# I Malavoglia (Edizione B1)

*Giovanni Verga*

## Prefazione

Questo racconto è uno studio sincero e senza passione. Voglio mostrare come probabilmente nascono, nelle condizioni più umili, i primi desideri di stare meglio. Voglio mostrare anche quanto disordine porta questo desiderio in una piccola famiglia. Fino a quel momento la famiglia era vissuta abbastanza felice. Poi arriva un vago desiderio delle cose che non si conoscono. Ci si accorge che non si sta bene, o che si potrebbe stare meglio.

C’è un motivo che spinge gli uomini ad agire, e che produce la fiumana del progresso. Qui questo motivo è preso alla sua sorgente, nelle forme più piccole e materiali. In questi ambienti bassi, il meccanismo delle passioni è meno complicato. Per questo si può osservare con più precisione. Basta lasciare al quadro i suoi colori puri e tranquilli, e il suo disegno semplice.

L’uomo è tormentato dalla ricerca del meglio. Man mano che questa ricerca cresce e si allarga, tende anche a salire. Segue un movimento verso l’alto, attraverso le classi sociali. Nei Malavoglia è ancora soltanto la lotta per i bisogni materiali. Quando questi bisogni sono soddisfatti, la ricerca diventa avidità di ricchezze. Allora prenderà forma in un borghese, Mastro-don Gesualdo. La sua storia è chiusa nel quadro ancora stretto di una piccola città di provincia. Ma i colori cominceranno a essere più vivi, e il disegno più ampio e vario.

Poi la ricerca diventerà vanità aristocratica nella Duchessa de Leyra. Diventerà ambizione nell’Onorevole Scipioni. E arriverà infine all’Uomo di lusso. Lui riunisce tutti questi desideri, tutte queste vanità, tutte queste ambizioni. Li capisce e ne soffre, perché li sente nel sangue. E ne è consumato.

Più si allarga il campo dell’azione umana, più il meccanismo delle passioni diventa complicato. I personaggi sono certo meno originali, ma più curiosi. Infatti l’educazione ha un’influenza sottile sui caratteri. Ha un’influenza anche tutto quello che c’è di artificiale nella civiltà. Perfino il linguaggio tende a diventare personale. Si arricchisce di tutte le sfumature dei mezzi sentimenti. Si arricchisce di tutti i trucchi della parola, per dare forza all’idea. Questo succede in un’epoca che chiede a tutti le stesse forme, come regola di buon gusto. Queste forme uguali servono a nascondere sentimenti e idee tutti uguali.

L’arte deve riprodurre questi quadri in modo esatto. Per questo bisogna seguire con molta cura le regole di questa analisi. Bisogna essere sinceri per mostrare la verità. Infatti la forma è legata al soggetto. E ogni parte del soggetto è necessaria per spiegare il tema generale.

L’umanità segue un cammino per conquistare il progresso. È un cammino fatale, senza fine, spesso faticoso e febbrile. Visto da lontano e nel suo insieme, il risultato è grandioso. Nella luce gloriosa che lo accompagna spariscono molte cose. Spariscono le inquietudini, le avidità, l’egoismo, tutte le passioni. Spariscono tutti i vizi, che si trasformano in virtù. Spariscono tutte le debolezze che aiutano questo lavoro enorme. Spariscono tutte le contraddizioni. Si scontrano fra loro, e da questo scontro nasce la luce della verità.

Il risultato per l’umanità copre ciò che c’è di meschino negli interessi dei singoli. Anzi, quasi li giustifica. Sembrano mezzi necessari per spingere ogni persona ad agire. Così ognuno lavora per il bene di tutti, senza saperlo. In questo lavoro universale ci sono molti motivi diversi. Si va dalla ricerca del benessere materiale fino alle ambizioni più alte. Ogni motivo è giusto per un solo fatto: è utile allo scopo di questo movimento senza fine. Quando si sa dove va questa immensa corrente dell’attività umana, non ci si chiede come ci va.

Solo l’osservatore ha il diritto di interessarsi ai deboli. Anche lui è trascinato dalla fiumana, ma si guarda intorno. Così vede i deboli che restano per strada. Vede gli stanchi che si lasciano superare dall’onda, per finire più presto. Vede i vinti che alzano le braccia, disperati. Essi piegano la testa sotto il piede brutale di quelli che arrivano dopo. Sono i vincitori di oggi. Anche loro hanno fretta, anche loro vogliono arrivare. E domani saranno superati anche loro.

I Malavoglia, Mastro-don Gesualdo, la Duchessa de Leyra, l’Onorevole Scipioni, l’Uomo di lusso sono tutti dei vinti. La corrente li ha trascinati e annegati. Poi li ha lasciati sulla riva. Ognuno porta le stimmate del suo peccato. Quei segni avrebbero dovuto essere la luce della sua virtù.

Ognuno, dal più umile al più alto, ha avuto la sua parte nella lotta. È la lotta per vivere, per il benessere, per l’ambizione. Si va dall’umile pescatore al nuovo ricco. Poi c’è la donna che entra nelle classi alte, anche se non è nata fra loro. Poi c’è l’uomo di grande ingegno e di volontà forte. Lui sente di avere la forza di comandare agli altri uomini. Vuole prendersi da solo il rispetto della gente. La società glielo nega per un pregiudizio, perché lui è nato fuori dal matrimonio. Vuole fare la legge, lui che è nato fuori dalla legge. E infine c’è l’artista. Lui crede di seguire il suo ideale, ma segue un’altra forma dell’ambizione.

Chi osserva questo spettacolo non ha il diritto di giudicarlo. È già molto se riesce a uscire per un momento dal campo della lotta. Così può studiarla senza passione. Può mostrare la scena in modo chiaro, con i colori giusti. Così può dare l’immagine della realtà com’è stata, o come avrebbe dovuto essere.

**Milano, 19 gennaio 1881.**

### Glossario

- **fiumana del progresso**: il progresso visto come un grande fiume che trascina tutti
- **vinti**: persone che hanno perso nella lotta della vita
- **stimmate**: segni sul corpo; qui, i segni lasciati dalla colpa di ognuno
- **avidità**: desiderio forte e senza limite, soprattutto di soldi
- **borghese**: persona della classe media, che vive di commercio o di proprietà
- **aristocratica**: dei nobili, delle famiglie più alte
- **vanità**: desiderio di essere ammirati dagli altri
- **meschino**: piccolo, povero di valore, egoista
- **febbrile**: agitato, veloce, come chi ha la febbre

## Capitolo I

Un tempo i Malavoglia erano stati tanti come i sassi della strada vecchia di Trezza. Ce n’erano perfino a Ognina e ad Aci Castello. Erano tutti gente di mare, buona e brava. Erano proprio il contrario di quello che diceva il loro soprannome, come deve essere. In verità, nel libro della parrocchia si chiamavano Toscano. Ma questo non voleva dire niente. Da quando il mondo era mondo, a Ognina, a Trezza e ad Aci Castello, tutti li conoscevano come Malavoglia. Era così di padre in figlio. Avevano sempre avuto delle barche sull’acqua e una casa con le tegole al sole.

Adesso a Trezza erano rimasti solo i Malavoglia di padron ’Ntoni. Erano quelli della casa del nespolo e della Provvidenza. La barca era legata sulla spiaggia, sotto il lavatoio. Accanto c’erano la Concetta dello zio Cola e la paranza di padron Fortunato Cipolla.

Le tempeste avevano sparso gli altri Malavoglia di qua e di là. Ma erano passate senza fare molto danno sulla casa del nespolo e sulla barca sotto il lavatoio. Padron ’Ntoni spiegava questo miracolo mostrando il pugno chiuso. Era un pugno duro, che sembrava fatto di legno di noce. Diceva:

— Per menare il remo bisogna che le cinque dita s’aiutino l’una con l’altra.

Diceva anche:

— Gli uomini sono fatti come le dita della mano. Il dito grosso deve fare da dito grosso, e il dito piccolo deve fare da dito piccolo.

E la piccola famiglia di padron ’Ntoni era davvero ordinata come le dita della mano. Prima veniva lui, il dito grosso, che decideva tutto in casa. Poi veniva suo figlio Bastiano, detto Bastianazzo. Lo chiamavano così perché era grande e grosso come il San Cristoforo dipinto sotto l’arco del mercato del pesce, in città. Ma così grande e grosso, faceva sempre quello che gli comandavano. Non si sarebbe soffiato il naso se suo padre non gli avesse detto: «sóffiati il naso». Infatti aveva sposato la Longa quando gli avevano detto: «pigliatela».

Poi veniva la Longa, una donna piccola. Era una brava donna di casa. Pensava a tessere, a salare le acciughe e a fare figli.

Infine venivano i nipoti, dal più grande al più piccolo. C’era ’Ntoni, il maggiore, un fannullone di vent’anni. Prendeva ancora qualche schiaffo dal nonno. A volte prendeva anche qualche calcio più in basso, per rimettere l’equilibrio, quando lo schiaffo era stato troppo forte. Poi c’era Luca, «che aveva più giudizio del grande», ripeteva il nonno. Poi c’era Mena (Filomena). La chiamavano «Sant’Agata», perché stava sempre al telaio. Infatti si dice: «donna di telaio, gallina di pollaio, e triglia di gennaio». Poi c’era Alessi (Alessio), un bambino che era tutto suo nonno. E infine c’era Lia (Rosalia), ancora né carne né pesce.

La domenica entravano in chiesa uno dietro l’altro, e sembrava una processione.

Padron ’Ntoni conosceva anche certi detti e proverbi, che aveva sentito dai vecchi. Infatti diceva: «Il motto degli antichi mai mentì». E poi: «Senza pilota barca non cammina». E ancora: «Per far da papa bisogna saper far da sagrestano». Oppure: «Fa’ il mestiere che sai: se non diventi ricco, almeno vivrai». E anche: «Contentati di quel che t’ha fatto tuo padre; se non altro non sarai un birbante». E diceva altre frasi piene di saggezza.

Ecco perché la casa del nespolo andava bene. Ecco perché padron ’Ntoni passava per un uomo di testa. A Trezza l’avrebbero fatto perfino consigliere comunale. Ma c’era don Silvestro, il segretario, che sapeva il fatto suo. Don Silvestro andava dicendo che padron ’Ntoni era un codino marcio. Diceva che era un reazionario, uno di quelli che stavano con i Borboni. Diceva che lavorava di nascosto per il ritorno di Franceschello. Così avrebbe comandato su tutto il paese, come comandava in casa sua.

Padron ’Ntoni, invece, non conosceva Franceschello neanche di vista. Badava ai fatti suoi. Diceva sempre: «Chi ha carico di casa non può dormire quando vuole». Perché «chi comanda deve rendere conto».

Nel dicembre del 1863, ’Ntoni, il maggiore dei nipoti, fu chiamato per la leva di mare. Allora padron ’Ntoni corse dalle persone importanti del paese. Sono loro che possono aiutarci.

Ma don Giammaria, il vicario, gli rispose che gli stava bene. Disse che era il frutto di quella rivoluzione del diavolo. Infatti avevano appeso la bandiera tricolore al campanile.

Don Franco, lo speziale, invece rideva sotto la sua grande barba. Si fregava le mani e giurava una cosa. Se riuscivano a fare un po’ di repubblica, avrebbero preso a calci quelli della leva e delle tasse. Non ci sarebbero stati più soldati. Tutti sarebbero andati alla guerra, se c’era bisogno.

Allora padron ’Ntoni lo pregava e lo pregava ancora, per l’amor di Dio. Gli chiedeva di fare presto la repubblica, prima che suo nipote partisse soldato. Parlava come se don Franco avesse la repubblica in tasca. Alla fine lo speziale si arrabbiò.

Don Silvestro, il segretario, rideva fortissimo per questi discorsi. Alla fine disse lui la sua idea. Bastava mettere un po’ di soldi nella tasca di certe persone che conosceva lui. Allora avrebbero trovato al nipote un difetto, e l’avrebbero lasciato a casa.

Purtroppo il ragazzo era fatto bene, come se ne fanno ancora ad Aci Trezza. Il dottore della leva si trovò davanti quel bel pezzo di giovanotto. Gli disse che aveva un solo difetto. Stava piantato come un pilastro su quei piedi enormi, che sembravano pale di fico d’India. Ma in certe brutte giornate, sul ponte di una nave da guerra, i piedi come pale di fico d’India vanno meglio degli stivaletti stretti. Perciò si presero ’Ntoni senza dire «permesso».

I ragazzi della leva venivano portati in caserma. La Longa correva accanto al figlio, senza fiato, perché lui faceva passi lunghi. Gli raccomandava di tenere sempre sul petto l’abitino della Madonna. Gli raccomandava di mandare notizie ogni volta che qualche conoscente tornava dalla città. Poi gli avrebbero mandato i soldi per la carta.

Il nonno, da uomo, non diceva niente. Ma anche lui sentiva un nodo alla gola. Evitava di guardare in faccia la nuora, come se fosse arrabbiato con lei. Così tornarono ad Aci Trezza in silenzio, a testa bassa.

Bastianazzo aveva finito in fretta di sistemare la Provvidenza. Poi era andato ad aspettarli in fondo alla strada. Li vide arrivare tristi, con le scarpe in mano. Non ebbe il coraggio di aprire bocca, e tornò a casa con loro.

La Longa corse subito a chiudersi in cucina. Sembrava che avesse fretta di stare da sola con i suoi vecchi piatti. Padron ’Ntoni disse al figlio:

— Va’ a dirle qualche cosa, a quella poveretta. Non ne può più.

Il giorno dopo tornarono tutti alla stazione di Aci Castello. Volevano vedere passare il treno dei ragazzi della leva, che andavano a Messina. Aspettarono più di un’ora dietro il recinto di legno, schiacciati dalla folla.

Finalmente arrivò il treno. Si videro tutti quei ragazzi che agitavano le braccia, con la testa fuori dai finestrini. Facevano come i buoi quando li portano alla fiera. C’erano canti, risate e tanto rumore. Sembrava la festa di Trecastagni. In quella confusione ci si dimenticava perfino il dolore che si aveva nel cuore.

— Addio, ’Ntoni!

— Addio, mamma!

— Addio! Ricordati! Ricordati!

Lì vicino, sul bordo della strada, c’era la Sara di comare Tudda. Tagliava l’erba per il vitello. Ma comare Venera, la Zuppidda, diceva sottovoce che era venuta per salutare ’Ntoni di padron ’Ntoni. Diceva che i due si parlavano dal muro dell’orto. Li aveva visti lei, con quegli occhi che un giorno si sarebbero mangiati i vermi.

Una cosa è certa: ’Ntoni salutò la Sara con la mano. E lei restò con la falce in mano a guardare, finché il treno non partì. Alla Longa sembrò che quel saluto l’avessero rubato a lei. Per molto tempo, ogni volta che incontrava la Sara di comare Tudda, le voltava le spalle. Lo faceva in piazza e lo faceva al lavatoio.

Poi il treno partì. Fischiava e faceva tanto rumore che copriva i canti e gli addii. I curiosi se ne andarono. Restarono solo alcune donnette e qualche povero diavolo. Si tenevano ancora stretti ai pali del recinto, senza sapere perché. Poi, a poco a poco, se ne andarono anche loro.

Padron ’Ntoni capì che la nuora doveva avere la bocca amara. Allora le pagò due centesimi di acqua col limone.

Comare Venera, la Zuppidda, per consolare la Longa, le diceva:

— Adesso mettetevi il cuore in pace. Per cinque anni dovete fare come se vostro figlio fosse morto, e non pensarci più.

Ma ci pensavano sempre, nella casa del nespolo. La Longa ci pensava quando apparecchiava la tavola. Le capitava in mano ogni giorno una certa scodella, che era di ’Ntoni. Ci pensavano per un certo nodo alla corda della vela, che ’Ntoni sapeva fare meglio di tutti. Ci pensavano quando bisognava tirare una corda tesa come la corda di un violino. Ci pensavano quando bisognava tirare una grossa fune così pesante che ci voleva una macchina.

Il nonno, mentre tirava con fatica, diceva tra un «ohi!» e un «ooohi!»:

— Qui ci vorrebbe ’Ntoni.

Oppure:

— Vi pare che io abbia la forza di quel ragazzo?

La madre batteva il pettine del telaio: «uno! due! tre!». E intanto pensava al «bum bum» della macchina che le aveva portato via il figlio. Quel rumore le era rimasto nel cuore, in quella grande confusione. Le batteva ancora dentro il petto: «uno! due! tre!».

Il nonno, poi, aveva certi strani argomenti per consolarsi e per consolare gli altri.

— Del resto, volete sapere una cosa? Fare un po’ il soldato gli farà bene, a quel ragazzo. Le sue braccia gli piaceva di più portarle a spasso la domenica, invece di usarle per guadagnarsi il pane.

Oppure diceva:

— Quando avrà provato il pane salato che si mangia fuori di casa, non si lamenterà più della minestra di casa sua.

Finalmente da Napoli arrivò la prima lettera di ’Ntoni. Tutto il vicinato ne parlò. ’Ntoni diceva che laggiù le donne spazzavano le strade con le gonne di seta. Diceva che sul molo c’era il teatro di Pulcinella. Lì vendevano delle pizze a due centesimi, di quelle che mangiano i signori. Senza soldi non si poteva vivere. Non era come a Trezza. A Trezza, se non andavi all’osteria della Santuzza, non sapevi come spendere un soldo.

— Mandiamogli dei soldi per comprarsi le pizze, al goloso! — brontolava padron ’Ntoni. — Già, lui non ha colpa. È fatto così. È come i merluzzi, che morderebbero anche un chiodo arrugginito. L’ho tenuto io a battesimo, su queste braccia. Altrimenti direi che don Giammaria gli ha messo in bocca lo zucchero invece del sale.

La Mangiacarrubbe, quando al lavatoio c’era anche la Sara di comare Tudda, ripeteva:

— Sicuro! Le donne vestite di seta aspettavano proprio ’Ntoni di padron ’Ntoni, per rubarselo! Laggiù non avevano mai visto dei cetrioli!

Le altre ridevano tanto che si tenevano la pancia. Da quel giorno le ragazze gelose lo chiamarono «cetriolo».

’Ntoni aveva mandato anche il suo ritratto. L’avevano visto tutte le ragazze del lavatoio. La Sara di comare Tudda lo faceva passare di mano in mano, sotto il grembiule. E la Mangiacarrubbe scoppiava di gelosia.

Nel ritratto ’Ntoni sembrava San Michele Arcangelo in carne e ossa. Aveva i piedi su un tappeto e una tenda sopra la testa, come quella della Madonna dell’Ognina. Era così bello, pettinato e pulito che neanche sua madre l’avrebbe riconosciuto. La povera Longa non si stancava mai di guardare il tappeto e la tenda. Guardava anche la colonna dove il suo ragazzo stava in piedi, dritto e rigido. Con una mano toccava lo schienale di una bella poltrona. La Longa ringraziava Dio e i santi, che avevano messo suo figlio in mezzo a tante cose eleganti.

Teneva il ritratto sul canterano, sotto la campana di vetro del Buon Pastore.

— Così il Buon Pastore gli dice le avemarie! — diceva la Zuppidda.

E la Zuppidda diceva anche che la Longa credeva di avere un tesoro sul canterano. Ma suor Mariangela, la Santuzza, ne aveva un altro, uguale, e chi voleva poteva vederlo. Gliel’aveva regalato compare Mariano Cinghialenta. Lei lo teneva inchiodato sul banco dell’osteria, dietro i bicchieri.

Ma dopo un po’ di tempo ’Ntoni trovò un compagno che sapeva scrivere. Allora nelle lettere si lamentava. Si lamentava della brutta vita sulla nave, della disciplina e dei superiori. Si lamentava del riso scotto e delle scarpe strette.

— Una lettera che non valeva i venti centesimi della posta! — borbottava padron ’Ntoni.

La Longa se la prendeva con quei segni storti. Sembravano ami da pesca e non potevano dire niente di buono.

Bastianazzo scuoteva la testa e faceva segno di no. Così non andava bene. Lui avrebbe scritto sempre cose allegre sulla carta, per far ridere il cuore degli altri. E puntava sulla lettera un dito grosso come un bastone. Lo avrebbe fatto almeno per pietà della Longa. La poveretta non si dava pace. Sembrava una gatta che aveva perso i gattini.

Padron ’Ntoni andava di nascosto a farsi leggere la lettera dallo speziale. Poi se la faceva leggere da don Giammaria, che era del partito contrario. Così voleva sentire le due campane. Quando era sicuro che c’era scritto proprio così, ripeteva a Bastianazzo e a sua moglie:

— Non ve l’ho detto? Quel ragazzo doveva nascere ricco, come il figlio di padron Cipolla. Così poteva stare a grattarsi la pancia senza fare niente!

Intanto l’annata era povera. Il pesce bisognava darlo quasi per niente. Adesso i cristiani avevano imparato a mangiare carne anche il venerdì, come tanti turchi. Per di più, le braccia rimaste a casa non bastavano più per la barca. A volte bisognava prendere a giornata Menico della Locca, o qualcun altro.

Il re faceva così. Si prendeva i ragazzi per la leva quando erano capaci di guadagnarsi il pane. Ma finché erano un peso per la famiglia, la famiglia doveva crescerli per farne dei soldati. E bisognava pensare anche a Mena. Stava per compiere diciassette anni. Quando andava a messa, i giovanotti cominciavano a voltarsi a guardarla. «L’uomo è il fuoco, e la donna è la stoppa: viene il diavolo e soffia». Perciò bisognava aiutarsi con le mani e con i piedi, per mandare avanti la barca della casa del nespolo.

Così padron ’Ntoni, per mandare avanti la barca, fece un affare con lo zio Crocifisso, detto Campana di legno. Doveva comprare a credito certi lupini. Poi li avrebbe venduti a Riposto. Compare Cinghialenta aveva detto che là c’era una nave di Trieste che caricava merce.

In verità i lupini erano un po’ guasti. Ma a Trezza non ce n’erano altri. E quel furbo di Campana di legno sapeva bene una cosa. La Provvidenza stava legata sotto il lavatoio, senza fare niente, e il sole e l’acqua se la mangiavano. Perciò lui faceva il finto tonto.

— Eh? Non vi conviene? Lasciateli! Ma un centesimo di meno non posso, in coscienza! L’anima la devo dare a Dio!

E scuoteva la testa, che sembrava davvero una campana senza battaglio.

Questo discorso si faceva sulla porta della chiesa dell’Ognina. Era la prima domenica di settembre, il giorno della festa della Madonna. C’era tanta gente, venuta da tutti i paesi vicini. C’era anche compare Agostino Piedipapera. Con le sue battute riuscì a metterli d’accordo. Il prezzo fu di due onze e dieci a salma, da pagare «col violino», un tanto al mese.

Allo zio Crocifisso finiva sempre così. Gli facevano abbassare la testa per forza, come a Peppinino. Infatti aveva il brutto vizio di non saper dire di no.

— Già! Voi non sapete dire di no, quando vi conviene! — rideva Piedipapera. — Voi siete come le…

E disse come.

La Longa seppe dell’affare dei lupini dopo cena. Stavano chiacchierando con i gomiti sulla tovaglia. Lei restò a bocca aperta. Era come se sentisse sullo stomaco tutta quella grossa somma di quaranta onze. Ma le donne hanno il cuore piccolo. Padron ’Ntoni dovette spiegarle tutto. Se l’affare andava bene, c’era il pane per l’inverno. C’erano gli orecchini per Mena. E Bastiano poteva andare a Riposto e tornare in una settimana, con Menico della Locca.

Bastiano intanto puliva lo stoppino della candela, senza dire niente.

Così fu deciso l’affare dei lupini e il viaggio della Provvidenza. Era la barca più vecchia del paese, ma aveva un nome di buon augurio. Maruzza sentiva sempre il cuore nero. Ma non apriva bocca, perché non era affare suo. Si dava da fare in silenzio. Metteva in ordine la barca e tutto quello che serviva per il viaggio. Preparò il pane fresco, la piccola brocca con l’olio, le cipolle e il cappotto foderato di pelle. Mise tutto sotto la pedagna e nel piccolo armadio della barca.

Gli uomini avevano avuto molto da fare tutto il giorno con lo zio Crocifisso, quell’usuraio. Aveva venduto «la gatta nel sacco»: i lupini erano guasti. Campana di legno diceva che lui non ne sapeva niente, com’è vero Dio!

— «Quel ch’è di patto non è d’inganno»! — diceva. — L’anima io non la devo dare ai porci!

E Piedipapera gridava e bestemmiava come un pazzo, per metterli d’accordo. Giurava che una cosa simile non gli era mai capitata in vita sua. Metteva le mani nel mucchio dei lupini. Li mostrava a Dio e alla Madonna, e li chiamava come testimoni.

Alla fine, rosso e fuori di sé, fece una proposta disperata. La gettò in faccia allo zio Crocifisso, che era rimasto confuso. La gettò anche ai Malavoglia, che stavano con i sacchi in mano.

— Ecco! Pagateli a Natale, invece di pagarli un tanto al mese. Così risparmiate un tarì a salma! La finite adesso, santo diavolone?

E cominciò a riempire i sacchi.

— In nome di Dio, e uno!

La Provvidenza partì il sabato, verso sera. Doveva essere già suonata l’avemaria, ma la campana non si era sentita. Infatti mastro Cirino, il sagrestano, era andato a portare un paio di stivaletti nuovi a don Silvestro, il segretario. A quell’ora le ragazze stavano intorno alla fontana come uno stormo di passeri. La stella della sera era già bella e luminosa. Sembrava una lanterna appesa all’antenna della Provvidenza.

Maruzza stava sulla riva con la bambina in braccio, senza dire niente. Intanto suo marito apriva la vela. La Provvidenza dondolava sulle onde rotte dai fariglioni, come una piccola anatra.

— «Scirocco chiaro e tramontana scura, mettiti in mare senza paura» — diceva padron ’Ntoni dalla riva.

E intanto guardava verso la montagna, tutta nera di nuvole.

Menico della Locca era sulla Provvidenza con Bastianazzo. Gridò qualcosa, ma il mare si mangiò le sue parole.

— Dice che i soldi potete mandarli a sua madre, la Locca, perché suo fratello è senza lavoro — aggiunse Bastianazzo.

E questa fu l’ultima sua parola che si sentì.

### Glossario

- **leva di mare**: l’obbligo per i giovani di fare il soldato sulle navi
- **codino**: persona che vuole tornare al passato, contraria alle cose nuove
- **lupini**: semi gialli e duri, si mangiano dopo averli messi in acqua e sale
- **onze / tarì**: vecchie monete siciliane; l’onza vale molto, il tarì poco
- **salma**: vecchia misura per merci come grano o lupini
- **«col violino»**: un poco alla volta, ogni mese
- **stoppa**: fibra che prende fuoco molto facilmente
- **canterano**: mobile con cassetti
- **paranza**: grande barca da pesca con rete
- **scirocco / tramontana**: venti: lo scirocco viene da sud-est, la tramontana da nord
- **speziale**: farmacista
- **abitino**: piccolo pezzo di stoffa benedetta con l’immagine della Madonna, si porta sul petto
- **usuraio**: chi presta soldi e chiede indietro molto di più
- **battaglio**: il pezzo di ferro dentro la campana, che la fa suonare
- **stoppino**: il filo della candela che brucia
- **pedagna**: tavola sul fondo della barca, dove si appoggiano i piedi
- **fariglioni**: grandi scogli nel mare davanti ad Aci Trezza

## Capitolo II

In tutto il paese non si parlava d’altro che dell’affare dei lupini. La Longa tornava a casa con la piccola Lia in braccio. Le comari uscivano sulla porta per vederla passare.

— Un affare d’oro! — gridava Piedipapera.

Camminava con fatica sulla gamba storta, dietro a padron ’Ntoni. Padron ’Ntoni era andato a sedersi sugli scalini della chiesa. Accanto a lui c’erano padron Fortunato Cipolla e il fratello di Menico della Locca. Stavano lì a prendere il fresco.

— Lo zio Crocifisso strillava come se gli strappassero le penne più belle — diceva Piedipapera. — Ma non bisogna dargli retta. Di penne ne ha tante, il vecchio. Eh! Ci abbiamo lavorato! Potete dirlo anche voi, padron ’Ntoni!

Per padron ’Ntoni, diceva, si sarebbe buttato giù dal fariglione, com’è vero Dio! E lo zio Crocifisso, diceva, gli dava retta, perché lui era il mestolo della pentola. Era una pentola grossa, dove bollivano più di duecento onze all’anno! Campana di legno non sapeva soffiarsi il naso senza di lui.

Il figlio della Locca sentiva parlare delle ricchezze dello zio Crocifisso. Lo zio Crocifisso era davvero suo zio, perché era il fratello della Locca. Così il ragazzo sentiva nel petto una grande tenerezza per i suoi parenti.

— Noi siamo parenti — ripeteva. — Quando vado a lavorare da lui, mi dà mezza paga, e niente vino, perché siamo parenti.

Piedipapera rideva.

— Lo fa per il tuo bene. Così non ti ubriachi. E così ti lascia più ricco quando crepa.

Compare Piedipapera si divertiva a parlare male di questo e di quello, come capitava. Ma lo faceva di cuore, senza cattiveria. Perciò non si poteva prendersela con lui.

— Massaro Filippo è passato due volte davanti all’osteria — diceva anche. — Aspetta che la Santuzza gli faccia segno di raggiungerla nella stalla. Così dicono insieme il santo rosario.

Oppure diceva al figlio della Locca:

— Tuo zio Crocifisso cerca di rubare la chiusa a tua cugina, la Vespa. Vuole pagargliela la metà di quello che vale. Le fa credere che la sposerà. Ma se la Vespa si fa rubare qualche altra cosa, l’eredità te la puoi scordare. E ci perdi anche i soldi e il vino che non ti ha dato.

Allora cominciarono a discutere. Padron ’Ntoni diceva che lo zio Crocifisso, alla fine, era un cristiano. Non aveva perso la testa al punto di sposare la figlia di suo fratello.

— Che c’entrano il cristiano e il turco? — rispondeva Piedipapera. — È un pazzo, volete dire. Lui è ricco come un maiale. La Vespa invece ha solo quella chiusa, grande come un fazzoletto da naso.

— Lo dite a me, che ho la vigna proprio accanto — disse allora padron Cipolla, e si gonfiava come un tacchino.

— Chiamate vigna quei quattro fichi d’India? — rispose Piedipapera.

— In mezzo ai fichi d’India ci sono le viti. Se San Francesco ci manda una buona pioggia, vedrete che mosto darà. Oggi il sole è tramontato insaccato, dentro le nuvole. Vuol dire acqua o vento.

— «Quando il sole si corica insaccato si aspetta il vento di ponente» — aggiunse padron ’Ntoni.

Piedipapera non sopportava padron Cipolla, che parlava sempre per sentenze. Siccome era ricco, credeva di sapere tutto lui. E voleva far credere le sue sciocchezze a chi non aveva soldi.

— «Chi la vuol cotta e chi la vuol cruda» — concluse Piedipapera. — Padron Cipolla aspetta l’acqua per la sua vigna. Voi aspettate il vento di ponente che spinga da dietro la Provvidenza. Lo sapete il proverbio: «Mare crespo, vento fresco». Stasera le stelle sono luminose, e a mezzanotte cambierà il vento. Sentite questo soffio?

Sulla strada passavano lentamente dei carri.

— Notte e giorno c’è sempre gente che va in giro per il mondo — disse poi compare Cipolla.

Adesso non si vedeva più né il mare né la campagna. Sembrava che al mondo ci fosse soltanto Trezza. E ognuno pensava dove potevano andare quei carri a quell’ora.

— Prima di mezzanotte la Provvidenza avrà girato il Capo dei Mulini — disse padron ’Ntoni. — E il vento fresco non le darà più fastidio.

Padron ’Ntoni non pensava ad altro che alla Provvidenza. Quando non parlava delle sue cose, non diceva niente. Nella conversazione stava zitto e rigido come un manico di scopa.

— Voi dovreste andare con quelli della spezieria, che parlano del re e del papa — gli diceva perciò Piedipapera. — Là fareste una bella figura anche voi! Li sentite come gridano?

— È don Giammaria — disse il figlio della Locca. — Litiga con lo speziale.

Lo speziale faceva conversazione sulla porta della bottega, al fresco. C’erano il vicario e qualcun altro. Siccome sapeva leggere, leggeva la gazzetta e la faceva leggere agli altri. Aveva anche la Storia della Rivoluzione francese. La teneva lì, a portata di mano, sotto il mortaio di cristallo. Per questo litigava tutto il giorno con don Giammaria, il vicario, per passare il tempo. Tutti e due si facevano venire il mal di fegato dalla rabbia. Ma non potevano stare un giorno senza vedersi.

Il sabato arrivava il giornale. Allora don Franco teneva accesa la candela per mezz’ora, e anche per un’ora. Rischiava di farsi sgridare dalla moglie. Ma voleva dire le sue idee, e non andare a letto come le bestie, come compare Cipolla o compare Malavoglia.

D’estate non c’era neanche bisogno della candela. Si poteva stare sulla porta, sotto il lampione, quando mastro Cirino lo accendeva. A volte veniva anche don Michele, il brigadiere delle guardie doganali. E anche don Silvestro, il segretario comunale, si fermava un momento, quando tornava dalla vigna.

Allora don Franco si fregava le mani e diceva che sembrava un piccolo Parlamento. Andava a mettersi dietro il banco e si pettinava con le dita la sua grande barba. Aveva un sorriso furbo, come se volesse mangiarsi qualcuno a colazione. A volte, davanti alla gente, si lasciava scappare a bassa voce qualche mezza parola. Si alzava sulle punte delle sue gambe corte. Si vedeva che ne sapeva più degli altri. Per questo don Giammaria non lo sopportava. Si mangiava il fegato dalla rabbia e gli sputava in faccia parole latine.

Don Silvestro, invece, si divertiva. Guardava come quei due si rovinavano il sangue per cose impossibili, senza guadagnarci un centesimo. Lui almeno non si arrabbiava come loro. Per questo, dicevano in paese, possedeva le chiuse più belle di Trezza.

— Ed era arrivato qui senza scarpe ai piedi! — aggiungeva Piedipapera.

Don Silvestro metteva i due l’uno contro l’altro. Poi rideva forte, con degli «Ah! ah! ah!» che sembrava una gallina.

— Ecco don Silvestro che fa l’uovo — disse il figlio della Locca.

— Don Silvestro fa le uova d’oro, laggiù al Municipio — rispose Piedipapera.

— Uhm! — sbuffò padron Fortunato. — Miserie! Comare Zuppidda non gli ha voluto dare la figlia.

— Vuol dire che mastro Cola Zuppiddu preferisce le uova delle sue galline — rispose padron ’Ntoni.

E padron Cipolla disse di sì con la testa.

— «’Ntroi ’ntroi, ciascuno coi pari suoi» — aggiunse padron Malavoglia.

Allora Piedipapera rispose una cosa. Se don Silvestro fosse rimasto con i suoi pari, adesso avrebbe la zappa in mano invece della penna.

— E voi gliela dareste vostra nipote Mena? — chiese alla fine padron Cipolla a padron ’Ntoni.

— «Ognuno all’arte sua, e il lupo alle pecore».

Padron Cipolla continuava a dire di sì con la testa. Infatti fra lui e padron ’Ntoni c’era stato qualche discorso. Si era parlato di far sposare Mena con suo figlio Brasi. Se l’affare dei lupini andava bene, Mena avrebbe avuto la sua dote in contanti. Allora l’affare si sarebbe concluso presto.

— «La ragazza com’è educata, e la stoppa com’è filata» — disse infine padron Malavoglia.

E padron Cipolla confermò che tutti in paese lo sapevano. La Longa aveva saputo educare bene la figlia. A quell’ora, chi passava per la stradina sentiva i colpi del telaio di Sant’Agata. E diceva che comare Maruzza non sprecava l’olio della lucerna.

La Longa, appena tornata a casa, aveva acceso il lume. Si era messa con l’arcolaio sul ballatoio. Riempiva dei piccoli rocchetti di filo, che le servivano per il lavoro al telaio della settimana.

— Comare Mena non si vede, ma si sente. Sta al telaio notte e giorno, come Sant’Agata — dicevano le vicine.

— Le ragazze devono abituarsi così — rispondeva Maruzza. — Invece di stare alla finestra. «A donna alla finestra non far festa».

— Però certe, stando alla finestra, un marito se lo pescano, fra tanti che passano — disse la cugina Anna dalla porta di fronte.

La cugina Anna aveva proprio ragione. Infatti quello sciocco di suo figlio Rocco si era lasciato prendere dalle gonne della Mangiacarrubbe. Era una di quelle che stanno alla finestra con la faccia tosta.

Comare Grazia Piedipapera sentì che nella strada c’era conversazione. Allora uscì anche lei sulla porta, con il grembiule pieno delle fave che stava sbucciando. Se la prendeva con i topi. Le avevano bucato il sacco come un colino. Sembrava che l’avessero fatto apposta, come se avessero il cervello dei cristiani.

Così il discorso diventò di tutti. Anche alla Maruzza quelle bestie maledette avevano fatto tanti danni! La cugina Anna aveva la casa piena di topi, da quando le era morto il gatto. Era una bestia che valeva oro. Era morto per un calcio di compare Tino.

— I gatti grigi sono i migliori per prendere i topi. Andrebbero a cercarli perfino nella cruna di un ago.

Ma ai gatti non bisognava aprire la porta di notte. Infatti una vecchia di Aci Sant’Antonio l’avevano ammazzata così. Tre giorni prima i ladri le avevano rubato il gatto. Poi glielo avevano riportato mezzo morto di fame, a miagolare dietro la porta. La povera donna non aveva avuto il cuore di lasciare la bestiola in strada a quell’ora. Aveva aperto la porta. E così i ladri le erano entrati in casa.

Oggi i ladri inventano di tutto per fare i loro colpi. A Trezza si vedevano delle facce mai viste prima sugli scogli. Dicevano che andavano a pescare. Ma, se capitava, rubavano i panni stesi ad asciugare. Alla povera Nunziata avevano rubato così un lenzuolo nuovo.

Povera ragazza! Rubare proprio a lei, che lavorava per dare il pane a tutti quei fratellini! Suo padre glieli aveva lasciati sulle spalle. Se n’era andato a cercare fortuna ad Alessandria d’Egitto.

Nunziata era come la cugina Anna quando le era morto il marito. Le aveva lasciato tanti figli piccoli. Rocco, il più grande, non le arrivava neanche alle ginocchia. Poi la cugina Anna aveva dovuto crescere quel ragazzone, e se l’era visto rubare dalla Mangiacarrubbe.

In mezzo a quelle chiacchiere arrivò la Zuppidda, la moglie di mastro Bastiano il calafato. Abitava in fondo alla stradina. Compariva sempre all’improvviso, per dire la sua, come il diavolo nella litania. Nessuno capiva mai da dove fosse spuntata.

— Del resto — brontolò — neanche vostro figlio Rocco vi ha aiutata. Se ha guadagnato un soldo, è andato subito a berselo all’osteria.

La Zuppidda sapeva tutto quello che succedeva in paese. Per questo dicevano che andava in giro tutto il giorno a piedi scalzi, a fare la spia. Diceva che era per filare. Teneva sempre il fuso in aria, perché non girasse sui sassi. Lei diceva sempre la verità, come il santo Vangelo. Era il suo vizio. Perciò quelli che non amavano sentirsela dire la accusavano di avere una lingua d’inferno, di quelle che lasciano la bava.

«Bocca amara sputa fiele». E lei aveva davvero la bocca amara, per la sua Barbara. Non era riuscita a sposarla, tanto la ragazza era superba e sgarbata. Eppure la Zuppidda voleva darle il figlio di Vittorio Emanuele.

— Bel tipo, la Mangiacarrubbe — continuava. — Una sfacciata che si è fatta passare sotto la finestra tutto il paese. «A donna alla finestra non far festa».

Diceva che Vanni Pizzuto le portava in regalo i fichi d’India rubati a massaro Filippo, l’ortolano. Se li mangiavano insieme nella vigna, sotto il mandorlo. Li aveva visti lei. E Peppi Naso, il macellaio, era diventato geloso di compare Mariano Cinghialenta, il carrettiere. Allora andava a buttare dietro la porta della Mangiacarrubbe tutte le corna delle bestie che uccideva. Per questo dicevano che andava a pettinarsi sotto la finestra di lei.

Quel cuor contento della cugina Anna, invece, la prendeva allegramente.

— Don Giammaria dice che fate peccato mortale a parlare male del prossimo!

— Don Giammaria farebbe meglio a fare la predica a sua sorella, donna Rosolina — rispose la Zuppidda. — Non dovrebbe lasciarla fare la ragazzina con don Silvestro, quando passa. E con don Michele, il brigadiere. Ha una gran voglia di marito, con tutti quegli anni e tutta quella carne addosso, poveraccia!

— Sia fatta la volontà di Dio! — concluse la cugina Anna. — Quando è morto mio marito, Rocco non era più alto di questa conocchia. E le sue sorelline erano tutte più piccole di lui. Forse per questo ho perso il coraggio? Ai guai ci si fa il callo, e poi i guai ci aiutano a lavorare. Le mie figlie faranno come ho fatto io. Finché ci saranno le pietre al lavatoio, avremo di che vivere. Guardate la Nunziata. Adesso ha più giudizio di una vecchietta. Tira su quei piccoli come se li avesse fatti lei.

— E dov’è la Nunziata, che non si vede ancora? — chiese la Longa.

Lo chiese a un mucchio di bambini con i vestiti rotti, che piagnucolavano sulla soglia della casetta di fronte. Quando sentirono parlare della sorella, si misero tutti a strillare insieme.

— L’ho vista andare sulla sciara a fare due fasci di ginestre — rispose la cugina Anna. — C’era anche vostro figlio Alessio che l’accompagnava.

I bambini ascoltarono. Poi ricominciarono a pigolare tutti insieme. Il più grande stava seduto in cima a un grosso sasso. Dopo un po’ rispose:

— Non lo so dov’è.

Le vicine avevano fatto come le lumache quando piove: erano uscite tutte. Lungo la stradina si sentiva solo un continuo chiacchierare da una porta all’altra. Perfino la finestra di compare Alfio Mosca, quello del carro con l’asino, era aperta. Ne usciva un gran fumo di ginestre. Anche Mena aveva lasciato il telaio ed era uscita sul ballatoio.

— Oh! Sant’Agata! — gridarono le vicine. E tutte le facevano festa.

— Non pensate a sposare la vostra Mena? — chiedeva sottovoce la Zuppidda a comare Maruzza. — Ormai a Pasqua compie diciotto anni. Lo so perché è nata l’anno del terremoto, come mia figlia Barbara. Chi vuole prendersi mia figlia Barbara, prima deve piacere a me.

In quel momento si sentì un fruscio di rami per la strada. Arrivarono Alessi e la Nunziata. Non si vedevano sotto i fasci di ginestre, tanto erano piccoli.

— Oh! La Nunziata! — gridarono le vicine. — Non avevi paura, a quest’ora, nella sciara?

— C’ero anch’io — rispose Alessi.

— Ho fatto tardi al lavatoio con comare Anna — disse Nunziata. — E poi non avevo legna per il fuoco.

La ragazzina accese il lume. Si mise subito, svelta svelta, a preparare tutto per la cena. I suoi fratellini le andavano dietro per la stanzetta. Sembrava una chioccia con i suoi pulcini. Alessi aveva posato il suo fascio. Stava a guardare dalla porta, serio serio, con le mani in tasca.

— Oh, Nunziata! — le gridò Mena dal ballatoio. — Quando hai messo la pentola a bollire, vieni un po’ qua.

Nunziata lasciò Alessi a guardare il fuoco. Corse a sedersi sul ballatoio, accanto a Sant’Agata. Voleva godersi anche lei il suo riposo, con le mani in mano.

— Compar Alfio Mosca sta facendo cuocere le fave — disse la Nunziata dopo un po’.

— È come te, poveretto! Né tu né lui avete qualcuno in casa che vi prepara la minestra la sera, quando tornate stanchi.

— Sì, è vero. E lui sa anche cucire, si lava i panni da solo e si ripara le camicie.

La Nunziata sapeva tutto quello che faceva il vicino Alfio. Conosceva la sua casa come il palmo della sua mano.

— Adesso va a prendere la legna — diceva. — Ora sta dando da mangiare al suo asino.

E si vedeva il lume nel cortile e sotto la tettoia. Sant’Agata rideva. La Nunziata diceva che a compare Alfio, per essere preciso come una donna, mancava solo la gonna.

— Così — concludeva Mena — quando si sposerà, sua moglie andrà in giro con il carro dell’asino. E lui resterà in casa a crescere i figli.

Anche le mamme, in gruppo nella strada, parlavano di Alfio Mosca. Perfino la Vespa giurava che non l’aveva voluto per marito, diceva la Zuppidda. Infatti la Vespa aveva la sua bella chiusa. Se voleva sposarsi, non prendeva uno che aveva solo un carro con l’asino. Il proverbio dice: «carro cataletto».

— Lei ha messo gli occhi su suo zio, Campana di legno, quella furba!

Le ragazze, fra di loro, stavano dalla parte di Mosca, contro quella brutta Vespaccia. La Nunziata, poi, si sentiva il cuore gonfio. Tutti disprezzavano compare Alfio solo perché era povero e non aveva nessuno al mondo. A un tratto disse a Mena:

— Se fossi grande, me lo prenderei io, se me lo dessero.

Anche Mena stava per dire qualcosa. Ma cambiò subito discorso.

— Ci vai alla città, per la festa dei Morti?

— No, non ci vado, perché non posso lasciare la casa sola.

— Noi ci andremo, se l’affare dei lupini va bene. L’ha detto il nonno.

Poi ci pensò un po’ e aggiunse:

— Di solito ci va anche compar Alfio, a vendere le sue noci.

E stettero zitte tutte e due. Pensavano alla festa dei Morti, dove compar Alfio andava a vendere le sue noci.

— Lo zio Crocifisso, con quell’aria da Peppinino, se la mette in tasca, la Vespa! — riprese la cugina Anna.

— Questo vorrebbe lei! — rispose subito la Zuppidda. — La Vespa non vorrebbe altro che questo, che lui se la mettesse in tasca! È sempre a casa sua, come il gatto. Dice che gli porta i bocconi buoni. E il vecchio non dice di no, tanto più che non gli costa niente. Lei lo ingrassa come si ingrassa il maiale prima di ammazzarlo. Ve lo dico io: la Vespa vuole entrargli in tasca!

Ognuna diceva la sua sullo zio Crocifisso. Lui si lamentava sempre e piagnucolava, come Cristo in mezzo ai ladroni. Intanto aveva soldi a palate. Infatti la Zuppidda, un giorno che il vecchio era malato, aveva visto sotto il suo letto una cassa grande così.

La Longa sentiva sullo stomaco il debito delle quaranta onze dei lupini. Allora cambiò discorso. Le orecchie sentono anche al buio. E si sentiva lo zio Crocifisso che parlava con don Giammaria, mentre passavano per la piazza lì vicino. La Zuppidda smise di dire male di lui, per salutarlo.

Don Silvestro rideva come una gallina. Quel modo di ridere faceva arrabbiare lo speziale. Del resto lo speziale non aveva mai avuto pazienza. Diceva che la pazienza la lasciava agli asini e a quelli che non volevano fare un’altra rivoluzione.

— Già, voi non ne avete mai avuta, perché non sapreste dove metterla! — gli gridava don Giammaria.

E don Franco, che era piccolo, si arrabbiava. Gridava dietro al prete delle parolacce che si sentivano da una parte all’altra della piazza, al buio.

Campana di legno, duro come un sasso, alzava le spalle. Ripeteva che a lui non importava niente, e badava ai fatti suoi.

— Come se non fossero fatti vostri quelli della Confraternita della Buona Morte! — gli diceva don Giammaria. — Nessuno paga più un soldo! La gente, quando deve tirare fuori i soldi, diventa un branco di protestanti, peggio dello speziale. E vi lascia la cassa della Confraternita vuota, che ci ballano i topi. È una vera vergogna!

Don Franco, dalla sua bottega, rideva forte alle loro spalle. Cercava di imitare la risata di don Silvestro, che faceva arrabbiare la gente. Ma tutti sapevano che lo speziale era della setta. E don Giammaria gli gridava dalla piazza:

— I soldi li trovereste, se si trattasse di scuole e di lampioni!

Lo speziale stette zitto, perché sua moglie si era affacciata alla finestra.

Lo zio Crocifisso aspettò di essere abbastanza lontano. Non voleva che lo sentisse don Silvestro, il segretario, che prendeva anche un po’ di stipendio come maestro elementare.

— A me non importa niente — ripeteva. — Ma ai miei tempi non c’erano tanti lampioni, né tante scuole. Non si faceva bere l’asino per forza, e si stava meglio.

— Voi a scuola non ci siete andato. Eppure i vostri affari li sapete fare.

— E il mio catechismo lo so — aggiunse lo zio Crocifisso, per non restare indietro.

Nel calore della discussione, don Giammaria aveva perso il suo solito sentiero. Di solito avrebbe attraversato la piazza anche a occhi chiusi. Stava per rompersi l’osso del collo. E stava per lasciarsi scappare, Dio lo perdoni, una parola grossa.

— Almeno li accendessero, i loro lampioni!

— Oggi bisogna badare ai fatti propri — concluse lo zio Crocifisso.

Don Giammaria lo tirava per la manica della giacca. In mezzo alla piazza, al buio, diceva male di questo e di quello. Diceva male dell’uomo dei lampioni, che rubava l’olio. Diceva male di don Silvestro, che chiudeva un occhio. E del sindaco «Giufà», che si lasciava menare per il naso.

Diceva che mastro Cirino, adesso che era impiegato del comune, faceva il sagrestano come Giuda. Suonava l’angelus solo quando non aveva niente da fare. E il vino per la messa lo comprava cattivo, come quello che avevano dato a Gesù sulla croce. Era un vero sacrilegio.

Campana di legno diceva sempre di sì con la testa, per abitudine, anche se non si vedevano in faccia. E don Giammaria li passava in rassegna uno per uno.

— Questo è un ladro. Quello è un birbante. Quell’altro è un giacobino. Lo sentite Piedipapera, che parla con padron Malavoglia e padron Cipolla? È un altro della setta, quello! Uno che mette su il popolo, con quella gamba storta!

Quando vedeva Piedipapera camminare per la piazza, faceva il giro lungo. Lo seguiva con occhi sospettosi. Voleva capire che cosa stava preparando di nascosto con quel modo di camminare.

— Quello ha il piede del diavolo! — borbottava.

Lo zio Crocifisso alzava le spalle. Ripeteva che lui era un galantuomo e non voleva entrarci.

— Padron Cipolla, un altro sciocco, un pallone pieno di vento! Si lascia imbrogliare da Piedipapera... E anche padron ’Ntoni ci cascherebbe!... Oggi bisogna aspettarsi di tutto!

— Chi è galantuomo bada ai fatti suoi — ripeteva lo zio Crocifisso.

Invece compare Tino stava seduto come un presidente sugli scalini della chiesa, e diceva le sue sentenze.

— Ascoltate me. Prima della rivoluzione era tutta un’altra cosa. Adesso i pesci sono diventati furbi, ve lo dico io!

— No. Le acciughe sentono il grecale ventiquattro ore prima che arrivi — riprese padron ’Ntoni. — È sempre stato così. L’acciuga è un pesce che ha più giudizio del tonno. Adesso, di là dal Capo dei Mulini, le portano via dal mare tutte in una volta, con le reti fitte.

— Ve lo dico io che cos’è! — riprese compare Fortunato. — Sono quei maledetti vapori che vanno e vengono, e battono l’acqua con le loro ruote. Che volete? I pesci si spaventano e non si fanno più vedere. Ecco che cos’è.

Il figlio della Locca ascoltava a bocca aperta e si grattava la testa.

— Bravo! — disse poi. — Allora non si troverebbero più pesci neanche a Siracusa o a Messina, dove vanno i vapori. Invece da là li portano a quintali con il treno.

— Insomma, arrangiatevi voi! — disse allora padron Cipolla, offeso. — Io me ne lavo le mani, e non me ne importa un fico. Io ho le mie chiuse e le mie vigne, che mi danno il pane.

E Piedipapera diede uno scappellotto al figlio della Locca, per insegnargli l’educazione.

— Bestia! Quando parlano quelli più vecchi di te, sta’ zitto.

Il ragazzaccio se ne andò strillando e dandosi pugni in testa. Tutti lo prendevano per sciocco, perché era figlio della Locca.

E padron ’Ntoni, col naso in aria, disse:

— Se il maestrale non comincia prima di mezzanotte, la Provvidenza avrà il tempo di girare il Capo.

Dall’alto del campanile caddero lenti lenti dei rintocchi.

— Un’ora di notte! — disse padron Cipolla.

Padron ’Ntoni si fece il segno della croce e rispose:

— Pace ai vivi e riposo ai morti.

— Don Giammaria stasera ha i vermicelli fritti per cena — disse Piedipapera, annusando verso le finestre della parrocchia.

Don Giammaria passava lì vicino per andare a casa. Salutò anche Piedipapera, perché di questi tempi bisogna tenersi amici quei tipi. E compare Tino, che aveva ancora l’acquolina in bocca, gli gridò dietro:

— Eh! Vermicelli fritti stasera, don Giammaria!

— Lo sentite? Anche quello che mangio! — borbottava don Giammaria fra i denti. — Fanno la spia ai servi di Dio, per contare i loro bocconi! Tutto per odio contro la Chiesa!

E si trovò faccia a faccia con don Michele, il brigadiere delle guardie doganali. Don Michele andava in giro con la pistola sulla pancia e i pantaloni dentro gli stivali. Cercava i contrabbandieri.

— A questi altri, invece, non lo fanno il conto di quello che mangiano — disse don Giammaria.

— Questi qui mi piacciono! — rispondeva Campana di legno. — Questi qui che stanno a guardia della roba dei galantuomini mi piacciono!

— Se gli dessero qualcosa, sarebbe della setta anche lui! — pensava don Giammaria, mentre bussava alla porta di casa. — Tutti un branco di ladri!

E continuò a borbottare, con il battente della porta in mano. Seguiva con occhio sospettoso i passi del brigadiere, che sparivano nel buio verso l’osteria. Si chiedeva perché quello andasse a guardare gli interessi dei galantuomini proprio dalla parte dell’osteria!

Però compare Tino sapeva perché don Michele andava proprio da quella parte. Ci aveva perso delle notti, nascosto dietro l’olmo lì vicino, per scoprirlo. E diceva sempre:

— Ci va per parlare di nascosto con lo zio Santoro, il padre della Santuzza. Quelli che mangiano il pane del re devono fare tutti gli sbirri. Devono sapere i fatti di tutti, a Trezza e dappertutto. E lo zio Santoro è cieco, sulla porta dell’osteria sembra un pipistrello al sole. Eppure sa tutto quello che succede in paese. Potrebbe chiamarci per nome uno per uno, solo sentendoci camminare. Non sente niente solo quando massaro Filippo va a dire il rosario con la Santuzza. È un tesoro per fare la guardia, meglio che se gli avessero messo un fazzoletto sugli occhi.

Maruzza aveva sentito suonare un’ora di notte. Allora era rientrata in casa in fretta, per stendere la tovaglia sulla tavola. Le comari, a poco a poco, se n’erano andate. Il paese si addormentava. Si sentiva il mare che russava lì vicino, in fondo alla stradina. Ogni tanto sbuffava, come uno che si gira e si rigira nel letto. Solo laggiù all’osteria, dove si vedeva il lumicino rosso, continuava il rumore. Si sentiva gridare Rocco Spatu, che faceva festa tutti i giorni.

— Compare Rocco ha il cuore contento — disse dopo un po’ Alfio Mosca, dalla sua finestra. Sembrava che non ci fosse più nessuno.

— Oh, siete ancora lì, compare Alfio! — rispose Mena. Era rimasta sul ballatoio ad aspettare il nonno.

— Sì, sono qua, comare Mena. Sto qua a mangiare la minestra. Quando vi vedo tutti a tavola, con il lume, mi pare di non essere tanto solo. Altrimenti mi passa anche l’appetito.

— Voi non ce l’avete il cuore contento?

— Eh! Ci vogliono tante cose per avere il cuore contento!

Mena non rispose niente. Dopo un altro po’ di silenzio, compare Alfio aggiunse:

— Domani vado in città per un carico di sale.

— E per i Morti ci andate? — chiese Mena.

— Dio lo sa. Quest’anno quelle quattro noci sono tutte marce.

— Compare Alfio va in città a cercarsi la moglie — disse la Nunziata dalla porta di fronte.

— È vero? — chiese Mena.

— Eh, comare Mena, se fosse per questo, al mio paese ci sono delle ragazze come piacciono a me. Non c’è bisogno di andarle a cercare lontano.

— Guardate quante stelle brillano lassù! — rispose Mena dopo un po’. — Dicono che sono le anime del Purgatorio che vanno in Paradiso.

— Sentite — le disse Alfio, dopo aver guardato anche lui le stelle. — Voi che siete Sant’Agata, se sognate un buon terno, ditelo a me. Ci giocherò anche la camicia. E allora potrò pensare a prendere moglie...

— Buona sera! — rispose Mena.

Le stelle brillavano più forte, come se si accendessero. I tre re scintillavano sopra i fariglioni, con le braccia in croce, come Sant’Andrea. Il mare russava piano piano in fondo alla stradina. Ogni tanto si sentiva il rumore di qualche carro. Passava nel buio, saltando sui sassi, e andava per il mondo. Il mondo è così grande che uno potrebbe camminare e camminare, giorno e notte, e non arriverebbe mai. E anche a quell’ora c’era gente che andava per il mondo. Quella gente non sapeva niente di compar Alfio, né della Provvidenza in mare, né della festa dei Morti. Così pensava Mena sul ballatoio, mentre aspettava il nonno.

Il nonno uscì ancora due o tre volte sul ballatoio, prima di chiudere la porta. Guardava le stelle, che brillavano più del dovuto. Poi borbottò:

— «Mare amaro!»

Rocco Spatu cantava fortissimo sulla porta dell’osteria, davanti al lumicino.

— «Chi ha il cuor contento sempre canta» — concluse padron ’Ntoni.

### Glossario

- **chiusa**: piccolo campo chiuso da un muro
- **mestolo della pentola**: qui: la persona che decide e muove gli affari
- **insaccato**: detto del sole che tramonta dentro le nuvole
- **ballatoio**: piccolo balcone esterno della casa
- **arcolaio**: attrezzo che gira, per avvolgere il filo
- **sciara**: terra di lava nera vicino all’Etna
- **ginestre**: piante con fiori gialli; secche, si usano per il fuoco
- **«carro cataletto»**: chi ha solo un carro è povero come un morto sulla barella
- **giacobino**: rivoluzionario, nemico del re e della Chiesa
- **un’ora di notte**: un’ora dopo il tramonto
- **fariglioni**: grandi scogli nel mare davanti ad Aci Trezza
- **terno**: tre numeri vincenti al gioco del lotto
- **speziale / spezieria**: farmacista / farmacia
- **brigadiere**: capo di un piccolo gruppo di guardie
- **calafato**: chi ripara le barche e chiude i buchi del legno
- **fuso / conocchia**: attrezzi di legno per filare la lana
- **rocchetti**: piccoli cilindri dove si avvolge il filo
- **lucerna**: piccola lampada a olio
- **grecale / maestrale / ponente**: venti: il grecale viene da nord-est, il maestrale da nord-ovest, il ponente da ovest
- **Confraternita**: gruppo di persone che si uniscono per opere religiose
- **battente**: pezzo di ferro sulla porta, per bussare

## Capitolo III

Dopo la mezzanotte il vento cominciò a fare il diavolo. Sembrava che sul tetto ci fossero tutti i gatti del paese, e scuoteva le finestre. Intorno ai fariglioni il mare muggiva, come se ci fossero tutti i buoi della fiera di Sant’Alfio. Il giorno arrivò nero, più nero dell’anima di Giuda. Insomma era una brutta domenica di settembre. Era quel settembre traditore che ti manda un colpo di mare all’improvviso, come una fucilata tra i fichidindia. Le barche del paese erano tirate sulla spiaggia e ben legate alle grosse pietre sotto il lavatoio. Per questo i ragazzini si divertivano a gridare e a fischiare quando, lontano, in mezzo al vento e alla nebbia, passava una vela strappata. Sembrava che avesse il diavolo dietro. Le donne invece si facevano il segno della croce. Era come se vedessero con i loro occhi la povera gente che c’era dentro.

Maruzza la Longa non diceva niente, come era giusto. Ma non riusciva a stare ferma un momento. Andava sempre di qua e di là, per la casa e per il cortile. Sembrava una gallina quando sta per fare l’uovo. Gli uomini erano all’osteria, o nella bottega di Pizzuto, o sotto la tettoia del macellaio. Guardavano piovere, con il naso in aria. Sulla riva c’era soltanto padron ’Ntoni. Lui aveva in mare il carico di lupini, la Provvidenza e per di più suo figlio Bastianazzo. C’era anche il figlio della Locca. Lui non aveva niente da perdere: in mare aveva soltanto suo fratello Menico, sulla barca dei lupini. Nella bottega di Pizzuto, padron Fortunato Cipolla si faceva fare la barba. Diceva che non avrebbe dato due baiocchi per Bastianazzo e Menico della Locca. Né per la Provvidenza, né per il carico di lupini.

— Adesso tutti vogliono fare i commercianti, per diventare ricchi! — diceva, e alzava le spalle. — E poi, quando hanno perso la mula, vanno a cercare la cavezza.

Nell’osteria di suor Mariangela, la Santuzza, c’era folla. C’era quell’ubriacone di Rocco Spatu, che gridava e sputava per dieci. C’erano compare Tino Piedipapera, mastro Turi Zuppiddu e compare Mangiacarrubbe. C’era don Michele, il brigadiere delle guardie doganali. Aveva i pantaloni dentro gli stivali e la pistola appesa sulla pancia. Sembrava che dovesse andare a caccia di contrabbandieri con quel brutto tempo. E c’era compare Mariano Cinghialenta. Mastro Turi Zuppiddu era grosso come un elefante. Per scherzo dava agli amici dei pugni che avrebbero ammazzato un bue. Era come se avesse ancora in mano la malabestia del calafato. Allora compare Cinghialenta si metteva a gridare e a bestemmiare. Voleva far vedere che era un uomo coraggioso, e un carrettiere.

Lo zio Santoro stava rannicchiato sotto un pezzetto di tettoia, davanti alla porta. Aspettava con la mano tesa che passasse qualcuno, per chiedere la carità.

— Padre e figlia, tutti e due insieme, devono guadagnare dei bei soldi in una giornata come questa, — disse compare Turi Zuppiddu. — Con tutta la gente che viene all’osteria!

— A quest’ora Bastianazzo Malavoglia sta peggio di lui, — rispose Piedipapera. — E mastro Cirino può suonare la messa quanto vuole. Oggi i Malavoglia in chiesa non ci vanno. Sono in collera con Domeneddio, per quel carico di lupini che hanno in mare.

Il vento faceva volare le gonne e le foglie secche. Vanni Pizzuto, con il rasoio in aria, teneva per il naso quelli a cui faceva la barba. Così poteva voltarsi a guardare chi passava. Teneva il pugno sul fianco e aveva i capelli ricci e lucidi come la seta. Lo speziale stava sulla porta della sua bottega, sotto un grande cappellaccio. Sembrava che avesse un ombrello in testa. Fingeva di fare discorsi importanti con don Silvestro, il segretario. Così sua moglie non lo mandava in chiesa per forza. E rideva del suo trucco, in mezzo alla grande barba. Intanto strizzava l’occhio alle ragazze che saltellavano nelle pozzanghere.

— Oggi padron ’Ntoni vuole fare il protestante, come don Franco lo speziale, — andava dicendo Piedipapera.

— Se ti volti a guardare quello sfacciato di don Silvestro, ti do uno schiaffo qui, davanti a tutti! — brontolava la Zuppidda alla figlia, mentre attraversavano la piazza. — Quello lì non mi piace.

All’ultimo colpo di campana, la Santuzza aveva lasciato l’osteria a suo padre. Poi era andata in chiesa, e i clienti le erano andati dietro. Lo zio Santoro, poveretto, era cieco, e non faceva peccato se non andava a messa. Così all’osteria non perdevano tempo. Dalla porta lui poteva tenere d’occhio il banco, anche se non ci vedeva. Infatti conosceva i clienti uno per uno, soltanto dal rumore dei passi, quando venivano a bere un bicchiere.

— Le calze della Santuzza... — osservava Piedipapera, mentre lei camminava sulla punta delle scarpette, come una gattina. — Le calze della Santuzza, con l’acqua o con il vento, non le ha viste nessuno, tranne massaro Filippo l’ortolano. Questa è la verità.

— Ci sono i diavoli per aria! — diceva la Santuzza, e si faceva la croce con l’acqua santa. — È una giornata da fare peccati!

La Zuppidda era lì vicino, seduta sui talloni. Diceva le avemarie in fretta, una dopo l’altra. E lanciava brutte occhiate di qua e di là, come se ce l’avesse con tutto il paese. A chi voleva ascoltarla ripeteva:

— Comare la Longa in chiesa non ci viene, eppure ha il marito in mare con questo tempaccio! E poi ci domandiamo perché il Signore ci castiga!

Perfino la madre di Menico era in chiesa, anche se non sapeva fare altro che guardare volare le mosche!

— Bisogna pregare anche per i peccatori, — rispondeva la Santuzza. — Le anime buone ci sono per questo.

— Sì, come prega la Mangiacarrubbe, con il naso dentro la mantellina! E Dio sa quanti brutti peccati fa fare ai giovanotti!

La Santuzza scuoteva la testa. Diceva che in chiesa non bisogna parlare male del prossimo.

— «Chi fa l’oste deve far buon viso a tutti», — rispose la Zuppidda.

Poi disse piano all’orecchio della Vespa:

— La Santuzza non vuole che si dica che vende l’acqua per vino. Ma farebbe meglio a non tenere in peccato mortale massaro Filippo l’ortolano, che ha moglie e figli.

— Io l’ho detto a don Giammaria, — rispose la Vespa. — Non voglio più stare tra le Figlie di Maria, se lasciano la Santuzza come superiora.

— Allora vuol dire che il marito l’avete trovato? — rispose la Zuppidda.

— Io il marito non l’ho trovato! — saltò su la Vespa, pungente come una vespa. — Io non sono come quelle che si tirano dietro gli uomini anche in chiesa. Quelli con le scarpe di vernice, e quegli altri con la pancia grossa.

Quello con la pancia grossa era Brasi, il figlio di padron Cipolla. Era il preferito delle mamme e delle ragazze, perché possedeva vigne e uliveti.

— Va’ a vedere se la paranza è ben legata, — gli disse suo padre, facendosi la croce.

Tutti pensavano la stessa cosa: quell’acqua e quel vento erano oro per i Cipolla. Così vanno le cose di questo mondo. I Cipolla avevano la paranza ben legata, e si fregavano le mani guardando la tempesta. I Malavoglia invece diventavano bianchi e si strappavano i capelli. E tutto per quel carico di lupini preso a credito dallo zio Crocifisso Campana di legno.

— Volete sapere come la penso? — saltò su la Vespa. — La vera disgrazia è toccata allo zio Crocifisso, che ha dato i lupini a credito. «Chi fa credenza senza pegno, perde l’amico, la roba e l’ingegno».

Lo zio Crocifisso stava in ginocchio ai piedi dell’altare dell’Addolorata, con il rosario in mano. Cantava le preghiere con una voce di naso. Quella voce avrebbe toccato il cuore anche a satana in persona. Tra un’avemaria e l’altra la gente parlava dell’affare dei lupini. Parlava della Provvidenza che era in mare, e della Longa che restava con cinque figli.

— Oggi nessuno è contento del suo stato, — disse padron Cipolla, alzando le spalle. — Tutti vogliono prendere il cielo a pugni.

— Il fatto è, — concluse compare Zuppiddu, — che per i Malavoglia sarà una brutta giornata.

— Io, — aggiunse Piedipapera, — non vorrei essere nella camicia di compare Bastianazzo.

La sera scese triste e fredda. Ogni tanto soffiava un colpo di tramontana, e cadeva una pioggia fine e silenziosa. Era una di quelle sere in cui è bello stare a casa, se la barca è al sicuro. Allora la barca sta con la pancia all’asciutto sulla sabbia. E uno si gode la pentola che fuma davanti a lui, con il bambino tra le gambe. Dietro le spalle sente le ciabatte della moglie che va per la casa. I fannulloni preferivano godersi all’osteria quella domenica, che prometteva di durare anche il lunedì. Perfino la porta era allegra per la fiamma del focolare. Lo zio Santoro stava lì fuori, con la mano tesa e il mento sulle ginocchia. Anche lui si era tirato un po’ più vicino, per scaldarsi la schiena.

— E a quest’ora sta meglio di compare Bastianazzo! — ripeteva Rocco Spatu, mentre accendeva la pipa sulla porta.

E senza pensarci troppo mise la mano nel taschino. Gli diede due centesimi di elemosina.

— Tu sprechi la tua elemosina per ringraziare Dio che sei al sicuro, — gli disse Piedipapera. — Per te non c’è pericolo di fare la fine di compare Bastianazzo.

Tutti si misero a ridere della battuta. Poi rimasero a guardare dalla porta il mare, nero come la sciara, senza dire altro.

— Padron ’Ntoni è andato tutto il giorno di qua e di là, come se avesse il male della tarantola. Lo speziale gli domandava se faceva la cura del ferro. Oppure se andava a passeggio con quel brutto tempo. E gli diceva anche: «Bella Provvidenza, eh, padron ’Ntoni!». Ma lo speziale è protestante ed ebreo, questo lo sapevano tutti.

Il figlio della Locca era lì fuori con le mani in tasca, perché non aveva un soldo. Anche lui disse:

— Lo zio Crocifisso è andato a cercare padron ’Ntoni con Piedipapera. Vuole fargli dire davanti a testimoni che i lupini glieli aveva dati a credito.

— Vuol dire che anche lui li vede in pericolo, insieme alla Provvidenza.

— Con la Provvidenza c’è andato anche mio fratello Menico, insieme a compare Bastianazzo.

— Bravo! Questo dicevamo: se tuo fratello Menico non torna, tu resti il barone della casa.

— C’è andato perché lo zio Crocifisso gli pagava solo mezza giornata, quando lo mandava con la paranza. I Malavoglia invece gliela pagavano intera, — rispose il figlio della Locca, senza capire niente.

Gli altri ridevano forte, e lui restò a bocca aperta.

Verso sera comare Maruzza era andata ad aspettare sulla sciara con i suoi bambini. Da lì si vedeva un bel pezzo di mare. Lo sentiva urlare in quel modo, e ogni volta trasaliva. Si grattava la testa senza dire niente. La piccola piangeva. Quei poveretti, dimenticati sulla sciara a quell’ora, sembravano le anime del purgatorio. Il pianto della bambina faceva male allo stomaco alla povera donna. Le sembrava quasi un brutto segno. Non sapeva cosa inventare per calmarla. Le cantava delle canzoncine, con una voce tremante che sapeva di lacrime anche lei.

Le comari tornavano dall’osteria con la brocchetta dell’olio o con il fiasco del vino. Si fermavano a scambiare qualche parola con la Longa, come se niente fosse. Passava anche qualche amico di suo marito Bastianazzo, per esempio compar Cipolla o compare Mangiacarrubbe. Venivano sulla sciara a dare un’occhiata al mare. Volevano vedere con che umore si addormentava il mare, quel vecchio brontolone. Domandavano a comare la Longa di suo marito, e restavano un pochino a farle compagnia. Fumavano la pipa in silenzio sotto il suo naso, o parlavano a voce bassa tra loro. La poveretta si spaventava per quelle gentilezze strane. Li guardava in faccia, senza capire. E si stringeva al petto la bambina, come se volessero rubargliela. Alla fine il più duro, o il più pietoso, la prese per un braccio e la portò a casa. Lei si lasciava portare, e continuava a ripetere:

— Oh! Vergine Maria! Oh! Vergine Maria!

I bambini la seguivano attaccati alla sua gonna. Sembrava che avessero paura che rubassero qualcosa anche a loro. Quando passarono davanti all’osteria, tutti i clienti si affacciarono alla porta, in mezzo al gran fumo. Stettero zitti a guardarla passare, come se fosse già una cosa strana da vedere.

— Requiem eternam, — mormorava piano lo zio Santoro. — Quel povero Bastianazzo mi faceva sempre la carità, quando padron ’Ntoni gli lasciava qualche soldo in tasca.

La poveretta non sapeva di essere vedova, e balbettava:

— Oh! Vergine Maria! Oh! Vergine Maria!

Davanti al ballatoio della sua casa c’era un gruppo di vicine che l’aspettavano. Chiacchieravano a voce bassa tra loro. Appena la videro da lontano, comare Piedipapera e la cugina Anna le vennero incontro. Avevano le mani sulla pancia e non dicevano niente. Allora lei si cacciò le unghie nei capelli, con un grido disperato. E corse a nascondersi in casa.

— Che disgrazia! — dicevano per la strada. — E la barca era carica! Più di quarant’onze di lupini!

### Glossario

- **fichidindia**: piante con le spine e frutti dolci, molto comuni in Sicilia.
- **cavezza**: corda che si lega alla testa degli animali per guidarli.
- **malabestia**: grosso attrezzo del calafato, l’uomo che ripara le barche con la pece.
- **in collera con Domeneddio**: arrabbiati con Dio.
- **«Chi fa l’oste deve far buon viso a tutti»**: chi tiene un’osteria deve essere gentile con tutti i clienti.
- **«Chi fa credenza senza pegno...»**: chi vende a credito senza farsi lasciare niente in garanzia perde l’amico, la merce e anche la testa.
- **male della tarantola**: secondo la gente, malattia data dal morso di un ragno, che fa muovere senza fermarsi mai.
- **cura del ferro**: una cura con medicine di ferro, per cui bisognava camminare molto.
- **barone della casa**: padrone della casa (detto per scherzo).
- **trasaliva**: faceva un salto improvviso per la paura.
- **muggiva**: faceva il verso del bue, un grande rumore basso e lungo.
- **rannicchiato**: con il corpo piegato e chiuso su se stesso.
- **mantellina**: piccolo mantello che le donne mettono sulla testa e sulle spalle.
- **brocchetta**: piccolo vaso con il manico, per l’olio o l’acqua.
- **contrabbandieri**: persone che portano merci di nascosto, senza pagare le tasse.

## Capitolo IV

Il peggio era che i lupini li avevano presi a credito. E lo zio Crocifisso non si accontentava di «buone parole e mele fradicie». Per questo lo chiamavano Campana di legno: da quell’orecchio non ci sentiva, quando lo volevano pagare con le chiacchiere. Lui diceva che «alla credenza ci si pensa». Era un buon diavolaccio, e viveva prestando soldi agli amici. Non faceva altro mestiere. Per questo stava in piazza tutto il giorno, con le mani in tasca, o appoggiato al muro della chiesa. Portava un giubbone tutto strappato, che non valeva un baiocco. Ma aveva tutti i soldi che volevano. Se qualcuno andava a chiedergli dodici tarì, glieli prestava subito, con il pegno. Infatti «chi fa credenza senza pegno, perde l’amico, la roba e l’ingegno». Però bisognava restituirli la domenica, in monete d’argento con le colonne. E con un carlino in più, come era giusto, perché «coll’interesse non c’è amicizia».

Comprava anche tutto il pesce di una pesca in una volta, a basso prezzo. Lo comprava quando il povero diavolo che l’aveva pescato aveva subito bisogno di soldi. Ma il pesce dovevano pesarlo con le sue bilance. Quelli che non erano mai contenti dicevano che erano false come Giuda, e che avevano un braccio lungo e uno corto, come san Francesco. Se volevano, lui anticipava anche la spesa per l’equipaggio. E si riprendeva soltanto i soldi anticipati, più un rotolo di pane a testa e mezzo quartuccio di vino. Non voleva altro, perché era cristiano. Di quello che faceva in questo mondo avrebbe dovuto rendere conto a Dio. Insomma era la provvidenza per quelli che erano nei guai. Aveva anche inventato cento modi per fare un servizio al prossimo. Non era un uomo di mare, ma aveva barche, attrezzi e ogni cosa per quelli che non ne avevano. E li prestava. Si accontentava di prendere un terzo della pesca. Più la parte della barca, che contava come un uomo dell’equipaggio. E poi la parte degli attrezzi, se volevano anche gli attrezzi in prestito. Alla fine la barca si mangiava tutto il guadagno. Per questo la chiamavano la barca del diavolo. Qualcuno gli domandava perché non andava lui a rischiare la pelle, come tutti gli altri, visto che si mangiava il meglio della pesca senza nessun pericolo. E lui rispondeva:

— Bravo! E se in mare mi capita una disgrazia, Dio non voglia, e ci lascio le ossa? Chi li fa poi gli affari miei?

Lui badava agli affari suoi, e avrebbe prestato anche la camicia. Ma poi voleva essere pagato, senza tante storie. Ed era inutile raccontargli le proprie ragioni, perché era sordo. Per di più aveva poco cervello. Non sapeva dire altro che «Quel che è di patto non è d’inganno», oppure «Al giorno che promise si conosce il buon pagatore».

Ora i suoi nemici gli ridevano sotto il naso, per quei lupini che se li era mangiati il diavolo. E per di più doveva recitare il deprofundis per l’anima di Bastianazzo, al funerale. Lo recitava insieme agli altri confratelli della Buona Morte, con la testa nel cappuccio.

I vetri della piccola chiesa brillavano. Il mare era liscio e lucente. Non sembrava più quello che aveva rubato il marito alla Longa. Per questo i confratelli avevano fretta di finire. Ora che il tempo era tornato bello, ognuno voleva andare ai propri affari.

Questa volta i Malavoglia erano là, seduti sui talloni davanti al cataletto. Piangevano tanto che bagnavano il pavimento. Sembrava che il morto fosse davvero tra quelle quattro tavole, con i suoi lupini al collo. Lo zio Crocifisso pensava a quei lupini. Glieli aveva dati a credito perché aveva sempre conosciuto padron ’Ntoni come un galantuomo. Ma se volevano rubargli la sua roba, con la scusa che Bastianazzo era annegato, la rubavano a Cristo, com’è vero Dio! Quello era un credito sacro come l’ostia consacrata. Quelle cinquecento lire lui le appendeva ai piedi di Gesù crocifisso. Ma, santo diavolone, padron ’Ntoni sarebbe andato in galera! La legge c’era anche a Trezza!

Intanto don Giammaria gettava in fretta quattro spruzzi di acqua santa sul cataletto. Mastro Cirino cominciava a girare con la canna per spegnere le candele. I confratelli scavalcavano in fretta i banchi, con le braccia in aria, per togliersi il cappuccio. Lo zio Crocifisso andò a offrire una presa di tabacco a padron ’Ntoni, per fargli coraggio. Gli diceva che, alla fine, quando uno è galantuomo, lascia un buon nome e si guadagna il paradiso. Questo aveva risposto a quelli che gli domandavano dei suoi lupini:

— Con i Malavoglia sto tranquillo, perché sono galantuomini. Non vorranno lasciare compare Bastianazzo a casa del diavolo.

Padron ’Ntoni, diceva, poteva vedere con i suoi occhi che le cose erano state fatte senza risparmio, in onore del morto. Tanto costava la messa, tanto le candele, tanto il funerale. Lo zio Crocifisso faceva il conto sulle grosse dita, infilate nei guanti di cotone. I ragazzi guardavano a bocca aperta tutte quelle cose che costavano care ed erano lì per il babbo. Il cataletto, le candele, i fiori di carta. E la bambina vedeva tutte quelle luci e sentiva suonare l’organo. Allora si mise a ridere tutta contenta.

La casa del nespolo era piena di gente. Il proverbio dice: «triste quella casa dove ci è la visita pel marito!». Tutti quelli che passavano vedevano sulla porta i piccoli Malavoglia, con il viso sporco e le mani in tasca. Scuotevano la testa e dicevano:

— Povera comare Maruzza! Ora cominciano i guai per la sua casa!

Gli amici portavano qualcosa, come si usa: pasta, uova, vino e ogni ben di Dio. Ma ci sarebbe voluto il cuore contento per mangiare tutto. Perfino compar Alfio Mosca era venuto, con una gallina in ogni mano.

— Prendete queste, gnà Mena, — diceva. — Vi giuro che avrei voluto essere io al posto di vostro padre. Almeno non avrei fatto danno a nessuno, e nessuno avrebbe pianto.

Mena era appoggiata alla porta della cucina, con la faccia nel grembiule. Sentiva il cuore che le batteva forte e voleva scapparle dal petto. Era come quelle povere bestie che teneva in mano. La dote di Sant’Agata se ne era andata con la Provvidenza. E quelli che erano in visita nella casa del nespolo pensavano una cosa. Pensavano che lo zio Crocifisso ci avrebbe messo sopra le unghie.

Alcuni stavano appollaiati sulle sedie. Poi ripartivano senza aver aperto bocca, da veri baccalà che erano. Ma chi sapeva dire quattro parole cercava di fare un po’ di conversazione. Così scacciava la tristezza e distraeva un po’ quei poveri Malavoglia, che piangevano da due giorni come fontane. Compare Cipolla raccontava che le acciughe erano aumentate di due tarì al barile. Questo poteva interessare a padron ’Ntoni, se aveva ancora delle acciughe da vendere. Lui, per sicurezza, se ne era tenuti un centinaio di barili. E parlavano anche di compare Bastianazzo, buon’anima. Nessuno se lo sarebbe aspettato. Era un uomo nel fiore degli anni, che scoppiava di salute, poveretto!

C’era anche il sindaco, mastro Croce Callà, detto «Baco da seta» e anche Giufà. Era venuto con il segretario, don Silvestro. Stava con il naso in aria. La gente diceva che annusava il vento, per sapere da che parte voltarsi. Guardava ora questo ora quello che parlava. Sembrava che cercasse davvero la foglia da mangiare, come un baco da seta, e volesse mangiarsi le parole. E quando vedeva ridere il segretario, rideva anche lui.

Per far ridere un po’, don Silvestro portò il discorso sulla tassa di successione di compar Bastianazzo. E ci infilò una battuta che aveva sentito dal suo avvocato. Gli era piaciuta tanto, quando gliel’avevano spiegata bene! Per questo la tirava fuori ogni volta che andava in visita a casa di un morto.

— Almeno avete il piacere di essere parenti di Vittorio Emanuele, visto che dovete dare la sua parte anche a lui!

E tutti si tenevano la pancia dalle risate. Infatti il proverbio dice: «Né visita di morto senza riso, né sposalizio senza pianto».

La moglie dello speziale storceva la bocca davanti a quel chiasso. Stava con i guanti sulla pancia e la faccia lunga, come si usa in città in queste occasioni. Bastava guardarla e la gente diventava muta, come se ci fosse il morto lì davanti. Per questo la chiamavano la Signora.

Don Silvestro faceva il gallo con le donne. Si muoveva ogni momento, con la scusa di offrire le sedie a chi arrivava. Così faceva scricchiolare le sue scarpe di vernice.

— Bisognerebbe bruciarli tutti, quelli delle tasse! — brontolava comare Zuppidda, gialla come se avesse mangiato dei limoni.

Lo diceva in faccia a don Silvestro, come se fosse lui quello delle tasse. Lei sapeva benissimo cosa volevano certi mangiacarte, che non avevano le calze sotto gli stivali lucidi. Cercavano di entrare in casa della gente per mangiarsi la dote e la figlia: «Bella, non voglio te, voglio i tuoi soldi». Per questo aveva lasciato a casa sua figlia Barbara.

— Quelle facce lì non mi piacciono.

— A chi lo dite! — esclamò padron Cipolla. — A me mi scorticano vivo, come san Bartolomeo.

— Benedetto Dio! — esclamò mastro Turi Zuppiddo. Minacciava con il pugno, che sembrava la malabestia del suo mestiere. — Va a finire male, va a finire, con questi italiani!

— Voi state zitto! — lo zittì comare Venera. — Voi non sapete niente.

— Io dico quello che hai detto tu: che ci tolgono la camicia di dosso, ce la tolgono! — brontolò compare Turi, a testa bassa.

Allora Piedipapera, per tagliare corto, disse piano a padron Cipolla:

— Dovreste prenderla voi, comare Barbara, per consolarvi. Così la mamma e la figlia non darebbero più l’anima al diavolo.

— È una vera porcheria! — esclamava donna Rosolina, la sorella del curato.

Era rossa come un tacchino e si faceva vento con il fazzoletto. Se la prendeva con Garibaldi, che metteva le tasse. Oggi non si poteva più vivere, diceva, e nessuno si sposava più.

— E a donna Rosolina cosa gliene importa, ormai? — sussurrava Piedipapera.

Intanto donna Rosolina raccontava a don Silvestro i grandi lavori che aveva per le mani. Aveva sul telaio dieci canne di filo da tessere. Doveva seccare i legumi per l’inverno e fare la conserva di pomodoro. Lei aveva un segreto tutto suo, per avere la conserva fresca per tutto l’inverno. Una casa senza donna non poteva andare avanti. Ma la donna doveva avere il giudizio nelle mani, come lei. Non doveva essere una di quelle ragazze leggere che pensano solo a farsi belle, «coi capelli lunghi e il cervello corto». Perché allora un povero marito va sott’acqua, come compare Bastianazzo, buon’anima.

— Beato lui! — sospirava la Santuzza. — È morto in un giorno speciale, la vigilia dei Dolori di Maria Vergine. Ora prega lassù per noi peccatori, tra gli angeli e i santi del paradiso. «A chi vuol bene Dio manda pene». Era un brav’uomo, di quelli che badano ai fatti loro. Non parlava male di questo e di quello, e non peccava contro il prossimo, come fanno tanti.

Maruzza era seduta ai piedi del letto, pallida e distrutta come uno straccio messo a lavare. Sembrava la Madonna Addolorata. A quelle parole si metteva a piangere più forte, con il viso nel cuscino. Padron ’Ntoni, piegato in due, più vecchio di cent’anni, la guardava e la guardava. Scuoteva la testa e non sapeva cosa dire. Aveva nel cuore la grossa spina di Bastianazzo. Gli faceva male come se un pescecane gliela mangiasse.

— La Santuzza ha il miele in bocca! — osservava comare Grazia Piedipapera.

— Per fare l’ostessa, — rispose la Zuppidda, — bisogna essere così. «Chi non sa l’arte chiuda bottega, e chi non sa nuotare che si anneghi».

La Zuppidda ne aveva le tasche piene dei modi dolci della Santuzza. Perfino la Signora si voltava a parlare con lei, con la bocca stretta, senza badare agli altri. Portava quei guanti come se avesse paura di sporcarsi le mani. E stava con il naso arricciato, come se tutte le altre puzzassero più delle sardine. Ma chi puzzava davvero, pensava la Zuppidda, era la Santuzza, di vino e di tante altre porcherie. Eppure aveva addosso il vestitino color pulce. E sul petto prepotente, che non voleva starci dentro, aveva la medaglia di Figlia di Maria. Si capivano tra loro, quelle due, perché l’arte è parentela. Facevano soldi nello stesso modo: imbrogliavano il prossimo e vendevano l’acqua sporca a peso d’oro. E delle tasse se ne infischiavano, quelle lì!

— Metteranno la tassa anche sul sale! — aggiunse compare Mangiacarrubbe. — L’ha detto lo speziale, che è scritto nel giornale. Allora non si faranno più acciughe salate. E le barche potremo bruciarle nel focolare.

Mastro Turi il calafato stava per alzare il pugno e cominciare: — Benedetto Dio!... — Ma guardò sua moglie e stette zitto. Si mangiò tra i denti quello che voleva dire.

— Con l’annata cattiva che si prepara! — aggiunse padron Cipolla. Infatti non pioveva da santa Chiara. — Per fortuna c’è stato l’ultimo temporale, quello in cui si è persa la Provvidenza. È stato una vera grazia di Dio! Se no, quest’inverno la fame si sarebbe tagliata con il coltello!

Ognuno raccontava i suoi guai, anche per consolare i Malavoglia: non erano i soli ad averne. «Il mondo è pieno di guai, chi ne ha pochi e chi ne ha assai». Quelli che stavano fuori nel cortile guardavano il cielo. Ci sarebbe voluta un’altra pioggerella, come il pane. Padron Cipolla sapeva lui perché non pioveva più come prima.

— Non piove più perché hanno messo quel maledetto filo del telegrafo. Il filo tira a sé tutta la pioggia e la porta via.

Compare Mangiacarrubbe e Tino Piedipapera rimasero a bocca aperta. Proprio sulla strada di Trezza c’erano i pali del telegrafo. Ma don Silvestro cominciò a ridere e a fare ah! ah! ah! come una gallina. Allora padron Cipolla si alzò dal muretto, furioso. Se la prese con gli ignoranti, che avevano le orecchie lunghe come gli asini. Non lo sapevano che il telegrafo portava le notizie da un posto all’altro? Questo succedeva, diceva, perché dentro il filo c’era una specie di succo, come nel ramo della vite. Allo stesso modo il filo tirava la pioggia dalle nuvole. E la portava lontano, dove ce n’era più bisogno. Potevano andare a chiederlo allo speziale, che l’aveva detto lui. E per questo avevano fatto la legge: chi rompe il filo del telegrafo va in prigione. Allora anche don Silvestro non seppe più cosa dire, e si mise la lingua in tasca.

— Santi del Paradiso! Bisognerebbe tagliarli tutti, quei pali del telegrafo, e buttarli nel fuoco! — cominciò compare Zuppiddo.

Ma nessuno gli dava retta. Tutti guardavano nell’orto, per cambiare discorso.

— Un bel pezzo di terra! — diceva compare Mangiacarrubbe. — Quando è ben coltivato, dà la minestra per tutto l’anno.

La casa dei Malavoglia era sempre stata una delle prime di Trezza. Ma adesso Bastianazzo era morto, ’Ntoni era soldato e Mena era da sposare. E c’erano tutte quelle bocche da sfamare tra i piedi. Ora era una casa che faceva acqua da tutte le parti.

Insomma, quanto poteva valere la casa? Ognuno allungava il collo sopra il muro dell’orto e ci dava un’occhiata, per stimarla così, a occhio. Don Silvestro sapeva meglio di tutti come stavano le cose. Le carte le aveva lui, alla segreteria di Aci Castello.

— Scommetto dodici tarì che non è tutt’oro quello che luccica, — andava dicendo.

E mostrava a tutti il pezzo nuovo da cinque lire. Lui sapeva che sulla casa c’era un censo di cinque tarì all’anno. Allora tutti si misero a contare sulle dita quanto si poteva vendere la casa, con l’orto e tutto.

— Né la casa né la barca si possono vendere, perché c’è sopra la dote di Maruzza, — diceva qualcun altro.

La gente si scaldava tanto che potevano sentirli dalla camera dove piangevano il morto.

— Sicuro! — lasciò cadere alla fine don Silvestro, come una bomba. — C’è l’ipoteca dotale.

Padron Cipolla aveva scambiato qualche parola con padron ’Ntoni, per sposare Mena con suo figlio Brasi. Ora scuoteva la testa e non diceva altro.

— Allora, — aggiunse compare Cola, — il vero disgraziato è lo zio Crocifisso, che perde il credito dei suoi lupini.

Tutti si voltarono verso Campana di legno. Era venuto anche lui, per politica, e stava zitto in un angolo, a sentire quello che dicevano. Aveva la bocca aperta e il naso in aria. Sembrava che contasse quante tegole e quante travi c’erano sul tetto, come se volesse stimare la casa. I più curiosi allungavano il collo dalla porta. E si facevano l’occhiolino per mostrarselo l’un l’altro.

— Sembra l’usciere che fa il pignoramento! — ridevano.

Le comari sapevano delle chiacchiere tra padron ’Ntoni e compare Cipolla. Dicevano che adesso bisognava far passare il dolore a comare Maruzza, e concludere quel matrimonio di Mena. Ma la Longa in quel momento aveva altro per la testa, poveretta.

Padron Cipolla voltò le spalle, freddo freddo, senza dire niente. Quando tutti se ne furono andati, i Malavoglia rimasero soli nel cortile.

— Ora, — disse padron ’Ntoni, — siamo rovinati. Ed è meglio per Bastianazzo che non ne sa niente.

A quelle parole prima Maruzza, e poi tutti gli altri, ricominciarono a piangere. Anche i ragazzi, vedendo piangere i grandi, si misero a piangere, anche se il babbo era morto da tre giorni. Il vecchio andava di qua e di là, senza sapere cosa faceva. Maruzza invece non si muoveva dai piedi del letto, come se non avesse più niente da fare. Quando diceva qualche parola, ripeteva sempre la stessa cosa, con gli occhi fissi. Sembrava che non avesse altro in testa.

— Ora non ho più niente da fare!

— No! — rispose padron ’Ntoni. — No! Bisogna pagare il debito allo zio Crocifisso. Di noi non si deve dire che «il galantuomo come impoverisce diventa birbante».

E il pensiero dei lupini gli ficcava ancora più dentro nel cuore la spina di Bastianazzo. Il nespolo lasciava cadere le foglie secche, e il vento le spingeva di qua e di là per il cortile.

— Lui è andato perché ce l’ho mandato io, — ripeteva padron ’Ntoni. — Come il vento porta quelle foglie di qua e di là. Se gli avessi detto di buttarsi dal fariglione con una pietra al collo, l’avrebbe fatto senza dire niente. Almeno è morto quando la casa e il nespolo erano ancora suoi, fino all’ultima foglia. E io, che sono vecchio, sono ancora qua. «Uomo povero ha i giorni lunghi».

Maruzza non diceva niente. Ma nella testa aveva un pensiero fisso, che la martellava e le mangiava il cuore. Voleva sapere cosa era successo in quella notte. Quella notte l’aveva sempre davanti agli occhi. Se li chiudeva, le sembrava di vedere ancora la Provvidenza, là verso il Capo dei Mulini. Lì il mare era liscio e azzurro, pieno di barche che sembravano tanti gabbiani al sole. Si potevano contare una per una. Quella dello zio Crocifisso, quella di compare Barabba, la Concetta dello zio Cola e la paranza di padron Fortunato. Le stringevano il cuore. E sentiva mastro Cola Zuppiddo, che cantava a squarciagola con i suoi polmoni da bue, mentre batteva con la malabestia. Sentiva l’odore del catrame che veniva dalla spiaggia. Sentiva la tela che la cugina Anna batteva sulle pietre del lavatoio. Intanto, in cucina, si sentiva anche Mena che piangeva piano piano.

— Poveretta! — mormorava il nonno. — Anche a te è crollata la casa sulla testa. E compare Fortunato se ne è andato freddo freddo, senza dire niente.

E andava toccando uno per uno gli attrezzi ammucchiati in un angolo, con le mani che tremavano, come fanno i vecchi. Davanti a lui c’era Luca. Gli avevano messo il giubbone del babbo, che gli arrivava ai talloni. Il nonno gli diceva:

— Questo ti terrà caldo, quando verrai a lavorare. Perché adesso dobbiamo aiutarci tutti per pagare il debito dei lupini.

Maruzza si chiudeva le orecchie con le mani, per non sentire la Locca. La Locca si era appollaiata sul ballatoio, dietro la porta. Strillava dalla mattina, con quella sua voce rotta da pazza. Voleva che le restituissero il suo figliolo, e non voleva sentire ragioni.

— Fa così perché ha fame, — disse alla fine la cugina Anna. — Adesso lo zio Crocifisso ce l’ha con tutti loro per l’affare dei lupini, e non le vuole dare più niente. Ora vado a portarle qualcosa, e così se ne andrà.

La cugina Anna, poveretta, aveva lasciato la sua tela e le sue ragazze. Era venuta ad aiutare comare Maruzza, che era come malata. Se l’avessero lasciata sola, non avrebbe più pensato ad accendere il fuoco e a mettere su la pentola. E sarebbero morti tutti di fame. «I vicini devono fare come le tegole del tetto, a darsi l’acqua l’un l’altro». Intanto quei ragazzi avevano le labbra pallide dalla fame. Anche la Nunziata aiutava. Alessi aveva il viso sporco, perché aveva pianto tanto vedendo piangere la mamma. Lui teneva a bada i più piccoli, perché non stessero sempre tra i piedi come una nidiata di pulcini. La Nunziata infatti voleva avere le mani libere, lei.

— Tu sai il fatto tuo! — le diceva la cugina Anna. — E la tua dote ce l’hai nelle mani, quando sarai grande.

### Glossario

- **«buone parole e mele fradicie»**: belle parole che non valgono niente, come mele marce.
- **pegno**: oggetto che si lascia a chi presta i soldi, come garanzia.
- **monete d’argento con le colonne**: vecchie monete d’argento, con disegnate due colonne.
- **confratelli della Buona Morte**: uomini di un gruppo religioso che pregano per i morti, con un cappuccio in testa.
- **deprofundis**: preghiera in latino per i morti.
- **cataletto**: barella per portare i morti.
- **visita**: le visite di condoglianza in casa del morto.
- **tassa di successione**: tassa che si paga allo Stato su quello che lascia un morto.
- **censo / ipoteca dotale**: tassa fissa da pagare ogni anno / diritto della moglie sulla casa per la sua dote.
- **«il galantuomo come impoverisce diventa birbante»**: l’uomo onesto, quando diventa povero, diventa disonesto.
- **«I vicini devono fare come le tegole del tetto»**: i vicini si devono aiutare, come le tegole che si passano l’acqua della pioggia.
- **baccalà**: pesce secco; qui, persona stupida che non parla.
- **giubbone**: giacca pesante e lunga.
- **quartuccio**: vecchia misura per il vino, un piccolo boccale.
- **mangiacarte**: chi lavora con le carte negli uffici (detto con disprezzo).
- **scorticano**: tolgono la pelle; qui, fanno pagare troppe tasse.
- **usciere / pignoramento**: l’impiegato del tribunale che va a prendere la roba di chi non paga i debiti / quando la legge prende la roba di chi ha debiti.
- **catrame**: sostanza nera e appiccicosa, che si mette sulle barche contro l’acqua.

## Capitolo V

Mena non sapeva niente. Non sapeva che volevano sposarla con Brasi di padron Cipolla, per far passare il dolore alla mamma. Il primo che glielo disse, qualche tempo dopo, fu compare Alfio Mosca. Erano davanti al rastrello dell’orto. Lui tornava allora da Aci Castello, con il suo carro tirato dall’asino.

— Non è vero, non è vero, — rispondeva Mena.

Ma si confondeva. Lui le spiegava come e quando l’aveva sentito dire dalla Vespa, in casa dello zio Crocifisso. E all’improvviso lei diventò rossa rossa.

Anche compare Mosca aveva un’aria strana. Vedeva la ragazza in quel modo, con quel fazzoletto nero al collo. Allora tormentava i bottoni della giacca e si dondolava ora su un piede ora sull’altro. Avrebbe pagato qualcosa per andarsene.

— Sentite, io non ho colpa. L’ho sentito dire nel cortile di Campana di legno, mentre spaccavo il carrubo. Quello che è caduto con il temporale di Santa Chiara, ve lo ricordate? Adesso lo zio Crocifisso fa fare a me le faccende di casa. Non vuole più sentir parlare del figlio della Locca. Sapete che servizio gli ha fatto l’altro fratello, con il carico dei lupini.

Mena teneva in mano il chiavistello del rastrello, ma non si decideva ad aprire.

— E poi, se non è vero, perché diventate rossa?

Lei non lo sapeva, in coscienza, e girava e rigirava il chiavistello. Quel cristiano lo conosceva soltanto di vista, e non sapeva altro. Alfio le recitava tutte le ricchezze di Brasi Cipolla, come una lunga litania. Dopo compare Naso il macellaio, Brasi passava per il giovanotto più ricco da sposare del paese. Le ragazze se lo mangiavano con gli occhi. Anche Mena ascoltava con tanto d’occhi. E all’improvviso lo lasciò lì con un bel saluto, ed entrò nell’orto. Alfio, tutto arrabbiato, corse a lamentarsi con la Vespa. Lei gli raccontava quelle bugie per farlo litigare con la gente!

— A me l’ha detto lo zio Crocifisso, — rispose la Vespa. — Io non dico bugie!

— Bugie! Bugie! — brontolò lo zio Crocifisso. — Io non voglio dannarmi l’anima per quella gente! L’ho sentito con queste orecchie. Ho sentito anche che la Provvidenza fa parte della dote, e che sulla casa c’è il censo di cinque tarì all’anno.

— Si vedrà! Si vedrà! Un giorno o l’altro si vedrà se dite bugie o no, — continuava la Vespa.

Si dondolava appoggiata alla porta, con le mani dietro la schiena. E intanto lo guardava con occhi furbi.

— Voi altri uomini siete tutti di una pasta, e non c’è da fidarsi.

Lo zio Crocifisso a volte non ci sentiva. Invece di abboccare all’amo, continuò a saltare da un discorso all’altro. Parlava dei Malavoglia, che pensavano a sposarsi. Ma a quelle quaranta onze non ci pensavano neppure.

— Eh! — saltò su alla fine la Vespa, perdendo la pazienza. — Se la gente desse retta a voi, nessuno penserebbe più a sposarsi!

— A me non importa se si sposano. Io voglio la roba mia. Del resto non m’importa.

— Se non importa a voi, c’è qualcuno a cui importa! Avete capito? Non tutti pensano come voi, a rimandare le cose da oggi a domani!

— E tu che fretta hai?

— Purtroppo ne ho! Voi avete tempo, voi. Ma credete che gli altri vogliano aspettare gli anni di San Giuseppe per sposarsi?...

— L’annata è scarsa, — diceva Campana di legno, — e non è tempo di pensare a queste cose.

Allora la Vespa si mise le mani sui fianchi e tirò fuori la lingua, come un pungiglione.

— Ora sentite, perché questa ve la voglio dire! In fin dei conti la mia roba ce l’ho. E grazie a Dio non sono ridotta a mendicare un marito. Cosa credete? Voi mi avete messo quella pulce nell’orecchio, con le vostre belle parole. Se no, ne avrei trovati cento di mariti! Vanni Pizzuto, e Alfio Mosca, e il cugino Cola. Lui mi stava sempre attaccato alla gonna, prima di andare soldato. Non mi lasciava neppure legare una calza! Tutti morivano dalla voglia. E non mi avrebbero presa in giro tanto tempo, da Pasqua a Natale, come avete fatto voi!

Questa volta lo zio Crocifisso si mise la mano dietro l’orecchio, per sentire. E cominciò a trattarla con buone parole.

— Sì, lo so che sei una ragazza di giudizio. Per questo ti voglio bene. Non sono come quelli che ti corrono dietro per prenderti la chiusa. Quelli poi se la mangerebbero all’osteria della Santuzza.

— Non è vero che mi volete bene, — continuava lei, e lo respingeva con i gomiti. — Se fosse vero, lo sapreste quello che dovete fare. E vedreste che non ho altro per la testa.

Gli voltava le spalle, offesa. E senza accorgersene lo stuzzicava con la spalla.

— Ma a voi di me non importa niente!

Lo zio si offese per quel brutto sospetto.

— Questo lo dici per farmi fare peccato! — cominciò a lamentarsi.

Non gli importava del suo sangue? In fin dei conti lei era sangue suo, come la chiusa. La chiusa era sempre stata della famiglia. E ci sarebbe rimasta, se suo fratello, buon’anima, non avesse pensato a sposarsi e a mettere al mondo la Vespa. Per questo lui l’aveva sempre tenuta come la pupilla dei suoi occhi. Pensava sempre al suo bene.

— Senti, — le disse. — Ho pensato di darti il debito dei Malavoglia, in cambio della chiusa. Sono quaranta onze. Con le spese e gli interessi potrebbero arrivare a cinquanta. E c’è da papparsi la casa del nespolo, che per te è meglio della chiusa.

— La casa del nespolo tenetevela voi! — saltò su la Vespa. — Io mi tengo la mia chiusa, e so io cosa devo farne!

Allora anche lo zio Crocifisso si arrabbiò come una bestia. Le disse che lo sapeva, cosa voleva farne. Voleva farsela mangiare da quel pezzente di Alfio Mosca. Quello le faceva gli occhi dolci per amore della chiusa. Lui non voleva più vederlo in casa e nel cortile. In fin dei conti anche lui aveva sangue nelle vene!

— Sta’ a vedere che adesso fate il geloso! — esclamò la Vespa.

— Certo che sono geloso! — esclamò lo zio Crocifisso. — Geloso come una bestia!

E voleva pagare cinque lire per far rompere le ossa ad Alfio Mosca.

Ma non lo faceva, diceva lui, perché era un cristiano con il timore di Dio. Oggi chi è galantuomo viene imbrogliato. Infatti la buona fede sta di casa in via dei minchioni, dove si vende la corda per impiccarsi. La prova era questa: lui passava e ripassava davanti alla casa dei Malavoglia, ma inutilmente. Perfino la gente si metteva a ridere. Dicevano che faceva il viaggio alla casa del nespolo, come chi ha fatto un voto alla Madonna dell’Ognina. I Malavoglia lo pagavano soltanto togliendosi il berretto, una volta dopo l’altra. E i ragazzi, appena lo vedevano spuntare in fondo alla stradina, scappavano come se vedessero il ba-bau. Ma finora nessuno di loro gli parlava di quei soldi dei lupini. E i Morti stavano per arrivare, mentre padron ’Ntoni pensava a sposare la nipote.

Lui andava a sfogarsi con Piedipapera. Diceva agli altri che era stato Piedipapera a metterlo in quell’imbroglio. Però gli altri dicevano che ci andava per guardare da vicino la casa del nespolo. C’era poi la Locca, che girava sempre da quelle parti. Le avevano detto che il suo Menico era andato sulla barca dei Malavoglia. E lei credeva di trovarlo ancora là. Appena vedeva suo fratello Crocifisso, strillava come un uccellaccio che porta sfortuna. E gli faceva venire la bile anche lei.

— Questa qui mi fa fare peccato! — brontolava Campana di legno.

— I Morti non sono ancora venuti, — rispondeva Piedipapera, agitando le mani. — Abbiate pazienza. Volete succhiare il sangue a padron ’Ntoni? Tanto non avete perso niente, perché i lupini erano tutti marci, lo sapete!

Lui non sapeva niente. Sapeva soltanto che il suo sangue era nelle mani di Dio. E i ragazzi dei Malavoglia non osavano giocare sul ballatoio, quando lui passava davanti alla porta di Piedipapera.

A volte incontrava Alfio Mosca, con il carro dell’asino. Anche Alfio lo salutava togliendosi il berretto, con la faccia tosta. Allora a lui bolliva il sangue, per la gelosia della chiusa.

— Mi uccella la nipote per portarmi via la chiusa! — brontolava con Piedipapera. — Un fannullone! Non sa fare altro che andare in giro con il carro dell’asino, e non possiede altro. Un morto di fame! Un birbante che fa credere a quella brutta strega di mia nipote di essere innamorato del suo muso di maiale. E tutto per amore della roba.

Quando non aveva altro da fare, andava a piantarsi davanti all’osteria della Santuzza, accanto allo zio Santoro. Sembrava un altro povero come lui. Non ci andava per spendere un soldo di vino. Si metteva a lamentarsi come lo zio Santoro, proprio come se chiedesse l’elemosina anche lui. E gli diceva:

— Sentite, compare Santoro. Alfio Mosca viene a portare il carico del vino a vostra figlia, la Santuzza. Se in quel momento vedete da queste parti mia nipote la Vespa, state attento a cosa fanno tra loro.

Lo zio Santoro aveva il rosario in mano e gli occhi spenti. Gli diceva di sì, di stare tranquillo. Era lì apposta, e non passava una mosca senza che lui lo sapesse. Tanto che sua figlia Mariangela gli diceva:

— A voi cosa importa? Perché vi occupate dei fatti di Campana di legno? Quello non spende un soldo all’osteria, neppure uno, e sta davanti alla porta per niente.

Però Alfio Mosca alla Vespa non ci pensava neppure. Se aveva qualcuna per la testa, era piuttosto comare Mena di padron ’Ntoni. La vedeva ogni giorno nel cortile o sul ballatoio, o quando andava a curare le bestie nel pollaio. Se sentiva chiocciare le due galline che le aveva regalato, provava una certa cosa dentro di sé. Gli sembrava di essere lui in persona nel cortile del nespolo. Se non fosse stato un povero carrettiere con il carro dell’asino, avrebbe voluto chiedere in moglie Sant’Agata. E se la sarebbe portata via sul carro dell’asino. Quando pensava a tutto questo, sentiva in testa tante cose da dirle. Ma poi, quando la vedeva, non sapeva come muovere la lingua. Guardava che tempo faceva. Le parlava del carico di vino che aveva preso per la Santuzza. E dell’asino, che portava quattro quintali meglio di un mulo, povera bestia.

Mena accarezzava con la mano la povera bestia. E Alfio sorrideva, come se quelle carezze le facessero a lui.

— Ah! Se il mio asino fosse vostro, comare Mena!

Mena scuoteva la testa, e il petto le si gonfiava. Pensava che sarebbe stato meglio se i Malavoglia avessero fatto i carrettieri. Il babbo non sarebbe morto in quel modo.

— «Il mare è amaro, — ripeteva, — ed il marinaro muore in mare».

Alfio aveva fretta di andare a scaricare il vino della Santuzza, ma non si decideva a partire. Rimaneva a chiacchierare. Diceva che era una bella cosa fare l’oste. Con quel mestiere si guadagna sempre. Se aumenta il prezzo del mosto, basta mettere più acqua nei barili.

— Lo zio Santoro è diventato ricco in questo modo. E ora chiede l’elemosina per passare il tempo.

— E voi ci guadagnate bene, con i carichi di vino? — domandò Mena.

— Sì, d’estate, quando si può viaggiare anche di notte. Allora mi guadagno una bella giornata. Questa povera bestia il pane se lo guadagna. Quando avrò messo da parte un po’ di soldi, comprerò un mulo. Così potrò fare il carrettiere davvero, come compare Cinghialenta.

La ragazza ascoltava con attenzione tutto quello che diceva compare Alfio. Intanto l’ulivo grigio faceva rumore con le foglie, come se piovesse. E riempiva la strada di foglioline secche e arricciate.

— Ecco che arriva l’inverno, e tutto questo non si potrà fare prima dell’estate, — osservò compar Alfio.

Mena seguiva con gli occhi l’ombra delle nuvole che correva per i campi. Sembrava che fosse l’ulivo grigio a scappare via. Così correvano i pensieri nella sua testa. E gli disse:

— Sapete, compare Alfio? Di quella storia del figlio di padron Fortunato Cipolla non c’è niente. Perché prima dobbiamo pagare il debito dei lupini.

— Mi fa piacere, — rispose Mosca. — Così non ve ne andate dal vicinato.

— Ora torna ’Ntoni da soldato. Con lui, il nonno e tutti gli altri, ci aiuteremo per pagare il debito. La mamma ha preso della tela da tessere per la Signora.

— Bel mestiere anche quello dello speziale! — osservò Mosca.

In quel momento comare Venera Zuppidda spuntò nel viottolo, con il fuso in mano.

— Oh Dio! — esclamò Mena. — Arriva gente!

E scappò dentro. Alfio frustò l’asino, e voleva andarsene anche lui.

— Oh, compare Alfio, che fretta avete? — gli disse la Zuppidda. — Volevo domandarvi una cosa. Il vino che portate alla Santuzza è della stessa botte di quello della settimana scorsa?

— Io non lo so. Il vino me lo danno nei barili.

— Aceto da fare l’insalata! — rispose la Zuppidda. — Un vero veleno! Così è diventata ricca la Santuzza. E per imbrogliare il mondo si è messa sul petto l’abitino di Figlia di Maria. Belle cose copre quell’abitino! Oggi, per andare avanti, bisogna fare quel mestiere là. Se no si va indietro come i gamberi, come i Malavoglia. Lo sapete che hanno ripescato la Provvidenza?

— No, io non ero qui. Ma comare Mena non sapeva niente.

— Hanno portato adesso la notizia. Padron ’Ntoni è corso verso il Rotolo, per vederla mentre la trainano verso il paese. Sembrava che avesse le gambe nuove, il vecchio. Adesso, con la Provvidenza, i Malavoglia potranno rimettersi in piedi un’altra volta. E Mena sarà di nuovo un buon partito: molti vorranno sposarla.

Alfio non rispose, perché la Zuppidda lo guardava fisso, con i suoi occhietti gialli. Disse che aveva fretta di andare a consegnare il vino alla Santuzza.

— A me non vuole dire niente! — brontolò la Zuppidda. — Come se non li avessi visti con i miei occhi. Vogliono nascondere il sole con la rete.

La Provvidenza l’avevano trainata a riva tutta rotta. Era così come l’avevano trovata, oltre il Capo dei Mulini: con il naso tra gli scogli e la schiena in aria. In un momento era corso sulla riva tutto il paese, uomini e donne. Anche padron ’Ntoni, in mezzo alla folla, guardava come gli altri curiosi. Alcuni davano perfino un calcio nella pancia della Provvidenza, per sentire che suonava rotta. Era come se non fosse più di nessuno. E il poveretto si sentiva quel calcio nello stomaco.

— Bella provvidenza che avete! — gli diceva don Franco.

Era venuto anche lui a dare un’occhiata, in maniche di camicia e con il cappellaccio in testa. E fumava la sua pipa.

— Questa ora è buona da bruciare, — concluse padron Fortunato Cipolla.

Compare Mangiacarrubbe conosceva bene il mestiere. Disse che la barca doveva essere affondata all’improvviso. Quelli che c’erano dentro non avevano avuto neppure il tempo di dire «Cristo aiutami!». Il mare aveva spazzato via vele, antenna, remi e ogni cosa. Non aveva lasciato al suo posto neppure un chiodo di legno.

— Questo era il posto del babbo, dove c’è la forcola nuova, — diceva Luca, che si era arrampicato sul bordo. — E qui sotto c’erano i lupini.

Ma di lupini non ne restava neppure uno, perché il mare aveva lavato e pulito tutto. Per questo Maruzza non si era mossa di casa. Non voleva più vedere la Provvidenza, finché aveva gli occhi aperti.

— La pancia è buona, e se ne può fare ancora qualcosa, — disse alla fine mastro Zuppidda il calafato, come un vero esperto.

Anche lui dava calci alla Provvidenza con i suoi piedoni.

— Con quattro lapazze ve la rimetto in mare un’altra volta. Non sarà più una barca che resiste al mare grosso. Un’onda di fianco la sfonderebbe come una botte marcia. Ma per la pesca vicino agli scogli, e per la bella stagione, potrà servire ancora.

Padron Cipolla, compare Mangiacarrubbe e compare Cola stavano ad ascoltare senza dire niente.

— Sì, — concluse alla fine padron Fortunato, serio serio. — Piuttosto che buttarla nel fuoco...

— Mi fa piacere! — diceva lo zio Crocifisso, che era lì anche lui a guardare, con le mani dietro la schiena. — Siamo cristiani, e bisogna godere del bene degli altri. Il proverbio dice: «Augura bene al tuo vicino, ché qualche cosa te ne viene».

I ragazzi si erano sistemati dentro la Provvidenza, insieme agli altri ragazzini che volevano salirci anche loro.

— Quando avremo riparato per bene la Provvidenza, — diceva Alessi, — sarà come la Concetta dello zio Cola.

E si davano un gran da fare. Sbuffavano e faticavano anche loro a tirare e a spingere la barca. La portarono davanti alla porta di mastro Zuppiddo il calafato. Lì c’erano i sassi grossi per tenere su le barche e il mestolo per il catrame. Contro il muro c’era un mucchio di costole di legno e di tavole per le barche.

Alessi faceva sempre a botte con i ragazzi che volevano salire sulla barca. Volevano anche aiutare a soffiare nel fuoco, sotto la caldaia della pece. Quando le prendeva, Alessi minacciava piagnucolando:

— Ora che viene mio fratello ’Ntoni da soldato!...

Infatti ’Ntoni si era fatto mandare le carte e aveva ottenuto il congedo. Eppure don Silvestro, il segretario, aveva assicurato una cosa. Se ’Ntoni restava soldato altri sei mesi, avrebbe liberato dalla leva suo fratello Luca. Ma ’Ntoni non voleva restarci neppure altri sei giorni, ora che gli era morto il padre. Luca avrebbe fatto come lui. ’Ntoni aveva pianto la sua disgrazia laggiù, dove si trovava. Quando gli avevano portato la notizia del babbo, non avrebbe voluto fare più niente. Ma c’erano quei cani dei superiori.

— Io, — disse Luca, — ci vado volentieri a fare il soldato, al posto di ’Ntoni. Così, quando lui tornerà, potrete mettere in mare la Provvidenza. E non ci sarà più bisogno di nessuno.

— Questo è proprio un Malavoglia nato sputato! — diceva padron ’Ntoni, tutto felice. — È tutto suo padre Bastianazzo. Lui aveva un cuore grande come il mare, e buono come la misericordia di Dio.

Una sera, quando le barche tornarono dal mare, padron ’Ntoni arrivò a casa senza fiato e disse:

— C’è qui la lettera! Me l’ha data proprio adesso compare Cirino, mentre portavo le nasse a casa dei Pappafave.

La Longa diventò bianca come un fazzoletto, dalla contentezza. E corsero tutti in cucina a vedere la lettera.

’Ntoni arrivò con il berretto sull’orecchio e la camicia con le stelle. La mamma non si stancava mai di toccargliela. Gli andava dietro in mezzo ai parenti e agli amici, mentre tornavano dalla stazione. In un momento la casa e il cortile si riempirono di gente, come quando era morto Bastianazzo. Era passato del tempo, e nessuno ci pensava più. A certe cose ci pensano sempre soltanto i vecchi, come se fosse ieri. Così la Locca era sempre lì davanti alla casa dei Malavoglia, seduta contro il muro, ad aspettare Menico. E a ogni passo che sentiva, voltava la testa di qua e di là per la stradina.

### Glossario

- **rastrello**: piccolo cancello di legno davanti all’orto.
- **carrubo**: albero con frutti lunghi, scuri e dolci.
- **chiusa**: campo chiuso da un muro.
- **gli anni di San Giuseppe**: essere già vecchi (si dice che San Giuseppe si sposò da vecchio).
- **ba-bau**: mostro inventato per far paura ai bambini.
- **i Morti**: la festa dei morti, il 2 novembre.
- **mi uccella**: mi inganna con belle parole, per interesse.
- **lapazze**: pezzi di legno per riparare una barca.
- **forcola**: appoggio di legno del remo, sul bordo della barca.
- **nato sputato**: tutto uguale, identico al padre.
- **congedo**: carta che dice che il servizio militare è finito.
- **chiavistello**: pezzo di ferro o di legno che si gira per chiudere un cancello o una porta.
- **viottolo**: strada piccola e stretta, di terra.
- **pece**: sostanza nera e appiccicosa che si scalda per chiudere i buchi delle barche.
- **costole**: qui, i pezzi di legno curvi che formano lo scheletro della barca.
- **nasse**: cesti per pescare: il pesce entra e non riesce più a uscire.

## Capitolo VI

’Ntoni era arrivato in un giorno di festa. Andava di porta in porta a salutare i vicini e i conoscenti, e tutti lo guardavano dove passava. Gli amici gli andavano dietro in gruppo, e le ragazze si affacciavano alle finestre. L’unica che non si vedeva era Sara di comare Tudda.

— Se n’è andata a Ognina con suo marito, — gli disse la Santuzza. — Ha sposato Menico Trinca. Lui era vedovo con sei figli, ma è ricco come un maiale. Si è sposata quando non era passato nemmeno un mese dalla morte della prima moglie di Menico. Il letto era ancora caldo, Dio ci liberi!

— Un vedovo è come uno che va a fare il soldato, — aggiunse la Zuppidda. — «Amore di soldato poco dura, a tocco di tamburo addio signora». E poi la Provvidenza era andata perduta!

Comare Venera era alla stazione quando era partito ’Ntoni di padron ’Ntoni. Voleva vedere se Sara di comare Tudda andava a salutarlo, perché li aveva visti parlare dal muro della vigna. Ora voleva godersi la faccia di ’Ntoni a quella notizia. Ma era passato del tempo anche per questo, e si dice «lontan dagli occhi, lontan dal cuore». Adesso ’Ntoni portava il berretto sull’orecchio.

— Compare Menico vuol morire becco! — disse lui per consolarsi.

Questo piacque alla Mangiacarrubbe. Era stata lei a chiamarlo «cetriolo», e ora vedeva che era un bel cetriolo. Lo avrebbe cambiato volentieri con quel buono a nulla di Rocco Spatu. Rocco non valeva niente, e lei lo aveva preso perché non c’era nessun altro.

— A me non piacciono quelle ragazze leggere che fanno l’amore con due o tre alla volta, — disse la Mangiacarrubbe. Si tirava sul mento le punte del fazzoletto da testa e faceva la faccia innocente di una Madonnina. — Se volessi bene a uno, non lo cambierei nemmeno con Vittorio Emanuele o con Garibaldi, vedete!

— Lo so a chi volete bene! — disse ’Ntoni col pugno sul fianco.

— No che non lo sapete, compare ’Ntoni. Vi hanno raccontato delle chiacchiere. Se qualche volta passate dalla mia porta, vi racconterò tutto.

— Ora che la Mangiacarrubbe ha messo gli occhi su ’Ntoni di padron ’Ntoni, sarà una provvidenza per la cugina Anna, — diceva comare Venera.

’Ntoni se ne andò tutto superbo, dondolandosi sui fianchi, con il suo gruppo di amici dietro. Avrebbe voluto che ogni giorno fosse domenica, per portare a spasso la sua camicia con le stelle. Quel pomeriggio si divertirono a fare a pugni con compare Pizzuto. Pizzuto non aveva paura nemmeno di Dio, anche se non aveva fatto il soldato. Finì per terra davanti all’osteria, col naso pieno di sangue. Rocco Spatu invece fu più forte, e mise ’Ntoni sotto i piedi.

— Per la Madonna! — esclamarono quelli che guardavano. — Quel Rocco è forte come mastro Turi Zuppiddo. Se volesse lavorare, il pane se lo guadagnerebbe!

— Io le mie preghiere le so dire con questo qui! — diceva Pizzuto, e mostrava il rasoio, per non darsi per vinto.

Insomma ’Ntoni si divertì tutto il giorno. Però la sera stavano tutti intorno alla tavola a chiacchierare. La mamma gli chiedeva di questo e di quello. I ragazzi, mezzo addormentati, lo guardavano con gli occhi spalancati. Mena gli toccava il berretto e la camicia con le stelle, per vedere com’erano fatti. Allora il nonno gli disse una cosa. Gli aveva trovato un lavoro a giornata sulla paranza di compar Cipolla, con una bella paga.

— Li ho presi per carità, — diceva padron Fortunato a chi voleva ascoltarlo, seduto davanti alla bottega del barbiere. — Li ho presi per non dire di no. Padron ’Ntoni è venuto a chiedermi, sotto l’olmo, se avevo bisogno di uomini per la paranza. Io di uomini non ne ho mai bisogno. Ma «carcere, malattie e necessità, si conosce l’amistà». E con padron ’Ntoni, che è così vecchio, si perde quello che gli si dà!...

— È vecchio, ma sa il mestiere, — rispose Piedipapera. — I vostri soldi non li perdete. E suo nipote è un ragazzo che tutti vorrebbero portarvi via.

— Quando mastro Bastiano avrà sistemato la Provvidenza, prepareremo la nostra barca. Allora non avremo più bisogno di andare a giornata, — diceva padron ’Ntoni.

La mattina il nonno andò a svegliare il nipote. Mancavano ancora due ore all’alba, e ’Ntoni sarebbe rimasto volentieri un altro po’ sotto le coperte. Uscì nel cortile sbadigliando. Il tre bastoni era ancora alto verso Ognina, con le gambe in aria. La Puddara brillava dall’altra parte. Il cielo era pieno di stelle, che sembravano le monachine quando corrono sul fondo nero della padella.

— È proprio come quando ero soldato, e suonava la sveglia nei traponti, — brontolava ’Ntoni. — Allora non valeva la pena di tornare a casa!

— Sta’ zitto, che il nonno è lì a preparare gli attrezzi. Si è alzato un’ora prima di noi, — gli rispose Alessi. Ma Alessi era un ragazzo tutto simile a suo padre Bastianazzo, buon’anima.

Il nonno andava e veniva per il cortile con la lanterna. Fuori si sentiva passare la gente che andava al mare. Bussavano di porta in porta per chiamare i compagni. Poi arrivarono sulla spiaggia, davanti al mare nero dove si specchiavano le stelle. Il mare russava lento sui sassi, e qua e là si vedevano le lanterne delle altre barche. Allora anche ’Ntoni sentì allargarsi il cuore.

— Ah! — esclamò stirandosi le braccia. — È bello tornare a casa propria. Questa marina qui mi conosce.

Del resto padron ’Ntoni lo diceva sempre: un pesce fuori dell’acqua non sa starci, e chi è nato pesce, il mare lo aspetta.

Sulla paranza lo prendevano in giro perché Sara lo aveva lasciato. Intanto chiudevano le vele, e la Carmela remava in tondo, piano piano. Si lasciava dietro le reti come la coda di un serpente.

— «Carne di porco e uomini di guerra durano poco», dice il proverbio, — gli dicevano. — Per questo Sara ti ha lasciato.

— «Allora la donna è fedele a uno, quando il turco si fa cristiano», — aggiunse lo zio Cola.

— Di innamorate ne ho quante ne voglio, — rispose ’Ntoni. — A Napoli mi correvano dietro come cagnolini.

— A Napoli avevi il vestito di panno, il berretto con la scritta e le scarpe ai piedi, — disse Barabba.

— Ci sono belle ragazze come qui, a Napoli?

— Le belle ragazze di qui non sono degne di portare le scarpe a quelle di Napoli. Io ne avevo una con il vestito di seta e i nastri rossi nei capelli. Aveva il corsetto ricamato e le spalline d’oro, come quelle del comandante. Era un bel pezzo di ragazza. Portava a spasso i bambini dei padroni, e non faceva altro.

— Dev’essere bello vivere da quelle parti! — osservò Barabba.

— Voi a sinistra! Fermi i remi! — gridò padron ’Ntoni.

— Sangue di Giuda! Mi fate andare la paranza sopra le reti! — cominciò a strillare lo zio Cola al timone. — Volete finirla con le chiacchiere? Siamo qui a grattarci la pancia o a fare il mestiere?

— È la maretta che ci spinge indietro, — disse ’Ntoni.

— Rema da quella parte, figlio di un porco, — gli gridò Barabba. — Con le regine che hai in testa ci fai perdere la giornata!

— Sacramento! — rispose allora ’Ntoni col remo in aria. — Se lo dici un’altra volta, te lo do sulla testa.

— Che novità è questa? — saltò su lo zio Cola dal timone. — L’hai imparato da soldato, che non si può più dire una parola?

— Allora me ne vado, — rispose ’Ntoni.

— E vattene! Con i suoi soldi padron Fortunato ne troverà un altro.

— «Al servo pazienza, al padrone prudenza», — disse padron ’Ntoni.

’Ntoni continuò a remare brontolando, perché non poteva andarsene a piedi. Compare Mangiacarrubbe, per fare la pace, disse che era ora di fare colazione.

In quel momento spuntava il sole. Faceva fresco, e un sorso di vino si beveva volentieri. Allora quegli uomini si misero a mangiare di gusto, col fiasco fra le gambe. Intanto la paranza ondeggiava piano piano dentro il largo cerchio dei sugheri.

— Una pedata nel sedere a chi parla per primo! — disse lo zio Cola.

Per non prendersi la pedata, tutti si misero a masticare come buoi. Guardavano le onde che venivano dal largo. Rotolavano senza schiuma, come grandi sacchi verdi pieni d’acqua. In un giorno di sole, quelle onde fanno pensare al cielo nero e al mare color lavagna.

— Padron Cipolla stasera dirà quattro bestemmie, — saltò su lo zio Cola. — Ma noi non ci possiamo fare niente. Col mare mosso non si prendono pesci.

Prima compare Mangiacarrubbe gli diede una pedata. Lo zio Cola infatti aveva fatto la legge, e aveva parlato per primo. Poi rispose: — Intanto, ora che siamo qui, aspettiamo a tirare le reti.

— La maretta viene dal largo, e a noi fa comodo, — aggiunse padron ’Ntoni.

— Ahi! — borbottava intanto lo zio Cola.

Il silenzio ormai era rotto, e Barabba chiese a ’Ntoni Malavoglia: — Me lo dai un pezzo di sigaro?

— Non ne ho, — rispose ’Ntoni. Non pensava più alla lite di prima. — Ma te ne darò metà del mio.

Gli uomini della paranza erano seduti sul fondo, con la schiena contro la panca e le mani dietro la testa. Cantavano delle canzoncine, ognuno per conto suo, piano piano, per non addormentarsi. Infatti chiudevano a metà gli occhi sotto il sole lucente. Barabba faceva schioccare le dita quando i cefali saltavano fuori dall’acqua.

— Loro non hanno niente da fare, — diceva ’Ntoni, — e si divertono a saltare.

— Buono questo sigaro! — rispose Barabba. — Ne fumavi di questi, a Napoli?

— Sì, ne fumavo tanti.

— Però i sugheri cominciano ad andare sotto, — osservò compare Mangiacarrubbe.

— Lo vedi dove si è persa la Provvidenza con tuo padre? — disse Barabba. — Laggiù al Capo, dove il sole batte su quelle case bianche e il mare sembra tutto d’oro.

— Il mare è amaro, e il marinaio muore in mare, — rispose ’Ntoni.

Barabba gli passò il suo fiasco. Poi si misero a brontolare a bassa voce contro lo zio Cola. Lui era un cane con gli uomini della paranza. Faceva come se padron Cipolla fosse lì a guardare quello che facevano e quello che non facevano.

— Tutto per fargli credere che senza di lui la paranza non andrebbe avanti, — aggiunse Barabba. — Sbirro!

— Adesso gli dirà che il pesce l’ha preso lui, con la sua bravura, anche col mare mosso. Guarda come vanno giù le reti, i sugheri non si vedono più.

— Ehi, ragazzi! — gridò lo zio Cola. — Vogliamo tirare le reti? Se arriva la maretta, ce le strappa dalle mani.

— Ohi! oohi! — cominciarono a gridare gli uomini, e si passavano la fune.

— San Francesco! — esclamava lo zio Cola. — Non sembra vero che abbiamo preso tutta questa grazia di Dio, con la maretta.

Le reti uscivano dall’acqua piene di pesci che si muovevano e brillavano al sole. Tutto il fondo della paranza sembrava pieno d’argento vivo.

— Ora padron Fortunato sarà contento, — mormorò Barabba, tutto rosso e sudato. — Così non ci rinfaccerà quei tre carlini che ci dà per la giornata.

— Ecco cosa ci tocca! — aggiunse ’Ntoni. — Romperci la schiena per gli altri. E poi, quando abbiamo messo insieme un po’ di soldi, viene il diavolo e se li mangia.

— Di che ti lagni? — gli disse il nonno. — Compare Fortunato non te la paga, la tua giornata?

I Malavoglia facevano di tutto per guadagnare qualche soldo. La Longa prendeva qualche rotolo di tela da tessere, e andava anche al lavatoio a lavare per gli altri. Padron ’Ntoni e i nipoti lavoravano a giornata e si aiutavano come potevano. A volte la sciatica piegava il vecchio come un gancio. Allora lui restava nel cortile a rifare le maglie delle reti, a riparare le nasse e a sistemare gli attrezzi. Conosceva infatti ogni cosa del mestiere. Luca andava a lavorare al ponte della ferrovia, per cinquanta centesimi al giorno. Suo fratello ’Ntoni diceva che non bastavano nemmeno per le camicie. Luca infatti le rovinava a portare sassi nella cesta. Ma a Luca non importava di rovinarsi anche le spalle. Alessi andava a raccogliere gamberi lungo gli scogli, o vermetti per l’esca, che si vendevano a dieci soldi il rotolo. A volte arrivava fino a Ognina e al Capo dei Mulini, e tornava coi piedi pieni di sangue. Ma compare Zuppiddu ogni sabato si prendeva dei bei soldi per riparare la Provvidenza. E per fare quaranta onze ci volevano tante nasse da riparare e tanti sassi della ferrovia! Ci voleva tanta esca a dieci soldi, e tanta tela da sbiancare, con l’acqua fino alle ginocchia e il sole sulla testa! Erano già venuti i Morti. Lo zio Crocifisso non faceva altro che passeggiare per la stradina, con le mani dietro la schiena. Sembrava il basilisco.

— Questa storia finirà con l’usciere! — andava dicendo lo zio Crocifisso a don Silvestro e a don Giammaria, il vicario.

Padron ’Ntoni seppe quello che andava dicendo Campana di legno.

— Non ci sarà bisogno dell’usciere, zio Crocifisso, — gli rispose. — I Malavoglia sono sempre stati galantuomini, e non hanno mai avuto bisogno dell’usciere.

— A me non importa, — rispose lo zio Crocifisso con le spalle al muro, sotto la tettoia del cortile. Intanto gli stavano ammucchiando i suoi sarmenti. — Io so soltanto che devo essere pagato.

Alla fine il vicario si mise in mezzo. Così Campana di legno accettò di aspettare fino a Natale per essere pagato. Come interesse si prese però le settantacinque lire di Maruzza. Lei le aveva messe da parte, soldo dopo soldo, in fondo alla calza nascosta sotto il materasso.

— Ecco com’è la cosa! — brontolava ’Ntoni di padron ’Ntoni. — Lavoriamo notte e giorno per lo zio Crocifisso. Quando abbiamo messo insieme una lira, ce la prende Campana di legno.

Il nonno e Maruzza si consolavano facendo castelli in aria per l’estate. Allora ci sarebbero state le acciughe da salare, e i fichidindia a dieci per un grano. Facevano grandi progetti di andare alla tonnara e alla pesca del pesce spada, dove si guadagnava bene. E intanto mastro Bastiano avrebbe sistemato la Provvidenza. I ragazzi ascoltavano attenti, col mento in mano, quei discorsi sul ballatoio o dopo cena. Ma ’Ntoni veniva da lontano e conosceva il mondo meglio degli altri. Si annoiava a sentire quelle chiacchiere. Preferiva andare a girare intorno all’osteria, dove c’era tanta gente che non faceva niente. C’era anche lo zio Santoro, che stava peggio di tutti. Lui faceva quel mestiere leggero: tendeva la mano a chi passava e borbottava avemarie. Oppure ’Ntoni andava da compare Zuppiddo, con la scusa di vedere a che punto era la Provvidenza. In realtà voleva fare quattro chiacchiere con Barbara. Quando c’era compare ’Ntoni, lei veniva a mettere rami sotto il pentolone della pece.

— Voi siete sempre in faccende, comare Barbara, — le diceva ’Ntoni. — Siete il braccio destro della casa. Per questo vostro padre non vi vuole far sposare.

— Non mi vuole far sposare con quelli che non sono adatti a me, — rispondeva Barbara. — «Pari con pari, e statti coi tuoi».

— Io ci starei volentieri coi vostri, per la Madonna! Se voleste voi, comare Barbara!...

— Che discorsi mi fate, compare ’Ntoni! La mamma è a filare nel cortile, e ci sta ascoltando.

— Parlavo di questi rami. Sono verdi e non vogliono prendere fuoco. Lasciate fare a me.

— È vero che venite qui per vedere la Mangiacarrubbe, quando si affaccia alla finestra?

— Io vengo qui per tutt’altro, comare Barbara. Vengo per vedere a che punto è la Provvidenza.

— È a buon punto. Il babbo ha detto che per la vigilia di Natale la metterete in mare.

Si avvicinava la novena di Natale, e i Malavoglia non facevano che andare e venire dal cortile di mastro Bastiano Zuppiddo. Intanto tutto il paese si preparava alla festa. In ogni casa si ornavano le immagini dei santi con rami verdi e arance. I bambini si affollavano dietro la cornamusa. La cornamusa andava a suonare davanti alle cappellette illuminate, accanto alle porte. Solo in casa dei Malavoglia la statua del Buon Pastore restava al buio. Intanto ’Ntoni di padron ’Ntoni correva di qua e di là a fare il galletto, e Barbara Zuppidda gli diceva:

— Almeno ci penserete che ho sciolto io la pece per la Provvidenza, quando sarete in mare?

Piedipapera andava dicendo che tutte le ragazze se lo volevano rubare.

— Chi è rubato son io! — piagnucolava lo zio Crocifisso. — Voglio proprio vedere dove prenderanno i soldi dei lupini, se ’Ntoni si sposa. E devono dare anche la dote a Mena! Con il censo che hanno sulla casa, e tutti quei pasticci dell’ipoteca saltati fuori all’ultimo momento! Natale è qui, ma i Malavoglia io non li ho ancora visti.

Padron ’Ntoni tornava a cercarlo in piazza o sotto la tettoia, e gli diceva:

— Cosa volete che faccia, se non ho soldi? Spremete il sasso per cavarne sangue!... Aspettatemi fino a giugno, se volete farmi questo favore. Oppure prendetevi la Provvidenza e la casa del nespolo. Io non ho altro.

— Io voglio i miei soldi, — ripeteva Campana di legno con le spalle al muro. — Avete detto che siete galantuomini. Avete detto che non pagate con le chiacchiere della Provvidenza e della casa del nespolo.

Lo zio Crocifisso ci perdeva l’anima e il corpo. Aveva perso il sonno e l’appetito. E non poteva nemmeno sfogarsi dicendo che quella storia sarebbe finita con l’usciere. Padron ’Ntoni infatti gli mandava subito don Giammaria o il segretario, a chiedere pietà. Ormai non lo lasciavano più andare in piazza per i fatti suoi senza corrergli dietro. Così in paese tutti dicevano che quelli erano soldi del diavolo. Con Piedipapera non poteva sfogarsi. Quello gli rispondeva subito che i lupini erano marci, e che lui aveva fatto solo da sensale.

— Ma quel favore lì potrebbe farmelo! — disse a un tratto fra sé.

L’idea gli piacque tanto che non dormì più quella notte. Appena fu giorno, andò a trovare Piedipapera. Quello ancora si stirava le braccia e sbadigliava sulla porta.

— Voi dovreste fingere di comprare il mio credito, — gli disse. — Così potremo mandare l’usciere dai Malavoglia. E nessuno dirà che fate l’usuraio, se volete riavere i vostri soldi. Nessuno dirà che sono soldi del diavolo.

— Vi è venuta stanotte questa bella idea? — rise Piedipapera. — Mi avete svegliato all’alba per dirmela?

— Sono venuto anche per quei sarmenti. Se li volete, potete venire a prenderli.

— Allora potete mandare a chiamare l’usciere, — rispose Piedipapera. — Ma le spese le fate voi.

Quella brava donna di comare Grazia si era affacciata apposta in camicia. Voleva dire a suo marito:

— Cosa è venuto a dirvi in segreto lo zio Crocifisso? Lasciateli stare, quei poveri Malavoglia, che hanno già tanti guai!

— Tu va’ a filare! — rispondeva compare Tino. — Le donne hanno i capelli lunghi e il giudizio corto.

E se ne andò zoppicando a bere l’erbabianca da compare Pizzuto.

— Vogliono dargli il cattivo Natale, a quei poveretti, — mormorava comare Grazia con le mani sulla pancia.

Davanti a ogni casa c’era la cappelletta ornata di rami verdi e arance. La sera ci accendevano le candele, quando veniva a suonare la cornamusa. Cantavano la litania, e dappertutto era festa. I bambini giocavano con le nocciole nella strada. Se Alessi si fermava a guardare a gambe larghe, gli dicevano:

— Tu vattene, se non hai nocciole per giocare. Ora vi pigliano la casa.

Infatti la vigilia di Natale arrivò l’usciere in carrozza, proprio per i Malavoglia, e tutto il paese si mise in agitazione. L’usciere lasciò un foglio di carta bollata sul canterano, accanto alla statua del Buon Pastore.

— L’avete visto l’usciere che è venuto per i Malavoglia? — andava dicendo comare Venera. — Adesso sono nei guai!

Suo marito era felice di avere ragione, una volta tanto. Cominciò a gridare e a fare chiasso.

— Io l’avevo detto, santi del Paradiso! Non mi piaceva che quel ’Ntoni girasse per casa!

— Voi state zitto, che non sapete niente! — gli rispondeva la Zuppidda. — Questi sono affari nostri. Le ragazze si sposano così. Se no vi restano sulla pancia, come le casseruole vecchie.

— Ma che sposare! Ora che è venuto l’usciere!

Allora la Zuppidda gli metteva le mani sulla faccia.

— Lo sapevate voi che doveva venire l’usciere? Voi abbaiate sempre a cose fatte, ma non sapete muovere neppure un dito. E poi l’usciere non se la mangia, la gente.

È vero che l’usciere non si mangia la gente. Ma i Malavoglia erano rimasti come se li avesse colpiti un male tutti insieme. Stavano nel cortile, seduti in cerchio, a guardarsi in faccia. Quel giorno dell’usciere in casa Malavoglia nessuno si mise a tavola.

— Sacramento! — esclamava ’Ntoni. — Siamo sempre come i pulcini nella stoppa, e ora mandano l’usciere per tirarci il collo.

— Cosa faremo? — diceva la Longa.

Padron ’Ntoni non lo sapeva. Alla fine prese in mano la carta bollata e andò dallo zio Crocifisso con i due nipoti più grandi. Voleva dirgli di prendersi la Provvidenza, che mastro Bastiano aveva appena finito di riparare. Al poveretto tremava la voce, come quando era morto suo figlio Bastianazzo.

— Io non so niente, — gli rispose Campana di legno. — Io non c’entro più. Ho venduto il mio credito a Piedipapera, e dovete vedervela con lui.

Appena Piedipapera li vide arrivare in processione, cominciò a grattarsi la testa.

— Cosa volete che faccia? — rispose. — Io sono un povero diavolo, e ho bisogno di quei soldi. Della Provvidenza non so che farmene, perché non è il mio mestiere. Ma se la vuole lo zio Crocifisso, vi aiuterò a vendergliela. Torno subito.

Quei poveretti restarono ad aspettare, seduti sul muretto. Non avevano il coraggio di guardarsi in faccia. Ma lanciavano lunghe occhiate verso la strada da dove doveva tornare Piedipapera. Alla fine lui comparve, piano piano. Eppure, quando voleva, sapeva camminare svelto con la sua gamba storta.

— Dice che è tutta rotta come una scarpa vecchia, e non sa che farsene! — gridò da lontano. — Mi dispiace, ma non ho potuto fare niente.

Così i Malavoglia tornarono a casa con la carta bollata in mano.

Eppure bisognava fare qualcosa. Avevano sentito dire che quella carta bollata sul canterano si sarebbe mangiata il canterano, la casa e tutti loro.

— Qui ci vuole un consiglio di don Silvestro, il segretario, — disse Maruzza. — Portategli quelle due galline, e qualcosa vi saprà dire.

Don Silvestro disse che non c’era tempo da perdere. Li mandò da un bravo avvocato, il dottor Scipioni. Abitava in via degli Ammalati, di fronte alla stalla dello zio Crispino. Era giovane, ma a parlare era più bravo di tutti gli avvocati vecchi. Quelli volevano cinque onze solo per aprire la bocca. Lui invece si accontentava di venticinque lire.

L’avvocato Scipioni stava arrotolando delle sigarette. Li fece andare e venire due o tre volte prima di occuparsi di loro. Il bello era che andavano tutti in processione, uno dietro l’altro. All’inizio andava con loro anche la Longa, con la bambina in braccio, per aiutare a spiegare le loro ragioni. Così perdevano tutti la giornata. Finalmente l’avvocato lesse le carte. Le risposte di padron ’Ntoni erano tutte confuse, e doveva tirargliele fuori con le tenaglie. Gli altri stavano appollaiati sulle sedie e non osavano nemmeno respirare. Alla fine l’avvocato capì qualcosa e si mise a ridere di cuore. Anche gli altri ridevano con lui, senza sapere perché, per riprendere fiato.

— Niente, — rispose l’avvocato. — Non c’è niente da fare.

Padron ’Ntoni tornava a dire che era venuto l’usciere.

— L’usciere lasciatelo venire anche una volta al giorno. Così il creditore si stancherà presto di pagare le spese. Non potranno prendervi niente, perché la casa è dotale. Per la barca faremo reclamo a nome di mastro Bastiano Zuppiddu. Vostra nuora non c’entra con l’acquisto dei lupini.

L’avvocato continuò a parlare senza sputare e senza grattarsi la testa, per più di venticinque lire. Padron ’Ntoni e i nipoti sentivano venire l’acquolina in bocca. Volevano parlare anche loro. Si sentivano gonfiare in testa una bella difesa, e volevano dirla. Se ne andarono storditi, pieni di tutte quelle ragioni che avevano. Per tutta la strada ripetevano le parole dell’avvocato e facevano gesti con le mani. Maruzza quella volta non era andata. Li vide arrivare con la faccia rossa e gli occhi lucenti. Allora si sentì togliere un gran peso anche lei, e il suo viso diventò più tranquillo. Aspettava che le dicessero cosa aveva detto l’avvocato. Ma nessuno apriva bocca, e si guardavano l’un l’altro.

— Ebbene? — chiese alla fine Maruzza, che moriva d’impazienza.

— Niente! Non c’è da avere paura di niente! — rispose tranquillo padron ’Ntoni.

— E l’avvocato?

— Sì, è l’avvocato che l’ha detto, che non c’è da avere paura di niente.

— Ma cosa ha detto? — insistette Maruzza.

— Eh, lui le cose le sa dire! Un uomo coi baffi! Benedette quelle venticinque lire!

— Ma insomma, cosa ha detto di fare?

Il nonno guardò il nipote, e ’Ntoni guardò il nonno.

— Niente, — rispose alla fine padron ’Ntoni. — Ha detto di non fare niente.

— Non gli pagheremo niente, — aggiunse ’Ntoni, più coraggioso, — perché non può prenderci né la casa né la Provvidenza... Non gli dobbiamo niente.

— E i lupini?

— È vero! E i lupini? — ripeté padron ’Ntoni.

— I lupini?... Non ce li siamo mangiati noi, i suoi lupini. Non li abbiamo in tasca. E lo zio Crocifisso non può prenderci niente. L’ha detto l’avvocato, che ci rimetterà le spese.

Ci fu un momento di silenzio. Maruzza però non sembrava convinta.

— Dunque ha detto di non pagare?

’Ntoni si grattò la testa, e il nonno aggiunse:

— È vero, i lupini ce li ha dati, e bisogna pagarli.

Non c’era niente da dire. Adesso che l’avvocato non c’era più, bisognava pagarli. Padron ’Ntoni scuoteva la testa e borbottava:

— Questo poi no! Questo i Malavoglia non l’hanno mai fatto. Lo zio Crocifisso si prenderà la casa, la barca e tutto, ma questo poi no!

Il povero vecchio era confuso, e la nuora piangeva in silenzio nel grembiule.

— Allora bisogna andare da don Silvestro, — concluse padron ’Ntoni.

Così tutti d’accordo, nonno, nipoti e nuora, persino la bambina, andarono di nuovo in processione dal segretario comunale. Volevano chiedergli come fare per pagare il debito. Non volevano che lo zio Crocifisso mandasse altre carte bollate, che si mangiavano la casa, la barca e tutti loro. Don Silvestro conosceva la legge. Stava passando il tempo a costruire una gabbia a trappola, da regalare ai bambini della Signora. Lui non fece come l’avvocato. Li lasciò chiacchierare e chiacchierare, e intanto continuava a infilare bastoncini nelle cannucce. Alla fine disse quello che ci voleva:

— Ebbene, se la gnà Maruzza ci mette la mano, ogni cosa si aggiusta.

La povera donna non capiva dove doveva mettere la mano.

— Dovete metterla nella vendita, — le disse don Silvestro, — e rinunciare all’ipoteca della dote, anche se i lupini non li avete presi voi.

— I lupini li abbiamo presi tutti! — mormorava la Longa. — E il Signore ci ha castigati tutti insieme, quando si è preso mio marito.

Quei poveri ignoranti stavano fermi sulle sedie e si guardavano fra loro. Don Silvestro intanto rideva sotto il naso. Poi mandò a chiamare lo zio Crocifisso. Lui arrivò masticando una castagna secca, perché aveva appena finito di mangiare. Aveva gli occhietti più lucidi del solito. All’inizio non voleva sentire niente. Diceva che lui non c’entrava più, e che non era affar suo.

— Io sono come il muro basso: ognuno ci si appoggia e fa il comodo suo. Io non so parlare come un avvocato, e non so dire le mie ragioni. La mia roba sembra roba rubata. Ma quello che fanno a me lo fanno a Gesù Crocifisso, che sta in croce!

E continuava a borbottare e brontolare, con le spalle al muro e le mani in tasca. Non si capiva nemmeno quello che diceva, per quella castagna che aveva in bocca. Don Silvestro sudò una camicia per fargli entrare in testa una cosa. I Malavoglia non si potevano chiamare truffatori, se volevano pagare il debito e se la vedova rinunciava all’ipoteca.

— I Malavoglia si accontentano di restare in camicia, pur di non litigare. Ma se li mettete con le spalle al muro, cominciano a mandare carte bollate anche loro. E allora chi s’è visto s’è visto! Insomma, un po’ di carità bisogna averla, santo diavolone! Volete scommettere che, se continuate a puntare i piedi come un mulo, non avrete niente?

Allora lo zio Crocifisso rispondeva:

— Quando mi prendete da questo lato, non so più cosa dire.

E promise di parlarne a Piedipapera.

— Per l’amicizia io farei qualsiasi sacrificio. Padron ’Ntoni lo può dire, se per un amico io farei questo e altro.

Poi gli offrì la tabacchiera aperta, fece una carezza alla bambina e le regalò una castagna.

— Don Silvestro conosce il mio punto debole: io non so dire di no. Stasera parlerò con Piedipapera, e gli dirò di aspettare fino a Pasqua. Purché comare Maruzza ci metta la mano.

Comare Maruzza non sapeva dove si doveva mettere, la mano. Rispose che ce l’avrebbe messa anche subito.

— Allora potete mandare a prendere quelle fave che mi avete chiesto per seminarle, — disse poi lo zio Crocifisso a don Silvestro, prima di andarsene.

— Va bene, va bene, — rispose don Silvestro. — Lo so che per gli amici avete il cuore grande come il mare.

Davanti alla gente, Piedipapera non voleva sentir parlare di aspettare. Strillava e si strappava i capelli. Diceva che volevano lasciarlo in camicia, senza pane per tutto l’inverno, lui e sua moglie Grazia. Lo avevano convinto a comprare il debito dei Malavoglia. E lui si era tolto di bocca cinquecento lire, una più bella dell’altra, per darle allo zio Crocifisso! Sua moglie Grazia, poveretta, spalancava gli occhi, perché non sapeva dove lui avesse preso quei soldi. E diceva buone parole per i Malavoglia. Erano brava gente, e nel vicinato tutti li avevano sempre conosciuti come galantuomini. Adesso anche lo zio Crocifisso prendeva le parti dei Malavoglia.

— Hanno detto che pagheranno. E se non potranno pagare, vi lasceranno la casa. Anche la gnà Maruzza ci metterà la mano. Non lo sapete che oggi, per avere quello che ci spetta, bisogna fare come si può?

Allora Piedipapera si infilò in fretta il giubbone e se ne andò bestemmiando. Facessero pure come volevano, lo zio Crocifisso e sua moglie! Tanto lui in casa non contava niente.

### Glossario

- **becco**: uomo tradito dalla moglie (parola offensiva).
- **monachine**: piccole scintille che corrono sul fondo nero della padella quando è sul fuoco.
- **traponti**: i piani sotto coperta di una nave, dove dormono i marinai.
- **sugheri**: pezzi di sughero che galleggiano e tengono su la rete.
- **ti lagni**: ti lamenti.
- **basilisco**: animale delle leggende che uccide con lo sguardo.
- **sarmenti**: rami secchi della vite, che si bruciano nel fuoco.
- **carta bollata**: foglio ufficiale con il bollo; qui l’ordine del tribunale di pagare.
- **la casa è dotale**: la casa fa parte della dote della moglie, e per questo non si può prendere per i debiti del marito.
- **sensale**: chi fa da mediatore negli affari e prende una parte dei soldi.
- **pulcini nella stoppa**: pulcini impigliati nei fili; qui: persone deboli, che non sanno come uscire dai guai.
- **«Amore di soldato poco dura...»**: il soldato sente il tamburo e parte, e lascia la donna.
- **«carcere, malattie e necessità, si conosce l’amistà»**: gli amici veri si vedono nei momenti brutti.
- **«Allora la donna è fedele a uno, quando il turco si fa cristiano»**: vuol dire: mai.
- **«Al servo pazienza, al padrone prudenza»**: chi lavora per gli altri deve sopportare, e chi comanda non deve esagerare.
- **«Pari con pari, e statti coi tuoi»**: ognuno deve stare con quelli come lui.
- **maretta**: mare un po’ mosso, con piccole onde.
- **cefali**: pesci di mare che saltano spesso fuori dall’acqua.
- **sciatica**: forte dolore alla schiena e alla gamba.
- **tonnara**: grande rete fissa per pescare i tonni.
- **cornamusa**: strumento musicale con un sacco di pelle e delle canne, che si suona a Natale.
- **erbabianca**: liquore all’anice.

## Capitolo VII

Quello fu un brutto Natale per i Malavoglia. Proprio in quel periodo anche Luca fu chiamato alla leva. Prese un numero basso, da povero diavolo, e partì per fare il soldato senza tanti pianti. Ormai ci avevano fatto il callo. Questa volta ’Ntoni accompagnava il fratello col berretto sull’orecchio, tanto che sembrava lui quello che partiva. Gli diceva che non era niente: anche lui aveva fatto il soldato. Quel giorno pioveva, e la strada era tutta una pozzanghera.

— Non voglio che mi accompagniate, — ripeteva Luca alla mamma. — Tanto la stazione è lontana.

E stava sulla porta a guardare la pioggia sul nespolo, col suo fagottino sotto il braccio. Poi baciò la mano al nonno e alla mamma, e abbracciò Mena e i fratelli.

Così la Longa lo vide partire sotto l’ombrello, accompagnato da tutti i parenti. Saltavano sui sassi della stradina, che era tutta una pozzanghera. Il ragazzo era giudizioso come il nonno, e sul ballatoio si arrotolò i pantaloni. Eppure non li avrebbe messi più, perché ora lo vestivano da soldato.

— Questo qui non scriverà per chiedere soldi, quando sarà laggiù, — pensava il vecchio. — E se Dio gli dà una vita lunga, rimetterà in piedi la casa del nespolo.

Ma Dio non gli diede una vita lunga, proprio perché era fatto di quella pasta. Più tardi arrivò la notizia che era morto. Allora alla Longa restò quella spina nel cuore: l’aveva lasciato partire con la pioggia, e non l’aveva accompagnato alla stazione.

— Mamma! — disse Luca, e tornò indietro. Gli piangeva il cuore di lasciarla così, zitta zitta sul ballatoio, come la Madonna Addolorata. — Quando tornerò vi avviserò prima, e così verrete tutti a prendermi alla stazione.

Maruzza non dimenticò quelle parole finché non le chiusero gli occhi. E fino a quel giorno portò fitta nel cuore anche un’altra spina. Il suo ragazzo non c’era alla festa per la Provvidenza, quando la rimisero in mare. C’era tutto il paese, e Barbara Zuppidda si era affacciata con la scopa per spazzare via i trucioli.

— Lo faccio per amor vostro, — aveva detto a ’Ntoni di padron ’Ntoni, — perché è la vostra Provvidenza.

— Voi con la scopa in mano sembrate una regina, — rispose ’Ntoni. — In tutta Trezza non c’è una brava donna di casa come voi!

— Ora che vi portate via la Provvidenza, non verrete più da queste parti, compare ’Ntoni.

— Sì che ci verrò. E poi per andare alla sciara questa è la strada più corta.

— Ci verrete per vedere la Mangiacarrubbe, che si mette alla finestra quando passate.

— La Mangiacarrubbe gliela lascio a Rocco Spatu, perché io ho altro per la testa.

— Chissà quante ne avete in testa, di belle ragazze dei paesi lontani, non è vero?

— Anche qui ci sono belle ragazze, comare Barbara, e io lo so.

— Davvero?

— Sull’anima mia!

— E a voi cosa importa?

— Mi importa, sì! Ma a loro non importa niente di me. Loro hanno i giovanotti eleganti che passeggiano sotto le finestre, con le scarpe di vernice.

— Io non le guardo nemmeno, le scarpe di vernice, per la Madonna dell’Ognina! La mamma dice che le scarpe di vernice sono fatte per mangiarsi la dote e ogni cosa. E qualche bel giorno lei vuole uscire in strada con la rocca in mano. Vuole fare una scenata a quel don Silvestro, se non mi lascia in pace.

— Lo dite sul serio, comare Barbara?

— Sì, davvero!

— Questa cosa mi piace! — disse ’Ntoni.

— Sentite, andate alla sciara il lunedì, quando mia madre va alla fiera.

— Il lunedì il nonno non mi lascerà prendere fiato, ora che mettiamo in mare la Provvidenza.

Mastro Turi disse che la barca era pronta. Subito padron ’Ntoni venne a prenderla con i suoi ragazzi e con tutti gli amici. La Provvidenza andava verso il mare in mezzo alla folla. Barcollava sui sassi come se avesse il mal di mare.

— Date qua! — gridava compare Zuppiddu più forte di tutti. Ma erano gli altri che sudavano e gridavano per spingerla sui pezzi di legno, quando la barca inciampava nei sassi. — Lasciate fare a me! Se no me la piglio in braccio come una bambina, e ve la metto in acqua tutta in una volta.

— Compare Turi è capace di farlo, con quelle braccia! — dicevano alcuni. Oppure: — Adesso i Malavoglia tornano a cavallo.

— Quel diavolo di compare Zuppiddu ci ha le fate nelle mani! — esclamavano. — Guardate come l’ha rimessa a nuovo! Prima sembrava proprio una scarpaccia vecchia!

E davvero ora la Provvidenza sembrava un’altra cosa. Era lucida di pece nuova, con una bella fascia rossa lungo il bordo. Sulla poppa c’era San Francesco, con la barba che sembrava di cotone. Persino la Longa aveva fatto pace con la Provvidenza. Ce l’aveva con lei da quando era tornata senza suo marito. Ma ora che era venuto l’usciere, aveva fatto pace per paura.

— Viva San Francesco! — gridavano tutti, quando vedevano passare la Provvidenza. Il figlio della Locca gridava più forte degli altri. Sperava che adesso padron ’Ntoni prendesse a giornata anche lui. Mena si era affacciata sul ballatoio, e piangeva di nuovo per la contentezza. Persino la Locca si alzò e andò anche lei con la folla dietro i Malavoglia.

— Ehi, comare Mena, questa dev’essere una bella giornata per voi! — le diceva Alfio Mosca dalla sua finestra di fronte. — Dev’essere come quando potrò comprare il mio mulo.

— E l’asino lo venderete?

— Come volete che faccia? Io non sono ricco come Vanni Pizzuto. Se no, in coscienza, non lo venderei.

— Povera bestia!

— Se dovessi dare da mangiare a un’altra bocca, prenderei moglie, e non starei solo come un cane! — disse Alfio ridendo.

Mena non sapeva cosa dire, e Alfio aggiunse:

— Ora che avete la Provvidenza in mare, vi mariteranno con Brasi Cipolla.

— Il nonno non mi ha detto niente.

— Ve lo dirà dopo. Ancora c’è tempo. Da ora al vostro matrimonio, chissà quante cose succederanno! E chissà per quali strade andrò col mio carro! Mi hanno detto che alla Piana, oltre la città, c’è lavoro per tutti alla ferrovia. Ora la Santuzza si è accordata con massaro Filippo per il mosto nuovo, e io qui non avrò più niente da fare.

Padron Cipolla invece continuava a scuotere la testa, anche se i Malavoglia erano tornati a cavallo. Diceva che era un cavallo senza gambe. Lui lo sapeva dove erano i difetti, nascosti sotto la pece nuova.

— Una Provvidenza rattoppata! — rideva lo speziale. — Sciroppo d’altea e gomma arabica, come la Monarchia costituzionale. Vedrete che a padron ’Ntoni faranno pagare anche la ricchezza mobile.

— Ci faranno pagare perfino l’acqua che beviamo. Ora dicono che metteranno il dazio sulla pece. Per questo padron ’Ntoni ha fatto preparare in fretta la sua barca. Eppure mastro Bastiano Zuppiddu deve avere ancora cinquanta lire da lui.

— Chi ha avuto giudizio è stato lo zio Crocifisso, che ha venduto a Piedipapera il credito dei lupini.

— Ora, se la ruota non gira per i Malavoglia, la casa del nespolo se la prende Piedipapera, e la Provvidenza torna a compare Bastiano.

Intanto la Provvidenza era scivolata in mare come un’anatra, col becco in aria. Ci sguazzava dentro e si godeva il fresco. Dondolava piano nell’acqua verde, che le batteva leggera intorno ai fianchi. Il sole le ballava sulla vernice. Anche padron ’Ntoni se la godeva, con le mani dietro la schiena e le gambe aperte. Stringeva un po’ gli occhi, come fanno i marinai quando vogliono vedere bene anche col sole. Era un bel sole d’inverno, i campi erano verdi, il mare lucente, e il cielo azzurro non finiva mai. Così tornano il bel sole e le dolci mattine d’inverno anche per gli occhi che hanno pianto. Quegli occhi le avevano viste nere come la pece. E ogni cosa si rinnova, come la Provvidenza. Erano bastati un po’ di pece e di colore, e quattro pezzi di legno, per farla tornare nuova come prima. Soltanto gli occhi che non piangono più non vedono più niente, perché li ha chiusi la morte.

— Compare Bastianazzo non ha potuto vederla, questa festa! — pensava fra sé comare Maruzza. Andava avanti e indietro davanti all’orditoio, a preparare la trama. Quei bastoni e quelle assi glieli aveva fatti tutti suo marito, con le sue mani, la domenica o quando pioveva. Li aveva piantati lui stesso nel muro. Ogni cosa in quella casa parlava ancora di lui. C’era il suo ombrello di tela cerata in un angolo, e le sue scarpe quasi nuove sotto il letto. Mena intanto preparava i fili dell’ordito, e anche lei aveva il cuore nero. Pensava a compare Alfio, che se ne andava alla Bicocca e avrebbe venduto il suo asino, povera bestia! I giovani infatti hanno la memoria corta, e hanno gli occhi per guardare soltanto a levante. A ponente guardano soltanto i vecchi, quelli che hanno visto tramontare il sole tante volte.

— Ora che hanno rimesso in mare la Provvidenza, — disse alla fine Maruzza, vedendo la figlia pensierosa, — tuo nonno ha ripreso a stare con padron Cipolla. Li ho visti insieme anche stamattina dal ballatoio, davanti alla tettoia di Peppi Naso.

— Padron Fortunato è ricco e non ha niente da fare, e sta in piazza tutto il giorno, — rispose Mena.

— Sì, e suo figlio Brasi di grazia di Dio ne ha tanta. Ora abbiamo la nostra barca, e i nostri uomini non dovranno più andare a giornata. Così usciremo dalla stoppa anche noi. E se le anime del Purgatorio ci aiutano a toglierci il debito dei lupini, si potrà cominciare a pensare alle altre cose. Tuo nonno ci pensa sempre, stai tranquilla. E non vi farà sentire che avete perso il padre, perché lui è come un altro padre.

Poco dopo arrivò padron ’Ntoni, carico di reti. Sembrava una montagna, e non gli si vedeva la faccia.

— Sono andato a riprenderle dalla paranza, — disse. — Bisogna controllare le maglie, perché domani prepareremo la Provvidenza.

— Perché non vi siete fatto aiutare da ’Ntoni? — gli rispose Maruzza. Lei tirava le reti da una parte. Il vecchio intanto girava in mezzo al cortile come un arcolaio, per svolgerle. Le reti non finivano mai, e sembravano un serpente con la coda.

— L’ho lasciato là, da mastro Pizzuto. Povero ragazzo, deve lavorare tutta la settimana! E fa caldo anche a gennaio, con quel po’ di roba sulle spalle.

Alessi rideva del nonno, che era tutto rosso e curvo come un amo. Il nonno gli disse:

— Guarda che qui fuori c’è quella povera Locca. Suo figlio è in piazza senza fare niente, e non hanno da mangiare.

Maruzza mandò Alessi dalla Locca con un po’ di fave. Il vecchio si asciugò il sudore con la manica della camicia e aggiunse:

— Ora che abbiamo la nostra barca, se arriviamo all’estate, con l’aiuto di Dio lo pagheremo, il debito.

Non sapeva dire altro. Seduto sotto il nespolo, guardava le sue reti come se le vedesse già piene.

— Adesso bisogna comprare il sale, prima che ci mettano il dazio, se è vero, — andava dicendo, con le mani sotto le ascelle. — Compare Zuppiddu lo pagheremo con i primi soldi. Lui mi ha promesso che allora ci darà a credito i barilotti.

— Nel canterano ci sono cinque onze della tela di Mena, — aggiunse Maruzza.

— Brava! Con lo zio Crocifisso non voglio fare più debiti. Il cuore non me lo dice, dopo l’affare dei lupini. Ma trenta lire ce le darebbe, per la prima volta che andiamo in mare con la Provvidenza.

— Lasciatelo stare! — esclamò la Longa. — I soldi dello zio Crocifisso portano disgrazia! Anche stanotte ho sentito cantare la gallina nera!

— Poveretta! — esclamò il vecchio sorridendo. Guardava la gallina nera, che passeggiava per il cortile con la coda in aria e la cresta sull’orecchio. Sembrava che la cosa non la riguardasse. — Eppure fa l’uovo tutti i giorni.

Allora Mena prese la parola e si affacciò alla porta.

— C’è un cesto pieno di uova, — disse. — Lunedì, se compare Alfio va a Catania, potete mandarle a vendere al mercato.

— Sì, anche queste aiutano a togliere il debito! — disse padron ’Ntoni. — Ma voi dovreste mangiarvelo, qualche uovo, quando ne avete voglia.

— No, non ne abbiamo voglia, — rispose Maruzza.

E Mena aggiunse: — Se le mangiamo noi, compare Alfio non avrà più niente da vendere al mercato. Ora metteremo le uova d’anatra sotto la chioccia, e i pulcini si vendono otto soldi l’uno.

Il nonno la guardò in faccia e le disse:

— Tu sei una vera Malavoglia, ragazza mia!

Le galline sbattevano le ali e facevano chiasso al sole, nella terra del cortile. La chioccia, tutta stordita, con una penna nel naso, scuoteva il becco in un angolo. Sotto i rami verdi dell’orto, lungo il muro, c’era dell’altro ordito appeso ai pioli a sbiancare, con i sassi ai piedi.

— Tutta questa roba fa soldi, — ripeteva padron ’Ntoni. — E con la grazia di Dio non ci manderanno più via dalla nostra casa. «Casa mia, madre mia».

— Ora i Malavoglia devono pregare Dio e San Francesco perché la pesca sia abbondante, — diceva intanto Piedipapera.

— Sì, con le annate che corrono! — esclamò padron Cipolla. — In mare devono averci buttato il colèra anche per i pesci!

Compare Mangiacarrubbe diceva di sì con la testa. Lo zio Cola tornava a parlare del dazio sul sale che volevano mettere. Allora le acciughe potevano stare tranquille, e non spaventarsi più per le ruote dei vapori. Nessuno infatti sarebbe più andato a pescarle.

— E ne hanno inventata un’altra! — aggiunse mastro Turi, il calafato. — Vogliono mettere il dazio anche sulla pece.

Quelli a cui non importava della pece non dissero niente. Ma lo Zuppiddu continuò a strillare che avrebbe chiuso bottega. Chi aveva bisogno di calafatare la barca, poteva usare la camicia della moglie come stoppa! Allora si alzarono grida e bestemmie. In quel momento si sentì il fischio della locomotiva. I vagoni della ferrovia sbucarono all’improvviso sul pendio della collina, dal buco che ci avevano fatto. Fumavano e facevano un gran rumore, come se avessero il diavolo in corpo.

— Ecco qua! — concluse padron Fortunato. — La ferrovia da una parte e i vapori dall’altra. A Trezza non ci si può più vivere, parola mia!

Nel paese successe il finimondo, quando vollero mettere il dazio sulla pece. La Zuppidda, con la schiuma alla bocca, salì sul ballatoio e si mise a predicare. Diceva che era un altro brutto scherzo di don Silvestro. Lui voleva rovinare il paese, perché non l’avevano voluto come marito. Non lo volevano nemmeno come compagno alla processione, quel cristiano, né lei né sua figlia! Quando comare Venera parlava del marito per sua figlia, sembrava che la sposa fosse lei. Mastro Turi avrebbe chiuso bottega, diceva. Poi voleva proprio vedere come avrebbe fatto la gente a mettere le barche in mare. Si sarebbero mangiati l’uno con l’altro, come il pane! Allora le comari si affacciarono sulle porte, con le conocchie in mano. Gridavano che volevano ammazzarli tutti, quelli delle tasse. Volevano bruciare le loro carte e la casa dove le tenevano. Gli uomini, quando tornavano dal mare, lasciavano gli attrezzi ad asciugare. Poi guardavano dalla finestra la rivoluzione delle mogli.

— Tutto perché è tornato ’Ntoni di padron ’Ntoni, — continuava comare Venera, — e lui sta sempre lì, dietro le gonne di mia figlia. Ora a don Silvestro danno fastidio le corna. Ma insomma, se non lo vogliamo, cosa pretende? Mia figlia è roba mia, e posso darla a chi mi pare e piace. Io l’ho detto chiaro e tondo a mastro Cola, quando è venuto lui stesso a portare la proposta. Gli ho detto di no, e l’ha visto anche lo zio Santoro. Don Silvestro fa fare quello che vuole a quel Giufà del sindaco. Ma io me ne infischio del sindaco e del segretario! Ora cercano di farci chiudere bottega, perché non mi lascio mangiare la mia roba da questo e da quello! Che razza di cristiani, eh? Perché non lo aumentano sul vino, il loro dazio? O sulla carne, che tanto nessuno la mangia? Ma questo non piace a massaro Filippo, per amore della Santuzza. Sono in peccato mortale tutti e due! Lei porta l’abitino di Figlia di Maria per nascondere le sue porcherie, e quel becco dello zio Santoro non vede niente. Ognuno tira l’acqua al suo mulino, come compare Naso, che è più grasso dei suoi maiali! Belle teste che abbiamo! Ora gliela facciamo pagare, a tutte queste teste di pesce dell’anno della miseria.

Mastro Turi Zuppiddu si agitava sul ballatoio con la malabestia e il patarasso in mano. Voleva fare sangue, e non l’avrebbero fermato nemmeno con le catene. La rabbia si gonfiava da una porta all’altra, come le onde del mare in tempesta. Don Franco si fregava le mani, col suo cappellaccio in testa, e diceva che il popolo alzava la testa. Quando vedeva passare don Michele, con la pistola appesa sulla pancia, gli rideva in faccia. A poco a poco anche gli uomini si erano lasciati scaldare dalle loro donne. Si cercavano l’un l’altro per arrabbiarsi insieme. Perdevano la giornata in piazza, con le mani sotto le ascelle e la bocca aperta, ad ascoltare il farmacista. Lui predicava a bassa voce, perché non lo sentisse sua moglie, che era al piano di sopra. Diceva che bisognava fare la rivoluzione, se non erano minchioni. Non dovevano pensare al dazio del sale o della pece. Bisognava fare casa nuova, e il re doveva essere il popolo. Invece alcuni storcevano il naso e gli voltavano le spalle.

— Il re vuol essere lui, — dicevano. — Lo speziale è di quelli della rivoluzione, per affamare la povera gente!

E piuttosto andavano all’osteria della Santuzza, dove c’era buon vino che scaldava la testa. Lì compare Cinghialenta e Rocco Spatu facevano chiasso per dieci. Ora ricominciava la canzone delle tasse. Si sarebbe parlato di nuovo della tassa del pelo, come chiamavano la tassa sulle bestie da soma. E si sarebbe parlato di aumentare il dazio sul vino.

— Santo diavolone! Stavolta finisce male, per la Madonna!

Il vino buono faceva gridare, e il gridare faceva venire sete. Intanto il dazio sul vino non l’avevano ancora aumentato. Quelli che avevano bevuto alzavano i pugni in aria, con le maniche della camicia arrotolate. Se la prendevano persino con le mosche che volavano.

— Questa è una festa per la Santuzza! — dicevano.

Il figlio della Locca non aveva soldi per bere. Gridava lì fuori, davanti alla porta, che voleva piuttosto farsi ammazzare. Ora lo zio Crocifisso non lo voleva più nemmeno a mezza paga, per colpa di suo fratello Menico, che era annegato con i lupini. Anche Vanni Pizzuto aveva chiuso la bottega, perché nessuno andava più a farsi la barba. Portava il rasoio in tasca e da lontano vomitava insulti. Sputava addosso a quelli che se ne andavano per i fatti loro, con i remi in spalla, alzando le spalle.

— Quelli sono carogne, che non gliene importa niente della patria! — gridava don Franco, e tirava il fumo dalla pipa come se volesse mangiarsela. — Gente che non muoverebbe un dito per il suo paese.

— Tu lasciali dire! — diceva padron ’Ntoni a suo nipote, che voleva rompere il remo sulla testa a chi gli dava della carogna. — Con le loro chiacchiere non ci danno pane, e non ci tolgono un soldo di debito dalle spalle.

Lo zio Crocifisso era uno di quelli che badano ai fatti propri. Quando gli succhiavano il sangue con le tasse, si mangiava la rabbia dentro di sé, per paura di peggio. Adesso non si faceva più vedere in piazza, appoggiato al muro del campanile. Stava chiuso in casa, al buio, a recitare paternostri e avemarie. Così cercava di digerire la rabbia contro quelli che strillavano. Secondo lui, quella era gente che voleva mettere il paese a sacco e a fuoco, e derubare chi aveva quattro soldi in casa.

— Lui ha ragione, — dicevano in paese, — perché di soldi deve averne a palate. Ora ha anche le cinquecento lire dei lupini, che gli ha dato Piedipapera!

Ma la Vespa aveva tutta la sua roba al sole, nei campi, e non temeva che gliela rubassero. Andava gridando per lui, con le mani in aria, nera come un tizzone e coi capelli al vento. Diceva che suo zio lo mangiavano vivo ogni sei mesi, con la tassa sulla terra. Voleva cavare gli occhi con le sue mani all’uomo delle tasse, se tornava da suo zio. Adesso girava sempre intorno a comare Grazia, alla cugina Anna e alla Mangiacarrubbe, ora con una scusa e ora con un’altra. Voleva vedere come andava fra compare Alfio e Sant’Agata. Avrebbe voluto distruggere Sant’Agata con tutti i Malavoglia. Perciò andava dicendo che Piedipapera non aveva comprato davvero il credito dei lupini. Piedipapera non le aveva mai avute, cinquecento lire! I Malavoglia avevano ancora sul collo i piedi di suo zio Crocifisso. Lui poteva schiacciarli come formiche, tanto era ricco. E lei aveva sbagliato a dirgli di no, per i begli occhi di uno che aveva soltanto un carro con l’asino. Lo zio Crocifisso le voleva bene come alla luce dei suoi occhi. Però in quel momento non voleva aprirle la porta. Aveva paura che gli entrassero in casa a mettere tutto a sacco e a fuoco.

Chi aveva qualcosa da perdere, come padron Cipolla o massaro Filippo l’ortolano, stava chiuso in casa col catenaccio. Non metteva fuori nemmeno il naso. Per questo Brasi Cipolla si era preso un forte schiaffo da suo padre. Il padre l’aveva trovato sulla porta del cortile, a guardare la piazza come un baccalà. I pesci grossi restavano sott’acqua durante la maretta, e non si facevano vedere. Anche quelli che erano teste di pesce. E lasciavano il sindaco col naso in aria, a cercare la foglia.

— Non lo vedete che si servono di voi come di un burattino? — gli diceva sua figlia Betta, coi pugni sui fianchi. — Ora che vi hanno messo nei pasticci, vi voltano le spalle. Vi lasciano solo a sgambettare nel fango. Ecco cosa vuol dire farsi menare per il naso da quell’imbroglione di don Silvestro.

— Io non mi faccio menare per il naso da nessuno! — saltava su Baco da seta. — Il sindaco lo faccio io, e non don Silvestro.

Don Silvestro invece diceva che il sindaco lo faceva sua figlia Betta, e che mastro Croce Callà portava i pantaloni per sbaglio. Così, fra tutti e due, il povero Baco da seta stava fra l’incudine e il martello. Adesso poi era arrivata la tempesta. Tutti lo lasciavano solo a tenere a bada quella brutta bestia della folla, e lui non sapeva più da che parte voltarsi.

— A voi cosa importa? — gli gridava Betta. — Fate anche voi come fanno gli altri. Se non vogliono il dazio sulla pece, don Silvestro penserà lui a trovare qualche altra cosa.

Don Silvestro invece era più fermo. Continuava ad andare in giro, con quella sua faccia tosta. Quando lo vedevano, Rocco Spatu e Cinghialenta rientravano in fretta nell’osteria, per non fare qualche sciocchezza. Vanni Pizzuto bestemmiava forte, e toccava il rasoio dentro la tasca dei pantaloni.

Don Silvestro non ci badava. Andava a fare quattro chiacchiere con lo zio Santoro, e gli metteva due centesimi in mano.

— Sia lodato Dio! — esclamava il cieco. — Questo è don Silvestro, il segretario! Gli altri vengono qui a gridare e a battere i pugni sulle panche. Ma nessuno di loro fa un centesimo di elemosina per le anime del Purgatorio! E vengono a dire che vogliono ammazzarli tutti, il sindaco e il segretario. L’hanno detto Vanni Pizzuto, Rocco Spatu e compare Cinghialenta. Vanni Pizzuto ha cominciato ad andare senza scarpe, per non farsi riconoscere. Ma io lo riconosco lo stesso. Lui striscia sempre i piedi per terra e fa alzare la polvere, come quando passano le pecore.

— A voi cosa importa? — gli diceva sua figlia, appena don Silvestro se ne andava. — Questi non sono affari nostri. L’osteria è come un porto di mare: c’è chi va e chi viene. Bisogna essere amici con tutti, e fedeli con nessuno. Per questo ognuno ha la sua anima, e deve badare ai suoi interessi. E non bisogna giudicare male il prossimo. Compare Cinghialenta e Spatu spendono soldi in casa nostra. Non parlo di Pizzuto, che vende l’erbabianca e cerca di portarci via i clienti.

Don Silvestro poi andava a fermarsi dallo speziale. Lo speziale gli metteva la barba in faccia e gli diceva che era ora di finirla. Bisognava buttare tutto all’aria e fare casa nuova.

— Volete scommettere che questa volta finisce male? — rispondeva don Silvestro. E metteva due dita nel taschino del gilè, per tirare fuori il dodici tarì nuovo. — Non ci sono tasse che bastino, e un giorno o l’altro bisognerà finirla davvero. Bisogna cambiare musica con Baco da seta, che si lascia mettere la gonna dalla figlia. Il sindaco lo fa lei! A massaro Filippo poi non importa proprio niente. E padron Cipolla è così superbo che non vuole fare il sindaco nemmeno se lo ammazzano. Sono tutti borbonici, tutti della stessa combriccola. Sono minchioni che oggi dicono bianco e domani nero, e l’ultimo che parla ha ragione. La gente fa bene a strillare contro questo governo, che ci succhia il sangue peggio di una sanguisuga. Ma i soldi devono venire fuori, per amore o per forza. Qui ci vorrebbe un sindaco di testa e liberale come voi.

Lo speziale allora cominciava a dire cosa avrebbe fatto lui, e come avrebbe aggiustato ogni cosa. Don Silvestro lo ascoltava zitto e attento, come se fosse alla predica. Dicevano che bisognava pensare anche a rinnovare il Consiglio. Padron ’Ntoni non lo volevano, perché aveva la testa strana. Secondo loro, era stato lui la causa della morte di suo figlio Bastianazzo. — Quello sì che era un uomo di giudizio, se fosse vivo! — E poi, nell’affare dei lupini, aveva fatto mettere la mano nel debito a sua nuora, e l’aveva lasciata in camicia. Se faceva così anche gli interessi del Comune!...

Ma se intanto la Signora si affacciava alla finestra, don Franco cambiava discorso e gridava:

— Bel tempo, eh?

E di nascosto faceva l’occhiolino a don Silvestro. Voleva fargli capire quello che aveva dentro e non poteva dire.

— Andate a fidarvi di uno che ha paura della moglie! — pensava fra sé don Silvestro.

Padron ’Ntoni era di quelli che alzavano le spalle e se ne andavano con i remi in spalla. Il nipote avrebbe voluto correre in piazza anche lui, per vedere cosa succedeva. Ma il nonno gli ripeteva:

— Tu bada ai fatti tuoi. Tutti questi gridano ognuno per il suo interesse. L’affare più grosso per noi è quello del debito.

Anche compare Mosca era di quelli che badavano ai fatti propri. Se ne andava tranquillo col suo carro, in mezzo alla gente che gridava coi pugni in aria.

— A voi non importa se mettono la tassa del pelo? — gli chiedeva Mena, quando lo vedeva arrivare con l’asino tutto affannato e con le orecchie basse.

— Sì che m’importa. Ma bisogna camminare per pagarla, la tassa. Se no si pigliano il pelo con tutto l’asino, e anche il carro.

— Dicono che vogliono ammazzarli tutti, Gesù Maria! Il nonno ha detto di tenere la porta chiusa, e di non aprire finché non tornano loro. Voi andrete ancora via domani?

— Io andrò a prendere un carico di calce per mastro Croce Callà!

— E perché ci andate? Non lo sapete che è il sindaco? Ammazzeranno anche voi!

— Lui dice che a lui non importa. Lui fa il muratore, e deve finire quel muro della vigna per massaro Filippo. E se non vogliono il dazio sulla pece, don Silvestro penserà lui a qualche altra cosa.

— Ve l’avevo detto io che è tutta roba di don Silvestro! — esclamava la Zuppidda. Lei era sempre lì, a soffiare sul fuoco, con la conocchia in mano. — È roba di ladri e di gente che non ha niente da perdere. Loro non pagano niente col dazio della pece, perché non hanno mai avuto nemmeno un pezzo di legno in mare.

Poi continuava a gridare di qua e di là, per tutto il paese:

— La colpa è di don Silvestro e di quell’imbroglione di Piedipapera! Lui non ha barche, vive alle spalle degli altri, e tiene il sacco a questo e a quello. Volete saperne una? Non è vero niente che ha comprato il credito dello zio Crocifisso! È tutta una finta fra lui e Campana di legno, per spogliare quei poveretti. Piedipapera cinquecento lire non le ha mai viste coi suoi occhi!

Don Silvestro voleva sentire cosa si diceva di lui. Perciò andava spesso a comprare qualche sigaro all’osteria, e allora Rocco Spatu e Vanni Pizzuto uscivano bestemmiando. Oppure, tornando dalla vigna, si fermava a chiacchierare con lo zio Santoro. Così venne a sapere tutta la storia della finta compera di Piedipapera. Ma lui era un «cristiano» con uno stomaco profondo come un pozzo, e ci metteva dentro tutto. Lui sapeva il fatto suo. Betta lo accoglieva con la bocca spalancata, peggio di un cane arrabbiato. E mastro Croce Callà si era lasciato scappare che a lui non importava niente. Allora don Silvestro rispose:

— Volete scommettere che ora vi pianto?

E non si fece più vedere in casa del sindaco. Così dovevano pensarci loro a uscire dai pasticci. E Betta non avrebbe più potuto dirgli in faccia che voleva rovinare suo padre Callà. Lei diceva che i suoi consigli erano quelli di Giuda, che aveva venduto Cristo per trenta denari. Diceva che lui voleva buttare giù il sindaco per i suoi fini, e fare il gallo in paese.

Arrivò la domenica in cui doveva riunirsi il consiglio. Dopo la santa messa, don Silvestro andò a mettersi nello stanzone del municipio. Prima lì c’era il posto della Guardia Nazionale. Si mise tranquillo a temperare le penne davanti alla tavola di abete, per passare il tempo. Intanto la Zuppidda e le altre comari filavano al sole nella strada e gridavano. Volevano cavare gli occhi a tutti loro.

Corsero a chiamare Baco da seta al muro della vigna di massaro Filippo. Lui si infilò il giubbone nuovo, si lavò le mani e si tolse di dosso la polvere della calce. Ma non volle muoversi se prima non gli chiamavano don Silvestro. Betta aveva un bel sgridarlo e spingerlo fuori dalla porta per le spalle. Gli diceva che chi aveva preparato la minestra se la doveva mangiare. Lui doveva lasciar fare agli altri, purché lo lasciassero sindaco. Ma questa volta mastro Callà aveva visto quella folla davanti al municipio, con le conocchie in mano. Puntava i piedi in terra, testardo peggio di un mulo.

— Non ci vado se non viene don Silvestro! — ripeteva con gli occhi fuori dalla testa. — Don Silvestro la sa trovare, una soluzione.

— La soluzione ve la trovo io, — rispondeva Betta. — Non lo vogliono il dazio sulla pece? E voi lasciatelo stare.

— Brava! E i soldi da dove si prendono?

— Da dove si prendono? Fateli pagare a chi li ha. Allo zio Crocifisso, per esempio, o a padron Cipolla, o a Peppi Naso.

— Brava! Se sono proprio loro i consiglieri!

— Allora mandateli via e chiamatene degli altri. Tanto non saranno loro a farvi restare sindaco, quando tutti gli altri non vi vorranno più. Voi dovete accontentare quelli che sono di più.

— Ecco come ragionano le donne! Come se fossero loro quelli che mi tengono su! Tu non sai niente. Il sindaco lo fanno i consiglieri, e i consiglieri possono essere solo quelli, e non altri. Chi vuoi che mettano? I pezzenti in mezzo alla strada?

— Allora lasciate stare i consiglieri, e mandate via il segretario, quell’imbroglione di don Silvestro.

— Brava! E chi lo fa il segretario? Chi lo sa fare? Tu o io? O padron Cipolla, anche se sputa sentenze peggio di un filosofo?

Allora Betta non seppe più cosa dire. Si sfogò a lanciare ogni sorta di insulti alle spalle di don Silvestro. Era lui il padrone del paese, e li teneva tutti in tasca.

— Brava, — aggiunse Baco da seta. — Ecco, se non c’è lui io non so cosa dire. Vorrei vedere te al mio posto!

Finalmente arrivò don Silvestro, con la faccia più dura del muro e le mani dietro la schiena. Fischiettava un’arietta.

— Eh, non vi perdete d’animo, mastro Croce, che il mondo non casca per questa volta!

Mastro Croce si lasciò portare via da don Silvestro. Si lasciò mettere alla tavola di abete del consiglio, col calamaio davanti. Ma dei consiglieri c’erano soltanto due. C’era Peppi Naso, il macellaio, tutto unto e con la faccia rossa, che non aveva paura di nessuno al mondo. E c’era compare Tino Piedipapera.

— Quello lì non ha niente da perdere! — gridava dalla porta la Zuppidda. — E viene qui per succhiare il sangue alla povera gente, peggio di una sanguisuga! Vive alle spalle degli altri, e tiene il sacco a questo e a quello per fare le birbonate! Razza di ladri e di assassini!

Piedipapera voleva fare l’indifferente, per l’onore della sua carica. Ma alla fine perse la pazienza e si alzò sulla gamba storta. Si mise a gridare a mastro Cirino, l’inserviente comunale. Mastro Cirino doveva tenere l’ordine, e per questo portava il berretto con la fascia rossa, quando non faceva il sagrestano.

— Fatemi tacere quella linguaccia là.

— Eh, a voi piacerebbe che nessuno parlasse, eh, compare Tino? — disse la Zuppidda.

— Come se tutti non lo sapessero, il mestiere che fate voi! — rispose Piedipapera. — Voi chiudete gli occhi quando ’Ntoni di padron ’Ntoni viene a parlare con vostra figlia Barbara.

— Gli occhi li chiudete voi, becco che siete! — gridò la Zuppidda. — Li chiudete quando vostra moglie fa il comodo alla Vespa. Lei viene tutti i giorni a mettersi sulla vostra porta per cercare Alfio Mosca, e voi altri tenete il candeliere. Bel mestiere! Ma compare Alfio non ne vuole sapere, ve lo dico io. Lui ha in testa Mena di padron ’Ntoni. E voi altri ci perdete l’olio della lucerna, se la Vespa ve l’ha promesso.

— Ora vengo a romperti le corna! — minacciò Piedipapera, e cominciò a zoppicare in fretta dietro la tavola di abete.

— Oggi finisce male! — borbottava mastro Croce Giufà.

— Ohè! Ohè! Che maniere sono queste? Vi sembra di essere in piazza? — urlava don Silvestro. — Volete scommettere che vi caccio fuori tutti a calci? Ora la aggiusto io, questa faccenda.

La Zuppidda non voleva saperne di aggiustare niente. Si dibatteva contro don Silvestro, che la spingeva fuori tirandola per i capelli. Poi lui se la portò in disparte, dietro il cancello di legno della chiusa.

— Insomma, cosa volete? — le disse quando furono soli. — A voi cosa importa se mettono il dazio sulla pece? Lo pagate forse voi o vostro marito? Non devono pagarlo piuttosto quelli che hanno bisogno di far riparare le loro barche? Ascoltate me: vostro marito è una bestia ad arrabbiarsi col municipio e a fare tutto questo chiasso. Ora si devono fare gli assessori nuovi, al posto di padron Cipolla o di massaro Mariano, che non valgono niente. E ci si potrebbe mettere vostro marito.

— Io non ne so niente, — rispose la Zuppidda, che si era calmata tutto a un tratto. — Io non mi immischio negli affari di mio marito. So che si mangia le mani dalla rabbia. Io posso solo andare a dirglielo, se la cosa è sicura.

— Andate a dirglielo! È sicuro come è sicuro Dio, vi dico! Siamo galantuomini o no? Santissimo diavolo!

La Zuppidda partì di corsa a prendere suo marito. Lui stava rintanato in un angolo del cortile a cardare la stoppa, pallido come un morto. Non voleva uscire per tutto l’oro del mondo. Gridava che gli avrebbero fatto fare qualche sproposito, santo Dio!

Per aprire il sinedrio, e vedere che pesci si prendevano, mancavano ancora padron Fortunato Cipolla e massaro Filippo l’ortolano. Quelli non arrivavano mai, e la gente cominciava ad annoiarsi. Le comari si erano messe a filare lungo il muretto della chiusa.

Alla fine i due mandarono a dire che non venivano perché avevano da fare. Il dazio, se volevano, potevano metterlo anche senza di loro.

— Il discorso di mia figlia Betta, tale e quale! — brontolava mastro Croce Giufà.

— Allora fatevi aiutare da vostra figlia Betta! — esclamò don Silvestro.

Baco da seta non fiatò più, e continuò a masticare il suo brontolio fra i denti.

— Ora, — disse don Silvestro, — vedrete che i Zuppiddi verranno loro stessi a dirmi che mi danno la Barbara. Ma io voglio farmi pregare.

La seduta fu chiusa senza concludere niente. Il segretario voleva un po’ di tempo per pensarci. Intanto era suonato mezzogiorno, e le comari se n’erano andate di corsa. Le poche rimaste videro mastro Cirino chiudere la porta e mettersi la chiave in tasca. Allora se ne andarono anche loro per i fatti loro, di qua e di là. Chiacchieravano degli insulti che si erano detti Piedipapera e la Zuppidda.

La sera ’Ntoni di padron ’Ntoni seppe di quelle chiacchiere. Sacramento! Voleva far vedere a Piedipapera che era stato soldato! Lo incontrò proprio mentre veniva dalla sciara, vicino alla casa dei Zuppiddi, con quel suo piede del diavolo. Cominciò a dirgli in faccia che era una carogna. Doveva stare attento a non parlare male dei Zuppiddi e di quello che facevano, perché non erano affari suoi. Piedipapera non aveva la lingua in tasca.

— Ma cosa credi? Sei venuto da lontano a fare lo spaccamontagne, qui?

— Sono venuto a rompervi le corna, se dite un’altra parola.

Alle grida la gente si era affacciata alle porte, e si era riunita una gran folla. Così si picchiarono per bene. Piedipapera ne sapeva più del diavolo. Si lasciò cadere a terra tutto in un mucchio insieme a ’Ntoni Malavoglia. Così le gambe buone di ’Ntoni non servivano più a niente. Si rotolarono nel fango, picchiandosi e mordendosi come i cani di Peppi Naso. Alla fine ’Ntoni di padron ’Ntoni dovette rifugiarsi nel cortile dei Zuppiddi, perché aveva la camicia tutta stracciata. Piedipapera invece lo portarono a casa pieno di sangue, come Lazzaro.

— Sta’ a vedere! — gridava ancora comare Venera, dopo che ebbero chiuso la porta in faccia ai vicini. — Sta’ a vedere che in casa mia non sono padrona di fare quello che mi pare e piace! Mia figlia la do a chi voglio io.

La ragazza, tutta rossa, si era rifugiata in casa. Il cuore le batteva come a un pulcino.

— Ti ha mezzo strappato quest’orecchio! — diceva compare Bastiano, e versava piano piano dell’acqua sulla testa di ’Ntoni. — Morde peggio di un cane corso, compare Tino!

’Ntoni aveva ancora il sangue agli occhi, e voleva fare una pazzia.

— Sentite, comare Venera, — disse allora davanti a tutti. — Se non prendo vostra figlia, io non mi sposo più.

E la ragazza sentiva dalla camera.

— Questi non sono discorsi da fare adesso, compare ’Ntoni. Ma se vostro nonno dice di sì, io per me non vi cambio con Vittorio Emanuele.

Intanto compare Zuppiddu stava zitto e gli dava un pezzo di tovagliolo per asciugarsi. Così ’Ntoni quella sera se ne andò a casa tutto contento.

Ma i poveri Malavoglia avevano saputo della sua lite con Piedipapera. Ora aspettavano da un momento all’altro l’usciere, che venisse a cacciarli dalla casa. Pasqua era ormai vicina. E dei soldi del debito, con grande fatica, ne avevano raccolto appena la metà.

— Vedi cosa vuol dire frequentare le case dove ci sono ragazze da marito! — diceva la Longa a ’Ntoni. — Ora tutta la gente parla dei fatti vostri. E mi dispiace per la Barbara.

— E io me la piglio! — disse allora ’Ntoni.

— Te la pigli? — esclamò il nonno. — E io chi sono? E tua madre non conta niente? Quando tuo padre prese moglie, quella che vedi là, me lo fece dire prima a me. Allora era viva tua nonna, e venne a parlarmene nell’orto, sotto il fico. Ora queste cose non si usano più, e i vecchi non servono a niente. Una volta si diceva: «ascolta i vecchi e non la sbagli». Prima deve sposarsi tua sorella Mena. Lo sai questo?

— Maledetta la mia sorte! — cominciò a gridare ’Ntoni, e si strappava i capelli e pestava i piedi. — Tutto il giorno a lavorare! All’osteria non ci vado! E in tasca non ho mai un soldo! Ora che ho trovato la ragazza che fa per me, non posso prenderla. E allora perché sono tornato da soldato?

— Senti! — gli disse il nonno, e si alzò a fatica per i dolori che gli mangiavano la schiena. — Va’ a dormire, che è meglio. Questi discorsi non dovresti farli mai davanti a tua madre!

— Mio fratello Luca sta meglio di me, a fare il soldato! — brontolò ’Ntoni andandosene.

### Glossario

- **leva**: l’obbligo di fare il soldato; il numero estratto decide chi deve partire.
- **trucioli**: pezzetti sottili di legno che cadono quando si lavora una tavola.
- **rocca**: bastone su cui le donne mettono la lana o la canapa per filare; si chiama anche conocchia.
- **tornare a cavallo**: tornare in una buona situazione, senza più miseria.
- **sciroppo d’altea e gomma arabica**: medicine leggere che non guariscono davvero; lo speziale vuol dire che la barca è solo rattoppata.
- **ricchezza mobile**: una tassa sui guadagni.
- **dazio**: tassa da pagare su una merce.
- **orditoio / ordito**: attrezzo per preparare i fili del telaio / i fili lunghi del tessuto.
- **chioccia**: gallina che cova le uova e cura i pulcini.
- **calafatare**: riparare una barca chiudendo i buchi con la stoppa e la pece.
- **malabestia e patarasso**: grossi attrezzi del calafato per battere la stoppa tra le tavole.
- **tassa del pelo**: tassa sugli animali che portano carichi, come asini e muli.
- **a sacco e a fuoco**: rubando e bruciando tutto.
- **«Casa mia, madre mia»**: la casa è come una madre.
- **fagottino**: piccolo pacco di vestiti e di cose, legato in un pezzo di stoffa.
- **pioli**: bastoncini piantati nel muro o in terra, per appendere qualcosa.
- **tizzone**: pezzo di legno che brucia o è già bruciato, tutto nero.
- **cercare la foglia**: come il baco da seta che cerca la foglia da mangiare; qui: girare senza sapere cosa fare.
- **burattino**: pupazzo mosso con le mani o con i fili; qui: uno che fa quello che vogliono gli altri.
- **fra l’incudine e il martello**: in mezzo a due pericoli, senza via d’uscita.
- **il dodici tarì**: la nuova moneta d’argento da cinque lire.
- **borbonici**: chi voleva ancora il vecchio re di Napoli, prima dell’Italia unita.
- **tenere il sacco**: aiutare qualcuno a fare una cosa disonesta.
- **tenere il candeliere**: aiutare due innamorati a vedersi di nascosto.
- **cardare la stoppa**: pettinare i fili grezzi di canapa per renderli morbidi.
- **sinedrio**: antica assemblea di capi; qui, per scherzo, la seduta del consiglio comunale.
- **spaccamontagne**: chi si vanta di essere forte e coraggioso.
- **cane corso**: grosso cane da guardia, che morde forte.

## Capitolo VIII

Luca, poveretto, non stava né meglio né peggio. Laggiù faceva il suo dovere, come lo aveva fatto a casa, ed era contento. È vero, non scriveva spesso: i francobolli costavano venti centesimi. Non aveva ancora mandato neppure il ritratto. Da ragazzo, infatti, lo prendevano in giro perché aveva le orecchie d’asino. Invece ogni tanto metteva nella lettera qualche biglietto da cinque lire. Se le guadagnava servendo gli ufficiali.

Il nonno aveva detto: «Prima deve maritarsi la Mena». Ancora non ne parlava, ma ci pensava sempre. Adesso nel canterano tenevano qualche soldo per pagare il debito. Lui aveva fatto il conto: con la salatura delle acciughe avrebbero pagato Piedipapera. Così la casa restava libera per la dote della nipote. Per questo qualche volta aveva parlato a bassa voce con padron Fortunato. Parlavano sulla riva, mentre aspettavano la paranza. Oppure seduti al sole davanti alla chiesa, quando non c’era gente. Padron Fortunato non voleva mancare alla sua parola, se la ragazza aveva la dote. Tanto più che suo figlio Brasi gli dava sempre dei problemi. Correva dietro alle ragazze che non avevano niente, da quello stupido che era.

— «L’uomo per la parola, e il bue per le corna», — ripeteva sempre.

Mena era spesso triste mentre tesseva. Le ragazze, si sa, sentono le cose prima degli altri. Adesso il nonno parlava sempre in segreto con compare Fortunato, e in casa si parlava spesso dei Cipolla. Così lei aveva sempre la stessa cosa davanti agli occhi. Era come se compar Alfio fosse incollato sul telaio, insieme alle immagini dei santi. Una sera aspettò fino a tardi per vedere tornare compare Alfio con il carro dell’asino. Teneva le mani sotto il grembiule, perché faceva freddo. Tutte le porte erano chiuse, e per la stradina non si vedeva nessuno. Così lei gli diede la buona notte dalla porta.

— Ve ne andate alla Bicocca al primo del mese? — gli disse alla fine.

— Non ancora. Ho più di cento carichi di vino da portare alla Santuzza. Dopo, ci penserà Dio.

Lei non sapeva più cosa dire. Intanto compar Alfio aveva da fare nel cortile. Staccava l’asino dal carro, appendeva le cinghie al chiodo e portava la lanterna di qua e di là.

— Se ve ne andate alla Bicocca, chissà quando ci vedremo più! — disse alla fine Mena, che non aveva più voce.

— E perché? Ve ne andate anche voi?

La poveretta stette un po’ senza rispondere, anche se era buio e nessuno poteva vederla in faccia. Ogni tanto si sentivano i vicini parlare dietro le porte chiuse. Si sentivano i bambini piangere, e il rumore delle scodelle, perché stavano cenando. Così nessuno poteva sentire.

— Ora abbiamo la metà dei soldi che ci vogliono per Piedipapera. E alla salatura delle acciughe pagheremo anche il resto.

A queste parole Alfio lasciò l’asino in mezzo al cortile e venne sulla strada.

— Allora vi maritano dopo Pasqua?

Mena non rispose.

— Ve l’avevo detto io! — aggiunse compare Alfio. — Li ho visti io parlare, padron ’Ntoni e padron Cipolla.

— Sarà come vuole Dio! — disse poi Mena. — A me non importava di sposarmi. Volevo solo che mi lasciassero stare qui.

— Che bella cosa, — aggiunse Mosca, — essere ricco come il figlio di padron Cipolla! Può prendersi la moglie che vuole, e può stare dove gli piace!

Mena restò ancora un po’ a guardare la lanterna appesa al rastrello. Guardava l’asino che mangiava le ortiche lungo il muretto. Poi disse:

— Buona notte, compare Alfio.

Anche compare Alfio le diede la buona notte, e tornò a mettere l’asino nella stalla.

— Quella sfacciata di Sant’Agata! — brontolava la Vespa.

La Vespa era a tutte le ore dai Piedipapera. Veniva con la scusa di farsi prestare i ferri da calza. Oppure per regalare un pugno di fave raccolte nella sua chiusa.

— Quella sfacciata di Sant’Agata provoca sempre compare Mosca. Non gli lascia un momento per grattarsi la testa! Vergogna!

E brontolava ancora per la strada, mentre Piedipapera chiudeva la porta e le faceva la linguaccia dietro.

— La Vespa è arrabbiata come se fossimo in luglio! — rideva compare Tino.

— E a lei cosa importa? — chiese comare Grazia.

— Le importa perché ce l’ha con tutti quelli che si sposano. E ora cova con gli occhi Alfio Mosca.

— Tu dovresti dirglielo, che a me non piace tenere il candeliere. Si vede benissimo che sta qui per compare Alfio. E poi la Zuppidda va dicendo in giro che noi ci guadagniamo, a fare questo mestiere.

— La Zuppidda farebbe meglio a grattarsi la sua testa, perché c’è molto da grattare! Ha fatto quella porcheria di tirarsi in casa ’Ntoni di padron ’Ntoni. E il vecchio e tutti gli altri fanno il diavolo e non ne vogliono sapere. Chiudi la finestra. Oggi sono stato mezz’ora a godermi la commedia di ’Ntoni con la Barbara. Mi fa ancora male la schiena, perché sono stato chinato dietro il muro per sentire. ’Ntoni era scappato dalla Provvidenza, con la scusa di prendere la fiocina grande per i cefali. E le diceva: “Se il nonno non vuole, come faremo?”. E lei rispondeva: “Scapperemo insieme. Quando la cosa è fatta, dovranno pensarci loro a farci sposare. Saranno costretti a dire di sì per forza”. E sua madre era lì dietro ad ascoltare, ci giocherei tutti e due questi occhi! Bella parte che fa, quella strega! Ora voglio far ridere tutto il paese. L’ho raccontato a don Silvestro. E lui ha detto che scommette di far cadere la Barbara da sola, come una pera matura. Non chiudere la porta con il chiavistello, perché aspetto Rocco Spatu, che deve venire a parlarmi.

Don Silvestro, per far cadere comare Barbara da sola, aveva inventato un piano. Neppure il frate che dà i numeri del lotto l’avrebbe trovato.

— Voglio togliermi davanti tutti quelli che cercano di prendermi la Barbara, — aveva detto. — Quando non avrà più nessuno da sposare, dovranno pregarmi loro. E io farò buoni patti, come alla fiera quando i compratori sono pochi.

Tra quelli che cercavano di prendersi la Barbara c’era stato Vanni Pizzuto. Era quando andava a fare la barba a mastro Bastiano, che aveva la sciatica. E c’era anche don Michele. Lui si annoiava a passeggiare con la pistola appesa alla pancia, senza fare niente, quando non era dietro il banco della Santuzza. Per passare il tempo faceva l’occhiolino alle belle ragazze. All’inizio la Barbara aveva risposto all’occhiolino. Ma poi sua madre le aveva detto una cosa. Quelli erano tutti mangiapane, più sbirri che altro, e i forestieri vanno frustati. Allora lei gli aveva sbattuto la finestra sul naso, con tutti i suoi baffi e il suo berretto gallonato. Don Michele si era mangiato il fegato dalla rabbia. Per dispetto continuava a passare e ripassare per la strada. Si arricciava i baffi e portava il berretto sugli occhi. La domenica poi si metteva il cappello colla piuma. E dalla bottega di Vanni Pizzuto le lanciava una brutta occhiata, mentre la ragazza andava a messa con la mamma. Anche don Silvestro cominciò ad andare a farsi radere lì, con quelli che aspettavano la messa. Si scaldava al braciere dell’acqua calda e diceva le sue battute.

— Quella Barbara non toglie gli occhi da ’Ntoni Malavoglia, — andava dicendo. — Volete scommettere dodici tarì che se la prende lui? Lo vedete che si è messo ad aspettarla, con le mani in tasca?

Allora Vanni Pizzuto lasciò don Michele con il sapone sulla faccia e si affacciò alla porta.

— Che pezzo di ragazza, per la madonna! E come cammina, con il naso nella mantellina, che sembra un fuso! E pensare che se la deve mangiare quel cetriolo di ’Ntoni Malavoglia!

— Se Piedipapera vuole essere pagato, ’Ntoni non se la mangia, ve lo dico io. I Malavoglia avranno altro da pensare, se Piedipapera si prende la casa del nespolo.

Vanni Pizzuto tornò a prendere per il naso don Michele.

— Eh? Cosa ne dite, don Michele? Anche voi le avete fatto la corte. Ma quella è una ragazza che fa mangiare agro di limone.

Don Michele non diceva niente. Si spazzolava, si arricciava i baffi e si metteva il cappello davanti allo specchio.

— Ci vuol altro che cappelli colla penna, per quella lì! — rideva Pizzuto.

Finalmente una volta don Michele disse:

— Santo diavolone! Se non fosse per il cappello colla penna, gli farei tenere la candela io, a quel ragazzaccio di Malavoglia!

Don Silvestro corse subito a raccontare tutto a ’Ntoni. Gli disse che don Michele il brigadiere era un uomo che non si lasciava posare le mosche sul naso. E che doveva avercela con lui.

— Io rido in faccia a don Michele il brigadiere! — rispose ’Ntoni. — Lo so perché ce l’ha con me. Ma questa volta può pulirsi la bocca. Farebbe meglio a non consumarsi le scarpe, a passare e ripassare davanti alla Zuppidda con il berretto gallonato. Cammina come se avesse la corona in testa. Ma la gente se ne infischia di lui e del suo berretto.

E quando lo incontrava, lo guardava bene in faccia e strizzava gli occhi. Così fa un giovanotto coraggioso che è stato soldato, e non si lascia portare via il berretto in mezzo alla folla. Don Michele continuava a passare per la stradina per orgoglio, per non dargliela vinta. Se lo sarebbe mangiato come il pane, se non fosse stato per il cappello colla penna.

— Si mangiano! — diceva Vanni Pizzuto a tutti quelli che venivano nella sua bottega.

Ci venivano a farsi la barba, o a comprare sigari, lenze, ami da pesca. O bottoni d’osso, di quelli da cinque per un grano.

— Don Michele e ’Ntoni Malavoglia un giorno o l’altro si mangiano come il pane! È quel benedetto cappello colla penna che lega le mani a don Michele. Lui pagherebbe qualcosa a Piedipapera, se gli togliesse davanti quel cetriolo di ’Ntoni.

Il figlio della Locca girava tutto il giorno con le braccia giù, senza fare niente. Quando li incontrava, li seguiva da vicino, per vedere come andava a finire. Anche Piedipapera andava a farsi la barba. Sentiva dire che don Michele gli avrebbe dato qualcosa per togliergli davanti ’Ntoni Malavoglia. Allora si gonfiava come un tacchino, perché così in paese lo stimavano.

Vanni Pizzuto gli diceva ancora:

— Il brigadiere pagherebbe qualunque cosa per avere in mano i Malavoglia, come li avete voi. E perché gliel’avete lasciata passare liscia, quella storia dei pugni che vi ha dato ’Ntoni?

Piedipapera alzava le spalle e continuava a scaldarsi le mani sul braciere. Don Silvestro si metteva a ridere e rispondeva per lui:

— A mastro Vanni piacerebbe togliere le castagne dal fuoco con la zampa di Piedipapera. Sapete già che comare Venera non vuole né forestieri né berretti gallonati. Così, senza ’Ntoni Malavoglia, resterebbe solo lui a fare la corte alla ragazza.

Vanni Pizzuto non disse niente, ma ci pensò sopra tutta la notte.

— Non sarebbe poi una cattiva idea! — pensava tra sé. — Bisogna solo prendere Piedipapera per il collo, nel giorno giusto.

E il giorno giusto venne, proprio quando serviva. Una sera Rocco Spatu non si era fatto vedere. Piedipapera era venuto due o tre volte, tardi, a chiedere di lui, con la faccia bianca e gli occhi stravolti. E le guardie doganali correvano di qua e di là, tutte occupate, con il naso a terra come cani da caccia. Con loro c’era don Michele, con la pistola sulla pancia e i pantaloni infilati negli stivali. Compare Tino, per comprare un sigaro, andò a mettersi nell’angolo più buio della bottega. Allora Pizzuto gli disse ancora:

— Voi potreste fare un grande favore a don Michele, se gli toglieste davanti ’Ntoni Malavoglia. Gli fareste un bel servizio, e ve lo fareste amico davvero!

— Magari! — sospirò Piedipapera. Quella sera gli mancava il fiato, e non aggiunse altro.

Nella notte si sentirono delle fucilate verso il Rotolo, e lungo tutta la spiaggia. Sembrava la caccia alle quaglie.

— Altro che quaglie! — mormoravano i pescatori, seduti sul letto ad ascoltare. — Sono quaglie a due piedi, di quelle che portano lo zucchero, il caffè e i fazzoletti di seta di contrabbando. Ieri sera don Michele andava per le strade con i pantaloni dentro gli stivali e la pistola sulla pancia!

Prima dell’alba Piedipapera stava nella bottega di Pizzuto a bere il bicchierino. Davanti alla porta c’era ancora la piccola lanterna accesa. Ma questa volta aveva la faccia di un cane che ha rotto la pentola. Non diceva le solite battute. Domandava a questo e a quello cosa era stato tutto quel rumore. E se si erano visti Rocco Spatu e Cinghialenta. Si toglieva il berretto davanti a don Michele, che aveva gli occhi gonfi e gli stivali pieni di polvere. E voleva per forza pagargli il bicchierino. Ma don Michele era già stato all’osteria. Lì la Santuzza gli aveva versato del vino buono e gli aveva detto:

— Dove siete stato a rischiare la pelle, santo cristiano? Non lo sapete che se chiudete gli occhi voi, vi portate nella fossa anche qualcun altro?

— E il mio dovere dove lo lasciate? Se stanotte li prendevo con le mani nella pasta, c’era un bel guadagno per noi, sangue di un cane!

— Forse vogliono farvi credere che era massaro Filippo, che cercava di far entrare il suo vino di contrabbando. Non ci credete, per quest’abito benedetto di Maria che porto sul petto, anche se non ne sono degna! Sono tutte bugie di gente senza coscienza. Gente che si danna l’anima perché vuole il male del prossimo.

— No, lo so cos’era! Erano tutti fazzoletti di seta, zucchero e caffè. Più di mille lire di roba, corpo della madonna! Mi sono scivolati di mano come anguille. Ma li tengo d’occhio tutti, quelli della banda, e un’altra volta non mi scapperanno!

Poi, nella bottega, Piedipapera gli diceva:

— Bevetelo un bicchierino, don Michele. Vi farà bene allo stomaco, con il sonno che avete perso.

Don Michele era di cattivo umore e sbuffava.

— Visto che vi dice di prenderlo, prendetelo, — aggiungeva Vanni Pizzuto. — Se paga compare Tino, vuol dire che ha soldi da spendere. Ne ha, di soldi, il furbo! Tanto che ha comprato il debito dei Malavoglia. E ora loro lo pagano a bastonate.

Don Michele si lasciò andare a ridere un po’.

— Sangue di Giuda! — esclamò Piedipapera, e batté il pugno sul banco. Faceva finta di arrabbiarsi davvero. — Quel ragazzaccio di ’Ntoni, non voglio certo mandarlo a Roma a fare penitenza!

— Bravo! — disse Pizzuto. — Io di certo non me la sarei lasciata passare liscia. Eh, don Michele?

Don Michele disse di sì con un grugnito.

— Ci penserò io a sistemare come si deve ’Ntoni e tutta la sua famiglia! — minacciava Piedipapera. — Non voglio che tutto il paese mi rida sul naso. Potete stare tranquillo, don Michele!

E se ne andò zoppicando e bestemmiando, come se fosse cieco dalla rabbia. Intanto diceva tra sé: «Convien tenerseli amici tutti, questi birri qui!». Pensava a come fare per tenerseli amici. Andò all’osteria, e lo zio Santoro gli disse che non si erano visti né Rocco Spatu né Cinghialenta. Poi passò dalla cugina Anna. La poveretta non aveva dormito, e stava sulla porta a guardare di qua e di là, con la faccia pallida. Lì davanti incontrò anche la Vespa. Veniva a chiedere a comare Grazia un po’ di lievito, se per caso ne aveva.

— Ho incontrato proprio adesso compare Mosca, — disse lui, per fare quattro chiacchiere. — Era senza il carro. Scommetto che andava a girare sulla sciara, dietro l’orto di Sant’Agata. «Amare la vicina è un gran vantaggio, si vede spesso e non si fa viaggio».

— Bella santa da attaccare al muro, quella Mena! — cominciò a gridare la Vespa. — La vogliono dare a Brasi Cipolla, e lei continua a civettare con questo e con quello! Puh! Che porcheria!

— Lasciatela fare! Lasciatela fare! Così gli altri capiranno che roba è, e apriranno gli occhi. Ma compare Mosca non lo sa che vogliono darle Brasi Cipolla?

— Sapete come sono gli uomini. Se c’è una fraschetta che li guarda, le corrono tutti dietro per divertirsi. Ma poi, quando vogliono fare sul serio, cercano una come dico io.

— Compare Mosca dovrebbe prendere una come voi.

— Io per ora non penso a sposarmi. Ma certo da me troverebbe quello che ci vuole. Intanto il mio pezzo di chiusa ce l’ho, e nessuno ci mette sopra le unghie. Non è come la casa del nespolo, che se soffia la tramontana se la porta via. Questa sarebbe da vedere, se soffia la tramontana!

— Lasciate fare! Lasciate fare! Non è sempre bel tempo, e il vento porta via le frasche. Oggi devo parlare con vostro zio Campana di legno, per quell’affare che sapete.

Campana di legno aveva proprio voglia di parlare di quell’affare, che non finiva più. «E le cose lunghe diventano serpi». Padron ’Ntoni gli ripeteva sempre che i Malavoglia erano galantuomini e avrebbero pagato. Ma lui voleva vedere da dove avrebbero tirato fuori i soldi. In paese si sapeva quello che aveva ciascuno, fino all’ultimo centesimo. Quei galantuomini dei Malavoglia non potevano pagare neppure la metà entro Pasqua. Nemmeno se vendevano l’anima al turco. E per prendersi la casa del nespolo ci volevano tante carte bollate e altre spese. Questo lo sapeva. Avevano ragione don Giammaria e lo speziale, quando parlavano del governo ladro. Lui, com’era vero che si chiamava zio Crocifisso, ce l’aveva con quelli che mettevano le tasse. Ma ce l’aveva anche con quelli che non le volevano. Mettevano il paese tanto sottosopra che un galantuomo non si sentiva più sicuro in casa sua con la sua roba. Quando erano venuti a chiedergli se voleva fare il sindaco, lui aveva risposto:

— Bravo! E i miei affari chi me li fa? Io bado ai fatti miei.

Intanto padron ’Ntoni pensava a sposare la nipote. L’avevano visto andare in giro con compare Cipolla: l’aveva visto lo zio Santoro. Lo zio Santoro aveva visto anche Piedipapera che aiutava la Vespa nei suoi amori. E che faceva un favore a quello spiantato di Alfio Mosca, che voleva prendersi la chiusa.

— Ve lo dico io che ve la prende! — gli gridava Piedipapera nell’orecchio, per convincerlo. — Potete strillare e fare il diavolo quanto volete. Vostra nipote è cotta di lui come una pera, e gli sta sempre dietro. Io non posso mica chiuderle la porta in faccia, quando viene a fare quattro chiacchiere con mia moglie. Lo faccio per rispetto a voi. In fin dei conti è sempre vostra nipote, e sangue vostro.

— Bel rispetto che avete per me! Così mi fate perdere la chiusa, con il vostro rispetto!

— Certo che la perdete! Se la Malavoglia sposa Brasi Cipolla, compare Mosca non avrà più niente da fare. E allora si prende la Vespa e la chiusa, per mettersi il cuore in pace.

— Se la prenda pure il diavolo! — esclamò alla fine lo zio Crocifisso, stordito dalle chiacchiere di compare Tino. — A me non importa niente. Quella maledetta mi ha fatto fare più peccati che altro. Io voglio la roba mia. L’ho fatta con il mio sangue, come il sangue di Gesù Cristo che c’è nel calice della messa. E sembra roba rubata: tutti fanno a gara a chi la prende prima. Compare Alfio, la Vespa e i Malavoglia. Ora incomincio la lite e mi piglio la casa.

— Voi siete il padrone. Se dite di fare la lite, la faccio subito.

— Non ancora. Aspettiamo a Pasqua. «L’uomo per la parola e il bue per le corna». Ma voglio essere pagato fino all’ultimo centesimo. E non darò più retta a nessuno, per dare altro tempo.

La Pasqua infatti era vicina. Le colline erano tornate verdi, e i fichidindia erano di nuovo in fiore. Le ragazze avevano seminato il basilico alla finestra, e ci venivano a posarsi le farfalle bianche. Perfino le povere ginestre della sciara avevano il loro fiorellino pallido. La mattina, sui tetti, le tegole verdi e gialle fumavano. E i passeri ci facevano festa fino al tramonto.

Anche la casa del nespolo sembrava in festa. Il cortile era pulito. Gli attrezzi erano in ordine lungo il muretto e appesi ai chiodi. L’orto era tutto verde di cavoli e di lattughe. La camera era aperta e piena di sole, e sembrava contenta anche lei. Ogni cosa diceva che la Pasqua si avvicinava. Verso mezzogiorno i vecchi si sedevano sulla porta, e le ragazze cantavano al lavatoio. Di notte tornavano a passare i carri. E la sera si sentiva di nuovo il rumore della gente che chiacchierava nella stradina.

— Comare Mena la fanno sposa, — si diceva. — Sua madre ha tutta la roba del corredo per le mani.

Era passato del tempo, e il tempo si porta via le cose brutte come le cose belle. Adesso comare Maruzza era tutta occupata a tagliare e cucire. E Mena non domandava neppure per chi servisse quella roba. Una sera le portarono in casa Brasi Cipolla, con suo padre padron Fortunato e tutti i parenti.

— C’è qui compare Cipolla, che è venuto a farvi una visita, — disse padron ’Ntoni, mentre li faceva entrare.

Faceva finta che nessuno ne sapesse niente. Ma in cucina c’erano già pronti il vino e i ceci tostati. E i ragazzi e le donne avevano i vestiti della festa. Mena sembrava davvero Sant’Agata, con quel vestito nuovo e quel fazzoletto nero in testa. Brasi non le toglieva gli occhi di dosso, come il basilisco. Stava seduto sul bordo della sedia, con le mani tra le gambe. E ogni tanto se le fregava di nascosto, dalla contentezza.

— È venuto con suo figlio Brasi, che adesso è diventato grande, — continuava padron ’Ntoni.

— Certo, i ragazzi crescono, e ci spingono per le spalle nella fossa, — rispose padron Fortunato.

— Ora bevete un bicchiere di vino, che è di quello buono, — aggiunse la Longa. — E questi ceci li ha tostati mia figlia. Mi dispiace, non sapevo niente, e non vi ho fatto trovare cose degne di voi.

— Passavamo qui vicino, — rispose padron Cipolla, — e abbiamo detto: andiamo a trovare comare Maruzza.

Brasi si riempì le tasche di ceci, mentre guardava la ragazza. Dopo, i ragazzini assaltarono il piatto. La Nunziata, con la bambina in braccio, cercava di fermarli. Parlava piano, come se fosse in chiesa, ma non serviva a niente. Intanto i vecchi si erano messi a parlare tra loro sotto il nespolo. Le comari facevano cerchio e lodavano la ragazza. Dicevano com’era brava in casa, e che teneva la casa più pulita di uno specchio. «La figliuola com’è avvezzata, e la stoppa com’è filata».

— Anche vostra nipote è cresciuta, — osservò padron Fortunato. — Sarebbe ora di maritarla.

— Se il Signore le manda un buon partito, noi non vogliamo altro, — rispose padron ’Ntoni.

— «Matrimonii e vescovadi dal cielo sono destinati», — aggiunse comare la Longa.

— «A buon cavallo non gli manca sella», — concluse padron Fortunato. — A una ragazza come vostra nipote un buon partito non può mancare.

Mena stava seduta accanto al giovanotto, come si usa, ma non alzava gli occhi dal grembiule. Quando se ne andarono, Brasi si lamentò con suo padre: lei non gli aveva offerto il piatto dei ceci.

— Ne volevi ancora? — lo sgridò padron Fortunato, quando furono lontani. — Si sentiva masticare soltanto te, come un mulo davanti a un sacco d’orzo! Guarda: ti sei fatto cadere il vino sui calzoni, Giufà! E mi hai rovinato un vestito nuovo!

Padron ’Ntoni, tutto contento, si fregava le mani e diceva alla nuora:

— Non mi par vero d’essere in porto, con l’aiuto di Dio! La Mena non avrà niente da desiderare. Ora sistemeremo anche tutte le altre nostre cosette. E potrete dire: «Lasciò detto il povero nonno, il riso con i guai vanno a vicenda».

Quel sabato, verso sera, la Nunziata venne a prendere un pugno di fave per i suoi bambini e disse:

— Compare Alfio se ne va domani. Sta portando via tutta la sua roba.

Mena diventò bianca e smise di tessere.

Nella casa di compar Alfio c’era la luce accesa, e ogni cosa era sottosopra. Poco dopo lui venne a bussare alla porta. Anche lui aveva una faccia strana. Faceva e disfaceva dei nodi alla frusta che teneva in mano.

— Sono venuto a salutarvi tutti: comare Maruzza, padron ’Ntoni, i ragazzi, e anche voi, comare Mena. Il vino di Aci Catena è finito. Ora la Santuzza ha preso quello di massaro Filippo. Vado alla Bicocca, dove c’è lavoro per il mio asino.

Mena non diceva niente. Soltanto sua madre aprì la bocca per rispondere:

— Volete aspettare padron ’Ntoni? Avrà piacere di salutarvi.

Allora compar Alfio si sedette sulla punta della sedia, con la frusta in mano. Guardava intorno, dalla parte dove non c’era comare Mena.

— E quando tornate? — domandò la Longa.

— Chi lo sa quando tornerò? Io vado dove mi porta il mio asino. Resterò finché dura il lavoro. Ma vorrei tornare presto qui, se c’è da guadagnarmi il pane.

— Abbiate cura della salute, compare Alfio. Mi hanno detto che alla Bicocca la gente muore come le mosche, per la malaria.

Alfio alzò le spalle e disse che non poteva farci niente.

— Io non vorrei andarmene, — ripeteva, guardando la candela. — E voi non mi dite niente, comare Mena?

La ragazza aprì la bocca due o tre volte per dire qualcosa, ma il cuore non le resse.

— Anche voi ve ne andate dal vicinato, ora che vi maritano, — aggiunse Alfio. — Il mondo è fatto come uno stallatico: c’è chi viene e chi se ne va. A poco a poco tutti cambiano posto, e ogni cosa non sembra più quella.

Mentre parlava si fregava le mani e rideva, ma con le labbra e non con il cuore.

— Le ragazze, — disse la Longa, — vanno dove Dio le ha destinate. Ora sono sempre allegre e senza pensieri. Ma quando entrano nel mondo, cominciano a conoscere i guai e i dispiaceri.

Poi tornarono a casa padron ’Ntoni e i ragazzi, e compar Alfio salutò anche loro. Ma non si decideva a partire. Restava sulla soglia, con la frusta sotto il braccio. Stringeva la mano a questo e a quello, anche a comare Maruzza. E ripeteva quello che si dice quando uno va lontano e non sa se si rivedrà:

— Perdonatemi se ho mancato qualche volta.

L’unica che non gli strinse la mano fu Sant’Agata, che stava nascosta in un angolo vicino al telaio. Ma si sa che le ragazze devono fare così.

Era una bella sera di primavera. La luna illuminava le strade e il cortile. La gente stava davanti alle porte, e le ragazze passeggiavano abbracciate e cantavano. Anche Mena uscì, a braccetto con la Nunziata, perché in casa si sentiva soffocare.

— Ora la sera non si vedrà più la luce di compar Alfio, — disse Nunziata. — E la casa resterà chiusa.

Compar Alfio aveva caricato sul carro buona parte delle sue cose. Ora metteva nel sacco quel po’ di paglia che restava nella mangiatoia. Intanto cuocevano quelle quattro fave della minestra.

— Partirete prima di giorno, compar Alfio? — gli domandò Nunziata sulla porta del cortile.

— Sì. Vado lontano, e quella povera bestia deve riposarsi un po’ durante il giorno.

Mena non diceva niente. Stava appoggiata alla porta e guardava il carro carico, la casa vuota, il letto mezzo disfatto. E la pentola che bolliva per l’ultima volta sul focolare.

— Ci siete anche voi, comare Mena? — esclamò Alfio appena la vide, e lasciò quello che stava facendo.

Lei disse di sì con la testa. Intanto Nunziata era corsa a togliere la schiuma dalla pentola, che bolliva e usciva fuori, da quella brava donna di casa che era.

— Così sono contento: posso dire addio anche a voi! — disse Alfio.

— Sono venuta a salutarvi, — disse lei, con il pianto in gola. — Perché andate alla Bicocca, se c’è la malaria?

Anche questa volta Alfio si mise a ridere controvoglia, come quando era andato a dirle addio.

— O bella! Perché ci vado? E voi perché sposate Brasi Cipolla? Si fa quello che si può, comare Mena. Se avessi potuto fare quello che volevo io, lo sapete cosa avrei fatto!...

Lei lo guardava e lo guardava, con gli occhi lucidi.

— Sarei rimasto qui, dove perfino i muri mi conoscono. Qui so dove mettere le mani: potrei andare a curare l’asino di notte, anche al buio. E vi avrei sposata io, comare Mena, perché vi porto nel cuore da tanto tempo. E vi porto con me alla Bicocca, e dappertutto dove andrò. Ma ormai questi sono discorsi inutili, e bisogna fare quello che si può. Anche il mio asino va dove lo faccio andare.

— Ora addio, — concluse Mena. — Anch’io ho come una spina qui dentro... Ora vedrò sempre quella finestra chiusa. E mi sembrerà di avere chiuso anche il cuore, e di averci chiuso sopra quella finestra, pesante come una porta di palmento. Ma così vuole Dio. Ora vi saluto e me ne vado.

La poveretta piangeva piano piano, con la mano sugli occhi. E se ne andò con la Nunziata a piangere sotto il nespolo, al chiaro di luna.

### Glossario

- **maritare / maritarsi**: sposare / sposarsi.
- **«L’uomo per la parola, e il bue per le corna»**: un uomo si tiene per la parola data, come un bue si tiene per le corna.
- **tenere il candeliere / tenere la candela**: aiutare due innamorati o stare a guardarli mentre fanno l’amore.
- **mangiapane**: chi mangia alle spalle degli altri e non lavora.
- **agro di limone**: succo acido del limone; qui: una ragazza che fa soffrire chi la corteggia.
- **quaglie a due piedi**: modo di dire per i contrabbandieri, cacciati dalle guardie come uccelli.
- **fraschetta**: ragazza leggera, che fa la civetta con tutti.
- **lite**: causa in tribunale.
- **basilisco**: animale delle favole che uccide con lo sguardo.
- **«La figliuola com’è avvezzata...»**: una ragazza diventa come l’hanno educata, come il filo è come l’hanno filato.
- **stallatico**: stalla dove si fermano per una notte gli animali di chi viaggia.
- **porta di palmento**: porta grossa e pesante del locale dove si pigia l’uva.
- **fiocina**: lungo bastone con punte di ferro, per prendere i pesci.
- **braciere**: recipiente di metallo con il carbone acceso, per scaldarsi.
- **berretto gallonato**: berretto con le strisce dorate, come quello delle guardie.
- **lenze**: fili da pesca con l’amo.
- **spiantato**: persona senza soldi e senza niente.
- **corredo**: la biancheria e i vestiti che la sposa porta nella casa nuova.
- **grugnito**: verso del maiale; qui, una risposta con un suono basso, senza parole.

## Capitolo IX

Né i Malavoglia né nessun altro in paese sapevano cosa stavano preparando di nascosto Piedipapera e lo zio Crocifisso. Il giorno di Pasqua padron ’Ntoni prese le cento lire che c’erano nel canterano. Si mise il giubbone nuovo e andò a portarle allo zio Crocifisso.

— Cosa? Sono tutte qui? — disse lui.

— Tutte non ci possono essere, zio Crocifisso. Voi lo sapete quanto ci vuole a fare cento lire. Ma «meglio poco che nulla», e «chi dà acconto non è cattivo pagatore». Ora viene l’estate, e con l’aiuto di Dio pagheremo ogni cosa.

— E a me perché venite a raccontarla? Sapete che io non c’entro. È un affare di compare Piedipapera.

— È la stessa cosa. Quando vi vedo, mi sembra di avere sempre il debito con voi. Compare Tino non vi dirà di no, se gli chiedete di aspettare fino alla Madonna dell’Ognina.

— Questi soldi non bastano neppure per le spese! — ripeteva Campana di legno, e faceva saltare i soldi nella mano. — Andate voi a chiedergli se vuole aspettarvi. Non è più affare mio.

Piedipapera cominciò a bestemmiare e a buttare il berretto per terra, come faceva sempre. Diceva che non aveva pane da mangiare. Non poteva aspettare neppure fino all’Ascensione.

— Sentite, compare Tino, — gli diceva padron ’Ntoni, con le mani giunte come davanti al Signore Iddio. — Sto per maritare mia nipote. Se non mi volete aspettare fino a san Giovanni, è meglio che mi diate subito una coltellata.

— Santo diavolone! — gridò compare Tino. — Mi fate fare quello che non posso! Maledetto il giorno e il minuto in cui mi sono messo in questo imbroglio!

E se ne andò strappando il suo vecchio berretto.

Padron ’Ntoni tornò a casa ancora pallido e disse alla nuora:

— Ci sono riuscito. Ma ho dovuto pregarlo come si prega Dio.

E il poveretto tremava ancora. Però era contento che padron Cipolla non ne sapesse niente. Così il matrimonio della nipote non andava in fumo.

La sera dell’Ascensione i ragazzi saltavano intorno ai falò. Le comari si erano riunite di nuovo davanti al ballatoio dei Malavoglia. Era venuta anche comare Venera la Zuppidda, a sentire cosa si diceva e a dire la sua. Ora padron ’Ntoni maritava la nipote, e la Provvidenza era di nuovo in piedi. Così tutti tornavano a fare buon viso ai Malavoglia. I Malavoglia non sapevano niente di quello che Piedipapera aveva nello stomaco. Non lo sapeva neppure comare Grazia, sua moglie. Lei chiacchierava con comare Maruzza, come se suo marito non avesse niente di cattivo in mente. ’Ntoni andava ogni sera a fare quattro chiacchiere con la Barbara. Le aveva confidato che il nonno aveva detto: — Prima deve maritarsi la Mena.

— E dopo vengo io! — concluse ’Ntoni.

Per questo la Barbara aveva mandato in regalo alla Mena il vaso del basilico. Era tutto ornato di garofani, con un bel nastro rosso: era l’invito a diventare comari. E tutti facevano festa a Sant’Agata. Perfino sua madre si era tolta il fazzoletto nero, perché dove ci sono sposi il lutto porta sfortuna. Avevano scritto anche a Luca, per dargli la notizia che Mena si sposava.

Solo lei, poveretta, non sembrava allegra come gli altri. Sembrava che il cuore le parlasse e le facesse vedere tutto nero. Eppure i campi erano pieni di fiorellini, come stelline d’oro e d’argento. I ragazzi facevano le ghirlande per l’Ascensione. E lei stessa era salita sulla scala per aiutare sua madre ad appendere le ghirlande alla porta e alle finestre.

Tutte le porte erano piene di fiori. Soltanto quella di compar Alfio, nera e rotta, restava sempre chiusa. Non c’era più nessuno che ci appendesse i fiori dell’Ascensione.

— Quella civetta di Sant’Agata! — andava dicendo la Vespa, con la schiuma alla bocca. — Tanto ha detto e tanto ha fatto che ha mandato via dal paese compar Alfio!

Intanto a Sant’Agata avevano messo il vestito nuovo. Aspettavano la festa di San Giovanni per toglierle la spadina d’argento dalle trecce. Poi le avrebbero diviso i capelli sulla fronte, prima di andare in chiesa. Ogni donna, a vederla passare, diceva:

— Beata lei!

La mamma invece, poveretta, si sentiva tutta in festa dentro. La sua ragazza andava in una casa dove non le sarebbe mancato niente. E intanto lei tagliava e cuciva sempre. Anche padron ’Ntoni voleva vedere, quando tornava a casa la sera. Teneva la tela e la matassa del cotone. E ogni volta che andava in città portava qualche piccola cosa. Con il bel tempo il cuore tornava ad aprirsi. I ragazzi guadagnavano tutti, chi più e chi meno. Anche la Provvidenza si guadagnava il pane. E facevano il conto che con l’aiuto di Dio, a san Giovanni, sarebbero usciti dai guai. Allora padron Cipolla passava sere intere seduto sui gradini della chiesa con padron ’Ntoni. Parlavano di quello che aveva fatto la Provvidenza. Brasi girava sempre per la stradina dei Malavoglia, con il vestito nuovo. Poco dopo tutto il paese seppe una cosa. Quella domenica sarebbe stata comare Grazia Piedipapera a dividere i capelli della sposa e a toglierle la spadina d’argento. Brasi Cipolla infatti non aveva più la madre. E i Malavoglia avevano invitato apposta la Piedipapera per tenersi buono suo marito. Avevano invitato anche lo zio Crocifisso, e tutto il vicinato, e tutti gli amici e parenti, senza risparmio.

— Io non ci vengo! — brontolava lo zio Crocifisso a compare Tino, con le spalle all’olmo della piazza. — Ho mangiato troppa bile, e non voglio dannarmi l’anima. Andateci voi, che non ve ne importa niente: non si tratta della vostra roba. C’è ancora tempo per mandare l’usciere, l’ha detto l’avvocato.

— Voi siete il padrone, e farò come dite voi. Adesso non ve ne importa più, perché Alfio Mosca se ne è andato. Ma vedrete: appena si sposa Mena, lui torna qui e si prende vostra nipote.

Comare Venera la Zuppidda faceva il diavolo. Avevano invitato comare Grazia a pettinare la sposa, e invece toccava a lei! Lei stava per diventare parente dei Malavoglia. E sua figlia era diventata comare di basilico con la Mena. Aveva perfino fatto cucire in fretta e furia il vestito nuovo per la Barbara. Non se lo aspettava, quell’offesa. ’Ntoni la pregò e la supplicò di non attaccarsi a quel pelo e di lasciar correre. Ma fu inutile. Comare Venera era tutta pettinata, con le mani piene di farina. Si era messa apposta a impastare il pane, per far vedere che non le importava più di andare alla festa dei Malavoglia. E rispondeva:

— Avete voluto la Piedipapera? Tenetevela! O lei o io! Al mondo non possiamo starci tutte e due.

Secondo lei, i Malavoglia lo sapevano bene: avevano scelto comare Grazia per amore dei soldi che dovevano a suo marito. Adesso erano tutti una cosa sola con compare Tino. Padron Cipolla, infatti, aveva fatto fare la pace a lui e a ’Ntoni di padron ’Ntoni, all’osteria della Santuzza, per quella storia dei pugni.

— Gli leccano le scarpe perché gli devono quei soldi della casa! — andava brontolando la Zuppidda. — Anche a mio marito devono più di cinquanta lire per la Provvidenza. Domani voglio farmele dare.

— Lasciate stare, mamma! Lasciate stare! — la pregava la Barbara.

Ma anche lei aveva il muso lungo, perché non aveva potuto mettere il vestito nuovo. Quasi quasi si pentiva dei soldi spesi per il basilico che aveva mandato a comare Mena. ’Ntoni era venuto a prenderle, ma lo rimandarono indietro a testa bassa, con il giubbone nuovo che gli cadeva di dosso. Poi madre e figlia mettevano il pane nel forno. E intanto guardavano dal cortile la confusione in casa dei Malavoglia. Le voci e le risate si sentivano fino là, e le facevano arrabbiare ancora di più.

La casa del nespolo era piena di gente, come quando era morto compare Bastianazzo. Mena era senza spadina d’argento e con i capelli divisi sulla fronte. Sembrava un’altra, e tutte le comari le si stringevano intorno. Con quel chiasso e quella festa non si sarebbe sentita neppure una cannonata. Piedipapera diceva tante cose che sembrava facesse il solletico alle donne. Intanto l’avvocato preparava le carte. Per mandare l’usciere c’era tempo, aveva detto lo zio Crocifisso. Perfino padron Cipolla si lasciò andare a dire delle battute, ma rideva soltanto suo figlio Brasi. Tutti parlavano insieme, mentre i ragazzini si litigavano le fave e le castagne tra le gambe della gente. Perfino la Longa, poveretta, aveva dimenticato i suoi guai dalla contentezza. E padron ’Ntoni, seduto sul muretto, diceva di sì con la testa e rideva da solo.

— Stai attento a non dare da bere ai tuoi calzoni, come l’altra volta, che non hanno sete, — diceva compare Cipolla al figlio.

Diceva anche che si sentiva più in forma della sposa, e voleva ballare la fasola con lei.

— Allora io qui non ho più niente da fare, e me ne posso andare! — rispondeva Brasi.

Anche lui voleva dire le sue battute. Gli dava fastidio che lo lasciassero in un angolo come un minchione. E neppure comare Mena gli dava retta.

— La festa si fa per comare Mena, — diceva la Nunziata, — ma lei non è contenta come tutti gli altri.

Allora la cugina Anna fece finta che le scappasse di mano il boccale, con dentro ancora più di un quartuccio di vino. E cominciò a gridare:

— Allegria! Allegria! «Dove ci sono i cocci ci son feste», e il vino versato porta fortuna.

— Ancora un po’ e me lo versava sui calzoni anche questa volta! — brontolò Brasi.

Da quando gli era successa quella disgrazia con il vestito, stava sempre attento.

Piedipapera si era messo a cavallo sul muro, con il bicchiere tra le gambe. Sembrava il padrone, per via di quell’usciere che poteva mandare. E disse:

— All’osteria non c’è neppure Rocco Spatu. Oggi tutta l’allegria è qui. Sembra di essere dalla Santuzza.

— Qui è molto meglio! — osservò il figlio della Locca.

Era venuto dietro alla folla, e l’avevano fatto entrare per dare da bere anche a lui.

— Dalla Santuzza, se ci andate senza soldi, non vi danno niente.

Dal muro Piedipapera guardava un piccolo gruppo di persone vicino alla fontana. Parlavano tra loro con la faccia seria, come se il mondo stesse per cadere. Alla spezieria c’erano i soliti fannulloni. Con il giornale in mano, sembrava che dicessero le preghiere. Oppure si agitavano le mani in faccia mentre parlavano, come se volessero picchiarsi. E don Giammaria rideva e prendeva una presa di tabacco. Si vedeva da lontano quanto si divertiva.

— E perché non sono venuti il vicario e don Silvestro? — domandò Piedipapera.

— Li ho invitati anche loro. Vuol dire che hanno da fare, — rispose padron ’Ntoni.

— Sono là, alla spezieria. Sembra che ci sia quello dei numeri del lotto. Ma che diavolo è successo?

Una vecchia andava strillando per la piazza e si strappava i capelli, come se le avessero portato una brutta notizia. Davanti alla bottega di Pizzuto c’era folla. Era come quando un asino cade sotto il carico e tutti corrono a vedere cos’è successo. Perfino le donne guardavano da lontano a bocca aperta, senza il coraggio di avvicinarsi.

— Io vado a vedere cos’è successo, — disse Piedipapera, e scese dal muro piano piano.

In quel gruppo, invece dell’asino caduto, c’erano due soldati di marina. Avevano il sacco in spalla e la testa fasciata, e tornavano a casa in congedo. Si erano fermati dal barbiere a bere un bicchierino di erbabianca. Raccontavano che c’era stata una grande battaglia sul mare. Erano affondate navi grandi come Aci Trezza, piene di soldati. Insomma, raccontavano un mondo di cose. Sembravano quelli che raccontano la storia di Orlando e dei paladini di Francia alla Marina di Catania. E la gente ascoltava con le orecchie tese, fitta come le mosche.

— Anche il figlio di Maruzza la Longa era sul Re d’Italia, — osservò don Silvestro, che si era avvicinato per sentire.

— Ora vado a dirlo a mia moglie! — saltò su mastro Cola Zuppiddu. — Così si convincerà ad andare da comare Maruzza. Io non voglio il muso lungo tra vicini e amici.

Ma intanto la Longa non sapeva niente, poveretta! Rideva e faceva festa con i parenti e gli amici.

Il soldato continuava a parlare con chi voleva ascoltarlo, e muoveva le braccia come un predicatore.

— Sì, c’erano anche dei siciliani. Ce n’erano di tutti i paesi. Del resto, sapete, quando suona l’allarme nelle batterie, non c’è più differenza tra il signore e il povero. E i fucili fanno parlare tutti nello stesso modo. Bravi giovanotti, tutti! E con il coraggio sotto la camicia. Sentite: io ho visto con questi occhi come stavano quei ragazzi a fare il loro dovere, per la madonna! Dopo una cosa così, questo cappello si può portare sull’orecchio!

Il giovanotto aveva gli occhi lucidi, ma diceva che non era niente: era perché aveva bevuto.

— Si chiamava il Re d’Italia. Una nave come non ce n’erano altre, con la corazza. Vuol dire... è come se voi donne aveste il busto, e il busto fosse di ferro. Potrebbero spararvi addosso una cannonata senza farvi niente. È andata a fondo in un momento, e non l’abbiamo vista più, in mezzo al fumo. Un fumo come se ci fossero venti fornaci di mattoni, lo sapete?

— A Catania era un finimondo! — aggiunse lo speziale. — La gente si affollava intorno a quelli che leggevano i giornali. Sembrava una festa.

— I giornali sono tutte bugie stampate! — disse don Giammaria, sicuro.

— Dicono che è stato un brutto affare. Abbiamo perso una grande battaglia, — disse don Silvestro.

Anche padron Cipolla era corso a vedere cos’era quella folla.

— Voi ci credete? — disse alla fine, con un sorriso cattivo. — Sono chiacchiere, per prendere i soldi del giornale.

— Ma se lo dicono tutti che abbiamo perso!

— Cosa? — disse lo zio Crocifisso, mettendosi la mano dietro l’orecchio.

— Una battaglia.

— Chi l’ha persa?

— Io, voi, tutti insomma: l’Italia, — disse lo speziale.

— Io non ho perso nulla! — rispose Campana di legno, alzando le spalle. — Adesso è affare di compare Piedipapera, e ci penserà lui.

E guardava la casa del nespolo, dove facevano festa.

— Sapete com’è? — concluse padron Cipolla. — È come quando il comune di Aci Trezza litigava con il comune di Aci Castello per la terra. Cosa vi entrava in tasca, a voi e a me?

— Vi entra! — esclamò lo speziale, tutto rosso. — Vi entra... perché siete tante bestie!...

— Il guaio è per tante povere mamme! — provò a dire qualcuno.

Lo zio Crocifisso, che non era mamma, alzò le spalle.

— Ve lo dico io in due parole com’è, — raccontava intanto l’altro soldato. — È come all’osteria, quando la gente si scalda la testa. Volano i piatti e i bicchieri, in mezzo al fumo e alle grida. L’avete visto? Proprio così! All’inizio state al vostro posto con il fucile in mano, in un grande silenzio. Non sentite altro che il rumore della macchina, punf! punf! Vi sembra che lo facciano dentro il vostro stomaco: nient’altro. Poi arriva la prima cannonata, e comincia la confusione. Allora vi viene voglia di ballare anche a voi, e neppure le catene vi terrebbero. È come quando suona il violino all’osteria, dopo che avete mangiato e bevuto. E puntate il fucile dappertutto dove vedete un po’ di cristiano, in mezzo al fumo. In terra è tutta un’altra cosa. Con noi a Messina tornava un bersagliere. Lui ci diceva che sotto il pinf panf delle fucilate le gambe vi pizzicano. Vi viene voglia di buttarvi avanti a testa bassa. Ma i bersaglieri non sono marinai. Non sanno come si sta tra le corde delle vele, con il piede fermo sulla corda e la mano sicura sul grilletto. Anche quando la nave dondola, e i compagni vi cadono intorno come pere marce.

— Per la madonna! — esclamò Rocco Spatu. — Avrei voluto esserci anch’io, a dare quattro pugni!

Tutti gli altri ascoltavano con gli occhi spalancati. Poi l’altro giovanotto raccontò anche come era saltata in aria la Palestro.

— Bruciava come un mucchio di legna, quando ci siamo passati vicino. Le fiamme salivano alte, fino in cima all’albero di prua. Però quei ragazzi erano tutti al loro posto, ai cannoni o sul bordo della nave. Il nostro comandante domandò se avevano bisogno di qualcosa. “No, grazie tante”, risposero. Poi passò sul lato sinistro e non si vide più.

— Morire arrostito non mi piacerebbe, — concluse Spatu. — Ma per i pugni ci sto.

E la Santuzza, quando tornò all’osteria, gli disse:

— Chiamateli qua, quei poveretti. Devono avere sete, dopo tanta strada. Ci vuole un bicchiere di vino schietto. Quel Pizzuto avvelena la gente con la sua erbabianca, e non va a confessarsi. Certi hanno la coscienza dietro le spalle, poveretti loro!

— A me sembrano tutti pazzi, questi qui! — diceva padron Cipolla, soffiandosi il naso piano piano. — Vi fareste ammazzare voi, se il re vi dicesse: “Fatti ammazzare per conto mio”?

— Poveracci, non hanno colpa! — osservava don Silvestro. — Devono farlo per forza. Dietro ogni soldato c’è un caporale con il fucile carico. Non deve fare altro che guardare se il soldato vuole scappare. E se il soldato scappa, il caporale gli spara addosso come a un uccellino.

— Ah! Così va bene! Ma è una vera birbonata!

Tutta la sera si rise e si bevve nel cortile dei Malavoglia, con un bel chiaro di luna. Più tardi tutti erano stanchi. Masticavano piano le fave tostate, e alcuni cantavano sottovoce, con le spalle al muro. Fu allora che vennero a raccontare la storia portata in paese dai due soldati in congedo. Padron Fortunato se ne era andato presto, e si era portato via Brasi con il vestito nuovo.

— Quei poveri Malavoglia, — diceva, quando incontrò Campana di legno in piazza. — Dio li aiuti! Hanno la iettatura addosso!

Lo zio Crocifisso stava zitto e si grattava la testa. Lui non c’entrava più, se ne era lavato le mani. Ora era affare di Piedipapera. Ma gli dispiaceva, in coscienza.

Il giorno dopo cominciò a correre una voce. Nel mare verso Trieste c’era stato un combattimento tra le nostre navi e quelle dei nemici. Nessuno sapeva neppure chi fossero, i nemici. Era morta molta gente. Chi raccontava la cosa in un modo, chi in un altro, a pezzi e bocconi, masticando le parole. Le vicine venivano con le mani sotto il grembiule. Domandavano a comare Maruzza se il suo Luca era laggiù. E la guardavano a lungo con tanto d’occhi, prima di andarsene. La povera donna cominciò a stare sempre sulla porta, come ogni volta che succedeva una disgrazia. Voltava la testa di qua e di là, da una parte all’altra della strada. Era come se aspettasse il suocero e i ragazzi dal mare prima del solito. Le vicine le domandavano anche se Luca aveva scritto, o se era tanto che non riceveva sue lettere. Davvero lei non ci aveva pensato, alla lettera. Tutta la notte non riuscì a chiudere occhio. Aveva sempre la testa là, nel mare verso Trieste, dove era successa quella rovina. Vedeva sempre suo figlio, pallido e fermo, che la guardava con occhi grandi, spalancati e lucidi. E lui diceva sempre di sì, come quando l’avevano mandato a fare il soldato. Così sentiva anche lei una sete, un bruciore che non si può dire. Tra tutte le storie che giravano per il paese, gliene era rimasta in mente una. Era quella di un marinaio ripescato dopo dodici ore, quando i pescecani stavano per mangiarlo. In mezzo a tutta quell’acqua moriva di sete. La Longa pensava a quell’uomo che moriva di sete in mezzo a tutta quell’acqua. E non poteva fare a meno di correre ad attaccarsi alla brocca, come se avesse dentro di sé quella stessa sete. Nel buio spalancava gli occhi, dove aveva sempre stampato quel cristiano.

Con il passare dei giorni nessuno parlava più di quello che era successo. Ma la Longa non vedeva arrivare la lettera. Così non aveva più testa né per lavorare né per stare in casa. Era sempre in giro a chiacchierare di porta in porta, come se cercasse quello che voleva sapere.

— Avete visto una gatta quando ha perso i suoi gattini? — dicevano le vicine.

Ma la lettera non veniva. Anche padron ’Ntoni non andava più in mare. Stava sempre attaccato alle gonne della nuora, come un cagnolino. Qualcuno gli diceva:

— Andate a Catania, che è una città grande. Qualcosa sapranno dirvi.

Nella città grande il povero vecchio si sentiva perso, peggio che in mare di notte, senza sapere dove girare il timone. Alla fine qualcuno gli fece la carità di dirgli di andare dal capitano del porto. Le notizie doveva saperle lui. Là lo mandarono a lungo da Erode a Pilato. Poi si misero a sfogliare certi grossi libri e a cercare con il dito sulla lista dei morti. Arrivarono a un nome. La Longa non aveva sentito bene, perché le fischiavano le orecchie. Ascoltava, bianca come quelle carte. E scivolò piano piano per terra, mezza morta.

— Sono più di quaranta giorni, — concluse l’impiegato, e chiuse il registro. — Fu a Lissa. Non lo sapevate ancora?

La Longa la portarono a casa su un carro, e rimase malata per alcuni giorni. Da allora prese una grande devozione per l’Addolorata che c’è sull’altare della piccola chiesa. Sulle ginocchia della Madre c’era un corpo lungo e disteso, con le costole nere e le ginocchia rosse di sangue. A lei sembrava il ritratto del suo Luca. E si sentiva piantate nel cuore tutte quelle spade d’argento che aveva la Madonna. Ogni sera le donne andavano a prendere la benedizione. Compare Cirino faceva suonare le chiavi prima di chiudere. E loro la vedevano sempre lì, allo stesso posto, piegata sulle ginocchia. Così anche lei la chiamavano la madre addolorata.

— Ha ragione, — dicevano in paese. — Luca sarebbe tornato presto, e i suoi trenta soldi al giorno se li sarebbe guadagnati. «A nave rotta ogni vento è contrario».

— Avete visto padron ’Ntoni? — aggiungeva Piedipapera. — Dopo la disgrazia di suo nipote sembra un gufo, tale e quale. Adesso la casa del nespolo fa acqua davvero da tutte le parti, come una scarpa rotta. E ogni galantuomo deve pensare ai suoi interessi.

La Zuppidda aveva sempre il muso lungo. Brontolava che ora tutta la famiglia restava sulle spalle di ’Ntoni! Questa volta una ragazza ci penserà due volte, prima di prenderselo per marito.

— Cosa hai contro quel povero giovane? — domandava mastro Bastiano.

— Voi state zitto, che non sapete niente! — gli gridava la moglie. — I pasticci non mi piacciono! Andate a lavorare, che non sono affari vostri!

E lo mandava fuori dalla porta, con le braccia giù e quella malabestia di dieci rotoli in mano.

Barbara era seduta sul muretto della terrazza e strappava le foglioline secche dei garofani. Anche lei aveva la bocca stretta. E faceva cadere nel discorso che «maritati e muli vogliono star soli», e che «fra suocera e nuora ci si sta in malora».

— Quando Mena si sarà maritata, — rispondeva ’Ntoni, — il nonno ci darà la camera di sopra.

— Io non sono abituata a stare nella camera di sopra, come i colombi! — tagliava corto la Barbara.

Tanto che suo padre, proprio suo padre, diceva a ’Ntoni, guardandosi intorno, mentre se ne andavano per la stradina:

— La Barbara diventerà tutta sua madre. Stai attento a non farti mettere il basto fin dall’inizio. Se no ti succede come a me.

Però comare Venera aveva dichiarato:

— Prima che mia figlia vada a dormire nella stanza dei colombi, bisogna sapere a chi resta la casa. Voglio vedere dove va a finire questo affare dei lupini.

Andava a finire che questa volta Piedipapera voleva essere pagato, santo diavolone! San Giovanni era arrivato. E i Malavoglia tornavano a parlare di dare degli acconti, perché non avevano tutti i soldi. Speravano di mettere insieme la somma con la raccolta delle olive. Ma lui quei soldi se li era tolti di bocca, e non aveva pane da mangiare, com’è vero Dio! Non poteva vivere di vento fino alla raccolta delle olive.

— Mi dispiace, padron ’Ntoni, — gli aveva detto. — Ma cosa volete? Devo pensare ai miei interessi. San Giuseppe prima fece la sua barba e poi quella di tutti gli altri.

— Tra poco è passato un anno! — aggiungeva lo zio Crocifisso, quando brontolava da solo con compare Tino. — E non si è visto un grano di interessi. Quelle duecento lire basteranno appena per le spese. Vedrete: al tempo delle olive vi diranno di aspettare fino a Natale, e poi fino a Pasqua. Così vanno in rovina le case. Ma io la mia roba l’ho fatta con il sudore della fronte. Adesso uno è in paradiso, l’altro vuole la Zuppidda. Non possono mandare avanti quella barca rotta, e cercano di maritare la ragazza. Questi non pensano ad altro che a sposarsi. Hanno la rabbia, come mia nipote la Vespa. Adesso che Mena si sposa, vedrete che compare Mosca torna qui per prendersi la chiusa della Vespa.

Insomma se la prendevano con l’avvocato, che non finiva mai di scrivere le sue carte prima di mandare l’usciere.

— Sarà stato padron ’Ntoni a dirgli di andare piano, — aggiungeva Piedipapera. — Con un rotolo di pesce si comprano dieci avvocati.

Questa volta lui aveva rotto davvero con i Malavoglia. La Zuppidda era andata a togliere i panni di comare Grazia dal bordo del lavatoio, e ci aveva messo i suoi. Sono di quelle prepotenze che fanno salire la mosca al naso. La Zuppidda si sentiva forte perché la sosteneva quel cetriolo di ’Ntoni Malavoglia, che faceva il prepotente. Una banda di carogne, quei Malavoglia! E lui non voleva più vederli. Lo giurava sul suo battesimo porco, che quell’altro porco di don Giammaria gli aveva messo in fronte.

Allora le carte bollate cominciarono a piovere. Piedipapera diceva che l’avvocato non doveva essere rimasto contento del regalo di padron ’Ntoni, per lasciarsi comprare. Questo provava che razza di tirchi erano. Altro che fidarsi, quando promettevano di pagare! Padron ’Ntoni tornò a correre dal segretario e dall’avvocato Scipioni. Ma l’avvocato gli rideva sul naso. Gli diceva che «chi è minchione se ne sta a casa». Non doveva lasciare che la nuora ci mettesse la mano. E visto che aveva fatto il pasticcio, adesso se lo doveva mangiare. «Guai a chi casca per chiamare aiuto!».

— Date retta a me, — gli suggerì don Silvestro. — Piuttosto dategli la casa. Se no se ne va in spese perfino la Provvidenza, e anche i capelli che avete in testa. E perdete pure le vostre giornate, ad andare e venire dall’avvocato.

— Se ci date la casa con le buone, — gli diceva Piedipapera, — vi lasceremo la Provvidenza. Così potrete sempre guadagnarvi il pane e resterete padroni. E non verrà l’usciere con la carta bollata.

Compare Tino non era cattivo di cuore. Andava a parlare con padron ’Ntoni come se non fosse affare suo. Gli passava il braccio intorno al collo e gli diceva:

— Scusatemi, fratello mio. A me dispiace più che a voi di mandarvi via dalla vostra casa. Ma cosa volete? Sono un povero diavolo. Quelle cinquecento lire me le sono tolte di bocca. E san Giuseppe prima fece la sua barba. Se fossi ricco come lo zio Crocifisso, non ve ne parlerei neppure, in coscienza mia!

Il povero vecchio non aveva il coraggio di dirlo alla nuora. Dovevano andarsene con le buone dalla casa del nespolo, dopo tanto tempo che ci erano stati. Gli sembrava come lasciare il paese e andare a vivere lontano. O come quelli che erano partiti per tornare, e non erano tornati più. Lì c’era ancora il letto di Luca, e il chiodo dove Bastianazzo appendeva il giubbone. Ma alla fine bisognava lasciare la casa, con tutti quei poveri mobili. Bisognava toglierli dal loro posto. Ognuno lasciava il segno dove era stato, e la casa senza di loro non sembrava più la stessa. Portarono via la roba di notte, nella casetta del macellaio che avevano preso in affitto. Come se in paese non si sapesse che la casa del nespolo ormai era di Piedipapera, e che loro dovevano andarsene! Ma almeno nessuno li vedeva con la roba in spalla.

Quando il vecchio staccava un chiodo, o toglieva da un angolo un tavolino che stava lì da sempre, scuoteva un po’ la testa. Poi si sedettero sui materassi di paglia, ammucchiati in mezzo alla camera, per riposarsi un po’. E guardavano di qua e di là se avevano dimenticato qualcosa. Ma il nonno si alzò subito e uscì nel cortile, all’aria aperta.

Anche lì però c’era paglia sparsa dappertutto, pezzi di piatti rotti, nasse a pezzi. In un angolo c’era il nespolo, e sulla porta la vite con le sue foglie.

— Andiamo via! — diceva lui. — Andiamo via, ragazzi. Tanto, oggi o domani!...

E non si muoveva.

Maruzza guardava la porta del cortile, da dove erano usciti Luca e Bastianazzo. Guardava la stradina dove suo figlio se ne era andato sotto la pioggia, con i pantaloni arrotolati. Non l’aveva visto più, sotto l’ombrello di tela cerata. Anche la finestra di compare Alfio Mosca era chiusa. La vite pendeva dal muro del cortile, e chi passava le dava una strappata. Ognuno aveva qualcosa da guardare in quella casa. E il vecchio, mentre se ne andava, appoggiò di nascosto la mano sulla porta rotta. Lo zio Crocifisso aveva detto che ci volevano due chiodi e un bel pezzo di legno.

Lo zio Crocifisso era venuto a dare un’occhiata insieme a Piedipapera. Parlavano a voce alta nelle stanze vuote, e le parole risuonavano come in chiesa. Compare Tino non era riuscito a vivere d’aria fino a quel giorno. Aveva dovuto rivendere tutto allo zio Crocifisso, per riavere i suoi soldi.

— Cosa volete, compare Malavoglia? — gli diceva, passandogli il braccio intorno al collo. — Lo sapete che sono un povero diavolo, e cinquecento lire per me sono tante! Se voi foste stato ricco, l’avrei venduta a voi.

Ma padron ’Ntoni non sopportava di andare così per la casa, con il braccio di Piedipapera al collo. Ora lo zio Crocifisso era venuto con il falegname, con il muratore e con ogni genere di gente. Correvano di qua e di là per le stanze, come se fossero in piazza. E dicevano: “Qui ci vogliono dei mattoni, qui ci vuole una trave nuova, qui c’è da rifare la finestra”. Parlavano come se fossero i padroni. Dicevano anche che bisognava imbiancarla, per farla sembrare tutta un’altra.

Lo zio Crocifisso spazzava con i piedi la paglia e i cocci. Raccolse da terra anche un pezzo di cappello che era stato di Bastianazzo. E lo buttò nell’orto, perché facesse bene alla terra. Intanto il nespolo muoveva ancora le foglie, piano piano. Le ghirlande di margherite, ormai secche, erano ancora appese alla porta e alle finestre, come le avevano messe a Pasqua delle Rose. Era venuta a vedere anche la Vespa, con la calza da fare intorno al collo. Frugava dappertutto, ora che era roba di suo zio.

— Il «sangue non è acqua», — andava dicendo forte, perché sentisse anche il sordo. — A me sta a cuore la roba di mio zio, come a lui deve stare a cuore la mia chiusa.

Lo zio Crocifisso la lasciava dire e non sentiva. Davanti, adesso, si vedeva la porta di compare Alfio, chiusa con un bel catenaccio.

— Adesso che alla porta di compare Alfio c’è il catenaccio, vi metterete il cuore in pace. E crederete che non penso a lui! — diceva la Vespa all’orecchio dello zio Crocifisso.

— Io ci ho il cuore in pace! — rispondeva lui. — Stai tranquilla.

Da allora i Malavoglia non ebbero più il coraggio di farsi vedere per le strade, né in chiesa la domenica. Andavano fino ad Aci Castello per la messa. Nessuno li salutava più, neppure padron Cipolla, che andava dicendo:

— Questo brutto tiro padron ’Ntoni non me lo doveva fare. Questo si chiama imbrogliare il prossimo, se aveva fatto mettere la mano di sua nuora nel debito dei lupini!

— Proprio come dice mia moglie! — aggiungeva mastro Zuppiddu. — Dice che dei Malavoglia adesso non ne vogliono nemmeno i cani.

Però quello sciocco di Brasi pestava i piedi e voleva la Mena, perché gliel’avevano promessa. Faceva come un bambino davanti alle bancarelle dei giocattoli alla fiera.

— Ti sembra che io l’abbia rubata, la tua roba, bietolone? — gli gridava il babbo. — Per andarla a buttare con chi non ha niente!

A Brasi avevano ripreso perfino il vestito nuovo. E lui si sfogava andando a cercare le lucertole nei buchi della sciara, o mettendosi a cavallo sul muretto del lavatoio. Giurava che non avrebbe fatto più niente, neppure se lo ammazzavano, ora che non gli davano la moglie. E gli avevano ripreso perfino il vestito nuovo delle nozze! Per fortuna Mena non poteva più vederlo vestito così. Anche i Malavoglia, poveretti, tenevano sempre la porta chiusa. Stavano nella casetta del macellaio che avevano preso in affitto, nella strada del Nero, vicino ai Zuppiddi. E se Brasi li vedeva da lontano, correva a nascondersi dietro il muro o tra i fichidindia.

La cugina Anna vedeva tutto dalla spiaggia, dove stendeva la tela. Diceva a comare Grazia:

— Ora quella povera Sant’Agata resta in casa, peggio di una casseruola appesa al muro. Proprio come le mie figlie, che non hanno la dote.

— Poveretta! — rispondeva comare Grazia. — E le avevano perfino diviso i capelli!

Mena però era tranquilla. Si era rimessa da sola la spadina d’argento nelle trecce, senza dire niente. Adesso aveva tanto da fare nella casa nuova, dove bisognava mettere ogni cosa in un altro posto. E non si vedevano più il nespolo, né la porta della cugina Anna e della Nunziata. Sua madre la covava con gli occhi, mentre lavorava accanto a lei. E la accarezzava con la voce, quando le diceva: “Dammi le forbici”, oppure: “Tienimi la matassa”. Ora che tutti le voltavano le spalle, sentiva la sua figliola dentro di sé, nel profondo. Ma la ragazza cantava come un uccellino, perché aveva diciotto anni. A quell’età, se il cielo è azzurro, ti ride negli occhi, e gli uccelli ti cantano nel cuore. Del resto per quel cristiano non aveva mai avuto il cuore. Lo disse all’orecchio della mamma, mentre preparavano i fili sul telaio. La madre era l’unica che le aveva letto nel cuore. Era l’unica che le aveva detto una buona parola in quella pena.

— Almeno se ci fosse compar Alfio! — le disse. — Lui non ci avrebbe voltato le spalle. Ma quando sarà il tempo del vino nuovo, tornerà qui.

Le comari, poverette, non avevano voltato le spalle ai Malavoglia. Ma la cugina Anna era sempre occupata, con tutto quello che aveva da fare per andare avanti con le sue figlie. Le erano rimaste in casa peggio delle casseruole appese. E comare Piedipapera si vergognava di farsi vedere, per quel tiro che compare Tino aveva fatto ai poveri Malavoglia. Aveva il cuore buono, la gnà Grazia. Non diceva come suo marito: “Lasciali stare, quelli lì, che non hanno più né re né regno. Cosa te ne importa?”. L’unica che si vedeva ogni tanto era Nunziata, con il piccolo in braccio e tutti gli altri dietro. Ma anche lei doveva badare ai fatti suoi.

Così va il mondo. Ognuno deve badare ai fatti suoi. Questo diceva comare Venera a ’Ntoni di padron ’Ntoni.

— Ognuno deve pensare alla sua barba prima di pensare a quella degli altri. Tuo nonno non ti dà niente. Allora che obbligo hai verso di loro? Se ti sposi, vuol dire che fai una casa tua. E quello che guadagni, lo guadagni per la tua casa. «Cento mani Dio benedisse, ma non tutte in un piatto!»

— Bella cosa! — rispondeva ’Ntoni. — Ora che i miei parenti sono in mezzo alla strada, mi dite di abbandonarli anch’io! Come farà il nonno a mandare avanti la Provvidenza e a dar da mangiare a tanti, se lo lascio solo?

— Allora sbrigatevela tra voi! — esclamava la Zuppidda.

E gli voltava le spalle. Andava a frugare nei cassetti o in cucina. Buttava all’aria ogni cosa per darsi da fare, così non doveva guardarlo in faccia.

— Mia figlia io non l’ho rubata! Si potrebbe chiudere un occhio, se non avete niente. Siete giovane, avete la salute per lavorare e conoscete il mestiere. Tanto più che adesso i mariti sono pochi, con questa leva del diavolo che si porta via tutti i giovanotti del paese. Ma se devono darvi la dote per mangiarvela con tutti i vostri, è un’altra cosa! Alla mia figliola voglio dare un marito solo, e non cinque o sei. Non voglio metterle sulle spalle due famiglie.

Barbara, nell’altra stanza, faceva finta di non sentire. E continuava a far girare l’arcolaio, svelta svelta. Ma appena ’Ntoni si affacciava alla porta, abbassava gli occhi sul filo e faceva il muso anche lei. Il poveretto diventava giallo, verde e di cento colori, e non sapeva cosa fare. Barbara lo teneva preso con quei grandi occhi neri, come un passerotto nella colla. E poi gli diceva:

— Vuol dire che a me non mi volete bene come ai vostri!

E si metteva a piangere nel grembiule, quando non c’era la mamma.

— Sacramento! — esclamava ’Ntoni. — Vorrei tornare a fare il soldato!

E si strappava i capelli e si dava pugni sulla testa. Ma non sapeva decidersi a fare quello che ci voleva, da vero cetriolo che era.

— Allora, — diceva la Zuppidda, — «’Ntrua, ’ntrua! ciascuno a casa sua!».

E suo marito le ripeteva:

— Te l’avevo detto che a me i pasticci non piacciono!

— Voi andate a lavorare! — rispondeva lei. — Voi non sapete niente.

Ogni volta che ’Ntoni andava dai Zuppiddi, trovava dei musi lunghi. E ogni volta la gnà Venera gli rinfacciava la stessa cosa. I Malavoglia avevano invitato la Piedipapera a pettinare la Mena! Bella pettinatura le aveva fatto! E tutto per leccare le ciabatte a compare Tino, per quei quattro soldi della casa. Eppure poi lui la casa se l’era presa lo stesso. E li aveva lasciati in camicia, come Gesù Bambino.

— Credete che non lo sappia, cosa diceva vostra madre Maruzza, quando portava il naso in su? Diceva che la Barbara non era la moglie giusta per suo figlio ’Ntoni. Diceva che era abituata come una signorina, e non sapeva cosa ci vuole per essere una buona moglie di marinaio. Me l’hanno raccontato al lavatoio comare Mangiacarrubbe e la gnà Cicca.

— Comare Mangiacarrubbe e la gnà Cicca sono due carogne, — rispondeva ’Ntoni. — Parlano per invidia, perché non ho sposato la Mangiacarrubbe.

— Per me, prendetevela pure! Bel guadagno che ci fa la Mangiacarrubbe!

— Allora, comare Venera, se mi dite questo, è come se mi diceste: in casa mia non ci mettete più piede.

’Ntoni voleva fare l’uomo, e per due o tre giorni non si fece vedere. Ma la piccola Lia non sapeva niente di tutte quelle chiacchiere. Continuava ad andare a giocare nel cortile di comare Venera, come era abituata. Prima la Barbara le dava i fichidindia e le castagne, perché voleva bene a suo fratello ’Ntoni. Ora invece non le davano più niente. La Zuppidda le diceva:

— Cosa vieni a cercare qui, tuo fratello? Tua madre ha paura che vogliamo rubartelo, tuo fratello!

Anche comare la Vespa veniva nel cortile dei Zuppiddi, con la calza da fare intorno al collo. Diceva cose di fuoco contro gli uomini, che sono peggio dei cani. E la Barbara rinfacciava alla bambina:

— Lo so che non sono brava in casa come tua sorella!

E comare Venera concludeva:

— Tua madre fa la lavandaia. Invece di chiacchierare dei fatti degli altri al lavatoio, farebbe bene a dare una sciacquata a quello straccio di vestitino che hai addosso.

La bambina molte cose non le capiva. Ma quel poco che rispondeva faceva salire la mosca al naso alla Zuppidda. Lei diceva che era sua madre Maruzza a insegnarle cosa dire. La mandava apposta da quelle parti per farle venire la bile. Così alla fine la piccola non ci andò più. E la gnà Venera disse che era meglio così. Almeno non venivano in casa a fare le spie. Avevano sempre paura che volessero rubarsi quel tesoro di Cetriolo!

Le cose arrivarono al punto che comare Venera e la Longa non si parlavano più. E se si vedevano in chiesa, si voltavano la schiena.

— Vedrete che arriveranno a tirare fuori le scope! — diceva la Mangiacarrubbe, tutta contenta. — Non mi chiamo la Mangiacarrubbe, se non ci arrivano! Bell’affare ha fatto la Zuppidda con Cetriolo!

Di solito gli uomini non si mettono in mezzo alle liti delle donne. Se no le questioni diventerebbero più grosse, e potrebbero finire a coltellate. Le comari invece mettono fuori la scopa e si voltano la schiena. Si sfogano a dirsi insulti e a strapparsi i capelli. Ma poi fanno subito pace. Si abbracciano e si baciano, e si mettono sulla porta a chiacchierare come prima. ’Ntoni intanto era stregato dagli occhi della Barbara. Era tornato zitto zitto a piantarsi sotto la finestra, per fare pace. Qualche volta la gnà Venera voleva buttargli in testa l’acqua delle fave. E anche la figlia alzava le spalle, ora che i Malavoglia non avevano più né re né regno.

Alla fine glielo disse anche in faccia, per togliersi di dosso quel fastidio. Quel cristiano stava sempre davanti alla sua porta, come un cane. Le avrebbe fatto perdere la fortuna, se qualcun altro avesse avuto l’idea di passare di là per lei.

— Allora, compare ’Ntoni, «I pesci del mare son destinati a chi se l’ha da mangiare». Mettiamoci il cuore in pace, voi e io, e non pensiamoci più.

— Voi potete mettervelo, il cuore in pace, comare Barbara. Ma per me, «Amare e disamare non sta a chi lo vuol fare».

— Provate, e ci riuscirete anche voi. A provare non si perde niente. Io vi auguro ogni bene e ogni fortuna. Ma lasciatemi badare ai fatti miei, perché ho già ventidue anni.

— Lo sapevo che mi avreste detto così, quando ci hanno preso la casa. Ora tutti ci voltano le spalle.

— Sentite, compare ’Ntoni, mia madre può arrivare da un momento all’altro. Non è bene che mi trovi qui con voi.

— Sì, sì, è vero. Ora che ci hanno tolto la casa del nespolo, non è giusto.

Aveva il cuore gonfio, il povero ’Ntoni, e non voleva lasciarla così. Ma lei doveva andare a riempire la brocca alla fontana. Gli disse addio e corse via svelta svelta, muovendo i fianchi con grazia. La chiamavano Zuppidda perché il nonno di suo padre si era rotto una gamba. Era successo in uno scontro di carri alla festa di Trecastagni. Ma Barbara le sue belle gambe le aveva sane tutte e due.

— Addio, comare Barbara! — rispose il poveretto.

E così mise una pietra sopra quello che era stato. Tornò a remare come un galeotto. Già, quella era una vera galera, dal lunedì al sabato. Ed era stanco di rompersi l’anima per niente. Quando non si ha niente, è inutile faticare da mattina a sera: non trovi un cane che ti voglia. Per questo ne aveva le tasche piene di quella vita. Preferiva piuttosto non fare niente davvero, e stare a letto a fare il malato. Come quando era stanco del servizio militare. E il nonno non stava a cercare il pelo nell’uovo, come il dottore della nave.

— Cos’hai? — gli domandava.

— Niente ho. Ho che sono un povero diavolo.

— E cosa vuoi farci, se sei un povero diavolo? Bisogna vivere come siamo nati.

Si lasciava caricare di attrezzi senza voglia, meglio di un asino. E per tutta la giornata non apriva bocca, se non per bestemmiare o brontolare: «Chi cade nell’acqua è forza che si bagni». Se suo fratello si metteva a cantare, mentre stavano alla vela, gli diceva:

— Sì, sì, canta pure. Quando sarai vecchio, poi abbaierai come il nonno.

— Ma neanche ad abbaiare adesso ci guadagni niente, — rispondeva il ragazzo.

— Hai ragione, perché la vita è bella!

— Bella o no, non l’abbiamo fatta noi così com’è, — concludeva il nonno.

La sera mangiava la sua minestra di malumore. La domenica andava a girare intorno all’osteria. Lì la gente non aveva altro da fare che ridere e divertirsi. E non pensava che il giorno dopo si tornava a fare quello che si era fatto tutta la settimana. Oppure stava ore intere seduto sui gradini della chiesa, con il mento in mano, a guardare passare la gente. E sognava quei mestieri in cui non c’era niente da fare.

La domenica almeno si godeva le cose che si hanno senza soldi. Il sole, lo stare con le mani sotto le ascelle a non fare niente. E allora gli pesava anche la fatica di pensare alla sua vita. Gli pesava desiderare quelle cose che aveva visto da soldato. Con il loro ricordo passava il tempo nei giorni di lavoro. Gli piaceva stendersi al sole come una lucertola, e non fare altro. Quando incontrava i carrettieri seduti sulle stanghe del carro, brontolava:

— Bel mestiere che fanno! Vanno in carrozza tutto il giorno!

A volte vedeva passare qualche povera donna che tornava dalla città. Era piegata sotto il carico come un asino stanco, e si lamentava per la strada, come fanno i vecchi. E lui le diceva, per consolarla:

— Vorrei farlo io quello che fate voi, sorella mia! In fin dei conti è come andare a passeggio.

### Glossario

- **acconto**: una parte del debito pagata prima del resto.
- **falò**: grande fuoco acceso all’aperto per una festa.
- **comare di basilico**: amica del cuore; il vaso di basilico regalato era l’invito a diventarlo.
- **spadina**: spillone d’argento nei capelli delle ragazze; toglierla e dividere i capelli è il segno delle nozze vicine.
- **fasola**: un ballo popolare siciliano.
- **«Dove ci sono i cocci ci son feste»**: dove si rompono piatti e bicchieri c’è allegria.
- **batterie**: i posti dei cannoni sulla nave.
- **da Erode a Pilato**: da un ufficio all’altro, senza ottenere niente.
- **iettatura**: sfortuna mandata da qualcuno.
- **«A nave rotta ogni vento è contrario»**: a chi è già nei guai va tutto storto.
- **«maritati e muli vogliono star soli»**: gli sposi devono vivere da soli, senza i parenti.
- **«fra suocera e nuora ci si sta in malora»**: dove vivono insieme suocera e nuora ci sono sempre liti.
- **matassa**: filo avvolto in tanti giri, pronto per essere usato.
- **spezieria**: farmacia.
- **quartuccio**: vecchia misura per il vino, un piccolo boccale.
- **paladini di Francia**: i cavalieri delle antiche storie di Orlando, raccontate in piazza.
- **corazza / busto**: copertura dura che protegge il corpo / vestito stretto che le donne portavano sotto il vestito.
- **fornaci**: grandi forni dove si cuociono i mattoni.
- **bersagliere**: soldato di terra che va a piedi e corre veloce.
- **basto**: sella di legno per gli asini che portano pesi; qui: farsi comandare dalla moglie.
- **San Giuseppe prima fece la sua barba...**: ognuno pensa prima ai suoi interessi e poi a quelli degli altri.
- **carte bollate**: fogli ufficiali con il bollo, mandati dal tribunale.
- **«chi è minchione se ne sta a casa»**: chi è stupido non deve mettersi negli affari.
- **«Guai a chi casca per chiamare aiuto!»**: chi cade nei guai non trova nessuno che lo aiuti.
- **Pasqua delle Rose**: la festa di Pentecoste, cinquanta giorni dopo Pasqua.
- **«Cento mani Dio benedisse, ma non tutte in un piatto!»**: ognuno deve mangiare nel suo piatto, cioè pensare alla sua famiglia.
- **«’Ntrua, ’ntrua! ciascuno a casa sua!»**: ognuno torni a casa sua e stia con i suoi.
- **né re né regno**: non avere più niente.
- **«I pesci del mare son destinati...»**: ognuno ha già il suo destino, anche in amore.
- **«Amare e disamare non sta a chi lo vuol fare»**: non si decide di amare o di smettere di amare.
- **Zuppidda**: soprannome che vuol dire «zoppa».
- **galeotto**: prigioniero costretto a remare sulle navi.
- **bietolone**: ragazzo grande e stupido.
- **casseruola**: pentola di metallo con il manico.
- **catenaccio**: grossa sbarra di ferro per chiudere bene una porta.
- **stanghe**: i due lunghi pezzi di legno davanti al carro, dove si lega l’asino o il mulo.

## Capitolo X

’Ntoni andava "a spasso" sul mare tutti i santi giorni. Ma camminava con i remi, e si consumava la schiena. Però, quando il mare era cattivo e voleva inghiottirli in un boccone, loro, la Provvidenza e tutto, quel ragazzo aveva il cuore più grande del mare.

— Il sangue dei Malavoglia! — diceva il nonno.

Bisognava vederlo mentre manovrava la barca. I capelli gli fischiavano al vento, e la barca saltava sulle onde come un pesce innamorato.

La Provvidenza era vecchia e piena di toppe, ma andava spesso al largo. Lo faceva per amore di quel po’ di pesca. Ormai in paese c’erano tante barche che pulivano il mare come con la scopa. A volte le nuvole erano basse verso Agnone, e l’orizzonte a levante era pieno di punte nere. Anche in quei giorni si vedeva sempre la vela della Provvidenza. Sembrava un fazzoletto da naso, lontano lontano, nel mare color del piombo. E ognuno diceva che quelli di padron ’Ntoni andavano a cercarsi i guai apposta, con il lume in mano.

Padron ’Ntoni rispondeva che andava a cercarsi il pane. Al largo i sugheri scomparivano uno a uno. Il mare aperto era verde come l’erba, e le casette di Trezza sembravano una macchia bianca, tanto erano lontane. Intorno c’era solo acqua. Allora padron ’Ntoni, contento, si metteva a chiacchierare con i nipoti. Diceva che la sera la Longa e tutti gli altri li avrebbero aspettati sulla riva. Avrebbero visto la vela comparire tra i fariglioni. Anche loro avrebbero guardato il pesce che saltava nelle nasse e riempiva il fondo della barca, come se fosse d’argento.

Padron ’Ntoni rispondeva sempre prima che qualcuno aprisse bocca: — Un quintale, o un quintale e venticinque. — E non sbagliava neanche di un rotolo. Poi se ne parlava tutta la sera. Le donne pestavano il sale fra i sassi e contavano i barilotti uno a uno. Lo zio Crocifisso veniva a vedere che cosa avevano fatto, e buttava la sua offerta a occhi chiusi. Piedipapera gridava e bestemmiava per stabilire il prezzo giusto. Allora le grida di Piedipapera facevano piacere: a questo mondo non bisogna restare arrabbiati con la gente. Poi la Longa contava soldo per soldo, davanti al suocero, i denari che Piedipapera portava nel fazzoletto.

— Questi sono per la casa! — diceva. — Questi altri sono per la spesa.

Anche la Mena aiutava a pestare il sale e a mettere in ordine i barilotti. Aveva di nuovo la veste turchina e la collana di corallo. Prima avevano dovuto darle in pegno allo zio Crocifisso. Ora le donne potevano tornare alla messa del paese. Se qualche giovanotto guardava la Mena, la sua dote gliela stavano preparando.

’Ntoni remava piano piano, perché la corrente non portasse la barca fuori dal cerchio delle reti. Il nonno intanto pensava a tutte queste cose.

— Per me, — diceva ’Ntoni, — desidero soltanto una cosa. Quella carogna della Barbara deve mangiarsi i gomiti, quando avremo di nuovo le nostre cose anche noi. Deve pentirsi di avermi chiuso la porta in faccia.

— «Il buon pilota si conosce alle burrasche», — rispondeva il vecchio. — Quando saremo di nuovo quello che siamo sempre stati, tutti ci faranno buon viso. E ci apriranno di nuovo la porta.

— Chi non ce l’ha chiusa in faccia, — aggiunse Alessi, — è la Nunziata. E anche la cugina Anna.

— «Carcere, malattie e necessità, si conosce l’amistà», — disse il nonno. — Per questo il Signore le aiuta, quelle due, con tutte le bocche che hanno in casa.

— Quando la Nunziata va a fare legna nella sciara, — disse Alessi, — o quando il fagotto della tela è troppo pesante per lei, l’aiuto anch’io, poveretta.

— Adesso aiuta a tirare da questa parte! Stavolta San Francesco ci ha mandato la grazia di Dio!

Il ragazzo tirava, puntava i piedi e sbuffava. Sembrava che facesse tutto lui. Intanto ’Ntoni cantava, sdraiato sulla pedagna, con le braccia sotto la testa. Guardava i gabbiani bianchi volare nel cielo azzurro, che non finiva mai. La Provvidenza dondolava sulle onde verdi, che venivano da lontano, fin dove arrivava la vista.

— Perché il mare ora è verde, ora è azzurro, un’altra volta è bianco, e poi è nero come la sciara? — chiese Alessi. — Perché non ha sempre un colore solo, come l’acqua che è?

— È la volontà di Dio, — rispose il nonno. — Così il marinaio sa quando può andare in mare senza paura, e quando è meglio non andarci.

— Quei gabbiani hanno una bella sorte. Volano sempre in alto, e non hanno paura delle onde, anche se il mare è in tempesta.

— Allora però non hanno da mangiare nemmeno loro, povere bestiole.

— Dunque tutti hanno bisogno del bel tempo, — concluse Alessi. — Proprio come la Nunziata, che non può andare alla fontana se piove.

— «Buon tempo e mal tempo non dura tutto il tempo», — osservò il vecchio.

Ma a volte c’era brutto tempo. Soffiava il maestrale, e i sugheri ballavano sull’acqua tutto il giorno, come se qualcuno suonasse il violino. Oppure il mare era bianco come il latte, o così agitato che sembrava bollire. La pioggia cadeva fino a sera sulle loro spalle, e nessun cappotto bastava. Tutto intorno il mare friggeva come il pesce nella padella. Allora era un’altra cosa. ’Ntoni non aveva voglia di cantare, con il cappuccio fino al naso. Doveva togliere l’acqua dalla Provvidenza, e non finiva mai. E il nonno ripeteva: «Mare bianco, scirocco in campo», oppure «mare crespo, vento fresco». Sembrava che fossero lì per imparare i proverbi. La sera poi guardava il tempo dalla finestra, con il naso in aria. E diceva anche: «Quando la luna è rossa fa vento, quando è chiara vuol dire sereno; quando è pallida, pioverà».

— Se lo sapete che pioverà, perché torniamo in mare oggi? — gli diceva ’Ntoni. — Non era meglio restare a letto un altro paio d’ore?

— «Acqua di cielo, e sardelle alle reti!» — rispondeva il vecchio.

’Ntoni mandava tutto al diavolo, con l’acqua fino a metà gamba.

— Stasera, — gli diceva il nonno, — la Maruzza ci farà trovare un bel fuoco, e ci asciugheremo tutti.

E la sera, al tramonto, la Provvidenza tornava a casa con la pancia piena della grazia di Dio. La vela si gonfiava come la gonna di donna Rosolina. Le luci delle case si accendevano una a una dietro i fariglioni neri, e sembrava che si chiamassero l’una con l’altra. Allora padron ’Ntoni mostrava ai ragazzi il bel fuoco nella cucina della Longa. La cucina era in fondo al cortiletto, nella stradina del Nero. Lì il muro era basso, e dal mare si vedeva tutta la casa. Si vedevano le quattro tegole dove dormivano le galline, e il forno dall’altra parte della porta.

— Lo vedete che la Longa ci ha fatto trovare il fuoco! — diceva tutto allegro.

La Longa li aspettava sulla riva con le ceste pronte. Quando dovevano riportarle a casa vuote, non avevano voglia di chiacchierare. Ma a volte le ceste non bastavano, e Alessi doveva correre a casa a prenderne altre. Allora il nonno si metteva le mani intorno alla bocca e chiamava:

— Mena! oh Mena!

La Mena sapeva che cosa voleva dire. E venivano tutti in processione: lei, la Lia, e anche la Nunziata con tutti i suoi piccoli dietro, come pulcini. Allora era una festa. Nessuno pensava più al freddo o alla pioggia. Davanti al fuoco chiacchieravano fino a tardi della grazia di Dio mandata da San Francesco. E parlavano di che cosa avrebbero fatto con i soldi.

Ma in quel gioco da disperati si rischiava la vita per qualche rotolo di pesce. Una volta i Malavoglia furono a un passo dal perderla tutti, per amore del guadagno, come Bastianazzo. Erano all’altezza di Agnone, verso sera. Il cielo era così scuro che non si vedeva più nemmeno l’Etna. Il vento soffiava a ondate, e sembrava che parlasse.

— Brutto tempo! — diceva padron ’Ntoni. — Oggi il vento gira peggio della testa di una ragazza capricciosa. E il mare ha la faccia di Piedipapera quando vuole farvi qualche brutto scherzo.

Il mare era del colore della sciara, anche se il sole non era ancora tramontato. Ogni tanto tutto intorno bolliva come una pentola.

— Adesso i gabbiani devono essere tutti a dormire, — osservò Alessi.

— A quest’ora dovrebbero aver acceso il faro di Catania, — disse ’Ntoni. — Ma non si vede niente.

— Tieni sempre il timone verso greco, Alessi, — ordinò il nonno. — Fra mezz’ora non si vedrà niente, peggio che dentro un forno.

— Con una brutta sera come questa, — disse ’Ntoni, — sarebbe meglio trovarsi all’osteria della Santuzza.

— O a dormire nel tuo letto, non è vero? — rispose il nonno. — Allora dovevi fare il segretario, come don Silvestro.

Il povero vecchio si era lamentato tutto il giorno per i suoi dolori.

— È il tempo che cambia! — diceva. — Io lo sento nelle ossa.

All’improvviso si fece così buio che non ci si vedeva più neanche per bestemmiare. Soltanto le onde brillavano quando passavano vicino alla Provvidenza. Sembrava che avessero gli occhi e volessero mangiarsela. Nessuno osava più dire una parola, in mezzo al mare che urlava fin dove c’era acqua.

— Ho un’idea, — disse a un tratto ’Ntoni. — Stasera dovremmo dare al diavolo il pesce che abbiamo preso.

— Taci! — gli disse il nonno.

La sua voce, in quel buio, li fece diventare tutti piccoli piccoli sulla panca.

Si sentiva il vento fischiare nella vela della Provvidenza. La fune suonava come una corda di chitarra. All’improvviso il vento si mise a fischiare come il treno quando esce dalla galleria, nella montagna sopra Trezza. Arrivò un’onda che nessuno aveva visto venire. La Provvidenza scricchiolò come un sacco di noci, e l’onda la buttò in aria.

— Giù la vela! giù la vela! — gridò padron ’Ntoni. — Taglia! taglia subito!

’Ntoni teneva il coltello fra i denti. Si era aggrappato all’antenna come un gatto. Stava in piedi sul bordo della barca, per fare da contrappeso. Così restava sospeso sopra il mare, che urlava sotto di lui e voleva mangiarselo.

— Tieniti forte! tieniti forte! — gli gridava il nonno.

Le onde facevano un rumore terribile e volevano strapparlo di lì. Buttavano in aria la Provvidenza e tutto il resto. Piegavano la barca tutta da una parte, e dentro avevano l’acqua fino alle ginocchia.

— Taglia! taglia! — ripeteva il nonno.

— Sacramento! — esclamò ’Ntoni. — Se taglio, come faremo dopo, quando avremo bisogno della vela?

— Non dire sacramento! Ora siamo nelle mani di Dio!

Alessi si era aggrappato al timone. Quando sentì quelle parole del nonno, cominciò a strillare:

— Mamma! mamma mia!

— Taci! — gli gridò il fratello, con il coltello fra i denti. — Taci, o ti do un calcio!

— Fatti il segno della croce, e taci! — ripeté il nonno.

E il ragazzo non osò più fiatare.

All’improvviso la vela cadde tutta in un pezzo, tanto era tesa. ’Ntoni la raccolse in un lampo e la legò stretta.

— Il mestiere lo sai come tuo padre, — gli disse il nonno. — Sei un Malavoglia anche tu.

La barca si raddrizzò e fece prima un gran salto. Poi continuò a fare capriole sulle onde.

— Dammi il timone. Ora ci vuole la mano ferma! — disse padron ’Ntoni.

Anche il ragazzo si era aggrappato al timone come un gatto. Ma arrivavano certe onde che sbattevano il petto di tutti e due contro la barra.

— Il remo! — gridò ’Ntoni. — Forza con il tuo remo, Alessi! A mangiare sei buono anche tu. Adesso i remi servono più del timone.

La barca scricchiolava sotto la forza di quelle braccia potenti. E anche Alessi, in piedi contro la pedagna, ci metteva l’anima sui remi, come poteva.

— Tieniti fermo! — gli gridò il nonno.

Nel fischio del vento si sentiva appena da una parte all’altra della barca.

— Tieniti fermo, Alessi!

— Sì, nonno, sì! — rispose il ragazzo.

— Hai paura? — gli disse ’Ntoni.

— No, — rispose il nonno per lui. — Soltanto raccomandiamoci a Dio.

— Santo diavolone! — esclamò ’Ntoni, senza fiato. — Qui ci vorrebbero braccia di ferro, come la macchina a vapore. Il mare ci vince.

Il nonno stette zitto, e tutti rimasero ad ascoltare la tempesta.

— La mamma adesso dev’essere sulla riva, a vedere se torniamo, — disse poi Alessi.

— Ora lascia stare la mamma, — disse il nonno. — È meglio non pensarci.

Passò ancora molto tempo. ’Ntoni aveva il fiato corto per la stanchezza.

— Adesso dove siamo? — domandò.

— Nelle mani di Dio, — rispose il nonno.

— Allora lasciatemi piangere! — esclamò Alessi, che non ce la faceva più.

E si mise a strillare e a chiamare la mamma ad alta voce, in mezzo al rumore del vento e del mare. Nessuno osò più sgridarlo.

Alla fine il fratello gli parlò con una voce cambiata. Non la riconosceva più neanche lui.

— Puoi gridare quanto vuoi, ma nessuno ti sente. È meglio che tu stia zitto. Sta’ zitto, perché adesso non è bene fare così, né per te né per gli altri.

— La vela! — ordinò padron ’Ntoni. — Il timone al vento, verso greco. E poi sia fatta la volontà di Dio.

Il vento lottava forte contro di loro. Ma in cinque minuti la vela fu aperta. La Provvidenza cominciò a saltare sulla cima delle onde, piegata da un lato come un uccello ferito. I Malavoglia stavano tutti da una parte, aggrappati al bordo. In quel momento nessuno fiatava. Quando il mare parla in quel modo, non si ha il coraggio di aprire bocca.

Padron ’Ntoni disse soltanto:

— A quest’ora, laggiù, dicono il rosario per noi.

E non dissero altro. Correvano con il vento e con le onde, nella notte che all’improvviso era diventata nera come la pece.

— Il fanale del molo! — gridò ’Ntoni. — Lo vedete?

— A destra! — gridò padron ’Ntoni. — A destra! Non è il fanale del molo. Andiamo sugli scogli. Tira! tira la vela!

— Non posso tirare! — rispose ’Ntoni. La tempesta e la fatica gli toglievano la voce. — La scotta è bagnata. Il coltello, Alessi, il coltello!

— Taglia, taglia, presto!

In quel momento si sentì un gran colpo. La Provvidenza si era piegata su un fianco. Poi si rialzò di scatto, come una molla, e per poco non li buttò tutti in mare. L’antenna cadde sulla barca insieme alla vela, rotta come un filo di paglia. Allora si sentì una voce che gridava: — Ahi! — come uno che stava per morire.

— Chi è? Chi è che grida? — domandava ’Ntoni.

Con i denti e con il coltello tagliava le corde della vela. La vela era caduta con l’antenna sulla barca e copriva tutto. A un tratto un colpo di vento la strappò via e se la portò, fischiando. Allora i due fratelli poterono liberare il pezzo rotto dell’antenna e buttarlo in mare. La barca si raddrizzò. Ma padron ’Ntoni non si alzò, e non rispondeva più a ’Ntoni che lo chiamava.

Quando il mare e il vento gridano insieme, niente fa più paura di una voce che chiama e non riceve risposta.

— Nonno, nonno! — gridava anche Alessi.

Non si sentiva più niente. Ai due fratelli si rizzarono i capelli in testa, come se fossero vivi. La notte era così nera che non si vedeva da una parte all’altra della Provvidenza. Alessi non piangeva più, per il terrore. Il nonno era disteso in fondo alla barca, con la testa rotta. Alla fine ’Ntoni lo trovò, cercando con le mani nel buio. Gli sembrò che fosse morto, perché non respirava e non si muoveva affatto. La barra del timone sbatteva di qua e di là, mentre la barca saltava in aria e poi sprofondava.

— Ah! San Francesco di Paola! Ah! San Francesco benedetto! — strillavano i due ragazzi. Ormai non sapevano più che cosa fare.

San Francesco, che è pieno di pietà, li sentì. Andava proprio nella tempesta ad aiutare i suoi devoti. E stese il suo mantello sotto la Provvidenza. La barca stava per spaccarsi come un guscio di noce sullo scoglio dei colombi, sotto la guardiola della dogana. Invece saltò sullo scoglio come un puledro, e cadde all’asciutto, con il naso in giù.

— Coraggio, coraggio! — gridavano le guardie dalla riva.

Correvano qua e là con le lanterne, a buttare delle corde.

— Siamo qui noi! Coraggio!

Finalmente una corda cadde di traverso sulla Provvidenza, che tremava come una foglia. Colpì ’Ntoni in faccia, peggio di una frustata. Ma in quel momento a lui sembrò meglio di una carezza.

— A me! a me! — gridò, e afferrò la fune.

La fune correva veloce e voleva scivolargli dalle mani. Anche Alessi si aggrappò con tutte le sue forze. Così riuscirono ad avvolgerla due o tre volte intorno alla barra del timone. E le guardie della dogana li tirarono a riva.

Padron ’Ntoni però non dava più segni di vita. Quando avvicinarono la lanterna, videro che aveva la faccia sporca di sangue. Tutti lo credettero morto, e i nipoti si strappavano i capelli. Ma dopo un paio d’ore arrivarono di corsa don Michele, Rocco Spatu, Vanni Pizzuto e tutti i fannulloni che erano all’osteria quando era arrivata la notizia. Con l’acqua fresca e con i massaggi gli fecero riaprire gli occhi. Il povero vecchio capì dove si trovava: ci voleva meno di un’ora per arrivare a Trezza. Allora disse di portarlo a casa sopra una scala.

Maruzza, la Mena e le vicine strillavano in piazza e si battevano il petto. Lo videro arrivare così, disteso sulla scala, con la faccia bianca come un morto.

— Niente! niente! — diceva don Michele, davanti a tutta la folla. — È una cosa da niente!

E corse dallo speziale a prendere l’aceto dei sette ladri. Don Franco venne di persona, e teneva la bottiglietta con tutte e due le mani. Arrivarono anche Piedipapera, comare Grazia, i Zuppiddi, padron Cipolla e tutto il vicinato, nella strada del Nero. In quei momenti ogni lite si dimentica. Era venuta anche la Locca. Lei andava sempre dove c’era folla, quando sentiva rumore in paese, di notte o di giorno. Sembrava che non chiudesse mai gli occhi, e aspettasse sempre il suo Menico. La gente si stringeva nella stradina davanti alla casa dei Malavoglia, come se ci fosse un morto. Alla fine la cugina Anna dovette chiudere la porta in faccia a tutti.

— Lasciatemi entrare! — gridava la Nunziata, e batteva i pugni sulla porta. Era corsa lì mezza svestita. — Lasciatemi vedere che cosa è successo a comare Maruzza!

— Allora era inutile mandarci a prendere la scala! — gridava il figlio della Locca. — Prima ci mandano, e dopo non ci lasciano entrare in casa a vedere!

La Zuppidda e la Mangiacarrubbe avevano dimenticato tutti gli insulti che si erano dette. Chiacchieravano davanti alla porta, con le mani sotto il grembiule.

— Quel mestiere è fatto così, e alla fine ci si lascia la pelle, — diceva la Zuppidda. — Una che marita la figlia con gente di mare, un giorno o l’altro se la vede tornare a casa vedova. E con gli orfani, per giunta!

Secondo la Zuppidda, se non ci fosse stato don Michele, quella notte dei Malavoglia non sarebbe rimasto niente, nemmeno il seme. Il meglio, diceva lei, era fare come quelli che non fanno niente e si guadagnano la giornata lo stesso. Come don Michele, per esempio. Lui era grasso e grosso più di un canonico, andava sempre vestito di panno buono, si mangiava mezzo paese, e tutti gli facevano i complimenti. Perfino lo speziale, che voleva mangiarsi il re, si toglieva il suo cappellaccio nero davanti a lui.

— Non è niente, — venne a dire don Franco. — Gli abbiamo fatto la fasciatura. Se non viene la febbre, passa tutto.

Anche Piedipapera volle andare a vedere, perché era di casa. Entrarono anche padron Fortunato e tutti quelli che riuscirono, a forza di gomitate.

— La faccia non mi piace per niente! — diceva padron Cipolla, scuotendo la testa. — Come vi sentite, compare ’Ntoni?

— Per questo padron Fortunato non ha voluto dare il figlio alla Sant’Agata, — diceva intanto la Zuppidda, che era rimasta fuori, sulla porta. — Ha il naso fine, quell’omaccio!

E la Vespa aggiungeva:

— «Chi ha roba in mare non ha nulla». Ci vuole la terra al sole, ci vuole!

— Che notte è stata per i Malavoglia! — esclamava comare Piedipapera.

— Avete visto che tutte le disgrazie in questa casa arrivano di notte? — osservò padron Cipolla. Usciva dalla casa con don Franco e compare Tino.

— E tutto per guadagnarsi un pezzo di pane, poveretti! — aggiungeva comare Grazia.

Per due o tre giorni padron ’Ntoni fu più di là che di qua. La febbre era venuta, come aveva detto lo speziale. Ma era venuta così forte che stava per portarsi via il malato. Il poveretto non si lamentava più, nel suo angolo, con la testa fasciata e la barba lunga. Aveva soltanto una gran sete. Quando la Mena o la Longa gli davano da bere, afferrava la brocca con le mani tremanti, come se volessero rubargliela.

Don Ciccio veniva la mattina. Medicava il ferito, gli sentiva il polso e voleva vedere la lingua. Poi se ne andava scuotendo la testa.

Una notte lasciarono perfino accesa la candela, perché don Ciccio aveva scosso la testa più forte. La Longa ci aveva messo accanto l’immagine della Madonna. Dicevano il rosario davanti al letto del malato. Lui ormai non respirava quasi più, e non voleva nemmeno l’acqua. Nessuno andò a dormire, e la Lia sbadigliava tanto che quasi si rompeva la bocca, per il gran sonno. In casa c’era un silenzio che sembrava portare sfortuna. I carri che passavano per la strada facevano ballare i bicchieri sulla tavola. E chi vegliava il malato faceva un salto per lo spavento. Così passò anche tutta la giornata. Le vicine stavano sulla porta, chiacchieravano a bassa voce e guardavano dentro, per vedere che cosa succedeva. Verso sera padron ’Ntoni volle vedere tutti i suoi, uno a uno, con gli occhi spenti. E domandava che cosa aveva detto il medico. ’Ntoni era accanto al letto e piangeva come un bambino. Quel giovane, infatti, aveva un cuore buono.

— Non piangere così! — gli diceva il nonno. — Non piangere. Ora sei tu il capo della casa. Pensa che hai tutti gli altri sulle spalle. E fa’ come ho fatto io.

Le donne, sentendolo parlare così, si misero a gridare con le mani nei capelli. Anche la piccola Lia. Le donne in quei momenti perdono la testa. Non si accorgevano che il poveretto si turbava a vederle disperarsi, come se stesse per morire. Ma lui continuava, con un filo di voce:

— Non fate tante spese quando non ci sarò più. Il Signore sa che non possiamo spendere. Si contenterà del rosario che diranno per me Maruzza e la Mena. Tu, Mena, fa’ sempre come ha fatto tua madre. È stata una santa donna, e di guai ne ha visti anche lei. E tieni tua sorella sotto le ali, come fa la chioccia con i pulcini. Finché vi aiuterete l’un l’altro, i guai vi sembreranno meno pesanti. Ora ’Ntoni è grande, e presto anche Alessi potrà aiutarvi.

— Non dite così! — lo pregavano le donne, singhiozzando. Sembrava che lui volesse andarsene di sua volontà. — Per carità, non dite così!

Lui scuoteva la testa tristemente e rispondeva:

— Adesso che vi ho detto quello che volevo dirvi, non m’importa. Io sono vecchio. Quando non c’è più olio, il lume si spegne. Ora giratemi dall’altra parte, perché sono stanco.

Più tardi chiamò di nuovo ’Ntoni, e gli disse:

— Non vendete la Provvidenza, anche se è vecchia. Se no sarete costretti ad andare a giornata. E non sapete com’è dura, quando padron Cipolla o lo zio Cola vi dicono: “Per lunedì non ho bisogno di nessuno”. E voglio dirti anche un’altra cosa, ’Ntoni. Quando avrete messo insieme qualche soldo, dovete maritare prima la Mena. Datele un uomo del mestiere di suo padre, e che sia un bravo ragazzo. E voglio dirti ancora questo. Quando avrete maritato anche la Lia, se riuscite a risparmiare, mettete i soldi da parte e ricomprate la casa del nespolo. Lo zio Crocifisso ve la venderà, se ci guadagna. È stata sempre dei Malavoglia. Da lì sono partiti vostro padre e la buon’anima di Luca.

— Sì! nonno! sì! — prometteva ’Ntoni piangendo.

Anche Alessi ascoltava, serio serio, come se fosse già un uomo.

Le donne credevano che il malato non sapesse più quello che diceva, a sentirlo parlare e parlare. Gli mettevano dei panni bagnati sulla fronte.

— No, — diceva padron ’Ntoni, — sono in me. Voglio finire di dirvi tutto quello che devo, prima di andarmene.

Intanto si cominciavano a sentire i pescatori che si chiamavano da una porta all’altra. E i carri ricominciavano a passare per la strada.

— Fra due ore sarà giorno, — disse padron ’Ntoni. — Allora potrete andare a chiamare don Giammaria.

Quei poveretti aspettavano il giorno come il Messia. Andavano ogni momento ad aprire un poco la finestra, per vedere se spuntava l’alba. Finalmente la stanzetta cominciò a diventare bianca. E padron ’Ntoni disse di nuovo:

— Ora chiamatemi il prete, perché voglio confessarmi.

Don Giammaria venne quando il sole era già alto. Le vicine sentirono il campanello nella stradina del Nero e corsero a vedere il viatico che andava dai Malavoglia. Entrarono tutte. Dove va il Signore, infatti, non si può chiudere la porta in faccia alla gente. Quei poveretti, con la casa piena, non osavano nemmeno piangere e disperarsi. Don Giammaria borbottava fra i denti. E mastro Cirino metteva il cero sotto il naso del malato, che era giallo e rigido come un altro cero.

— Sembra proprio il patriarca San Giuseppe, su quel letto e con quella barba lunga! Beato lui! — esclamava la Santuzza.

Lei lasciava i boccali e tutto il resto, e andava sempre dove sentiva che c’era il Signore.

— Come una cornacchia! — diceva lo speziale.

Don Ciccio arrivò quando c’era ancora il vicario con l’olio santo. Voleva quasi girare l’asinello e tornarsene indietro.

— Chi vi ha detto che c’era bisogno del prete? Chi è andato a chiamare il viatico? Questo dobbiamo dirvelo noi medici, quando è l’ora! E mi meraviglio del vicario, che è venuto senza la carta del medico. Ora volete saperlo? Non c’è bisogno del viatico. Sta meglio, vi dico!

— È il miracolo della Madonna Addolorata! — esclamava la Longa. — La Madonna ci ha fatto il miracolo, perché il Signore è venuto troppe volte in questa casa!

— Ah! Vergine benedetta! — esclamava la Mena, con le mani giunte. — Ah! Vergine santa, che ci avete fatto la grazia!

E tutti piangevano di consolazione. Sembrava che il malato potesse già tornare a imbarcarsi sulla Provvidenza.

Don Ciccio se ne andava brontolando:

— Così mi ringraziano! Se campano, la Madonna ha fatto la grazia! Se muoiono, sono io che li ammazzo!

Le comari aspettavano sulla porta per veder passare il morto. Pensavano che dovessero venire a prenderlo da un momento all’altro.

— Poveretto! — brontolavano anche loro.

— Quel vecchio ha la pelle dura, — diceva la Zuppidda. — Se non batte il naso per terra come i gatti, non muore. State attente a quello che vi dico oggi. Siamo qui da due giorni ad aspettare: muore, non muore? Io vi dico che ci seppellirà tutti.

Le comari fecero le corna.

— «Lontano sia, perché son figlia di Maria!»

E la Vespa baciava anche la medaglia che portava sull’abitino.

— «Sciatara e matara! Tuono dell’aria, e vino solforoso!»

— Voi almeno non avete figli da maritare, come ne ho io, — aggiunse la Zuppidda. — Io, se andassi sottoterra, farei un gran danno.

Le altre ridevano. La Vespa infatti aveva da maritare soltanto se stessa, e neanche ci riusciva.

— Quanto a questo, è padron ’Ntoni che fa più danno di tutti, — rispose la cugina Anna. — È la colonna della casa. Quel cetriolo di ’Ntoni ora non è più un ragazzo.

Ma tutte alzarono le spalle.

— Se muore il vecchio, vedrete come casca quella casa!

In quel momento arrivò la Nunziata, svelta svelta, con la brocca sulla testa.

— Largo! largo! Comare Maruzza aspetta l’acqua. E i miei ragazzi, se si mettono a giocare, mi lasciano la roba in mezzo alla strada.

La Lia si era messa sulla porta, tutta fiera, e diceva alle comari:

— Il nonno sta meglio. Don Ciccio ha detto che per adesso il nonno non muore.

Non le sembrava vero che tutte le comari la ascoltassero come una donna grande. Venne anche Alessi, e disse alla Nunziata:

— Ora che sei qui tu, faccio due salti e vado a vedere com’è la Provvidenza.

— Questo qui ha più giudizio del grande! — diceva la cugina Anna.

— A don Michele daranno la medaglia per aver buttato la corda alla Provvidenza, — diceva lo speziale. — E c’è anche la pensione. Così spendono i soldi del popolo!

Piedipapera invece difendeva don Michele. Diceva che se li era meritati, la medaglia e la pensione. Secondo lui, don Michele si era buttato in acqua fino a metà gamba, con tutti i suoi stivaloni, per salvare la vita ai Malavoglia. Tre persone, vi sembra poco? E, sempre a sentire Piedipapera, c’era mancato poco che ci lasciasse la pelle anche lui. Se ne parlava dappertutto. La domenica, quando don Michele si metteva l’uniforme nuova, le ragazze lo guardavano per vedere se aveva la medaglia.

— Barbara Zuppidda si è tolta dalla testa quel ragazzaccio di Malavoglia, — andava dicendo Piedipapera. — Ora non volterà più le spalle a don Michele. L’ho vista io, con il naso fra le persiane, quando lui passa per la strada.

E don Silvestro, sentendo questo, diceva a Vanni Pizzuto:

— Bel guadagno avete fatto a togliervi di torno ’Ntoni di padron ’Ntoni! Ora la Barbara ha messo gli occhi su don Michele!

— Se ce li ha messi, li toglierà, — rispose Pizzuto. — Sua madre non può vedere né sbirri, né mangiapane, né forestieri.

— Vedrete, vedrete. La Barbara ha ventitré anni. Se si mette in testa che, ad aspettare ancora, comincia a fare la muffa, il marito se lo prende, con le buone o con le cattive. Volete scommettere dodici tarì che si parlano dalla finestra?

E tirò fuori il pezzo nuovo da cinque lire.

— Io non voglio scommettere niente! — rispose Pizzuto, alzando le spalle. — A me non importa un corno.

Piedipapera e Rocco Spatu stavano ad ascoltare, e morivano dal ridere.

— Ve lo faccio gratis, — aggiunse don Silvestro, che era di buon umore.

Poi andò con gli altri a chiacchierare con lo zio Santoro, davanti all’osteria.

— Sentite, zio Santoro, volete guadagnarvi dodici tarì?

E tirò fuori la moneta nuova, anche se lo zio Santoro non ci vedeva.

— Mastro Vanni Pizzuto vuole scommettere dodici tarì che ora don Michele, il brigadiere, va a parlare con la Barbara Zuppidda, la sera. Volete guadagnarveli voi, quei dodici tarì?

— O anime sante del purgatorio! — esclamò lo zio Santoro, e baciò il rosario.

Era stato ad ascoltare tutto, molto attento, con gli occhi spenti. Ma era inquieto. Muoveva le labbra di qua e di là, come un cane da caccia muove le orecchie quando sente un passo.

— Sono amici, non abbiate paura, — aggiunse don Silvestro, ridendo.

Il cieco ascoltò ancora un po’.

— Sono compare Tino e Rocco Spatu, — disse.

Lui riconosceva tutti quelli che passavano dal rumore dei passi, con le scarpe o a piedi nudi. E diceva: — Voi siete compare Tino. — Oppure: — Voi siete compare Cinghialenta. — Stava sempre lì, a scherzare con questo e con quello, e così sapeva tutto quello che succedeva in paese. Allora, per guadagnarsi quei dodici tarì, chiamava i ragazzi che andavano a prendere il vino per la cena:

— Alessi! — oppure: — Nunziata! — oppure: — Lia!

E domandava: — Dove vai? Da dove vieni? Che hai fatto oggi? — Oppure: — Hai visto don Michele? Passa per la strada del Nero?

’Ntoni, poveretto, finché c’era stato bisogno, era corso di qua e di là senza fiato. Anche lui si era strappato i capelli. Adesso che il nonno stava meglio, girava per il paese con le mani sotto le ascelle. Aspettava di poter portare di nuovo la Provvidenza da mastro Zuppiddu, per farla aggiustare. Intanto andava all’osteria a fare quattro chiacchiere, perché non aveva un soldo in tasca. Raccontava a questo e a quello come avevano visto la morte con i propri occhi. Così passava il tempo, chiacchierando e sputando. Quando qualcuno gli pagava un bicchiere di vino, se la prendeva con don Michele. Diceva che gli aveva rubato la ragazza e che andava ogni sera a parlare con la Barbara. Secondo lui, li aveva visti lo zio Santoro, che aveva domandato alla Nunziata se don Michele passava per la strada del Nero.

— Ma sangue di Giuda! Non mi chiamo ’Ntoni Malavoglia, se non mi taglio questo corno! Sangue di Giuda!

La gente si divertiva a vederlo arrabbiarsi così, e per questo gli pagava da bere. La Santuzza sciacquava i bicchieri e si girava dall’altra parte, per non sentire le bestemmie e le parolacce. Ma quando sentiva parlare di don Michele, dimenticava anche questo e ascoltava con gli occhi spalancati. Era diventata curiosa anche lei, ed era tutta orecchi quando ne parlavano. Al fratellino della Nunziata, o ad Alessi, quando venivano a prendere il vino, regalava mele e mandorle verdi. Così sapeva chi si era visto nella strada del Nero. Don Michele giurava e spergiurava che non era vero. Spesso la sera, quando l’osteria era già chiusa, dietro la porta si sentiva un chiasso del diavolo.

— Bugiardo! — gridava la Santuzza. — Assassino! Ladro! Nemico di Dio!

Alla fine don Michele non si fece più vedere all’osteria. Mandava a prendere il vino e se lo beveva nella bottega di Pizzuto, da solo con il suo fiasco, per amore della pace.

Massaro Filippo avrebbe dovuto essere contento: così si era tolto di mezzo un altro cane da quell’osso che era la Santuzza. Invece lui metteva buone parole e cercava di farli fare pace, e nessuno ci capiva più niente. Ma era tempo perso.

— Non vedete che si tiene lontano e non si fa più vedere? — esclamava la Santuzza. — Questo è segno che la cosa è vera, com’è vero Dio! No! Non voglio sentirne più parlare, anche se dovessi chiudere l’osteria e mettermi a fare la calza!

Allora massaro Filippo diventava amaro dalla rabbia. Andava a pregare don Michele come si prega un santo, nel posto di guardia o nella bottega di Pizzuto. Gli chiedeva di finirla, quella lite con la Santuzza. Erano stati amici! E ora avrebbero fatto chiacchierare la gente! E lo abbracciava e lo tirava per la manica. Ma don Michele puntava i piedi per terra come un mulo, e diceva di no. Chi era presente si godeva la scena. E diceva che massaro Filippo faceva proprio una bella figura, com’è vero Dio!

— Massaro Filippo ha bisogno d’aiuto, — diceva Pizzuto. — Non lo vedete? Quella Santuzza si mangerebbe anche il Crocifisso!

Allora, un bel giorno, la Santuzza si mise la mantellina e andò a confessarsi. Era lunedì, e l’osteria era piena di gente. La Santuzza andava a confessarsi ogni domenica. Ci restava un’ora, con il naso contro la grata del confessionale, a sciacquarsi la coscienza. Le piaceva tenerla pulita più dei suoi bicchieri. Ma quella volta c’era anche donna Rosolina, inginocchiata ad aspettare. Donna Rosolina era gelosa di suo fratello il vicario, e si confessava spesso anche lei, per tenerlo d’occhio. Rimase a bocca aperta: la Santuzza aveva tanta roba sullo stomaco! E vide che suo fratello si soffiò il naso più di cinque volte.

— Che cosa aveva oggi la Santuzza, che non finiva più? — domandò perciò a don Giammaria, quando furono a tavola.

— Niente, niente, — rispondeva il fratello, e allungava la mano verso il piatto.

Ma lei conosceva il suo punto debole. Lasciava il coperchio sulla zuppiera e lo tormentava con mille domande. Alla fine il poveretto dovette dire che c’era il sigillo della confessione. E per tutto il pranzo tenne il naso nel piatto. Inghiottiva i maccheroni come se non mangiasse da due giorni, e gli andarono di traverso. Borbottava fra sé, perché non lo lasciavano mai in pace. Dopo pranzo prese il cappello e il mantello, e andò a far visita alla Zuppidda.

— Ci dev’essere sotto qualcosa! — borbottava intanto donna Rosolina. — Ci dev’essere qualche sporcizia fra suor Mariangela e la Zuppidda, sotto il sigillo della confessione.

E si mise alla finestra per vedere quanto tempo restava suo fratello in casa di comare Venera.

La Zuppidda andò su tutte le furie, quando sentì il messaggio che suor Mariangela le mandava per mezzo di don Giammaria. Uscì sul ballatoio e si mise a gridare. Gridava che lei non voleva la roba degli altri, e che la Santuzza aprisse bene le orecchie! Se vedeva passare don Michele per la sua strada, voleva cavargli gli occhi con la conocchia che teneva in mano. E non le importava niente della pistola che lui portava sulla pancia. Lei non aveva paura né delle pistole né di nessuno! E sua figlia non l’avrebbe data a uno che mangiava il pane del re e faceva lo sbirro. Per giunta lui era in peccato mortale con la Santuzza. Gliel’aveva detto don Giammaria, sotto il sigillo della confessione. Ma lei, gridava, il sigillo della confessione se lo metteva sotto le ciabatte, quando c’era di mezzo la sua Barbara! E disse tanti e tanti insulti che la Longa e la cugina Anna dovettero chiudere la porta, perché le ragazze non sentissero.

Mastro Cola, il marito, per non restare indietro, strillava anche lui:

— Se mi toccano la coda, mi fanno fare qualche pazzia, benedetto Dio! Io non ho paura di don Michele, né di massaro Filippo, né di tutta la banda della Santuzza!

— State zitto! — lo interrompeva comare Venera. — Non avete sentito che massaro Filippo con la Santuzza non c’entra più?

Gli altri invece continuavano a dire che la Santuzza aveva massaro Filippo per farsi aiutare a dire le preghiere. Lo aveva visto Piedipapera, dicevano.

— Bravo! Anche massaro Filippo ha bisogno d’aiuto! — ripeteva Pizzuto. — Non l’avete visto? È venuto a pregare e strapregare don Michele perché lo aiutasse!

Nella spezieria don Franco chiamava la gente apposta, per fare chiasso su quella storia.

— Ve l’avevo detto, non è vero? Sono tutti così, questi bigotti! Con il diavolo sotto le gonne! Bel lavoro, eh! Due alla volta, per fare il paio! Ora danno la medaglia a don Michele. La appenderanno insieme a quella di Figlia di Maria della Santuzza!

E allungava la testa fuori dalla porta, per vedere se sua moglie era alla finestra di sopra.

— Eh! La chiesa e la caserma! Il trono e l’altare! Sempre la stessa storia, ve lo dico io!

Lui non aveva paura né della sciabola né dell’aspersorio. E di don Michele se ne infischiava, tanto che parlava male di lui. Però lo faceva solo quando la Signora non era alla finestra e non poteva sentire quello che si diceva nella spezieria. Donna Rosolina, intanto, diede una bella sgridata a suo fratello, appena seppe che si era messo in quel pasticcio. Diceva che quelli con la sciabola bisogna tenerseli amici.

— Amici un corno! — rispondeva don Giammaria. — Con quelli che ci hanno tolto il pane di bocca? Io ho fatto il mio dovere. Io non ho bisogno di loro! Sono loro, piuttosto, che hanno bisogno di noi.

— Almeno dovreste dire che vi ha mandato la Santuzza, sotto il sigillo della confessione, — insisteva donna Rosolina. — Così non vi fate nemici voi.

Però lei stessa, con aria misteriosa, ripeteva che era una cosa sotto il sigillo della confessione. Lo diceva a tutte le comari e ai vicini che le giravano intorno per sapere come si era scoperto quell’imbroglio.

Piedipapera aveva sentito dire a don Silvestro che voleva far cadere la Barbara da sola, come una pera matura. Da allora andava sussurrando:

— Questa è tutta una manovra di don Silvestro, che vuole far cadere la Zuppidda da sola.

Lo disse tante volte che arrivò all’orecchio di donna Rosolina. Lei in quel momento cuoceva la conserva di pomodoro, con le maniche rimboccate. E davanti alla gente difendeva don Michele con tutte le sue forze. Voleva che si sapesse che lei e suo fratello non gli volevano male, anche se lui era uno del governo. Diceva che l’uomo è cacciatore. Era la Zuppidda che doveva fare attenzione a sua figlia. E se don Michele aveva altri intrighi, erano affari suoi e della sua coscienza.

— Questa è opera di don Silvestro, che vuole la Zuppidda. Ha scommesso dodici tarì che la farà cascare da sola.

Venne a dirglielo la Vespa, mentre aiutava donna Rosolina a fare la conserva. La Vespa veniva lì per pregare don Giammaria di mettere un po’ di scrupoli in testa a quel furfante dello zio Crocifisso. Lo zio aveva la testa più dura di un mulo.

— Non lo vede che ha già i piedi nella fossa? — diceva lei. — Vuole portarsi anche questo peso sulla coscienza?

Ma quando sentì la storia di don Silvestro, donna Rosolina cambiò tono all’improvviso. Si mise a predicare con il mestolo in aria, rossa come la conserva di pomodoro. Se la prendeva con gli uomini che fanno la corte alle ragazze da marito. E con quelle pettegole che stanno alla finestra per acchiapparli. Si sapeva già, diceva lei, che civetta era la Barbara. Ma era strano che ci cascasse anche uno come don Silvestro. Lui sembrava un uomo serio, e nessuno si sarebbe aspettato da lui un tradimento così. Invece, secondo donna Rosolina, andava a cercarsi guai con la Zuppidda e con don Michele. E intanto aveva la fortuna in mano e se la lasciava scappare.

— Oggi, per conoscere un uomo bisogna mangiare sette salme di sale, — diceva.

Però don Silvestro si faceva vedere a braccetto con don Michele. E nessuno osava dire in faccia a loro quello che si diceva in giro. Ora donna Rosolina gli sbatteva la finestra sul naso, quando il segretario guardava in su dalla porta dello speziale. Non girava neanche la testa quando metteva al sole la conserva, sul terrazzino. Poi una volta volle andare a confessarsi ad Aci Castello. Diceva di avere un peccato che non poteva confessare a suo fratello. E fece tanto che incontrò "per caso" don Silvestro, proprio mentre lui tornava dalla vigna.

Si fermò a riprendere fiato, perché era tutta rossa e accaldata.

— Oh! Beato chi vi vede! — cominciò a dirgli. — Avete tante cose per la testa che non vi ricordate più dei vecchi amici.

— Io non ho niente per la testa, donna Rosolina.

— A me hanno detto che ce l’avete. Ma è una bestialità, che vi farebbe venire la testa grossa davvero.

— Chi ve l’ha detto?

— Lo dice tutto il paese.

— Lasciatelo dire. E poi, volete saperlo? Io faccio quello che piace a me. E se avrò la testa pesante, ci penserò io.

— Buon pro vi faccia, — rispose donna Rosolina, con la faccia rossa. — Vuol dire che cominciate ad averla già adesso, se mi rispondete così. Non me l’aspettavo. Vi avevo sempre creduto un uomo di giudizio. Scusate se mi sono sbagliata. Vuol dire che «acqua passata non macina più», e «buon tempo e mal tempo non dura tutto il tempo». Pensateci: il proverbio dice «Chi cambia la vecchia per la nuova, peggio trova». E dice anche: «chi piglia bellezze piglia corna». Godetevi la Zuppidda in santa pace, perché a me non importa niente. E per tutto l’oro del mondo non vorrei che si dicesse di me quello che si dice della vostra Zuppidda.

— State tranquilla, donna Rosolina. Ormai di voi non si può dire più niente.

— Almeno non si dice che mi mangio mezzo paese! Avete capito, don Silvestro?

— Lasciateli dire, donna Rosolina. «Chi ha bocca mangia, e chi non mangia se ne muore».

— E non si dice di me quello che si dice di voi, che siete un truffatore! — continuò donna Rosolina, verde come l’aglio. — Mi avete capito, don Silvestro? Non di tutti si può dire la stessa cosa! E quando non vi servono più, ridatemi quelle venticinque onze che vi ho prestato. Io i soldi non li rubo, come certa gente.

— Non vi preoccupate, donna Rosolina. Io non ho detto che le avete rubate, le vostre venticinque onze. E non andrò a dirlo a vostro fratello don Giammaria. A me non importa sapere se gliele avete rubate sulla spesa o no. So soltanto che non ve le devo io. Mi avevate detto di farle fruttare, per farvi la dote, se qualcuno vi avesse voluta. E io le avevo messe in una Banca per voi, ma sotto il mio nome. Così vostro fratello non l’avrebbe scoperto. Altrimenti vi avrebbe domandato da dove venivano quei soldi. Ora la Banca è fallita. Che colpa ne ho io?

— Imbroglione! — gli sputava in faccia donna Rosolina, con la schiuma alla bocca. — Truffatore! Io non vi avevo dato quei soldi per metterli in una Banca che falliva! Ve li avevo dati perché li custodiste come se fossero roba vostra!...

— E infatti ho fatto come se fossero roba mia! — rispondeva il segretario, con la faccia tosta.

Donna Rosolina gli girò le spalle, per non scoppiare dalla rabbia. Se ne tornò a Trezza nell’ora più calda, sudata come una spugna, con lo scialle sulla schiena. Don Silvestro rimase lì fermo, davanti al muro dell’orto di massaro Filippo, e rideva sotto i baffi. Aspettò che lei girasse l’angolo. Poi alzò le spalle e borbottò fra sé:

— A me non importa niente di quello che dicono.

E aveva ragione di non preoccuparsi di quello che dicevano. In paese dicevano che, se don Silvestro si era messo in testa di far cascare la Barbara da sola, lei ci sarebbe cascata. Tanto era furbo e imbroglione! Però tutti si toglievano il berretto davanti a lui. E gli amici gli facevano un cenno con la testa, ridendo sotto i baffi, quando andava a chiacchierare nella spezieria.

— Siete un bel prepotente! — gli diceva don Franco, e gli batteva la mano sulla spalla. — Un vero signore feudale! Siete l’uomo del destino. Siete stato mandato sulla terra per dimostrare, chiaro come quattro più quattro fa otto, che la vecchia società va lavata come il bucato.

E quando veniva ’Ntoni a prendere la medicina per il nonno, gli diceva:

— Tu sei il popolo. Finché sarai paziente come l’asino, ti toccheranno le bastonate.

La Signora faceva la calza dietro il banco. Per cambiare discorso, domandava:

— Come sta ora il nonno?

’Ntoni non osava aprire bocca davanti alla Signora. Se ne andava brontolando, con il bicchiere in mano.

Il nonno ora stava meglio. Lo mettevano sulla porta, al sole, avvolto nel tabarro, con il fazzoletto in testa. Sembrava un morto risuscitato, e la gente andava a vederlo per curiosità. Il poveretto salutava questo e quello con la testa, come un pappagallo. E sorrideva, tutto contento di trovarsi lì, nel suo cappotto, accanto alla porta. Accanto a lui Maruzza filava. Nelle stanze si sentiva il telaio della Mena, e le galline cercavano da mangiare nella strada. Ora che non aveva altro da fare, aveva imparato a conoscere le galline una per una. Stava a guardare quello che facevano. E passava il tempo ad ascoltare le voci dei vicini.

— Questa è comare Venera che strapazza suo marito, — diceva. — Questa è la cugina Anna che torna dal lavatoio.

Poi guardava l’ombra delle case che si allungava. Quando sulla porta non c’era più sole, lo mettevano contro il muro di fronte. Somigliava al cane di mastro Turi, che cercava il sole per sdraiarsi.

Alla fine cominciò a reggersi sulle gambe. Lo portarono sulla riva, tenendolo sotto le ascelle. Gli piaceva dormire un po’, seduto sui sassi, davanti alle barche. Diceva che l’odore dell’acqua salata gli faceva bene allo stomaco. Si divertiva a guardare le barche e a sentire com’era andata la giornata per questo e per quello. I compari, mentre facevano i loro lavori, gli regalavano qualche parola. E per consolarlo gli dicevano:

— Vuol dire che c’è ancora olio nella lucerna, eh, padron ’Ntoni!

La sera tutti i suoi erano in casa, con la porta chiusa, e la Longa cominciava il rosario. Allora il nonno se li godeva, vicini a lui. Li guardava in faccia uno a uno. Guardava i muri della casa, il cassettone con la statuetta del Buon Pastore, e il tavolino con il lume sopra. E ripeteva sempre:

— Non mi sembra vero di essere ancora qui, con voi.

La Longa diceva che lo spavento le aveva rimescolato il sangue e la testa. Ora le sembrava di non avere più davanti agli occhi quei due poveretti che erano morti. Fino a quel giorno le erano rimasti come due spine nel petto. Per questo era andata a confessarsene con don Giammaria. Ma il confessore le aveva dato l’assoluzione. Con i disgraziati succede così: una spina caccia via l’altra. Il Signore non vuole piantarcele tutte in una volta, perché si morirebbe di dolore. Le erano morti il figlio e il marito, e l’avevano cacciata dalla casa. Ma adesso era contenta, perché era riuscita a pagare il medico e lo speziale. Non doveva più niente a nessuno.

A poco a poco il nonno arrivò a dire:

— Datemi qualcosa da fare. Io non so stare così, senza fare niente.

Aggiustava le reti e intrecciava le nasse. Poi cominciò ad andare con il bastoncino fino al cortile di mastro Turi, a vedere la Provvidenza. E stava lì a godersi il sole. Alla fine tornò a imbarcarsi con i ragazzi.

— Proprio come i gatti! — diceva la Zuppidda. — Se non battono il naso per terra, sono sempre vivi!

La Longa aveva anche messo sulla porta un piccolo banco. Vendeva arance, noci, uova sode e olive nere.

— State a vedere che a poco a poco venderanno anche il vino! — diceva la Santuzza. — Io ne sono contenta, perché è gente con il timore di Dio!

E padron Cipolla alzava le spalle, quando passava per la strada del Nero davanti alla casa dei Malavoglia. Volevano fare i commercianti, adesso!

Il negozio andava bene, perché le uova erano sempre fresche. Ora che ’Ntoni frequentava l’osteria, la Santuzza mandava a prendere le olive da comare Maruzza, quando c’erano bevitori che non avevano sete. Così, soldo dopo soldo, avevano pagato mastro Turi Zuppiddu. Avevano aggiustato di nuovo la Provvidenza, che adesso sembrava davvero una vecchia ciabatta. Eppure si metteva da parte qualche lira. Avevano comprato anche una buona scorta di barilotti e il sale per le acciughe, se San Francesco mandava la provvidenza. Avevano comprato la vela nuova per la barca, e avevano messo un po’ di soldi nel canterano.

— Facciamo come le formiche, — diceva padron ’Ntoni.

Ogni giorno contava i soldi. E andava a passeggiare davanti alla casa del nespolo, con le mani dietro la schiena, guardando in alto. La porta era chiusa. I passeri cinguettavano sul tetto, e la vite dondolava piano piano sulla finestra. Il vecchio si arrampicava sul muro dell’orto. Lì avevano seminato delle cipolle, che sembravano un mare di pennacchi bianchi. Poi correva dietro allo zio Crocifisso, e gli diceva cento volte:

— Sapete, zio Crocifisso, se riusciamo a mettere insieme i soldi della casa, dovete venderla a noi. È stata sempre dei Malavoglia. «Ad ogni uccello il suo nido è bello», e io voglio morire dove sono nato. «Beato chi muore nel proprio letto».

Lo zio Crocifisso brontolava di sì, per non impegnarsi. Intanto alla casa faceva mettere una tegola nuova, o un po’ di calce sul muro del cortile, per far salire il prezzo.

Lo zio Crocifisso lo tranquillizzava così:

— Non vi preoccupate, non vi preoccupate. La casa è là, non scappa. Basta tenerci gli occhi sopra. Ognuno tiene gli occhi su quello che gli sta a cuore.

E una volta aggiunse:

— Non la maritate più, la vostra Mena?

— La mariterò quando vorrà Dio! — rispose padron ’Ntoni. — Io la mariterei anche domani.

— Se fossi in voi, le darei Alfio Mosca. È un bravo ragazzo, onesto e lavoratore. Cerca moglie di qua e di là, e non ha altri difetti. Ora dicono che tornerà in paese. Sembra fatto apposta per vostra nipote.

— Ma non dicevano che voleva prendersi vostra nipote, la Vespa?

— Anche voi! Anche voi! — cominciò a gridare Campana di legno. — Chi lo dice? Sono tutte chiacchiere! Vuole mangiarle la chiusa, a mia nipote, ecco che cosa vuole! Bella cosa, eh? Che direste voi, se la vostra casa la vendessi a un altro?

Piedipapera era sempre in piazza. Appena c’erano due persone che parlavano, cercava di guadagnarsi la senseria. Così si mise in mezzo anche lui.

— La Vespa ora ha per le mani Brasi Cipolla, dopo che è andato all’aria il matrimonio con la Sant’Agata. Li ho visti con questi occhi. Andavano insieme per il sentiero del torrente. Io ero andato lì a cercare due sassi lisci per l’abbeveratoio, che perde l’acqua. E lei faceva la smorfiosa, la civetta! Si teneva le punte del fazzoletto sulla bocca, e gli diceva: “Per questa medaglia benedetta che ho qui, non è vero niente. Puah! Mi fate venire la nausea, quando mi parlate di quel vecchio rimbambito di mio zio!” Parlava di voi, zio Crocifisso. E gli lasciava toccare la medaglia. Lo sapete dove la tiene?

Campana di legno faceva il sordo, e muoveva la testa come Tartaglia. Piedipapera continuava:

— E Brasi le disse: “Allora che facciamo?” “Io non lo so che cosa volete fare,” rispondeva la Vespa. “Ma se è vero che mi volete bene, non mi lascerete in questo stato. Quando non vi vedo, mi sembra di avere il cuore diviso in due, come due spicchi d’arancia. E se vi maritano con un’altra, vi giuro per questa medaglia benedetta che ho qui, sentite, che vedrete qualcosa di grosso in paese. Mi butterò in mare vestita come sono.” Brasi si grattava la testa e diceva: “Per me, io vi voglio. Ma poi mio padre che farà?” “Andiamocene via dal paese,” diceva lei, “come se fossimo marito e moglie. Quando la frittata sarà fatta, vostro padre dovrà dire di sì per forza. Tanto non ha altri figli, e non sa a chi lasciare la roba.”

— Che gente, eh! — cominciò a strillare lo zio Crocifisso. Si era dimenticato di essere sordo. — Quella strega ha il diavolo che la punge sotto la gonna! E dire che portano la medaglia della Madonna sul petto! Bisognerà dirlo a padron Fortunato, bisognerà! Siamo galantuomini o no? Se padron Fortunato non sta attento, quella strega di mia nipote gli ruberà il figlio, poveretto!

E correva per la strada come un pazzo.

— Mi raccomando, non dite che li ho visti io! — gridava Piedipapera, correndogli dietro. — Non voglio finire in bocca a quella vipera di vostra nipote.

In un momento lo zio Crocifisso mise sottosopra tutto il paese. Voleva mandare perfino le guardie e don Michele a sorvegliare la Vespa. Lei, dopo tutto, era sua nipote, e doveva pensarci lui. E don Michele era pagato per questo, per proteggere gli interessi dei galantuomini. La gente si divertiva a vedere anche padron Cipolla correre di qua e di là, con la lingua fuori. Ed era contenta che quel grosso stupido di suo figlio Brasi fosse finito nelle mani della Vespa. Prima, dicevano, per lui non era buona neanche la figlia di Vittorio Emanuele. Infatti aveva lasciato la ragazza dei Malavoglia senza neanche salutarla!

La Mena però non si era messa il fazzoletto nero, quando Brasi l’aveva lasciata. Anzi, ora tornava a cantare mentre stava al telaio, o mentre aiutava a salare le acciughe, nelle belle sere d’estate. Stavolta San Francesco aveva mandato davvero la provvidenza. C’era stato un passaggio di acciughe come non se n’erano mai visti. Era una ricchezza per tutto il paese. Le barche tornavano cariche, e gli uomini cantavano e agitavano i berretti da lontano. Così facevano segno alle donne, che aspettavano con i bambini in braccio.

I commercianti venivano in folla dalla città, a piedi, a cavallo, sui carri. Piedipapera non aveva neanche il tempo di grattarsi la testa. Verso l’avemaria sulla riva c’era una vera fiera, con grida e chiasso di ogni genere. Nel cortile dei Malavoglia il lume restava acceso fino a mezzanotte, e sembrava una festa. Le ragazze cantavano. Venivano ad aiutare anche le vicine, le figlie della cugina Anna e la Nunziata, perché c’era da guadagnare per tutti. Lungo il muro c’erano già quattro file di barilotti pronti, con i sassi sopra.

’Ntoni stava seduto sui sassi, per fare peso anche lui, con le mani sotto le ascelle.

— Adesso vorrei che ci fosse qui la Zuppidda! — esclamava. — Adesso vedrebbe che anche noi abbiamo le nostre cose. E ce ne infischiamo di don Michele e di don Silvestro!

I commercianti correvano dietro a padron ’Ntoni con i soldi in mano. Piedipapera lo tirava per la manica.

— Questo è il momento di approfittarne, — gli diceva.

Ma padron ’Ntoni non cedeva.

— Ne parleremo a Ognissanti. Allora le acciughe avranno il loro prezzo. No, non voglio anticipi, non voglio legarmi le mani! Lo so io come vanno le cose.

E batteva i pugni sui barili, e diceva ai nipoti:

— Qui c’è la vostra casa e la dote della Mena. «La casa ti abbraccia e ti bacia». San Francesco mi ha fatto la grazia di lasciarmi chiudere gli occhi contento.

Intanto avevano fatto tutte le provviste per l’inverno: il grano, le fave, l’olio. E avevano dato un anticipo a massaro Filippo per quel po’ di vino della domenica.

Ora erano tranquilli. Suocero e nuora contavano di nuovo i soldi nella calza, e i barilotti in fila nel cortile. E facevano i loro calcoli, per vedere quanto mancava ancora per la casa. La Maruzza conosceva quei soldi uno per uno. C’erano quelli delle arance e delle uova. C’erano quelli che Alessi aveva portato dalla ferrovia, e quelli che la Mena aveva guadagnato con il telaio.

— Ce n’è di tutti, — diceva.

— Non ve l’avevo detto che per menare il remo bisogna che le cinque dita della mano si aiutino l’una con l’altra? — rispondeva padron ’Ntoni. — Ormai ne mancano pochi.

E allora il vecchio e la Longa si mettevano in un angolo a parlare piano. Guardavano Sant’Agata. Lei se lo meritava, poveretta, che parlassero di lei, «perché non aveva né bocca né volontà». Lei pensava a lavorare, e cantava fra sé, come gli uccelli nel nido prima dell’alba. Soltanto la sera, quando sentiva passare i carri, pensava al carro di compare Alfio Mosca. Chissà dove andava, quel carro, per il mondo. E allora smetteva di cantare.

In tutto il paese si vedeva solo gente con le reti in spalla. Le donne stavano sedute sulla soglia a pestare i mattoni. Davanti a ogni porta c’era una fila di barilotti. Chi passava per la strada si godeva quell’odore! Già un miglio prima di arrivare in paese si sentiva che San Francesco aveva mandato la provvidenza. Non si parlava d’altro che di sardine e di salamoia. Se ne parlava perfino nella spezieria, dove sistemavano il mondo a modo loro. Don Franco voleva insegnare un modo nuovo di salare le acciughe, che aveva letto nei libri. La gente gli rideva in faccia, e lui si metteva a gridare:

— Bestie che siete! E volete il progresso! E volete la repubblica!

La gente gli girava le spalle e lo lasciava lì a strillare come un pazzo. Da che mondo è mondo, le acciughe si sono fatte con il sale e con i mattoni pestati.

— Il solito discorso! “Così faceva mio nonno!” — continuava a gridare lo speziale, dietro di loro. — Siete asini, e vi manca solo la coda! Con gente come questa, che cosa volete fare? Si contentano di mastro Croce Giufà, perché il sindaco l’ha fatto sempre lui. E sarebbero capaci di dirci che non vogliono la repubblica perché non l’hanno mai vista!

Poi ripeteva questi discorsi a don Silvestro. Parlava di un certo ragionamento che avevano fatto a quattr’occhi. Veramente don Silvestro non aveva aperto bocca. Però era stato zitto ad ascoltare. Si sapeva poi che don Silvestro aveva litigato con la Betta di mastro Croce. La Betta voleva fare lei il sindaco. E suo padre si era lasciato mettere la gonna al collo: oggi diceva bianco e domani nero, come voleva la Betta. Lui sapeva dire soltanto:

— Il sindaco sono io, caspita!

Così gli aveva insegnato a dire sua figlia. Lei parlava con don Silvestro con i pugni sui fianchi, e gli diceva in faccia:

— Credete che vi lasceranno sempre menare per il naso quel brav’uomo di mio padre? Per fare i vostri affari e mangiare per due? Perfino donna Rosolina va dicendo che vi mangiate tutto il paese! Ma me non mi mangerete, no! Io non ho la smania di maritarmi, e penso agli interessi di mio padre.

Don Franco predicava che senza uomini nuovi non si faceva niente. Era inutile andare a cercare i pezzi grossi. Per esempio padron Cipolla, che vi diceva che, grazie a Dio, aveva le sue cose. E non aveva bisogno di fare il servitore del pubblico per niente. Oppure massaro Filippo, che pensava soltanto ai suoi campi e alle sue vigne. Lui aveva ascoltato solo quando si era parlato di togliere la tassa sul mosto.

— Gente vecchia! — concludeva don Franco, con la barba in aria. — Gente buona per il tempo della camarilla. Oggi ci vogliono uomini nuovi.

— Adesso li faremo fare apposta dal fornaciaio, — rispondeva don Giammaria.

— Se le cose andassero come dovrebbero, si nuoterebbe nell’oro! — diceva don Silvestro. E non diceva altro.

— Sapete che cosa ci vorrebbe? — suggeriva lo speziale sottovoce, e dava un’occhiata nel retrobottega. — Ci vorrebbe gente come noi!

Dopo aver soffiato quel segreto nelle loro orecchie, correva in punta di piedi a piantarsi sulla porta. Stava lì con la barba in aria e le mani dietro la schiena, e si dondolava sulle sue gambe corte.

— Bella gente sarebbe! — borbottava don Giammaria. — A Favignana, o nelle altre prigioni, ne trovate quanti ne volete, senza andare dal fornaciaio. Andate a dirlo a compare Tino Piedipapera, o a quell’ubriacone di Rocco Spatu. Loro sì che hanno le idee del vostro tempo! Io so soltanto che mi hanno rubato venticinque onze in casa mia, e in galera a Favignana non c’è andato nessuno! Questi sono i tempi nuovi e gli uomini nuovi!

In quel momento entrò nella bottega la Signora, con la calza in mano. Lo speziale mandò giù in fretta quello che stava per dire. Continuò a borbottare nella barba, e faceva finta di guardare la gente che andava alla fontana. Alla fine don Silvestro vide che nessuno fiatava più. Allora disse chiaro e tondo che, di uomini nuovi, c’erano soltanto ’Ntoni di padron ’Ntoni e Brasi Cipolla. Lui, infatti, non si sentiva in imbarazzo davanti alla moglie dello speziale.

— Tu non t’immischiare, — sgridò allora la Signora suo marito. — Questi sono affari che non ti riguardano.

— Io non sto parlando, — rispose don Franco, lisciandosi la barba.

Ora il vicario si sentiva più forte. La moglie di don Franco era lì, e lui poteva tirare sassi stando al sicuro, dietro il muro. Così si divertiva a far arrabbiare lo speziale.

— Belli, quei vostri uomini nuovi! Sapete che cosa fa Brasi Cipolla, adesso che suo padre lo cerca per tirargli le orecchie, a causa della Vespa? Corre a nascondersi di qua e di là, come un ragazzaccio. Stanotte ha dormito nella sagrestia. E ieri mia sorella ha dovuto mandargli un piatto di maccheroni nel pollaio, dove si era nascosto. Quel bietolone non mangiava da ventiquattro ore, ed era tutto pieno di pidocchi delle galline! E ’Ntoni Malavoglia! Un altro bell’uomo nuovo! Suo nonno e tutti gli altri sudano e si affannano per rimettersi in piedi. E lui, appena può scappare con una scusa, va a girare per il paese e davanti all’osteria, proprio come Rocco Spatu.

Quella piccola assemblea si sciolse come tutte le altre volte, senza concludere niente. Ognuno restava della sua idea. E questa volta c’era anche la Signora, e don Franco non poteva sfogarsi come voleva.

Don Silvestro rideva come una gallina. Appena finì la conversazione, se ne andò anche lui, con le mani dietro la schiena e la testa piena di pensieri.

— Non vedi che don Silvestro ha più giudizio di te? — diceva la Signora a suo marito, mentre lui chiudeva la bottega. — Quello è un uomo che ha stomaco. Se ha qualcosa da dire, se la tiene dentro e non parla più. Tutto il paese sa che ha truffato le venticinque onze a donna Rosolina. Ma nessuno va a dirglielo in faccia, a un uomo come quello! Tu invece sarai sempre uno sciocco, che non sa fare i fatti suoi. Uno di quegli stupidi che abbaiano alla luna! Un chiacchierone!

— Ma insomma, che cosa ha detto? — piagnucolava lo speziale.

La seguiva su per la scala, con il lume in mano. Lo sapeva lei, che cosa aveva detto don Silvestro? Davanti a lei don Franco non osava dire le sue sciocchezze senza capo né coda. Lei sapeva soltanto che don Giammaria se n’era andato per la piazza facendosi il segno della croce. E borbottava:

— Bella razza di uomini nuovi, come quel ’Ntoni Malavoglia, che va in giro per il paese a quest’ora!

### Glossario

- **mangiarsi i gomiti**: pentirsi molto, essere pieni di rabbia per un’occasione persa.
- **sugheri**: pezzi di sughero leggero che galleggiano e tengono su le reti.
- **pedagna**: asse in fondo alla barca dove si appoggiano i piedi per remare.
- **antenna**: lunga asta di legno che tiene la vela.
- **greco**: vento e direzione di nord-est.
- **scotta**: corda che serve a tirare e a regolare la vela.
- **aceto dei sette ladri**: aceto con erbe dall’odore forte, usato per far tornare in sé chi è svenuto.
- **viatico**: la comunione che il prete porta a chi sta per morire.
- **«Sciatara e matara!»**: parole magiche contro la sfortuna, senza un vero significato.
- **fare la muffa**: restare troppo a lungo senza marito, diventare vecchia.
- **«Il buon pilota si conosce alle burrasche»**: nei momenti difficili si vede chi vale.
- **«Carcere, malattie e necessità, si conosce l’amistà»**: gli amici veri si vedono nei guai.
- **«Acqua di cielo, e sardelle alle reti!»**: con la pioggia le sardine vengono nelle reti.
- **barilotti**: piccoli barili di legno per le acciughe salate.
- **guardiola**: piccola casetta dove stanno le guardie.
- **puledro**: cavallo giovane.
- **canonico**: prete importante di una grande chiesa.
- **patriarca**: padre antico e santo, capo di una grande famiglia.
- **cornacchia**: uccello nero, che secondo la gente porta sfortuna.
- **tagliarsi il corno**: vendicarsi di chi ti ha portato via la ragazza.
- **sigillo della confessione**: il segreto che il prete non può mai rivelare su quello che ha sentito in confessione.
- **conocchia**: bastone su cui si mette la lana o la canapa per filare.
- **aspersorio**: oggetto con cui il prete spruzza l’acqua santa; qui vuol dire la Chiesa.
- **far cadere come una pera matura**: aspettare che una ragazza ceda da sola, senza fatica.
- **Tartaglia**: personaggio comico del teatro che balbetta e muove sempre la testa.
- **senseria**: il compenso del sensale, cioè di chi fa da mediatore negli affari.
- **camarilla**: il gruppo di persone potenti intorno al re di una volta.
- **fornaciaio**: chi fa i mattoni nella fornace.
- **lucerna**: piccola lampada a olio.
- **giurare e spergiurare**: giurare molte volte, con forza.
- **mantellina**: piccolo mantello da donna, che copre le spalle.
- **zuppiera**: grande piatto fondo, con il coperchio, per portare la minestra in tavola.
- **ballatoio**: piccolo balcone o passaggio davanti alla porta, in alto, fuori dalla casa.
- **sbirro**: modo offensivo per dire poliziotto.
- **tarì**: vecchia moneta siciliana d’argento, di poco valore.
- **mangiare sette salme di sale**: per conoscere bene una persona bisogna passare moltissimo tempo con lei.
- **onza**: vecchia moneta siciliana d’oro, di grande valore.
- **tabarro**: mantello pesante e largo, da uomo.
- **nasse**: cesti di vimini per prendere i pesci.
- **canterano**: vecchio mobile con i cassetti.
- **pennacchi**: ciuffi di piume; qui i fiori bianchi delle cipolle.
- **abbeveratoio**: vasca dove bevono gli animali.
- **bietolone**: uomo grande e stupido.
- **non avere né bocca né volontà**: non chiedere mai niente e fare quello che vogliono gli altri.
- **salamoia**: acqua molto salata per conservare il pesce.

## Capitolo XI

Una volta ’Ntoni Malavoglia, mentre girava per il paese, vide due giovanotti. Qualche anno prima si erano imbarcati a Riposto, a cercare fortuna. Ora tornavano da Trieste, o da Alessandria d’Egitto, insomma da lontano. All’osteria spendevano e spandevano più di compare Naso o di padron Cipolla. Si sedevano a cavalcioni sul tavolo e dicevano barzellette alle ragazze. In ogni tasca del giubbone avevano fazzoletti di seta. Per loro il paese era tutto in agitazione.

La sera ’Ntoni tornava a casa e trovava soltanto le donne. Cambiavano la salamoia nei barilotti e chiacchieravano in gruppo con le vicine, sedute sui sassi. Intanto passavano il tempo a raccontare storie e indovinelli, buoni per i ragazzi. I ragazzi ascoltavano con gli occhi spalancati, mezzi addormentati. Anche padron ’Ntoni ascoltava, e intanto controllava la salamoia che colava. Faceva di sì con la testa a chi raccontava le storie più belle. E ai ragazzi che spiegavano gli indovinelli con giudizio, come i grandi.

— La storia bella, — disse allora ’Ntoni, — è quella dei forestieri che sono arrivati oggi. Hanno certi fazzoletti di seta che non sembrano veri. E i soldi non li guardano neanche, quando li tirano fuori dal taschino. Hanno visto mezzo mondo, dicono. Trezza e Aci Castello messe insieme, al confronto, non sono niente. Questo l’ho visto anch’io. Laggiù la gente passa il tempo a divertirsi tutto il giorno, invece di salare le acciughe. E le donne, vestite di seta e piene di anelli più della Madonna dell’Ognina, vanno in giro per le strade a rubarsi i bei marinai.

Le ragazze spalancavano gli occhi. Anche padron ’Ntoni stava attento, come quando i ragazzi spiegavano gli indovinelli. Alessi vuotava piano piano i barilotti e li passava alla Nunziata.

— Io, — disse Alessi, — quando sarò grande, se mi sposo, voglio sposare te.

— C’è ancora tempo, — rispose la Nunziata, seria seria.

— Devono essere città grandi come Catania. Uno che non è abituato si perde per le strade. E gli manca il fiato, a camminare sempre fra due file di case, senza vedere né il mare né la campagna.

— C’è stato anche il nonno di Cipolla, — aggiunse padron ’Ntoni. — Ed è in quei paesi che si è fatto ricco. Ma non è più tornato a Trezza. Ha mandato soltanto i soldi ai figli.

— Poveretto! — disse Maruzza.

— Vediamo se indovinate quest’altro, — disse la Nunziata. — Due lucenti, due pungenti, quattro zoccoli e una scopa.

— Il bue! — rispose subito la Lia.

— Questo lo sapevi già! Ci sei arrivata subito! — esclamò il fratello.

— Vorrei andarci anch’io, come padron Cipolla, a farmi ricco! — aggiunse ’Ntoni.

— Lascia stare, lascia stare! — gli disse il nonno, contento dei barilotti che vedeva nel cortile. — Adesso abbiamo le acciughe da salare.

Ma la Longa guardò il figlio con il cuore stretto, e non disse niente. Ogni volta che si parlava di partire, le tornavano davanti agli occhi quelli che non erano più tornati.

E poi aggiunse:

— «Né testa, né coda, ch’è meglio ventura».

Le file dei barilotti si allungavano sempre lungo il muro. Padron ’Ntoni ne metteva uno al suo posto, con i sassi sopra, e diceva:

— E un altro! A Ognissanti questi sono tutti soldi.

Allora ’Ntoni rideva. Sembrava padron Fortunato quando gli parlavano della roba degli altri.

— Gran soldi! — borbottava.

E tornava a pensare a quei due forestieri. Andavano di qua e di là, si sdraiavano sulle panche dell’osteria e facevano suonare i soldi nelle tasche. Sua madre lo guardava come se gli leggesse nella testa. E le barzellette che dicevano nel cortile non la facevano ridere.

— Chi si mangerà queste sardine, — cominciava la cugina Anna, — deve essere il figlio di un re con la corona. Sarà bello come il sole. Camminerà un anno, un mese e un giorno con il suo cavallo bianco. Alla fine arriverà a una fontana incantata di latte e di miele. Scenderà da cavallo per bere, e lì troverà il ditale di mia figlia Mara. Ce l’avranno portato le fate, dopo che Mara l’avrà fatto cadere nella fontana, mentre riempiva la brocca. Il figlio del re berrà nel ditale di Mara, e si innamorerà di lei. Camminerà ancora un anno, un mese e un giorno, finché arriverà a Trezza. Il cavallo bianco lo porterà davanti al lavatoio, dove mia figlia Mara starà stendendo il bucato. E il figlio del re la sposerà, e le metterà l’anello al dito. Poi la farà salire in groppa al cavallo bianco, e se la porterà nel suo regno.

Alessi ascoltava a bocca aperta. Sembrava che vedesse il figlio del re sul cavallo bianco, con la Mara della cugina Anna in groppa.

— E dove se la porterà? — domandò poi la Lia.

— Lontano lontano, nel suo paese, di là dal mare. Da dove non si torna più.

— Come compar Alfio Mosca, — disse la Nunziata. — Io non vorrei andarci, con il figlio del re, se non dovessi più tornare.

— Vostra figlia non ha un soldo di dote, — rispose ’Ntoni. — Perciò il figlio del re non verrà a sposarla. Le gireranno le spalle, come succede alla gente quando non ha più niente.

— Per questo mia figlia sta lavorando qui adesso, dopo essere stata tutto il giorno al lavatoio. Si sta facendo la dote. Non è vero, Mara? Almeno, se non viene il figlio del re, verrà qualcun altro. Lo so anch’io che il mondo va così, e non abbiamo il diritto di lamentarci. E voi, perché non vi siete innamorato di mia figlia? Invece vi siete innamorato della Barbara, che è gialla come lo zafferano. Perché la Zuppidda aveva le sue cose, non è vero? E quando la disgrazia vi ha fatto perdere le vostre, è naturale che la Barbara vi abbia lasciato.

— Voi vi adattate a tutto, — rispose ’Ntoni, imbronciato. — Hanno ragione a chiamarvi Cuor contento.

— E se non fossi Cuor contento, cambierebbero le cose? Quando uno non ha niente, la cosa migliore è andarsene, come ha fatto compare Alfio Mosca.

— Proprio quello che dico io! — esclamò ’Ntoni.

— La cosa peggiore, — disse infine la Mena, — è lasciare il proprio paese, dove perfino i sassi vi conoscono. Dev’essere una cosa da spezzare il cuore, lasciarseli dietro per la strada. «Beato quell’uccello, che fa il nido al suo paesello».

— Brava, Sant’Agata! — concluse il nonno. — Questo si chiama parlare con giudizio.

— Sì! — brontolò ’Ntoni. — Intanto, quando avremo sudato e faticato per farci il nido, ci mancherà il becchime. E quando riusciremo a riprenderci la casa del nespolo, dovremo continuare a consumarci la vita dal lunedì al sabato. E saremo sempre da capo!

— E tu non vorresti più lavorare? Che cosa vorresti fare? L’avvocato?

— Io non voglio fare l’avvocato! — brontolò ’Ntoni. E se ne andò a letto di cattivo umore.

Ma da allora pensava soltanto alla vita che facevano gli altri, senza pensieri e senza fatica. La sera non voleva sentire quelle chiacchiere senza sugo. Allora si metteva sulla porta, con le spalle al muro, a guardare la gente che passava. E masticava la sua cattiva sorte. Almeno così si riposava per il giorno dopo, quando ricominciava a fare le stesse cose. Era proprio come l’asino di compare Mosca. Quando vedeva prendere il basto, l’asino gonfiava la schiena e aspettava che glielo mettessero!

— Carne d’asino! — borbottava ’Ntoni. — Ecco che cosa siamo! Carne da lavoro!

Si vedeva chiaro che era stanco di quella vita misera. Voleva andarsene a fare fortuna, come gli altri. Sua madre, poveretta, gli accarezzava le spalle. Lo accarezzava anche con la voce, con gli occhi pieni di lacrime. Lo guardava fisso, per leggergli dentro e toccargli il cuore. Ma lui diceva di no. Diceva che partire sarebbe stato meglio per lui e per loro. E quando sarebbe tornato, sarebbero stati tutti allegri. La povera donna non chiudeva occhio tutta la notte, e bagnava di lacrime il cuscino. Alla fine il nonno se ne accorse. Chiamò il nipote fuori di casa, accanto alla cappelletta, per domandargli che cosa aveva.

— Su, che c’è di nuovo? Dillo a tuo nonno, dillo!

’Ntoni alzava le spalle. Ma il vecchio continuava a fare di sì con la testa. Sputava e si grattava la testa, cercando le parole.

— Sì, sì, qualcosa ce l’hai in testa, ragazzo mio! Qualcosa che prima non c’era. «Chi va coi zoppi, all’anno zoppica».

— C’è che sono un povero diavolo! Ecco che cosa c’è!

— Be’! Che novità! E non lo sapevi? Sei quello che è stato tuo padre, e quello che è stato tuo nonno! «Più ricco è in terra chi meno desidera». «Meglio contentarsi che lamentarsi».

— Bella consolazione!

Questa volta il vecchio trovò subito le parole, perché aveva il cuore sulle labbra.

— Almeno non dirlo davanti a tua madre.

— Mia madre... Era meglio che non mi avesse fatto nascere, mia madre!

— Sì, — diceva padron ’Ntoni con la testa, — sì! Era meglio che non ti avesse fatto nascere, se oggi dovevi parlare così.

Per un po’ ’Ntoni non seppe che cosa dire.

— Ebbene! — esclamò poi. — Lo faccio per lei, per voi, per tutti. Voglio farla ricca, mia madre! Ecco che cosa voglio. Adesso facciamo fatica per la casa e per la dote della Mena. Poi crescerà la Lia. E appena le annate saranno scarse, saremo di nuovo nella miseria. Non voglio più fare questa vita. Voglio cambiare stato, io e tutti voi. Voglio che diventiamo ricchi: la mamma, voi, la Mena, Alessi, tutti.

Padron ’Ntoni spalancò gli occhi. Masticava quelle parole come per riuscire a mandarle giù.

— Ricchi! — diceva. — Ricchi! E che cosa faremo quando saremo ricchi?

’Ntoni si grattò la testa, e si mise a cercare anche lui che cosa avrebbero fatto.

— Faremo quello che fanno gli altri... Non faremo niente, ecco! Andremo a stare in città, a non fare niente, e a mangiare pasta e carne tutti i giorni.

— Va’, va’ a starci tu in città. Io voglio morire dove sono nato.

Pensava alla casa dove era nato, e che non era più sua. E lasciò cadere la testa sul petto.

— Tu sei un ragazzo, e non lo sai!... Non lo sai!... Vedrai che cos’è quando non potrai più dormire nel tuo letto. E il sole non entrerà più dalla tua finestra!... Lo vedrai! Te lo dico io, che sono vecchio!

Il poveretto tossiva come se soffocasse, con la schiena curva. E scuoteva tristemente la testa.

— «Ad ogni uccello, suo nido è bello». Vedi quei passeri? Li vedi? Hanno fatto il nido sempre là. Torneranno a farlo lì, e non vogliono andarsene.

— Io non sono un passero. Io non sono una bestia come loro! — rispondeva ’Ntoni. — Non voglio vivere come un cane alla catena, come l’asino di compare Alfio. O come il mulo della noria, che gira sempre la ruota. Non voglio morire di fame in un angolo, o finire in bocca ai pescecani.

— Ringrazia Dio, piuttosto, che ti ha fatto nascere qui. E guardati dall’andare a morire lontano dai sassi che ti conoscono. «Chi cambia la vecchia per la nuova, peggio trova». Tu hai paura del lavoro, hai paura della povertà. Io invece non ho più né le tue braccia né la tua salute, eppure non ho paura, vedi! «Il buon pilota si prova alle burrasche». Tu hai paura di dover guadagnare il pane che mangi, ecco che cos’hai! Quando la buon’anima di tuo nonno mi lasciò la Provvidenza e cinque bocche da sfamare, io ero più giovane di te. E non avevo paura. Ho fatto il mio dovere senza brontolare. E lo faccio ancora. E prego Dio di aiutarmi a farlo sempre, finché avrò gli occhi aperti. Come l’ha fatto tuo padre, e tuo fratello Luca, benedetto! Lui non ha avuto paura di andare a fare il suo dovere. Anche tua madre ha fatto il suo dovere, povera donna, chiusa fra quelle quattro mura. E tu non sai quante lacrime ha pianto. E quante ne piange ora che vuoi andartene! La mattina tua sorella trova il lenzuolo tutto bagnato! Eppure lei sta zitta, e non dice le cose che vengono in mente a te. Ha lavorato, e si è data da fare come una povera formica anche lei. Non ha fatto altro, tutta la sua vita, prima che le toccasse di piangere tanto. Fin da quando ti allattava, e quando non sapevi ancora abbottonarti i calzoni. Allora non ti era venuta la voglia di muovere le gambe e di andartene per il mondo come uno zingaro.

Alla fine ’Ntoni si mise a piangere come un bambino. In fondo quel ragazzo aveva il cuore buono come il pane. Ma il giorno dopo ricominciò da capo. La mattina si lasciava caricare degli attrezzi, di malavoglia, e andava al mare brontolando:

— Proprio come l’asino di compare Alfio! Appena fa giorno, allungo il collo per vedere se vengono a mettermi il basto.

Dopo aver buttato le reti, lasciava Alessi a remare piano piano, perché la barca non si spostasse. Lui si metteva le mani sotto le ascelle e guardava lontano, dove finiva il mare. Laggiù c’erano quelle grandi città, dove la gente non faceva altro che divertirsi e stare senza far niente. Oppure pensava a quei due marinai che erano tornati da lì. Ormai erano ripartiti da un pezzo. Ma a lui sembrava che non facessero altro che girare per il mondo, da un’osteria all’altra, a spendere i soldi che avevano in tasca. La sera i suoi sistemavano la barca e gli attrezzi. Poi, per non vedere la sua faccia lunga, lo lasciavano andare in giro come un cane randagio, senza un soldo in tasca.

— Che cos’hai, ’Ntoni? — gli diceva la Longa.

Lo guardava timidamente in faccia, con gli occhi lucidi di lacrime. La poveretta indovinava che cosa aveva.

— Dillo a me, che sono tua madre!

Lui non rispondeva. Oppure rispondeva che non aveva niente. Alla fine le disse che cosa aveva. Il nonno e tutti gli altri volevano la sua pelle, e lui non ne poteva più. Voleva andare a cercare fortuna, come tutti gli altri.

Sua madre lo ascoltava e non aveva il coraggio di aprire bocca, con gli occhi pieni di lacrime. Quello che diceva le faceva troppa pena. Lui piangeva, batteva i piedi e si strappava i capelli. La poveretta avrebbe voluto parlare. Avrebbe voluto buttargli le braccia al collo e piangere anche lei, per non lasciarlo scappare. Ma quando voleva dire qualcosa, le labbra le tremavano e non riusciva a dire una parola.

— Senti, — disse alla fine. — Tu te ne andrai, se vuoi andartene. Ma non mi troverai più. Ora mi sento vecchia e stanca. E mi sembra che non potrei sopportare quest’altro dolore.

’Ntoni cercava di tranquillizzarla. Diceva che sarebbe tornato presto, pieno di soldi, e sarebbero stati tutti allegri. Maruzza scuoteva tristemente la testa e lo guardava sempre negli occhi. E diceva di no, di no, che lui non l’avrebbe trovata più.

— Mi sento vecchia! — ripeteva. — Mi sento vecchia! Guardami in faccia! Ora non ho più la forza di piangere tanto, come quando mi hanno portato la notizia di tuo padre e di tuo fratello. Se vado al lavatoio, la sera torno a casa così stanca che non ne posso più. E prima non era così. No, figlio mio, non sono più quella di prima! Allora, quando è successo a tuo padre e a tuo fratello, ero più giovane e forte. Anche il cuore si stanca, vedi. E se ne va a pezzo a pezzo, come le cose vecchie si rompono nel bucato. Ora mi manca il coraggio, e ogni cosa mi fa paura. Mi sembra di bermi il cuore, come quando l’onda ti passa sopra la testa, in mare. Tu vattene, se vuoi. Ma prima lasciami chiudere gli occhi.

Aveva il viso tutto bagnato, ma non si accorgeva di piangere. Le sembrava di avere davanti agli occhi suo figlio Luca e suo marito, quando erano partiti e non si erano più visti.

— Così non ti vedrò più! — gli diceva. — Ora la casa si svuota a poco a poco. E quando se ne andrà anche quel povero vecchio di tuo nonno, in mano a chi resteranno questi poveri orfani? Ah! Maria Addolorata!

Lo teneva abbracciato, con la testa sul petto, come se il suo ragazzo volesse scapparle subito. E gli toccava le spalle e la faccia con le mani tremanti. Allora ’Ntoni non ne poté più. Si mise a baciarla e a parlarle bocca a bocca.

— No! No! Non partirò, se voi non volete! Guardate! Non mi dite così, non mi dite così! Va bene, continuerò a fare come l’asino di compare Mosca. Quando non ce la farà più a tirare il carretto, lo butteranno a morire in un fosso. Siete contenta, adesso? Ma non piangete più così! Lo vedete il nonno, come ha faticato tutta la vita? E ora che è vecchio fatica ancora, come se fosse il primo giorno, per tirarsi fuori dal fango! Ecco qual è il nostro destino!

— E tu credi che gli altri non abbiano guai? «Ogni buco ha il suo chiodo, chi l’ha vecchio e chi l’ha nuovo!» Guarda padron Cipolla, che corre dietro al suo Brasi. Ha paura che butti nel grembiule della Vespa tutto il ben di Dio che lui ha guadagnato sudando tutta la vita! E massaro Filippo, così ricco com’è, guarda il cielo e recita avemarie per la sua vigna, a ogni nuvola che passa! E lo zio Crocifisso si toglie il pane di bocca per mettere da parte i soldi, e litiga sempre con questo e con quello! E tu credi che quei due marinai forestieri non abbiano i loro guai? Chissà se troveranno ancora le loro mamme, quando torneranno a casa?... E noi, se riusciamo a ricomprare la casa del nespolo, che cosa ci mancherà? Avremo il grano nel graticcio e le fave per l’inverno, e avremo maritato la Mena. Quando io sarò sottoterra, e anche quel povero vecchio sarà morto, e Alessi potrà guadagnarsi il pane, allora vattene dove vuoi. Ma allora non te ne andrai più, te lo dico io! Capirai quello che avevamo tutti qui, dentro il petto. Ti vedevamo ostinato a voler lasciare la tua casa, eppure continuavamo a fare le solite cose, senza dirti niente! Allora non avrai il cuore di lasciare il paese dove sei nato e cresciuto. Qui i tuoi morti saranno sepolti sotto quel marmo, davanti all’altare dell’Addolorata. Ormai è diventato liscio, perché tanta gente ci si è inginocchiata sopra, la domenica.

Da quel giorno ’Ntoni non parlò più di diventare ricco, e rinunciò a partire. Sua madre lo proteggeva con gli occhi, quando lo vedeva un po’ triste, seduto sulla soglia. E la povera donna era davvero pallida, stanca e consumata. Quando non aveva niente da fare, si sedeva anche lei, con le mani in mano. Aveva la schiena già curva come quella del suocero, e stringeva il cuore vederla. Ma non sapeva che doveva partire anche lei, quando meno se l’aspettava. Doveva fare un viaggio dove si riposa per sempre, sotto il marmo liscio della chiesa. E doveva lasciarli tutti per strada, quelli a cui voleva bene. Erano così attaccati al suo cuore che glielo strappavano a pezzetti, ora l’uno ora l’altro.

A Catania c’era il colèra. Chi poteva scappava di qua e di là, nei villaggi e nelle campagne vicine. Così a Trezza e a Ognina era arrivata la provvidenza, con tutti quei forestieri che spendevano. Ma i commercianti storcevano la bocca, se si parlava di vendere una dozzina di barilotti di acciughe. Dicevano che i soldi erano spariti, per la paura del colèra.

— Ma la gente non mangia più acciughe? — diceva loro Piedipapera.

Ma a padron ’Ntoni e a chi aveva da vendere diceva il contrario, per concludere l’affare. Diceva che con il colèra la gente non voleva rovinarsi lo stomaco con le acciughe e con altre porcherie. Piuttosto mangiava pasta e carne. Perciò bisognava chiudere gli occhi ed essere generosi sul prezzo. Questa cosa i Malavoglia non l’avevano messa nel conto! Allora, per non andare indietro come i gamberi, la Longa portava le uova e il pane fresco qua e là, nelle villette dei forestieri. Lo faceva mentre gli uomini erano in mare, e così guadagnava qualche soldo. Ma bisognava stare molto attenti ai cattivi incontri. Non bisognava accettare neanche una presa di tabacco da chi non si conosceva! Per la strada bisognava camminare proprio nel mezzo, lontano dai muri. Vicino ai muri si rischiava di prendere mille porcherie. E non bisognava sedersi sui sassi o sui muretti.

Una volta la Longa tornava da Aci Castello, con il paniere al braccio. Si sentì così stanca che le gambe le tremavano e sembravano di piombo. All’entrata del paese, accanto alla cappelletta, c’è un caprifico. Alla sua ombra ci sono quattro pietre lisce in fila. La Longa non resistette alla tentazione di riposarsi lì due minuti. E non se ne accorse, ma ci pensò dopo: pochi momenti prima ci si era seduto uno sconosciuto. Sembrava stanco anche lui, poveretto. E sui sassi aveva lasciato delle gocce di una certa sporcizia, che sembrava olio. Insomma, ci cascò anche lei. Prese il colèra e tornò a casa sfinita. Era gialla come un ex voto della Madonna, con le occhiaie nere. La Mena era sola in casa, e si mise a piangere appena la vide. La Lia corse a raccogliere l’erba santa e le foglie di malva. La Mena tremava come una foglia, mentre preparava il letto. Eppure la malata, seduta sulla sedia, stanca morta, con il viso giallo e le occhiaie nere, continuava a dirle:

— Non è niente, non vi spaventate. Quando mi sarò messa a letto, passerà tutto.

E cercava di aiutare anche lei. Ma ogni momento le mancavano le forze, e tornava a sedersi.

— Vergine santa! — balbettava la Mena. — Vergine santa! E gli uomini sono in mare!

La Lia scoppiò a piangere.

Padron ’Ntoni tornava a casa con i nipoti. Vide la porta socchiusa e la luce che passava dalle imposte, e si mise le mani nei capelli. Maruzza era già a letto. Aveva certi occhi che, visti così nel buio, a quell’ora, sembravano vuoti, come se la morte li avesse succhiati. E aveva le labbra nere come il carbone.

In quel tempo, dopo il tramonto, non giravano né il medico né lo speziale. Anche le vicine sbarravano le porte, per paura del colèra. E incollavano immagini di santi su tutte le fessure. Perciò comare Maruzza non poté avere altro aiuto che quello dei suoi. Quei poveretti correvano per la casa come pazzi, a vederla andarsene così, in quel lettino. Non sapevano che cosa fare, e sbattevano la testa contro i muri. Allora la Longa capì che non c’era più speranza. Volle che le mettessero sul petto quel pezzetto di cotone con l’olio santo, che aveva comprato a Pasqua. E disse di lasciare accesa la candela, come quando padron ’Ntoni stava per morire. Voleva vederli tutti davanti al letto, e guardarli bene uno per uno, con quegli occhi spalancati che ormai non ci vedevano più.

La Lia piangeva da spezzare il cuore. Tutti gli altri erano bianchi come uno straccio. Si guardavano in faccia, come per chiedersi aiuto l’un l’altro. E si stringevano il petto, per non scoppiare a piangere davanti alla morente. Lei però se ne accorgeva bene, anche se non ci vedeva più. E le dispiaceva andarsene e lasciare quei poveretti così disperati. Li chiamava per nome, uno per uno, con la voce rauca. Voleva alzare la mano per benedirli, ma non riusciva più a muoverla. Era come se sapesse di lasciare loro un tesoro.

— ’Ntoni! — ripeteva, con una voce che ormai non si sentiva più. — ’Ntoni! A te che sei il maggiore raccomando questi orfanelli!

Sentendola parlare così, quando era ancora viva, tutti gli altri non riuscirono più a trattenersi. E scoppiarono a piangere e a singhiozzare.

Così passarono tutta la notte davanti al lettino, dove Maruzza non si muoveva più. Alla fine la candela cominciò a consumarsi, e si spense anche lei. E l’alba entrò dalla finestra, pallida come la morta. La morta aveva il viso consumato e affilato come un coltello, e le labbra nere. Ma la Mena non si stancava di baciarla sulla bocca e di parlarle, come se potesse sentirla. ’Ntoni si batteva il petto, singhiozzando:

— O mamma! Ve ne siete andata prima di me! E io volevo lasciarvi!

Alessi non dimenticò mai più la sua mamma, con quei capelli bianchi e quel viso giallo e affilato come un coltello. Se la vedeva davanti agli occhi anche quando ebbe i capelli bianchi anche lui.

Più tardi vennero a prendere la Longa, in gran fretta. Nessuno pensò a fare la visita per la morta, perché ognuno pensava alla propria pelle. Perfino don Giammaria rimase sulla soglia, quando spruzzò l’acqua santa con l’aspersorio. E teneva la tonaca di San Francesco raccolta e sollevata.

— Da vero frate egoista qual è! — predicava lo speziale.

Lui invece, diceva, avrebbe aperto la spezieria anche di notte, se gli avessero portato la ricetta del medico per qualche medicina. Lui non aveva paura del colèra. E diceva anche che era una sciocchezza credere che il colèra lo buttassero per le strade e dietro le porte.

— È segno che è lui che sparge il colèra! — andava sussurrando don Giammaria.

Per questo in paese volevano fargli la festa, allo speziale. Ma lui si metteva a ridere come una gallina, proprio come faceva don Silvestro, e diceva:

— Io, che sono repubblicano! Se fossi un impiegato, o uno di quelli che fanno i servi del governo, non direi!...

Ma i Malavoglia rimasero soli, davanti a quel lettino vuoto.

Per molto tempo non aprirono più la porta, dopo che la Longa era uscita di lì. Per fortuna avevano in casa le fave, la legna e l’olio. Padron ’Ntoni, infatti, aveva fatto come la formica nel tempo buono. Altrimenti sarebbero morti di fame, e nessuno andava a vedere se erano morti o vivi. Poi, a poco a poco, cominciarono a mettersi il fazzoletto nero al collo e a uscire in strada. Uscivano come le lumache dopo il temporale, con la faccia pallida e ancora storditi. Le comari, da lontano, domandavano come era successa la disgrazia. Comare Maruzza, infatti, era stata una delle prime. E quando passava don Michele, o qualcun altro di quelli che mangiavano il pane del re e portavano il berretto con il gallone, la gente lo guardava con gli occhi lucidi. E correva a chiudersi in casa. Il paese era tristissimo e vuoto. Per le strade non si vedevano neanche le galline. Perfino mastro Cirino non si faceva più vedere. Non suonava più il mezzogiorno e l’avemaria. Anche lui mangiava il pane del comune, per quei dodici tarì al mese che gli davano come bidello comunale. E aveva paura che gli facessero la festa, come servo del governo.

Adesso don Michele era il padrone della strada. Pizzuto, don Silvestro e tutti gli altri erano andati a nascondersi come conigli. C’era soltanto lui a passeggiare davanti alla porta chiusa della Zuppidda. Peccato che lo vedessero soltanto i Malavoglia. Loro ormai non avevano più niente da perdere. Perciò stavano seduti sulla soglia, immobili, con il mento in mano, a guardare chi passava. Don Michele, per non sprecare la sua passeggiata, guardava la Sant’Agata, ora che tutte le altre porte erano chiuse. E lo faceva anche per far vedere a quel ragazzaccio di ’Ntoni che lui non aveva paura di nessuno al mondo. E poi la Mena, così pallida, sembrava davvero Sant’Agata. E la sorellina, con quel fazzoletto nero, cominciava a diventare una bella ragazzina anche lei.

Alla povera Mena sembrava che all’improvviso le fossero caduti vent’anni sulle spalle. Adesso faceva con la Lia come la Longa aveva fatto con lei. Sentiva di doverla tenere sotto le ali, come una chioccia. E sentiva di avere tutta la casa sulle spalle. Si era abituata a restare sola con la sorellina, quando gli uomini andavano in mare. E a vedere sempre davanti agli occhi quel lettino vuoto. Quando non aveva niente da fare, si sedeva con le mani in mano e guardava quel lettino vuoto. Allora sentiva che la mamma l’aveva lasciata davvero. Per la strada qualcuno diceva: — È morta la tale. È morta la tal altra. — E lei pensava: — Così hanno sentito dire anche: “È morta la Longa!” — La Longa l’aveva lasciata sola con quella povera orfanella, che aveva il fazzoletto nero come lei.

La Nunziata o la cugina Anna venivano ogni tanto, con il passo leggero e la faccia lunga, senza dire niente. Si mettevano sulla porta a guardare la strada deserta, con le mani sotto il grembiule. Quelli che tornavano dal mare camminavano in fretta, con le reti in spalla, guardandosi intorno. E i carri non si fermavano neanche all’osteria.

Chissà dove andava il carro di compar Alfio? E se in quel momento moriva di colèra, buttato dietro una siepe, quel poveretto che non aveva nessuno al mondo? Qualche volta passava anche Piedipapera, con una faccia da affamato, guardandosi intorno. Oppure lo zio Crocifisso, che aveva la sua roba sparsa di qua e di là. Andava a sentire il polso ai suoi debitori: se morivano, gli rubavano il debito. Anche il viatico passava in fretta, nelle mani di don Giammaria, con la sottana tirata su. Un ragazzo scalzo suonava il campanello, perché mastro Cirino non si vedeva più. Quel campanello stringeva il cuore, nelle strade deserte dove non passava neanche un cane. Perfino don Franco teneva chiusa metà della sua porta.

L’unica persona che si vedeva andare di qua e di là, giorno e notte, era la Locca. Aveva i capelli bianchi e spettinati. Si sedeva davanti alla casa del nespolo, o aspettava le barche sulla riva. Nemmeno il colèra la voleva, poveretta.

Anche i forestieri erano scappati, come gli uccelli quando arriva l’inverno. E il pesce non trovava più chi lo comprasse. Perciò tutti dicevano:

— Dopo il colèra verrà la fame.

Padron ’Ntoni aveva dovuto prendere i soldi della casa, e li vedeva diminuire soldo dopo soldo. Ma lui pensava soltanto che Maruzza era morta fuori dalla sua casa. E questo non gli usciva più dalla mente. Anche ’Ntoni, quando vedeva spendere i soldi, scuoteva la testa.

Finalmente il colèra finì. Dei soldi messi insieme con tanta fatica ne restava appena la metà. Allora ’Ntoni tornò a dire che non si poteva andare avanti così, con quella vita di fare e disfare. Era meglio tentare un colpo solo, per uscire dai guai tutti in una volta. Lì, dove sua madre era morta in mezzo a tutta quella maledetta miseria, lui non voleva più restare.

— Non ti ricordi che tua madre ti ha raccomandato la Mena? — gli diceva padron ’Ntoni.

— E che aiuto posso dare alla Mena, se resto qui? Ditelo voi!

La Mena lo guardava con gli occhi timidi, ma in quegli occhi si vedeva il cuore, proprio come in quelli di sua madre. E non osava dire una parola. Ma una volta, stretta allo stipite della porta, prese coraggio e gli disse:

— A me non importa dell’aiuto, purché tu non ci lasci soli. Ora che non c’è più la mamma, mi sento come un pesce fuori dall’acqua, e non m’importa più di niente. Ma mi dispiace per quella orfanella. Se tu vai via, resta senza nessuno al mondo, come la Nunziata quando è partito suo padre.

— No! — diceva ’Ntoni. — No! Io non posso aiutarti, se non ho niente. Il proverbio dice: «aiutati che t’aiuto». Quando avrò guadagnato dei soldi anch’io, allora tornerò, e staremo tutti allegri.

La Lia e Alessi spalancavano gli occhi e lo guardavano spaventati. Ma il nonno lasciò cadere la testa sul petto.

— Ora non hai più né padre né madre, e puoi fare quello che ti pare e piace, — gli disse alla fine. — Finché vivrò, a quei ragazzi ci penserò io. Quando non ci sarò più, il Signore farà il resto.

’Ntoni voleva andarsene a ogni costo. Allora la Mena gli mise in ordine tutta la roba, come avrebbe fatto la mamma. E pensava che laggiù, in un paese straniero, suo fratello non avrebbe avuto più nessuno che pensasse a lui. Proprio come compar Alfio Mosca. Mentre gli cuciva le camicie e gli rammendava i vestiti, la sua testa correva lontano lontano, a tante cose passate. E il cuore le si gonfiava tutto.

— Davanti alla casa del nespolo non posso più passarci, — diceva, quando stava seduta accanto al nonno. — Me la sento nella gola, e mi soffoca. Sono successe tante cose, da quando l’abbiamo lasciata!

E mentre preparava la roba del fratello, piangeva come se non dovesse vederlo mai più.

Alla fine tutto fu pronto. Il nonno chiamò il suo ragazzo per l’ultima predica e gli ultimi consigli. Presto sarebbe stato solo. Avrebbe dovuto contare soltanto sulla sua testa. Non avrebbe avuto vicino i suoi, per dirgli che cosa fare, o per disperarsi insieme. Il nonno gli diede anche un po’ di soldi, nel caso ne avesse avuto bisogno. E gli diede il suo tabarro foderato di pelliccia. Lui ormai era vecchio, e non gli serviva più.

I ragazzi vedevano il fratello maggiore che si dava da fare con i preparativi della partenza. Gli andavano dietro piano piano per la casa, e non osavano più dirgli niente, come se fosse già un estraneo.

— Così se n’è andato mio padre, — disse alla fine la Nunziata.

Era venuta anche lei a salutarlo, e stava sulla porta. Nessuno disse più niente.

Le vicine venivano una a una a salutare compare ’Ntoni. Poi restarono ad aspettare in strada, per vederlo partire. Lui esitava, con il fagotto sulle spalle e le scarpe in mano. Era come se all’ultimo momento gli mancassero all’improvviso il cuore e le gambe. E guardava di qua e di là, per stamparsi nella mente la casa, il paese, ogni cosa. Aveva la faccia sconvolta, come gli altri. Il nonno prese il bastone per accompagnarlo fino alla città. La Mena, in un angolo, piangeva in silenzio.

— Via! — diceva ’Ntoni. — Su, via! Alla fine vado per tornare! E sono già tornato un’altra volta, da soldato.

Poi baciò la Mena e la Lia, e salutò le comari. Si mosse per andarsene. Allora la Mena gli corse dietro con le braccia aperte. Singhiozzava ad alta voce, quasi fuori di sé, e gli diceva:

— Ora che dirà la mamma? Ora che dirà la mamma?

Come se la mamma potesse vedere e parlare. Ma ripeteva la cosa che le era rimasta più ferma nella mente. Un’altra volta ’Ntoni aveva detto di voler partire. E lei aveva visto la mamma piangere ogni notte. Il giorno dopo, quando rifaceva il letto, trovava il lenzuolo tutto bagnato.

— Addio, ’Ntoni! — gli gridò dietro Alessi, prendendo coraggio, quando il fratello era già lontano.

E allora la Lia cominciò a strillare.

— Così se n’è andato mio padre, — disse ancora la Nunziata, che era rimasta sulla porta.

Prima di girare l’angolo della strada del Nero, ’Ntoni si voltò, con gli occhi pieni di lacrime anche lui. E salutò con la mano. Allora la Mena chiuse la porta e andò a sedersi in un angolo con la Lia, che piangeva forte.

— Ora ne manca un altro, in casa! — disse la Mena. — E se fossimo nella casa del nespolo, sembrerebbe vuota come una chiesa.

Tutti quelli che le volevano bene se ne andavano, uno dopo l’altro. E lei si sentiva davvero come un pesce fuori dall’acqua. E la Nunziata, che era lì con le sue piccole in braccio, ripeteva:

— Così se n’è andato mio padre.

### Glossario

- **indovinello**: piccola domanda difficile, un gioco in cui bisogna trovare la risposta.
- **ditale**: piccolo cappuccio di metallo che si mette sul dito per cucire.
- **becchime**: semi che si danno da mangiare agli uccelli.
- **basto**: sella di legno che si mette sulla schiena dell’asino per caricarlo.
- **noria**: ruota per tirare su l’acqua; un mulo le gira intorno tutto il giorno.
- **graticcio**: piano fatto di canne intrecciate, dove si conservano grano e frutta.
- **caprifico**: fico selvatico.
- **ex voto**: oggetto, spesso di cera gialla, che si offre alla Madonna per una grazia.
- **fare la festa a qualcuno**: fargli del male, picchiarlo o ucciderlo.
- **bidello comunale**: uomo che fa piccoli lavori e servizi per il comune.
- **«Né testa, né coda, ch’è meglio ventura»**: la fortuna migliore è stare nel mezzo, senza cercare troppo.
- **«Chi va coi zoppi, all’anno zoppica»**: chi frequenta cattive compagnie, dopo un po’ diventa come loro.
- **«Ogni buco ha il suo chiodo»**: ognuno ha la sua pena.
- **«aiutati che t’aiuto»**: prima devi aiutarti da solo, poi gli altri ti aiuteranno.
- **giubbone**: giacca pesante e larga.
- **salamoia**: acqua molto salata per conservare il pesce.
- **tabarro**: mantello pesante e largo, da uomo.

## Capitolo XII

Ora a padron ’Ntoni era rimasto soltanto Alessi per guidare la barca. Perciò doveva prendere qualcuno a giornata. Poteva essere compare Nunzio, che aveva tanti figli e la moglie malata. Oppure il figlio della Locca, che veniva a piangere dietro la porta. Diceva che sua madre moriva di fame, e lo zio Crocifisso non voleva darle niente. Lo zio Crocifisso diceva che il colèra l’aveva rovinato: tanti erano morti, e così gli avevano rubato i soldi. Anzi, aveva preso il colèra anche lui, ma non era morto, aggiungeva il figlio della Locca. E scuoteva la testa tristemente.

— Adesso avremmo da mangiare, io e mia madre e tutti i parenti, se fosse morto. Siamo stati a curarlo due giorni con la Vespa. Sembrava che dovesse andarsene da un momento all’altro. Ma poi non è morto!

Però quello che guadagnavano i Malavoglia spesso non bastava a pagare lo zio Nunzio o il figlio della Locca. Allora dovevano prendere un po’ dei soldi raccolti con tanta fatica per la casa del nespolo. Ogni volta che Mena andava a prendere la calza sotto il materasso, lei e il nonno sospiravano. Il povero figlio della Locca non aveva colpa. Avrebbe voluto farsi in quattro per guadagnarsi la sua giornata. Era il pesce che non voleva farsi prendere. Tornavano tristi, con i remi che sbattevano e la vela molle. Allora il figlio della Locca diceva a padron ’Ntoni:

— Fatemi spaccare la legna, o legare i sarmenti. Io posso lavorare fino a mezzanotte, se volete, come facevo con lo zio Crocifisso. Non voglio rubarvela, la giornata.

Allora padron ’Ntoni ci pensò su a lungo, col cuore stretto. Poi decise di parlare con Mena di quello che bisognava fare. Lei era saggia come sua madre. E in casa non c’era nessun altro con cui parlarne, di tanti che erano prima! La cosa migliore era vendere la Provvidenza. Non rendeva niente, e si mangiava le paghe di compare Nunzio e del figlio della Locca. Se no, i soldi della casa se ne sarebbero andati tutti, a poco a poco. La Provvidenza era vecchia. Bisognava sempre spendere soldi per metterle delle toppe e farla stare a galla. Più tardi forse sarebbe tornato ’Ntoni. Forse un po’ di fortuna sarebbe tornata a soffiare, come quando avevano messo insieme i soldi della casa. Allora avrebbero comprato un’altra barca nuova, e l’avrebbero chiamata di nuovo Provvidenza.

La domenica, dopo la messa, padron ’Ntoni andò in piazza a parlarne con Piedipapera. Compare Tino alzava le spalle e scuoteva la testa. Diceva che la Provvidenza era buona da bruciare sotto la pentola. E mentre parlava, lo portava sulla spiaggia. Là si vedevano le toppe, sotto la pece nuova. Era come certe donnacce che conosceva lui, con le rughe sotto il corsetto. E le dava di nuovo dei calci nella pancia, col piede zoppo. Del resto, diceva, il mestiere andava male. Tutti avrebbero voluto vendere le loro barche invece di comprare, e barche più nuove della Provvidenza. E poi, chi poteva comprarla? Padron Cipolla non voleva quella roba vecchia. Quello era un affare per lo zio Crocifisso. Ma in quel momento lo zio Crocifisso aveva altro per la testa. Quella pazza della Vespa gli faceva dannare l’anima. Correva dietro a tutti gli uomini da sposare del paese. Insomma, per la santa amicizia, Piedipapera sarebbe andato a parlarne allo zio Crocifisso, al momento buono. Ma solo se padron ’Ntoni voleva vendere la Provvidenza a ogni costo, per un pezzo di pane. Perché lui, Piedipapera, allo zio Crocifisso gli faceva fare quello che voleva.

Infatti gliene parlò, e lo tirò in disparte verso la vasca dove bevono le bestie. Lo zio Crocifisso rispondeva alzando le spalle. Scuoteva la testa come Peppinino, e voleva scappargli dalle mani. Compare Tino, poveretto, lo afferrava per il giubbone, perché lo ascoltasse per forza. Lo scuoteva e lo abbracciava stretto, per parlargli nell’orecchio.

— Sì, siete una bestia se vi lasciate scappare questa occasione! Per un pezzo di pane! Padron ’Ntoni la vende proprio perché non può andare avanti, ora che suo nipote l’ha lasciato. Ma voi potreste darla a compare Nunzio, o al figlio della Locca. Quelli muoiono di fame, e verrebbero a lavorare per niente. Tutto quello che guadagneranno ve lo mangerete voi. Siete una bestia, vi dico! La barca è tenuta bene, come se fosse nuova. Padron ’Ntoni se ne intendeva, quando l’aveva fatta fare. Questo è un affare d’oro, come quello dei lupini, date retta a me!

Ma lo zio Crocifisso non voleva sentire niente. Quasi gli venivano le lacrime, con quella faccia gialla, ora che aveva avuto il colèra. Tirava per andarsene, e voleva lasciargli il giubbone nelle mani.

— Non m’importa! — ripeteva. — Non m’importa niente. Voi non sapete cosa ho qui dentro, compare Tino! Tutti vogliono succhiarmi il sangue come le sanguisughe, e prendersi la mia roba. Ora c’è anche Pizzuto che corre dietro alla Vespa. Tutti come cani da caccia!

— E voi prendetevela, la Vespa! Insomma, non è sangue vostro, lei e la sua chiusa? Non sarà una bocca in più, no! Quella donna ha le mani benedette, e non lo perderete il pane che le darete da mangiare! Avrete una serva in casa, senza pagarle niente, e vi prenderete anche la chiusa. Date retta a me, zio Crocifisso: questo è un altro affare come quello dei lupini!

Intanto padron ’Ntoni aspettava la risposta davanti alla bottega di Pizzuto. Guardava quei due come un’anima del Purgatorio. Sembrava che litigassero, e lui cercava di indovinare se lo zio Crocifisso diceva di sì. Piedipapera veniva a dirgli quello che aveva ottenuto dallo zio Crocifisso, e poi tornava a parlare con lui. Andava e veniva per la piazza come la spola nel telaio, tirandosi dietro la sua gamba storta. Alla fine riuscì a metterli d’accordo.

— Benone! — diceva a padron ’Ntoni. E allo zio Crocifisso: — Per un pezzo di pane!

Così combinò anche la vendita di tutti gli attrezzi. I Malavoglia non sapevano più che farsene, ora che non avevano più nemmeno una tavola sull’acqua. Ma si portavano via le nasse, le reti, le fiocine, le canne e ogni cosa. E a padron ’Ntoni sembrò che gli strappassero le budella dallo stomaco.

— Ci penserò io a trovarvi un lavoro a giornata, a voi e a vostro nipote Alessi, non dubitate, — gli diceva Piedipapera. — Però dovete accontentarvi di poco, sapete! «Forza di giovane e consiglio di vecchio». Per la mia senseria poi mi affido al vostro buon cuore.

— «In tempo di carestia pane d’orzo», — rispondeva padron ’Ntoni. — «Necessità abbassa nobiltà».

— Va bene, va bene, siamo d’accordo! — concluse Piedipapera.

E andò davvero a parlarne con padron Cipolla, nella spezieria. Don Silvestro era riuscito a portarli lì un’altra volta, lui, massaro Filippo e qualche altro pesce grosso. Dovevano discutere gli affari del Comune. In fondo erano soldi loro. Ed è una sciocchezza non contare niente in paese quando si è ricchi, e si pagano le tasse più degli altri.

— Voi che siete tanto ricco, potreste dare del pane a quel poveretto di padron ’Ntoni, — aggiungeva Piedipapera. — Per voi non sarebbe niente prenderlo a giornata con suo nipote Alessi. Sapete che conosce il mestiere più di tutti. E si accontenterebbe di poco, perché sono proprio senza pane. Fareste un affare d’oro, date retta a me, padron Fortunato.

Padron Fortunato, preso così all’improvviso, non seppe dire di no. Però prima tirarono un po’ sul prezzo. I tempi infatti erano magri, e gli uomini non avevano lavoro. Così padron Cipolla faceva proprio un atto di carità a prendersi padron ’Ntoni.

— Sì, lo prendo, se viene lui a chiedermelo! Ci credereste? Mi tiene il broncio da quando ho mandato all’aria il matrimonio di mio figlio con Mena. Eh? Bell’affare che ci avrei fatto! E hanno anche il coraggio di tenermi il broncio!

Don Silvestro, massaro Filippo e anche Piedipapera, tutti, si affrettavano a dire che padron Fortunato aveva ragione. Brasi non gli lasciava più pace, da quando gli avevano messo in testa l’idea di farlo sposare. Correva dietro a tutte le donne come un gatto a gennaio. Per il povero padre era una preoccupazione continua. Ora era entrata in gioco anche la Mangiacarrubbe. Si era messa in testa di prenderselo lei, Brasi Cipolla, perché era di chi se lo prendeva. Lei almeno era una bella ragazza, con delle belle spalle. Non era vecchia e senza capelli come la Vespa. Ma la Vespa aveva la sua chiusa, e la Mangiacarrubbe aveva soltanto le sue trecce nere, dicevano gli altri.

La Mangiacarrubbe sapeva cosa doveva fare per prendersi Brasi Cipolla. Ora suo padre se l’era riportato a casa, per il colèra. E Brasi non andava più a nascondersi nella sciara, o nella chiusa, o dallo speziale, o in sagrestia. Lei gli passava davanti svelta svelta, con le scarpette nuove. E passando si faceva urtare nel gomito, in mezzo alla folla che usciva dalla messa. Oppure lo aspettava sulla porta, con le mani sulla pancia e il fazzoletto di seta in testa. Gli lanciava un’occhiata assassina, di quelle che rubano il cuore. Poi si voltava ad aggiustarsi sul mento le punte del fazzoletto, per vedere se lui la seguiva. Oppure scappava in casa appena lui compariva in fondo alla stradina. Andava a nascondersi dietro il basilico sulla finestra, e con quei grandi occhi neri se lo mangiava di nascosto. Ma se Brasi si fermava a guardarla come un bietolone, lei gli voltava le spalle. Stava col mento sul petto, tutta rossa, con gli occhi bassi, e si mordeva la punta del grembiule. Era così carina che chiunque se la sarebbe mangiata come il pane. Ma Brasi non si decideva a mangiarsela. Alla fine dovette prenderlo lei per i capelli, e gli disse:

— Sentite, compare Brasi, perché volete togliermi la pace? Io lo so che non sono per voi. Ora è meglio che non passiate più di qua. Più vi vedo e più vorrei vedervi, e ormai tutto il paese parla di me. La Zuppidda si mette sulla porta ogni volta che vi vede passare, e poi va a dirlo a tutti. Ma farebbe meglio a sorvegliare quella civetta di sua figlia Barbara! Ha fatto diventare questa strada come una piazza, tanta è la gente che ci viene. E non va a dire quante volte passa e ripassa don Michele, per vedere la Barbara alla finestra!

Dopo queste parole Brasi non si muoveva più dalla stradina. Non l’avrebbero mandato via nemmeno a bastonate. Era sempre lì intorno a girare, con le braccia giù, il naso in aria e la bocca aperta, come Giufà. La Mangiacarrubbe, dalla sua parte, stava alla finestra. Ogni giorno cambiava fazzoletti di seta e collane di vetro, come una regina.

— Tutto quello che aveva lo metteva alla finestra, — andava dicendo la Zuppidda.

E quel bietolone di Brasi prendeva tutto per oro vero. Era diventato come una bestia, e non aveva paura nemmeno di suo padre, se fosse venuto a prenderlo a schiaffi.

— Questa è la mano di Dio, per castigare la superbia di padron Fortunato, — diceva la gente. — Per lui sarebbe stato cento volte meglio dare a suo figlio la ragazza dei Malavoglia. Quella almeno aveva un po’ di dote, e non la spendeva in fazzoletti e collane.

Mena invece non metteva neppure il naso alla finestra. Non stava bene, ora che le era morta la mamma e portava il fazzoletto nero. E poi doveva badare alla piccola e farle da mamma. Non aveva nessuno che l’aiutasse nei lavori di casa. Così doveva andare anche al lavatoio e alla fontana, e portare il pane agli uomini quando lavoravano a giornata. Non era più come Sant’Agata, quando nessuno la vedeva e stava sempre al telaio. Adesso aveva poco tempo per il telaio.

La Zuppidda si era messa a predicare sul ballatoio, con la conocchia in mano. Diceva che voleva cavare gli occhi a don Michele con quella conocchia, se tornava da quelle parti per la Barbara. Da quel giorno don Michele passava e ripassava per la strada del Nero dieci volte al giorno. Voleva far vedere che non aveva paura della Zuppidda né della sua conocchia. E quando arrivava alla casa dei Malavoglia, rallentava il passo e guardava dentro. Voleva vedere le belle ragazze che crescevano in casa Malavoglia.

La sera gli uomini tornavano dal mare e trovavano tutto pronto: la pentola che bolliva e la tovaglia sulla tavola. Ormai quella tavola era troppo grande per loro, e ci si perdevano. Chiudevano la porta e mangiavano in pace. Poi si sedevano sulla soglia, con le ginocchia fra le braccia, e si riposavano della giornata. Almeno non mancava niente, e non toccavano più i soldi della casa. Padron ’Ntoni aveva sempre davanti agli occhi la casa, lì vicino, con le finestre chiuse. E il nespolo si affacciava sul muro del cortile. Maruzza non aveva potuto morire in quella casa. Forse non ci sarebbe morto neppure lui. Ma i soldi ricominciavano a crescere, e i suoi ragazzi un giorno ci sarebbero tornati. Ora anche Alessi cominciava a farsi uomo. Era un bravo ragazzo, della pasta dei Malavoglia. Poi avrebbero sposato le ragazze e ricomprato la casa. E se riuscivano a prendere anche la barca, non avrebbero più avuto niente da desiderare. Allora padron ’Ntoni avrebbe chiuso gli occhi contento.

La Nunziata e la cugina Anna venivano anche loro a sedersi lì vicino, sui sassi. Dopo cena chiacchieravano con quei poveretti, che erano rimasti soli e abbandonati anche loro. Così sembravano parenti. La Nunziata sembrava a casa sua, e ci portava i suoi piccoli, come la chioccia. Alessi, seduto accanto a lei, le diceva:

— Allora, l’hai finita oggi la tua tela?

Oppure:

— Lunedì andrai a vendemmiare da massaro Filippo? Ora viene il tempo delle olive, e la tua giornata la guadagnerai sempre, anche se non hai roba da lavare. E potrai portarci il tuo fratellino, perché ora gli daranno due soldi al giorno.

La Nunziata, seria seria, gli raccontava tutti i suoi progetti e gli chiedeva consiglio. Ragionavano insieme in disparte, come se avessero già i capelli bianchi.

— Hanno imparato presto, perché hanno visto tanti guai! — diceva padron ’Ntoni. — Il giudizio viene con le disgrazie.

Alessi, con le ginocchia fra le braccia, proprio come il nonno, chiedeva alla Nunziata:

— Mi vorrai per marito quando sarò grande?

— Ancora c’è tempo, — rispondeva lei.

— Sì, c’è tempo, ma è meglio pensarci adesso. Così saprò cosa devo fare. Prima bisogna far sposare Mena, e poi Lia, quando sarà grande anche lei. Lia comincia a volere i vestiti lunghi e i fazzoletti con le rose. E anche tu hai i tuoi ragazzi da sistemare. Bisogna arrivare a comprare la barca. Poi la barca ci aiuterà a comprare la casa. Il nonno vorrebbe di nuovo quella del nespolo, e piacerebbe anche a me. Saprei andarci a occhi chiusi, o di notte, senza sbattere il naso. E c’è il cortile grande per gli attrezzi, e in due salti si è al mare. Poi, quando le mie sorelle saranno sposate, il nonno verrà a stare con noi. Lo metteremo nella stanza grande del cortile, dove entra il sole. Così, quando non potrà più venire in mare, povero vecchio, starà accanto alla porta nel cortile. E d’estate avrà lì vicino il nespolo per fargli ombra. Noi prenderemo la camera dell’orto, ti piace? E avrai accanto la cucina. Così avrai ogni cosa sotto mano, non è vero? Quando tornerà mio fratello ’Ntoni, la daremo a lui, e noi andremo a stare nel solaio. Tu dovrai solo scendere la scaletta per essere in cucina o nell’orto.

— In cucina bisogna rifare il focolare, — disse Nunziata. — L’ultima volta che ci cuocevo la minestra, la povera comare Maruzza non aveva più la forza di fare niente. E la pentola bisognava tenerla su con i sassi.

— Sì, lo so! — rispondeva Alessi, col mento sulle mani, e diceva di sì con la testa. Aveva gli occhi incantati. Era come se vedesse la Nunziata davanti al focolare, e la mamma che si disperava accanto al letto. — Anche tu potresti girare al buio per la casa del nespolo, tante volte ci sei stata. La mamma diceva sempre che sei una brava ragazza.

— Ora nell’orto ci hanno messo le cipolle, e sono venute grosse come arance.

— Ti piacciono le cipolle?

— Per forza mi piacciono. Aiutano a mangiare il pane e costano poco. Quando non abbiamo soldi per la minestra, ne mangiamo sempre, io e i miei piccoli.

— Per questo se ne vendono tante. Allo zio Crocifisso non importa di avere cavoli e lattughe, perché ha l’altro orto vicino a casa sua. Così questo l’ha messo tutto a cipolle. Ma noi ci metteremo anche i broccoli e i cavolfiori... Buoni, eh?

La ragazzina era seduta sulla soglia, raccolta, con le ginocchia fra le braccia, e guardava lontano anche lei. Poi si mise a cantare, e Alessi la ascoltava tutto attento. Alla fine lei disse:

— Ma ancora c’è tempo.

— Sì, — disse Alessi. — Prima bisogna far sposare Mena, e anche Lia, e sistemare i tuoi piccoli. Ma è meglio pensarci adesso.

— Quando canta la Nunziata, — disse Mena affacciandosi alla porta, — vuol dire che il giorno dopo farà bel tempo, e lei potrà andare al lavatoio.

Lo stesso valeva per la cugina Anna. Il lavatoio era la sua chiusa e la sua vigna. Per lei era festa quando aveva della roba da lavare. Tanto più ora che suo figlio Rocco faceva festa all’osteria da un lunedì all’altro. Così cercava di mandare via il cattivo umore che gli aveva messo in corpo quella civetta della Mangiacarrubbe.

— Ogni male non viene per nuocere, — le diceva padron ’Ntoni. — Forse così metterà giudizio, il vostro Rocco. Anche al mio ’Ntoni farà bene stare lontano da casa. Quando tornerà, sarà stanco di girare il mondo. Ogni cosa gli sembrerà buona, e non si lamenterà più di tutto. E forse arriveremo di nuovo ad avere delle barche sull’acqua, e a mettere i nostri letti laggiù, in quella casa. Vedrete com’è bello riposarsi su quella soglia, la sera, quando si torna a casa stanchi e la giornata è andata bene. E vedere la luce in quella camera dove l’avete vista tante volte. Lì avete visto tutte le facce care che avete avuto al mondo. Ma ora tanti se ne sono andati, uno a uno, e non tornano più. E la camera è buia e con la porta chiusa. È come se quelli che se ne sono andati avessero portato la chiave in tasca per sempre.

— ’Ntoni non doveva andarsene! — aggiunse il vecchio dopo un po’. — Doveva saperlo che sono vecchio. Se muoio io, quei ragazzi non hanno più nessuno.

— Se compreremo la casa del nespolo mentre lui è lontano, non gli sembrerà vero quando tornerà, — disse Mena. — E verrà a cercarci qui.

Padron ’Ntoni scosse la testa tristemente.

— Ma ancora c’è tempo! — disse alla fine anche lui, come la Nunziata.

E la cugina Anna aggiunse:

— Se ’Ntoni torna ricco, la casa la comprerà lui.

Padron ’Ntoni non rispondeva niente. Ma tutto il paese sapeva che ’Ntoni doveva tornare ricco, dopo tanto tempo che era andato a cercare fortuna. Molti già lo invidiavano. Volevano lasciare tutto e andarsene a caccia di fortuna, come lui. In fondo non avevano torto, perché lasciavano soltanto delle donnette a piagnucolare. Solo due non avevano il coraggio di lasciare la loro donnetta. Uno era quella bestia del figlio della Locca, che aveva quella madre che sapete. L’altro era Rocco Spatu, che aveva il cuore all’osteria.

Ma per fortuna delle donnette, all’improvviso si seppe che ’Ntoni di padron ’Ntoni era tornato. Era arrivato di notte, con una nave di Catania, e si vergognava di farsi vedere senza scarpe. Se davvero fosse tornato ricco, non avrebbe saputo dove mettere i soldi, tanto era stracciato e povero. Ma il nonno e i fratelli gli fecero festa lo stesso, come se fosse venuto carico di soldi. Le sorelle gli si appesero al collo, ridendo e piangendo. ’Ntoni non riconosceva più la Lia, tanto si era fatta grande. E gli dicevano:

— Ora non ci lascerai più, non è vero?

Anche il nonno si soffiava il naso, e brontolava:

— Adesso posso morire tranquillo, ora che quei ragazzi non resteranno più soli e in mezzo a una strada.

Ma per otto giorni ’Ntoni non ebbe il coraggio di mettere piede in strada. Appena lo vedevano, tutti gli ridevano in faccia. E Piedipapera andava dicendo:

— Avete visto le ricchezze che ha portato ’Ntoni di padron ’Ntoni?

Altri ci avevano messo un po’ di tempo a fare il fagotto, con le scarpe e le camicie, prima di fare quella sciocchezza di lasciare il paese. Ora quelli si tenevano la pancia dal ridere.

Quando uno non riesce ad acchiappare la fortuna, è un minchione, questo si sa. Don Silvestro, lo zio Crocifisso, padron Cipolla e massaro Filippo non erano minchioni, e tutti facevano loro festa. Quelli che non hanno niente stanno a guardare a bocca aperta i ricchi e i fortunati. E lavorano per loro come l’asino di compare Mosca, per un pugno di paglia. Invece dovrebbero tirare calci, mettersi sotto i piedi il carretto e sdraiarsi sull’erba con le zampe in aria. Aveva ragione lo speziale: bisognava dare un calcio al mondo com’era fatto adesso, e rifarlo da capo. Ma anche lui, con il suo barbone, che predicava di ricominciare da capo, aveva acchiappato la fortuna. La teneva nelle vetrinette della bottega. Si godeva la vita sulla porta, a chiacchierare con questo o con quello. E quando aveva pestato un po’ d’acqua sporca nel mortaio, aveva finito il suo lavoro. Che bel mestiere gli aveva insegnato suo padre: fare soldi con l’acqua delle cisterne! Ma a ’Ntoni suo nonno aveva insegnato un altro mestiere. Rompersi le braccia e la schiena tutto il giorno, rischiare la pelle e morire di fame. E non avere mai un giorno per sdraiarsi al sole come l’asino di Mosca. Un mestiere ladro, che si mangiava l’anima, per la Madonna! Ne aveva fin sopra i capelli. Preferiva fare come Rocco Spatu, che almeno non faceva niente. Ormai non gli importava più della Zuppidda, né di Sara di comare Tudda, né di tutte le ragazze del mondo. Loro cercano soltanto di pescare un marito che lavori peggio di un cane per dar loro da mangiare. Uno che compri loro i fazzoletti di seta, per mettersi sulla porta la domenica con le mani sulla pancia piena. Piuttosto voleva starci lui, con le mani sulla pancia. La domenica e il lunedì, e anche gli altri giorni, perché è inutile faticare per niente.

Così ’Ntoni faceva il predicatore, come lo speziale. Almeno questo l’aveva imparato nel viaggio. Ora aveva aperto gli occhi, come i gattini quaranta giorni dopo la nascita. «La gallina che cammina torna a casa colla pancia piena». Se non altro lui se l’era riempita di giudizio, la pancia. E andava a raccontare quello che aveva imparato in piazza, nella bottega di Pizzuto, e anche all’osteria della Santuzza. Ora all’osteria della Santuzza non ci andava più di nascosto, perché era diventato grande. In fondo il nonno non gli avrebbe tirato le orecchie. E lui avrebbe saputo rispondere a tono, se lo rimproveravano di cercarsi quel po’ di bene che poteva.

Il nonno, poveretto, invece di prenderlo per le orecchie, lo prendeva con le buone.

— Vedi, — gli diceva, — ora che sei qui tu, arriveremo presto a fare i soldi della casa.

Gli cantava sempre la canzone della casa.

— Lo zio Crocifisso ha detto che non la darà ad altri. Tua madre, poveretta, non ci è potuta morire, lei! Sulla casa potremo anche dare la dote a Mena. Poi, con l’aiuto di Dio, metteremo su un’altra barca. Perché, devo dirtelo, alla mia età è dura andare a giornata. È dura farsi comandare a bacchetta, quando si è stati padroni. Anche voi siete nati padroni. Vuoi che compriamo prima la barca, con i soldi della casa? Ora sei grande, e devi dire anche tu la tua parola. Tu devi avere più giudizio di me, che sono vecchio. Cosa vuoi fare?

Niente voleva fare, lui! Cosa gli importava della barca e della casa? Poi veniva un’altra annata cattiva, un altro colèra, un altro guaio, e si mangiava la casa e la barca. E si tornava di nuovo a fare come le formiche. Bella cosa! E poi, quando si aveva la casa e la barca, non si lavorava più? Si mangiava pasta e carne tutti i giorni? Invece laggiù, dove era stato lui, c’era gente che andava sempre in carrozza. Ecco cosa faceva quella gente. Al confronto, don Franco e il segretario lavoravano come asini, a sporcare carte e a pestare l’acqua sporca nel mortaio. Almeno voleva sapere una cosa. Perché al mondo c’è gente che se la gode senza fare niente, e nasce con la fortuna nei capelli? E perché altri non hanno niente, e tirano la carretta con i denti per tutta la vita?

Poi quella storia di andare a giornata non gli piaceva per niente. Lui era nato padrone, l’aveva detto anche il nonno. Farsi comandare a bacchetta da gente venuta su dal niente! In paese tutti sapevano come avevano fatto i loro soldi, un soldo alla volta, sudando e faticando. A giornata ci andava solo perché il nonno ce lo portava, e non aveva ancora il coraggio di dire di no. Ma il capo della barca gli stava addosso come un cane, e gli gridava dalla poppa:

— Ehi! Laggiù, ragazzo! Che facciamo?

Allora gli veniva voglia di dargli il remo sulla testa. Preferiva stare ad aggiustare le nasse e a rifare le maglie delle reti, seduto sulla spiaggia. Stava con le gambe distese e la schiena appoggiata ai sassi. Così, anche se stava un momento con le mani sotto le ascelle, nessuno gli diceva niente.

Là veniva a stirarsi le braccia anche Rocco Spatu. Veniva anche Vanni Pizzuto, quando non aveva da fare, fra una barba e l’altra. E veniva anche Piedipapera, perché il suo mestiere era chiacchierare con questo e con quello, per trovare qualche affare. Si parlava di quello che succedeva in paese. Si diceva che al tempo del colèra donna Rosolina aveva raccontato una cosa a suo fratello, sotto il segreto della confessione. Don Silvestro le aveva preso con l’inganno le 25 onze. Ma lei non poteva andare dal giudice, perché le 25 onze le aveva rubate a suo fratello, il vicario. E poi si sarebbe saputo perché aveva dato quei soldi a don Silvestro, e lei se ne vergognava.

— E poi, — osservò Pizzuto, — da dove le erano venute, le 25 onze, a donna Rosolina? «Roba rubata non dura».

— Almeno erano rimaste in casa, — diceva Spatu. — Se mia madre avesse 12 tarì, e io glieli prendessi, passerei forse per ladro?

Di ladro in ladro arrivarono a parlare dello zio Crocifisso. Dicevano che aveva perso più di 30 onze, con tanta gente morta di colèra, e gli erano rimasti i pegni. Ora Campana di legno non sapeva che fare di tutti quegli anelli e orecchini rimasti in pegno. E così si sposava con la Vespa. La cosa era sicura: l’avevano visto persino andare a farsi scrivere al municipio, davanti a don Silvestro.

— Non è vero che se la prende per gli orecchini, — diceva Piedipapera, che poteva saperlo. — Gli orecchini e le collane, in fondo, sono d’oro e d’argento vero. Poteva andare a venderli in città, e anzi ci avrebbe guadagnato sui soldi che ha prestato. Se la prende perché la Vespa gli ha fatto vedere e toccare con mano una cosa. Lei stava per andare dal notaio con compare Spatu, ora che la Mangiacarrubbe si è presa in casa Brasi Cipolla. Scusate, eh! compare Rocco.

— Niente, niente, compare Tino, — rispose Rocco Spatu. — A me non importa. Chi si fida di quelle canaglie di donne è un porco. Per me la mia innamorata è la Santuzza, che mi fa credito quando voglio. E sulla sua bilancia ne vale due, di Mangiacarrubbe! Con quel petto, eh, compare Tino!

— «Ostessa bella conto caro!» — disse Pizzuto sputacchiando.

— Cercano il marito per farsi mantenere! — aggiunse ’Ntoni. — Tutte uguali!

E Piedipapera continuò:

— Allora lo zio Crocifisso è corso dal notaio, senza più fiato. Così si prende la Vespa.

— Bella fortuna, eh, quella della Mangiacarrubbe! — esclamò ’Ntoni.

— Brasi Cipolla, fra cent’anni, quando morirà suo padre, se Dio vuole, sarà ricco come un maiale, — disse Spatu.

— Adesso suo padre fa il diavolo, ma col tempo abbasserà la testa. Non ha altri figli. Gli resta solo di sposarsi di nuovo, se non vuole che la sua roba se la goda la Mangiacarrubbe alla faccia sua.

— Io ci ho gusto, — concluse ’Ntoni. — La Mangiacarrubbe non ha niente. Perché padron Cipolla deve essere ricco soltanto lui?

Qui entrò nel discorso lo speziale. Veniva a fumare la sua pipa sulla spiaggia, dopo pranzo. E pestava l’acqua nel mortaio, dicendo che così il mondo non andava bene. Bisognava buttare all’aria ogni cosa e rifare da capo. Ma con quella gente era proprio come pestare l’acqua nel mortaio. L’unico che ne capiva qualcosa era ’Ntoni, che aveva visto il mondo e aveva aperto un po’ gli occhi, come i gattini. Da soldato gli avevano insegnato a leggere. Perciò andava anche lui sulla porta della spezieria, a sentire quello che diceva il giornale. E chiacchierava con lo speziale, che era un brav’uomo con tutti. Lo speziale non aveva per la testa le arie di sua moglie. Lei lo sgridava:

— E tu perché ti immischi negli affari che non ti riguardano?

— Le donne bisogna lasciarle dire, e fare le cose di nascosto, — diceva don Franco, appena la Signora tornava su nella sua stanza.

A lui non dispiaceva stare in assemblea anche con quelli senza scarpe. Bastava che non mettessero i piedi sui pioli delle sedie. E spiegava loro parola per parola quello che diceva il giornale, mettendoci il dito sopra. Il mondo avrebbe dovuto andare come era scritto lì.

Don Franco arrivava sulla spiaggia quando gli amici facevano quei discorsi. Allora strizzava l’occhio a ’Ntoni Malavoglia, che riparava le maglie delle reti con le gambe distese e la schiena contro i sassi. E gli faceva dei cenni con la testa, scuotendo il barbone in aria.

— Eh! Bella giustizia, che alcuni debbano rompersi la schiena contro i sassi, e altri stiano con la pancia al sole a fumare la pipa! Gli uomini invece dovrebbero essere tutti fratelli. L’ha detto Gesù, il più grande rivoluzionario che ci sia stato! E i suoi preti oggi fanno i birri e le spie! Non lo sapete che la storia di don Michele con la Santuzza l’ha scoperta don Giammaria nella confessione?

— Altro che don Michele! La Santuzza ha massaro Filippo. E don Michele gira sempre per la strada del Nero, senza nessuna paura di comare Zuppidda e della sua conocchia! Lui ha la pistola.

— Tutti e due, vi dico! Quelle che si confessano ogni domenica hanno il sacco grande per metterci i peccati. Per questo la Santuzza porta la medaglia sul petto: per coprire le porcherie che ci stanno sotto!

— Don Michele perde tempo con la Zuppidda. Il segretario ha detto che vuole farla cadere da sola, come una pera matura.

— Ma sì! Intanto don Michele si diverte con la Barbara, e con le altre che stanno in quella strada. Lo so io! — E strizzava l’occhio di nascosto a ’Ntoni. — Non ha niente da fare, e ogni giorno prende i suoi quattro tarì di paga.

— È quello che dico sempre! — ripeteva lo speziale, tirandosi la barba. — Tutto il sistema è così. Si pagano dei fannulloni per non fare niente, e poi ci fanno le corna, a noi che li paghiamo! Ecco cos’è. C’è gente che prende quattro tarì al giorno per passeggiare sotto le finestre della Zuppidda. C’è don Giammaria, che si mangia la lira al giorno per confessare la Santuzza e sentire le porcherie che gli racconta. E don Silvestro... lo so io! E mastro Cirino è pagato per darci fastidio con le sue campane. Ma i lumi poi non li accende, e si mette in tasca l’olio. E lì al municipio ci sono altre porcherie, parola mia! Volevano rifare tutto da capo, in quella baracca. Ma poi si sono messi d’accordo un’altra volta, don Silvestro e gli altri, e non ne hanno parlato più... Proprio come quegli altri ladri del Parlamento, che chiacchierano e chiacchierano fra loro. Ma ne sapete niente di quello che dicono? Fanno la schiuma alla bocca, e sembra che vogliano prendersi per i capelli da un momento all’altro. Ma poi ridono sotto il naso dei minchioni che ci credono. Tutte bolle d’aria per il popolo, che paga i ladri, i ruffiani e gli sbirri come don Michele.

— Che bella cosa, — disse ’Ntoni, — quattro tarì al giorno per andare a passeggiare di qua e di là. Io vorrei essere guardia doganale.

— Ecco! Ecco! — esclamò don Franco, con gli occhi che gli uscivano dalla testa. — Vedete la conseguenza del sistema! La conseguenza è che tutti diventano canaglie. Non vi offendete, compare ’Ntoni. «Il pesce puzza dalla testa». Anch’io sarei come voi, se non avessi studiato, e se non avessi quel mestiere per guadagnarmi il pane.

Infatti in paese dicevano che lo speziale aveva proprio un bel mestiere, quello che gli aveva insegnato suo padre. Pestava nel mortaio e faceva soldi con l’acqua sporca. Intanto altri dovevano cuocersi la testa al sole e rovinarsi gli occhi sulle maglie delle reti. Si prendevano i crampi alle gambe e alla schiena per guadagnare dieci soldi. E così lasciarono le reti e le chiacchiere, e se ne tornarono all’osteria, sputacchiando per la strada.

### Glossario

- **toppe**: pezzi messi per chiudere un buco o una parte rotta.
- **la spola nel telaio**: il pezzo di legno che va avanti e indietro nel telaio per portare il filo.
- **fiocine**: attrezzi a punta per colpire e prendere i pesci.
- **senseria**: il compenso di chi fa da mediatore in un affare.
- **«In tempo di carestia pane d’orzo»**: quando c’è fame ci si accontenta anche del pane più povero.
- **«Necessità abbassa nobiltà»**: nel bisogno anche chi era padrone deve abbassare la testa.
- **bietolone**: uomo grande e sciocco, che non sa decidersi.
- **civetta**: ragazza che cerca di piacere a tutti gli uomini.
- **solaio**: la stanza sotto il tetto, in alto nella casa.
- **«La gallina che cammina torna a casa colla pancia piena»**: chi gira il mondo torna con qualcosa di guadagnato.
- **«Ostessa bella conto caro!»**: se l’ostessa è bella, alla fine si paga di più.
- **«Il pesce puzza dalla testa»**: il male comincia da chi comanda.

## Capitolo XIII

Quando il nipote tornava a casa ubriaco, la sera, padron ’Ntoni faceva di tutto per mandarlo a letto senza che gli altri se ne accorgessero. Nei Malavoglia questo non era mai successo, e gli venivano le lacrime agli occhi. La notte si alzava e chiamava Alessi per andare in mare, e lasciava dormire l’altro. Tanto non sarebbe stato buono a niente. All’inizio ’Ntoni se ne vergognava. Andava ad aspettarli sulla spiaggia quando tornavano, con la testa bassa. Ma a poco a poco ci fece il callo, e diceva fra sé:

— Così domani faremo ancora domenica!

Il povero vecchio cercò ogni modo per toccargli il cuore. Di nascosto fece persino benedire la sua camicia da don Giammaria, per cacciare il diavolo, e spese tre tarì.

— Vedi! — gli diceva. — Questo nei Malavoglia non c’è mai stato! Se tu prendi la cattiva strada di Rocco Spatu, tuo fratello e le tue sorelle ti verranno dietro. «Una mela fradicia guasta tutte le altre». E i soldi che abbiamo messo insieme con tanta fatica andranno in fumo. «Per un pescatore si perde la barca». E allora cosa faremo?

’Ntoni restava a testa bassa, o brontolava fra i denti. Ma il giorno dopo ricominciava da capo. Una volta glielo disse:

— Cosa volete? Almeno quando non sono più in me, non penso alla mia disgrazia.

— Ma che disgrazia! Tu hai la salute, sei giovane, sai il tuo mestiere. Cosa ti manca? Io sono vecchio, e tuo fratello è ancora un ragazzo, eppure ci siamo tirati fuori dal fosso. Ora, se tu volessi aiutarci, torneremmo a essere quelli di prima. Non più col cuore contento, perché i morti non tornano più. Ma almeno senza altre pene. Tutti uniti, come devono stare le dita della mano, e col pane in casa. Se io chiudo gli occhi, come resterete voi? Adesso, vedi, devo avere paura ogni volta che partiamo per andare lontano. E sono vecchio!...

Quando il nonno riusciva a toccargli il cuore, ’Ntoni si metteva a piangere. I fratelli sapevano tutto. Appena lo sentivano arrivare, si nascondevano negli angoli, come se fosse un estraneo, o come se avessero paura di lui. E il nonno, col rosario in mano, borbottava:

— O anima benedetta di Bastianazzo! O anima di mia nuora Maruzza! Fatelo voi il miracolo!

Quando Mena lo vedeva arrivare con la faccia pallida e gli occhi lucidi, gli diceva:

— Entra da questa parte, che c’è il nonno!

E lo faceva entrare dalla porticina della cucina. Poi si metteva a piangere piano piano accanto al focolare. Alla fine ’Ntoni disse:

— Non voglio andarci più all’osteria, neanche se mi ammazzano!

E tornò a lavorare volentieri come prima. Anzi, si alzava prima degli altri e andava ad aspettare il nonno sulla spiaggia. Mancavano due ore all’alba. I Tre Re erano ancora alti sul campanile del paese, e nelle chiuse cantavano i grilli, come se fossero lì vicino. Il nonno non stava più nella pelle dalla contentezza. Chiacchierava con lui per fargli vedere quanto gli voleva bene. E fra sé diceva:

— Sono le anime sante di sua madre e di suo padre che hanno fatto il miracolo.

Il miracolo durò tutta la settimana. La domenica ’Ntoni non volle nemmeno andare in piazza, per non vedere l’osteria da lontano e gli amici che lo chiamavano. Ma tutto quel giorno sbadigliava fino a rompersi le mascelle. Non aveva niente da fare, e la giornata non finiva mai. Ormai non era più un ragazzo, per passare il tempo a raccogliere ginestre nella sciara, cantando come suo fratello Alessi e la Nunziata. Non poteva spazzare la casa come Mena. E non era nemmeno un vecchio come il nonno, che si divertiva ad aggiustare i barili rotti e le nasse sfasciate. Restò seduto accanto alla porta, nella strada del Nero, dove non passava nemmeno una gallina. E sentiva le voci e le risate dall’osteria. Alla fine andò a dormire, perché non sapeva cosa fare. Il lunedì tornò a fare il muso lungo. Il nonno gli diceva:

— Per te sarebbe meglio che non venisse la domenica. Perché il giorno dopo sei come pazzo.

Ecco cos’era meglio per lui: che non venisse mai la domenica! E gli cadeva il cuore per terra a pensare che tutti i giorni fossero lunedì. Così la sera, quando tornava dal mare, non aveva voglia nemmeno di andare a dormire. Si sfogava girando di qua e di là con la sua disgrazia. E alla fine finì di nuovo all’osteria.

Prima, quando tornava a casa con le gambe che tremavano, entrava zitto zitto. Si faceva piccolo e balbettava delle scuse, o almeno non apriva bocca. Ma ora alzava la voce. Litigava con la sorella, se lei lo aspettava sulla porta con la faccia pallida e gli occhi gonfi. E se lei gli diceva a bassa voce di entrare dalla cucina, perché in casa c’era il nonno, lui rispondeva:

— A me non importa!

Il giorno dopo si alzava stravolto e di cattivo umore. E cominciava a gridare e a bestemmiare dalla mattina alla sera.

Una volta ci fu una brutta scena. Il nonno non sapeva più cosa fare per toccargli il cuore. L’aveva tirato nell’angolo della cameretta, a porte chiuse, perché non sentissero i vicini. E gli diceva piangendo come un bambino, il povero vecchio:

— Oh ’Ntoni! Non ti ricordi che qui è morta tua madre? Perché vuoi dare a tua madre questo dolore, di vederti finire come Rocco Spatu? Non lo vedi quanto soffre e fatica la povera cugina Anna per quell’ubriacone di suo figlio? E come piange a volte, quando non ha pane da dare agli altri figli, e non ha più il cuore di ridere? «Chi va col lupo allupa», e «chi pratica con zoppi all’anno zoppica». Non ti ricordi quella notte del colèra? Eravamo tutti qui davanti a quel lettino, e lei ti raccomandava Mena e i ragazzi.

’Ntoni piangeva come un vitello tolto alla madre, e diceva che voleva morire anche lui. Ma poi, piano piano, tornava all’osteria. E la notte, invece di venire a casa, andava per le strade con Rocco Spatu e Cinghialenta. Si fermavano dietro le porte, con le spalle appoggiate al muro, stanchi morti. E si metteva a cantare con loro, per cacciare la malinconia.

Alla fine il povero padron ’Ntoni non osava più farsi vedere per le strade, dalla vergogna. Il nipote invece, per evitare le prediche, tornava a casa con la faccia scura. Così nessuno lo disturbava con le solite prediche. Le prediche se le faceva già da solo, a bassa voce. Ed era tutta colpa della sua disgrazia, che l’aveva fatto nascere in quella condizione.

E andava a sfogarsi con lo speziale e con altri che avevano tempo per chiacchierare. Parlavano della grande ingiustizia che c’è in questo mondo in ogni cosa. Se uno va dalla Santuzza per dimenticare i suoi guai, lo chiamano ubriacone. Invece tanti altri si ubriacano a casa con vino buono. Loro non hanno guai per la testa, e nessuno li rimprovera. Nessuno fa loro la predica di andare a lavorare, perché non hanno niente da fare e sono ricchi per due. Eppure siamo tutti figli di Dio allo stesso modo, e ognuno dovrebbe avere una parte uguale.

— Quel ragazzo lì ha del talento! — diceva lo speziale a don Silvestro, a padron Cipolla e a chi voleva ascoltarlo. — Vede le cose in grande, un po’ alla buona, ma la sostanza c’è. Non è colpa sua se non sa esprimersi meglio. È colpa del governo, che lo lascia nell’ignoranza.

Per istruirlo gli portava il Secolo e la Gazzetta di Catania. Però ’Ntoni si annoiava a leggere. Prima di tutto perché era una fatica. Da soldato gli avevano insegnato a leggere per forza. Ma adesso era libero di fare quello che gli pareva, e aveva un po’ dimenticato come si mettono insieme le parole scritte. E poi tutte quelle chiacchiere stampate non gli mettevano un soldo in tasca. Cosa gliene importava? Don Franco gli spiegava perché doveva importargliene. E quando passava don Michele per la piazza, glielo indicava con il barbone, strizzando l’occhio. Gli diceva a bassa voce che anche quello faceva la corte a donna Rosolina, ora che aveva sentito che lei aveva dei soldi, e li dava alla gente per farsi sposare.

— Bisogna cominciare a toglierci dai piedi tutti questi col berretto gallonato. Bisogna fare la rivoluzione. Ecco cosa bisogna fare!

— E voi cosa mi date per fare la rivoluzione?

Allora don Franco alzava le spalle e se ne andava arrabbiato a pestare l’acqua sporca nel mortaio. Con gente così, diceva, era proprio come pestare l’acqua nel mortaio. E Piedipapera, appena ’Ntoni voltava le spalle, aggiungeva a bassa voce:

— Se volesse ammazzare don Michele, dovrebbe ammazzarlo per un’altra cosa: perché gli vuole rubare la sorella. Ma ’Ntoni è peggio di un maiale, tanto che si fa mantenere dalla Santuzza.

Piedipapera non sopportava don Michele, perché guardava con occhi cattivi lui, Rocco Spatu e Cinghialenta, quando li incontrava. Perciò voleva toglierselo davanti.

Le povere ragazze Malavoglia ormai erano sulla bocca di tutti, per colpa del fratello. Tanto i Malavoglia erano caduti in basso! Ora tutto il paese sapeva che don Michele passava e ripassava per la strada del Nero. Lo faceva per dispetto alla Zuppidda, che sorvegliava sua figlia con la conocchia in mano. Intanto don Michele, per non sprecare i suoi passi, aveva messo gli occhi su Lia. Anche lei era diventata una bella ragazza, e nessuno la sorvegliava. C’era solo la sorella, che arrossiva per lei e le diceva:

— Rientriamo in casa, Lia. Non sta bene stare sulla porta, ora che siamo orfane.

Ma Lia era vanitosa, peggio di suo fratello ’Ntoni. Le piaceva stare sulla porta a mostrare il fazzoletto con le rose. Tutti le dicevano:

— Come siete bella con quel fazzoletto, comare Lia!

E don Michele se la mangiava con gli occhi.

La povera Mena stava lì sulla porta, ad aspettare il fratello che tornava a casa ubriaco. Si sentiva così stanca e scoraggiata che le cadevano le braccia. Voleva tirare in casa la sorella, perché passava don Michele. Ma Lia le rispondeva:

— Hai paura che mi mangi? Tanto nessuno ci vuole, ora che non abbiamo più niente. Non vedi come è finito mio fratello? Non lo vogliono nemmeno i cani!

— Se ’Ntoni avesse fegato, — andava dicendo Piedipapera, — se lo toglierebbe davanti, quel don Michele.

’Ntoni invece voleva togliersi davanti don Michele per un’altra cosa. La Santuzza, dopo aver rotto con don Michele, aveva cominciato a voler bene a ’Ntoni. Le piaceva il suo modo di portare il berretto sull’orecchio e di dondolare le spalle camminando, come aveva imparato da soldato. Gli metteva da parte sotto il banco tutti i piatti con gli avanzi dei clienti. E un po’ di qua e un po’ di là gli riempiva anche il bicchiere. Così lo manteneva all’osteria grasso e unto come il cane del macellaio. In cambio, quando c’era bisogno, ’Ntoni faceva a pugni con quei clienti cattivi che cercano il pelo nell’uovo al momento del conto, e gridano e bestemmiano prima di pagare. Con gli amici della taverna invece era allegro e chiacchierone. E teneva d’occhio anche il banco, quando la Santuzza andava a confessarsi. Così lì tutti gli volevano bene, come se fosse a casa sua. Tutti tranne lo zio Santoro. Lui lo guardava male, e fra un’avemaria e l’altra borbottava contro di lui. Diceva che viveva alle spalle di sua figlia, come un canonico. La Santuzza rispondeva che la padrona era lei. Se voleva far vivere alle sue spalle ’Ntoni Malavoglia, grasso come un canonico, voleva dire che le faceva piacere. E di nessun altro aveva più bisogno.

— Sì! Sì! — brontolava lo zio Santoro, quando riusciva a parlarle un momento da solo. — Di don Michele hai sempre bisogno. Massaro Filippo mi ha detto dieci volte che è ora di finirla. Il vino nuovo non può più tenerlo in cantina, e bisognerebbe farlo entrare in paese di contrabbando.

— Massaro Filippo pensa al suo interesse. Ma io, vedete, anche se dovessi pagare il dazio due volte, e anche il contrabbando, don Michele non lo voglio più. No e poi no!

Lei non voleva perdonare a don Michele quel brutto tiro che le aveva fatto con la Zuppidda. Eppure per tanto tempo era stato trattato come un canonico nell’osteria, per amore dei suoi galloni! E per lei ’Ntoni Malavoglia, senza galloni, valeva dieci volte don Michele. A lui, quello che lei gli dava, glielo dava di tutto cuore. ’Ntoni si guadagnava il pane in questo modo. Quando il nonno lo rimproverava perché non faceva niente, e la sorella lo guardava triste, con gli occhi fissi, lui rispondeva:

— Vi costo forse qualcosa? Dei soldi della casa non ne spendo, e il mio pane me lo guadagno da solo.

— Sarebbe meglio che tu morissi di fame, — gli diceva il nonno, — e che dovessimo morire tutti oggi stesso!

Alla fine nessuno parlava più. Restavano seduti dove erano, voltandosi le spalle. Padron ’Ntoni non apriva più bocca, per non litigare col nipote. E ’Ntoni, quando era stanco della predica, lasciava lì tutti quelli della paranza a lamentarsi. E se ne andava a trovare Rocco o compare Vanni. Con loro stava allegro, e ne trovavano sempre una nuova da inventare.

Una volta inventarono di fare la serenata allo zio Crocifisso, la notte in cui si era sposato con la Vespa. Portarono sotto le sue finestre tutti quelli a cui lo zio Crocifisso non voleva più prestare un soldo. Avevano cocci, pentole rotte, i campanacci del macellaio e i fischietti di canna. Fecero un baccano del diavolo fino a mezzanotte. Così la Vespa il giorno dopo si alzò più verde del solito. Se la prese con quella canaglia della Santuzza, perché nella sua taverna avevano preparato tutta quella birbonata. Diceva che l’avevano fatto per gelosia. Lei infatti si era trovata un marito, per stare in grazia di Dio. Le altre invece erano sempre in peccato mortale, e facevano mille porcherie sotto l’abitino della Madonna. La gente rideva in faccia allo zio Crocifisso, quando lo vide sposo in piazza. Era vestito di nuovo, e giallo come un morto. Aveva paura per quel vestito nuovo che la Vespa gli aveva fatto fare, e che costava soldi. La Vespa spendeva sempre senza misura. Se l’avessero lasciata fare, avrebbe vuotato il sacco in una settimana. E diceva che adesso la padrona era lei. Così tutti i giorni in casa dello zio Crocifisso c’era il diavolo. Sua moglie gli piantava le unghie in faccia e gli gridava che voleva le chiavi. Non voleva continuare a desiderare un pezzo di pane e un fazzoletto nuovo, peggio di prima. Se avesse saputo cosa le doveva venire da quel matrimonio, con quel bel marito che le era toccato, si sarebbe tenuta piuttosto la chiusa e la medaglia di Figlia di Maria. Del resto la medaglia di Figlia di Maria avrebbe potuto portarla ancora! E lui strillava che era rovinato. Diceva che non era più padrone della sua roba. Diceva che in casa c’era ancora il colèra. Volevano farlo morire di dolore prima del tempo, per sprecare allegramente la roba che lui aveva raccolto con tanta fatica! Anche lui, se avesse saputo tutto questo, avrebbe mandato al diavolo la chiusa e la moglie. Lui di moglie non ne aveva bisogno. L’avevano preso per il collo. Gli avevano fatto credere che la Vespa avesse acchiappato Brasi Cipolla, e che stesse per scappargli con la chiusa. Maledetta chiusa!

Proprio in quel momento si seppe che Brasi Cipolla si era lasciato rubare dalla Mangiacarrubbe, come un bietolone. Padron Fortunato li cercava per la sciara, per il vallone e sotto il ponte, con la schiuma alla bocca. Giurava e spergiurava che, se li trovava, voleva dar loro tante pedate. E voleva staccare con le mani le orecchie a suo figlio. Lo zio Crocifisso, a quella notizia, si metteva le mani nei capelli anche lui. Diceva che la Zuppidda l’aveva rovinato a non rapire Brasi una settimana prima.

— Questa è stata la volontà di Dio! — andava dicendo, battendosi il petto. — La volontà di Dio è stata che io dovessi prendermi la Vespa, per castigo dei miei peccati!

E di peccati doveva averne di grossi, perché la Vespa gli avvelenava il pane in bocca. Gli faceva soffrire le pene del Purgatorio, notte e giorno. Per di più si vantava di essergli fedele. Diceva che non avrebbe guardato in faccia nessun uomo, per tutto l’oro del mondo, neanche giovane e bello come ’Ntoni Malavoglia o Vanni Pizzuto. E diceva che gli uomini le giravano sempre intorno a tentarla, come se avesse il miele nelle gonne.

— Se fosse vero, andrei a chiamarglielo io stesso, quello lì! — borbottava lo zio Crocifisso. — Purché me la togliesse davanti!

E diceva anche che avrebbe pagato qualcosa a Vanni Pizzuto o a ’Ntoni Malavoglia perché gli facessero le corna, dato che ’Ntoni faceva quel mestiere.

— Allora potrei mandarla via, quella strega che mi sono messo in casa!

Ma ’Ntoni quel mestiere lo faceva dove c’era da guadagnare, e ci mangiava e beveva che era un piacere vederlo. Ora portava la testa alta, e se la rideva se il nonno gli diceva qualche parola a bassa voce. Adesso era il nonno che si faceva piccolo, come se la colpa fosse sua. ’Ntoni diceva che, se non lo volevano in casa, sapeva dove andare a dormire: nella stalla della Santuzza. E tanto a casa sua non spendevano niente per dargli da mangiare. Padron ’Ntoni, Alessi e Mena potevano mettere da parte tutto quello che guadagnavano con la pesca, col telaio, al lavatoio e con tutti gli altri lavori. Lo mettessero pure da parte per quella famosa barca di San Pietro! Con quella barca si guadagnava solo di rompersi le braccia tutti i giorni per un rotolo di pesce. Oppure per la casa del nespolo, dove si sarebbe andati a crepare allegramente di fame! Tanto lui non avrebbe voluto un soldo. Povero diavolo per povero diavolo, preferiva godersi un po’ di riposo finché era giovane, e non abbaiava la notte come il nonno. Il sole c’era per tutti. C’era l’ombra degli ulivi per stare al fresco, e la piazza per passeggiare. C’erano gli scalini della chiesa per chiacchierare, e lo stradone per veder passare la gente e sentire le notizie. E c’era l’osteria per mangiare e bere con gli amici. Poi, quando gli sbadigli rompevano le mascelle, si giocava a mora o a briscola. E quando alla fine veniva sonno, c’era la chiusa dove pascolavano i montoni di compare Naso, per sdraiarsi a dormire di giorno. Oppure, di notte, la stalla di comare suor Mariangela.

— Non ti vergogni di fare questa vita? — gli disse alla fine il nonno.

Era venuto apposta a cercarlo, con la testa bassa e tutto curvo. E mentre lo diceva piangeva come un bambino. Lo tirava per la manica dietro la stalla della Santuzza, perché nessuno li vedesse.

— E alla tua casa non ci pensi? E ai tuoi fratelli non ci pensi? Oh, se fossero qui tuo padre e la Longa! ’Ntoni! ’Ntoni!...

— Ma voi ve la passate forse meglio di me, a lavorare e ad affannarvi per niente? È la nostra cattiva sorte, infame! Ecco cos’è! Guardate come siete ridotto: sembrate un arco di violino. E fino alla vecchiaia avete fatto sempre la stessa vita! Ora cosa ne avete? Voi non conoscete il mondo, siete come i gattini con gli occhi chiusi. E il pesce che pescate, lo mangiate voi? Lo sapete per chi lavorate, dal lunedì al sabato? Vi siete ridotto così, che non vi vorrebbero neanche all’ospedale. Lavorate per quelli che non fanno niente e hanno soldi a palate!

— Ma tu non hai soldi, e nemmeno io! Non ne abbiamo mai avuti, e ci siamo guadagnati il pane come vuole Dio. Per questo bisogna darsi da fare a guadagnarli, se no si muore di fame.

— Come vuole il diavolo, volete dire! La nostra disgrazia è tutta opera di Satana! Lo sapete cosa ci aspetta, quando non potrete più usare le mani? I reumatismi le avranno ridotte come una radice di vite. Vi aspetta il vallone sotto il ponte, per andarci a crepare.

— No! No! — esclamò il vecchio, tutto felice. E gli gettò al collo le braccia, storte come radici di vite. — I soldi per la casa ci sono già, e se tu ci aiuti...

— Ah! La casa del nespolo! Credete che sia il palazzo più bello del mondo, voi che non avete visto altro?

— Lo so che non è il palazzo più bello del mondo. Ma non dovresti dirlo tu, che ci sei nato. Tanto più che tua madre non ci è morta.

— Neanche mio padre ci è morto. Il nostro mestiere è lasciare la pelle laggiù, in bocca ai pescecani. Almeno, finché non ce la lascio, voglio godermi quel po’ di bene che posso trovare. È inutile consumarmi la pelle per niente! E poi? Quando avrete la casa? E quando avrete la barca? E poi? E la dote di Mena? E la dote di Lia?... Ah! Sangue di Giuda ladro! Che cattiva sorte è la nostra!

Il vecchio se ne andò disperato, scuotendo la testa, con la schiena curva. Le parole amare del nipote l’avevano schiacciato, peggio di un pezzo di scoglio caduto sulla schiena. Adesso non aveva più coraggio per niente. Gli cadevano le braccia, e aveva voglia di piangere. Non poteva pensare ad altro: Bastianazzo e Luca non avevano mai avuto per la testa quelle cose che aveva ’Ntoni. Avevano sempre fatto, senza lamentarsi, quello che dovevano fare. E pensava anche che era inutile pensare alla dote di Mena e di Lia, perché non ci sarebbero mai arrivati.

La povera Mena sembrava saperlo anche lei, tanto era scoraggiata. Ora le vicine passavano dritte davanti alla porta dei Malavoglia, come se ci fosse ancora il colèra. La lasciavano sola, accanto alla sorella col fazzoletto con le rose. Oppure con la Nunziata e la cugina Anna, quando loro facevano la carità di venire a chiacchierare un po’. Anche la cugina Anna, poveretta, aveva quell’ubriacone di Rocco, e ormai tutti lo sapevano. E la Nunziata era troppo piccola quando quel bel tipo di suo padre l’aveva lasciata, per andare a cercare fortuna altrove. Proprio per questo quelle poverette si capivano fra loro. Parlavano a bassa voce, con la testa china e le mani sotto il grembiule. E si capivano anche quando stavano zitte, senza guardarsi in faccia, ognuna pensando ai fatti suoi.

— Quando si è ridotti come noi, — diceva Lia, che parlava come una donna fatta, — bisogna aiutarsi da soli, e ognuno deve pensare ai suoi interessi.

Ogni tanto don Michele si fermava a salutarle o a dire qualche battuta. Così le donne si erano abituate al berretto gallonato, e non ne avevano più paura. Anzi, Lia si era lasciata andare a dire anche lei delle battute, e ci rideva sopra. Mena non osava sgridarla, né andarsene in cucina e lasciarla sola, ora che non avevano più la madre. Restava lì anche lei, tutta abbattuta, e guardava di qua e di là della strada con gli occhi stanchi. Ormai si vedeva che i vicini le avevano abbandonate. Perciò le si gonfiava il cuore di riconoscenza ogni volta che don Michele, con tutto il suo berretto gallonato, si fermava lo stesso a chiacchierare alla porta dei Malavoglia. E se don Michele trovava Lia da sola, la guardava negli occhi, tirandosi i baffi, col berretto gallonato messo di traverso. E le diceva:

— Che bella ragazza che siete, comare Malavoglia!

Nessuno glielo aveva mai detto. Perciò lei diventava rossa come un pomodoro.

— Come mai non vi siete ancora sposata? — le diceva anche don Michele.

Lei alzava le spalle e rispondeva che non lo sapeva.

— Voi dovreste avere il vestito di lana e seta, e gli orecchini lunghi. Allora, parola d’onore, fareste tenere il candeliere a molte signore della città.

— Il vestito di lana e seta non fa per me, don Michele! — rispondeva Lia.

— E perché? La Zuppidda non ce l’ha? E la Mangiacarrubbe, ora che ha acchiappato Brasi di padron Cipolla, non l’avrà anche lei? E la Vespa, se lo vuole, non se lo farà come le altre?

— Loro sono ricche, loro!

— Sorte maledetta! — esclamava don Michele, battendo il pugno sulla sciabola. — Vorrei vincere un terno al lotto, lo vorrei proprio, comare Lia! Per farvi vedere cosa sono capace di fare!

A volte don Michele aggiungeva: — Permettete? — con la mano al berretto. E si sedeva lì vicino sui sassi, quando non aveva da fare. Mena credeva che volesse stare lì per comare Barbara, e non gli diceva niente. Ma don Michele giurava a Lia che non era per la Barbara. Non ci aveva mai pensato, sulla santa parola d’onore! Lui pensava a tutt’altro, se comare Lia non lo sapeva!...

E si strofinava il mento, o si tirava i baffi, guardandola come il basilisco. La ragazza cambiava mille colori e si alzava per andarsene. Però don Michele la prendeva per la mano e le diceva:

— Perché volete farmi questa offesa, comare Malavoglia? Restate lì, che nessuno vi mangia.

Così passavano il tempo, mentre aspettavano gli uomini dal mare. Lei stava sulla porta, e don Michele sui sassi. Lui spezzettava qualche rametto secco, perché non sapeva cosa fare. E le chiedeva:

— Ci verreste a stare in città?

— Cosa verrei a farci, in città?

— Quello è il posto per voi! Voi non siete fatta per stare qui, fra questi villani, parola d’onore! Voi siete una cosa fine, di prima qualità. Siete fatta per stare in una bella casetta, e per andare a spasso alla Marina e alla Villa, quando c’è la musica. Vestita bene, come intendo io. Con un bel fazzoletto di seta in testa e la collana d’ambra. Qui sembra di stare in mezzo ai porci, parola mia d’onore! Non vedo l’ora di essere trasferito. Mi hanno promesso di richiamarmi in città con l’anno nuovo.

Lia rideva dello scherzo e alzava le spalle. Lei non sapeva nemmeno come fossero fatte le collane d’ambra e i fazzoletti di seta. Poi una volta don Michele tirò fuori, con gran mistero, un bel fazzoletto giallo e rosso, ancora nella sua carta. L’aveva avuto da un contrabbando, e voleva regalarlo a comare Lia.

— No! No! — diceva lei, tutta rossa. — Non lo prendo neanche se mi ammazzate!

E don Michele insisteva:

— Questa non me l’aspettavo, comare Lia. Non me lo merito, vedete!

E dovette avvolgere di nuovo il fazzoletto nella carta e metterselo in tasca. Da allora in poi, quando vedeva spuntare il naso di don Michele, Lia correva a chiudersi in casa. Aveva paura che volesse darle il fazzoletto. Don Michele aveva un bel passare e ripassare, e far brontolare la Zuppidda con la schiuma alla bocca. Aveva un bell’allungare il collo dentro la porta dei Malavoglia: non vedeva più nessuno. Così alla fine decise di entrare. Quando le ragazze se lo videro davanti, restarono a bocca aperta. Tremavano come se avessero la febbre, e non sapevano cosa fare.

— Voi il fazzoletto di seta non l’avete voluto, comare Lia, — disse lui alla ragazza, che era diventata rossa come un papavero. — Ma io sono tornato per il bene che voglio a voi. Che cosa fa vostro fratello ’Ntoni?

Anche Mena diventava rossa, quando le chiedevano cosa faceva suo fratello ’Ntoni. Perché lui non faceva niente. E don Michele continuò:

— Ho paura che vi darà qualche dispiacere, a tutti voi, vostro fratello ’Ntoni. Io vi sono amico e chiudo gli occhi. Ma qui verrà un altro brigadiere al mio posto. Lui vorrà sapere cosa va a fare vostro fratello con Cinghialenta, la sera, verso il Rotolo. E con quell’altro bel tipo di Rocco Spatu, quando vanno a passeggiare nella sciara, come se avessero scarpe da buttare via. Aprite bene gli occhi anche voi su quello che vi dico ora, comare Mena. E ditegli pure che non frequenti tanto quell’imbroglione di Piedipapera, nella bottega di Pizzuto. Perché si sa tutto, e poi nei guai ci resterà lui. Gli altri sono volpi vecchie. Sarebbe bene che vostro nonno non lo facesse andare a passeggiare nella sciara. Ditegli che la sciara è fatta per passeggiare, sì, ma gli scogli del Rotolo ci sentono, come se avessero le orecchie. E vedono anche senza cannocchiale le barche che vanno lungo la costa, zitte zitte, verso sera, come se andassero a pescare pipistrelli. Ditegli questo, comare Mena. E ditegli pure che chi gli dà questo avvertimento è un amico che vi vuole bene. Compare Cinghialenta, Rocco Spatu e anche Vanni Pizzuto sono tenuti d’occhio. Vostro fratello si fida di Piedipapera. Non sa che le guardie doganali prendono una parte su ogni contrabbando che scoprono. E per sorprenderli bisogna dare una parte a uno della banda, e farlo cantare, per prenderli tutti. Di Piedipapera ricordategli solo questo. Gli disse Gesù Cristo a San Giovanni: «degli uomini segnati guárdatene!» Lo dice anche il proverbio.

Mena spalancava gli occhi e diventava pallida. Non capiva bene quello che sentiva. Ma sentiva già la paura che suo fratello finisse nei guai con quelli del berretto gallonato. Allora don Michele la prese per mano, per farle coraggio, e continuò:

— Se si sapesse che sono venuto a dirvi tutto questo, sarei rovinato. Io rischio il mio berretto gallonato, per il bene che voglio a voi Malavoglia. Ma non mi piace che vostro fratello passi qualche guaio. No! Non vorrei incontrarlo di notte in qualche brutto posto, nemmeno per prendere un contrabbando di mille lire, parola mia d’onore!

Le povere ragazze non ebbero più pace, da quando don Michele aveva messo loro quella pulce nell’orecchio. La notte non chiudevano occhio. Aspettavano il fratello dietro la porta fino a tardi, tremando di freddo e di paura. Lui intanto andava cantando per le strade con Rocco Spatu e altri della banda. E alle povere ragazze sembrava sempre di sentire grida e colpi di fucile. Come quando avevano detto che c’era stata la caccia alle quaglie a due piedi.

— Tu va’ a dormire, — ripeteva Mena alla sorella. — Tu sei troppo giovane, e certe cose non devi saperle.

Al nonno non diceva niente, per non dargli quest’altro dolore. Ma a volte vedeva ’Ntoni un po’ calmo, seduto tristemente sulla porta, col mento in mano. Allora si faceva coraggio e gli chiedeva:

— Cosa vai a fare sempre con Rocco Spatu e Cinghialenta? Stai attento, ti hanno visto sulla sciara e verso il Rotolo. Guardati da Piedipapera. Lo sai il detto degli antichi, quello che disse Gesù Cristo a San Giovanni: «degli uomini segnati guárdatene!»

— Chi te l’ha detto? — chiedeva ’Ntoni, e saltava su come un diavolo. — Dimmi chi te l’ha detto!

— Me l’ha detto don Michele! — rispondeva lei con le lacrime agli occhi. — Mi ha detto di guardarti da Piedipapera. Perché per prendere un contrabbando bisogna dare una parte a uno della banda.

— E non ti ha detto altro?

— No, non mi ha detto altro.

Allora ’Ntoni giurava che non era vero niente, e le diceva di non dirlo al nonno. Poi se ne andava in fretta all’osteria, a mandare via la noia. E se incontrava quelli del berretto gallonato, faceva il giro lungo per non vederli nemmeno da lontano. Tanto, pensava, don Michele non sapeva niente, e parlava a caso, per fargli paura. Ce l’aveva con lui dopo la storia della Santuzza, che l’aveva messo fuori della porta come un cane rognoso. In fondo lui non aveva paura di don Michele e dei suoi galloni. Quello era ben pagato per succhiare il sangue dei poveri. Bella cosa! Don Michele non aveva bisogno di arrangiarsi in qualche modo, così grasso e ben nutrito! Non aveva altro da fare che mettere le mani addosso a qualche povero diavolo, se cercava di guadagnarsi come poteva un pezzo da dodici tarì. E c’era quell’altra prepotenza: per sbarcare la roba che veniva da fuori bisognava pagare il dazio, come se fosse roba rubata! E don Michele doveva metterci il naso, con i suoi sbirri! Loro erano padroni di mettere le mani su ogni cosa e di prendere quello che volevano. Ma gli altri, se rischiavano la pelle per sbarcare la loro roba come volevano, passavano per ladri. E li cacciavano peggio dei lupi, con le pistole e i fucili.

— Ma rubare ai ladri non è mai stato peccato. Lo diceva anche don Giammaria, nella bottega dello speziale.

E don Franco diceva di sì con la testa e con tutta la barba, ridendo sotto i baffi. Diceva che con la repubblica non si sarebbero più viste quelle porcherie.

— E di quegli impiegati di Satana! — aggiungeva il vicario.

A don Giammaria bruciavano ancora le venticinque onze che gli erano scappate di casa.

Ora donna Rosolina, oltre alle venticinque onze, aveva perso anche la testa. E correva dietro a don Michele, per farsi mangiare il resto. Quando lo vedeva andare nella strada del Nero, credeva che ci andasse per vedere lei sul terrazzino. E stava sempre sul terrazzino, con la conserva di pomodoro e i barattoli di peperoni, per mostrare quello che sapeva fare. Nessuno le avrebbe tolto dalla testa questa idea, neanche con le tenaglie: don Michele, con la sua pancia, ora che era uscito dal peccato mortale con la Santuzza, cercava di sicuro una donna di casa e di giudizio, come intendeva lei. Perciò lo difendeva, quando suo fratello parlava male del governo e dei mangiapane. E rispondeva:

— I mangiapane come don Silvestro, sì! Quelli si mangiano un paese senza fare niente. Ma i dazi ci vogliono per pagare i soldati, che fanno bella figura con la divisa. Senza soldati ci mangeremmo come lupi fra di noi.

— Dei fannulloni pagati per portare il fucile, e nient’altro! — rideva lo speziale. — Come i preti, che prendono tre tarì per una messa. Dite la verità, don Giammaria: che capitale ci mettete voi, nella messa che vi pagano tre tarì?

— E voi che capitale ci mettete in quell’acqua sporca che vi fate pagare a peso di sangue? — rispondeva il vicario con la schiuma alla bocca.

Don Franco aveva imparato a ridere con don Silvestro, per far arrabbiare don Giammaria. E continuava senza ascoltarlo, perché aveva capito che era il modo migliore per fargli perdere la testa.

— In mezz’ora si guadagnano la giornata, e poi sono a spasso tutto il giorno. Proprio come don Michele, che sembra un uccellaccio perdigiorno, sempre tra i piedi, da quando non va più a scaldare le panche della Santuzza.

— Per questo ce l’ha con me, — interveniva ’Ntoni. — È arrabbiato come un cane, e vuole fare il prepotente perché ha la sciabola. Ma, sangue della Madonna! Una volta o l’altra gliela do sul muso, la sua sciabola, per fargli vedere che me ne infischio!

— Bravo! — esclamava lo speziale. — Così si fa! Bisogna che il popolo mostri i denti. Ma lontano da qui, perché non voglio pasticci nella mia spezieria. Al Governo non sembrerebbe vero di tirarmi nei guai per i capelli. Ma a me non piace avere a che fare con i giudici e con tutta quella canaglia del governo.

’Ntoni Malavoglia alzava i pugni al cielo, e giurava per Cristo e per la Madonna che voleva finirla, anche se avesse dovuto andare in galera. Tanto lui non aveva niente da perdere.

La Santuzza non lo guardava più con gli stessi occhi. Gliene aveva dette tante quel buono a nulla di suo padre, piagnucolando fra un’avemaria e l’altra, da quando massaro Filippo non mandava più il vino all’osteria! Le diceva che i clienti cominciavano a sparire, come le mosche a Sant’Andrea. Non trovavano più il vino di massaro Filippo, e c’erano abituati come il bambino al latte della mamma. Ogni volta lo zio Santoro ripeteva alla figlia:

— Cosa vuoi farne di quel morto di fame di ’Ntoni Malavoglia? Non vedi che ti mangia tutta la roba senza darti niente? Tu lo ingrassi meglio di un maiale, e poi lui va a fare il galante con la Vespa e con la Mangiacarrubbe, ora che sono ricche.

E le diceva anche:

— I clienti se ne vanno perché lui ti sta sempre attaccato alla gonna, e non ti lascia un momento per dire una battuta.

Oppure:

— Così stracciato e sporco, è una vergogna averlo nella bettola. Sembra tutta una stalla, e la gente ha schifo di bere nei bicchieri. Don Michele sì che ci stava bene sulla porta, con i galloni sul berretto! La gente che paga il vino vuole berselo in pace, ed è contenta di vedere lì davanti uno con la sciabola. E poi tutti lo salutavano togliendosi il berretto. E nessuno ti avrebbe negato un soldo, se te lo doveva, quando era segnato col carbone sul muro. Ora che non c’è più lui, non viene nemmeno massaro Filippo. L’altra volta è passato di qua, e io volevo farlo entrare. Ma lui dice che è inutile venire, perché il mosto non può più farlo passare di contrabbando, ora che sei in collera con don Michele. È una cosa che non fa bene né all’anima né al corpo. La gente comincia perfino a mormorare che a ’Ntoni fai la carità pelosa, perché massaro Filippo non viene più. E vedrai come andrà a finire! Vedrai che arriverà all’orecchio del vicario, e ti toglieranno la medaglia di Figlia di Maria.

La Santuzza resisteva ancora, perché in casa sua voleva essere sempre lei la padrona. Ma cominciava ad aprire gli occhi anche lei, perché quello che diceva suo padre era il santo Vangelo. E non trattava più ’Ntoni come prima. Se c’era un avanzo da mettere da parte nel piatto, non lo dava più a lui. E gli metteva l’acqua sporca nei fondi dei bicchieri. Così alla fine ’Ntoni cominciò a fare il muso lungo. La Santuzza gli rispose che i fannulloni non le piacevano. Lei e suo padre il pane se lo guadagnavano, e così avrebbe dovuto fare anche lui. Doveva aiutare un po’ in casa, a spaccare la legna o a soffiare sul fuoco. Invece stava lì come un lazzarone a gridare e a dormire con la testa fra le braccia. Oppure sputacchiava per terra dappertutto, che faceva un mare, e non si sapeva più dove mettere i piedi. ’Ntoni un po’ andò a spaccare la legna, brontolando. Oppure soffiava sul fuoco, per fare meno fatica. Ma era dura lavorare tutto il giorno come un cane, peggio di quanto faceva una volta a casa sua. E poi vedersi trattare peggio di un cane, con sgarbi e parolacce, per quei piatti sporchi che gli davano da leccare.

Una volta finalmente la Santuzza tornava dalla confessione col rosario in mano, e ’Ntoni le fece una scenata. Si lamentava che tutto questo succedeva perché don Michele era tornato a girare davanti all’osteria. L’aspettava anche in piazza, quando lei andava a confessarsi. E lo zio Santoro gli gridava dietro per salutarlo, quando sentiva la sua voce. Andava a cercarlo perfino nella bottega di Pizzuto, tastando i muri col bastone per trovare la strada. Allora la Santuzza cominciò a fare il diavolo. Gli rispose che lui era venuto apposta per farle fare peccati, mentre aveva ancora l’ostia in bocca, e farle perdere la comunione.

— Se non vi piace, andatevene! — gli diceva. — Io non voglio dannarmi l’anima per voi. E non vi ho detto niente quando ho saputo che correte dietro a quelle donnacce come la Vespa e la Mangiacarrubbe, ora che sono sposate male. Correte a trovarle, che ora hanno il trogolo in casa e cercano il maiale.

Ma ’Ntoni giurava che non era vero. A lui non importava di queste cose. Alle donne non ci pensava più. Lei poteva sputargli in faccia, se lo vedeva parlare con un’altra donna.

— No, così non te lo togli dai piedi, — ripeteva intanto lo zio Santoro. — Non vedi come è attaccato al pane che ti mangia? Bisogna rompere la pentola per aggiustarla. Bisogna farlo mettere fuori a pedate. Massaro Filippo mi ha detto che il mosto non può più tenerlo nelle botti. Lo venderà ad altri, se tu non fai la pace con don Michele, e se non riesci a farlo entrare di contrabbando come prima!

E tornava a cercare massaro Filippo nella bottega di Pizzuto, tastando i muri col bastone. Sua figlia faceva la sdegnosa. Diceva che non avrebbe mai abbassato la testa davanti a don Michele, dopo il brutto tiro che lui le aveva fatto.

— Lascia fare a me, che la aggiusto io! — diceva sicuro lo zio Santoro. — Farò le cose con giudizio. Non ti farei mai fare la figura di tornare a leccare gli stivali a don Michele. Sono tuo padre o no, santo Dio?

Da quando la Santuzza gli faceva degli sgarbi, ’Ntoni doveva pensare a come pagare il pane che gli davano all’osteria. A casa sua infatti non osava farsi vedere. E quei poveretti intanto pensavano a lui, mentre mangiavano la loro minestra senza appetito, come se anche lui fosse morto. Non stendevano nemmeno la tovaglia. Stavano qua e là per la casa, con la scodella sulle ginocchia.

— Questo è l’ultimo colpo per me, che sono vecchio! — ripeteva il nonno.

E chi lo vedeva passare con le reti in spalla, per andare a giornata, diceva:

— Questo è l’ultimo inverno per padron ’Ntoni. Ci vorrà poco perché tutti quegli orfani restino sulla strada.

E Lia, se Mena le diceva di entrare in casa quando passava don Michele, rispondeva a muso duro:

— Sì! Bisogna chiudersi in casa, come se fossi un tesoro! Stai tranquilla, che tesori come noi non li vogliono neppure i cani!

— Oh! Se tua madre fosse qui, non diresti così! — mormorava Mena.

— Se mia madre fosse qui, non sarei orfana, e non dovrei pensare da sola ad aiutarmi. E nemmeno ’Ntoni andrebbe per le strade. È una vergogna sentirsi dire che siamo sue sorelle. Nessuno vorrà prendersi in moglie la sorella di ’Ntoni Malavoglia.

’Ntoni, ora che era in miseria, non si vergognava più di farsi vedere con Rocco Spatu e Cinghialenta, sulla sciara e verso il Rotolo. Parlavano a bassa voce fra loro, con la faccia scura, come lupi affamati. Don Michele tornava a dire a Mena:

— Vostro fratello vi darà qualche dispiacere, comare Mena!

Ormai anche Mena andava a cercare il fratello sulla sciara, verso il Rotolo, o sulla porta dell’osteria. E piangeva e singhiozzava, tirandolo per la manica della camicia. Ma lui rispondeva:

— No! È don Michele che mi vuole male, te l’ho detto. Prepara sempre birbonate contro di me, insieme allo zio Santoro. Li ho sentiti io nella bottega di Pizzuto. Lo sbirro gli diceva: — E se tornassi da vostra figlia, che brutta figura ci farei? — E lo zio Santoro rispondeva: — Oh bella! Se vi dico che tutto il paese si mangerebbe i gomiti dall’invidia!

— Ma tu cosa vuoi fare? — ripeteva Mena con la faccia pallida. — Pensa alla mamma, ’Ntoni, e pensa a noi, che non abbiamo più nessuno!

— Niente! Voglio svergognare lui e la Santuzza davanti a tutto il paese, quando vanno alla messa! Voglio dirgli in faccia quello che penso, e far ridere la gente. Tanto io non ho paura di nessuno al mondo. E mi sentirà anche lo speziale, lì vicino.

Mena aveva un bel piangere e un bel pregare. Lui tornava a dire che non aveva niente da perdere, e che dovevano pensarci gli altri più di lui. Diceva che era stanco di fare quella vita, e voleva finirla, come diceva don Franco. E siccome all’osteria lo guardavano male, andava a girare per la piazza, soprattutto la domenica. Si metteva sugli scalini della chiesa per vedere che faccia facevano quegli svergognati. Venivano lì a ingannare il mondo, e a fare le corna al Signore e alla Madonna proprio sotto i loro occhi.

La Santuzza, da quando trovava ’Ntoni di sentinella alla porta della chiesa, andava a messa ad Aci Castello, la mattina presto. Così sfuggiva alla tentazione di fare peccati. ’Ntoni vedeva passare la Mangiacarrubbe, col naso nella mantellina. Non guardava più nessuno, ora che aveva acchiappato il marito. La Vespa, tutta piena di fronzoli e col rosario in mano, andava a pregare il Signore di liberarla da quel castigo di Dio di suo marito. E ’Ntoni rideva forte alle loro spalle:

— Ora che l’hanno pescato, il marito, non hanno più bisogno di niente. C’è chi deve pensare a dar loro da mangiare!

Lo zio Crocifisso aveva perso anche la devozione, da quando si era messo la Vespa addosso. Non andava nemmeno più in chiesa, per stare lontano dalla moglie almeno per il tempo della messa. Così si dannava l’anima.

— Questo è l’ultimo anno per me! — andava piagnucolando. E adesso correva a cercare padron ’Ntoni e gli altri disgraziati come lui. — Nella mia vigna è venuta la grandine, e alla vendemmia non ci arrivo di sicuro.

— Sapete, zio Crocifisso, — rispondeva padron ’Ntoni, — quando vogliamo andare dal notaio per l’affare della casa, io sono pronto. Ho qui i soldi.

Padron ’Ntoni non pensava ad altro che alla sua casa, e degli affari degli altri non gli importava niente.

— Non mi parlate di notaio, padron ’Ntoni! Quando sento parlare di notaio, mi ricordo del giorno in cui mi ci feci trascinare dalla Vespa. Maledetto il giorno che ci misi piede!

Ma compare Piedipapera sentiva l’odore della senseria, e gli diceva:

— Quella strega della Vespa, se morite voi, è capace di dargliela per un pezzo di pane, la casa del nespolo. È meglio che i vostri affari li facciate voi, finché avete gli occhi aperti.

Allora lo zio Crocifisso rispondeva:

— Sì, sì, andiamoci pure dal notaio. Ma dovete farmi guadagnare qualcosa su questo affare. Vedete quante perdite ho fatto!

E Piedipapera aggiungeva, facendo finta di parlare solo con lui:

— Quella strega di vostra moglie, se sa che avete ripreso i soldi della casa, è capace di strozzarvi, per comprarsi tante collane e fazzoletti di seta.

E diceva anche:

— Almeno la Mangiacarrubbe non ne compra più, collane e fazzoletti di seta, ora che ha acchiappato il marito. La vedete come viene a messa con un vestitino di cotone da poco!

— A me non importa della Mangiacarrubbe. Ma avrebbero dovuto bruciarla viva anche lei, con tutte le altre donne che sono al mondo per farci dannare l’anima. Ci credete davvero che non compra più niente? È tutto un inganno, per prendere in giro padron Fortunato. Lui va gridando che piuttosto vuole prendersi una donna qualsiasi dalla strada. Non vuole lasciare la sua roba a quella pezzente che gli ha rubato il figlio. Io gli regalerei la Vespa, se la volesse! Sono tutte uguali! E guai a chi ci capita, per sua disgrazia, perché il Signore gli toglie la luce. Guardate don Michele, che va nella strada del Nero per fare l’occhiolino a donna Rosolina. Cosa gli manca? È rispettato, ben pagato, con una bella pancia!... Eppure corre dietro alle donne anche lui, e va a cercarsi i guai con la lanterna. Per la speranza di quei quattro soldi del vicario.

— No, lui non ci va per donna Rosolina, no! — diceva Piedipapera, strizzandogli l’occhio di nascosto. — Donna Rosolina può mettere le radici sul terrazzino, in mezzo ai suoi pomodori, a fargli gli occhi da pesce morto. A don Michele non importa niente dei soldi del vicario. Lo so io cosa va a fare nella strada del Nero!

— Dunque, cosa volete per la casa? — tornò a dire padron ’Ntoni.

— Ne parleremo, ne parleremo quando saremo dal notaio, — rispose lo zio Crocifisso. — Adesso lasciatemi ascoltare la santa messa.

E così lo mandava via, tutto triste.

— Don Michele ha altro per la testa, — ripeteva Piedipapera. E tirava fuori la lingua alle spalle di padron ’Ntoni, indicando con l’occhio suo nipote.

Il nipote andava a sedersi in alto sui muri, con un vecchio giubbone sulle spalle. E lanciava occhiatacce allo zio Santoro. Ora lo zio Santoro veniva alla messa, per tendere la mano ai fedeli, borbottando avemarie e gloriapatri. Riconosceva tutti, uno per uno, quando la folla usciva dalla chiesa. A uno diceva: — Il Signore vi dia la provvidenza! — E a un altro: — Tanta salute! — E quando gli passò accanto don Michele, gli disse anche: — Andateci, che vi aspetta nell’orto dietro la tettoia. — Santa Maria, ora pro nobis! Signore Iddio, perdonatemi!...

La gente, appena don Michele tornò a frequentare la Santuzza, diceva:

— Hanno fatto la pace, cani e gatti! Vuol dire che sotto c’era qualcosa, per tenersi il broncio.

E quando anche massaro Filippo tornò all’osteria:

— Anche quell’altro! Non sa stare senza don Michele? È segno che è innamorato di don Michele, più che della Santuzza. Certa gente non sa stare sola nemmeno in Paradiso!

Allora ’Ntoni Malavoglia si mangiava il fegato dalla rabbia. Si vedeva cacciato a pedate fuori dalla bettola, peggio di un cane rognoso. Non aveva un soldo in tasca per andare a bere in faccia a don Michele. Avrebbe voluto piantarsi lì tutto il giorno, coi gomiti sulla tavola, per farli arrabbiare. Invece doveva stare in strada come un cagnaccio, con la coda fra le gambe e il muso a terra. E borbottava:

— Sangue di Giuda! Un giorno o l’altro succederà una commedia, succederà!

Rocco Spatu e Cinghialenta avevano sempre qualche soldo. Ridevano di lui dalla porta della taverna, e gli facevano le corna. Poi venivano a parlargli a bassa voce. Lo tiravano per il braccio verso la sciara e gli parlavano nell’orecchio. Lui diceva di sì con la testa, sempre incerto, come il minchione che era. Allora gli rinfacciavano:

— Ti sta bene morire di fame lì davanti, e vederti fare le corna sotto i tuoi stessi occhi da don Michele, carogna che sei!

— Sangue di Giuda! Non dite così! — gridava ’Ntoni col pugno in aria. — Perché un giorno o l’altro la faccio succedere, una commedia, la faccio succedere!

Ma gli altri lo lasciavano lì, alzando le spalle e ridendo. Alla fine gli fecero salire la mosca al naso. Andò a piantarsi proprio in mezzo all’osteria, giallo come un morto, col pugno sul fianco. Aveva il giubbone vecchio sulle spalle, ma lo portava come se fosse un vestito di velluto. E girava gli occhiacci intorno, per provocare chi sapeva lui. Don Michele, per amore dei galloni, faceva finta di non vederlo, e cercava di andarsene. Ma ’Ntoni, vedendo che don Michele faceva il minchione, si sentiva bruciare il fegato. Gli rideva in faccia, a lui e alla Santuzza. E sputava nel vino che beveva. Diceva che era veleno, come quello che avevano dato a Gesù sulla croce!

— E per di più battezzato! — Diceva che la Santuzza ci aveva messo l’acqua, e che era proprio una sciocchezza venire a farsi rubare i soldi in quella bettolaccia. Per questo lui non ci veniva più!

La Santuzza, toccata nel punto debole, non riuscì più a trattenersi. Gli disse che non veniva più perché erano stanchi di mantenerlo per carità. Avevano dovuto cacciarlo fuori dalla porta con la scopa, tanto era affamato. Allora ’Ntoni cominciò a fare il diavolo. Gridava e rompeva i bicchieri. Diceva che l’avevano messo fuori per tirarsi in casa quell’altro baccalà col berretto gallonato. Ma lui aveva il coraggio di fargli uscire il vino dal naso, se voleva, perché non aveva paura di nessuno. Anche don Michele era giallo, col berretto di traverso, e balbettava:

— Per la santa parola d’onore, stavolta finisce male!

Intanto la Santuzza faceva piovere bicchieri e boccali addosso a tutti e due. Così finalmente si presero a botte. Cominciarono a darsi pugni e a rotolarsi sotto le panche. Volevano mangiarsi il naso a vicenda. La gente li prendeva a calci e a pugni per separarli. Alla fine ci riuscì Peppi Naso, con la cinghia di cuoio che si era tolto dai pantaloni. Dove arrivava, levava il pelo.

Don Michele si spolverò la divisa, andò a raccogliere la sciabola che aveva perso, e uscì borbottando fra i denti, senza dire altro, per amore dei galloni. Ma ’Ntoni Malavoglia perdeva un fiume di sangue dal naso. Lo vide scappare via, e nessuno riuscì a impedirgli di gridargli dietro un mare di insulti dalla porta dell’osteria. Gli mostrava il pugno e si asciugava con la manica il sangue che gli colava dal naso. E gli prometteva che gli avrebbe dato il resto, quando lo incontrava.

### Glossario

- **«Una mela fradicia guasta tutte le altre»**: una persona cattiva rovina anche quelli che le stanno vicino.
- **«Per un pescatore si perde la barca»**: per colpa di un solo uomo si può perdere la barca di tutti.
- **«Chi va col lupo allupa»**: chi sta con gente cattiva diventa come loro.
- **«chi pratica con zoppi all’anno zoppica»**: chi frequenta gli zoppi, dopo un anno zoppica anche lui; cioè si prendono i difetti degli amici.
- **canonico**: prete importante che vive bene e mangia molto.
- **serenata**: qui: rumore di pentole e campanacci sotto la casa degli sposi vecchi, per prenderli in giro.
- **campanacci**: grandi campane che si mettono al collo delle bestie.
- **mora e briscola**: giochi popolari, con le dita e con le carte.
- **tenere il candeliere**: qui: stare da parte a guardare, mentre un’altra è al centro dell’attenzione.
- **terno al lotto**: vincita al lotto con tre numeri giusti; una grande fortuna.
- **ambra**: pietra gialla e lucida per fare collane.
- **contrabbando**: portare merci di nascosto, senza pagare le tasse.
- **farlo cantare**: far parlare qualcuno, perché racconti i segreti della sua banda.
- **«degli uomini segnati guárdatene!»**: stai attento alle persone che hanno un difetto nel corpo; qui si parla di Piedipapera, che è zoppo.
- **la caccia alle quaglie a due piedi**: modo scherzoso per dire la caccia ai contrabbandieri, che sono «uccelli» con due piedi.
- **cane rognoso**: cane malato e sporco, che nessuno vuole.
- **mangiapane**: chi vive alle spalle degli altri senza lavorare.
- **come le mosche a Sant’Andrea**: a fine novembre, quando le mosche spariscono per il freddo.
- **la carità pelosa**: una carità fatta per interesse, non per buon cuore.
- **trogolo**: vasca dove mangiano i maiali.
- **senseria**: il guadagno di chi fa da mediatore in un affare.
- **levava il pelo**: colpiva così forte da togliere la pelle.

## Capitolo XIV

Quando ’Ntoni Malavoglia incontrò don Michele per dargli il resto, fu un brutto affare. Era notte e diluviava, ed era così buio che non ci avrebbe visto neppure un gatto. Successe all’angolo della sciara, verso il Rotolo. Lì le barche andavano avanti e indietro in silenzio, e facevano finta di pescare merluzzi a mezzanotte. E lì andava a girare ’Ntoni, con Rocco Spatu, Cinghialenta e altri malarnesi, con la pipa in bocca. Le guardie stavano nascoste tra gli scogli, con le carabine in mano. E conoscevano una per una quelle punte di fuoco delle pipe.

— Comare Mena, — aveva detto don Michele un’altra volta, passando per la strada del Nero, — dite a vostro fratello di non andare di notte al Rotolo, con Rocco Spatu e Cinghialenta.

Ma ’Ntoni aveva fatto il sordo, perché «ventre affamato non sente ragione». E don Michele non gli faceva più paura, da quando si erano rotolati a pugni sotto le panche dell’osteria. Inoltre gli aveva promesso di dargli il resto quando lo incontrava. Non voleva passare per un vigliacco e uno spaccone davanti alla Santuzza e a tutti quelli che avevano sentito la minaccia.

— Gli ho detto che gli darò il resto dove lo incontrerò. E se lo incontro al Rotolo, glielo do al Rotolo! — ripeteva con i suoi amici.

E ci avevano tirato dentro anche il figlio della Locca. Avevano passato la sera all’osteria, a bere e a fare chiasso. L’osteria è come un porto di mare. E la Santuzza non poteva mandarlo via, ora che lui aveva dei soldi in tasca e li faceva ballare nella mano. Don Michele era passato a fare il giro di controllo. Ma Rocco Spatu, che conosceva la legge, diceva sputando:

— Finché c’è il lume sulla porta, abbiamo il diritto di stare qua!

E si appoggiava al muro per stare più comodo. ’Ntoni Malavoglia si divertiva anche a far sbadigliare la Santuzza. Lei sonnecchiava dietro i bicchieri, con la testa sui cuscini che portavano la medaglia di Figlia di Maria.

— E ci sta sul morbido meglio che su un fascio d’erba fresca! — diceva ’Ntoni, perché il vino lo faceva chiacchierare.

Rocco invece, pieno come una botte, non parlava più, con le spalle al muro.

Intanto lo zio Santoro, a tentoni, aveva ritirato il lume e chiudeva la porta.

— Ora andatevene, che ho sonno, — disse la Santuzza.

— Io non ho mica sonno, io! Massaro Filippo a me mi lascia dormire la notte.

— A me non importa se vi lascia dormire. Ma non voglio prendere la multa per colpa vostra, se mi trovano la porta aperta a quest’ora.

— Chi ve la dà la multa? Quello sbirro di don Michele? Fatelo venire qui, che gliela do io la multa! Ditegli che c’è qui ’Ntoni Malavoglia, sangue della madonna!

Intanto la Santuzza lo aveva preso per le spalle e lo spingeva fuori dalla porta.

— Andate a dirglielo voi stesso. E andate a cercarvi i guai fuori di qui. Io non voglio storie con la polizia per i vostri begli occhi.

’Ntoni si vide cacciare così sulla strada, nel fango, con l’acqua che veniva giù come Dio la mandava. Tirò fuori un coltello. E giurava e bestemmiava che voleva colpirli tutti e due, lei e don Michele! Cinghialenta era l’unico che avesse la testa a posto per tutti. Lo tirava per il giubbone e gli diceva:

— Lascia stare per stasera! Non lo sai quello che abbiamo da fare?

Allora al figlio della Locca venne una gran voglia di mettersi a piangere, al buio.

— È ubriaco, — osservò Rocco Spatu, che stava sotto la grondaia. — Portatelo qui, che gli farà bene.

L’acqua della grondaia calmò un po’ ’Ntoni. Si lasciò portare da compare Cinghialenta, ma continuava a sbuffare mentre camminava nelle pozzanghere. E bestemmiava che, se incontrava don Michele, voleva dargli quello che gli aveva promesso. All’improvviso si trovò davvero naso a naso con don Michele. Anche lui girava lì intorno, con la pistola sulla pancia e i pantaloni dentro gli stivali. Allora ’Ntoni si calmò di colpo, e tutti e tre si allontanarono zitti zitti verso la bottega di Pizzuto. Arrivati dietro la porta, ora che don Michele era lontano, ’Ntoni volle per forza che si fermassero ad ascoltarlo.

— Lo vedete dove andava don Michele? E la Santuzza che diceva di avere sonno! E adesso come faranno, se nella stalla c’è ancora massaro Filippo?

— E tu lascia stare don Michele, — disse Cinghialenta. — Così lui ci lascerà andare per i fatti nostri.

— Voi siete tutti canaglie, — disse ’Ntoni, — perché avete paura di don Michele.

— Stasera sei ubriaco! Ma ti farei vedere io se ho paura di don Michele! Ora che ho venduto il mulo, non voglio che nessuno venga a vedere come mi guadagno il pane, sangue di un cane!

Lì si misero a parlare a bassa voce, contro il muro, mentre il rumore della pioggia copriva i loro discorsi. All’improvviso suonarono le ore. E tutti e quattro tacquero per ascoltare.

— Entriamo da compare Pizzuto, — disse Cinghialenta. — Lui può tenere la porta aperta quanto vuole, e senza il lume fuori.

— È così buio che non ci si vede! — disse il figlio della Locca.

— Bisogna bere qualcosa, con il tempo che fa, — rispose Rocco Spatu. — Se no ci romperemo il naso sulla sciara.

Cinghialenta si mise a brontolare:

— Come se andassimo a giocare! Ora vi farò dare dell’acqua con il limone da mastro Vanni.

— Io non ho bisogno dell’acqua con il limone! — saltò su ’Ntoni. — E vedrete se la mia parte la saprò fare meglio di voi!

Compare Pizzuto non voleva aprire a quell’ora, e rispondeva che era a letto. Ma quelli continuavano a bussare. Minacciavano di svegliare tutto il paese e di far correre la guardia a mettere il naso nei loro affari. Allora lui si fece dire i nomi e venne ad aprire in mutande.

— Siete pazzi a bussare in questo modo? — esclamava. — Ho appena visto passare don Michele.

— Sì, l’abbiamo visto anche noi. Adesso sta recitando il rosario con la Santuzza.

— Lo sai da dove viene don Michele? — gli domandò Pizzuto, guardandolo negli occhi.

’Ntoni alzò le spalle. E Vanni, mentre si faceva da parte per lasciarli entrare, fece l’occhiolino a Rocco e a Cinghialenta.

— È stato dalle Malavoglia, — soffiò loro nell’orecchio. — L’ho visto uscire io!

— Buon pro gli faccia, — rispose Cinghialenta. — Ma bisognerebbe dire a ’Ntoni di raccomandare una cosa a sua sorella. Che tenga con sé don Michele tutta la notte, quando abbiamo da fare...

— Cosa volete da me? — chiese ’Ntoni, con la lingua grossa.

— Niente, non è affare per questa sera.

— Se non è affare per questa sera, perché mi avete fatto lasciare l’osteria? Sono tutto bagnato dalla pioggia! — disse Rocco Spatu.

— È un altro discorso, che facevamo con compare Cinghialenta.

E Pizzuto aggiunse:

— Sì, è venuto l’uomo dalla città. Ha detto che per questa sera la roba è là. Ma sarà un affare difficile sbarcarla con questo tempo.

— Tanto meglio. Così nessuno ci vede a sbarcarla.

— Sì, ma le guardie hanno l’orecchio fino. E state attenti: mi è sembrato di vederle girare qui davanti e guardare dentro la bottega.

Allora ci fu un momento di silenzio. E compare Vanni, per finirla, andò a riempire tre bicchieri di erbabianca.

— Me ne infischio delle guardie! — esclamò Rocco Spatu, dopo che ebbe bevuto. — Peggio per loro, se vengono a mettere il naso nei fatti miei. Ho qui il mio coltellino, che non fa tanto rumore come le loro pistole.

— Noi ci guadagniamo il pane come possiamo, e non vogliamo far male a nessuno! — aggiunse Cinghialenta. — Uno non è più padrone di farsi sbarcare la roba dove vuole?

— Loro vanno a spasso come i ladri, per farsi pagare il dazio di ogni fazzoletto da naso che volete portare a terra. E nessuno gli spara addosso, — aggiunse ’Ntoni Malavoglia. — Sapete cosa ha detto don Giammaria? Che rubare ai ladri non è peccato. E i primi ladri sono quelli con i galloni, che ci mangiano vivi.

— Vogliamo farne tonnina! — concluse Rocco Spatu, con gli occhi che brillavano come quelli di un gatto.

Ma a quel discorso il figlio della Locca posò il bicchierino senza berlo. Era giallo come un morto.

— Sei già ubriaco? — gli chiese Cinghialenta.

— No, — rispose lui. — Non ho bevuto.

— Usciamo, che l’aria aperta farà bene a tutti. Buona notte a chi resta.

— Un momento! — gridò Pizzuto, con la mano sulla porta. — Non è per i soldi dell’erbabianca. Questa ve l’ho data per niente, come amici. Ma vi raccomando, eh! La mia casa è qui per voi, se l’affare va bene. Sapete che lì dietro ho una camera dove ci starebbe una nave di roba. E nessuno ci mette il naso, perché con don Michele e le sue guardie siamo come pane e formaggio. Di compare Piedipapera non mi fido. L’altra volta mi ha tradito, e ha portato la roba in casa di don Silvestro. Don Silvestro non si accontenterebbe mai della sua parte, con la scusa che rischia di perdere il posto. Ma con me non avete questa paura, e mi darete quello che è giusto. Eppure a compare Piedipapera non ho mai negato la senseria. Gli do il bicchierino ogni volta che viene qui, e la barba gliela faccio gratis. Ma santo diavolone! Se mi tradisce un’altra volta, non voglio passare per minchione. Andrò a raccontare a don Michele tutte queste birbonate.

— No, no, compare Vanni! Non c’è bisogno di andarle a raccontare a don Michele! E Piedipapera si è visto stasera?

— Neppure in piazza. Era nella spezieria, a fare la repubblica con lo speziale. Ogni volta che si fa il colpo, lui se ne sta alla larga. Così prova che non c’entra niente in quello che può succedere. È una volpe vecchia. Le pallottole delle guardie non lo prenderanno mai, anche se è zoppo come il diavolo. Poi domattina, a cose fatte, verrà a prendersi la senseria, con la faccia tosta. Ma le pallottole le lascia agli altri.

— Piove sempre! — disse Rocco Spatu. — Non vuole finire, stanotte?

— Con questo tempaccio al Rotolo non ci sarà nessuno, — aggiunse il figlio della Locca. — È meglio tornare a casa.

’Ntoni, Cinghialenta e Rocco Spatu erano sulla soglia, davanti alla pioggia che friggeva come il pesce nella padella. Rimasero un momento zitti, a guardare nel buio.

— Minchione che sei! — esclamò Cinghialenta, per fargli coraggio.

E Vanni Pizzuto chiuse piano piano la porta, dopo aver detto a bassa voce:

— Sentite, eh! Se vi capitasse qualche disgrazia, voi stasera non mi avete visto! Il bicchierino ve l’ho dato per amicizia, ma in casa mia non ci siete stati. Non mi tradite, perché non ho nessuno al mondo.

Gli altri se ne andarono a testa bassa sotto la pioggia, rasente ai muri.

— Anche costui! — brontolava tra i denti Cinghialenta. — Parla male di Piedipapera, e dice che non ha nessuno al mondo. Almeno Piedipapera ha la moglie. E la moglie ce l’ho anch’io! Ma io sono di quelli che si prendono le pallottole!...

In quel momento passavano zitti zitti dietro la porta della cugina Anna. Rocco Spatu disse che anche lui aveva la mamma. A quell’ora stava dormendo, beata lei.

— Chi può starsene tra le lenzuola, con questo tempaccio, non va certo in giro, — concluse compare Cinghialenta.

’Ntoni fece segno di stare zitti e di girare per il viottolo. Così non sarebbero passati davanti alla sua casa. Mena o il nonno potevano stare ad aspettarlo, e li avrebbero sentiti.

— No, tua sorella non sta ad aspettare te, — gli diceva quell’ubriacone di Rocco Spatu. — Semmai aspetta don Michele!

Allora ’Ntoni voleva mangiargli l’anima, e aveva il coltello in tasca. Cinghialenta chiese se erano ubriachi. Volevano litigare per delle sciocchezze, proprio mentre andavano a fare quello che sapevano?

Mena infatti aspettava il fratello dietro la porta, con il rosario in mano. Anche Lia aspettava. Non diceva niente di quello che sapeva, ma era pallida come una morta. Sarebbe stato meglio per tutti se ’Ntoni fosse passato per la strada del Nero, invece di girare per il viottolo. Don Michele c’era stato davvero, verso un’ora di notte, e aveva bussato alla porta.

— Chi è a quest’ora? — disse Lia.

Di nascosto stava facendo l’orlo a un fazzoletto di seta. Alla fine don Michele era riuscito a farglielo accettare.

— Sono io, don Michele. Aprite, che devo parlarvi subito!

— Non apro, perché sono tutti a letto. E mia sorella è di là, dietro la porta, ad aspettare ’Ntoni.

— Se vostra sorella vi sente aprire, non fa niente. Si tratta proprio di ’Ntoni, ed è una cosa urgente. Non voglio che vostro fratello vada in galera. Ma apritemi, perché se mi vedono qui perdo il pane.

— Oh Vergine Maria! — cominciò a dire allora la ragazza. — Oh Vergine Maria!

— Stanotte, appena torna, chiudetelo in casa, vostro fratello. Ma non gli dite che sono stato qui io. Ditegli che è meglio che stia in casa. Diteglielo!

— Oh Vergine Maria! Oh Vergine Maria! — ripeteva Lia, con le mani giunte.

— Adesso è all’osteria, ma deve passare di qua. Voi aspettatelo sulla porta, che è meglio per lui.

Lia piangeva piano, con il viso nelle mani, perché sua sorella non la sentisse. E don Michele la vedeva piangere, con le pistole sulla pancia e i pantaloni dentro gli stivali.

— Per me stasera non c’è nessuno che stia in pensiero, o che si metta a piangere, comare Lia. Ma anch’io sono in pericolo, come vostro fratello. Allora, se mi capita qualche disgrazia, pensate che sono venuto ad avvertirvi. E che ho rischiato di perdere il pane per voi!

Allora Lia alzò il viso dalle mani e lo guardò, con gli occhi pieni di lacrime.

— Dio ve la paghi, don Michele, la carità!

— Io non voglio essere pagato, comare Lia. L’ho fatto per voi, e per il bene che vi voglio.

— Ora andatevene, che tutti dormono! Andatevene, per l’amor di Dio, don Michele!

Don Michele se ne andò. E lei rimase dietro la porta a dire il rosario per suo fratello. Pregava il Signore di mandarlo da quella parte.

Ma il Signore non ve lo mandò. Tutti e quattro, ’Ntoni, Cinghialenta, Rocco Spatu e il figlio della Locca, andavano zitti zitti lungo i muri del viottolo. Quando furono sulla sciara si tolsero le scarpe. E rimasero un po’ ad ascoltare, inquieti, con le scarpe in mano.

— Non si sente niente, — disse Cinghialenta.

La pioggia continuava a cadere. Dalla sciara non si sentiva altro che il mare che brontolava là sotto.

— Non ci si vede neppure per bestemmiare, — disse Rocco Spatu. — Come faranno a trovare lo scoglio dei colombi con questo buio?

— Sono tutta gente pratica, — rispose Cinghialenta. — Conoscono le coste palmo a palmo, a occhi chiusi.

— Ma io non sento niente! — osservò ’Ntoni.

— È vero, non si sente niente! — rispose Cinghialenta. — Ma devono essere laggiù da un pezzo.

— Allora è meglio tornare a casa, — aggiunse il figlio della Locca.

— Tu, ora che hai mangiato e bevuto, non pensi ad altro che a tornare a casa. Ma se non stai zitto, ti butto in mare con un calcio! — gli disse Cinghialenta.

— Il fatto è, — brontolò Rocco, — che mi secca passare qui la notte senza fare niente.

— Ora sapremo se ci sono o no.

E si misero a fare il verso della civetta.

— Se le guardie di don Michele lo sentono, — disse ’Ntoni, — correranno subito qui. Con una notte come questa, le civette non vanno in giro.

— Allora è meglio andarcene, — piagnucolò il figlio della Locca, — visto che nessuno risponde.

Tutti e quattro si guardarono in faccia, anche se non si vedevano. E pensarono a quello che aveva detto ’Ntoni di padron ’Ntoni.

— Cosa facciamo? — tornò a dire il figlio della Locca.

— Scendiamo sulla strada, — propose Cinghialenta. — Se non c’è nessuno neppure là, vuol dire che non sono venuti.

Mentre scendevano verso la strada, ’Ntoni disse:

— Piedipapera è capace di venderci tutti per un bicchiere di vino.

— Ora che non hai più il bicchiere davanti, — gli disse Cinghialenta, — hai paura anche tu.

— Andiamo, sangue del diavolo! Vi farò vedere se ho paura.

Scendevano piano piano tra gli scogli, tenendosi bene per non rompersi il collo. Spatu osservò a bassa voce:

— Vanni Pizzuto a quest’ora è nel suo letto. Lui, che se la prendeva con Piedipapera perché si prende la senseria senza fare niente!

— Allora! — concluse Cinghialenta. — Se non volevate rischiare la pelle, dovevate restare a casa a dormire.

Nessuno parlò più. ’Ntoni metteva le mani avanti, per vedere dove posava i piedi. E pensava che compare Cinghialenta poteva fare a meno di dire così. Infatti in quei momenti ognuno vede davanti agli occhi la sua casa, con il letto, e la Mena che sonnecchia dietro la porta.

Alla fine quell’ubriacone di Rocco Spatu disse:

— La nostra pelle non vale un baiocco.

— Chi va là? — sentirono gridare all’improvviso, dietro il muro della strada. — Fermi! Fermi tutti!

— Tradimento! Tradimento! — cominciarono a gridare loro.

E si misero a scappare per la sciara, senza guardare più dove mettevano i piedi.

Ma ’Ntoni aveva già scavalcato il muro. Si trovò naso a naso con don Michele, che aveva la pistola in pugno.

— Sangue della madonna! — gridò Malavoglia, e tirò fuori il coltello. — Voglio farvi vedere se ho paura della pistola!

La pistola di don Michele sparò in aria. Ma lui cadde a terra come un bue, colpito al petto. Allora ’Ntoni voleva scappare, e saltava meglio di un capriolo. Però le guardie gli furono addosso, mentre le fucilate cadevano come la grandine. E lo buttarono a terra.

— E ora come farà mia mamma! — piagnucolava il figlio della Locca, mentre lo legavano peggio di Cristo.

— Non stringete così forte, sangue della madonna! — urlava ’Ntoni. — Non lo vedete che non posso più muovermi?

— Va’ là, va’ là, Malavoglia! — gli rispondevano. — Il tuo conto è bello e sistemato!

E lo spingevano avanti con la bocca delle carabine.

Lo portavano in caserma, legato peggio di Cristo anche lui. Dietro di lui portavano don Michele, sulle spalle delle guardie. E ’Ntoni cercava con gli occhi dove fossero Cinghialenta e Rocco Spatu.

— Sono scappati! — diceva tra sé. — Non hanno più niente da temere. Come Vanni Pizzuto e Piedipapera, che a quest’ora dormono tra le lenzuola. Soltanto a casa mia non dormono più, da quando hanno sentito le fucilate.

Infatti quei poveretti non dormivano. Stavano sulla porta, sotto la pioggia, come se il cuore avesse parlato loro. I vicini invece si voltavano dall’altra parte e tornavano a dormire, sbadigliando:

— Domani sapremo cos’è stato.

Più tardi, appena cominciò a fare l’alba, la gente si affollava davanti alla bottega di Pizzuto. C’era ancora la piccola lanterna accesa. E lì si chiacchierava tanto di quello che era successo, in quel finimondo della notte.

— Hanno sorpreso il contrabbando e i contrabbandieri, — raccontava Pizzuto. — E don Michele si è preso una coltellata.

La gente guardava verso la porta dei Malavoglia e la indicava con il dito. Alla fine arrivò la cugina Anna, tutta spettinata, bianca come uno straccio. Non sapeva cosa dire. Padron ’Ntoni, come se il cuore gli parlasse, domandò:

— E ’Ntoni? Sapete dov’è ’Ntoni?

— L’hanno arrestato stanotte, con il contrabbando, insieme al figlio della Locca! — rispose la cugina Anna, che aveva perso la testa. — Hanno ammazzato don Michele!

— Ah! Mamma mia! — gridò il vecchio, e si mise le mani nei capelli.

Anche Lia si era messa le mani nei capelli. Padron ’Ntoni, sempre con le mani in testa, non faceva altro che ripetere:

— Ah! Mamma mia! Ah! Mamma mia!

Più tardi venne Piedipapera, con la faccia preoccupata. Si batteva la fronte.

— Avete sentito, eh, padron ’Ntoni? Che disgrazia! Io sono rimasto di sale, quando l’ho saputo.

Comare Grazia, sua moglie, piangeva davvero, poveretta. Vedeva come le disgrazie cadevano una dopo l’altra sulla casa dei Malavoglia.

— Tu cosa ci vieni a fare? — le diceva piano il marito, tirandola vicino alla finestra. — Tu non c’entri. Adesso chi frequenta questa casa si tira addosso gli occhi degli sbirri.

Per questo la gente non si affacciava neppure alla porta dei Malavoglia. Solo la Nunziata, appena saputa la notizia, aveva lasciato i fratellini al più grande. Aveva raccomandato la sua casa alla vicina, ed era corsa da comare Mena a piangere con lei. Faceva come una ragazzina che non ha ancora l’età della prudenza. Gli altri si godevano lo spettacolo da lontano, sulla strada. Oppure si affollavano come le mosche davanti alla caserma. Volevano vedere che faccia aveva ’Ntoni di padron ’Ntoni dietro la grata, dopo la coltellata a don Michele. Oppure correvano nella bottega di Pizzuto. Pizzuto vendeva acquabianca, faceva la barba e raccontava tutto com’era andato, parola per parola.

— I minchioni! — diceva lo speziale, sicuro di sé. — Vedete chi si lascia prendere? I minchioni!

— Sarà un brutto affare! — aggiungeva don Silvestro. — La galera non gliela toglie nessuno, neppure con il rasoio.

E don Giammaria andava a dirgli in faccia:

— In galera non ci vanno quelli che dovrebbero andarci!

— Certo! Non ci vanno! — rispondeva don Silvestro, con la faccia tosta.

— Oggi, — aggiungeva padron Cipolla, giallo di bile, — i veri ladri vi rubano la vostra roba a mezzogiorno, in mezzo alla piazza. Vi entrano in casa per forza, senza rompere né porte né finestre.

— Come voleva fare in casa mia ’Ntoni Malavoglia, — aggiungeva la Zuppidda.

Era venuta a filare la sua canapa in mezzo al gruppo.

— Io te l’ho sempre detto, pace degli angeli! — cominciava suo marito.

— Voi state zitto, che non sapete niente! Guardate che giornata sarebbe stata adesso per mia figlia Barbara, se io non stavo attenta!

Sua figlia Barbara stava alla finestra. Voleva vedere passare ’Ntoni di padron ’Ntoni in mezzo agli sbirri, quando l’avrebbero portato in città.

— Di là non esce più, — dicevano tutti. — Sapete cosa c’è scritto alla Vicaria di Palermo? «Corri quanto vuoi che qui t’aspetto!». E «il malo ferro se lo mangia la mola». Poveri diavoli!

— La brava gente non fa quel mestiere! — gridava la Vespa. — I guai li ha chi li cerca. Vedete chi si mette in queste cose? Chi non fa altro mestiere, ed è un malarnese, come Malavoglia e il figlio della Locca!

Tutti dicevano di sì, e dicevano che quando capita un figlio di quel genere è meglio che ti cada la casa addosso. Solo la Locca andava cercando suo figlio. Si piantava davanti alla caserma delle guardie e gridava che glielo dessero, senza voler sentire ragioni. Poi andava a dare fastidio a suo fratello Campana di legno. Si sedeva sui gradini del suo ballatoio per ore intere, con i capelli bianchi al vento. E lo zio Crocifisso le diceva:

— La galera ce l’ho in casa! Vorrei esserci io al posto di tuo figlio! Cosa vuoi da me? Tanto il pane non te lo portava neppure lui!

— La Locca ci guadagna! — osservava don Silvestro. — Ora non ha più la scusa di avere qualcuno che la mantiene. La metteranno all’Albergo dei poveri, e mangerà pasta e carne tutti i giorni. Se no resta a carico del Comune.

E quando tornavano a dire che «il malo ferro se lo mangia la mola», padron Fortunato aggiungeva:

— È un buon affare anche per padron ’Ntoni. Credete che non gli mangiasse dei soldi, quel malarnese di suo nipote? Io lo so cosa vuol dire un figlio che finisce così! Ora glielo mantiene il re.

Ma padron ’Ntoni non pensava a risparmiare quei soldi, ora che il nipote non glieli mangiava più. Anzi continuava a buttarli dietro a lui, con avvocati e mangiacarte. Erano quei soldi che costavano tanta fatica, ed erano per la casa del nespolo.

— Ora non abbiamo più bisogno della casa, né di niente! — diceva.

Aveva il viso pallido, come quello di ’Ntoni quando l’avevano portato in città tra gli sbirri. Tutto il paese era andato a vederlo, con le mani legate e il fagotto delle camicie sotto il braccio. Gliel’aveva portato Mena, piangendo, di sera, quando nessuno poteva vederla. Il nonno era andato a cercare l’avvocato, quello delle chiacchiere. Aveva visto passare anche don Michele, mentre lo portavano all’ospedale in carrozza. Anche lui aveva la faccia gialla e la divisa sbottonata. Adesso il povero vecchio aveva paura. Non stava a cercare il pelo nell’uovo nelle chiacchiere dell’avvocato. Voleva solo che slegassero le mani a suo nipote e lo lasciassero tornare a casa. Gli sembrava che ’Ntoni, dopo quel terremoto, dovesse tornare a casa e stare sempre con loro, come quando era ragazzo.

Don Silvestro gli fece la carità di andare con lui dall’avvocato. Diceva che quando a un cristiano capita una disgrazia come quella dei Malavoglia, bisogna aiutare il prossimo con le mani e con i piedi. Anche se è un birbante da galera, diceva, bisogna fare il possibile per toglierlo dalle mani della giustizia. Per questo siamo cristiani, e dobbiamo aiutare i nostri simili. L’avvocato ascoltò ogni cosa, e grazie a don Silvestro capì bene la storia. Allora disse che era una bella causa. Senza di lui, la galera era sicura. E si fregava le mani. Padron ’Ntoni diventava molle come un minchione, a sentir parlare di galera. Ma il dottor Scipioni gli batteva sulla spalla. Gli diceva che non era più dottore, se non riusciva a cavarlo fuori con quattro o cinque anni di prigione.

— Cosa ha detto l’avvocato? — domandò Mena, appena vide arrivare il nonno con quella faccia.

E si mise a piangere prima di sentire la risposta. Il vecchio si strappava quei pochi capelli bianchi, e andava come un pazzo per la casa, ripetendo:

— Ah! Perché non siamo morti tutti!

Lia, bianca come la camicia, fissava con gli occhi spalancati chiunque parlasse, senza riuscire ad aprire bocca. Poco dopo arrivò la carta che chiamava i testimoni. Era per Barbara Zuppidda, per Grazia Piedipapera, per don Franco lo speziale, e per tutti quelli che chiacchieravano in piazza e nella bottega di Pizzuto. Così tutto il paese andò sottosopra. La gente si affollava con la carta bollata in mano. E giurava che non sapeva niente, com’è vero Dio! Nessuno voleva avere a che fare con la giustizia. Maledetti ’Ntoni e i Malavoglia, dicevano, che li tiravano per i capelli nei loro imbrogli! La Zuppidda strillava come un’indemoniata:

— Io non so niente! Io all’avemaria mi chiudo in casa. Non sono come loro, che vanno in giro a fare quello che fanno, o che stanno sulla porta a chiacchierare con gli sbirri.

— Alla larga dal governo! — aggiungeva don Franco. — Sanno che sono repubblicano. Sarebbero contenti di trovare una scusa per farmi sparire dalla faccia della terra.

La gente si rompeva la testa per capire cosa potessero dire come testimoni la Zuppidda, comare Grazia e gli altri. Non avevano visto niente, e le fucilate le avevano sentite dal letto, mentre dormivano. Ma don Silvestro si fregava le mani come l’avvocato. Diceva che lui lo sapeva perché li avevano chiamati, ed era meglio per l’avvocato. Ogni volta che l’avvocato andava a parlare con ’Ntoni Malavoglia, don Silvestro lo accompagnava alla prigione, quando non aveva niente da fare. Al consiglio adesso non andava nessuno, e le olive erano già raccolte. Anche padron ’Ntoni aveva provato ad andarci due o tre volte. Ma quando era arrivato davanti a quelle finestre con le sbarre, si era sentito male allo stomaco. Davanti c’erano i soldati con il fucile, che le sorvegliavano e guardavano tutti quelli che entravano. Così era rimasto ad aspettare lì davanti, seduto sul marciapiede, in mezzo a quelli che vendevano castagne e fichidindia. Non gli sembrava vero che il suo ’Ntoni fosse là, dietro quelle sbarre, con i soldati di guardia. L’avvocato poi tornava dalle chiacchiere con ’Ntoni fresco come una rosa, fregandosi le mani. Gli diceva che suo nipote stava bene, anzi era ingrassato. Adesso al povero vecchio sembrava che suo nipote fosse tra i soldati.

— Perché non me lo lasciano andare? — domandava ogni volta, come un pappagallo, o come un bambino che non sente ragioni.

E voleva anche sapere se lo tenevano con le mani legate.

— Lasciatelo stare dov’è, — gli rispondeva il dottor Scipioni. — In queste cose è meglio far passare un po’ di tempo. Non gli manca niente, ve l’ho detto, e ingrassa come un cappone. Le cose vanno bene. Don Michele è quasi guarito dalla sua ferita, e anche questo per noi è una cosa buona. Non ci pensate, vi dico. Tornate alla barca, che questo è affare mio.

— Non ci posso tornare alla barca, ora che ’Ntoni è in prigione. Non ci posso tornare. Tutti ci guarderebbero dove passiamo. E poi non ho più la testa a posto, ora che ’Ntoni è in prigione.

E ripeteva sempre la stessa cosa. Intanto i soldi se ne andavano come l’acqua. E tutti i suoi passavano le giornate chiusi in casa, con la porta sbarrata.

Finalmente arrivò il giorno del processo. Quelli che erano scritti sulla carta dovevano andare al tribunale con i loro piedi, se non volevano andarci con i carabinieri. Ci andò perfino don Franco. Lasciò a casa il suo grande cappello nero, per presentarsi davanti alla giustizia. Era più pallido di ’Ntoni Malavoglia, che stava dietro la grata come una bestia feroce, con i carabinieri accanto. Don Franco non aveva mai avuto a che fare con la giustizia. Gli seccava molto doversi presentare per la prima volta davanti a quella banda di giudici e di sbirri. Quelli, in un batter d’occhio, ti mettono dietro la grata come ’Ntoni Malavoglia.

Tutto il paese era andato a vedere che faccia aveva ’Ntoni di padron ’Ntoni dietro la grata, in mezzo ai carabinieri. Era giallo come una candela. Non osava soffiarsi il naso, per non vedere tutti quegli occhi di amici e conoscenti che se lo mangiavano. E girava e rigirava il berretto tra le mani. Intanto il presidente, con la grande toga nera e la tovaglia sotto il mento, leggeva tutte le birbonate che lui aveva fatto. Erano scritte sulla carta, senza che mancasse una parola. Anche don Michele era là, giallo anche lui, seduto su una sedia. Stava di fronte ai giudei, che sbadigliavano e si facevano vento con il fazzoletto. L’avvocato intanto chiacchierava a bassa voce con il suo vicino, come se non fosse affare suo.

— Questa volta, — mormorava la Zuppidda all’orecchio della vicina, mentre sentiva tutte quelle porcherie fatte da ’Ntoni, — la galera non gliela toglie nessuno.

C’era anche la Santuzza. Doveva dire alla giustizia dove era stato ’Ntoni e dove aveva passato quella sera.

— Guardate cosa vanno a domandare alla Santuzza, — brontolava la Zuppidda. — Sono curiosa di sentire cosa risponderà, per non raccontare alla giustizia tutti i fatti suoi.

— Ma da noi cosa vogliono sapere? — domandò comare Grazia.

— Vogliono sapere se è vero che la Lia se la intendeva con don Michele. E se suo fratello ’Ntoni ha voluto ammazzarlo per togliersi le corna. Me l’ha detto l’avvocato.

— Che vi venga il colèra! — sussurrò lo speziale, facendo gli occhi cattivi. — Volete che andiamo tutti in galera? Sappiate che con la giustizia bisogna dire sempre di no. Noi non sappiamo niente.

Comare Venera si strinse nella mantellina, ma continuò a brontolare:

— Questa è la verità. Li ho visti io con i miei occhi, e lo sa tutto il paese.

Quella mattina, nella casa dei Malavoglia, c’era stata una tragedia. Il nonno aveva visto partire tutto il paese per andare a sentire la condanna di ’Ntoni. E aveva voluto correre con gli altri. Anche Lia avrebbe voluto andare. Aveva i capelli in disordine, gli occhi da pazza e il mento che le tremava. Cercava la mantellina per la casa senza dire niente, con la faccia stravolta e le mani tremanti. Ma Mena l’aveva presa per le mani. Era pallida anche lei, e le diceva:

— No, tu non ci devi andare! Tu non ci devi andare!

E non le diceva altro. Il nonno aggiungeva che loro dovevano stare in casa a pregare la Madonna. E il pianto si sentiva per tutta la strada del Nero. Appena arrivato in città, il povero vecchio si nascose dietro un angolo. Vide passare suo nipote in mezzo ai carabinieri. Le gambe gli si piegavano a ogni passo, e andò a sedersi sulla scala del tribunale, in mezzo alla gente che saliva e scendeva per i fatti suoi. Poi pensò che tutta quella gente andava a sentire la condanna di suo nipote, là in mezzo ai soldati, davanti ai giudici. Gli sembrò di averlo abbandonato in mezzo a una piazza, o in un mare in tempesta. Allora salì anche lui con la folla. Si alzava sulla punta dei piedi, per vedere in alto la grata, con i cappelli dei carabinieri e le baionette che luccicavano. Ma ’Ntoni non si vedeva, in mezzo a tutta quella gente. E il povero vecchio pensava sempre che adesso suo nipote era tra i soldati.

Intanto l’avvocato parlava e parlava, e le parole scorrevano come la carrucola di un pozzo. Diceva di no: non era vero che ’Ntoni Malavoglia avesse fatto tutte quelle birbonate. Il presidente era andato a tirarle fuori per mettere nei guai un povero ragazzo, perché questo era il suo mestiere. Ma come poteva dirlo, il presidente? L’aveva visto lui, forse, ’Ntoni Malavoglia quella notte, con quel buio? «Alla casa del povero ognuno ha ragione», e «La forca è fatta pel disgraziato». Il presidente, senza mostrare niente, lo guardava con gli occhiali, con i gomiti appoggiati sui grossi libri. Il dottor Scipioni ripeteva che voleva sapere dov’era il contrabbando! E da quando un galantuomo non può andare a passeggio all’ora che vuole? Soprattutto se ha un po’ di vino in testa, e vuole farlo passare camminando? Allora padron ’Ntoni faceva sì con la testa. Diceva di sì! di sì! con le lacrime agli occhi. In quel momento avrebbe abbracciato l’avvocato, che diceva che ’Ntoni era un ubriacone. All’improvviso alzò la testa. Questa era buona! Quello che diceva adesso l’avvocato valeva da solo cinquanta lire. Volevano metterlo con le spalle al muro. Volevano provargli, come quattro e quattro fanno otto, che avevano preso ’Ntoni proprio sul fatto, con il coltello in mano. E gli avevano portato lì davanti don Michele, con la faccia da minchione, per la coltellata che si era preso nello stomaco.

— Chi dice che gliel’ha data ’Ntoni Malavoglia? — predicava l’avvocato. — Chi lo può provare? E chi lo sa se don Michele non se l’era data da solo, la coltellata, apposta per mandare in galera ’Ntoni Malavoglia? Ebbene, volete saperlo? Il contrabbando non c’entrava proprio per niente! Tra don Michele e ’Ntoni di padron ’Ntoni c’era della ruggine vecchia, per una storia di donne.

E padron ’Ntoni tornava a fare segno con la testa. Se l’avessero fatto giurare davanti al crocifisso, l’avrebbe giurato. Lo sapeva tutto il paese, la storia della Santuzza con don Michele. Don Michele si mangiava le mani dalla gelosia, dopo che la Santuzza si era innamorata di ’Ntoni. E ’Ntoni e don Michele si erano incontrati di notte, dopo che il ragazzo aveva bevuto. Si sa come succede, quando uno non ci vede più dagli occhi. L’avvocato continuava:

— Potevano domandarlo un’altra volta alla Zuppidda, a comare Venera, e a centomila testimoni. Don Michele se la intendeva con la Lia, la sorella di ’Ntoni Malavoglia. E girava tutte le sere da quelle parti, nella strada del Nero, per la ragazza. L’avevano visto anche quella notte della coltellata!

Allora padron ’Ntoni non sentì più niente, perché le orecchie gli si misero a fischiare. E per la prima volta vide ’Ntoni. Anche lui si era alzato nella gabbia. Strappava il berretto con le mani, con gli occhi da pazzo. Voleva parlare, e faceva segno di no con la testa, di no! I vicini portarono via il vecchio, perché credevano che gli fosse venuto un colpo. I carabinieri lo misero a giacere proprio nella stanza dei testimoni, su una tavola di legno, e gli buttarono l’acqua in faccia. Più tardi lo facevano scendere per le scale, tenendolo sotto le ascelle perché barcollava. Anche la folla usciva, come un fiume in piena. E si sentiva dire:

— L’hanno condannato ai ferri, per cinque anni.

In quel momento anche ’Ntoni usciva dall’altra porticina, pallido, in mezzo ai carabinieri, con le manette come un Cristo.

La gnà Grazia si mise a correre verso il paese. Arrivò prima degli altri, con la lingua fuori, perché la brutta notizia la porta l’uccello. Lia aspettava sulla porta, come un’anima del purgatorio. Appena la vide, la gnà Grazia le prese le mani. Era tutta sconvolta anche lei, e le disse:

— Cosa avete fatto, disgraziata! Al giudice hanno detto che ve la intendete con don Michele! E a vostro nonno è venuto un colpo!

Lia non disse niente, come se non avesse sentito, o non le importasse niente. Rimase a guardarla con gli occhi spalancati e la bocca aperta. Alla fine, piano piano, cadde sulla sedia. Sembrava che le avessero rotto le gambe in un colpo. Restò così per molto tempo, senza muoversi e senza dire una parola. Comare Grazia le buttava l’acqua in faccia. Poi cominciò a balbettare:

— Voglio andarmene! Non voglio restare più qui!

E lo diceva al canterano e alle sedie, come una pazza. Sua sorella le andava dietro piangendo, ma inutilmente.

— Te l’avevo detto! Te l’avevo detto!

E cercava di prenderla un’altra volta per le mani. La sera portarono a casa il nonno sul carro. Mena corse a incontrarlo, perché ormai non si vergognava più della gente. Allora Lia uscì nel cortile, e poi nella strada. E se ne andò davvero, e nessuno la vide più.

### Glossario

- **malarnesi**: persone cattive, poco di buono.
- **carabine**: fucili corti dei soldati e delle guardie.
- **«ventre affamato non sente ragione»**: chi ha fame non ascolta i buoni consigli.
- **porto di mare**: posto dove entra ed esce gente di ogni tipo.
- **dazio**: tassa da pagare sulle merci.
- **farne tonnina**: fare a pezzi qualcuno, come il tonno tagliato.
- **senseria**: il compenso di chi fa da mediatore in un affare.
- **un’ora di notte**: un’ora dopo il tramonto.
- **scoglio dei colombi**: uno scoglio della costa; qui i contrabbandieri dovevano sbarcare la roba.
- **il verso della civetta**: il grido della civetta, un uccello della notte; qui è un segnale segreto.
- **giubbone**: giacca pesante e larga.
- **erbabianca**: liquore forte all’anice.
- **minchione**: modo volgare per dire stupido, uno che si fa imbrogliare.
- **baiocco**: vecchia moneta di pochissimo valore.
- **rimasto di sale**: rimasto fermo e senza parole per la sorpresa.
- **Vicaria**: la grande prigione di Palermo.
- **«Corri quanto vuoi che qui t’aspetto!»**: puoi scappare quanto vuoi, ma alla fine la prigione ti prende.
- **«il malo ferro se lo mangia la mola»**: il ferro cattivo si consuma sulla pietra; chi è cattivo finisce male.
- **mangiacarte**: persone che vivono di carte e di leggi, come avvocati e impiegati (detto con disprezzo).
- **la tovaglia sotto il mento**: il colletto bianco del giudice.
- **giudei**: qui: i giurati del tribunale (detto dalla gente del paese).
- **«Alla casa del povero ognuno ha ragione»**: contro il povero tutti hanno sempre ragione.
- **«La forca è fatta pel disgraziato»**: la punizione tocca sempre ai poveri.
- **ruggine vecchia**: odio antico tra due persone.
- **ai ferri**: in galera con le catene.
- **Albergo dei poveri**: grande casa dove la città dà da mangiare e da dormire ai poveri.
- **carrucola**: ruota con la corda per tirare su il secchio dal pozzo.

## Capitolo XV

La gente diceva che la Lia era andata a stare con don Michele. Ormai i Malavoglia non avevano più niente da perdere, dicevano, e don Michele almeno le avrebbe dato il pane. Padron ’Ntoni adesso era diventato del tutto un uccellaccio di camposanto. Non faceva altro che andare in giro, piegato in due, con quella faccia secca come una pipa. E diceva proverbi senza capo né coda: «Ad albero caduto accetta! accetta!», «Chi cade nell’acqua è forza che si bagni», «A cavallo magro, mosche». A chi gli domandava perché andasse sempre in giro, rispondeva che «la fame fa uscire il lupo dal bosco», e «cane affamato non teme bastone». Ma nessuno voleva saperne di lui, ora che era ridotto in quello stato. Ognuno gli diceva la sua. Gli domandavano cosa aspettasse lì, con le spalle al muro, sotto il campanile. Sembrava lo zio Crocifisso quando aspettava di prestare soldi alla gente, seduto vicino alle barche tirate a secco, come se avesse in mare la paranza di padron Cipolla. E padron ’Ntoni rispondeva che aspettava la morte. Ma la morte non voleva venire a prenderlo, perché «lo sfortunato ha i giorni lunghi».

Della Lia nessuno parlava più in casa, neppure Sant’Agata. Quando voleva sfogarsi, Mena andava a piangere di nascosto davanti al lettino della mamma, se in casa non c’era nessuno. Adesso la casa era grande come il mare, e ci si perdevano dentro. I soldi se n’erano andati con ’Ntoni. Alessi era sempre lontano, di qua e di là, per guadagnarsi il pane. E la Nunziata faceva la carità di venire ad accendere il fuoco. Lo faceva quando Mena doveva andare a prendere il nonno per mano, verso l’avemaria, come un bambino. Infatti di sera lui non ci vedeva più, peggio di una gallina.

Don Silvestro e gli altri del paese dicevano che Alessi doveva mandare il nonno all’Albergo dei poveri, ora che non era più buono a niente. Ma questa era l’unica cosa che facesse paura al poveretto. Mena lo portava per mano a sedersi al sole, e lui ci stava tutta la giornata ad aspettare la morte. Ogni volta credeva che lo portassero all’Albergo, tanto era diventato stupido. E balbettava:

— La morte non viene mai!

Così alcuni andavano a chiedergli ridendo dove fosse arrivata.

Alessi tornava a casa il sabato. Veniva a contargli i soldi della settimana, come se il nonno avesse ancora la testa a posto. Il vecchio diceva sempre di sì con la testa. Poi Alessi doveva andare a nascondere il piccolo tesoro sotto il materasso. E per farlo contento gli diceva che ci voleva poco a mettere insieme di nuovo i soldi per la casa del nespolo. Tra un anno o due ci sarebbero arrivati.

Ma il vecchio scuoteva la testa, testardo. Rispondeva che adesso non avevano più bisogno della casa. Era meglio che la casa dei Malavoglia non ci fosse mai stata al mondo, ora che i Malavoglia erano di qua e di là.

Una volta chiamò in disparte la Nunziata, sotto il mandorlo, in un momento in cui non c’era nessuno. Sembrava che dovesse dirle qualcosa di grosso. Però muoveva le labbra senza parlare, e cercava le parole guardando di qua e di là.

— È vero quella cosa che hanno detto della Lia? — chiese alla fine.

— No! — rispondeva Nunziata, con le mani in croce. — No! Per la Madonna dell’Ognina, non è vero!

Lui si mise a scuotere la testa, con il mento sul petto.

— Allora perché è scappata anche lei? Perché è scappata?

E la cercava per la casa, facendo finta di aver perso il berretto. Toccava il letto e il canterano. Si sedeva al telaio, senza dire niente.

— Lo sai? — chiese alla fine. — Lo sai dove se n’è andata?

Ma a Mena non disse niente.

La Nunziata non lo sapeva, in coscienza. E non lo sapeva nessun altro del paese.

Una sera Alfio Mosca si fermò nella strada del Nero, con il carro. Adesso ci aveva attaccato un mulo. Per questo aveva preso le febbri alla Bicocca, ed era stato quasi per morire. Aveva la faccia gialla e la pancia gonfia come un otre. Ma il mulo era grasso, con il pelo lucido.

— Vi ricordate quando sono partito per la Bicocca? — diceva lui. — Stavate ancora nella casa del nespolo. Ora tutto è cambiato, perché «il mondo è tondo, chi nuota e chi va a fondo».

Questa volta non potevano offrirgli neppure un bicchiere di vino per il bentornato. Compare Alfio lo sapeva dov’era la Lia. L’aveva vista con i suoi occhi. Ed era stato come vedere comare Mena, quando chiacchieravano da una finestra all’altra. Per questo guardava di qua e di là i mobili e le pareti, come se avesse il carro carico sullo stomaco. Si sedette anche lui, senza dire una parola, accanto al tavolo. Sopra non c’era niente, e la sera nessuno ci si sedeva più a mangiare.

— Ora me ne vado, — ripeteva lui, vedendo che non gli dicevano niente. — Quando uno lascia il suo paese, è meglio che non ci torni più. Mentre è lontano, ogni cosa cambia faccia. Anche le facce che lo guardano sono cambiate. E sembra che anche lui sia diventato uno straniero.

Mena continuava a stare zitta. Intanto Alessi gli raccontò che voleva sposare la Nunziata, quando avesse messo insieme un po’ di soldi. Alfio gli rispose che faceva bene, se anche la Nunziata aveva un po’ di soldi. Era una brava ragazza, e tutti la conoscevano in paese. Così anche i parenti dimenticano quelli che non ci sono più. Ognuno a questo mondo è fatto per tirare la carretta che gli ha dato Dio. Come l’asino di compare Alfio, che adesso faceva chissà cosa, nelle mani di un altro padrone.

Anche la Nunziata aveva la sua dote. I suoi fratellini cominciavano a guadagnare qualche soldo. Lei non aveva voluto comprarsi né oro né biancheria. Diceva che quelle cose sono fatte per i ricchi, e che la biancheria non era bene farsela mentre cresceva ancora.

Infatti era diventata una ragazza alta e sottile come un manico di scopa. Aveva i capelli neri e gli occhi tanto buoni. Quando si sedeva sulla porta, con tutti quei bambini davanti, sembrava che pensasse ancora a suo padre, al giorno in cui li aveva abbandonati. E ai guai in mezzo ai quali era cresciuta fino ad allora, con i fratellini attaccati alla gonna. La gente vedeva come era uscita dai guai, lei e i fratellini, debole e sottile come un manico di scopa. Per questo tutti la salutavano, e si fermavano volentieri a fare quattro chiacchiere con lei.

— I soldi li abbiamo, — disse a compare Alfio.

Lui era quasi un parente, da tanto tempo che lo conoscevano.

— A Ognissanti mio fratello va a lavorare come garzone da massaro Filippo. E il più piccolo prenderà il suo posto da padron Cipolla. Quando avrò sistemato anche Turi, allora mi sposerò. Ma bisogna aspettare che io abbia l’età, e che mio padre mi dia il permesso.

— Ma tuo padre pensa ancora che tu sei al mondo? — disse Alfio.

— Se tornasse adesso, — rispose Nunziata con quella voce dolce e calma, con le braccia sulle ginocchia, — non se ne andrebbe più. Perché adesso i soldi li abbiamo.

Allora compare Alfio disse di nuovo ad Alessi che faceva bene a sposare la Nunziata, se aveva quei pochi soldi.

— Compreremo la casa del nespolo, — aggiunse Alessi. — E il nonno starà con noi. Quando torneranno gli altri, ci staranno anche loro. E se tornerà il padre della Nunziata, ci sarà posto anche per lui.

Della Lia non dissero una parola. Ma ci pensavano tutti e tre, mentre guardavano il lume, con le braccia sulle ginocchia.

Finalmente compare Mosca si alzò per andarsene, perché il suo mulo scuoteva i campanelli. Era come se anche il mulo l’avesse conosciuta, quella che compare Alfio aveva incontrato per la strada. E adesso nella casa del nespolo non l’aspettavano più.

Lo zio Crocifisso invece aspettava da molto tempo i Malavoglia per quella casa del nespolo. Nessuno la voleva, come se fosse maledetta, e gli era rimasta sullo stomaco. Seppe che Alfio Mosca era tornato in paese. Era lo stesso Alfio a cui voleva far rompere le ossa a bastonate, quando era geloso della Vespa. Ma appena lo seppe, andò a pregarlo di parlare con i Malavoglia, per fargli chiudere l’affare. Adesso, quando lo incontrava per la strada, lo salutava. E cercava di mandargli anche la Vespa a parlare di quell’affare. Chissà, forse si sarebbero ricordati del vecchio amore. E compare Mosca gli avrebbe tolto quella croce dalle spalle. Ma quella cagna della Vespa non voleva sentir parlare di compare Alfio, né di nessuno. Adesso aveva suo marito ed era padrona in casa. Non avrebbe cambiato lo zio Crocifisso neppure con Vittorio Emanuele in carne e ossa, anche se l’avessero tirata per i capelli.

— Tutte a me capitano, le disgrazie! — si lamentava lo zio Crocifisso.

E andava a sfogarsi con compare Alfio. Si batteva il petto, come davanti al confessore, perché aveva pensato di pagare dieci lire per fargli rompere le ossa.

— Ah! Compare Alfio! Se sapeste che rovina è capitata in casa mia! Non dormo e non mangio più. Non faccio altro che rodermi il fegato. E non sono più padrone di un baiocco della mia roba. Eppure ho sudato tutta la vita, e mi sono tolto il pane di bocca per metterla insieme soldo per soldo. Ora mi tocca vederla in mano a quella serpe, che fa e disfa come vuole lei! E non riesco neppure a togliermela di dosso, per colpa del giudice. Quello non si lascerebbe tentare neppure da satanasso! E lei mi vuole così bene che non me la toglierò di dosso prima di crepare. A meno che non chiuda gli occhi per la disperazione!

Intanto si avvicinava padron Cipolla. Andava in giro per la piazza senza far niente, come un cane di macellaio, da quando gli era entrata in casa quell’altra vespa della Mangiacarrubbe.

— È quello che stavo dicendo qui a compare Alfio, — continuava lo zio Crocifisso. — Non possiamo più stare neppure in casa, se no scoppiamo dalla rabbia! Ci hanno cacciato fuori di casa nostra, quelle carogne! Hanno fatto come il furetto con il coniglio. Le donne sono messe al mondo per castigo dei nostri peccati. Senza di loro si starebbe meglio. Chi ce l’avrebbe detto, eh, padron Fortunato? Noi che avevamo la pace degli angeli! Guardate com’è fatto il mondo! C’è gente che va a cercare questo affare del matrimonio con la lanterna. E chi c’è dentro vorrebbe uscirne.

Padron Fortunato rimase un po’ a fregarsi il mento. Poi si lasciò andare:

— Il matrimonio è come una trappola per topi. Quelli che sono dentro vorrebbero uscirne, e gli altri ci girano intorno per entrarci.

— A me sembrano pazzi! Guardate don Silvestro: cosa gli manca? Dicono che si è messo in testa di far cadere la Zuppidda con i suoi piedi. E se comare Venera non trova di meglio, bisogna che la lasci cadere.

Padron Cipolla continuò a fregarsi il mento e non disse altro.

— Sentite, compare Alfio, — continuò Campana di legno. — Fatemelo chiudere, quell’affare della casa con i Malavoglia, finché hanno quei soldi. Poi vi regalerò i soldi per comprarvi le scarpe, per i passi che farete.

Compare Alfio tornò a parlare con i Malavoglia. Ma padron ’Ntoni adesso scuoteva la testa, e diceva di no.

— Adesso della casa non sappiamo che farcene. Mena non si può più sposare, e dei Malavoglia non c’è più nessuno! Io ci sono ancora perché gli sfortunati hanno i giorni lunghi. Ma quando avrò chiuso gli occhi, Alessi sposerà la Nunziata e se ne andrà via dal paese.

Anche lui stava per andarsene. Passava quasi tutto il tempo a letto, come un gambero sotto i sassi. E abbaiava peggio di un cane.

— Cosa ci sto a fare qui io? — balbettava.

E gli sembrava di rubare la minestra che gli davano. Alessi e Mena cercavano di convincerlo del contrario, ma era inutile. Lui rispondeva che rubava loro il tempo e la minestra. Voleva che gli contassero i soldi messi sotto il materasso. E quando li vedeva sparire a poco a poco, brontolava:

— Almeno, se non ci fossi io, non spendereste tanto. Ora non ho più niente da fare qui, e potrei andarmene.

Don Ciccio veniva a sentirgli il polso. Diceva anche lui che era meglio portarlo all’ospedale. Lì dove stava, infatti, consumava la sua carne e quella degli altri, senza nessun utile. Intanto il poveretto stava a sentire quello che dicevano gli altri, con gli occhi spenti. E aveva paura che lo mandassero all’Albergo. Alessi non voleva sentir parlare di mandarlo all’Albergo. Diceva che finché c’era del pane, ce n’era per tutti. Anche Mena, dall’altra parte, diceva di no. Nelle belle giornate lo portava al sole, e si sedeva accanto a lui con la conocchia. Gli raccontava delle fiabe, come ai bambini, e filava, quando non doveva andare al lavatoio. Gli parlava anche di quello che avrebbero fatto quando arrivava un po’ di fortuna, per allargargli il cuore. Gli diceva che avrebbero comprato un vitellino a San Sebastiano. Lei bastava a trovargli l’erba e il mangime per l’inverno. A maggio l’avrebbero venduto con un guadagno. Gli faceva vedere anche i pulcini che aveva fatto nascere. Venivano a pigolare davanti ai loro piedi, al sole, e si agitavano nella polvere della strada. Con i soldi dei pulcini avrebbe comprato anche un maiale. Così non si perdevano le bucce dei fichidindia e l’acqua della minestra. E alla fine dell’anno sarebbe stato come mettere dei soldi nel salvadanaio. Il vecchio, con le mani sul bastone, diceva di sì con la testa, guardando i pulcini. Stava così attento, poveretto, che arrivava a dire una cosa. Se avessero avuto la casa del nespolo, il maiale si poteva allevare nel cortile. Era un guadagno sicuro, con compare Naso. Nella casa del nespolo c’era anche la stalla per il vitello, e la tettoia per il mangime, e tutto. Se lo ricordava a poco a poco, cercando qua e là con gli occhi morti, con il mento sul bastone. Poi domandava piano alla nipote:

— Cosa ha detto don Ciccio dell’ospedale?

Allora Mena lo sgridava come si fa con i bambini, e gli rispondeva:

— Perché pensate a quelle cose?

Lui stava zitto, e ascoltava tranquillo tutto quello che diceva la ragazza. Ma poi tornava a ripetere:

— Non mandarmi all’ospedale, perché non ci sono abituato.

Alla fine non si alzò più dal letto. E don Ciccio disse che era proprio finita, e che non c’era più bisogno di lui. In quel letto poteva starci anche degli anni. E Alessi, o Mena, o anche la Nunziata dovevano perdere le loro giornate a fargli la guardia. Se no se lo sarebbero mangiato i maiali, appena trovavano la porta aperta.

Padron ’Ntoni capiva benissimo quello che si diceva. Infatti guardava tutti in faccia, uno per uno, con certi occhi che facevano male a vedere. Il medico se ne stava andando, e parlava ancora sulla porta con Mena, che piangeva. Alessi diceva di no e batteva i piedi. Allora il vecchio fece segno alla Nunziata di avvicinarsi al letto, e le disse piano:

— Se mi mandate all’ospedale, sarà meglio. Qui vi mangio io i soldi della settimana. Mandami via quando in casa non ci sono Mena e Alessi. Loro direbbero di no, perché hanno il buon cuore dei Malavoglia. Ma io vi mangio i soldi della casa. E poi il medico ha detto che posso restare degli anni qui dove sono. E qui non ho più niente da fare. Però non vorrei vivere degli anni, laggiù all’ospedale.

Anche la Nunziata si metteva a piangere e diceva di no. Così tutto il vicinato parlava male di loro. Dicevano che volevano fare i superbi senza avere pane da mangiare, e che si vergognavano di mandare il nonno all’ospedale. Eppure avevano tutti gli altri di qua e di là, e dove poi!

E la Santuzza baciava la medaglia che portava sul petto. Ringraziava la Madonna, che l’aveva protetta dal pericolo in cui era caduta la sorella di Sant’Agata, come tante altre.

— Quel povero vecchio dovrebbero mandarlo all’ospedale, per non fargli fare il purgatorio prima che muoia, — diceva.

Lei almeno, diceva, non faceva mancare niente a suo padre, adesso che era invalido. E se lo teneva sulla porta.

— E anzi vi aiuta! — aggiungeva Piedipapera. — Quell’invalido lì vale tant’oro quanto pesa! Sembra fatto apposta per la porta di un’osteria, così cieco e rattrappito com’è. Dovreste pregare la Madonna che ve lo faccia campare cent’anni. Tanto, cosa vi costa?

La Santuzza aveva ragione di baciare la medaglia. Nessuno poteva dire niente dei fatti suoi. Da quando don Michele se n’era andato, neppure massaro Filippo si faceva più vedere. E la gente diceva che lui non sapeva stare senza l’aiuto di don Michele. Ora la moglie di Cinghialenta veniva ogni tanto a fare il diavolo davanti all’osteria. Stava con i pugni sui fianchi, e strillava che la Santuzza le rubava il marito. Per questo, quando lui tornava a casa, lei si prendeva delle frustate con le redini della cavezza. Cinghialenta aveva venduto il mulo, e non sapeva più che farsene delle redini. E la notte i vicini non riuscivano a chiudere occhio per le grida.

— Questo non va bene! — diceva don Silvestro. — La cavezza è fatta per il mulo. Compare Cinghialenta è un uomo rozzo.

Diceva queste cose quando c’era comare Venera la Zuppidda. La leva si era portata via i giovanotti del paese, e così lei aveva finito per diventare un po’ più gentile con lui.

— Ognuno sa gli affari di casa sua, — rispondeva la Zuppidda. — Le male lingue vanno dicendo che io metto le mani addosso a mio marito. Se lo dite per questo, vi rispondo che non sapete un corno, anche se sapete leggere e scrivere. Del resto ognuno in casa sua fa quello che gli pare e piace. Il padrone è mio marito.

— Tu lasciali dire, — rispondeva suo marito. — Tanto lo sanno che, se vengono a toccarmi il naso, ne faccio tonnina!

Adesso la Zuppidda andava dicendo che il capo della casa era suo marito. Diceva che lui era padrone di far sposare la Barbara con chi gli piaceva. Se voleva darla a don Silvestro, voleva dire che gliel’aveva promessa, e aveva chinato il capo. E quando suo marito aveva chinato il capo, era peggio di un bue.

— Già! — diceva don Franco, con la barba in aria. — Ha chinato il capo perché don Silvestro è di quelli che tengono il manico del mestolo.

Da quando era stato al tribunale in mezzo a tutti quegli sbirri, don Franco era più arrabbiato di prima. Giurava che non ci sarebbe tornato più, neppure portato dai carabinieri. Quando don Giammaria alzava la voce per discutere, gli piantava le unghie negli occhi. Si alzava sulle sue gambette, rosso come un gallo, e lo spingeva in fondo alla bottega.

— Lo fate apposta per mettermi nei guai! — gli sputava in faccia, con la schiuma alla bocca.

E se due litigavano in piazza, correva a chiudere la porta, perché non lo chiamassero come testimone. Don Giammaria trionfava. Quell’asparago verde aveva il coraggio di un leone, perché portava la tonaca sulle spalle. Parlava male del Governo, e intanto si mangiava la sua lira al giorno. Diceva che se lo meritavano, quel Governo, perché avevano fatto la rivoluzione. E ora venivano i forestieri a rubare le donne e i soldi della gente. Lui sapeva di chi parlava. Per la rabbia gli era venuto il mal di fegato, ed era diventato tutto giallo. E donna Rosolina era dimagrita dalla bile, soprattutto dopo che se n’era andato don Michele, e si erano sapute tutte le porcherie di quell’altro. Adesso lei non faceva altro che andare a caccia di messe e di confessori, di qua e di là, fino all’Ognina e ad Aci Castello. E trascurava la salsa di pomodoro e il tonno sott’olio, per darsi a Dio.

Allora don Franco si sfogava mettendosi a ridere come una gallina, alla maniera di don Silvestro. Si alzava sulla punta dei piedi, con la porta spalancata, perché così non c’era pericolo di finire in prigione. E diceva che finché c’erano i preti era sempre la stessa cosa. Bisognava fare tavola rasa, intendeva lui, e tagliava l’aria con la mano in giro.

— Io per me li vorrei tutti bruciati! — rispondeva don Giammaria, che capiva anche lui di chi parlava.

Ora lo speziale non faceva più lezione a nessuno. Quando veniva don Silvestro, andava a pestare i suoi unguenti nel mortaio, per non mettersi nei guai. Tutti quelli che hanno a che fare con il Governo e mangiano il pane del re, pensava, sono gente da cui stare lontani. E si sfogava soltanto con don Giammaria e con don Ciccio, il medico. Don Ciccio lasciava l’asinello davanti alla spezieria, per andare a sentire il polso a padron ’Ntoni. E ricette non ne scriveva. Diceva che erano inutili, con quella povera gente che non aveva soldi da buttare via.

— Allora perché non lo mandano all’ospedale, quel vecchio? — tornavano a dire gli altri. — Perché se lo tengono in casa, a farselo mangiare dalle pulci?

Così, a forza di ripeterlo, il medico diceva che andava e veniva per niente, e faceva il viaggio del sale. E quando davanti al letto del malato c’erano le comari, comare Piedipapera, la cugina Anna o la Nunziata, ripeteva sempre che se lo mangiavano le pulci. Padron ’Ntoni non osava più fiatare, con la faccia bianca e sfatta. Le comari chiacchieravano tra loro, e perfino alla Nunziata cadevano le braccia. Un giorno che Alessi non c’era, il vecchio disse alla fine:

— Chiamatemi compare Mosca. Lui mi farà la carità di portarmi all’ospedale con il suo carro.

Così padron ’Ntoni se ne andò all’ospedale sul carro di Alfio Mosca. Alfio ci aveva messo il materasso e i cuscini. Il povero malato non diceva niente, ma guardava dappertutto, mentre lo portavano fuori tenendolo sotto le ascelle. Era il giorno in cui Alessi era andato a Riposto. E avevano mandato via Mena con una scusa, perché se no non l’avrebbero lasciato partire. Nella strada del Nero, passando davanti alla casa del nespolo e attraversando la piazza, padron ’Ntoni continuava a guardare di qua e di là. Voleva stamparsi in mente ogni cosa. Alfio guidava il mulo da una parte. Dall’altra parte veniva a piedi la Nunziata, con il fagotto delle camicie sotto il braccio. Aveva lasciato a Turi la cura del vitello, dei tacchini e delle pollastre. Vedendo passare il carro, tutti si affacciavano sulla porta e stavano a guardare. Don Silvestro disse che avevano fatto bene: per questo il Comune pagava la sua parte all’ospedale. E don Franco avrebbe anche tirato fuori la sua predica, che aveva in testa già pronta, se lì non ci fosse stato don Silvestro.

— Almeno quel povero diavolo va a stare in pace, — concluse lo zio Crocifisso.

— «Necessità abbassa nobiltà», — rispose padron Cipolla.

E la Santuzza disse un’avemaria per il poveretto. Solo la cugina Anna e comare Grazia Piedipapera si asciugavano gli occhi con il grembiule, mentre il carro se ne andava lento, saltando sui sassi. Ma compare Tino rispose male alla moglie:

— Perché mi fai questo piagnisteo? Sono forse morto io? A te cosa te ne importa?

Alfio Mosca guidava il mulo. Intanto raccontava alla Nunziata come e dove aveva visto la Lia, che era tutta uguale a Sant’Agata. Ancora non gli sembrava vero di averla vista con i suoi occhi. E la voce gli mancava in gola, mentre ne parlava per passare il tempo, lungo la strada piena di polvere.

— Ah, Nunziata! Chi l’avrebbe detto? Allora chiacchieravamo da una porta all’altra, e c’era la luna. I vicini parlavano lì davanti. Tutto il giorno si sentiva battere il telaio di Sant’Agata. E c’erano quelle galline che la conoscevano appena apriva il cancelletto. E la Longa la chiamava nel cortile. Da casa mia si sentiva ogni cosa, come se fossi proprio là dentro! Povera Longa! Adesso, vedi, ho il mulo, e tutto quello che desideravo. Se fosse venuto a dirmelo un angelo del cielo, non ci avrei creduto. Eppure adesso penso sempre a quelle sere là. Sentivo la vostra voce mentre davo da mangiare all’asino. E vedevo il lume nella casa del nespolo, che ora è chiusa. Quando sono tornato, non ho trovato più niente di quello che avevo lasciato. E comare Mena non mi è sembrata più la stessa. Uno che se ne va dal paese, è meglio che non ci torni più. Vedi, ora penso anche a quel povero asino. Ha lavorato con me tanto tempo, e andava sempre, con il sole o con la pioggia, con la testa bassa e le orecchie larghe. Adesso chissà dove lo mandano, e con quali carichi, e per quali strade. Avrà le orecchie ancora più basse. Anche lui annusa con il naso la terra che deve riceverlo, quando diventa vecchio, povera bestia!

Padron ’Ntoni, disteso sul materasso, non sentiva niente. Sul carro avevano messo una coperta sopra delle canne, così sembrava che portassero un morto.

— Per lui è meglio che non senta più niente, — continuava compare Alfio. — Il dolore per ’Ntoni l’ha già sentito. E un giorno o l’altro gli toccherebbe sentire anche come è andata a finire la Lia.

— Me lo domandava spesso, quando eravamo soli, — rispose la Nunziata. — Voleva sapere dove fosse.

— È andata dietro a suo fratello. Noi poveretti siamo come le pecore. Andiamo sempre con gli occhi chiusi dove vanno gli altri. Tu non dirglielo, e non dire a nessuno del paese dove ho visto la Lia. Sarebbe un colpo di coltello per Sant’Agata. Lei mi ha riconosciuto di certo, mentre passavo davanti alla porta. Infatti è diventata bianca e rossa in faccia. Io ho frustato il mulo per passare in fretta. E sono sicuro che quella poveretta avrebbe preferito che il mulo le camminasse sulla pancia. Avrebbe preferito che la portassero distesa sul carro, come portiamo adesso suo nonno. Ora la famiglia dei Malavoglia è distrutta. E bisogna che la facciate di nuovo tu e Alessi.

— I soldi per la roba ci sono già. A San Giovanni venderemo anche il vitello.

— Bravi! Così, quando avrete i soldi da parte, non c’è pericolo che spariscano in un giorno. Come succederebbe se il vitello morisse, Dio ce ne liberi! Ora siamo alle prime case della città. Tu puoi aspettarmi qui, se non vuoi venire fino all’ospedale.

— No, voglio venire anch’io. Così almeno vedrò dove lo mettono. E anche lui mi vedrà fino all’ultimo momento.

Padron ’Ntoni poté vederla fino all’ultimo momento. La Nunziata se ne andava via con Alfio Mosca, piano piano, per quel grande stanzone, dove camminando sembrava di essere in chiesa. E il vecchio li seguiva con gli occhi. Poi si voltò dall’altra parte e non si mosse più. Compare Alfio e la Nunziata risalirono sul carro. Arrotolarono il materasso e la coperta, e tornarono indietro senza dire niente, per la lunga strada piena di polvere.

Alessi non trovò più il nonno nel suo letto, e vide che gli riportavano il materasso arrotolato. Allora si dava i pugni in testa e si strappava i capelli. E se la prendeva con Mena, come se fosse stata lei a mandarlo via. Ma compare Alfio gli diceva:

— Cosa volete fare? La casa dei Malavoglia ora è distrutta. E bisogna che la facciate di nuovo voi.

Voleva tornare a fargli il conto della roba e del vitello, come aveva fatto lungo la strada con la ragazza. Ma Alessi e Mena non gli davano retta. Stavano con la testa tra le mani e gli occhi fissi e lucidi di lacrime. Erano seduti sulla porta della casa, dove ormai erano soli davvero. Compare Alfio intanto cercava di consolarli. Ricordava loro com’era prima la casa del nespolo. Allora chiacchieravano da una porta all’altra, con la luna. Tutto il giorno si sentiva battere il telaio di Sant’Agata, e chiocciare le galline. E si sentiva la voce della Longa, che aveva sempre da fare. Adesso, diceva, tutto era cambiato. Quando uno se ne va dal paese, è meglio che non ci torni più. Perfino la strada non sembrava più la stessa. Non c’era più quel passeggio per la Mangiacarrubbe. Neppure don Silvestro si faceva vedere, mentre aspettava che la Zuppidda cadesse con i suoi piedi. Lo zio Crocifisso si era chiuso in casa a guardare la sua roba, o a litigare con la Vespa. E non si sentiva più discutere tanto neppure nella spezieria. Don Franco aveva visto la giustizia in faccia. Ora andava a nascondersi in un angolo per leggere il giornale. E si sfogava a pestare nel mortaio tutto il giorno, per passare il tempo. Anche padron Cipolla non stava più a consumare gli scalini davanti alla chiesa, da quando aveva perso la pace.

Un bel giorno arrivò la notizia che padron Fortunato si sposava. Si diceva che lo faceva perché la Mangiacarrubbe non si godesse la sua roba, alla faccia sua. Per questo non stava più a consumare gli scalini. E si prendeva la Zuppidda.

— E mi diceva che il matrimonio è come una trappola per topi! — brontolava allora lo zio Crocifisso. — Fidatevi degli uomini, adesso!

Le ragazze invidiose dicevano che la Barbara sposava suo nonno. Ma la gente seria, come Peppi Naso, Piedipapera e anche don Franco, mormorava:

— Questa volta ha vinto comare Venera contro don Silvestro. È un gran colpo per don Silvestro, ed è meglio che se ne vada dal paese. Già, i forestieri, frustali! Qui i forestieri non hanno mai messo radici. Con padron Cipolla don Silvestro non oserà mettersi contro.

— Ma cosa credeva? — gridava comare Venera, con le mani sui fianchi. — Di prendersi mia figlia con la fame? Questa volta comando io! E l’ho fatto capire a mio marito! Chi è buon cane mangia al trogolo. I forestieri non li vogliamo in casa. Una volta in paese si stava meglio. Allora non erano ancora venuti quelli di fuori. Quelli scrivono sulla carta i bocconi che mangiate, come don Silvestro. O pestano fiori di malva nel mortaio, e ingrassano con il sangue della gente del paese. Allora ognuno si conosceva. Si sapeva cosa faceva uno, e cosa avevano sempre fatto suo padre e suo nonno, e perfino cosa mangiava. Quando si vedeva passare qualcuno, si sapeva dove andava. I campi erano di quelli che c’erano nati. E il pesce non si lasciava prendere da questo e da quello. Allora la gente non se ne andava di qua e di là, e non andava a morire all’ospedale.

Visto che tutti si sposavano, anche Alfio Mosca avrebbe voluto prendersi comare Mena. Nessuno la voleva più, da quando la casa dei Malavoglia era andata in pezzi. E compare Alfio, con il mulo che aveva, poteva essere un buon partito per lei. Così la domenica pensava e ripensava tra sé a tutte le ragioni per farsi coraggio. Stava seduto accanto a lei, davanti alla casa, con le spalle al muro. E per passare il tempo spezzava in piccoli pezzi i rametti secchi della siepe. Anche lei guardava la gente che passava. Così facevano festa la domenica.

— Se voi mi volete ancora, comare Mena, — disse finalmente, — io per me sono qua.

La povera Mena non diventò neppure rossa. Sentì che compare Alfio aveva capito che lei lo voleva, quando stavano per darla a Brasi Cipolla. Ma quel tempo le sembrava così lontano! E lei stessa non si sentiva più quella di allora.

— Ora sono vecchia, compare Alfio, — rispose. — E non mi sposo più.

— Se voi siete vecchia, anch’io sono vecchio. Avevo già qualche anno più di voi, quando chiacchieravamo dalla finestra. E mi sembra ieri, tanto mi è rimasto nel cuore. Ma devono essere passati più di otto anni. E ora, quando si sarà sposato vostro fratello Alessi, voi restate in mezzo alla strada.

Mena alzò le spalle, perché era abituata a fare la volontà di Dio, come la cugina Anna. E compare Alfio, vedendola così, continuò:

— Allora vuol dire che non mi volete bene, comare Mena. E scusatemi se vi ho detto che vi avrei sposata. Lo so che voi siete nata meglio di me, e siete figlia di padroni. Ma ora non avete più niente. E se si sposa vostro fratello Alessi, resterete in mezzo alla strada. Io ho il mulo e il mio carro, e il pane non ve lo farei mai mancare, comare Mena. Ora perdonatemi se mi sono permesso!

— Non mi avete offesa, no, compare Alfio. Vi avrei detto di sì anche quando avevamo la Provvidenza e la casa del nespolo, se i miei parenti avessero voluto. Dio sa cosa avevo nel cuore quando ve ne siete andato alla Bicocca, con il carro dell’asino. Mi sembra ancora di vedere quel lume nella stalla. E voi che mettevate tutta la vostra roba sul carretto, nel cortile. Ve lo ricordate?

— Sì che me lo ricordo! Allora perché non mi dite di sì, ora che non avete più niente? Adesso ho il mulo al carretto, invece dell’asino. E i vostri parenti non potrebbero dire di no.

— Ora non sono più da sposare, — tornava a dire Mena, con il viso basso.

Anche lei spezzava i rametti secchi della siepe.

— Ho ventisei anni, ed è passato il tempo di sposarmi.

— No, non è questo il motivo per cui non volete dirmi di sì! — ripeteva compare Alfio, con il viso basso come lei. — Il motivo non volete dirmelo!

E così restavano in silenzio a spezzare rametti, senza guardarsi in faccia. Dopo, lui si alzava per andarsene, con le spalle grosse e il mento sul petto. Mena lo seguiva con gli occhi finché poteva vederlo. Poi guardava il muro di fronte e sospirava.

Come aveva detto Alfio Mosca, Alessi aveva sposato la Nunziata, e aveva ricomprato la casa del nespolo.

— Io non sono da sposare, — aveva detto di nuovo la Mena. — Sposati tu, che sei ancora da sposare.

E così lei era salita nella soffitta della casa del nespolo, come le pentole vecchie. Si era messa il cuore in pace, e aspettava i figli della Nunziata per fare la mamma. Avevano anche le galline nel pollaio, e il vitello nella stalla. Avevano la legna e il mangime sotto la tettoia, e le reti e ogni tipo di attrezzi appesi. Tutto era come aveva detto padron ’Ntoni. E la Nunziata aveva piantato di nuovo nell’orto i broccoli e i cavoli. Aveva braccia così delicate che non si capiva come ci fosse passata tanta tela da lavare. E come avesse fatto quei bambini grassi e rossi. La Mena se li portava in braccio per il vicinato, come se li avesse messi al mondo lei, quando faceva la mamma.

Compare Mosca scuoteva la testa quando la vedeva passare. E si voltava dall’altra parte, con le spalle grosse.

— Non mi avete creduto degno di questo onore! — le disse alla fine, quando non ne poté più, con il cuore più grosso delle spalle. — Io non ero degno di sentirmi dire di sì!

— No, compare Alfio! — rispose Mena, che sentiva arrivare le lacrime. — Per quest’anima pura che tengo in braccio! Non è per questo motivo. Ma io non sono più da sposare.

— Perché non siete più da sposare, comare Mena?

— No! No! — ripeteva comare Mena, che quasi piangeva. — Non me lo fate dire, compare Alfio! Non mi fate parlare! Se mi sposassi adesso, la gente tornerebbe a parlare di mia sorella Lia. Nessuno oserebbe prendersi una Malavoglia, dopo quello che è successo. Voi per primo ve ne pentireste. Lasciatemi stare, perché non sono da sposare. E mettetevi il cuore in pace.

— Avete ragione, comare Mena! — rispose compare Mosca. — A questo non ci avevo mai pensato. Maledetta la sorte che ha fatto nascere tanti guai!

Così compare Alfio si mise il cuore in pace. E Mena continuò a portare in braccio i suoi nipoti, come se avesse il cuore in pace anche lei. E spazzava la soffitta, per quando fossero tornati gli altri, che erano nati lì anche loro.

— Come se fossero in viaggio per tornare! — diceva Piedipapera.

Padron ’Ntoni invece aveva fatto quel viaggio lontano, più lontano di Trieste e di Alessandria d’Egitto, da cui non si ritorna più. Si riposavano all’ombra del nespolo, con le scodelle tra le ginocchia. Facevano il conto della settimana e i progetti per il futuro. E quando nel discorso cadeva il suo nome, le chiacchiere morivano di colpo. A tutti sembrava di avere il povero vecchio davanti agli occhi. Lo vedevano come l’ultima volta che erano andati a trovarlo, in quel grande stanzone con i letti in fila. Bisognava cercarlo per trovarlo. E il nonno li aspettava come un’anima del purgatorio, con gli occhi alla porta, anche se non ci vedeva quasi. Li toccava, per essere sicuro che erano loro. Poi non diceva più niente. Ma gli si vedeva in faccia che aveva tante cose da dire. E spezzava il cuore quella pena che gli si leggeva in faccia, e che non poteva dire. Gli raccontarono che avevano ricomprato la casa del nespolo. E che volevano riportarlo ad Aci Trezza. Allora lui rispose di sì, e di sì, con gli occhi, che tornavano a brillare. E quasi sorrideva. Era il sorriso della gente che non ride più, o che ride per l’ultima volta. E quel sorriso vi resta piantato nel cuore come un coltello. Così successe ai Malavoglia. Il lunedì tornarono con il carro di compare Alfio per riprendersi il nonno, e non lo trovarono più.

Ricordando tutte queste cose, lasciavano il cucchiaio nella scodella. E pensavano e pensavano a tutto quello che era successo. Sembrava tutto scuro scuro, come se sopra ci fosse l’ombra del nespolo. Ora la cugina Anna, quando veniva a filare un po’ con le comari, aveva i capelli bianchi. Diceva che aveva perso il sorriso, perché non aveva tempo di stare allegra, con la famiglia che aveva sulle spalle. E tutti i giorni doveva andare a cercare Rocco, di qua e di là, per le strade e davanti all’osteria. E doveva spingerlo verso casa come un vitello vagabondo. Anche dei Malavoglia ce n’erano due vagabondi. E Alessi si tormentava la testa per capire dove potessero essere. Pensava a loro per le strade bruciate dal sole e bianche di polvere. Ormai in paese non sarebbero tornati più, dopo tanto tempo.

Una sera, tardi, il cane si mise ad abbaiare dietro la porta del cortile. Alessi andò ad aprire. Ma neppure lui riconobbe ’Ntoni, che tornava con la sporta sotto il braccio. Era molto cambiato, coperto di polvere e con la barba lunga. Entrò e si sedette in un angolo, e gli altri non osavano quasi fargli festa. Non sembrava più lui. Guardava in giro le pareti, come se non le avesse mai viste. Perfino il cane gli abbaiava, perché non l’aveva mai conosciuto. Gli misero la scodella tra le gambe, perché aveva fame e sete. E lui mangiò in silenzio la minestra che gli diedero, con il naso nel piatto, come se non avesse visto la grazia di Dio da otto giorni. Ma gli altri non avevano fame, tanto avevano il cuore stretto. Poi ’Ntoni, quando si fu sfamato e un po’ riposato, prese la sua sporta e si alzò per andarsene.

Alessi non osava dirgli niente, tanto suo fratello era cambiato. Ma quando lo vide riprendere la sporta, sentì il cuore saltargli dal petto. E Mena gli disse, tutta smarrita:

— Te ne vai?

— Sì! — rispose ’Ntoni.

— E dove vai? — chiese Alessi.

— Non lo so. Sono venuto per vedervi. Ma da quando sono qui, la minestra mi è diventata tutta veleno. E poi qui non posso restare, perché tutti mi conoscono. Per questo sono venuto di sera. Andrò lontano, dove troverò da guadagnarmi il pane, e nessuno saprà chi sono.

Gli altri non osavano fiatare, perché avevano il cuore stretto come in una morsa. E capivano che lui faceva bene a dire così. ’Ntoni continuava a guardare dappertutto. Stava sulla porta, e non riusciva a decidersi ad andarsene.

— Vi farò sapere dove sarò, — disse alla fine.

E quando fu nel cortile, sotto il nespolo, dove era buio, disse anche:

— E il nonno?

Alessi non rispose. Anche ’Ntoni tacque, e dopo un poco disse:

— E la Lia, che non l’ho vista?

Aspettava la risposta, ma inutilmente. Allora aggiunse con la voce che tremava, come se avesse freddo:

— È morta anche lei?

Alessi non rispose neppure questa volta. Allora ’Ntoni, che era sotto il nespolo con la sporta in mano, fece per sedersi, perché gli tremavano le gambe. Ma si rialzò di colpo, balbettando:

— Addio, addio! Lo vedete che devo andarmene?

Prima di andarsene, voleva fare un giro per la casa, per vedere se ogni cosa era al suo posto come prima. Aveva avuto il coraggio di lasciarla. E di dare una coltellata a don Michele, e di stare nei guai. Ma adesso non aveva il coraggio di passare da una stanza all’altra, se non glielo dicevano. Alessi gli vide negli occhi quel desiderio. Lo fece entrare nella stalla, con la scusa del vitello che aveva comprato la Nunziata, ed era grasso e lucido. In un angolo c’era anche la chioccia con i pulcini. Poi lo portò in cucina, dove avevano fatto il forno nuovo. E nella stanza accanto, dove dormiva la Mena con i bambini della Nunziata. Sembrava che li avesse fatti lei. ’Ntoni guardava ogni cosa, diceva di sì con la testa e diceva:

— Anche il nonno avrebbe voluto mettere il vitello qui. Qui c’erano le chiocce. E qui dormivano le ragazze, quando c’era anche quell’altra...

Ma allora non aggiunse altro. E rimase zitto a guardarsi intorno, con gli occhi lucidi. In quel momento passava la Mangiacarrubbe, che sgridava Brasi Cipolla per la strada. E ’Ntoni disse:

— Questa qui il marito l’ha trovato. E ora, quando avranno finito di litigare, andranno a dormire nella loro casa.

Gli altri rimasero zitti. In tutto il paese c’era un gran silenzio. Si sentiva solo sbattere ancora qualche porta che si chiudeva. E Alessi, a quelle parole, si fece coraggio per dirgli:

— Se volessi, anche tu hai la tua casa. Di là c’è il letto apposta per te.

— No! — rispose ’Ntoni. — Io devo andarmene. Là c’era il letto della mamma. Lei lo bagnava tutto di lacrime, quando io volevo andarmene. Ti ricordi le belle chiacchierate che si facevano la sera, mentre si salavano le acciughe? E la Nunziata che spiegava gli indovinelli? E la mamma e la Lia, tutti lì, al chiaro di luna? Si sentiva chiacchierare per tutto il paese, come se fossimo tutti una famiglia. Anch’io allora non sapevo niente, e qui non volevo restarci. Ma ora che so ogni cosa, devo andarmene.

In quel momento parlava con gli occhi fissi a terra e la testa stretta tra le spalle. Allora Alessi gli buttò le braccia al collo.

— Addio, — ripeté ’Ntoni. — Vedi che avevo ragione di andarmene! Qui non posso restare. Addio, perdonatemi tutti.

E se ne andò con la sua sporta sotto il braccio. Quando fu lontano, in mezzo alla piazza buia e deserta, tutte le porte erano chiuse. Lui si fermò ad ascoltare se chiudevano la porta della casa del nespolo. Intanto il cane gli abbaiava dietro. E con il suo abbaiare gli diceva che era solo in mezzo al paese. Soltanto il mare, sotto, gli brontolava la solita storia, in mezzo ai Fariglioni. Perché neppure il mare ha un paese. È di tutti quelli che stanno ad ascoltarlo, di qua e di là, dove nasce e muore il sole. Anzi, ad Aci Trezza ha un modo tutto suo di brontolare. Si riconosce subito, dal rumore che fa tra quegli scogli dove si rompe. E sembra la voce di un amico.

Allora ’Ntoni si fermò in mezzo alla strada a guardare il paese tutto nero. Era come se non avesse il coraggio di staccarsene, adesso che sapeva ogni cosa. E si sedette sul muretto della vigna di massaro Filippo.

Così rimase a lungo, pensando a tante cose. Guardava il paese nero, e ascoltava il mare che gli brontolava lì sotto. E ci rimase fino a quando cominciarono a sentirsi certi rumori che lui conosceva. Erano voci che si chiamavano dietro le porte, e finestre che sbattevano, e passi per le strade buie. Sulla riva, in fondo alla piazza, cominciavano a muoversi tante piccole luci. Lui alzò la testa a guardare i Tre Re che brillavano, e la Puddara che annunciava l’alba, come l’aveva vista tante volte. Allora chinò di nuovo la testa sul petto, e pensò a tutta la sua storia. A poco a poco il mare cominciò a diventare bianco, e i Tre Re diventarono pallidi. Le case apparivano una per una nelle vie scure, con le porte chiuse, e lui le conosceva tutte. Solo davanti alla bottega di Pizzuto c’era la piccola lanterna accesa. E c’era Rocco Spatu, con le mani in tasca, che tossiva e sputava.

— Fra poco lo zio Santoro aprirà la porta, — pensò ’Ntoni. — E si siederà sulla soglia a cominciare la sua giornata anche lui.

Tornò a guardare il mare, che era diventato color amaranto. Era tutto pieno di barche, che avevano cominciato anche loro la loro giornata. Riprese la sua sporta e disse:

— Ora è tempo di andarmene, perché fra poco comincerà a passare gente. Ma il primo di tutti a cominciare la sua giornata è stato Rocco Spatu.

Fine.

### Glossario

- **uccellaccio di camposanto**: un uccello brutto del cimitero; qui: un vecchio triste che porta pensieri di morte.
- **«Ad albero caduto accetta! accetta!»**: quando uno è caduto in basso, tutti gli danno addosso.
- **«Chi cade nell’acqua è forza che si bagni»**: chi cade nella disgrazia deve subirne le conseguenze.
- **«A cavallo magro, mosche»**: le disgrazie vanno sempre da chi è già debole.
- **«la fame fa uscire il lupo dal bosco»** e **«cane affamato non teme bastone»**: la fame spinge a fare tutto, senza paura.
- **«lo sfortunato ha i giorni lunghi»**: chi soffre vive a lungo, e la morte non arriva.
- **«il mondo è tondo, chi nuota e chi va a fondo»**: la fortuna gira: qualcuno sale e qualcuno affonda.
- **cavezza**: le corde con cui si lega e si guida un mulo o un cavallo.
- **tengono il manico del mestolo**: comandano, hanno il potere.
- **tavola rasa**: togliere via tutto e ricominciare da capo.
- **il viaggio del sale**: un viaggio inutile, fatto per niente.
- **«Necessità abbassa nobiltà»**: quando c’è bisogno, anche chi è orgoglioso deve accettare cose umili.
- **piagnisteo**: un pianto lungo e noioso.
- **cancelletto**: qui: una piccola porta di legno fatta a sbarre.
- **frustali!**: "colpiscili con la frusta!": un modo per dire che i forestieri non sono graditi.
- **Chi è buon cane mangia al trogolo**: chi è del posto deve restare e mangiare a casa sua.
- **trogolo**: la vasca dove mangiano gli animali.
- **soffitta**: la stanza sotto il tetto della casa.
- **sporta**: una grande borsa di paglia o di tela.
- **Fariglioni**: i grandi scogli nel mare davanti ad Aci Trezza.
- **Tre Re** e **Puddara**: nomi popolari di stelle: le tre stelle di Orione e le Pleiadi, che annunciano l’alba ai pescatori.
- **amaranto**: un colore rosso scuro.
