti io rischiavo tutto, tutto, forse anche la vita, in quei colpi che erano vere e proprie sfide alla sorte. No, no: in quei momenti sentii davvero in me una forza quasi diabolica. Con quella forza domavo e incantavo la fortuna, e legavo il suo capriccio al mio. E non ero il solo a crederlo. Questa convinzione si era diffusa in fretta anche negli altri, e ormai quasi tutti seguivano il mio gioco rischiosissimo. Non so quante volte uscì il rosso, su cui mi ostinavo a puntare. Puntavo sullo zero, e usciva lo zero. Perfino quel giovinetto che tirava i luigi dalla tasca dei pantaloni si era scosso e infervorato. Quel grosso signore bruno ansimava più che mai. L'agitazione intorno al tavolo cresceva ogni momento. Erano fremiti d'impazienza, brevi gesti nervosi, un furore trattenuto a fatica, pieno di angoscia e terribile. Perfino i *croupiers* avevano perduto la loro rigida impassibilità.

All'improvviso, davanti a una puntata enorme, ebbi come una vertigine. Sentii su di me una responsabilità tremenda. Non avevo mangiato quasi nulla dalla mattina, e vibravo tutto, tremavo per la lunga e violenta emozione. Non ce la feci più e, dopo quel colpo, mi ritirai, barcollando. Mi sentii afferrare per un braccio. Agitatissimo, con gli occhi che gli mandavano fiamme, quello spagnoletto barbuto e robusto voleva fermarmi a ogni costo. Ecco, erano le undici e un quarto; i *croupiers* invitavano agli ultimi tre colpi: avremmo fatto saltare la banca!

Mi parlava in un italiano bastardo, comicissimo. Io infatti non ragionavo già più, e mi ostinavo a rispondergli nella mia lingua:

— No, no, basta! non ne posso più! Mi lasci andare, caro signore.

Mi lasciò andare; ma mi venne dietro! Salì con me sul treno di ritorno a Nizza. E volle assolutamente che cenassi con lui e che prendessi poi una camera nel suo stesso albergo.

All'inizio non mi dispiacque molto l'ammirazione quasi timorosa di quell'uomo. Sembrava felicissimo di mostrarmela, come a un mago che fa miracoli. La vanità umana, a volte, non rifiuta nemmeno una stima che offende. Non rifiuta nemmeno l'incenso acre e velenoso di certi incensieri indegni e meschini. Ero come un generale che ha vinto una battaglia durissima e disperata, ma per caso, senza sapere come. Cominciavo già a sentirlo, a tornare in me. E a poco a poco cresceva il fastidio per la compagnia di quell'uomo.

Tuttavia, appena sceso a Nizza, non riuscii a liberarmene, per quanto facessi. Dovetti andare a cena con lui. E allora mi confessò che era stato lui a mandarmi, là nell'atrio del casinò, quella donnetta allegra. Da tre giorni lui le attaccava le ali per farla volare, almeno raso terra. Erano ali di biglietti di banca: le dava cioè qualche centinaio di lire per farle tentare la sorte. Quella sera la donnetta doveva aver vinto bene, seguendo il mio gioco, perché all'uscita non si era più fatta vedere.

— Che podo far? La póvara avrà trovato de meglio. Sono viechio, ió. E agradecio Dio, ántes, che me la son levada de sobre!

Mi disse che era a Nizza da una settimana e che ogni mattina era andato a Montecarlo. Lì, fino a quella sera, aveva avuto sempre una sfortuna incredibile. Voleva sapere come facevo a vincere. Certo dovevo aver capito il gioco, o conoscere qualche regola sicura.

Mi misi a ridere. Gli risposi che fino alla mattina di quello stesso giorno non avevo mai visto una *roulette*, neppure dipinta. Non sapevo affatto come si giocava, e non sospettavo nemmeno lontanamente che avrei giocato e vinto in quel modo. Ero stordito e abbagliato più di lui.

Non si convinse. Anzi, girò abilmente il discorso. Credeva senza dubbio di avere a che fare con un vero furfante. Parlava con meravigliosa disinvoltura in quella sua lingua mezza spagnola e mezza Dio sa che cosa. E arrivò a farmi la stessa proposta. Era la proposta a cui aveva cercato di tirarmi la mattina, con l'amo di quella donnetta allegra.

— Ma no, scusi! — esclamai io, cercando però di attenuare il risentimento con un sorriso. — Può lei davvero ostinarsi a credere che per quel gioco ci siano regole o qualche segreto? Ci vuole fortuna! Oggi ne ho avuta; domani potrò non averne, o potrò averne di nuovo; spero di sì!

— Ma porqué lei, — mi domandò, — non ha voluto occi aproveciarse de la sua fortuna?

— Io, aprove…

— Sì, come puedo decir? avantaciarse, voilà!

— Ma secondo i miei mezzi, caro signore!

— *Bien!* — disse lui. — Podo ió por lei. Lei, la fortuna, io metarò el dinero.

— E allora forse perderemo! — conclusi io, sorridendo. — No, no… Guardi! Se lei mi crede davvero così fortunato… lo sarò al gioco; in tutto il resto, no di certo. Facciamo così: senza patti fra noi e senza nessuna responsabilità da parte mia, che non voglio averne. Lei punti il suo molto dove io punto il mio poco, come ha fatto oggi; e, se andrà bene…

Non mi lasciò finire. Scoppiò in una risata strana, che voleva sembrare maliziosa, e disse:

— Eh no, segnore mio! no! Occi, sì, l'ho fatto: no lo fado domani seguramente! Si lei punta forte con migo, bien! si no, no lo fado seguramente! Gracie tante!

Lo guardai, cercando di capire che cosa volesse dire. In quella risata e in quelle parole c'era senza dubbio un sospetto offensivo per me. Mi turbai e gli chiesi una spiegazione.

Smise di ridere, ma sulla faccia gli rimase come l'impronta di quella risata, che svaniva.

— Digo che no, che non lo fado, — ripeté. — No digo altro!

Battei forte una mano sulla tavola e, con voce alterata, insistei:

— Nient'affatto! Bisogna invece che dica, che spieghi che cosa voleva dire con le sue parole e con la sua risata imbecille! Io non capisco!

Mentre parlavo, lo vidi impallidire e quasi diventare più piccolo. Evidentemente stava per chiedermi scusa. Mi alzai, indignato, con una scrollata di spalle.

— Bah! Io disprezzo lei e il suo sospetto, che non riesco neanche a immaginare!

Pagai il conto e uscii.

*

Ho conosciuto un uomo degno di rispetto, con doti d'intelligenza rarissime, che avrebbe meritato una grande ammirazione. Eppure nessuno lo ammirava, né poco né molto. Io credo che fosse colpa di un paio di pantaloncini chiari, a quadretti, troppo stretti sulle gambe magre. Lui si ostinava a portarli. I vestiti che indossiamo, il loro taglio, il loro colore, possono far pensare di noi le cose più strane.

Ma io ora sentivo un dispetto ancora maggiore, perché mi sembrava di non essere vestito male. Non ero in marsina, è vero, ma avevo un vestito nero da lutto, molto decente. E poi, con questi stessi vestiti, quel tedescaccio prima mi aveva preso per uno stupido. Perciò si era portato via i miei soldi come se niente fosse. Come mai adesso quest'altro mi prendeva per un imbroglione?

— Sarà forse per questo barbone, — pensavo, camminando, — o per questi capelli troppo corti…

Intanto cercavo un albergo qualunque, per chiudermi in camera a vedere quanto avevo vinto. Mi sembrava di essere pieno di soldi. Ne avevo un po' dappertutto, nelle tasche della giacca, dei pantaloni e del panciotto. Oro, argento, biglietti di banca: dovevano essere molti, molti!

Sentii suonare le due. Le strade erano deserte. Passò una carrozza vuota e ci salii.

Dal niente avevo fatto circa undicimila lire! Non vedevo tanti soldi da molto tempo, e all'inizio mi sembrarono una gran somma. Ma poi, pensando alla mia vita di un tempo, mi sentii molto umiliato davanti a me stesso. Ma come! Due anni di biblioteca, con tutte le altre disgrazie, mi avevano dunque rimpicciolito il cuore fino a questo punto?

Cominciai a mordermi con il mio nuovo veleno, guardando i soldi lì sul letto:

— Va', uomo virtuoso, mite bibliotecario, va', torna a casa a calmare con questo tesoro la vedova Pescatore. Lei crederà che tu l'abbia rubato e avrà subito per te una grandissima stima. O va' piuttosto in America, come avevi deciso, se questo non ti sembra un premio degno della tua grande fatica. Ora potresti, con questi soldi. Undicimila lire! Che ricchezza!

Raccolsi i soldi, li buttai nel cassetto del comodino e mi misi a letto. Ma non riuscii a prendere sonno. Che cosa dovevo fare, insomma? Tornare a Montecarlo, a restituire quella vincita straordinaria? O accontentarmi e godermela modestamente? Ma come? Avevo ancora la voglia e il modo di godere, con quella famiglia che mi ero fatto? Avrei vestito un po' meno poveramente mia moglie. Lei però non si curava più di piacermi. Anzi, sembrava che facesse di tutto per riuscirmi sgradevole. Restava spettinata tutto il giorno, senza busto, in ciabatte, con i vestiti che le cadevano da tutte le parti. Forse pensava che, per un marito come me, non valesse più la pena di farsi bella? Del resto, dopo il grave pericolo del parto, non si era più ripresa bene in salute. Quanto al carattere, di giorno in giorno era diventata più aspra, non solo con me, ma con tutti. Questo rancore e la mancanza di un affetto vivo e vero nutrivano in lei una pigrizia triste. Non si era affezionata neppure alla bambina. La nascita di lei e di quell'altra, morta dopo pochi giorni, era stata per Romilda una sconfitta. Oliva infatti aveva avuto un bel figlio maschio, nato circa un mese dopo. Era sano, nato senza fatica, dopo una gravidanza felice. C'erano poi tutti quei disgusti e quei contrasti. Nascono quando il bisogno si accuccia, come un gattaccio nero e ispido, sulla cenere di un focolare spento. Tutto questo aveva reso odioso a tutti e due vivere insieme. Con undicimila lire avrei potuto rimettere la pace in casa? Avrei potuto far rinascere l'amore, ucciso ingiustamente dalla vedova Pescatore quando era appena nato? Follie! E dunque? Partire per l'America? Ma perché andare a cercare tanto lontano la Fortuna? Sembrava che avesse voluto fermarmi qua, a Nizza, senza che ci pensassi, davanti a quella bottega di oggetti da gioco. Ora dovevo mostrarmi degno di lei e dei suoi favori, se davvero, come sembrava, voleva concedermeli. Via, via! O tutto o niente. In fin dei conti, sarei tornato com'ero prima. Che cos'erano mai undicimila lire?

Così il giorno dopo tornai a Montecarlo. Ci tornai per dodici giorni di fila. Allora non ebbi più né il modo né il tempo di stupirmi del favore della fortuna, più favoloso che straordinario. Ero fuori di me, matto del tutto. E non mi stupisco neanche adesso. So purtroppo che tiro mi stava preparando, favorendomi in quel modo e in quella misura. In nove giorni arrivai a mettere insieme una somma davvero enorme, giocando disperatamente. Dopo il nono giorno cominciai a perdere, e fu un precipizio. La mia prodigiosa ispirazione mi venne a mancare, come se non trovasse più nutrimento nei miei nervi già sfiniti. Non seppi, o meglio, non potei fermarmi in tempo. Mi fermai, mi scossi, ma non per mia virtù. Mi fermò la violenza di uno spettacolo orrendo, che in quel luogo, pare, non è raro.

La mattina del dodicesimo giorno stavo entrando nelle sale da gioco. Quel signore di Lugano innamorato del numero dodici mi raggiunse, sconvolto e senza fiato. Più con i gesti che con le parole, mi annunciò che poco prima uno si era ucciso lì, nel giardino. Pensai subito che fosse quel mio spagnolo, e provai rimorso. Ero sicuro che mi aveva aiutato a vincere. Il primo giorno dopo la nostra lite non aveva voluto puntare dove puntavo io, e aveva perduto sempre. Nei giorni seguenti, vedendomi vincere con tanta costanza, aveva cercato di fare il mio stesso gioco. Ma allora non avevo più voluto io. Come guidato per mano dalla Fortuna stessa, presente e invisibile, mi ero messo a girare da un tavolo all'altro. Da due giorni non l'avevo più visto, proprio da quando avevo cominciato a perdere. E forse perché lui non mi dava più la caccia.

Correndo al luogo che mi avevano indicato, ero certissimo di trovarlo lì, steso per terra, morto. Invece trovai quel giovinetto pallido, con la sua aria di indifferenza assonnata. Era quello che tirava fuori i luigi dalla tasca dei pantaloni e li puntava senza nemmeno guardare.

Sembrava più piccolo, lì in mezzo al viale. Stava composto, con i piedi uniti, come se si fosse sdraiato prima, per non farsi male cadendo. Un braccio era stretto al corpo. L'altro era un po' sollevato, con la mano contratta e un dito, l'indice, ancora nell'atto di tirare. Vicino a questa mano c'era la rivoltella; più in là, il cappello. All'inizio mi sembrò che la pallottola fosse uscita dall'occhio sinistro. Da lì era colato sulla faccia tanto sangue, ora rappreso. Ma no: il sangue era schizzato da lì, come un po' dalle narici e dalle orecchie. Molto altro era poi uscito dal piccolo foro alla tempia destra. Si era raggrumato sulla sabbia gialla del viale. Una dozzina di vespe ronzavano intorno. Qualcuna andava a posarsi, vorace, anche lì sull'occhio. Tra tanti che guardavano, nessuno aveva pensato a cacciarle via. Tirai fuori di tasca un fazzoletto e lo stesi su quel misero volto orribilmente sfigurato. Nessuno me ne fu grato: avevo tolto il meglio dello spettacolo.

Scappai via e tornai a Nizza, per partire quello stesso giorno.

Avevo con me circa ottantaduemila lire. Potevo immaginare tutto, tranne che nella sera di quello stesso giorno dovesse accadere qualcosa di simile anche a me.

### Glossario

- **roulette**: gioco d'azzardo: una pallina gira su una ruota con i numeri.
- **quadrante**: la parte della roulette dove sono scritti i numeri.
- **gagner**: in francese: vincere.
- **bisca**: luogo dove si gioca d'azzardo con i soldi.
- **luigi**: monete d'oro usate al gioco a Montecarlo.
- **scudi**: monete d'argento usate al gioco a Montecarlo.
- **croupier**: impiegato del casinò che dirige il gioco.
- **rastrello**: attrezzo con un lungo manico con cui il croupier sposta i soldi sul tavolo.
- **assonnata**: piena di sonno.
- **jeu**: in francese: gioco, puntata.
- **boule**: in francese: palla; qui: la pallina della roulette.
- **impair**: in francese: dispari.
- **marsina**: giacca nera da uomo, molto elegante, lunga dietro.
- **monocolo**: una sola lente che si tiene davanti a un occhio.
- **palpebre**: la pelle che copre gli occhi quando si chiudono.
- **ubriachezza**: lo stato di chi ha bevuto troppo; qui: una forte eccitazione.
- **ronzavano**: facevano un rumore basso e continuo, come le vespe.
- **sfinito**: stanchissimo, senza più forze.
- **nell'atrio**: nella grande sala all'ingresso di un edificio.
- **imbroglione**: chi inganna gli altri.
- **ostinavo**: «mi ostinavo a»: continuavo a fare una cosa e non volevo smettere.
- **podo**: parola spagnola storpiata: posso.
- **fado**: parola spagnola storpiata: faccio.
- **tignosa**: malata alla testa e senza capelli; qui: brutta e sgradevole.
- **mattatoio**: luogo dove si uccidono gli animali per la carne.

## § 7. — Cambio treno.

Pensavo:

— « Ricomprerò la *Stia* e mi ritirerò là, in campagna, a fare il mugnaio. Si sta meglio vicino alla terra; e, sotto, forse anche meglio.

« Ogni mestiere, in fondo, ha qualche consolazione. Ne ha perfino quello del becchino. Il mugnaio può consolarsi con il rumore delle macine. Può consolarsi con la polvere che vola nell'aria e lo veste di farina.

« Sono sicuro che, per ora, là nel mulino non si rompe nemmeno un sacco. Ma appena lo riavrò io:

« — Signor Mattia, la nottola del palo! Signor Mattia, si è rotta la bronzina! Signor Mattia, i denti del lubecchio!

« Come quando c'era la mia povera mamma, e Malagna amministrava.

« E mentre io mi occuperò del mulino, il fattore mi ruberà i frutti della campagna. Se invece baderò alla campagna, il mugnaio mi ruberà la molenda. Di qua il mugnaio e di là il fattore faranno l'altalena, e io nel mezzo a godermela.

« Forse sarebbe meglio prendere dalla vecchia cassapanca di mia suocera uno dei vecchi abiti di Francesco Antonio Pescatore. La vedova li custodisce con la canfora e con il pepe, come sante reliquie. Potrei vestirne Marianna Dondi e mandare lei a fare il mugnaio e a stare sopra il fattore.

« L'aria di campagna farebbe certamente bene a mia moglie. Forse a qualche albero cadranno le foglie, quando la vedrà. Gli uccellini ammutoliranno. Speriamo che non si secchi la sorgente. E io resterò bibliotecario, solo soletto, a Santa Maria Liberale. »

Così pensavo, e il treno intanto correva. Non potevo chiudere gli occhi, perché subito mi appariva con terribile precisione il cadavere di quel giovinetto. Era là nel viale, piccolo e composto sotto i grandi alberi immobili, nella fresca mattina. Perciò dovevo consolarmi così, con un altro incubo, non tanto sanguinoso, almeno materialmente. Era quello di mia suocera e di mia moglie. E godevo a immaginare la scena del mio arrivo, dopo quei tredici giorni di scomparsa misteriosa.

Ero certo (mi sembrava di vederle!) che al mio ingresso tutte e due avrebbero finto la più sdegnosa indifferenza. Appena un'occhiata, come per dire:

— To', di nuovo qua? Non ti eri rotto l'osso del collo?

Zitte loro, zitto io.

Ma poco dopo, senza dubbio, la vedova Pescatore avrebbe cominciato a sputare bile, partendo dal posto che forse avevo perduto.

Mi ero infatti portato via la chiave della biblioteca. Alla notizia della mia scomparsa, avevano certo dovuto sfondare la porta, per ordine della questura. Non mi avevano trovato là dentro, morto, e non avevano né tracce né notizie di me. Allora quelli del Municipio forse avevano aspettato il mio ritorno per tre, quattro, cinque giorni, una settimana. Poi avevano dato il mio posto a qualche altro perdigiorno.

Dunque, che cosa stavo a fare lì, seduto? Mi ero buttato di nuovo, da solo, in mezzo a una strada? Ci restassi! Due povere donne non potevano avere l'obbligo di mantenere un fannullone, un pezzo da galera! Uno che scappava via così, chissà per quali altre imprese, ecc., ecc.

— Io, zitto.

A poco a poco la bile di Marianna Dondi cresceva per quel mio silenzio dispettoso. Cresceva, ribolliva, scoppiava: e io, ancora lì, zitto!

A un certo punto avrei tirato fuori dalla tasca interna il portafoglio. Mi sarei messo a contare sul tavolino i miei biglietti da mille: là, là, là e là…

Spalancamento di occhi e di bocca di Marianna Dondi e anche di mia moglie.

Poi:

— Dove li hai rubati?

— … settantasette, settantotto, settantanove, ottanta, ottantuno; cinquecento, seicento, settecento; dieci, venti, venticinque; ottantunmila settecentoventicinque lire, e quaranta centesimi in tasca.

Con calma avrei raccolto i biglietti, li avrei rimessi nel portafoglio e mi sarei alzato.

— Non mi volete più in casa? Ebbene, tante grazie! Me ne vado, e salute a voi.

Ridevo, pensando così.

I miei compagni di viaggio mi osservavano e sorridevano anche loro, di nascosto.

Allora, per avere un atteggiamento più serio, mi mettevo a pensare ai miei creditori. Avrei dovuto dividere tra loro quei biglietti di banca. Nasconderli, non potevo. E poi, a che cosa mi sarebbero serviti, nascosti?

Godermeli? Certo quei cani non me li avrebbero lasciati godere. Volevano recuperare i loro soldi con il mulino della *Stia* e con i frutti del podere. Ma chissà quanti anni ancora avrebbero dovuto aspettare. Dovevano infatti pagare anche l'amministrazione, che si mangiava tutto a due palmenti. (A due palmenti era anche il mulino.) Ora forse, con un'offerta in contanti, me li sarei levati di dosso a buon prezzo. E facevo il conto:

— Tanto a quella mosca canina del Recchioni. Tanto a Filippo Brìsigo, e mi piacerebbe che gli servissero per pagarsi il funerale: non caverebbe più sangue ai poveretti! Tanto a *Cichin* Lunaro, il torinese. Tanto alla vedova Lippani… Chi altro c'è? Ih! hai voglia! Il Della Piana, Bossi e Margottini… Ecco tutta la mia vincita!

Alla fine, avevo vinto per loro a Montecarlo! Che rabbia per quei due giorni di perdita! Sarei stato ricco di nuovo… ricco!

Ora facevo certi sospironi, che facevano voltare i miei compagni di viaggio più dei sorrisi di prima. Ma io non trovavo pace. Stava per venire la sera; l'aria sembrava di cenere, e la noia del viaggio era insopportabile.

Alla prima stazione italiana comprai un giornale, con la speranza che mi facesse addormentare. Lo aprii e mi misi a leggere alla luce della lampadina elettrica. Ebbi così la consolazione di sapere una notizia sul castello di Valencay. Era stato messo all'asta per la seconda volta. L'aveva avuto il signor conte De Castellane per due milioni e trecentomila franchi. La tenuta intorno al castello era di duemilaottocento ettari: la più vasta di Francia.

— Più o meno, come la *Stia*…

Lessi che l'imperatore di Germania aveva ricevuto a Potsdam, a mezzogiorno, l'ambasciata marocchina. Al ricevimento aveva assistito il segretario di Stato, barone de Richtofen. La missione, presentata poi all'imperatrice, era stata trattenuta a pranzo, e chissà come aveva divorato!

Anche lo Zar e la Zarina di Russia avevano ricevuto a Peterhof una speciale missione tibetana. La missione aveva presentato alle Loro Maestà i doni del Lama.

— I doni del Lama? — domandai a me stesso, chiudendo gli occhi, pensieroso. — Che cosa saranno?

Papaveri: perché mi addormentai. Ma papaveri di poca forza: mi svegliai infatti presto, per un urto del treno che si fermava a un'altra stazione.

Guardai l'orologio: erano le otto e un quarto. Tra un'oretta, dunque, sarei arrivato.

Avevo ancora in mano il giornale e lo voltai. Cercavo in seconda pagina qualche dono migliore di quelli del Lama. Gli occhi mi andarono su un

**Suicidio**

così, in grassetto.

Pensai subito che potesse essere quello di Montecarlo, e mi affrettai a leggere. Ma mi fermai, sorpreso, alla prima riga, stampata in caratteri piccolissimi: *Ci telegrafano da Miragno.*

— Miragno? Chi si sarà suicidato nel mio paese?

Lessi:

*« Ieri, sabato 28, è stato trovato nella gora di un mulino un cadavere in stato di avanzata putrefazione…*

All'improvviso la vista mi si annebbiò: mi sembrò di vedere nella riga seguente il nome del mio podere. Facevo fatica a leggere con un occhio solo quella stampa minuscola. Perciò mi alzai in piedi, per essere più vicino alla luce.

*« …putrefazione. Il mulino si trova in un podere detto della Stia, a circa due chilometri dalla nostra città. Sul posto accorse l'autorità giudiziaria con altra gente. Il cadavere fu estratto dalla gora per i controlli di legge e piantonato. Più tardi fu riconosciuto per quello del nostro…*

Il cuore mi saltò in gola e guardai, sconvolto, i miei compagni di viaggio, che dormivano tutti.

*« Sul posto accorse… estratto dalla gora… e piantonato… fu riconosciuto per quello del nostro bibliotecario…*

— Io?

*« Sul posto accorse… più tardi… per quello del nostro bibliotecario Mattia Pascal, scomparso da parecchi giorni. Causa del suicidio: dissesti finanziari. »*

— Io?… *Scomparso… riconosciuto… Mattia Pascal…*

Rilessi quelle poche righe non so più quante volte, con aria feroce e il cuore in tumulto. Nel primo impeto tutte le mie energie vitali si ribellarono violentemente per protestare. Era come se quella notizia, così irritante nella sua breve freddezza, potesse essere vera anche per me. Ma se non era vera per me, era vera per gli altri. Da ieri questi altri erano certi della mia morte. E quella certezza pesava su di me come una prepotenza odiosa, continua, schiacciante, insopportabile. Guardai di nuovo i miei compagni di viaggio. Sembrava che anche loro, lì sotto i miei occhi, riposassero in quella certezza. Ebbi la tentazione di scuoterli dalle loro posizioni scomode e penose. Volevo scuoterli, svegliarli, per gridare loro che non era vero.

— Possibile?

E rilessi ancora una volta la notizia sbalorditiva.

Non riuscivo più a stare fermo. Avrei voluto che il treno si fermasse, avrei voluto che corresse a precipizio. Quel suo andare monotono, da automa duro, sordo e pesante, mi faceva crescere sempre di più l'agitazione. Aprivo e chiudevo le mani di continuo, affondandomi le unghie nelle palme. Spiegazzavo il giornale, poi lo rimettevo a posto per rileggere la notizia, che già sapevo a memoria, parola per parola.

— *Riconosciuto!* Ma è possibile che mi abbiano riconosciuto?… *In stato di avanzata putrefazione…* puah!

Per un momento mi vidi lì, nell'acqua verdastra della gora, fradicio, gonfio, orribile, che galleggiavo… Per l'orrore istintivo, incrociai le braccia sul petto e con le mani mi toccai, mi strinsi:

— Io, no; io, no… Chi sarà stato?… Mi somigliava, certo… Forse aveva la barba anche lui, come la mia… la mia stessa corporatura… E mi hanno riconosciuto!… *Scomparso da parecchi giorni…* Eh già! Ma io vorrei sapere, vorrei sapere chi si è affrettato così a riconoscermi. Possibile che quel disgraziato fosse tanto simile a me? Vestito come me? Tale e quale? Ma sarà stata lei, forse, lei, Marianna Dondi, la vedova Pescatore: oh! mi ha pescato subito, mi ha riconosciuto subito! Non le sarà sembrato vero, figuriamoci! « È lui! è lui! mio genero! ah, povero Mattia! ah, povero figliolo mio! » E forse si sarà anche messa a piangere. Si sarà pure inginocchiata accanto al cadavere di quel poveretto. E lui non ha potuto tirarle un calcio e gridarle: « Ma levati di qua: non ti conosco ».

Fremevo. Finalmente il treno si fermò a un'altra stazione. Aprii lo sportello e mi buttai giù, con l'idea confusa di fare qualcosa, subito. Volevo mandare un telegramma urgente per smentire quella notizia.

Il salto che feci dal vagone mi salvò. Fu come se mi avesse scosso dal cervello quella stupida fissazione. In un lampo vidi… ma sì! la mia liberazione, la libertà, una vita nuova!

Avevo con me ottantaduemila lire, e non avrei più dovuto darle a nessuno! Ero morto, ero morto: non avevo più debiti, non avevo più moglie, non avevo più suocera: nessuno! libero! libero! libero! Che cosa cercavo di più?

Pensando così, dovevo essere rimasto in una posizione stranissima, là sulla banchina di quella stazione. Avevo lasciato aperto lo sportello del vagone. Mi vidi intorno parecchia gente, che mi gridava non so che cosa. Alla fine uno mi scosse e mi spinse, gridandomi più forte:

— Il treno riparte!

— Ma lo lasci, lo lasci ripartire, caro signore! — gli gridai a mia volta. — Cambio treno!

Ora mi aveva assalito un dubbio. Forse quella notizia era già stata smentita. Forse a Miragno si erano già accorti dell'errore. Forse erano saltati fuori i parenti del vero morto, per correggere la falsa identificazione.

Prima di rallegrarmi così, dovevo accertarmi bene, avere notizie precise e dettagliate. Ma come procurarmele?

Cercai il giornale nelle tasche. L'avevo lasciato in treno. Mi voltai a guardare il binario deserto, che si allungava lucido per un tratto nella notte silenziosa. Mi sentii come smarrito, nel vuoto, in quella misera stazioncina di passaggio. Allora mi assalì un dubbio più forte: e se avessi sognato?

Ma no:

— *Ci telegrafano da Miragno. Ieri, sabato 28…*

Ecco: potevo ripetere a memoria il telegramma, parola per parola. Non c'era dubbio! Tuttavia, sì, era troppo poco; non poteva bastarmi.

Guardai la stazione e lessi il nome: ALENGA.

In quel paese avrei trovato altri giornali? Mi ricordai che era domenica. A Miragno, dunque, quella mattina era uscito *Il Foglietto*, l'unico giornale che si stampava lì. A tutti i costi dovevo procurarmene una copia. Lì avrei trovato tutte le notizie dettagliate che mi servivano. Ma come sperare di trovare *Il Foglietto* ad Alenga? Ebbene, avrei telegrafato alla redazione del giornale sotto un falso nome. Conoscevo il direttore, Miro Colzi. A Miragno tutti lo chiamavano *Lodoletta*. Da giovane, infatti, aveva pubblicato con questo titolo gentile il suo primo e ultimo libro di versi.

Ma per Lodoletta non sarebbe stata un avvenimento quella richiesta di copie del suo giornale da Alenga? Certo la notizia più « interessante » di quella settimana doveva essere il mio suicidio. Perciò doveva essere il *pezzo* più forte di quel numero. Non rischiavo dunque che quella richiesta insolita gli facesse nascere qualche sospetto?

— Ma no! — pensai poi. — A Lodoletta non può venire in mente che io non mi sia affogato davvero. Cercherà la ragione della richiesta in qualche altro *pezzo forte* del suo numero di oggi. Da tempo lotta duramente contro il Municipio per la conduttura dell'acqua e per l'impianto del gas. Crederà piuttosto che sia per questa sua « campagna ».

Entrai nella stazione.

Per fortuna il vetturino dell'unica carrozzella, quella della posta, era ancora lì a chiacchierare con gli impiegati della ferrovia. Il paesino era a circa tre quarti d'ora di carrozza dalla stazione, e la strada era tutta in salita.

Salii su quel vecchissimo calesse sgangherato, senza fanali, e via nel buio.

Avevo tante cose a cui pensare. Ma ogni tanto, in quella nera solitudine sconosciuta, si risvegliava in me la violenta impressione di quella notizia. Mi riguardava così da vicino! Allora, per un attimo, mi sentivo nel vuoto, come poco prima davanti al binario deserto. Mi sentivo paurosamente staccato dalla vita, superstite di me stesso, perduto. Aspettavo di vivere oltre la morte, senza vedere ancora in che modo.

Per distrarmi domandai al vetturino se ad Alenga c'era un'agenzia di giornali:

— Come dice? Nossignore!

— Non si vendono giornali ad Alenga?

— Ah! sissignore. Li vende il farmacista, Grottanelli.

— C'è un albergo?

— C'è la locanda del Palmentino.

Era sceso dal sedile per alleggerire un po' il vecchio cavallo, che soffiava con le narici verso terra. Lo vedevo appena. A un certo punto accese la pipa, e allora lo vidi a tratti. Pensai: — Se sapesse chi porta…

Ma subito rivolsi la domanda a me stesso:

— Chi porta? Non lo so più nemmeno io. Chi sono io adesso? Devo pensarci. Un nome, almeno, un nome, devo darmelo subito, per firmare il telegramma. E così non sarò imbarazzato se me lo domandano alla locanda. Per adesso basterà pensare soltanto al nome. Vediamo un po'! Come mi chiamo?

Non avrei mai immaginato che scegliere un nome e un cognome dovesse costarmi tanta fatica e tanta agitazione. Il cognome, specialmente! Mettevo insieme sillabe, così, senza pensare. Venivano fuori certi cognomi come *Strozzani, Parbetta, Martoni, Bartusi*, che mi irritavano ancora di più i nervi. Non ci trovavo nessuna proprietà, nessun senso. Come se, in fondo, i cognomi dovessero averne… Eh, via! uno qualunque… Martoni, per esempio, perché no? Carlo Martoni… Uh, ecco fatto! Ma poco dopo alzavo le spalle: — Sì! Carlo Martello… — E l'agitazione ricominciava.

Arrivai al paese senza averne scelto nessuno. Per fortuna, dal farmacista non ce ne fu bisogno. Il farmacista era anche impiegato del telegrafo e della posta, droghiere, cartolaio, giornalaio, bestia e non so che altro. Comprai una copia dei pochi giornali che gli arrivavano, giornali di Genova: *Il Caffaro* e *Il Secolo XIX*. Poi gli domandai se potevo avere *Il Foglietto* di Miragno.

Aveva una faccia da civetta, questo Grottanelli, con due occhi tondi tondi, come di vetro. Ogni tanto li copriva, quasi con fatica, con certe palpebre dure.

— *Il Foglietto*? Non lo conosco.

— È un giornaletto di provincia, settimanale, — gli spiegai. — Vorrei averlo. Il numero di oggi, s'intende.

— *Il Foglietto*? Non lo conosco, — continuava a ripetere.

— E va bene! Non importa che lei non lo conosca: io le pago le spese per un vaglia telegrafico alla redazione. Ne vorrei dieci, venti copie, domani o al più presto. Si può?

Non rispondeva. Con gli occhi fissi, senza sguardo, ripeteva ancora: « *Il Foglietto*?… Non lo conosco ». Finalmente si decise a fare il vaglia telegrafico sotto la mia dettatura, e indicò la sua farmacia come indirizzo.

Il giorno dopo ricevetti quindici copie del *Foglietto*, lì nella locanda del Palmentino. Avevo passato una notte senza sonno, sconvolta da una tempesta di pensieri.

Nei due giornali di Genova, che mi ero affrettato a leggere appena rimasto solo, non avevo trovato nessun accenno. Mi tremavano le mani mentre aprivo *Il Foglietto*. In prima pagina, nulla. Cercai nelle due pagine interne. Subito mi saltò agli occhi un segno di lutto in cima alla terza pagina. Sotto, a grosse lettere, c'era il mio nome. Così:

**MATTIA PASCAL**

*Non si avevano notizie di lui da alcuni giorni. Furono giorni di tremenda costernazione e di inenarrabile angoscia per la desolata famiglia. Costernazione e angoscia furono condivise dalla parte migliore della nostra cittadinanza. Essa lo amava e lo stimava per la bontà dell'animo, per la giovialità del carattere e per la naturale modestia. Grazie a questa modestia e alle altre sue doti, egli aveva sopportato con rassegnazione e senza abbattersi gli avversi fati. Per quei fati, dalla spensierata ricchezza, si era ridotto in questi ultimi tempi a un'umile condizione.*

*Dopo il primo giorno dell'inspiegabile assenza, la famiglia impressionata si recò alla Biblioteca Boccamazza. Là egli, zelantissimo del suo ufficio, restava quasi tutto il giorno ad arricchire con dotte letture la sua vivace intelligenza. La famiglia trovò chiusa la porta. Subito, davanti a questa porta chiusa, sorse nero e tremante il sospetto. Ma il sospetto fu presto allontanato da una speranza: che egli avesse lasciato il paese per qualche sua segreta ragione. Questa speranza durò parecchi giorni, ma si fece sempre più debole.*

*Ma ahimè! La verità doveva purtroppo essere quella!*

*La perdita recente della madre adoratissima e, insieme, dell'unica figlioletta aveva profondamente sconvolto l'animo del povero amico nostro. Prima aveva già perduto i beni degli antenati. Perciò, circa tre mesi fa, egli aveva già tentato una prima volta di porre fine ai suoi miseri giorni. Lo fece di notte, proprio nella gora di quel mulino. Quel mulino gli ricordava gli splendori passati della sua casa e il suo tempo felice.*

*…Nessun maggior dolore*

*Che ricordarsi del tempo felice*

*Nella miseria…*

*Con le lacrime agli occhi e singhiozzando ce lo raccontava un vecchio mugnaio, davanti al cadavere grondante e disfatto. Era fedele e devoto alla famiglia degli antichi padroni. Era scesa la notte, lugubre. Una lucerna rossa era stata posata lì per terra, vicino al cadavere, sorvegliato da due Reali Carabinieri. E il vecchio Filippo Brina (lo segnaliamo all'ammirazione dei buoni) parlava e piangeva con noi. In quella triste notte egli era riuscito a impedire che l'infelice realizzasse il suo violento proposito. Ma questa seconda volta Filippo Brina non si trovò più là, pronto a impedirlo. E Mattia Pascal giacque, forse tutta una notte e metà del giorno dopo, nella gora di quel mulino.*

*Non tentiamo nemmeno di descrivere la straziante scena che seguì sul posto, l'altro ieri, sul far della sera. La vedova sconsolata si trovò davanti ai poveri resti irriconoscibili del diletto compagno, andato a raggiungere la sua figlioletta.*

*Tutto il paese ha partecipato al suo dolore e ha voluto dimostrarlo, accompagnando il cadavere all'ultima dimora. Il nostro assessore comunale cav. Pomino gli rivolse brevi e commosse parole d'addio.*

*Inviamo alla povera famiglia immersa in tanto lutto e al fratello Roberto, lontano da Miragno, le nostre più sentite condoglianze. E con il cuore lacerato diciamo per l'ultima volta al nostro buon Mattia: — Vale, diletto amico, vale!*

*M. C.*

Anche senza queste due iniziali avrei riconosciuto Lodoletta come autore della necrologia.

Ma prima di tutto devo confessare una cosa. Mi aspettavo di vedere il mio nome stampato lì, sotto quella striscia nera. Eppure quella vista non mi rallegrò per niente. Anzi, mi accelerò tanto i battiti del cuore che, dopo alcune righe, dovetti interrompere la lettura. La « tremenda costernazione e l'inenarrabile angoscia » della mia famiglia non mi fecero ridere. Non mi fecero ridere neppure l'amore e la stima dei miei concittadini per le mie belle virtù. E nemmeno il mio zelo per l'ufficio. Ricordai quella mia tristissima notte alla *Stia*, dopo la morte della mamma e della mia piccina. Quella notte era stata come una prova, forse la più forte, del mio suicidio. All'inizio il ricordo mi sorprese, come una partecipazione imprevista e sinistra del caso. Poi mi diede rimorso e umiliazione.

Eh, no! Io non mi ero ucciso per la morte della mamma e della mia figlioletta! Eppure quella notte, forse, ne avevo avuto l'idea. Ero fuggito, è vero, disperatamente. Ma ecco, ora tornavo da una casa da gioco. Lì la Fortuna, nel modo più strano, mi aveva sorriso e continuava a sorridermi. E un altro, invece, si era ucciso per me. Un altro, certo un forestiero. Io gli rubavo il pianto dei parenti lontani e degli amici. E lo condannavo, oh somma beffa!, a subire quello che non gli apparteneva. Un falso pianto, e perfino il discorso funebre dell'incipriato cavalier Pomino!

Questa fu la prima impressione, leggendo quella mia necrologia sul *Foglietto*.

Ma poi pensai che quel pover'uomo non era morto certo per causa mia. E se mi fossi fatto vivo io, non avrei potuto far rivivere anche lui. Pensai che, approfittando della sua morte, non ingannavo affatto i suoi parenti. Anzi, facevo loro un bene. Per loro, infatti, il morto ero io, non lui. Potevano crederlo scomparso e sperare ancora di vederlo ricomparire un giorno o l'altro.

Restavano mia moglie e mia suocera. Dovevo proprio credere alla loro pena per la mia morte? A tutta quella « inenarrabile angoscia », a quel « cordoglio straziante » del funebre *pezzo forte* di Lodoletta? Bastava, perbacco, aprire piano piano un occhio a quel povero morto, per accorgersi che non ero io. E anche ammesso che gli occhi fossero rimasti in fondo alla gora, via! Una moglie, quando davvero non vuole, non può scambiare così facilmente un altro uomo per il proprio marito.

Si erano affrettate a riconoscermi in quel morto? La vedova Pescatore sperava ora nell'aiuto di Malagna per la povera nipote vedova? Sperava che fosse commosso, e forse non senza rimorso per il mio barbaro suicidio? Ebbene: contente loro, contentissimo io!

— Morto? affogato? Una croce, e non se ne parli più!

Mi alzai, stirai le braccia e feci un lunghissimo respiro di sollievo.

### Glossario

- **mugnaio**: chi lavora in un mulino e macina il grano.
- **becchino**: chi seppellisce i morti al cimitero.
- **nottola, bronzina, lubecchio**: parti del meccanismo di un mulino.
- **molenda**: la parte di farina che il mugnaio tiene come pagamento.
- **cassapanca**: grande cassa di legno che serve anche da sedile.
- **custodisce**: tiene con cura, conserva.
- **bile**: liquido amaro del corpo; qui: rabbia.
- **podere**: terreno agricolo con una casa di campagna.
- **a due palmenti**: con grande avidità; il palmento è la macina del mulino.
- **papaveri**: fiori rossi da cui si ricava una sostanza che fa dormire.
- **telegrafano**: mandano una notizia con il telegrafo.
- **gora**: canale che porta l'acqua al mulino.
- **putrefazione**: lo stato di un corpo morto che marcisce.
- **accorse**: arrivò in fretta.
- **piantonato**: sorvegliato da guardie.
- **dissesti finanziari**: gravi problemi di denaro, debiti.
- **rilessi**: lessi di nuovo.
- **scuoterli**: muoverli con forza.
- **vaglia telegrafico**: denaro mandato per mezzo del telegrafo.
- **affrettato**: «mi ero affrettato»: avevo fatto in fretta.
- **costernazione**: grande dolore e preoccupazione.
- **inenarrabile**: così grande che non si può raccontare.
- **straziante**: che dà un dolore fortissimo.
- **diletto**: molto amato.
- **necrologia**: articolo di giornale che parla di una persona appena morta.

## § 8. — Adriano Meis.

Subito mi misi a fare di me un altro uomo. Non lo feci tanto per ingannare gli altri. Gli altri avevano voluto ingannarsi da soli. Lo avevano fatto con una leggerezza forse scusabile nel mio caso, ma certo non degna di lode. Lo feci piuttosto per obbedire alla Fortuna e per soddisfare un mio bisogno.

Avevo poco o nulla da lodare in quel disgraziato. Per forza avevano voluto farlo finire miseramente nella gora di un mulino. Dopo tante sciocchezze, forse non meritava una sorte migliore.

Ora mi sarebbe piaciuto che di lui non restasse più nessuna traccia in me, né fuori né dentro.

Ero solo, ormai. Più solo di così non avrei potuto essere su questa terra. Nel presente ero sciolto da ogni legame e da ogni obbligo. Ero libero, nuovo e padrone assoluto di me stesso. Non avevo più il peso del mio passato. Davanti a me avevo il futuro, e potevo costruirlo come volevo.

Ah, un paio d'ali! Come mi sentivo leggero!

Il sentimento della vita che mi avevano dato i fatti passati, ormai, non doveva avere più ragione di esistere. Dovevo acquistare un nuovo sentimento della vita. E non dovevo servirmi per niente dell'infelice esperienza del fu Mattia Pascal.

Dipendeva da me. Potevo e dovevo costruire io il mio nuovo destino, nei limiti che la Fortuna aveva voluto concedermi.

— E prima di tutto, — dicevo a me stesso, — avrò cura di questa mia libertà. La porterò a passeggio per strade piane e sempre nuove, e non le farò mai indossare un vestito pesante. Chiuderò gli occhi e passerò oltre, appena lo spettacolo della vita mi sembrerà sgradevole in qualche punto. Cercherò di stare piuttosto con le cose che di solito si chiamano inanimate. Andrò in cerca di belle vedute e di luoghi tranquilli e piacevoli. A poco a poco mi darò una nuova educazione. Mi trasformerò con uno studio paziente e pieno d'amore. Così alla fine potrò dire non solo di aver vissuto due vite, ma di essere stato due uomini.

Già ad Alenga, per cominciare, ero entrato da un barbiere, poche ore prima di partire. Volevo farmi accorciare la barba. Avrei voluto tagliarla tutta, lì stesso, insieme con i baffi. Ma avevo paura di far nascere qualche sospetto in quel piccolo paese, e mi ero trattenuto.

Il barbiere era anche sarto. Era vecchio, e aveva la schiena quasi bloccata dalla lunga abitudine di stare curvo, sempre nella stessa posizione. Portava gli occhiali sulla punta del naso. Più che barbiere doveva essere sarto. Si abbatté come un flagello di Dio su quella barbaccia che non mi apparteneva più. Era armato di certe enormi forbici da lavoratore della lana, e doveva sostenerle in punta con l'altra mano. Non osai neppure respirare. Chiusi gli occhi, e li riaprii solo quando mi sentii scuotere piano piano.

Il brav'uomo, tutto sudato, mi porgeva uno specchietto, perché gli dicessi se era stato bravo.

Mi sembrò troppo!

— No, grazie, — mi difesi. — Lo metta via. Non vorrei fargli paura.

Spalancò gli occhi e domandò:

— A chi?

— Ma a questo specchietto. Bellino! Deve essere antico...

Era rotondo, con il manico d'osso intarsiato. Chissà che storia aveva, e da dove e come era arrivato lì, in quella bottega di sarto e barbiere. Ma alla fine, per non dispiacere al padrone, che continuava a guardarmi stupito, me lo misi davanti agli occhi.

Se era stato bravo!

Da quel primo scempio intravidi quale mostro sarebbe presto uscito fuori. Bisognava infatti cambiare a fondo l'aspetto di Mattia Pascal. Ed ecco un nuovo motivo di odio per lui! Aveva un mento piccolissimo, appuntito e rientrato, e lo aveva nascosto per tanti e tanti anni sotto quel barbone. Mi sembrò un tradimento. Ora avrei dovuto portarlo scoperto, quel cosino ridicolo! E che naso mi aveva lasciato in eredità! E quell'occhio!

— Ah, quest'occhio, — pensai, — così in estasi da una parte, resterà sempre suo nella mia nuova faccia! Potrò solo nasconderlo alla meglio dietro un paio di occhiali colorati. E questi, figuriamoci, mi aiuteranno a rendere più amabile l'aspetto! Mi farò crescere i capelli. Con questa bella fronte larga, con gli occhiali e tutto rasato, sembrerò un filosofo tedesco. Finanziera e cappellaccio a larghe tese.

Non c'era via di mezzo: con un aspetto così dovevo essere per forza un filosofo. Ebbene, pazienza. Mi sarei armato di una discreta filosofia sorridente, per passare in mezzo a questa povera umanità. Anche con tutti i miei sforzi, mi sembrava difficile non trovarla più un po' ridicola e meschina.

Il nome mi fu quasi offerto in treno, poche ore dopo la partenza da Alenga per Torino.

Viaggiavo con due signori che discutevano animatamente di iconografia cristiana. Per un ignorante come me, erano tutti e due molto eruditi.

Uno, il più giovane, aveva la faccia pallida, oppressa da una barba nera, folta e ruvida. Sembrava provare una grande e particolare soddisfazione nell'annunciare una notizia. Diceva che era una notizia antichissima, sostenuta da Giustino Martire, da Tertulliano e da non so chi altri. Secondo questa notizia, Cristo sarebbe stato bruttissimo.

Parlava con un vocione cavernoso, che contrastava stranamente con la sua aria da ispirato.

— Ma sì, ma sì, bruttissimo! bruttissimo! Ma anche Cirillo d'Alessandria! Sicuro, Cirillo d'Alessandria arriva perfino ad affermare che Cristo fu il più brutto degli uomini!

L'altro era un vecchietto magro magro, tranquillo nel suo aspetto povero da asceta. Ma una piega agli angoli della bocca tradiva la sua sottile ironia. Stava seduto quasi sulla schiena, con il lungo collo proteso, come sotto un giogo. Lui sosteneva invece che non ci si poteva fidare delle testimonianze più antiche.

— Perché la Chiesa, nei primi secoli, pensava soprattutto a fare sua la dottrina e lo spirito del suo ispiratore. E si dava poco pensiero, ecco, poco pensiero del suo aspetto fisico.

A un certo punto arrivarono a parlare della Veronica e di due statue della città di Paneade. Si credeva che fossero immagini di Cristo e della donna malata guarita da lui.

— Ma sì! — scattò il giovane barbuto. — Ormai non c'è più dubbio! Quelle due statue rappresentano l'imperatore Adriano, con la città inginocchiata ai piedi.

Il vecchietto continuava a sostenere tranquillamente la sua opinione, che doveva essere contraria. Infatti l'altro, incrollabile, guardava me e si ostinava a ripetere:

— Adriano!

— *...Beroníke*, in greco. Da *Beroníke* poi: *Veronica...*

— Adriano! *(a me)*.

— Oppure, *Veronica, vera icon*: storpiatura probabilissima...

— Adriano! *(a me)*.

— Perché la *Beroníke* degli Atti di Pilato...

— Adriano!

Ripeté così *Adriano!* non so più quante volte, sempre con gli occhi rivolti a me.

Quando scesero tutti e due a una stazione e mi lasciarono solo nello scompartimento, mi affacciai al finestrino. Volevo seguirli con gli occhi. Si allontanavano e discutevano ancora.

A un certo punto però il vecchietto perse la pazienza e si mise a correre.

— Chi lo dice? — gli domandò forte il giovane, fermo, con aria di sfida.

Allora il vecchietto si voltò per gridargli:

— Camillo De Meis!

Mi sembrò che anche lui gridasse quel nome a me. Io intanto stavo ripetendo meccanicamente: — *Adriano...* — Buttai subito via quel *de* e tenni il *Meis*.

— Adriano Meis! Sì... Adriano Meis: suona bene...

Mi sembrò anche che questo nome andasse bene con la faccia rasata e con gli occhiali. Andava bene anche con i capelli lunghi, con il cappellaccio e con la finanziera che avrei dovuto portare.

— Adriano Meis. Benone! Mi hanno battezzato.

Avevo tagliato di netto ogni ricordo della vita di prima. Avevo deciso con fermezza di ricominciare da quel punto una nuova vita. Ero pieno come di una fresca gioia infantile, che mi sollevava. La mia coscienza mi sembrava tornata vergine e trasparente. Il mio spirito era attento e pronto ad approfittare di tutto per costruire il mio nuovo io. Intanto la mia anima si agitava nella gioia di quella nuova libertà. Non avevo mai visto così gli uomini e le cose. L'aria tra loro e me sembrava di colpo senza nebbia. I nuovi rapporti con loro mi sembravano facili e leggeri. Infatti ormai, per essere contento dentro di me, avrei dovuto chiedere loro ben poco. Oh, deliziosa leggerezza dell'anima! Serena, indicibile ebbrezza! La Fortuna mi aveva sciolto all'improvviso da ogni imbroglio. Mi aveva separato dalla vita comune. Mi aveva reso spettatore estraneo della fatica in cui gli altri si dibattevano ancora. E mi avvertiva dentro:

— Vedrai, vedrai come ti sembrerà curiosa, ora, a guardarla così da fuori! Ecco là uno che si rovina il fegato per sostenere che Cristo fu il più brutto degli uomini. E fa arrabbiare anche un povero vecchietto...

Sorridevo. Mi veniva da sorridere di tutto e a ogni cosa. Sorridevo agli alberi della campagna, per esempio, che mi correvano incontro con stranissimi atteggiamenti, nella loro fuga illusoria. Sorridevo alle ville sparse qua e là. Mi piaceva immaginare lì dei contadini con le guance gonfie, che soffiavano contro la nebbia nemica degli olivi. Oppure li immaginavo con le braccia alzate e i pugni chiusi contro il cielo che non voleva mandare acqua. Sorridevo agli uccellini che si disperdevano, spaventati da quella cosa nera che correva rumorosa per la campagna. Sorridevo all'ondeggiare dei fili del telegrafo. Per quei fili passavano certe notizie ai giornali, come quella da Miragno sul mio suicidio nel mulino della *Stia*. Sorridevo alle povere mogli dei cantonieri, che presentavano la bandierina arrotolata, incinte e con il cappello del marito in testa.

Ma a un certo punto il mio sguardo cadde sull'anellino di fede, che mi stringeva ancora l'anulare della mano sinistra. Ricevetti una scossa violentissima. Strizzai gli occhi e mi strinsi la mano con l'altra mano. Cercai di strapparmi quel cerchietto d'oro così, di nascosto, per non vederlo più. Pensai che si apriva, e che dentro erano incisi due nomi: *Mattia-Romilda*, e la data del matrimonio. Che cosa dovevo farne?

Aprii gli occhi e rimasi a lungo, con la fronte scura, a guardarlo nel palmo della mano.

Intorno a me tutto era tornato nero.

Ecco ancora un resto della catena che mi legava al passato! Un piccolo anello, leggero in sé, eppure così pesante! Ma la catena era già spezzata, e dunque via anche quell'ultimo anello!

Stavo per buttarlo dal finestrino, ma mi trattenni. Il caso mi aveva favorito in modo così eccezionale che non potevo più fidarmi di lui. Ormai dovevo credere possibile tutto, perfino questo. Un anellino buttato in aperta campagna poteva essere trovato per caso da un contadino. Poteva passare di mano in mano, con quei due nomi incisi dentro e la data. E poteva far scoprire la verità: l'annegato della *Stia* non era il bibliotecario Mattia Pascal.

— No, no, — pensai, — in un luogo più sicuro... Ma dove?

In quel momento il treno si fermò a un'altra stazione. Guardai, e subito mi venne un'idea. All'inizio ebbi una certa esitazione a metterla in pratica. Lo dico per scusarmi con quelli che amano il bel gesto. È gente che riflette poco, e che preferisce non ricordare una cosa. L'umanità è oppressa da certi bisogni, e purtroppo deve obbedire ad essi anche chi prova un dolore profondo. Cesare, Napoleone e, per quanto possa sembrare indegno, anche la donna più bella... Basta. Da una parte c'era scritto *Uomini* e dall'altra *Donne*. E lì seppellii il mio anellino di fede.

Poi cominciai a pensare ad Adriano Meis. Non lo feci tanto per distrarmi. Cercavo piuttosto di dare una certa solidità a quella mia nuova vita sospesa nel vuoto. Gli immaginai un passato. Mi domandai chi era stato mio padre, dove ero nato, eccetera. Lo feci con calma, sforzandomi di vedere e di fissare bene tutto, nei più piccoli particolari.

Ero figlio unico: su questo mi sembrava che non ci fosse da discutere.

— Più unico di così... Eppure no! Chissà quanti sono come me, nella mia stessa condizione, fratelli miei. Si lascia il cappello e la giacca, con una lettera in tasca, sul parapetto di un ponte, sopra un fiume. E poi, invece di buttarsi giù, si va via tranquillamente, in America o altrove. Dopo alcuni giorni si pesca un cadavere irriconoscibile. Sarà quello della lettera lasciata sul parapetto del ponte. E non se ne parla più! È vero che io non l'ho fatto di mia volontà: né lettera, né giacca, né cappello... Ma sono come loro, con questo di più: posso godermi la mia libertà senza nessun rimorso. Hanno voluto regalarmela, e dunque...

Dunque diciamo figlio unico. Nato... sarebbe prudente non precisare nessun luogo di nascita. Come si fa? Non si può mica nascere sulle nuvole, con la luna come levatrice. Eppure in biblioteca ho letto che gli antichi le facevano fare, tra tanti mestieri, anche questo. Le donne incinte la chiamavano in aiuto con il nome di Lucina.

Sulle nuvole, no. Ma su un piroscafo, per esempio, sì, si può nascere. Ecco, benone! Nato in viaggio. I miei genitori viaggiavano... per farmi nascere su un piroscafo. Via, via, sul serio! Ci vuole una ragione credibile per mettere in viaggio una donna incinta, vicina al parto... Oh, e se i miei genitori fossero andati in America? Perché no? Ci vanno in tanti... Anche Mattia Pascal, poveretto, voleva andarci. E allora diciamo che queste ottantadue mila lire le ha guadagnate mio padre, là in America? Ma che! Con ottantadue mila lire in tasca, avrebbe aspettato. Avrebbe lasciato che la moglie mettesse al mondo il figlio comodamente, sulla terraferma. E poi, sciocchezze! Un emigrato non guadagna più così facilmente ottantadue mila lire in America. Mio padre... a proposito, come si chiamava? Paolo. Sì: Paolo Meis. Mio padre, Paolo Meis, si era illuso, come tanti altri. Aveva faticato tre, quattro anni. Poi, scoraggiato, aveva scritto da Buenos-Aires una lettera al nonno...

Ah, un nonno, io volevo proprio averlo conosciuto, un nonno! Un caro vecchietto, per esempio, come quello che era appena sceso dal treno, studioso di iconografia cristiana.

Misteriosi capricci della fantasia! Per quale bisogno inspiegabile immaginavo in quel momento mio padre, quel Paolo Meis, come uno scavezzacollo? E da dove mi veniva quest'idea? Ecco, sì, aveva dato tanti dispiaceri al nonno. Si era sposato contro la volontà di lui ed era scappato in America. Forse sosteneva anche lui che Cristo era bruttissimo. E brutto davvero e sdegnato lo aveva visto là, in America. Infatti, con la moglie che stava per partorire, appena ricevuto l'aiuto del nonno, se n'era venuto via.

Ma perché dovevo essere nato proprio in viaggio? Non sarebbe stato meglio nascere direttamente in America, in Argentina, pochi mesi prima del ritorno dei miei in patria? Ma sì! Anzi, il nonno si era intenerito per il nipotino innocente. Per me, soltanto per me aveva perdonato il figlio. Così io, piccolo piccolo, avevo attraversato l'Oceano, forse in terza classe. Durante il viaggio avevo preso una bronchite, e per miracolo non ero morto. Benone! Me lo diceva sempre il nonno. Però io non dovevo rimpiangere, come si fa di solito, di non essere morto allora, a pochi mesi. No: perché, in fondo, quali dolori avevo sofferto nella mia vita? Uno solo, per dire la verità: la morte del povero nonno, con il quale ero cresciuto. Mio padre, Paolo Meis, era uno sventato che non sopportava il giogo. Dopo alcuni mesi era fuggito di nuovo in America, lasciando la moglie e me con il nonno. E là era morto di febbre gialla. A tre anni ero rimasto orfano anche di madre. Perciò non avevo nessun ricordo dei miei genitori, solo queste poche notizie. Ma c'era di più! Non sapevo neppure con precisione il mio luogo di nascita. In Argentina, va bene! Ma dove? Il nonno non lo sapeva, perché mio padre non glielo aveva mai detto, o perché l'aveva dimenticato. E io certo non potevo ricordarmelo.

Riassumendo:

*a*) figlio unico di Paolo Meis.

*b*) nato in America, in Argentina, senza altre indicazioni.

*c*) venuto in Italia a pochi mesi (bronchite).

*d*) senza ricordi e quasi senza notizie dei genitori.

*e*) cresciuto con il nonno.

Dove? Un po' dappertutto. Prima a Nizza. Ricordi confusi: *Piazza Massena*, la *Promenade*, *Avenue de la Gare*... Poi a Torino.

Ecco, ci andavo adesso, e mi proponevo tante cose. Volevo scegliere una via e una casa, dove il nonno mi aveva lasciato fino all'età di dieci anni. Lì mi aveva affidato alle cure di una famiglia. Questa famiglia l'avrei immaginata sul posto, perché avesse tutte le caratteristiche del luogo. Volevo vivere, o meglio inseguire con la fantasia, lì, sulla realtà, la vita di Adriano Meis bambino.

*

Nei primi tempi del mio vagabondaggio inseguivo e costruivo con la fantasia una vita che non avevo vissuto davvero. La raccoglievo a poco a poco negli altri e nei luoghi, e la facevo e sentivo mia. Questo mi diede una gioia strana e nuova, non senza una certa tristezza. Ne feci la mia occupazione. Vivevo non solo nel presente, ma anche per il mio passato, cioè per gli anni che Adriano Meis non aveva vissuto.

Di quello che avevo fantasticato prima tenni poco o niente. È vero che non si inventa niente che non abbia qualche radice, più o meno profonda, nella realtà. Anche le cose più strane possono essere vere. Anzi, nessuna fantasia arriva a concepire certe follie e certe avventure incredibili. Eppure queste si scatenano e scoppiano dal seno agitato della vita. Ma quanto è diversa la realtà viva e respirante dalle invenzioni che possiamo trarne! Di quante cose vere, piccolissime, inimmaginabili ha bisogno la nostra invenzione! Solo così può ridiventare la realtà da cui è stata tratta. Di quanti fili ha bisogno, per essere riallacciata al complicatissimo intreccio della vita! Sono fili che noi abbiamo tagliato, per farne una cosa a sé.

Che cosa ero io, ora, se non un uomo inventato? Un'invenzione ambulante, che voleva e doveva per forza stare per conto suo, pur calata nella realtà.

Guardavo e osservavo minuziosamente la vita degli altri, e ne vedevo gli infiniti legami. Nello stesso tempo vedevo i miei tanti fili spezzati. Potevo riannodare, ora, questi fili con la realtà? Chissà dove mi avrebbero trascinato! Forse sarebbero diventati subito redini di cavalli scappati. E i cavalli avrebbero portato a precipizio il povero carro della mia invenzione necessaria. No. Dovevo riannodare questi fili soltanto con la fantasia.

E per le vie e nei giardini seguivo i bambini dai cinque ai dieci anni. Studiavo i loro movimenti e i loro giochi, e raccoglievo le loro espressioni. Così componevo a poco a poco l'infanzia di Adriano Meis. Ci riuscii tanto bene che alla fine, nella mia mente, essa diventò quasi reale.

Non volli immaginarmi una nuova mamma. Mi sarebbe sembrato di profanare il ricordo vivo e doloroso della mia vera mamma. Ma un nonno, sì, il nonno delle mie prime fantasie, volli crearmelo.

Oh, di quanti nonnini veri si compose quel mio nonnino! Di quanti vecchietti inseguiti e studiati! Un po' a Torino, un po' a Milano, un po' a Venezia, un po' a Firenze! A uno prendevo la tabacchiera d'osso e il fazzoletto a quadri rossi e neri. A un altro il bastoncino, a un terzo gli occhiali e la barba a collana. A un quarto il modo di camminare e di soffiarsi il naso. A un quinto il modo di parlare e di ridere. Ne venne fuori un vecchietto fine, un po' irritabile, amante delle arti. Era un nonnino senza pregiudizi, che non volle farmi seguire un corso regolare di studi. Preferì istruirmi lui, con la viva conversazione, portandomi con sé di città in città, per musei e gallerie.

Visitando Milano, Padova, Venezia, Ravenna, Firenze, Perugia, ebbi sempre con me, come un'ombra, quel mio nonnino immaginario. Più di una volta mi parlò anche per bocca di una vecchia guida.

Ma io volevo vivere anche per me, nel presente. Di tanto in tanto mi assaliva l'idea di quella mia libertà senza confini, unica. Allora provavo una felicità improvvisa, così forte che quasi mi ci perdevo, in un beato stupore. La sentivo entrare nel petto con un respiro lunghissimo e largo, che mi sollevava tutto lo spirito. Solo! solo! solo! padrone di me! senza dover dar conto di nulla a nessuno! Ecco, potevo andare dove mi piaceva: a Venezia? a Venezia! a Firenze? a Firenze! E quella mia felicità mi seguiva dappertutto. Ah, ricordo un tramonto a Torino, nei primi mesi di quella mia nuova vita. Ero sul Lungo Po, vicino al ponte dove una chiusa trattiene la forza delle acque, che fremono rabbiose. L'aria era di una trasparenza meravigliosa. Tutte le cose in ombra sembravano smaltate in quella limpidezza. E io, guardando, mi sentii così ubriaco della mia libertà che ebbi quasi paura di impazzire. Temevo di non poter resistere a lungo.

Avevo ormai completato dalla testa ai piedi la mia trasformazione esteriore. Ero tutto rasato, con un paio di occhiali azzurro chiaro e con i capelli lunghi, spettinati con arte. Sembravo proprio un altro! Qualche volta mi fermavo a conversare con me stesso davanti a uno specchio, e mi mettevo a ridere.

— Adriano Meis! Uomo felice! Peccato che tu debba essere conciato così... Ma via, che te ne importa? Va benone! Se non fosse per quest'occhio *di lui*, di quell'imbecille, non saresti poi tanto brutto, alla fine. Nella tua figura c'è una stranezza un po' spavalda. Fai un po' ridere le donne, ecco. Ma in fondo la colpa non è tua. Se quell'altro non avesse portato i capelli così corti, tu ora non saresti costretto a portarli così lunghi. E certo non per tuo gusto, lo so, vai ora rasato come un prete. Pazienza! Quando le donne ridono... ridi anche tu: è la cosa migliore che puoi fare.

Del resto vivevo quasi soltanto con me e di me. Scambiavo appena qualche parola con gli albergatori, con i camerieri, con i vicini di tavola. Ma non lo facevo mai per voglia di parlare. Anzi, da questa mia esitazione capii che non avevo affatto il gusto della bugia. D'altra parte, anche gli altri mostravano poca voglia di parlare con me. Forse, per il mio aspetto, mi prendevano per uno straniero. Ricordo che a Venezia un vecchio gondoliere non volle togliersi dalla testa che io ero tedesco, austriaco. Ero nato, sì, in Argentina, ma da genitori italiani. La mia vera « estraneità », diciamo così, era ben altra, e la conoscevo io solo. Io non ero più niente. Nessun ufficio di stato civile mi registrava, tranne quello di Miragno, ma come morto, con l'altro nome.

Non me ne rattristavo. Ma passare per austriaco, no, non mi piaceva. Non avevo mai avuto occasione di pensare alla parola « patria ». Un tempo avevo da pensare a ben altro! Ora, nell'ozio, cominciavo a prendere l'abitudine di riflettere su tante cose. Non avrei mai creduto che potessero interessarmi, nemmeno un poco. A dire il vero, ci cadevo senza volerlo, e spesso scrollavo le spalle, seccato. Ma di qualcosa dovevo pure occuparmi, quando ero stanco di girare e di vedere. Per sfuggire alle riflessioni fastidiose e inutili, a volte riempivo interi fogli di carta con la mia nuova firma. Provavo a scrivere con un'altra calligrafia, tenendo la penna in modo diverso da prima. A un certo punto però strappavo la carta e buttavo via la penna. Potevo benissimo essere anche analfabeta! A chi dovevo scrivere? Non ricevevo e non potevo più ricevere lettere da nessuno.

Questo pensiero, come tanti altri, mi faceva tuffare nel passato. Rivedevo allora la casa, la biblioteca, le vie di Miragno, la spiaggia. E mi domandavo: « Sarà ancora vestita di nero Romilda? Forse sì, per gli occhi del mondo. Che farà? ». E la immaginavo come l'avevo vista tante e tante volte là in casa. Immaginavo anche la vedova Pescatore, che certo malediceva la mia memoria.

— « Nessuna delle due, — pensavo, — sarà andata neppure una volta al cimitero a visitare quel pover'uomo. Eppure è morto così barbaramente. Chissà dove mi hanno seppellito! Forse zia Scolastica non avrà voluto fare per me la spesa che fece per la mamma. Roberto ancora meno. Avrà detto: Chi gliel'ha fatto fare? Poteva vivere, in fondo, con due lire al giorno, da bibliotecario ». — Giacerò come un cane, nel campo dei poveri... Via, via, non pensiamoci! Mi dispiace per quel pover'uomo, che forse aveva parenti più umani dei miei. Loro lo avrebbero trattato meglio. — Ma del resto, ormai, che gliene importa anche a lui? Si è tolto il pensiero!

Continuai ancora per qualche tempo a viaggiare. Volli spingermi oltre l'Italia. Visitai le belle terre del Reno, fino a Colonia, seguendo il fiume a bordo di un piroscafo. Mi fermai nelle città principali: a Mannheim, a Worms, a Magonza, a Bingen, a Coblenza... Avrei voluto andare più su di Colonia, più su della Germania, almeno in Norvegia. Ma poi pensai che dovevo imporre un certo freno alla mia libertà. Il denaro che avevo con me doveva servirmi per tutta la vita, e non era molto. Avrei potuto vivere ancora una trentina d'anni. Ero fuori da ogni legge, senza un documento che provasse, non dico altro, la mia esistenza reale. Perciò non potevo trovarmi un impiego. Se non volevo finire male, dovevo abituarmi a vivere con poco. Fatti i conti, non avrei dovuto spendere più di duecento lire al mese. Erano pochine. Ma per ben due anni avevo vissuto anche con meno, e non io solo. Mi sarei dunque adattato.

In fondo ero già un po' stanco di andare in giro sempre solo e muto. Per istinto cominciavo a sentire il bisogno di un po' di compagnia. Me ne accorsi in una triste giornata di novembre, a Milano, tornato da poco dal mio giretto in Germania.

Faceva freddo, e con la sera stava per arrivare la pioggia. Sotto un lampione vidi un vecchio cerinaio. Davanti teneva la sua cassetta, appesa a una cinghia a tracolla. La cassetta gli impediva di avvolgersi bene in una mantellina consumata che aveva sulle spalle. Teneva i pugni stretti sotto il mento, e da lì gli pendeva un cordoncino, fino ai piedi. Mi chinai a guardare, e tra le sue scarpe rotte scoprii un cucciolo minuscolo, di pochi giorni. Se ne stava lì in un angolo, tremava tutto dal freddo e gemeva continuamente. Povera bestiolina! Domandai al vecchio se lo vendeva. Mi rispose di sì, e che me lo avrebbe venduto anche per poco, benché valesse molto. Ah, sarebbe diventato un bel cane, un gran cane, quella bestiola:

— Venticinque lire...

Il povero cucciolo continuò a tremare, per niente orgoglioso di quella stima. Sapeva certo che con quel prezzo il padrone non aveva affatto stimato i suoi meriti futuri. Aveva stimato invece l'imbecillità che aveva creduto di leggermi in faccia.

Io intanto avevo avuto il tempo di riflettere. Comprando quel cane mi sarei fatto, sì, un amico fedele e discreto. Per amarmi e per stimarmi, non mi avrebbe mai domandato chi ero veramente e da dove venivo. Non mi avrebbe chiesto se le mie carte erano in regola. Ma avrei dovuto anche mettermi a pagare una tassa: io, che non ne pagavo più! Mi sembrò come un primo danno alla mia libertà, una piccola ferita che stavo per farle.

— Venticinque lire? Ti saluto! — dissi al vecchio cerinaio.

Mi calcai il cappellaccio sugli occhi. Mi allontanai sotto la pioggerella fine fine che il cielo cominciava già a mandare. Pensai però, per la prima volta, che quella mia libertà senza confini era bella, sì, senza dubbio. Ma era anche un tantino tiranna, ecco, se non mi permetteva neppure di comprarmi un cagnolino.

### Glossario

- **lodare**: dire cose buone di una persona.
- **gora**: canale che porta l'acqua al mulino.
- **inanimate**: senza vita, come le pietre o i mobili.
- **accorciare**: rendere più corto.
- **flagello**: grande disgrazia; "flagello di Dio" è una punizione terribile mandata dal cielo.
- **scuotere**: muovere qualcosa o qualcuno avanti e indietro.
- **sudato**: bagnato di sudore, per il caldo o per la fatica.
- **porgeva**: dava, tendeva con la mano (da "porgere").
- **intarsiato**: decorato con piccoli pezzi di legno, osso o altro, messi uno accanto all'altro.
- **barbone**: barba grande e folta.
- **rasato**: senza barba e senza baffi.
- **finanziera**: lunga giacca nera da uomo, elegante, di una volta.
- **iconografia**: studio delle immagini e dei loro significati nell'arte.
- **oppressa**: schiacciata, come sotto un grande peso.
- **benone**: molto bene.
- **cantonieri**: uomini che sorvegliavano un tratto di ferrovia e vivevano lì vicino.
- **anellino di fede**: anello che si porta quando si è sposati.
- **esitazione**: difficoltà a decidersi o a fare una cosa, per dubbio o per vergogna.
- **levatrice**: donna che aiuta le altre donne a partorire.
- **piroscafo**: grande nave a vapore.
- **scavezzacollo**: persona che vive senza regole e non pensa ai pericoli.
- **bronchite**: malattia dei polmoni che fa tossire molto.
- **riannodare**: legare di nuovo; qui, unire di nuovo.
- **cerinaio**: uomo che vende cerini, cioè piccoli fiammiferi, per la strada.

## § 9. — Un po' di nebbia.

Del primo inverno quasi non mi ero accorto, se era rigido, piovoso, nebbioso. Ero distratto dai viaggi e ubriaco della nuova libertà. Ora questo secondo inverno mi trovava già un po' stanco del vagabondaggio, come ho detto. Ero deciso a impormi un freno. E mi accorgevo che... sì, c'era un po' di nebbia, c'era. E faceva freddo. Il mio animo non voleva prendere il colore del tempo, ma mi accorgevo che ne soffriva lo stesso.

— Ma sta' a vedere, — mi rimproveravo, — che non deve più fare nuvolo, perché tu possa goderti serenamente la tua libertà!

Mi ero divertito abbastanza, correndo di qua e di là. Adriano Meis aveva avuto in quell'anno la sua giovinezza spensierata. Ora doveva diventare uomo, raccogliersi in sé, darsi un modo di vivere quieto e modesto. Oh, gli sarebbe stato facile, libero com'era e senza obblighi di nessun tipo!

Così mi sembrava. E mi misi a pensare in quale città sarebbe stato meglio abitare. Infatti come un uccello senza nido non potevo più restare, se proprio dovevo costruirmi una vita regolare. Ma dove? In una grande città o in una piccola? Non riuscivo a decidermi.

Chiudevo gli occhi e con il pensiero volavo a quelle città che avevo già visitato, dall'una all'altra. Mi fermavo in ognuna. Restavo fino a rivedere con precisione quella via, quella piazza, quel luogo di cui avevo il ricordo più vivo. E dicevo:

— Ecco, io ci sono stato! Ora, quanta vita mi sfugge, che continua ad agitarsi qua e là in tanti modi. Eppure, in quanti luoghi ho detto: « Qua vorrei avere casa! Come ci vivrei volentieri! » E ho invidiato gli abitanti, che potevano vivere lì tranquilli, con le loro abitudini e le loro solite occupazioni. Loro non conoscevano quel senso penoso di precarietà che tiene sospeso l'animo di chi viaggia.

Questo senso penoso di precarietà mi teneva ancora. Non mi faceva amare il letto in cui dormivo, né i vari oggetti che avevo intorno.

Ogni oggetto, dentro di noi, di solito si trasforma secondo le immagini che richiama. Per così dire, le raccoglie intorno a sé. Certo, un oggetto può piacere anche per se stesso: ci dà tante sensazioni gradevoli e diverse, in una percezione armoniosa. Ma molto più spesso il piacere che un oggetto ci dà non si trova nell'oggetto stesso. La fantasia lo abbellisce, lo circonda e quasi lo illumina di immagini care. E noi non lo vediamo più com'è. Lo vediamo come animato dalle immagini che fa nascere in noi, o che le nostre abitudini gli uniscono. Nell'oggetto, insomma, noi amiamo quello che ci mettiamo di noi. Amiamo l'accordo, l'armonia che stabiliamo tra lui e noi. Amiamo l'anima che prende soltanto per noi, e che è fatta dei nostri ricordi.

Ora, come poteva succedere tutto questo per me, in una camera d'albergo?

Ma una casa, una casa mia, tutta mia, avrei potuto averla ancora? I miei soldi erano pochini... Ma una casetta modesta, di poche stanze? Piano: prima bisognava vedere, considerare bene tante cose. Certo, libero, liberissimo, potevo esserlo soltanto così, con la valigia in mano: oggi qua, domani là. Fermo in un luogo, proprietario di una casa, eh, allora: registri e tasse subito! E non mi avrebbero iscritto all'anagrafe? Ma sicuramente! E come? Con un nome falso? E allora, chissà? Forse indagini segrete su di me da parte della polizia... Insomma, problemi, imbrogli!... No, via: prevedevo che non avrei potuto più avere una casa mia, oggetti miei. Ma mi sarei sistemato in una camera ammobiliata, a pensione da qualche famiglia. Dovevo rattristarmi per così poco?

L'inverno, l'inverno mi ispirava queste riflessioni malinconiche. E anche la festa di Natale ormai vicina. Questa festa fa desiderare il calore di un angolo caro, il raccoglimento, l'intimità della casa.

Certo non dovevo rimpiangere l'intimità di casa mia. L'altra, più antica, della casa di mio padre, era l'unica che potevo ricordare con rimpianto. Ma era distrutta già da tanto tempo, e non per il mio nuovo stato. Dunque dovevo accontentarmi. Pensavo che davvero non sarei stato più felice, se avessi passato quella festa di Natale a Miragno. Sarei stato tra mia moglie e mia suocera — (rabbrividivo!).

Per ridere, per distrarmi, mi immaginavo intanto davanti alla porta di casa mia, con un buon panettone sotto il braccio.

« — Permesso? Stanno ancora qua le signore Romilda Pescatore, vedova Pascal, e Marianna Dondi, vedova Pescatore? »

« — Sissignore. Ma chi è lei? »

« — Io sarei il defunto marito della signora Pascal, quel povero galantuomo morto l'altr'anno, annegato. Ecco, vengo svelto svelto dall'altro mondo per passare le feste in famiglia, con il permesso dei superiori. Riparto subito! »

Rivedendomi così all'improvviso, la vedova Pescatore sarebbe morta di paura? Macché! Lei? Figuriamoci! Avrebbe fatto morire di nuovo me, dopo due giorni.

La mia fortuna — dovevo convincermene — la mia fortuna era proprio questa. Mi ero liberato della moglie, della suocera, dei debiti, delle umilianti pene della mia prima vita. Ora ero completamente libero. Non mi bastava? Ma via, avevo ancora tutta una vita davanti a me. Per il momento... chissà quanti erano soli come me!

— Sì, — mi faceva riflettere il cattivo tempo, quella nebbia maledetta. — Ma questi sono forestieri e hanno altrove una casa, dove un giorno o l'altro potranno tornare. Oppure non hanno casa, come te, ma potranno averla domani. E intanto avranno quella ospitale di qualche amico. Tu invece, a dire il vero, sarai sempre e dovunque un forestiere: ecco la differenza. Forestiere della vita, Adriano Meis.

Mi scrollavo, seccato, ed esclamavo:

— E va bene! Meno problemi. Non ho amici? Potrò averne...

Già nella trattoria dove andavo in quei giorni c'era un signore, mio vicino di tavola. Si era mostrato disposto a fare amicizia con me. Poteva avere una quarantina d'anni. Era calvo e non calvo, bruno, con occhiali d'oro che non stavano bene sul naso. Forse era colpa del peso della catenina, anche lei d'oro. Ah, quanto a questo, un ometto tanto carino! Pensate che, quando si alzava e si metteva il cappello in testa, sembrava subito un altro: sembrava un ragazzino. Il difetto era nelle gambe, così piccole che non arrivavano neanche a terra, quando stava seduto. Non si alzava propriamente dalla sedia, ma piuttosto ne scendeva. Cercava di rimediare a questo difetto portando i tacchi alti. Che c'è di male? Sì, quei tacchi facevano troppo rumore. Ma intanto rendevano così graziosamente imperiosi i suoi passettini da pernice.

Era molto bravo, poi, e ingegnoso — forse un pochino bisbetico e volubile — ma con idee sue, originali. Ed era anche cavaliere.

Mi aveva dato il suo biglietto da visita: — *Cav. Tito Lenzi*.

A proposito di questo biglietto da visita, per poco non ne feci un nuovo motivo di infelicità. Mi sembrava di aver fatto brutta figura, perché non potevo ricambiarlo. Non avevo ancora biglietti da visita. Provavo una certa esitazione a farli stampare con il mio nuovo nome. Miserie! Non si può forse fare a meno dei biglietti da visita? Si dice il proprio nome a voce, e via.

Così feci. Ma, per dire la verità, il mio vero nome... basta!

Che bei discorsi sapeva fare il cav. Tito Lenzi! Conosceva anche il latino, e citava Cicerone come niente.

— La coscienza? Ma la coscienza non serve, caro signore! La coscienza, come guida, non può bastare. Forse basterebbe, se fosse castello e non piazza, per così dire. Cioè se noi potessimo pensarci isolati, e se essa non fosse per sua natura aperta agli altri. Secondo me, insomma, nella coscienza esiste una relazione essenziale... sicuro, essenziale! C'è una relazione tra me che penso e gli altri esseri che io penso. E dunque non è un assoluto che basta a se stesso, mi spiego? Prendiamo gli altri che io penso o che lei pensa. I loro sentimenti, le loro inclinazioni, i loro gusti devono riflettersi in me o in lei. Altrimenti non possiamo essere né soddisfatti, né tranquilli, né felici. È così vero che tutti noi lottiamo perché i nostri sentimenti si riflettano nella coscienza degli altri. E così i nostri pensieri, le nostre inclinazioni, i nostri gusti. Può darsi che questo non avvenga, perché... diciamo così, l'aria del momento non si presta a trasportare i germi. I germi della sua idea, caro signore, non fioriscono nella mente degli altri. Allora lei non può dire che la sua coscienza le basta. A che cosa le basta? Le basta per vivere solo? Per diventare sterile nell'ombra? Ma via! Ma via! Senta: io odio la retorica, vecchia bugiarda fanfarona, civetta con gli occhiali. La retorica, sicuro, ha costruito questa bella frase con il petto in fuori: « *Ho la mia coscienza e mi basta* ». Già! Prima Cicerone aveva detto: *Mea mihi conscientia pluris est quam hominum sermo*. Cicerone però, diciamo la verità, eloquenza, eloquenza, ma... Dio ce ne liberi, caro signore! Più noioso di un principiante di violino!

Me lo sarei baciato. Ma il mio caro ometto non volle continuare con quei discorsi acuti e profondi, di cui ho dato un esempio. Cominciò a entrare in confidenza. Io credevo già facile e bene avviata la nostra amicizia. Ma allora provai subito un certo imbarazzo. Sentii dentro di me quasi una forza che mi obbligava a scostarmi, a tirarmi indietro. Finché parlò lui, e la conversazione girò su argomenti vaghi, tutto andò bene. Ma ora il cav. Tito Lenzi voleva che parlassi io.

— Lei non è di Milano, è vero?

— No...

— Di passaggio?

— Sì...

— Bella città Milano?

— Bella...

Sembravo un pappagallo ammaestrato. Più le sue domande mi stringevano, più io mi allontanavo con le mie risposte. E presto fui in America. Ma appena il mio ometto seppe che ero nato in Argentina, balzò dalla sedia. Venne a stringermi calorosamente la mano:

— Ah, mi congratulo con lei, caro signore! La invidio! Ah, l'America... Ci sono stato.

C'era stato? Scappa!

— In questo caso, — mi affrettai a dirgli, — devo piuttosto congratularmi io con lei, che c'è stato. Perché io posso quasi quasi dire di non esserci stato, anche se sono nato là. Ne sono venuto via a pochi mesi. I miei piedi, quindi, non hanno proprio toccato il suolo americano, ecco!

— Che peccato! — esclamò dispiaciuto il cav. Tito Lenzi. — Ma lei avrà parenti, laggiù, immagino!

— No, nessuno...

— Ah, dunque, è venuto in Italia con tutta la famiglia, e si è stabilito qui? Dove abita?

Mi strinsi nelle spalle:

— Mah! — sospirai, come sulle spine. — Un po' qua, un po' là... Non ho famiglia e... e giro!

— Che piacere! Beato lei! Gira... Non ha proprio nessuno?

— Nessuno...

— Che piacere! beato lei! la invidio!

— Lei dunque ha famiglia? — volli domandargli a mia volta, per allontanare il discorso da me.

— Eh no, purtroppo, — sospirò lui, scuro in volto. — Sono solo e sono stato sempre solo!

— E dunque, come me!...

— Ma io mi annoio, caro signore! mi annoio! — scattò l'ometto. — Per me, la solitudine... eh sì, insomma, mi sono stancato. Ho tanti amici. Ma, creda pure, non è una bella cosa, a una certa età, andare a casa e non trovare nessuno. Mah! C'è chi comprende e chi non comprende, caro signore. Sta molto peggio chi comprende, perché alla fine si ritrova senza energia e senza volontà. Chi comprende, infatti, dice: « Io non devo fare questo, non devo fare quest'altro, per non commettere questa o quella bestialità ». Benissimo! Ma a un certo punto si accorge che la vita è tutta una bestialità. E allora mi dica lei che cosa significa non averne commessa nessuna. Significa almeno non aver vissuto, caro signore.

— Ma lei, — provai a confortarlo, — lei è ancora in tempo, per fortuna...

— Di commettere bestialità? Ma ne ho già commesse tante, creda pure! — rispose con un gesto e un sorriso vanitoso. — Ho viaggiato, ho girato come lei e... avventure, avventure... anche molto curiose e piccanti... sì, via, me ne sono capitate. Guardi, per esempio, a Vienna, una sera...

Caddi dalle nuvole. Come! Avventure d'amore, lui? Tre, quattro, cinque, in Austria, in Francia, in Italia... anche in Russia? E che avventure! Una più ardita dell'altra... Ecco qua, per dare un altro esempio, un pezzo di dialogo tra lui e una donna sposata:

Lui: — Eh, a pensarci, lo so, cara signora... Tradire il marito, Dio mio! La fedeltà, l'onestà, la dignità... tre grosse, sante parole, con tanto d'accento sulla *a*. E poi: l'onore! Un'altra parola enorme... Ma in pratica, credete, è un'altra cosa, cara signora: è una cosa di pochissima importanza! Domandate alle vostre amiche che ci hanno provato.

La donna sposata: — Sì; e tutte quante hanno avuto poi un grande disinganno!

Lui: — Ma certo! ma si capisce! Perché, frenate da quelle parolacce, hanno messo un anno, sei mesi, troppo tempo a decidersi. Il disinganno viene proprio dalla sproporzione. Il fatto è piccolo, e loro ci hanno pensato troppo. Bisogna decidersi subito, cara signora! Lo penso, lo faccio. È così semplice!

Bastava guardarlo, bastava osservare un po' quel suo corpo minuscolo e ridicolo, per capire che mentiva. Non c'era bisogno di altre prove.

Dopo lo stupore provai una profonda umiliazione, piena di vergogna. Mi vergognavo per lui, che non si rendeva conto del misero effetto che dovevano fare quelle sue frottole. E mi vergognavo anche per me. Vedevo mentire con tanta disinvoltura e tanto gusto lui, lui che non ne avrebbe avuto nessun bisogno. Io invece non potevo farne a meno, e ci faticavo, e ne soffrivo. Ogni volta mi sentivo torcere l'anima dentro.

Umiliazione e rabbia. Mi veniva voglia di afferrargli un braccio e di gridargli:

— Ma scusi, cavaliere, perché? perché?

L'umiliazione e la rabbia, in me, erano ragionevoli e naturali. Ma riflettendoci bene mi accorsi che quella domanda sarebbe stata per lo meno sciocca. Infatti il caro ometto si ostinava a farmi credere alle sue avventure. E il motivo era proprio questo: non aveva nessun bisogno di mentire. Io invece... io ero obbligato dalla necessità. Per lui poteva essere un divertimento, e quasi l'esercizio di un diritto. Per me era un obbligo penoso, una condanna.

E che cosa seguiva da questa riflessione? Ahimè, questo. La mia condizione mi condannava a mentire. Perciò non avrei potuto avere mai più un amico, un vero amico. E dunque, né casa, né amici... Amicizia vuol dire confidenza. E come avrei potuto confidare a qualcuno il segreto di quella mia vita senza nome e senza passato? Era una vita nata come un fungo dal suicidio di Mattia Pascal. Potevo avere solo relazioni superficiali. Con i miei simili potevo permettermi solo un breve scambio di parole estranee.

Ebbene, erano gli svantaggi della mia fortuna. Pazienza! Mi sarei scoraggiato per questo?

— Vivrò con me e di me, come ho vissuto finora!

Sì, ma ecco: per dire la verità, temevo che la mia compagnia non mi avrebbe reso né contento né soddisfatto. E poi, toccandomi la faccia e sentendola rasata, provavo una strana impressione. La provavo anche passandomi una mano su quei capelli lunghi, o sistemandomi gli occhiali sul naso. Mi sembrava quasi di non essere più io, di non toccare me stesso.

Siamo giusti: io mi ero conciato così per gli altri, non per me. Dovevo ora stare con me stesso, mascherato così? Avevo finto e immaginato tutto su Adriano Meis. Se tutto questo non doveva servire agli altri, a chi doveva servire? A me? Ma io, semmai, potevo crederci solo a patto che ci credessero gli altri.

Ora, questo Adriano Meis non aveva il coraggio di dire bugie e di gettarsi in mezzo alla vita. Si teneva in disparte e rientrava in albergo. Era stanco di vedersi solo per le vie di Milano, in quelle tristi giornate d'inverno. E si chiudeva in compagnia del morto Mattia Pascal. Se era così, prevedevo che i miei affari, eh, avrebbero cominciato ad andare male. Non mi aspettava certo un divertimento. E la mia bella fortuna, allora...

Ma forse la verità era questa: nella mia libertà senza confini, mi era difficile cominciare a vivere in qualche modo. Quando stavo per prendere una decisione, mi sentivo come trattenuto. Mi sembrava di vedere tanti impedimenti, ombre e ostacoli.

Ed ecco, mi gettavo di nuovo fuori, per le strade. Osservavo tutto, mi fermavo per ogni piccola cosa, riflettevo a lungo su cose minime. Stanco, entravo in un caffè, leggevo qualche giornale, guardavo la gente che entrava e usciva. Alla fine uscivo anch'io. Ma la vita, vista così, da spettatore estraneo, ora mi sembrava senza senso e senza scopo. Mi sentivo perso in quel rimescolio di gente. E intanto il frastuono, il fermento continuo della città mi stordivano.

— Oh, perché gli uomini, — mi domandavo, agitato, — si affannano così? Perché rendono sempre più complicato il meccanismo della loro vita? Perché tutto questo stordimento di macchine? E che cosa farà l'uomo quando le macchine faranno tutto? Si accorgerà allora che il cosiddetto progresso non ha niente a che fare con la felicità? La scienza crede onestamente di arricchire l'umanità con le sue invenzioni. (E invece la impoverisce, perché costano tanto care.) Ma che gioia proviamo in fondo, anche ammirandole?

Il giorno prima, in un tram elettrico, avevo incontrato un pover'uomo. Era uno di quelli che devono per forza dire agli altri tutto quello che hanno in mente.

— Che bella invenzione! — mi aveva detto. — Con due soldini, in pochi minuti, mi giro mezza Milano.

Quel pover'uomo vedeva soltanto i due soldini della corsa. Non pensava che il suo piccolo stipendio se ne andava tutto. Non gli bastava per vivere stordito da quella vita rumorosa, con il tram elettrico, la luce elettrica, eccetera, eccetera.

Eppure la scienza, pensavo, ha l'illusione di rendere più facile e più comoda l'esistenza! Ma ammettiamo pure che la renda davvero più facile, con tutte le sue macchine così difficili e complicate. Io domando: — C'è un servizio peggiore, per chi è condannato a una fatica vana, che renderla facile e quasi meccanica?

Rientravo in albergo.

Là, in un corridoio, nel vano di una finestra, era appesa una gabbia con un canarino. Non potevo stare con gli altri e non sapevo che fare. Così mi mettevo a conversare con lui, con il canarino. Gli rifacevo il verso con le labbra, e lui credeva davvero che qualcuno gli parlasse. Ascoltava, e forse in quel mio pigolio coglieva care notizie di nidi, di foglie, di libertà... Si agitava nella gabbia, si voltava, saltava, guardava di traverso, scuotendo la testina. Poi mi rispondeva, chiedeva, ascoltava ancora. Povero uccellino! Lui sì mi capiva, mentre io non sapevo che cosa gli avessi detto...

Ebbene, a pensarci, non succede qualcosa di simile anche a noi uomini? Non crediamo anche noi che la natura ci parli? Non ci sembra di cogliere un senso nelle sue voci misteriose? Non ci sembra di avere una risposta, secondo i nostri desideri, alle domande affannose che le facciamo? E intanto la natura, nella sua infinita grandezza, forse non ha la più lontana idea di noi e della nostra vana illusione.

Ma vedete un po' a quali conclusioni può arrivare un uomo condannato a stare solo con se stesso! Bastava uno scherzo nato dall'ozio. Mi veniva quasi voglia di prendermi a schiaffi. Stavo dunque per diventare sul serio un filosofo?

No, no, via, la mia condotta non era logica. Così non avrei potuto andare avanti. Dovevo vincere ogni esitazione e prendere a ogni costo una decisione.

Io, insomma, dovevo vivere, vivere, vivere.

### Glossario

- **nebbioso**: con la nebbia, cioè con l'aria bianca e umida che non fa vedere lontano.
- **vagabondaggio**: l'andare in giro senza una meta e senza una casa fissa.
- **impormi**: obbligare me stesso a fare una cosa (da "imporre").
- **rimproveravo**: dicevo a qualcuno che aveva sbagliato (da "rimproverare").
- **spensierata**: senza preoccupazioni e senza pensieri tristi.
- **penoso**: che fa soffrire, doloroso.
- **precarietà**: condizione di chi non ha niente di stabile e di sicuro.
- **agitarsi**: muoversi continuamente, senza calma.
- **anagrafe**: ufficio del Comune che registra le persone che abitano in un luogo.
- **forestiere**: persona che viene da un altro luogo.
- **ometto**: uomo piccolo di statura.
- **bisbetico**: che ha un carattere difficile e si irrita per poco.
- **cavaliere**: titolo d'onore dato a una persona importante.
- **biglietto da visita**: piccolo cartoncino con il proprio nome, che si dà alle persone.
- **cav**: abbreviazione di "cavaliere".
- **esitazione**: difficoltà a decidersi o a fare una cosa, per dubbio o per vergogna.
- **germi**: semi, piccoli inizi da cui nasce qualcosa.
- **retorica**: modo di parlare bello e solenne, ma spesso vuoto.
- **eloquenza**: arte di parlare bene e di convincere chi ascolta.
- **disinganno**: delusione di chi capisce che una cosa non è come credeva.
- **frottole**: bugie, storie inventate.
- **rimescolio**: movimento continuo e disordinato di tante persone.
- **canarino**: piccolo uccello giallo che canta, tenuto spesso in gabbia.

## § 10. — Acquasantiera e portacenere.

Pochi giorni dopo ero a Roma, per abitarci.

Perché a Roma e non altrove? La vera ragione la vedo adesso, dopo tutto quello che mi è successo. Ma non la dirò, per non guastare il mio racconto con riflessioni che, a questo punto, sarebbero fuori luogo. Allora scelsi Roma prima di tutto perché mi piacque più di ogni altra città. E poi perché mi sembrò più adatta a ospitare con indifferenza, tra tanti forestieri, un forestiere come me.

Scegliere la casa mi costò molta fatica. Cercavo una cameretta decente, in una via tranquilla, presso una famiglia discreta. Finalmente la trovai in via Ripetta, con la vista sul fiume. A dire il vero, la prima impressione della famiglia che doveva ospitarmi fu poco favorevole. Tanto che, tornato all'albergo, rimasi a lungo incerto se non mi convenisse cercare ancora.

Sulla porta, al quarto piano, c'erano due targhette: Paleari di qua, Papiano di là. Sotto quest'ultima, un biglietto da visita era fissato con due puntine di rame. Ci si leggeva: *Silvia Caporale*.

Venne ad aprirmi un vecchio sui sessant'anni (Paleari? Papiano?). Era in mutande di tela, con i piedi nudi in un paio di ciabatte dure come roccia. Aveva il torso nudo, rosa, grasso, senza un pelo. Aveva le mani insaponate e sulla testa un vivace turbante di spuma.

— Oh scusi! — esclamò. — Credevo che fosse la donna... Abbia pazienza: mi trova così... Adriana! Terenzio! E subito via! Vedi che c'è qua un signore... Abbia pazienza un momentino; prego... Che cosa desidera?

— Si affitta qua una camera ammobiliata?

— Sissignore. Ecco mia figlia: parlerà con lei. Su, Adriana, la camera!

Apparve, tutta confusa, una signorina piccola piccola, bionda e pallida. Aveva gli occhi azzurri chiari, dolci e tristi, come tutto il viso. Adriana, come me! « Oh, guarda un po'! — pensai. — Neanche a farlo apposta! »

— Ma Terenzio dov'è? — domandò l'uomo con il turbante di spuma.

— Oh Dio, papà, sai bene che è a Napoli, da ieri. Ritirati! Se ti vedessi... — gli rispose la signorina mortificata. Aveva una vocina tenera che, pur nella leggera irritazione, mostrava la sua dolcezza di carattere.

L'uomo si ritirò, ripetendo: — *Ah già! ah già!* Trascinava le ciabatte e continuava a insaponarsi la testa calva e anche il barbone grigio.

Non potei fare a meno di sorridere, ma con gentilezza, per non mortificare di più la figlia. Lei socchiuse gli occhi, come per non vedere il mio sorriso.

All'inizio mi sembrò una ragazzina. Poi, osservando bene l'espressione del viso, mi accorsi che era già una donna. Perciò doveva portare, se vogliamo, quella veste da camera che la rendeva un po' goffa. Infatti non si adattava al suo corpo e ai suoi lineamenti: era così piccolina. Era vestita di mezzo lutto.

Parlava pianissimo ed evitava di guardarmi (chissà che impressione le feci all'inizio!). Attraverso un corridoio buio, mi portò nella camera che dovevo prendere in affitto. Aperta la porta, mi sentii allargare il petto. Entravano aria e luce da due ampie finestre sul fiume. In fondo in fondo si vedevano Monte Mario e Ponte Margherita. Poi tutto il nuovo quartiere dei Prati, fino a Castel Sant'Angelo. Si dominava il vecchio ponte di Ripetta e quello nuovo che si costruiva accanto. Più in là c'erano il ponte Umberto e tutte le vecchie case di Tordinona. Seguivano la larga curva del fiume. In fondo, da quest'altra parte, si vedevano le verdi alture del Gianicolo. Lì c'erano il fontanone di San Pietro in Montorio e la statua equestre di Garibaldi.

Presi in affitto la camera grazie a quella vista così ampia. Del resto era arredata con graziosa semplicità, con una tappezzeria chiara, bianca e celeste.

— Questo terrazzino qui accanto, — volle dirmi la ragazzina in veste da camera, — appartiene anche a noi, almeno per ora. Lo butteranno giù, dicono, perché fa aggetto...

— Fa... che cosa?

— Aggetto: non si dice così? Ma ci vorrà tempo, prima che sia finito il Lungotevere.

Sentendola parlare piano, con tanta serietà, vestita in quel modo, sorrisi e dissi:

— Ah sì?

Si offese. Abbassò gli occhi e si strinse un po' il labbro tra i denti. Allora, per farle piacere, le parlai anch'io con serietà:

— E... scusi, signorina: non ci sono bambini, è vero, in casa?

Scosse la testa senza aprire bocca. Forse nella mia domanda sentì ancora un sapore di ironia, che io però non avevo voluto metterci. Avevo detto *bambini* e non *bambine*. Mi affrettai a riparare un'altra volta.

— E... dica, signorina: loro non affittano altre camere, è vero?

— Questa è la migliore, — mi rispose, senza guardarmi. — Se non le va bene...

— No no... Domandavo per sapere se...

— Ne affittiamo un'altra, — disse allora lei, alzando gli occhi con aria di indifferenza forzata. — Di là, sul davanti... sulla via. È occupata da una signorina che sta con noi ormai da due anni: dà lezioni di pianoforte... non in casa.

Dicendo questo, fece un sorriso leggero leggero, e triste. Aggiunse:

— Siamo io, il babbo e mio cognato...

— Paleari?

— No: Paleari è il babbo. Mio cognato si chiama Terenzio Papiano... Deve però andar via, con il fratello, che per ora sta anche lui qua con noi. Mia sorella è morta... da sei mesi.

Per cambiare discorso, le domandai quanto dovevo pagare di pigione. Ci accordammo subito. Le domandai anche se bisognava lasciare una caparra.

— Faccia lei, — mi rispose. — Se vuole, lasci piuttosto il nome...

Mi tastai il petto, sorridendo nervosamente, e dissi:

— Non ho... non ho neppure un biglietto da visita... Mi chiamo Adriano, sì, proprio: ho sentito che si chiama Adriana anche lei, signorina. Forse le farà dispiacere...

— Ma no! Perché? — fece lei. Notava evidentemente il mio curioso imbarazzo, e questa volta rise come una vera bambina.

Risi anch'io e aggiunsi:

— E allora, se non le dispiace, mi chiamo Adriano Meis: ecco fatto! Potrei dormire qua stasera stessa? O è meglio che torni domattina...

Lei mi rispose: « Come vuole ». Ma me ne andai con l'impressione che le avrei fatto un gran piacere, se non fossi più tornato. Avevo osato addirittura non rispettare come dovevo quella sua veste da camera.

Pochi giorni dopo, però, potei vedere e toccare con mano una cosa. La povera ragazza doveva proprio portarla, quella veste da camera. Forse ne avrebbe fatto volentieri a meno. Tutto il peso della casa era sulle sue spalle, e guai se non ci fosse stata lei!

Il padre era Anselmo Paleari, quel vecchio che mi era venuto davanti con un turbante di spuma in testa. Anche il suo cervello era così, come di spuma. Lo stesso giorno in cui entrai in casa sua, venne a presentarsi. Disse che non veniva tanto per scusarsi di nuovo del modo poco decente in cui mi era apparso la prima volta. Veniva piuttosto per il piacere di conoscermi, perché io avevo l'aspetto di uno studioso, o forse di un artista:

— Sbaglio?

— Sbaglia. Artista... per niente! Studioso... così così... Mi piace leggere qualche libro.

— Oh, ne ha di buoni! — fece lui. Guardava il dorso di quei pochi che avevo già messo sul ripiano della scrivania. — Poi, qualche altro giorno, le mostrerò i miei, eh? Ne ho di buoni anch'io. Mah!

E scrollò le spalle e rimase lì, distratto, con gli occhi persi. Evidentemente non si ricordava più di nulla, né dov'era né con chi era. Ripeté altre due volte: — *Mah!... Mah!* — con gli angoli della bocca tirati in giù. E mi voltò le spalle per andarsene, senza salutarmi.

Lì per lì mi meravigliai un po'. Ma poi, nella sua camera, mi mostrò i libri, come aveva promesso. Allora capii non solo quella piccola distrazione, ma anche tante altre cose. Quei libri avevano titoli di questo genere: *La Mort et l'au-delà*, *L'homme et ses corps*. E ancora: *Les sept principes de l'homme*, *Karma*, *La clef de la Théosophie*, *A B C de la Théosophie*. E poi *La doctrine secrète*, *Le Plan Astral*, eccetera, eccetera.

Il signor Anselmo Paleari apparteneva alla scuola teosofica.

Lo avevano messo a riposo prima del tempo, da caposezione in non so quale Ministero. E questo lo aveva rovinato, non solo nelle finanze, ma anche per un'altra ragione. Ora era libero e padrone del suo tempo. Perciò si era sprofondato tutto nei suoi fantastici studi e nelle sue meditazioni tra le nuvole. Si era staccato più che mai dalla vita materiale. Almeno metà della sua pensione doveva andarsene per comprare quei libri. Se ne era già fatta una piccola biblioteca. Ma la dottrina teosofica non doveva soddisfarlo del tutto. Certo il tarlo della critica lo rodeva. Infatti, accanto a quei libri di teosofia, aveva anche una ricca collezione di saggi e di studi filosofici, antichi e moderni. E aveva libri di ricerca scientifica. Negli ultimi tempi si era dato anche agli esperimenti spiritici.

Aveva scoperto nella signorina Silvia Caporale, maestra di pianoforte e sua inquilina, straordinarie facoltà medianiche. A dire la verità, non erano ancora ben sviluppate. Ma col tempo e con l'esercizio si sarebbero sviluppate senza dubbio. Allora sarebbero state superiori a quelle di tutti i *medium* più famosi.

La signorina Silvia Caporale aveva una faccia volgarmente brutta, da maschera di carnevale. Ma io, per conto mio, posso dirlo: non ho mai visto, in una faccia così, un paio d'occhi più addolorati. Erano nerissimi, intensi, sporgenti. Davano l'impressione di avere dietro un contrappeso di piombo, come quelli delle bambole automatiche. La signorina Silvia Caporale aveva più di quarant'anni. Aveva anche un bel paio di baffi, sotto il naso a pallottola sempre rosso.

Seppi poi che questa povera donna era arrabbiata d'amore, e beveva. Si sapeva brutta, ormai vecchia, e per disperazione beveva. Certe sere tornava a casa in uno stato davvero pietoso. Aveva il cappellino storto, la pallottola del naso rossa come una carota e gli occhi semichiusi, più addolorati che mai.

Si buttava sul letto, e subito tutto il vino bevuto le tornava fuori, trasformato in un torrente infinito di lacrime. Allora toccava alla povera piccola mammina in veste da camera vegliarla e confortarla fino a tarda notte. Ne aveva pietà, una pietà che vinceva la nausea. La sapeva sola al mondo e infelicissima, con quella rabbia in corpo che le faceva odiare la vita. Già due volte aveva tentato di togliersela. Adriana la convinceva piano piano a prometterle che sarebbe stata buona, che non l'avrebbe fatto più. E, sissignori, il giorno dopo se la vedeva comparire tutta agghindata, con certe mossette da scimmia. Di colpo si era trasformata in una bambina ingenua e capricciosa.

Ogni tanto guadagnava qualche lira, facendo provare le canzonette a qualche attrice principiante di caffè-concerto. Quelle poche lire se ne andavano così, o per bere o per agghindarsi. Non pagava né l'affitto della camera né quel poco che le davano da mangiare in famiglia. Ma non si poteva mandarla via. Come avrebbe fatto il signor Anselmo Paleari per i suoi esperimenti spiritici?

In fondo, però, c'era un'altra ragione. Due anni prima, alla morte della madre, la signorina Caporale aveva lasciato la sua casa. Era venuta a vivere dai Paleari. Dalla vendita dei mobili aveva ricavato circa sei mila lire. Le aveva affidate a Terenzio Papiano, per un affare che lui le aveva proposto, sicurissimo e ricco di guadagni. Le sei mila lire erano sparite.

Fu lei stessa, la signorina Caporale, a farmi questa confessione, piangendo. Allora potei scusare in qualche modo il signor Anselmo Paleari. All'inizio mi era sembrato che tenesse una donna di quel genere vicino a sua figlia soltanto per la sua follia.

È vero che per la piccola Adriana, così buona d'istinto e anzi troppo saggia, forse non c'era da temere. Più di ogni altra cosa, infatti, la offendevano nell'anima quelle pratiche misteriose del padre. La offendeva quell'evocazione di spiriti per mezzo della signorina Caporale.

La piccola Adriana era religiosa. Me ne accorsi fin dai primi giorni, per via di un'acquasantiera di vetro azzurro. Era appesa al muro sopra il comodino, accanto al mio letto. Mi ero messo a letto con la sigaretta in bocca, ancora accesa. Avevo cominciato a leggere uno di quei libri del Paleari. Distratto, avevo poi posato il mozzicone spento in quell'acquasantiera. Il giorno dopo non c'era più. Sul comodino, invece, c'era un portacenere. Volli domandarle se l'aveva tolta lei dal muro. E lei, arrossendo leggermente, mi rispose:

— Scusi tanto, mi è sembrato che lei avesse più bisogno di un portacenere.

— Ma c'era acqua benedetta nell'acquasantiera?

— C'era. Abbiamo qui di fronte la chiesa di San Rocco...

E se ne andò. Mi voleva dunque santo, quella minuscola mammina? Al fonte di San Rocco aveva preso l'acqua benedetta anche per la mia acquasantiera! Per la mia e per la sua, certamente. Il padre non doveva usarla. E nell'acquasantiera della signorina Caporale, se ne aveva una, c'era piuttosto vin santo.

*

Da tempo mi sentivo sospeso in uno strano vuoto. Ora ogni minima cosa mi faceva cadere in lunghe riflessioni. Il fatto dell'acquasantiera mi portò a pensare che, fin da ragazzo, non avevo più seguito pratiche religiose. Non ero più entrato in nessuna chiesa per pregare, da quando era andato via Pinzone. Era lui che mi ci portava insieme a Berto, per ordine della mamma. Non avevo mai sentito il bisogno di domandarmi se avevo davvero una fede. E Mattia Pascal era morto di mala morte, senza conforti religiosi.

All'improvviso mi vidi in una condizione molto particolare. Per tutti quelli che mi conoscevano, io mi ero tolto, bene o male, un pensiero. Era il pensiero più fastidioso e più triste che si possa avere da vivi: quello della morte. Chissà quanti, a Miragno, dicevano:

— Beato lui, alla fine! Comunque sia, ha risolto il problema.

E intanto io non avevo risolto niente. Ora avevo tra le mani i libri di Anselmo Paleari. Questi libri mi insegnavano che i morti, quelli veri, si trovavano nella mia identica condizione, nei « gusci » del *Kâmaloka*. Specialmente i suicidi. Il signor Leadbeater è l'autore del *Plan Astral* (*premier degré du monde invisible, d'après la théosophie*). Lui li descrive come eccitati da ogni genere di appetiti umani. Ma non possono soddisfarli, perché non hanno più il corpo di carne. Eppure non sanno di averlo perduto.

— Oh, guarda un po', — pensavo, — quasi quasi potrei credere di essermi davvero affogato nel mulino della *Stia*, e di illudermi intanto di vivere ancora!

Si sa che certe specie di pazzia sono contagiose. Quella del Paleari, per quanto all'inizio mi ribellassi, alla fine mi si attaccò. Non che credessi veramente di essere morto. Non sarebbe stato un gran male, perché il difficile è morire. E appena morti, credo, non si può avere il triste desiderio di tornare in vita. Mi accorsi tutto a un tratto che dovevo proprio morire ancora: ecco il male! Chi se ne ricordava più? Dopo il mio suicidio alla *Stia*, naturalmente non avevo più visto altro davanti a me che la vita. Ed ecco qua, ora: il signor Anselmo Paleari mi metteva davanti di continuo l'ombra della morte.

Non sapeva più parlare d'altro, quest'uomo benedetto! Ma ne parlava con tanto fervore! Ogni tanto, nella foga del discorso, gli scappavano fuori immagini ed espressioni molto strane. Così, ascoltandolo, mi passava subito la voglia di liberarmi di lui e di andare ad abitare altrove. Del resto, la dottrina e la fede del signor Paleari a volte mi sembravano infantili, ma in fondo erano confortanti. Purtroppo mi era venuta l'idea che un giorno o l'altro dovevo pur morire sul serio. Perciò non mi dispiaceva sentirne parlare in quel modo.

— C'è logica? — mi domandò un giorno. Mi aveva appena letto un passo di un libro del Finot. Era pieno di una filosofia così sentimentalmente macabra che sembrava il sogno di un becchino morfinomane. Parlava niente meno che della vita dei vermi nati dalla decomposizione del corpo umano. — C'è logica? Materia, sì, materia: ammettiamo che tutto sia materia. Ma c'è forma e forma, modo e modo, qualità e qualità. C'è il sasso e c'è l'etere che non si può pesare, perdio! Nel mio stesso corpo c'è l'unghia, il dente, il pelo. E c'è, per bacco, il finissimo tessuto dell'occhio. Ora, sissignore, chi vi dice di no? Quella che chiamiamo anima sarà materia anche lei. Ma ammetterete che non sarà materia come l'unghia, come il dente, come il pelo. Sarà materia come l'etere, o che so io. L'etere, sì, lo ammettete come ipotesi, e l'anima no? C'è logica? Materia, sissignore. Segua il mio ragionamento, e veda un po' dove arrivo, concedendo tutto. Veniamo alla Natura. Noi consideriamo ora l'uomo come l'erede di una serie infinita di generazioni, è vero? Come il prodotto di un lavoro molto lento della natura. Lei, caro signor Meis, pensa che anche l'uomo sia una bestia, una bestia crudelissima e, nell'insieme, di poco valore? Concedo anche questo, e dico: sta bene, l'uomo rappresenta un gradino non molto alto nella scala degli esseri. Dal verme all'uomo mettiamo otto, mettiamo sette, mettiamo cinque gradini. Ma, perdiana!, la Natura ha faticato migliaia, migliaia e migliaia di secoli per salire questi cinque gradini, dal verme all'uomo. Questa materia si è dovuta evolvere, è vero? Ha dovuto raggiungere, come forma e sostanza, questo quinto gradino. Ha dovuto diventare questa bestia che ruba, questa bestia che uccide, questa bestia bugiarda. Ma è pure capace di scrivere la *Divina Commedia*, signor Meis! Ed è capace di sacrificarsi come ha fatto sua madre e mia madre. E tutto a un tratto, pàffete, torna a zero? C'è logica? Ma diventerà verme il mio naso, il mio piede, non l'anima mia, per bacco! È materia anche lei, sissignore, chi vi dice di no? Ma non come il mio naso o come il mio piede. C'è logica?

— Scusi, signor Paleari, — gli obiettai, — un grand'uomo passeggia, cade, batte la testa, diventa scemo. Dov'è l'anima?

Il signor Anselmo restò un momento a guardare, come se all'improvviso gli fosse caduto un macigno davanti ai piedi.

— Dov'è l'anima?

— Sì, Lei o io, io che non sono un grand'uomo, ma che pure... via, ragiono: passeggio, cado, batto la testa, divento scemo. Dov'è l'anima?

Il Paleari unì le mani e, con un'espressione di bonaria compassione, mi rispose:

— Ma, santo Dio, perché vuole cadere e battere la testa, caro signor Meis?

— Per un'ipotesi...

— Ma nossignore: passeggi pure tranquillamente. Prendiamo i vecchi, che possono diventare scemi naturalmente, senza bisogno di cadere e battere la testa. Ebbene, che cosa vuol dire? Lei vorrebbe provare così che, quando il corpo si indebolisce, si indebolisce anche l'anima? Così vorrebbe dimostrare che la fine dell'uno porta con sé la fine dell'altra? Ma scusi! Immagini un po' il caso contrario. Ci sono corpi estremamente sfiniti, in cui pure brilla potentissima la luce dell'anima: Giacomo Leopardi! E tanti vecchi, come per esempio Sua Santità Leone XIII! E dunque? Ma immagini un pianoforte e un suonatore. A un certo punto, mentre suona, il pianoforte si scorda. Un tasto non batte più. Due, tre corde si spezzano. Ebbene, per forza! Con uno strumento ridotto così, il suonatore, anche se è bravissimo, dovrà suonare male. E se poi il pianoforte tace, non esiste più neanche il suonatore?

— Il cervello sarebbe il pianoforte, e il suonatore l'anima?

— Appunto, signor Meis! Ora, se il cervello si guasta, per forza l'anima si mostra scema, o matta, o che so io. Vuol dire che il suonatore pagherà, se ha rotto lo strumento non per disgrazia, ma per disattenzione o per volontà. Chi rompe paga: si paga tutto, si paga. Ma questa è un'altra questione. Scusi, per lei non vorrà dire nulla che tutta l'umanità ha sempre desiderato un'altra vita, di là? Tutta, da quando se ne ha notizia! È un fatto, questo, un fatto, una prova reale.

— Dicono: l'istinto di conservazione...

— Ma nossignore, perché io me ne infischio, sa? di questa vile pellaccia che mi copre! Mi pesa, la sopporto perché so che devo sopportarla. Ma supponiamo che mi provino una cosa, perdiana. Dopo averla sopportata per altri cinque o sei o dieci anni, non avrò pagato il conto in nessun modo. Tutto finirà lì. Allora io la butto via oggi stesso, in questo stesso momento! E dov'è allora l'istinto di conservazione? Mi conservo soltanto perché sento che non può finire così! Ma una cosa è l'uomo singolo, dicono, e un'altra è l'umanità. L'individuo finisce, la specie continua la sua evoluzione. Bel modo di ragionare, questo! Ma guardi un po'! Come se l'umanità non fossi io, non fosse lei e, a uno a uno, tutti. E non abbiamo ognuno lo stesso sentimento? Sarebbe la cosa più assurda e più atroce, se tutto dovesse finire qui. Tutto in questo misero soffio che è la nostra vita terrena. Cinquanta, sessant'anni di noia, di miserie, di fatiche: perché? Per niente! Per l'umanità? Ma se anche l'umanità un giorno dovrà finire? Pensi un po': tutta questa vita, tutto questo progresso, tutta questa evoluzione, perché ci sarebbero stati? Per niente? E il niente, il puro niente, dicono intanto che non esiste... La guarigione dell'astro, è vero? Come ha detto lei l'altro giorno. Va bene: guarigione, ma bisogna vedere in che senso. Il male della scienza, guardi, signor Meis, è tutto qui: vuole occuparsi soltanto della vita.

— Eh, — sospirai io, sorridendo, — poiché dobbiamo vivere...

— Ma dobbiamo anche morire! — ribatté il Paleari.

— Capisco. Ma perché pensarci tanto?

— Perché? Ma perché non possiamo comprendere la vita, se in qualche modo non ci spieghiamo la morte! Ci serve una guida per le nostre azioni, un filo per uscire da questo labirinto. Il lume, insomma, signor Meis, il lume deve venirci di là, dalla morte.

— Con il buio che c'è?

— Buio? Buio per lei! Provi ad accendervi una lampadina di fede, con l'olio puro dell'anima. Se manca questa lampadina, noi giriamo qua, nella vita, come tanti ciechi, con tutta la luce elettrica che abbiamo inventato! Sta bene, benissimo, per la vita, la lampadina elettrica. Ma noi, caro signor Meis, abbiamo bisogno anche di quell'altra, che ci faccia un po' di luce per la morte. Guardi, certe sere io provo anche ad accendere un certo lanternino con il vetro rosso. Bisogna ingegnarsi in tutti i modi, tentare comunque di vedere. Per ora, mio genero Terenzio è a Napoli. Tornerà fra qualche mese, e allora la inviterò ad assistere a qualche nostra modesta sedutina, se vuole. E chissà che quel lanternino... Basta, non voglio dirle altro.

Come si vede, la compagnia di Anselmo Paleari non era molto piacevole. Ma, pensandoci bene, potevo forse cercare una compagnia meno lontana dalla vita? Potevo farlo senza rischio, o meglio, senza essere costretto a mentire? Mi ricordavo ancora del cav. Tito Lenzi. Il signor Paleari invece non voleva sapere niente di me. Gli bastava l'attenzione che davo ai suoi discorsi. Quasi ogni mattina, dopo il solito lavaggio di tutto il corpo, mi accompagnava nelle mie passeggiate. Andavamo sul Gianicolo, o sull'Aventino, o su Monte Mario, a volte fino a Ponte Nomentano, sempre parlando della morte.

— Ed ecco che bel guadagno ho fatto, — pensavo, — a non essere morto davvero!

Qualche volta cercavo di portarlo a parlare d'altro. Ma sembrava che il signor Paleari non avesse occhi per lo spettacolo della vita intorno. Camminava quasi sempre con il cappello in mano. A un certo punto lo alzava, come per salutare qualche ombra, ed esclamava:

— Sciocchezze!

Una sola volta mi fece all'improvviso una domanda personale:

— Perché sta a Roma, lei, signor Meis?

Mi strinsi nelle spalle e gli risposi:

— Perché mi piace starci...

— Eppure è una città triste, — osservò lui, scuotendo la testa. — Molti si meravigliano che nessuna impresa ci riesca, che nessuna idea viva ci metta radici. Ma si meravigliano perché non vogliono riconoscere che Roma è morta.

— Morta anche Roma? — esclamai, costernato.

— Da molto tempo, signor Meis! E ogni sforzo per farla rivivere, mi creda, è inutile. È chiusa nel sogno del suo maestoso passato. Non vuole più saperne di questa vita meschina che si ostina a formicolarle intorno. Una città come Roma ha avuto una vita con caratteri così forti e particolari. Una città così non può diventare moderna, cioè una città come un'altra. Roma giace là, con il suo gran cuore in frantumi, alle spalle del Campidoglio. Sono forse di Roma queste nuove case? Guardi, signor Meis. Mia figlia Adriana mi ha parlato dell'acquasantiera che stava nella sua camera, si ricorda? Adriana gliela tolse dalla camera, quell'acquasantiera. Ma l'altro giorno le è caduta di mano e si è rotta. Ne è rimasta soltanto la conchetta. Ora è in camera mia, sulla mia scrivania, e serve all'uso che lei per primo, distrattamente, ne aveva fatto. Ebbene, signor Meis, il destino di Roma è lo stesso. I papi ne avevano fatto, a modo loro, s'intende, un'acquasantiera. Noi italiani ne abbiamo fatto, a modo nostro, un portacenere. Da ogni paese siamo venuti qua a scuotere la cenere del nostro sigaro. E questa cenere è il simbolo della frivolezza di questa nostra vita tanto misera. È il simbolo del piacere amaro e velenoso che questa vita ci dà.

### Glossario

- **spuma**: schiuma del sapone.
- **veste da camera**: abito lungo e comodo che si porta in casa.
- **mezzo lutto**: vestiti grigi o viola che si portano verso la fine del lutto.
- **fa aggetto**: sporge fuori dal muro di un edificio.
- **pigione**: soldi che si pagano ogni mese per una stanza o una casa.
- **caparra**: soldi che si danno prima, come garanzia.
- **medium**: persona che dice di poter parlare con gli spiriti.
- **acquasantiera**: piccolo recipiente con l'acqua benedetta.
- **etere**: sostanza leggerissima e invisibile che, secondo la scienza di allora, riempiva lo spazio.
- **sessant'anni**: 60 anni.
- **ciabatte**: scarpe leggere e comode che si portano in casa.
- **turbante**: lunga striscia di stoffa avvolta intorno alla testa; qui, la spuma ha questa forma.
- **sissignore**: sì, signore: modo rispettoso di dire di sì.
- **nossignore**: no, signore: modo rispettoso di dire di no.
- **guastare**: rovinare.
- **portacenere**: piccolo recipiente per la cenere delle sigarette.
- **théosophie**: parola francese: teosofia.
- **teosofica**: della teosofia, una dottrina che cerca di conoscere Dio e il mondo invisibile.
- **addolorati**: pieni di dolore, molto tristi.
- **pallottola**: piccola palla; un naso a pallottola è un naso tondo.
- **bacco**: nell'esclamazione *per bacco*, che dà forza a quello che si dice.
- **indebolisce**: da *indebolire*: rende o diventa più debole.
- **lume**: luce; qui, ciò che guida e aiuta a capire.
- **lanternino**: piccola lampada che si può portare in mano.

## § 11. — Di sera, guardando il fiume.

Il padrone di casa mi dimostrava stima e simpatia, e così la familiarità tra noi cresceva. Ma cresceva anche la mia difficoltà a stare con quelle persone. Era un disagio segreto che avevo già provato, e ora spesso diventava acuto come un rimorso. Mi vedevo lì, intruso in quella famiglia, con un nome falso e con il viso cambiato. La mia esistenza era finta e quasi senza consistenza. Allora mi proponevo di restare in disparte il più possibile. Ricordavo continuamente a me stesso che non dovevo avvicinarmi troppo alla vita degli altri. Dovevo evitare ogni intimità e accontentarmi di vivere così, fuori da tutto.

— Libero! — dicevo ancora; ma già cominciavo a capire il senso e a misurare i confini di questa mia libertà.

Ecco: la libertà, per esempio, voleva dire stare lì, di sera, affacciato a una finestra. Guardavo il fiume che scorreva nero e silenzioso tra gli argini nuovi e sotto i ponti. I ponti riflettevano nell'acqua le luci dei loro lampioni, che tremavano come piccoli serpenti di fuoco. Con la fantasia seguivo il corso di quelle acque dalla lontana sorgente sugli Appennini. Le seguivo attraverso tante campagne, poi attraverso la città, poi di nuovo per la campagna, fino alla foce. Con il pensiero immaginavo il mare scuro e palpitante. Lì quelle acque, dopo tanta corsa, andavano a perdersi. E voleva dire, ogni tanto, aprire la bocca in uno sbadiglio.

— Libertà… libertà… — mormoravo. — Ma non sarebbe lo stesso anche altrove?

Qualche sera vedevo nel terrazzino accanto la mammina di casa, in veste da camera. Innaffiava i vasi di fiori. « Ecco la vita! », pensavo. Seguivo con gli occhi la dolce ragazza in quel suo lavoro gentile. Aspettavo da un momento all'altro che alzasse lo sguardo verso la mia finestra. Ma invano. Sapeva che stavo lì; ma, quando era sola, fingeva di non accorgersene. Perché? Era soltanto timidezza, quel riserbo? O forse la cara mammina era ancora arrabbiata con me, in segreto? Era per la poca considerazione che io, crudelmente, continuavo a dimostrarle?

Ecco, ora posava l'annaffiatoio e si appoggiava al parapetto del terrazzino. Si metteva a guardare il fiume anche lei. Forse voleva farmi vedere che non si curava affatto di me. Lei, voleva dire, aveva per conto suo pensieri molto seri da meditare, in quella posa, e bisogno di solitudine.

Sorridevo tra me, pensando così. Ma poi la vedevo andare via dal terrazzino, e riflettevo che il mio giudizio poteva anche essere sbagliato. Forse nasceva dal dispetto istintivo che ognuno prova quando gli altri non si curano di lui. « Perché, del resto, » mi domandavo, « dovrebbe curarsi di me? Perché dovrebbe rivolgermi la parola senza bisogno? Io qui rappresento la disgrazia della sua vita, la follia di suo padre. Forse rappresento un'umiliazione per lei. Forse rimpiange ancora il tempo in cui suo padre era in servizio. Allora non aveva bisogno di affittare camere e di avere estranei per casa. E poi un estraneo come me! Forse le faccio paura, povera bambina, con quest'occhio e con questi occhiali… »

Il rumore di qualche carrozza sul vicino ponte di legno mi scuoteva da quelle riflessioni. Sbuffavo e mi allontanavo dalla finestra. Guardavo il letto, guardavo i libri, e restavo un po' incerto tra i libri e il letto. Alla fine scrollavo le spalle, prendevo il mio cappellaccio e uscivo. Speravo di liberarmi, fuori, da quella noia agitata.

Andavo, secondo l'ispirazione del momento, nelle vie più affollate o in luoghi solitari. Ricordo una notte in piazza San Pietro. Quel mondo di secoli era chiuso lì, tra le braccia del portico maestoso. Mi diede l'impressione di un sogno, di un sogno quasi lontano. Il silenzio sembrava più grande per il rumore continuo delle due fontane. Mi avvicinai a una di esse. Allora soltanto quell'acqua mi sembrò viva, lì. Tutto il resto mi sembrò quasi spettrale e profondamente malinconico, in quella solennità silenziosa e immobile.

Tornando per via Borgo Nuovo, a un certo punto incontrai un ubriaco. Mi passò accanto e mi vide pensieroso. Allora si chinò e sporse un po' la testa, per guardarmi in faccia dal basso verso l'alto. Mi scosse leggermente il braccio e mi disse:

— Allegro!

Mi fermai di colpo, sorpreso, e lo guardai dalla testa ai piedi.

— Allegro! — ripeté. E accompagnò l'invito con un gesto della mano che significava: « Che fai? che pensi? non ti preoccupare di nulla! ».

E si allontanò barcollando, con una mano appoggiata al muro.

Era tardi e la via era deserta. Ero vicino al grande tempio, e avevo ancora in mente i pensieri che mi aveva fatto nascere. L'apparizione di quell'ubriaco mi lasciò stordito. Anche il suo strano consiglio, affettuoso e filosoficamente pietoso, mi stordì. Non so per quanto tempo rimasi a seguire con gli occhi quell'uomo. Poi sentii che il mio stupore si rompeva quasi in una folle risata.

— Allegro! Sì, caro. Ma io non posso andare in una taverna come te. Non posso cercare l'allegria, che tu mi consigli, in fondo a un bicchiere. Purtroppo io lì non la saprei trovare! E non so trovarla altrove! Io vado al caffè, mio caro, tra gente per bene, che fuma e chiacchiera di politica. Al mio caffè viene un avvocatino imperialista. Secondo lui potremmo essere tutti allegri, anzi felici, a una sola condizione. Dovremmo essere governati da un buon re assoluto. Tu non le sai, povero ubriaco filosofo, queste cose. Non ti passano neppure per la mente. Ma sai qual è la vera causa di tutti i nostri mali, di questa nostra tristezza? La democrazia, mio caro, la democrazia, cioè il governo della maggioranza. Perché, quando il potere è nelle mani di uno solo, questo sa di essere uno. E sa di dover accontentare molti. Ma quando governano i molti, pensano soltanto ad accontentare sé stessi. E allora si ha la tirannia più stupida e più odiosa: la tirannia mascherata da libertà. Ma sicuramente! Oh, perché credi che io soffra? Io soffro proprio per questa tirannia mascherata da libertà… Torniamo a casa!

Ma quella era la notte degli incontri.

Poco dopo passavo per Tordinona, quasi al buio. Sentii un forte grido, tra altri soffocati, in uno dei vicoli che sboccano in questa via. All'improvviso mi vidi cadere davanti un groviglio di gente che si picchiava. Erano quattro miserabili, armati di bastoni nodosi, addosso a una donna di strada.

Racconto quest'avventura non per vantarmi di un atto di coraggio. La racconto, anzi, per dire la paura che provai per le sue conseguenze. Quei mascalzoni erano quattro, ma anch'io avevo un buon bastone rinforzato di ferro. È vero che due di loro mi assalirono anche con i coltelli. Mi difesi come potevo. Facevo girare il bastone e saltavo a tempo qua e là, per non farmi prendere in mezzo. Alla fine, con il pomo di ferro, diedi un bel colpo in testa al più accanito. Lo vidi vacillare, poi mettersi a correre. Allora gli altri tre lo seguirono, forse per paura che qualcuno stesse per accorrere agli strilli della donna. Non so come, mi trovai ferito alla fronte. Gridai alla donna, che continuava a chiamare aiuto, di stare zitta. Ma lei mi vide con la faccia rigata di sangue e non seppe frenarsi. Piangeva, tutta spettinata, e voleva soccorrermi. Voleva fasciarmi con il fazzoletto di seta che portava sul petto, strappato nella rissa.

— No, no, grazie, — le dissi, rifiutando con ribrezzo. — Basta… Non è nulla! Va', va' via subito… Non farti vedere.

Andai alla fontanella che è sotto la rampa del ponte lì vicino, per bagnarmi la fronte. Ma mentre ero lì, ecco arrivare due guardie senza fiato, che vollero sapere che cosa era successo. Subito la donna, che era di Napoli, cominciò a raccontare il « guaio che aveva passato » con me. E mi rivolgeva le frasi più affettuose e piene di ammirazione del suo dialetto. Faticai molto per liberarmi di quei due questurini zelanti. Volevano assolutamente portarmi con loro, perché denunciassi il fatto. Bravo! Non ci mancava altro! Avere a che fare con la questura, adesso! Comparire il giorno dopo nella cronaca dei giornali come una specie di eroe! E io dovevo stare zitto, nell'ombra, ignorato da tutti…

Eroe, ecco, eroe non potevo più esserlo davvero. Solo a condizione di morirci… Ma se ero già morto!

*

— È vedovo lei, scusi, signor Meis?

Questa domanda me la fece all'improvviso, una sera, la signorina Caporale nel terrazzino. Era lì con Adriana, e mi avevano invitato a passare un po' di tempo con loro.

Sul momento rimasi male. Risposi:

— Io no; perché?

— Perché lei con il pollice si strofina sempre l'anulare. Fa come chi vuole far girare un anello intorno al dito. Così… È vero, Adriana?

Ma guarda un po' dove vanno a finire gli occhi delle donne, o meglio, di certe donne! Adriana infatti dichiarò di non essersene mai accorta.

— Non ci avrai fatto attenzione! — esclamò la Caporale.

Neanch'io ci avevo mai fatto attenzione. Ma dovetti riconoscere che forse avevo quell'abitudine.

— Infatti, — mi vidi costretto ad aggiungere, — ho tenuto qui per molto tempo un anellino. Poi l'ho dovuto far tagliare da un orefice, perché mi stringeva troppo il dito e mi faceva male.

— Povero anellino! — gemette allora la quarantenne, torcendosi tutta. Quella sera aveva voglia di fare la bambina. — Tanto stretto le stava? Non voleva più uscirle dal dito? Forse era il ricordo di un…

— Silvia! — la interruppe la piccola Adriana, con tono di rimprovero.

— Che male c'è? — riprese l'altra. — Volevo dire di un primo amore… Su, ci dica qualche cosa, signor Meis. Possibile che lei non debba parlare mai?

— Ecco, — dissi io, — pensavo alla conclusione che lei ha tratto dalla mia abitudine di strofinarmi il dito. È una conclusione arbitraria, cara signorina. Perché i vedovi, che io sappia, di solito non si tolgono l'anellino di fede. Quando la moglie non c'è più, pesa semmai la moglie, non l'anellino. Anzi, ai veterani piace decorarsi con le loro medaglie. Così al vedovo, credo, piace portare l'anellino.

— Eh sì! — esclamò la Caporale. — Lei cambia discorso con abilità.

— Come! Ma io voglio anzi approfondirlo!

— Macché approfondire! Io non approfondisco mai nulla. Ho avuto questa impressione, e basta.

— Che io fossi vedovo?

— Sissignore. Non pare anche a te, Adriana, che il signor Meis ne abbia l'aria?

Adriana provò ad alzare gli occhi su di me, ma li riabbassò subito. Era timida e non sapeva sostenere lo sguardo degli altri. Sorrise lievemente, con il suo solito sorriso dolce e triste, e disse:

— Che vuoi che sappia io dell'aria dei vedovi? Sei strana!

In quel momento un pensiero, un'immagine dovette passarle per la mente. Si turbò e si voltò a guardare il fiume sotto di noi. Certo l'altra capì, perché sospirò e si voltò anche lei a guardare il fiume.

Evidentemente un quarto, invisibile, era venuto a mettersi tra noi. Alla fine capii anch'io, guardando la veste da camera di mezzo lutto di Adriana. Terenzio Papiano, il cognato che era ancora a Napoli, non doveva avere l'aria del vedovo addolorato. E quindi, secondo la signorina Caporale, quell'aria l'avevo io.

Confesso che provai piacere nel vedere quella conversazione finire così male. Adriana aveva sofferto per il ricordo della sorella morta e di Papiano vedovo. Quel dolore, infatti, era il castigo della Caporale per la sua indiscrezione.

Però, per essere giusti, quella che a me pareva indiscrezione era davvero tale? In fondo era una curiosità naturale e molto scusabile. Doveva per forza nascere da quella specie di strano silenzio che c'era intorno alla mia persona. La solitudine ormai mi era insopportabile, e non sapevo resistere alla tentazione di avvicinarmi agli altri. Questi altri avevano il diritto di sapere con chi avevano a che fare. Quindi dovevo rispondere alle loro domande, rassegnato, nel miglior modo possibile, cioè mentendo e inventando. Non c'era altra via! La colpa non era degli altri, era mia. Adesso l'avrei resa più grave, è vero, con la menzogna. Ma se non volevo, se ne soffrivo, dovevo andare via. Dovevo riprendere il mio vagabondaggio chiuso e solitario.

Adriana non mi faceva mai una domanda indiscreta. Ma notavo che ascoltava con molta attenzione ciò che rispondevo alla Caporale. E le domande della Caporale, per dire la verità, spesso esageravano. Andavano un po' troppo oltre i limiti della curiosità naturale e scusabile.

Una sera, per esempio, eravamo lì nel terrazzino, dove ora di solito ci riunivamo quando tornavo da cena. La Caporale rideva e si difendeva da Adriana, che le gridava agitatissima:

— No, Silvia, te lo proibisco! Non ti azzardare!

Ma lei mi domandò:

— Scusi, signor Meis, Adriana vuole sapere perché lei non si fa crescere almeno i baffi…

— Non è vero! — gridò Adriana. — Non ci creda, signor Meis! È stata lei, invece… Io…

La cara mammina scoppiò improvvisamente in lacrime. Subito la Caporale cercò di consolarla, dicendole:

— Ma no, via! che c'entra! che c'è di male?

Adriana la respinse con un gomito:

— C'è di male che tu hai mentito, e mi fai rabbia! Parlavamo degli attori di teatro che sono tutti… così. E allora tu hai detto: « *Come il signor Meis! Chi sa perché non si fa crescere almeno i baffi?…* ». E io ho ripetuto: « *Già, chi sa perché…* ».

— Ebbene, — riprese la Caporale, — chi dice: « *Chi sa perché…* », vuol dire che vuole saperlo!

— Ma l'hai detto prima tu! — protestò Adriana, piena di rabbia.

— Posso rispondere? — domandai io per riportare la calma.

— No, scusi, signor Meis: buona sera! — disse Adriana, e si alzò per andare via.

Ma la Caporale la trattenne per un braccio:

— Eh via, come sei sciocchina! Si fa per ridere… Il signor Adriano è tanto buono che ci perdona. Non è vero, signor Adriano? Glielo dica lei… perché non si fa crescere almeno i baffi.

Questa volta Adriana rise, con gli occhi ancora pieni di lacrime.

— Perché sotto c'è un mistero, — risposi io allora, cambiando la voce per scherzo. — Sono un congiurato!

— Non ci crediamo! — esclamò la Caporale con lo stesso tono. Ma poi aggiunse: — Però, senta: che lei sia un sornione non si può mettere in dubbio. Che cosa è andato a fare, per esempio, oggi pomeriggio alla Posta?

— Io alla Posta?

— Sissignore. Lo nega? L'ho visto con i miei occhi. Verso le quattro… Passavo per piazza San Silvestro…

— Si sarà sbagliata, signorina: non ero io.

— Già, già, — fece la Caporale, incredula. — Corrispondenza segreta… Perché, è vero, Adriana?, questo signore non riceve mai lettere in casa. Me l'ha detto la donna di servizio, badiamo!

Adriana si agitò, seccata, sulla sedia.

— Non le dia retta, — mi disse. E mi rivolse un rapido sguardo addolorato e quasi carezzevole.

— Né in casa, né ferme alla posta! — risposi io. — Purtroppo è vero! Nessuno mi scrive, signorina. La ragione è semplice: non ho più nessuno che mi possa scrivere.

— Nemmeno un amico? Possibile? Nessuno?

— Nessuno. Sulla terra siamo io e la mia ombra. Ho portato a spasso quest'ombra di qua e di là, continuamente. E finora non mi sono mai fermato tanto in un luogo da farmi un'amicizia duratura.

— Beato lei, — esclamò la Caporale, sospirando, — che ha potuto viaggiare tutta la vita! Ci parli almeno dei suoi viaggi, via, se non vuole parlarci d'altro.

A poco a poco superai gli scogli delle prime domande imbarazzanti. Alcuni li evitavo con i remi della menzogna, che usavo come leva e come appoggio. A quelli più vicini mi attaccavo quasi con tutte e due le mani, per girarli piano piano, con prudenza. Così la barchetta della mia finzione poté finalmente andare al largo e alzare la vela della fantasia.

E ora, dopo più di un anno di silenzio forzato, provavo un gran piacere a parlare. Parlavo ogni sera, lì nel terrazzino, di quello che avevo visto e delle mie osservazioni. Parlavo degli incidenti che mi erano capitati qua e là. Io stesso mi meravigliavo di avere raccolto, viaggiando, tante impressioni. Il silenzio le aveva quasi sepolte in me. Ora, parlando, risuscitavano e mi saltavano vive dalle labbra. Questa meraviglia interiore dava straordinari colori al mio racconto. Le due donne ascoltavano e mostravano di provarne piacere. Da questo piacere nasceva in me, a poco a poco, un rimpianto. Era il rimpianto di un bene che allora non avevo goduto davvero. E anche questo rimpianto dava ora sapore al mio racconto.

Dopo alcune sere, l'atteggiamento e i modi della signorina Caporale verso di me erano completamente cambiati. I suoi occhi addolorati diventarono pesanti, pieni di un languore intensissimo. Facevano pensare più che mai a quel contrappeso di piombo interno. E il contrasto tra quegli occhi e la faccia da maschera di carnevale appariva più buffo che mai. Non c'era dubbio: la signorina Caporale si era innamorata di me!

Da questa sorpresa ridicolissima mi accorsi intanto di una cosa. In tutte quelle sere non avevo parlato affatto per lei, ma per l'altra. L'altra era sempre rimasta ad ascoltare in silenzio. Evidentemente anche quest'altra aveva sentito che parlavo soltanto per lei. Subito, infatti, nacque tra noi come una tacita intesa. Ci divertivamo insieme a vedere l'effetto comico e imprevisto dei miei discorsi. Toccavano le sensibilissime corde sentimentali della quarantenne maestra di pianoforte.

*

Ma, con questa scoperta, nessun pensiero impuro entrò in me verso Adriana. La sua bontà candida, velata di tristezza, non poteva ispirarne. Provavo però tanta gioia per quella prima confidenza che lei mi concedeva. Era una confidenza lieve e silenziosa, tanto quanto la sua delicata timidezza le permetteva. Era uno sguardo fuggevole, come il lampo di una grazia dolcissima. Era un sorriso di compassione per la ridicola illusione di quella povera donna. Era qualche benevolo richiamo, con gli occhi e con un lieve movimento della testa, se io esageravo un po'. Per il nostro divertimento segreto, infatti, davo troppo filo di speranza all'aquilone di quella donna. L'aquilone ora volava nei cieli della felicità, ora sbandava per un mio strappo improvviso e violento.

— Lei dice di essere passato finora incolume attraverso la vita, — mi disse una volta la Caporale. — Io non lo credo. Ma se è vero, lei non deve avere molto cuore.

— Incolume? come?

— Sì, intendo senza conoscere passioni…

— Ah, mai, signorina, mai!

— Intanto non ci ha voluto dire da dove le veniva quell'anellino. Quello che si è fatto tagliare da un orefice perché le stringeva troppo il dito…

— E mi faceva male! Non gliel'ho detto? Ma sì! Era un ricordo del nonno, signorina.

— Bugia!

— Come vuole lei. Ma guardi, posso dirle anche questo. Il nonno mi aveva regalato quell'anellino a Firenze, uscendo dalla Galleria degli Uffizi. E sa perché? Perché io, che allora avevo dodici anni, avevo scambiato un *Perugino* per un *Raffaello*. Proprio così. In premio di questo sbaglio ebbi l'anellino, comprato in una delle vetrine di Ponte Vecchio. Il nonno infatti, non so per quali ragioni, era fermamente convinto di una cosa. Quel quadro del Perugino, per lui, era di Raffaello. Ecco spiegato il mistero! Capirà che tra la mano di un ragazzo di dodici anni e questa mia manaccia c'è differenza. Vede? Ora sono tutto così, come questa manaccia che non sopporta anellini graziosi. Il cuore forse ce l'avrei; ma sono anche giusto, signorina. Mi guardo allo specchio, con questo bel paio di occhiali, che in parte sono pure pietosi. E mi cadono le braccia. « Come puoi tu pretendere, mio caro Adriano, » dico a me stesso, « che qualche donna si innamori di te? »

— Oh che idee! — esclamò la Caporale. — Ma lei crede di essere giusto, dicendo così? Invece è ingiustissimo verso noi donne. Perché la donna, caro signor Meis, lo sappia, è più generosa dell'uomo. E non bada soltanto alla bellezza esteriore, come fa l'uomo.

— Diciamo allora che la donna è anche più coraggiosa dell'uomo, signorina. Perché ci vorrebbe la generosità, lo riconosco. Ma ci vorrebbe anche una buona dose di coraggio per amare davvero un uomo come me.

— Ma vada via! Già lei prova gusto a dirsi e anche a farsi più brutto di quello che è.

— Questo è vero. E sa perché? Per non ispirare compassione a nessuno. Se cercassi, veda, di sistemarmi in qualche modo, la gente direbbe così. « Guarda un po' quel pover'uomo: spera di sembrare meno brutto con quel paio di baffi! » Invece, così, no. Sono brutto? E allora: brutto bene, di cuore, senza pietà. Che ne dice?

La signorina Caporale fece un profondo sospiro.

— Dico che ha torto, — rispose poi. — Lei potrebbe provare a farsi crescere un po' la barba, per esempio. Si accorgerebbe subito di non essere quel mostro che dice.

— E quest'occhio qui? — le domandai.

— Oh Dio, visto che lei ne parla con tanta disinvoltura, — fece la Caporale, — avrei voluto dirglielo da parecchi giorni. Perché non si sottopone, scusi, a un'operazione ormai facilissima? Se volesse, potrebbe liberarsi in poco tempo anche di questo lieve difetto.

— Vede, signorina? — conclusi io. — Sarà che la donna è più generosa dell'uomo. Ma le faccio notare una cosa: a poco a poco lei mi ha consigliato di farmi un'altra faccia.

Perché avevo insistito tanto su questo discorso? Volevo proprio che la maestra Caporale parlasse apertamente, lì, davanti ad Adriana? Volevo sentirle dire che mi avrebbe amato, anzi che mi amava, anche così, tutto rasato e con quell'occhio storto? No. Avevo parlato tanto e avevo fatto tutte quelle domande precise alla Caporale per un'altra ragione. Mi ero accorto del piacere, forse inconsapevole, che Adriana provava alle risposte vittoriose di lei.

Compresi così che, nonostante il mio strano aspetto, lei *avrebbe potuto* amarmi. Non lo dissi neanche a me stesso. Ma da quella sera in poi mi sembrò più morbido il letto che occupavo in quella casa. Mi sembrarono più gentili tutti gli oggetti intorno a me. L'aria che respiravo mi sembrò più lieve, il cielo più azzurro, il sole più splendido. Volli credere che questo cambiamento dipendesse ancora dalla fine di Mattia Pascal, lì nel mulino della Stia. Io, Adriano Meis, mi ero perso a lungo in quella nuova libertà senza limiti. Ma finalmente, credevo, avevo trovato l'equilibrio. Avevo raggiunto l'ideale che mi ero proposto: fare di me un altro uomo, per vivere un'altra vita. E ora, ecco, quella vita la sentivo, la sentivo piena in me.

E il mio spirito ridiventò allegro, come nella prima giovinezza. Perse il veleno dell'esperienza. Perfino il signor Anselmo Paleari non mi sembrò più tanto noioso. L'ombra, la nebbia, il fumo della sua filosofia erano spariti al sole di quella mia nuova gioia. Povero signor Anselmo! Secondo lui, sulla terra si doveva pensare a due cose. Ma non si accorgeva che ormai pensava a una sola. Ma forse, via, anche lui aveva pensato a vivere, ai suoi bei giorni! Più degna di compassione era la maestra Caporale. Neanche il vino riusciva a darle l'*allegria* di quell'indimenticabile ubriaco di via Borgo Nuovo. Lei, poveretta, voleva vivere, e giudicava poco generosi gli uomini che badano soltanto alla bellezza esteriore. Dunque, dentro di sé, nell'anima, si sentiva bella? Oh, chi sa di quali e quanti sacrifici sarebbe stata davvero capace, se avesse trovato un uomo « generoso »! Forse non avrebbe più bevuto neppure un dito di vino.

« Se noi riconosciamo, » pensavo, « che sbagliare è umano, non è una crudeltà sovrumana la giustizia? »

Mi proposi di non essere più crudele con la povera signorina Caporale. Me lo proposi; ma, ahimè, fui crudele senza volerlo. Anzi, lo fui tanto più quanto meno volevo esserlo. La mia gentilezza fu come nuova legna sul suo fuoco, che si accendeva tanto facilmente. E intanto succedeva questo: alle mie parole la povera donna impallidiva, mentre Adriana arrossiva. Non sapevo bene che cosa dicevo. Ma sentivo una cosa: ogni parola, con il suo suono e la sua espressione, aveva un limite. Non turbava mai troppo colei a cui era veramente diretta. Così non rompeva la segreta armonia che ormai, non so come, si era stabilita tra noi.

Le anime hanno un loro modo particolare di capirsi, di diventare intime, fino a darsi del tu. Intanto le nostre persone sono ancora impacciate nelle parole comuni, schiave delle regole sociali. Le anime hanno bisogni e aspirazioni proprie. Il corpo finge di non saperne nulla, quando vede che non può soddisfarli e realizzarli. Due persone possono comunicare così, soltanto con le anime. Ogni volta che si trovano sole in qualche luogo, provano un turbamento pieno d'angoscia. Provano quasi una violenta repulsione per ogni minimo contatto fisico. È una sofferenza che le allontana, e che finisce subito, appena arriva una terza persona. Allora, passata l'angoscia, le due anime, sollevate, si cercano di nuovo e tornano a sorridersi da lontano.

Quante volte ne feci l'esperienza con Adriana! Ma allora pensavo che il suo imbarazzo venisse dal naturale riserbo e dalla timidezza del suo carattere. Il mio, credevo, veniva dal rimorso per la finzione. Era la finzione continua del mio essere, a cui ero obbligato. E davanti avevo il candore e l'ingenuità di quella creatura dolce e mite.

Ormai la vedevo con altri occhi. Ma non si era davvero trasformata, da un mese a questa parte? I suoi sguardi fuggitivi non si accendevano ora di una luce interiore più viva? E i suoi sorrisi? Quel suo fare da saggia mammina, all'inizio, mi era sembrato un'ostentazione. Ora i suoi sorrisi non mostravano che le costava meno fatica?

Sì, forse anche lei obbediva d'istinto al mio stesso bisogno. Era il bisogno di illudersi di una nuova vita, senza voler sapere né quale né come. Un desiderio vago, come un soffio dell'anima, aveva aperto piano piano, per lei come per me, una finestra sull'avvenire. Da lì veniva verso di noi un raggio tiepido che ci inebriava. Ma intanto non sapevamo avvicinarci a quella finestra, né per richiuderla né per vedere che cosa c'era di là.

La povera signorina Caporale risentiva degli effetti di questa nostra ebbrezza pura e dolcissima.

— Oh, sa, signorina, — le dissi una sera, — che ho quasi deciso di seguire il suo consiglio?

— Quale? — mi domandò.

— Di farmi operare da un oculista.

La Caporale batté le mani, tutta contenta.

— Ah! Benissimo! Il dottor Ambrosini! Chiami l'Ambrosini: è il più bravo. Ha fatto l'operazione della cataratta alla mia povera mamma. Vedi? vedi, Adriana, che lo specchio ha parlato? Che cosa ti dicevo io?

Adriana sorrise, e sorrisi anch'io.

— Non lo specchio, signorina, — dissi però. — Si è fatto sentire il bisogno. Da un po' di tempo l'occhio mi fa male. Non mi ha mai servito bene, ma non vorrei perderlo.

Non era vero. Aveva ragione lei, la signorina Caporale: lo specchio, lo specchio aveva parlato. Mi aveva detto che un'operazione relativamente lieve poteva bastare. Poteva far sparire dal mio viso quel brutto segno, così tipico di Mattia Pascal. Allora Adriano Meis avrebbe potuto fare a meno degli occhiali azzurri e concedersi un paio di baffi. Insomma, avrebbe potuto accordare, come poteva, il suo corpo con il suo nuovo stato d'animo.

*

Pochi giorni dopo, una scena notturna venne a turbarmi all'improvviso. Vi assistetti nascosto dietro la persiana di una delle mie finestre.

La scena si svolse nel terrazzino lì accanto, dove ero rimasto fin verso le dieci con le due donne. Tornato in camera, mi ero messo a leggere, distratto, uno dei libri preferiti del signor Anselmo, sulla *Rincarnazione*. A un certo punto mi sembrò di sentire parlare nel terrazzino. Tesi l'orecchio per capire se c'era Adriana. No. Due persone parlavano basso, agitate. Sentivo una voce maschile, che non era quella del Paleari. Ma gli unici uomini in casa eravamo lui e io. Incuriosito, mi avvicinai alla finestra per guardare tra le fessure della persiana. Nel buio mi sembrò di riconoscere la signorina Caporale. Ma chi era l'uomo con cui parlava? Forse era arrivato da Napoli, all'improvviso, Terenzio Papiano?

Da una parola detta un po' più forte dalla Caporale capii che parlavano di me. Mi avvicinai di più alla persiana e tesi meglio l'orecchio. Quell'uomo si mostrava irritato per le notizie che certo la maestra di pianoforte gli aveva dato su di me. Ed ecco, ora lei cercava di attenuare l'impressione che quelle notizie gli avevano fatto.

— Ricco? — domandò lui a un certo punto.

E la Caporale:

— Non so… Pare! Certo vive del suo, senza fare nulla…

— Sempre per casa?

— Ma no! E poi domani lo vedrai…

Disse proprio così: *vedrai*. Dunque gli dava del tu. Dunque Papiano, non c'era più dubbio, era l'amante della signorina Caporale… E allora perché, in tutti quei giorni, era stata così gentile con me?

La mia curiosità diventò più viva che mai. Ma quei due, quasi per farmi dispetto, si misero a parlare pianissimo. Non potendo più usare gli orecchi, cercai di aiutarmi con gli occhi. Ed ecco, vidi che la Caporale posava una mano sulla spalla di Papiano. Poco dopo lui la respinse sgarbatamente.

— Ma come potevo io impedirlo? — disse lei, alzando un po' la voce, molto esasperata. — Chi sono io? che cosa rappresento io in questa casa?

— Chiamami Adriana! — le ordinò allora lui, imperioso.

Sentendo pronunciare il nome di Adriana con quel tono, strinsi i pugni e sentii il sangue bruciarmi nelle vene.

— Dorme, — disse la Caporale.

E lui, cupo e minaccioso:

— Va' a svegliarla! subito!

Non so come riuscii a non spalancare di furia la persiana.

Lo sforzo che feci per trattenermi mi richiamò, per un momento, a me stesso. Mi vennero alle labbra le stesse parole di quella povera donna, appena dette con tanta esasperazione: « Chi sono io? che cosa rappresento io in questa casa? ».

Mi allontanai dalla finestra. Ma subito mi venne in mente una scusa: anch'io ero coinvolto. Parlavano di me, quei due, e quell'uomo voleva parlarne ancora con Adriana. Dovevo sapere, dovevo conoscere i suoi sentimenti verso di me.

Ma accettai con facilità questa scusa per la scorrettezza che stavo commettendo, spiando e ascoltando di nascosto. Questa facilità mi fece intravedere qualcosa. Mettevo avanti il mio interesse per non rendermi conto di un altro, molto più vivo. E quell'interesse, in quel momento, me lo destava un'altra persona.

Tornai a guardare tra le stecche della persiana.

La Caporale non era più nel terrazzino. L'altro, rimasto solo, si era messo a guardare il fiume. Aveva tutti e due i gomiti sul parapetto e la testa tra le mani.

Pieno di ansia, aspettai che Adriana arrivasse al terrazzino. Stavo curvo, e mi stringevo forte le ginocchia con le mani. La lunga attesa non mi stancò affatto. Anzi, a poco a poco mi sollevò e mi diede una soddisfazione viva e crescente. Supposi infatti che Adriana, di là, non volesse cedere alla prepotenza di quel villano. Forse la Caporale la pregava a mani giunte. E intanto lui, là nel terrazzino, si rodeva dal dispetto. A un certo punto sperai che la maestra venisse a dire che Adriana non aveva voluto alzarsi. Ma no: eccola!

Papiano le andò subito incontro.

— Lei vada a letto! — ordinò alla signorina Caporale. — Mi lasci parlare con mia cognata.

Lei ubbidì. Allora Papiano fece per chiudere le imposte tra la sala da pranzo e il terrazzino.

— Nient'affatto! — disse Adriana, tendendo un braccio contro l'imposta.

— Ma io ho da parlarti! — disse con rabbia il cognato, cupo, sforzandosi di parlare basso.

— Parla così! Che vuoi dirmi? — riprese Adriana. — Avresti potuto aspettare fino a domani.

— No! ora! — ribatté lui, afferrandole un braccio e tirandola a sé.

— Insomma! — gridò Adriana, liberandosi con fierezza.

Non riuscii più a trattenermi: aprii la persiana.

— Oh! signor Meis! — chiamò lei subito. — Vuole venire un po' qua, se non le dispiace?

— Eccomi, signorina! — mi affrettai a rispondere.

Il cuore mi balzò in petto dalla gioia e dalla riconoscenza. Con un salto fui nel corridoio. Ma lì, vicino alla porta della mia camera, trovai un giovane quasi arrotolato come un serpente su un baule. Era magro e biondissimo, con un viso lungo lungo, quasi trasparente. Apriva a fatica un paio di occhi azzurri, languidi e stupiti. Mi fermai un momento, sorpreso, a guardarlo. Pensai che fosse il fratello di Papiano. Corsi al terrazzino.

— Le presento, signor Meis, — disse Adriana, — mio cognato Terenzio Papiano, appena arrivato da Napoli.

— Felicissimo! Fortunatissimo! — esclamò lui. Si tolse il cappello, fece un inchino profondo e mi strinse calorosamente la mano. — Mi dispiace di essere stato assente da Roma per tutto questo tempo. Ma sono sicuro che la mia cognatina avrà saputo provvedere a tutto, vero? Se le mancasse qualche cosa, dica, dica tutto, sa… Se le servisse, per esempio, una scrivania più grande… o qualche altro oggetto, dica senza cerimonie… A noi piace accontentare gli ospiti che ci onorano.

— Grazie, grazie, — dissi io. — Non mi manca proprio nulla. Grazie.

— Ma è un dovere, che c'entra! E si serva pure di me, sa, in ogni occasione, per quel poco che posso esserle utile. Adriana, figliuola mia, tu dormivi: torna pure a letto, se vuoi…

— Eh, tanto, — fece Adriana, sorridendo tristemente, — ora che mi sono alzata…

E si avvicinò al parapetto, a guardare il fiume.

Sentii che non voleva lasciarmi solo con lui. Di che cosa aveva paura? Rimase lì, assorta. L'altro, con il cappello ancora in mano, mi parlava di Napoli. Aveva dovuto restarci più tempo del previsto, per copiare un gran numero di documenti. Erano nell'archivio privato dell'eccellentissima duchessa donna Teresa Ravaschieri Fieschi. Tutti la chiamavano *Mamma Duchessa*; lui avrebbe voluto chiamarla *Mamma Carità*. Erano documenti di valore straordinario. Avrebbero portato nuova luce sulla fine del Regno delle Due Sicilie. Soprattutto l'avrebbero portata sulla figura di Gaetano Filangieri, principe di Satriano. Papiano era segretario del marchese Giglio, don Ignazio Giglio d'Auletta. Il marchese voleva raccontare Filangieri in una biografia minuziosa e sincera. Sincera almeno quanto il signor marchese poteva permettersi, con la sua devozione e la sua fedeltà ai Borboni.

Non finiva più. Certo gli piaceva sentirsi parlare. Dava alla voce le inflessioni di un attore dilettante esperto, e qua metteva una risatina, là un gesto espressivo. Io ero rimasto lì, stordito, come il ceppo sotto un'incudine. Ogni tanto approvavo con la testa e ogni tanto guardavo Adriana, che continuava a guardare il fiume.

— Eh, purtroppo! — disse Papiano alla fine, con voce da baritono. — Borbonico e clericale, il marchese Giglio d'Auletta! E io, io che… (devo stare attento a non dirlo neanche sottovoce, anche qui, in casa mia). Io ogni mattina, prima di uscire, saluto con la mano la statua di Garibaldi sul Gianicolo. (Ha visto? Da qui si vede benissimo.) Io griderei ogni momento: « Viva il XX settembre! ». E io devo fargli da segretario! Uomo degnissimo, badiamo! ma borbonico e clericale. Sissignore… Pane! Le giuro che tante volte mi viene da sputarci sopra, perdoni! Mi resta qui in gola, mi soffoca… Ma che posso farci? Pane! pane!

Scrollò due volte le spalle, alzò le braccia e si batté le mani sui fianchi.

— Su, su, Adrianuccia! — disse poi. Corse da lei e le prese leggermente la vita con tutte e due le mani. — A letto! È tardi. Il signore avrà sonno.

Davanti alla porta della mia camera Adriana mi strinse forte la mano, come non aveva mai fatto. Rimasto solo, tenni a lungo il pugno stretto, come per conservare la pressione della sua mano. Rimasi a pensare per tutta la notte, agitato e senza pace. Quell'uomo aveva un'ipocrisia piena di cerimonie e un servilismo chiacchierone che si insinuava dappertutto. Era pieno di malanimo. Tutto questo mi avrebbe certo reso insopportabile la vita in quella casa. Lui voleva comandare lì, non c'era dubbio, approfittando dell'ingenuità del suocero. Chi sa a quali trucchi sarebbe ricorso! Me ne aveva già dato un esempio, cambiando di colpo quando ero apparso io. Ma perché gli dispiaceva tanto che io abitassi in quella casa? Perché per lui non ero un inquilino come un altro? Che cosa gli aveva detto di me la Caporale? Poteva essere davvero geloso di lei? O era geloso di un'altra? I suoi modi erano arroganti e sospettosi. Aveva mandato via la Caporale per restare solo con Adriana, e le aveva parlato con tanta violenza. Adriana si era ribellata. Non gli aveva permesso di chiudere le imposte. E si turbava ogni volta che si parlava del cognato assente. Tutto, tutto rafforzava in me l'odioso sospetto che lui avesse qualche mira su di lei.

Ebbene, perché me ne tormentavo tanto? Se quell'uomo mi dava fastidio, anche poco, non potevo andare via da quella casa? Che cosa mi tratteneva? Niente. Ma ricordavo con una gioia tenerissima che lei mi aveva chiamato dal terrazzino, come per essere protetta da me. E che alla fine mi aveva stretto forte forte la mano…

Avevo lasciato aperti la persiana e gli scuri. A un certo punto la luna, scendendo, apparve nel vano della mia finestra. Sembrava proprio che volesse spiarmi e sorprendermi ancora sveglio a letto, per dirmi:

— Ho capito, caro, ho capito! E tu, no? davvero?

### Glossario

- **terrazzino**: piccolo balcone.
- **di mezzo lutto**: di colore grigio o viola: sono i vestiti che si portano dopo i primi mesi di lutto.
- **sornione**: persona che sembra tranquilla ma nasconde quello che pensa.
- **ferme alla posta**: lettere che restano all'ufficio postale finché la persona non va a prenderle.
- **aquilone**: gioco di carta che vola nel cielo, tenuto con un lungo filo.
- **oculista**: medico degli occhi.
- **persiana**: specie di porta di legno davanti alla finestra.
- **Borboni**: re di Napoli prima dell'unità d'Italia.
- **Viva il XX settembre!**: grido di chi è contro il potere del papa: il 20 settembre 1870 l'esercito italiano prese Roma.
- **lampioni**: lampade alte che illuminano le strade e i ponti.
- **palpitante**: che si muove come un cuore che batte.
- **sbadiglio**: il gesto di aprire la bocca quando si ha sonno o noia.
- **accorgersene**: capire, notare una cosa.
- **timidezza**: paura e vergogna di stare con gli altri.
- **l'annaffiatoio**: recipiente con cui si dà l'acqua ai fiori.
- **esclamò**: disse a voce alta, con forza o sorpresa.
- **addolorato**: pieno di dolore, molto triste.
- **indiscrezione**: curiosità eccessiva per le cose private degli altri.
- **respinse**: spinse indietro, allontanò da sé.
- **incolume**: senza danni, senza ferite.
- **manaccia**: mano grande e brutta.
- **turbava**: agitava, rendeva inquieto.
- **strinse**: da *stringere*: tenne forte.
- **clericale**: che sostiene il papa e il potere della Chiesa.

## § 12. — L'occhio e Papiano.

— La tragedia di Oreste in un teatrino di marionette! — venne ad annunciarmi il signor Anselmo Paleari. — Marionette automatiche, di nuova invenzione. Stasera, alle otto e mezzo, in via dei Prefetti, n. 54. Sarebbe da andarci, signor Meis.

— La tragedia di Oreste?

— Già! *D'après Sophocle*, dice il manifesto. Sarà l'*Elettra*. Ora senta un po' che idea strana mi viene in mente! Arriviamo al momento culminante. La marionetta che rappresenta Oreste sta per vendicare la morte del padre su Egisto e sulla madre. Se proprio allora si facesse uno strappo nel cielo di carta del teatrino, che cosa succederebbe? Dica lei.

— Non saprei, — risposi, stringendomi nelle spalle.

— Ma è facilissimo, signor Meis! Oreste rimarrebbe terribilmente sconcertato da quel buco nel cielo.

— E perché?

— Mi lasci dire. Oreste sentirebbe ancora gli impulsi della vendetta. Vorrebbe seguirli con una passione smaniosa. Ma in quel momento gli occhi gli andrebbero lì, a quello strappo. Da lì ora entrerebbero nella scena ogni sorta di cattive influenze. E gli cadrebbero le braccia. Oreste, insomma, diventerebbe Amleto. Tutta la differenza tra la tragedia antica e quella moderna, signor Meis, consiste in questo, creda pure. Sta in un buco nel cielo di carta.

E se ne andò, strascicando le ciabatte.

Dalle cime nuvolose delle sue astrazioni, il signor Anselmo lasciava spesso precipitare così i suoi pensieri, come valanghe. La ragione, il legame, l'opportunità di quei pensieri restavano lassù, tra le nuvole. Così chi lo ascoltava riusciva difficilmente a capirci qualcosa.

L'immagine della marionetta di Oreste sconcertata dal buco nel cielo mi rimase però a lungo nella mente.

— Beate le marionette, — sospirai a un certo punto, — sulle cui teste di legno il finto cielo resta senza strappi! Niente dubbi pieni d'angoscia, niente esitazioni, niente ostacoli, niente ombre, niente pietà: nulla! Possono dedicarsi con coraggio alla loro commedia e prenderci gusto. Possono amare, e stimare e apprezzare sé stesse. E non soffrono mai di vertigini o di giramenti di testa. Per la loro statura e per le loro azioni, infatti, quel cielo è un tetto proporzionato.

« E il prototipo di queste marionette, caro signor Anselmo, » continuai a pensare, « voi l'avete in casa. È il vostro indegno genero, Papiano. Chi è più soddisfatto di lui del cielo di cartapesta, bassissimo, che ha sopra di sé? Lì abita comodo e tranquillo quel Dio dei proverbi, di manica larga. È un Dio pronto a chiudere gli occhi e ad alzare la mano per perdonare. È quel Dio che ripete mezzo addormentato, a ogni birichinata: *Aiutati, ch'io t'aiuto*. E il vostro Papiano si aiuta in tutti i modi. La vita per lui è quasi un gioco d'abilità. E come gode a cacciarsi in ogni intrigo: attivo, intraprendente, chiacchierone! »

Papiano aveva circa quarant'anni. Era alto e robusto, un po' calvo, con un grosso paio di baffi un po' grigi appena sotto il naso. Il naso era bello grosso, con le narici che fremevano. Gli occhi erano grigi, acuti e irrequieti come le mani. Vedeva tutto e toccava tutto. Per esempio, stava parlando con me. Intanto si accorgeva, non so come, di Adriana, dietro di lui. Lei faticava a pulire e a rimettere a posto qualche oggetto nella camera. Subito scattava:

— *Pardon!*

Correva da lei e le toglieva l'oggetto dalle mani:

— No, figliuola mia, guarda: si fa così!

Lo puliva lui, lo rimetteva a posto lui, e tornava da me. Oppure si accorgeva che il fratello, che soffriva di convulsioni epilettiche, « si incantava ». Allora correva a dargli piccoli schiaffi sulle guance e piccoli colpi sul naso:

— Scipione! Scipione!

Oppure gli soffiava in faccia, finché non tornava in sé.

Chi sa quanto mi sarei divertito, se non avessi avuto quella maledetta coda di paglia!

Certo lui se ne accorse fin dai primi giorni, o almeno la intravide. Cominciò un assedio fitto fitto di cortesie, che erano tutte uncini per tirarmi a parlare. Mi sembrava che ogni sua parola, ogni sua domanda, anche la più ovvia, nascondesse una trappola. Io intanto non volevo mostrare diffidenza, per non aumentare i suoi sospetti. Ma lui mi irritava con quei suoi modi da persecutore servizievole. E così non riuscivo a nascondere bene la mia diffidenza.

L'irritazione mi veniva anche da altre due cause, interne e segrete. La prima era questa: io non avevo commesso cattive azioni e non avevo fatto male a nessuno. Eppure dovevo guardarmi così, davanti e dietro, pieno di paura e di sospetti. Era come se avessi perso il diritto di essere lasciato in pace. L'altra causa non avrei voluto confessarla a me stesso. Proprio per questo mi irritava di più, sotto sotto. Avevo un bel dirmi:

« Stupido! vattene via, togliti dai piedi questo seccatore! »

Non me ne andavo; non potevo più andarmene.

Lottavo contro me stesso, per non rendermi conto di ciò che sentivo per Adriana. Questa lotta, intanto, mi impediva di riflettere alle conseguenze della mia esistenza così anormale rispetto a questo sentimento. E restavo lì, incerto, agitato, scontento di me, anzi in ansia continua, eppure sorridente di fuori.

Non avevo ancora capito bene ciò che avevo scoperto quella sera, nascosto dietro la persiana. Papiano aveva ricevuto una cattiva impressione di me, dalle notizie della signorina Caporale. Ma sembrava che si fosse cancellata subito, quando ci avevano presentati. Mi tormentava, è vero, ma come se non potesse farne a meno. Certo non aveva il progetto segreto di farmi andare via; anzi, al contrario! Che cosa stava macchinando? Adriana, dopo il ritorno di Papiano, era diventata triste e schiva, come nei primi giorni. La signorina Silvia Caporale dava del lei a Papiano, almeno davanti agli altri. Ma quel chiacchierone le dava del tu, apertamente. Arrivava perfino a chiamarla *Rea Silvia*. E io non sapevo come interpretare questi suoi modi confidenziali e scherzosi. Certo quella disgraziata non meritava molto rispetto, per il disordine della sua vita. Ma non meritava neanche di essere trattata così da un uomo che non era suo parente in nessun modo.

Una sera c'era la luna piena, e sembrava giorno. Dalla mia finestra vidi la signorina Caporale, sola e triste, là nel terrazzino. Ora ci riunivamo lì raramente, e non più con il piacere di prima. Veniva infatti anche Papiano, che parlava per tutti. Spinto dalla curiosità, pensai di andare a sorprenderla in quel momento di abbandono.

Nel corridoio, vicino alla porta della mia camera, trovai come al solito il fratello di Papiano, arrotolato sul baule. Era nello stesso atteggiamento in cui l'avevo visto la prima volta. Aveva preso casa lassù, o faceva la sentinella a me per ordine del fratello?

Nel terrazzino la signorina Caporale piangeva. All'inizio non volle dirmi nulla; si lamentò soltanto di un fortissimo mal di testa. Poi, come se avesse preso una decisione improvvisa, si voltò a guardarmi in faccia. Mi porse una mano e mi domandò:

— È mio amico, lei?

— Se vuole concedermi quest'onore… — le risposi, inchinandomi.

— Grazie. Non mi faccia complimenti, per carità! Se sapesse che bisogno ho io di un amico, di un vero amico, in questo momento! Lei dovrebbe capirlo, lei che è solo al mondo, come me… Ma lei è uomo! Se sapesse… se sapesse…

Morse il fazzolettino che teneva in mano, per non piangere. Non ci riuscì, e lo strappò più volte, con rabbia.

— Donna, brutta e vecchia, — esclamò: — tre disgrazie senza rimedio! Perché vivo, io?

— Si calmi, via, — la pregai, addolorato. — Perché dice così, signorina?

Non riuscii a dire altro.

— Perché… — scoppiò lei, ma si fermò di colpo.

— Dica, — la incoraggiai. — Se ha bisogno di un amico…

Lei si portò agli occhi il fazzolettino strappato, e…

— Io avrei piuttosto bisogno di morire! — gemette, con un dolore così profondo e intenso che sentii subito un nodo d'angoscia alla gola.

Non dimenticherò mai più la piega dolorosa di quella bocca appassita e sgraziata, mentre diceva quelle parole. Né il tremito del mento, su cui si torcevano alcuni peletti neri.

— Ma neanche la morte mi vuole, — riprese. — Niente… scusi, signor Meis! Che aiuto potrebbe darmi lei? Nessuno. Tutt'al più parole… sì, un po' di compassione. Sono orfana, e devo stare qua, trattata come… forse lei se ne sarà accorto. E non ne avrebbero il diritto, sa! Perché non mi fanno mica l'elemosina…

E qui la signorina Caporale mi parlò delle seimila lire che Papiano le aveva portato via con l'inganno. Ne ho già parlato altrove.

Il dolore di quella infelice mi interessava, ma non era certo quello che volevo sapere da lei. Approfittai (lo confesso) della sua agitazione, forse dovuta anche a qualche bicchierino di troppo. Mi azzardai a domandarle:

— Ma, scusi, signorina, perché gliel'ha dato, quel denaro?

— Perché? — e strinse i pugni. — Due perfidie, una più nera dell'altra! Gliel'ho dato per dimostrargli che avevo capito bene che cosa voleva da me. Ha capito? Con la moglie ancora in vita, quest'uomo…

— Ho capito.

— Si figuri, — riprese con foga. — La povera Rita…

— La moglie?

— Sì, Rita, la sorella di Adriana… Due anni malata, tra la vita e la morte… Si figuri se io… Ma già, qua lo sanno come mi sono comportata. Lo sa Adriana, e per questo mi vuole bene; lei sì, poverina. Ma come sono rimasta io, ora? Guardi: per lui ho dovuto anche dare via il pianoforte, che per me era… tutto, capirà! Non solo per la mia professione: io parlavo con il mio pianoforte! Da ragazza, all'Accademia, componevo. Ho composto anche dopo il diploma; poi ho lasciato perdere. Ma quando avevo il pianoforte componevo ancora, per me sola, improvvisando. Mi sfogavo… mi inebriavo fino a cadere per terra, creda, svenuta, in certi momenti. Non so neanche io che cosa mi usciva dall'anima. Diventavo una cosa sola con il mio strumento. Le mie dita non vibravano più su una tastiera: io facevo piangere e gridare la mia anima. Posso dirle soltanto questo. Una sera (io e la mamma stavamo in un mezzanino) si raccolse gente, giù in strada. Alla fine mi applaudì a lungo. E io ne ebbi quasi paura.

— Scusi, signorina, — le proposi allora, per consolarla in qualche modo. — Non si potrebbe prendere a noleggio un pianoforte? Mi piacerebbe tanto, tanto, sentirla suonare; e se lei…

— No, — mi interruppe, — che vuole che suoni ancora, io! Per me è finita. Strimpello canzoncine volgari. Basta. È finita…

— Ma il signor Terenzio Papiano, — mi azzardai di nuovo a domandare, — le ha promesso forse di restituirle quel denaro?

— Lui? — fece subito la signorina Caporale, tremando d'ira. — E chi gliel'ha mai chiesto! Ma sì, adesso me lo promette, se io lo aiuto… Già! Vuole essere aiutato da me, proprio da me. Ha avuto la sfacciataggine di propormelo, così, tranquillamente…

— Aiutarlo? In che cosa?

— In una nuova perfidia! Capisce? Vedo che lei ha capito.

— Adri… la… la signorina Adriana? — balbettai.

— Appunto. Dovrei convincerla io! Io, capisce?

— A sposare lui?

— S'intende. Sa perché? Quella povera disgraziata ha, o piuttosto dovrebbe avere, quattordici o quindicimila lire di dote. È la dote della sorella. Lui doveva restituirla subito al signor Anselmo, perché Rita è morta senza lasciare figli. Non so che imbrogli abbia fatto. Ha chiesto un anno di tempo per restituirla. Ora spera che… Zitto… ecco Adriana!

Chiusa in sé e più schiva del solito, Adriana si avvicinò a noi. Strinse con un braccio la vita della signorina Caporale e mi fece un lieve saluto con la testa. Dopo quelle confidenze provai una rabbia violenta nel vederla così sottomessa. Era quasi schiava dell'odiosa tirannia di quel cagliostro. Poco dopo però comparve nel terrazzino, come un'ombra, il fratello di Papiano.

— Eccolo, — disse piano la Caporale ad Adriana.

Adriana socchiuse gli occhi, sorrise amaramente e scosse la testa. Poi si allontanò dal terrazzino, dicendomi:

— Scusi, signor Meis. Buona sera.

— La spia, — mi sussurrò la signorina Caporale, facendomi l'occhiolino.

— Ma di che cosa ha paura la signorina Adriana? — mi sfuggì, sempre più irritato. — Non capisce che, facendo così, gli permette di essere ancora più superbo e più tiranno? Senta, signorina, io le confesso una cosa. Provo una grande invidia per tutti quelli che sanno interessarsi alla vita e prenderci gusto. E li ammiro. C'è chi si rassegna a fare la parte della schiava. E c'è chi si prende, magari con la prepotenza, quella del padrone. Tra i due, la mia simpatia è per il secondo.

La Caporale notò con quanta animazione avevo parlato e mi disse, con aria di sfida:

— E allora perché non prova a ribellarsi lei per primo?

— Io?

— Lei, lei, — affermò, guardandomi negli occhi per provocarmi.

— Ma che c'entro io? — risposi. — Io potrei ribellarmi in un solo modo: andandomene.

— Ebbene, — concluse maliziosamente la signorina Caporale, — forse è proprio questo che Adriana non vuole.

— Che io me ne vada?

Lei fece girare in aria il fazzolettino strappato e poi se lo avvolse intorno a un dito, sospirando:

— Chi sa!

Scrollai le spalle.

— A cena! a cena! — esclamai; e la lasciai lì, sola, nel terrazzino.

Per cominciare da quella sera stessa, passando per il corridoio, mi fermai davanti al baule. Scipione Papiano era tornato ad accoccolarsi lì sopra.

— Scusi, — gli dissi, — non avrebbe un altro posto dove stare seduto più comodo? Qua lei mi dà fastidio.

Lui mi guardò istupidito, con gli occhi languidi, senza muoversi.

— Ha capito? — insistetti, scuotendolo per un braccio.

Ma era come parlare al muro! Allora si aprì la porta in fondo al corridoio, e apparve Adriana.

— La prego, signorina, — le dissi. — Veda un po' di far capire lei a questo poveretto che potrebbe andare a sedersi altrove.

— È malato, — cercò di scusarlo Adriana.

— Proprio perché è malato! — ribattei io. — Qua non sta bene: gli manca l'aria… e poi, seduto su un baule… Vuole che lo dica io al fratello?

— No no, — si affrettò a rispondere. — Glielo dirò io, non si preoccupi.

— Capirà, — aggiunsi. — Non sono ancora re, da avere una sentinella alla porta.

Da quella sera in poi persi il controllo di me stesso. Cominciai a forzare apertamente la timidezza di Adriana. Chiusi gli occhi e mi abbandonai al mio sentimento, senza più riflettere.

Povera cara mammina! All'inizio sembrava tenuta tra due forze, tra la paura e la speranza. Non riusciva ad affidarsi alla speranza, perché indovinava che mi spingeva il dispetto. Ma d'altra parte sentivo che anche la sua paura nasceva da una speranza. Era la speranza, fino a quel momento segreta e quasi inconsapevole, di non perdermi. E ora i miei nuovi modi decisi nutrivano quella speranza. Perciò non sapeva neanche cedere del tutto alla paura.

Questa sua delicata incertezza e questo riserbo onesto mi impedirono di trovarmi subito faccia a faccia con me stesso. Mi spinsero invece sempre di più nella sfida quasi sottintesa con Papiano.

Mi aspettavo che lui mi affrontasse fin dal primo giorno, senza più i soliti complimenti e le solite cortesie. Invece, no. Tolse il fratello dal posto di guardia sul baule, come volevo io. Arrivò perfino a scherzare sull'aria impacciata e smarrita di Adriana davanti a me.

— La perdoni, signor Meis: è vergognosa come una monachella, la mia cognatina!

Questa resa inattesa e tanta disinvoltura mi fecero preoccupare. Dove voleva arrivare?

Una sera lo vidi arrivare in casa con un tale che entrò battendo forte il bastone sul pavimento. Portava un paio di scarpe di panno che non facevano rumore. Sembrava che battesse il bastone per sentire che stava camminando.

— *Dôva ca l'è stô me car parent?* — si mise a gridare con un forte accento torinese. Voleva sapere dov'era il suo caro parente. Non si tolse dalla testa il cappellino con le tese rialzate, calcato fin sugli occhi semichiusi, appannati dal vino. Non si tolse neppure la pipetta dalla bocca. Con la pipetta sembrava cuocersi il naso, più rosso di quello della signorina Caporale. — *Dôva ca l'è stô me car parent?*

— Eccolo, — disse Papiano, indicandomi. Poi si rivolse a me: — Signor Adriano, una gradita sorpresa! Il signor Francesco Meis, di Torino, suo parente.

— Mio parente? — esclamai, sbalordito.

L'uomo chiuse gli occhi e alzò una zampa come un orso. La tenne sospesa per un po', aspettando che gliela stringessi.

Lo lasciai lì, in quell'atteggiamento, per contemplarlo a lungo. Poi domandai:

— Che farsa è questa?

— No, scusi, perché? — fece Terenzio Papiano. — Il signor Francesco Meis mi ha proprio assicurato che è suo…

— *Cusin*, — confermò l'altro, senza aprire gli occhi. Cugino, diceva. — *Tut i Meis i sôma parent*.

Secondo lui, tutti i Meis erano parenti.

— Ma io non ho il piacere di conoscerla! — protestai.

— *Oh ma côsta ca l'è bela!* — esclamò lui. — *L'è propi për lon che mi 't sôn vnù a trôvè*.

Questa era bella, diceva: era venuto a trovarmi proprio per questo.

— Meis? di Torino? — domandai io, fingendo di cercare nella memoria. — Ma io non sono di Torino!

— Come! Scusi, — intervenne Papiano. — Non mi ha detto che lei è stato a Torino fino a dieci anni?

— Ma sì! — riprese l'altro, seccato che qualcuno mettesse in dubbio una cosa per lui certissima. — *Cusin, cusin!* Questo signore qua… come si chiama?

— Terenzio Papiano, per servirla.

— Terenziano: *a l'à dime che to pare a l'è andàit an America: cosa ch'a veul di' lon? a veul di' che ti t'ses fieul 'd barba Antôni ca l'è andàit 'ntla America. E nui sôma cusin*.

Voleva dire questo: il signor « Terenziano » gli aveva detto che mio padre era andato in America. Dunque ero il figlio dello zio Antonio, che era andato in America. E dunque eravamo cugini.

— Ma se mio padre si chiamava Paolo…

— *Antôni!*

— Paolo, Paolo, Paolo. Vuole saperlo meglio di me?

Lui si strinse nelle spalle e tirò in su la bocca:

— *A m' smiava Antôni*, — disse, strofinandosi il mento ispido. Aveva una barba di almeno quattro giorni, quasi tutta grigia. — *'I veui nen côntradite: sarà prô Paôlo. I ricordo nen ben, perchè mi' i l'hai nen conôssulo*.

Gli sembrava Antonio, diceva. Ma non voleva contraddirmi: sarà stato Paolo. Non se ne ricordava bene, perché non lo aveva conosciuto.

Pover'uomo! Poteva saperlo meglio di me, come si chiamava quel suo zio andato in America. Eppure cedette, perché voleva a ogni costo essere mio parente. Mi disse che suo padre si chiamava Francesco come lui. Era fratello di Antonio… cioè di Paolo, mio padre. Aveva lasciato Torino quando lui era *ancor masnà*, un bambino di sette anni. Da povero impiegato aveva vissuto sempre lontano dalla famiglia, un po' qua, un po' là. Dunque sapeva poco dei parenti, sia da parte di padre sia da parte di madre. Tuttavia era certo, certissimo di essere mio cugino.

Ma il nonno, almeno, il nonno lo aveva conosciuto? Volli domandarglielo. Ebbene, sì: lo aveva conosciuto, non ricordava con precisione se a Pavia o a Piacenza.

— Ah sì? proprio conosciuto? e com'era?

Com'era… non se lo ricordava, *franc nen*, per niente.

— *A sôn passà trant'ani…*

Erano passati trent'anni, diceva.

Non sembrava affatto in mala fede. Sembrava piuttosto un disgraziato che aveva affogato la sua anima nel vino. Lo aveva fatto per non sentire troppo il peso della noia e della miseria. Chinava la testa, con gli occhi chiusi, e approvava tutto ciò che dicevo per divertirmi alle sue spalle. Sono sicuro che avrebbe approvato allo stesso modo anche altre cose. Potevo dirgli che da bambini eravamo cresciuti insieme e che parecchie volte gli avevo strappato i capelli. Soltanto una cosa non dovevo mettere in dubbio: che fossimo cugini. Su questo non poteva cedere. Era ormai stabilito, ci si era fissato, e dunque basta.

A un certo punto, però, guardai Papiano e lo vidi tutto contento. Allora mi passò la voglia di scherzare. Mandai via quel pover'uomo mezzo ubriaco, salutandolo: — *Caro parente!* — Poi fissai Papiano negli occhi, per fargli capire bene che con me non avrebbe avuto vita facile. Gli domandai:

— Mi dica adesso dove ha scovato quel bel tomo.

— Scusi tanto, signor Adriano! — cominciò quell'imbroglione. Non posso fare a meno di riconoscergli una grande genialità. — Mi accorgo di non essere stato felice…

— Ma lei è felicissimo, sempre! — esclamai io.

— No, intendo: di non averle fatto piacere. Ma creda pure che è stata una combinazione. Ecco qua: questa mattina sono dovuto andare all'Agenzia delle imposte, per conto del marchese, il mio principale. Mentre ero là, ho sentito chiamare forte: « *Signor Meis! signor Meis!* ». Mi volto subito, credendo che ci sia anche lei per qualche affare. Chi sa, dico, forse ha bisogno di me, sempre pronto a servirla. Ma che! Chiamavano questo bel tomo, come ha detto giustamente lei. E allora, così… per curiosità, mi sono avvicinato. Gli ho domandato se si chiamava proprio Meis e di che paese era. Perché io avevo l'onore e il piacere di ospitare in casa un signor Meis… Ecco com'è andata! Lui mi ha assicurato che lei doveva essere suo parente, ed è voluto venire a conoscerla…

— All'Agenzia delle imposte?

— Sissignore, è impiegato là: aiuto-agente.

Dovevo crederci? Volli controllare. Ed era vero, sì. Ma era altrettanto vero che Papiano si era insospettito. Io volevo affrontarlo di fronte, nel presente, per contrastare i suoi intrighi segreti. E lui mi sfuggiva, mi sfuggiva per cercare invece nel mio passato, e per assalirmi così quasi alle spalle. Lo conoscevo bene, e avevo purtroppo ragione di temere. Con quel fiuto nel naso, poteva essere un cane da caccia che non avrebbe girato a vuoto a lungo. Guai se fosse riuscito a sentire la minima traccia: l'avrebbe certo seguita fino al mulino della Stia.

Immaginate dunque il mio spavento, pochi giorni dopo. Stavo in camera a leggere. Dal corridoio mi arrivò, come dall'altro mondo, una voce ancora viva nella mia memoria:

— *Agradecio Dio, ántes che me la son levada de sobre!*

Lo Spagnolo? Quel mio spagnoletto barbuto e robusto di Montecarlo? Quello che voleva giocare con me e con cui avevo litigato a Nizza?… Ah, perdio! Ecco la traccia! Papiano era riuscito a scoprirla!

Balzai in piedi, appoggiandomi al tavolino per non cadere, nell'improvviso smarrimento pieno d'angoscia. Stupefatto, quasi terrorizzato, tesi l'orecchio. Pensavo di fuggire appena quei due, Papiano e lo Spagnolo, avessero attraversato il corridoio. (Era lui, non c'era dubbio: lo avevo visto nella sua voce.) Fuggire? E se Papiano, entrando, aveva domandato alla serva se ero in casa? Che cosa avrebbe pensato della mia fuga? Ma d'altra parte, se sapeva già che non ero Adriano Meis? Piano! Che cosa poteva sapere di me quello Spagnolo? Mi aveva visto a Montecarlo. Gli avevo detto, allora, che mi chiamavo Mattia Pascal? Forse! Non ricordavo…

Mi trovai, senza saperlo, davanti allo specchio, come se qualcuno mi ci avesse portato per mano. Mi guardai. Ah, quell'occhio maledetto! Forse da quello lui mi avrebbe riconosciuto. Ma come, come aveva potuto Papiano arrivare fin là, fino alla mia avventura di Montecarlo? Questo mi stupiva più di ogni altra cosa. Che fare intanto? Niente. Aspettare lì che ciò che doveva succedere succedesse.

Non successe nulla. Eppure la paura non mi passò. Non mi passò neppure la sera di quello stesso giorno. Papiano allora mi spiegò il mistero di quella visita, per me insolubile e terribile. Mi dimostrò che non era affatto sulla traccia del mio passato. Soltanto il caso, di cui godevo da tempo i favori, aveva voluto giocarmi un altro scherzo. Mi aveva rimesso tra i piedi quello Spagnolo, che forse non si ricordava affatto di me.

Papiano mi diede notizie di lui. Era un giocatore di professione: andando a Montecarlo, quindi, non potevo non incontrarlo. Strano era incontrarlo ora a Roma. Anzi, era strano che io, venuto a Roma, fossi finito in una casa dove poteva entrare anche lui. Certo, se non avessi avuto nulla da temere, questo caso non mi sarebbe sembrato tanto strano. Quante volte ci capita infatti di incontrare all'improvviso qualcuno conosciuto altrove per caso? Del resto, lui aveva, o credeva di avere, le sue buone ragioni. Per questo veniva a Roma e in casa di Papiano. Il torto era mio, o del caso che mi aveva fatto radere la barba e cambiare nome.

Papiano era segretario del marchese Giglio d'Auletta. Circa vent'anni prima, il marchese aveva dato la sua unica figlia in sposa a don Antonio Pantogada. Don Antonio lavorava all'Ambasciata di Spagna presso la Santa Sede. Poco dopo il matrimonio, una notte, la polizia aveva scoperto il Pantogada in una bisca. Con lui c'erano altri dell'aristocrazia romana. Così era stato richiamato a Madrid. Là aveva fatto il resto, e forse qualcosa di peggio, ed era stato costretto a lasciare la diplomazia. Da allora il marchese d'Auletta non aveva più avuto pace. Doveva continuamente mandare denaro per pagare i debiti di gioco del genero incorreggibile. Quattro anni prima la moglie del Pantogada era morta, lasciando una ragazza di circa sedici anni. Il marchese aveva voluto prenderla con sé, sapendo purtroppo in quali mani sarebbe rimasta altrimenti. Il Pantogada non avrebbe voluto lasciarsela scappare. Ma poi, costretto da un urgente bisogno di denaro, aveva ceduto. Ora minacciava continuamente il suocero di riprendersi la figlia. Proprio quel giorno era venuto a Roma con questo scopo, cioè per portar via altro denaro al povero marchese. Sapeva bene che il marchese non avrebbe mai e poi mai abbandonato nelle sue mani la cara nipote Pepita.

Papiano aveva parole di fuoco per condannare questo indegno ricatto del Pantogada. E la sua collera generosa era davvero sincera. Mentre parlava, non potevo fare a meno di ammirare il meccanismo privilegiato della sua coscienza. Poteva indignarsi così, realmente, per le cattiverie altrui. Eppure gli permetteva di farne di simili, o quasi, tranquillissimamente, ai danni di quel brav'uomo del Paleari, suo suocero.

Intanto il marchese Giglio, quella volta, voleva tenere duro. Di conseguenza il Pantogada sarebbe rimasto a Roma parecchio tempo. Sarebbe certo venuto a trovare in casa Terenzio Papiano, con cui doveva intendersi a meraviglia. Quindi un incontro tra me e quello Spagnolo sarebbe stato forse inevitabile, da un giorno all'altro. Che fare?

Non potendo chiedere consiglio ad altri, mi consigliai di nuovo con lo specchio. In quel vetro venne a galla, come dal fondo della gora, l'immagine del fu Mattia Pascal. Con quell'occhio, la sola cosa che mi era rimasta di lui, mi parlò così:

— In che brutto guaio ti sei cacciato, Adriano Meis! Tu hai paura di Papiano, confessalo! E vorresti dare la colpa a me, ancora a me, solo perché io a Nizza litigai con lo Spagnolo. Eppure avevo ragione, tu lo sai. Ti sembra che per il momento possa bastare cancellare dalla tua faccia l'ultima traccia di me? Ebbene, segui il consiglio della signorina Caporale e chiama il dottor Ambrosini, che ti rimetta a posto l'occhio. Poi… vedrai!

### Glossario

- **marionette**: pupazzi di legno che si muovono con fili, in un piccolo teatro.
- **Aiutati, ch'io t'aiuto**: proverbio: Dio aiuta chi si dà da fare da solo.
- **coda di paglia**: la paura di essere scoperti, perché ci si sente in colpa.
- **Rea Silvia**: nome antico usato per scherzo: la madre di Romolo e Remo.
- **dote**: soldi o beni che una donna porta al marito quando si sposa.
- **cagliostro**: imbroglione; il nome viene da un famoso impostore.
- **bel tomo**: tipo strano, detto con ironia.
- **bisca**: luogo dove si gioca d'azzardo con i soldi.
- **gora**: canale che porta l'acqua al mulino.
- **baule**: grande cassa per portare le proprie cose in viaggio.
- **schiva**: timida, che evita gli altri.
- **indegno**: che non merita rispetto.
- **irritava**: faceva arrabbiare, dava fastidio.
- **strinse**: passato di «stringere»: tenere forte, chiudere forte.
- **tolse**: passato di «togliere»: portare via.
- **esclamai**: dissi ad alta voce, con forza.
- **esclamò**: disse ad alta voce, con forza.
- **pipetta**: piccola pipa per fumare il tabacco.
- **stô**: questo (dialetto piemontese).
- **cusin**: cugino (dialetto piemontese).
- **sôma**: siamo (dialetto piemontese).
- **sôn**: sono (dialetto piemontese).
- **lon**: quello, ciò (dialetto piemontese).
- **nen**: non (dialetto piemontese).

## § 13. — Il lanternino.

Quaranta giorni al buio.

L'operazione era riuscita, oh, era riuscita benissimo. Solo che l'occhio forse sarebbe rimasto un pochino pochino più grosso dell'altro. Pazienza! E intanto, sì, quaranta giorni al buio, in camera mia.

Potei provare una cosa su me stesso. Quando un uomo soffre, si fa un'idea particolare del bene e del male. Pensa al bene che gli altri dovrebbero fargli, e lo pretende. Gli sembra che le sue sofferenze gli diano diritto a un compenso. E pensa al male che lui può fare agli altri. Gli sembra che anche questo gli sia permesso dalle sue sofferenze. Se gli altri non gli fanno il bene, quasi fosse un loro dovere, lui li accusa. E di tutto il male che fa, quasi fosse un suo diritto, si scusa facilmente.

Dopo alcuni giorni di quella prigionia cieca, volevo, avevo bisogno di essere confortato in qualche modo. Questo bisogno crebbe fino a diventare insopportabile. Sapevo bene di trovarmi in una casa estranea. Perciò dovevo anzi ringraziare i miei ospiti delle cure gentilissime che avevano per me. Ma quelle cure non mi bastavano più. Anzi, mi irritavano, come se me le dessero per farmi dispetto. Sicuro! Perché indovinavo da chi venivano. Con quelle cure Adriana mi mostrava una cosa. Quasi tutto il giorno, con il pensiero, era lì con me, in camera mia. E grazie della consolazione! A che cosa mi serviva? Io intanto, con il mio pensiero, la inseguivo di qua e di là per casa, tutto il giorno, agitato. Solo lei poteva confortarmi, e doveva farlo. Lei più degli altri poteva capire quanto mi pesava la noia. Lei poteva capire come mi tormentava il desiderio di vederla, o almeno di sentirla vicina.

L'agitazione e la noia crescevano anche per la rabbia. Avevo saputo infatti che il Pantogada era partito all'improvviso da Roma. Mi sarei forse chiuso lì per quaranta giorni al buio, se avessi saputo che doveva andarsene così presto?

Per consolarmi, il signor Anselmo Paleari volle dimostrarmi con un lungo ragionamento che il buio era immaginario.

— Immaginario? Questo? — gli gridai.

— Abbia pazienza; mi spiego.

E mi spiegò una sua idea filosofica, bella in apparenza, che si potrebbe forse chiamare *lanterninosofia*. Forse lo fece anche per prepararmi agli esperimenti spiritici. Questa volta, per divertirmi, si sarebbero fatti in camera mia.

Di tanto in tanto quel brav'uomo si interrompeva per domandarmi:

— Dorme, signor Meis?

E io avevo la tentazione di rispondergli:

— Sì, grazie, dormo, signor Anselmo.

Ma la sua intenzione, in fondo, era buona: voleva tenermi compagnia. Perciò gli rispondevo che invece mi divertivo moltissimo, e lo pregavo di continuare.

Il signor Anselmo continuava. Mi dimostrava che, per nostra sfortuna, noi non siamo come l'albero. L'albero vive e non sente di vivere. Per l'albero la terra, il sole, l'aria, la pioggia e il vento non sembrano cose diverse da sé. Non gli sembrano cose amiche o dannose. A noi uomini, invece, quando nasciamo, tocca un triste privilegio: quello di *sentirci* vivere. Da qui nasce una bella illusione. Prendiamo per una realtà fuori di noi questo nostro sentimento interno della vita. E questo sentimento è mutevole e vario, secondo i tempi, i casi e la fortuna.

Per il signor Anselmo, questo sentimento della vita era proprio come un lanternino. Ognuno di noi lo porta acceso dentro di sé. È un lanternino che ci fa vedere sperduti sulla terra, e ci fa vedere il male e il bene. Proietta tutto intorno a noi un cerchio di luce, più o meno largo. Al di là del cerchio c'è l'ombra nera, l'ombra paurosa. Quell'ombra non esisterebbe, se il lanternino non fosse acceso in noi. Ma purtroppo dobbiamo crederla vera, finché il lanternino resta vivo in noi. Alla fine, con un soffio, si spegnerà. Allora ci accoglierà davvero quell'ombra falsa? Ci accoglierà la notte eterna, dopo il giorno pieno di fumo della nostra illusione? O resteremo piuttosto nelle mani dell'Essere, che avrà soltanto rotto le forme inutili della nostra ragione?

— Dorme, signor Meis?

— Continui, continui pure, signor Anselmo: non dormo. Mi sembra quasi di vederlo, questo suo lanternino.

— Ah, bene... Ma lei ha l'occhio malato, quindi non entriamo troppo nella filosofia, eh? Cerchiamo piuttosto di inseguire per gioco le lucciole sperdute nel buio del destino umano. Queste lucciole sarebbero i nostri lanternini. Io direi prima di tutto che sono di tanti colori. Che ne dice lei? Dipende dal vetro che ci fornisce l'illusione. L'illusione è una gran mercantessa, una gran mercantessa di vetri colorati. A me sembra però, signor Meis, che si potrebbe riconoscere un colore dominante in certe età della storia, eh? Succede lo stesso in certe stagioni della vita di ognuno. In ogni età, infatti, tra gli uomini nasce un certo accordo di sentimenti. Questo accordo dà luce e colore a quei lanternoni che sono le parole astratte. Sono *Verità, Virtù, Bellezza, Onore*, e che so io... Non le pare che fosse rosso, per esempio, il lanternone della Virtù pagana? Quello della Virtù cristiana era invece di color viola, un colore triste. La luce di un'idea comune è alimentata dal sentimento di tutti. Ma se questo sentimento si divide, la lanterna della parola astratta resta in piedi. La fiamma dell'idea, però, dentro crepita, trema e singhiozza. Questo succede di solito in tutti i periodi che si chiamano di transizione. Nella storia, poi, non sono rari certi venti feroci che spengono all'improvviso tutti quei lanternoni. Che piacere! Allora, nel buio improvviso, non si può descrivere la confusione delle singole lanternine. Una va di qua, una di là, una torna indietro, una gira su se stessa. Nessuna trova più la strada. Si urtano, si uniscono per un momento in dieci, in venti. Ma non riescono a mettersi d'accordo, e si sparpagliano di nuovo, in gran confusione, con furia e angoscia. Sono come le formiche che non trovano più la bocca del formicaio. L'ha chiusa per gioco un bambino crudele. Mi pare, signor Adriano, che noi ci troviamo adesso in uno di questi momenti. Gran buio e gran confusione! Tutti i lanternoni sono spenti. A chi dobbiamo rivolgerci? Indietro, forse? Alle piccole lampade rimaste, a quelle che i grandi morti hanno lasciato accese sulle loro tombe? Ricordo una bella poesia di Niccolò Tommaseo:

La piccola mia lampa  
Non, come sol, risplende,  
Né, come incendio, fuma;  
Non stride e non consuma,  
Ma con la cima tende  
Al ciel che me la diè.  
Starà su me, sepolto,  
Viva; né pioggia o vento,  
Né in lei le età potranno;  
E quei che passeranno  
Erranti, a lume spento,  
Lo accenderan da me.

— Ma come, signor Meis, se alla nostra lampada manca l'olio sacro che alimentava quella del Poeta? Molti vanno ancora in chiesa per procurare l'alimento necessario alle loro lanternucce. Sono per lo più poveri vecchi e povere donne, a cui la vita ha mentito. Vanno avanti, nel buio dell'esistenza, con quel loro sentimento acceso come una lampadina votiva. La riparano con cura tremante dal soffio gelido delle ultime delusioni. Vogliono che resti accesa almeno fin là, fino all'orlo fatale. Verso quell'orlo si affrettano, con gli occhi fissi sulla fiamma, e pensano di continuo: *Dio mi vede!* Lo pensano per non sentire i rumori della vita intorno, che alle loro orecchie suonano come tante bestemmie. *Dio mi vede...* Lo pensano perché loro lo vedono, non solo in sé, ma in tutto. Lo vedono anche nella loro miseria e nelle loro sofferenze, che alla fine avranno un premio. La luce debole ma tranquilla di queste lanternucce fa nascere un'invidia piena d'angoscia in molti di noi. Certi altri, invece, si credono armati come tanti Giove del fulmine domato dalla scienza. Al posto di quelle lanternucce portano in trionfo le lampadine elettriche. A loro, quella luce ispira una pietà piena di disprezzo. Ma ora le domando, signor Meis: e se tutto questo buio fosse soltanto un inganno come un altro? Parlo di questo enorme mistero su cui prima i filosofi hanno ragionato invano. Ora la scienza rinuncia a indagarlo, però non lo esclude. E se fosse in fondo un inganno della nostra mente, una fantasia senza colore? Se finalmente ci convincessimo che tutto questo mistero non esiste fuori di noi, ma soltanto in noi? Esisterebbe per forza in noi, per il famoso privilegio del sentimento che abbiamo della vita. Parlo del lanternino di cui le ho detto finora. Se la morte, insomma, che ci fa tanta paura, non esistesse? Se non fosse la fine della vita, ma soltanto il soffio che spegne in noi questo lanternino? Cioè il disgraziato sentimento che noi abbiamo della vita. Questo sentimento è penoso e pauroso, perché è limitato da questo cerchio d'ombra falsa. L'ombra comincia oltre il breve spazio della poca luce che noi, povere lucciole sperdute, proiettiamo intorno. Lì dentro la nostra vita resta come imprigionata, come esclusa per qualche tempo dalla vita universale ed eterna. Ci sembra che un giorno dovremo rientrare in quella vita. Invece ci siamo già e ci resteremo sempre, ma senza più questo sentimento d'esilio che ci angoscia. Il limite è un'illusione. Dipende dalla poca luce nostra, della nostra individualità: nella realtà della natura non esiste. Noi, non so se questo può farle piacere, abbiamo sempre vissuto e sempre vivremo con l'universo. Anche ora, in questa nostra forma, partecipiamo a tutte le manifestazioni dell'universo. Ma non lo sappiamo e non lo vediamo. Perché purtroppo questo maledetto lumicino piagnucoloso ci fa vedere soltanto quel poco a cui arriva. E almeno ce lo facesse vedere com'è in realtà! Ma nossignore: ce lo colora a modo suo, e ci fa vedere certe cose. Ed è un vero peccato, perbacco! Forse in un'altra forma di esistenza non avremo più una bocca per riderne come matti. Risate, signor Meis, di tutte le afflizioni inutili e stupide che ci ha dato. Risate di tutte le ombre, di tutti i fantasmi ambiziosi e strani che ci ha messo davanti e intorno. Risate della paura che ci ha ispirato!

Oh, perché dunque il signor Anselmo Paleari ne voleva accendere ora un altro? Diceva tanto male, e con ragione, del lanternino che ognuno di noi porta acceso dentro di sé. Eppure ora ne voleva uno con il vetro rosso, lì in camera mia, per i suoi esperimenti spiritici. Non era già troppo quell'uno?

Volli domandarglielo.

— Correttivo! — mi rispose. — Un lanternino contro l'altro! Del resto a un certo punto questo si spegne, sa!

— E le sembra il mezzo migliore per vedere qualche cosa? — osai osservare.

— Ma la cosiddetta luce, scusi, — ribatté subito il signor Anselmo, — può servire qua, nella cosiddetta vita. E anche qua ci fa vedere in modo ingannevole. Per farci vedere al di là di questa vita non serve affatto, creda, anzi fa danno. Sono stupide pretese di certi scienziati dal cuore meschino e dall'intelligenza ancora più meschina. Per loro comodità vogliono credere che questi esperimenti offendano la scienza o la natura. Ma nossignore! Noi vogliamo scoprire altre leggi, altre forze, altra vita nella natura, sempre nella natura, perbacco! Vogliamo andare oltre la scarsissima esperienza normale. Vogliamo forzare la comprensione stretta che i nostri sensi limitati ci danno di solito. Gli scienziati per primi, scusi, non pretendono un ambiente e condizioni adatte per far riuscire i loro esperimenti? Si può fare a meno della camera oscura nella fotografia? E dunque? Ci sono poi tanti mezzi di controllo!

Il signor Anselmo, però, come potei vedere poche sere dopo, non ne usava nessuno. Ma erano esperimenti in famiglia! Poteva forse sospettare che la signorina Caporale e Papiano si divertissero a ingannarlo? E perché, poi? Che gusto c'era? Lui era più che convinto, e non aveva affatto bisogno di quegli esperimenti per rafforzare la sua fede. Era un uomo molto buono e semplice: non arrivava a pensare che potessero ingannarlo per un altro scopo. I risultati erano meschini, tristi e infantili. Ma la teosofia gli dava una spiegazione molto convincente anche di questo. Gli esseri superiori del *Piano Mentale*, o di più su, non potevano scendere a comunicare con noi attraverso un *medium*. Bisognava dunque accontentarsi delle manifestazioni grossolane di anime inferiori di morti. Queste anime venivano dal *Piano Astrale*, cioè dal piano più vicino al nostro. Ecco.

E chi poteva dirgli di no?

*

Sapevo che Adriana aveva sempre rifiutato di assistere a questi esperimenti. Da quando me ne stavo chiuso in camera, al buio, era entrata solo raramente. Non veniva mai da sola, e mi domandava come stavo. Ogni volta quella domanda sembrava fatta solo per cortesia, e lo era davvero. Lo sapeva, lo sapeva bene come stavo! Mi sembrava perfino di sentire nella sua voce una certa ironia birichina. Lei infatti non sapeva perché mi ero deciso così all'improvviso a farmi operare. Perciò doveva credere che io soffrissi per vanità. Cioè per farmi più bello, o meno brutto, con l'occhio sistemato secondo il consiglio della Caporale.

— Sto benone, signorina! — le rispondevo. — Non vedo niente...

— Eh, ma vedrà, vedrà meglio poi, — diceva allora Papiano.

Approfittando del buio, alzavo un pugno, come per tirarglielo in faccia. Certo lo faceva apposta, perché perdessi quel po' di pazienza che mi restava. Non era possibile che non si accorgesse del fastidio che mi dava. Glielo mostravo in tutti i modi, sbadigliando, sbuffando. Eppure eccolo là: continuava a entrare in camera mia quasi ogni sera (ah, lui sì). Restava per ore intere, e chiacchierava senza fine. In quel buio, la sua voce mi toglieva quasi il respiro. Mi faceva torcere sulla sedia, come se fossi seduto su una punta. Mi faceva stringere le dita come artigli. In certi momenti avrei voluto strozzarlo. Lo indovinava? Lo sentiva? Proprio in quei momenti, ecco, la sua voce diventava più morbida, quasi carezzevole.

Abbiamo sempre bisogno di dare a qualcuno la colpa dei nostri danni e delle nostre disgrazie. Papiano, in fondo, faceva tutto per spingermi ad andar via da quella casa. Se la voce della ragione avesse potuto parlare in me, in quei giorni, avrei dovuto ringraziarlo di tutto cuore. Ma come potevo ascoltarla, questa benedetta voce della ragione? Mi parlava proprio per la bocca di lui, di Papiano! E per me Papiano aveva torto, un torto evidente, un torto sfacciato. Non voleva forse mandarmi via per imbrogliare il Paleari e rovinare Adriana? Soltanto questo potevo capire allora da tutti i suoi discorsi. Oh, possibile che la voce della ragione dovesse scegliere proprio la bocca di Papiano per farsi sentire da me? Ma forse ero io che, per trovarmi una scusa, la mettevo in bocca a lui, perché mi sembrasse ingiusta. Io mi sentivo già preso nei lacci della vita. E la mia agitazione non veniva propriamente dal buio, né dal fastidio che mi dava Papiano con le sue parole.

Di che cosa mi parlava? Di Pepita Pantogada, sera dopo sera.

Anche se vivevo in modo molto modesto, si era messo in testa che io fossi molto ricco. E ora, per distrarmi da Adriana, forse sognava di farmi innamorare di quella nipote del marchese Giglio d'Auletta. Me la descriveva come una ragazza saggia e fiera, piena di intelligenza e di volontà. Era decisa nei modi, franca e vivace. E poi bella: uh, tanto bella! Era bruna, sottile e formosa nello stesso tempo. Era tutta fuoco, con un paio d'occhi lampeggianti e una bocca che strappava i baci. Per non parlare della dote: — Vistosissima! — Tutto il patrimonio del marchese Giglio d'Auletta, nientemeno. Il marchese, senza dubbio, sarebbe stato felicissimo di darle presto un marito. Così si sarebbe liberato del Pantogada, che lo tormentava. Inoltre nonno e nipote non andavano molto d'accordo. Il marchese era debole di carattere, tutto chiuso nel suo mondo morto. Pepita invece era forte e piena di vita.

Non capiva che più lodava questa Pepita, più cresceva in me l'antipatia per lei, ancora prima di conoscerla? L'avrei conosciuta, diceva, fra qualche sera, perché lui l'avrebbe convinta a venire alle prossime sedute spiritiche. Avrei conosciuto anche il marchese Giglio d'Auletta. Il marchese lo desiderava tanto, per tutto ciò che lui, Papiano, gli aveva detto di me. Ma il marchese non usciva più di casa. E poi non avrebbe mai preso parte a una seduta spiritica, per le sue idee religiose.

— E come? — domandai. — Lui no, e intanto permette che la nipote vi prenda parte?

— Ma perché sa in quali mani l'affida! — esclamò Papiano con aria superba.

Non volli sapere altro. Perché Adriana rifiutava di assistere a quegli esperimenti? Per i suoi scrupoli religiosi. Ora, la nipote del marchese Giglio avrebbe preso parte a quelle sedute, con il consenso del nonno clericale. Allora non poteva parteciparvi anche lei? Forte di questo argomento, cercai di convincerla, il giorno prima della prima seduta.

Era entrata in camera mia con il padre. Lui, sentita la mia proposta, sospirò:

— Ma siamo sempre lì, signor Meis! Davanti a questo problema, la religione drizza le orecchie come un asino e si spaventa, come la scienza. Eppure l'ho già detto e spiegato tante volte a mia figlia. I nostri esperimenti non sono affatto contrari né all'una né all'altra. Anzi, per la religione in particolare, sono una prova delle verità che essa sostiene.

— E se io avessi paura? — obiettò Adriana.

— Di che cosa? — ribatté il padre. — Della prova?

— O del buio? — aggiunsi io. — Siamo tutti qua, con lei, signorina! Vuole mancare solo lei?

— Ma io... — rispose Adriana, imbarazzata, — io non ci credo, ecco... non posso crederci, e... che so!

Non riuscì ad aggiungere altro. Dal tono della voce e dall'imbarazzo capii però che non era soltanto la religione a vietarle quegli esperimenti. La paura che aveva messo avanti come scusa poteva avere altre cause, che il signor Anselmo non sospettava. O forse le dispiaceva assistere allo spettacolo miserevole del padre, ingannato come un bambino da Papiano e dalla signorina Caporale?

Non ebbi il coraggio di insistere oltre.

Ma lei sembrò leggermi nel cuore il dispiacere che mi dava il suo rifiuto. E nel buio si lasciò sfuggire un: — *Del resto...* —, che io presi subito al volo:

— Ah, brava! L'avremo dunque con noi?

— Soltanto per domani sera, — concesse lei, sorridendo.

Il giorno dopo, piuttosto tardi, Papiano venne a preparare la camera. Portò un tavolino rettangolare d'abete, senza cassetto, senza vernice, di poco prezzo. Liberò un angolo della stanza e ci appese un lenzuolo a una cordicella. Poi portò una chitarra, un collarino da cane con molti sonaglini, e altri oggetti. Fece questi preparativi alla luce del famoso lanternino dal vetro rosso. Mentre preparava non smise un solo istante di parlare, s'intende!

— Il lenzuolo serve, sa! Serve... non saprei, da... da accumulatore, diciamo, di questa forza misteriosa. Lei lo vedrà agitarsi, signor Meis, gonfiarsi come una vela. A volte si illumina di una luce strana, quasi direi siderale. Sissignore! Non siamo ancora riusciti a ottenere « materializzazioni », ma luci sì. Ne vedrà, se questa sera la signorina Silvia sarà in buone disposizioni. Lei comunica con lo spirito di un suo vecchio compagno d'Accademia. È morto, Dio ce ne liberi, di tisi, a diciotto anni. Era di... non so, di Basilea, mi pare, ma stabilito a Roma da tempo, con la famiglia. Un genio, sa, per la musica: la morte crudele l'ha portato via prima che potesse dare i suoi frutti. Così almeno dice la signorina Caporale. Comunicava con lo spirito di Max anche prima di sapere che aveva questa facoltà medianica. Sissignore: si chiamava così, Max... aspetti, Max Oliz, se non sbaglio. Sissignore! Posseduta da questo spirito, improvvisava al pianoforte, e in certi momenti cadeva per terra, svenuta. Una sera si raccolse perfino gente, giù in strada, e poi la applaudì...

— E la signorina Caporale ne ebbe quasi paura, — aggiunsi io, tranquillamente.

— Ah, lo sa? — fece Papiano, fermandosi.

— Me l'ha detto lei stessa. Dunque applaudirono la musica di Max, suonata con le mani della signorina Caporale?

— Già, già! Peccato che non abbiamo in casa un pianoforte. Dobbiamo accontentarci di qualche motivetto, di qualche accenno sulla chitarra. Max si arrabbia, sa! Certe volte arriva a strappare le corde... Ma sentirà stasera. Mi pare che ormai sia tutto in ordine.

— E mi dica, signor Terenzio. Per curiosità, — volli domandargli prima che andasse via, — lei ci crede? Ci crede proprio?

— Ecco, — mi rispose subito, come se avesse previsto la domanda. — Per dire la verità, non riesco a vederci chiaro.

— Eh, per forza!

— Ah, ma non perché gli esperimenti si fanno al buio, attenzione! I fenomeni, le manifestazioni sono reali, non c'è che dire: innegabili. Non possiamo mica diffidare di noi stessi...

— E perché no? Anzi!

— Come? Non capisco!

— Ci inganniamo così facilmente! Soprattutto quando ci piace credere in qualche cosa...

— Ma a me no, sa: non piace! — protestò Papiano. — Mio suocero, che conosce bene questi studi, ci crede. Io, tra l'altro, veda, non ho neanche il tempo di pensarci... anche se ne avessi voglia. Ho tanto da fare, tanto, con quei maledetti Borboni del marchese, che mi tengono lì inchiodato! Qui perdo qualche serata. Per conto mio, penso una cosa. Finché per grazia di Dio siamo vivi, non potremo sapere nulla della morte. E dunque, non le pare inutile pensarci? Cerchiamo piuttosto di vivere meglio che possiamo, santo Dio! Ecco come la penso io, signor Meis. Arrivederla, eh? Ora corro a prendere in via dei Pontefici la signorina Pantogada.

Tornò dopo circa mezz'ora, molto contrariato. Con la Pantogada e la governante era venuto un certo pittore spagnolo. Me lo presentò a denti stretti come amico di casa Giglio. Si chiamava Manuel Bernaldez e parlava correttamente l'italiano. Ma non ci fu modo di fargli pronunciare la esse del mio cognome. Ogni volta, nel dirla, sembrava aver paura di ferirsi la lingua.

— Adriano *Mei*, — diceva, come se all'improvviso fossimo diventati grandi amici.

— Adriano *Tui*, — mi veniva quasi da rispondergli.

Entrarono le donne: Pepita, la governante, la signorina Caporale, Adriana.

— Anche tu? Che novità? — disse Papiano ad Adriana, sgarbatamente.

Non se l'aspettava, questo altro colpo. Intanto, dal modo in cui era stato accolto il Bernaldez, io avevo capito due cose. Il marchese Giglio non doveva sapere nulla della sua presenza alla seduta. E doveva esserci sotto qualche piccolo intrigo con la Pepita.

Ma il grande Terenzio non rinunciò al suo piano. Mentre disponeva la catena intorno al tavolino, si fece sedere accanto Adriana e mise accanto a me la Pantogada.

Non ero contento? No. E Pepita neppure. Parlando proprio come il padre, si ribellò subito:

— Gracie tanto, así no puede ser! Ió voglio estar entre el segnor Paleari e la mia gobernante, caro segnor Terencio!

La semioscurità rossastra lasciava appena vedere i contorni. Così non potei vedere quanto fosse vero il ritratto che Papiano mi aveva fatto di lei. Ma i modi, la voce e quella ribellione improvvisa erano perfetti. Corrispondevano all'idea che mi ero fatta di lei dopo quella descrizione.

Certo, la signorina Pantogada rifiutava con disprezzo il posto che Papiano le aveva dato accanto a me. Così mi offendeva. Ma io non solo non me la presi: anzi, ne fui contento.

— Giustissimo! — esclamò Papiano. — Allora si può fare così: accanto al signor Meis si sieda la signora Candida. Poi prenda posto lei, signorina. Mio suocero resti dov'è, e noi altri tre pure, così come stiamo. Va bene?

E no! Non andava bene neanche così: né per me, né per la signorina Caporale, né per Adriana. E nemmeno per la Pepita, come si vide poco dopo. Lei stette molto meglio in una nuova catena, disposta proprio dal genialissimo spirito di Max.

Per il momento mi vidi accanto quasi un fantasma di donna. Aveva in testa una specie di collinetta. Era un cappello? Una cuffia? Una parrucca? Che diavolo era? Da sotto quel carico enorme uscivano ogni tanto certi sospiri, che finivano con un breve gemito. Nessuno aveva pensato a presentarmi a quella signora Candida. Ora, per fare la catena, dovevamo tenerci per mano, e lei sospirava. Non le sembrava una cosa ben fatta, ecco. Dio, che mano fredda!

Con l'altra mano tenevo la sinistra della signorina Caporale. Lei sedeva a capo del tavolino, con le spalle contro il lenzuolo appeso all'angolo. Papiano le teneva la destra. Accanto ad Adriana, dall'altra parte, sedeva il pittore. Il signor Anselmo stava all'altro capo del tavolino, di fronte alla Caporale.

Papiano disse:

— Bisognerebbe prima di tutto spiegare al signor Meis e alla signorina Pantogada il linguaggio... come si chiama?

— Tiptologico, — suggerì il signor Anselmo.

— Prego, anche a me, — si offese la signora Candida, agitandosi sulla sedia.

— Giustissimo! Anche alla signora Candida, si sa!

— Ecco, — cominciò a spiegare il signor Anselmo. — Due colpi vogliono dire *sì*...

— Colpi? — interruppe Pepita. — Che colpi?

— Colpi, — rispose Papiano, — battuti sul tavolino o sulle sedie o altrove, o anche fatti sentire per mezzo di toccamenti.

— Ah no-no-no-no-nò! — esclamò allora lei in gran fretta, balzando in piedi. — Ió no ne amo, tocamenti. De chi?

— Ma dello spirito di Max, signorina, — le spiegò Papiano. — Gliel'ho accennato venendo qui: non fanno mica male, stia tranquilla.

— *Tittologichi*, — aggiunse la signora Candida con aria di pietà, da donna superiore.

— E dunque, — riprese il signor Anselmo, — due colpi, *sì*; tre colpi, *no*; quattro, *buio*; cinque, *parlate*; sei, *luce*. Basterà così. E ora concentriamoci, signori miei.

Si fece silenzio. Ci concentrammo.

### Glossario

- **il lanternino**: piccola lampada; per il signor Anselmo è il sentimento della vita.
- **la lanterninosofia**: parola inventata per scherzo: la filosofia del lanternino.
- **la mercantessa**: donna che compra e vende merci.
- **la transizione**: passaggio da un'epoca a un'altra.
- **la lampadina votiva**: piccola luce accesa in chiesa per devozione a Dio o a un santo.
- **l'orlo fatale**: l'ultimo momento della vita, la morte.
- **il medium**: persona che dice di poter parlare con gli spiriti.
- **la tisi**: grave malattia dei polmoni.
- **la catena**: le persone sedute intorno al tavolo che si tengono per mano.
- **tiptologico**: che usa i colpi per comunicare, come nel linguaggio degli spiriti.
- **Adriano Mei / Adriano Tui**: gioco di parole: senza la esse, il cognome sembra «miei»; Mattia pensa di rispondere «tuoi».
- **tittologichi**: parola sbagliata: la signora Candida vuole dire «tiptologici».
- **lucciole**: piccoli insetti che di notte fanno luce.
- **lanternoni**: grandi lanterne.
- **lanternucce**: piccole lanterne povere.
- **mutevole**: che cambia spesso.
- **paurosa**: che fa paura.
- **confortato**: consolato, aiutato a stare meglio.
- **confortarmi**: consolarmi, farmi stare meglio.
- **irritavano**: davano fastidio, facevano arrabbiare.
- **tormentava**: faceva soffrire, dava pena di continuo.
- **ribatté**: rispose subito, per contraddire.
- **esclamò**: disse ad alta voce, con forza.
- **nossignore**: «no, signore»: modo forte di dire di no.
- **perbacco**: parola che esprime sorpresa o dà forza a ciò che si dice.

## § 14. — Le prodezze di Max.

Apprensione? No. Nemmeno un po'. Ma ero molto curioso, e avevo anche un certo timore: che Papiano stesse per fare una pessima figura. Avrei dovuto esserne contento; e invece no. Chi non prova pena, o piuttosto un freddo avvilimento, davanti a una commedia recitata male da attori inesperti?

« Sono due i casi, — pensavo. — O lui è molto abile, o vuole troppo tenersi accanto Adriana. E questa ostinazione non gli fa vedere bene dove si mette. Così lascia il Bernaldez e Pepita, me e Adriana delusi. E perciò possiamo accorgerci della sua frode, senza alcun piacere, senza alcun compenso. Se ne accorgerà meglio di tutti Adriana, che gli sta più vicina. Ma lei sospetta già la frode ed è preparata. Poiché non può stare accanto a me, forse in questo momento domanda a se stessa perché resta lì. Perché assistere a una farsa per lei non solo stupida, ma anche indegna e sacrilega? E la stessa domanda certo se la fanno, dal canto loro, il Bernaldez e Pepita. Come mai Papiano non se ne rende conto, ora che ha visto fallire il colpo di mettermi accanto la Pantogada? Si fida dunque tanto della propria abilità? Stiamo a vedere. »

Mentre facevo queste riflessioni, non pensavo affatto alla signorina Caporale. All'improvviso lei si mise a parlare, come in un leggero dormiveglia.

— La catena, — disse, — la catena va cambiata...

— Abbiamo già Max? — domandò con premura quel buon uomo del signor Anselmo.

La risposta della Caporale si fece aspettare un bel po'.

— Sì, — disse poi con fatica, quasi senza fiato. — Ma siamo in troppi, questa sera...

— È vero, sì! — scattò Papiano. — Mi sembra però che così stiamo benone.

— Zitto! — ordinò il Paleari. — Sentiamo che cosa dice Max.

— La catena, — riprese la Caporale, — non gli sembra ben equilibrata. Qua, da questo lato *(e sollevò la mia mano)*, ci sono due donne vicine. Il signor Anselmo farebbe bene a prendere il posto della signorina Pantogada, e viceversa.

— Subito! — esclamò il signor Anselmo, alzandosi. — Ecco, signorina, si sieda qua!

E Pepita, questa volta, non si ribellò. Era accanto al pittore.

— Poi, — aggiunse la Caporale, — la signora Candida...

Papiano la interruppe:

— Al posto di Adriana, è vero? Ci avevo pensato. Va benone!

Appena Adriana venne a sedersi accanto a me, le strinsi la mano forte, forte, forte, fino a farle male. Nello stesso momento la signorina Caporale mi stringeva l'altra mano, come per domandarmi: « *È contento così?* » Io le risposi con un'altra stretta: « Ma sì, contentone! » Quella stretta significava anche: « E ora fate pure, fate pure quello che vi piace! »

— Silenzio! — ordinò a questo punto il signor Anselmo.

E chi aveva parlato? Chi? Il tavolino! Quattro colpi: *Buio!*

Giuro di non averli sentiti.

Ma appena il lanternino fu spento, accadde una cosa che sconvolse all'improvviso tutte le mie supposizioni. La signorina Caporale lanciò uno strillo acutissimo, e noi tutti saltammo sulle sedie.

— Luce! Luce!

Che cosa era successo?

Un pugno! La signorina Caporale aveva ricevuto un pugno sulla bocca, fortissimo: le sanguinavano le gengive.

Pepita e la signora Candida scattarono in piedi, spaventate. Anche Papiano si alzò per riaccendere il lanternino. Subito Adriana ritirò la sua mano dalla mia. Il Bernaldez teneva tra le dita un fiammifero e sorrideva, sorpreso e incredulo. Intanto il signor Anselmo, sconvolto, continuava a ripetere:

— Un pugno! E come si spiega?

Me lo domandavo anch'io, turbato. Un pugno? Dunque quel cambiamento di posti non era stato deciso prima dai due. Un pugno? Dunque la signorina Caporale si era ribellata a Papiano. E ora?

Ora la Caporale spostava la sedia, si premeva un fazzoletto sulla bocca e protestava che non voleva più saperne. E Pepita Pantogada strillava:

— Gracie, segnori! gracie! Acquì se dano cachetes!

— Ma no! Ma no! — esclamò il Paleari. — Signori miei, questo è un fatto nuovo, stranissimo! Bisogna chiederne spiegazione.

— A Max? — domandai io.

— A Max, già! Forse lei, cara Silvia, ha interpretato male i suoi suggerimenti sulla disposizione della catena?

— È probabile! È probabile! — esclamò il Bernaldez, ridendo.

— Lei che ne pensa, signor Meis? — mi domandò il Paleari, a cui il Bernaldez non piaceva proprio.

— Eh, sicuramente sembra così, — dissi io.

Ma la Caporale fece di no con la testa, decisa.

— E allora? — riprese il signor Anselmo. — Come si spiega? Max violento! E quando mai? Che ne dici tu, Terenzio?

Terenzio non diceva nulla, protetto dalla semioscurità: alzò le spalle, e basta.

— Via, — dissi allora alla Caporale. — Vogliamo accontentare il signor Anselmo, signorina? Domandiamo a Max una spiegazione. Se poi si dimostrerà di nuovo uno spirito... di poco spirito, lasceremo stare. Dico bene, signor Papiano?

— Benissimo! — rispose lui. — Domandiamo, domandiamo pure. Io ci sto.

— Ma io così non ci sto! — ribatté la Caporale, rivolta proprio a lui.

— Lo dice a me? — fece Papiano. — Ma se lei vuole lasciar stare...

— Sì, sarebbe meglio, — provò a dire timidamente Adriana.

Ma subito il signor Anselmo la rimproverò:

— Ecco la paurosa! Sono bambinate, perbacco! Scusi, lo dico anche a lei, Silvia! Lei conosce bene lo spirito che le è familiare, e sa che questa è la prima volta che... Sarebbe un peccato, via! Perché l'incidente è spiacevole quanto si vuole, ma questa sera i fenomeni sembravano manifestarsi con un'energia insolita.

— Troppa! — esclamò il Bernaldez, sghignazzando, e fece ridere anche gli altri.

— E io, — aggiunsi, — non vorrei prendermi un pugno su quest'occhio qui...

— Ni tampoco ió! — aggiunse Pepita.

— A sedere! — ordinò allora Papiano, deciso. — Seguiamo il consiglio del signor Meis. Proviamo a domandare una spiegazione. Se i fenomeni si mostrano di nuovo troppo violenti, smetteremo. A sedere!

E soffiò sul lanternino.

Io cercai al buio la mano di Adriana, che era fredda e tremante. Per rispettare la sua paura, all'inizio non gliela strinsi. Poi gliela premetti pian piano, a poco a poco, come per darle calore. E con il calore volevo darle la fiducia che ora tutto sarebbe andato tranquillamente. Non c'era dubbio, infatti: Papiano, forse pentito della sua violenza, aveva cambiato idea. In ogni caso avremmo avuto certo un momento di tregua. Poi, forse, io e Adriana, nel buio, saremmo stati il bersaglio di Max. « Ebbene, — dissi tra me, — se il gioco diventerà troppo pesante, lo faremo durare poco. Non permetterò che Adriana sia tormentata. »

Intanto il signor Anselmo si era messo a parlare con Max. Gli parlava proprio come a una persona vera, lì presente.

— Ci sei?

Due colpi leggeri sul tavolino. C'era!

— Max, tu sei tanto buono, tanto gentile, — disse il Paleari, con un tono di affettuoso rimprovero. — Come mai hai trattato così male la signorina Silvia? Ce lo vuoi dire?

Questa volta il tavolino prima si agitò un poco. Poi tre colpi secchi e forti risuonarono nel mezzo. Tre colpi: dunque *no*. Non ce lo voleva dire.

— Non insistiamo! — riprese il signor Anselmo. — Tu forse sei ancora un po' arrabbiato, eh, Max? Lo sento, ti conosco... ti conosco... Vorresti dirci almeno se la catena disposta così ti accontenta?

Il Paleari non aveva ancora finito la domanda. All'improvviso sentii due colpi rapidi sulla fronte, quasi con la punta di un dito.

— Sì! — esclamai subito, annunciando il fenomeno; e strinsi la mano di Adriana.

Devo confessare che quel « toccamento » inatteso, lì per lì, mi fece una strana impressione. Ero sicuro che, se avessi alzato la mano in tempo, avrei afferrato quella di Papiano. Eppure... La leggerezza delicata del tocco e la precisione erano state comunque meravigliose. E poi, ripeto, non me l'aspettavo. Ma perché intanto Papiano aveva scelto me per mostrare che si arrendeva? Con quel segno aveva voluto tranquillizzarmi? O era invece una sfida, e significava: « *Adesso vedrai se sono contento* »?

— Bravo, Max! — esclamò il signor Anselmo.

E io, tra me:

— (Bravo, sì! Che pioggia di schiaffi ti darei!)

— Ora, se non ti dispiace, — riprese il padrone di casa, — vorresti darci un segno del tuo buon animo verso di noi?

Cinque colpi sul tavolino ordinarono: *Parlate!*

— Che cosa significa? — domandò la signora Candida, impaurita.

— Che bisogna parlare, — spiegò Papiano, tranquillamente.

E Pepita:

— A chi?

— Ma a chi vuole lei, signorina! Parli con il suo vicino, per esempio.

— Forte?

— Sì, — disse il signor Anselmo. — Questo vuol dire, signor Meis, che intanto Max ci prepara qualche bella manifestazione. Forse una luce... chi sa! Parliamo, parliamo...

E che cosa dire? Io parlavo già da un pezzo con la mano di Adriana, e non pensavo, ahimè, non pensavo più a nulla! Facevo a quella manina un lungo discorso intenso, stringente, eppure carezzevole. Lei lo ascoltava tremante e abbandonata. L'avevo già costretta a darmi le dita, a intrecciarle con le mie. Mi aveva preso un'ebbrezza ardente. Questa ebbrezza godeva della pena che le costava lo sforzo di frenare la propria passione. Voleva esprimersi invece con i modi di una dolce tenerezza, come chiedeva la purezza di quella timida anima gentile.

Ora, mentre le nostre mani facevano questo fitto discorso, cominciai a sentire come uno strofinio. Veniva dalla traversa tra le due gambe posteriori della mia sedia. E mi turbai. Papiano con il piede non poteva arrivare fin là. E anche se ci fosse arrivato, la traversa tra le gambe anteriori glielo avrebbe impedito. Si era forse alzato dal tavolino ed era venuto dietro alla mia sedia? Ma in questo caso la signora Candida, se non era proprio scema, avrebbe dovuto accorgersene. Prima di comunicare il fenomeno agli altri, avrei voluto spiegarmelo in qualche modo. Ma poi pensai una cosa. Avevo ottenuto ciò che volevo. Perciò ora, quasi per obbligo, mi conveniva assecondare subito la frode, per non irritare ancora di più Papiano. E arrivai a dire quello che sentivo.

— Davvero? — esclamò Papiano dal suo posto, con una meraviglia che mi sembrò sincera.

Una meraviglia non minore mostrò la signorina Caporale.

Sentii drizzarmi i capelli sulla fronte. Dunque quel fenomeno era vero?

— Strofinio? — domandò con ansia il signor Anselmo. — Come sarebbe? Come sarebbe?

— Ma sì! — confermai, quasi irritato. — E continua! Come se ci fosse qua dietro un cagnolino... ecco!

Una grande risata accolse questa mia spiegazione.

— Ma è Minerva! È Minerva! — gridò Pepita Pantogada.

— Chi è Minerva? — domandai, mortificato.

— Ma la mia cagneta! — riprese lei, ridendo ancora. — La viechia mia, segnore, che se grata así soto tute le sedie. Con permisso! con permisso!

Il Bernaldez accese un altro fiammifero. Pepita si alzò per prendere quella cagnetta, che si chiamava Minerva, e se la mise in grembo.

— Ora mi spiego, — disse contrariato il signor Anselmo, — ora mi spiego l'irritazione di Max. C'è poca serietà, questa sera, ecco!

*

Per il signor Anselmo, forse, sì. Ma a dire il vero, nelle sere successive, non ce ne fu molta di più per noi: rispetto allo spiritismo, s'intende.

Chi poté più badare alle prodezze di Max nel buio? Il tavolino scricchiolava, si muoveva, parlava con colpi forti o leggeri. Altri colpi si sentivano sugli schienali delle nostre sedie e, ora qua ora là, sui mobili della camera. Si sentivano anche graffi, strisciamenti e altri rumori. Strane luci fosforescenti, come fuochi fatui, si accendevano nell'aria per un momento e vagavano qua e là. Anche il lenzuolo si illuminava e si gonfiava come una vela. Un tavolinetto porta-sigari fece parecchie passeggiatine per la camera. Una volta saltò perfino sul tavolino intorno al quale sedevamo in catena. E la chitarra volò dal cassettone su cui era posata, come se avesse messo le ali. Venne a suonare sopra di noi... Mi sembrò però che Max mostrasse meglio le sue grandi capacità musicali con i sonaglini del collarino del cane. A un certo punto il collarino fu messo al collo della signorina Caporale. Al signor Anselmo sembrò uno scherzo affettuoso e spiritosissimo di Max. Ma alla signorina Caporale non piacque molto.

Protetto dal buio, era entrato in scena evidentemente Scipione, il fratello di Papiano, con istruzioni molto precise. Scipione era davvero epilettico, ma non era così idiota come lui e il fratello Terenzio volevano far credere. Con la lunga abitudine all'oscurità, doveva aver imparato a vedere al buio. In verità non potrei dire quanto fosse abile in quelle frodi, preparate prima con il fratello e con la Caporale. Per noi, cioè per me e Adriana, per Pepita e il Bernaldez, poteva fare quello che voleva. Tutto andava bene, comunque lo facesse. Lì doveva accontentare soltanto il signor Anselmo e la signora Candida, e sembrava riuscirci a meraviglia. È vero però che nessuno dei due era difficile da accontentare. Oh, il signor Anselmo era pieno di gioia! In certi momenti sembrava un ragazzino al teatrino delle marionette. E io soffrivo per certe sue esclamazioni infantili. Soffrivo non solo perché mi avviliva vedere un uomo, non certo sciocco, mostrarsi tale in modo quasi incredibile. Ma soffrivo anche perché Adriana mi faceva capire il suo rimorso. Si sentiva in colpa a godersela così, alle spalle della serietà del padre, approfittando della sua ridicola ingenuità.

Questo solo turbava ogni tanto la nostra gioia. Eppure, conoscendo Papiano, avrei dovuto sospettare qualcosa. Lui si rassegnava a lasciarmi accanto Adriana. Contrariamente ai miei timori, non ci faceva mai disturbare dallo spirito di Max. Anzi, sembrava favorirci e proteggerci. Doveva dunque avere in mente qualche altra idea. Ma in quei momenti la libertà indisturbata nel buio mi dava una grande gioia. Perciò questo sospetto non mi venne affatto.

— No! — strillò a un certo punto la signorina Pantogada.

E subito il signor Anselmo:

— Dica, dica, signorina! Che cosa è stato? Che cosa ha sentito?

Anche il Bernaldez la spinse a parlare, con premura. E allora Pepita:

— Aquì, su un lado, una careccia...

— Con la mano? — domandò il Paleari. — Delicata, è vero? Fredda, furtiva e delicata... Oh, Max, se vuole, sa essere gentile con le donne! Vediamo un po', Max, potresti rifare la carezza alla signorina?

— Aquì està! aquì está! — si mise subito a gridare Pepita, ridendo.

— Che cosa vuol dire? — domandò il signor Anselmo.

— Rifà, rifà... m'acareccia!

— E un bacio, Max? — propose allora il Paleari.

— No! — strillò di nuovo Pepita.

Ma un bel bacione sonoro le fu dato sulla guancia.

Quasi senza volerlo, mi portai allora alla bocca la mano di Adriana. Poi, non contento, mi chinai a cercare la sua bocca. E così ci scambiammo il primo bacio, un bacio lungo e muto.

Che cosa successe dopo? Ci volle parecchio prima che io, perso nella confusione e nella vergogna, potessi riprendermi in quel disordine improvviso. Si erano accorti di quel nostro bacio? Gridavano. Uno, due fiammiferi accesi. Poi anche la candela, quella che stava dentro il lanternino dal vetro rosso. E tutti in piedi! Perché? Perché? Un gran colpo, un colpo tremendo, tuonò sul tavolino, così, in piena luce. Sembrava tirato dal pugno di un gigante invisibile. Restammo tutti senza fiato, e più di ogni altro Papiano e la signorina Caporale.

— Scipione! Scipione! — chiamò Terenzio.

L'epilettico era caduto per terra e respirava a fatica, in modo strano.

— A sedere! — gridò il signor Anselmo. — È caduto in *trance* anche lui! Ecco, ecco, il tavolino si muove, si solleva, si solleva... La levitazione! Bravo, Max! Evviva!

E davvero il tavolino, senza che nessuno lo toccasse, si alzò più di un palmo da terra. Poi ricadde pesantemente.

La Caporale, livida, tremante, terrorizzata, venne a nascondere la faccia sul mio petto. La signorina Pantogada e la governante scapparono via dalla camera, mentre il Paleari gridava, irritatissimo:

— No, qua, perbacco! Non rompete la catena! Ora viene il meglio! Max! Max!

— Ma che Max! — esclamò Papiano. Si scosse alla fine dal terrore che lo teneva inchiodato, e corse dal fratello per scuoterlo e farlo tornare in sé.

Il ricordo del bacio fu per il momento soffocato dallo stupore. Avevo assistito a una rivelazione davvero strana e inspiegabile. Il Paleari sosteneva che quella forza misteriosa veniva da uno spirito invisibile. Aveva agito in quel momento, alla luce, sotto i miei occhi. Ma se era così, questo spirito non era certo quello di Max. Bastava guardare Papiano e la signorina Caporale per convincersene. Quel Max lo avevano inventato loro. Chi aveva agito, dunque? Chi aveva tirato sul tavolino quel pugno tremendo?

Tante cose lette nei libri del Paleari mi tornarono in mente, in gran confusione. E con un brivido pensai a quello sconosciuto che si era annegato nella gora del mulino della Stia. A lui io avevo tolto il pianto dei suoi e degli estranei.

— Se fosse lui! — dissi tra me. — Se fosse venuto a trovarmi, qua, per vendicarsi, svelando ogni cosa...

Il Paleari intanto, lui solo, non aveva provato né meraviglia né paura. Non riusciva ancora a capire come un fenomeno così semplice e comune ci avesse tanto impressionati. Che cos'era la levitazione del tavolino, dopo tutte le meraviglie a cui avevamo assistito prima? Per lui contava ben poco che il fenomeno si fosse manifestato alla luce. Piuttosto non sapeva spiegarsi come mai Scipione si trovasse là, in camera mia, mentre lui lo credeva a letto.

— Mi stupisce, — diceva, — perché di solito questo poveretto non si interessa di nulla. Ma si vede che queste nostre sedute misteriose gli hanno dato una certa curiosità. Sarà venuto a spiare, sarà entrato di nascosto, e allora... pàffete, acchiappato! Perché è innegabile, sa, signor Meis. I fenomeni straordinari della medianità nascono in gran parte dalla nevrosi epilettica, catalettica e isterica. Max prende da tutti. Sottrae anche a noi buona parte dell'energia nervosa, e la usa per produrre i fenomeni. È accertato! Non si sente anche lei, difatti, come se le avessero sottratto qualche cosa?

— Ancora no, per dire la verità.

Quasi fino all'alba mi rigirai nel letto, pensando a quell'infelice, sepolto nel cimitero di Miragno sotto il mio nome. Chi era? Da dove veniva? Perché si era ucciso? Forse voleva che la sua triste fine si sapesse. Forse era stata una riparazione, un'espiazione... e io ne avevo approfittato! Più di una volta, nel buio, lo confesso, gelai di paura. Quel pugno, lì sul tavolino, in camera mia, non lo avevo sentito io solo. Lo aveva tirato lui? E non era ancora lì, nel silenzio, presente e invisibile, accanto a me? Stavo in ascolto, per cogliere qualche rumore nella camera. Poi mi addormentai e feci sogni paurosi.

Il giorno dopo aprii le finestre alla luce.

### Glossario

- **la frode**: inganno fatto per ottenere qualcosa.
- **spirito... di poco spirito**: gioco di parole: lo spirito è l'anima di un morto, ma anche il senso dell'umorismo.
- **la tregua**: breve pausa in una lotta.
- **lo strofinio**: movimento di una cosa che sfrega contro un'altra.
- **la traversa**: pezzo di legno che unisce le gambe di una sedia.
- **i fuochi fatui**: piccole fiamme che si vedono di notte nei cimiteri o nelle paludi.
- **epilettico**: che soffre di una malattia che fa cadere a terra con forti tremori.
- **la trance**: stato simile al sonno, in cui una persona sembra non controllare più se stessa.
- **la levitazione**: il sollevarsi di una cosa da terra senza che nessuno la tocchi.
- **l'espiazione**: il pagare per una colpa con una sofferenza.
- **l'avvilimento**: tristezza di chi perde coraggio e fiducia.
- **inesperti**: che non hanno esperienza.
- **l'ostinazione**: il volere una cosa senza mai cambiare idea.
- **indegna**: che non merita rispetto.
- **il dormiveglia**: stato tra il sonno e la veglia.
- **benone**: molto bene.
- **esclamò (esclamare)**: disse a voce alta, con forza o sorpresa.
- **interruppe (interrompere)**: fermò una persona mentre parlava.
- **strinsi (stringere)**: tenni forte con la mano o con le braccia.
- **il fiammifero**: bastoncino sottile che si accende per fare una piccola fiamma.
- **strillò (strillare)**: gridò con voce acuta.
- **aquì**: parola spagnola di Pepita: qui.
- **domandiamo (domandare)**: chiediamo.
- **perbacco**: esclamazione di sorpresa o di forte impazienza.
- **permisso**: parola spagnola di Pepita: permesso.

## § 15. — Io e l'ombra mia.

Mi è successo più volte di svegliarmi nel cuore della notte. (La notte, in questo caso, non dimostra veramente di avere cuore.) Allora, al buio, nel silenzio, ho provato una strana meraviglia, uno strano imbarazzo. Ripensavo a qualche cosa fatta durante il giorno, alla luce, senza farci caso. E ho domandato a me stesso: a decidere le nostre azioni non contribuiscono anche i colori? Anche la vista delle cose intorno, il vario rumore della vita? Ma sì, senza dubbio; e chi sa quante altre cose! Secondo il signor Anselmo, non viviamo forse in relazione con l'universo? Ora vediamo quante sciocchezze questo maledetto universo ci fa commettere. E poi ne diamo la colpa alla nostra misera coscienza. Eppure lei è tirata da forze esterne, abbagliata da una luce che è fuori di lei. E al contrario, quante decisioni prendiamo di notte, quanti piani, quanti espedienti prepariamo! E alla luce del giorno sembrano inutili, crollano e spariscono. Il giorno è una cosa e la notte un'altra. Così forse anche noi siamo una cosa di giorno e un'altra di notte. Una cosa miserabilissima, ahimè, tanto di notte quanto di giorno.

So che, aprendo dopo quaranta giorni le finestre della mia camera, non provai nessuna gioia nel rivedere la luce. Il ricordo di ciò che avevo fatto in quei giorni al buio me la oscurò orribilmente. Tutte le ragioni, le scuse e le convinzioni avevano avuto il loro peso e il loro valore in quel buio. Appena spalancate le finestre, non ne ebbero più nessuno, o ne ebbero uno del tutto opposto. C'era quel povero me che per tanto tempo era rimasto con le finestre chiuse. Aveva fatto di tutto per alleggerirsi la noia agitata della prigionia. Ora, timido come un cane bastonato, andava invano dietro a quell'altro me che aveva aperto le finestre. Quest'altro si svegliava alla luce del giorno, accigliato, severo, impetuoso. Invano il primo cercava di allontanarlo dai pensieri cupi. Invano voleva convincerlo a rallegrarsi davanti allo specchio: l'operazione era riuscita bene, la barba era ricresciuta. E anche il pallore, in qualche modo, rendeva più fine il mio aspetto.

— Imbecille, che hai fatto? Che hai fatto?

Che cosa avevo fatto? Niente, siamo giusti! Avevo fatto la corte ad Adriana. Al buio (era colpa mia?) non avevo più visto ostacoli, e avevo perduto il controllo che mi ero imposto. Papiano voleva togliermi Adriana. La signorina Caporale me l'aveva data, me l'aveva fatta sedere accanto. E si era presa un pugno sulla bocca, poverina. Io soffrivo. E naturalmente, per quelle sofferenze, credevo come ogni altro sciagurato (leggi: uomo) di aver diritto a un compenso. E poiché l'avevo accanto a me, me l'ero preso. Lì si facevano gli esperimenti della morte. E Adriana, accanto a me, era la vita, la vita che aspetta un bacio per aprirsi alla gioia. Ora Manuel Bernaldez aveva baciato al buio la sua Pepita, e allora anch'io...

— Ah!

Mi buttai sulla poltrona, con le mani sulla faccia. Mi tremavano le labbra al ricordo di quel bacio. Adriana! Adriana! Quali speranze le avevo acceso in cuore con quel bacio? Mia sposa, è vero? Aperte le finestre, festa per tutti!

Rimasi lì su quella poltrona, non so per quanto tempo, a pensare. Ora tenevo gli occhi spalancati, ora mi chiudevo tutto in me stesso, con rabbia. Era come se volessi difendermi da un forte dolore interno. Vedevo finalmente, vedevo in tutta la sua durezza, l'inganno della mia illusione. Vedevo che cosa era in fondo quella che mi era sembrata la più grande delle fortune. Così mi era parso nella prima ebbrezza della mia liberazione.

All'inizio la mia libertà mi era sembrata senza limiti. Invece, come avevo già provato, purtroppo li aveva, nella scarsezza del mio denaro. Poi mi ero accorto che si sarebbe potuta chiamare piuttosto solitudine e noia. Mi condannava a una pena terribile: la compagnia di me stesso. Allora mi ero avvicinato agli altri. Ma avevo deciso di stare bene attento a non riallacciare, neppure debolmente, i fili tagliati. A che cosa era servito? Ecco: quei fili si erano riallacciati da soli. Ero già in guardia e mi ero opposto. Ma la vita mi aveva trascinato con la sua forza irresistibile: la vita che non era più per me. Ah, ora me ne accorgevo davvero! Ora non potevo più nascondermi il mio sentimento per Adriana. Non potevo più farlo con vani pretesti, con finzioni quasi infantili, con scuse pietose e meschine. Non potevo più sminuire il valore delle mie intenzioni, delle mie parole, dei miei atti. Senza parlare, le avevo detto troppe cose, stringendole la mano, costringendola a intrecciare le sue dita con le mie. E un bacio, un bacio infine, aveva sigillato il nostro amore.

Ora, come mantenere con i fatti quella promessa? Potevo fare mia Adriana? Ma nella gora del mulino, là alla Stia, ci avevano buttato me. Erano state quelle due buone donne, Romilda e la vedova Pescatore. Non ci si erano mica buttate loro! E dunque libera era rimasta lei, mia moglie. Non io, che mi ero adattato a fare il morto. Mi ero illuso di poter diventare un altro uomo e vivere un'altra vita. Un altro uomo, sì, ma a patto di non fare nulla! E che uomo, dunque? Un'ombra d'uomo! E che vita? Mi ero accontentato di stare chiuso in me e di veder vivere gli altri. Finché era stato così, sì, avevo potuto salvare l'illusione. Avevo potuto credere, bene o male, di vivere un'altra vita. Ma ora mi ero avvicinato a questa vita, fino a cogliere un bacio da due care labbra. E ora dovevo ritirarmi con orrore. Era come se avessi baciato Adriana con le labbra di un morto. Un morto che non poteva rivivere per lei! Labbra mercenarie, sì, avrei potuto baciarne. Ma che sapore di vita c'era in quelle labbra? Oh, se Adriana, conoscendo il mio strano caso... Lei? No... no... macché! Neanche a pensarci! Lei, così pura, così timida... Ma anche se l'amore fosse stato in lei più forte di tutto, più forte di ogni riguardo sociale... Ah, povera Adriana! Come avrei potuto chiuderla con me nel vuoto della mia sorte? Come avrei potuto farla compagna di un uomo che non poteva in nessun modo dichiararsi e dimostrarsi vivo? Che fare? Che fare?

Due colpi alla porta mi fecero balzare dalla poltrona. Era lei, Adriana.

Con uno sforzo violento cercai di fermare il tumulto dei miei sentimenti. Ma non potei evitare di apparirle almeno turbato. Anche lei era turbata, ma per il pudore. Il pudore non le permetteva di mostrarsi lieta, come avrebbe voluto, di rivedermi finalmente guarito, alla luce, e contento... No? Perché no?... Alzò appena gli occhi a guardarmi, arrossì e mi porse una busta:

— Ecco, per lei...

— Una lettera?

— Non credo. Sarà il conto del dottor Ambrosini. Il domestico vuol sapere se c'è risposta.

Le tremava la voce. Sorrise.

— Subito, — dissi. Ma mi prese un'improvvisa tenerezza. Capivo che era venuta con la scusa di quel conto per avere da me una parola. Una parola che la rafforzasse nelle sue speranze. Mi vinse una pietà profonda e angosciosa, pietà di lei e di me, una pietà crudele. Mi spingeva irresistibilmente ad accarezzarla, ad accarezzare in lei il mio dolore. Soltanto in lei, che pure ne era la causa, quel dolore poteva trovare conforto. Sapevo che mi sarei compromesso ancora di più, ma non seppi resistere. Le porsi tutte e due le mani. Lei, fiduciosa ma con il viso in fiamme, alzò pian piano le sue e le posò sulle mie. Allora mi attirai sul petto la sua testina bionda e le passai leggermente una mano sui capelli.

— Povera Adriana!

— Perché? — mi domandò, sotto la carezza. — Non siamo contenti?

— Sì...

— E allora perché povera?

In quel momento ebbi un impeto di ribellione. Fui tentato di svelarle tutto, di risponderle: « Perché? Senti: io ti amo, e non posso, non devo amarti! Se tu vuoi però... » Ma basta! Che cosa poteva volere quella dolce creatura? Mi strinsi forte al petto la sua testina. E sentii che sarei stato molto più crudele se l'avessi fatta precipitare. In quel momento lei si sentiva innalzata dall'amore alla gioia più grande, senza sapere nulla. Da quella gioia io l'avrei gettata nell'abisso di disperazione che era in me.

— Perché, — dissi, lasciandola, — perché so tante cose per cui lei non può essere contenta...

Sembrò molto smarrita, e soffrì nel vedersi sciolta così all'improvviso dalle mie braccia. Dopo quelle carezze si aspettava forse che le dessi del tu? Mi guardò, notò la mia agitazione e domandò esitando:

— Cose... che sa lei... per sé, o qui... di casa mia?

Le risposi con un gesto: « Qui, qui ». Volevo togliermi la tentazione di parlare, di aprirmi con lei, che mi vinceva sempre di più.

L'avessi fatto! Dandole subito quell'unico, forte dolore, gliene avrei risparmiati altri. E io non mi sarei cacciato in nuovi e più duri pasticci. Ma la mia triste scoperta allora era troppo recente, e avevo ancora bisogno di capirla bene. L'amore e la pietà mi toglievano il coraggio di spezzare così, all'improvviso, le sue speranze. E la mia stessa vita, cioè quell'ombra d'illusione che poteva ancora restarmi finché tacevo. Sentivo poi quanto sarebbe stata odiosa la dichiarazione che avrei dovuto farle: che io avevo ancora una moglie. Sì! Sì! Se le svelavo che non ero Adriano Meis, tornavo ad essere Mattia Pascal, morto e ancora sposato! Come si possono dire cose simili? Questo era il colmo della persecuzione che una moglie può esercitare sul proprio marito. Lei si liberava di lui, riconoscendolo morto nel cadavere di un povero annegato. E continuava a pesare su di lui, addosso a lui, anche dopo la morte. Avrei potuto ribellarmi allora, è vero, dichiararmi vivo... Ma chi, al posto mio, non si sarebbe comportato come me? Tutti, tutti, in quel momento, nei miei panni, avrebbero considerato certo una fortuna potersi liberare così. Un modo così inatteso, insperato, insperabile! Via la moglie, la suocera, i debiti, un'esistenza malata e misera come la mia! Potevo forse pensare, allora, che neanche da morto mi sarei liberato della moglie? Lei sì di me, e io no di lei? E che la vita che mi ero visto davanti libera libera libera non fosse in fondo che un'illusione? Un'illusione che poteva diventare realtà solo in superficie. Una vita più schiava che mai: schiava delle finzioni, delle menzogne che con tanto disgusto ero costretto a usare? Schiava della paura di essere scoperto, pur senza aver commesso nessun delitto?

Adriana riconobbe che in casa, davvero, non aveva motivo di essere contenta; ma ora... E con gli occhi e con un sorriso triste mi domandò una cosa. Ciò che per lei era causa di dolore poteva forse essere un ostacolo per me? « No, è vero? » chiedevano quello sguardo e quel sorriso triste.

— Oh, ma paghiamo il dottor Ambrosini! — esclamai. Fingevo di ricordarmi all'improvviso del conto e del domestico che aspettava di là. Strappai la busta e, senza perdere tempo, mi sforzai di prendere un tono scherzoso. — Seicento lire! — dissi. — Guardi un po', Adriana: la Natura fa una delle sue solite stranezze. Per tanti anni mi condanna a portare un occhio, diciamo così, disobbediente. Io soffro dolori e prigionia per correggere il suo sbaglio, e ora per giunta devo pagare. Le sembra giusto?

Adriana sorrise con pena.

— Forse, — disse, — il dottor Ambrosini non sarebbe contento se lei gli rispondesse di rivolgersi alla Natura per il pagamento. Credo che si aspetti anche di essere ringraziato, perché l'occhio...

— Le sembra che stia bene?

Lei si sforzò di guardarmi e disse piano, riabbassando subito gli occhi:

— Sì... Sembra un altro...

— Io o l'occhio?

— Lei.

— Forse con questa barbaccia...

— No... perché? Le sta bene...

Me lo sarei cavato con un dito, quell'occhio! Che cosa mi importava più di averlo a posto?

— Eppure, — dissi, — forse lui, per conto suo, era più contento prima. Ora mi dà un certo fastidio... Basta. Passerà!

Andai allo stipetto a muro in cui tenevo il denaro. Allora Adriana fece per andarsene; io, stupido, la trattenni. Ma come potevo prevedere? In tutti i miei guai, grandi e piccoli, sono sempre stato aiutato dalla fortuna, come si è visto. Ora ecco come anche questa volta mi venne in aiuto.

Facendo per aprire lo stipetto, notai che la chiave non girava nella serratura. Spinsi appena appena, e subito lo sportellino cedette: era aperto!

— Come! — esclamai. — Possibile che l'abbia lasciato così?

Vedendo il mio improvviso turbamento, Adriana era diventata pallidissima. La guardai e dissi:

— Ma qui... guardi, signorina, qui qualcuno deve aver messo le mani!

Dentro lo stipetto c'era un gran disordine. I miei biglietti di banca erano stati tirati fuori dalla busta di cuoio in cui li tenevo. Erano lì sparsi sul ripiano. Adriana si nascose il viso con le mani, inorridita. Io raccolsi febbrilmente quei biglietti e mi misi a contarli.

— Possibile? — esclamai dopo aver contato, passandomi le mani tremanti sulla fronte gelata di sudore.

Adriana stava per svenire, ma si appoggiò a un tavolinetto lì vicino. Domandò con una voce che non mi sembrò più la sua:

— Hanno rubato?

— Aspetti... aspetti... Com'è possibile? — dissi io.

E mi rimisi a contare, tormentando con rabbia dita e carta. Sembrava che, a forza di strofinare, da quei biglietti potessero uscire gli altri che mancavano.

— Quanto? — mi domandò lei, sfigurata dall'orrore e dal ribrezzo, appena ebbi finito di contare.

— Dodici... dodici mila lire... — balbettai. — Erano sessantacinque... sono cinquantatre! Conti lei...

Se non l'avessi sostenuta in tempo, la povera Adriana sarebbe caduta per terra, come colpita da una mazzata. Tuttavia, con uno sforzo supremo, riuscì a riprendersi ancora una volta. Singhiozzando, scossa, cercò di liberarsi da me, che volevo farla sedere sulla poltrona. Poi provò a spingersi verso la porta:

— Chiamo il babbo! Chiamo il babbo!

— No! — le gridai, trattenendola e costringendola a sedersi. — Non si agiti così, per carità! Lei mi fa più male... Io non voglio, non voglio! Che c'entra lei? Per carità, si calmi. Mi lasci prima controllare, perché... sì, lo stipetto era aperto. Ma non posso, non voglio ancora credere a un furto così grande... Stia buona, via!

E da capo, per un ultimo scrupolo, tornai a contare i biglietti. Sapevo di certo che tutto il mio denaro stava lì, in quello stipetto. Eppure mi misi a frugare dappertutto, anche dove non potevo aver lasciato una somma simile. Avrei potuto farlo solo in un momento di pazzia. Quella ricerca mi sembrava, a poco a poco, sempre più stupida e inutile. E per continuarla mi sforzavo di credere impossibile il coraggio del ladro. Ma Adriana, quasi in delirio, con le mani sul viso, con la voce rotta dai singhiozzi, gemeva:

— È inutile! È inutile! Ladro... ladro... anche ladro!... Tutto preparato prima... Ho sentito, nel buio... mi è nato il sospetto... ma non ho voluto credere che potesse arrivare a tanto...

Papiano, sì: il ladro non poteva essere altri che lui. Lui, attraverso il fratello, durante quelle sedute spiritiche...

— Ma come mai, — gemette lei, angosciata, — come mai teneva tanto denaro, così, in casa?

Mi voltai a guardarla, inebetito. Che cosa risponderle? Potevo dirle che, nella mia condizione, dovevo per forza tenere il denaro con me? Potevo dirle che mi era vietato investirlo in qualche modo, affidarlo a qualcuno? Potevo dirle che non avrei potuto nemmeno lasciarlo in deposito in una banca? Perché per ritirarlo poteva nascere per caso qualche difficoltà, e non era improbabile. E allora non avrei più avuto modo di far riconoscere il mio diritto.

E, per non apparire stupito, fui crudele:

— Potevo forse immaginare? — dissi.

Adriana si coprì di nuovo il viso con le mani, gemendo, straziata:

— Dio! Dio! Dio!

Lo sgomento che avrebbe dovuto assalire il ladro nel commettere il furto assalì invece me. Pensavo a ciò che sarebbe successo. Papiano non poteva certo pensare che io accusassi di quel furto il pittore spagnolo o il signor Anselmo. E nemmeno la signorina Caporale, la donna di servizio o lo spirito di Max. Doveva essere certo che avrei accusato lui, lui e il fratello. Eppure, ecco, l'aveva fatto, quasi per sfidarmi.

E io? Che cosa potevo fare? Denunciarlo? E come? Ma niente, niente, niente! Non potevo fare niente! Ancora una volta, niente! Mi sentii atterrato, annientato. Era la seconda scoperta, in quel giorno! Conoscevo il ladro e non potevo denunciarlo. Che diritto avevo alla protezione della legge? Io ero fuori da ogni legge. Chi ero io? Nessuno! Per la legge io non esistevo. E chiunque, ormai, poteva rubarmi; e io, zitto!

Ma tutto questo Papiano non poteva saperlo. E dunque?

— Come ha potuto farlo? — dissi quasi tra me. — Da dove ha preso tanto coraggio?

Adriana alzò il viso dalle mani e mi guardò stupita, come per dirmi: « *E non lo sai?* »

— Ah, già! — feci, capendo all'improvviso.

— Ma lei lo denuncerà! — esclamò lei, alzandosi in piedi. — Mi lasci, la prego, mi lasci chiamare il babbo... Lo denuncerà subito!

Feci in tempo a trattenerla ancora una volta. Ci mancava solo questo: che ora Adriana mi costringesse a denunciare il furto! Non bastava che mi avessero rubato, così, dodici mila lire? Dovevo anche temere che il furto si sapesse? Dovevo pregare Adriana, scongiurarla di non gridarlo forte, di non dirlo a nessuno, per carità? Macché! Adriana, e ora lo capisco bene, non poteva assolutamente permettere che io tacessi. Non poteva accettare che obbligassi anche lei al silenzio. Non poteva accettare in nessun modo quella che sembrava una mia generosità. Le ragioni erano tante: prima il suo amore, poi l'onore della sua casa. E anche io, e l'odio che provava per il cognato.

Ma in quel momento difficile la sua giusta ribellione mi sembrò troppo. Esasperato, le gridai:

— Lei starà zitta: glielo ordino! Non dirà nulla a nessuno, ha capito? Vuole uno scandalo?

— No! No! — si affrettò a protestare la povera Adriana, piangendo. — Voglio liberare la mia casa dalla vergogna di quell'uomo!

— Ma lui negherà! — insistei io. — E allora lei, e tutti quelli di casa, davanti al giudice... Non capisce?

— Sì, benissimo! — rispose Adriana con fuoco, tutta vibrante di sdegno. — Neghi, neghi pure! Ma noi, per conto nostro, abbiamo altro da dire contro di lui, creda. Lei lo denunci, non abbia riguardi, non tema per noi... Ci farà un bene, creda, un gran bene! Vendicherà la mia povera sorella... Dovrebbe capirlo, signor Meis: mi offenderebbe, se non lo facesse. Io voglio, voglio che lei lo denunci. Se non lo fa lei, lo farò io! Come vuole che io resti con mio padre sotto questa vergogna? No! No! No! E poi...

La strinsi fra le braccia. Non pensai più al denaro rubato, vedendola soffrire così, agitata, disperata. Le promisi che avrei fatto come voleva lei, purché si calmasse. No, quale vergogna? Non c'era nessuna vergogna per lei, né per il suo babbo. Io sapevo su chi ricadeva la colpa di quel furto. Papiano aveva calcolato che il mio amore per lei valesse bene dodicimila lire. E io dovevo dimostrargli di no? Denunciarlo? Ebbene, sì, l'avrei fatto, non per me, ma per liberare la sua casa da quel miserabile. Sì, ma a un patto. Prima di tutto doveva calmarsi e non piangere più così, via! Via! E poi doveva giurarmi una cosa, su ciò che aveva di più caro al mondo. Non avrebbe parlato a nessuno, a nessuno, di quel furto, prima che io avessi consultato un avvocato. Dovevo consultarlo per tutte le conseguenze che, così agitati, né io né lei potevamo prevedere.

— Me lo giura? Su ciò che ha di più caro?

Me lo giurò. E con uno sguardo, tra le lacrime, mi fece capire su che cosa lo giurava, che cosa aveva di più caro.

Povera Adriana!

Rimasi lì, solo, in mezzo alla camera, sbalordito, vuoto, annientato. Era come se tutto il mondo per me fosse diventato inutile. Quanto tempo passò prima che mi riprendessi? E come mi ripresi? Scemo... scemo!... Come uno scemo, andai a osservare lo sportello dello stipetto, per vedere se c'era qualche traccia di violenza. No, nessuna traccia. Era stato aperto pulitamente, con un grimaldello, mentre io conservavo con tanta cura la chiave in tasca.

« *E non si sente lei*, — mi aveva domandato il Paleari alla fine dell'ultima seduta, — *non si sente lei come se le avessero sottratto qualche cosa?* »

Dodici mila lire!

Di nuovo mi assalì il pensiero della mia assoluta impotenza, del mio essere nulla, e mi schiacciò. Non avevo davvero pensato a questa possibilità: che potessero rubarmi e che io fossi costretto a restare zitto. E perfino con la paura che il furto fosse scoperto. Era come se l'avessi commesso io, e non un ladro a mio danno!

— Dodici mila lire? Ma poche! Poche! Possono rubarmi tutto, levarmi perfino la camicia di dosso; e io, zitto! Che diritto ho io di parlare? La prima cosa che mi domanderebbero sarebbe questa: « E voi chi siete? Da dove vi era venuto quel denaro? » Ma senza denunciarlo... vediamo un po'! Se questa sera lo afferro per il collo? Gli grido: « Qua subito il denaro che hai preso di là, dallo stipetto, pezzo di ladro! » Lui strilla, nega. Può forse dirmi: « Sissignore, eccolo qua, l'ho preso per sbaglio... »? E allora? Anzi, può anche darsi che mi denunci per diffamazione. Zitto, dunque, zitto! Mi è sembrata una fortuna essere creduto morto? Ebbene, sono morto davvero. Morto? Peggio che morto. Me l'ha ricordato il signor Anselmo: i morti non devono più morire, e io sì. Io sono ancora vivo per la morte e morto per la vita. Che vita infatti può essere più la mia? La noia di prima, la solitudine, la compagnia di me stesso?

Mi nascosi il viso con le mani e caddi a sedere sulla poltrona.

Ah, fossi stato almeno un mascalzone! Forse avrei potuto adattarmi a restare così, sospeso nell'incertezza della sorte, abbandonato al caso. Forse avrei sopportato un rischio continuo, senza una base, senza consistenza. Ma io? Io no. E che fare, dunque? Andarmene via? E dove? E Adriana? Ma che cosa potevo fare per lei? Nulla... nulla... Ma come andarmene così, senza nessuna spiegazione, dopo quello che era successo? Lei ne avrebbe cercato la causa in quel furto. Avrebbe detto: « E perché ha voluto salvare il colpevole, e punire me innocente? » Ah no, no, povera Adriana! Ma d'altra parte, non potendo far nulla, come potevo sperare di rendere meno brutta la mia parte verso di lei? Per forza dovevo mostrarmi incoerente e crudele. L'incoerenza e la crudeltà stavano nella mia stessa sorte, e io per primo ne soffrivo. Perfino Papiano, il ladro, con quel furto era stato più coerente e meno crudele di quanto purtroppo avrei dovuto mostrarmi io.

Lui voleva Adriana, per non restituire al suocero la dote della prima moglie. Io avevo voluto togliergli Adriana? E dunque quella dote dovevo restituirla io, al Paleari.

Per essere un ladro, coerentissimo!

Ladro? Ma nemmeno ladro, perché in fondo il furto sarebbe stato più apparente che reale. Infatti lui conosceva l'onestà di Adriana, e non poteva pensare che volessi farne la mia amante. Certo volevo farla mia moglie. E allora avrei riavuto il mio denaro sotto forma di dote di Adriana. E per di più avrei avuto una mogliettina saggia e buona. Che cosa cercavo di più?

Oh, io ero sicuro di una cosa. Se avessi potuto aspettare, e se Adriana avesse avuto la forza di tacere, Papiano avrebbe mantenuto la promessa. Avrebbe restituito la dote della moglie morta, anche prima dell'anno di tempo che aveva chiesto.

Quel denaro, è vero, non poteva più venire a me, perché Adriana non poteva essere mia. Ma sarebbe andato a lei, se ora avesse saputo tacere, seguendo il mio consiglio. E se io avessi potuto fermarmi lì ancora per un po' di tempo. Avrei dovuto usare molta arte, molta arte. E allora Adriana, se non altro, ci avrebbe forse guadagnato questo: la restituzione della dote.

Pensando così, mi calmai un po', almeno per lei. Ah, non per me! Per me restava la durezza dell'inganno scoperto, quello della mia illusione. Di fronte a questo, il furto delle dodici mila lire era nulla. Anzi, era un bene, se poteva diventare un vantaggio per Adriana.

Mi vidi escluso per sempre dalla vita, senza possibilità di rientrarci. Con quel lutto nel cuore, con quell'esperienza fatta, me ne sarei andato via, ora, da quella casa. Mi ero già abituato a quella casa, vi avevo trovato un po' di pace, mi ero fatto quasi il nido. E di nuovo per le strade, senza meta, senza scopo, nel vuoto. La paura di ricadere nei lacci della vita mi avrebbe tenuto più lontano che mai dagli uomini. Sarei stato solo, solo, del tutto solo, diffidente, sospettoso. E il supplizio di Tantalo sarebbe ricominciato per me.

Uscii di casa come un matto. Dopo un bel po' mi ritrovai sulla via Flaminia, vicino a Ponte Molle. Che cosa ero andato a fare lì? Mi guardai intorno. Poi i miei occhi si fissarono sull'ombra del mio corpo, e rimasi un po' a guardarla. Alla fine alzai un piede, con rabbia, sopra di lei. Ma io no, io non potevo calpestarla, l'ombra mia.

Chi era più ombra di noi due? Io o lei?

Due ombre!

Là, là per terra; e chiunque poteva passarci sopra: schiacciarmi la testa, schiacciarmi il cuore. E io, zitto; l'ombra, zitta.

— L'ombra di un morto: ecco la mia vita...

Passò un carro. Rimasi lì fermo, apposta: prima il cavallo, con le quattro zampe, poi le ruote del carro.

— Là, così! Forte, sul collo! Oh, oh, anche tu, cagnolino? Su, da bravo, sì: alza una zampa! Alza una zampa!

Scoppiai a ridere di un riso cattivo. Il cagnolino scappò via, spaventato, e il carrettiere si voltò a guardarmi. Allora mi mossi; e l'ombra, con me, davanti a me. Affrettai il passo per cacciarla sotto altri carri, sotto i piedi dei passanti, con piacere. Mi aveva preso una smania cattiva, che quasi mi graffiava la pancia. Alla fine non sopportai più di vedermi davanti quella mia ombra. Avrei voluto scuotermela dai piedi. Mi voltai; ma ecco: ora l'avevo dietro.

« E se mi metto a correre, — pensai, — mi seguirà! »

Mi strofinai forte la fronte, per paura di stare impazzendo, di farmene una fissazione. Ma sì! Era così! Quell'ombra era il simbolo, lo spettro della mia vita. Ero io, là per terra, alla mercé dei piedi degli altri. Ecco che cosa restava di Mattia Pascal, morto alla Stia: la sua ombra per le strade di Roma.

Ma aveva un cuore, quell'ombra, e non poteva amare. Aveva denaro, quell'ombra, e chiunque poteva rubarglielo. Aveva una testa, ma per pensare e capire questo. Era la testa di un'ombra, e non l'ombra di una testa. Proprio così!

Allora la sentii come una cosa viva, e provai dolore per lei. Era come se il cavallo, le ruote del carro e i piedi dei passanti l'avessero davvero straziata. E non volli più lasciarla lì, esposta, per terra. Passò un tram, e ci salii.

Rientrando in casa...

### Glossario

- **il pudore**: sentimento di timidezza e di riserbo nei confronti degli altri.
- **mercenarie (labbra)**: labbra di chi si fa pagare; qui: di donne che vendono il loro amore.
- **lo stipetto**: piccolo armadio nel muro.
- **il grimaldello**: ferro che serve ad aprire una serratura senza la chiave.
- **denunciare**: dire alla polizia che qualcuno ha fatto un reato.
- **la diffamazione**: reato di chi parla male di una persona e le toglie il buon nome.
- **la dote**: soldi o beni che una donna porta al marito quando si sposa.
- **il supplizio di Tantalo**: il tormento di chi vede ciò che desidera e non può mai averlo.
- **alla mercé**: completamente nelle mani di qualcuno o di qualcosa.
- **abbagliata**: resa quasi cieca da una luce troppo forte.
- **gli espedienti**: mezzi furbi per risolvere un problema.
- **orribilmente**: in modo terribile.
- **spalancate**: aperte del tutto.
- **alleggerirsi**: rendere più leggero qualcosa per sé.
- **accigliato**: con la fronte scura, serio e scontento.
- **impetuoso**: pieno di forza, che agisce con violenza.
- **macché**: parola per dire «no, per niente».
- **esclamai (esclamare)**: dissi a voce alta, con forza o sorpresa.
- **strinsi (stringere)**: tenni forte con la mano o con le braccia.
- **straziata**: che soffre moltissimo.
- **assalì (assalire)**: attaccò all'improvviso.
- **annientato**: distrutto del tutto.

## § 16. — Il ritratto di Minerva.

Già prima che mi aprissero la porta, indovinai che in casa doveva essere successo qualcosa di grave. Sentivo gridare Papiano e il Paleari. Mi venne incontro la Caporale, tutta sconvolta:

— È dunque vero? Dodici mila lire?

Mi fermai, senza fiato, smarrito. In quel momento Scipione Papiano, l'epilettico, attraversò la saletta d'ingresso. Era scalzo, con le scarpe in mano, pallidissimo, senza giacca. Intanto suo fratello strillava dall'altra stanza:

— E ora denunci! denunci!

Subito sentii una forte rabbia contro Adriana. Nonostante il mio divieto e il suo giuramento, aveva parlato.

— Chi l'ha detto? — gridai alla Caporale. — Non è vero niente! Ho ritrovato!

La Caporale mi guardò stupita:

— Il denaro? Ritrovato? Davvero? Ah, Dio sia lodato! — esclamò, alzando le braccia.

Corse nel salotto da pranzo e io la seguii. Là Papiano e il Paleari gridavano e Adriana piangeva. Piena di gioia, la Caporale annunciò:

— Ritrovato! ritrovato! Ecco il signor Meis! Ha ritrovato il denaro!

— Come!

— Ritrovato?

— Possibile?

Tutti e tre restarono sbalorditi. Ma Adriana e il padre avevano il viso in fiamme. Papiano invece era grigio come la terra, sfigurato.

Lo fissai per un istante. Dovevo essere più pallido di lui, e tremavo tutto. Lui abbassò gli occhi, come spaventato, e si lasciò cadere dalle mani la giacca del fratello. Gli andai davanti, quasi petto contro petto, e gli tesi la mano.

— Mi scusi tanto; lei, e tutti... mi scusino, — dissi.

— No! — gridò Adriana, indignata; ma subito si premette il fazzoletto sulla bocca.

Papiano la guardò, e non ebbe il coraggio di darmi la mano. Allora ripetei:

— Mi scusi... — e allungai ancora di più la mano, per sentire come tremava la sua. Pareva la mano di un morto. Anche gli occhi, torbidi e quasi spenti, parevano quelli di un morto.

— Sono proprio addolorato, — aggiunsi, — per la confusione e per il grave dispiacere che ho causato senza volerlo...

— Ma no... cioè, sì... veramente, — balbettò il Paleari, — ecco, era una cosa che... sì, non poteva essere, perbacco! Felicissimo, signor Meis, sono proprio felicissimo che lei abbia ritrovato questo denaro, perché...

Papiano sbuffò e si passò tutte e due le mani sulla fronte sudata e sulla testa. Poi ci voltò le spalle e si mise a guardare verso il terrazzino.

— Ho fatto come quel tale... — ripresi, sforzandomi di sorridere. — Cercavo l'asino e c'ero sopra. Avevo le dodici mila lire qua, nel portafoglio, con me.

Ma Adriana, a questo punto, non poté più resistere:

— Ma se lei, — disse, — ha guardato dappertutto, in mia presenza; se lì, nello stipetto...

— Sì, signorina, — la interruppi, con una fermezza fredda e severa. — Ma ho cercato male, evidentemente, visto che le ho ritrovate... Anzi, chiedo scusa soprattutto a lei. Per la mia distrazione, lei ha dovuto soffrire più degli altri. Ma spero che...

— No! no! no! — gridò Adriana. Scoppiò in singhiozzi e uscì di corsa dalla stanza, seguita dalla Caporale.

— Non capisco... — fece il Paleari, stordito.

Papiano si voltò con rabbia:

— Io me ne vado lo stesso, oggi... Pare che, ormai, non ci sia più bisogno di... di...

Si interruppe, come se gli mancasse il fiato. Voleva rivolgersi a me, ma non ebbe il coraggio di guardarmi in faccia:

— Io... io non ho potuto, creda, neanche dire di no... quando mi hanno... qua, preso in mezzo... Mi sono gettato su mio fratello che... nella sua incoscienza... malato com'è... irresponsabile, cioè, credo... chi sa! Si poteva immaginare, che... L'ho trascinato qua... Una scena selvaggia! Mi sono visto costretto a spogliarlo... a frugargli addosso... dappertutto... negli abiti, fin nelle scarpe... E lui... ah!

A questo punto il pianto gli salì alla gola. Gli occhi gli si gonfiarono di lacrime. Come strozzato dall'angoscia, aggiunse:

— Così hanno visto che... Ma già, se lei... Dopo questo, io me ne vado!

— Ma no! Niente affatto! — dissi allora. — Per causa mia? Lei deve rimanere qua! Me ne andrò piuttosto io!

— Ma che dice, signor Meis? — esclamò il Paleari, addolorato.

Anche Papiano voleva soffocare il pianto, ma non riusciva a parlare. Disse di no con la mano. Poi aggiunse:

— Dovevo... dovevo andarmene. Anzi, tutto questo è successo perché io... così, innocentemente... ho annunciato che volevo andarmene. È per mio fratello, che non si può più tenere in casa... Il marchese, anzi, mi ha dato... — l'ho qua — una lettera per il direttore di una casa di cura a Napoli. Devo andarci anche per altri documenti che gli servono... E mia cognata allora, che ha per lei... meritatamente, tanto... tanto rispetto..., è saltata su. Ha detto che nessuno doveva muoversi di casa... che tutti dovevamo rimanere qua... perché lei... non so... aveva scoperto... A me, questo! al proprio cognato!... L'ha detto proprio a me... forse perché io, povero ma onesto, devo ancora restituire qua, a mio suocero...

— Ma che cosa vai a pensare, adesso! — esclamò il Paleari, interrompendolo.

— No! — ripeté Papiano con fierezza. — Io ci penso! ci penso bene, non dubitate! E se me ne vado... Povero, povero, povero Scipione!

Non riuscì più a trattenersi e scoppiò a piangere forte.

— Ebbene, — fece il Paleari, stordito e commosso. — E che c'entra più, adesso?

— Povero fratello mio! — continuò Papiano, con un grido così sincero, che anch'io quasi sentii la pietà muoversi dentro di me.

Capii in quel grido il rimorso che doveva provare in quel momento per il fratello. Si era servito di lui. Se io l'avessi denunciato, avrebbe dato a lui la colpa del furto. E poco prima gli aveva fatto subire l'offesa di quella perquisizione.

Nessuno meglio di lui sapeva che io non potevo aver ritrovato il denaro che mi aveva rubato. La mia dichiarazione inattesa lo salvava proprio nel momento in cui si vedeva perduto. In quel momento lui accusava il fratello, o almeno lasciava capire che soltanto Scipione poteva essere l'autore del furto. Questo doveva essere il piano che aveva preparato prima. La mia dichiarazione lo aveva schiacciato del tutto. Ora piangeva perché aveva un bisogno irresistibile di sfogare il suo animo, così duramente colpito. E forse anche perché sentiva che poteva stare davanti a me soltanto così, piangendo. Con quel pianto si prostrava davanti a me, quasi si inginocchiava ai miei piedi. Ma lo faceva a una condizione: che io continuassi a dire di aver ritrovato il denaro. Se avessi approfittato della sua umiliazione per tirarmi indietro, si sarebbe alzato contro di me, furioso. Lui — questo era già inteso — non sapeva e non doveva sapere nulla di quel furto. E io, con la mia dichiarazione, salvavo soltanto suo fratello. Del resto, suo fratello non avrebbe forse sofferto nulla, se io l'avessi denunciato, data la sua malattia. Da parte sua, ecco, lui si impegnava a restituire la dote al Paleari, come aveva già lasciato capire.

Tutto questo mi parve di capire da quel suo pianto. Il signor Anselmo e anch'io lo invitammo a calmarsi, e alla fine si calmò. Disse che sarebbe tornato presto da Napoli, appena chiuso il fratello nella casa di cura. Doveva anche *chiudere i suoi conti in un certo affare avviato da poco là, in società con un amico*. E doveva cercare i documenti che servivano al marchese.

— Anzi, a proposito, — concluse, rivolgendosi a me. — Chi ci pensava più? Il signor marchese mi aveva detto che, se non le dispiace, oggi... insieme con mio suocero e con Adriana...

— Ah, bravo, sì! — esclamò il signor Anselmo, senza lasciarlo finire. — Andremo tutti... benissimo! Mi pare che ci sia ragione di stare allegri, ora, perbacco! Che ne dice, signor Adriano?

— Per me... — feci io, aprendo le braccia.

— E allora, verso le quattro... Va bene? — propose Papiano, asciugandosi gli occhi per l'ultima volta.

Mi ritirai in camera. Il mio pensiero corse subito ad Adriana, che era scappata singhiozzando dopo la mia smentita. E se ora fosse venuta a chiedermi una spiegazione? Certo neanche lei poteva credere che avessi davvero ritrovato il denaro. Che cosa doveva dunque pensare? Che io, negando il furto in quel modo, avevo voluto punirla per il giuramento non mantenuto. Ma perché? Evidentemente perché dall'avvocato avevo saputo che anche lei e tutti quelli di casa sarebbero stati ritenuti responsabili. Le avevo detto infatti che volevo chiedere consiglio a un avvocato, prima di denunciare il furto. Ebbene, e lei non mi aveva detto che avrebbe affrontato volentieri lo scandalo? Sì: ma io — era chiaro — io non avevo voluto. Avevo preferito sacrificare così dodici mila lire... E dunque, doveva credere che fosse generosità da parte mia, un sacrificio per amore suo? Ecco a quale altra bugia mi costringeva la mia condizione. Era una bugia disgustosa. Mi faceva bello di una prova d'amore squisita e delicatissima. Mi attribuiva una generosità tanto più grande, quanto meno lei l'aveva chiesta e desiderata.

Ma no! Ma no! Ma no! Che cosa stavo immaginando? Dovevo arrivare a ben altre conclusioni, seguendo la logica di quella mia bugia necessaria e inevitabile. Che generosità! che sacrificio! che prova d'amore! Potevo forse illudere ancora quella povera ragazza? Dovevo soffocarla, soffocarla, la mia passione. Non dovevo più rivolgere ad Adriana né uno sguardo né una parola d'amore. E allora? Come avrebbe potuto mettere d'accordo la mia apparente generosità con il modo in cui dovevo trattarla d'ora in poi? Ero dunque costretto ad approfittare di quel furto per troncare ogni rapporto con lei. Era il furto che lei aveva rivelato contro la mia volontà e che io avevo smentito. Ma che logica era questa? Delle due l'una. O io avevo subìto il furto, e allora perché non denunciavo il ladro, che conoscevo? Perché invece toglievo a lei il mio amore, come se anche lei ne fosse colpevole? Oppure avevo davvero ritrovato il denaro, e allora perché non continuavo ad amarla?

Sentii che mi soffocavano la nausea, la rabbia, l'odio per me stesso. Avessi almeno potuto dirle che la mia non era generosità! Che io non potevo, in nessun modo, denunciare il furto... Ma dovevo pure darle una ragione... Erano forse denari rubati, i miei? Lei avrebbe potuto pensare anche questo... O dovevo dirle che ero un perseguitato, un fuggitivo compromesso? Che dovevo vivere nell'ombra e non potevo legare a me il destino di una donna? Altre bugie alla povera ragazza... Ma, d'altra parte, la verità ora sembrava incredibile anche a me. Era una favola assurda, un sogno senza senso. Potevo dirle la verità? Per non mentire anche adesso, dovevo confessarle di aver mentito sempre? Ecco dove mi avrebbe portato la rivelazione del mio stato. E a che scopo? Non sarebbe stata né una scusa per me, né un rimedio per lei.

Tuttavia, indignato ed esasperato com'ero in quel momento, forse avrei confessato tutto ad Adriana. L'avrei fatto, se lei fosse entrata di persona in camera mia a spiegarmi perché non aveva mantenuto il giuramento. Invece mandò la Caporale.

La ragione la sapevo già: me l'aveva detta Papiano stesso. La Caporale aggiunse che Adriana era inconsolabile.

— E perché? — domandai, con un'indifferenza forzata.

— Perché non crede, — mi rispose, — che lei abbia davvero ritrovato il denaro.

Lì per lì mi nacque un'idea. Del resto, si accordava con il mio stato d'animo e con la nausea che provavo per me stesso. L'idea era di far perdere ad Adriana ogni stima di me, perché non mi amasse più. Dovevo mostrarmi falso, duro, volubile, interessato... Così mi sarei punito del male che le avevo fatto. Sul momento, sì, le avrei causato altro male, ma a fin di bene, per guarirla.

— Non crede? Come no? — dissi alla Caporale, con una risata cattiva. — Dodici mila lire, signorina... e che sono, sabbia? Crede che sarei così tranquillo, se me le avessero davvero rubate?

— Ma Adriana mi ha detto... — provò ad aggiungere lei.

— Sciocchezze! sciocchezze! — tagliai corto. — È vero, guardi... sospettai per un momento... Ma dissi anche alla signorina Adriana che non credevo possibile il furto... E infatti, via! Del resto, che ragione avrei di dire che ho ritrovato il denaro, se non l'avessi ritrovato davvero?

La signorina Caporale si strinse nelle spalle.

— Forse Adriana crede che lei possa avere qualche ragione per...

— Ma no! ma no! — mi affrettai a interromperla. — Si tratta, ripeto, di dodici mila lire, signorina... Fossero state trenta, quaranta lire, eh via!... Non ho idee così generose, mi creda... Che diamine! ci vorrebbe un eroe...

La signorina Caporale se ne andò, per riferire ad Adriana le mie parole. Allora mi torsi le mani e me le morsi. Dovevo proprio comportarmi così? Approfittare di quel furto, come se con quel denaro rubato volessi pagarla, compensarla delle speranze deluse? Ah, era vile questo mio modo di agire! Di là lei avrebbe certo gridato di rabbia e mi avrebbe disprezzato. Non avrebbe capito che il suo dolore era anche il mio. Ebbene, così doveva essere! Lei doveva odiarmi, disprezzarmi, come io mi odiavo e mi disprezzavo. E anzi, volevo essere ancora più feroce contro me stesso e far crescere il suo disprezzo. Per questo ora mi sarei mostrato tenerissimo con Papiano, il suo nemico. Sarebbe stato come compensarlo, agli occhi di lei, del sospetto che avevo avuto contro di lui. Sì, sì, e così avrei stordito anche il mio ladro, fino a far credere a tutti che ero pazzo... E ancora di più, ancora di più: non dovevamo andare subito a casa del marchese Giglio? Ebbene, quel giorno stesso mi sarei messo a fare la corte alla signorina Pantogada...

— Mi disprezzerai ancora di più, così, Adriana! — gemetti, gettandomi sul letto. — Che altro, che altro posso fare per te?

Poco dopo le quattro, il signor Anselmo venne a bussare alla porta della mia camera.

— Eccomi, — gli dissi, e mi infilai il pastrano. — Sono pronto.

— Viene così? — mi domandò il Paleari, guardandomi meravigliato.

— Perché? — feci io.

Ma mi accorsi subito che avevo ancora in testa il berrettino da viaggio, che di solito portavo in casa. Me lo cacciai in tasca e presi il cappello dall'attaccapanni, mentre il signor Anselmo rideva, rideva come se lui...

— Dove va, signor Anselmo?

— Ma guardi un po' come stavo per uscire anch'io! — rispose ridendo, e mi indicò le pantofole ai piedi. — Vada, vada di là; c'è Adriana...

— Viene anche lei? — domandai.

— Non voleva venire, — disse il Paleari, avviandosi verso la sua camera. — Ma l'ho convinta. Vada: è nel salotto da pranzo, già pronta...

Con che sguardo duro, pieno di rimprovero, mi accolse in quella stanza la signorina Caporale! Aveva sofferto tanto per amore, e tante volte la dolce ragazza, che non sapeva nulla, l'aveva confortata. Ora che Adriana sapeva, ora che Adriana era ferita, voleva confortarla lei a sua volta, grata e premurosa. E si ribellava contro di me, perché le pareva ingiusto che facessi soffrire una creatura così buona e bella. Lei sì, lei non era bella e non era buona. Perciò se gli uomini erano cattivi con lei, potevano avere almeno un'ombra di scusa. Ma perché far soffrire così Adriana?

Questo mi disse il suo sguardo, e mi invitò a guardare quella che facevo soffrire.

Com'era pallida! Negli occhi si vedeva ancora che aveva pianto. Chi sa che sforzo, nell'angoscia, le era costato vestirsi per uscire con me...

*

Non andavo a quella visita con l'animo tranquillo. Eppure la figura e la casa del marchese Giglio d'Auletta mi fecero nascere una certa curiosità.

Sapevo perché stava a Roma. Voleva restaurare il Regno delle Due Sicilie. Ormai vedeva un solo mezzo: la lotta per il trionfo del potere temporale. Se Roma fosse stata restituita al papa, l'unità d'Italia si sarebbe sfasciata, e allora... chi sa! Il marchese non voleva arrischiare profezie. Per il momento, il suo compito era ben definito: lotta senza pietà, là, nel campo clericale. E la sua casa era frequentata dai prelati più intransigenti della Curia, dai difensori più ardenti del partito nero.

Quel giorno, però, nel vasto salone splendidamente arredato non trovammo nessuno. Cioè, no. Nel mezzo c'era un cavalletto, che reggeva una tela abbozzata a metà. Voleva essere il ritratto di *Minerva*, la cagnetta di Pepita. Era tutta nera, sdraiata su una poltrona tutta bianca, con la testa allungata sulle due zampette davanti.

— Opera del pittore Bernaldez, — ci annunciò gravemente Papiano. Pareva che facesse una presentazione, e che noi dovessimo rispondere con un profondissimo inchino.

Entrarono per prime Pepita Pantogada e la governante, signora Candida.

Le avevo già viste tutte e due nella semioscurità della mia camera. Ora, alla luce, la signorina Pantogada mi parve un'altra; non in tutto, veramente, ma nel naso... Possibile che avesse quel naso in casa mia? Me l'ero immaginata con un nasino all'insù, ardito, e invece l'aveva aquilino e robusto. Ma era bella anche così: bruna, con gli occhi che brillavano, i capelli lucidi, nerissimi e ondulati. Aveva le labbra sottili, taglienti, accese. L'abito scuro, punteggiato di bianco, pareva dipinto sul suo corpo snello e formoso. Accanto a lei, la dolce bellezza bionda di Adriana impallidiva.

E finalmente potei capire che cosa avesse in testa la signora Candida! Una magnifica parrucca rossa, riccioluta. E sulla parrucca c'era un ampio fazzoletto di seta azzurro chiaro, anzi uno scialle, annodato con arte sotto il mento. Tanto era vivace la cornice, tanto era squallida la faccina magra e flaccida, anche se imbiancata, lisciata e truccata.

*Minerva*, intanto, la vecchia cagnetta, con i suoi abbaiamenti rauchi e sforzati, non lasciava fare i saluti. La povera bestiola però non abbaiava a noi. Abbaiava al cavalletto, abbaiava alla poltrona bianca, che per lei dovevano essere strumenti di tortura. Era la protesta e lo sfogo di un'anima esasperata. Avrebbe voluto far fuggire dal salone quel maledetto arnese dalle tre lunghe zampe. Ma quello restava lì, immobile e minaccioso. Allora si tirava indietro lei, abbaiando, poi gli saltava contro, digrignando i denti, e tornava a tirarsi indietro, furiosa.

Piccola, tozza, grassa sulle quattro zampette troppo sottili, *Minerva* era davvero sgraziata. Gli occhi erano già appannati dalla vecchiaia e i peli della testa erano diventati grigi. Sul dorso, vicino all'attaccatura della coda, era tutta spelata. Aveva infatti l'abitudine di grattarsi furiosamente sotto gli scaffali, contro le traverse delle sedie, dovunque e comunque poteva. Ne sapevo qualche cosa.

Pepita all'improvviso la afferrò per il collo e la gettò in braccio alla signora Candida, gridandole:

— *Cito!*

In quel momento entrò di corsa don Ignazio Giglio d'Auletta. Curvo, quasi spezzato in due, corse alla sua poltrona vicino alla finestra. Appena seduto, si mise il bastone tra le gambe, fece un respiro profondo e sorrise alla sua stanchezza mortale. Il viso sfinito, rasato, tutto solcato di rughe verticali, era pallido come quello di un cadavere. Ma gli occhi, al contrario, erano vivacissimi, ardenti, quasi giovanili. Sulle guance e sulle tempie gli scendevano in modo strano certe grosse ciocche di capelli. Parevano lingue di cenere bagnata.

Ci accolse con molta cordialità, parlando con un forte accento napoletano. Poi pregò il suo segretario di continuare a mostrarmi i ricordi di cui era pieno il salone. Questi ricordi dimostravano la sua fedeltà alla dinastia dei Borboni. Ci fermammo davanti a un quadretto coperto da un drappo verde. Sul drappo era ricamata in oro questa scritta: « *Non nascondo; riparo; àlzami e leggi* ». Il marchese pregò Papiano di staccare il quadretto dalla parete e di portarglielo. Sotto c'era, protetta dal vetro e incorniciata, una lettera di Pietro Ulloa. Era del settembre 1860, cioè degli ultimi respiri del regno. Ulloa invitava il marchese Giglio d'Auletta a far parte di un Ministero. Quel Ministero poi non si poté formare. Accanto c'era la brutta copia della lettera con cui il marchese accettava. Era una lettera fiera, che condannava tutti quelli che avevano rifiutato la responsabilità del potere. Lo avevano fatto in quel momento di supremo pericolo e di angosciosa confusione. Il nemico, il filibustiere Garibaldi, era già quasi alle porte di Napoli.

Il vecchio lesse ad alta voce questo documento. Si accese e si commosse tanto, che lo ammirai. Eppure ciò che leggeva era del tutto contrario ai miei sentimenti. Anche lui, a modo suo, era stato un eroe. Ne ebbi un'altra prova quando mi volle raccontare lui stesso una storia. Era la storia di un certo giglio di legno dorato, che si trovava anch'esso lì, nel salone. La mattina del 5 settembre 1860 il Re usciva dalla Reggia di Napoli in una piccola carrozza scoperta. Con lui c'erano la Regina e due gentiluomini di corte. Arrivata in via di Chiaja, la carrozza dovette fermarsi per un ingorgo di carri e di vetture. Era davanti a una farmacia che aveva sull'insegna i gigli d'oro. Una scala, appoggiata all'insegna, impediva il passaggio. Alcuni operai, saliti su quella scala, staccavano i gigli dall'insegna. Il Re se ne accorse e con la mano indicò alla Regina quell'atto di vile prudenza del farmacista. Eppure in altri tempi il farmacista aveva chiesto l'onore di ornare la sua bottega con quel simbolo regale. Lui, il marchese d'Auletta, in quel momento passava proprio di là. Indignato, furioso, si era precipitato dentro la farmacia. Aveva afferrato quel vile per il bavero della giacca e gli aveva mostrato il Re lì fuori. Poi gli aveva sputato in faccia. Infine, agitando uno di quei gigli staccati, si era messo a gridare tra la folla: « Viva il Re! ».

Questo giglio di legno gli ricordava ora, lì nel salotto, quella triste mattina di settembre. Gli ricordava anche una delle ultime passeggiate del suo Sovrano per le vie di Napoli. Ne era fiero quasi quanto della *chiave d'oro* di gentiluomo di camera. E quasi quanto dell'insegna di cavaliere di San Gennaro e di tante altre onorificenze. Tutte facevano bella mostra di sé nel salone, sotto i due grandi ritratti a olio di Ferdinando e di Francesco II.

Poco dopo, per realizzare il mio triste piano, lasciai il marchese con il Paleari e Papiano e mi avvicinai a Pepita.

Mi accorsi subito che era molto nervosa e impaziente. Per prima cosa volle sapere da me l'ora.

— Quattro e meccio? Bene! bene!

Però certamente non doveva esserle piaciuto che fossero le quattro e *meccio*. Lo capii da quel « *Bene! bene!* » detto a denti stretti. Lo capii anche dal discorso rapido e quasi aggressivo in cui si lanciò subito dopo. Parlò contro l'Italia e ancora di più contro Roma, così piena di sé per il suo passato. Mi disse, tra l'altro, che anche loro, in Spagna, avevano *tambien* un Colosseo come il nostro, antico come il nostro. Ma a loro non importava nulla:

— *Piedra muerta!*

Per loro valeva infinitamente di più una *Plaza de toros*. Sì, e per lei in particolare valeva più di tutti i capolavori dell'arte antica quel ritratto di *Minerva*. L'autore, il pittore Manuel Bernaldez, tardava a venire. L'impazienza di Pepita veniva proprio da questo, ed era già al massimo. Fremeva mentre parlava. Ogni tanto si passava molto rapidamente un dito sul naso, si mordeva il labbro, apriva e chiudeva le mani. E gli occhi le andavano sempre lì, alla porta.

Finalmente il cameriere annunciò il Bernaldez, che entrò accaldato e sudato, come se avesse corso. Pepita gli voltò subito le spalle e si sforzò di sembrare fredda e indifferente. Lui salutò il marchese, poi si avvicinò a noi, o meglio a lei. Parlandole nella sua lingua, chiese scusa del ritardo. Allora lei non riuscì più a trattenersi e gli rispose a una velocità vertiginosa:

— Prima de tuto lei parli taliano. Porquè aquì siamo a Roma, dove ci sono aquesti segnori che no comprendono lo espagnolo. E no me par bona crianza che lei parli con migo espagnolo. Poi le digo che me ne importa niente del su' retardo e che podeva pasarse de la escusa.

Lui, molto mortificato, sorrise nervosamente e si inchinò. Poi le chiese se poteva riprendere il ritratto, perché c'era ancora un po' di luce.

— Ma comodo! — gli rispose lei con la stessa aria e lo stesso tono. — Lei puede pintar senza de mi o tambien borrar lo pintado, come glie par.

Manuel Bernaldez si inchinò di nuovo e si rivolse alla signora Candida, che teneva ancora in braccio la cagnetta.

Allora per *Minerva* ricominciò la tortura. Ma il suo torturatore fu sottoposto a una tortura ben più crudele. Per punirlo del ritardo, Pepita si mise a civettare con me. Lo fece tanto, che mi parve troppo anche per il mio scopo. Ogni tanto lanciavo di sfuggita uno sguardo ad Adriana, e mi accorgevo di quanto soffrisse. La tortura non era dunque solo per il Bernaldez e per *Minerva*; era anche per lei e per me. Sentivo il viso in fiamme. Era come se mi ubriacasse a poco a poco il dispetto che sapevo di fare a quel povero giovane. Eppure lui non mi faceva pietà. Lì dentro mi faceva pietà soltanto Adriana. E poiché dovevo farla soffrire, non mi importava che soffrisse anche lui della stessa pena. Anzi, quanto più lui soffriva, tanto meno mi pareva che dovesse soffrire Adriana. A poco a poco crebbe la violenza che ognuno di noi faceva a sé stesso. Si tese tanto, che per forza doveva scoppiare in qualche modo.

Ne diede il pretesto *Minerva*. Quel giorno lo sguardo della padroncina non la teneva in soggezione. Appena il pittore staccava gli occhi da lei per guardare la tela, zitta zitta, lasciava la posizione voluta. Infilava le zampette e il musetto nella fessura tra lo schienale e il sedile della poltrona. Pareva che volesse ficcarsi e nascondersi lì. E presentava al pittore il di dietro, bello scoperto, come un o. Scuoteva la coda dritta, quasi per prenderlo in giro. La signora Candida l'aveva già rimessa a posto parecchie volte. Aspettando, il Bernaldez sbuffava. Coglieva a volo qualche mia parola rivolta a Pepita e la commentava borbottando tra sé. Me ne accorsi, e più di una volta stavo per ordinargli: — Parli forte! — Ma alla fine lui non ne poté più e gridò a Pepita:

— Prego: faccia almeno star ferma la bestia!

— Vestia, vestia, vestia... — scattò Pepita, agitando le mani in aria, eccitatissima. — Sarà vestia, ma non glie se dice!

— Chi sa che capisce, poverina... — mi venne da dire, come scusa, rivolto al Bernaldez.

La frase poteva davvero avere un doppio significato: me ne accorsi dopo averla detta. Io volevo dire: « Chi sa che cosa immagina che le si faccia ». Ma il Bernaldez prese le mie parole in un altro senso. Con estrema violenza, fissandomi negli occhi, ribatté:

— Ciò che dimostra di non capire lei!

Mi guardava in modo fermo e provocante, e anch'io ero molto eccitato. Non potei fare a meno di rispondergli:

— Ma io capisco, signor mio, che lei sarà magari un gran pittore...

— Che cos'è? — domandò il marchese, notando il nostro modo aggressivo.

Il Bernaldez perse ogni controllo di sé, si alzò e venne a piantarmisi di fronte:

— Un gran pittore... Finisca!

— Un gran pittore, ecco... ma di poco garbo, mi pare; e fa paura alle cagnette, — gli dissi allora, deciso e sprezzante.

— Sta bene, — fece lui. — Vedremo se alle cagnette soltanto!

E si ritirò.

Improvvisamente Pepita scoppiò in un pianto strano, convulso, e cadde svenuta tra le braccia della signora Candida e di Papiano.

Nella confusione che seguì, guardavo con gli altri la Pantogada, stesa sul divano. A un tratto mi sentii afferrare per un braccio. Mi vidi addosso di nuovo il Bernaldez, che era tornato indietro. Feci in tempo ad afferrargli la mano alzata contro di me e lo respinsi con forza. Ma lui mi si lanciò contro ancora una volta e mi sfiorò appena il viso con la mano. Mi gettai su di lui, furioso. Ma Papiano e il Paleari corsero a trattenermi, mentre il Bernaldez si tirava indietro gridandomi:

— Se l'abbia per dato! Ai suoi ordini!... Qua conoscono il mio indirizzo!

Il marchese si era alzato a metà dalla poltrona, tutto tremante, e gridava contro l'aggressore. Io intanto mi dibattevo tra il Paleari e Papiano, che mi impedivano di correre dietro a quell'uomo. Anche il marchese cercò di calmarmi. Mi disse che, da gentiluomo, dovevo mandare due amici per dare una buona lezione a quel villano. Aveva osato mostrare così poco rispetto per la sua casa.

Tremante in tutto il corpo, senza più fiato, gli chiesi appena scusa per lo spiacevole incidente. Poi scappai via, seguito dal Paleari e da Papiano. Adriana rimase vicino alla svenuta, che era stata portata di là.

Ora dovevo pregare il mio ladro di farmi da padrino: lui e il Paleari. A chi altri avrei potuto rivolgermi?

— Io? — esclamò il signor Anselmo, ingenuo e stupito. — Ma che! Nossignore! Dice sul serio? — (e sorrideva). — Non me ne intendo di queste faccende, io, signor Meis... Via, via, ragazzate, sciocchezze, scusi...

— Lei lo farà per me, — gli gridai con energia, perché in quel momento non potevo mettermi a discutere con lui. — Andrà con suo genero a trovare quel signore, e...

— Ma io non vado! Ma che dice! — mi interruppe. — Mi domandi qualunque altro servizio: sono pronto a servirla. Ma questo, no: prima di tutto, non è per me. E poi, via, gliel'ho detto: ragazzate! Non bisogna dare importanza... Che c'entra...

— Questo, no! questo, no! — intervenne Papiano vedendomi agitato. — C'entra benissimo! Il signor Meis ha tutto il diritto di esigere una soddisfazione. Direi anzi che ne ha l'obbligo, sicuro! deve, deve...

— Andrà dunque lei con un suo amico, — dissi. Non mi aspettavo un rifiuto anche da lui.

Ma Papiano aprì le braccia, addoloratissimo.

— Si figuri con che cuore vorrei farlo!

— E non lo fa? — gli gridai forte, in mezzo alla strada.

— Piano, signor Meis, — pregò lui, umile. — Guardi... Senta: mi consideri... consideri la mia infelicissima condizione di dipendente... di miserabile segretario del marchese... servo, servo, servo...

— Che c'entra? Il marchese stesso... ha sentito?

— Sissignore! Ma domani? Quel clericale... di fronte al partito... con il segretario che si immischia in questioni di duelli... Ah, santo Dio, lei non sa che miserie! E poi, quella civetta, ha visto? È innamorata, come una gatta, del pittore, di quel farabutto... Domani fanno la pace, e allora io, scusi, come mi trovo? Ci vado di mezzo! Abbia pazienza, signor Meis, mi consideri... È proprio così.

— Mi vogliono dunque lasciar solo in questa situazione? — esclamai ancora una volta, esasperato. — Io non conosco nessuno, qua a Roma!

— ... Ma c'è il rimedio! C'è il rimedio! — si affrettò a consigliarmi Papiano. — Glielo volevo dire subito... Creda, tanto io quanto mio suocero ci troveremmo imbrogliati; non siamo adatti... Lei ha ragione, lei freme, lo vedo: il sangue non è acqua. Ebbene, si rivolga subito a due ufficiali del regio esercito. Non possono rifiutarsi di rappresentare un gentiluomo come lei in una partita d'onore. Lei si presenta, spiega loro il caso... Non è la prima volta che capita loro di fare questo servizio a un forestiere.

Eravamo arrivati al portone di casa. Dissi a Papiano: — Sta bene! — e lo lasciai lì, con il suocero. Me ne andai solo, cupo, senza una direzione.

Mi era tornato ancora una volta il pensiero schiacciante della mia assoluta impotenza. Potevo fare un duello, nella mia condizione? Non volevo ancora capire che non potevo fare più nulla? Due ufficiali! Sì! Ma prima avrebbero voluto sapere, con delle prove, chi ero. Ah, potevano anche sputarmi in faccia, schiaffeggiarmi, bastonarmi. Dovevo pregare che picchiassero sodo, sì, quanto volevano, ma senza gridare, senza fare troppo rumore... Due ufficiali! E se avessi scoperto loro il mio vero stato? Prima di tutto non mi avrebbero creduto, e chi sa che cosa avrebbero sospettato. E poi sarebbe stato inutile, come con Adriana. Anche credendomi, mi avrebbero consigliato di tornare vivo, prima. Perché un morto, via, non è in regola con il codice cavalleresco...

E dunque dovevo sopportare in pace l'offesa, come già il furto? Insultato, quasi schiaffeggiato, sfidato, dovevo andarmene via come un vigliacco? Dovevo sparire così, nel buio del destino intollerabile che mi aspettava, spregevole, odioso a me stesso?

No, no! E come avrei potuto continuare a vivere? Come sopportare la mia vista? No, no, basta! basta! Mi fermai. Vidi vacillare tutto intorno a me. Sentii mancarmi le gambe per un sentimento oscuro nato all'improvviso, che mi diede un brivido dalla testa ai piedi.

— Ma, almeno prima, prima... — dissi tra me, come in delirio, — almeno prima tentare... perché no? Se mi riuscisse... Almeno tentare... per non restare così vile davanti a me stesso... Se mi riuscisse... avrei meno schifo di me... Tanto, non ho più nulla da perdere... Perché non tentare?

Ero a due passi dal Caffè Aragno. « Là, là, allo sbaraglio! » E, nella cieca agitazione che mi spingeva, entrai.

Nella prima sala, intorno a un tavolino, c'erano cinque o sei ufficiali di artiglieria. Mi ero fermato lì vicino, torbido, esitante, e uno di loro si voltò a guardarmi. Gli feci un cenno di saluto e, con la voce rotta dall'affanno, gli dissi:

— Prego... scusi... Potrei dirle una parola?

Era un giovanottino senza baffi, tenente, che doveva essere uscito quell'anno stesso dall'Accademia. Si alzò subito e mi si avvicinò, con molta cortesia.

— Dica pure, signore...

— Ecco, mi presento da me: Adriano Meis. Sono forestiere, e non conosco nessuno... Ho avuto una... una lite, sì... Avrei bisogno di due padrini... Non saprei a chi rivolgermi... Se lei con un suo compagno volesse...

Sorpreso, incerto, il giovane restò un po' a squadrarmi. Poi si voltò verso i compagni e chiamò:

— Grigliotti!

Era un tenente anziano, con un paio di grossi baffi all'insù. Aveva il monocolo incastrato a forza in un occhio, ed era tutto lisciato e impomatato. Si alzò continuando a parlare con i compagni (pronunciava la *erre* alla francese). Si avvicinò a noi e mi fece un leggero inchino, rigido e misurato. Vedendolo alzarsi, stavo per dire al tenentino: « Quello, no, per carità! quello, no! » Ma certo nessun altro del gruppo, come riconobbi poi, era più adatto di lui a quel compito. Conosceva sulla punta delle dita tutti gli articoli del codice cavalleresco.

Non potrei riferire qui, parola per parola, tutto ciò che si compiacque di dirmi sul mio caso. E nemmeno tutto ciò che pretendeva da me... Dovevo telegrafare, non so come, non so a chi, spiegare, stabilire, andare dal colonnello... *ça va sans dire*... Così aveva fatto lui a Pavia, quando non era ancora militare e gli era capitato il mio stesso caso... Perché, in materia cavalleresca... e giù, giù, articoli e precedenti e controversie e giurì d'onore e che so io.

Mi sentivo sulle spine fin da quando l'avevo visto: figurarsi ora, sentendolo parlare così a vuoto! A un certo punto non ne potei più. Tutto il sangue mi era salito alla testa, e scoppiai:

— Ma sissignore! ma lo so! Sta bene... lei dice bene; ma come vuole che telegrafi, adesso? Io sono solo! Io voglio battermi, ecco! Battermi subito, domani stesso, se è possibile... senza tante storie! Che vuole che ne sappia io? Mi sono rivolto a loro con una speranza. Speravo che non ci fosse bisogno di tante formalità, di tante piccolezze, di tante sciocchezze, mi scusi!

Dopo questa sfuriata, la conversazione diventò quasi una lite. Finì all'improvviso con uno scoppio di risate volgari di tutti quegli ufficiali. Scappai via, fuori di me, con il viso in fiamme, come se mi avessero frustato. Mi portai le mani alla testa, quasi per fermare la ragione che mi sfuggiva. Inseguito da quelle risate, mi allontanai di corsa, per cacciarmi, per nascondermi in qualche posto... Dove? A casa? Ne provai orrore. E andai, andai come un pazzo. Poi, a poco a poco, rallentai il passo, e alla fine, senza fiato, mi fermai. Era come se non riuscissi più a trascinare la mia anima, frustata da quella derisione. Era tremante, piena di una tristezza angosciosa, pesante come il piombo. Rimasi a lungo sbalordito. Poi mi mossi di nuovo, senza più pensare. All'improvviso mi sentivo stranamente libero da ogni pena, quasi istupidito. Ripresi a vagare, non so per quanto tempo, fermandomi qua e là a guardare le vetrine delle botteghe. Le botteghe chiudevano a poco a poco, e mi pareva che chiudessero per me, per sempre. Mi pareva che le strade si svuotassero perché io restassi solo nella notte, a vagare tra case silenziose e buie. Tutte le porte, tutte le finestre erano chiuse, chiuse per me, per sempre. Tutta la vita si chiudeva, si spegneva, diventava muta con quella notte. E io la vedevo già come da lontano, come se non avesse più senso né scopo per me. Ed ecco, alla fine, mi ritrovai senza volerlo sul Ponte Margherita. Ero quasi guidato dal sentimento oscuro che mi aveva invaso tutto e che maturava dentro di me. Stavo appoggiato al parapetto, a guardare con gli occhi sbarrati il fiume nero nella notte.

— Là?

Mi prese un brivido di paura, che all'improvviso risvegliò con rabbia tutte le mie energie vitali. Erano armate di un odio feroce contro quelle due donne lontane. Loro mi obbligavano a finire come avevano voluto, là, nel mulino della *Stia*. Erano loro, Romilda e la madre, che mi avevano gettato in quella situazione. Ah, io non avrei mai pensato di fingere un suicidio per liberarmi di loro. Ed ecco, per due anni avevo girato come un'ombra, in quella illusione di vita oltre la morte. E ora, dopo tutto questo, mi vedevo costretto, forzato, trascinato per i capelli a eseguire su di me la loro condanna. Mi avevano ucciso davvero! E loro, loro sole si erano liberate di me...

Mi scosse un fremito di ribellione. E non potevo vendicarmi di loro, invece di uccidermi? Chi stavo per uccidere? Un morto... nessuno...

Rimasi come abbagliato da una strana luce improvvisa. Vendicarmi! Dunque, tornare lì, a Miragno? Uscire da quella bugia che mi soffocava ed era ormai insopportabile? Tornare vivo per castigarle, con il mio vero nome, nelle mie vere condizioni, con le mie vere infelicità? Ma quelle presenti? Potevo scuotermele di dosso così, come un peso odioso che si può gettare via? No, no, no! Sentivo di non poterlo fare. E mi agitavo lì, sul ponte, ancora incerto sul mio destino.

Intanto, ecco, nella tasca del pastrano le mie dita inquiete stringevano qualcosa. Non riuscivo a capire che cosa fosse. Alla fine, con uno scatto di rabbia, la tirai fuori. Era il mio berrettino da viaggio. Me l'ero cacciato in tasca senza farci caso, uscendo di casa per far visita al marchese Giglio. Stavo per gettarlo nel fiume, ma proprio in quel momento mi balenò un'idea. Mi tornò chiara alla memoria una riflessione fatta durante il viaggio da Alenga a Torino.

— Qua, — dissi tra me, quasi senza accorgermene, — su questo parapetto... il cappello... il bastone... Sì! Come loro là, nella gora del mulino, Mattia Pascal; io, qua, ora, Adriano Meis... Una volta per uno! Torno vivo; mi vendicherò!

Mi investì e mi sollevò un sussulto di gioia, anzi un impeto di pazzia. Ma sì! ma sì! Non dovevo uccidere me stesso, un morto. Dovevo uccidere quella finzione folle e assurda che mi aveva torturato e straziato per due anni. Dovevo uccidere quell'Adriano Meis, condannato a essere un vigliacco, un bugiardo, un miserabile. Era un nome falso. Dunque avrebbe dovuto avere anche il cervello di stoppa, il cuore di cartapesta, le vene di gomma. Nelle vene avrebbe dovuto scorrere un po' d'acqua colorata, invece del sangue: allora sì! Via, dunque, giù, giù, triste pupazzo odioso! Annegato, là, come Mattia Pascal! Una volta per uno! Quell'ombra di vita, nata da una bugia macabra, si sarebbe chiusa degnamente così, con una bugia macabra! E riparavo tutto! Che altra soddisfazione potevo dare ad Adriana, per il male che le avevo fatto? Ma dovevo tenermi l'offesa di quel farabutto? Mi aveva attaccato a tradimento, il vigliacco! Oh, io ero ben sicuro di non aver paura di lui. Non io, non io, ma Adriano Meis aveva ricevuto l'insulto. E ora, ecco, Adriano Meis si uccideva.

Non c'era altra via di salvezza per me!

Intanto mi aveva preso un tremore, come se dovessi veramente uccidere qualcuno. Ma il cervello all'improvviso si era schiarito, il cuore si era alleggerito. Godevo di una lucidità di spirito quasi allegra.

Mi guardai intorno. Sospettai che di là, sul Lungotevere, ci potesse essere qualcuno, qualche guardia. Forse mi vedeva da un pezzo sul ponte e si era fermata a spiarmi. Volli accertarmene. Andai a guardare prima nella Piazza della Libertà, poi lungo il Lungotevere dei Mellini. Nessuno! Allora tornai indietro. Ma prima di rimettermi sul ponte, mi fermai tra gli alberi, sotto un lampione. Strappai un foglietto dal taccuino e ci scrissi a matita: *Adriano Meis*. Che altro? Nulla. L'indirizzo e la data. Bastava così. Era tutto lì, Adriano Meis, in quel cappello, in quel bastone. Avrei lasciato tutto là, a casa, abiti, libri... Il denaro, dopo il furto, lo avevo con me.

Tornai sul ponte, quieto, chinato. Mi tremavano le gambe e il cuore mi batteva forte nel petto. Scelsi il punto meno illuminato dai lampioni e subito mi tolsi il cappello. Infilai nel nastro il biglietto piegato e posai il cappello sul parapetto, con il bastone accanto. Mi cacciai in testa il provvidenziale berrettino da viaggio, che mi aveva salvato. E via, cercando l'ombra, come un ladro, senza voltarmi indietro.

### Glossario

- **perquisizione**: ricerca fatta addosso a una persona o tra le sue cose per trovare qualcosa di nascosto.
- **smentita**: dichiarazione con cui si dice che una notizia non è vera.
- **casa di cura**: clinica privata dove si curano i malati.
- **pastrano**: cappotto pesante da uomo.
- **potere temporale**: il potere politico del papa su un territorio.
- **prelati**: persone importanti nella gerarchia della Chiesa.
- **partito nero**: il gruppo di chi difendeva in politica il papa e la Chiesa.
- **cavalletto**: sostegno di legno a tre gambe che regge il quadro mentre il pittore lavora.
- **filibustiere**: pirata, avventuriero senza scrupoli.
- **strillava**: gridava forte, con voce acuta.
- **esclamò**: disse a voce alta, con forza o con sorpresa.
- **sbalorditi**: molto stupiti, senza parole per la sorpresa.
- **sfigurato**: con il viso così cambiato da sembrare un altro.
- **indignata**: piena di rabbia per qualcosa di ingiusto.
- **indignato**: pieno di rabbia per qualcosa di ingiusto.
- **torbidi**: poco chiari, come acqua sporca.
- **addolorato**: che prova dolore, molto dispiaciuto.
- **balbettò**: parlò a fatica, ripetendo e spezzando le parole.
- **perbacco**: parola che esprime sorpresa o forza.
- **sudata**: bagnata di sudore.
- **sforzandomi**: facendo fatica, cercando con difficoltà di fare qualcosa.
- **accolse**: ricevette una persona arrivata.
- **abbaiava**: faceva il verso del cane.
- **drappo**: pezzo di stoffa.
- **Piedra muerta**: parole spagnole: "pietra morta", cioè pietra senza vita.
- **Plaza de toros**: parole spagnole: l'arena dove si fanno le corride dei tori.
- **civettare**: comportarsi in modo da attirare l'attenzione e il desiderio di qualcuno.
- **Se l'abbia per dato!**: "Consideri di aver ricevuto uno schiaffo!": è una frase che sfida a duello.
- **padrino**: persona che accompagna e aiuta chi fa un duello.
- **partita d'onore**: duello per difendere il proprio onore.
- **codice cavalleresco**: l'insieme delle regole dei duelli.
- **allo sbaraglio**: rischiando tutto, senza nessuna protezione.
- **ça va sans dire**: parole francesi: "è naturale", "non c'è bisogno di dirlo".
- **onorificenze**: premi e titoli dati per onorare una persona.
- **tambien**: parola spagnola: "anche".
- **accaldato**: che ha molto caldo, rosso in viso per il caldo.
- **sudato**: bagnato di sudore.
- **vertiginosa**: velocissima, che fa girare la testa.
- **porquè**: parola spagnola detta da Pepita a modo suo: "perché".
- **aquì**: parola spagnola: "qui".
- **aquesti**: italiano sbagliato di Pepita: "questi".
- **espagnolo**: italiano sbagliato di Pepita: "spagnolo".
- **inchinò**: piegò la testa e il busto in avanti per rispetto.
- **svenuta**: che ha perso i sensi.
- **sissignore**: "sì, signore": risposta forte e rispettosa.
- **farabutto**: uomo disonesto e cattivo.
- **vigliacco**: uomo senza coraggio, che si comporta in modo basso.
- **macabra**: che fa pensare alla morte in modo orribile.

## § 17. — Rincarnazione.

Arrivai alla stazione in tempo per il treno delle 12 e 10 per Pisa.

Presi il biglietto e mi misi in un angolo di un vagone di seconda classe. Avevo la visiera del berrettino calcata fin sul naso, non tanto per nascondermi, quanto per non vedere. Ma vedevo lo stesso, con il pensiero. Mi tormentava l'immagine di quel cappellaccio e di quel bastone, lasciati lì, sul parapetto del ponte. Ecco, forse qualcuno, in quel momento, passando di là, li vedeva... O forse qualche guardia notturna era già corsa in questura a dare l'avviso... E io ero ancora a Roma! Che cosa si aspettava? Non riuscivo più a respirare...

Finalmente il treno si mosse con uno scossone. Per fortuna ero rimasto solo nello scompartimento. Balzai in piedi, alzai le braccia e feci un lunghissimo respiro di sollievo. Mi pareva di essermi tolto un macigno dal petto. Ah! tornavo a essere vivo, a essere io, io, Mattia Pascal. Ora l'avrei gridato forte a tutti: — io, io, Mattia Pascal! Sono io! Non sono morto! Eccomi qua! — E non dover più mentire, non dover più temere di essere scoperto! Veramente, non ancora: finché non arrivavo a Miragno... Là, prima, dovevo dichiararmi, farmi riconoscere vivo, riattaccarmi alle mie radici sepolte... Folle! Come mi ero illuso che potesse vivere un tronco tagliato dalle sue radici? Eppure, eppure, ecco, ricordavo l'altro viaggio, quello da Alenga a Torino. Allora mi ero creduto felice allo stesso modo. Folle! La liberazione! dicevo... Mi era parsa quella la liberazione! Sì, con la cappa di piombo della bugia addosso! Una cappa di piombo addosso a un'ombra... Ora avrei avuto di nuovo la moglie addosso, è vero, e quella suocera... Ma non le avevo forse avute addosso anche da morto? Ora almeno ero vivo e pronto a combattere. Ah, avremmo visto chi vinceva!

A ripensarci, mi pareva addirittura incredibile la mia leggerezza. Due anni prima mi ero gettato fuori da ogni legge, all'avventura. E mi rivedevo nei primi giorni a Torino, felice nell'incoscienza, o piuttosto nella follia. Poi mi rivedevo a poco a poco nelle altre città, in pellegrinaggio, muto, solo, chiuso in me. Ero chiuso nel sentimento di ciò che allora mi pareva la mia felicità. Ed eccomi in Germania, lungo il Reno, su un battello a vapore: era un sogno? No, c'ero stato davvero! Ah, se avessi potuto restare sempre in quelle condizioni: viaggiare, forestiere della vita... Ma poi, a Milano... quel povero cucciolo che volevo comprare da un vecchio venditore di fiammiferi... Cominciavo già ad accorgermi... E poi... ah poi!

Tornai con il pensiero a Roma. Entrai come un'ombra nella casa abbandonata. Dormivano tutti? Adriana, forse, no... mi aspetta ancora, aspetta che io rientri. Le avranno detto che sono andato a cercare due padrini, per battermi con il Bernaldez. Non mi sente ancora rientrare, e ha paura e piange...

Mi premetti forte le mani sul viso, sentendomi stringere il cuore dall'angoscia.

— Ma se io per te non potevo essere vivo, Adriana, — gemetti, — è meglio che ora tu mi sappia morto! Morte le labbra che colsero un bacio dalla tua bocca, povera Adriana... Dimentica! Dimentica!

Ah, che cosa sarebbe successo in quella casa, la mattina dopo, quando qualcuno della questura avrebbe portato l'annuncio? Passato il primo stupore, a quale ragione avrebbero attribuito il mio suicidio? Al duello vicino? Ma no! Sarebbe stato almeno molto strano. Uccidersi per paura di un duello, un uomo che non si era mai mostrato vigliacco... E allora? Perché non potevo trovare padrini? Pretesto futile! O forse... chi sa! Forse sotto quella mia strana esistenza c'era qualche mistero...

Oh, sì: l'avrebbero certamente pensato! Mi uccidevo così, senza nessuna ragione apparente, senza averne prima mostrato in qualche modo l'intenzione. Sì: qualche stranezza, più d'una, l'avevo commessa in quegli ultimi giorni. C'era quel pasticcio del furto, prima sospettato, poi improvvisamente smentito... Oh, forse quei denari non erano miei? Forse dovevo restituirli a qualcuno? Mi ero preso indebitamente una parte di essi e avevo cercato di farmi credere vittima di un furto? Poi mi ero pentito e, alla fine, mi ero ucciso? Chi sa! Certo ero stato un uomo misteriosissimo: non un amico, non una lettera, mai, da nessuna parte...

Quanto avrei fatto meglio a scrivere qualcosa su quel bigliettino, oltre il nome, la data e l'indirizzo! Una ragione qualunque del suicidio. Ma in quel momento... E poi, che ragione?

— Chi sa come e quanto, — pensai agitato, — strilleranno adesso i giornali di questo Adriano Meis misterioso... Salterà certo fuori quel mio famoso cugino, quel Francesco Meis torinese, aiuto-agente, a dare le sue informazioni alla questura. Faranno ricerche seguendo queste informazioni, e chi sa che cosa verrà fuori. Sì, ma i denari? l'eredità? Adriana li ha visti, tutti quei miei biglietti di banca... Figuriamoci Papiano! Assalto allo stipetto! Ma lo troverà vuoto... E allora, perduti? in fondo al fiume? Peccato! peccato! Che rabbia non averli rubati tutti in tempo! La questura sequestrerà i miei abiti, i miei libri... A chi andranno? Oh! almeno un ricordo alla povera Adriana! Con che occhi guarderà, ormai, quella mia camera deserta?

Così, domande, ipotesi, pensieri e sentimenti si agitavano in me, mentre il treno rombava nella notte. Non mi davano pace.

Giudicai prudente fermarmi qualche giorno a Pisa. Così nessuno avrebbe collegato la ricomparsa di Mattia Pascal a Miragno con la scomparsa di Adriano Meis a Roma. Il legame poteva saltare facilmente agli occhi, specie se i giornali di Roma avessero parlato troppo di questo suicidio. A Pisa avrei aspettato i giornali di Roma, quelli della sera e quelli del mattino. Poi, se non ci fosse stato troppo rumore, prima di Miragno sarei andato a Oneglia, da mio fratello Roberto. Volevo provare su di lui l'impressione che avrebbe fatto la mia resurrezione. Ma non dovevo assolutamente accennare al mio soggiorno a Roma, alle avventure, ai casi che mi erano capitati. Di quei due anni e mesi di assenza avrei dato notizie fantastiche, di viaggi lontani... Ah, ora che tornavo vivo, avrei potuto anch'io prendermi il gusto di dire bugie! Tante, tante, tante, anche della forza di quelle del cav. Tito Lenzi, e più grosse ancora! Ah!

Mi restavano più di cinquantadue mila lire. I creditori, sapendomi morto da due anni, si erano certo accontentati del podere della *Stia* con il mulino. Venduti l'uno e l'altro, forse si erano sistemati alla meglio. Non mi avrebbero più disturbato. Se mai, avrei pensato io a non farmi più disturbare. Con cinquantadue mila lire, a Miragno, via, non dico da ricco, ma avrei potuto vivere discretamente.

Sceso dal treno a Pisa, per prima cosa andai a comprare un cappello. Aveva la forma e la misura di quelli che Mattia Pascal portava ai suoi tempi. Subito dopo mi feci tagliare la chioma di quell'imbecille di Adriano Meis.

— Corti, belli corti, eh? — dissi al barbiere.

La barba mi era già un po' ricresciuta. E ora, con i capelli corti, ecco che cominciai a riprendere il mio primo aspetto. Ma era molto migliorato, più fine, già... ma sì, ingentilito. L'occhio non era più storto, eh! Non era più l'occhio caratteristico di Mattia Pascal.

Ecco, qualcosa di Adriano Meis mi sarebbe comunque rimasto in faccia. Ma ora somigliavo tanto a Roberto; oh, quanto non avrei mai immaginato.

Il guaio venne dopo che mi fui liberato di tutti quei capellacci. Mi rimisi in testa il cappello comprato poco prima: mi sprofondò fino alla nuca! Dovetti rimediare con l'aiuto del barbiere, mettendo un giro di carta sotto la fodera.

Per non entrare così, a mani vuote, in un albergo, comprai una valigia. Per il momento ci avrei messo dentro l'abito che indossavo e il pastrano. Dovevo rifornirmi di tutto. Dopo tanto tempo, non potevo sperare che mia moglie, là a Miragno, avesse conservato qualche mio vestito e la biancheria. Comprai in un negozio un abito già pronto e me lo tenni addosso. Con la valigia nuova, scesi all'*Hotel Nettuno*.

Ero già stato a Pisa quando ero Adriano Meis, e allora ero sceso all'*Albergo di Londra*. Avevo già ammirato tutte le meraviglie d'arte della città. Ora ero sfinito per le emozioni violente, e digiuno dalla mattina del giorno prima. Morivo di fame e di sonno. Mangiai qualcosa, e poi dormii quasi fino a sera.

Appena sveglio, però, caddi preda di un'agitazione cupa, che cresceva sempre di più. Non mi ero quasi accorto di quella giornata, tra le prime faccende e poi quel sonno di piombo. Chi sa intanto com'era passata lì, in casa Paleari! Agitazione, stupore, curiosità morbosa di estranei, indagini frettolose, sospetti, ipotesi strampalate, insinuazioni, ricerche inutili. E i miei abiti e i miei libri, là, guardati con quella pena che ispirano gli oggetti di qualcuno morto tragicamente.

E io avevo dormito! E ora, in questa impazienza angosciosa, dovevo aspettare fino alla mattina dopo, per sapere qualcosa dai giornali di Roma.

Intanto, non potendo correre a Miragno, o almeno a Oneglia, mi toccava restare in una bella condizione. Ero dentro una specie di parentesi di due, tre giorni, forse anche più. Ero morto di là, a Miragno, come Mattia Pascal; morto di qua, a Roma, come Adriano Meis.

Non sapendo che fare, e sperando di distrarmi un po' da tante preoccupazioni, portai questi due morti a spasso per Pisa.

Oh, fu una passeggiata piacevolissima! Adriano Meis, che c'era già stato, voleva quasi fare da guida e da cicerone a Mattia Pascal. Ma Mattia Pascal, oppresso da tutti i pensieri che aveva in mente, si scuoteva con modi cupi. Agitava un braccio come per togliersi di torno quell'ombra odiosa. Era un'ombra con i capelli lunghi, in abito lungo, con il cappellaccio a larghe tese e gli occhiali.

— Va' via! va'! Tórnatene al fiume, affogato!

Ma ricordavo che anche Adriano Meis, due anni prima, aveva passeggiato per le vie di Pisa. Anche lui si era sentito disturbato, infastidito allo stesso modo dall'ombra, ugualmente odiosa, di Mattia Pascal. E con lo stesso gesto avrebbe voluto togliersela dai piedi, ricacciandola nella gora del mulino, là, alla *Stia*. La cosa migliore era non dare confidenza a nessuno dei due. O bianco campanile, tu potevi pendere da una parte; io, tra quei due, né di qua né di là.

Come Dio volle, riuscii finalmente a superare quella nuova lunghissima notte di angoscia. Ed ebbi in mano i giornali di Roma.

Non dirò che, leggendoli, mi tranquillizzai: non potevo. Ma la mia paura fu presto calmata da una cosa. I giornali avevano trattato la notizia del mio suicidio come uno dei soliti fatti di cronaca. Dicevano tutti, più o meno, la stessa cosa. Parlavano del cappello e del bastone trovati sul Ponte Margherita, con il breve bigliettino. Dicevano che ero torinese, un uomo piuttosto singolare, e che non si conoscevano le ragioni del mio triste gesto. Uno però avanzava l'ipotesi di una « ragione intima ». Si basava sulla « lite con un giovane pittore spagnolo, in casa di un notissimo personaggio del mondo clericale ».

Un altro diceva « probabilmente per dissesti finanziari ». Notizie vaghe, insomma, e brevi. Solo un giornale del mattino, che raccontava sempre a lungo i fatti del giorno, parlava di più. Accennava « alla sorpresa e al dolore della famiglia del cav. Anselmo Paleari ». Questo Paleari era « capo-sezione al Ministero della pubblica istruzione, ora a riposo ». Il Meis abitava presso di lui, ed era « molto stimato per il suo riserbo e per i suoi modi cortesi ». — Grazie! — Anche questo giornale riferiva la sfida con il pittore spagnolo M. B. E lasciava capire che la ragione del suicidio si doveva cercare in una segreta passione d'amore.

Mi ero ucciso per Pepita Pantogada, insomma. Ma, alla fine, meglio così. Il nome di Adriana non era venuto fuori, e nessuno aveva accennato ai miei biglietti di banca. La questura, dunque, avrebbe indagato di nascosto. Ma su quali tracce?

Potevo partire per Oneglia.

*

Trovai Roberto in villa, per la vendemmia. È facile capire che cosa provai nel rivedere la mia bella riviera, dove credevo di non dover più mettere piede. Ma la gioia era turbata dall'ansia di arrivare. Avevo paura di essere riconosciuto per strada da qualche estraneo prima che dai parenti. E cresceva sempre l'emozione, al pensiero di ciò che avrebbero provato nel rivedermi vivo, all'improvviso, davanti a loro. A pensarci, la vista mi si annebbiava, il cielo e il mare si oscuravano. Il sangue mi bruciava nelle vene, il cuore mi batteva forte. E mi pareva di non arrivare mai!

Finalmente il servo venne ad aprire il cancello della graziosa villa, che la moglie aveva portato in dote a Berto. Attraversando il viale, mi sembrò di tornare davvero dall'altro mondo.

— Favorisca, — mi disse il servo, lasciandomi passare sull'entrata della villa. — Chi devo annunciare?

Non trovai più la voce per rispondergli. Nascondendo lo sforzo con un sorriso, balbettai:

— Di... dite... ditegli che... sì, c'è... c'è... un suo amico... intimo, che... che viene da lontano... Così...

Quel servo dovette credermi almeno balbuziente. Posò la mia valigia accanto all'attaccapanni e mi invitò a entrare nel salotto lì vicino.

Fremevo nell'attesa, ridevo, sbuffavo, mi guardavo intorno in quel salottino chiaro e ben tenuto. Aveva mobili nuovi di lacca verde chiaro. All'improvviso vidi sulla soglia della porta da cui ero entrato un bel bambino di circa quattro anni. Aveva un piccolo annaffiatoio in una mano e un rastrellino nell'altra. Mi guardava con gli occhi spalancati.

Provai una tenerezza indicibile: doveva essere un mio nipotino, il figlio maggiore di Berto. Mi chinai e gli feci cenno con la mano di venire avanti. Ma gli feci paura, e scappò via.

In quel momento sentii aprirsi l'altra porta del salotto. Mi alzai, gli occhi mi si annebbiarono per la commozione, una specie di riso convulso mi gorgogliò in gola.

Roberto era rimasto davanti a me, turbato, quasi stordito.

— Con chi...? — fece.

— Berto! — gli gridai, aprendo le braccia. — Non mi riconosci?

Al suono della mia voce diventò pallidissimo. Si passò rapidamente una mano sulla fronte e sugli occhi, vacillò e balbettò:

— Com'è... com'è... com'è?

Ma fui pronto a sorreggerlo, anche se lui si tirava indietro, quasi per paura.

— Sono io! Mattia! non aver paura! Non sono morto... Mi vedi? Toccami! Sono io, Roberto. Non sono mai stato più vivo di adesso! Su, su, su...

— Mattia! Mattia! Mattia! — cominciò a dire il povero Berto, che non credeva ancora ai suoi occhi. — Ma com'è? Tu? Oh Dio... com'è? Fratello mio! Caro Mattia!

E mi abbracciò forte, forte, forte. Mi misi a piangere come un bambino.

— Com'è? — riprese a domandare Berto, che piangeva anche lui. — Com'è? com'è?

— Eccomi qua... Vedi? Sono tornato... non dall'altro mondo, no... sono stato sempre in questo mondaccio... Su... Ora ti dirò...

Roberto mi teneva forte per le braccia, con il viso pieno di lacrime, e mi guardava ancora sbalordito:

— Ma come... se là...?

— Non ero io... Ti dirò. Mi hanno scambiato... Io ero lontano da Miragno. Ho saputo da un giornale, come forse l'hai saputo tu, del mio suicidio alla *Stia*.

— Non eri dunque tu? — esclamò Berto. — E che hai fatto?

— Il morto. Sta' zitto. Ti racconterò tutto. Per ora non posso. Ti dico soltanto questo: sono andato di qua e di là, credendomi felice, all'inizio, sai? Poi, per... per tante vicende, mi sono accorto che avevo sbagliato. Fare il morto non è una bella professione. Ed eccomi qua: mi rifaccio vivo.

— *Mattia*, l'ho sempre detto io, *Mattia, matto*... Matto! matto! matto! — esclamò Berto. — Ah che gioia mi hai dato! Chi poteva aspettarsela? Mattia vivo... qua! Ma sai che non ci riesco ancora a credere? Lasciati guardare... Mi sembri un altro!

— Vedi che mi sono aggiustato anche l'occhio?

— Ah già, sì... per questo mi pareva... non so... ti guardavo, ti guardavo... Benone! Su, andiamo di là, da mia moglie... Oh! Ma aspetta... tu...

Si fermò all'improvviso e mi guardò, sconvolto:

— Tu vuoi tornare a Miragno?

— Certamente, stasera.

— Dunque non sai nulla?

Si coprì il viso con le mani e gemette:

— Disgraziato! Che hai fatto... che hai fatto...? Ma non sai che tua moglie...?

— Morta? — esclamai, fermandomi di colpo.

— No! Peggio! Ha... ha ripreso marito!

Rimasi sbalordito.

— Marito?

— Sì, Pomino! Ho ricevuto la partecipazione. Sarà più di un anno.

— Pomino? Pomino, marito di... — balbettai. Ma subito un riso amaro, come un rigurgito di bile, mi salì alla gola. E risi, risi fragorosamente.

Roberto mi guardava sbalordito, forse temendo che fossi impazzito.

— Ridi?

— Ma sì! ma sì! ma sì! — gli gridai, scuotendolo per le braccia. — Tanto meglio! Questo è il massimo della mia fortuna!

— Che dici? — scattò Roberto, quasi con rabbia. — Fortuna? Ma se tu ora vai lì...

— Ci corro subito, figurati!

— Ma non sai dunque che devi riprendertela?

— Io? Come!

— Ma certo! — confermò Berto, mentre ora ero io a guardarlo sbalordito. — Il secondo matrimonio si annulla, e tu sei obbligato a riprendertela.

Mi sentii sconvolgere tutto.

— Come! Che legge è questa? — gridai. — Mia moglie si risposa, e io... Ma che? Sta' zitto! Non è possibile!

— E io ti dico invece che è proprio così! — insistette Berto. — Aspetta: di là c'è mio cognato. Te lo spiegherà meglio lui, che è dottore in legge. Vieni... o meglio, no: aspetta un po' qua. Mia moglie è incinta. Ti conosce poco, ma non vorrei che le facesse male un'impressione troppo forte... Vado ad avvertirla... Aspetta, eh?

E mi tenne la mano fino alla soglia della porta. Era come se temesse ancora che, lasciandomi per un momento, potessi sparire di nuovo.

Rimasto solo, mi misi a camminare avanti e indietro in quel salottino, come un leone in gabbia. — Risposata! con Pomino! Ma sicuro... Anche la stessa moglie. Lui — eh già! — l'aveva amata prima. Non gli sarà parso vero! E anche lei... figuriamoci! Ricca, moglie di Pomino... E mentre lei qua si era risposata, io là a Roma... E ora devo riprendermela! Ma possibile?

Poco dopo, Roberto venne a chiamarmi, tutto felice. Mia cognata, sua madre e suo fratello mi fecero festa. Ma ormai ero tanto sconvolto da questa notizia inattesa, che non riuscii a rispondere. Berto se ne accorse, e interrogò subito il cognato su ciò che mi premeva di più sapere.

— Ma che legge è questa? — esclamai ancora una volta. — Scusi! Questa è legge turca!

Il giovane avvocato sorrise, sistemandosi gli occhiali sul naso, con aria di superiorità.

— Ma è così, — mi rispose. — Roberto ha ragione. Non ricordo con precisione l'articolo, ma il caso è previsto dal codice. Il secondo matrimonio diventa nullo, quando ricompare il primo coniuge.

— E io devo riprendermi una donna? — esclamai con rabbia. — Tutti sanno che per un anno intero ha fatto la moglie di un altro uomo, il quale...

— Ma per colpa sua, scusi, caro signor Pascal! — mi interruppe l'avvocatino, sempre sorridente.

— Per colpa mia? Come? — feci io. — Quella buona donna sbaglia, prima di tutto, riconoscendomi nel cadavere di un disgraziato che si annega. Poi si affretta a riprendere marito, e la colpa è mia? E io devo riprendermela?

— Certo, — rispose lui, — dal momento che lei, signor Pascal, non volle correggere in tempo lo sbaglio di sua moglie. Doveva farlo prima del termine fissato dalla legge per un secondo matrimonio. E quello sbaglio poté anche — non lo nego — essere in mala fede. Lei lo accettò, quel falso riconoscimento, e ne approfittò... Oh, badi: io la lodo per questo. Per me ha fatto benissimo. Anzi, mi stupisce che lei torni a ingarbugliarsi nell'intrico di queste nostre stupide leggi sociali. Io, nei suoi panni, non mi sarei più fatto vivo.

La calma e la presunzione sfacciata di questo giovanotto, appena laureato, mi irritarono.

— Ma perché lei non sa che cosa vuol dire! — gli risposi, scrollando le spalle.

— Come! — riprese lui. — Si può avere maggior fortuna, maggior felicità di questa?

— Sì, la provi! la provi! — esclamai. E mi voltai verso Berto, per lasciarlo lì con la sua presunzione.

Ma anche da questa parte trovai spine.

— Oh, a proposito, — mi domandò mio fratello, — e come hai fatto, in tutto questo tempo, per...?

E sfregò il pollice contro l'indice, per dire soldi.

— Come ho fatto? — gli risposi. — Storia lunga! Adesso non sono in condizione di raccontartela. Ma ne ho avuti, sai? soldi, e ne ho ancora. Non credere dunque che io torni ora a Miragno perché ne sono a corto!

— Ah, ti ostini a tornarci? — insistette Berto, — anche dopo queste notizie?

— Ma è chiaro che ci torno! — esclamai. — Ti pare che, dopo quello che ho provato e sofferto, voglia fare ancora il morto? No, caro mio: là, là. Voglio le mie carte in regola, voglio sentirmi di nuovo vivo, ben vivo, anche a costo di riprendermi la moglie. Di' un po', è ancora viva la madre... la vedova Pescatore?

— Oh, non so, — mi rispose Berto. — Capirai che, dopo il secondo matrimonio... Ma credo di sì, che sia viva...

— Mi sento meglio! — esclamai. — Ma non importa! Mi vendicherò! Non sono più quello di prima, sai? Mi dispiace soltanto che sarà una fortuna per quell'imbecille di Pomino!

Risero tutti. Intanto il servo venne ad annunciare che il pranzo era in tavola. Dovetti fermarmi a tavola. Ma fremevo di tanta impazienza, che non mi accorsi nemmeno di mangiare. Alla fine, però, sentii che avevo divorato. La belva, in me, si era nutrita, per prepararsi all'assalto vicino.

Berto mi propose di restare almeno quella sera in villa: la mattina dopo saremmo andati insieme a Miragno. Voleva godersi la scena del mio ritorno inatteso alla vita, quel mio piombare come un nibbio sul nido di Pomino. Ma io non stavo più nella pelle e non volli saperne. Lo pregai di lasciarmi andare da solo, quella sera stessa, senza altro ritardo.

Partii con il treno delle otto: fra mezz'ora, a Miragno.

### Glossario

- **visiera**: la parte del berretto che sporge sopra gli occhi.
- **questura**: ufficio della polizia.
- **dissesti finanziari**: gravi problemi di denaro.
- **vendemmia**: raccolta dell'uva.
- **dote**: soldi o beni che una donna porta al marito quando si sposa.
- **partecipazione**: biglietto che annuncia un matrimonio.
- **coniuge**: il marito o la moglie.
- **mala fede**: intenzione di ingannare.
- **nibbio**: grande uccello che caccia altri animali.
- **tormentava**: faceva soffrire senza dare pace.
- **scompartimento**: piccola parte chiusa di un vagone, con i posti a sedere.
- **macigno**: grande pietra molto pesante.
- **riattaccarmi**: unirmi di nuovo a qualcosa.
- **illuso**: mi ero illuso: avevo creduto a una cosa non vera.
- **nell'incoscienza**: senza capire il pericolo di quello che si fa.
- **fiammiferi**: piccoli bastoncini che si accendono per fare fuoco.
- **cav.**: cavaliere, un titolo d'onore.
- **impazienza**: il non riuscire ad aspettare con calma.
- **balbettai**: parlai con fatica, ripetendo le sillabe.
- **fremevo**: tremavo per l'emozione o per l'impazienza.
- **esclamai**: dissi con forza, a voce alta.
- **esclamò**: disse con forza, a voce alta.
- **sbalordito**: molto stupito, quasi senza parole.
- **risposata**: sposata di nuovo.

## § 18. — Il fu Mattia Pascal.

Ero pieno di ansia e di rabbia. Non sapevo quale delle due mi agitasse di più, ma forse erano una cosa sola: ansiosa rabbia, rabbiosa ansia. Non mi importava più se qualcuno mi riconosceva, prima di scendere a Miragno o appena sceso.

Come unica precauzione, ero salito su un vagone di prima classe. Era sera. E poi la prova fatta con Berto mi rassicurava. Tutti erano ormai certi della mia triste morte, lontana già due anni. Perciò nessuno avrebbe più potuto pensare che io fossi Mattia Pascal.

Provai a sporgere la testa dal finestrino. Speravo che la vista dei luoghi noti mi desse qualche altra emozione, meno violenta. Ma servì solo a farmi crescere l'ansia e la rabbia. Sotto la luna, vidi appena, da lontano, il pendio della *Stia*.

— Assassine! — fischiai tra i denti. — Là... Ma ora...

Quante cose mi ero dimenticato di domandare a Roberto, sbalordito dalla notizia inattesa! Il podere e il mulino erano stati davvero venduti? O erano ancora sotto un'amministrazione provvisoria, per accordo tra i creditori? E Malagna era morto? E zia Scolastica?

Non mi sembrava che fossero passati solo due anni e qualche mese. Mi sembrava un'eternità. Mi erano accadute cose straordinarie, e pensavo che anche a Miragno ne dovessero essere accadute. Eppure forse lì non era accaduto niente, oltre al matrimonio di Romilda con Pomino. Era un fatto normalissimo, in sé. Sarebbe diventato straordinario solo adesso, per il mio ritorno.

Dove sarei andato, appena sceso a Miragno? Dove aveva fatto il nido la nuova coppia?

La casa in cui avevo abitato io, poveretto, era troppo umile per Pomino, ricco e figlio unico. E poi Pomino era tenero di cuore. Lì si sarebbe sentito certo a disagio, con l'inevitabile ricordo di me. Forse era andato a vivere con il padre, nel *palazzo*. Figuriamoci la vedova Pescatore, che arie da grande signora, adesso! E quel povero cavalier Pomino, Gerolamo I, delicato, gentile, mite, tra le unghie della megera! Che scene! Né il padre né il figlio avevano avuto il coraggio di liberarsi di lei, certo. E ora, ecco — ah che rabbia! — li avrei liberati io...

Sì, dovevo andare là, a casa Pomino. Se anche non li avessi trovati lì, la portinaia mi avrebbe detto dove andarli a cercare.

Oh mio paesello addormentato, che confusione domani, alla notizia della mia resurrezione!

C'era la luna, quella sera, e perciò tutti i lampioncini erano spenti, come al solito. Le vie erano quasi deserte, perché per i più era l'ora di cena.

Per l'estrema eccitazione nervosa avevo quasi perduto la sensibilità delle gambe. Camminavo come se non toccassi terra con i piedi. Non saprei dire in che stato d'animo fossi. Ho soltanto l'impressione di una risata enorme, omerica. Nella violenta agitazione mi sconvolgeva tutto dentro, ma non poteva scoppiare. Se fosse scoppiata, avrebbe fatto saltare fuori, come denti, le pietre della strada. Avrebbe fatto vacillare le case.

Arrivai in un attimo a casa Pomino. Ma in quella specie di vetrina che c'è nell'ingresso non trovai la vecchia portinaia. Aspettavo da qualche minuto, fremendo, quando su un battente del portone vidi una fascia di lutto. Era scolorita e polverosa, inchiodata lì, evidentemente, da parecchi mesi. Chi era morto? La vedova Pescatore? Il cavalier Pomino? Uno dei due, certamente. Forse il cavaliere... In questo caso avrei trovato di sicuro i miei due colombi di sopra, sistemati nel *Palazzo*. Non potei più aspettare: mi lanciai a salti su per la scala. Alla seconda rampa, ecco la portinaia.

— Il cavalier Pomino?

Quella vecchia tartaruga mi guardò con stupore. Da quello stupore capii che proprio il povero cavaliere doveva essere morto.

— Il figlio! il figlio! — mi corressi subito, riprendendo a salire.

Non so che cosa borbottasse tra sé la vecchia per le scale. Ai piedi dell'ultima rampa dovetti fermarmi: non avevo più fiato! Guardai la porta e pensai: « Forse cenano ancora, tutti e tre a tavola, senza nessun sospetto. Fra pochi istanti, appena avrò bussato a quella porta, la loro vita sarà sconvolta... Ecco, ho ancora in mano il destino che pende sulla loro testa ».

Salii gli ultimi scalini. Avevo in mano il cordoncino del campanello e il cuore mi saltava in gola. Tesi l'orecchio. Nessun rumore. E in quel silenzio ascoltai il *tin-tin* lento del campanello, tirato appena, piano piano.

Tutto il sangue mi salì alla testa e le orecchie cominciarono a ronzarmi. Quel leggero suono si era spento nel silenzio. A me invece sembrava di averlo sentito squillare dentro, furiosamente, fino a stordirmi.

Poco dopo, di là dalla porta, riconobbi con un sussulto la voce della vedova Pescatore:

— Chi è?

Lì per lì non potei rispondere. Mi strinsi i pugni al petto, come per impedire al cuore di saltare fuori. Poi, con voce cupa, quasi sillabando, dissi:

— Mattia Pascal.

— Chi?! — strillò la voce di dentro.

— Mattia Pascal, — ripetei, con una voce ancora più profonda.

Sentii scappare la vecchia strega, certo terrorizzata, e subito immaginai che cosa accadeva di là in quel momento. Adesso sarebbe venuto l'uomo: Pomino: il coraggioso!

Ma prima dovetti suonare di nuovo, piano piano, come poco prima.

Pomino spalancò la porta con furia e mi vide davanti a sé, dritto, con il petto in fuori. Appena mi vide, indietreggiò terrorizzato. Avanzai, gridando:

— Mattia Pascal! Dall'altro mondo.

Pomino cadde a sedere per terra con un gran tonfo, le braccia puntate indietro, gli occhi spalancati:

— Mattia! Tu?!

La vedova Pescatore, accorsa con il lume in mano, lanciò uno strillo acutissimo, come una donna che partorisce. Io richiusi la porta con un calcio. D'un balzo le tolsi il lume, che già le cadeva di mano.

— Zitta! — le gridai in faccia. — Mi prendete davvero per un fantasma?

— Vivo?! — fece lei, sconvolta, con le mani tra i capelli.

— Vivo! vivo! vivo! — continuai io, con gioia feroce. — Mi avete riconosciuto morto, è vero? Affogato là?

— E di dove vieni? — mi chiese con terrore.

— Dal mulino, strega! — le urlai. — Tieni qua il lume, guardami bene! Sono io? Mi riconosci? O ti sembro ancora quel disgraziato che si è affogato alla *Stia*?

— Non eri tu?

— Crepa, megera! Io sono qua, vivo! Su, alzati tu, bel tomo! Dov'è Romilda?

— Per carità... — gemette Pomino, alzandosi in fretta. — La piccina... ho paura... il latte...

Lo afferrai per un braccio. Ora ero io a restare sbalordito:

— Che piccina?

— Mia... mia figlia... — balbettò Pomino.

— Ah che assassinio! — gridò la Pescatore.

Non potei rispondere: ero ancora sotto l'impressione di questa nuova notizia.

— Tua figlia?... — mormoravo. — Una figlia, per giunta?... E questa, ora...

— Mamma, da Romilda, per carità... — supplicò Pomino.

Ma era troppo tardi. Romilda arrivò con il busto slacciato e la bambina al seno, tutta in disordine. Sembrava che si fosse alzata dal letto in gran fretta, alle grida. Si fece avanti e mi vide appena:

— Mattia! — e cadde tra le braccia di Pomino e della madre. Loro la trascinarono via. Nella confusione lasciarono la piccina in braccio a me, che ero corso con loro.

Restai al buio, là, nella sala d'ingresso, con quella gracile bambina in braccio. Vagiva con la vocina aspra di latte. Ero costernato, sconvolto. Sentivo ancora nelle orecchie il grido della donna che era stata mia. E ora, ecco, lei era madre di questa bambina non mia, non mia! E la mia, ah, lei non l'aveva amata, allora! E dunque no, io ora no, perdio! Non dovevo aver pietà di questa bambina, né di loro. Si era risposata? E io ora... Ma quella piccina continuava a vagire, a vagire. E allora... che fare? Per calmarla me la misi sul petto. Cominciai a batterle una mano piano piano sulle spallucce e a dondolarla, passeggiando. L'odio mi passò, la furia cedette. E a poco a poco la bambina tacque.

Pomino chiamò nel buio, spaventato:

— Mattia!... La piccina!...

— Sta' zitto! L'ho qua, — gli risposi.

— E che fai?

— Me la mangio... Che faccio!... L'avete buttata in braccio a me... Ora lasciamela stare! Si è calmata. Dov'è Romilda?

Mi si avvicinò, tutto tremante e sospeso, come una cagna che vede in mano al padrone la sua cucciola:

— Romilda? Perché? — mi domandò.

— Perché voglio parlarle! — gli risposi duramente.

— È svenuta, sai?

— Svenuta? La faremo tornare in sé.

Pomino mi si mise davanti, supplichevole:

— Per carità... senti... ho paura... come mai, tu... vivo!... Dove sei stato?... Ah, Dio... Senti... Non potresti parlare con me?

— No! — gli gridai. — Con lei devo parlare. Tu, qua, non rappresenti più nulla.

— Come! io?

— Il tuo matrimonio si annulla.

— Come... che dici? E la piccina?

— La piccina... la piccina... — masticai. — Svergognati! In due anni, marito e moglie, e una figlia! Zitta, carina, zitta! Andiamo dalla mamma... Su, portami da lei! Da che parte si va?

Entrai nella camera da letto con la bambina in braccio. Subito la vedova Pescatore fece per saltarmi addosso, come una iena.

La respinsi con un furioso colpo di braccio:

— Andate là, voi! Qua c'è vostro genero: se avete da strillare, strillate con lui. Io non vi conosco!

Mi chinai verso Romilda, che piangeva disperatamente, e le porsi la figlia:

— Su, tieni... Piangi? Perché piangi? Piangi perché sono vivo? Mi volevi morto? Guardami... su, guardami in faccia! Vivo o morto?

Lei provò, tra le lacrime, ad alzare gli occhi su di me. Con la voce rotta dai singhiozzi, balbettò:

— Ma... come... tu? che... che hai fatto?

— Io, che ho fatto? — sogghignai. — Lo domandi a me, che ho fatto? Tu ti sei risposata... con quello sciocco là!... Tu hai messo al mondo una figlia, e hai il coraggio di domandare a me che ho fatto?

— E ora? — gemette Pomino, coprendosi il viso con le mani.

— Ma tu, tu... dove sei stato? Se ti sei finto morto e te ne sei scappato... — cominciò a strillare la Pescatore. Si fece avanti con le braccia alzate.

Gliene afferrai uno, glielo storsi e le urlai:

— Zitta, vi ripeto! State zitta, voi! Se vi sento fiatare, perdo la pietà per questo imbecille di vostro genero e per quella creaturina là. E faccio valere la legge! Sapete che dice la legge? Che io ora devo riprendermi Romilda...

— Mia figlia? tu? Tu sei pazzo! — gridò lei, senza paura.

Ma Pomino, davanti alla mia minaccia, le si avvicinò subito. La supplicò di tacere, di calmarsi, per amor di Dio.

Allora la megera lasciò me e se la prese con lui. Era uno sciocco, uno stupido, un buono a nulla! Sapeva solo piangere e disperarsi come una donnetta...

Scoppiai a ridere, fino ad avere male ai fianchi.

— Finitela! — gridai, quando riuscii a fermarmi. — Gliela lascio! La lascio a lui volentieri! Mi credete davvero così pazzo da ridiventare vostro genero? Ah, povero Pomino! Povero amico mio, scusami, sai, se ti ho detto imbecille. Ma hai sentito? Te l'ha detto anche lei, tua suocera. E ti posso giurare che anche prima me l'aveva detto Romilda, nostra moglie... Sì, proprio lei: che le sembravi imbecille, stupido, insipido... e non so che altro. È vero, Romilda? Di' la verità... Su, su, smetti di piangere, cara. Rimettiti in ordine. Guarda, così puoi far male alla tua piccina... Io ora sono vivo — vedi? — e voglio stare allegro... *Allegro!* come diceva un certo ubriaco amico mio... Allegro, Pomino! Ti sembra che io voglia lasciare una figlia senza mamma? Ohibò! Ho già un figlio senza babbo... Vedi, Romilda? Abbiamo fatto pari e patta. Io ho un figlio, che è figlio di Malagna. E tu ora hai una figlia, che è figlia di Pomino. Se Dio vuole, li faremo sposare tra loro, un giorno! Ormai quel figlio là non ti deve più far rabbia... Parliamo di cose allegre... Ditemi come tu e tua madre avete fatto a riconoscermi morto, là, alla *Stia*...

— Ma anch'io! — esclamò Pomino, esasperato. — Ma tutto il paese! Non loro sole!

— Bravi! bravi! Tanto dunque mi somigliava?

— La tua stessa statura... la tua barba... vestito come te, di nero... e poi, scomparso da tanti giorni...

— E già, me n'ero scappato, hai sentito? Come se non mi avessero fatto scappare loro... Questa qui, questa qui... Eppure stavo per tornare, sai? Ma sì, carico d'oro! Quando... che è, che non è, morto, affogato, putrefatto... e riconosciuto, per giunta! Grazie a Dio, me la sono goduta, per due anni. E voi, qua: fidanzamento, nozze, luna di miele, feste, gioie, la figlia... Chi muore giace, eh? E chi vive si dà pace...

— E ora? Come si fa ora? — ripeté Pomino, gemendo, come seduto sulle spine. — Questo dico io!

Romilda si alzò per mettere la bambina nella culla.

— Andiamo, andiamo di là, — dissi io. — La piccina si è riaddormentata. Discuteremo di là.

Andammo nella sala da pranzo. Sulla tavola ancora apparecchiata c'erano i resti della cena. Pomino era tutto tremante, stralunato, sfigurato da un pallore di morto. Batteva di continuo le palpebre sugli occhietti diventati smorti, forati in mezzo da due punti neri, acuti di dolore. Si grattava la fronte e diceva, quasi delirando:

— Vivo... vivo... Come si fa? Come si fa?

— Non mi seccare! — gli gridai. — Adesso vedremo, ti dico.

Romilda si mise la vestaglia e venne a raggiungerci. Io rimasi a guardarla alla luce, ammirato. Era tornata bella come un tempo, anzi più formosa.

— Fatti vedere... — le dissi. — Permetti, Pomino? Non c'è niente di male: sono marito anch'io, anzi prima e più di te. Non ti vergognare, via, Romilda! Guarda, guarda come si torce Mino! Ma che ti posso fare se non sono morto davvero?

— Così non è possibile! — sbuffò Pomino, livido.

— Si arrabbia! — feci a Romilda, strizzando l'occhio. — No, via, calmati, Mino... Ti ho detto che te la lascio, e mantengo la parola. Solo, aspetta... con permesso!

Mi avvicinai a Romilda e le stampai un bel bacione sulla guancia.

— Mattia! — gridò Pomino, fremendo.

Scoppiai a ridere di nuovo.

— Geloso? Di me? Va' là! Ho il diritto di precedenza. Del resto, su, Romilda, cancella, cancella... Guarda, venendo qui pensavo (scusami, sai, Romilda), pensavo, caro Mino, che ti avrei fatto un gran piacere a liberartene. E ti confesso che questo pensiero mi faceva soffrire moltissimo, perché volevo vendicarmi. E vorrei ancora, non credere, togliendoti adesso Romilda, adesso che vedo che le vuoi bene e che lei... Sì, mi sembra un sogno, mi sembra quella di tanti anni fa... Ricordi, eh, Romilda?... Non piangere! Ti rimetti a piangere? Ah, bei tempi... Sì, non tornano più!... Via, via: voi ora avete una figlia, e dunque non se ne parli più! Vi lascio in pace, che diamine!

— Ma il matrimonio si annulla? — gridò Pomino.

— E tu lascialo annullare! — gli dissi. — Si annullerà *pro forma*, se mai. Non farò valere i miei diritti. Non mi farò nemmeno riconoscere vivo ufficialmente, se proprio non mi costringono. Mi basta che tutti mi rivedano e sappiano che di fatto sono vivo. Così esco da questa morte, che è morte vera, credetemi! Già lo vedi: Romilda, qua, ha potuto diventare tua moglie... Il resto non mi importa! Tu ti sei sposato pubblicamente. Tutti sanno che lei è tua moglie da un anno, e tale rimarrà. Chi vuoi che si interessi ancora del valore legale del suo primo matrimonio? Acqua passata... Romilda *fu* mia moglie: ora, da un anno, *è tua*, madre di una tua bambina. Dopo un mese non se ne parlerà più. Dico bene, doppia suocera?

La Pescatore, cupa, con la fronte aggrottata, approvò con la testa. Ma Pomino, sempre più agitato, domandò:

— E tu rimarrai qua, a Miragno?

— Sì, e qualche sera verrò a casa tua a prendere una tazza di caffè. O a bere un bicchiere di vino alla vostra salute.

— Questo no! — scattò la Pescatore, saltando in piedi.

— Ma scherza!... — osservò Romilda, con gli occhi bassi.

Io mi ero messo a ridere come prima.

— Vedi, Romilda? — le dissi. — Hanno paura che torniamo a fare gli innamorati... Sarebbe proprio carina! No, no: non tormentiamo Pomino... Se lui non mi vuole più in casa, vuol dire che passeggerò giù per la strada. Sotto le tue finestre. Va bene? E ti farò tante belle serenate.

Pomino, pallido, tremante, passeggiava per la stanza, brontolando:

— Non è possibile... non è possibile...

A un certo punto si fermò e disse:

— Sta di fatto che lei... con te qua, vivo, non sarà più mia moglie...

— E tu fa' conto che io sia morto! — gli risposi tranquillamente.

Riprese a camminare:

— Questo conto non posso più farlo!

— E tu non farlo. Ma, via, credi davvero — aggiunsi — che vorrò darti fastidio, se Romilda non vuole? Deve dirlo lei... Su, di', Romilda, chi è più bello? Io o lui?

— Ma io dico di fronte alla legge! Di fronte alla legge! — gridò lui, fermandosi di nuovo.

Romilda lo guardava, angosciata e sospesa.

— In questo caso, — gli feci osservare, — mi sembra che più di tutti, scusa, dovrei offendermi io. Perché d'ora in poi vedrò la mia bella *quondam* metà vivere da moglie con te.

— Ma anche lei, — ribatté Pomino, — non essendo più mia moglie...

— Oh, insomma, — sbuffai, — volevo vendicarmi e non mi vendico. Ti lascio la moglie, ti lascio in pace, e non sei contento? Su, Romilda, alzati! Andiamocene via, noi due! Ti propongo un bel viaggetto di nozze... Ci divertiremo! Lascia questo noioso pedante. Vedi? Pretende che io vada a buttarmi davvero nella gora del mulino, alla *Stia*.

— Non pretendo questo! — esplose Pomino, al colmo dell'esasperazione. — Ma vattene, almeno! Vattene via, visto che ti è piaciuto farti credere morto! Vattene subito, lontano, senza farti vedere da nessuno. Perché io qua... con te... vivo...

Mi alzai e gli battei una mano sulla spalla per calmarlo. Prima di tutto gli risposi che ero già stato a Oneglia, da mio fratello. Perciò tutti, là, a quest'ora, sapevano che ero vivo, e domani, inevitabilmente, la notizia sarebbe arrivata a Miragno. Poi:

— Morto di nuovo? Lontano da Miragno? Tu scherzi, mio caro! — esclamai. — Va' là: fa' il marito in pace, senza paura... Il tuo matrimonio, comunque sia, è stato celebrato. Tutti approveranno, perché c'è di mezzo una creaturina. Ti prometto e giuro che non verrò mai a disturbarti, neanche per una misera tazza di caffè. Neanche per godermi il dolce, divertente spettacolo del vostro amore, del vostro accordo, della vostra felicità costruita sulla mia morte... Ingrati! Scommetto che nessuno, neanche tu, amico del cuore, nessuno di voi è andato al camposanto. Nessuno ha appeso una corona, ha lasciato un fiore sulla mia tomba... Di', è vero? Rispondi!

— Hai voglia di scherzare!... — fece Pomino, scuotendosi.

— Scherzare? Ma per niente! Là c'è davvero il cadavere di un uomo, e non si scherza! Ci sei stato?

— No... non... non ne ho avuto il coraggio... — borbottò Pomino.

— Ma di prendermi la moglie sì, birbaccione!

— E tu a me? — disse lui allora, pronto. — Tu a me non l'avevi tolta, prima, da vivo?

— Io? — esclamai. — E dàlli! Ma se non ti ha voluto lei! Vuoi dunque che ti ripeta che le sembravi proprio uno sciocco? Diglielo tu, Romilda, per favore: vedi, mi accusa di tradimento... Ora che c'entra! È tuo marito, e non se ne parla più. Ma io non ho colpa... Su, su. Ci andrò io domani da quel povero morto, abbandonato là, senza un fiore, senza una lacrima... Di', c'è almeno una lapide sulla fossa?

— Sì, — si affrettò a rispondermi Pomino. — A spese del Municipio... Il povero babbo...

— Mi ha letto l'elogio funebre, lo so! Se quel pover'uomo sentiva... Che c'è scritto sulla lapide?

— Non so... L'ha dettata Lodoletta.

— Figuriamoci! — sospirai. — Basta. Lasciamo anche questo discorso. Raccontami, raccontami piuttosto come vi siete sposati così presto... Ah, come poco mi hai pianto, vedovella mia... Forse niente, eh? Di' su, possibile che io non debba sentire la tua voce? Guarda: è già notte avanzata... Appena spunterà il giorno, io andrò via, e sarà come se non ci fossimo mai conosciuti... Approfittiamo di queste poche ore. Su, dimmi...

Romilda si strinse nelle spalle, guardò Pomino, sorrise nervosamente. Poi abbassò di nuovo gli occhi e, guardandosi le mani, disse:

— Che posso dire?... Certo che ho pianto...

— E non te lo meritavi! — brontolò la Pescatore.

— Grazie! Ma insomma, via... è stato poco, è vero? — ripresi. — Questi begli occhi, che pure si sono ingannati così facilmente, non si sono certo rovinati molto.

— Siamo rimaste in una brutta situazione, — disse Romilda, come per scusarsi. — E se non fosse stato per lui...

— Bravo Pomino! — esclamai. — Ma quella canaglia di Malagna, niente?

— Niente, — rispose la Pescatore, dura, secca. — Ha fatto tutto lui...

E indicò Pomino.

— Cioè... cioè... — corresse lui, — il povero babbo... Sai che era al Municipio? Bene, prima fece dare una piccola pensione, vista la disgrazia... e poi...

— Poi ha accettato le nozze?

— Felicissimo! E ci ha voluti tutti qua, con sé... Mah! Da due mesi...

E cominciò a raccontarmi la malattia e la morte del padre. Mi parlò del suo amore per Romilda e per la nipotina. Mi parlò del dolore di tutto il paese per la sua morte. Allora domandai notizie di zia Scolastica, tanto amica del cavalier Pomino. La vedova Pescatore si agitò sulla sedia. Si ricordava ancora del pezzo di pasta che la terribile vecchia le aveva spiaccicato in faccia. Pomino mi rispose che non la vedeva da due anni, ma che era viva. Poi, a sua volta, mi domandò che cosa avevo fatto io, dove ero stato, eccetera. Dissi quel tanto che potevo, senza fare nomi di luoghi o di persone. Volevo dimostrare che in quei due anni non mi ero affatto divertito. E così, parlando insieme, aspettammo l'alba del giorno in cui la mia resurrezione doveva essere annunciata pubblicamente.

Eravamo stanchi per la notte senza sonno e per le forti emozioni. Avevamo anche freddo. Per scaldarci un po', Romilda volle preparare il caffè con le sue mani. Nel darmi la tazza mi guardò. Sulle labbra aveva un sorriso leggero, triste, quasi lontano. E disse:

— Tu, come al solito, senza zucchero, è vero?

Che cosa lesse in quell'attimo nei miei occhi? Abbassò subito lo sguardo.

In quella luce livida dell'alba sentii stringermi la gola da un nodo di pianto inatteso. Guardai Pomino con odio. Ma il caffè mi fumava sotto il naso e mi inebriava con il suo profumo. Cominciai a berlo lentamente. Poi domandai a Pomino il permesso di lasciare la valigia a casa sua, finché non avessi trovato un alloggio. Avrei poi mandato qualcuno a prenderla.

— Ma sì! ma sì! — mi rispose lui, premuroso. — Anzi, non preoccuparti: penserò io a fartela portare...

— Oh, — dissi, — tanto è vuota, sai?... A proposito, Romilda: avresti ancora, per caso, qualcosa di mio... abiti, biancheria?

— No, nulla... — mi rispose, dispiaciuta, aprendo le mani. — Capirai... dopo la disgrazia...

— Chi poteva immaginarlo? — esclamò Pomino.

Ma giurerei che lui, l'avaro Pomino, aveva al collo un mio vecchio fazzoletto di seta.

— Basta. Addio, eh! Buona fortuna! — dissi salutando, con gli occhi fermi su Romilda, che non volle guardarmi. Ma la mano le tremò, quando ricambiò il saluto. — Addio! Addio!

Scesi in strada. Mi trovai ancora una volta perduto, anche qui, nel mio stesso paesello natale: solo, senza casa, senza meta.

— E ora? — domandai a me stesso. — Dove vado?

Mi avviai, guardando la gente che passava. Ma che! Nessuno mi riconosceva? Eppure ormai ero tale e quale a prima. Vedendomi, tutti avrebbero potuto almeno pensare: « Ma guarda quel forestiero là, come somiglia al povero Mattia Pascal! Se avesse l'occhio un po' storto, si direbbe proprio lui ». Ma che! Nessuno mi riconosceva, perché nessuno pensava più a me. Non destavo neppure curiosità, nemmeno la minima sorpresa... E io che mi ero immaginato uno scoppio, una confusione, appena mi fossi mostrato per le strade! Nella profonda delusione provai un avvilimento, un dispetto, un'amarezza che non saprei dire. E il dispetto e l'avvilimento mi impedivano di attirare l'attenzione di quelli che io, dal canto mio, riconoscevo bene. Per forza, dopo due anni... Ah, che vuol dire morire! Nessuno, nessuno si ricordava più di me, come se non fossi mai esistito...

Due volte attraversai il paese da un capo all'altro, e nessuno mi fermò. Al colmo dell'irritazione pensai di tornare da Pomino. Volevo dirgli che i patti non mi andavano bene. Volevo vendicarmi su di lui dell'offesa che, mi sembrava, tutto il paese mi faceva non riconoscendomi più. Ma Romilda non mi avrebbe seguito con le buone, e per il momento non avrei saputo dove portarla. Prima dovevo almeno cercarmi una casa. Pensai di andare al Municipio, all'ufficio dello stato civile, per farmi subito cancellare dal registro dei morti. Ma lungo la strada cambiai idea e finii invece in questa biblioteca di Santa Maria Liberale. Al mio posto trovai il reverendo amico don Eligio Pellegrinotto, e neanche lui, lì per lì, mi riconobbe. Veramente don Eligio sostiene che mi riconobbe subito. Dice che aspettò soltanto che pronunciassi il mio nome per buttarmi le braccia al collo. Gli sembrava impossibile che fossi io, e non poteva abbracciare subito uno che gli *sembrava* Mattia Pascal. Sarà pure così! Le prime feste, calorosissime, le ricevetti da lui. Poi volle per forza riportarmi con sé in paese. Voleva cancellare dal mio animo la cattiva impressione della dimenticanza dei miei concittadini.

Ma ora, per ripicca, non voglio descrivere quello che accadde prima alla farmacia del Brìsigo, poi al *Caffè dell'Unione*. Lì don Eligio, ancora tutto felice, mi presentò come un uomo tornato in vita. La notizia si sparse in un lampo, e tutti corsero a vedermi e a tempestarmi di domande. Volevano sapere da me chi fosse allora quello che si era annegato alla *Stia*. Come se non mi avessero riconosciuto loro: tutti, uno per uno! E dunque ero io, proprio io: da dove tornavo? Dall'altro mondo! Che cosa avevo fatto? Il morto! Decisi di non cambiare queste due risposte e di lasciare tutti irritati e pieni di curiosità. E questa curiosità durò molti e molti giorni. Neppure l'amico Lodoletta, che venne a « intervistarmi » per il *Foglietto*, fu più fortunato degli altri. Per commuovermi, per farmi parlare, mi portò una copia del suo giornale di due anni prima, con la mia necrologia. Fu inutile. Gli dissi che la sapevo a memoria, perché all'Inferno *Il Foglietto* era molto diffuso.

— Eh, altro! Grazie, caro! Anche della lapide... Andrò a vederla, sai?

Rinuncio a copiare il suo nuovo *pezzo forte* della domenica seguente. Portava a grosse lettere il titolo: Mattia Pascal è vivo!

Tra i pochi che non vollero farsi vedere, oltre ai miei creditori, ci fu Batta Malagna. Eppure, mi dissero, due anni prima aveva mostrato una gran pena per il mio barbaro suicidio. Ci credo. Tanta pena allora, quando mi sapeva sparito per sempre, quanto dispiacere adesso, che mi sa tornato alla vita. Capisco il perché dell'una e dell'altro.

E Oliva? L'ho incontrata per strada, qualche domenica, all'uscita dalla messa. Aveva per mano il suo bambino di cinque anni, florido e bello come lei: — mio figlio! Lei mi ha guardato con occhi affettuosi e ridenti, che in un lampo mi hanno detto tante cose...

Basta. Io ora vivo in pace con la mia vecchia zia Scolastica, che ha voluto offrirmi un posto in casa sua. La mia strana avventura mi ha subito rialzato nella sua stima. Dormo nello stesso letto in cui è morta la mia povera mamma. Passo gran parte del giorno qua, in biblioteca, in compagnia di don Eligio. Lui è ancora molto lontano dal mettere in ordine i vecchi libri polverosi.

Ho impiegato circa sei mesi a scrivere questa mia strana storia, aiutato da lui. Di quello che è scritto qui lui conserverà il segreto, come se l'avesse saputo sotto il sigillo della confessione.

Abbiamo discusso a lungo insieme sui miei casi. Spesso gli ho detto che non riesco a vedere quale frutto se ne possa ricavare.

— Intanto questo, — mi dice lui. — Non è possibile vivere fuori della legge, caro signor Pascal. E non è possibile vivere fuori di quelle particolarità, liete o tristi che siano, per cui noi siamo noi.

Ma io gli faccio osservare che non sono affatto rientrato né nella legge né nelle mie particolarità. Mia moglie è moglie di Pomino, e io non saprei proprio dire chi sono.

Nel cimitero di Miragno c'è la fossa di quel povero sconosciuto che si è ucciso alla *Stia*. Lì c'è ancora la lapide dettata da Lodoletta:

colpito da avversi fati

MATTIA PASCAL

bibliotecario

cvor generoso anima aperta

qvi volontario

riposa

—

la pietà dei concittadini

Io vi ho portato la corona di fiori promessa, e ogni tanto vado a vedermi morto e sepolto là. Qualche curioso mi segue da lontano. Poi, al ritorno, cammina con me, sorride e, pensando alla mia condizione, mi domanda:

— Ma voi, insomma, si può sapere chi siete?

Mi stringo nelle spalle, socchiudo gli occhi e gli rispondo:

— Eh, caro mio... Io sono il fu Mattia Pascal.

FINE.

### Glossario

- **megera**: donna vecchia, brutta e cattiva.
- **vagiva**: piangeva con il verso debole e sottile dei bambini appena nati.
- **bel tomo**: tipo strano e poco serio; si dice per prendere in giro.
- **pari e patta**: si dice quando nessuno dei due ha vinto o perso più dell'altro.
- **pro forma**: solo per rispettare una regola, senza un valore vero.
- **doppia suocera**: scherzo di Mattia: la vedova Pescatore è suocera sua e anche di Pomino.
- **quondam**: parola latina: di un tempo, di prima.
- **sigillo della confessione**: il segreto che il prete deve mantenere su quello che sente in confessione.
- **il fu**: parola che si mette davanti al nome di una persona morta.
- **agitasse**: rendesse nervoso, inquieto.
- **esclamai**: dissi con forza, a voce alta.
- **esclamò**: disse con forza, a voce alta.
- **sbalordito**: molto stupito, quasi senza parole.
- **fremendo**: tremando per l'emozione, la rabbia o l'impazienza.
- **tin-tin**: il suono di un piccolo campanello.
- **lume**: piccola lampada da tenere in mano.
- **gemette**: si lamentò con una voce debole, per il dolore o la paura.
- **balbettò**: parlò con fatica, ripetendo le sillabe.
- **supplicò**: chiese con forza e con umiltà, quasi pregando.
- **risposata**: sposata di nuovo.
- **vagire**: piangere con il verso debole e sottile dei bambini appena nati.
- **svenuta**: che ha perso i sensi per un po' di tempo.
- **strillare**: gridare con una voce alta e acuta.
- **riconobbe**: capì chi era una persona già vista.

## Avvertenza sugli scrupoli della fantasia

Il signor Alberto Heintz, di Buffalo negli Stati Uniti, è a un bivio. Da una parte c'è l'amore della moglie, dall'altra quello di una signorina di vent'anni. Pensa bene di invitare l'una e l'altra a un incontro, per prendere insieme a lui una decisione.

Le due donne e il signor Heintz arrivano puntuali al luogo stabilito. Discutono a lungo e alla fine si mettono d'accordo.

Decidono di uccidersi tutti e tre.

La signora Heintz torna a casa, si spara un colpo di rivoltella e muore. Allora il signor Heintz e la sua innamorata signorina di vent'anni vedono una cosa. Con la morte della signora Heintz ogni ostacolo alla loro felice unione è scomparso. Perciò riconoscono di non avere più ragione di uccidersi e decidono di restare in vita e di sposarsi. Però l'autorità giudiziaria decide diversamente, e li arresta.

Conclusione volgarissima.

(Vedere i giornali di New York del 25 gennaio 1921, edizione del mattino.)

*

Supponiamo che un disgraziato scrittore di commedie abbia la cattiva ispirazione di portare sulla scena un caso simile.

Si può essere sicuri che la sua fantasia si farà prima di tutto uno scrupolo. Vorrà curare con rimedi eroici l'assurdità di quel suicidio della signora Heintz, per renderlo in qualche modo verosimile.

Ma si può essere ugualmente sicuri di un'altra cosa. Lo scrittore di commedie inventerà tutti i rimedi eroici che vuole. Ma novantanove critici teatrali su cento giudicheranno assurdo quel suicidio e inverosimile la commedia.

Perché la vita è beatamente piena di sfacciate assurdità, piccole e grandi. E per tutte queste assurdità ha un privilegio inestimabile. Può fare a meno di quella stupidissima verosimiglianza a cui l'arte crede di dover obbedire.

Le assurdità della vita non hanno bisogno di sembrare verosimili, perché sono vere. Al contrario di quelle dell'arte che, per sembrare vere, hanno bisogno di essere verosimili. E allora, se sono verosimili, non sono più assurdità.

Un caso della vita può essere assurdo; un'opera d'arte, se è un'opera d'arte, no.

Ne segue che accusare un'opera d'arte di assurdità e di inverosimiglianza, in nome della vita, è una sciocchezza.

In nome dell'arte, sì; in nome della vita, no.

*

Nella storia naturale c'è un regno studiato dalla zoologia, perché popolato dagli animali.

Tra i tanti animali che lo popolano c'è anche l'uomo.

E lo zoologo sì, può parlare dell'*uomo*. Può dire, per esempio, che non è un quadrupede ma un bipede. Può dire che non ha la coda, né come la scimmia, né come l'asino, né come il pavone.

All'uomo di cui parla lo zoologo non può mai capitare la disgrazia di perdere, mettiamo, una gamba. Non gli capiterà mai di farsela mettere di legno. Non gli capiterà di perdere un occhio e di farselo mettere di vetro. L'uomo dello zoologo ha sempre due gambe, e nessuna è di legno. Ha sempre due occhi, e nessuno è di vetro.

E contraddire lo zoologo è impossibile. Provate a presentargli un tale con una gamba di legno o con un occhio di vetro. Vi risponderà che non lo conosce, perché quello non è l'uomo, ma un uomo.

È vero però che anche noi tutti possiamo rispondere allo zoologo. L'uomo che lui conosce non esiste. Esistono invece gli uomini, e nessuno è uguale a un altro. E possono anche avere, per disgrazia, una gamba di legno o un occhio di vetro.

A questo punto ci si domanda una cosa. Quei signori che giudicano un romanzo, una novella o una commedia vogliono essere considerati zoologi o critici letterari? Condannano questo o quel personaggio, questa o quella rappresentazione di fatti o di sentimenti. Ma non lo fanno in nome dell'arte, come sarebbe giusto. Lo fanno in nome di un'umanità che sembrano conoscere alla perfezione, come se esistesse davvero in astratto. Esisterebbe, cioè, fuori da quell'infinita varietà di uomini capaci di commettere tutte quelle assurdità lodate sopra. Quelle che non hanno bisogno di sembrare verosimili, perché sono vere.

*

Intanto, nella mia esperienza di una critica di questo tipo, il bello è questo. Lo zoologo riconosce che l'uomo si distingue dalle altre bestie anche perché ragiona, mentre le bestie non ragionano. Ma il ragionamento è proprio ciò che è più tipico dell'uomo. Eppure ai signori critici è apparso tante volte non come un eccesso, se mai, ma come un difetto. Un difetto di umanità, in tanti miei personaggi non allegri. Perché sembra che per loro l'umanità consista più nel sentimento che nel ragionamento.

Ma vogliamo parlare in modo astratto, come fanno questi critici? Allora, non è forse vero che l'uomo ragiona con la massima passione quando soffre? O sragiona, che è lo stesso. Perché delle sue sofferenze vuole vedere la radice. Vuole sapere chi gliele ha date, e se è stato giusto dargliele, e quanto. Invece, quando gode, si prende il godimento e non ragiona, come se godere fosse un suo diritto.

Il dovere delle bestie è soffrire senza ragionare. Chi soffre e ragiona (proprio perché soffre), per quei signori critici non è umano. Perché sembra che chi soffre debba essere soltanto una bestia. E sembra che solo quando è una bestia sia, per loro, umano.

*

Ma di recente ho trovato un critico a cui sono molto grato.

Si parlava della mia disumana e, sembra, inguaribile « cerebralità ». Si parlava della paradossale inverosimiglianza delle mie favole e dei miei personaggi. Lui ha domandato agli altri critici da dove prendevano il criterio per giudicare così il mondo della mia arte.

« Dalla cosiddetta vita normale? » ha domandato. « Ma che cos'è questa, se non un sistema di rapporti? Noi lo scegliamo nel caos degli eventi quotidiani e lo chiamiamo normale, in modo arbitrario. » Per concludere che « non si può giudicare il mondo di un artista con un criterio preso fuori da questo mondo stesso ».

Devo aggiungere una cosa, per dare credito a questo critico presso gli altri critici. Nonostante questo, anzi proprio per questo, anche lui poi giudica male la mia opera. Gli sembra, cioè, che io non sappia dare valore e senso universalmente umano alle mie favole e ai miei personaggi. Perciò chi deve giudicarli resta incerto. Si chiede se io non abbia voluto piuttosto limitarmi a riprodurre certi casi curiosi, certe situazioni psicologiche molto particolari.

Lui parla di un contrasto tra realtà e illusione, tra il volto individuale e la sua immagine sociale. Ma se il senso e il valore universalmente umano di certe mie favole e personaggi stessero proprio qui? Se stessero innanzitutto nel senso e nel valore da dare a quel primo contrasto? Per una beffa continua della vita, questo contrasto si scopre sempre senza consistenza. Perché necessariamente, purtroppo, ogni realtà di oggi è destinata a rivelarsi un'illusione domani. Ma è un'illusione necessaria, se purtroppo fuori di essa non c'è per noi altra realtà.

E se stessero proprio in questo? Un uomo o una donna si trovano in una situazione penosa, socialmente anormale, assurda quanto si vuole. Ce li hanno messi gli altri, o ci si sono messi da soli. Ci restano, la sopportano, la rappresentano davanti agli altri, finché non la vedono. Non la vedono, magari, per la loro cecità o per un'incredibile buona fede. Perché appena la vedono, come in uno specchio messo davanti a loro, non la sopportano più. Ne provano tutto l'orrore e la spezzano. Oppure, se non possono spezzarla, si sentono morire.

E se stessero proprio in quest'altro? Una situazione socialmente anormale si accetta, anche vedendola in uno specchio. In questo caso lo specchio ci mette davanti la nostra stessa illusione. E allora la si rappresenta, soffrendone tutto il martirio. La si rappresenta finché è possibile, dentro la maschera soffocante che ci portiamo addosso. Questa maschera ce la siamo imposta da soli, oppure ce l'hanno imposta gli altri o una crudele necessità. Si va avanti fino a quando, sotto la maschera, un nostro sentimento troppo vivo non viene ferito in profondità. La ferita è così profonda che alla fine scoppia la ribellione, e quella maschera si strappa e si calpesta.

« Allora, di colpo » dice il critico « un'ondata di umanità invade questi personaggi. Le marionette diventano improvvisamente creature di carne e di sangue. Parole che bruciano l'anima e straziano il cuore escono dalle loro labbra. »

E per forza! Hanno scoperto il loro nudo volto individuale sotto quella maschera. La maschera li rendeva marionette di se stessi, o nelle mani degli altri. All'inizio li faceva sembrare duri, legnosi, angolosi, senza finezza e senza delicatezza, complicati e sbilanciati. Così è ogni cosa costruita non liberamente ma per necessità, in una situazione anormale, inverosimile, paradossale. Una situazione tale, insomma, che alla fine loro non hanno più potuto sopportarla e l'hanno rotta.

Il groviglio, se c'è, dunque è voluto. Il meccanismo, se c'è, dunque è voluto. Ma non da me: è voluto dalla favola stessa, dagli stessi personaggi. E infatti si scopre subito. Spesso è preparato apposta e messo sotto gli occhi proprio mentre viene preparato e combinato. È la maschera per una rappresentazione, il gioco delle parti. È quello che vorremmo o dovremmo essere, quello che agli altri sembra che siamo. Mentre quello che siamo, fino a un certo punto non lo sappiamo neanche noi. È la goffa, incerta metafora di noi. È la costruzione, spesso contorta, che facciamo di noi stessi, o che gli altri fanno di noi. Dunque, davvero, un meccanismo, sì, in cui ciascuno, ripeto, è volutamente la marionetta di se stesso. E poi, alla fine, il calcio che manda all'aria tutta la baracca.

Credo che non mi resti altro che congratularmi con la mia fantasia. Perché, con tutti i suoi scrupoli, ha fatto sembrare difetti reali quelli che erano voluti da lei. Sono difetti di quella finta costruzione che i personaggi stessi hanno fatto di sé e della loro vita. O che altri hanno fatto per loro. Sono, insomma, i difetti della maschera finché non si scopre nuda.

*

Ma una consolazione più grande mi è venuta dalla vita, o dalla cronaca di ogni giorno. È arrivata a circa vent'anni dalla prima pubblicazione di questo mio romanzo *Il fu Mattia Pascal*. Oggi il romanzo viene ristampato ancora una volta.

Quando apparve per la prima volta, ebbe un consenso quasi unanime. Eppure anche a questo romanzo non mancò chi lo accusò di inverosimiglianza.

Ebbene, la vita ha voluto darmi la prova della verità del romanzo in una misura davvero eccezionale. La prova è arrivata fino ai minimi particolari caratteristici, trovati spontaneamente dalla mia fantasia.

Ecco che cosa si leggeva nel *Corriere della Sera* del 27 marzo 1920:

L'OMAGGIO DI UN VIVO ALLA PROPRIA TOMBA

In questi giorni si è scoperto un singolare caso di bigamia. È dovuto alla morte di un marito, dichiarata ma non vera. Torniamo brevemente ai fatti precedenti. Il 26 dicembre 1916, nel quartiere Calvairate, alcuni contadini fecero una scoperta. Dal canale delle « Cinque chiuse » tirarono fuori il cadavere di un uomo, vestito con maglia e pantaloni color marrone. I carabinieri furono avvisati del ritrovamento e cominciarono le indagini. Poco dopo il cadavere fu identificato da una certa Maria Tedeschi, donna sulla quarantina ancora attraente. Lo identificarono anche certi Luigi Longoni e Luigi Majoli. Per loro era l'elettricista Ambrogio Casati, figlio di Luigi, nato nel 1869, marito della Tedeschi. In realtà l'annegato somigliava molto al Casati.

Quella testimonianza, a quanto ora risulta, sarebbe stata piuttosto interessata, specie per il Majoli e per la Tedeschi. Il vero Casati era vivo! Però era in carcere già dal 21 febbraio dell'anno precedente, per un reato contro la proprietà. E da tempo viveva diviso dalla moglie, anche se non legalmente. Dopo sette mesi di lutto, la Tedeschi si risposò con il Majoli, senza trovare nessun ostacolo burocratico. Il Casati finì di scontare la pena l'8 marzo del 1917. Solo in questi giorni ha saputo di essere... morto, e che sua moglie si era risposata ed era scomparsa. Ha saputo tutto questo quando è andato all'Ufficio di anagrafe in piazza Missori, perché aveva bisogno di un documento. L'impiegato, allo sportello, gli ha fatto notare, senza pietà:

— Ma voi siete morto! Il vostro domicilio legale è al cimitero di Musocco, campo comune 44, fossa n. 550...

Ogni protesta di quell'uomo, che voleva essere dichiarato vivo, fu inutile. Il Casati intende far riconoscere i suoi diritti alla... resurrezione. Appena il suo stato civile sarà corretto, la presunta vedova risposata vedrà annullato il secondo matrimonio.

Intanto la stranissima avventura non ha affatto rattristato il Casati. Anzi, si direbbe che l'ha messo di buon umore. Desideroso di nuove emozioni, ha voluto fare una visitina alla... propria tomba. In segno di omaggio alla sua memoria, ha deposto sulla tomba un profumato mazzo di fiori. E vi ha acceso un lumino votivo!

Il presunto suicidio in un canale. Il cadavere tirato fuori e riconosciuto dalla moglie e da chi sarà poi il suo secondo marito. Il ritorno del finto morto e perfino l'omaggio alla propria tomba! Ci sono tutti i dati di fatto. Naturalmente manca tutto il resto, che doveva dare al fatto valore e senso universalmente umano.

Non posso supporre che il signor Ambrogio Casati, elettricista, abbia letto il mio romanzo. Né che abbia portato i fiori alla sua tomba per imitare il fu Mattia Pascal.

La vita, intanto, con il suo beatissimo disprezzo di ogni verosimiglianza, poté trovare un prete e un sindaco. Loro unirono in matrimonio il signor Majoli e la signora Tedeschi. Non si curarono di conoscere un dato di fatto, di cui forse era facilissimo avere notizia. Il marito, signor Casati, si trovava in carcere e non sottoterra.

La fantasia si sarebbe fatta certamente scrupolo di passare sopra a un fatto simile. E ora ripensa all'accusa di inverosimiglianza che anche allora le fu rivolta. E gode nel far conoscere di quali reali inverosimiglianze sia capace la vita. Anche nei romanzi che, senza saperlo, la vita copia dall'arte.

### Glossario

- **verosimile**: che sembra vero, che può essere creduto.
- **inverosimiglianza**: il fatto di non sembrare vero.
- **scrupolo**: dubbio di chi ha paura di fare una cosa sbagliata.
- **zoologo**: studioso degli animali.
- **bipede**: animale che cammina su due zampe o gambe.
- **cerebralità**: modo di pensare e scrivere con troppo ragionamento e poco sentimento.
- **manda all'aria tutta la baracca**: distrugge tutto in un momento.
- **bigamia**: reato di chi è sposato con due persone nello stesso tempo.
- **lumino votivo**: piccola lampada che si accende per un morto o per un santo.
