# Cuore (Edizione B1)

*Edmondo De Amicis*

## Prefazione

Questo libro è dedicato in particolare ai ragazzi delle scuole elementari. Questi ragazzi hanno tra i nove e i tredici anni. Il titolo potrebbe essere: *Storia d'un anno scolastico, scritta da un alunno di terza, d'una scuola municipale d'Italia*.

Dico *scritta da un alunno di terza*. Ma non voglio dire che l'abbia scritta proprio lui, così come è stampata. Il ragazzo scriveva a poco a poco in un quaderno, come sapeva. Scriveva quello che aveva visto, sentito e pensato, nella scuola e fuori. Alla fine dell'anno suo padre ha scritto queste pagine usando quegli appunti. Ha cercato di non cambiare i pensieri del figlio. Ha cercato anche di conservare le sue parole, per quanto era possibile.

Quattro anni dopo il figlio era già al Ginnasio. Allora ha letto di nuovo il manoscritto. Poi ha aggiunto qualcosa di suo. Per farlo ha usato il ricordo ancora fresco delle persone e delle cose.

Ora leggete questo libro, ragazzi. Io spero che ne sarete contenti e che vi farà del bene.

### Glossario

- **dedicato**: scritto in modo speciale per qualcuno.
- **scuole elementari**: le prime scuole dei bambini.
- **alunno**: un ragazzo che va a scuola, uno scolaro.
- **scuola municipale**: una scuola pagata e organizzata dalla città.
- **appunti**: brevi note scritte per ricordare qualcosa.
- **Ginnasio**: la scuola dei ragazzi dopo le elementari.
- **manoscritto**: un testo scritto a mano, non stampato.

## Ottobre

### Il primo giorno di scuola

*17, lunedì.*

Oggi è il primo giorno di scuola. Quei tre mesi di vacanza in campagna sono passati come un sogno! Questa mattina mia madre mi ha portato alla Sezione Baretti per iscrivermi alla terza elementare. Io pensavo alla campagna e andavo a scuola malvolentieri. Tutte le strade erano piene di ragazzi. Le due librerie erano affollate di padri e di madri, che compravano zaini, cartelle e quaderni. Davanti alla scuola c'era tanta gente. Per questo il bidello e la guardia civica facevano fatica a tenere libera la porta.

Vicino alla porta ho sentito una mano sulla spalla. Era il mio maestro di seconda, sempre allegro, con i suoi capelli rossi in disordine. Mi ha detto:

— Dunque, Enrico, siamo separati per sempre?

Io lo sapevo bene, eppure quelle parole mi hanno fatto pena.

Siamo entrati a fatica. C'erano signore, signori, donne del popolo, operai, ufficiali, nonne e serve. Tutti tenevano i ragazzi per mano e, nell'altra mano, i libretti di promozione. Riempivano l'ingresso e le scale, e facevano un ronzio come in un teatro. Ho rivisto con piacere il grande camerone al piano terreno, con le porte delle sette classi. Per tre anni sono passato di lì quasi tutti i giorni. C'era folla, e le maestre andavano e venivano. La mia maestra di prima superiore mi ha salutato dalla porta della sua classe e mi ha detto:

— Enrico, quest'anno tu vai al piano di sopra. Non ti vedrò nemmeno più passare!

E mi ha guardato con tristezza.

Il Direttore aveva intorno delle donne tutte agitate, perché non c'era più posto per i loro figli. Mi è sembrato che avesse la barba un po' più bianca dell'anno scorso. Ho trovato dei ragazzi cresciuti e ingrassati. Al piano terreno avevano già diviso i bambini nelle classi. Alcuni bambini della prima inferiore non volevano entrare in classe e si fermavano, testardi come asinelli. Bisognava tirarli dentro a forza. Alcuni scappavano dai banchi. Altri si mettevano a piangere quando vedevano andar via i parenti. I parenti allora dovevano tornare indietro per consolarli o per riprenderli, e le maestre si disperavano.

Il mio piccolo fratello è stato messo nella classe della maestra Delcati. Io sono stato messo con il maestro Perboni, su al primo piano. Alle dieci eravamo tutti in classe. Eravamo cinquantaquattro, e solo quindici o sedici erano miei compagni di seconda. Fra loro c'era Derossi, quello che ha sempre il primo premio. La scuola mi è sembrata così piccola e triste, pensando ai boschi e alle montagne dove ho passato l'estate! Ripensavo anche al mio maestro di seconda. Era così buono, rideva sempre con noi ed era tanto piccolo che sembrava un nostro compagno. Mi dispiaceva di non vederlo più là, con i suoi capelli rossi in disordine.

Il nostro maestro è alto, senza barba, con i capelli grigi e lunghi, e ha una ruga diritta sulla fronte. Ha la voce grossa e ci guarda fisso, uno dopo l'altro, come per leggerci dentro. E non ride mai.

Io dicevo tra me: — Ecco il primo giorno. Ancora nove mesi. Quanti lavori, quanti esami mensili, quante fatiche!

Avevo proprio bisogno di trovare mia madre all'uscita, e sono corso a baciarle la mano. Lei mi ha detto:

— Coraggio, Enrico! Studieremo insieme.

E sono tornato a casa contento. Ma non ho più il mio maestro, con quel sorriso buono e allegro. E la scuola non mi sembra più bella come prima.

### Il nostro maestro

*18, martedì.*

Dopo questa mattina anche il mio nuovo maestro mi piace. Mentre entravamo, lui era già seduto al suo posto. Ogni tanto si affacciava alla porta della classe qualcuno dei suoi scolari dell'anno scorso, per salutarlo. Si affacciavano passando e dicevano:

— Buon giorno, signor maestro.

— Buon giorno, signor Perboni.

Alcuni entravano, gli toccavano la mano e scappavano. Si vedeva che gli volevano bene e che sarebbero voluti tornare con lui. Lui rispondeva: — Buon giorno, — e stringeva le mani che gli porgevano, ma non guardava nessuno. A ogni saluto restava serio, con la sua ruga diritta sulla fronte. Era voltato verso la finestra e guardava il tetto della casa di fronte. Quei saluti non lo rallegravano: sembrava invece che lo facessero soffrire. Poi guardava noi, uno dopo l'altro, con attenzione.

Mentre dettava, è sceso a camminare in mezzo ai banchi. Ha visto un ragazzo che aveva il viso tutto rosso di bollicine. Ha smesso di dettare, gli ha preso il viso fra le mani e lo ha guardato. Poi gli ha domandato che cosa aveva. Gli ha messo una mano sulla fronte, per sentire se era calda. In quel momento un ragazzo dietro di lui si è alzato in piedi sul banco. Si è messo a fare la marionetta. Il maestro si è voltato all'improvviso. Il ragazzo si è seduto di colpo ed è rimasto lì, con la testa bassa, ad aspettare la punizione. Il maestro gli ha messo una mano sulla testa e gli ha detto:

— Non lo fare più.

Nient'altro. È tornato al tavolino e ha finito di dettare. Poi ci ha guardato un momento in silenzio. Alla fine ha detto piano piano, con la sua voce grossa ma buona:

— Sentite. Abbiamo un anno da passare insieme. Cerchiamo di passarlo bene. Studiate e siate buoni. Io non ho famiglia. La mia famiglia siete voi. L'anno scorso avevo ancora mia madre: mi è morta. Sono rimasto solo. Al mondo non ho più che voi. Non ho più altro affetto e altro pensiero che voi. Voi dovete essere i miei figli. Io vi voglio bene, e anche voi dovete volere bene a me. Non voglio dover punire nessuno. Mostratemi che siete ragazzi di cuore. La nostra scuola sarà una famiglia, e voi sarete la mia consolazione e il mio orgoglio. Non vi chiedo una promessa a parole. Sono certo che nel vostro cuore mi avete già detto di sì. E vi ringrazio.

In quel momento è entrato il bidello a dare il *finis*. Siamo usciti tutti dai banchi, in silenzio. Il ragazzo che si era alzato sul banco si è avvicinato al maestro. Gli ha detto con voce tremante:

— Signor maestro, mi perdoni.

Il maestro lo ha baciato sulla fronte e gli ha detto:

— Va', figlio mio.

### Una disgrazia

*21, venerdì.*

L'anno è cominciato con una disgrazia. Questa mattina, mentre andavo a scuola, ripetevo a mio padre quelle parole del maestro. A un tratto abbiamo visto la strada piena di gente, che si stringeva davanti alla porta della Sezione. Mio padre ha detto subito:

— Una disgrazia! L'anno comincia male!

Siamo entrati a gran fatica. Il grande camerone era affollato di parenti e di ragazzi, e i maestri non riuscivano a portarli nelle classi. Tutti erano voltati verso la stanza del Direttore, e si sentiva dire:

— Povero ragazzo! Povero Robetti!

In fondo alla stanza piena di gente, sopra le teste, si vedeva l'elmetto di una guardia civica. Si vedeva anche la testa calva del Direttore. Poi è entrato un signore con il cappello alto, e tutti hanno detto:

— È il medico.

Mio padre ha domandato a un maestro:

— Che cosa è successo?

— Gli è passata la ruota sul piede, — ha risposto il maestro.

— Gli ha rotto il piede, — ha detto un altro.

Era un ragazzo della seconda. Mentre veniva a scuola per via Dora Grossa, aveva visto un bambino della prima inferiore, scappato alla madre. Il bambino era caduto in mezzo alla strada, a pochi passi da un omnibus che gli veniva addosso. Robetti era corso coraggiosamente, lo aveva afferrato e lo aveva messo in salvo. Ma non era stato abbastanza veloce a ritirare il piede, e la ruota dell'omnibus gli era passata sopra. È figlio di un capitano d'artiglieria.

Mentre ci raccontavano questo, una signora è entrata nel camerone come una pazza, facendosi strada in mezzo alla folla. Era la madre di Robetti, che avevano mandato a chiamare. Un'altra signora le è corsa incontro e le ha gettato le braccia al collo, singhiozzando. Era la madre del bambino salvato. Tutte e due si sono lanciate nella stanza, e si è sentito un grido disperato:

— Oh Giulio mio! Bambino mio!

In quel momento una carrozza si è fermata davanti alla porta. Poco dopo è comparso il Direttore con il ragazzo in braccio. Il ragazzo appoggiava la testa sulla sua spalla, con il viso bianco e gli occhi chiusi. Tutti sono rimasti zitti: si sentivano i singhiozzi della madre. Il Direttore si è fermato un momento, pallido. Ha sollevato un poco il ragazzo con tutte e due le braccia, per mostrarlo alla gente. E allora maestri, maestre, parenti e ragazzi hanno mormorato tutti insieme:

— Bravo, Robetti!

— Bravo, povero bambino!

E gli mandavano dei baci. Le maestre e i ragazzi che gli erano vicini gli hanno baciato le mani e le braccia. Lui ha aperto gli occhi e ha detto:

— La mia cartella!

La madre del bambino salvato gliel'ha mostrata piangendo e gli ha detto:

— Te la porto io, caro angelo, te la porto io.

E intanto sosteneva la madre del ferito, che si copriva il viso con le mani. Sono usciti, hanno messo il ragazzo nella carrozza e la carrozza è partita. E allora siamo tornati tutti nella scuola, in silenzio.

### Il ragazzo calabrese

*22, sabato.*

Ieri pomeriggio il maestro ci dava notizie del povero Robetti, che dovrà camminare a lungo con le stampelle. Mentre parlava, è entrato il Direttore con un nuovo iscritto. Era un ragazzo con il viso molto bruno, i capelli neri e gli occhi grandi e neri. Aveva le sopracciglia folte e unite sulla fronte. Era tutto vestito di scuro, con una cintura di pelle nera intorno alla vita.

Il Direttore ha parlato nell'orecchio al maestro e poi è uscito. Ha lasciato accanto a lui il ragazzo, che ci guardava con quei grandi occhi neri, come spaventato. Allora il maestro gli ha preso una mano e ha detto alla classe:

— Voi dovete essere contenti. Oggi entra nella scuola un piccolo italiano nato a Reggio di Calabria, a più di cinquecento miglia da qui. Vogliate bene al vostro fratello venuto da lontano. È nato in una terra gloriosa, che ha dato all'Italia uomini illustri. Ancora oggi le dà forti lavoratori e bravi soldati. È una delle terre più belle della nostra patria, con grandi foreste e grandi montagne. Ci vive un popolo pieno d'ingegno e di coraggio. Vogliategli bene, in modo che non si accorga di essere lontano dalla sua città. Fategli vedere che un ragazzo italiano trova dei fratelli in qualunque scuola italiana.

Detto questo, si è alzato. Sulla carta d'Italia appesa al muro ha indicato il punto dove si trova Reggio di Calabria. Poi ha chiamato forte:

— Ernesto Derossi!

È quello che ha sempre il primo premio. Derossi si è alzato.

— Vieni qua, — ha detto il maestro.

Derossi è uscito dal banco ed è andato accanto al tavolino, di fronte al calabrese.

— Tu sei il primo della scuola, — gli ha detto il maestro. — Da' l'abbraccio di benvenuto al nuovo compagno, in nome di tutta la classe. È l'abbraccio dei figli del Piemonte al figlio della Calabria.

Derossi ha abbracciato il calabrese e ha detto con la sua voce chiara:

— Benvenuto!

Il calabrese lo ha baciato con forza sulle due guance. Tutti hanno battuto le mani.

— Silenzio! — ha gridato il maestro. — A scuola non si battono le mani!

Ma si vedeva che era contento. Anche il calabrese era contento. Il maestro gli ha dato il suo posto e lo ha accompagnato al banco. Poi ha detto ancora:

— Ricordatevi bene quello che vi dico. Oggi un ragazzo calabrese è come a casa sua a Torino. E un ragazzo di Torino è come a casa sua a Reggio di Calabria. Perché questo fosse possibile, il nostro paese ha lottato per cinquant'anni e trentamila italiani sono morti. Voi dovete rispettarvi e amarvi tutti fra voi. Ma se uno di voi offendesse questo compagno perché non è nato nella nostra provincia, sarebbe indegno. Non sarebbe mai più degno di alzare gli occhi da terra quando passa una bandiera tricolore.

Appena il calabrese si è seduto al suo posto, i suoi vicini gli hanno regalato delle penne e una stampa. Un altro ragazzo, dall'ultimo banco, gli ha mandato un francobollo di Svezia.

### I miei compagni

*25, martedì.*

Il ragazzo che ha mandato il francobollo al calabrese è quello che mi piace più di tutti. Si chiama Garrone ed è il più grande della classe. Ha quasi quattordici anni, la testa grossa e le spalle larghe. È buono, si vede quando sorride, ma sembra che pensi sempre, come un uomo.

Ora conosco già molti dei miei compagni. Mi piace anche un altro, che si chiama Coretti. Porta una maglia color cioccolata e un berretto di pelo di gatto. È sempre allegro. Suo padre è un rivenditore di legna. È stato soldato nella guerra del 66, nel quadrato del principe Umberto, e dicono che ha tre medaglie. C'è il piccolo Nelli, un povero gobbino, debole e con il viso magro e pallido. C'è uno molto ben vestito, che si toglie sempre i peli dai vestiti e si chiama Votini.

Nel banco davanti al mio c'è un ragazzo che chiamano il muratorino, perché suo padre è muratore. Ha una faccia tonda come una mela e un naso a palla. Ha una bravura particolare: sa fare il *muso di lepre*. Tutti glielo fanno fare e ridono. Porta un piccolo cappello di stoffa, molle come uno straccio. Lo tiene in tasca, fatto a palla, come un fazzoletto. Accanto al muratorino c'è Garoffi, un tipo lungo e magro. Ha il naso a becco di civetta e gli occhi molto piccoli. Commercia sempre con pennini, immagini e scatole di fiammiferi. Si scrive la lezione sulle unghie, per leggerla di nascosto.

C'è poi un signorino, Carlo Nobis, che sembra molto superbo. Sta in mezzo a due ragazzi che mi sono simpatici. Uno è il figlio di un fabbro ferraio, infilato in una giacchetta che gli arriva al ginocchio. È pallido, sembra malato, ha sempre l'aria spaventata e non ride mai. L'altro ha i capelli rossi e un braccio morto, che porta appeso al collo. Suo padre è andato in America e sua madre va in giro a vendere verdura.

È un tipo curioso anche il mio vicino di sinistra, Stardi. È piccolo e tozzo, senza collo, un brontolone che non parla con nessuno. Sembra che capisca poco, ma sta attento al maestro senza battere le palpebre. Tiene la fronte corrugata e i denti stretti. Se qualcuno gli fa una domanda mentre il maestro parla, la prima e la seconda volta non risponde. La terza volta tira un calcio. Accanto a lui c'è una faccia sfacciata e cattiva, uno che si chiama Franti. È già stato espulso da un'altra Sezione. Ci sono anche due fratelli vestiti uguali, che si somigliano moltissimo. Portano tutti e due un cappello alla calabrese con una penna di fagiano.

Ma il più bello di tutti, quello che ha più ingegno, è Derossi. Sarà di sicuro il primo anche quest'anno. Il maestro lo ha già capito e lo interroga sempre. Io però voglio bene a Precossi, il figlio del fabbro ferraio. È quello della giacchetta lunga, che sembra un po' malato. Dicono che suo padre lo picchia. È molto timido. Ogni volta che fa una domanda a qualcuno o lo tocca, dice: — Scusami, — e guarda con gli occhi buoni e tristi. Ma Garrone è il più grande e il più buono.

### Un tratto generoso

*26, mercoledì.*

E proprio questa mattina Garrone si è fatto conoscere. Sono entrato a scuola un po' tardi. Mi aveva fermato la maestra di prima superiore, per domandarmi a che ora poteva venire a trovarci a casa. Il maestro non c'era ancora. Tre o quattro ragazzi tormentavano il povero Crossi, quello con i capelli rossi, che ha un braccio morto. Sua madre è quella che vende verdura. Lo stuzzicavano con le righe e gli buttavano in faccia delle bucce di castagne. Gli dicevano che era uno storpio e un mostro, e lo imitavano con il braccio al collo. E lui, tutto solo in fondo al banco, pallido, stava a sentire. Guardava ora l'uno ora l'altro con occhi supplichevoli, perché lo lasciassero stare. Ma gli altri lo prendevano in giro sempre di più. Lui ha cominciato a tremare e a diventare rosso dalla rabbia.

All'improvviso Franti, quella brutta faccia, è salito su un banco. Ha fatto finta di portare due cesti sulle braccia e ha imitato la mamma di Crossi, come fa una scimmia. Faceva vedere come la donna veniva ad aspettare il figlio alla porta. Ora infatti è malata. Molti si sono messi a ridere forte. Allora Crossi ha perso la testa. Ha afferrato un calamaio e glielo ha tirato alla testa con tutta la forza. Ma Franti si è abbassato, e il calamaio ha colpito al petto il maestro, che stava entrando.

Tutti sono scappati al loro posto e sono rimasti in silenzio, spaventati.

Il maestro, pallido, è salito al tavolino e ha domandato con voce alterata:

— Chi è stato?

Nessuno ha risposto.

Il maestro ha gridato un'altra volta, alzando ancora la voce:

— Chi è?

Allora Garrone ha avuto pietà del povero Crossi. Si è alzato di scatto e ha detto con decisione:

— Son io.

Il maestro lo ha guardato, ha guardato gli scolari stupiti e poi ha detto con voce tranquilla:

— Non sei tu.

E dopo un momento:

— Il colpevole non sarà punito. Si alzi!

Crossi si è alzato e ha detto piangendo:

— Mi picchiavano e mi insultavano, io ho perso la testa, ho tirato...

— Siediti, — ha detto il maestro. — Si alzino quelli che lo hanno provocato.

Quattro si sono alzati, con la testa bassa.

— Voi, — ha detto il maestro, — avete insultato un compagno che non vi provocava. Avete preso in giro un disgraziato e avete picchiato un debole che non si può difendere. Avete fatto una delle azioni più basse e più vergognose che possano sporcare un essere umano. Vigliacchi!

Detto questo, è sceso tra i banchi. Ha messo una mano sotto il mento di Garrone, che teneva il viso basso. Gli ha fatto alzare il viso, lo ha guardato negli occhi e gli ha detto:

— Tu sei un'anima nobile.

Garrone ha approfittato del momento e ha mormorato non so che parole all'orecchio del maestro. Il maestro si è voltato verso i quattro colpevoli e ha detto bruscamente:

— Vi perdono.

### La mia maestra di prima superiore

*27, giovedì.*

La mia maestra ha mantenuto la promessa. È venuta oggi a casa nostra, proprio quando stavo per uscire con mia madre. Dovevamo portare della biancheria a una donna povera, raccomandata dalla *Gazzetta*. Era un anno che non la vedevamo più in casa nostra. Tutti le abbiamo fatto festa. È sempre la stessa: piccola, con il suo velo verde intorno al cappello. È vestita in modo semplice e pettinata male, perché non ha tempo di sistemarsi. Ma è un po' più pallida dell'anno scorso, ha qualche capello bianco e tossisce sempre. Mia madre gliel'ha detto:

— E la salute, cara maestra? Lei non si riguarda abbastanza!

— Eh, non importa, — ha risposto lei, con il suo sorriso allegro e malinconico insieme.

— Lei parla troppo forte, — ha aggiunto mia madre, — e si stanca troppo con i suoi ragazzi.

È vero: si sente sempre la sua voce. Mi ricordo di quando andavo a scuola da lei. Parla sempre, parla perché i ragazzi non si distraggano, e non sta seduta un momento. Ero sicuro che sarebbe venuta, perché non si dimentica mai dei suoi scolari. Ricorda i loro nomi per anni. Nei giorni dell'esame mensile corre a domandare al Direttore che punti hanno avuto. Li aspetta all'uscita e si fa mostrare le composizioni, per vedere se hanno fatto progressi. E molti vengono ancora a trovarla dal Ginnasio, e hanno già i calzoni lunghi e l'orologio.

Oggi tornava tutta affannata dalla Pinacoteca. Ci aveva portato i suoi ragazzi, come negli anni passati. Ogni giovedì li portava tutti a un museo e spiegava ogni cosa. Povera maestra, è ancora dimagrita. Ma è sempre vivace, e si accende sempre quando parla della sua scuola. Ha voluto rivedere il letto dove mi ha visto molto malato due anni fa. Ora quel letto è di mio fratello. Lo ha guardato a lungo e non riusciva a parlare. Ha dovuto scappare presto, per andare a trovare un ragazzo della sua classe. È il figlio di un sellaio, malato di rosolia. E in più aveva un pacco di pagine da correggere e tutta la sera da lavorare. Doveva anche dare una lezione privata di aritmetica a una negoziante, prima di notte.

— Ebbene, Enrico, — mi ha detto andandosene. — Vuoi ancora bene alla tua maestra, ora che risolvi i problemi difficili e fai le composizioni lunghe?

Mi ha baciato e mi ha detto ancora dal fondo della scala:

— Non mi dimenticare, sai, Enrico!

O mia buona maestra, non ti dimenticherò mai, mai. Anche quando sarò grande mi ricorderò di te, e verrò a trovarti fra i tuoi ragazzi. Ogni volta che passerò vicino a una scuola e sentirò una maestra, mi sembrerà di sentire la tua voce. Ripenserò ai due anni che ho passato nella tua scuola, dove ho imparato tante cose. Lì ti ho vista tante volte malata e stanca, ma sempre premurosa e sempre paziente. Ti disperavi quando uno prendeva un brutto modo di tenere le dita per scrivere. Tremavi quando gli ispettori ci interrogavano. Eri felice quando facevamo bella figura. Eri sempre buona e affettuosa come una madre. Mai, mai ti dimenticherò, maestra mia.

### In una soffitta

*28, venerdì.*

Ieri pomeriggio, con mia madre e mia sorella Silvia, abbiamo portato la biancheria alla donna povera raccomandata dal giornale. Io portavo il pacco. Silvia aveva il giornale, con le iniziali del nome e l'indirizzo. Siamo saliti fin sotto il tetto di una casa alta, in un lungo corridoio con molte porte. Mia madre ha bussato all'ultima. Ci ha aperto una donna ancora giovane, bionda e molto magra. Mi è sembrato subito di averla già vista altre volte, con quello stesso fazzoletto blu in testa.

— Siete voi quella del giornale, così e così? — ha domandato mia madre.

— Sì, signora, sono io.

— Ebbene, vi abbiamo portato un po' di biancheria.

E la donna ringraziava e benediceva, e non finiva più. Io intanto ho visto un ragazzo in un angolo della stanza nuda e scura. Era in ginocchio davanti a una sedia, con la schiena voltata verso di noi. Sembrava che scrivesse, e scriveva davvero: aveva la carta sulla sedia e il calamaio sul pavimento. Come faceva a scrivere così al buio? Mentre me lo domandavo, all'improvviso ho riconosciuto i capelli rossi e la giacchetta di fustagno di Crossi. Era il figlio dell'erbivendola, quello del braccio morto. L'ho detto piano a mia madre, mentre la donna metteva via la roba.

— Zitto! — ha risposto mia madre. — Forse si vergogna a vederti, perché fai la carità alla sua mamma. Non lo chiamare.

Ma in quel momento Crossi si è voltato. Io sono rimasto imbarazzato e lui ha sorriso. Allora mia madre mi ha dato una spinta, perché corressi ad abbracciarlo. L'ho abbracciato, e lui si è alzato e mi ha preso per mano.

— Eccomi qui, — diceva intanto sua madre alla mia, — sola con questo ragazzo. Mio marito è in America da sei anni. E io per di più sono malata. Non posso più andare in giro con la verdura a guadagnare quei pochi soldi. Non ci è rimasto nemmeno un tavolino per il mio povero Luigino, per fare i compiti. Quando avevo il banco giù nel portone, almeno poteva scrivere lì. Ora me lo hanno tolto. Non abbiamo nemmeno un po' di luce per studiare senza rovinarsi gli occhi. È già una grazia se posso mandarlo a scuola, perché il municipio gli dà i libri e i quaderni. Povero Luigino, che studierebbe tanto volentieri! Povera me!

Mia madre le ha dato tutto quello che aveva nella borsa e ha baciato il ragazzo. Quando siamo usciti, quasi piangeva. E aveva proprio ragione di dirmi:

— Guarda quel povero ragazzo, come è costretto a lavorare! Tu hai tutte le comodità, eppure lo studio ti sembra duro! Ah, Enrico mio, c'è più merito nel suo lavoro di un giorno che nel tuo lavoro di un anno. A ragazzi come lui dovrebbero dare i primi premi!

### La scuola

*28, venerdì.*

*Sì, caro Enrico, lo studio ti è duro, come ti dice tua madre. Non ti vedo ancora andare a scuola con l'animo deciso e il viso sorridente che io vorrei. Sei ancora svogliato. Ma senti: pensa un po' che giornata misera e spregevole sarebbe la tua, se tu non andassi a scuola! Dopo una settimana chiederesti a mani giunte di tornarci. Saresti divorato dalla noia e dalla vergogna, e nauseato dei tuoi giochi e della tua vita. Tutti, tutti studiano ora, Enrico mio.*

*Pensa agli operai che vanno a scuola la sera, dopo aver faticato tutto il giorno. Pensa alle donne e alle ragazze del popolo: vanno a scuola la domenica, dopo una settimana di lavoro. Pensa ai soldati, che prendono in mano libri e quaderni quando tornano stanchi dagli esercizi. Pensa ai ragazzi muti e ciechi, che pure studiano. Pensa perfino ai prigionieri, che anche loro imparano a leggere e a scrivere.*

*Pensa a questo, la mattina, quando esci. In quello stesso momento, nella tua stessa città, altri trentamila ragazzi vanno a scuola come te. Vanno a chiudersi per tre ore in una stanza a studiare. Ma non basta! Pensa agli innumerevoli ragazzi che, più o meno a quell'ora, vanno a scuola in tutti i paesi. Vedili con l'immaginazione. Vanno, vanno per i vicoli dei villaggi tranquilli e per le strade delle città rumorose. Vanno lungo le rive dei mari e dei laghi, qui sotto un sole ardente, là tra le nebbie. Vanno in barca nei paesi pieni di canali, a cavallo per le grandi pianure, in slitta sopra la neve. Passano per valli e colline, attraverso boschi e torrenti, su per i sentieri solitari delle montagne. Vanno soli, a coppie, a gruppi, in lunghe file, tutti con i libri sotto il braccio. Sono vestiti in mille modi e parlano mille lingue. Vanno dalle ultime scuole della Russia, quasi perdute fra i ghiacci, alle ultime scuole dell'Arabia, all'ombra delle palme. Sono milioni e milioni, e imparano tutti le stesse cose in cento forme diverse. Immagina questo grandissimo formicolio di ragazzi di cento popoli, questo movimento immenso di cui fai parte. E pensa: — Se questo movimento si fermasse, l'umanità ricadrebbe nella barbarie. Questo movimento è il progresso, la speranza, la gloria del mondo.*

*Coraggio dunque, piccolo soldato dell'immenso esercito. I tuoi libri sono le tue armi, la tua classe è la tua squadra. Il campo di battaglia è la terra intera, e la vittoria è la civiltà umana. Non essere un soldato codardo, Enrico mio.*

Tuo Padre.

### Il piccolo patriota padovano

(Racconto mensile)

*29, sabato.*

Non sarò un *soldato codardo*, no. Ma andrei a scuola molto più volentieri se ogni giorno il maestro facesse un racconto come quello di stamattina. Ha detto che ce ne farà uno ogni mese e ce lo darà scritto. Sarà sempre il racconto di un'azione bella e vera, compiuta da un ragazzo. Questo si intitola *Il piccolo patriota padovano*. Ecco il fatto.

Un piroscafo francese è partito da Barcellona, città della Spagna, per Genova. A bordo c'erano francesi, italiani, spagnoli e svizzeri. C'era, fra gli altri, un ragazzo di undici anni, mal vestito e solo. Stava sempre in disparte, come un animale selvatico, e guardava tutti con occhi cupi. E aveva proprio ragione di guardare tutti così. Suo padre e sua madre erano contadini nei dintorni di Padova. Due anni prima lo avevano venduto al capo di una compagnia di saltimbanchi. Quell'uomo gli aveva insegnato i giochi a forza di pugni, di calci e di digiuni. Poi lo aveva portato attraverso la Francia e la Spagna, picchiandolo sempre e non dandogli mai abbastanza da mangiare.

A Barcellona il ragazzo non poteva più sopportare le botte e la fame. Era ridotto in uno stato pietoso. Allora era fuggito dal suo crudele padrone ed era corso a chiedere protezione al Console d'Italia. Il Console ne aveva avuto pietà e lo aveva imbarcato su quel piroscafo. Gli aveva dato una lettera per il Questore di Genova, che doveva rimandarlo dai suoi genitori. Dai genitori che lo avevano venduto come una bestia!

Il povero ragazzo era coperto di stracci e malaticcio. Gli avevano dato una cabina nella seconda classe. Tutti lo guardavano e qualcuno gli faceva delle domande, ma lui non rispondeva. Sembrava che odiasse e disprezzasse tutti, tanto lo avevano reso duro e triste le privazioni e le botte. Tuttavia tre viaggiatori, a forza di insistere con le domande, sono riusciti a farlo parlare. In poche parole rozze, mescolate di veneto, di spagnolo e di francese, lui ha raccontato la sua storia. Quei tre viaggiatori non erano italiani, ma hanno capito. Un po' per compassione, un po' perché il vino li aveva eccitati, gli hanno dato dei soldi. Scherzavano e lo stuzzicavano perché raccontasse altre cose. In quel momento sono entrate nella sala alcune signore. Allora tutti e tre, per farsi vedere, gli hanno dato altro denaro, gridando:

— Prendi questo!

— Prendi quest'altro!

E facevano suonare le monete sulla tavola. Il ragazzo ha messo tutto in tasca e ha ringraziato a mezza voce, con il suo modo brusco. Ma il suo sguardo, per la prima volta, era sorridente e affettuoso. Poi si è arrampicato nella sua cabina, ha tirato la tenda ed è rimasto tranquillo, pensando ai fatti suoi.

Con quei soldi poteva assaggiare qualche buon piatto a bordo, dopo due anni di fame. Poteva comprarsi una giacchetta appena sbarcato a Genova, dopo due anni di stracci. E portandoli a casa, poteva farsi accogliere dal padre e dalla madre un po' più umanamente. Con le tasche vuote lo avrebbero accolto peggio. Quei soldi erano per lui una piccola fortuna. E a questo pensava, consolato, dietro la tenda della sua cabina.

Intanto i tre viaggiatori parlavano, seduti alla tavola da pranzo, in mezzo alla sala della seconda classe. Bevevano e parlavano dei loro viaggi e dei paesi che avevano visto. Di discorso in discorso, sono arrivati a parlare dell'Italia. Uno ha cominciato a lamentarsi degli alberghi, un altro delle ferrovie. Poi tutti insieme, sempre più accesi, si sono messi a dire male di ogni cosa. Uno avrebbe preferito viaggiare in Lapponia. Un altro diceva di aver trovato in Italia solo truffatori e briganti. Il terzo diceva che gli impiegati italiani non sanno leggere.

— Un popolo ignorante, — ha ripetuto il primo.

— Sporco, — ha aggiunto il secondo.

— La... — ha esclamato il terzo.

Voleva dire "ladro", ma non ha potuto finire la parola. Una tempesta di soldi e di mezze lire è caduta sulle loro teste e sulle loro spalle. Le monete saltavano sul tavolo e sul pavimento con un rumore d'inferno. Tutti e tre si sono alzati furiosi e hanno guardato in su. Hanno ricevuto ancora una manciata di soldi in faccia.

— Riprendetevi i vostri soldi, — ha detto con disprezzo il ragazzo, affacciato fuori dalla tenda della cuccetta. — Io non accetto l'elemosina da chi insulta il mio paese.

### Glossario

- **bidello**: l'uomo che lavora nella scuola, apre le porte, chiama le persone.
- **camerone**: una stanza molto grande.
- **finis**: l'annuncio che le lezioni sono finite.
- **omnibus**: una grande carrozza pubblica tirata dai cavalli.
- **stampelle**: i bastoni che aiutano a camminare chi ha male a una gamba.
- **muso di lepre**: una smorfia buffa, la faccia di una lepre.
- **calamaio**: il piccolo vaso per l'inchiostro.
- **saltimbanchi**: persone che fanno giochi ed esercizi nelle piazze e nei circhi.
- **piroscafo**: una grande nave a vapore.

## Novembre

### Lo spazzacamino

*1.° novembre.*

Ieri pomeriggio sono andato alla Sezione femminile, accanto alla nostra. Dovevo dare il racconto del ragazzo padovano alla maestra di Silvia, che voleva leggerlo. Ci sono settecento ragazze! Quando sono arrivato, cominciavano a uscire, tutte allegre per le vacanze di Ognissanti e dei morti. Ed ecco una bella cosa che ho visto.

Di fronte alla porta della scuola, dall'altra parte della strada, c'era uno spazzacamino molto piccolo. Stava con un braccio appoggiato al muro e la fronte contro il braccio. Era tutto nero in viso, con il suo sacco e il suo raschietto, e piangeva forte, singhiozzando. Due o tre ragazze della seconda si sono avvicinate e gli hanno detto:

— Che cos'hai? Perché piangi così?

Ma lui non ha risposto e ha continuato a piangere.

— Ma di' che cos'hai, perché piangi? — gli hanno ripetuto le ragazze.

Allora lui ha alzato il viso dal braccio, un viso di bambino. Ha detto piangendo che era stato in varie case a spazzare e aveva guadagnato trenta soldi. Ma li aveva persi: gli erano scappati da un buco in una tasca. E faceva vedere il buco. Ora non osava più tornare a casa senza i soldi.

— Il padrone mi picchia, — ha detto singhiozzando, e ha appoggiato di nuovo la testa sul braccio, disperato.

Le bambine sono rimaste a guardarlo, tutte serie. Intanto si erano avvicinate altre ragazze, grandi e piccole, povere e ricche, con le cartelle sotto il braccio. Una grande, che aveva una penna azzurra sul cappello, ha tirato fuori di tasca due soldi e ha detto:

— Io ho solo due soldi. Facciamo la colletta.

— Anch'io ho due soldi, — ha detto un'altra, vestita di rosso. — Fra tutte ne troveremo trenta di sicuro.

E allora hanno cominciato a chiamarsi:

— Amalia!

— Luigia!

— Annina!

— Un soldo.

— Chi ha dei soldi?

— Qua i soldi!

Molte avevano dei soldi per comprarsi fiori o quaderni, e li hanno portati. Alcune più piccole hanno dato dei centesimi. Quella della penna azzurra raccoglieva tutto e contava a voce alta:

— Otto, dieci, quindici!

Ma ne servivano ancora. Allora è arrivata una più grande di tutte, che sembrava quasi una maestrina. Ha dato mezza lira, e tutte le hanno fatto festa. Mancavano ancora cinque soldi.

— Ora vengono quelle della quarta, che ne hanno, — ha detto una.

Quelle della quarta sono arrivate e i soldi sono caduti come la neve. Tutte si affollavano. Ed era bello vedere quel povero spazzacamino in mezzo a tutti quei vestitini di tanti colori. Intorno a lui era tutto un movimento di penne, di nastri e di riccioli. I trenta soldi c'erano già, e ne arrivavano ancora. Le più piccole, che non avevano denaro, passavano tra le grandi e offrivano i loro mazzetti di fiori. Volevano dare almeno qualcosa.

All'improvviso è arrivata la portinaia, gridando:

— La signora Direttrice!

Le ragazze sono scappate da tutte le parti, come uno stormo di passeri. E allora si è visto il piccolo spazzacamino, solo in mezzo alla strada. Si asciugava gli occhi, tutto contento, con le mani piene di soldi. Aveva tanti mazzetti di fiori fra i bottoni della giacchetta, nelle tasche e nel cappello. E c'erano fiori anche per terra, ai suoi piedi.

### Il giorno dei morti

*2 novembre.*

*Questo giorno è dedicato al ricordo dei morti. Sai, Enrico, a quali morti dovreste dedicare tutti un pensiero oggi, voi ragazzi? A quelli che sono morti per voi, per i ragazzi, per i bambini. Quanti ne sono morti, e quanti ne muoiono continuamente! Hai mai pensato a quanti padri hanno consumato la vita nel lavoro? E a quante madri sono scese nella tomba prima del tempo? Le hanno consumate le privazioni a cui si sono condannate per mantenere i figli. Sai quanti uomini si sono piantati un coltello nel cuore, per la disperazione di vedere i propri ragazzi nella miseria? E quante donne si sono annegate, o sono morte di dolore, o sono impazzite per aver perso un bambino? Pensa a tutti quei morti, oggi, Enrico.*

*Pensa alle tante maestre morte giovani, consumate dalle fatiche della scuola per amore dei bambini. Non hanno avuto il cuore di separarsi da loro. Pensa ai medici morti di malattie contagiose, che hanno affrontato con coraggio per curare dei bambini. Pensa a quelli che si sono trovati nei naufragi, negli incendi, nelle carestie. In un momento di estremo pericolo, hanno ceduto ai bambini l'ultimo pezzo di pane. Hanno ceduto l'ultima tavola di salvataggio, l'ultima corda per scappare dalle fiamme. E sono morti contenti del loro sacrificio, che teneva in vita un piccolo innocente.*

*Questi morti sono innumerevoli, Enrico. Ogni cimitero ne contiene centinaia, di queste sante creature. Se potessero alzarsi un momento dalla tomba, griderebbero il nome di un bambino. Per lui hanno sacrificato i piaceri della gioventù, la pace della vecchiaia, gli affetti, l'intelligenza, la vita. Erano spose di vent'anni, uomini nel pieno delle forze, vecchie di ottanta anni, giovani. Sono martiri eroici e sconosciuti dell'infanzia. Sono così grandi e così gentili che la terra non produce tanti fiori quanti dovremmo darne alle loro tombe. Tanto siete amati, bambini! Pensa oggi a quei morti con gratitudine. Così sarai più buono e più affettuoso con tutti quelli che ti vogliono bene e che faticano per te. Caro figlio mio fortunato, che nel giorno dei morti non hai ancora nessuno da piangere!*

Tua Madre.

### Il mio amico Garrone

*4, venerdì.*

Sono stati solo due giorni di vacanza, ma mi è sembrato di stare tanto tempo senza vedere Garrone. Più lo conosco, più gli voglio bene. Succede così a tutti gli altri, tranne ai prepotenti, che con lui non vanno d'accordo. Lui infatti non lascia fare prepotenze. Ogni volta che uno grande alza la mano contro uno piccolo, il piccolo grida: — Garrone! — E il grande non picchia più.

Suo padre è macchinista della ferrovia. Lui ha cominciato tardi la scuola, perché è stato malato due anni. È il più alto e il più forte della classe. Alza un banco con una mano, mangia sempre, è buono. Qualunque cosa gli chiedano, matita, gomma, carta, temperino, lui presta o regala tutto. A scuola non parla e non ride. Sta sempre immobile nel banco troppo stretto per lui, con la schiena curva e il testone fra le spalle. Quando lo guardo, mi fa un sorriso con gli occhi socchiusi, come per dirmi: — Ebbene, Enrico, siamo amici?

Ma fa ridere, grande e grosso com'è. Giacchetta, calzoni, maniche: tutto è troppo stretto e troppo corto. Ha un cappello che non gli sta in testa, la testa rasata e le scarpe grosse. La cravatta è sempre attorcigliata come una corda. Caro Garrone, basta guardarlo in viso una volta per volergli bene. Tutti i più piccoli vorrebbero essere suoi vicini di banco.

Sa bene l'aritmetica. Porta i libri uno sopra l'altro, legati con una cinghia di cuoio rosso. Ha un coltello con il manico di madreperla, che ha trovato l'anno scorso in piazza d'armi. Un giorno si è tagliato un dito fino all'osso. Ma a scuola nessuno se n'è accorto, e a casa non ha detto una parola, per non spaventare i parenti. Si lascia dire qualunque cosa per scherzo e non si offende mai. Ma guai se gli dicono: — Non è vero, — quando afferma una cosa. Allora i suoi occhi mandano fuoco, e picchia pugni che potrebbero spaccare il banco.

Sabato mattina ha dato un soldo a un ragazzo della prima superiore, che piangeva in mezzo alla strada. Piangeva perché gli avevano preso il suo soldo e non poteva più comprare il quaderno. Da tre giorni sta lavorando a una lettera di otto pagine, con disegni a penna sui margini. È per l'onomastico di sua madre, che viene spesso a prenderlo. È alta e grossa come lui, e simpatica.

Il maestro lo guarda sempre. Ogni volta che gli passa accanto, gli batte la mano sul collo, come a un buon torello tranquillo. Io gli voglio bene. Sono contento quando stringo nella mia la sua grossa mano, che sembra la mano di un uomo. Sono sicuro che rischierebbe la vita per salvare un compagno. Si farebbe anche uccidere per difenderlo: si vede chiaramente nei suoi occhi. E anche se con quel vocione sembra sempre che brontoli, è una voce che viene da un cuore gentile. Si sente.

### Il carbonaio e il signore

*7, lunedì.*

Garrone non l'avrebbe mai detta, sicuramente, quella parola che ieri mattina Carlo Nobis ha detto a Betti. Carlo Nobis è superbo perché suo padre è un gran signore. È un signore alto, con tutta la barba nera e molto serio, che viene quasi ogni giorno ad accompagnare il figlio. Ieri mattina Nobis ha litigato con Betti, uno dei più piccoli, figlio di un carbonaio. Non sapeva più che cosa rispondere, perché aveva torto. Allora gli ha detto forte:

— Tuo padre è uno straccione.

Betti è diventato tutto rosso, fino ai capelli. Non ha detto nulla, ma gli sono venute le lacrime agli occhi. Tornato a casa, ha ripetuto la parola a suo padre. Ed ecco il carbonaio, un piccolo uomo tutto nero, che si presenta alla lezione del pomeriggio con il ragazzo per mano. È venuto a lamentarsi con il maestro. Mentre si lamentava, e tutti tacevano, il padre di Nobis era sulla soglia della porta. Stava togliendo il mantello al figlio, come al solito. Ha sentito pronunciare il suo nome, è entrato e ha chiesto una spiegazione.

— È quest'operaio, — ha risposto il maestro. — È venuto a lamentarsi perché suo figlio Carlo ha detto al suo ragazzo: Tuo padre è uno straccione.

Il padre di Nobis ha corrugato la fronte ed è arrossito un poco. Poi ha domandato al figlio:

— Hai detto quella parola?

Il figlio, in piedi in mezzo alla classe, con la testa bassa davanti al piccolo Betti, non ha risposto.

Allora il padre lo ha preso per un braccio e lo ha spinto più avanti, di fronte a Betti. I due ragazzi quasi si toccavano. E gli ha detto:

— Domandagli scusa.

Il carbonaio ha voluto mettersi in mezzo, dicendo:

— No, no.

Ma il signore non gli ha dato retta e ha ripetuto al figlio:

— Domandagli scusa. Ripeti le mie parole. Io ti domando scusa della parola offensiva, insensata, ignobile che ho detto contro tuo padre. Il mio... si sente onorato di stringergli la mano.

Il carbonaio ha fatto un gesto deciso, come per dire: Non voglio. Il signore non gli ha dato retta. Suo figlio ha detto lentamente, con un filo di voce, senza alzare gli occhi da terra:

— Io ti domando scusa... della parola offensiva... insensata... ignobile, che ho detto contro tuo padre. Il mio... si sente onorato di stringergli la mano.

Allora il signore ha teso la mano al carbonaio, che gliel'ha stretta con forza. Poi, subito, il carbonaio ha dato una spinta al suo ragazzo e lo ha gettato fra le braccia di Carlo Nobis.

— Mi faccia il favore di metterli vicini, — ha detto il signore al maestro.

Il maestro ha messo Betti nel banco di Nobis. Quando sono stati al loro posto, il padre di Nobis ha salutato ed è uscito.

Il carbonaio è rimasto qualche momento pensieroso, a guardare i due ragazzi vicini. Poi si è avvicinato al banco e ha guardato Nobis con affetto e rammarico, come se volesse dirgli qualcosa. Ma non ha detto nulla. Ha allungato la mano per fargli una carezza, ma non ha osato nemmeno quello. Gli ha solo sfiorato la fronte con le sue grosse dita. Poi è andato verso la porta, si è voltato ancora una volta a guardarlo ed è sparito.

— Ricordatevi bene quello che avete visto, ragazzi, — ha detto il maestro. — Questa è la più bella lezione dell'anno.

### La maestra di mio fratello

*10, giovedì.*

Il figlio del carbonaio è stato scolaro della maestra Delcati. Oggi la maestra è venuta a trovare mio fratello, che è malaticcio. Ci ha fatto ridere raccontandoci della mamma di quel ragazzo. Due anni fa le ha portato a casa un grembiule pieno di carbone. Voleva ringraziarla perché aveva dato la medaglia al figlio. Quella povera donna insisteva, non voleva riportarsi il carbone a casa. Quando è dovuta tornare indietro con il grembiule pieno, quasi piangeva. La maestra ci ha raccontato anche di un'altra buona donna, che le ha portato un mazzetto di fiori molto pesante. Dentro c'era un gruzzoletto di soldi. Ci siamo divertiti molto a sentirla, e così mio fratello ha mandato giù la medicina, che prima non voleva.

Quanta pazienza devono avere con quei bambini della prima inferiore! Sono tutti senza denti come vecchietti e non pronunciano la *erre* e la *esse*. Uno tossisce, a un altro esce sangue dal naso, un altro perde gli zoccoli sotto il banco. Uno bela perché si è punto con la penna. Un altro piange perché ha comprato un quaderno numero due invece di numero uno. Sono cinquanta in una classe e non sanno nulla, con quelle manine di burro. E bisogna insegnare a scrivere a tutti!

Portano in tasca pezzi di liquirizia, bottoni, tappi di bottigliette, mattone sbriciolato, ogni specie di piccole cose. La maestra deve frugare nelle loro tasche, ma loro nascondono gli oggetti perfino nelle scarpe. E non stanno attenti. Un moscone che entra dalla finestra mette tutti in agitazione. D'estate portano a scuola erba e maggiolini, che volano in giro o cadono nei calamai. Poi i maggiolini sporcano i quaderni con righe d'inchiostro. La maestra deve fare la mamma con loro: aiutarli a vestirsi, fasciare le dita punte, raccogliere i berretti che cadono. Deve stare attenta che non si scambino i cappotti, altrimenti piagnucolano e strillano. Povere maestre!

E poi vengono ancora le mamme a lamentarsi. Come mai, signorina, il mio bambino ha perso la penna? Com'è che il mio non impara niente? Perché non dà la menzione al mio, che sa tanto? Perché non fa togliere quel chiodo dal banco, che ha strappato i calzoni al mio Piero?

Qualche volta la maestra di mio fratello si arrabbia con i bambini. Quando non ne può più, si morde un dito per non dare uno schiaffo. Perde la pazienza, ma poi si pente e accarezza il bambino che ha sgridato. Caccia da scuola un monello, ma trattiene le lacrime. Si arrabbia con i parenti che per punizione lasciano i bambini senza mangiare. La maestra Delcati è giovane e alta, vestita bene, bruna e irrequieta. Fa tutto di scatto, come una molla. Si commuove per niente, e allora parla con grande tenerezza.

— Ma almeno i bambini si affezionano a Lei, — le ha detto mia madre.

— Molti sì, — ha risposto, — ma poi, finito l'anno, la maggior parte non ci guarda più. Quando sono con i maestri, quasi si vergognano di essere stati da noi, da una maestra. Dopo due anni di cure, dopo aver tanto amato un bambino, è triste separarsi da lui. Ma ci diciamo: — Oh, di quello lì sono sicura. Quello lì mi vorrà bene. — Ma passano le vacanze e si torna a scuola. Gli corriamo incontro: — O bambino, bambino mio! — E lui volta la testa dall'altra parte.

Qui la maestra si è interrotta. Poi si è alzata con gli occhi umidi e ha baciato mio fratello.

— Ma tu non farai così, piccolo? — ha detto. — Tu non volterai la testa dall'altra parte, non è vero? Non farai finta di non conoscere la tua povera amica.

### Mia madre

*10 Novembre, giovedì.*

*Davanti alla maestra di tuo fratello, tu hai mancato di rispetto a tua madre! Che questo non accada mai più, Enrico, mai più! La tua parola irrispettosa mi è entrata nel cuore come una punta d'acciaio. Ho pensato a tua madre, quando anni fa è rimasta tutta una notte china sul tuo piccolo letto. Contava i tuoi respiri, piangeva sangue per l'angoscia e batteva i denti dal terrore, perché credeva di perderti. E io avevo paura che perdesse la ragione. A quel pensiero ho provato orrore per te. Tu, offendere tua madre! Tua madre, che darebbe un anno di felicità per risparmiarti un'ora di dolore. Tua madre, che chiederebbe l'elemosina per te e si farebbe uccidere per salvarti la vita!*

*Senti, Enrico. Fissati bene in mente questo pensiero. Immagina pure che nella vita ti aspettino molti giorni terribili. Il più terribile di tutti sarà il giorno in cui perderai tua madre. Mille volte, Enrico, quando sarai già un uomo, forte e provato da tutte le lotte, tu la chiamerai. Desidererai immensamente di risentire per un momento la sua voce. Desidererai di rivedere le sue braccia aperte. Vorrai gettarti tra quelle braccia singhiozzando, come un povero bambino senza protezione e senza conforto. Come ti ricorderai allora di ogni dolore che le avrai dato! Con quanti rimorsi li pagherai tutti, infelice! Non sperare di avere pace nella vita, se avrai rattristato tua madre. Ti pentirai, le domanderai perdono, onorerai la sua memoria, ma sarà inutile. La coscienza non ti darà pace. Quell'immagine dolce e buona avrà sempre per te un'espressione di tristezza e di rimprovero. Sarà una tortura per la tua anima.*

*O Enrico, stai attento: questo è il più sacro degli affetti umani. Disgraziato chi lo calpesta. L'assassino che rispetta sua madre ha ancora qualcosa di onesto e di gentile nel cuore. Il più glorioso degli uomini, se fa soffrire e offende sua madre, è solo una creatura vile. Che non ti esca mai più dalla bocca una parola dura per colei che ti ha dato la vita. E se te ne scappasse ancora una, non deve essere la paura di tuo padre a gettarti ai suoi piedi. Deve essere l'impulso della tua anima. Supplicala allora di cancellarti dalla fronte, con il bacio del perdono, il marchio dell'ingratitudine. Io ti amo, figlio mio. Tu sei la speranza più cara della mia vita. Ma vorrei piuttosto vederti morto che ingrato verso tua madre. Va', e per un po' di tempo non portarmi più la tua carezza: non potrei ricambiarla con il cuore.*

Tuo Padre.

### Il mio compagno Coretti

*13, domenica.*

Mio padre mi ha perdonato, ma io sono rimasto un po' triste. Allora mia madre mi ha mandato a fare una passeggiata sul corso con il figlio grande del portinaio. Più o meno a metà del corso, siamo passati vicino a un carro fermo davanti a una bottega. Ho sentito chiamare il mio nome e mi sono voltato. Era Coretti, il mio compagno di scuola. Aveva la sua maglia color cioccolata e il suo berretto di pelo di gatto. Era tutto sudato e allegro, e aveva sulle spalle un gran carico di legna. Un uomo in piedi sul carro gli passava una bracciata di legna alla volta. Coretti le prendeva e le portava nella bottega di suo padre, dove le ammucchiava in gran fretta.

— Che fai, Coretti? — gli ho domandato.

— Non vedi? — ha risposto, allungando le braccia per prendere il carico. — Ripasso la lezione.

Io ho riso. Ma lui parlava sul serio. Ha preso la bracciata di legna e ha cominciato a dire correndo:

— *Chiamansi accidenti del verbo.... le sue variazioni secondo il numero.... secondo il numero e la persona*....

E poi, buttando giù la legna e ammucchiandola:

— *secondo il tempo.... secondo il tempo a cui si riferisce l'azione*....

E tornando verso il carro a prendere un'altra bracciata:

— *secondo il modo in cui l'azione è enunciata*.

Era la nostra lezione di grammatica per il giorno dopo.

— Che vuoi? — mi ha detto. — Uso bene il tempo. Mio padre è andato via con il garzone per un affare. Mia madre è malata. Tocca a me scaricare. Intanto ripasso la grammatica. Oggi la lezione è difficile. Non riesco a farmela entrare in testa.

Poi ha detto all'uomo del carro:

— Mio padre ha detto che sarà qui alle sette per darvi i soldi.

Il carro è partito.

— Vieni un momento in bottega, — mi ha detto Coretti.

Sono entrato. Era uno stanzone pieno di mucchi di legna e di fascine, con una stadera da una parte.

— Oggi è una giornata di lavoro duro, te lo assicuro, — ha ripreso Coretti. — Devo fare i compiti un pezzetto alla volta. Stavo scrivendo le frasi, ed è venuta gente a comprare. Mi sono rimesso a scrivere, ed ecco il carro. Questa mattina ho già fatto due viaggi al mercato della legna in piazza Venezia. Non mi sento più le gambe e ho le mani gonfie. Sarei proprio nei guai se avessi anche il lavoro di disegno!

E intanto dava un colpo di scopa alle foglie secche e ai rametti che coprivano il pavimento di mattoni.

— Ma dove lo fai il lavoro, Coretti? — gli ho domandato.

— Non qui di certo, — ha risposto. — Vieni a vedere.

Mi ha portato in una stanzetta dietro la bottega, che serve da cucina e da sala da pranzo. In un angolo c'era un tavolo con i libri, i quaderni e il lavoro cominciato.

— Ecco, — ha detto, — ho lasciato a metà la seconda risposta: *col cuoio si fanno le calzature, le cinghie*... Ora ci aggiungo *le valigie*.

Ha preso la penna e si è messo a scrivere con la sua bella calligrafia.

— C'è nessuno? — ha gridato qualcuno in quel momento dalla bottega.

Era una donna che veniva a comprare fascinotti.

— Eccomi, — ha risposto Coretti.

È saltato di là, ha pesato i fascinotti e ha preso i soldi. È corso in un angolo a segnare la vendita in un vecchio quaderno ed è tornato al suo lavoro.

— Vediamo un po' se riesco a finire la frase, — ha detto.

E ha scritto: *le borse da viaggio, gli zaini per i soldati.*

— Ah, il mio povero caffè che scappa! — ha gridato all'improvviso.

È corso al fornello a togliere la caffettiera dal fuoco.

— È il caffè per la mamma, — ha detto. — Ho dovuto imparare a farlo. Aspetta un po', glielo portiamo insieme. Così ti vedrà, e le farà piacere. Sono sette giorni che è a letto... Accidenti del verbo! Mi scotto sempre le dita con questa caffettiera. Che cosa devo aggiungere dopo gli zaini per i soldati? Ci vuole qualche altra cosa e non la trovo. Vieni dalla mamma.

Ha aperto una porta e siamo entrati in un'altra piccola camera. La mamma di Coretti era in un letto grande, con un fazzoletto bianco intorno alla testa.

— Ecco il caffè, mamma, — ha detto Coretti porgendo la tazza. — Questo è un mio compagno di scuola.

— Ah! Bravo il signorino, — mi ha detto la donna. — Viene a far visita ai malati, non è vero?

Intanto Coretti sistemava i cuscini dietro le spalle di sua madre e aggiustava le coperte del letto. Ravvivava il fuoco e cacciava il gatto dal cassettone.

— Vi serve altro, mamma? — ha domandato poi, riprendendo la tazza. — Li avete presi i due cucchiaini di sciroppo? Quando sarà finito, farò una corsa in farmacia. La legna è scaricata. Alle quattro metterò la carne sul fuoco, come avete detto. Quando passerà la donna del burro, le darò quegli otto soldi. Andrà tutto bene, non preoccupatevi.

— Grazie, figlio mio, — ha risposto la donna. — Povero figlio, va'! Pensa a tutto lui.

La donna ha voluto che prendessi un pezzo di zucchero. Poi Coretti mi ha mostrato un quadretto con la fotografia di suo padre, vestito da soldato. Portava la medaglia al valore, che ha guadagnato nel 66, nel quadrato del principe Umberto. Ha lo stesso viso del figlio, con quegli occhi vivaci e quel sorriso così allegro.

Siamo tornati in cucina.

— Ho trovato la cosa! — ha detto Coretti, e ha aggiunto sul quaderno: *si fanno anche i finimenti dei cavalli.*

Poi ha detto:

— Il resto lo farò stasera. Starò alzato fino a più tardi. Felice te, che hai tutto il tempo per studiare e puoi anche andare a passeggio!

E sempre allegro e svelto, è tornato in bottega. Ha cominciato a mettere dei pezzi di legno sul cavalletto e a segarli a metà, e diceva:

— Questa è ginnastica! Altro che la *spinta delle braccia avanti*. Voglio che mio padre trovi tutta questa legna segata quando torna a casa: sarà contento. Il guaio è che, dopo aver segato, faccio dei *t* e degli *l* che sembrano serpenti, come dice il maestro. Che ci posso fare? Gli dirò che ho dovuto muovere le braccia. Quello che importa è che la mamma guarisca presto, questo sì. Oggi sta meglio, grazie al cielo. La grammatica la studierò domani mattina, quando canta il gallo. Oh! Ecco la carretta con i ceppi! Al lavoro.

Una carretta carica di ceppi si è fermata davanti alla bottega. Coretti è corso fuori a parlare con l'uomo, poi è tornato.

— Ora non posso più tenerti compagnia, — mi ha detto. — A domani. Hai fatto bene a venirmi a trovare. Buona passeggiata! Felice te.

Mi ha stretto la mano ed è corso a prendere il primo ceppo. Ha ricominciato a correre fra il carro e la bottega. Aveva il viso fresco come una rosa sotto il suo berretto di pelo di gatto. Era così vivace che faceva allegria vederlo.

Felice te! mi ha detto. Ah no, Coretti, no: sei tu il più felice. Sei tu, perché studi e lavori di più, perché sei più utile a tuo padre e a tua madre. Sei tu, perché sei più buono, cento volte più buono e più bravo di me, caro compagno mio.

### Il Direttore

*18, venerdì.*

Coretti era contento questa mattina, perché è venuto ad assistere all'esame mensile il suo maestro di seconda, Coatti. Coatti è un omone con una grande capigliatura riccia, una gran barba nera e due grandi occhi scuri. Ha una voce forte come un cannone. Minaccia sempre i ragazzi di farli a pezzi e di portarli in Questura tenendoli per il collo. Fa ogni tipo di facce spaventose, ma non punisce mai nessuno. Anzi, sorride sempre dentro la barba, senza farsi vedere.

I maestri sono otto, contando Coatti e anche un supplente piccolo e senza barba, che sembra un ragazzo. C'è un maestro di quarta che è zoppo, sempre avvolto in una grande sciarpa di lana. È sempre pieno di dolori. Ha preso quei dolori quando era maestro in campagna, in una scuola umida dove i muri gocciolavano. Un altro maestro di quarta è vecchio e tutto bianco, ed è stato maestro dei ciechi. Ce n'è uno ben vestito, con gli occhiali e due baffetti biondi, che chiamavano l'*avvocatino*. Lo chiamavano così perché, mentre faceva il maestro, ha studiato da avvocato e si è laureato. Ha anche scritto un libro per insegnare a scrivere le lettere. Invece quello che ci insegna la ginnastica ha l'aria di un soldato. È stato con Garibaldi, e sul collo ha la cicatrice di una ferita di sciabola, presa alla battaglia di Milazzo.

Poi c'è il Direttore, alto e calvo, con gli occhiali d'oro e la barba grigia che gli scende sul petto. È tutto vestito di nero e sempre abbottonato fin sotto il mento. È molto buono con i ragazzi. Quando entrano in Direzione tutti tremanti, chiamati per un rimprovero, non li sgrida. Li prende per le mani e spiega loro con tante ragioni che non dovevano fare così. Dice che devono pentirsi e promettere di essere buoni. Parla con tanta gentilezza e con una voce così dolce che tutti escono con gli occhi rossi. Sono più confusi che se li avesse puniti.

Povero Direttore! La mattina è sempre il primo al suo posto, ad aspettare gli scolari e ad ascoltare i genitori. Quando i maestri stanno già andando a casa, lui gira ancora intorno alla scuola. Controlla che i ragazzi non finiscano sotto le carrozze. Controlla che non si fermino per la strada a fare la verticale, o a riempire gli zaini di sabbia o di sassi. Ogni volta che appare a un angolo, così alto e nero, gruppi di ragazzi scappano da tutte le parti. Lasciano lì il gioco dei pennini e delle biglie. E lui li minaccia da lontano con l'indice, con la sua aria affettuosa e triste.

Nessuno l'ha più visto ridere, dice mia madre, da quando gli è morto il figlio, che era volontario nell'esercito. Ha sempre il suo ritratto davanti agli occhi, sul tavolino della Direzione. Dopo quella disgrazia voleva andarsene. Aveva già scritto al Municipio la sua domanda di pensione e la teneva sempre sul tavolino. Aspettava di giorno in giorno a mandarla, perché gli dispiaceva lasciare i ragazzi.

Ma l'altro giorno sembrava deciso. Mio padre era con lui in Direzione e gli diceva:

— Che peccato che se ne vada, signor Direttore!

Proprio allora è entrato un uomo per iscrivere un ragazzo. Il ragazzo passava da un'altra sezione alla nostra, perché aveva cambiato casa. Quando l'ha visto, il Direttore ha fatto un gesto di meraviglia. L'ha guardato a lungo, ha guardato il ritratto sul tavolino e ha guardato di nuovo il ragazzo. Se l'è tirato fra le ginocchia e gli ha fatto alzare il viso. Quel ragazzo somigliava in tutto al suo figlio morto. Il Direttore ha detto:

— Va bene.

Ha fatto l'iscrizione, ha salutato padre e figlio ed è rimasto pensieroso.

— Che peccato che se ne vada! — ha ripetuto mio padre.

Allora il Direttore ha preso la sua domanda di pensione, l'ha strappata in due pezzi e ha detto:

— Rimango.

### I soldati

*22, martedì.*

Suo figlio era volontario nell'esercito quando è morto. Per questo il Direttore va sempre sul corso a veder passare i soldati, quando usciamo da scuola. Ieri passava un reggimento di fanteria. Cinquanta ragazzi si sono messi a saltellare intorno alla banda musicale. Cantavano e battevano il tempo con le righe sugli zaini e sulle cartelle.

Noi stavamo in gruppo sul marciapiede a guardare. C'era Garrone, stretto nei suoi vestiti troppo piccoli, che mordeva un gran pezzo di pane. C'era Votini, quello ben vestito, che si toglie sempre i peletti dai vestiti. C'era Precossi, il figlio del fabbro, con la giacca di suo padre. C'erano il calabrese, il muratorino, Crossi con la sua testa rossa e Franti con la sua faccia tosta. C'era anche Robetti, il figlio del capitano d'artiglieria. È quello che ha salvato un bambino dall'omnibus e che ora cammina con le stampelle.

Franti ha riso in faccia a un soldato che zoppicava. Ma subito ha sentito sulla spalla la mano di un uomo. Si è voltato: era il Direttore.

— Attento, — gli ha detto il Direttore. — Un soldato in fila non può né vendicarsi né rispondere. Prenderlo in giro è come insultare un uomo legato. È una vigliaccheria.

Franti è sparito. I soldati passavano a quattro a quattro, sudati e coperti di polvere, e i fucili brillavano al sole. Il Direttore ha detto:

— Voi dovete voler bene ai soldati, ragazzi. Sono i nostri difensori. Andrebbero a farsi uccidere per noi, se domani un esercito straniero minacciasse il nostro paese. Anche loro sono ragazzi, hanno pochi anni più di voi, e anche loro vanno a scuola. Fra loro ci sono poveri e signori, come fra voi, e vengono da tutte le parti d'Italia. Vedete, si possono quasi riconoscere dal viso: passano Siciliani, Sardi, Napoletani, Lombardi. Questo è un reggimento vecchio, uno di quelli che hanno combattuto nel 1848. I soldati non sono più quelli, ma la bandiera è sempre la stessa. Quanti erano già morti per il nostro paese intorno a quella bandiera, vent'anni prima che voi nasceste!

— Eccola qui, — ha detto Garrone.

Infatti si vedeva poco lontano la bandiera, che avanzava sopra le teste dei soldati.

— Fate una cosa, ragazzi miei, — ha detto il Direttore. — Fate il vostro saluto di scolari, con la mano alla fronte, quando passano i tre colori.

La bandiera, portata da un ufficiale, ci è passata davanti. Era tutta strappata e scolorita, con le medaglie appese all'asta. Noi abbiamo messo la mano alla fronte, tutti insieme. L'ufficiale ci ha guardato sorridendo e ha risposto al saluto con la mano.

— Bravi, ragazzi, — ha detto qualcuno dietro di noi.

Ci siamo voltati a guardare. Era un vecchio, con il nastrino azzurro della campagna di Crimea all'occhiello del vestito: un ufficiale in pensione.

— Bravi, — ha detto, — avete fatto una cosa bella.

Intanto la banda del reggimento girava in fondo al corso, circondata da una folla di ragazzi. Cento grida allegre accompagnavano il suono delle trombe, come un canto di guerra.

— Bravi, — ha ripetuto il vecchio ufficiale, guardandoci. — Chi rispetta la bandiera da piccolo saprà difenderla da grande.

### Il protettore di Nelli

*23, mercoledì.*

Anche Nelli, ieri, guardava i soldati, povero gobbino, ma con un'aria come se pensasse: — Io non potrò mai essere un soldato! — Nelli è buono e studia, ma è così magro e pallido, e respira a fatica. Porta sempre un lungo grembiule di tela nera lucida. Sua madre è una signora piccola e bionda, vestita di nero. Viene sempre a prenderlo al finis, perché non esca nella confusione con gli altri, e lo accarezza.

I primi giorni, poiché ha la disgrazia di essere gobbo, molti ragazzi lo prendevano in giro. Gli battevano sulla schiena con gli zaini. Ma lui non reagiva mai e non diceva mai nulla a sua madre. Non voleva darle il dolore di sapere che suo figlio era il divertimento dei compagni. Lo prendevano in giro, e lui piangeva e taceva, con la fronte appoggiata sul banco.

Ma una mattina Garrone è saltato su e ha detto:

— Al primo che tocca Nelli, do uno schiaffo che gli faccio fare tre giri su se stesso!

Franti non gli ha dato retta. Lo schiaffo è partito, e il nostro amico ha fatto i tre giri. Da allora nessuno ha più toccato Nelli. Il maestro gli ha messo Garrone vicino, nello stesso banco. Sono diventati amici. Nelli si è molto affezionato a Garrone. Appena entra a scuola, cerca subito se c'è Garrone. Non va mai via senza dire: — Addio, Garrone. — E Garrone fa lo stesso con lui. Quando Nelli lascia cadere la penna o un libro sotto il banco, Garrone si china subito, perché Nelli non faccia fatica. Gli porge il libro o la penna. Poi lo aiuta a rimettere la roba nello zaino e a infilarsi il cappotto. Per questo Nelli gli vuole bene e lo guarda sempre. Quando il maestro loda Garrone, è contento come se lodasse lui.

Ora Nelli deve aver finalmente detto tutto a sua madre. Deve averle parlato delle prese in giro dei primi giorni e di quello che gli facevano soffrire. Deve averle parlato anche del compagno che lo ha difeso e che gli si è affezionato. Ecco infatti quello che è successo questa mattina.

Mezz'ora prima del finis il maestro mi ha mandato a portare al Direttore il programma della lezione. Ero nell'ufficio quando è entrata una signora bionda e vestita di nero, la mamma di Nelli. Ha detto:

— Signor Direttore, c'è nella classe di mio figlio un ragazzo che si chiama Garrone?

— C'è, — ha risposto il Direttore.

— Ha la bontà di farlo venire qui un momento? Devo dirgli una parola.

Il Direttore ha chiamato il bidello e l'ha mandato in classe. Dopo un minuto ecco Garrone sulla porta, con la sua testa grossa e rasata, tutto stupito. Appena l'ha visto, la signora gli è corsa incontro. Gli ha messo le mani sulle spalle e gli ha dato tanti baci sulla testa, dicendo:

— Sei tu, Garrone, l'amico di mio figlio, il protettore del mio povero bambino! Sei tu, caro, bravo ragazzo, sei tu!

Poi ha cercato in fretta nelle tasche e nella borsa, ma non ha trovato nulla. Allora si è tolta dal collo una catenina con una piccola croce. L'ha messa al collo di Garrone, sotto la cravatta, e gli ha detto:

— Prendila e portala per ricordo, caro ragazzo, per ricordo della mamma di Nelli, che ti ringrazia e ti benedice.

### Il primo della classe

*25, venerdì.*

Garrone si attira l'affetto di tutti, Derossi l'ammirazione. Ha preso la prima medaglia e sarà sempre il primo anche quest'anno. Nessuno può competere con lui, e tutti riconoscono che è superiore in tutte le materie. È il primo in aritmetica, in grammatica, in composizione, in disegno. Capisce ogni cosa al volo, ha una memoria meravigliosa, riesce in tutto senza sforzo. Sembra che lo studio sia un gioco per lui. Ieri il maestro gli ha detto:

— Hai avuto da Dio dei grandi doni. Devi solo non sprecarli.

Per di più è grande e bello, con una gran corona di riccioli biondi. È così agile che salta un banco appoggiandovi sopra una mano. E sa già tirare di scherma. Ha dodici anni, è figlio di un negoziante e va sempre vestito di turchino, con i bottoni dorati. È sempre vivace e allegro, gentile con tutti, e all'esame aiuta tutti quelli che può. Nessuno ha mai osato fargli uno sgarbo o dirgli una brutta parola. Soltanto Nobis e Franti lo guardano male, e a Votini l'invidia esce dagli occhi. Ma lui non se ne accorge nemmeno. Quando gira a raccogliere i lavori, con quel suo modo gentile, tutti gli sorridono. Tutti lo prendono per una mano o per un braccio. Regala giornali illustrati, disegni, tutto quello che a casa regalano a lui. Per il calabrese ha fatto una piccola carta geografica delle Calabrie. Dà tutto ridendo, senza farci caso, come un gran signore, senza preferenze per nessuno.

È impossibile non invidiarlo, non sentirsi inferiori a lui in ogni cosa. Ah! Anch'io, come Votini, lo invidio. Qualche volta faccio fatica con il lavoro a casa, e allora provo un'amarezza, quasi una certa rabbia contro di lui. Penso che a quell'ora lui l'ha già fatto, benissimo e senza fatica. Ma poi torno a scuola. Lo vedo così bello, sorridente, trionfante. Sento come risponde alle domande del maestro, franco e sicuro. Vedo com'è gentile e come tutti gli vogliono bene. Allora ogni amarezza e ogni rabbia mi vanno via dal cuore, e mi vergogno di aver provato quei sentimenti. Allora vorrei stargli sempre vicino, vorrei poter fare tutte le scuole con lui. La sua presenza e la sua voce mi danno coraggio, voglia di lavorare, allegria, piacere.

Il maestro gli ha dato da copiare il racconto mensile che leggerà domani: *La piccola vedetta lombarda*. Derossi lo copiava questa mattina ed era commosso da quel fatto eroico. Era tutto acceso nel viso, con gli occhi umidi e la bocca che tremava. Io lo guardavo. Com'era bello e nobile! Con che piacere gli avrei detto in faccia, francamente:

— Derossi, tu vali più di me in tutto! Tu sei un uomo in confronto a me! Io ti rispetto e ti ammiro!

### La piccola vedetta lombarda

(Racconto mensile)

*26, sabato.*

Era il 1859, durante la guerra per la liberazione della Lombardia. Erano passati pochi giorni dalla battaglia di Solferino e San Martino, vinta dai Francesi e dagli Italiani contro gli Austriaci. In una bella mattina di giugno, un piccolo drappello di cavalleggieri di Saluzzo andava verso il nemico. Procedeva lentamente per un sentiero solitario ed esplorava con attenzione la campagna. Guidavano il drappello un ufficiale e un sergente. Tutti guardavano lontano davanti a sé, con gli occhi fissi, in silenzio. Erano pronti a veder comparire da un momento all'altro, fra gli alberi, le divise bianche degli avamposti nemici.

Sono arrivati così a una casetta di campagna, circondata di frassini. Davanti alla casa c'era, tutto solo, un ragazzo di circa dodici anni. Con un coltello toglieva la corteccia a un piccolo ramo, per farsene un bastoncino. Da una finestra della casa pendeva una larga bandiera tricolore. Dentro non c'era nessuno. I contadini avevano messo fuori la bandiera e poi erano scappati, per paura degli Austriaci. Appena ha visto i cavalleggieri, il ragazzo ha buttato via il bastone e si è tolto il berretto. Era un bel ragazzo, con il viso coraggioso, gli occhi grandi e celesti, i capelli biondi e lunghi. Era in maniche di camicia e mostrava il petto nudo.

— Che cosa fai qui? — gli ha domandato l'ufficiale, fermando il cavallo. — Perché non sei fuggito con la tua famiglia?

— Io non ho famiglia, — ha risposto il ragazzo. — Sono un trovatello. Lavoro un po' per tutti. Sono rimasto qui per vedere la guerra.

— Hai visto passare degli Austriaci?

— No, da tre giorni.

L'ufficiale è rimasto un po' a pensare. Poi è sceso da cavallo e ha lasciato i soldati lì, rivolti verso il nemico. È entrato nella casa ed è salito sul tetto. La casa era bassa, e dal tetto si vedeva solo un piccolo pezzo di campagna.

— Bisogna salire sugli alberi, — ha detto l'ufficiale, ed è sceso.

Proprio davanti all'aia si alzava un frassino altissimo e sottile, che muoveva la cima nell'azzurro. L'ufficiale è rimasto un po' pensieroso, guardando ora l'albero ora i soldati. Poi tutto a un tratto ha domandato al ragazzo:

— Hai buona vista, tu, monello?

— Io? — ha risposto il ragazzo. — Io vedo un passerotto lontano un miglio.

— Saresti capace di salire in cima a quell'albero?

— In cima a quell'albero? Io? Ci salgo in mezzo minuto.

— E sapresti dirmi quello che vedi di lassù? Se ci sono soldati austriaci da quella parte, nuvole di polvere, fucili che brillano, cavalli?

— Certo che saprei.

— Che cosa vuoi per farmi questo servizio?

— Che cosa voglio? — ha detto il ragazzo sorridendo. — Niente. Bella domanda! E poi... se fosse per i *tedeschi*, a nessun costo. Ma per i nostri! Io sono lombardo.

— Bene. Allora va' su.

— Un momento, mi tolgo le scarpe.

Si è tolto le scarpe, si è stretto la cintura dei pantaloni, ha buttato il berretto nell'erba e ha abbracciato il tronco del frassino.

— Ma attento... — ha esclamato l'ufficiale. Ha fatto il gesto di trattenerlo, come preso da una paura improvvisa.

Il ragazzo si è voltato a guardarlo con i suoi begli occhi celesti, come per fargli una domanda.

— Niente, — ha detto l'ufficiale. — Va' su.

Il ragazzo è salito come un gatto.

— Guardate davanti a voi, — ha gridato l'ufficiale ai soldati.

In pochi momenti il ragazzo era in cima all'albero. Stava stretto al tronco, con le gambe fra le foglie, ma con il busto scoperto. Il sole gli batteva sulla testa bionda, che sembrava d'oro. L'ufficiale lo vedeva appena, tanto era piccolo lassù.

— Guarda dritto e lontano, — ha gridato l'ufficiale.

Il ragazzo, per vedere meglio, ha staccato la mano destra dall'albero e se l'è messa alla fronte.

— Che cosa vedi? — ha domandato l'ufficiale.

Il ragazzo ha chinato il viso verso di lui. Si è messo una mano davanti alla bocca per farsi sentire e ha risposto:

— Due uomini a cavallo, sulla strada bianca.

— A che distanza da qui?

— Mezzo miglio.

— Si muovono?

— Sono fermi.

— Che altro vedi? — ha domandato l'ufficiale, dopo un momento di silenzio. — Guarda a destra.

Il ragazzo ha guardato a destra. Poi ha detto:

— Vicino al cimitero, tra gli alberi, c'è qualcosa che brilla. Sembrano baionette.

— Vedi gente?

— No. Saranno nascosti nel grano.

In quel momento il fischio acutissimo di una pallottola è passato alto nell'aria. È andato a morire lontano, dietro la casa.

— Scendi, ragazzo! — ha gridato l'ufficiale. — Ti hanno visto. Non voglio altro. Vieni giù.

— Io non ho paura, — ha risposto il ragazzo.

— Scendi... — ha ripetuto l'ufficiale. — Che altro vedi, a sinistra?

— A sinistra?

— Sì, a sinistra.

Il ragazzo ha sporto la testa a sinistra. In quel punto un altro fischio, più acuto e più basso del primo, ha tagliato l'aria. Il ragazzo si è scosso tutto.

— Accidenti! — ha esclamato. — Ce l'hanno proprio con me!

La pallottola gli era passata poco lontano.

— Giù! — ha gridato l'ufficiale, con tono di comando, irritato.

— Scendo subito, — ha risposto il ragazzo. — Ma l'albero mi protegge, non si preoccupi. A sinistra, vuole sapere?

— A sinistra, — ha risposto l'ufficiale. — Ma scendi.

— A sinistra, — ha gridato il ragazzo, sporgendo il busto da quella parte, — dove c'è una cappella, mi sembra di vedere...

Un terzo fischio rabbioso è passato in alto. Quasi nello stesso momento si è visto il ragazzo venire giù. Per un tratto si è tenuto al tronco e ai rami. Poi è precipitato a testa in giù, con le braccia aperte.

— Maledizione! — ha gridato l'ufficiale, correndo verso di lui.

Il ragazzo ha battuto la schiena a terra ed è rimasto disteso sul dorso, con le braccia larghe. Un piccolo ruscello di sangue gli usciva dal petto, a sinistra. Il sergente e due soldati sono saltati giù da cavallo. L'ufficiale si è chinato e gli ha aperto la camicia. La pallottola gli era entrata nel polmone sinistro.

— È morto! — ha esclamato l'ufficiale.

— No, è vivo! — ha risposto il sergente.

— Ah! Povero ragazzo! Bravo ragazzo! — ha gridato l'ufficiale. — Coraggio! Coraggio!

Ma mentre gli diceva coraggio e gli premeva il fazzoletto sulla ferita, il ragazzo ha rovesciato gli occhi. Ha lasciato cadere la testa: era morto. L'ufficiale è impallidito e l'ha guardato fisso per un momento. Poi gli ha appoggiato la testa sull'erba, si è alzato ed è rimasto a guardarlo. Anche il sergente e i due soldati lo guardavano, immobili. Gli altri stavano rivolti verso il nemico.

— Povero ragazzo! — ha ripetuto tristemente l'ufficiale. — Povero e bravo ragazzo!

Poi si è avvicinato alla casa e ha tolto dalla finestra la bandiera tricolore. L'ha distesa come un drappo funebre sul piccolo morto, lasciandogli il viso scoperto. Il sergente ha raccolto accanto al morto le scarpe, il berretto, il bastoncino e il coltello.

Sono rimasti ancora un momento in silenzio. Poi l'ufficiale si è rivolto al sergente e gli ha detto:

— Lo faremo prendere dall'ambulanza. È morto da soldato: lo seppelliranno i soldati.

Detto questo, con la mano ha mandato un bacio al morto e ha gridato:

— A cavallo!

Tutti sono saltati in sella, il drappello si è riunito e ha ripreso il suo cammino.

E poche ore dopo il piccolo morto ha avuto i suoi onori di guerra.

Al tramonto, tutta la linea degli avamposti italiani avanzava verso il nemico. Sullo stesso cammino percorso la mattina dal drappello procedeva un grosso battaglione di bersaglieri, su due file. Pochi giorni prima, quel battaglione aveva combattuto con valore sul colle di San Martino, e lo aveva bagnato di sangue. La notizia della morte del ragazzo era già corsa fra quei soldati, prima che lasciassero gli accampamenti. Il sentiero, con un ruscello a fianco, passava a pochi passi dalla casa. I primi ufficiali del battaglione hanno visto il piccolo cadavere disteso ai piedi del frassino, coperto dalla bandiera tricolore. Vedendolo, lo hanno salutato con la sciabola. Uno di loro si è chinato sulla riva del ruscello, che era tutta fiorita. Ha strappato due fiori e glieli ha gettati. Allora tutti i bersaglieri, man mano che passavano, hanno strappato dei fiori e li hanno gettati al morto. In pochi minuti il ragazzo è stato coperto di fiori. Ufficiali e soldati, passando, gli mandavano tutti un saluto:

— Bravo, piccolo lombardo!

— Addio, ragazzo!

— A te, biondino!

— Evviva!

— Gloria!

— Addio!

Un ufficiale gli ha gettato la sua medaglia al valore, un altro è andato a baciargli la fronte. E i fiori continuavano a piovere sui suoi piedi nudi, sul petto pieno di sangue, sulla testa bionda. E lui dormiva là nell'erba, avvolto nella sua bandiera, con il viso bianco e quasi sorridente. Povero ragazzo! Sembrava sentire quei saluti, ed essere contento di aver dato la vita per la sua Lombardia.

### I poveri

*29, martedì.*

*Dare la vita per il proprio paese, come il ragazzo lombardo, è una grande virtù. Ma tu non trascurare le piccole virtù, figlio mio. Questa mattina camminavi davanti a me, quando tornavamo da scuola. Sei passato accanto a una povera, che teneva fra le ginocchia un bambino magro e pallido. Lei ti ha chiesto l'elemosina. Tu l'hai guardata e non le hai dato nulla, eppure avevi dei soldi in tasca.*

*Ascolta, figlio mio. Non abituarti a passare indifferente davanti alla miseria che tende la mano. E tanto meno davanti a una madre che chiede un soldo per il suo bambino. Pensa che forse quel bambino aveva fame! Pensa al dolore terribile di quella povera donna. Riesci a immaginare il pianto disperato di tua madre, se un giorno dovesse dirti: — Enrico, oggi non posso darti nemmeno il pane?*

*Quando do un soldo a un povero, mi dice: — Dio conservi la salute a lei e ai suoi bambini! — Tu non puoi capire la dolcezza che quelle parole mi danno al cuore. Non puoi capire la gratitudine che sento per quel povero. Mi sembra davvero che quell'augurio mi terrà in buona salute per molto tempo. Torno a casa contento e penso: Oh! Quel povero mi ha dato molto più di quanto gli ho dato io!*

*Ebbene, fa' che qualche volta io senta quell'augurio, meritato e ottenuto da te. Ogni tanto togli un soldo dalla tua piccola borsa. Lascialo cadere nella mano di un vecchio senza aiuto, di una madre senza pane, di un bambino senza madre. I poveri amano l'elemosina dei ragazzi perché non li umilia. E anche perché i ragazzi, che hanno bisogno di tutti, somigliano a loro. Vedi che intorno alle scuole ci sono sempre dei poveri. L'elemosina di un uomo è un atto di carità. Ma quella di un ragazzo è insieme un atto di carità e una carezza, capisci? È come se dalla sua mano cadessero insieme un soldo e un fiore.*

*Pensa che a te non manca nulla e che a loro manca tutto. Mentre tu vuoi essere felice, a loro basta non morire. Pensa che orrore. Ci sono tanti palazzi, e per le vie passano carrozze e bambini vestiti di velluto. E in mezzo a tutto questo ci sono donne e bambini che non hanno da mangiare. Non avere da mangiare, Dio mio! Ragazzi come te, buoni come te, intelligenti come te! In una grande città non hanno da mangiare, come belve perdute in un deserto! Oh, mai più, Enrico, mai più! Non passare davanti a una madre che chiede l'elemosina senza metterle un soldo nella mano!*

Tua Madre.

### Glossario

- **spazzacamino**: chi pulisce i camini.
- **colletta**: quando più persone mettono insieme un po' di soldi per aiutare qualcuno.
- **onomastico**: il giorno della festa del santo che ha il nostro stesso nome.
- **carbonaio**: chi vende carbone.
- **straccione**: una persona povera e vestita male; è una parola offensiva.
- **insensata**: senza senso, senza ragione.
- **ignobile**: molto brutta e bassa, degna di disprezzo.
- **Chiamansi accidenti del verbo**: forma antica: si chiamano così i modi in cui il verbo cambia (numero, persona, tempo, modo).
- **stadera**: una grande bilancia per pesare la merce.
- **fascinotti**: piccoli fasci di rami secchi per il fuoco.
- **raschietto**: un attrezzo di metallo per togliere lo sporco grattando.
- **singhiozzando**: piangendo forte, con il respiro rotto.
- **spazzare**: pulire con la scopa.
- **affollavano**: «si affollavano»: si riunivano in tante, strette nello stesso posto.
- **asciugava**: «si asciugava»: si toglieva le lacrime.
- **privazioni**: la mancanza di cose necessarie, come il cibo o i vestiti.
- **naufragi**: gli incidenti in cui una nave affonda in mare.
- **griderebbero**: da «gridare»: direbbero a voce molto alta, se potessero.
- **prepotenti**: persone che usano la forza contro gli altri.
- **prepotenze**: azioni di chi usa la forza contro i più deboli.
- **grembiule**: un capo che si porta davanti ai vestiti per non sporcarli.
- **ripasso**: da «ripassare»: studio di nuovo una cosa per ricordarla.
- **caffettiera**: il recipiente in cui si fa il caffè.
- **Questura**: l'ufficio della polizia in una città.
- **sciabola**: una spada con la lama curva.
- **turchino**: di colore blu scuro.
- **drappello**: un piccolo gruppo di soldati.
- **cavalleggieri**: soldati a cavallo con armi leggere.
- **trovatello**: un bambino abbandonato, senza genitori conosciuti.
- **frassino**: un albero alto, dal legno chiaro e forte.
- **aia**: lo spazio aperto davanti a una casa di contadini.
- **tedeschi**: così il ragazzo chiama gli Austriaci.

## Dicembre

### Il trafficante

*Giovedì, 1.*

Mio padre vuole che ogni giorno di vacanza io inviti a casa uno dei miei compagni, o che vada a trovarlo. Così diventerò a poco a poco amico di tutti. Domenica andrò a passeggiare con Votini, quello ben vestito, che si liscia sempre e che ha tanta invidia di Derossi. Oggi intanto è venuto a casa Garoffi, quello lungo e magro, con il naso a becco di civetta. Ha gli occhi piccoli e furbi, che sembrano frugare dappertutto. È figlio di un droghiere. È proprio un tipo strano. Conta sempre i soldi che ha in tasca, conta sulle dita molto in fretta. Fa qualunque moltiplicazione senza la tavola pitagorica. E mette da parte i soldi: ha già un libretto della Cassa scolastica di risparmio. Per forza: non spende mai un soldo. Se gli cade un centesimo sotto i banchi, è capace di cercarlo per una settimana.

Fa come le gazze, dice Derossi. Raccoglie tutto quello che trova: penne consumate, francobolli usati, spilli, gocce di cera delle candele. Sono già più di due anni che raccoglie francobolli. Ne ha già centinaia di ogni paese, in un grande album. Quando sarà tutto pieno, lo venderà al libraio. Intanto il libraio gli dà i quaderni gratis, perché lui porta molti ragazzi al suo negozio. A scuola fa sempre affari: ogni giorno vende oggetti, fa lotterie e baratti. Poi si pente del baratto e vuole indietro la sua roba. Compra a due e rivende a quattro. Gioca ai pennini e non perde mai. Rivende i giornali vecchi al tabaccaio. Ha un quadernetto dove scrive i suoi affari, tutto pieno di somme e di sottrazioni. A scuola studia soltanto l'aritmetica. Se desidera la medaglia, è solo per entrare gratis al teatro delle marionette.

A me piace, mi diverte. Abbiamo giocato a fare il mercato, con i pesi e le bilance. Lui sa il prezzo giusto di tutte le cose e conosce i pesi. Fa in fretta dei bei pacchetti di carta, come i negozianti. Dice che, appena finita la scuola, aprirà un negozio, un commercio nuovo, inventato da lui. È stato tutto contento perché gli ho dato dei francobolli esteri. Mi ha detto con precisione a quanto si rivende ciascuno per le collezioni. Mio padre fingeva di leggere il giornale, ma lo stava ad ascoltare e si divertiva.

Garoffi ha sempre le tasche gonfie delle sue piccole merci, che copre con un lungo mantello nero. Sembra sempre pensieroso e occupato, come un commerciante. Ma quello a cui tiene di più è la sua collezione di francobolli. Questa è il suo tesoro, e ne parla sempre, come se dovesse ricavarne una fortuna. I compagni lo chiamano avaro e usuraio. Io non so. Gli voglio bene, mi insegna molte cose, mi sembra un uomo. Coretti è il figlio del rivenditore di legna. Secondo lui, Garoffi non darebbe i suoi francobolli neanche per salvare la vita a sua madre. Mio padre non ci crede.

— Aspetta ancora a giudicarlo, — mi ha detto. — Ha quella passione, ma ha cuore.

### Vanità

*5, lunedì.*

Ieri sono andato a passeggiare per il viale di Rivoli con Votini e suo padre. Passando per via Dora Grossa, abbiamo visto Stardi, quello che tira calci a chi lo disturba. Stava fermo e rigido davanti alla vetrina di un libraio, con gli occhi fissi su una carta geografica. Chissà da quanto tempo era là, perché lui studia anche per la strada. Ha risposto a fatica al nostro saluto, quel maleducato.

Votini era vestito bene, anche troppo. Aveva gli stivali di pelle fine con le cuciture rosse e un vestito con ricami e nappine di seta. Aveva un cappello bianco di castoro e l'orologio. E si dava molte arie. Ma questa volta la sua vanità doveva finire male. Abbiamo corso a lungo su per il viale, lasciando molto indietro suo padre, che camminava piano. Poi ci siamo fermati a una panchina di pietra, accanto a un ragazzo vestito modestamente. Sembrava stanco e pensava, con la testa bassa. Un uomo, che doveva essere suo padre, andava avanti e indietro sotto gli alberi, leggendo il giornale. Ci siamo seduti. Votini si è messo tra me e il ragazzo. E subito si è ricordato di essere vestito bene. Ha voluto farsi ammirare e invidiare dal suo vicino.

Ha alzato un piede e mi ha detto:

— Hai visto i miei stivali da ufficiale?

Lo ha detto per farli guardare da quell'altro. Ma quello non gli ha badato.

Allora ha abbassato il piede e mi ha mostrato le sue nappine di seta. Guardando il ragazzo con la coda dell'occhio, mi ha detto che quelle nappine non gli piacevano. Voleva farle cambiare con bottoni d'argento. Ma il ragazzo non ha guardato neppure le nappine.

Votini allora si è messo a far girare sulla punta dell'indice il suo bellissimo cappello bianco di castoro. Ma il ragazzo, come se lo facesse apposta, non ha degnato di uno sguardo nemmeno il cappello.

Votini cominciava ad arrabbiarsi. Ha tirato fuori l'orologio, l'ha aperto e mi ha fatto vedere le ruote. Ma quello non ha voltato la testa.

— È d'argento dorato? — gli ho domandato.

— No, — ha risposto, — è d'oro.

— Ma non sarà tutto d'oro, — ho detto. — Ci sarà anche dell'argento.

— Ma no! — ha ribattuto.

E per costringere il ragazzo a guardare, gli ha messo l'orologio davanti al viso e gli ha detto:

— Di' tu, guarda, non è vero che è tutto d'oro?

Il ragazzo ha risposto secco:

— Non lo so.

— Oh! Oh! — ha esclamato Votini, pieno di rabbia. — Che superbia!

Mentre diceva questo, è arrivato suo padre, che ha sentito. Ha guardato fisso quel ragazzo per un momento, poi ha detto bruscamente al figlio:

— Taci.

Si è chinato al suo orecchio e ha aggiunto:

— È cieco.

Votini è saltato in piedi, con un brivido, e ha guardato il ragazzo in viso. Aveva gli occhi come di vetro, senza espressione, senza sguardo.

Votini è rimasto avvilito, senza parole, con gli occhi a terra. Poi ha balbettato:

— Mi dispiace... non lo sapevo.

Ma il cieco, che aveva capito tutto, ha detto con un sorriso buono e triste:

— Oh! Non fa nulla.

Insomma, Votini è vanitoso, ma non ha mica un cuore cattivo. Per tutta la passeggiata non ha più riso.

### La prima nevicata

*10, sabato.*

Addio passeggiate a Rivoli. Ecco la bella amica dei ragazzi! Ecco la prima neve! Da ieri sera scende a fiocchi fitti e larghi come fiori di gelsomino. Questa mattina a scuola era un piacere vederla arrivare contro i vetri e ammucchiarsi sui davanzali. Anche il maestro guardava e si fregava le mani. Tutti erano contenti e pensavano alle palle di neve, al ghiaccio che verrà dopo e al piccolo fuoco di casa. Solo Stardi non ci badava, tutto immerso nella lezione, con i pugni stretti alle tempie.

Che bellezza, che festa all'uscita! Tutti correvano per la strada, gridando e agitando le braccia. Prendevano manciate di neve e ci saltellavano dentro, come cagnolini nell'acqua. I genitori che aspettavano fuori avevano gli ombrelli bianchi. La guardia civica aveva l'elmetto bianco. In pochi momenti tutti i nostri zaini sono diventati bianchi. Tutti sembravano fuori di sé dalla gioia. Perfino Precossi, il figlio del fabbro, quello pallido che non ride mai. Perfino Robetti, quello che ha salvato il bambino dall'omnibus, poverino, che saltellava con le sue stampelle.

Il calabrese non aveva mai toccato la neve. Se n'è fatto una pallina e si è messo a mangiarla come una pesca. Crossi, il figlio dell'erbivendola, se n'è riempito lo zaino. E il muratorino ci ha fatto scoppiare dal ridere, quando mio padre lo ha invitato a casa nostra per domani. Aveva la bocca piena di neve e non osava né sputarla né mandarla giù. Stava lì con la bocca piena a guardarci, e non rispondeva.

Anche le maestre uscivano da scuola di corsa, ridendo. Anche la mia maestra di prima superiore, poveretta, correva attraverso la neve sottile. Si riparava il viso con il suo velo verde e tossiva. Intanto centinaia di ragazze della sezione vicina passavano gridando e correndo su quel tappeto bianco. I maestri, i bidelli e la guardia gridavano:

— A casa! A casa!

Inghiottivano fiocchi di neve e avevano i baffi e la barba bianchi. Ma anche loro ridevano di quella grande festa degli scolari, che festeggiavano l'inverno...

*— Voi festeggiate l'inverno... Ma ci sono ragazzi che non hanno né vestiti, né scarpe, né fuoco. Ce ne sono migliaia che scendono ai villaggi, con un lungo cammino. Portano in mano un pezzo di legno per riscaldare la scuola, e hanno le mani che sanguinano per i geloni. Ci sono centinaia di scuole quasi sepolte nella neve, nude e tristi come grotte. Lì i ragazzi soffocano per il fumo o battono i denti dal freddo. Guardano con terrore i fiocchi bianchi che scendono senza fine. I fiocchi si ammucchiano senza sosta sulle loro capanne lontane, minacciate dalle valanghe. Voi festeggiate l'inverno, ragazzi. Pensate alle migliaia di creature a cui l'inverno porta la miseria e la morte.*

Tuo Padre

### Il muratorino

*11, domenica.*

Il muratorino è venuto oggi con una giacca da caccia. Era tutto vestito di abiti vecchi di suo padre, ancora bianchi di calce e di gesso. Mio padre desiderava che venisse anche più di me. Che piacere ci ha fatto! Appena entrato, si è tolto il cappello a cencio, tutto bagnato di neve, e se l'è ficcato in una tasca. Poi è venuto avanti, con quel suo passo trascurato da operaio stanco. Voltava qua e là il visetto tondo come una mela, con il suo naso a pallina. Quando è arrivato nella sala da pranzo, ha dato un'occhiata in giro ai mobili. Ha fissato gli occhi su un quadretto che rappresenta Rigoletto, un buffone gobbo, e ha fatto il muso di lepre. È impossibile non ridere quando fa il muso di lepre.

Ci siamo messi a giocare con i legnetti. Lui ha una bravura straordinaria nel fare torri e ponti, che sembrano stare in piedi per miracolo. Ci lavora tutto serio, con la pazienza di un uomo. Fra una torre e l'altra mi ha parlato della sua famiglia. Abitano in una soffitta, suo padre va alle scuole serali a imparare a leggere, sua madre è di Biella. E devono volergli bene, si capisce, perché è vestito da povero ragazzo, ma è ben protetto dal freddo. Ha i vestiti ben rammendati, con la cravatta annodata bene dalla mano di sua madre. Suo padre, mi ha detto, è un gigante, che fa fatica a passare per le porte. Ma è buono, e chiama sempre il figlio «muso di lepre». Il figlio, invece, è piccolo.

Alle quattro abbiamo fatto merenda insieme, con pane e zebibbo, seduti sul sofà. Quando ci siamo alzati, il muratorino aveva macchiato di bianco lo schienale con la sua giacca. Non so perché, mio padre non ha voluto che lo pulissi. Mi ha trattenuto la mano e poi l'ha pulito lui, di nascosto. Giocando, il muratorino ha perso un bottone della giacca, e mia madre glielo ha riattaccato. Lui è diventato rosso e l'ha guardata cucire, tutto meravigliato e confuso, trattenendo il respiro. Poi gli ho dato da guardare degli album di caricature. Senza accorgersene, lui imitava le smorfie di quelle facce, così bene che anche mio padre rideva. Era tanto contento, quando è andato via, che ha dimenticato di rimettersi in testa il cappello a cencio. Arrivato sul pianerottolo, per mostrarmi la sua gratitudine, mi ha fatto ancora una volta il muso di lepre. Si chiama Antonio Rabucco, e ha otto anni e otto mesi...

*— Lo sai, figlio mio, perché non ho voluto che pulissi il sofà? Pulirlo mentre il tuo compagno guardava era quasi un rimproverarlo di averlo sporcato. E questo non stava bene. Prima di tutto, perché non l'aveva fatto apposta. E poi perché l'aveva fatto con i vestiti di suo padre, che li ha sporcati di gesso lavorando. Quello che si fa lavorando non è sporcizia. È polvere, è calce, è vernice, è tutto quello che vuoi, ma non sporcizia. Il lavoro non sporca. Non dire mai di un operaio che viene dal lavoro: — È sporco. — Devi dire: — Ha sui vestiti i segni, le tracce del suo lavoro. — Ricordatelo. E devi voler bene al muratorino. Prima di tutto perché è tuo compagno, e poi perché è figlio di un operaio.*

Tuo Padre

### Una palla di neve

*16, venerdì.*

E nevica sempre, nevica. Questa mattina, all'uscita da scuola, è successo un brutto fatto, con la neve. Un gruppo di ragazzi, appena arrivati sul corso, si è messo a tirare palle di neve. Quella neve bagnata fa le palle dure e pesanti come pietre. Molta gente passava sul marciapiede. Un signore ha gridato. Proprio in quel momento si è sentito un grido acuto dall'altra parte della strada. Si è visto un vecchio che aveva perso il cappello e barcollava, coprendosi il viso con le mani. Accanto a lui un ragazzo gridava:

— Aiuto! Aiuto!

Subito è arrivata gente da ogni parte. Una palla lo aveva colpito in un occhio. Tutti i ragazzi sono fuggiti da ogni parte, veloci come frecce. Io stavo davanti al negozio del libraio, dove era entrato mio padre. Ho visto arrivare di corsa parecchi miei compagni, che si sono mescolati agli altri vicino a me. Facevano finta di guardare le vetrine. C'erano Garrone, con la sua solita pagnotta in tasca, Coretti, il muratorino e Garoffi, quello dei francobolli. Intanto si era fatta folla intorno al vecchio. Una guardia e altre persone correvano qua e là, minacciando e domandando:

— Chi è? Chi è stato? Sei tu? Dite chi è stato!

E guardavano le mani dei ragazzi, per vedere se erano bagnate di neve. Garoffi era accanto a me. Mi sono accorto che tremava tutto e che aveva il viso bianco come un morto.

— Chi è? Chi è stato? — continuava a gridare la gente.

Allora ho sentito Garrone che diceva piano a Garoffi:

— Su, vatti a presentare. Sarebbe una vigliaccheria lasciare che prendano qualcun altro.

— Ma io non l'ho fatto apposta! — ha risposto Garoffi, tremando come una foglia.

— Non importa, fa' il tuo dovere, — ha ripetuto Garrone.

— Ma io non ho coraggio!

— Fatti coraggio, ti accompagno io.

La guardia e gli altri gridavano sempre più forte:

— Chi è? Chi è stato? Gli hanno fatto entrare un pezzo di occhiali in un occhio! L'hanno accecato! Briganti!

Ho creduto che Garoffi cadesse a terra.

— Vieni, — gli ha detto Garrone con decisione, — io ti difendo.

L'ha preso per un braccio e l'ha spinto avanti, sostenendolo come un malato. La gente ha visto e ha capito subito, e parecchi sono corsi verso di lui con i pugni alzati. Ma Garrone si è messo in mezzo, gridando:

— Vi mettete in dieci uomini contro un ragazzo?

Allora quelli si sono fermati. Una guardia civica ha preso Garoffi per mano e si è aperta la strada tra la folla. L'ha portato in un negozio di pasta, dove avevano messo il ferito. Quando l'ho visto, ho riconosciuto subito il vecchio impiegato. Abita al quarto piano di casa nostra, con il suo nipotino. Era seduto su una sedia, con un fazzoletto sugli occhi.

— Non l'ho fatto apposta! — diceva Garoffi singhiozzando, mezzo morto dalla paura. — Non l'ho fatto apposta!

Due o tre persone l'hanno spinto con violenza nel negozio, gridando:

— La fronte a terra! Chiedi perdono!

E l'hanno gettato a terra. Ma subito due braccia forti l'hanno rimesso in piedi, e una voce decisa ha detto:

— No, signori!

Era il nostro Direttore, che aveva visto tutto.

— Ha avuto il coraggio di presentarsi, — ha aggiunto. — Perciò nessuno ha il diritto di umiliarlo.

Tutti sono rimasti zitti.

— Chiedi perdono, — ha detto il Direttore a Garoffi.

Garoffi è scoppiato a piangere e ha abbracciato le ginocchia del vecchio. Il vecchio ha cercato con la mano la sua testa e gli ha accarezzato i capelli. Allora tutti hanno detto:

— Va', ragazzo, va', torna a casa!

Mio padre mi ha tirato fuori dalla folla e per la strada mi ha detto:

— Enrico, in un caso simile, avresti il coraggio di fare il tuo dovere? Avresti il coraggio di andare a confessare la tua colpa?

Gli ho risposto di sì. E lui:

— Dammi la tua parola di ragazzo di cuore e d'onore che lo faresti.

— Ti do la mia parola, padre mio!

### Le maestre

*17, sabato.*

Oggi Garoffi aspettava tutto impaurito una grande sgridata del maestro. Ma il maestro non è venuto, e mancava anche il supplente. Così è venuta a fare lezione la signora Cromi, la più anziana delle maestre. Ha due figli grandi. Ha insegnato a leggere e a scrivere a parecchie signore che ora accompagnano i loro ragazzi alla Sezione Baretti. Oggi era triste, perché ha un figlio malato. Appena l'hanno vista, i ragazzi hanno cominciato a fare chiasso. Ma lei ha detto con voce lenta e tranquilla:

— Rispettate i miei capelli bianchi. Io non sono soltanto una maestra, sono una madre.

Allora nessuno ha più osato parlare, nemmeno Franti con la sua faccia di bronzo. Lui si è accontentato di prenderla in giro di nascosto.

Nella classe della signora Cromi è stata mandata la Delcati, la maestra di mio fratello. Al posto della Delcati è andata quella che chiamano «la monachina». La chiamano così perché è sempre vestita di scuro, con un grembiule nero. Ha un viso piccolo e bianco, i capelli sempre lisci, gli occhi molto chiari. Ha una voce sottile, e sembra sempre che mormori preghiere. E non si capisce, dice mia madre. È così dolce e timida, con quel filo di voce sempre uguale, che si sente appena. Non grida e non si arrabbia mai. Eppure tiene i ragazzi così quieti che non si sentono. I più monelli abbassano la testa appena lei li ammonisce con il dito. La sua classe sembra una chiesa. Anche per questo la chiamano la monachina.

Ma ce n'è un'altra che mi piace pure: la maestrina della prima inferiore numero 3. È quella giovane con il viso rosa e due belle fossette nelle guance. Porta una gran penna rossa sul cappellino e una piccola croce di vetro giallo al collo. È sempre allegra e tiene allegra la classe. Sorride sempre e grida sempre, con la sua voce chiara che sembra cantare. Batte la bacchetta sul tavolino e batte le mani per ottenere silenzio. Poi, quando escono, corre come una bambina dietro all'uno e all'altro, per rimetterli in fila. A uno tira su il colletto, a un altro abbottona il cappotto, perché non prendano il raffreddore. Li segue fino in strada, perché non si prendano per i capelli. Supplica i genitori di non punirli a casa. Porta le pastiglie a quelli che hanno la tosse e presta il suo manicotto a quelli che hanno freddo. I più piccoli la tormentano continuamente. Le fanno carezze e le chiedono baci, tirandola per il velo e per la mantellina. Ma lei li lascia fare e li bacia tutti, ridendo. Ogni giorno torna a casa spettinata e senza voce, tutta affannata e tutta contenta. Ha sempre le sue belle fossette e la sua penna rossa. È anche maestra di disegno delle ragazze. Con il suo lavoro mantiene sua madre e un fratello.

### In casa del ferito

*18, domenica.*

Il nipotino del vecchio impiegato è nella classe della maestrina della penna rossa. È il vecchio colpito all'occhio dalla palla di neve di Garoffi. Abbiamo visto il bambino oggi, a casa di suo zio, che lo tiene come un figlio. Avevo finito di scrivere il racconto mensile per la settimana prossima, *Il piccolo scrivano fiorentino*, che il maestro mi ha dato da copiare. Mio padre mi ha detto:

— Andiamo su al quarto piano, a vedere come sta dell'occhio quel signore.

Siamo entrati in una camera quasi buia. Il vecchio era a letto, seduto, con molti cuscini dietro le spalle. Accanto al letto sedeva sua moglie, e in un angolo il nipotino giocava. Il vecchio aveva l'occhio bendato. È stato molto contento di vedere mio padre e ci ha fatto sedere. Ha detto che stava meglio, che l'occhio non era perduto. Anzi, in pochi giorni sarebbe guarito.

— È stata una disgrazia, — ha aggiunto. — Mi dispiace per lo spavento che deve aver avuto quel povero ragazzo.

Poi ci ha parlato del medico, che doveva venire a quell'ora a curarlo. Proprio in quel momento suona il campanello.

— È il medico, — dice la signora.

La porta si apre... E chi vedo? Garoffi, con il suo mantello lungo, in piedi sulla soglia, con la testa bassa. Non aveva il coraggio di entrare.

— Chi è? — domanda il malato.

— È il ragazzo che ha tirato la palla, — dice mio padre.

E il vecchio allora:

— Oh, povero ragazzo! Vieni avanti. Sei venuto a chiedere notizie del ferito, non è vero? Ma va meglio, stai tranquillo, va meglio, sono quasi guarito. Vieni qua.

Garoffi era così confuso che non ci vedeva più. Si è avvicinato al letto, sforzandosi di non piangere. Il vecchio l'ha accarezzato, ma lui non riusciva a parlare.

— Grazie, — ha detto il vecchio. — Va' pure a dire a tuo padre e a tua madre che tutto va bene. Di' loro che non si preoccupino più.

Ma Garoffi non si muoveva. Sembrava che avesse qualcosa da dire, ma non osava.

— Che cosa devi dirmi? Che cosa vuoi?

— Io... nulla.

— Bene, allora addio, arrivederci, ragazzo. Vai pure con il cuore in pace.

Garoffi è andato fino alla porta, ma là si è fermato. Si è voltato verso il nipotino, che lo seguiva e lo guardava con curiosità. Tutto a un tratto tira fuori un oggetto da sotto il mantello e lo mette in mano al bambino. Gli dice in fretta:

— È per te.

E via come un lampo. Il bambino porta l'oggetto allo zio. Vedono che c'è scritto sopra: *Ti regalo questo*. Guardano dentro, e fanno un'esclamazione di stupore. Era il famoso album con la collezione di francobolli, che il povero Garoffi aveva portato. Era la collezione di cui parlava sempre, su cui aveva fondato tante speranze, e che gli era costata tanta fatica. Era il suo tesoro, povero ragazzo, era metà del suo sangue, e lui lo regalava in cambio del perdono!

### Il piccolo scrivano fiorentino

(Racconto mensile)

Faceva la quarta elementare. Era un bel ragazzo fiorentino di dodici anni, con i capelli neri e il viso bianco. Era il figlio maggiore di un impiegato delle ferrovie. L'impiegato aveva una famiglia numerosa e uno stipendio piccolo, e viveva con molte difficoltà. Il padre amava molto il figlio ed era buono e comprensivo con lui. Era comprensivo in tutto, tranne che nelle cose di scuola. Per la scuola pretendeva molto e si mostrava severo. Questo perché il figlio doveva prepararsi a ottenere presto un impiego, per aiutare la famiglia. E per valere presto qualcosa doveva lavorare molto in poco tempo. Il ragazzo studiava, ma il padre gli diceva sempre di studiare.

Il padre era già avanti con gli anni, e il troppo lavoro lo aveva anche invecchiato prima del tempo. Aveva già molto lavoro con il suo impiego, ma doveva provvedere ai bisogni della famiglia. Così prendeva qua e là anche lavori straordinari di copista, e passava una buona parte della notte al tavolino. Da ultimo una casa editrice, che pubblicava giornali e libri a fascicoli, gli aveva dato un incarico. Doveva scrivere sulle fasce il nome e l'indirizzo degli abbonati. Guadagnava tre lire ogni cinquecento di quelle strisce di carta, scritte in caratteri grandi e regolari. Ma questo lavoro lo stancava, e se ne lamentava spesso con la famiglia, a pranzo.

— I miei occhi se ne vanno, — diceva. — Questo lavoro di notte mi distrugge.

Un giorno il figlio gli ha detto:

— Babbo, fammi lavorare al posto tuo. Lo sai che scrivo come te, proprio uguale.

Ma il padre gli ha risposto:

— No, figlio mio. Tu devi studiare. La tua scuola è molto più importante delle mie fasce. Avrei rimorso se ti rubassi un'ora. Ti ringrazio, ma non voglio. E non parlarmene più.

Il figlio sapeva che con suo padre, in quelle cose, era inutile insistere, e non ha insistito. Ma ecco che cosa ha fatto. Sapeva che a mezzanotte in punto suo padre smetteva di scrivere. Allora usciva dal suo stanzino di lavoro e andava in camera da letto. Qualche volta lo aveva sentito. Dopo i dodici colpi del pendolo, sentiva subito il rumore della sedia spostata e il passo lento di suo padre. Una notte ha aspettato che fosse a letto e si è vestito piano piano. È andato al buio nello stanzino e ha riacceso il lume a petrolio. Si è seduto alla scrivania, dove c'erano un mucchio di fasce bianche e l'elenco degli indirizzi. Ha cominciato a scrivere, imitando perfettamente la scrittura di suo padre. Scriveva volentieri, contento, con un po' di paura, e le fasce si ammucchiavano. Ogni tanto posava la penna per fregarsi le mani. Poi ricominciava con più energia, tendendo l'orecchio, e sorrideva. Ne ha scritte centosessanta: una lira! Allora si è fermato, ha rimesso la penna dove l'aveva presa e ha spento il lume. È tornato a letto in punta di piedi.

Quel giorno, a mezzogiorno, il padre si è seduto a tavola di buon umore. Non si era accorto di nulla. Faceva quel lavoro meccanicamente, misurandolo a ore e pensando ad altro. Contava le fasce scritte solo il giorno dopo. Si è seduto a tavola di buon umore e ha battuto una mano sulla spalla del figlio.

— Eh, Giulio, — ha detto, — è ancora un buon lavoratore tuo padre, che cosa credi! Ieri sera, in due ore, ho fatto un buon terzo di lavoro più del solito. La mano è ancora veloce, e gli occhi fanno ancora il loro dovere.

E Giulio, contento, senza dire niente, pensava: «Povero babbo, oltre al guadagno, gli do anche questa soddisfazione: si crede tornato giovane. Allora, coraggio!»

Incoraggiato dal successo, la notte dopo ha ripetuto tutto. Quando sono suonate le dodici, si è alzato di nuovo e si è messo al lavoro. E così ha fatto per varie notti. Suo padre non si accorgeva di nulla. Solo una volta, a cena, ha esclamato:

— È strano, quanto petrolio si consuma in questa casa da un po' di tempo!

Giulio ha avuto un sussulto, ma il discorso si è fermato lì. E il lavoro di notte è andato avanti.

Però, interrompendo così il sonno ogni notte, Giulio non riposava abbastanza. La mattina si alzava stanco. La sera, mentre faceva il lavoro di scuola, faticava a tenere gli occhi aperti. Una sera, per la prima volta in vita sua, si è addormentato sul quaderno.

— Forza! Forza! — gli ha gridato suo padre, battendo le mani. — Al lavoro!

Si è svegliato di colpo e si è rimesso al lavoro. Ma la sera dopo e i giorni seguenti è stata la stessa cosa, e anche peggio. Si addormentava sui libri e si alzava più tardi del solito. Studiava la lezione senza forze, e sembrava che non avesse più voglia di studiare. Suo padre ha cominciato a osservarlo, poi a preoccuparsi, e infine a rimproverarlo. Non aveva mai dovuto farlo prima!

— Giulio, — gli ha detto una mattina, — tu non fai più il tuo dovere, non sei più quello di una volta. Questo non mi piace. Attento, tutte le speranze della famiglia sono su di te. Io sono scontento, capisci!

A questo rimprovero, il primo davvero severo che riceveva, il ragazzo si è turbato.

«Sì, — ha detto tra sé, — è vero. Così non si può continuare. L'inganno deve finire.»

Ma la sera di quello stesso giorno, a pranzo, suo padre ha detto con molta allegria:

— Sapete che in questo mese, con le fasce, ho guadagnato trentadue lire più del mese scorso?

Detto questo, ha tirato fuori da sotto la tavola un pacchetto di dolci. Li aveva comprati per festeggiare con i suoi figli il guadagno straordinario. Tutti li hanno accolti battendo le mani. Allora Giulio ha ripreso coraggio e ha detto in cuor suo:

«No, povero babbo, non smetterò di ingannarti. Farò sforzi più grandi per studiare di giorno. Ma continuerò a lavorare di notte per te e per tutti gli altri.»

E il padre ha aggiunto:

— Trentadue lire di più! Sono contento... Ma è quello là, — e ha indicato Giulio, — che mi dà dei dispiaceri.

Giulio ha ricevuto il rimprovero in silenzio, trattenendo due lacrime che volevano uscire. Ma nello stesso tempo sentiva nel cuore una grande dolcezza.

E ha continuato a lavorare con tutte le sue forze. Ma la fatica si aggiungeva alla fatica, e gli era sempre più difficile resistere. La cosa durava da due mesi. Il padre continuava a rimproverare il figlio e lo guardava con occhi sempre più arrabbiati. Un giorno è andato a chiedere informazioni al maestro, e il maestro gli ha risposto:

— Sì, riesce, riesce, perché è intelligente. Ma non ha più la voglia di prima. Si addormenta, sbadiglia, è distratto. Fa composizioni corte, scritte in fretta e con una brutta calligrafia. Oh! Potrebbe fare molto, ma molto di più.

Quella sera il padre ha preso il ragazzo in disparte. Gli ha detto parole più gravi di tutte quelle che aveva sentito fino ad allora.

— Giulio, tu vedi che io lavoro, che consumo la mia vita per la famiglia. Tu non mi aiuti. Tu non hai cuore per me, né per i tuoi fratelli, né per tua madre!

— Ah no! Non dirlo, babbo! — ha gridato il figlio, scoppiando a piangere.

Ha aperto la bocca per confessare tutto. Ma suo padre lo ha interrotto:

— Tu conosci le condizioni della famiglia. Sai che tutti devono avere buona volontà e fare sacrifici. Io stesso, vedi, dovrei raddoppiare il mio lavoro. Questo mese contavo su un premio di cento lire dalle ferrovie. E stamattina ho saputo che non avrò nulla!

A quella notizia, Giulio ha subito ricacciato dentro la confessione che stava per uscirgli dall'anima. Ha ripetuto con decisione a se stesso:

— No, babbo, non ti dirò nulla. Custodirò il segreto per poter lavorare per te. Ti compenso in altro modo del dolore che ti do. Studierò sempre abbastanza per essere promosso. Quello che importa è aiutarti a guadagnare il pane e alleggerire la fatica che ti uccide.

E ha tirato avanti. Sono stati altri due mesi di lavoro di notte e di stanchezza di giorno. Due mesi di sforzi disperati del figlio e di rimproveri amari del padre. Ma la cosa peggiore era che il padre diventava sempre più freddo con il ragazzo. Gli parlava solo di rado, come a un figlio cattivo da cui non c'era più nulla da sperare. Evitava quasi di incontrare il suo sguardo. Giulio se ne accorgeva e ne soffriva. Quando suo padre voltava le spalle, sporgeva il viso e gli mandava di nascosto un bacio. Lo faceva con una tenerezza triste e piena di pietà. Per il dolore e per la fatica dimagriva e impallidiva, ed era sempre più costretto a trascurare gli studi. Capiva bene che un giorno avrebbe dovuto smettere. Ogni sera si diceva:

— Questa notte non mi alzerò più.

Ma quando suonavano le dodici, avrebbe dovuto confermare con forza la sua decisione, e proprio allora provava un rimorso. Gli sembrava che, restando a letto, mancasse a un dovere. Gli sembrava di rubare una lira a suo padre e alla sua famiglia. Allora si alzava. Pensava che una notte suo padre si sarebbe svegliato e l'avrebbe sorpreso. Oppure si sarebbe accorto dell'inganno per caso, contando le fasce due volte. Allora tutto sarebbe finito da solo, senza una decisione sua. Lui, infatti, non si sentiva il coraggio di prenderla. E così continuava.

Ma una sera, a pranzo, il padre ha detto una parola che è stata decisiva per lui. Sua madre lo ha guardato, e le è sembrato più malandato e più pallido del solito.

— Giulio, tu sei malato, — gli ha detto.

Poi si è voltata verso il padre, con ansia:

— Giulio è malato. Guarda com'è pallido! Giulio mio, che cosa ti senti?

Il padre gli ha dato uno sguardo veloce e ha detto:

— È la cattiva coscienza che fa la cattiva salute. Non era così quando era uno scolaro studioso e un figlio di cuore.

— Ma sta male! — ha esclamato la mamma.

— Non me ne importa più! — ha risposto il padre.

Quella parola è stata una coltellata al cuore per il povero ragazzo. Ah! Non gliene importava più! Suo padre, che una volta tremava solo a sentirlo tossire! Dunque non lo amava più, ora non c'erano più dubbi. Lui era morto nel cuore di suo padre...

— Ah! No, padre mio, — ha detto tra sé il ragazzo, con il cuore stretto dall'angoscia. — Ora è finita davvero. Senza il tuo affetto non posso vivere, lo rivoglio tutto. Ti dirò tutto, non ti ingannerò più, studierò come prima. Succeda quel che succeda, purché tu torni a volermi bene, povero padre mio! Oh, questa volta sono proprio sicuro della mia decisione!

Eppure quella notte si è alzato ancora, per forza d'abitudine più che per altro. E una volta in piedi, ha voluto andare a salutare quello stanzino per l'ultima volta. Voleva rivederlo per qualche minuto, nella quiete della notte. Lì aveva tanto lavorato di nascosto, con il cuore pieno di soddisfazione e di tenerezza. Si è ritrovato al tavolino, con il lume acceso, e ha visto quelle fasce bianche. Su quelle fasce non avrebbe scritto mai più quei nomi di città e di persone che ormai sapeva a memoria. È stato preso da una grande tristezza. Con un gesto improvviso ha ripreso la penna, per ricominciare il solito lavoro.

Ma allungando la mano ha urtato un libro, e il libro è caduto. Si è sentito gelare il sangue. E se suo padre si svegliava! Certo non l'avrebbe sorpreso a fare una cattiva azione, e lui stesso aveva ben deciso di dirgli tutto. Eppure... sentire quel passo avvicinarsi nel buio, essere sorpreso a quell'ora, in quel silenzio. E sua madre si sarebbe svegliata e spaventata. E poi, per la prima volta, pensava una cosa nuova. Forse suo padre si sarebbe sentito umiliato davanti a lui, scoprendo ogni cosa... Tutto questo quasi lo terrorizzava. Ha teso l'orecchio, trattenendo il respiro... Nessun rumore. Ha ascoltato alla serratura della porta che aveva alle spalle: nulla. Tutta la casa dormiva. Suo padre non aveva sentito. Si è calmato e ha ricominciato a scrivere. E le fasce si ammucchiavano sulle fasce. Ha sentito il passo regolare delle guardie civiche giù nella strada deserta. Poi un rumore di carrozza, che è cessato tutto a un tratto. Poi, dopo molto tempo, il rumore di una fila di carri che passavano lentamente. Poi un silenzio profondo, rotto ogni tanto dall'abbaiare lontano di un cane. E scriveva, scriveva.

E intanto suo padre era dietro di lui. Si era alzato quando aveva sentito cadere il libro, ed era rimasto ad aspettare il momento buono. Il rumore dei carri aveva coperto il fruscio dei suoi passi e il leggero cigolio della porta. Ed era là, con la sua testa bianca sopra la piccola testa nera di Giulio. Aveva visto correre la penna sulle fasce. In un momento aveva indovinato tutto, ricordato tutto, capito tutto. Un pentimento disperato e una tenerezza immensa gli avevano riempito l'anima. Lo tenevano inchiodato là, senza respiro, dietro al suo bambino.

All'improvviso Giulio ha gettato un grido acuto: due braccia tremanti gli avevano stretto la testa.

— Oh, babbo! Babbo, perdonami! Perdonami! — ha gridato, riconoscendo suo padre dal pianto.

— Tu, perdonami! — ha risposto il padre, singhiozzando e coprendogli la fronte di baci. — Ho capito tutto, so tutto. Sono io, sono io che ti chiedo perdono, mia santa creatura! Vieni, vieni con me!

Lo ha spinto, o piuttosto portato, al letto di sua madre, che si era svegliata. Glielo ha gettato tra le braccia e le ha detto:

— Bacia questo angelo di figlio, che da tre mesi non dorme e lavora per me! E io gli faccio soffrire il cuore, a lui che ci guadagna il pane!

La madre lo ha stretto e se l'è tenuto sul petto, senza riuscire a parlare. Poi ha detto:

— A dormire, subito, bambino mio, va' a dormire, a riposare! Portalo a letto!

Il padre l'ha preso fra le braccia, l'ha portato nella sua camera e l'ha messo a letto. Respirava ancora affannato e lo accarezzava. Gli ha sistemato i cuscini e le coperte.

— Grazie, babbo, — ripeteva il figlio, — grazie. Ma ora va' a letto tu. Io sono contento. Va' a letto, babbo.

Ma suo padre voleva vederlo addormentato. Si è seduto accanto al letto, gli ha preso la mano e gli ha detto:

— Dormi, dormi, figlio mio!

E Giulio, sfinito, si è addormentato finalmente, e ha dormito molte ore. Per la prima volta dopo vari mesi ha goduto di un sonno tranquillo, con sogni allegri. Quando ha aperto gli occhi, il sole splendeva già da molto tempo. Prima ha sentito, e poi ha visto vicino al suo petto la testa bianca del padre. Era appoggiata alla sponda del lettino. Il padre aveva passato la notte così, e dormiva ancora, con la fronte contro il cuore di suo figlio.

### La volontà

*28, mercoledì.*

Nella mia classe c'è Stardi, che avrebbe la forza di fare quello che ha fatto il piccolo fiorentino. Questa mattina a scuola ci sono stati due avvenimenti. Garoffi era pazzo di gioia, perché gli hanno restituito il suo album. Dentro c'erano in più tre francobolli della repubblica di Guatemala, che cercava da tre mesi. E Stardi ha avuto la seconda medaglia. Stardi, primo della classe dopo Derossi! Tutti sono rimasti meravigliati. Chi l'avrebbe mai detto, in ottobre! Allora suo padre lo ha portato a scuola tutto infagottato in quel cappottone verde. Davanti a tutti ha detto al maestro:

— Abbia molta pazienza con lui, perché fa molta fatica a capire!

All'inizio tutti gli dicevano che aveva la testa di legno. Ma lui ha detto:

— O schiatto, o riesco.

E si è messo a studiare con tutte le forze, di giorno e di notte, a casa, a scuola, a passeggio. Studiava con i denti stretti e i pugni chiusi, paziente come un bue, ostinato come un mulo. Così, a forza di insistere, ha superato gli altri, quel testone. Non badava alle prese in giro e tirava calci a chi lo disturbava. Non capiva niente di aritmetica, riempiva di errori la composizione, non riusciva a ricordare una frase. E ora risolve i problemi, scrive corretto e recita la lezione come un artista.

Si indovina la sua volontà di ferro a vedere com'è fatto, così basso e largo. Ha la testa quadrata e senza collo, le mani corte e grosse e una voce rozza. Studia perfino sui pezzi di giornale e sugli avvisi dei teatri. Ogni volta che ha dieci soldi si compra un libro. Si è già fatto una piccola biblioteca. In un momento di buon umore si è lasciato scappare che mi porterà a casa a vederla. Non parla con nessuno, non gioca con nessuno. Sta sempre lì al banco, con i pugni alle tempie, fermo come un sasso, ad ascoltare il maestro.

Quanto deve aver faticato, povero Stardi! Il maestro glielo ha detto questa mattina, quando ha dato le medaglie, benché fosse impaziente e di malumore:

— Bravo Stardi, chi la dura la vince.

Ma lui non è sembrato affatto orgoglioso e non ha sorriso. Appena tornato al banco con la sua medaglia, ha ripiantato i due pugni alle tempie. È rimasto più immobile e più attento di prima.

Ma il più bello è stato all'uscita, quando c'era ad aspettarlo suo padre, un flebotomo. È grosso e basso come lui, con una faccia enorme e un vocione. Non se l'aspettava, quella medaglia, e non voleva crederci. Il maestro ha dovuto assicurarglielo. Allora si è messo a ridere di gusto e ha dato una manata sulla nuca al figlio, dicendo forte:

— Ma bravo, ma bene, caro zuccone mio, va!

E lo guardava stupito, sorridendo. Tutti i ragazzi intorno sorridevano, tranne Stardi. Lui stava già ripassando in quel suo testone la lezione di domani mattina.

### Gratitudine

*31, sabato.*

*Il tuo compagno Stardi non si lamenta mai del suo maestro, ne sono certo.* — Il maestro era di malumore, era impaziente, — *lo dici con tono di risentimento. Pensa un po' quante volte sei impaziente tu, e con chi? Con tuo padre e con tua madre: con loro la tua impazienza è un delitto. Il tuo maestro ha ben ragione di essere qualche volta impaziente! Pensa che lavora da tanti anni per i ragazzi. Ne ha avuti molti affettuosi e gentili, ma ne ha trovati anche moltissimi ingrati. Questi hanno abusato della sua bontà e non hanno riconosciuto le sue fatiche. E purtroppo, fra tutti, voi gli date più amarezze che soddisfazioni. Pensa che l'uomo più santo della terra, al suo posto, qualche volta si lascerebbe vincere dalla rabbia.*

*E poi, se tu sapessi quante volte il maestro va a fare lezione malato! Ci va solo perché il suo male non è abbastanza grave per farsi dispensare dalla scuola. È impaziente perché soffre. Ed è un grande dolore per lui vedere che voi non ve ne accorgete, o che ne approfittate. Rispetta e ama il tuo maestro, figlio mio. Amalo perché tuo padre lo ama e lo rispetta. Amalo perché dedica la vita al bene di tanti ragazzi che lo dimenticheranno. Amalo perché ti apre e ti illumina l'intelligenza e ti educa l'animo.*

*Amalo perché un giorno sarai uomo, e non saremo più al mondo né io né lui. Allora la sua immagine ti tornerà spesso alla mente, accanto alla mia. Allora, vedi, ti ricorderai certe espressioni di dolore e di stanchezza del suo buon viso di galantuomo. Ora non ci fai caso, ma allora ti faranno pena, anche dopo trent'anni. Ti vergognerai e sarai triste di non avergli voluto bene, di esserti comportato male con lui.*

*Ama il tuo maestro, perché appartiene a quella grande famiglia di cinquantamila insegnanti elementari, sparsi per tutta Italia. Sono come i padri della mente dei milioni di ragazzi che crescono con te. Sono lavoratori poco riconosciuti e mal pagati, che preparano al nostro paese un popolo migliore di quello di oggi. Non mi basta l'affetto che hai per me, se non ne hai anche per tutti quelli che ti fanno del bene. E fra questi il tuo maestro è il primo, dopo i tuoi genitori. Amalo come ameresti un mio fratello. Amalo quando ti accarezza e quando ti rimprovera, quando è giusto e quando ti sembra ingiusto. Amalo quando è allegro e gentile, e amalo ancora di più quando lo vedi triste. Amalo sempre. E pronuncia sempre con rispetto questo nome: maestro. Dopo quello di padre, è il nome più nobile e dolce che un uomo possa dare a un altro.*

Tuo Padre

### Glossario

- **trafficante**: chi compra, vende e scambia sempre cose per guadagnare.
- **civetta**: un uccello della notte, con il becco piccolo e curvo.
- **frugare**: cercare dappertutto, spostando le cose.
- **droghiere**: chi vende spezie, zucchero, caffè e altri prodotti.
- **moltiplicazione**: un'operazione di matematica: per esempio, 3 per 4 fa 12.
- **tavola pitagorica**: una tabella con i risultati delle moltiplicazioni.
- **gazze**: uccelli bianchi e neri che portano via gli oggetti che brillano.
- **francobolli**: piccoli pezzi di carta che si incollano sulle lettere per spedirle.
- **spilli**: piccoli aghi di metallo con una testa, usati per fermare la stoffa.
- **baratti**: scambi di una cosa con un'altra, senza usare denaro.
- **tabaccaio**: chi vende tabacco e sigari.
- **sottrazioni**: operazioni di matematica: per esempio, 9 meno 4 fa 5.
- **l'aritmetica**: la parte della matematica che studia i numeri e le operazioni.
- **bilance**: strumenti per pesare le cose.
- **gonfie**: molto piene, tanto da sembrare più grosse.
- **usuraio**: chi presta denaro e vuole indietro molto di più.
- **nappine**: piccoli ciuffi di fili, usati per decorare un vestito.
- **geloni**: ferite rosse e dolorose alle mani, causate dal freddo.
- **zebibbo**: un tipo di uva passa molto dolce.
- **sofà**: un divano.
- **sporcizia**: ciò che è sporco.
- **accarezzato**: toccato piano con la mano, con affetto.
- **manicotto**: un tubo di pelliccia in cui si mettono le mani per scaldarle.
- **copista**: chi copia a mano testi e documenti per lavoro.
- **invecchiato**: diventato vecchio.
- **fasce**: strisce di carta con l'indirizzo per spedire i giornali.
- **abbonati**: persone che pagano per ricevere un giornale regolarmente.
- **lume**: una lampada a olio o a petrolio.
- **pendolo**: un orologio con un peso che oscilla e suona le ore.
- **riacceso**: acceso di nuovo.
- **ammucchiavano**: si mettevano una sopra l'altra, formando un mucchio.
- **centosessanta**: il numero 160.
- **esclamato**: detto a voce alta, con forza o con sorpresa.
- **sussulto**: un piccolo salto del corpo, per la paura o la sorpresa.
- **addormentava**: cominciava a dormire.
- **rimproverarlo**: dirgli con parole severe che ha sbagliato.
- **rimprovero**: parole severe per chi ha sbagliato.
- **rimproverare**: dire a qualcuno con parole severe che ha sbagliato.
- **addormenta**: comincia a dormire.
- **sbadiglia**: apre molto la bocca perché ha sonno o si annoia.
- **calligrafia**: il modo di scrivere a mano.
- **raddoppiare**: fare due volte di più.
- **O schiatto, o riesco**: o muoio per la fatica, o ce la faccio.
- **malumore**: cattivo umore, lo stato di chi è nervoso o scontento.
- **chi la dura la vince**: chi non si arrende alla fine riesce.
- **flebotomo**: chi curava i malati togliendo loro un po' di sangue.
- **zuccone**: persona che impara con difficoltà; qui è detto con affetto.

## Gennaio

### Il maestro supplente

*4, mercoledì*

Mio padre aveva ragione: il maestro era di cattivo umore perché non stava bene. Infatti da tre giorni al suo posto viene il supplente, quello piccolo e senza barba, che sembra un ragazzo. Questa mattina è successa una cosa brutta. Già il primo e il secondo giorno i ragazzi avevano fatto rumore in classe, perché il supplente ha una grande pazienza. Non fa che dire:

— State zitti, state zitti, vi prego.

Ma questa mattina hanno veramente esagerato. C'era un tale rumore che non si sentivano più le sue parole. Lui sgridava, pregava, ma era tutto inutile. Due volte il Direttore si è affacciato alla porta e ha guardato. Ma appena andava via, il rumore cresceva, come in un mercato. Garrone e Derossi si voltavano e facevano segno ai compagni di stare buoni, perché era una vergogna. Ma nessuno faceva attenzione. Stavano tranquilli soltanto due: Stardi e Garoffi. Stardi aveva i gomiti sul banco e i pugni alle tempie, e forse pensava alla sua famosa libreria. Garoffi, quello del naso a uncino e dei francobolli, era tutto occupato in una lista. Scriveva i nomi di chi pagava due centesimi per la lotteria di un calamaio da tasca. Gli altri chiacchieravano e ridevano. Facevano musica con punte di pennini piantate nei banchi. Si tiravano palline di carta masticata con gli elastici delle calze. Il supplente prendeva per un braccio ora l'uno ora l'altro e li scuoteva, e ne ha messo uno contro il muro. Tempo perso. Non sapeva più che cosa fare, e pregava:

— Ma perché fate così? Volete farmi rimproverare per forza?

Poi batteva il pugno sul tavolino e gridava con una voce di rabbia e di pianto:

— Silenzio! Silenzio! Silenzio!

Faceva pena a sentirlo. Ma il rumore cresceva sempre. Franti gli ha tirato una freccetta di carta. Alcuni facevano la voce del gatto, altri si davano degli schiaffetti sulla testa. C'era una confusione impossibile da descrivere. Improvvisamente è entrato il bidello e ha detto:

— Signor maestro, il Direttore la chiama.

Il maestro si è alzato ed è uscito in fretta, con un gesto disperato. Allora il rumore è ricominciato più forte. Ma all'improvviso Garrone è saltato su, con il viso sconvolto e i pugni stretti. Ha gridato, con la voce soffocata dalla rabbia:

— Finitela! Siete bestie. Ne approfittate perché è buono. Se vi rompesse le ossa, stareste a testa bassa come cani. Siete un branco di vigliacchi. Il primo che lo prende ancora in giro, lo aspetto fuori e gli rompo i denti. Lo giuro, anche davanti a suo padre!

Tutti hanno taciuto. Ah, com'era bello Garrone, con gli occhi di fuoco! Sembrava un piccolo leone furioso. Ha guardato uno per uno i più sfacciati, e tutti hanno abbassato la testa. Quando il supplente è rientrato, con gli occhi rossi, non si sentiva più un respiro. Lui è rimasto stupito. Ma poi ha visto Garrone, ancora tutto rosso e tremante di rabbia, e ha capito. Gli ha detto con grande affetto, come avrebbe parlato a un fratello:

— Ti ringrazio, Garrone.

### La libreria di Stardi

Sono andato da Stardi, che abita davanti alla scuola, e quando ho visto la sua libreria ho provato davvero invidia. Non è ricco e non può comprare molti libri. Ma conserva con grande cura i suoi libri di scuola e quelli che gli regalano i parenti. Tutti i soldi che gli danno, li mette da parte e li spende dal libraio. In questo modo si è già fatto una piccola biblioteca. Quando suo padre ha visto questa passione, gli ha comprato un bello scaffale di noce con la tendina verde. E gli ha fatto rilegare quasi tutti i volumi con i colori che piacevano a lui. Così ora Stardi tira un cordoncino e la tenda verde scorre via. Si vedono tre file di libri di ogni colore. Sono tutti in ordine, lucidi, con i titoli dorati sul dorso. Ci sono libri di racconti, di viaggi e di poesie, e anche libri illustrati. E lui sa unire bene i colori. Mette i volumi bianchi accanto ai rossi, i gialli accanto ai neri, gli azzurri accanto ai bianchi. Così si vedono da lontano e fanno bella figura. Poi si diverte a cambiare le combinazioni. Si è fatto il suo catalogo. È come un bibliotecario. Sta sempre intorno ai suoi libri: li spolvera, li sfoglia, esamina le rilegature. Bisogna vedere con che cura li apre, con quelle sue mani corte e grosse, soffiando tra le pagine. Sembrano ancora tutti nuovi. E io che ho rovinato tutti i miei! Per lui ogni nuovo libro che compra è una festa. Lo liscia, lo mette al suo posto, lo riprende per guardarlo da ogni lato, lo custodisce come un tesoro. In un'ora non mi ha fatto vedere altro. Gli facevano male gli occhi, perché aveva letto tanto. A un certo momento è passato nella stanza suo padre. È grosso e tozzo come lui, con una testa grossa come la sua. Gli ha dato due o tre colpi con la mano sulla nuca, e mi ha detto con quel vocione:

— Che ne dici, eh, di questa testaccia di bronzo? È una testaccia che riuscirà a fare qualcosa, te lo assicuro io!

E Stardi socchiudeva gli occhi sotto quelle carezze ruvide, come un grosso cane da caccia. Io non so: non osavo scherzare con lui. Non mi sembrava vero che avesse solo un anno più di me. Sulla porta mi ha detto: — A rivederci, — con quella faccia che sembra sempre imbronciata. E per poco non gli ho risposto: — La riverisco, — come a un uomo. Poi, a casa, l'ho detto a mio padre:

— Non capisco. Stardi non è intelligente, non ha belle maniere, è una figura quasi buffa. Eppure mi mette soggezione.

E mio padre ha risposto:

— È perché ha carattere.

Io ho aggiunto:

— In un'ora che sono stato con lui non ha detto cinquanta parole, non mi ha mostrato un giocattolo, non ha riso una volta. Eppure sono stato volentieri con lui.

E mio padre ha risposto:

— È perché lo stimi.

### Il figlio del fabbro ferraio

Sì, ma anche Precossi io stimo, ed è troppo poco dire che lo stimo. Precossi, il figlio del fabbro ferraio, è quello piccolo e pallido, con gli occhi buoni e tristi e un'aria spaventata. È così timido che dice a tutti: scusami. È sempre un po' malato, eppure studia tanto. Suo padre torna a casa ubriaco di acquavite e lo picchia senza nessun motivo. Con un colpo della mano gli butta in aria i libri e i quaderni. E lui viene a scuola con i lividi sul viso. Qualche volta ha il viso tutto gonfio e gli occhi rossi per il gran piangere. Ma mai, mai si riesce a fargli dire che suo padre lo ha picchiato.

— È tuo padre che ti ha picchiato! — gli dicono i compagni.

E lui grida subito:

— Non è vero! Non è vero!

Lo fa per non disonorare suo padre.

— Questo foglio non l'hai bruciato tu, — gli dice il maestro, e gli mostra il lavoro mezzo bruciato.

— Sì, — risponde lui, con la voce che trema. — Sono io che l'ho lasciato cadere sul fuoco.

Eppure noi lo sappiamo bene. È suo padre ubriaco che ha rovesciato il tavolo e la lampada con un calcio, mentre lui lavorava. Precossi abita in una soffitta del nostro palazzo, dall'altra scala, e la portinaia racconta tutto a mia madre. Mia sorella Silvia lo ha sentito gridare dalla terrazza. Quel giorno suo padre l'ha fatto rotolare giù per le scale, perché gli aveva chiesto i soldi per comprare la Grammatica. Suo padre beve, non lavora, e la famiglia soffre la fame. Quante volte il povero Precossi viene a scuola senza aver mangiato! Allora rosicchia di nascosto un panino che gli dà Garrone, o una mela che gli porta la maestrina della penna rossa. Lei è stata la sua maestra di prima inferiore. Ma lui non dice mai:

— Ho fame, mio padre non mi dà da mangiare.

Qualche volta suo padre viene a prenderlo, quando passa per caso davanti alla scuola. È pallido e non si regge bene sulle gambe. Ha la faccia cattiva, i capelli sugli occhi e il berretto storto. Il povero ragazzo trema tutto quando lo vede nella strada. Ma gli corre incontro lo stesso, sorridendo, e suo padre sembra non vederlo e pensare ad altro. Povero Precossi! Si ricuce i quaderni strappati, si fa prestare i libri per studiare la lezione, si riattacca con gli spilli i pezzi della camicia. Fa pena vederlo fare ginnastica con quelle scarpe enormi in cui i piedi ballano. Ha pantaloni che strisciano per terra e una giacca troppo lunga, con le maniche arrotolate fino ai gomiti. Eppure studia, si impegna. Sarebbe uno dei primi se potesse lavorare tranquillo a casa.

Questa mattina è venuto a scuola con il segno di un'unghiata su una guancia, e tutti gli dicevano:

— È stato tuo padre, questa volta non lo puoi negare. È tuo padre che ti ha fatto quello. Dillo al Direttore, così lo fa chiamare in questura.

Ma lui si è alzato tutto rosso, con la voce che tremava dall'indignazione:

— Non è vero! Non è vero! Mio padre non mi picchia mai!

Ma poi, durante la lezione, le lacrime gli cadevano sul banco. Quando qualcuno lo guardava, si sforzava di sorridere, per non farlo vedere. Povero Precossi! Domani verranno a casa mia Derossi, Coretti e Nelli, e voglio dire anche a lui di venire. Voglio fargli fare merenda con me e regalargli dei libri. Voglio mettere sottosopra la casa per divertirlo e riempirgli le tasche di frutta. Voglio vederlo contento almeno una volta, povero Precossi, che è tanto buono e ha tanto coraggio!

### Una bella visita

*12, giovedì.*

Ecco uno dei giovedì più belli dell'anno per me. Alle due in punto sono venuti a casa Derossi e Coretti, con Nelli, il gobbino. Precossi no, perché suo padre non l'ha lasciato venire. Derossi e Coretti ridevano ancora, perché per strada avevano incontrato Crossi, il figlio dell'erbivendola. È quello del braccio morto e dei capelli rossi. Portava a vendere un cavolo grossissimo, e con i soldi del cavolo doveva poi andare a comprare una penna. Era tutto contento perché suo padre ha scritto dall'America di aspettarlo da un giorno all'altro. Oh, che belle due ore abbiamo passato insieme! Derossi e Coretti sono i due più allegri della classe, e mio padre ne è rimasto innamorato. Coretti aveva la sua maglia color cioccolata e il suo berretto di pelo di gatto. È un diavolo, vuole sempre fare qualcosa, muoversi, darsi da fare. La mattina presto aveva già portato sulle spalle mezzo carro di legna. Eppure ha corso per tutta la casa, guardando tutto e parlando sempre, vivace e svelto come uno scoiattolo. Passando in cucina ha chiesto alla cuoca quanto ci fanno pagare la legna ogni dieci chili. Suo padre, infatti, la vende a quarantacinque centesimi. Parla sempre di suo padre, di quando era soldato nel 49° reggimento, alla battaglia di Custoza. Là era nel quadrato del principe Umberto. Ed è così gentile nei modi! Non importa che sia nato e cresciuto fra la legna. La gentilezza ce l'ha nel sangue e nel cuore, come dice mio padre. Anche Derossi ci ha divertito molto. Sa la geografia come un maestro. Chiudeva gli occhi e diceva:

— Ecco, io vedo tutta l'Italia. Vedo gli Appennini che arrivano fino al Mar Ionio, i fiumi che corrono di qua e di là. Vedo le città bianche, i golfi, le baie azzurre, le isole verdi.

Diceva i nomi giusti, in ordine, velocissimo, come se leggesse sulla carta geografica. Stava lì con la testa alta, tutta riccioli biondi, con gli occhi chiusi. Era tutto vestito di turchino con i bottoni dorati, dritto e bello come una statua. E noi tutti lo ammiravamo. In un'ora aveva imparato a memoria quasi tre pagine, che deve recitare dopodomani, per l'anniversario dei funerali di re Vittorio. Anche Nelli lo guardava con meraviglia e con affetto. Stropicciava il lembo del suo grembiule nero di tela e sorrideva con quegli occhi chiari e malinconici. Quella visita mi ha fatto un grande piacere. Mi ha lasciato qualcosa, come delle scintille, nella mente e nel cuore. Mi è piaciuto anche vedere, quando sono andati via, il povero Nelli in mezzo agli altri due, grandi e forti. Lo portavano a casa a braccetto e lo facevano ridere come non l'ho mai visto ridere. Tornando nella sala da pranzo, mi sono accorto che non c'era più il quadro di Rigoletto, il buffone gobbo. L'aveva tolto mio padre, perché Nelli non lo vedesse.

### I funerali di Vittorio Emanuele

*17, gennaio.*

Oggi alle due, appena entrato a scuola, il maestro ha chiamato Derossi. Lui è andato a mettersi accanto al tavolino, davanti a noi. Ha cominciato a parlare con il suo tono vibrante. La voce limpida si alzava a poco a poco, e il suo viso si colorava:

— Quattro anni fa, in questo giorno, a quest'ora, arrivava davanti al Pantheon, a Roma, il carro funebre di Vittorio Emanuele II. Portava il corpo del primo re d'Italia, morto dopo ventinove anni di regno. All'inizio di quegli anni la grande patria italiana era spezzata in sette Stati, oppressa da stranieri e da tiranni. Durante il suo regno era rinata in un solo Stato, indipendente e libero. Quel regno di ventinove anni era stato glorioso e utile al popolo. Lui lo aveva reso così con il valore e con la lealtà. Aveva avuto coraggio nei pericoli, saggezza nei trionfi, costanza nelle sventure. Arrivava il carro funebre, carico di corone, dopo aver attraversato Roma sotto una pioggia di fiori. Intorno c'era il silenzio di un'immensa folla addolorata, venuta da ogni parte d'Italia. Davanti al carro camminavano moltissimi generali e una folla di ministri e di principi. Dietro venivano un corteo di mutilati, una foresta di bandiere, gli inviati di trecento città. C'era tutto ciò che rappresenta la potenza e la gloria di un popolo. Così arrivava davanti al grande tempio dove lo aspettava la tomba. In questo momento dodici corazzieri toglievano la bara dal carro. In questo momento l'Italia diceva l'ultimo addio al suo re morto, al suo vecchio re, che l'aveva tanto amata. Era l'ultimo addio al suo soldato, al padre suo, ai ventinove anni più fortunati e più benedetti della sua storia. È stato un momento grande e solenne. Gli occhi e l'anima di tutti tremavano tra la bara e le bandiere con il velo nero. Erano le bandiere degli ottanta reggimenti dell'esercito d'Italia, portate da ottanta ufficiali, in fila al suo passaggio. Perché l'Italia era là, in quelle ottanta bandiere, che ricordavano migliaia di morti e fiumi di sangue. Ricordavano le nostre glorie più sacre, i nostri sacrifici più santi, i nostri dolori più terribili. La bara, portata dai corazzieri, è passata. Allora si sono abbassate tutte insieme, per salutarla, le bandiere dei nuovi reggimenti. Con loro si sono abbassate le vecchie bandiere strappate di Goito, di Pastrengo, di Santa Lucia, di Novara. E anche quelle di Crimea, di Palestro, di San Martino, di Castelfidardo. Ottanta veli neri sono caduti, cento medaglie hanno urtato contro la cassa. Quel rumore forte e confuso ha fatto tremare il sangue di tutti. È stato come il suono di mille voci umane, che dicevano tutte insieme: «Addio, buon re, coraggioso re, leale re! Tu vivrai nel cuore del tuo popolo finché splenderà il sole sopra l'Italia.» Dopo, le bandiere si sono rialzate fiere verso il cielo, e re Vittorio è entrato nella gloria immortale della tomba.

### Franti, cacciato dalla scuola

*21, sabato*

Uno solo poteva ridere mentre Derossi parlava dei funerali del Re, e Franti ha riso. Io detesto quel ragazzo. È malvagio. Quando un padre viene a scuola a sgridare il figlio, lui ne gode. Quando uno piange, lui ride. Trema davanti a Garrone e picchia il muratorino perché è piccolo. Tormenta Crossi perché ha il braccio morto. Prende in giro Precossi, che tutti rispettano. Prende in giro perfino Robetti, quello della seconda, che cammina con le stampelle per aver salvato un bambino. Provoca tutti quelli più deboli di lui. E quando fa a pugni, diventa feroce e cerca di fare male. C'è qualcosa che fa ribrezzo in quella fronte bassa, in quegli occhi torbidi. Li tiene quasi nascosti sotto la visiera del suo berrettino di tela cerata. Non ha paura di niente, ride in faccia al maestro, ruba quando può, nega senza vergogna. È sempre in lite con qualcuno. Porta a scuola degli spilloni per pungere i vicini. Si strappa i bottoni dalla giacca, li strappa agli altri e li gioca. La cartella, i quaderni, il libro, tutto è sgualcito, strappato, sporco. La riga è piena di tacche, la penna è mangiata, le unghie sono rosicchiate. I vestiti sono pieni di macchie e di strappi che si fa nelle risse. Dicono che sua madre è malata per i dispiaceri che lui le dà. Dicono anche che suo padre l'ha cacciato di casa tre volte. Sua madre viene ogni tanto a chiedere notizie e se ne va sempre piangendo. Lui odia la scuola, odia i compagni, odia il maestro. Il maestro qualche volta finge di non vedere le sue cattiverie, e lui fa peggio. Ha provato a prenderlo con le buone, e lui l'ha preso in giro. Gli ha detto parole terribili, e lui si è coperto il viso con le mani, come se piangesse, e invece rideva. È stato sospeso dalla scuola per tre giorni, ed è tornato più cattivo e più insolente di prima. Un giorno Derossi gli ha detto:

— Ma smettila, non vedi che il maestro soffre troppo?

E lui l'ha minacciato di piantargli un chiodo nella pancia.

Ma questa mattina, finalmente, si è fatto cacciare come un cane. Il maestro stava dando a Garrone la brutta copia del *Tamburino sardo*, il racconto mensile di gennaio, da ricopiare. In quel momento Franti ha gettato sul pavimento un petardo, che è scoppiato. La classe ha rimbombato come per una fucilata. Tutti hanno fatto un salto. Il maestro è balzato in piedi e ha gridato:

— Franti! Fuori di scuola!

Lui ha risposto:

— Non sono stato io!

Ma rideva. Il maestro ha ripetuto:

— Va' fuori!

— Non mi muovo, — ha risposto.

Allora il maestro ha perso la testa. Gli è saltato addosso, l'ha afferrato per le braccia e l'ha strappato dal banco. Franti si dibatteva, digrignava i denti, e si è fatto trascinare fuori con la forza. Il maestro l'ha portato quasi di peso dal Direttore. Poi è tornato in classe da solo e si è seduto al tavolino. Si è preso la testa fra le mani, ansimando. Aveva un'espressione così stanca e addolorata che faceva male vederlo.

— Dopo trent'anni che faccio scuola! — ha esclamato tristemente, scuotendo la testa.

Nessuno fiatava. Le mani gli tremavano per la rabbia. La ruga dritta che ha in mezzo alla fronte era così profonda che sembrava una ferita. Povero maestro! Tutti soffrivamo per lui. Derossi si è alzato e ha detto:

— Signor maestro, non si addolori. Noi le vogliamo bene.

Allora lui si è calmato un poco e ha detto:

— Riprendiamo la lezione, ragazzi.

### Il tamburino sardo

(Racconto mensile)

Era il primo giorno della battaglia di Custoza, il 24 luglio del 1848. Una sessantina di soldati di un reggimento di fanteria del nostro esercito erano stati mandati su una collina. Dovevano occupare una casa isolata. Improvvisamente sono stati assaliti da due compagnie di soldati austriaci. Gli Austriaci sparavano da varie parti e hanno dato loro appena il tempo di rifugiarsi nella casa. I nostri hanno sbarrato in fretta le porte, lasciando nei campi alcuni morti e feriti. Poi sono corsi alle finestre del piano terra e del primo piano e hanno cominciato a sparare fitto sugli assalitori. Questi si avvicinavano a poco a poco, disposti a semicerchio, e rispondevano con forza al fuoco.

I sessanta soldati italiani erano comandati da due ufficiali di grado più basso e da un capitano. Il capitano era un vecchio alto, secco e severo, con i capelli e i baffi bianchi. Con loro c'era un tamburino sardo, un ragazzo di poco più di quattordici anni. Ne dimostrava appena dodici. Era piccolo, con il viso bruno olivastro e due occhietti neri e profondi, che brillavano. Il capitano, da una stanza del primo piano, dirigeva la difesa. Lanciava ordini che sembravano colpi di pistola, e sulla sua faccia di ferro non si vedeva nessuna emozione. Il tamburino era un po' pallido, ma fermo sulle gambe. Era salito su un tavolino e allungava il collo, tenendosi alla parete, per guardare fuori dalle finestre. Attraverso il fumo vedeva nei campi le divise bianche degli Austriaci, che avanzavano lentamente. La casa era in cima a una discesa ripida. Da quella parte aveva soltanto una finestrina alta, che dava in una stanza sotto il tetto. Perciò gli Austriaci non minacciavano la casa da quel lato, e sulla discesa non c'era nessuno. Il fuoco colpiva soltanto la facciata e i due fianchi.

Ma era un fuoco d'inferno, una grandine di palle di piombo. Fuori spaccava i muri e sbriciolava le tegole. Dentro rompeva soffitti, mobili, persiane, porte. Buttava in aria schegge di legno, nuvole di calcinacci, pezzi di piatti e di vetri. Le palle fischiavano, rimbalzavano, spezzavano ogni cosa, con un rumore che spaccava la testa. Ogni tanto uno dei soldati che sparavano dalle finestre cadeva indietro sul pavimento e veniva trascinato da una parte. Alcuni barcollavano da una stanza all'altra, premendosi le mani sulle ferite. In cucina c'era già un morto, con la fronte spaccata. Il semicerchio dei nemici si stringeva.

A un certo punto il capitano, fino a quel momento impassibile, ha fatto un segno di inquietudine. È uscito a grandi passi dalla stanza, seguito da un sergente. Dopo tre minuti il sergente è tornato di corsa e ha chiamato il tamburino, facendogli segno di seguirlo. Il ragazzo l'ha seguito, correndo su per una scala di legno, ed è entrato con lui in una soffitta vuota. Là ha visto il capitano, che scriveva con una matita su un foglio, appoggiato alla finestrina. Ai suoi piedi, sul pavimento, c'era una corda da pozzo.

Il capitano ha ripiegato il foglio. Ha fissato il ragazzo negli occhi con le sue pupille grigie e fredde, davanti alle quali tutti i soldati tremavano. E ha detto bruscamente:

— Tamburino!

Il tamburino si è messo la mano alla visiera.

Il capitano ha detto:

— Tu hai del fegato.

Gli occhi del ragazzo hanno lampeggiato.

— Sì, signor capitano, — ha risposto.

— Guarda laggiù, — ha detto il capitano, spingendolo alla finestrina, — nella pianura, vicino alle case di Villafranca, dove luccicano le baionette. Là ci sono i nostri, fermi. Tu prendi questo biglietto, ti attacchi alla corda, scendi dalla finestrina. Corri giù per la discesa, attraversi i campi, arrivi fra i nostri. E dai il biglietto al primo ufficiale che vedi. Butta via il cinturino e lo zaino.

Il tamburino si è tolto il cinturino e lo zaino e si è messo il biglietto nella tasca sul petto. Il sergente ha gettato fuori la corda e ne ha tenuto un capo con due mani. Il capitano ha aiutato il ragazzo a passare per la finestrina, con la schiena rivolta verso la campagna.

— Attento, — gli ha detto, — la salvezza dei nostri soldati è nel tuo coraggio e nelle tue gambe.

— Si fidi di me, signor capitano, — ha risposto il tamburino, e si è calato fuori.

— Piegati nella discesa, — ha detto ancora il capitano, afferrando la corda insieme al sergente.

— Non si preoccupi.

— Dio ti aiuti.

In pochi momenti il tamburino è arrivato a terra. Il sergente ha tirato su la corda ed è sparito. Il capitano si è affacciato di scatto alla finestrina e ha visto il ragazzo che volava giù per la discesa.

Sperava già che fosse riuscito a fuggire senza essere visto. Ma cinque o sei piccole nuvole di polvere si sono alzate da terra, davanti e dietro al ragazzo. Così ha capito che gli Austriaci l'avevano visto e gli sparavano dalla cima della collina. Quelle piccole nuvole erano terra buttata in aria dalle palle. Ma il tamburino continuava a correre a tutta velocità. All'improvviso è caduto.

— Ucciso! — ha urlato il capitano, mordendosi il pugno.

Ma non aveva ancora finito di dirlo, quando ha visto il tamburino rialzarsi.

— Ah! Una caduta soltanto! — ha detto tra sé, e ha respirato.

Il tamburino, infatti, ha ripreso a correre con tutte le forze. Ma zoppicava.

— Una storta, — ha pensato il capitano.

Qualche nuvoletta di polvere si è alzata ancora qua e là intorno al ragazzo, ma sempre più lontano. Era salvo. Il capitano ha lanciato un grido di trionfo. Ma ha continuato a seguirlo con gli occhi, pieno di ansia, perché era questione di minuti. Il biglietto chiedeva aiuto immediato. Se il ragazzo non arrivava laggiù al più presto, tutti i suoi soldati sarebbero caduti uccisi. Oppure lui si sarebbe dovuto arrendere e diventare prigioniero con loro. Il ragazzo correva veloce per un tratto, poi rallentava zoppicando, poi riprendeva la corsa. Ma era sempre più stanco, e ogni tanto inciampava e si fermava.

— Forse una palla l'ha sfiorato, — ha pensato il capitano.

Osservava tutti i suoi movimenti, fremendo. Lo incitava e gli parlava, come se il ragazzo potesse sentirlo. Con gli occhi ardenti misurava senza riposo lo spazio tra il ragazzo che fuggiva e le armi che luccicavano laggiù. Luccicavano nella pianura, in mezzo ai campi di grano dorati dal sole. Intanto sentiva i fischi e il fracasso delle palle nelle stanze di sotto. Sentiva le grida di comando e di rabbia degli ufficiali e dei sergenti, i lamenti acuti dei feriti, i mobili e i calcinacci che crollavano.

— Su! Coraggio! — gridava, seguendo con lo sguardo il tamburino lontano. — Avanti! Corri! Si ferma, maledetto! Ah! Riprende la corsa.

Un ufficiale è venuto a dirgli, senza fiato, che i nemici agitavano un panno bianco, senza smettere di sparare. Volevano la resa.

— Non si risponda! — ha gridato il capitano, senza staccare lo sguardo dal ragazzo.

Il ragazzo era già nella pianura, ma non correva più. Sembrava che si trascinasse a fatica.

— Ma va'! Ma corri! — diceva il capitano, stringendo i denti e i pugni. — Ammazzati, muori, disgraziato, ma va'!

Poi ha lanciato un'orribile maledizione.

— Ah! Quel vigliacco, quel pigrone si è seduto!

Fino a quel momento, infatti, il capitano aveva visto la testa del ragazzo spuntare sopra un campo di grano. Ora era sparita, come se fosse caduto. Ma dopo un momento la sua testa è apparsa di nuovo. Alla fine si è persa dietro le siepi, e il capitano non l'ha visto più.

Allora è sceso di corsa. Le palle cadevano come una tempesta. Le stanze erano piene di feriti, e alcuni giravano su se stessi come ubriachi, aggrappandosi ai mobili. Le pareti e il pavimento erano macchiati di sangue. Alcuni cadaveri erano stesi attraverso le porte. Il tenente aveva il braccio destro spezzato da una palla. Il fumo e la polvere avvolgevano ogni cosa.

— Coraggio! Arrivano i soccorsi! Ancora un po' di coraggio!

Gli Austriaci si erano avvicinati ancora. Giù tra il fumo si vedevano i loro visi sconvolti. Tra il rumore degli spari si sentivano le loro grida selvagge: insultavano, chiedevano la resa, minacciavano di uccidere tutti. Qualche soldato, spaventato, si allontanava dalle finestre, e i sergenti lo spingevano di nuovo avanti. Ma la difesa sparava sempre meno, e si vedeva lo scoraggiamento su tutti i visi. Non era più possibile resistere a lungo. A un certo momento gli Austriaci hanno sparato meno, e una voce tonante ha gridato prima in tedesco, poi in italiano:

— Arrendetevi!

— No! — ha urlato il capitano da una finestra.

E gli spari sono ricominciati più fitti e più rabbiosi dalle due parti. Altri soldati sono caduti. Ormai più di una finestra era senza difensori. Il momento fatale era vicino. Il capitano gridava fra i denti, con voce spezzata:

— Non vengono! Non vengono!

E correva intorno furioso, stringendo la sciabola con la mano che tremava, deciso a morire. In quel momento un sergente è sceso dalla soffitta e ha lanciato un grido altissimo:

— Arrivano!

— Arrivano! — ha ripetuto il capitano con un grido di gioia.

A quel grido tutti, sani, feriti, sergenti, ufficiali, si sono lanciati alle finestre, e la resistenza è diventata di nuovo feroce. Pochi momenti dopo, tra i nemici si è notata come un'incertezza e un principio di disordine. Subito il capitano ha radunato un drappello nella stanza al piano terra. Con le baionette sui fucili, dovevano lanciarsi fuori. Poi è tornato di sopra di corsa. Era appena arrivato, quando hanno sentito un galoppo velocissimo e un urrà fortissimo. Dalle finestre hanno visto avanzare tra il fumo i cappelli a due punte dei carabinieri italiani. Era uno squadrone lanciato al galoppo. Le spade lampeggiavano nell'aria e cadevano sulle teste, sulle spalle, sulle schiene. Allora il drappello è uscito dalla porta con le baionette basse. I nemici hanno vacillato, hanno perso l'ordine, si sono voltati e sono fuggiti. Il terreno è rimasto libero, la casa era libera. Poco dopo due battaglioni di fanteria italiana e due cannoni occupavano la collina.

Il capitano, con i soldati che gli restavano, si è riunito al suo reggimento e ha combattuto ancora. È stato ferito leggermente alla mano sinistra da una palla che rimbalzava, nell'ultimo assalto alla baionetta.

La giornata è finita con la vittoria dei nostri.

Ma il giorno dopo si è ricominciato a combattere. Gli italiani, nonostante la loro coraggiosa resistenza, sono stati schiacciati dal numero troppo grande degli Austriaci. La mattina del ventisei hanno dovuto prendere tristemente la via della ritirata, verso il Mincio.

Il capitano, benché ferito, ha fatto la strada a piedi con i suoi soldati, stanchi e silenziosi. È arrivato a Goito, sul Mincio, alla fine del giorno. Subito ha cercato il suo tenente, che era stato raccolto con il braccio spezzato dalla nostra Ambulanza. Doveva essere arrivato là prima di lui. Gli hanno indicato una chiesa, dove avevano preparato in fretta un ospedale da campo. È andato là. La chiesa era piena di feriti, sistemati su due file di letti e di materassi stesi sul pavimento. Due medici e vari aiutanti andavano e venivano, affannati. Si sentivano grida soffocate e lamenti.

Appena entrato, il capitano si è fermato e si è guardato intorno, per cercare il suo ufficiale.

In quel momento ha sentito una voce debole, vicinissima, che lo chiamava:

— Signor capitano!

Si è voltato: era il tamburino.

Era steso su un letto da campo, coperto fino al petto da una ruvida tenda da finestra, a quadretti rossi e bianchi. Aveva le braccia fuori. Era pallido e dimagrito, ma i suoi occhi brillavano sempre, come due pietre preziose nere.

— Sei qui, tu? — gli ha chiesto il capitano, stupito ma brusco. — Bravo. Hai fatto il tuo dovere.

— Ho fatto il possibile, — ha risposto il tamburino.

— Sei stato ferito, — ha detto il capitano, cercando con gli occhi il suo ufficiale nei letti vicini.

— Che vuole! — ha detto il ragazzo.

Era fiero di essere stato ferito per la prima volta, e questo gli dava il coraggio di parlare. Altrimenti non avrebbe osato aprire bocca davanti a quel capitano.

— Ho corso tutto piegato, ma mi hanno visto subito. Arrivavo venti minuti prima, se non mi colpivano. Per fortuna ho trovato subito un capitano dello Stato Maggiore e gli ho dato il biglietto. Ma è stato brutto scendere dopo quella carezza! Morivo di sete, avevo paura di non arrivare più. Piangevo di rabbia a pensare che a ogni minuto di ritardo lassù moriva qualcuno. Basta, ho fatto quello che ho potuto. Sono contento. Ma guardi lei, con permesso, signor capitano: perde sangue.

Infatti dalla palma del capitano, fasciata male, colava giù per le dita qualche goccia di sangue.

— Vuole che le stringa io la fascia, signor capitano? Mi dia un momento la mano.

Il capitano ha dato la mano sinistra e ha allungato la destra per aiutare il ragazzo a sciogliere il nodo e a rifarlo. Ma il ragazzo si è appena sollevato dal cuscino ed è diventato pallido. Ha dovuto appoggiare di nuovo la testa.

— Basta, basta, — ha detto il capitano guardandolo, e ha ritirato la mano fasciata, che il ragazzo voleva trattenere. — Pensa a te stesso, invece di pensare agli altri. Perché anche le cose leggere, se si trascurano, possono diventare gravi.

Il tamburino ha scosso la testa.

— Ma tu, — gli ha detto il capitano, guardandolo attentamente, — devi aver perso molto sangue, per essere così debole.

— Perso molto sangue? — ha risposto il ragazzo con un sorriso. — Altro che sangue. Guardi.

E ha tirato via di colpo la coperta.

Il capitano ha fatto un passo indietro, inorridito.

Il ragazzo aveva una gamba sola. La gamba sinistra gli era stata amputata sopra il ginocchio. Quello che restava era fasciato con panni pieni di sangue.

In quel momento è passato un medico militare, piccolo e grasso, in maniche di camicia.

— Ah! Signor capitano, — ha detto rapidamente, indicandogli il tamburino, — ecco un caso sfortunato. Una gamba che si sarebbe salvata con niente, se lui non l'avesse sforzata in quel modo pazzo. Un'infiammazione maledetta: abbiamo dovuto tagliare subito. Oh, ma... un bravo ragazzo, glielo assicuro io. Non ha versato una lacrima, non ha fatto un grido! Mentre l'operavo, ero orgoglioso che fosse un ragazzo italiano, parola d'onore. Quello è di buona razza, perdio!

E se n'è andato di corsa.

Il capitano ha aggrottato le grandi sopracciglia bianche e ha guardato fisso il tamburino, coprendolo di nuovo con la coperta. Poi lentamente, quasi senza accorgersene, sempre fissandolo, ha alzato la mano alla testa e si è tolto il cheppì.

— Signor capitano! — ha esclamato il ragazzo, meravigliato. — Cosa fa, signor capitano? Per me!

Quel rude soldato non aveva mai detto una parola dolce a un inferiore. E allora ha risposto con una voce più affettuosa e dolce di quanto si possa dire:

— Io non sono che un capitano; tu sei un eroe.

Poi si è gettato con le braccia aperte sul tamburino e lo ha baciato tre volte sul cuore.

### L'amor di patria

*24, martedì.*

*Poiché il racconto del* Tamburino *ti ha scosso il cuore, questa mattina doveva esserti facile fare bene il tema d'esame:* Perché amate l'Italia. *Perché amo l'Italia? Non ti sono venute subito cento risposte?*

*Io amo l'Italia perché mia madre è italiana, perché il sangue nelle mie vene è italiano. Perché è italiana la terra dove sono sepolti i morti che mia madre piange e mio padre onora. Perché sono italiani la città dove sono nato, la lingua che parlo, i libri che mi educano. Perché sono italiani mio fratello, mia sorella, i miei compagni e il grande popolo in mezzo a cui vivo. Perché è italiana la bella natura che mi circonda. E tutto ciò che vedo, che amo, che studio, che ammiro è italiano.*

*Oh, tu non puoi ancora sentire del tutto questo affetto! Lo sentirai quando sarai un uomo. Tornerai da un lungo viaggio, dopo una lunga assenza. Una mattina ti affaccerai al parapetto della nave, e vedrai all'orizzonte le grandi montagne azzurre del tuo paese. Allora lo sentirai, in un'onda forte di tenerezza. Ti riempirà gli occhi di lacrime e ti strapperà un grido dal cuore. Lo sentirai in qualche grande città lontana. Passerai accanto a un operaio sconosciuto e sentirai una parola della tua lingua. Allora qualcosa nell'anima ti spingerà verso di lui, fra la folla sconosciuta. Lo sentirai quando uno straniero insulterà il tuo paese. Allora un'indignazione dolorosa e fiera ti farà salire il sangue alla fronte. Lo sentirai più violento e più fiero il giorno in cui un popolo nemico minaccerà la tua patria. Una tempesta di fuoco si alzerà su di lei. Vedrai fremere armi da ogni parte, e i giovani che corrono a migliaia. Vedrai i padri baciare i figli, dicendo: — Coraggio! — e le madri dire addio ai ragazzi, gridando: — Vincete!*

*Lo sentirai come una gioia divina, se avrai la fortuna di veder tornare nella tua città i reggimenti. Saranno ridotti di numero, stanchi, con i vestiti a pezzi, terribili, con lo splendore della vittoria negli occhi. Avranno le bandiere strappate dalle palle. Dietro di loro verrà una fila senza fine di valorosi, che alzeranno le teste fasciate e le braccia mutilate. Intorno, una folla pazza li coprirà di fiori, di benedizioni e di baci. Allora capirai l'amor di patria, allora sentirai la patria, Enrico.*

*La patria è una cosa così grande e sacra! Un giorno potrei vederti tornare salvo da una battaglia combattuta per lei. Salvo tu, che sei la mia carne e la mia anima. Io, tuo padre, ti accolgo con un grido di gioia quando torni da scuola. Ma se sapessi che sei vivo perché ti sei nascosto alla morte, ti accoglierei con un singhiozzo di angoscia. Non potrei amarti mai più, e morirei con quel pugnale nel cuore.*

Tuo Padre

### Invidia

*25, mercoledì.*

Anche il tema sulla patria l'ha fatto meglio di tutti Derossi. E Votini, che era sicuro della prima medaglia! Io vorrei bene a Votini, anche se è un po' vanitoso e si liscia troppo. Ma ora che sono suo vicino di banco, mi dà fastidio vedere com'è invidioso di Derossi. Vorrebbe gareggiare con lui e studia, ma non ce la fa in nessun modo. L'altro è dieci volte più bravo in tutte le materie, e Votini si morde le dita. Anche Carlo Nobis lo invidia. Ma ha tanta superbia che, proprio per superbia, non lo fa vedere. Votini invece si tradisce. A casa si lamenta dei voti e dice che il maestro è ingiusto. Quando Derossi risponde alle domande così pronto e così bene, come fa sempre, lui si fa scuro in viso. Abbassa la testa, finge di non sentire, o si sforza di ridere, ma è un riso amaro. Tutti lo sanno. Perciò, quando il maestro loda Derossi, tutti si voltano a guardare Votini, che si rode dalla rabbia. E il muratorino gli fa il muso di lepre.

Stamattina, per esempio, gli è andata male. Il maestro è entrato in classe e ha annunciato il risultato dell'esame:

— Derossi, dieci decimi e la prima medaglia.

Votini ha fatto un grande starnuto. Il maestro lo ha guardato: non ci voleva molto a capire.

— Votini, — gli ha detto, — non lasciatevi entrare in corpo il serpente dell'invidia. È un serpente che rode il cervello e corrompe il cuore.

Tutti lo hanno guardato, tranne Derossi. Votini voleva rispondere, ma non ha potuto. È rimasto come di pietra, con il viso bianco. Poi, mentre il maestro faceva lezione, si è messo a scrivere a grandi lettere su un foglietto:

*Io non sono invidioso di quelli che guadagnano la prima medaglia con le protezioni e le ingiustizie.*

Era un biglietto che voleva mandare a Derossi. Ma intanto vedevo che i vicini di Derossi stavano preparando qualcosa, parlandosi all'orecchio. Uno ritagliava con il temperino una grande medaglia di carta, su cui avevano disegnato un serpente nero. Anche Votini se n'è accorto. Il maestro è uscito per pochi minuti. Subito i vicini di Derossi si sono alzati per uscire dal banco. Volevano andare a presentare solennemente la medaglia di carta a Votini. Tutta la classe si preparava a una scena. Votini tremava già tutto. Derossi ha gridato:

— Datela a me!

— Sì, meglio, — hanno risposto quelli. — Sei tu che gliela devi portare.

Derossi ha preso la medaglia e l'ha fatta in tanti pezzetti. In quel momento il maestro è rientrato e ha ripreso la lezione. Io tenevo d'occhio Votini: era diventato rosso come il fuoco. Ha preso il foglietto adagio adagio, come per distrazione. L'ha appallottolato di nascosto, se l'è messo in bocca, l'ha masticato un poco, e poi l'ha sputato sotto il banco. All'uscita da scuola, passando davanti a Derossi, Votini, un po' confuso, ha lasciato cadere la carta assorbente. Derossi, gentile, l'ha raccolta, gliel'ha messa nello zaino e l'ha aiutato ad agganciare la cinghia. Votini non ha osato alzare la testa.

### La madre di Franti

*28, sabato*

Ma Votini non si corregge mai. Ieri, alla lezione di religione, c'era anche il Direttore. Il maestro ha chiesto a Derossi se sapeva a memoria quelle due strofette del libro di lettura: *dovunque il guardo io giro, Immenso Iddio ti vedo.* Derossi ha risposto di no, e Votini subito:

— Io le so!

Lo ha detto con un sorriso, come per fare un dispetto a Derossi. Ma il dispetto l'ha avuto lui, perché non ha potuto recitare la poesia. All'improvviso, infatti, è entrata in classe la madre di Franti. Era senza fiato, con i capelli grigi in disordine, tutta bagnata di neve. Spingeva avanti il figlio, che è stato sospeso dalla scuola per otto giorni. Che scena triste abbiamo dovuto vedere! La povera donna si è gettata quasi in ginocchio davanti al Direttore, con le mani giunte, e lo supplicava:

— Oh, signor Direttore, mi faccia la grazia, riprenda il ragazzo a scuola! Sono tre giorni che è a casa, l'ho tenuto nascosto. Ma Dio non voglia che suo padre lo scopra: lo ammazza! Abbia pietà, non so più come fare! La prego con tutta l'anima!

Il Direttore ha cercato di accompagnarla fuori. Ma lei ha resistito, sempre pregando e piangendo.

— Oh! Se sapesse quanto mi ha fatto soffrire questo figlio, avrebbe compassione! Mi faccia la grazia! Io spero che cambierà. Io non vivrò ancora a lungo, signor Direttore, ho la morte qui. Ma vorrei vederlo cambiato prima di morire, perché... — e ha cominciato a piangere forte, — è mio figlio, gli voglio bene, morirei disperata! Me lo riprenda ancora una volta, signor Direttore. Lo faccia perché non succeda una disgrazia in famiglia. Lo faccia per pietà di una povera donna!

E si è coperta il viso con le mani, singhiozzando. Franti teneva il viso basso, impassibile. Il Direttore lo ha guardato, è rimasto un po' a pensare, poi ha detto:

— Franti, va' al tuo posto.

Allora la donna ha tolto le mani dal viso, tutta consolata. Ha cominciato a dire grazie, grazie, senza lasciar parlare il Direttore. Si è avviata verso la porta asciugandosi gli occhi, e diceva in fretta:

— Figlio mio, mi raccomando. Abbiano pazienza tutti. Grazie, signor Direttore, ha fatto un'opera di carità. Buono, sai, figlio mio. Buongiorno, ragazzi. Grazie, arrivederla, signor maestro. E scusino tanto una povera mamma.

Dalla porta ha dato ancora un'occhiata supplichevole a suo figlio. Poi se n'è andata, raccogliendo lo scialle che strisciava per terra, pallida, curva, con la testa che tremava. L'abbiamo sentita ancora tossire giù per le scale. Il Direttore ha guardato fisso Franti, nel silenzio della classe, e gli ha detto con una voce che faceva tremare:

— Franti, tu uccidi tua madre!

Tutti si sono voltati a guardare Franti. E quel malvagio ha sorriso.

### Speranza

*29, domenica*

*Bello, Enrico, lo slancio con cui ti sei gettato sul cuore di tua madre, tornando dalla lezione di religione. Sì, il maestro ti ha detto cose grandi e consolanti. Dio, che ci ha gettati l'uno nelle braccia dell'altro, non ci separerà per sempre. Quando io morirò, quando morirà tuo padre, non ci diremo quelle parole terribili e disperate: — mamma, babbo, Enrico, non ti vedrò mai più! — Noi ci rivedremo in un'altra vita. Là chi ha molto sofferto in questa vita sarà ricompensato. Là chi ha molto amato sulla terra ritroverà le anime che ha amato. Sarà un mondo senza colpe, senza pianto e senza morte.*

*Ma dobbiamo diventarne degni, tutti, di quell'altra vita. Senti, figlio mio: ogni tua azione buona è come uno slancio verso l'alto, verso quel mondo. Così è ogni tuo gesto d'affetto per chi ti ama, ogni tuo atto gentile per i tuoi compagni, ogni tuo pensiero buono. E ti solleva verso quel mondo anche ogni disgrazia, ogni dolore. Perché ogni dolore paga una colpa, ogni lacrima cancella una macchia. Ogni giorno proponiti di essere più buono e più affettuoso del giorno prima. Di' ogni mattina: oggi voglio fare qualcosa che la mia coscienza lodi e che faccia contento mio padre. Qualcosa che mi faccia voler bene da questo o da quel compagno, dal maestro, da mio fratello o da altri. E chiedi a Dio la forza di fare ciò che hai deciso. Signore, io voglio essere buono, nobile, coraggioso, gentile, sincero: aiutatemi. Ogni sera mia madre mi dà l'ultimo saluto. Fate che allora io possa dirle: stasera baci un ragazzo più onesto e più degno di quello di ieri.*

*Pensa sempre a quell'altro Enrico, più che umano e felice, che potrai essere dopo questa vita. E prega. Tu non puoi immaginare che dolcezza prova una madre, quando vede il suo bambino con le mani giunte. Quanto si sente migliore! Quando ti vedo pregare, mi sembra impossibile che nessuno ti guardi e ti ascolti. Allora credo più fermamente in una bontà suprema e in una pietà infinita. Ti amo di più, lavoro con più ardore, soffro con più forza. Perdono con tutta l'anima e penso alla morte con serenità. Oh Dio grande e buono! Sentire di nuovo, dopo la morte, la voce di mia madre, ritrovare i miei bambini, rivedere il mio Enrico! Stringere il mio Enrico benedetto e immortale in un abbraccio che non si scioglierà mai più, mai più in eterno! Oh, prega, preghiamo, amiamoci, siamo buoni. Portiamo quella speranza celeste nell'anima, adorato figlio mio.*

Tua Madre

### Glossario

- **il supplente**: il maestro che sostituisce un altro maestro.
- **sgridava**: diceva con voce severa a qualcuno che ha fatto male.
- **uncino**: un gancio curvo; un naso a uncino è curvo come un gancio.
- **i francobolli**: i piccoli pezzi di carta che si incollano sulle lettere per spedirle.
- **la lotteria**: un gioco in cui si compra un numero e si può vincere un premio.
- **masticata**: schiacciata a lungo con i denti.
- **scuoteva**: muoveva con forza avanti e indietro.
- **rimproverare**: dire a qualcuno con parole severe che ha fatto male.
- **i vigliacchi**: le persone senza coraggio.
- **sfacciati**: senza vergogna, pronti a osare troppo.
- **rilegare**: unire le pagine di un libro e mettere loro una copertina resistente.
- **spolvera**: toglie la polvere.
- **sfoglia**: gira le pagine una dopo l'altra.
- **le rilegature**: le copertine e il modo in cui le pagine di un libro sono unite.
- **soffiando**: mandando fuori l'aria dalla bocca.
- **custodisce**: tiene con grande cura, come una cosa preziosa.
- **tozzo**: basso e largo.
- **socchiudeva**: chiudeva a metà.
- **ruvide**: dure e poco delicate.
- **imbronciata**: scura e poco contenta, come quella di chi è offeso.
- **mi mette soggezione**: mi fa sentire timido e pieno di rispetto davanti a lui.
- **La riverisco**: un saluto molto rispettoso, che si usa con le persone adulte e importanti.
- **disonorare**: far perdere a qualcuno l'onore e il buon nome.
- **rotolare**: cadere girando su se stesso.
- **rosicchia**: mangia a piccoli morsi.
- **ricuce**: cuce di nuovo.
- **riattacca**: attacca di nuovo.
- **arrotolate**: piegate più volte su se stesse.
- **un'unghiata**: un graffio fatto con un'unghia.
- **sottosopra**: in grande disordine.
- **gobbino**: un piccolo gobbo, un ragazzo con la schiena curva.
- **il carro funebre**: il carro che porta il morto alla chiesa o alla tomba.
- **addolorata**: piena di dolore, molto triste.
- **i corazzieri**: soldati alti e forti che fanno la guardia al re.
- **la visiera**: la parte del berretto che sporge sopra gli occhi.
- **il petardo**: un piccolo oggetto che scoppia con un forte rumore.
- **il quadrato**: un gruppo di soldati disposti in forma di quadrato per difendersi.
- **il semicerchio**: la metà di un cerchio.
- **hai del fegato**: hai coraggio, non hai paura del pericolo.
- **le baionette**: lame lunghe e sottili che i soldati fissano sul fucile.
- **il cinturino**: la cintura che il soldato porta sopra la divisa.
- **afferrando**: prendendo con forza.
- **mordendosi**: stringendosi tra i denti.
- **rialzarsi**: alzarsi di nuovo dopo una caduta.
- **zoppicava**: camminava male, appoggiando poco una gamba.
- **una storta**: un movimento sbagliato del piede che fa male alla caviglia.
- **arrendere**: «arrendersi» vuol dire smettere di combattere e consegnarsi al nemico.
- **zoppicando**: camminando male, appoggiando poco una gamba.
- **sfiorato**: toccato appena, passando vicino.
- **fremendo**: tremando per una forte emozione.
- **incitava**: spingeva ad andare avanti con la voce.
- **luccicavano**: brillavano alla luce.
- **la resa**: quando chi combatte smette di combattere e si consegna al nemico.
- **il drappello**: un piccolo gruppo di soldati.
- **il galoppo**: la corsa più veloce del cavallo.
- **lo squadrone**: un grande gruppo di soldati a cavallo.
- **la ritirata**: quando un esercito lascia il campo di battaglia e torna indietro.
- **l'ospedale da campo**: l'ospedale dei soldati vicino alla battaglia.
- **quella carezza**: il tamburino parla con ironia: la «carezza» è il colpo della palla.
- **il cheppì**: il cappello rigido dei militari.
- **rode**: consuma a poco a poco, come i denti di un topo; chi si rode soffre dentro di sé.
- **adagio**: piano, lentamente.
- **la carta assorbente**: una carta che asciuga l'inchiostro fresco.

## Febbraio

### Una medaglia ben data

*4, sabato*

Questa mattina è venuto a dare le medaglie il Sovrintendente scolastico, un signore con la barba bianca, vestito di nero. È entrato con il Direttore, poco prima del finis, e si è seduto accanto al maestro. Ha interrogato parecchi ragazzi, poi ha dato la prima medaglia a Derossi. Prima di dare la seconda, è rimasto qualche momento ad ascoltare il maestro e il Direttore, che gli parlavano a voce bassa. Tutti si chiedevano:

— A chi darà la seconda?

Il Sovrintendente ha detto a voce alta:

— La seconda medaglia l'ha meritata questa settimana l'alunno Pietro Precossi. L'ha meritata per i lavori di casa, per le lezioni, per la calligrafia, per la condotta, per tutto.

Tutti si sono voltati a guardare Precossi, e si vedeva che ne erano tutti contenti. Precossi si è alzato, così confuso che non sapeva più dove si trovava.

— Vieni qua, — ha detto il Sovrintendente.

Precossi è saltato giù dal banco ed è andato accanto al tavolino del maestro. Il Sovrintendente ha guardato con attenzione quel visino color cera. Ha guardato quel piccolo corpo chiuso in quei vestiti arrotolati e non adatti a lui. Ha guardato quegli occhi buoni e tristi che evitavano i suoi, ma lasciavano indovinare una storia di sofferenze. Poi gli ha attaccato la medaglia alla spalla e gli ha detto con voce piena di affetto:

— Precossi, ti do la medaglia. Nessuno è più degno di te di portarla. Non la do soltanto alla tua intelligenza e alla tua buona volontà. La do al tuo cuore, al tuo coraggio, al tuo carattere di bravo e buon figlio. Non è vero, — ha aggiunto, voltandosi verso la classe, — che la merita anche per questo?

— Sì, sì, — hanno risposto tutti insieme.

Precossi ha mosso il collo come per inghiottire qualcosa. Poi ha guardato i banchi con uno sguardo dolcissimo, pieno di una gratitudine immensa.

— Va', dunque, — gli ha detto il Sovrintendente, — caro ragazzo! E Dio ti protegga!

Era l'ora di uscire. La nostra classe è uscita prima delle altre. Appena siamo fuori dalla porta... chi vediamo lì nel camerone, proprio all'entrata? Il padre di Precossi, il fabbro ferraio. Era pallido come al solito, con il viso cupo, i capelli negli occhi, il berretto storto, e non si reggeva bene sulle gambe. Il maestro lo ha visto subito e ha parlato all'orecchio del Sovrintendente. Questi ha cercato Precossi in fretta, l'ha preso per mano e l'ha portato da suo padre. Il ragazzo tremava. Anche il maestro e il Direttore si sono avvicinati, e molti ragazzi si sono messi intorno.

— Lei è il padre di questo ragazzo, vero? — ha chiesto il Sovrintendente al fabbro, con aria allegra, come se fossero amici.

E senza aspettare la risposta:

— Mi rallegro con lei. Guardi: ha guadagnato la seconda medaglia, su cinquantaquattro compagni. L'ha meritata nel tema, nell'aritmetica, in tutto. È un ragazzo pieno di intelligenza e di buona volontà, che farà molta strada. È un bravo ragazzo, amato e stimato da tutti. Lei può esserne orgoglioso, glielo assicuro.

Il fabbro aveva ascoltato con la bocca aperta. Ha guardato fisso il Sovrintendente e il Direttore. Poi ha fissato suo figlio, che gli stava davanti con gli occhi bassi, tremando. Sembrava che ricordasse e capisse per la prima volta tutto quello che aveva fatto soffrire a quel povero piccolo. Sembrava capire tutta la bontà e la costanza eroica con cui il ragazzo aveva sofferto. Sul suo viso si è vista a un tratto una certa meraviglia stupida, poi un dolore cupo, infine una tenerezza violenta e triste. Con un gesto rapido ha afferrato la testa del ragazzo e se l'è stretta al petto. Noi gli siamo passati tutti davanti. Io ho invitato Precossi a venire a casa giovedì, con Garrone e Crossi. Altri lo hanno salutato. Chi gli faceva una carezza, chi gli toccava la medaglia, tutti gli hanno detto qualcosa. E il padre guardava stupito, sempre stringendosi al petto la testa del figlio, che singhiozzava.

### Buoni propositi

*5, domenica*

Quella medaglia data a Precossi mi ha fatto sentire un rimorso. Io non ne ho ancora guadagnata nessuna! Da un po' di tempo non studio, e sono scontento di me. E sono scontenti anche il maestro, mio padre e mia madre. Non provo più nemmeno il piacere di prima a divertirmi. Prima lavoravo con voglia, poi saltavo su dal tavolino e correvo ai miei giochi pieno di allegria. Sembrava che non giocassi da un mese. Neanche a tavola con i miei mi siedo più contento come una volta. Ho sempre come un'ombra nell'anima, una voce dentro che mi dice continuamente: non va, non va. La sera vedo passare nella piazza tanti ragazzi che tornano dal lavoro, in mezzo a gruppi di operai. Sono tutti stanchi ma allegri, e allungano il passo, impazienti di arrivare a casa a mangiare. Parlano forte, ridono e si battono sulle spalle le mani nere di carbone o bianche di calce. Penso che hanno lavorato dall'alba fino a quell'ora. Con loro ci sono tanti altri ancora più piccoli. Sono stati tutto il giorno in cima ai tetti, davanti ai forni, in mezzo alle macchine, nell'acqua e sotto terra. Hanno mangiato solo un po' di pane. E io provo quasi vergogna, perché in tutto quel tempo ho soltanto scarabocchiato di malavoglia quattro paginette. Ah, sono scontento, scontento! Vedo bene che mio padre è di cattivo umore. Vorrebbe dirmelo, ma gli dispiace, e aspetta ancora. Caro padre mio, che lavori tanto! Tutto è tuo, tutto quello che vedo intorno a me in casa, tutto quello che tocco. Tutto quello che mi veste e mi nutre, tutto quello che mi insegna e mi diverte. Tutto è frutto del tuo lavoro, e io non lavoro. Tutto ti è costato pensieri, rinunce, dispiaceri, fatiche, e io non faccio fatica! Ah no, è troppo ingiusto e mi fa troppa pena. Voglio cominciare da oggi. Voglio mettermi a studiare come Stardi, con i pugni chiusi e i denti stretti. Voglio mettermici con tutte le forze della mia volontà e del mio cuore. Voglio vincere il sonno la sera, saltare giù presto la mattina, far lavorare il cervello senza riposo. Voglio frustare la pigrizia senza pietà, faticare, anche soffrire, anche ammalarmi. Ma voglio finirla una buona volta con questa vitaccia debole e svogliata, che avvilisce me e rattrista gli altri. Coraggio, al lavoro! Al lavoro con tutta l'anima e con tutti i nervi! Al lavoro, che mi renderà dolce il riposo, piacevoli i giochi, allegro il pranzo. Al lavoro, che mi ridarà il buon sorriso del mio maestro e il bacio benedetto di mio padre.

### Il vaporino

*10, venerdì*

Ieri Precossi è venuto a casa con Garrone. Credo che due figli di principi non sarebbero stati accolti con più festa. Garrone veniva per la prima volta, perché è un po' orso. E poi si vergogna a farsi vedere, perché è così grande e fa ancora la terza. Quando hanno suonato, siamo andati tutti ad aprire la porta. Crossi non è venuto, perché finalmente è arrivato suo padre dall'America, dopo sei anni. Mia madre ha subito baciato Precossi. Mio padre le ha presentato Garrone, dicendo:

— Ecco qui. Questo non è soltanto un buon ragazzo. Questo è un galantuomo e un gentiluomo.

E lui ha abbassato la sua grossa testa rasata, sorridendo di nascosto con me. Precossi aveva la sua medaglia. Era contento perché suo padre si è rimesso a lavorare e da cinque giorni non beve più. Lo vuole sempre nell'officina a tenergli compagnia, e sembra un altro. Ci siamo messi a giocare e io ho tirato fuori tutte le mie cose. Precossi è rimasto incantato davanti al trenino, con la locomotiva che va da sola, se le dai la carica. Non ne aveva mai visto uno. Divorava con gli occhi quei vagoncini rossi e gialli. Gli ho dato la chiavetta per giocare. Si è inginocchiato a giocare e non ha più alzato la testa. Non l'avevo mai visto così contento. Diceva sempre: — Scusami, scusami, — a ogni momento, e ci teneva lontani con le mani, perché non fermassimo la locomotiva. Poi prendeva e rimetteva i vagoncini con mille attenzioni, come se fossero di vetro. Aveva paura di appannarli con il fiato. Li ripuliva, li guardava sotto e sopra e sorrideva da solo. Noi, tutti in piedi, lo guardavamo. Guardavamo quel collo sottile, quelle povere orecchie piccole che un giorno avevo visto sanguinare. Guardavamo quella giacca grande con le maniche arrotolate, da cui uscivano due braccine di malato. Quante volte si erano alzate per difendere il viso dai colpi! Oh! In quel momento gli avrei gettato ai piedi tutti i miei giocattoli e tutti i miei libri. Mi sarei strappato di bocca l'ultimo pezzo di pane per darlo a lui. Mi sarei spogliato per vestirlo. Mi sarei buttato in ginocchio per baciargli le mani.

— Almeno il treno glielo voglio dare, — ho pensato.

Ma bisognava chiedere il permesso a mio padre. In quel momento ho sentito che mi mettevano un pezzetto di carta in mano. Ho guardato: l'aveva scritto mio padre con la matita. Diceva:

— A Precossi piace il tuo treno. Lui non ha giocattoli. Il tuo cuore non ti suggerisce niente?

Subito ho preso con le due mani la locomotiva e i vagoni, e gli ho messo ogni cosa tra le braccia, dicendogli:

— Prendilo, è tuo.

Lui mi ha guardato, non capiva.

— È tuo, — ho detto, — te lo regalo.

Allora ha guardato mio padre e mia madre, ancora più stupito, e mi ha chiesto:

— Ma perché?

Mio padre gli ha detto:

— Te lo regala Enrico perché è tuo amico, perché ti vuole bene... per festeggiare la tua medaglia.

Precossi ha chiesto timidamente:

— Devo portarlo via... a casa?

— Ma certo! — abbiamo risposto tutti.

Era già sulla porta e non osava ancora andarsene. Era felice! Chiedeva scusa, con la bocca che tremava e rideva. Garrone lo ha aiutato ad avvolgere il treno nel fazzoletto. Mentre si chinava, ha fatto scricchiolare i grissini che gli riempivano le tasche.

— Un giorno, — mi ha detto Precossi, — verrai all'officina a vedere mio padre che lavora. Ti darò dei chiodi.

Mia madre ha messo un mazzolino di fiori nell'occhiello della giacca di Garrone, perché lo portasse a sua mamma da parte sua. Garrone le ha detto con il suo vocione:

— Grazie.

Non ha alzato il mento dal petto. Ma tutta la sua anima nobile e buona gli brillava negli occhi.

### Superbia

*11, sabato*

E pensare che Carlo Nobis si pulisce la manica con un gesto esagerato quando Precossi lo tocca passando! Quel ragazzo è la superbia in persona, perché suo padre è ricchissimo. Ma anche il padre di Derossi è ricco! Nobis vorrebbe un banco tutto per sé, ha paura che tutti lo sporchino. Guarda tutti dall'alto in basso e ha sempre un sorriso di disprezzo sulle labbra. Guai a urtargli un piede quando si esce in fila a due a due! Per niente ti butta in faccia una parola offensiva, o minaccia di far venire a scuola suo padre. Eppure suo padre gli ha dato una bella lezione, quando ha chiamato straccione il figlio del carbonaio! Non ho mai visto un ragazzo così superbo! Nessuno gli parla, nessuno lo saluta quando si esce. Non c'è un cane che gli suggerisca, quando non sa la lezione. E lui non sopporta nessuno. Finge di disprezzare soprattutto Derossi, perché è il primo, e Garrone, perché tutti gli vogliono bene. Ma Derossi non lo guarda nemmeno. E Garrone, quando gli hanno riferito che Nobis parlava male di lui, ha risposto:

— Ha una superbia così stupida che non merita nemmeno i miei schiaffi.

Anche Coretti, un giorno che Nobis sorrideva con disprezzo del suo berretto di pelo di gatto, gli ha detto:

— Va' un po' da Derossi a imparare a fare il signore!

Ieri si è lamentato con il maestro perché il calabrese gli ha toccato una gamba con il piede. Il maestro ha chiesto al calabrese:

— L'hai fatto apposta?

— No, signore, — ha risposto lui sinceramente.

E il maestro:

— Siete troppo permaloso, Nobis.

E Nobis, con quella sua aria:

— Lo dirò a mio padre.

Allora il maestro si è arrabbiato:

— Vostro padre vi darà torto, come ha fatto altre volte. E poi a scuola soltanto il maestro giudica e punisce.

Poi ha aggiunto con dolcezza:

— Andiamo, Nobis, cambiate modi, siate buono e gentile con i vostri compagni. Vedete, ci sono figli di operai e di signori, ricchi e poveri. Tutti si vogliono bene e si trattano da fratelli, come sono. Perché non fate anche voi come gli altri? Vi costerebbe così poco farvi voler bene da tutti, e sareste molto più contento anche voi!... Ebbene, non avete niente da rispondermi?

Nobis, che aveva ascoltato con il suo solito sorriso di disprezzo, ha risposto freddamente:

— No, signore.

— Sedetevi, — gli ha detto il maestro. — Mi fate pena. Siete un ragazzo senza cuore.

Sembrava tutto finito così. Ma il muratorino, che è nel primo banco, ha voltato la sua faccia tonda verso Nobis, che è nell'ultimo. E gli ha fatto un muso di lepre così bello e così buffo che tutta la classe è scoppiata a ridere. Il maestro lo ha sgridato. Ma ha dovuto mettersi una mano sulla bocca per nascondere il riso. Anche Nobis ha fatto un riso, ma di quello che non si cuoce.

### I feriti del lavoro

*13, lunedì*

Nobis è proprio come Franti. Questa mattina è passata sotto i nostri occhi una scena terribile, e nessuno dei due si è commosso. Dopo la scuola ero con mio padre e guardavo certi monelli della seconda. Si buttavano in ginocchio per terra e strofinavano il ghiaccio con i mantelli e i berretti, per scivolare più veloci. In quel momento abbiamo visto arrivare dal fondo della strada una folla di gente, a passo svelto. Erano tutti seri e come spaventati, e parlavano a voce bassa. In mezzo c'erano tre guardie municipali, e dietro alle guardie due uomini che portavano una barella. I ragazzi sono corsi da ogni parte. La folla avanzava verso di noi. Sulla barella era steso un uomo, bianco come un cadavere, con la testa piegata su una spalla. Aveva i capelli in disordine e pieni di sangue, e perdeva sangue dalla bocca e dalle orecchie. Accanto alla barella camminava una donna con un bambino in braccio. Sembrava pazza, e ogni tanto gridava:

— È morto! È morto! È morto!

Dietro alla donna veniva un ragazzo, con la cartella sotto il braccio, che singhiozzava.

— Che cosa è successo? — ha chiesto mio padre.

Un uomo vicino ha risposto che era un muratore, caduto da un quarto piano mentre lavorava. Quelli che portavano la barella si sono fermati un momento. Molti hanno voltato il viso, inorriditi. Ho visto la maestrina della penna rossa che sosteneva la mia maestra di prima superiore, quasi svenuta. Nello stesso momento ho sentito un colpetto al gomito. Era il muratorino, pallido, che tremava dalla testa ai piedi. Certo pensava a suo padre. Anch'io ci ho pensato. Io almeno, quando sono a scuola, sono tranquillo. So che mio padre è a casa, seduto al tavolino, lontano da ogni pericolo. Ma quanti miei compagni pensano che i loro padri lavorano su un'impalcatura altissima, o vicino alle ruote di una macchina! E pensano che un gesto, un passo falso può costare loro la vita! Sono come tanti figli di soldati, che hanno i padri in battaglia. Il muratorino guardava, guardava, e tremava sempre di più. Mio padre se n'è accorto e gli ha detto:

— Vattene a casa, ragazzo. Va' subito da tuo padre, lo troverai sano e tranquillo. Va'!

Il muratorino se n'è andato, voltandosi indietro a ogni passo. Intanto la folla si è rimessa in moto. La donna gridava, e faceva male all'anima sentirla:

— È morto! È morto! È morto!

— No, no, non è morto, — le dicevano da tutte le parti.

Ma lei non li ascoltava e si strappava i capelli. A un tratto ho sentito una voce indignata:

— Tu ridi!

Nello stesso momento ho visto un uomo con la barba che guardava in faccia Franti, il quale sorrideva ancora. Allora l'uomo gli ha fatto cadere il berretto a terra con uno schiaffo, dicendo:

— Togliti il berretto, disgraziato, quando passa un ferito del lavoro!

La folla era già passata tutta. In mezzo alla strada si vedeva una lunga striscia di sangue.

### Il prigioniero

*17, venerdì*

Ah! Questo è certamente il fatto più strano di tutto l'anno! Ieri mattina mio padre mi ha portato nei dintorni di Moncalieri. Voleva vedere una villa da affittare per la prossima estate, perché quest'anno non andiamo più a Chieri. Le chiavi le aveva un maestro, che fa da segretario al padrone. Lui ci ha fatto vedere la casa, e poi ci ha portato nella sua camera e ci ha dato da bere. Sul tavolino, in mezzo ai bicchieri, c'era un calamaio di legno, di forma conica, scolpito in un modo strano. Il maestro ha visto che mio padre lo guardava e gli ha detto:

— Quel calamaio lì è prezioso per me. Se sapesse, signore, la storia di quel calamaio!

E l'ha raccontata. Anni fa era maestro a Torino, e per tutto un inverno è andato a fare lezione ai prigionieri, nelle Carceri giudiziarie. Faceva lezione nella chiesa delle carceri, un edificio rotondo. Tutto intorno, nei muri alti e nudi, ci sono tante finestrine quadrate, chiuse da due sbarre di ferro incrociate. Dietro ogni finestrina c'è una cella piccolissima. Lui faceva lezione camminando per la chiesa fredda e buia. I suoi scolari stavano affacciati a quei buchi, con i quaderni contro le sbarre. Si vedevano soltanto i visi nell'ombra. Erano visi magri e cupi, barbe grigie in disordine, occhi fissi di assassini e di ladri. Fra gli altri ce n'era uno, al numero 78, che stava più attento di tutti e studiava molto. Guardava il maestro con gli occhi pieni di rispetto e di gratitudine. Era un giovane con la barba nera, più sfortunato che cattivo. Era un ebanista. In un momento di rabbia aveva lanciato una pialla contro il suo padrone, che da tempo lo perseguitava. Lo aveva ferito mortalmente alla testa. Per questo era stato condannato a vari anni di prigione. In tre mesi aveva imparato a leggere e a scrivere. Leggeva continuamente, e più imparava, più sembrava diventare buono e pentito del suo delitto. Un giorno, alla fine della lezione, ha fatto segno al maestro di avvicinarsi alla finestrina. Gli ha annunciato con tristezza che la mattina dopo sarebbe partito da Torino. Doveva andare a finire la sua pena nelle carceri di Venezia. Gli ha detto addio, e lo ha pregato con voce umile e commossa di lasciarsi toccare la mano. Il maestro gli ha dato la mano, e lui l'ha baciata. Poi ha detto:

— Grazie! Grazie!

Ed è sparito. Il maestro ha ritirato la mano: era bagnata di lacrime. Da quel giorno non l'ha più visto. Sono passati sei anni.

— Pensavo a tutt'altro che a quel disgraziato, — ha detto il maestro. — Ma l'altro ieri mattina mi vedo arrivare a casa uno sconosciuto. Aveva una gran barba nera, già un po' grigia, ed era vestito male. Mi dice: «È lei, signore, il maestro tale dei tali?» Io gli chiedo: «Chi siete?» E lui mi risponde: «Sono il carcerato del numero 78. Lei mi ha insegnato a leggere e a scrivere, sei anni fa. Se si ricorda, all'ultima lezione mi ha dato la mano. Ora ho finito la mia pena e sono qui... a pregarla di farmi la grazia di accettare un mio ricordo. È una piccola cosa che ho lavorato in prigione. La vuole accettare in mia memoria, signor maestro?» Io sono rimasto lì senza parole. Lui ha creduto che non volessi accettare. Mi ha guardato come per dire: «Sei anni di sofferenze non sono dunque bastati a pulirmi le mani!» Ma il suo sguardo era così pieno di dolore, che ho subito teso la mano e ho preso l'oggetto. Eccolo qui.

Abbiamo guardato attentamente il calamaio. Sembrava lavorato con la punta di un chiodo, con una pazienza lunghissima. C'era scolpita una penna attraverso un quaderno, e intorno c'era scritto: *Al mio maestro. — Ricordo del numero 78 — Sei anni!* E sotto, in lettere piccole: *Studio e speranza....* Il maestro non ha detto altro, e noi siamo andati via. Ma per tutto il viaggio da Moncalieri a Torino non riuscivo a togliermi dalla testa quel prigioniero affacciato alla finestrina. Pensavo a quell'addio al maestro, a quel povero calamaio lavorato in prigione, che diceva tante cose. L'ho sognato di notte, e ci pensavo ancora questa mattina... Quanto ero lontano dall'immaginare la sorpresa che mi aspettava a scuola!

Appena entrato nel mio nuovo banco, accanto a Derossi, ho scritto il problema di aritmetica dell'esame mensile. Poi ho raccontato al mio compagno tutta la storia del prigioniero e del calamaio. Gli ho detto come era fatto il calamaio, con la penna attraverso il quaderno, e quella scritta intorno: *Sei anni!* Derossi ha fatto un salto a quelle parole. Ha cominciato a guardare ora me, ora Crossi, il figlio dell'erbivendola, che era nel banco davanti. Crossi ci voltava la schiena, tutto preso dal suo problema.

— Zitto! — ha detto poi Derossi a bassa voce, prendendomi per un braccio. — Non sai? L'altro ieri Crossi mi ha detto una cosa. Suo padre è tornato dall'America, e lui gli ha visto in mano per un momento un calamaio di legno. Un calamaio conico, lavorato a mano, con un quaderno e una penna. È quello! Sei anni! Lui diceva che suo padre era in America, e invece era in prigione. Crossi era piccolo al tempo del delitto, non si ricorda. Sua madre lo ha ingannato, lui non sa niente. Non ci sfugga una sillaba di questo!

Io sono rimasto senza parole, con gli occhi fissi su Crossi. Allora Derossi ha risolto il problema e lo ha passato sotto il banco a Crossi. Gli ha dato un foglio di carta. Gli ha tolto di mano *L'Infermiere di Tata*, il racconto mensile che il maestro gli aveva dato da ricopiare. Lo avrebbe ricopiato lui al suo posto. Gli ha regalato dei pennini e gli ha accarezzato la spalla. Mi ha fatto promettere sul mio onore che non avrei detto niente a nessuno. Quando siamo usciti da scuola, mi ha detto in fretta:

— Ieri suo padre è venuto a prenderlo, ci sarà anche questa mattina. Fa' come faccio io.

Siamo usciti in strada. Il padre di Crossi era là, un po' in disparte. Era un uomo con la barba nera, già un po' grigia, vestito male, con il viso pallido e pensieroso. Derossi ha stretto la mano a Crossi, in modo da farsi vedere, e gli ha detto forte:

— A rivederci, Crossi!

E gli ha passato la mano sotto il mento. Io ho fatto lo stesso. Ma mentre lo faceva, Derossi è diventato tutto rosso, e anch'io. Il padre di Crossi ci ha guardato attentamente, con uno sguardo buono. Ma in quello sguardo c'era anche un'espressione di inquietudine e di sospetto, che ci ha messo freddo nel cuore.

### L'infermiere di Tata

(Racconto mensile)

Era una mattina di marzo, e pioveva. Un ragazzo vestito da contadino si è presentato al portinaio dell'Ospedale maggiore di Napoli. Era tutto bagnato e sporco di fango, con un pacco di vestiti sotto il braccio. Ha chiesto di suo padre e ha mostrato una lettera. Aveva un bel viso ovale, di un bruno pallido, e gli occhi pensierosi. Le sue grosse labbra semiaperte lasciavano vedere i denti bianchissimi. Veniva da un villaggio dei dintorni di Napoli. Suo padre aveva lasciato la casa l'anno prima, per andare a cercare lavoro in Francia. Era tornato in Italia ed era sbarcato a Napoli pochi giorni prima. Là si era ammalato improvvisamente. Aveva appena fatto in tempo a scrivere una riga alla famiglia. Annunciava il suo arrivo e diceva che entrava in ospedale. Sua moglie era disperata per quella notizia. Non poteva muoversi di casa, perché aveva una bambina malata e un'altra che allattava. Perciò aveva mandato a Napoli il figlio maggiore, con qualche soldo. Doveva assistere suo padre, il suo *tata*, come si dice là. Il ragazzo aveva fatto dieci miglia a piedi.

Il portinaio ha dato un'occhiata alla lettera, ha chiamato un infermiere e gli ha detto di accompagnare il ragazzo dal padre.

— Quale padre? — ha chiesto l'infermiere.

Il ragazzo, tremante per la paura di una brutta notizia, ha detto il nome.

L'infermiere non ricordava quel nome.

— Un vecchio operaio venuto da fuori? — ha chiesto.

— Operaio sì, — ha risposto il ragazzo, sempre più ansioso. — Non tanto vecchio. Venuto da fuori, sì.

— Entrato in ospedale quando? — ha chiesto l'infermiere.

Il ragazzo ha dato un'occhiata alla lettera.

— Cinque giorni fa, credo.

L'infermiere ha pensato un po'. Poi, come se si ricordasse all'improvviso, ha detto:

— Ah! Il quarto camerone, il letto in fondo.

— È molto malato? Come sta? — ha chiesto il ragazzo, pieno di ansia.

L'infermiere lo ha guardato senza rispondere. Poi ha detto:

— Vieni con me.

Sono saliti per due rampe di scale e sono andati in fondo a un largo corridoio. Si sono trovati davanti alla porta aperta di un camerone. Dentro c'erano due lunghe file di letti.

— Vieni, — ha ripetuto l'infermiere, entrando.

Il ragazzo si è fatto coraggio e l'ha seguito. Gettava sguardi paurosi a destra e a sinistra, sui visi bianchi e magri dei malati. Alcuni avevano gli occhi chiusi e sembravano morti. Altri guardavano in aria con gli occhi grandi e fissi, come spaventati. Parecchi si lamentavano, come bambini. Il camerone era buio, e l'aria era piena di un odore forte di medicine. Due suore di carità andavano in giro con delle boccette in mano.

Arrivato in fondo al camerone, l'infermiere si è fermato accanto a un letto, ha aperto le tendine e ha detto:

— Ecco tuo padre.

Il ragazzo è scoppiato a piangere. Ha lasciato cadere il pacco e ha abbandonato la testa sulla spalla del malato. Con una mano gli ha afferrato il braccio, steso immobile sulla coperta. Il malato non si è mosso.

Il ragazzo si è rialzato, ha guardato il padre ed è scoppiato di nuovo a piangere. Allora il malato lo ha guardato a lungo, e sembrava che lo riconoscesse. Ma le sue labbra non si muovevano. Povero *tata*, com'era cambiato! Il figlio non l'avrebbe mai riconosciuto. I capelli erano diventati bianchi, la barba era cresciuta. Aveva il viso gonfio, di un rosso scuro, con la pelle tesa e lucida. Gli occhi erano diventati piccoli, le labbra grosse, tutta la faccia era cambiata. Di suo gli restavano soltanto la fronte e l'arco delle sopracciglia. Respirava a fatica.

— Tata, tata mio! — ha detto il ragazzo. — Sono io, non mi riconoscete? Sono Ciccillo, il vostro Ciccillo, venuto dal paese. Mi ha mandato la mamma. Guardatemi bene, non mi riconoscete? Ditemi una parola.

Ma il malato, dopo averlo guardato attentamente, ha chiuso gli occhi.

— Tata! Tata! Che cosa avete? Sono vostro figlio, il vostro Ciccillo.

Il malato non si è più mosso e ha continuato a respirare a fatica.

Allora il ragazzo, piangendo, ha preso una sedia e si è seduto. Ha aspettato, senza togliere gli occhi dal viso di suo padre.

— Un medico passerà certo a fare la visita, — pensava. — Lui mi dirà qualcosa.

E si è perso nei suoi pensieri tristi. Ricordava tante cose del suo buon padre. Ricordava il giorno della partenza, quando gli aveva dato l'ultimo addio sulla nave. Ricordava le speranze della famiglia per quel viaggio, e la disperazione di sua madre quando era arrivata la lettera. Ha pensato alla morte. Ha visto suo padre morto, sua madre vestita di nero, la famiglia nella miseria. E così è rimasto per molto tempo. A un tratto una mano leggera gli ha toccato una spalla, e lui si è riscosso. Era una suora.

— Che cos'ha mio padre? — le ha chiesto subito.

— È tuo padre? — ha detto la suora dolcemente.

— Sì, è mio padre, sono venuto. Che cos'ha?

— Coraggio, ragazzo, — ha risposto la suora. — Ora verrà il medico.

E si è allontanata senza dire altro.

Dopo mezz'ora ha sentito il suono di una campanella. In fondo al camerone ha visto entrare il medico con un assistente. La suora e un infermiere li seguivano. Hanno cominciato la visita, fermandosi a ogni letto.

Quell'attesa sembrava eterna al ragazzo, e a ogni passo del medico la sua ansia cresceva. Finalmente il medico è arrivato al letto vicino. Era un vecchio alto e curvo, con il viso serio. Prima che si staccasse dal letto vicino, il ragazzo si è alzato in piedi. Quando il medico si è avvicinato, il ragazzo si è messo a piangere.

Il medico lo ha guardato.

— È il figlio del malato, — ha detto la suora. — È arrivato questa mattina dal suo paese.

Il medico gli ha messo una mano sulla spalla. Poi si è chinato sul malato, gli ha sentito il polso, gli ha toccato la fronte e ha fatto qualche domanda alla suora.

— Niente di nuovo, — ha risposto lei.

Il medico è rimasto un po' pensieroso, poi ha detto:

— Continuate come prima.

Allora il ragazzo si è fatto coraggio e ha chiesto con voce di pianto:

— Che cos'ha mio padre?

— Coraggio, figlio mio, — ha risposto il medico, mettendogli di nuovo una mano sulla spalla. — Ha una risipola facciale. È grave, ma c'è ancora speranza. Assistilo. La tua presenza gli può fare bene.

— Ma non mi riconosce! — ha esclamato il ragazzo con voce disperata.

— Ti riconoscerà... domani, forse. Speriamo bene, fatti coraggio.

Il ragazzo avrebbe voluto chiedere altro, ma non ha osato. Il medico è passato oltre. E allora lui ha cominciato la sua vita di infermiere. Non poteva fare altro: sistemava le coperte al malato, gli toccava ogni tanto la mano, gli scacciava i moscerini. Si chinava su di lui a ogni lamento. Quando la suora portava da bere, le prendeva di mano il bicchiere o il cucchiaio e glielo dava lui. Il malato lo guardava qualche volta, ma non dava segno di riconoscerlo. Però il suo sguardo si fermava su di lui sempre più a lungo, soprattutto quando il ragazzo si metteva il fazzoletto agli occhi. E così è passato il primo giorno. La notte il ragazzo ha dormito su due sedie, in un angolo del camerone. La mattina ha ripreso il suo pietoso lavoro. Quel giorno gli occhi del malato sembravano rivelare un inizio di coscienza. Alla voce dolce del ragazzo, una vaga gratitudine sembrava brillargli per un momento negli occhi. Una volta ha mosso un poco le labbra, come se volesse dire qualcosa. Dopo ogni breve sonno, riaprendo gli occhi, sembrava che cercasse il suo piccolo infermiere. Il medico è ripassato due volte e ha notato un piccolo miglioramento. Verso sera il ragazzo gli ha avvicinato il bicchiere alle labbra. E ha creduto di vedere sulle labbra gonfie un leggerissimo sorriso. Allora ha cominciato a consolarsi, a sperare. Sperava di essere capito, almeno un poco, e gli parlava, gli parlava a lungo. Gli parlava della mamma, delle sorelle piccole, del ritorno a casa, e gli faceva coraggio con parole calde e affettuose. Spesso dubitava di essere capito, ma parlava lo stesso. Parlava perché gli sembrava che il malato, anche senza capire, ascoltasse con un certo piacere la sua voce. Ascoltava quel tono insolito di affetto e di tristezza. In questo modo sono passati il secondo giorno, e il terzo, e il quarto. Ora il malato stava un po' meglio, ora peggiorava all'improvviso. Il ragazzo era così preso dalle sue cure, che mangiava appena. Due volte al giorno la suora gli portava un po' di pane e di formaggio. Quasi non vedeva quello che succedeva intorno a lui: i malati che morivano, le suore che correvano di notte. Non vedeva i pianti e la disperazione dei visitatori che uscivano senza speranza. Erano tutte le scene dolorose e tristi della vita di un ospedale. In un'altra occasione lo avrebbero sconvolto e spaventato. Le ore e i giorni passavano, e lui era sempre là con il suo tata. Era attento, premuroso, e il cuore gli batteva a ogni suo sospiro e a ogni suo sguardo. Era agitato senza riposo, tra una speranza che gli allargava l'anima e uno sconforto che gli gelava il cuore.

Il quinto giorno, improvvisamente, il malato è peggiorato.

Il ragazzo ha interrogato il medico. Il medico ha scosso la testa, come per dire che era finita, e il ragazzo si è lasciato cadere sulla sedia, singhiozzando. Eppure una cosa lo consolava. Anche se peggiorava, gli sembrava che il malato stesse riacquistando lentamente un po' di intelligenza. Guardava il ragazzo sempre più fissamente, con un'espressione sempre più dolce. Non voleva più prendere bevande o medicine se non da lui. E sempre più spesso faceva quel movimento forzato delle labbra, come se volesse dire una parola. A volte lo faceva così chiaramente, che il figlio gli afferrava il braccio con forza, sollevato da una speranza improvvisa. E gli diceva con un tono quasi di gioia:

— Coraggio, coraggio, tata, guarirai, ce ne andremo, torneremo a casa con la mamma, ancora un po' di coraggio!

Erano le quattro del pomeriggio. Il ragazzo si era appena lasciato andare a uno di quei momenti di tenerezza e di speranza. Allora, oltre la porta più vicina del camerone, ha sentito un rumore di passi. Poi una voce forte, due sole parole:

— Arrivederci, suora!

Quelle parole lo hanno fatto balzare in piedi, con un grido soffocato nella gola. Nello stesso momento è entrato nel camerone un uomo, con un grosso pacco in mano, seguito da una suora.

Il ragazzo ha lanciato un grido acuto ed è rimasto inchiodato al suo posto.

L'uomo si è voltato, lo ha guardato un momento e ha lanciato un grido anche lui:

— Ciccillo!

E si è slanciato verso di lui.

Il ragazzo è caduto fra le braccia di suo padre, senza respiro. Le suore, gli infermieri e l'assistente sono accorsi, e sono rimasti lì, pieni di stupore.

Il ragazzo non riusciva a parlare.

— Oh Ciccillo mio! — ha esclamato il padre.

Ha guardato attentamente il malato, e baciava e ribaciava il ragazzo.

— Ciccillo, figlio mio, come è possibile? Ti hanno portato al letto di un altro. E io che ero disperato di non vederti, dopo che la mamma mi ha scritto: l'ho mandato. Povero Ciccillo! Da quanti giorni sei qui? Come è successo questo imbroglio? Io me la sono cavata con poco. Sto bene, sai! E la mamma? E Concettella? E *'u nennillo*, come stanno? Io esco dall'ospedale. Andiamo, dunque. O Signore Iddio! Chi l'avrebbe mai detto!

Il ragazzo ha faticato a dire quattro parole per dare notizie della famiglia.

— Oh, come sono contento! — ha balbettato. — Come sono contento! Che brutti giorni ho passato!

E non smetteva di baciare suo padre.

Ma non si muoveva.

— Vieni, dunque, — gli ha detto il padre. — Arriveremo ancora a casa stasera. Andiamo.

E lo ha tirato a sé.

Il ragazzo si è voltato a guardare il suo malato.

— Ma... vieni o non vieni? — gli ha chiesto il padre, stupito.

Il ragazzo ha guardato ancora il malato. In quel momento il malato ha aperto gli occhi e lo ha guardato fisso.

Allora le parole gli sono uscite dall'anima come un fiume:

— No, tata, aspetta... ecco... non posso. C'è quel vecchio. Sono qui da cinque giorni. Mi guarda sempre. Credevo che fossi tu. Gli volevo bene. Mi guarda, io gli do da bere, mi vuole sempre accanto. Ora sta molto male, abbi pazienza, non ho coraggio, non so, mi fa troppa pena. Tornerò a casa domani, lasciami qui ancora un po'. Non va bene che lo lasci. Vedi come mi guarda. Io non so chi sia, ma mi vuole. Morirebbe solo. Lasciami qui, caro tata!

— Bravo, *piccerello!* — ha gridato l'assistente.

Il padre è rimasto incerto, guardando il ragazzo. Poi ha guardato il malato.

— Chi è? — ha chiesto.

— Un contadino come voi, — ha risposto l'assistente. — È venuto da fuori ed è entrato in ospedale lo stesso giorno in cui siete entrato voi. Lo hanno portato qui senza coscienza, e non ha potuto dire niente. Forse ha una famiglia lontana, dei figli. Crederà che questo sia uno dei suoi, il vostro.

Il malato guardava sempre il ragazzo.

Il padre ha detto a Ciccillo:

— Resta.

— Gli resta poco da vivere, — ha mormorato l'assistente.

— Resta, — ha ripetuto il padre. — Tu hai cuore. Io vado subito a casa a tranquillizzare la mamma. Ecco uno scudo per quello che ti serve. Addio, bravo figlio mio. A rivederci.

Lo ha abbracciato, lo ha guardato fisso, lo ha baciato di nuovo in fronte ed è partito.

Il ragazzo è tornato accanto al letto, e il malato è sembrato consolato. E Ciccillo ha ricominciato a fare l'infermiere. Non piangeva più, ma aveva la stessa cura e la stessa pazienza di prima. Ha ricominciato a dargli da bere, a sistemargli le coperte, ad accarezzargli la mano. Gli parlava dolcemente per fargli coraggio. Lo ha assistito tutto quel giorno e tutta la notte, e gli è rimasto accanto anche il giorno dopo. Ma il malato peggiorava sempre. Il suo viso diventava viola, il suo respiro diventava più pesante, la sua agitazione cresceva. Dalla bocca gli uscivano grida senza parole, e il gonfiore diventava mostruoso. Alla visita della sera il medico ha detto che non avrebbe passato la notte. Allora Ciccillo ha raddoppiato le sue cure e non lo ha perso d'occhio nemmeno un minuto. E il malato lo guardava, lo guardava. Ogni tanto muoveva ancora le labbra con un grande sforzo, come se volesse dire qualcosa. A volte nei suoi occhi passava un'espressione di dolcezza straordinaria. Ma gli occhi erano sempre più piccoli e si velavano. Quella notte il ragazzo lo ha vegliato fino a quando ha visto alle finestre la prima luce del giorno. Allora è comparsa la suora. La suora si è avvicinata al letto, ha dato un'occhiata al malato ed è andata via a passi rapidi. Pochi momenti dopo è tornata con il medico assistente e con un infermiere, che portava una lanterna.

— È l’ultimo momento, — ha detto il medico.

Il ragazzo ha afferrato la mano del malato. Il malato ha aperto gli occhi, lo ha guardato fisso e li ha richiusi.

In quel momento il ragazzo ha avuto l’impressione che quella mano stringesse la sua.

— Mi ha stretto la mano! — ha esclamato.

Il medico è rimasto un momento chino sul malato, poi si è alzato. La suora ha staccato un crocifisso dalla parete.

— È morto! — ha gridato il ragazzo.

— Va’, figlio mio, — ha detto il medico. — La tua santa opera è finita. Va’ e abbi fortuna, perché la meriti. Dio ti proteggerà. Addio.

La suora si era allontanata un momento. È tornata con un mazzetto di viole, prese da un bicchiere sulla finestra, e l’ha dato al ragazzo.

— Non ho altro da darti, — ha detto. — Tieni questo come ricordo dell’ospedale.

— Grazie, — ha risposto il ragazzo. Ha preso il mazzetto con una mano e si è asciugato gli occhi con l’altra. — Ma ho tanta strada da fare a piedi... lo rovinerei.

Ha sciolto il mazzetto e ha sparso le viole sul letto.

— Le lascio come ricordo al mio povero morto, — ha detto. — Grazie, sorella. Grazie, signor dottore.

Poi si è rivolto al morto:

— Addio...

Cercava un nome da dargli. E dal cuore gli è tornato alle labbra il dolce nome che gli aveva dato per cinque giorni:

— Addio, povero *tata*!

Detto questo, si è messo sotto il braccio il suo piccolo pacco di vestiti. Si è allontanato a passi lenti, distrutto dalla stanchezza. Spuntava l’alba.

### L'officina

*18, sabato*

Precossi è venuto ieri sera a ricordarmi di andare a vedere la sua officina, che è giù nella strada. Questa mattina sono uscito con mio padre e mi sono fatto portare là un momento. Mentre ci avvicinavamo, ne è uscito di corsa Garoffi, con un pacco in mano. Il suo grande mantello, che copre le merci, gli volava intorno. Ah! ora so dove va a raccogliere la limatura di ferro che vende in cambio di giornali vecchi, quel gran trafficante di Garoffi!

Ci siamo affacciati alla porta e abbiamo visto Precossi seduto su un mucchietto di mattoni. Studiava la lezione, con il libro sulle ginocchia. Si è alzato subito e ci ha fatto entrare. Era uno stanzone pieno di polvere di carbone. Le pareti erano coperte di martelli, tenaglie, sbarre e ferri di ogni forma. In un angolo bruciava il fuoco di un fornello, e un ragazzo tirava un mantice che soffiava dentro. Precossi padre era vicino all’incudine, e un garzone teneva una sbarra di ferro nel fuoco.

— Ah! eccolo qui, — ha detto il fabbro appena ci ha visti, e si è tolto il berretto. — Ecco il bravo ragazzo che regala i treni! È venuto a veder lavorare un po’, non è vero? La servo subito.

Mentre diceva questo sorrideva. Non aveva più quella faccia scura e quegli occhi cattivi delle altre volte.

Il garzone gli ha dato una lunga sbarra di ferro, rossa di fuoco in cima, e il fabbro l’ha appoggiata sull’incudine. Faceva una di quelle sbarre a spirale per le ringhiere a gabbia dei piccoli balconi. Ha alzato un grosso martello e ha cominciato a battere. Spingeva la parte rovente ora di qua ora di là, tra una punta dell’incudine e il centro. E la girava in vari modi. Era una meraviglia vedere i colpi rapidi e precisi del martello. Sotto quei colpi il ferro si curvava, si torceva e prendeva a poco a poco la forma graziosa della foglia arricciata di un fiore. Sembrava un pezzo di pasta modellato con le mani.

Intanto suo figlio ci guardava con una certa aria fiera, come per dire: — Vedete come lavora mio padre! —

— Ha visto come si fa, signorino? — mi ha domandato il fabbro quando ha finito.

Mi ha messo davanti la sbarra, che sembrava il bastone di un vescovo. Poi l’ha messa da parte e ne ha infilata un’altra nel fuoco.

— Ben fatto davvero, — gli ha detto mio padre. E ha aggiunto: — Dunque... si lavora, eh? La buona voglia è tornata.

— È tornata, sì, — ha risposto l’operaio, asciugandosi il sudore e arrossendo un poco. — E sa chi me l’ha fatta tornare?

Mio padre ha finto di non capire.

— Quel bravo ragazzo, — ha detto il fabbro, indicando il figlio con il dito. — Quel bravo figlio là. Lui studiava e faceva onore a suo padre, mentre suo padre... faceva festa e lo trattava come una bestia. Quando ho visto quella medaglia... Ah! piccolo mio, alto come un soldo di cacio, vieni un po’ qua che ti guardi bene in faccia!

Il ragazzo è corso subito. Il fabbro l’ha preso sotto le ascelle e l’ha messo in piedi sull’incudine.

— Pulisci un po’ il frontespizio a questo bestione di babbo, — gli ha detto.

Allora Precossi ha coperto di baci il viso nero di suo padre, finché è diventato tutto nero anche lui.

— Così va bene, — ha detto il fabbro, e l’ha rimesso a terra.

— Così va bene davvero, Precossi! — ha esclamato mio padre, contento.

Ha salutato il fabbro e il figlio e mi ha portato fuori. Mentre uscivo, il piccolo Precossi mi ha detto:

— Scusami.

E mi ha messo in tasca un pacchetto di chiodi. Io l’ho invitato a venire a vedere il carnevale da casa mia.

— Tu gli hai regalato il tuo treno, — mi ha detto mio padre per la strada. — Ma anche se fosse stato d’oro e pieno di perle, sarebbe stato ancora un piccolo regalo. Sarebbe stato poco per quel santo ragazzo che ha rifatto il cuore a suo padre.

### Il piccolo pagliaccio

*20, lunedì*

Tutta la città è in agitazione per il carnevale, che sta per finire. In ogni piazza si alzano baracche di saltimbanchi e giostre. Sotto le nostre finestre c’è un circo di tela, dove dà spettacolo una piccola compagnia veneziana, con cinque cavalli. Il circo è in mezzo alla piazza. In un angolo ci sono tre grandi carrozzoni, dove i saltimbanchi dormono e si cambiano. Sono tre casette con le ruote, ognuna con i suoi finestrini e un piccolo camino che fuma sempre. Tra un finestrino e l’altro sono stese le fasce dei bambini. C’è una donna che allatta un bambino, fa da mangiare e balla sulla corda.

Povera gente! La parola *saltimbanco* si usa come un insulto. Eppure si guadagnano il pane onestamente, divertendo tutti. E come faticano! Tutto il giorno corrono tra il circo e i carrozzoni, in maglia, con questo freddo. Mangiano due bocconi in fretta, in piedi, tra uno spettacolo e l’altro. A volte il circo è già pieno, e si alza un vento che strappa le tele e spegne i lumi. E addio spettacolo! Devono restituire i soldi e lavorare tutta la sera per rimettere su la baracca.

Hanno due ragazzi che lavorano. Mio padre ha riconosciuto il più piccolo mentre attraversava la piazza. È il figlio del padrone. È lo stesso che abbiamo visto fare i giochi a cavallo l’anno scorso, in un circo di piazza Vittorio Emanuele. È cresciuto, avrà otto anni. È un bel ragazzo, con un bel visetto rotondo e scuro da monello. Ha tanti riccioli neri che escono dal cappello a cono. È vestito da pagliaccio, dentro una specie di grande sacco con le maniche, bianco ricamato di nero. Ha le scarpette di tela.

È un diavoletto. Piace a tutti. Fa di tutto. La mattina presto lo vediamo avvolto in uno scialle, mentre porta il latte alla sua casetta di legno. Poi va a prendere i cavalli alla rimessa di via Bertola. Tiene in braccio il bambino piccolo. Trasporta cerchi, cavalletti, sbarre e corde. Pulisce i carrozzoni, accende il fuoco, e nei momenti di riposo sta sempre attaccato a sua madre.

Mio padre lo guarda sempre dalla finestra. Non fa che parlare di lui e dei suoi, che hanno l’aria di brava gente e sembrano voler bene ai figli. Una sera siamo andati al circo. Faceva freddo e non c’era quasi nessuno. Ma il pagliaccino si dava molto da fare per tenere allegra quella poca gente. Faceva i salti mortali, si attaccava alla coda dei cavalli, camminava con le gambe per aria, tutto solo. E cantava, sempre sorridente, con il suo bel visetto scuro. Suo padre, con un vestito rosso, i pantaloni bianchi, gli stivali alti e la frusta in mano, lo guardava. Ma era triste.

Mio padre ha provato compassione. Il giorno dopo ne ha parlato con il pittore Delis, che è venuto a trovarci. Quella povera gente si ammazza di lavoro e guadagna così poco! Quel ragazzino gli piaceva tanto! Che cosa si poteva fare per loro? Il pittore ha avuto un’idea.

— Scrivi un bell’articolo sulla *Gazzetta*, — gli ha detto. — Tu sai scrivere. Tu racconti i miracoli del piccolo pagliaccio e io faccio il suo ritratto. La *Gazzetta* la leggono tutti, e almeno per una volta verrà gente.

E così hanno fatto. Mio padre ha scritto un articolo bello e pieno di scherzi. Diceva tutto quello che noi vediamo dalla finestra, e faceva venire voglia di conoscere e accarezzare il piccolo artista. Il pittore ha disegnato un piccolo ritratto somigliante e grazioso. È stato pubblicato sabato sera. Ed ecco che allo spettacolo di domenica una gran folla è corsa al circo. L’annuncio diceva: *Rappresentazione a beneficio del pagliaccino*. Così infatti lo chiamava la *Gazzetta*.

Mio padre mi ha portato nei primi posti. Accanto all’entrata avevano attaccato la *Gazzetta*. Il circo era pieno zeppo. Molti spettatori avevano la *Gazzetta* in mano e la mostravano al pagliaccino. Lui rideva e correva da uno all’altro, tutto felice. Anche il padrone era contento. Figurarsi! Nessun giornale gli aveva mai fatto tanto onore, e la cassetta dei soldi era piena.

Mio padre si è seduto accanto a me. Tra gli spettatori abbiamo trovato delle persone che conoscevamo. Vicino all’entrata dei cavalli c’era, in piedi, il maestro di ginnastica, quello che è stato con Garibaldi. Di fronte a noi, nei secondi posti, c’era il muratorino con il suo visetto tondo. Era seduto accanto a quel gigante di suo padre. Appena mi ha visto, mi ha fatto il muso di lepre. Un po’ più in là ho visto Garoffi. Contava gli spettatori e calcolava sulle dita quanto poteva aver guadagnato la compagnia. Nelle sedie dei primi posti, poco lontano da noi, c’era anche il povero Robetti. È quello che ha salvato il bambino dall’omnibus. Aveva le stampelle fra le ginocchia e stava stretto al fianco di suo padre, il capitano d’artiglieria. Il capitano gli teneva una mano sulla spalla.

Lo spettacolo è cominciato. Il pagliaccino ha fatto meraviglie sul cavallo, sul trapezio e sulla corda. Ogni volta che saltava giù, tutti gli battevano le mani e molti gli tiravano i riccioli. Poi hanno fatto i loro esercizi altri artisti: funamboli, giocolieri e cavallerizzi, vestiti di stracci e brillanti d’argento. Ma quando non c’era il ragazzo, la gente sembrava annoiarsi.

A un certo punto ho visto il maestro di ginnastica, fermo all’entrata dei cavalli. Ha parlato all’orecchio del padrone del circo. Il padrone ha subito girato lo sguardo sugli spettatori, come se cercasse qualcuno. Il suo sguardo si è fermato su di noi. Mio padre se n’è accorto. Ha capito che il maestro aveva detto che l’autore dell’articolo era lui. Per non essere ringraziato è scappato via, e mi ha detto:

— Resta, Enrico. Io ti aspetto fuori.

Il pagliaccino ha scambiato qualche parola con suo padre, poi ha fatto ancora un esercizio. In piedi sul cavallo al galoppo, si è travestito quattro volte: da pellegrino, da marinaio, da soldato, da acrobata. Ogni volta che mi passava vicino, mi guardava. Poi è sceso e ha cominciato a fare il giro del circo con il cappello da pagliaccio tra le mani. Tutti ci gettavano dentro soldi e confetti. Io ho tenuto pronti due soldi. Ma quando è arrivato davanti a me, invece di porgere il cappello l’ha tirato indietro. Mi ha guardato ed è passato avanti. Ci sono rimasto male. Perché mi aveva fatto quello sgarbo?

Lo spettacolo è finito e il padrone ha ringraziato il pubblico. Tutta la gente si è alzata e si è spinta verso l’uscita. Io ero in mezzo alla folla e stavo già per uscire, quando mi sono sentito toccare una mano. Mi sono voltato. Era il pagliaccino, con il suo bel visetto scuro e i suoi riccioli neri. Mi sorrideva e aveva le mani piene di confetti. Allora ho capito.

— *Voresistu agradir sti confeti del pagiazzeto?* — mi ha detto.

Io ho fatto di sì con la testa e ne ho presi tre o quattro.

— *Alora, ciapa anca un baso*, — ha aggiunto.

— Dammene due, — ho risposto, e gli ho offerto il viso.

Si è pulito con la manica la faccia bianca di farina. Mi ha messo un braccio intorno al collo e mi ha dato due baci sulle guance. Poi mi ha detto:

— *Tò, e portighene uno a to pare.*

### L'ultimo giorno di carnevale

*21, martedì*

Che scena triste abbiamo visto oggi alla sfilata delle maschere! È finita bene, ma poteva succedere una grande disgrazia. Piazza San Carlo era tutta decorata di festoni gialli, rossi e bianchi, e c’era una folla enorme. Giravano maschere di ogni colore. Passavano carri dorati e pieni di bandiere, a forma di padiglioni di piccoli teatri e di barche. Sopra c’erano arlecchini e guerrieri, cuochi, marinai e pastorelle. C’era una tale confusione che non si sapeva dove guardare. Il rumore di trombette, di corni e di piatti turchi rompeva le orecchie. Le maschere sui carri bevevano e cantavano. Chiamavano la gente a piedi e la gente alle finestre, e tutti rispondevano a gran voce. Si tiravano con furia arance e confetti. Sopra le carrozze e la folla, fin dove arrivava l’occhio, sventolavano bandierine e brillavano elmi. Tremavano pennacchi, si agitavano grandi teste di cartapesta, cuffie gigantesche, cappelli enormi, armi strane, tamburelli, nacchere, berrettini rossi e bottiglie. Sembravano tutti pazzi.

Quando la nostra carrozza è entrata nella piazza, davanti a noi andava un carro magnifico. Era tirato da quattro cavalli coperti di drappi ricamati d’oro, ed era tutto ornato di ghirlande di rose finte. Sopra c’erano quattordici o quindici signori, mascherati da gentiluomini della corte di Francia. Brillavano tutti di seta. Avevano una gran parrucca bianca, un cappello piumato sotto il braccio e la piccola spada. Sul petto avevano un groviglio di nastri e di pizzi. Erano bellissimi. Cantavano tutti insieme una canzonetta francese e gettavano dolci alla gente, e la gente batteva le mani e gridava.

A un tratto, alla nostra sinistra, abbiamo visto un uomo. Sollevava sopra le teste della folla una bambina di cinque o sei anni. Quella poverina piangeva disperatamente e agitava le braccia, come se avesse le convulsioni. L’uomo si è fatto strada verso il carro dei signori. Uno di loro si è chinato e l’uomo ha detto forte:

— Prenda questa bambina, ha perso sua madre nella folla. La tenga in braccio. La madre non può essere lontana e la vedrà. Non c’è altro modo.

Il signore ha preso la bambina in braccio. Tutti gli altri hanno smesso di cantare. La bambina urlava e si dibatteva. Il signore si è tolto la maschera, e il carro ha continuato ad andare lentamente.

In quel momento, come ci hanno raccontato dopo, c’era una povera donna dall’altra parte della piazza. Era mezza impazzita e si apriva la strada a gomitate e a spinte. Urlava:

— Maria! Maria! Maria! Ho perso la mia bambina! Me l’hanno rubata! Mi hanno soffocato la mia bambina!

Da un quarto d’ora si disperava così, andando un po’ di qua e un po’ di là. La folla la schiacciava e faticava a lasciarla passare.

Il signore del carro, intanto, teneva la bambina stretta contro i nastri e i pizzi del petto. Guardava intorno per la piazza e cercava di calmare la povera creatura. Lei si copriva il viso con le mani, non sapeva dove fosse e singhiozzava da spezzare il cuore. Il signore era commosso: si vedeva che quelle grida gli arrivavano all’anima. Tutti gli altri offrivano alla bambina arance e confetti. Ma lei respingeva tutto, sempre più spaventata e scossa.

— Cercate la madre! — gridava il signore alla folla. — Cercate la madre!

E tutti si voltavano a destra e a sinistra, ma la madre non si trovava. Finalmente, a pochi passi dall’inizio di via Roma, si è vista una donna lanciarsi verso il carro... Ah! non la dimenticherò mai più! Non sembrava più una creatura umana. Aveva i capelli sciolti, la faccia sconvolta, i vestiti strappati. Si è lanciata avanti con un verso roco. Non si è capito se fosse di gioia, di angoscia o di rabbia. Ha teso le mani come due artigli per afferrare la figlia. Il carro si è fermato.

— Eccola qui, — ha detto il signore.

Ha baciato la bambina e l’ha messa tra le braccia della madre. La madre se l’è stretta al petto come una furia...

Ma una delle due manine è rimasta un secondo tra le mani del signore. Lui si è strappato dalla mano destra un anello d’oro con un grosso diamante. Con un movimento rapido l’ha infilato in un dito della piccola.

— Prendi, — le ha detto, — sarà la tua dote di sposa.

La madre è rimasta lì come incantata. La folla è scoppiata in applausi. Il signore si è rimesso la maschera, i suoi compagni hanno ripreso il canto, e il carro è ripartito lentamente. Intorno c’era una tempesta di applausi e di evviva.

### I ragazzi ciechi

*23, giovedì*

Il maestro è molto malato e al suo posto hanno mandato quello della quarta. È stato maestro nell’Istituto dei ciechi. È il più vecchio di tutti. È così bianco che sembra avere in testa una parrucca di cotone. Parla in un modo particolare, come se cantasse una canzone malinconica; ma parla bene e sa molte cose.

Appena è entrato in classe, ha visto un ragazzo con un occhio bendato. Si è avvicinato al banco e gli ha domandato che cosa aveva.

— Stai attento agli occhi, ragazzo, — gli ha detto.

Allora Derossi gli ha domandato:

— È vero, signor maestro, che è stato maestro dei ciechi?

— Sì, per vari anni, — ha risposto.

E Derossi ha detto a mezza voce:

— Ci dica qualche cosa.

Il maestro è andato a sedersi al tavolo.

Coretti ha detto forte:

— L’Istituto dei ciechi è in via Nizza.

— Voi dite ciechi, ciechi, — ha detto il maestro, — così, come direste malati o poveri o non so che cosa. Ma capite bene il significato di quella parola? Pensateci un poco. Ciechi! Non vedere nulla, mai! Non distinguere il giorno dalla notte. Non vedere né il cielo né il sole né i propri parenti. Non vedere nulla di quello che si ha intorno e che si tocca. Essere immersi in un buio senza fine, come sepolti nelle profondità della terra! Provate un poco a chiudere gli occhi e a pensare di dover rimanere sempre così. Subito vi prende un’angoscia, un terrore. Vi sembra che non potreste resistere, che vi mettereste a gridare, che impazzireste o morireste.

Eppure... poveri ragazzi! Quando si entra per la prima volta nell’Istituto dei ciechi, durante la ricreazione, si sentono violini e flauti da tutte le parti. Loro parlano forte e ridono. Salgono e scendono le scale a passi svelti. Girano liberamente per i corridoi e per i dormitori. Non si direbbe mai che sono quegli sventurati che sono. Bisogna osservarli bene.

Ci sono giovani di sedici o diciotto anni, robusti e allegri. Portano la cecità con una certa disinvoltura, quasi con un certo orgoglio. Ma dall’espressione dura e fiera dei visi si capisce una cosa. Devono aver sofferto tremendamente prima di accettare quella sventura. Ce ne sono altri, con visi pallidi e dolci, in cui si vede una grande rassegnazione. Ma è una rassegnazione triste, e si capisce che qualche volta, in segreto, devono piangere ancora.

Ah! figli miei. Pensate che alcuni di loro hanno perso la vista in pochi giorni. Altri l’hanno persa dopo anni di sofferenze e molte operazioni terribili. E molti sono nati così. Sono nati in una notte che per loro non ha mai avuto alba. Sono entrati nel mondo come in una tomba immensa, e non sanno com’è fatto il volto umano! Immaginate quanto devono aver sofferto. Immaginate quanto devono soffrire quando pensano, in modo confuso, alla differenza tremenda fra loro e quelli che vedono. E si domandano: — Perché questa differenza, se non abbiamo nessuna colpa? —

Io sono stato vari anni fra loro. Ricordo quella classe, tutti quegli occhi chiusi per sempre, tutte quelle pupille senza sguardo e senza vita. Poi guardo voi altri... e mi sembra impossibile che non siate tutti felici. Pensate: in Italia ci sono circa ventiseimila ciechi! Ventiseimila persone che non vedono la luce, capite? Sarebbe un esercito che impiegherebbe quattro ore a passare sotto le nostre finestre!

Il maestro ha taciuto. Nella classe non si sentiva un respiro. Derossi ha domandato se era vero che i ciechi hanno il tatto più fine del nostro.

— È vero, — ha detto il maestro. — Tutti gli altri sensi in loro diventano più fini. Devono sostituire tutti insieme la vista, e così sono esercitati di più e meglio che in chi vede. La mattina, nei dormitori, uno domanda all’altro: — C’è il sole? — Chi si veste più in fretta corre subito in cortile. Lì agita le mani nell’aria, per sentire se c’è il tepore del sole. Poi corre a dare la buona notizia: — C’è il sole! —

Dalla voce di una persona si fanno un’idea della sua statura. Noi giudichiamo l’animo di un uomo dall’occhio, loro dalla voce. Ricordano i toni e gli accenti per anni. Capiscono se in una stanza ci sono più persone, anche se una sola parla e le altre restano immobili. Al tatto si accorgono se un cucchiaio è poco o molto pulito. Le bambine distinguono la lana tinta da quella di colore naturale. Passano per le strade a due a due e riconoscono quasi tutti i negozi dall’odore. Li riconoscono anche quando noi non sentiamo nessun odore.

Tirano la trottola, e dal ronzio che fa girando vanno dritti a prenderla senza sbagliare. Fanno correre il cerchio, giocano ai birilli, saltano con la corda, costruiscono casette con i sassi. Raccolgono le viole come se le vedessero. Fanno stuoie e cestini intrecciando paglia di vari colori, in fretta e bene. Tanto è esercitato il loro tatto! Il tatto è la loro vista. Uno dei loro più grandi piaceri è toccare, stringere, indovinare la forma delle cose tastandole. È commovente vederli quando li portano al museo industriale, dove li lasciano toccare quello che vogliono. Con che festa si gettano sui corpi geometrici, sui modellini di case, sugli strumenti! Con che gioia toccano, strofinano, girano fra le mani tutte le cose, per *vedere* come sono fatte. Loro dicono *vedere*!

Garoffi ha interrotto il maestro per domandargli se era vero che i ragazzi ciechi imparano a fare i conti meglio degli altri.

— È vero, — ha risposto il maestro. — Imparano a fare i conti e a leggere. Hanno libri fatti apposta, con le lettere in rilievo. Ci passano sopra le dita, riconoscono le lettere e dicono le parole. Leggono in modo scorrevole. E bisogna vedere, poveretti, come arrossiscono quando fanno uno sbaglio.

E scrivono anche, senza inchiostro. Scrivono su una carta spessa e dura con una punta di metallo. La punta fa tanti puntini incavati e raggruppati, secondo un alfabeto speciale. Questi puntini escono in rilievo sul retro della carta. Così voltano il foglio, passano le dita sui rilievi e leggono quello che hanno scritto. Possono leggere anche la scrittura degli altri. In questo modo fanno dei temi e si scrivono lettere fra loro. Nello stesso modo scrivono i numeri e fanno i calcoli. E calcolano a mente con una facilità incredibile, perché la vista delle cose non li distrae come noi.

E se vedeste come amano sentir leggere! Stanno attenti, ricordano tutto. Discutono fra loro di storia e di lingua, anche i piccoli. Stanno seduti in quattro o cinque sulla stessa panca, senza voltarsi l’uno verso l’altro. Il primo parla con il terzo, il secondo con il quarto, ad alta voce e tutti insieme. E non perdono una sola parola, tanto hanno l’orecchio fine e pronto! E danno più importanza di voi agli esami, ve lo assicuro, e si affezionano di più ai loro maestri. Riconoscono il maestro dal passo e dall’odore. Soltanto dal suono di una sua parola capiscono se è di buono o di cattivo umore, se sta bene o male. Vogliono che il maestro li tocchi quando li incoraggia e li loda. E gli toccano le mani e le braccia per esprimere la loro gratitudine.

Si vogliono bene anche fra loro, sono buoni compagni. Durante la ricreazione stanno quasi sempre insieme gli stessi. Nella sezione delle ragazze, per esempio, formano tanti gruppi secondo lo strumento che suonano. Ci sono le violiniste, le pianiste, le suonatrici di flauto, e non si separano mai. Quando si affezionano a qualcuno, difficilmente lo lasciano. Trovano un grande conforto nell’amicizia. Si giudicano con giustizia, fra loro. Hanno un’idea chiara e profonda del bene e del male. Nessuno si entusiasma come loro al racconto di un’azione generosa o di un fatto grande.

Votini ha domandato se suonano bene.

— Amano la musica con passione, — ha risposto il maestro. — La musica è la loro gioia, è la loro vita. Dei bambini ciechi, appena entrati nell’Istituto, sono capaci di stare tre ore in piedi, immobili, a sentir suonare. Imparano facilmente e suonano con passione. Quando il maestro dice a uno che non è portato per la musica, lui prova un grande dolore. Ma si mette a studiare disperatamente.

Ah! se sentiste la musica là dentro! Se li vedeste quando suonano con la fronte alta e il sorriso sulle labbra! Hanno il viso acceso e tremano di commozione. Sono quasi rapiti da quell’armonia che spargono nel buio infinito che li circonda. Allora sentireste che la musica è una consolazione divina! Esultano e brillano di felicità quando un maestro dice loro: — Tu diventerai un artista. —

Per loro il primo nella musica, il migliore al pianoforte o al violino, è come un re. Lo amano, lo venerano. Se nasce un litigio fra due di loro, vanno da lui. Se due amici si guastano, è lui che li fa fare pace. I più piccoli, a cui insegna a suonare, lo considerano come un padre. Prima di andare a dormire, vanno tutti a dargli la buonanotte. E parlano continuamente di musica. La sera tardi sono già a letto, quasi tutti stanchi per lo studio e il lavoro, e mezzo addormentati. E ancora parlano a bassa voce di opere, di compositori, di strumenti, di orchestre. Per loro è un castigo grandissimo non poter leggere o non poter fare la lezione di musica. Ne soffrono tanto che non si ha quasi mai il coraggio di punirli così. Quello che la luce è per i nostri occhi, la musica è per il loro cuore.

Derossi ha domandato se non si poteva andare a vederli.

— Si può, — ha risposto il maestro, — ma voi, ragazzi, per ora non ci dovete andare. Ci andrete più tardi, quando potrete capire tutta la grandezza di quella sventura e sentire tutta la pietà che merita. È uno spettacolo triste, figli miei. Là vedete qualche volta dei ragazzi seduti davanti a una finestra spalancata, a godersi l’aria fresca. Hanno il viso immobile. Sembra che guardino la grande pianura verde e le belle montagne azzurre che vedete voi... Ma non vedono nulla, e non vedranno mai nulla di tutta quella immensa bellezza. A pensarci vi si stringe il cuore, come se fossero diventati ciechi in quel momento.

I ciechi dalla nascita non hanno mai visto il mondo. Non rimpiangono nulla, perché non hanno l’immagine di nessuna cosa. E per questo fanno meno pena. Ma ci sono ragazzi ciechi da pochi mesi, che si ricordano ancora di tutto. Capiscono bene tutto quello che hanno perso. E hanno anche un altro dolore. Sentono che le immagini più care si oscurano nella mente, un poco ogni giorno. Sentono morire nella memoria le persone più amate. Uno di questi ragazzi mi ha detto un giorno, con una tristezza che non si può dire: — Vorrei avere ancora la vista di una volta, appena un momento. Vorrei rivedere il viso della mamma, perché non me lo ricordo più. —

E quando la mamma va a trovarli, le mettono le mani sul viso. La toccano bene dalla fronte al mento e alle orecchie, per sentire com’è fatta. Quasi non riescono a credere di non poterla vedere. La chiamano per nome molte volte, come per pregarla di farsi vedere, una volta sola. Quanti escono di là piangendo, anche uomini dal cuore duro! E quando si esce, ci sembra di essere un’eccezione. Vedere la gente, le case, il cielo ci sembra un privilegio quasi non meritato. Oh! sono certo che ognuno di voi, uscendo di là, sarebbe disposto a rinunciare a un po’ della propria vista. Lo farebbe per dare almeno un filo di luce a tutti quei poveri ragazzi. Per loro il sole non ha luce e la madre non ha viso!

### Il maestro malato

*25, sabato*

Ieri pomeriggio, all’uscita da scuola, sono andato a trovare il mio maestro malato. Si è ammalato per il troppo lavoro. Cinque ore di lezione al giorno, poi un’ora di ginnastica, poi altre due ore di scuola serale. Vuol dire dormire poco, mangiare in fretta e sfiatarsi dalla mattina alla sera. Si è rovinato la salute. Così dice mia madre.

Mia madre mi ha aspettato sotto il portone e io sono salito da solo. Per le scale ho incontrato il maestro con la gran barba nera, Coatti. È quello che spaventa tutti e non punisce nessuno. Mi ha guardato con gli occhi spalancati e ha fatto la voce del leone, per scherzo, ma senza ridere. Ridevo ancora quando ho suonato il campanello, al quarto piano. Ma sono rimasto male subito, quando la domestica mi ha fatto entrare in una camera povera e mezza buia. Lì era a letto il mio maestro. Era in un piccolo letto di ferro e aveva la barba lunga. Si è messo una mano sulla fronte per vedere meglio, e ha esclamato con la sua voce affettuosa:

— Oh Enrico!

Mi sono avvicinato al letto. Lui mi ha messo una mano sulla spalla e ha detto:

— Bravo, figlio mio. Hai fatto bene a venire a trovare il tuo povero maestro. Sono messo male, come vedi, caro il mio Enrico. E come va la scuola? Come vanno i compagni? Tutto bene, eh? anche senza di me. Fate benissimo a meno del vostro vecchio maestro, non è vero?

Io volevo dire di no, ma lui mi ha interrotto:

— Via, via, lo so che non mi volete male.

E ha fatto un sospiro. Io guardavo certe fotografie attaccate alla parete.

— Vedi? — mi ha detto. — Sono tutti ragazzi che mi hanno dato i loro ritratti, da più di vent’anni a oggi. Buoni ragazzi. Quelle sono le mie memorie. Quando morirò, l’ultima occhiata la darò lì, a tutti quei monelli fra cui ho passato la vita. Anche tu mi darai il tuo ritratto, non è vero, quando avrai finito le elementari?

Poi ha preso un’arancia sul comodino e me l’ha messa in mano.

— Non ho altro da darti, — ha detto. — È un regalo da malato.

Io lo guardavo e avevo il cuore triste, non so perché.

— Stai attento, eh... — ha ripreso. — Io spero di cavarmela. Ma se non dovessi guarire... cerca di diventare più forte in aritmetica, che è il tuo punto debole. Fa’ uno sforzo! Basta un primo sforzo, perché a volte non è mancanza di capacità. È un’idea che uno si è messo in testa, una fissazione.

Intanto respirava forte e si vedeva che soffriva.

— Ho una brutta febbre, — ha sospirato. — Sono mezzo andato. Mi raccomando, dunque. Insisti sull’aritmetica, sui problemi. Non riesce la prima volta? Si riposa un po’ e poi si riprova. Non riesce ancora? Un altro po’ di riposo e poi da capo. E avanti, ma con calma, senza agitarsi e senza perdere la testa. Va’. Saluta la mamma. E non rifare più queste scale, ci rivedremo a scuola. E se non ci rivedremo, ricordati qualche volta del tuo maestro di terza, che ti ha voluto bene.

A quelle parole mi è venuto da piangere.

— China la testa, — mi ha detto.

Io ho chinato la testa sul cuscino e lui mi ha baciato sui capelli. Poi mi ha detto:

— Va’.

E ha voltato il viso verso il muro. Io sono volato giù per le scale, perché avevo bisogno di abbracciare mia madre.

### La strada

*25, sabato.*

*Ti osservavo dalla finestra, questa sera, mentre tornavi da casa del maestro. Hai urtato una donna. Stai più attento a come cammini per la strada. Anche lì ci sono dei doveri. In una casa privata tu controlli i tuoi passi e i tuoi gesti. Perché non dovresti fare lo stesso nella strada, che è la casa di tutti? Ricordati, Enrico. Puoi incontrare un vecchio debole, un povero, una donna con un bambino in braccio. Puoi incontrare uno storpio con le stampelle, un uomo curvo sotto un carico, una famiglia vestita a lutto. Tutte le volte cedi loro il passo con rispetto. Noi dobbiamo rispettare la vecchiaia, la miseria, l’amore materno, la malattia, la fatica, la morte.*

*Ogni volta che vedi una carrozza arrivare addosso a qualcuno, tiralo via se è un bambino, avvertilo se è un uomo. Domanda sempre che cos’ha al bambino solo che piange. Raccogli il bastone al vecchio che l’ha lasciato cadere. Se due ragazzi si picchiano, dividili. Se sono due uomini, allontanati. Non assistere allo spettacolo della violenza brutale, che offende e indurisce il cuore. E quando passa un uomo legato fra due guardie, non aggiungere la tua alla curiosità crudele della folla. Può essere innocente. Smetti di parlare con il tuo compagno e di sorridere quando incontri una lettiga d’ospedale, che porta forse un moribondo. Fa’ lo stesso quando incontri un funerale, perché domani potrebbe uscirne uno da casa tua.*

*Guarda con rispetto tutti quei ragazzi degli istituti che passano a due a due. Sono i ciechi, i muti, i rachitici, gli orfani, i bambini abbandonati. Pensa che passano la sventura e la carità umana. Fingi sempre di non vedere chi ha una deformità ripugnante o ridicola. Spegni sempre ogni fiammifero acceso che trovi sulla tua strada, perché potrebbe costare la vita a qualcuno. Rispondi sempre con gentilezza al passante che ti domanda la via. Non guardare nessuno ridendo, non correre senza bisogno, non gridare. Rispetta la strada. L’educazione di un popolo si giudica prima di tutto da come si comporta per la strada. Dove troverai la maleducazione per le strade, troverai la maleducazione nelle case.*

*E studiale, le strade. Studia la città dove vivi. Se domani tu fossi portato lontano, saresti felice di averla bene in mente. Saresti felice di poterla ripercorrere tutta con il pensiero. È la tua città, la tua piccola patria, quella che è stata per tanti anni il tuo mondo. Lì hai fatto i primi passi al fianco di tua madre. Lì hai provato le prime emozioni, hai aperto la mente alle prime idee, hai trovato i primi amici. Essa è stata una madre per te: ti ha istruito, divertito, protetto. Studiala nelle sue strade e nella sua gente, e amala. E quando la senti insultare, difendila.*

Tuo Padre

### Glossario

- **il Sovrintendente scolastico**: la persona importante che controlla le scuole di una città.
- **il galantuomo**: un uomo onesto e corretto, che merita fiducia.
- **l'officina**: il luogo dove lavorano il fabbro e altri operai.
- **un riso che non si cuoce**: gioco di parole: «riso» vuol dire risata, ma è anche un cibo; qui è una risata falsa.
- **la barella**: un letto leggero con due stanghe, per portare i malati e i feriti.
- **l'impalcatura**: la costruzione alta di legno su cui lavorano i muratori.
- **l'ebanista**: chi lavora il legno per fare mobili di qualità.
- **la pialla**: l'attrezzo del falegname per lisciare il legno.
- **la risipola facciale**: una grave malattia che fa gonfiare e arrossare la pelle del viso.
- **'u nennillo**: parola del dialetto di Napoli che vuol dire «il bambino piccolo».
- **piccerello**: parola del dialetto di Napoli che vuol dire «piccolino».
- **lo scudo**: una moneta da cinque lire.
- **tata**: parola del dialetto di Napoli che vuol dire “papà”.
- **asciugato**: (si è asciugato) si è tolto le lacrime o l’acqua.
- **limatura di ferro**: la polvere e i piccoli pezzi che restano quando si lavora il ferro.
- **mantice**: lo strumento che soffia aria sul fuoco per farlo più forte.
- **garzone**: un giovane che aiuta il padrone nel lavoro.
- **incudine**: il grosso blocco di ferro su cui il fabbro batte il ferro.
- **ringhiere**: le barriere di ferro dei balconi e delle scale.
- **torceva**: (si torceva) si piegava girando su se stesso.
- **arricciata**: piegata in tante piccole curve, come un ricciolo.
- **alto come un soldo di cacio**: modo di dire: piccolissimo di statura.
- **frontespizio**: la prima pagina di un libro; qui, per scherzo, la faccia.
- **saltimbanchi**: persone che fanno giochi ed esercizi nelle piazze e nei circhi.
- **carrozzoni**: grandi carri coperti, dove vive la gente del circo.
- **funamboli**: artisti del circo che camminano su una corda alta.
- **Voresistu agradir sti confeti del pagiazzeto?**: in veneziano: “Vuoi gradire questi confetti del pagliaccetto?”
- **Alora, ciapa anca un baso**: in veneziano: “Allora, prendi anche un bacio.”
- **Tò, e portighene uno a to pare**: in veneziano: “Tieni, e portane uno a tuo padre.”
- **brillavano**: mandavano luce, come l’oro o l’argento.
- **dote**: i soldi o i beni che una ragazza porta con sé quando si sposa.
- **ricreazione**: il tempo di pausa e di gioco tra le lezioni.
- **sventura**: una grande disgrazia.
- **rassegnazione**: il fatto di accettare con pazienza una cosa dolorosa.
- **ventiseimila**: il numero 26.000.
- **tatto**: il senso che ci fa sentire le cose quando le tocchiamo.
- **affezionano**: (si affezionano) cominciano a voler bene a qualcuno.
- **lettiga**: un letto portatile per trasportare i malati.
- **maleducazione**: il comportamento di chi non rispetta gli altri.

## Marzo

### Le scuole serali

*2, giovedì*

Mio padre mi ha portato ieri a vedere le scuole serali della nostra Sezione Baretti. Erano già tutte illuminate e gli operai cominciavano a entrare. Quando siamo arrivati, il Direttore e i maestri erano molto arrabbiati. Poco prima, infatti, un sasso aveva rotto il vetro di una finestra. Il bidello era saltato fuori e aveva afferrato un ragazzo che passava. Ma allora si era presentato Stardi, che abita di fronte alla scuola, e aveva detto:

— Non è stato lui, ho visto con i miei occhi. È stato Franti a tirare, e mi ha detto: — Guai a te se parli! — Ma io non ho paura.

E il Direttore ha detto che Franti sarà cacciato per sempre. Intanto guardava gli operai che entravano a due o tre insieme. Ne erano già entrati più di duecento. Non avevo mai visto come è bella una scuola serale! C’erano ragazzi dai dodici anni in su e uomini con la barba, che tornavano dal lavoro con libri e quaderni. C’erano falegnami, fuochisti con la faccia nera e muratori con le mani bianche di calce. C’erano garzoni fornai con i capelli pieni di farina. Si sentiva odore di vernice, di cuoio, di pece, di olio: gli odori di tutti i mestieri. È entrata anche una squadra di operai d’artiglieria vestiti da soldati, guidati da un caporale. Si infilavano tutti in fretta nei banchi e toglievano l’assicella di sotto, dove noi mettiamo i piedi. Poi chinavano subito la testa sul lavoro. Alcuni andavano dai maestri a chiedere spiegazioni, con i quaderni aperti.

Ho visto quel maestro giovane e ben vestito, l’avvocatino. Aveva tre o quattro operai intorno al tavolo e correggeva con la penna. Ho visto anche quello zoppo, che rideva con un tintore. Il tintore gli aveva portato un quaderno tutto sporco di tintura rossa e turchina. C’era anche il mio maestro, guarito, che domani tornerà a scuola. Le porte delle classi erano aperte. Quando sono cominciate le lezioni, sono rimasto meravigliato. Tutti stavano attenti, con gli occhi fissi. Eppure, diceva il Direttore, la maggior parte, per non arrivare troppo tardi, non era nemmeno passata da casa. Non aveva mangiato un boccone di cena, e aveva fame. I piccoli, però, dopo mezz’ora di scuola cadevano dal sonno. Qualcuno si addormentava con la testa sul banco, e il maestro lo svegliava stuzzicandogli un orecchio con la penna. Ma i grandi no. Stavano svegli, con la bocca aperta, ad ascoltare la lezione senza battere ciglio. E mi faceva impressione vedere nei nostri banchi tutti quegli uomini con la barba.

Siamo saliti anche al piano di sopra. Sono corso alla porta della mia classe. Al mio posto ho visto un uomo con due grandi baffi e una mano fasciata. Forse si era fatto male a una macchina. Eppure cercava di scrivere, piano piano. Ma quello che mi è piaciuto di più è stato vedere suo padre al posto del muratorino. Era proprio nello stesso banco e nello stesso angolino. Quel muratore grande come un gigante se ne stava là, stretto e raggomitolato. Aveva il mento sui pugni e gli occhi sul libro. Era così attento che non respirava. E non è stato un caso. La prima sera che è venuto a scuola, è stato proprio lui a dire al Direttore:

— Signor Direttore, mi faccia il piacere di mettermi al posto del mio muso di lepre.

Perché chiama sempre suo figlio così...

Mio padre mi ha tenuto là fino alla fine. Nella strada abbiamo visto molte donne con i bambini in braccio, che aspettavano i mariti. All’uscita facevano il cambio. Gli operai prendevano in braccio i bambini, le donne si facevano dare i libri e i quaderni, e andavano a casa così. Per qualche momento la strada è stata piena di gente e di rumore. Poi tutto è tornato silenzioso. Abbiamo visto soltanto la figura lunga e stanca del Direttore che si allontanava.

### La lotta

*5, domenica*

C’era da aspettarselo. Franti, cacciato dal Direttore, ha voluto vendicarsi. Ha aspettato Stardi a un angolo di strada, dopo l’uscita da scuola. A quell’ora Stardi passa con sua sorella, che va a prendere ogni giorno in un istituto di via Dora Grossa. Mia sorella Silvia, uscendo dalla sua sezione, ha visto tutto ed è tornata a casa piena di spavento. Ecco quello che è successo.

Franti aveva il suo berretto di tela cerata schiacciato su un orecchio. È corso in punta di piedi dietro a Stardi. Per provocarlo ha dato uno strappo alla treccia di sua sorella. È stato uno strappo così forte che l’ha quasi buttata a terra sulla schiena. La ragazzina ha gridato e suo fratello si è voltato. Franti è molto più alto e più forte di Stardi, e pensava: — O starà zitto, o gliele darò. — Ma Stardi non ci ha pensato su. Piccolo e tozzo com’è, si è lanciato con un salto su quel ragazzone e ha cominciato a dargli pugni fortissimi. Ma non ce la faceva, e ne prendeva più di quanti ne desse. Nella strada c’erano solo ragazze e nessuno poteva separarli. Franti lo ha buttato a terra. Ma Stardi si è rialzato subito e gli è saltato addosso di nuovo. E Franti picchiava come su una porta. In un momento gli ha strappato mezzo orecchio, gli ha fatto un occhio nero e gli ha fatto uscire sangue dal naso.

Ma Stardi non cedeva. Ruggiva:

— Mi ammazzerai, ma te la faccio pagare.

E Franti giù con calci e schiaffi, e Stardi sotto, a testate e a calci. Una donna ha gridato dalla finestra:

— Bravo il piccolo!

Altre dicevano:

— È un ragazzo che difende sua sorella. Coraggio! Dagliele forte!

E gridavano a Franti:

— Prepotente! Vigliacco!

Ma anche Franti si era infuriato. Ha fatto lo sgambetto, Stardi è caduto e lui gli è saltato addosso.

— Arrenditi!

— No!

— Arrenditi!

— No!

Con uno scatto Stardi si è rimesso in piedi. Ha afferrato Franti alla vita e con uno sforzo furioso lo ha buttato sul selciato. Poi gli è caduto con un ginocchio sul petto.

— Ah! quel vigliacco ha il coltello! — ha gridato un uomo, ed è corso per disarmare Franti.

Ma Stardi, fuori di sé, gli aveva già afferrato il braccio con due mani. Gli aveva dato un tale morso al pugno che il coltello era caduto e la mano sanguinava. Intanto sono arrivati altri. Li hanno divisi e li hanno rialzati. Franti è scappato, malconcio. Stardi è rimasto là, graffiato in viso, con l’occhio nero, ma vincitore. Era accanto alla sorella che piangeva, mentre alcune ragazze raccoglievano i libri e i quaderni sparsi per la strada.

— Bravo il piccolo, — dicevano intorno, — che ha difeso sua sorella!

Ma Stardi pensava più al suo zaino che alla sua vittoria. Si è messo subito a controllare uno per uno i libri e i quaderni. Voleva vedere se mancava qualcosa o se c’era qualcosa di rovinato. Li ha puliti con la manica, ha guardato il pennino e ha rimesso ogni cosa al suo posto. Poi, tranquillo e serio come sempre, ha detto a sua sorella:

— Andiamo presto, perché ho un problema di quattro operazioni.

### I parenti dei ragazzi

*Lunedì, 6*

Questa mattina c’era il grosso padre di Stardi ad aspettare il figlio, per paura che incontrasse di nuovo Franti. Ma dicono che Franti non verrà più, perché lo metteranno in riformatorio. C’erano molti parenti questa mattina. Fra gli altri c’era il rivenditore di legna, il padre di Coretti. È tutto il ritratto di suo figlio: svelto e allegro. Ha i baffetti a punta e un nastrino di due colori all’occhiello della giacca. Io conosco già quasi tutti i parenti dei ragazzi, perché li vedo sempre lì.

C’è una nonna curva, con la cuffia bianca. Con la pioggia, con la neve e con la tempesta, viene quattro volte al giorno. Accompagna e va a prendere un suo nipotino di prima superiore. Gli toglie il cappotto e glielo rimette, gli sistema la cravatta, gli toglie la polvere e gli liscia i vestiti. Poi guarda i quaderni. Si capisce che non ha altro pensiero e non vede nulla di più bello al mondo.

Viene spesso anche il capitano d’artiglieria, il padre di Robetti, quello delle stampelle, che ha salvato un bambino dall’omnibus. Tutti i compagni di suo figlio, passandogli davanti, gli fanno una carezza. Perciò lui a tutti restituisce la carezza o il saluto. Non ne dimentica mai uno, si china su tutti. E più sono poveri e vestiti male, più sembra contento, e li ringrazia.

A volte si vedono anche cose tristi. C’è un signore che non veniva più da un mese, perché gli era morto un figlio. Mandava la domestica a prendere l’altro. Ieri è tornato per la prima volta e ha rivisto la classe, i compagni del suo piccolo morto. È andato in un angolo ed è scoppiato in singhiozzi, con tutte e due le mani sul viso. Il Direttore lo ha preso per un braccio e lo ha portato nel suo ufficio.

Ci sono padri e madri che conoscono per nome tutti i compagni dei loro figli. Ci sono ragazze della scuola vicina e scolari del ginnasio che vengono ad aspettare i fratelli. C’è un vecchio signore, che era colonnello. Quando un ragazzo lascia cadere un quaderno o una penna in mezzo alla strada, glieli raccoglie. Si vedono anche signore ben vestite che parlano delle cose della scuola con le altre donne. Quelle hanno il fazzoletto in testa e la cesta al braccio. Dicono:

— Ah! è stato terribile questa volta il problema!

— C’era una lezione di grammatica che non finiva più questa mattina!

Quando c’è un malato in una classe, lo sanno tutte. Quando un malato sta meglio, sono tutte contente. E proprio questa mattina c’erano otto o dieci persone, signore e operai, intorno alla madre di Crossi, l’erbivendola. Le domandavano notizie di un povero bambino della classe di mio fratello. Abita nel suo cortile ed è in pericolo di vita. Sembra che la scuola li faccia tutti uguali e tutti amici.

### Il numero 78

*8, mercoledì*

Ieri pomeriggio ho visto una scena commovente. Da vari giorni l’erbivendola, ogni volta che passava accanto a Derossi, lo guardava con grande affetto. Il motivo è questo: Derossi ha fatto la scoperta del calamaio e del prigioniero numero 78. Da allora ha preso a voler bene a suo figlio Crossi, quello dei capelli rossi e del braccio morto. Lo aiuta a fare il lavoro a scuola, gli suggerisce le risposte, gli dà carta, pennini e matite. Insomma, lo tratta come un fratello. Lo fa quasi per compensarlo di quella disgrazia di suo padre, che gli è toccata e che lui non conosce. Da vari giorni l’erbivendola guardava Derossi, e sembrava che non potesse staccargli gli occhi di dosso. Perché è una buona donna, che vive tutta per il suo ragazzo. Derossi lo aiuta e gli fa fare bella figura. Derossi è un signore ed è il primo della scuola. A lei sembra un re, un santo. Lo guardava sempre e sembrava che volesse dirgli qualcosa e che si vergognasse.

Ma ieri mattina, finalmente, si è fatta coraggio e lo ha fermato davanti a un portone.

— Mi scusi tanto, signorino, — gli ha detto. — Lei è così buono e vuole tanto bene a mio figlio. Mi faccia la grazia di accettare questo piccolo ricordo di una povera mamma.

E ha tirato fuori dalla cesta della verdura una scatoletta di cartoncino bianco e dorato. Derossi è diventato tutto rosso e ha rifiutato con decisione:

— La dia a suo figlio. Io non accetto nulla.

La donna è rimasta male e ha chiesto scusa, balbettando:

— Non pensavo mica di offenderla... sono soltanto caramelle.

Ma Derossi ha detto ancora di no, scuotendo la testa. Allora, timidamente, lei ha tolto dalla cesta un mazzetto di ravanelli e ha detto:

— Accetti almeno questi, che sono freschi, da portare alla sua mamma.

Derossi ha sorriso e ha risposto:

— No, grazie, non voglio nulla. Farò sempre quello che posso per Crossi, ma non posso accettare nulla. Grazie lo stesso.

— Ma non è mica offeso? — ha domandato la donna, preoccupata.

Derossi le ha detto no, no, sorridendo, e se n’è andato, mentre lei esclamava tutta contenta:

— Oh che buon ragazzo! Non ho mai visto un ragazzo così bravo e così bello!

E sembrava finita. Ma ecco che alle quattro del pomeriggio, invece della mamma di Crossi, si è avvicinato il padre, con quel viso pallido e malinconico. Ha fermato Derossi, e da come lo guardava ho capito subito. Sospettava che Derossi conoscesse il suo segreto. Lo ha guardato fisso e gli ha detto con voce triste e affettuosa:

— Lei vuole bene a mio figlio... Perché gli vuole così bene?

Derossi è diventato rosso come il fuoco. Avrebbe voluto rispondere: — Gli voglio bene perché è stato sfortunato, e perché anche voi, suo padre, siete stato più sfortunato che colpevole. Avete pagato il vostro delitto con dignità, e siete un uomo di cuore. — Ma non ha avuto il coraggio di dirlo. Perché in fondo provava ancora timore, e quasi ribrezzo, davanti a quell’uomo. Quell’uomo aveva sparso il sangue di un altro ed era stato sei anni in prigione. Ma lui ha indovinato tutto. Ha abbassato la voce e ha detto all’orecchio di Derossi, quasi tremando:

— Vuoi bene al figlio... ma non vuoi mica male... non disprezzi mica il padre, non è vero?

— Ah no! no! Tutto il contrario! — ha esclamato Derossi con uno slancio del cuore.

Allora l’uomo ha fatto un gesto improvviso, come per mettergli un braccio intorno al collo. Ma non ha osato. Invece gli ha preso con due dita uno dei riccioli biondi, lo ha allungato e lo ha lasciato andare. Poi si è messo la mano sulla bocca e si è baciato il palmo. Guardava Derossi con gli occhi umidi, come per dirgli che quel bacio era per lui. Poi ha preso il figlio per mano e se n’è andato a passi svelti.

### Un piccolo morto

*13, lunedì*

Il bambino che abita nel cortile dell’erbivendola, quello della prima superiore, compagno di mio fratello, è morto. La maestra Delcati è venuta sabato sera, tutta addolorata, a dare la notizia al maestro. Subito Garrone e Coretti si sono offerti di aiutare a portare la cassa. Era un bravo bambino. Aveva guadagnato la medaglia la settimana scorsa. Voleva bene a mio fratello e gli aveva regalato un salvadanaio rotto. Mia madre lo accarezzava sempre quando lo incontrava. Portava un berretto con due strisce di stoffa rossa. Suo padre è facchino alla ferrovia.

Ieri, domenica, alle quattro e mezzo del pomeriggio siamo andati a casa sua, per accompagnarlo alla chiesa. Abitano al pianterreno. Nel cortile c’erano già molti ragazzi della prima superiore, con le loro madri e con le candele. C’erano anche cinque o sei maestre e alcuni vicini. La maestrina della penna rossa e la Delcati erano entrate in casa. Le vedevamo piangere da una finestra aperta. Si sentiva la mamma del bambino che singhiozzava forte. Due signore, madri di due compagni di scuola del morto, avevano portato due ghirlande di fiori.

Alle cinque in punto ci siamo messi in cammino. Davanti andava un ragazzo che portava la croce, poi un prete, poi la cassa. Era una cassa piccola piccola, povero bambino! Era coperta da un panno nero, e c’erano strette intorno le ghirlande di fiori delle due signore. Da una parte, sul panno nero, avevano attaccato la medaglia e tre menzioni onorevoli. Il bambino le aveva guadagnate durante l’anno. Portavano la cassa Garrone, Coretti e due ragazzi del cortile. Dietro la cassa veniva prima la Delcati, che piangeva come se il piccolo morto fosse suo. Dietro di lei c’erano le altre maestre, e dietro le maestre i ragazzi. Alcuni erano molto piccoli. Avevano mazzetti di viole in una mano e guardavano la cassa, stupiti. Con l’altra mano tenevano le madri, che portavano le candele per loro. Ho sentito uno che diceva:

— E adesso non verrà più a scuola?

Quando la cassa è uscita dal cortile, si è sentito un grido disperato dalla finestra. Era la mamma del bambino, ma l’hanno subito fatta tornare nelle stanze. Arrivati nella strada, abbiamo incontrato i ragazzi di un collegio, che passavano in doppia fila. Hanno visto la cassa con la medaglia e le maestre, e si sono tolti tutti il berretto. Povero piccolo, se n’è andato a dormire per sempre con la sua medaglia. Non lo vedremo mai più il suo berrettino rosso. Stava bene, e in quattro giorni è morto. L’ultimo giorno ha cercato ancora di alzarsi per fare il suo piccolo lavoro di nomenclatura. Ha voluto tenere la medaglia sul letto, per paura che gliela prendessero. Nessuno te la prenderà più, povero bambino! Addio, addio. Ci ricorderemo sempre di te alla Sezione Baretti. Dormi in pace, bambino.

### La vigilia del 14 marzo

Oggi è stata una giornata più allegra di ieri. Tredici marzo! È la vigilia della distribuzione dei premi al Teatro Vittorio Emanuele, la grande e bella festa di tutti gli anni. Ma questa volta i ragazzi che devono salire sul palcoscenico non sono più presi a caso. Sono quelli che porgono gli attestati dei premi ai signori che li distribuiscono. Il Direttore è venuto questa mattina al finis e ha detto:

— Ragazzi, una bella notizia.

Poi ha chiamato:

— Coraci!

Era il calabrese, che si è alzato.

— Vuoi essere tra quelli che portano gli attestati dei premi alle Autorità, domani a teatro?

Il calabrese ha risposto di sì.

— Bene, — ha detto il Direttore. — Così ci sarà anche un rappresentante della Calabria. E sarà una bella cosa. Quest’anno il municipio ha voluto che i dieci o dodici ragazzi che porgono i premi vengano da tutte le parti d’Italia. Sono stati scelti nelle varie sezioni delle scuole pubbliche. Abbiamo venti sezioni con cinque succursali: settemila alunni. Con un numero così grande, è stato facile trovare un ragazzo per ogni regione italiana. Nella Sezione Torquato Tasso si sono trovati due rappresentanti delle isole, un sardo e un siciliano. La scuola Boncompagni ha dato un piccolo fiorentino, figlio di uno scultore in legno. Nella Sezione Tommaseo c’era un romano, nato a Roma. Di veneti, lombardi e romagnoli se ne sono trovati parecchi. La Sezione Monviso ci dà un napoletano, figlio di un ufficiale. Noi diamo un genovese e un calabrese: te, Coraci. Con il piemontese saranno dodici. È bello, non vi pare? Saranno i vostri fratelli di tutte le parti d’Italia a darvi i premi.

Attenzione: compariranno sul palcoscenico tutti e dodici insieme. Accoglieteli con un grande applauso. Sono ragazzi, ma rappresentano il paese come se fossero uomini. Una piccola bandiera tricolore è simbolo dell’Italia quanto una grande bandiera, non è vero? Applauditeli con calore, dunque. Fate vedere che anche i vostri piccoli cuori si accendono. Fate vedere che anche le vostre anime di dieci anni si esaltano davanti alla santa immagine della patria.

Detto questo, se n’è andato, e il maestro ha detto sorridendo:

— Dunque, Coraci, tu sei il deputato della Calabria.

Allora tutti hanno battuto le mani ridendo. Quando siamo arrivati in strada, hanno circondato Coraci, lo hanno preso per le gambe e lo hanno sollevato. Hanno cominciato a portarlo in trionfo, gridando:

— Viva il deputato della Calabria!

Lo facevano per gioco, ma non certo per prenderlo in giro. Anzi, volevano fargli festa, di cuore, perché è un ragazzo che piace a tutti. E lui sorrideva. Lo hanno portato così fino all’angolo, dove hanno incontrato un signore con la barba nera, che si è messo a ridere. Il calabrese ha detto:

— È mio padre.

Allora i ragazzi gli hanno messo il figlio tra le braccia e sono scappati da tutte le parti.

### La distribuzione dei premi

*14, marzo*

Verso le due il grandissimo teatro era pieno di gente. Platea, galleria, palchi, palcoscenico: tutto era affollato. C’erano migliaia di visi: ragazzi, signore, maestri, operai, donne del popolo, bambini. Si agitavano teste e mani, tremavano piume, nastri e riccioli. Si sentiva un mormorio fitto e festoso, che metteva allegria. Il teatro era tutto decorato con festoni di stoffa rossa, bianca e verde. In platea avevano fatto due scalette. Quella a destra serviva ai premiati per salire sul palcoscenico. Quella a sinistra serviva per scendere, dopo aver ricevuto il premio. Sul davanti del palco c’era una fila di grandi sedie rosse. Dallo schienale di quella di mezzo pendeva una piccola corona d’alloro. In fondo al palco c’era un trofeo di bandiere. Da una parte c’era un tavolino verde, con tutti gli attestati dei premi legati con nastrini tricolori. La banda stava in platea, sotto il palco. I maestri e le maestre riempivano metà della prima galleria, che era riservata a loro. I banchi e i corridoi della platea erano pieni di centinaia di ragazzi che dovevano cantare. Avevano la musica scritta in mano. In fondo e tutto intorno andavano e venivano maestri e maestre, che mettevano in fila i premiati. C’erano molti parenti che davano loro l’ultima sistemata ai capelli e alle cravattine.

Appena sono entrato nel palco con i miei, ho visto in un palco di fronte la maestrina della penna rossa. Rideva, con le sue belle fossette nelle guance. Con lei c’erano la maestra di mio fratello, la monachina tutta vestita di nero e la mia buona maestra di prima superiore. Ma lei era così pallida, poveretta, e tossiva così forte che si sentiva da una parte all’altra del teatro. In platea ho trovato subito il caro faccione di Garrone e la piccola testa bionda di Nelli, stretto contro la sua spalla. Un po’ più in là ho visto Garoffi, con il suo naso a becco di civetta. Si dava molto da fare per raccogliere gli elenchi stampati dei premiati. Ne aveva già un grosso mucchio, per farne qualche suo traffico... che sapremo domani.

Vicino alla porta c’era il rivenditore di legna con sua moglie, vestiti a festa. Erano insieme al loro ragazzo, che ha un terzo premio di seconda. Sono rimasto stupito di non vedergli più il berretto di pelle di gatto e la maglia color cioccolata. Questa volta era vestito come un signorino. In una galleria ho visto per un momento Votini, con un gran colletto di pizzo, poi è sparito. In un palco vicino al palcoscenico, pieno di gente, c’era il capitano d’artiglieria. È il padre di Robetti, quello delle stampelle, che ha salvato un bambino dall’omnibus.

Alle due in punto la banda ha suonato. Nello stesso tempo sono saliti dalla scaletta di destra il Sindaco, il prefetto, l’assessore, il provveditore e molti altri signori. Erano tutti vestiti di nero e sono andati a sedersi sulle grandi sedie rosse, sul davanti del palcoscenico. La banda ha smesso di suonare. Si è fatto avanti il Direttore delle scuole di canto con una bacchetta in mano. A un suo segno tutti i ragazzi della platea si sono alzati in piedi. A un altro segno hanno cominciato a cantare. Erano settecento e cantavano una canzone bellissima. Settecento voci di ragazzi che cantano insieme: com’è bello! Tutti ascoltavano immobili. Era un canto dolce, limpido, lento, che sembrava un canto di chiesa. Quando hanno finito, tutti hanno applaudito. Poi tutti zitti. La distribuzione dei premi stava per cominciare. Si era già fatto avanti sul palco il mio piccolo maestro di seconda, con la sua testa rossa e i suoi occhi vivaci. Doveva leggere i nomi dei premiati. Si aspettava che entrassero i dodici ragazzi per porgere gli attestati. I giornali avevano già detto che sarebbero stati ragazzi di tutte le province d’Italia. Tutti lo sapevano e li aspettavano, guardando con curiosità dalla parte da cui dovevano entrare. Anche il Sindaco e gli altri signori guardavano, e il teatro intero taceva...

A un tratto sono arrivati di corsa fino al bordo del palco, e sono rimasti lì in fila, tutti e dodici, sorridenti. Tutto il teatro, tremila persone, è balzato in piedi in un colpo solo. È scoppiato un applauso che sembrava un tuono. I ragazzi sono rimasti un momento come confusi.

— Ecco l’Italia! — ha detto una voce sul palco.

Ho riconosciuto subito Coraci, il calabrese, vestito di nero come sempre. Un signore del municipio, che era con noi e li conosceva tutti, li indicava a mia madre:

— Quel piccolo biondo è il rappresentante di Venezia. Il romano è quello alto e riccio.

Due o tre erano vestiti da signori. Gli altri erano figli di operai, ma tutti ben vestiti e puliti. Il fiorentino, che era il più piccolo, aveva una sciarpa azzurra intorno alla vita. Sono passati tutti davanti al Sindaco, che li ha baciati in fronte uno per uno. Un signore accanto a lui gli diceva piano, sorridendo, i nomi delle città:

— Firenze, Napoli, Bologna, Palermo...

E a ognuno che passava, tutto il teatro batteva le mani. Poi sono corsi tutti al tavolino verde a prendere gli attestati. Il maestro ha cominciato a leggere l’elenco, dicendo le sezioni, le classi e i nomi. E i premiati hanno cominciato a salire e a passare in fila.

Erano appena saliti i primi, quando da dietro le scene si è sentita una musica leggera leggera di violini. Non è più cessata per tutta la sfilata. Era un’aria gentile e sempre uguale. Sembrava un mormorio di molte voci sommesse. Erano le voci di tutte le madri, di tutti i maestri e le maestre. Sembrava che tutti insieme dessero consigli, pregassero e facessero rimproveri pieni d’amore.

Intanto i premiati passavano uno dopo l’altro davanti a quei signori seduti, che porgevano gli attestati. A ciascuno dicevano una parola o facevano una carezza. Dalla platea e dalle gallerie i ragazzi applaudivano ogni volta che passava uno molto piccolo. Applaudivano anche quando passava uno che dai vestiti sembrava povero. Applaudivano anche quelli con grandi capelli ricci o vestiti di rosso o di bianco. Passavano alcuni di prima superiore che, arrivati là, si confondevano e non sapevano più dove voltarsi. E tutto il teatro rideva. Ne è passato uno alto tre palmi, con un gran fiocco di nastro rosa sulla schiena. Camminava a fatica, è inciampato nel tappeto ed è caduto. Il prefetto lo ha rimesso in piedi, e tutti hanno riso e battuto le mani. Un altro è rotolato giù per la scaletta mentre scendeva in platea. Si sono sentite delle grida, ma non si era fatto male. Ne sono passati di ogni tipo: facce da birichini, facce spaventate, facce rosse come ciliegie. C’erano piccoli buffi, che ridevano in faccia a tutti. Appena scesi in platea, i padri e le madri li afferravano e li portavano via.

Quando è arrivato il turno della nostra sezione, mi sono proprio divertito! Sono passati molti ragazzi che conoscevo. È passato Coretti, vestito di nuovo da capo a piedi. Aveva il suo bel sorriso allegro, che mostrava tutti i denti bianchi. Eppure chissà quanti miriagrammi di legna aveva già portato quella mattina! Il Sindaco, mentre gli dava l’attestato, gli ha domandato che cos’era un segno rosso che aveva sulla fronte. Intanto gli teneva una mano su una spalla. Io ho cercato in platea suo padre e sua madre, e ho visto che ridevano coprendosi la bocca con una mano.

Poi è passato Derossi, tutto vestito di turchino, con i bottoni lucenti e tutti quei riccioli d’oro. Era svelto, disinvolto, con la fronte alta. Era così bello e così simpatico che gli avrei mandato un bacio. Tutti quei signori hanno voluto parlargli e stringergli la mano.

Poi il maestro ha gridato:

— Giulio Robetti!

E si è visto venire avanti il figlio del capitano d’artiglieria, con le stampelle. Centinaia di ragazzi conoscevano il fatto e la voce si è sparsa in un attimo. È scoppiata una scarica di applausi e di grida che ha fatto tremare il teatro. Gli uomini si sono alzati in piedi, le signore hanno cominciato a sventolare i fazzoletti. Il povero ragazzo si è fermato in mezzo al palcoscenico, sbalordito e tremante... Il Sindaco lo ha tirato a sé, gli ha dato il premio e un bacio. Ha staccato dallo schienale della sedia la piccola corona d’alloro che era appesa lì. L’ha infilata nel traversino di una stampella... Poi lo ha accompagnato fino al palco dove c’era il capitano suo padre. Il capitano lo ha sollevato di peso e lo ha messo dentro, tra grida di *bravo* e di *evviva*.

E intanto continuava quella musica leggera e gentile di violini, e i ragazzi continuavano a passare. Sono passati quelli della Sezione della Consolata, quasi tutti figli di piccoli commercianti. Poi quelli della Sezione di Vanchiglia, figli di operai. Poi quelli della Sezione Boncompagni, molti dei quali sono figli di contadini. Per ultimi quelli della scuola Rayneri. Appena finito, i settecento ragazzi della platea hanno cantato un’altra canzone bellissima. Poi ha parlato il Sindaco, e dopo di lui l’assessore, che ha finito il suo discorso dicendo ai ragazzi:

— ...Ma non uscite di qui senza mandare un saluto a quelli che lavorano tanto per voi. Hanno dedicato a voi tutte le forze della loro intelligenza e del loro cuore. Vivono e muoiono per voi. Eccoli là!

E ha indicato la galleria dei maestri. Allora dalle gallerie, dai palchi, dalla platea tutti i ragazzi si sono alzati. Hanno teso le braccia, gridando verso le maestre e i maestri. Loro hanno risposto agitando le mani, i cappelli, i fazzoletti, tutti in piedi e commossi. Dopo, la banda ha suonato ancora una volta. Il pubblico ha mandato un ultimo saluto rumoroso ai dodici ragazzi di tutte le province d’Italia. Si sono presentati sul davanti del palco, in fila, con le mani intrecciate, sotto una pioggia di mazzetti di fiori.

### Litigio

*20, lunedì*

Eppure no, non è stato per invidia che ho litigato con Coretti questa mattina. Lui ha avuto il premio e io no, ma non è stato per invidia. Però ho avuto torto. Il maestro lo aveva messo accanto a me, e io scrivevo sul mio quaderno di calligrafia. Lui mi ha urtato con il gomito. Mi ha fatto fare uno sgorbio e macchiare anche il racconto mensile, *Sangue romagnolo*. Dovevo copiarlo per il muratorino, che è malato. Mi sono arrabbiato e gli ho detto una parolaccia. Lui mi ha risposto sorridendo:

— Non l’ho fatto apposta.

Avrei dovuto credergli, perché lo conosco. Ma mi è dispiaciuto che sorridesse, e ho pensato: — Oh! adesso che ha avuto il premio, si sarà montato la testa! — Poco dopo, per vendicarmi, gli ho dato una spinta che gli ha rovinato la pagina. Allora lui, tutto rosso di rabbia, mi ha detto:

— Tu sì che l’hai fatto apposta!

E ha alzato la mano. Il maestro ha visto e lui l’ha ritirata. Ma ha aggiunto:

— Ti aspetto fuori!

Ci sono rimasto male. La rabbia mi è passata e mi sono pentito. No, Coretti non poteva averlo fatto apposta. È buono, ho pensato. Mi sono ricordato di quando l’avevo visto a casa sua, di come lavorava e di come assisteva sua madre malata. Mi sono ricordato della festa che gli avevo fatto a casa mia, e di come era piaciuto a mio padre. Quanto avrei dato per non avergli detto quella parola e per non avergli fatto quello sgarbo! E pensavo al consiglio che mi avrebbe dato mio padre: — Hai torto? — Sì. — E allora chiedigli scusa. — Ma io non osavo farlo, mi vergognavo di umiliarmi. Lo guardavo di nascosto e vedevo la sua maglia scucita sulla spalla, forse perché aveva portato troppa legna. Sentivo che gli volevo bene e mi dicevo: — Coraggio! — Ma la parola — scusami — mi restava in gola.

Lui mi guardava di traverso, ogni tanto, e mi sembrava più addolorato che arrabbiato. Ma allora anch’io lo guardavo male, per mostrargli che non avevo paura. Lui mi ha ripetuto:

— Ci rivedremo fuori!

E io:

— Ci rivedremo fuori!

Ma pensavo a quello che mi aveva detto una volta mio padre: — Se hai torto, difenditi, ma non picchiare! — E dicevo tra me: — Mi difenderò, ma non picchierò. — Ma ero scontento e triste, e non sentivo più il maestro.

Finalmente è arrivato il momento di uscire. Quando sono stato solo nella strada, ho visto che lui mi seguiva. Mi sono fermato e l’ho aspettato con la riga in mano. Lui si è avvicinato e io ho alzato la riga.

— No, Enrico, — ha detto lui con il suo buon sorriso, spostando la riga con la mano. — Torniamo amici come prima.

Sono rimasto stupito un momento. Poi ho sentito come una mano che mi spingeva alle spalle, e mi sono trovato tra le sue braccia. Lui mi ha baciato e ha detto:

— Mai più litigi tra noi, non è vero?

— Mai più! mai più! — ho risposto.

E ci siamo separati, contenti. Ma quando sono arrivato a casa ho raccontato tutto a mio padre, credendo di fargli piacere. Invece lui si è fatto scuro in viso e ha detto:

— Dovevi essere tu il primo a tendergli la mano, perché avevi torto.

Poi ha aggiunto:

— Non dovevi alzare la riga su un compagno migliore di te, sul figlio di un soldato!

Mi ha strappato la riga di mano, l’ha fatta in due pezzi e l’ha sbattuta contro il muro.

### Mia sorella

*24, venerdì.*

*Perché, Enrico, hai fatto ancora quello sgarbo a me? Nostro padre ti aveva già rimproverato per come ti sei comportato con Coretti. Tu non immagini il dolore che ho provato. Quando eri bambino ti stavo accanto alla culla per ore e ore, invece di divertirmi con le mie compagne. Non lo sai? Non sai che quando eri malato scendevo dal letto ogni notte per sentire se la tua fronte scottava? Non lo sai, tu che offendi tua sorella? Se una sventura terribile ci colpisse, ti farei da madre io e ti vorrei bene come a un figlio. Non sai che quando nostro padre e nostra madre non ci saranno più, sarò io la tua migliore amica? Sarò la sola con cui potrai parlare dei nostri morti e della tua infanzia. Se ci fosse bisogno lavorerei per te, Enrico, per guadagnarti il pane e farti studiare. Ti amerò sempre quando sarai grande. Ti seguirò con il pensiero quando andrai lontano, sempre, perché siamo cresciuti insieme e abbiamo lo stesso sangue.*

*O Enrico, stanne sicuro: quando sarai un uomo, se ti capiterà una disgrazia, se sarai solo, mi cercherai. Verrai da me a dirmi: — Silvia, sorella, lasciami stare con te. Parliamo di quando eravamo felici, ti ricordi? Parliamo di nostra madre, della nostra casa, di quei bei giorni tanto lontani. — O Enrico, troverai sempre tua sorella con le braccia aperte. Sì, caro Enrico, e perdonami anche il rimprovero che ti faccio ora. Io non mi ricorderò di nessun tuo torto. E se anche tu mi dessi altri dispiaceri, che cosa importa? Sarai sempre mio fratello lo stesso. Io ricorderò soltanto di averti tenuto in braccio da bambino, di aver amato padre e madre con te. Ricorderò di averti visto crescere e di essere stata per tanti anni la tua compagna più fedele.*

*Ma tu scrivimi una buona parola su questo stesso quaderno, e io tornerò a leggerla prima di sera. Intanto, ho visto che eri stanco. Per mostrarti che non sono arrabbiata con te, ho copiato per te il racconto mensile Sangue romagnolo. Dovevi copiarlo per il muratorino malato. Cercalo nel cassetto di sinistra del tuo tavolo. L’ho scritto tutto questa notte, mentre dormivi. Scrivimi una buona parola, Enrico, te ne prego.*

Tua sorella Silvia.

*Non sono degno di baciarti le mani.*

Enrico.

### Sangue romagnolo

(Racconto mensile)

Quella sera la casa di Ferruccio era più tranquilla del solito. Il padre aveva un piccolo negozio di merciaiolo ed era andato a Forlì a fare acquisti. Sua moglie lo aveva accompagnato con Luigina, una bambina, per portarla da un medico. Il medico doveva operarle un occhio malato. Sarebbero tornati soltanto la mattina dopo. Mancava poco a mezzanotte. La donna che veniva ad aiutare di giorno se n’era andata all’imbrunire. In casa erano rimasti soltanto la nonna, con le gambe paralizzate, e Ferruccio, un ragazzo di tredici anni.

Era una casetta con il solo pianterreno, sulla strada grande, a un tiro di fucile da un villaggio. Il villaggio era poco lontano da Forlì, città di Romagna. Accanto aveva soltanto una casa disabitata, rovinata due mesi prima da un incendio. Su quella casa si vedeva ancora l’insegna di un’osteria. Dietro la casetta c’era un piccolo orto circondato da una siepe, e sull’orto si apriva una porticina rustica. La porta del negozio, che era anche la porta di casa, si apriva sulla strada. Tutto intorno si stendeva la campagna solitaria, con grandi campi coltivati e piantati di gelsi.

Mancava poco a mezzanotte, pioveva e tirava vento. Ferruccio e la nonna, ancora alzati, stavano nella stanza da pranzo. Tra questa stanza e l’orto c’era uno stanzino pieno di mobili vecchi. Ferruccio era tornato a casa soltanto alle undici, dopo una fuga di molte ore. La nonna lo aveva aspettato con gli occhi aperti, piena d’ansia. Era inchiodata su una larga poltrona con i braccioli. Su quella poltrona passava tutta la giornata e spesso anche tutta la notte. Non poteva stare sdraiata, perché le mancava il respiro.

Pioveva e il vento sbatteva la pioggia contro i vetri. La notte era molto scura. Ferruccio era tornato stanco, sporco di fango, con la giacca strappata e sulla fronte il livido di una sassata. Aveva tirato sassi con i compagni, e come al solito erano venuti alle mani. Inoltre aveva giocato e perso tutti i suoi soldi, e aveva lasciato il berretto in un fosso.

La cucina era illuminata soltanto da una piccola lampada a olio, sull’angolo di un tavolo, accanto alla poltrona. Ma la povera nonna aveva visto subito in che brutto stato era il nipote. In parte aveva indovinato, in parte gli aveva fatto confessare le sue bravate.

Amava quel ragazzo con tutta l’anima. Quando ha saputo ogni cosa, si è messa a piangere.

— Ah! no, — ha detto poi, dopo un lungo silenzio. — Tu non hai cuore per la tua povera nonna. Non hai cuore, se approfitti così dell’assenza di tuo padre e di tua madre per darmi dei dolori. Mi hai lasciata sola tutto il giorno! Non hai avuto un po’ di compassione. Attento, Ferruccio! Stai prendendo una cattiva strada, che ti porterà a una triste fine. Ne ho visti altri cominciare come te e finire male. Si comincia a scappare di casa, a litigare con gli altri ragazzi, a perdere i soldi. Poi, a poco a poco, dalle sassate si passa alle coltellate, dal gioco agli altri vizi, e dai vizi... al furto.

Ferruccio ascoltava, in piedi a tre passi di distanza, appoggiato a una credenza. Aveva il mento sul petto e le sopracciglia aggrottate, ancora tutto caldo per la rabbia della rissa. Una ciocca di bei capelli castani gli attraversava la fronte, e gli occhi azzurri erano immobili.

— Dal gioco al furto, — ha ripetuto la nonna, continuando a piangere. — Pensaci, Ferruccio. Pensa a quel disgraziato qui del paese, a quel Vito Mozzoni, che ora fa il vagabondo in città. A ventiquattro anni è stato due volte in prigione. Ha fatto morire di dolore quella povera donna di sua madre, che io conoscevo. E suo padre è fuggito in Svizzera per la disperazione. Pensa a quel brutto tipo, a cui tuo padre si vergogna di rispondere al saluto. Va sempre in giro con delinquenti peggiori di lui, e un giorno finirà in galera. Ebbene, io l’ho conosciuto da ragazzo, e ha cominciato come te. Pensa che ridurrai tuo padre e tua madre a fare la stessa fine dei suoi.

Ferruccio taceva. Non era cattivo di cuore, anzi. Le sue bravate venivano da troppa vita e troppo coraggio, più che da cattiveria. Proprio per questo suo padre lo aveva abituato male. Lo credeva capace, in fondo, dei sentimenti più belli. Pensava che alla prova sarebbe stato capace anche di un’azione forte e generosa. Perciò gli lasciava fare quello che voleva, e aspettava che mettesse giudizio da solo. Era più buono che cattivo, ma testardo. Anche quando aveva il cuore stretto dal pentimento, gli era molto difficile dire le buone parole che ci fanno perdonare. — Sì, ho torto, non lo farò più, te lo prometto, perdonami. — A volte aveva l’anima piena di tenerezza, ma l’orgoglio non la lasciava uscire.

— Ah Ferruccio! — ha continuato la nonna, vedendolo così muto. — Non mi dici una parola di pentimento! Vedi in che stato sono ridotta, che potrebbero seppellirmi. Non dovresti avere il cuore di farmi soffrire. Non dovresti far piangere la mamma della tua mamma, così vecchia, vicina al suo ultimo giorno. Sono la tua povera nonna, che ti ha sempre voluto tanto bene. Ti cullavo per notti intere quando eri un bambino di pochi mesi, e non mangiavo per giocare con te. Tu non lo sai! Io dicevo sempre: — Questo sarà la mia consolazione! — E ora tu mi fai morire! Darei volentieri questo po’ di vita che mi resta, per vederti tornare buono e obbediente come in quei giorni... Quando ti portavo al Santuario, ti ricordi, Ferruccio? Mi riempivi le tasche di sassolini e d’erbe, e io ti riportavo a casa in braccio, addormentato. Allora volevi bene alla tua povera nonna. E ora che sono paralizzata, avrei bisogno del tuo affetto come dell’aria per respirare. Perché non ho più altro al mondo, povera donna mezza morta che sono, Dio mio!...

Ferruccio stava per lanciarsi verso la nonna, vinto dalla commozione. Ma gli è sembrato di sentire un rumore leggero, uno scricchiolio nello stanzino accanto, quello che dava sull’orto. Non ha capito se erano le imposte scosse dal vento o altro.

Ha teso l’orecchio.

La pioggia scrosciava.

Il rumore si è ripetuto. Lo ha sentito anche la nonna.

— Che cos’è? — ha domandato la nonna dopo un momento, turbata.

— La pioggia, — ha mormorato il ragazzo.

— Dunque, Ferruccio, — ha detto la vecchia, asciugandosi gli occhi, — mi prometti che sarai buono, che non farai mai più piangere la tua povera nonna...

Un nuovo rumore leggero l’ha interrotta.

— Ma non mi sembra la pioggia! — ha esclamato, impallidendo. — ... Va’ a vedere!

Ma ha aggiunto subito:

— No, resta qui!

E ha afferrato Ferruccio per la mano.

Sono rimasti tutti e due con il respiro sospeso. Sentivano soltanto il rumore dell’acqua.

Poi tutti e due hanno avuto un brivido.

A tutti e due era sembrato di sentire uno strisciare di piedi nello stanzino.

— Chi c’è? — ha domandato il ragazzo, con il fiato che gli mancava.

Nessuno ha risposto.

— Chi c’è? — ha domandato di nuovo Ferruccio, gelato dalla paura.

Aveva appena detto quelle parole, quando tutti e due hanno gettato un grido di terrore. Due uomini erano balzati nella stanza. Uno ha afferrato il ragazzo e gli ha messo una mano sulla bocca. L’altro ha stretto la vecchia alla gola. Il primo ha detto:

— Zitto, se non vuoi morire!

Il secondo:

— Taci!

E ha alzato un coltello. Tutti e due avevano sul viso un panno scuro, con due buchi davanti agli occhi.

Per un momento si sono sentiti soltanto il respiro affannoso di tutti e quattro e il rumore della pioggia. La vecchia respirava a fatica, con un rantolo, e aveva gli occhi fuori dalla testa.

Quello che teneva il ragazzo gli ha detto all’orecchio:

— Dove tiene i soldi tuo padre?

Il ragazzo ha risposto con un filo di voce, battendo i denti:

— Di là... nell’armadio.

— Vieni con me, — ha detto l’uomo.

E lo ha trascinato nello stanzino, tenendolo stretto alla gola. Là, sul pavimento, c’era una lanterna cieca.

— Dov’è l’armadio? — ha domandato.

Il ragazzo, soffocato, ha indicato l’armadio.

Allora, per essere sicuro del ragazzo, l’uomo lo ha buttato in ginocchio davanti all’armadio. Gli ha stretto forte il collo fra le gambe, per poterlo strozzare se urlava. Teneva il coltello fra i denti e la lanterna in una mano. Con l’altra ha tirato fuori di tasca un ferro appuntito e lo ha infilato nella serratura. Ha frugato, ha rotto, ha spalancato gli sportelli. Ha rimescolato tutto in fretta e si è riempito le tasche. Ha richiuso, ha riaperto, ha frugato di nuovo. Poi ha afferrato di nuovo il ragazzo alla gola e lo ha spinto di là. L’altro teneva ancora ferma la vecchia, scossa dalle convulsioni, con la testa all’indietro e la bocca aperta.

Costui ha domandato a bassa voce:

— Trovato?

Il compagno ha risposto:

— Trovato.

E ha aggiunto:

— Guarda alla porta.

Quello che teneva la vecchia è corso alla porta dell’orto a vedere se c’era qualcuno. Dallo stanzino ha detto, con una voce che sembrava un fischio:

— Vieni.

Quello che era rimasto teneva ancora Ferruccio. Ha mostrato il coltello al ragazzo e alla vecchia, che riapriva gli occhi.

— Non una parola, — ha detto, — o torno indietro e vi sgozzo!

E li ha fissati un momento tutti e due.

In quel momento si è sentito in lontananza, sulla strada, un canto di molte voci.

Il ladro ha voltato rapidamente la testa verso la porta, e con quel movimento violento gli è caduto il panno dal viso.

La vecchia ha gettato un urlo:

— Mozzoni!

— Maledetta! — ha ruggito il ladro, riconosciuto. — Devi morire!

E si è gettato con il coltello alzato contro la vecchia, che è svenuta in quel momento.

L’assassino ha colpito.

Ma con un movimento rapidissimo Ferruccio si era lanciato sulla nonna, gettando un grido disperato. L’aveva coperta con il proprio corpo. L’assassino è fuggito, ha urtato il tavolo e ha rovesciato il lume, che si è spento.

Il ragazzo è scivolato lentamente giù dalla nonna ed è caduto in ginocchio. È rimasto così, con le braccia intorno alla vita di lei e la testa sul suo petto.

È passato qualche momento. Era buio fitto. Il canto dei contadini si allontanava per la campagna. La vecchia è tornata in sé.

— Ferruccio! — ha chiamato con una voce che si capiva appena, battendo i denti.

— Nonna, — ha risposto il ragazzo.

La vecchia ha fatto uno sforzo per parlare, ma il terrore le paralizzava la lingua.

È rimasta a lungo in silenzio, tremando violentemente. Poi è riuscita a domandare:

— Non ci sono più?

— No.

— Non mi hanno uccisa, — ha mormorato la vecchia con voce soffocata.

— No... siete salva, — ha detto Ferruccio con voce debole. — Siete salva, cara nonna. Hanno portato via dei soldi. Ma il babbo... aveva preso quasi tutto con sé.

La nonna ha fatto un respiro.

— Nonna, — ha detto Ferruccio, sempre in ginocchio, stringendola alla vita, — cara nonna... mi volete bene, non è vero?

— Oh Ferruccio! povero figlio mio! — ha risposto lei, mettendogli le mani sulla testa. — Che spavento devi aver avuto! Oh Signore Iddio misericordioso! Accendi un po’ di luce... No, restiamo al buio, ho ancora paura.

— Nonna, — ha ripreso il ragazzo, — io vi ho sempre dato dei dispiaceri...

— No, Ferruccio, non dire queste cose. Io non ci penso più, ho dimenticato tutto, ti voglio tanto bene!

— Vi ho sempre dato dei dispiaceri, — ha continuato Ferruccio a fatica, con la voce che tremava. — Ma... vi ho sempre voluto bene. Mi perdonate?... Perdonatemi, nonna.

— Sì, figlio mio, ti perdono, ti perdono con tutto il cuore. Figurati se non ti perdono. Alzati, bambino mio. Non ti sgriderò mai più. Sei buono, sei tanto buono! Accendiamo il lume. Facciamoci un po’ di coraggio. Alzati, Ferruccio.

— Grazie, nonna, — ha detto il ragazzo, con la voce sempre più debole. — Ora... sono contento. Vi ricorderete di me, nonna... non è vero? Vi ricorderete sempre di me... del vostro Ferruccio.

— Ferruccio mio! — ha esclamato la nonna, stupita e inquieta. Gli ha messo le mani sulle spalle e ha chinato la testa, come per guardarlo in viso.

— Ricordatevi di me, — ha mormorato ancora il ragazzo, con una voce che sembrava un soffio. — Date un bacio a mia madre... a mio padre... a Luigina... Addio, nonna...

— In nome del cielo, che cos’hai? — ha gridato la vecchia.

Toccava con ansia la testa del ragazzo, che si era abbandonato sulle sue ginocchia. Poi ha gridato disperatamente, con tutta la voce che aveva in gola:

— Ferruccio! Ferruccio! Ferruccio! Bambino mio! Amore mio! Angeli del paradiso, aiutatemi!

Ma Ferruccio non ha più risposto. Il piccolo eroe aveva salvato la madre di sua madre. Colpito da una coltellata nella schiena, aveva reso a Dio la sua anima bella e coraggiosa.

### Il muratorino moribondo

*28, martedì*

Il povero muratorino è gravemente malato. Il maestro ci ha detto di andare a trovarlo. Ci siamo messi d’accordo per andarci insieme, Garrone, Derossi e io. Sarebbe venuto anche Stardi. Ma il maestro ci ha dato come lavoro la descrizione del *Monumento a Cavour*. Così Stardi ci ha detto che doveva andare a vedere il monumento, per fare una descrizione più esatta. Allora, per prova, abbiamo invitato anche quel superbo di Nobis, che ci ha risposto soltanto: — No. — Anche Votini si è scusato, forse per paura di macchiarsi il vestito di calce. Ci siamo andati all’uscita delle quattro. Pioveva a dirotto. Per la strada Garrone si è fermato e ha detto con la bocca piena di pane:

— Che cosa compriamo?

E faceva suonare due soldi in tasca. Abbiamo messo due soldi ciascuno e abbiamo comprato tre grosse arance. Siamo saliti alla soffitta. Davanti alla porta Derossi si è tolto la medaglia e se l’è messa in tasca. Gli ho domandato perché.

— Non so, — ha risposto. — Per non avere l’aria... Mi sembra più delicato entrare senza medaglia.

Abbiamo bussato. Ci ha aperto il padre, quell’uomo grande che sembra un gigante. Aveva la faccia stravolta e sembrava spaventato.

— Chi siete? — ha domandato.

Garrone ha risposto:

— Siamo compagni di scuola di Antonio. Gli portiamo tre arance.

— Ah! povero Tonino, — ha esclamato il muratore scuotendo la testa. — Ho paura che non le mangerà più le vostre arance!

E si è asciugato gli occhi con il dorso della mano. Ci ha fatto andare avanti. Siamo entrati in una camera sotto il tetto, dove il muratorino dormiva in un piccolo letto di ferro. Sua madre era abbandonata sul letto, con il viso nelle mani, e si è voltata appena a guardarci. Da una parte pendevano pennelli, un piccone e un setaccio per la calce. Sui piedi del malato era stesa la giacca del muratore, bianca di gesso. Il povero ragazzo era dimagrito, bianco bianco, con il naso sottile, e respirava corto. O caro Tonino, tanto buono e allegro, piccolo compagno mio, che pena mi ha fatto! Quanto avrei dato per rivedergli fare il muso di lepre, povero muratorino!

Garrone gli ha messo un’arancia sul cuscino, accanto al viso. L’odore lo ha svegliato. L’ha presa subito, ma poi l’ha lasciata andare e ha guardato fisso Garrone.

— Son io, — ha detto Garrone. — Sono Garrone. Mi riconosci?

Il ragazzo ha fatto un sorriso che si è visto appena. Ha alzato a fatica dal letto la sua mano corta e l’ha data a Garrone. Garrone l’ha presa fra le sue e ci ha appoggiato sopra la guancia.

— Coraggio, coraggio, muratorino, — ha detto. — Guarirai presto e tornerai a scuola. Il maestro ti metterà vicino a me. Sei contento?

Ma il muratorino non ha risposto. La madre è scoppiata in singhiozzi:

— Oh il mio povero Tonino! il mio povero Tonino! Così bravo e buono, e Dio ce lo vuole prendere!

— Zitta! — le ha gridato il muratore, disperato. — Zitta, per amor di Dio, o perdo la testa!

Poi ha detto a noi, agitato:

— Andate, andate, ragazzi. Grazie. Andate. Che cosa volete fare qui? Grazie. Andate a casa.

Il ragazzo aveva richiuso gli occhi e sembrava morto.

— Ha bisogno di qualcosa? — ha domandato Garrone.

— No, buon ragazzo, grazie, — ha risposto il muratore. — Andate a casa.

Mentre diceva così, ci ha spinti sul pianerottolo e ha richiuso la porta. Ma non eravamo a metà delle scale, quando l’abbiamo sentito gridare:

— Garrone! Garrone!

Siamo risaliti in fretta tutti e tre.

— Garrone! — ha gridato il muratore, con il viso cambiato. — Ti ha chiamato per nome! Erano due giorni che non parlava. Ti ha chiamato due volte, vuole te, vieni subito. Ah santo Dio, se fosse un buon segno!

— Arrivederci, — ha detto Garrone a noi. — Io rimango.

E si è lanciato in casa con il padre. Derossi aveva gli occhi pieni di lacrime. Io gli ho detto:

— Piangi per il muratorino? Ha parlato, guarirà.

— Lo credo, — ha risposto Derossi. — Ma non pensavo a lui... Pensavo com’è buono, che anima bella è Garrone!

### Il conte Cavour

*29, mercoledì*

*Devi fare la descrizione del monumento al conte Cavour. Puoi farla. Ma chi è stato il conte Cavour, per ora non lo puoi capire. Per ora sappi soltanto questo. Per molti anni è stato il primo ministro del Piemonte. È lui che ha mandato l’esercito piemontese in Crimea. Con la vittoria della Cernaia ha rialzato la nostra gloria militare, caduta con la sconfitta di Novara. È lui che ha fatto scendere dalle Alpi centocinquantamila Francesi, per cacciare gli Austriaci dalla Lombardia. È lui che ha governato l’Italia nel periodo più solenne della nostra rivoluzione. In quegli anni ha dato la spinta più forte alla santa impresa dell’unità della patria. Lo ha fatto con il suo ingegno luminoso, con la sua costanza invincibile, con un lavoro più che umano.*

*Molti generali hanno passato ore terribili sul campo di battaglia. Ma lui ne ha passate di ancora più terribili nel suo ufficio. Allora la sua enorme opera poteva crollare da un momento all’altro, come un fragile edificio in un terremoto. Ha passato ore e notti di lotta e di angoscia, tali da uscirne con la mente sconvolta o con la morte nel cuore. Questo lavoro gigantesco e tempestoso gli ha accorciato la vita di vent’anni.*

*Era divorato dalla febbre che doveva portarlo alla tomba. Eppure lottava ancora disperatamente con la malattia, per fare qualcosa per il suo paese.* — È strano, — *diceva con dolore dal suo letto di morte,* — non so più leggere, non posso più leggere. — *Mentre gli toglievano sangue e la febbre aumentava, pensava alla sua patria. Diceva con voce di comando:* — Guaritemi, la mia mente si oscura. Ho bisogno di tutte le mie forze per trattare affari gravi. —

*Era ormai alla fine, tutta la città era agitata e il Re stava al suo letto. Allora lui diceva con affanno:* — Ho molte cose da dirvi, Sire, molte cose da farvi vedere. Ma sono malato, non posso, non posso. — *E si disperava. Il suo pensiero febbrile tornava sempre allo Stato e alle nuove province italiane che si erano unite a noi. Tornava alle tante cose che restavano da fare. Quando lo ha preso il delirio, esclamava tra un respiro e l’altro:* — Educate l’infanzia, educate l’infanzia e la gioventù... governate con la libertà. —

*Il delirio cresceva e la morte gli era sopra. Lui chiamava con parole ardenti il generale Garibaldi, con cui aveva avuto dei contrasti. Chiamava Venezia e Roma, che non erano ancora libere. Aveva grandi visioni del futuro dell’Italia e dell’Europa. Sognava un’invasione straniera, domandava dove erano i corpi dell’esercito e i generali. Tremava ancora per noi, per il suo popolo. Il suo grande dolore, capisci, non era sentirsi mancare la vita. Era vedersi sfuggire la patria, che aveva ancora bisogno di lui. Per lei aveva consumato in pochi anni le forze immense del suo corpo miracoloso. È morto con il grido della battaglia in gola, e la sua morte è stata grande come la sua vita.*

*Ora pensa un poco, Enrico, a che cosa è il nostro lavoro, che pure ci pesa tanto. Che cosa sono i nostri dolori, la nostra stessa morte, a confronto delle fatiche di quegli uomini? A confronto dei loro affanni enormi, delle loro agonie tremende? A quegli uomini pesa un mondo sul cuore! Pensa a questo, figlio mio, quando passi davanti a quell’immagine di marmo, e dille: — Gloria! — in cuor tuo.*

Tuo Padre

### Glossario

- **fuochisti**: operai che tengono acceso il fuoco delle macchine a vapore.
- **selciato**: la superficie di una strada coperta di pietre.
- **riformatorio**: un istituto chiuso dove vengono mandati i ragazzi che si comportano molto male.
- **ribrezzo**: una forte sensazione di disgusto e di paura.
- **menzioni onorevoli**: lodi scritte date a chi ha lavorato bene a scuola.
- **nomenclatura**: un esercizio di scuola sui nomi delle cose.
- **succursali**: scuole più piccole che dipendono da una scuola principale.
- **attestati**: fogli ufficiali che dichiarano che uno ha ricevuto un premio.
- **miriagrammi**: un miriagramma è un peso di dieci chili.
- **palmi**: il palmo è una vecchia misura, grande circa come una mano aperta.
- **sgorbio**: un segno brutto fatto scrivendo, una macchia di inchiostro.
- **merciaiolo**: chi vende fili, bottoni, nastri e piccoli oggetti simili.
- **gelsi**: alberi con le cui foglie si nutrono i bachi da seta.
- **rantolo**: il rumore del respiro difficile di chi sta molto male.
- **lanterna cieca**: una lanterna che si può coprire per nascondere la luce.
- **sgozzo**: da “sgozzare”: uccidere tagliando la gola.
- **moribondo**: chi sta per morire.
- **setaccio**: lo strumento con tanti piccoli buchi che serve a separare la parte fine dalla parte grossa.
- **delirio**: lo stato di chi ha la febbre molto alta e parla senza controllo.

## Aprile

### Primavera

*1, sabato*

Primo aprile! Solo tre mesi ancora. Questa è stata una delle mattine più belle dell'anno. A scuola ero contento perché Coretti mi aveva detto una cosa: dopodomani andrò a veder arrivare il Re, insieme a suo padre, che lo conosce. E perché mia madre mi aveva promesso di portarmi lo stesso giorno a visitare l'Asilo infantile di corso Valdocco. Ero contento anche perché il muratorino sta meglio. E anche perché ieri sera, passando, il maestro ha detto a mio padre:

— Va bene, va bene.

E poi era una bella mattina di primavera. Dalle finestre della scuola si vedeva il cielo azzurro. Gli alberi del giardino erano tutti coperti di germogli. Le finestre delle case erano spalancate, con le cassette e i vasi già verdi. Il maestro non rideva, perché non ride mai, ma era di buon umore. Lo era tanto che quella ruga diritta in mezzo alla fronte quasi non si vedeva più. Spiegava un problema alla lavagna e intanto scherzava. Si vedeva che gli piaceva respirare l'aria del giardino, che entrava dalle finestre aperte. Era piena di un buon odore fresco di terra e di foglie, e faceva pensare alle passeggiate in campagna. Mentre spiegava, in una strada vicina si sentiva un fabbro ferraio che batteva sull'incudine. Nella casa di fronte una donna cantava per addormentare il bambino. Lontano, nella caserma della Cernaia, suonavano le trombe. Tutti sembravano contenti, perfino Stardi. A un certo momento il fabbro si è messo a battere più forte e la donna a cantare più alto. Il maestro si è interrotto e ha ascoltato. Poi ha detto lentamente, guardando dalla finestra:

— Il cielo che sorride, una madre che canta, un galantuomo che lavora, dei ragazzi che studiano... ecco delle cose belle.

Quando siamo usciti dalla classe, abbiamo visto che anche tutti gli altri erano allegri. Camminavano tutti in fila, battendo forte i piedi e cantando piano. Sembrava la vigilia di una vacanza di quattro giorni. Le maestre scherzavano. La maestrina della penna rossa saltellava dietro ai suoi bambini come una scolara. I parenti dei ragazzi parlavano tra loro ridendo. E la madre di Crossi, l'erbivendola, aveva nelle ceste tanti mazzi di violette che tutto il camerone era pieno di profumo. Non ho mai sentito tanta gioia come questa mattina, quando ho visto mia madre che mi aspettava in strada. Le sono andato incontro e gliel'ho detto:

— Sono contento: che cos'è che mi fa così contento questa mattina?

E mia madre mi ha risposto sorridendo che erano la bella stagione e la buona coscienza.

### Re Umberto

*3, lunedì.*

Alle dieci in punto mio padre ha visto dalla finestra Coretti, il rivenditore di legna, e suo figlio. Mi aspettavano sulla piazza. Mi ha detto:

— Eccoli, Enrico: va' a vedere il tuo re.

Sono sceso veloce come un razzo. Padre e figlio erano ancora più vivaci del solito. Non mi erano mai sembrati così simili come questa mattina. Il padre aveva sulla giacca la medaglia al valore, in mezzo alle due commemorative. I suoi baffetti erano arricciati e appuntiti come due spilli.

Ci siamo messi subito in cammino verso la stazione della ferrovia, dove il re doveva arrivare alle dieci e mezzo. Coretti padre fumava la pipa e si fregava le mani.

— Sapete, — diceva, — che non l'ho più visto dalla guerra del sessantasei? Appena quindici anni e sei mesi, una sciocchezza! Prima tre anni in Francia, poi a Mondovì. E qui, dove avrei potuto vederlo, non mi sono mai trovato in città quando veniva lui. Maledetta sfortuna! Guarda che combinazioni!

Chiamava il re «Umberto», come un compagno.

— Umberto comandava la 16ª divisione, Umberto aveva ventidue anni e tanti giorni, Umberto montava a cavallo così e così.

— Quindici anni! — diceva forte, allungando il passo. — Ho proprio voglia di rivederlo. L'ho lasciato principe e lo rivedo re. E anch'io sono cambiato: sono passato da soldato a rivenditore di legna.

E rideva.

Il figlio gli ha domandato:

— Se vi vedesse, vi riconoscerebbe?

Lui si è messo a ridere.

— Tu sei matto, — ha risposto. — Ci vorrebbe ben altro! Lui, Umberto, era uno solo; noi eravamo come le mosche. E poi, figurati se si è fermato a guardarci uno per uno.

Siamo sbucati sul corso Vittorio Emanuele. C'era molta gente che andava verso la stazione. Passava una compagnia di Alpini, con le trombe. Sono passati due carabinieri a cavallo, al galoppo. Il cielo era sereno e splendente.

— Sì! — ha esclamato Coretti padre, animandosi. — Mi fa proprio piacere rivederlo, il mio generale di divisione. Ah, come sono invecchiato presto! Mi sembra l'altro giorno che avevo lo zaino sulle spalle e il fucile in mano. Eravamo in mezzo a quella confusione, la mattina del 24 giugno, quando stava per cominciare la battaglia. Umberto andava e veniva con i suoi ufficiali, mentre lontano tuonava il cannone. Tutti lo guardavano e dicevano: «Speriamo che non ci sia una palla anche per lui!». Non pensavo proprio che poco dopo mi sarei trovato così vicino a lui, davanti alle lance degli ulani austriaci. Eravamo proprio a quattro passi l'uno dall'altro, ragazzi. Era una bella giornata, con il cielo come uno specchio; ma che caldo! Vediamo se si può entrare.

Eravamo arrivati alla stazione. C'era una gran folla, con carrozze, guardie, carabinieri, società con le bandiere. La banda di un reggimento suonava. Coretti padre ha provato a entrare sotto il portico, ma non l'hanno lasciato passare. Allora ha pensato di mettersi in prima fila, nella folla che stava ai due lati dell'uscita. Si è aperto la strada con i gomiti ed è riuscito a spingere avanti anche noi. Ma la folla si muoveva come un'onda e ci spingeva un po' di qua e un po' di là. Il venditore di legna guardava il primo pilastro del portico, dove le guardie non lasciavano stare nessuno.

— Venite con me, — ha detto all'improvviso.

Ci ha tirati per le mani, ha attraversato in due salti lo spazio vuoto e si è fermato là, con le spalle al muro.

È arrivato subito di corsa un brigadiere di Polizia e gli ha detto:

— Qui non si può stare.

— Sono del quarto battaglione del '49, — ha risposto Coretti, toccando la medaglia.

Il brigadiere lo ha guardato e ha detto:

— Restate.

— Ma ve lo dicevo io! — ha esclamato Coretti trionfante. — È una parola magica, quel quarto del quarantanove! Non ho forse il diritto di vederlo con comodo, il mio generale, io che sono stato nel quadrato? Se l'ho visto da vicino allora, mi sembra giusto vederlo da vicino adesso. E dico generale! È stato il mio comandante di battaglione per una buona mezz'ora. Perché in quei momenti lo comandava lui, che era in mezzo a noi, e non il maggiore Ubrich, sagrestia!

Intanto, nel salone degli arrivi e fuori, si muovevano in gran confusione signori e ufficiali. Davanti alla porta si mettevano in fila le carrozze, con i servitori vestiti di rosso.

Coretti ha domandato a suo padre se il principe Umberto aveva la sciabola in mano quando era nel quadrato.

— Certo che avrà avuto la sciabola in mano, — ha risposto, — per fermare un colpo di lancia. Poteva toccare a lui come a un altro. Ah, che demoni scatenati! Ci sono venuti addosso come l'ira di Dio. Giravano tra i gruppi, i quadrati, i cannoni, come spinti da un uragano, e sfondavano tutto. Era una confusione di cavalleggeri d'Alessandria, di lancieri di Foggia, di fanteria, di ulani, di bersaglieri. Era un inferno, e non si capiva più niente. Ho sentito gridare: «Altezza! Altezza!». Ho visto venire avanti le lance abbassate. Abbiamo sparato con i fucili, e una nuvola di polvere ha nascosto tutto... Poi la polvere è diventata meno fitta... La terra era coperta di cavalli e di ulani feriti e morti. Mi sono voltato indietro e ho visto in mezzo a noi Umberto a cavallo. Guardava intorno, tranquillo, con l'aria di domandare: «C'è nessuno graffiato fra i miei ragazzi?». E noi gli abbiamo gridato «Evviva!» in faccia, come matti. Sacro Dio, che momento!... Ecco il treno che arriva.

La banda ha suonato, gli ufficiali sono accorsi, la folla si è alzata in punta di piedi.

— Eh, non esce mica subito, — ha detto una guardia. — Ora gli fanno un discorso.

Coretti padre non stava più fermo per l'impazienza.

— Ah, quando ci penso, — ha detto, — lo vedo sempre là. Va bene i malati di colera, i terremoti e chissà che altro: anche là è stato bravo. Ma io ce l'ho sempre in mente come l'ho visto allora, in mezzo a noi, con quella faccia tranquilla. E sono sicuro che anche lui si ricorda del quarto del '49, anche adesso che è re. Gli farebbe piacere averci a tavola una volta, tutti insieme. Parlo di quelli che ha visto intorno a sé in quei momenti. Adesso ha generali, signoroni e galloni; allora aveva solo dei poveri soldati. Se potessi scambiare quattro parole con lui, a quattr'occhi! Il nostro generale di ventidue anni, il nostro principe, che era affidato alle nostre baionette... Quindici anni che non lo vedo... Il nostro Umberto, ecco. Ah, questa musica mi scalda il sangue, parola d'onore.

Un'esplosione di grida lo ha interrotto. Migliaia di cappelli si sono alzati in aria. Quattro signori vestiti di nero sono saliti nella prima carrozza.

— È lui! — ha gridato Coretti, ed è rimasto come incantato.

Poi ha detto piano:

— Madonna mia, come è diventato grigio!

Tutti e tre ci siamo tolti il cappello. La carrozza veniva avanti lentamente, in mezzo alla folla che gridava e agitava i cappelli. Ho guardato Coretti padre. Mi è sembrato un altro: sembrava diventato più alto, serio, un po' pallido, dritto e attaccato al pilastro.

La carrozza è arrivata davanti a noi, a un passo dal pilastro.

— Evviva! — hanno gridato molte voci.

— Evviva! — ha gridato Coretti, dopo gli altri.

Il re lo ha guardato in viso e ha fermato un momento lo sguardo sulle tre medaglie.

Allora Coretti ha perso la testa e ha urlato:

— Quarto battaglione del quarantanove!

Il re si era già voltato da un'altra parte. Si è girato di nuovo verso di noi, ha guardato Coretti negli occhi e ha teso la mano fuori dalla carrozza.

Coretti ha fatto un salto avanti e gliel'ha stretta. La carrozza è passata, la folla si è precipitata avanti e ci ha divisi. Abbiamo perso di vista Coretti padre. Ma è stato solo un momento. Lo abbiamo ritrovato subito, senza fiato, con gli occhi umidi. Chiamava per nome suo figlio e teneva la mano in alto. Il figlio si è lanciato verso di lui, e lui ha gridato:

— Qua, piccino, che ho ancora calda la mano!

E gli ha passato la mano intorno al viso, dicendo:

— Questa è una carezza del re.

È rimasto lì come in un sogno, con gli occhi fissi sulla carrozza lontana. Sorrideva, con la pipa in mano, in mezzo a un gruppo di curiosi che lo guardavano.

— È uno del quadrato del '49, — dicevano.

— È un soldato che conosce il re.

— È il re che l'ha riconosciuto.

— È lui che gli ha teso la mano.

— Ha dato una supplica al re, — ha detto uno più forte.

— No, — ha risposto Coretti, voltandosi di scatto. — Non gli ho dato nessuna supplica, io. Un'altra cosa gli darei, se me la chiedesse...

Tutti lo hanno guardato.

E lui ha detto semplicemente:

— Il mio sangue.

### L'asilo infantile

*4, martedì.*

Mia madre, come mi aveva promesso, mi ha portato ieri dopo colazione all'asilo infantile di corso Valdocco. Doveva raccomandare alla direttrice una sorella piccola di Precossi. Io non avevo mai visto un asilo. Quanto mi sono divertito! C'erano duecento bambini e bambine, così piccoli che i nostri della prima inferiore, in confronto, sono uomini. Siamo arrivati proprio mentre entravano in fila nel refettorio. C'erano due tavole lunghissime con tanti buchi rotondi. In ogni buco c'era una scodella nera piena di riso e fagioli, con accanto un cucchiaio di stagno. Entrando, alcuni cadevano e restavano lì sul pavimento, finché le maestre arrivavano a tirarli su. Molti si fermavano davanti a una scodella, credendo che fosse quello il loro posto. Inghiottivano subito una cucchiaiata, ma arrivava una maestra e diceva:

— Avanti!

Quelli avanzavano di tre o quattro passi, e giù un'altra cucchiaiata. Andavano avanti ancora, finché arrivavano al loro posto. Così avevano già mangiato gratis mezza minestra. Finalmente, a forza di spingere e di gridare: — Sbrigatevi! Sbrigatevi! — le maestre li hanno messi tutti in ordine, ed è cominciata la preghiera. Ma quelli delle file interne, per pregare, dovevano voltare la schiena alla scodella. Allora giravano la testa indietro per tenerla d'occhio, perché nessuno ci pescasse. E pregavano così, con le mani giunte e gli occhi al cielo, ma con il cuore alla minestra. Poi si sono messi a mangiare. Ah, che spettacolo divertente! Uno mangiava con due cucchiai, un altro si riempiva la bocca con le mani. Molti toglievano i fagioli uno per uno e se li mettevano in tasca. Altri li avvolgevano stretti nel grembiulino e ci battevano sopra, per fare la pasta. C'erano anche quelli che non mangiavano, per guardare volare le mosche. Alcuni tossivano e spargevano una pioggia di riso tutto intorno. Sembrava un pollaio, ma era grazioso. Le due file delle bambine erano molto belle. Avevano tutte i capelli legati in cima alla testa, con tanti nastrini rossi, verdi e azzurri. A una fila di otto bambine una maestra ha domandato:

— Dove nasce il riso?

Tutte e otto hanno spalancato la bocca piena di minestra e hanno risposto insieme, cantando:

— Na-sce nell'acqua.

Poi la maestra ha ordinato:

— Le mani in alto!

Allora è stato bello vedere alzarsi di scatto tutte quelle braccine, che qualche mese fa erano ancora nelle fasce. E si agitavano tutte quelle manine, che sembravano tante farfalle bianche e rosa.

Poi sono andati alla ricreazione. Ma prima hanno preso tutti i loro cestini con dentro la colazione, che erano appesi ai muri. Sono usciti in giardino e si sono sparsi qua e là. Hanno tirato fuori le loro provviste: pane, prugne cotte, un pezzetto di formaggio, un uovo sodo. C'erano anche piccole mele, una manciata di ceci lessi, un'ala di pollo. In un momento tutto il giardino si è coperto di briciole. Sembrava cibo sparso per uno stormo di uccelli. Mangiavano nei modi più strani, come i conigli, i topi, i gatti: rosicchiando, leccando, succhiando. C'era un bambino che teneva un grissino puntato sul petto. Lo ungeva con una nespola, come se lucidasse una sciabola. Alcune bambine schiacciavano nel pugno dei formaggini molli. Il formaggio colava tra le dita, come latte, e scendeva dentro le maniche, e loro non se ne accorgevano neppure. Correvano e si inseguivano con le mele e i panini attaccati ai denti, come i cani. Ne ho viste tre che scavavano con un fuscello dentro un uovo sodo, credendo di trovarci dei tesori. Ne spargevano metà per terra, e poi lo raccoglievano briciola per briciola, con grande pazienza, come se fossero perle. Intorno a quelli che avevano qualcosa di straordinario stavano otto o dieci bambini. Tenevano la testa china a guardare nel cestino, come avrebbero guardato la luna nel pozzo. Ce ne saranno stati venti intorno a un bambino piccolissimo, alto così, che aveva in mano un cartoccio di zucchero. Tutti gli facevano complimenti per avere il permesso di intingerci il pane. Ad alcuni lo dava, e ad altri, dopo molte preghiere, prestava soltanto il dito da succhiare.

Intanto mia madre era venuta in giardino e accarezzava ora l'uno ora l'altro. Molti le andavano intorno, anzi addosso. Le chiedevano un bacio con il viso in su, come se guardassero a un terzo piano. Aprivano e chiudevano la bocca, come per chiedere il latte. Uno le ha offerto uno spicchio d'arancia morsicato, un altro una crosta di pane, una bambina le ha dato una foglia. Un'altra bambina le ha mostrato con grande serietà la punta dell'indice. A guardare bene, si vedeva un gonfiore microscopico: se l'era fatto il giorno prima toccando la fiamma della candela. Le mettevano sotto gli occhi, come grandi meraviglie, degli insetti piccolissimi. Non so come facessero a vederli e a raccoglierli. Le mostravano anche mezzi tappi di sughero, bottoncini di camicia, fiorellini strappati dai vasi. Un bambino con la testa fasciata voleva a ogni costo essere ascoltato. Le ha raccontato, balbettando, non so che storia di una caduta, ma non si è capita una parola. Un altro ha voluto che mia madre si chinasse, e le ha detto nell'orecchio:

— Mio padre fa le spazzole.

E intanto qua e là succedevano mille disgrazie, e le maestre dovevano correre. Alcune bambine piangevano perché non riuscivano a sciogliere un nodo del fazzoletto. Altre si disputavano due semi di mela, con unghiate e strilli. Un bambino era caduto a faccia in giù sopra una panchetta rovesciata. Singhiozzava su quella rovina, senza riuscire a rialzarsi.

Prima di andare via, mia madre ne ha preso in braccio tre o quattro. Allora sono corsi da tutte le parti per farsi prendere. Avevano i visi sporchi di tuorlo d'uovo e di succo d'arancia. Chi le afferrava le mani, chi le prendeva un dito per vedere l'anello. Uno le tirava la catenella dell'orologio, un altro voleva acchiapparla per le trecce.

— Stia attenta, — dicevano le maestre, — le rovinano tutto il vestito.

Ma a mia madre non importava niente del vestito. Ha continuato a baciarli, e quelli si stringevano a lei sempre di più. I primi tendevano le braccia come se volessero arrampicarsi. I più lontani cercavano di farsi avanti tra la folla. E tutti gridavano:

— Addio! Addio! Addio!

Alla fine è riuscita a scappare dal giardino. Allora sono corsi tutti a mettere il viso tra i ferri della cancellata, per vederla passare. Cacciavano le braccia fuori per salutarla, e le offrivano ancora pezzi di pane, bocconcini di nespola e croste di formaggio. Gridavano tutti insieme:

— Addio! Addio! Addio! Ritorna domani! Vieni un'altra volta!

Mia madre, scappando, ha fatto scorrere ancora una mano su quelle cento manine tese. Erano come una ghirlanda di rose vive. Finalmente si è salvata sulla strada. Era tutta coperta di briciole e di macchie, con il vestito stropicciato e i capelli in disordine. Aveva una mano piena di fiori e gli occhi gonfi di lacrime. Era contenta, come se fosse uscita da una festa. E si sentivano ancora le voci dall'interno, come un grande cinguettio di uccelli, che dicevano:

— Addio! Addio! Vieni un'altra volta, madama!

### Alla ginnastica

*5, mercoledì*

Il tempo continua a essere bellissimo. Così siamo passati dalla ginnastica nel camerone a quella con gli attrezzi, in giardino. Ieri Garrone era nell'ufficio del Direttore quando è venuta la madre di Nelli, quella signora bionda vestita di nero. Voleva far esonerare suo figlio dai nuovi esercizi. Ogni parola le costava uno sforzo, e parlava tenendo una mano sulla testa del suo ragazzo.

— Lui non può... — ha detto al Direttore.

Ma Nelli si è mostrato molto addolorato: non voleva essere escluso dagli attrezzi, non voleva quella umiliazione in più.

— Vedrai, mamma, — diceva, — che farò come gli altri.

Sua madre lo guardava in silenzio, con un'aria di pietà e di affetto. Poi ha detto, con esitazione:

— Ho paura dei suoi compagni...

Voleva dire: — Ho paura che lo prendano in giro. — Ma Nelli ha risposto:

— Non mi fa niente... e poi c'è Garrone. Mi basta che ci sia lui che non rida.

E allora lo hanno lasciato venire. Il maestro, quello della ferita al collo, che è stato con Garibaldi, ci ha portati subito alle sbarre verticali. Sono molto alte, e bisognava arrampicarsi fino in cima e mettersi in piedi sull'asse orizzontale. Derossi e Coretti sono saliti come due scimmie. Anche il piccolo Precossi è salito svelto, anche se quella giacca lunga fino alle ginocchia gli dava fastidio. Mentre saliva, tutti gli ripetevano la sua frase, per farlo ridere:

— Scusami, scusami!

Stardi sbuffava, diventava rosso come un tacchino e stringeva i denti come un cane arrabbiato. Ma anche a costo di scoppiare sarebbe arrivato in cima, e infatti ci è arrivato. Anche Nobis ci è arrivato, e lassù ha preso una posa da imperatore. Votini invece è scivolato due volte, nonostante il suo bel vestito nuovo a righine azzurre, fatto apposta per la ginnastica. Per salire più facilmente, tutti si erano sporcati le mani di pece greca, la colofonia, come la chiamano. Tutti sanno che è quel gran commerciante di Garoffi a darla a tutti, in polvere. La vende a un soldo al cartoccio e ci guadagna qualcosa. Poi è toccato a Garrone, che è salito masticando pane, come se niente fosse. Credo che avrebbe potuto portare su uno di noi sulle spalle, tanto è robusto e forte, quel piccolo toro.

Dopo Garrone, ecco Nelli. Si è attaccato alla sbarra con quelle mani lunghe e sottili. Appena lo hanno visto, molti hanno cominciato a ridere e a prenderlo in giro. Ma Garrone ha incrociato le sue grosse braccia sul petto e ha lanciato intorno un'occhiata molto chiara. Ha fatto capire che avrebbe dato quattro schiaffi subito, anche davanti al maestro. E tutti hanno smesso di ridere all'istante. Nelli ha cominciato ad arrampicarsi. Faceva fatica, poverino: aveva la faccia viola, respirava forte, il sudore gli colava dalla fronte. Il maestro ha detto:

— Vieni giù.

Ma lui no, si sforzava, non voleva cedere. Io mi aspettavo di vederlo cadere da un momento all'altro, mezzo morto. Povero Nelli! Pensavo: se fossi stato come lui e mi avesse visto mia madre, quanto avrebbe sofferto, povera madre mia! E pensando a questo, gli volevo tanto bene. Avrei dato non so che cosa perché riuscisse a salire, per poterlo spingere da sotto senza farmi vedere. Intanto Garrone, Derossi e Coretti dicevano:

— Su, su, Nelli, forza, ancora un tratto, coraggio!

E Nelli ha fatto ancora uno sforzo violento, con un gemito, e si è trovato a due palmi dall'asse.

— Bravo! — hanno gridato gli altri. — Coraggio! Ancora una spinta!

Ed ecco Nelli attaccato all'asse. Tutti hanno battuto le mani.

— Bravo! — ha detto il maestro. — Ma ora basta; scendi pure.

Ma Nelli ha voluto salire fino in cima come gli altri. Dopo un po' di fatica è riuscito a mettere i gomiti sull'asse, poi le ginocchia, poi i piedi. Alla fine si è alzato dritto e, ansando e sorridendo, ci ha guardati. Noi abbiamo battuto di nuovo le mani, e allora lui ha guardato verso la strada. Mi sono voltato da quella parte. Attraverso le piante che coprono la cancellata del giardino ho visto sua madre. Camminava sul marciapiede, senza avere il coraggio di guardare. Nelli è sceso e tutti gli hanno fatto festa. Era eccitato, rosa in viso, gli brillavano gli occhi, non sembrava più lui. All'uscita sua madre gli è venuta incontro. Lo ha abbracciato e gli ha domandato, un po' inquieta:

— Allora, povero figlio, com'è andata? Com'è andata?

Tutti i compagni hanno risposto insieme:

— Ha fatto bene!

— È salito come noi.

— È forte, sa.

— È svelto.

— Fa proprio come gli altri.

Bisognava vederla, allora, la gioia di quella signora! Ha voluto ringraziarci e non ci è riuscita. Ha stretto la mano a tre o quattro, ha fatto una carezza a Garrone e ha portato via suo figlio. Li abbiamo visti a lungo camminare in fretta, parlando e gesticolando tra loro. Erano tutti e due contenti, come nessuno li aveva mai visti.

### Il maestro di mio padre

*11, martedì.*

Che bella gita ho fatto ieri con mio padre! Ecco come è andata. L'altro ieri, a pranzo, mentre leggeva il giornale, mio padre ha fatto all'improvviso un'esclamazione di meraviglia. Poi ha detto:

— E io che lo credevo morto da vent'anni! Sapete che è ancora vivo il mio primo maestro elementare, Vincenzo Crosetti, che ha ottantaquattro anni? Vedo qui che il Ministero gli ha dato la medaglia di benemerenza per sessant'anni di insegnamento. Ses-san-t'an-ni, capite? E ha smesso di fare scuola solo due anni fa. Povero Crosetti! Abita a un'ora di ferrovia da qui, a Condove, nel paese della nostra vecchia giardiniera della villa di Chieri.

E ha aggiunto:

— Enrico, andremo a trovarlo.

Per tutta la sera non ha parlato d'altro. Il nome del suo maestro elementare gli riportava alla memoria mille cose di quando era ragazzo, dei suoi primi compagni, della sua mamma morta.

— Crosetti! — esclamava. — Aveva quarant'anni quando ero con lui. Mi sembra ancora di vederlo. Un ometto già un po' curvo, con gli occhi chiari e il viso sempre senza barba. Severo, ma di buone maniere. Ci voleva bene come un padre e non ci perdonava niente. Aveva cominciato come contadino ed era salito a forza di studio e di privazioni. Un galantuomo. Mia madre gli era affezionata e mio padre lo trattava come un amico. Come è finito a Condove, da Torino? Certo non mi riconoscerà più. Non importa, io riconoscerò lui. Sono passati quarantaquattro anni. Quarantaquattro anni, Enrico! Andremo a vederlo domani.

E ieri mattina alle nove eravamo alla stazione della ferrovia di Susa. Io avrei voluto che venisse anche Garrone, ma non ha potuto perché ha la mamma malata. Era una bella giornata di primavera. Il treno correva tra i prati verdi e le siepi in fiore, e l'aria era profumata. Mio padre era contento. Ogni tanto mi metteva un braccio intorno al collo e mi parlava come a un amico, guardando la campagna.

— Povero Crosetti! — diceva. — È lui il primo uomo che mi ha voluto bene e mi ha fatto del bene, dopo mio padre. Non li ho mai dimenticati, certi suoi buoni consigli. E neanche certi rimproveri secchi, che mi facevano tornare a casa con la gola stretta. Aveva delle mani grosse e corte. Lo vedo ancora quando entrava a scuola. Metteva la canna in un angolo e appendeva il mantello all'attaccapanni, sempre con lo stesso gesto. E tutti i giorni aveva lo stesso umore. Era sempre serio nel suo lavoro, pieno di buona volontà e attento. Sembrava che ogni giorno facesse scuola per la prima volta. Mi ricordo come se lo sentissi adesso quando mi guardava: «Bottini, eh, Bottini! L'indice e il medio su quella penna!». Sarà molto cambiato, dopo quarantaquattro anni.

Appena arrivati a Condove, siamo andati a cercare la nostra vecchia giardiniera di Chieri, che ha una piccola bottega in un vicolo. L'abbiamo trovata con i suoi ragazzi, e ci ha fatto molta festa. Ci ha dato notizie di suo marito, che deve tornare dalla Grecia, dove lavora da tre anni. Ci ha parlato anche della sua prima figlia, che è nell'Istituto dei Sordomuti a Torino. Poi ci ha indicato la strada per andare dal maestro, che tutti conoscono.

Siamo usciti dal paese e abbiamo preso un viottolo in salita, tra siepi fiorite.

Mio padre non parlava più. Sembrava tutto perso nei suoi ricordi, e ogni tanto sorrideva e poi scuoteva la testa.

All'improvviso si è fermato e ha detto:

— Eccolo. Scommetto che è lui.

Veniva giù verso di noi, per il viottolo, un vecchio piccolo, con la barba bianca e un cappello largo. Si appoggiava a un bastone, trascinava i piedi e gli tremavano le mani.

— È lui, — ha ripetuto mio padre, affrettando il passo.

Quando gli siamo stati vicino, ci siamo fermati. Anche il vecchio si è fermato e ha guardato mio padre. Aveva il viso ancora fresco e gli occhi chiari e vivi.

— È lei, — ha domandato mio padre, togliendosi il cappello, — il maestro Vincenzo Crosetti?

Anche il vecchio si è tolto il cappello e ha risposto:

— Son io.

La sua voce era un po' tremante, ma piena.

— Ebbene, — ha detto mio padre, prendendogli una mano, — permetta a un suo vecchio scolaro di stringerle la mano e di domandarle come sta. Sono venuto da Torino per vederla.

Il vecchio lo ha guardato stupito. Poi ha detto:

— Mi fa troppo onore... non so... Quando è stato mio scolaro? Mi scusi. Il suo nome, per piacere.

Mio padre ha detto il suo nome, Alberto Bottini, l'anno in cui era stato a scuola da lui, e dove. E ha aggiunto:

— Lei non si ricorderà di me, è naturale. Ma io la riconosco così bene!

Il maestro ha chinato la testa e ha guardato a terra, pensando. Ha mormorato due o tre volte il nome di mio padre, che intanto lo guardava con gli occhi fissi e sorridenti.

All'improvviso il vecchio ha alzato il viso, con gli occhi spalancati, e ha detto lentamente:

— Alberto Bottini? Il figlio dell'ingegnere Bottini? Quello che abitava in piazza della Consolata?

— Quello, — ha risposto mio padre, tendendo le mani.

— Allora... — ha detto il vecchio, — mi permetta, caro signore, mi permetta.

Si è fatto avanti e ha abbracciato mio padre: la sua testa bianca gli arrivava appena alla spalla. Mio padre ha appoggiato la guancia sulla sua fronte.

— Abbia la bontà di venire con me, — ha detto il maestro.

Senza parlare si è voltato e ha ripreso il cammino verso casa sua. In pochi minuti siamo arrivati a un'aia, davanti a una piccola casa con due porte. Intorno a una delle due c'era un po' di muro imbiancato.

Il maestro ha aperto la seconda e ci ha fatti entrare in una stanza. C'erano quattro pareti bianche. In un angolo c'era un letto su cavalletti, con una coperta a quadretti bianchi e azzurri. In un altro angolo c'era un tavolino con una piccola libreria. C'erano quattro sedie e una vecchia carta geografica inchiodata a una parete. Si sentiva un buon odore di mele.

Ci siamo seduti tutti e tre. Mio padre e il maestro si sono guardati per qualche momento, in silenzio.

— Bottini! — ha esclamato poi il maestro, con gli occhi fissi sul pavimento di mattoni, dove il sole disegnava una scacchiera. — Oh, mi ricordo bene. La sua signora madre era una signora così buona! Il primo anno lei è stato a lungo nel primo banco a sinistra, vicino alla finestra. Guardi un po' se mi ricordo! Vedo ancora la sua testa riccia.

Poi è rimasto un po' a pensare.

— Era un ragazzo vivace, eh? Molto. Il secondo anno è stato malato di crup. Mi ricordo quando l'hanno riportato a scuola, dimagrito, avvolto in uno scialle. Sono passati quarant'anni, non è vero? È stato tanto buono a ricordarsi del suo povero maestro. Ne sono venuti anche altri, sa, negli anni passati, a trovarmi qui, dei miei vecchi scolari: un colonnello, dei sacerdoti, vari signori.

Ha domandato a mio padre qual era la sua professione. Poi ha detto:

— Mi rallegro, mi rallegro di cuore. La ringrazio. Ora era molto tempo che non vedevo più nessuno. E ho proprio paura che lei sia l'ultimo, caro signore.

— Ma che cosa dice! — ha esclamato mio padre. — Lei sta bene, è ancora forte. Non deve dire questo.

— Eh no, — ha risposto il maestro. — Vede questo tremito?

E ha mostrato le mani.

— Questo è un cattivo segno. Mi è venuto tre anni fa, quando facevo ancora scuola. All'inizio non ci ho fatto caso; credevo che sarebbe passato. Invece è rimasto, ed è cresciuto. È venuto un giorno in cui non ho più potuto scrivere. Ah, quel giorno! Quella prima volta che ho fatto uno sgorbio sul quaderno di un mio scolaro! È stato un colpo al cuore per me, caro signore. Sono andato avanti ancora per un po' di tempo, ma poi non ho più potuto. Dopo sessant'anni di insegnamento ho dovuto dire addio alla scuola, agli scolari, al lavoro. Ed è stata dura, sa, è stata dura. L'ultima volta che ho fatto lezione, mi hanno accompagnato tutti a casa e mi hanno fatto festa. Ma io ero triste: capivo che la mia vita era finita. Già l'anno prima avevo perso mia moglie e il mio unico figlio. Mi sono rimasti solo due nipoti contadini. Ora vivo con qualche centinaio di lire di pensione. Non faccio più niente, e mi sembra che le giornate non finiscano mai. La mia sola occupazione, vede, è sfogliare i miei vecchi libri di scuola. Sfoglio anche delle raccolte di giornali scolastici e qualche libro che mi hanno regalato. Ecco lì, — ha detto, indicando la piccola libreria, — lì ci sono i miei ricordi, tutto il mio passato... Non mi resta altro al mondo.

Poi, in tono improvvisamente allegro, ha detto:

— Io le voglio fare una sorpresa, caro signor Bottini.

Si è alzato e si è avvicinato al tavolino. Ha aperto un lungo cassetto pieno di piccoli pacchi, tutti legati con un cordoncino. Su ciascuno era scritta una data di quattro cifre. Ha cercato un poco, ne ha aperto uno e ha sfogliato molte carte. Poi ha tirato fuori un foglio ingiallito e lo ha dato a mio padre. Era un suo lavoro di scuola di quarant'anni fa! In alto c'era scritto: *Alberto Bottini, Dettato. 3 Aprile* 1838. Mio padre ha riconosciuto subito la sua grossa scrittura di ragazzo e si è messo a leggere, sorridendo. Ma all'improvviso gli si sono bagnati gli occhi. Mi sono alzato e gli ho domandato che cosa aveva.

Mi ha messo un braccio intorno alla vita, mi ha stretto al suo fianco e mi ha detto:

— Guarda questo foglio. Vedi? Queste sono le correzioni della mia povera madre. Lei mi rinforzava sempre le *elle* e le *ti*. E le ultime righe sono tutte sue. Aveva imparato a imitare la mia scrittura. Quando ero stanco e avevo sonno, finiva il lavoro per me. Santa madre mia!

E ha baciato la pagina.

— Ecco, — ha detto il maestro, mostrando gli altri pacchi, — i miei ricordi. Ogni anno ho messo da parte un lavoro di ciascuno dei miei scolari. Sono tutti qui, in ordine e numerati. A volte li sfoglio, così, e leggo una riga qua e una là. Mi tornano in mente mille cose, e mi sembra di rivivere il tempo passato. Quanti ne sono passati, caro signore! Chiudo gli occhi e vedo visi dopo visi, classi dopo classi, centinaia e centinaia di ragazzi. Chissà quanti sono già morti. Di molti mi ricordo bene. Mi ricordo bene dei più buoni e dei più cattivi. Mi ricordo di quelli che mi hanno dato molte soddisfazioni e di quelli che mi hanno fatto passare momenti tristi. Perché ho avuto anche dei serpenti, si sa, in un numero così grande! Ma ormai, lei capisce, è come se fossi già nell'altro mondo, e voglio bene a tutti ugualmente.

Si è seduto di nuovo e ha preso una delle mie mani tra le sue.

— E di me, — ha domandato mio padre sorridendo, — non si ricorda nessuna monelleria?

— Di lei, signore? — ha risposto il vecchio, sorridendo anche lui. — No, per il momento. Ma questo non vuol dire che non me ne abbia fatte. Lei però aveva giudizio, era serio per la sua età. Mi ricordo il grande affetto che aveva per lei la sua signora madre... Ma è stato davvero buono e gentile a venirmi a trovare! Come ha potuto lasciare il suo lavoro per venire da un povero vecchio maestro?

— Senta, signor Crosetti, — ha risposto mio padre con calore. — Mi ricordo la prima volta che la mia povera madre mi ha accompagnato alla sua scuola. Era la prima volta che doveva separarsi da me per due ore. Doveva lasciarmi fuori di casa, in mani diverse da quelle di mio padre: nelle mani di una persona sconosciuta, insomma. Per quella buona creatura, il mio ingresso a scuola era come l'ingresso nel mondo. Era la prima di una lunga serie di separazioni necessarie e dolorose. Era la società che le strappava per la prima volta il figlio, per non restituirglielo mai più tutto intero. Mia madre era commossa, e anch'io. Mi ha raccomandato a lei con la voce che tremava. Poi, andando via, mi ha salutato ancora dalla porta socchiusa, con gli occhi pieni di lacrime. E proprio in quel momento lei ha fatto un gesto con una mano, mettendosi l'altra sul petto. Sembrava dirle: «Signora, si fidi di me». Ebbene, quel suo gesto, quel suo sguardo! Da quello ho capito che lei aveva compreso tutti i sentimenti, tutti i pensieri di mia madre. Quello sguardo voleva dire: «Coraggio!». Quel gesto era un'onesta promessa di protezione, di affetto, di indulgenza. Non l'ho mai dimenticato: mi è rimasto scolpito nel cuore per sempre. Ed è quel ricordo che mi ha fatto partire da Torino. Ed eccomi qui, dopo quarantaquattro anni, a dirle: grazie, caro maestro.

Il maestro non ha risposto. Mi accarezzava i capelli con la mano, e la sua mano tremava, tremava. Saltava dai capelli alla fronte, dalla fronte alla spalla.

Intanto mio padre guardava quei muri nudi, quel povero letto, un pezzo di pane e una bottiglietta d'olio sulla finestra. Sembrava che volesse dire: — Povero maestro, dopo sessant'anni di lavoro, è questo tutto il tuo premio?

Ma il buon vecchio era contento e ha ricominciato a parlare con vivacità. Parlava della nostra famiglia, di altri maestri di quegli anni e dei compagni di scuola di mio padre. Mio padre si ricordava di alcuni e di altri no, e si davano l'un l'altro notizie di questo e di quello. A un certo punto mio padre ha interrotto la conversazione. Ha pregato il maestro di scendere in paese a pranzare con noi. Lui ha risposto con calore:

— La ringrazio, la ringrazio.

Ma sembrava incerto. Mio padre gli ha preso tutte e due le mani e lo ha pregato di nuovo.

— Ma come farò a mangiare, — ha detto il maestro, — con queste povere mani che ballano così? È una penitenza anche per gli altri!

— La aiuteremo noi, maestro, — ha detto mio padre.

E allora ha accettato, scuotendo la testa e sorridendo.

— Una bella giornata, questa, — ha detto chiudendo la porta da fuori. — Una bella giornata, caro signor Bottini! Le assicuro che me ne ricorderò finché avrò vita.

Mio padre ha dato il braccio al maestro, lui ha preso per mano me, e siamo scesi per il viottolo. Abbiamo incontrato due ragazzine scalze che portavano le mucche. Poi è passato correndo un ragazzo, con un gran carico di paglia sulle spalle. Il maestro ci ha detto che erano due scolare e uno scolaro di seconda. La mattina portavano le bestie al pascolo e lavoravano nei campi a piedi nudi. La sera si mettevano le scarpe e andavano a scuola. Era quasi mezzogiorno. Non abbiamo incontrato nessun altro. In pochi minuti siamo arrivati all'albergo. Ci siamo seduti a una grande tavola, con il maestro in mezzo, e abbiamo cominciato subito a mangiare. L'albergo era silenzioso come un convento. Il maestro era molto allegro, e l'emozione gli faceva aumentare il tremito; non riusciva quasi a mangiare. Ma mio padre gli tagliava la carne, gli rompeva il pane, gli metteva il sale nel piatto. Per bere doveva tenere il bicchiere con due mani, e anche così il bicchiere gli batteva sui denti. Ma parlava tanto, con calore. Parlava dei libri di lettura di quando era giovane, degli orari di allora, degli elogi dei superiori, dei regolamenti di questi ultimi anni. Aveva sempre quel viso sereno, un poco più rosso di prima, una voce allegra e il riso quasi di un giovane. E mio padre lo guardava, lo guardava. Aveva la stessa espressione con cui lo sorprendo a volte a guardare me, in casa. Succede quando pensa e sorride da solo, con il viso inclinato da una parte. Il maestro si è versato del vino sul petto. Mio padre si è alzato e lo ha pulito con il tovagliolo.

— Ma no, signore, non permetto! — ha detto lui, e rideva.

Diceva delle parole in latino. Alla fine ha alzato il bicchiere, che gli ballava in mano, e ha detto molto serio:

— Alla sua salute, dunque, caro signor ingegnere, ai suoi figli, alla memoria della sua buona madre!

— Alla vostra, mio buon maestro! — ha risposto mio padre, stringendogli la mano.

In fondo alla stanza c'erano l'albergatore e altre persone, che guardavano e sorridevano. Sembravano contenti di quella festa per il maestro del loro paese.

Dopo le due siamo usciti, e il maestro ha voluto accompagnarci alla stazione. Mio padre gli ha dato di nuovo il braccio e lui mi ha ripreso per mano. Io gli portavo il bastone. La gente si fermava a guardare, perché tutti lo conoscevano; alcuni lo salutavano. A un certo punto della strada abbiamo sentito da una finestra molte voci di ragazzi, che leggevano insieme, sillabando. Il vecchio si è fermato e ha avuto un'aria triste.

— Ecco, caro signor Bottini, — ha detto, — quello che mi fa male. È sentire la voce dei ragazzi a scuola e non esserci più, pensare che c'è un altro. Ho sentito questa musica per sessant'anni, e il mio cuore ci si era abituato... Ora sono senza famiglia. Non ho più figli.

— No, maestro, — gli ha detto mio padre, riprendendo il cammino. — Lei ne ha ancora molti, di figli, sparsi per il mondo. Si ricordano di lei, come io mi sono sempre ricordato.

— No, no, — ha risposto il maestro con tristezza. — Non ho più scuola, non ho più figli. E senza figli non vivrò ancora a lungo. Presto suonerà la mia ora.

— Non lo dica, maestro, non lo pensi, — ha detto mio padre. — In ogni modo, lei ha fatto tanto bene! Ha impiegato la vita in modo così nobile!

Il vecchio maestro ha appoggiato per un momento la testa bianca sulla spalla di mio padre, e mi ha stretto la mano.

Eravamo entrati nella stazione. Il treno stava per partire.

— Addio, maestro! — ha detto mio padre, baciandolo sulle due guance.

— Addio, grazie, addio, — ha risposto il maestro.

Con le sue mani tremanti ha preso una mano di mio padre e se l'è stretta sul cuore.

Poi l'ho baciato io, e ho sentito che il suo viso era bagnato. Mio padre mi ha spinto nel vagone. Al momento di salire, ha tolto rapidamente il rozzo bastone dalla mano del maestro. Al suo posto gli ha dato la sua bella canna con il pomo d'argento e le sue iniziali, e gli ha detto:

— La conservi per ricordo di me.

Il vecchio ha provato a restituirla e a riprendere la sua. Ma mio padre era già dentro e aveva richiuso lo sportello.

— Addio, mio buon maestro!

— Addio, figlio, — ha risposto il maestro, mentre il treno si muoveva. — E Dio la benedica per la consolazione che ha portato a un povero vecchio.

— A rivederci! — ha gridato mio padre, con voce commossa.

Ma il maestro ha scosso la testa, come per dire: — Non ci rivedremo più.

— Sì, sì, — ha ripetuto mio padre, — a rivederci.

E lui ha risposto alzando la mano tremante verso il cielo:

— Lassù!

Ed è sparito ai nostri occhi così, con la mano in alto.

### Convalescenza

*20, giovedì.*

Chi me lo avrebbe detto, quando tornavo così allegro da quella bella gita con mio padre! Per dieci giorni non avrei più visto né la campagna né il cielo. Sono stato molto malato, in pericolo di vita. Ho sentito mia madre singhiozzare. Ho visto mio padre pallidissimo, che mi guardava fisso. Ho visto mia sorella Silvia e mio fratello che parlavano a bassa voce. E il medico con gli occhiali era sempre lì e mi diceva cose che non capivo. Sono stato proprio a un passo dal dire addio a tutti. Ah, povera madre mia! Sono passati almeno tre o quattro giorni di cui non ricordo quasi nulla, come un sogno confuso e oscuro. Mi sembra di aver visto accanto al mio letto la mia buona maestra di prima superiore. Cercava di soffocare la tosse con il fazzoletto, per non disturbarmi. Ricordo in modo confuso il mio maestro, che si è chinato a baciarmi. Mi ha punto un poco il viso con la barba. Ho visto passare come in una nebbia la testa rossa di Crossi, i riccioli biondi di Derossi, il calabrese vestito di nero. E ho visto Garrone, che mi ha portato un mandarino con le foglie. È scappato subito perché sua madre stava male. Poi mi sono svegliato come da un sonno lunghissimo. Ho capito che stavo meglio perché mio padre e mia madre sorridevano e Silvia cantava piano. Oh, che sogno triste è stato! Poi ho cominciato a migliorare ogni giorno. È venuto il muratorino. Con il suo muso di lepre mi ha fatto ridere di nuovo, per la prima volta. E come lo fa bene ora che il viso gli si è allungato un po' per la malattia, poveretto! È venuto Coretti. È venuto Garoffi a regalarmi due biglietti della sua nuova lotteria, per «un temperino a cinque sorprese». Lo ha comprato da un rigattiere di via Bertola. Ieri, mentre dormivo, è venuto Precossi e ha messo la guancia sulla mia mano, senza svegliarmi. Veniva dall'officina di suo padre con il viso sporco di polvere di carbone. Per questo mi ha lasciato l'impronta nera sulla manica. Quando mi sono svegliato, vederla mi ha fatto un gran piacere. Come sono diventati verdi gli alberi in questi pochi giorni! E che invidia mi fanno i ragazzi che vedo correre a scuola con i loro libri, quando mio padre mi porta alla finestra! Ma fra poco ci tornerò anch'io. Sono tanto impaziente di rivedere tutti quei ragazzi, il mio banco, il giardino, quelle strade. Voglio sapere tutto quello che è successo in questo tempo. Voglio tornare ai miei libri e ai miei quaderni: mi sembra di non vederli da un anno! Povera madre mia, com'è dimagrita e pallida. Povero padre mio, come ha l'aria stanca. E i miei buoni compagni, che sono venuti a trovarmi, camminavano in punta di piedi e mi baciavano sulla fronte! Ora mi fa tristezza pensare che un giorno ci separeremo. Con Derossi e con qualche altro continueremo a studiare insieme, forse; ma tutti gli altri? Finita la quarta, addio. Non ci vedremo più. Non li vedrò più accanto al mio letto quando sarò malato. Garrone, Precossi, Coretti, tanti bravi ragazzi, tanti buoni e cari compagni, mai più!

### Gli amici operai

*Giovedì, 20.*

*Perché, Enrico, mai più? Questo dipenderà da te. Finita la quarta, tu andrai al Ginnasio e loro diventeranno operai. Ma resterete nella stessa città, forse per molti anni. E allora perché non dovreste più rivedervi? Quando sarai all'Università o al Liceo, li andrai a cercare nelle loro botteghe o nelle loro officine. Sarà un grande piacere ritrovare i tuoi compagni d'infanzia, ormai uomini, al lavoro. Vorrei vedere che tu non andassi a cercare Coretti e Precossi, dovunque fossero! Tu ci andrai, e passerai delle ore con loro. E vedrai, studiando la vita e il mondo, quante cose potrai imparare da loro. Sono cose che nessun altro ti saprà insegnare, sui loro mestieri, sulla loro società e sul tuo paese. E fai attenzione: se non conserverai queste amicizie, sarà molto difficile trovarne altre simili in futuro. Parlo delle amicizie fuori dalla classe sociale a cui appartieni. Così vivrai in una sola classe. E l'uomo che frequenta una sola classe sociale è come lo studioso che legge un solo libro.*

*Proponiti quindi fin da ora di conservare quei buoni amici anche dopo che sarete divisi. E frequentali fin da ora più degli altri, proprio perché sono figli di operai. Vedi: gli uomini delle classi superiori sono gli ufficiali, e gli operai sono i soldati del lavoro. Ma nella società, come nell'esercito, il soldato non è meno nobile dell'ufficiale. Perché la nobiltà sta nel lavoro e non nel guadagno, nel valore e non nel grado. Anzi, se c'è un merito più grande, è dalla parte del soldato e dell'operaio, che guadagnano meno dal loro lavoro. Ama dunque e rispetta sopra tutti, fra i tuoi compagni, i figli dei soldati del lavoro. Onora in loro le fatiche e i sacrifici dei loro parenti. Disprezza le differenze di ricchezza e di classe. Solo i vili regolano su di esse i loro sentimenti e la loro cortesia. Pensa al sangue benedetto che ha liberato la patria. È uscito quasi tutto dalle vene dei lavoratori delle officine e dei campi. Ama Garrone, ama Precossi, ama Coretti, ama il tuo muratorino. Nei loro petti di piccoli operai hanno cuori di principi. E giura a te stesso che nessun cambiamento di fortuna potrà mai strappare dalla tua anima queste sante amicizie d'infanzia.*

*Giura questo: fra quarant'anni passerai forse per una stazione ferroviaria. Se riconoscerai il tuo vecchio Garrone vestito da macchinista, con il viso nero... Ah, non ho bisogno che tu lo giuri. Sono sicuro che salterai sulla macchina e che gli getterai le braccia al collo, anche se fossi Senatore del Regno.*

Tuo Padre

### La madre di Garrone

*28, venerdì.*

Sono tornato a scuola e subito ho avuto una triste notizia. Da vari giorni Garrone non veniva più perché sua madre era gravemente malata. Sabato sera è morta. Ieri mattina, appena entrato a scuola, il maestro ci ha detto:

— Al povero Garrone è capitata la più grande disgrazia che possa colpire un ragazzo. Gli è morta la madre. Domani tornerà in classe. Vi prego fin da ora, ragazzi: rispettate il terribile dolore che gli strazia l'anima. Quando entrerà, salutatelo con affetto e con serietà. Nessuno scherzi, nessuno rida con lui, mi raccomando.

Questa mattina, un po' più tardi degli altri, è entrato il povero Garrone. Ho sentito un colpo al cuore a vederlo. Era pallido, aveva gli occhi rossi e stava male in piedi. Sembrava che fosse stato malato per un mese. Quasi non si riconosceva più. Era vestito tutto di nero e faceva pena. Nessuno ha fiatato; tutti lo hanno guardato. Appena entrato, ha rivisto quella scuola, dove sua madre era venuta a prenderlo quasi ogni giorno. Ha rivisto quel banco, sul quale lei si era chinata tante volte nei giorni d'esame per fargli l'ultima raccomandazione. Lì lui aveva pensato tante volte a lei, impaziente di uscire per correrle incontro. E allora è scoppiato in un pianto disperato. Il maestro lo ha tirato vicino a sé, lo ha stretto al petto e gli ha detto:

— Piangi, piangi pure, povero ragazzo; ma fatti coraggio. Tua madre non è più qui, ma ti vede, ti ama ancora, vive ancora accanto a te. E un giorno tu la rivedrai, perché sei un'anima buona e onesta come lei. Fatti coraggio.

Detto questo, lo ha accompagnato al banco, vicino a me. Io non osavo guardarlo. Lui ha tirato fuori i quaderni e i libri, che non apriva da molti giorni. Ha aperto il libro di lettura, dove c'è una figura che rappresenta una madre con il figlio per mano. Allora è scoppiato a piangere un'altra volta e ha chinato la testa sul banco. Il maestro ci ha fatto segno di lasciarlo stare così, e ha cominciato la lezione. Io avrei voluto dirgli qualcosa, ma non sapevo che cosa. Gli ho messo una mano sul braccio e gli ho detto all'orecchio:

— Non piangere, Garrone.

Lui non ha risposto. Senza alzare la testa dal banco, ha messo la sua mano nella mia e ce l'ha tenuta a lungo. All'uscita nessuno gli ha parlato. Tutti gli giravano intorno, con rispetto e in silenzio. Ho visto mia madre che mi aspettava e sono corso ad abbracciarla. Ma lei mi ha respinto e guardava Garrone. All'inizio non ho capito perché. Poi mi sono accorto che Garrone, solo, in disparte, guardava me. Mi guardava con uno sguardo di una tristezza che non si può esprimere. Quello sguardo voleva dire: — Tu abbracci tua madre, e io non l'abbraccerò più! Tu hai ancora tua madre, e la mia è morta!

E allora ho capito perché mia madre mi aveva respinto, e sono uscito senza darle la mano.

### Giuseppe Mazzini

*29, sabato*

Anche questa mattina Garrone è venuto a scuola pallido e con gli occhi gonfi di pianto. Ha dato appena un'occhiata ai piccoli regali che gli avevamo messo sul banco per consolarlo. Ma il maestro aveva portato una pagina di un libro da leggergli, per fargli coraggio. Prima ci ha avvertiti che domani, all'una, dobbiamo andare tutti al Municipio. Vedremo dare la medaglia del valor civile a un ragazzo che ha salvato un bambino dal Po. Lunedì ci detterà la descrizione della festa, al posto del racconto mensile. Poi si è rivolto a Garrone, che stava con la testa bassa, e gli ha detto:

— Garrone, fa' uno sforzo e scrivi anche tu quello che detto.

Tutti abbiamo preso la penna. Il maestro ha dettato.

«Giuseppe Mazzini è nato a Genova nel 1805 ed è morto a Pisa nel 1872. È stato una grande anima di patriota e un grande scrittore. È stato il primo ispiratore e apostolo della rivoluzione italiana. Per amore della patria è vissuto quarant'anni povero, esule, perseguitato, senza una casa. È rimasto eroicamente fermo nei suoi principi e nei suoi propositi. Giuseppe Mazzini adorava sua madre. Da lei aveva preso tutto ciò che c'era di più alto e più puro nella sua anima fortissima e gentile. Ecco che cosa ha scritto a un suo amico fedele, per consolarlo della più grande delle sventure. Sono più o meno le sue parole: “Amico, tu non vedrai mai più tua madre su questa terra. Questa è la tremenda verità. Io non vengo a trovarti. Perché il tuo è uno di quei dolori solenni e santi che bisogna soffrire e vincere da soli. Capisci che cosa voglio dire con queste parole: *Bisogna vincere il dolore?* Bisogna vincere quello che il dolore ha di meno santo, quello che purifica meno. Bisogna vincere quella parte che non migliora l'anima, ma la indebolisce e la abbassa. Ma c'è l'altra parte del dolore, la parte nobile, che ingrandisce e innalza l'anima. Quella deve rimanere con te e non lasciarti mai più. Quaggiù nulla può sostituire una buona madre. Nei dolori e nelle consolazioni che la vita può darti ancora, tu non la dimenticherai mai più. Ma devi ricordarla, amarla e piangere la sua morte in un modo degno di lei. O amico, ascoltami. La morte non esiste, non è nulla. Non si può nemmeno capire. La vita è vita e segue la legge della vita: il progresso. Ieri avevi una madre sulla terra: oggi hai un angelo altrove. Tutto ciò che è bene sopravvive alla vita terrena, e diventa più forte. Quindi anche l'amore di tua madre. Lei ti ama ora più che mai. E tu sei responsabile delle tue azioni davanti a lei più di prima. Dipende da te e dalle tue opere incontrarla e rivederla in un'altra esistenza. Devi dunque, per amore e rispetto verso tua madre, diventare migliore e darle gioia di te. D'ora in poi, a ogni tua azione, dovrai dire a te stesso: — Lo approverebbe mia madre? — La sua trasformazione ha messo per te nel mondo un angelo custode, a cui devi riferire ogni cosa. Sii forte e buono. Resisti al dolore disperato e volgare. Abbi la tranquillità dei grandi dolori nelle grandi anime: è ciò che essa vuole.”»

— Garrone! — ha aggiunto il maestro. — *Sii forte e tranquillo, è ciò che essa vuole.* Capisci?

Garrone ha fatto sì con la testa, e intanto gli cadevano delle lacrime grosse e fitte sulle mani, sul quaderno, sul banco.

### Valor civile

(Racconto mensile)

All'una eravamo con il maestro davanti al Palazzo di città. Dovevamo veder dare la medaglia del valor civile al ragazzo che ha salvato il suo compagno dal Po.

Sul terrazzo della facciata sventolava una grande bandiera tricolore.

Siamo entrati nel cortile del Palazzo.

Era già pieno di gente. In fondo si vedeva un tavolo con il tappeto rosso, con delle carte sopra. Dietro c'era una fila di grandi sedie dorate per il Sindaco e per la Giunta. C'erano gli uscieri del Municipio, con la sottoveste azzurra e le calze bianche. A destra del cortile stava in fila un drappello di guardie civiche, con molte medaglie. Accanto a loro c'era un drappello di guardie daziarie. Dall'altra parte c'erano i pompieri, in divisa da festa. C'erano anche molti soldati senza ordine, venuti là per vedere: soldati di cavalleria, bersaglieri, artiglieri. Poi tutto intorno c'erano signori, popolani, alcuni ufficiali, e donne e ragazzi che si spingevano. Noi ci siamo stretti in un angolo, dove c'erano già molti alunni di altre sezioni, con i loro maestri. Vicino a noi c'era un gruppo di ragazzi del popolo, tra i dieci e i diciotto anni. Ridevano e parlavano forte. Si capiva che erano tutti di borgo Po, compagni o conoscenti del ragazzo della medaglia. In alto, a tutte le finestre, erano affacciati degli impiegati del Municipio. Anche la loggia della biblioteca era piena di gente, che si premeva contro la balaustra. Nella loggia dal lato opposto, sopra il portone d'ingresso, stavano strette moltissime ragazze delle scuole pubbliche. C'erano anche molte *Figlie dei militari*, con i loro bei veli celesti. Sembrava un teatro. Tutti parlavano allegri e guardavano spesso verso il tavolo rosso, per vedere se compariva qualcuno. La banda musicale suonava piano in fondo al portico. Sui muri alti batteva il sole. Era bello.

All'improvviso tutti si sono messi a battere le mani, dal cortile, dalle logge, dalle finestre.

Mi sono alzato in punta di piedi per vedere.

La folla che stava dietro al tavolo rosso si era aperta, ed erano venuti avanti un uomo e una donna. L'uomo teneva per mano un ragazzo.

Era quello che aveva salvato il compagno.

L'uomo era suo padre, un muratore, vestito a festa. La donna, sua madre, piccola e bionda, aveva un vestito nero. Il ragazzo, anche lui biondo e piccolo, aveva una giacchetta grigia.

Vedendo tutta quella gente e sentendo quegli applausi così forti, sono rimasti lì tutti e tre. Non osavano più né guardare né muoversi. Un usciere del Municipio li ha spinti accanto al tavolo, a destra.

Tutti sono rimasti zitti per un momento, e poi gli applausi sono scoppiati di nuovo da tutte le parti. Il ragazzo ha guardato su, alle finestre, e poi alla loggia delle *Figlie dei militari*. Teneva il cappello tra le mani e sembrava che non capisse bene dove si trovava. Mi è sembrato che somigliasse un poco a Coretti nel viso, ma era più rosso. Suo padre e sua madre tenevano gli occhi fissi sul tavolo.

Intanto tutti i ragazzi di borgo Po, vicini a noi, si sporgevano in avanti. Facevano dei gesti verso il loro compagno per farsi vedere, e lo chiamavano a bassa voce:

— *Pin! Pin! Pinot!*

A forza di chiamarlo si sono fatti sentire. Il ragazzo li ha guardati e ha nascosto il sorriso dietro il cappello.

A un certo punto tutte le guardie si sono messe sull'*attenti*.

È entrato il Sindaco, accompagnato da molti signori.

Il Sindaco, tutto bianco, con una grande sciarpa tricolore, si è messo in piedi al tavolo. Tutti gli altri stavano dietro e ai lati.

La banda ha smesso di suonare, il Sindaco ha fatto un cenno e tutti hanno taciuto.

Ha cominciato a parlare. Non ho capito bene le prime parole, ma ho capito che raccontava il fatto del ragazzo. Poi la sua voce si è alzata. Si è sparsa per tutto il cortile, così chiara e forte che non ho perso più una parola.

— ...Dalla riva ha visto il compagno che si dibatteva nel fiume, già preso dal terrore della morte. Allora si è strappato i vestiti di dosso ed è corso senza esitare un momento. Gli hanno gridato: «Anneghi!»; non ha risposto. Lo hanno afferrato; si è liberato. Lo hanno chiamato per nome; era già nell'acqua. Il fiume era gonfio, e il rischio era terribile anche per un uomo. Ma lui si è lanciato contro la morte con tutta la forza del suo piccolo corpo e del suo grande cuore. Ha raggiunto e afferrato in tempo il disgraziato, che era già sott'acqua, e lo ha tirato a galla. Ha lottato furiosamente con l'onda che voleva trascinarli, e con il compagno che cercava di aggrapparsi a lui. Più volte è sparito sotto l'acqua ed è tornato fuori con uno sforzo disperato. Era ostinato, invincibile nel suo santo proposito. Non era come un ragazzo che vuole salvare un altro ragazzo, ma come un uomo. Era come un padre che lotta per salvare un figlio, che è la sua speranza e la sua vita. Infine Dio non ha permesso che un atto così generoso fosse inutile. Il piccolo nuotatore ha strappato la vittima al fiume gigante e l'ha portata a terra. Con altri le ha dato i primi aiuti. Poi è tornato a casa, solo e tranquillo, a raccontare il suo atto con semplicità. Signori! Bello e degno di rispetto è l'eroismo nell'uomo. Ma nel ragazzo nessuna ambizione e nessun interesse sono ancora possibili. Il ragazzo deve avere tanto più coraggio quanto meno ha forza. Al ragazzo non chiediamo nulla, e lui non è obbligato a nulla. Ci sembra già tanto nobile e amabile, non quando compie un sacrificio. Basta che capisca e riconosca quello degli altri. L'eroismo nel ragazzo è divino. Non dirò altro, signori. Non voglio ornare di lodi inutili una grandezza così semplice. Eccolo qui davanti a voi, il salvatore valoroso e gentile. Soldati, salutatelo come un fratello. Madri, beneditelo come un figlio. Ragazzi, ricordate il suo nome, stampatevi nella mente il suo viso. Che non si cancelli mai più dalla vostra memoria e dal vostro cuore. Avvicinati, ragazzo. In nome del Re d'Italia, ti do la medaglia al valor civile.

Un evviva altissimo, lanciato insieme da molte voci, ha fatto risuonare il palazzo.

Il Sindaco ha preso la medaglia sul tavolo e l'ha attaccata al petto del ragazzo. Poi lo ha abbracciato e lo ha baciato.

La madre si è messa una mano sugli occhi, il padre teneva il mento sul petto.

Il Sindaco ha stretto la mano a tutti e due. Ha preso il decreto della decorazione, legato con un nastro, e lo ha dato alla donna.

Poi si è rivolto al ragazzo e ha detto:

— Questo giorno è così glorioso per te, così felice per tuo padre e tua madre. Che il suo ricordo ti tenga per tutta la vita sulla via della virtù e dell'onore. Addio!

Il Sindaco è uscito, la banda ha suonato e tutto sembrava finito. Ma il drappello dei pompieri si è aperto, ed è venuto fuori un ragazzo di otto o nove anni. Lo spingeva avanti una donna, che si è nascosta subito. Il ragazzo si è lanciato verso il decorato ed è caduto tra le sue braccia.

Un'altra esplosione di evviva e di applausi ha fatto tremare il cortile. Tutti hanno capito subito: quello era il ragazzo salvato dal Po, che veniva a ringraziare il suo salvatore. Dopo averlo baciato, si è attaccato a un suo braccio per accompagnarlo fuori. Loro due davanti, il padre e la madre dietro, sono andati verso l'uscita. Passavano a fatica tra la gente che si apriva ai lati: guardie, ragazzi, soldati, donne, tutti mescolati. Tutti si spingevano avanti e si alzavano in punta di piedi per vedere il ragazzo. Quelli vicini al passaggio gli toccavano la mano. Quando è passato davanti ai ragazzi delle scuole, tutti hanno agitato i berretti in aria. Quelli di borgo Po hanno fatto un grande chiasso. Lo tiravano per le braccia e per la giacchetta e gridavano:

— *Pin, viva Pin! Bravo Pinot!*

L'ho visto passare proprio vicino. Era tutto rosso in viso e contento. La medaglia aveva il nastro bianco, rosso e verde. Sua madre piangeva e rideva. Suo padre si torceva un baffo con una mano che gli tremava forte, come se avesse la febbre. E dalle finestre e dalle logge continuavano a sporgersi e ad applaudire. Stavano per entrare sotto il portico. All'improvviso dalla loggia delle *Figlie dei militari* è venuta giù una vera pioggia di fiori. C'erano viole del pensiero, mazzetti di viole e margherite. Sono caduti sulla testa del ragazzo, del padre e della madre, e si sono sparsi per terra. Molti si sono messi a raccoglierli in fretta e li davano alla madre. E la banda, in fondo al cortile, suonava piano piano un'aria bellissima. Sembrava il canto di tante voci d'argento che si allontanavano lente lungo le rive di un fiume.

### Glossario

- **quadrato**: un gruppo di soldati disposti in forma di quadrato per difendersi.
- **ulani**: soldati a cavallo armati di lancia.
- **supplica**: una richiesta scritta fatta a una persona importante.
- **refettorio**: la sala dove si mangia tutti insieme in una scuola o in un istituto.
- **colofonia**: una polvere che si mette sulle mani per non scivolare.
- **canna**: un bastone sottile ed elegante per camminare.
- **aia**: lo spazio aperto davanti a una casa di contadini.
- **crup**: una grave malattia della gola che colpisce i bambini.
- **sgorbio**: un segno brutto o una macchia fatta scrivendo.
- **rivenditore**: chi vende al pubblico una merce comprata da altri.
- **pipa**: un piccolo oggetto con cui si fuma il tabacco.
- **brigadiere**: il capo di un piccolo gruppo di guardie.
- **scodella**: un piatto fondo per la minestra.
- **cucchiaiata**: la quantità di cibo che sta in un cucchiaio.
- **nespola**: un piccolo frutto tondo e dolce.
- **cartoccio**: un sacchetto fatto con un foglio di carta arrotolato.
- **arrampicarsi**: salire in alto aiutandosi con le mani e con i piedi.
- **siepi**: file di piante basse e fitte lungo una strada o intorno a un campo.
- **viottolo**: una piccola strada stretta di campagna.
- **scolaro**: un ragazzo che va a scuola, un alunno.
- **scolari**: i ragazzi che vanno a scuola, gli alunni.
- **quarantaquattro**: il numero 44.
- **sessant'anni**: 60 anni.
- **rallegro**: «mi rallegro» vuol dire «sono contento per lei».
- **monelleria**: un'azione di un ragazzo vivace e disobbediente.
- **rigattiere**: chi compra e vende oggetti usati.
- **esule**: chi deve vivere lontano dalla sua patria.
- **Giunta**: il gruppo di persone che governa la città insieme al Sindaco.
- **uscieri**: impiegati che stanno alla porta degli uffici pubblici e accompagnano le persone.
- **drappello**: un piccolo gruppo di soldati o di guardie.
- **guardie daziarie**: le guardie che controllano le merci che entrano in città e fanno pagare una tassa.
- **loggia**: una galleria aperta, ai piani alti di un palazzo.

## Maggio

### I bambini rachitici

*Venerdì, 5*

Oggi sono rimasto a casa da scuola perché non stavo bene. Mia madre mi ha portato con sé all'istituto dei ragazzi rachitici, dove è andata a raccomandare una bambina del portinaio. Ma non mi ha lasciato entrare nella scuola...

*Non hai capito perché, Enrico, non ti ho lasciato entrare? Non volevo mettere davanti a quei poveretti, lì in mezzo alla scuola, quasi in mostra, un ragazzo sano e robusto. Hanno già troppe occasioni di fare dolorosi confronti. Che cosa triste! Entrando là dentro ho sentito il pianto salirmi dal cuore. Erano una sessantina, tra bambini e bambine... Povere ossa torturate! Povere mani, poveri piedini piegati e storti! Poveri corpicini deformati! Ho visto subito molti visi graziosi, degli occhi pieni di intelligenza e di affetto. C'era un visetto di bambina, con il naso sottile e il mento appuntito, che sembrava una vecchietta. Ma aveva un sorriso di una dolcezza celeste. Alcuni, visti davanti, sono belli e sembrano senza difetti. Ma si voltano... e ti stringono il cuore.*

*C'era il medico, che li visitava. Li metteva in piedi sui banchi e alzava i vestitini per toccare le pance gonfie e le giunture grosse. Ma quelle povere creature non si vergognavano per niente. Si vedeva che erano bambini abituati a essere spogliati, esaminati, girati in tutti i modi. E pensare che ora sono nel periodo migliore della loro malattia, perché quasi non soffrono più. Ma chi può dire quanto hanno sofferto quando il loro corpo ha cominciato a deformarsi? La malattia cresceva, e vedevano diminuire l'affetto intorno a loro. Poveri bambini, lasciati soli per ore e ore nell'angolo di una stanza o di un cortile! Erano nutriti male, e a volte anche presi in giro. Oppure erano tormentati per mesi da fasciature e apparecchi ortopedici inutili. Ora però, grazie alle cure, al buon cibo e alla ginnastica, molti migliorano.*

*La maestra ha fatto fare la ginnastica. Faceva pena, a certi comandi, vederli distendere sotto i banchi tutte quelle gambe fasciate. Erano strette tra le stecche, piene di nodi, deformi. Erano gambe che si sarebbero coperte di baci! Parecchi non riuscivano ad alzarsi dal banco. Rimanevano lì, con la testa sul braccio, e accarezzavano le stampelle con la mano. Altri, facendo forza sulle braccia, sentivano mancare il respiro e ricadevano a sedere, pallidi. Ma sorridevano, per nascondere l'affanno. Ah, Enrico, voi che non date valore alla salute, e vi sembra così poca cosa stare bene! Pensavo ai bei ragazzi forti e sani, che le madri portano in giro come in trionfo, orgogliose della loro bellezza. E avrei preso tutte quelle povere teste e me le sarei strette sul cuore, disperatamente. Se fossi stata sola, avrei detto: non mi muovo più di qui. Voglio dedicare la vita a voi, servirvi, farvi da madre a tutti fino al mio ultimo giorno...*

*E intanto cantavano, cantavano con certe vocine sottili, dolci, tristi, che arrivavano all'anima. La maestra li ha lodati, e loro si sono mostrati contenti. Mentre passava tra i banchi, le baciavano le mani e le braccia, perché sentono tanta gratitudine per chi fa loro del bene. E sono molto affettuosi. Hanno anche ingegno, quegli angioletti, e studiano, mi ha detto la maestra. È una maestra giovane e gentile. Sul suo viso pieno di bontà c'è una certa espressione di tristezza, come un riflesso delle sventure che lei accarezza e consola. Cara ragazza! Fra tutte le creature umane che si guadagnano la vita con il lavoro, nessuna se la guadagna più santamente di te, figlia mia.*

Tua Madre

### Sacrificio

*9, martedì.*

Mia madre è buona, e mia sorella Silvia è come lei: ha lo stesso cuore grande e gentile. Ieri sera stavo copiando una parte del racconto mensile *Dagli Appennini alle Ande*. Il maestro ce l'ha dato da copiare un poco a tutti, perché è molto lungo. Mentre copiavo, Silvia è entrata in punta di piedi e mi ha detto in fretta e piano:

— Vieni con me dalla mamma. Stamattina li ho sentiti parlare. Al babbo è andato male un affare, ed era addolorato; la mamma gli faceva coraggio. Siamo in difficoltà, capisci? Non ci sono più soldi. Il babbo diceva che bisognerà fare dei sacrifici per rimettersi. Ora dobbiamo farne anche noi, di sacrifici, non è vero? Sei pronto? Bene, io parlo alla mamma. Tu fai sì con la testa e promettile sul tuo onore che farai tutto quello che dirò io.

Detto questo, mi ha preso per mano e mi ha portato da nostra madre. Stava cucendo, tutta pensierosa. Io mi sono seduto da una parte del divano, Silvia dall'altra, e ha detto subito:

— Senti, mamma, ti devo parlare. Dobbiamo parlarti tutti e due.

La mamma ci ha guardati meravigliata. E Silvia ha cominciato:

— Il babbo è senza soldi, è vero?

— Che cosa dici? — ha risposto la mamma arrossendo. — Non è vero! Che ne sai tu? Chi te l'ha detto?

— Lo so, — ha detto Silvia decisa. — Ebbene, senti, mamma: dobbiamo fare dei sacrifici anche noi. Tu mi avevi promesso un ventaglio per la fine di maggio, e Enrico aspettava la sua scatola di colori. Non vogliamo più niente. Non vogliamo che si sprechino i soldi. Saremo contenti lo stesso, hai capito?

La mamma ha provato a parlare, ma Silvia ha detto:

— No, sarà così. Abbiamo deciso. E finché il babbo non avrà soldi, non vogliamo più né frutta né altre cose. Ci basterà la minestra, e la mattina a colazione mangeremo del pane. Così si spenderà meno a tavola, perché spendiamo già troppo. E ti promettiamo che ci vedrai sempre contenti allo stesso modo. Non è vero, Enrico?

Io ho risposto di sì.

— Sempre contenti allo stesso modo, — ha ripetuto Silvia, chiudendo la bocca alla mamma con una mano. — E se ci sono altri sacrifici da fare, nel vestire o in altro, li faremo volentieri. Vendiamo anche i nostri regali. Io do tutte le mie cose, ti faccio da cameriera, non faremo più fare niente fuori casa. Lavorerò con te tutto il giorno, farò tutto quello che vorrai, sono pronta a tutto! A tutto! — ha esclamato, gettando le braccia al collo di mia madre. — Purché il babbo e la mamma non abbiano più dispiaceri! Purché vi riveda tutti e due tranquilli, di buon umore come prima! In mezzo alla vostra Silvia e al vostro Enrico! Vi vogliamo tanto bene, e daremmo la vita per voi!

Ah, non ho mai visto mia madre così contenta come quando ha sentito quelle parole. Non ci ha mai baciati sulla fronte in quel modo, piangendo e ridendo, senza poter parlare. Poi ha assicurato a Silvia che aveva capito male e che, per fortuna, non eravamo ridotti come lei credeva. Ci ha detto grazie cento volte ed è stata allegra tutta la sera, finché è tornato mio padre. Gli ha raccontato tutto. Lui non ha aperto bocca, povero padre mio! Ma questa mattina, sedendomi a tavola... ho provato insieme un gran piacere e una gran tristezza. Ho trovato sotto il tovagliolo la mia scatola, e Silvia ci ha trovato il suo ventaglio.

### L'incendio

*11, giovedì*

Questa mattina avevo finito di copiare la mia parte del racconto *Dagli Appennini alle Ande*. Stavo cercando un argomento per il tema libero che ci ha dato da fare il maestro. All'improvviso ho sentito delle voci insolite per le scale. Poco dopo sono entrati in casa due pompieri. Hanno chiesto a mio padre il permesso di controllare le stufe e i camini. Lo chiedevano perché sui tetti bruciava un comignolo, e non si capiva di chi fosse. Mio padre ha detto:

— Facciano pure.

Noi non avevamo fuoco acceso da nessuna parte. Ma loro hanno cominciato a girare per le stanze e a mettere l'orecchio alle pareti. Volevano sentire se il fuoco faceva rumore dentro le canne che salgono agli altri piani della casa.

Mentre giravano per le stanze, mio padre mi ha detto:

— Enrico, ecco un tema per la tua composizione: i pompieri. Prova a scrivere quello che ti racconto. Io li ho visti al lavoro due anni fa, una sera che uscivo dal teatro Balbo, a notte tarda. Entrando in via Roma, ho visto una luce strana e un'onda di gente che correva. Una casa era in fiamme. Lingue di fuoco e nuvole di fumo uscivano dalle finestre e dal tetto. Uomini e donne apparivano ai davanzali e sparivano, lanciando grida disperate. Davanti al portone c'era una grande confusione. La folla gridava: «Bruciano vivi! Aiuto! I pompieri!». In quel momento è arrivata una carrozza e ne sono saltati fuori quattro pompieri, i primi che si erano trovati al Municipio. Si sono lanciati dentro la casa. Erano appena entrati, quando si è vista una cosa orribile. Una donna si è affacciata urlando a una finestra del terzo piano. Si è aggrappata alla ringhiera e l'ha scavalcata. È rimasta attaccata così, quasi sospesa nel vuoto, con la schiena in fuori. Era curva sotto il fumo e le fiamme, che uscivano dalla stanza e quasi le toccavano la testa. La folla ha lanciato un grido di orrore.

— I pompieri erano stati fermati per sbaglio al secondo piano dagli inquilini terrorizzati. Avevano già sfondato un muro e si erano precipitati in una camera. Ma cento voci li hanno avvertiti: «Al terzo piano! Al terzo piano!». Sono volati al terzo piano. Lì c'era un inferno: travi del tetto che crollavano, corridoi pieni di fiamme, un fumo che soffocava. Per arrivare alle stanze dove erano chiusi gli inquilini, restava solo una strada: passare dal tetto. Sono saliti subito, e un minuto dopo si è visto come un fantasma nero saltare sulle tegole, tra il fumo. Era il caporale, arrivato per primo. Ma doveva raggiungere la parte del tetto sopra l'appartamento chiuso dal fuoco. Per andarci doveva passare in uno spazio strettissimo, tra un abbaino e la grondaia. Tutto il resto era in fiamme, e quel piccolo tratto era coperto di neve e di ghiaccio. Non c'era niente a cui aggrapparsi. «È impossibile che passi!» gridava la folla di sotto. Il caporale è avanzato sull'orlo del tetto. Tutti tremavano e guardavano trattenendo il respiro. È passato! Un immenso evviva è salito al cielo. Il caporale ha ripreso la corsa. Arrivato al punto minacciato, ha cominciato a spezzare furiosamente con l'accetta tegole, travi e travetti. Voleva aprire una buca per scendere dentro. Intanto la donna era sempre sospesa fuori dalla finestra, con il fuoco che infuriava sopra la sua testa. Un minuto ancora, e sarebbe caduta sulla strada.

— La buca è stata aperta. Si è visto il caporale togliersi la tracolla e calarsi giù. Gli altri pompieri, appena arrivati, lo hanno seguito. Nello stesso momento un'altissima scala Porta, arrivata allora, è stata appoggiata al cornicione della casa. Era davanti alle finestre da cui uscivano fiamme e urla di pazzi. Ma si credeva che fosse tardi. «Nessuno si salva più,» gridavano. «I pompieri bruciano.» «È finita.» «Sono morti.» All'improvviso è apparsa alla finestra con la ringhiera la figura nera del caporale, illuminata dall'alto dalle fiamme. La donna gli si è aggrappata al collo. Lui l'ha afferrata alla vita con tutte e due le braccia, l'ha tirata su e l'ha messa dentro la stanza. La folla ha lanciato un grido di mille voci, che ha coperto il fracasso dell'incendio. Ma gli altri? E come scendere? La scala era appoggiata al tetto davanti a un'altra finestra, e stava piuttosto lontana dal davanzale. Come avrebbero potuto raggiungerla? Mentre la gente diceva questo, uno dei pompieri è uscito dalla finestra. Ha messo il piede destro sul davanzale e il sinistro sulla scala. Così, dritto nel vuoto, ha abbracciato a uno a uno gli inquilini, che gli altri gli passavano da dentro. Li ha passati a un compagno, che era salito dalla strada. Quello li ha attaccati bene ai pioli e li ha fatti scendere, uno dopo l'altro. Altri pompieri li aiutavano da sotto. È passata prima la donna della ringhiera, poi una bambina, un'altra donna, un vecchio. Tutti erano salvi.

— Dopo il vecchio sono scesi i pompieri rimasti dentro. Ultimo a scendere è stato il caporale, che era stato il primo ad arrivare. La folla li ha accolti tutti con un'esplosione di applausi. Ma poi è comparso l'ultimo, il primo dei salvatori, quello che aveva affrontato il pericolo prima degli altri. Sarebbe morto lui, se qualcuno avesse dovuto morire. La folla lo ha salutato come un trionfatore, gridando e tendendo le braccia, con affetto, ammirazione e gratitudine. In pochi momenti il suo nome sconosciuto, Giuseppe Robbino, era su mille bocche... Hai capito? Quello è coraggio, il coraggio del cuore, che non ragiona e non esita. Va dritto, cieco, veloce come il fulmine, dove sente il grido di chi muore. Un giorno ti porterò agli esercizi dei pompieri e ti farò vedere il caporale Robbino. Perché saresti molto contento di conoscerlo, non è vero?

Ho risposto di sì.

— Eccolo qua, — ha detto mio padre.

Mi sono voltato di scatto. I due pompieri avevano finito il controllo e attraversavano la stanza per uscire.

Mio padre mi ha indicato il più piccolo, che aveva i galloni, e mi ha detto:

— Stringi la mano al caporale Robbino.

Il caporale si è fermato e mi ha teso la mano, sorridendo. Gliel'ho stretta; lui mi ha salutato ed è uscito.

— E ricordatene bene, — ha detto mio padre. — Perché delle migliaia di mani che stringerai nella vita, forse non ce ne saranno dieci che valgono la sua.

### Dagli Appennini alle Ande

(Racconto mensile)

Molti anni fa un ragazzo genovese di tredici anni, figlio di un operaio, è andato da Genova in America. È andato da solo, per cercare sua madre.

Sua madre era andata due anni prima a Buenos Aires, capitale della Repubblica Argentina. Voleva lavorare come domestica in qualche casa ricca, e guadagnare in poco tempo abbastanza da risollevare la famiglia. Per varie disgrazie, la famiglia era caduta nella povertà e nei debiti. Non sono poche le donne coraggiose che fanno un viaggio così lungo con quello scopo. Laggiù la gente di servizio riceve paghe alte. Così queste donne tornano in patria dopo pochi anni con qualche migliaio di lire. La povera madre aveva pianto lacrime di sangue quando si era separata dai suoi figli. Uno aveva diciotto anni e l'altro undici. Ma era partita con coraggio e piena di speranza. Il viaggio era andato bene. Appena arrivata a Buenos Aires, aveva trovato subito una buona famiglia argentina, che la pagava molto e la trattava bene. L'aveva trovata grazie a un bottegaio genovese, cugino di suo marito, che abitava là da molto tempo. Per un po' di tempo aveva scritto regolarmente ai suoi. Si erano messi d'accordo così: il marito mandava le lettere al cugino, e il cugino le portava alla donna. Lei dava le risposte al cugino, che le spediva a Genova, aggiungendo qualche riga sua. Guadagnava ottanta lire al mese e non spendeva niente per sé. Ogni tre mesi mandava a casa una bella somma. Con quei soldi il marito, che era un galantuomo, pagava a poco a poco i debiti più urgenti. Così riconquistava la sua buona reputazione. Intanto lavorava ed era contento, anche perché sperava che la moglie tornasse fra non molto tempo. Perché la casa sembrava vuota senza di lei. E il figlio minore soprattutto, che amava moltissimo sua madre, era triste e non riusciva a rassegnarsi alla sua lontananza.

Ma un anno dopo la partenza è arrivata una breve lettera, in cui lei diceva di stare poco bene di salute. Poi non hanno più ricevuto niente. Hanno scritto due volte al cugino; il cugino non ha risposto. Hanno scritto alla famiglia argentina dove la donna lavorava. Ma la lettera forse non è arrivata, perché avevano scritto male il nome sull'indirizzo, e non hanno avuto risposta. Temendo una disgrazia, hanno scritto al Consolato italiano di Buenos Aires, perché facesse delle ricerche. Dopo tre mesi il Console ha risposto. Aveva fatto pubblicare un avviso sui giornali, ma nessuno si era presentato, neppure per dare notizie. E non poteva succedere altrimenti, per varie ragioni e anche per questa. La buona donna pensava di macchiare l'onore dei suoi facendo la serva. Per questo non aveva dato alla famiglia argentina il suo vero nome. Sono passati altri mesi, senza nessuna notizia. Padre e figlio erano sconvolti. Il più piccolo era oppresso da una tristezza che non riusciva a vincere. Che fare? A chi rivolgersi? La prima idea del padre era stata di partire, di andare a cercare sua moglie in America. Ma il lavoro? Chi avrebbe mantenuto i suoi figli? Neppure il figlio maggiore poteva partire: proprio allora cominciava a guadagnare qualcosa, ed era necessario alla famiglia. Vivevano in questa angoscia, ripetendo ogni giorno gli stessi discorsi dolorosi, o guardandosi in silenzio. Una sera Marco, il più piccolo, ha detto con decisione:

— Ci vado io in America a cercare mia madre.

Il padre ha scosso la testa con tristezza e non ha risposto. Era un pensiero affettuoso, ma una cosa impossibile. A tredici anni, da solo, fare un viaggio in America, che durava un mese! Ma il ragazzo ha insistito, con pazienza. Ha insistito quel giorno, il giorno dopo, tutti i giorni, con grande calma, ragionando con il buon senso di un uomo.

— Altri ci sono andati, — diceva, — e più piccoli di me. Una volta sulla nave, arrivo là come tutti gli altri. Arrivato là, devo solo cercare la bottega del cugino. Ci sono tanti italiani, qualcuno mi insegnerà la strada. Trovato il cugino, trovo mia madre. Se non trovo lui, vado dal Console e cerco la famiglia argentina. Qualunque cosa succeda, laggiù c'è lavoro per tutti. Troverò del lavoro anch'io, almeno per guadagnare abbastanza da tornare a casa.

E così, a poco a poco, è riuscito quasi a convincere suo padre. Suo padre lo stimava. Sapeva che aveva giudizio e coraggio, che era abituato alle privazioni e ai sacrifici. Sapeva che per quel santo scopo tutte queste buone qualità sarebbero diventate due volte più forti nel suo cuore. Lo scopo era trovare sua madre, che lui adorava. Inoltre, un Comandante di piroscafo, amico di un suo conoscente, ha sentito parlare della cosa. Ha promesso di fargli avere gratis un biglietto di terza classe per l'Argentina. Allora, dopo un'altra esitazione, il padre ha acconsentito e il viaggio è stato deciso. Gli hanno riempito una sacca di vestiti, gli hanno messo in tasca qualche scudo e gli hanno dato l'indirizzo del cugino. Una bella sera del mese di aprile lo hanno imbarcato. Il piroscafo stava per partire. Sulla scala il padre gli ha dato l'ultimo bacio, con le lacrime agli occhi.

— Figlio mio, Marco mio, — gli ha detto. — Fatti coraggio. Parti per un santo scopo e Dio ti aiuterà.

Povero Marco! Aveva il cuore forte e preparato alle prove più dure per quel viaggio. Ma poi ha visto sparire all'orizzonte la sua bella Genova e si è trovato in alto mare. Era su quel grande piroscafo pieno di contadini emigranti, solo, sconosciuto a tutti. Aveva solo quella piccola sacca, che conteneva tutta la sua fortuna. Allora lo ha preso un improvviso scoraggiamento. Per due giorni è rimasto accucciato come un cane a prua. Non mangiava quasi, e aveva un gran bisogno di piangere. Ogni sorta di pensieri tristi gli passava per la mente. Il più triste, il più terribile tornava sempre: il pensiero che sua madre fosse morta. Nei suoi sogni agitati vedeva sempre la faccia di uno sconosciuto. Lo guardava con compassione e poi gli diceva all'orecchio:

— Tua madre è morta.

Allora si svegliava soffocando un grido. Tuttavia, passato lo stretto di Gibilterra, alla prima vista dell'Oceano atlantico, ha ritrovato un po' di coraggio e di speranza. Ma è stato un breve sollievo. C'era quell'immenso mare sempre uguale, il caldo che cresceva, la tristezza di tutta quella povera gente intorno a lui. E sentiva la sua solitudine. Tutto questo lo ha buttato giù di nuovo. I giorni passavano vuoti e monotoni, e si confondevano nella sua memoria, come succede ai malati. Gli sembrava di essere in mare da un anno. E ogni mattina, svegliandosi, provava un nuovo stupore. Era là, solo, in mezzo a quell'immensità d'acqua, in viaggio per l'America. I bei pesci volanti cadevano ogni tanto sulla nave. C'erano i meravigliosi tramonti dei tropici, con enormi nuvole color brace e sangue. Di notte le luci sull'acqua facevano sembrare l'oceano tutto acceso, come un mare di lava. Ma queste cose non gli sembravano reali: sembravano meraviglie viste in sogno. Ha avuto giornate di cattivo tempo. Restava sempre chiuso nel dormitorio, dove tutto ballava e cadeva, in mezzo a un coro spaventoso di lamenti e di imprecazioni. Ha creduto che fosse arrivata la sua ultima ora. Ha avuto altre giornate di mare quieto e giallastro, di caldo insopportabile, di noia infinita. Erano ore interminabili e sinistre. I passeggeri, sfiniti, stavano distesi immobili sulle tavole e sembravano tutti morti. E il viaggio non finiva mai. Mare e cielo, cielo e mare, oggi come ieri, domani come oggi, ancora, sempre, eternamente. Lui stava per lunghe ore appoggiato al parapetto a guardare quel mare senza fine, stordito, pensando vagamente a sua madre. Poi gli occhi si chiudevano e la testa gli cadeva dal sonno. Allora rivedeva quella faccia sconosciuta che lo guardava con pietà e gli ripeteva all'orecchio:

— Tua madre è morta!

A quella voce si svegliava di colpo. Ricominciava a sognare a occhi aperti e a guardare l'orizzonte sempre uguale.

Ventisette giorni è durato il viaggio! Ma gli ultimi sono stati i migliori. Il tempo era bello e l'aria fresca. Aveva conosciuto un buon vecchio lombardo, che andava in America a trovare suo figlio, agricoltore vicino alla città di Rosario. Gli aveva detto tutto della sua famiglia, e ogni tanto il vecchio gli ripeteva, battendogli una mano sulla nuca:

— Coraggio, *bagai*, tu troverai tua madre sana e contenta.

Quella compagnia lo confortava, e i suoi presentimenti da tristi erano diventati lieti. Stava seduto a prua, accanto al vecchio contadino che fumava la pipa, sotto un bel cielo stellato. Intorno gruppi di emigranti cantavano. E lui immaginava cento volte il suo arrivo a Buenos Aires. Si vedeva in quella strada, trovava la bottega, correva incontro al cugino: — Come sta mia madre? Dov'è? Andiamo subito! — Andiamo subito! — Correvano insieme, salivano una scala, si apriva una porta... E qui il suo discorso muto si fermava. La sua immaginazione si perdeva in una tenerezza impossibile da esprimere. Allora tirava fuori di nascosto una piccola medaglia che portava al collo, la baciava e mormorava le sue preghiere.

Il ventisettesimo giorno dopo la partenza sono arrivati. Era una bella alba rossa di maggio quando il piroscafo ha gettato l'àncora nell'immenso fiume della Plata. Su una riva del fiume si stende la vasta città di Buenos Aires, capitale della Repubblica Argentina. Quel tempo splendido gli è sembrato di buon augurio. Era fuori di sé dalla gioia e dall'impazienza. Sua madre era a poche miglia da lui! Tra poche ore l'avrebbe vista! Si trovava in America, nel nuovo mondo, e aveva avuto il coraggio di venirci da solo! Tutto quel lunghissimo viaggio gli sembrava passato in un attimo. Gli sembrava di aver volato, sognando, e di essersi svegliato in quel momento. Ed era così felice che quasi non si è stupito né addolorato quando si è frugato nelle tasche. Non c'era più uno dei due mucchietti di soldi. Aveva diviso il suo piccolo tesoro in due, per essere più sicuro di non perdere tutto. Glielo avevano rubato, e gli restavano solo poche lire. Ma che cosa gli importava, ora che era vicino a sua madre? Con la sacca in mano è sceso su un vaporino, insieme a molti altri italiani. Il vaporino li ha portati a poca distanza dalla riva. Dal vaporino è sceso in una barca che portava il nome di *Andrea Doria* ed è stato sbarcato al molo. Ha salutato il suo vecchio amico lombardo e si è avviato a lunghi passi verso la città.

All'inizio della prima via ha fermato un uomo che passava. Lo ha pregato di indicargli da che parte doveva andare per via de *los Artes*. Aveva fermato proprio un operaio italiano. Quello lo ha guardato con curiosità e gli ha domandato se sapeva leggere. Il ragazzo ha fatto sì con la testa.

— Ebbene, — gli ha detto l'operaio, indicandogli la via da cui lui veniva. — Va' sempre dritto e leggi i nomi delle vie a tutti gli angoli. Finirai per trovare la tua.

Il ragazzo lo ha ringraziato e ha preso la via che si apriva davanti a lui.

Era una via dritta e lunghissima, ma stretta. Ai lati aveva case basse e bianche, che sembravano tante villette. Era piena di gente, di carrozze, di grandi carri, che facevano un rumore assordante. Qua e là pendevano enormi bandiere di vari colori. Portavano scritto a grandi lettere l'annuncio delle partenze dei piroscafi per città sconosciute. A ogni tratto di cammino, voltandosi a destra e a sinistra, vedeva altre due vie. Scappavano dritte a perdita d'occhio, anche loro con case basse e bianche, e piene di gente e di carri. In fondo le tagliava la linea dritta dell'immensa pianura americana, simile all'orizzonte del mare. La città gli sembrava infinita. Gli sembrava di poter camminare per giorni e per settimane, vedendo sempre altre vie come quelle. Gli sembrava che tutta l'America dovesse esserne coperta. Guardava attentamente i nomi delle vie: erano nomi strani, che faceva fatica a leggere. A ogni nuova via sentiva battere il cuore, pensando che fosse la sua. Guardava tutte le donne, con l'idea di incontrare sua madre. Ne ha vista una davanti a sé, e ha sentito una scossa nel sangue. L'ha raggiunta e l'ha guardata: era una donna nera. E andava, andava, affrettando il passo. È arrivato a un incrocio, ha letto ed è rimasto come inchiodato sul marciapiede. Era la via delle Arti. Ha svoltato e ha visto il numero 117; la bottega del cugino era al numero 175. Ha affrettato ancora il passo, quasi correva. Al numero 171 ha dovuto fermarsi per riprendere fiato. E ha detto tra sé:

— O madre mia! Madre mia! È proprio vero che ti vedrò tra poco!

È corso avanti ed è arrivato a una piccola merceria. Era quella. Si è affacciato. Ha visto una donna con i capelli grigi e gli occhiali.

— Che volete, ragazzo? — gli ha domandato lei, in spagnolo.

— Non è questa, — ha detto il ragazzo, facendo fatica a parlare, — la bottega di Francesco Merelli?

— Francesco Merelli è morto, — ha risposto la donna in italiano.

Il ragazzo ha avuto l'impressione di un colpo nel petto.

— Quando è morto?

— Eh, da un pezzo, — ha risposto la donna. — Da mesi. Ha fatto cattivi affari ed è scappato. Dicono che sia andato a Bahia Blanca, molto lontano da qui. Ed è morto appena arrivato. La bottega è mia.

Il ragazzo è impallidito.

Poi ha detto rapidamente:

— Merelli conosceva mia madre. Mia madre era qui a servizio dal signor Mequinez. Solo lui poteva dirmi dov'era. Io sono venuto in America a cercare mia madre. Merelli le mandava le lettere. Io ho bisogno di trovare mia madre.

— Povero figlio, — ha risposto la donna, — io non so. Posso domandare al ragazzo del cortile. Conosceva il giovane che faceva le commissioni per Merelli. Forse sa dire qualcosa.

È andata in fondo alla bottega e ha chiamato il ragazzo, che è venuto subito.

— Dimmi un po', — gli ha domandato la bottegaia. — Ti ricordi se il giovane di Merelli portava qualche volta delle lettere a una domestica, in casa di *figli del paese?*

— Dal signor Mequinez, — ha risposto il ragazzo. — Sì, signora, qualche volta. In fondo a via delle Arti.

— Ah, signora, grazie! — ha gridato Marco. — Mi dica il numero... non lo sa? Mi faccia accompagnare... accompagnami subito tu, ragazzo. Ho ancora dei soldi.

Lo ha detto con tanto calore che il ragazzo non ha aspettato la preghiera della donna.

— Andiamo, — ha risposto, ed è uscito per primo a passi veloci.

Quasi correndo, senza dire una parola, sono arrivati in fondo alla via lunghissima. Sono entrati nell'ingresso di una piccola casa bianca. Si sono fermati davanti a un bel cancello di ferro, da cui si vedeva un cortiletto pieno di vasi di fiori. Marco ha dato una strappata al campanello.

È comparsa una signorina.

— Qui abita la famiglia Mequinez, non è vero? — ha domandato ansiosamente il ragazzo.

— Ci abitava, — ha risposto la signorina, pronunciando l'italiano alla spagnola. — Ora ci abitiamo noi, Zeballos.

— E dove sono andati i Mequinez? — ha domandato Marco, con il cuore che batteva forte.

— Sono andati a Cordova.

— Cordova! — ha esclamato Marco. — Dov'è Cordova? E la persona di servizio che avevano? La donna, mia madre! La domestica era mia madre! Hanno portato via anche mia madre?

La signorina lo ha guardato e ha detto:

— Non so. Forse lo sa mio padre, che li ha conosciuti quando sono partiti. Aspettate un momento.

È corsa via ed è tornata poco dopo con suo padre, un signore alto con la barba grigia. Lui ha guardato fisso per un momento quel simpatico tipo di piccolo marinaio genovese, con i capelli biondi e il naso aquilino. Poi gli ha domandato in cattivo italiano:

— Tua madre è genovese?

Marco ha risposto di sì.

— Ebbene, la domestica genovese è andata con loro, lo so di certo.

— E dove sono andati?

— A Cordova, una città.

Il ragazzo ha sospirato, poi ha detto con rassegnazione:

— Allora... andrò a Cordova.

— *Ah pobre niño!* — ha esclamato il signore, guardandolo con pietà. — Povero ragazzo! Cordova è a centinaia di miglia da qui.

Marco è diventato pallido come un morto e si è appoggiato con una mano alla cancellata.

— Vediamo, vediamo, — ha detto allora il signore, mosso a compassione, aprendo la porta. — Vieni dentro un momento. Vediamo un po' se si può fare qualcosa.

Si è seduto, lo ha fatto sedere, gli ha fatto raccontare la sua storia e lo ha ascoltato con molta attenzione. È rimasto a lungo pensieroso. Poi gli ha detto con decisione:

— Tu non hai soldi, non è vero?

— Ne ho ancora... pochi, — ha risposto Marco.

Il signore ha pensato altri cinque minuti. Poi si è messo a un tavolino, ha scritto una lettera e l'ha chiusa. Porgendola al ragazzo, gli ha detto:

— Senti, *italianito*. Va' con questa lettera alla Boca. È una piccola città mezza genovese, a due ore di strada da qui. Tutti ti sapranno indicare il cammino. Va' là e cerca questo signore, a cui è diretta la lettera. Lo conoscono tutti. Portagli questa lettera. Domani ti farà partire per la città di Rosario. Ti raccomanderà a qualcuno lassù, che ti farà continuare il viaggio fino a Cordova. Là troverai la famiglia Mequinez e tua madre. Intanto, prendi questo.

E gli ha messo in mano qualche lira.

— Va', e fatti coraggio. Qui hai dappertutto dei compaesani, non rimarrai abbandonato. *Adios*.

— Grazie, — gli ha detto il ragazzo, senza trovare altre parole.

È uscito con la sua sacca e ha salutato la sua piccola guida. Poi si è messo lentamente in cammino verso la Boca, pieno di tristezza e di stupore, attraverso la grande città rumorosa.

Tutto quello che gli è successo da quel momento fino alla sera del giorno dopo gli è rimasto nella memoria confuso e incerto. Era come una fantasia di chi ha la febbre, tanto era stanco, sconvolto, avvilito. Il giorno dopo, all'imbrunire, si trovava a poppa di una grossa barca a vela, carica di frutta, che partiva per la città di Rosario. Aveva dormito la notte in una stanzetta di una casa della Boca, accanto a un facchino del porto. Aveva passato quasi tutta la giornata seduto sopra un mucchio di travi, come in un sogno, davanti a migliaia di navi, di barconi e di vaporini. La barca era guidata da tre robusti genovesi abbronzati dal sole. La loro voce e il dialetto amato che parlavano gli hanno rimesso un po' di conforto nel cuore.

Sono partiti, e il viaggio è durato tre giorni e quattro notti. Per il piccolo viaggiatore è stato uno stupore continuo. Tre giorni e quattro notti su per quel meraviglioso fiume Paranà! Al suo confronto il nostro grande Po è soltanto un ruscello. La lunghezza dell'Italia, moltiplicata per quattro, non arriva alla lunghezza del suo corso.

La barca andava lentamente contro quella massa d'acqua immensa. Passava in mezzo a lunghe isole, che un tempo erano nidi di serpenti e di tigri. Erano coperte di aranci e di salici, e sembravano boschi che galleggiavano. Ora la barca entrava in canali stretti, e sembrava che non potesse più uscire. Ora arrivava in vaste distese d'acqua, simili a grandi laghi tranquilli. Poi passava di nuovo fra le isole, per i canali intricati di un arcipelago, in mezzo a enormi mucchi di piante.

C'era un silenzio profondo. Per lunghi tratti le rive e le acque erano deserte e vastissime. Sembrava un fiume sconosciuto, e quella povera vela sembrava la prima al mondo a entrare in quelle acque. Più andavano avanti, più quel fiume mostruoso spaventava Marco. Immaginava che sua madre si trovasse alle sorgenti, e che il viaggio dovesse durare anni.

Due volte al giorno mangiava un po' di pane e di carne salata con i barcaioli. Vedendolo triste, i barcaioli non gli rivolgevano mai la parola. La notte dormiva sul ponte. Ogni tanto si svegliava di colpo, stupito dalla luce limpidissima della luna. La luna faceva bianche le acque immense e le rive lontane. Allora sentiva una stretta al cuore.

— Cordova! — ripeteva. — Cordova!

Gli sembrava il nome di una di quelle città misteriose di cui aveva sentito parlare nelle favole. Ma poi pensava:

— Mia madre è passata di qui, ha visto queste isole, quelle rive.

Allora quei luoghi non gli sembravano più tanto strani e solitari, perché gli occhi di sua madre li avevano guardati.

La notte uno dei barcaioli cantava. Quella voce gli ricordava le canzoni di sua madre, quando lo addormentava da bambino. L'ultima notte, sentendo quel canto, Marco ha singhiozzato. Il barcaiolo si è interrotto. Poi gli ha gridato:

— Coraggio, coraggio, *figoeu*! Che diavolo! Un genovese che piange perché è lontano da casa! I genovesi girano il mondo gloriosi e trionfanti!

A quelle parole Marco si è scosso. Ha sentito la voce del sangue genovese. Ha alzato di nuovo la fronte con orgoglio e ha battuto il pugno sul timone.

— Ebbene, sì, — ha detto tra sé. — Anche se dovessi girare anch'io tutto il mondo e viaggiare ancora per anni e anni! Anche se dovessi fare centinaia di miglia a piedi! Io andrò avanti, finché troverò mia madre. Anche se dovessi arrivare moribondo e cadere morto ai suoi piedi! Purché io la riveda una volta! Coraggio!

Con questo animo è arrivato davanti alla città di Rosario, all'alba di un mattino rosa e freddo. La città stava sulla riva alta del Paranà. Nelle acque si specchiavano gli alberi di cento navi di ogni paese, coperti di bandiere.

Poco dopo lo sbarco è salito in città, con la sua sacca in mano. Cercava un signore argentino. Il suo protettore della Boca gli aveva dato per lui un biglietto da visita, con qualche parola di raccomandazione.

Entrando a Rosario, gli è sembrato di entrare in una città già conosciuta. C'erano quelle vie lunghissime e diritte, con case basse e bianche ai lati. Sopra i tetti passavano in tutte le direzioni grandi fasci di fili del telegrafo e del telefono. Sembravano enormi ragnatele. C'era un gran rumore di gente, di cavalli, di carri. La testa gli si confondeva. Ha quasi creduto di essere tornato a Buenos Aires, e di dover cercare un'altra volta il cugino.

Ha girato per quasi un'ora, svoltando e svoltando ancora. Gli sembrava sempre di tornare nella stessa via. A forza di domandare, ha trovato la casa del suo nuovo protettore. Ha tirato il campanello. Alla porta si è affacciato un uomo grosso e biondo, dalla faccia dura, che sembrava un fattore. Gli ha domandato sgarbatamente, con una pronuncia straniera:

— Che vuoi?

Il ragazzo ha detto il nome del padrone.

— Il padrone, — ha risposto il fattore, — è partito ieri sera per Buenos Aires con tutta la sua famiglia.

Il ragazzo è rimasto senza parole.

Poi ha balbettato: — Ma io... non ho nessuno qui! Sono solo!

E gli ha dato il biglietto.

Il fattore l'ha preso, l'ha letto e ha detto bruscamente:

— Non so che farci. Glielo darò fra un mese, quando ritornerà.

— Ma io, io sono solo! Io ho bisogno! — ha esclamato il ragazzo, con voce di preghiera.

— Eh! Andiamo, — ha detto l'altro. — Non c'è già abbastanza gramigna del tuo paese, a Rosario? Vattene a chiedere l'elemosina in Italia!

E gli ha chiuso il cancello in faccia.

Il ragazzo è rimasto là come una pietra.

Poi ha ripreso lentamente la sua sacca ed è uscito, con il cuore pieno d'angoscia e la mente in tumulto. Di colpo mille pensieri affannosi l'hanno assalito. Che fare? Dove andare? Da Rosario a Cordova c'era una giornata di ferrovia. Aveva ormai soltanto poche lire. Tolto quello che doveva spendere quel giorno, non gli sarebbe rimasto quasi nulla. Dove trovare i soldi per pagarsi il viaggio? Poteva lavorare. Ma come? A chi domandare lavoro? Chiedere l'elemosina! Ah! no. Essere respinto, insultato, umiliato come poco fa? No, mai, mai più, piuttosto morire!

Ha rivisto davanti a sé la lunghissima via, che si perdeva lontano nella pianura senza fine. A quell'idea e a quella vista ha sentito fuggire un'altra volta il coraggio. Ha gettato la sacca sul marciapiede e ci si è seduto sopra, con le spalle al muro. Ha chinato il viso tra le mani, senza piangere, come un disperato.

La gente passando lo urtava con i piedi. I carri riempivano la via di rumore. Alcuni ragazzi si sono fermati a guardarlo. È rimasto così per molto tempo.

A un certo punto una voce l'ha scosso. Gli ha detto, mezzo in italiano e mezzo in lombardo:

— Che cos'hai, ragazzo?

A quelle parole ha alzato il viso, ed è saltato subito in piedi con un'esclamazione di meraviglia:

— Voi qui!

Era il vecchio contadino lombardo, con cui aveva fatto amicizia durante il viaggio.

La meraviglia del contadino non è stata minore della sua. Ma il ragazzo non gli ha lasciato il tempo di fare domande, e gli ha raccontato in fretta le sue avventure.

— Ora sono senza soldi, ecco. Devo lavorare. Trovatemi voi un lavoro, per mettere insieme qualche lira. Io faccio qualunque cosa: porto roba, spazzo le strade, faccio commissioni, lavoro anche in campagna. Mi basta vivere di pane nero. Ma fate che io possa partire presto e trovare finalmente mia madre! Fatemi questa carità, trovatemi un lavoro, per amor di Dio, perché non ne posso più!

— Diamine, diamine, — ha detto il contadino, guardandosi intorno e grattandosi il mento. — Che storia è questa!... Lavorare... è presto detto. Vediamo un po'. Possibile che non si trovino trenta lire fra tanti compatrioti?

Il ragazzo lo guardava, confortato da un raggio di speranza.

— Vieni con me, — gli ha detto il contadino.

— Dove? — ha domandato il ragazzo, riprendendo la sacca.

— Vieni con me.

Il contadino si è mosso e Marco l'ha seguito. Hanno fatto insieme un lungo tratto di strada, senza parlare. Il contadino si è fermato alla porta di un'osteria. L'insegna aveva una stella, e sotto c'era scritto: *La estrella de Italia*. Ha messo il viso dentro, poi si è voltato verso il ragazzo e ha detto allegramente:

— Arriviamo al momento giusto.

Sono entrati in una grande stanza, con varie tavole e molti uomini seduti, che bevevano e parlavano forte. Il vecchio lombardo si è avvicinato alla prima tavola. C'erano intorno sei clienti. Da come li ha salutati, si capiva che era stato con loro fino a poco prima. Erano rossi in viso, facevano suonare i bicchieri, gridavano e ridevano.

— Compagni, — ha detto subito il lombardo, rimanendo in piedi e presentando Marco, — c'è qui un povero ragazzo, un nostro compatriota. È venuto solo da Genova a Buenos Aires a cercare sua madre. A Buenos Aires gli hanno detto: «Qui non c'è, è a Cordova». Viene in barca a Rosario, tre giorni e tre notti, con due righe di raccomandazione. Presenta il biglietto e lo trattano male. Non ha neanche un centesimo. È qui solo, come un disperato. È un *bagai* pieno di cuore. Vediamo un poco. Non troverà abbastanza soldi per il biglietto per Cordova, per andare da sua madre? Dobbiamo lasciarlo qui come un cane?

— Mai al mondo, perdio!

— Non sarà mai detto! — hanno gridato tutti insieme, battendo il pugno sul tavolo.

— Un nostro compatriota!

— Vieni qua, piccolino!

— Ci siamo noi, gli emigranti!

— Guarda che bel ragazzino!

— Fuori i soldi, compagni!

— Bravo! Sei venuto solo! Hai coraggio!

— Bevi un sorso, compatriota!

— Ti manderemo da tua madre, non pensarci!

Uno gli dava un pizzicotto sulla guancia, un altro gli batteva la mano sulla spalla, un terzo gli prendeva la sacca. Altri emigranti si sono alzati dalle tavole vicine e si sono avvicinati. La storia del ragazzo ha fatto il giro dell'osteria. Dalla stanza accanto sono arrivati di corsa tre clienti argentini. In meno di dieci minuti il contadino lombardo, che teneva il cappello teso, ci ha trovato dentro quarantadue lire.

— Hai visto, — ha detto allora, voltandosi verso il ragazzo, — come si fa presto in America?

— Bevi! — gli ha gridato un altro, porgendogli un bicchiere di vino. — Alla salute di tua madre!

Tutti hanno alzato i bicchieri.

— Alla salute di mia... — ha ripetuto Marco.

Ma un singhiozzo di gioia gli ha chiuso la gola. Ha rimesso il bicchiere sulla tavola e si è gettato al collo del suo vecchio.

La mattina dopo, all'alba, era già partito per Cordova, coraggioso e sorridente, pieno di speranze felici. Ma nessuna allegria resiste a lungo davanti a certi aspetti tristi e minacciosi della natura. Il tempo era chiuso e grigio. Il treno, quasi vuoto, correva attraverso una pianura immensa, senza nessun segno di case.

Marco era solo in un vagone lunghissimo, che somigliava a quelli dei treni per i feriti. Guardava a destra, guardava a sinistra, e vedeva soltanto una solitudine senza fine. Qua e là c'erano piccoli alberi deformi, con tronchi e rami contorti in posizioni mai viste, quasi di rabbia e d'angoscia. Era una vegetazione scura, rada e triste, che faceva sembrare la pianura un immenso cimitero.

Sonnecchiava mezz'ora, tornava a guardare: era sempre lo stesso spettacolo. Le stazioni erano solitarie, come case di eremiti. Quando il treno si fermava, non si sentiva una voce. Gli sembrava di essere solo in un treno perduto, abbandonato in mezzo a un deserto. Gli sembrava che ogni stazione dovesse essere l'ultima. Pensava che dopo sarebbero entrati nelle terre misteriose e paurose dei selvaggi.

Un vento gelato gli pungeva il viso. I suoi l'avevano imbarcato a Genova alla fine di aprile. Non avevano pensato che in America avrebbe trovato l'inverno, e l'avevano vestito da estate. Dopo alcune ore ha cominciato a soffrire il freddo. Con il freddo è arrivata la stanchezza dei giorni passati, pieni di emozioni violente, e delle notti agitate e senza sonno.

Si è addormentato, ha dormito a lungo e si è svegliato gelato. Si sentiva male. Allora ha provato un vago terrore di ammalarsi e di morire durante il viaggio. L'avrebbero buttato là, in mezzo a quella pianura desolata. Il suo corpo sarebbe stato sbranato dai cani e dagli uccelli rapaci. Così accadeva a certi corpi di cavalli e di vacche, che ogni tanto vedeva accanto alla strada. Lui voltava lo sguardo con disgusto.

Stava male, era inquieto, e la natura intorno a lui taceva, triste. Così la sua immaginazione si eccitava e diventava sempre più nera. Era proprio sicuro di trovarla, a Cordova, sua madre? E se non ci fosse stata? Se quel signore di via delle Arti si fosse sbagliato? E se fosse morta?

Con questi pensieri si è addormentato di nuovo. Ha sognato di essere a Cordova di notte. Da tutte le porte e da tutte le finestre gli gridavano: — Non c'è! Non c'è! Non c'è!

Si è risvegliato di colpo, spaventato. In fondo al vagone ha visto tre uomini con la barba, avvolti in scialli di vari colori. Lo guardavano e parlavano piano tra di loro. Gli è venuto il sospetto che fossero assassini, e che volessero ucciderlo per rubargli la sacca. Al freddo e al malessere si è aggiunta la paura. La sua fantasia, già turbata, è impazzita.

I tre uomini continuavano a fissarlo. Uno di loro si è mosso verso di lui. Allora Marco ha perso la ragione. Gli è corso incontro con le braccia aperte e ha gridato:

— Non ho nulla! Sono un povero ragazzo! Vengo dall'Italia, vado a cercare mia madre, sono solo! Non fatemi del male!

Quegli uomini hanno capito subito e hanno avuto pietà di lui. L'hanno accarezzato e calmato, dicendogli molte parole che non capiva. Vedendo che batteva i denti dal freddo, gli hanno messo addosso uno dei loro scialli. Poi l'hanno fatto sedere di nuovo perché dormisse. Si è addormentato di nuovo mentre stava facendo buio. Quando l'hanno svegliato, era a Cordova.

Ah! Che respiro di sollievo ha fatto, e con che slancio si è buttato fuori dal vagone! Ha domandato a un impiegato della stazione dove abitava l'ingegnere Mequinez. L'impiegato gli ha detto il nome di una chiesa: la casa era accanto alla chiesa. Il ragazzo è scappato via.

Era notte. È entrato in città. Gli è sembrato di entrare un'altra volta a Rosario, vedendo quelle strade diritte con le piccole case bianche ai lati. Erano tagliate da altre strade diritte e lunghissime. Ma c'era poca gente. Alla luce dei rari lampioni incontrava facce strane, di un colore sconosciuto, tra il nerastro e il verdastro. Ogni tanto alzava il viso e vedeva chiese dalle forme bizzarre, enormi e nere contro il cielo.

La città era buia e silenziosa, ma dopo quell'immenso deserto gli sembrava allegra. Ha chiesto a un prete e ha trovato presto la chiesa e la casa. Ha tirato il campanello con una mano tremante. Con l'altra si è premuto il petto, perché il cuore gli saltava in gola.

Una vecchia è venuta ad aprire, con un lume in mano. Il ragazzo non è riuscito a parlare subito.

— Chi cerchi? — ha domandato lei, in spagnolo.

— L'ingegnere Mequinez, — ha detto Marco.

La vecchia ha incrociato le braccia sul petto e ha risposto dondolando la testa:

— Anche tu, dunque, ce l'hai con l'ingegnere Mequinez! Mi sembra che sarebbe ora di finirla. Sono tre mesi ormai che ci seccano. Non basta che l'abbiano detto i giornali. Bisognerà farlo stampare sui muri, agli angoli delle strade: il signor Mequinez è andato a stare a Tucuman!

Il ragazzo ha fatto un gesto di disperazione. Poi è scoppiato di rabbia.

— È una maledizione, dunque! Io dovrò morire per la strada senza trovare mia madre! Io divento matto, mi ammazzo! Dio mio! Come si chiama quel paese? Dov'è? A che distanza è?

— Eh, povero ragazzo, — ha risposto la vecchia, impietosita, — una cosa da niente! Saranno quattrocento o cinquecento miglia, a dir poco.

Il ragazzo si è coperto il viso con le mani. Poi ha domandato con un singhiozzo:

— E ora... come faccio?

— Che vuoi che ti dica, povero figlio? — ha risposto la donna. — Io non lo so.

Ma subito le è venuta un'idea, e ha aggiunto in fretta:

— Senti, ora che ci penso. Fa' una cosa. Gira a destra per la via, e alla terza porta troverai un cortile. Lì c'è un *capataz*, un commerciante, che parte domani mattina per Tucuman, con le sue *carretas* e i suoi buoi. Vai a vedere se ti vuole prendere, e offrigli i tuoi servizi. Forse ti darà un posto su un carro. Vai subito.

Il ragazzo ha afferrato la sacca e l'ha ringraziata scappando. Dopo due minuti si è trovato in un vasto cortile illuminato da lanterne. Vari uomini lavoravano a caricare sacchi di grano sopra carri enormi. Sembravano case mobili di saltimbanchi, con il tetto rotondo e le ruote altissime. Un uomo alto, con grandi baffi, dirigeva il lavoro. Era avvolto in una specie di mantello a quadretti bianchi e neri, e portava due grandi stivali.

Il ragazzo si è avvicinato a lui. Timidamente gli ha fatto la sua domanda. Ha detto che veniva dall'Italia e che andava a cercare sua madre.

Il *capataz*, che vuol dire capo, era il capo di quella fila di carri. L'ha guardato dalla testa ai piedi e ha risposto seccamente:

— Non ho posto.

— Io ho quindici lire, — ha risposto il ragazzo, supplicando. — Le do le mie quindici lire. Durante il viaggio lavorerò. Andrò a prendere l'acqua e la biada per le bestie, farò tutti i servizi. Un po' di pane mi basta. Mi faccia un po' di posto, signore!

Il *capataz* l'ha guardato di nuovo e ha risposto con più gentilezza:

— Non c'è posto... e poi... noi non andiamo a Tucuman, andiamo a un'altra città, Santiago dell'Estero. A un certo punto dovremmo lasciarti, e avresti ancora un gran tratto da fare a piedi.

— Ah! Io ne farei il doppio! — ha esclamato Marco. — Io camminerò, non ci pensi. Arriverò in ogni modo. Mi faccia un po' di posto, signore, per carità! Per carità, non mi lasci qui solo!

— Guarda che è un viaggio di venti giorni!

— Non importa.

— È un viaggio duro!

— Sopporterò tutto.

— Dovrai viaggiare da solo!

— Non ho paura di nulla. Purché ritrovi mia madre. Abbia compassione!

Il *capataz* gli ha avvicinato al viso una lanterna e l'ha guardato. Poi ha detto:

— Sta bene.

Il ragazzo gli ha baciato la mano.

— Stanotte dormirai in un carro, — ha aggiunto il *capataz*, lasciandolo. — Domani mattina alle quattro ti sveglierò. *Buenas noches*.

La mattina alle quattro, alla luce delle stelle, la lunga fila dei carri si è messa in movimento con grande rumore. Ogni carro era tirato da sei buoi, e dietro veniva un gran numero di animali di ricambio. Hanno svegliato il ragazzo e l'hanno messo dentro un carro, sopra i sacchi. Si è subito addormentato di nuovo, profondamente.

Quando si è svegliato, il convoglio era fermo in un luogo solitario, sotto il sole. Tutti gli uomini, i *peones*, stavano seduti in cerchio intorno a un quarto di vitello. Il vitello arrostiva all'aria aperta, infilato in una specie di grande spada piantata in terra. Accanto c'era un gran fuoco agitato dal vento. Hanno mangiato tutti insieme, hanno dormito e poi sono ripartiti.

Così il viaggio è continuato, regolato come una marcia di soldati. Ogni mattina si mettevano in cammino alle cinque e si fermavano alle nove. Ripartivano alle cinque del pomeriggio e si fermavano di nuovo alle dieci di sera. I *peones* andavano a cavallo e spingevano i buoi con lunghe canne. Il ragazzo accendeva il fuoco per l'arrosto, dava da mangiare alle bestie, puliva le lanterne, portava l'acqua da bere.

Il paese gli passava davanti come una visione confusa. C'erano vasti boschi di piccoli alberi scuri. C'erano villaggi di poche case sparse, con le facciate rosse e i merli in cima. C'erano spazi immensi, forse antichi letti di grandi laghi salati, bianchi di sale fin dove arrivava la vista. E da ogni parte e sempre, pianura, solitudine, silenzio. Molto raramente incontravano due o tre viaggiatori a cavallo, seguiti da un gruppo di cavalli liberi. Passavano al galoppo, come un vento furioso.

I giorni erano tutti uguali, come sul mare, noiosi e senza fine. Ma il tempo era bello. Però i *peones* diventavano ogni giorno più esigenti, come se il ragazzo fosse il loro servitore. Alcuni lo trattavano brutalmente, con minacce. Tutti si facevano servire senza riguardi. Gli facevano portare carichi enormi di foraggio e lo mandavano a prendere l'acqua molto lontano. Lui, distrutto dalla fatica, non poteva neanche dormire la notte. Il carro sobbalzava continuamente con violenza, e le ruote e gli assi di legno scricchiolavano in modo assordante.

Per di più si è alzato il vento, e una terra fina, rossiccia e grassa avvolgeva ogni cosa. Entrava nel carro e sotto i vestiti, gli riempiva gli occhi e la bocca. Gli toglieva la vista e il respiro, continua, pesante, insopportabile.

Il povero ragazzo era sfinito dalla fatica e dalla mancanza di sonno. Era sporco, con i vestiti a pezzi. Lo rimproveravano e lo maltrattavano dalla mattina alla sera. Si avviliva ogni giorno di più. Avrebbe perso del tutto il coraggio, se il *capataz* non gli avesse detto ogni tanto qualche parola buona. Spesso, in un angolo del carro, dove nessuno lo vedeva, piangeva con il viso contro la sua sacca. Nella sacca ormai c'erano soltanto degli stracci.

Ogni mattina si alzava più debole e più scoraggiato. Guardava la campagna, e vedeva sempre quella pianura senza fine e senza pietà, come un oceano di terra. Allora diceva tra sé:

— Oh! Non arrivo fino a questa sera, non arrivo fino a questa sera! Oggi muoio per la strada!

La fatica cresceva, i maltrattamenti raddoppiavano. Una mattina il *capataz* non c'era, e Marco aveva tardato a portare l'acqua. Per questo uno degli uomini l'ha picchiato. Da allora hanno cominciato a farlo per abitudine. Quando gli davano un ordine, gli davano anche uno scapaccione, dicendo:

— Prendi questo, vagabondo!

— Porta questo a tua madre!

Il cuore gli scoppiava. Si è ammalato. È rimasto tre giorni nel carro, con una coperta addosso, tremando per la febbre. Vedeva soltanto il *capataz*, che veniva a dargli da bere e a tastargli il polso. Allora si è creduto perduto. Chiamava disperatamente sua madre, ripeteva il suo nome cento volte:

— Oh madre mia! Madre mia! Aiutami! Vienimi incontro, perché muoio! Oh povera madre mia, non ti vedrò mai più! Povera madre mia, mi troverai morto per la strada!

E giungeva le mani sul petto e pregava.

Poi è migliorato, grazie alle cure del *capataz*, ed è guarito. Ma con la guarigione è arrivato il giorno più terribile del viaggio: il giorno in cui doveva rimanere solo. Erano in cammino da più di due settimane. Sono arrivati al punto in cui la strada per Santiago dell'Estero si stacca da quella per Tucuman. Il *capataz* gli ha annunciato che dovevano separarsi. Gli ha dato qualche indicazione sul cammino. Gli ha legato la sacca sulle spalle, in modo che non gli desse fastidio camminando. Poi l'ha salutato in fretta, come se avesse paura di commuoversi. Il ragazzo ha fatto appena in tempo a baciargli un braccio.

Anche gli altri uomini, che l'avevano maltrattato così duramente, sembravano provare un po' di pietà a vederlo rimanere così solo. Allontanandosi, gli hanno fatto un cenno d'addio. Lui ha risposto al saluto con la mano. Ha guardato il convoglio finché si è perso nella polvere rossa della campagna. Poi si è messo in cammino, tristemente.

Una cosa però l'ha un po' confortato, fin dall'inizio. Dopo tanti giorni attraverso quella pianura immensa e sempre uguale, vedeva davanti a sé una catena di montagne altissime. Erano azzurre, con le cime bianche. Gli ricordavano le Alpi, e gli davano la sensazione di essere più vicino al suo paese. Erano le Ande, la spina dorsale del continente americano. È una catena immensa, che va dalla Terra del fuoco fino al mare glaciale del polo artico. Si stende per centodieci gradi di latitudine.

Lo confortava anche sentire che l'aria diventava sempre più calda. Salendo verso nord, infatti, si avvicinava alle regioni tropicali. A grandi distanze trovava piccoli gruppi di case con una piccola bottega, e comprava qualcosa da mangiare. Incontrava uomini a cavallo. Ogni tanto vedeva donne e ragazzi seduti per terra, immobili e seri. Erano facce del tutto nuove per lui, color della terra, con gli occhi obliqui e gli zigomi sporgenti. Lo guardavano fisso e lo seguivano con lo sguardo, girando lentamente la testa, come automi. Erano Indiani.

Il primo giorno ha camminato finché ha avuto forza, e ha dormito sotto un albero. Il secondo giorno ha camminato molto meno, e con meno coraggio. Aveva le scarpe rotte, i piedi spellati, lo stomaco indebolito dal cattivo cibo. Verso sera ha cominciato ad avere paura. In Italia aveva sentito dire che in quei paesi c'erano i serpenti. Credeva di sentirli strisciare. Si fermava, si metteva a correre, i brividi gli correvano nelle ossa.

A volte provava una grande compassione di sé, e piangeva in silenzio mentre camminava. Poi pensava:

— Oh, quanto soffrirebbe mia madre, se sapesse che ho tanta paura!

E questo pensiero gli ridava coraggio. Poi, per distrarsi dalla paura, pensava a tante cose di lei. Ricordava le sue parole di quando era partita da Genova. Ricordava il gesto con cui gli sistemava le coperte sotto il mento, quando era a letto. Ricordava quando era bambino, e lei a volte lo prendeva fra le braccia, dicendogli:

— Stai un po' qui con me.

E restava così per molto tempo, con la testa appoggiata sulla sua, pensando, pensando. Lui le diceva tra sé:

— Ti rivedrò un giorno, cara madre? Arriverò alla fine del mio viaggio, madre mia?

E camminava, camminava, in mezzo ad alberi sconosciuti, a vaste piantagioni di canna da zucchero, a praterie senza fine. Aveva sempre davanti quelle grandi montagne azzurre, che tagliavano il cielo sereno con i loro altissimi coni.

Sono passati quattro giorni, cinque, una settimana. Le forze diminuivano rapidamente, i piedi gli sanguinavano. Finalmente una sera, al tramonto, gli hanno detto:

— Tucuman è a cinque miglia da qui.

Ha lanciato un grido di gioia e ha affrettato il passo, come se avesse ritrovato in un momento tutte le forze perdute. Ma è stata una breve illusione. Le forze l'hanno abbandonato all'improvviso, ed è caduto sul bordo di un fosso, sfinito. Ma il cuore gli batteva di contentezza.

Il cielo, pieno di stelle splendenti, non gli era mai sembrato così bello. Disteso sull'erba per dormire, le guardava. Pensava che forse anche sua madre le stava guardando in quello stesso momento. E diceva:

— O madre mia, dove sei? Che cosa fai in questo momento? Pensi a tuo figlio? Pensi al tuo Marco, che ti è tanto vicino?

Povero Marco! Se avesse potuto vedere in quale stato si trovava sua madre in quel momento, avrebbe fatto uno sforzo sovrumano. Avrebbe camminato ancora, per arrivare da lei qualche ora prima.

Era malata, a letto, in una camera al pianterreno di una piccola casa signorile. Lì abitava tutta la famiglia Mequinez, che le voleva molto bene e la assisteva con grande cura. La povera donna era già malaticcia quando l'ingegnere Mequinez aveva dovuto partire all'improvviso da Buenos Aires. L'aria buona di Cordova non l'aveva affatto guarita. Poi non aveva più ricevuto risposta alle sue lettere, né dal marito né dal cugino. Sentiva sempre che doveva essere accaduta qualche grande disgrazia. Era vissuta in una continua ansia, incerta se partire o restare, aspettando ogni giorno una brutta notizia. Tutto questo l'aveva fatta peggiorare moltissimo.

Alla fine era apparsa una malattia gravissima: un'ernia intestinale strozzata. Da quindici giorni non si alzava dal letto. Per salvarle la vita era necessaria un'operazione. Proprio in quel momento il suo Marco la chiamava. E il padrone e la padrona di casa erano accanto al suo letto. Con molta dolcezza cercavano di convincerla a farsi operare, ma lei continuava a rifiutare, piangendo. Un bravo medico di Tucuman era già venuto la settimana prima, inutilmente.

— No, cari signori, — diceva lei, — non ne vale la pena. Non ho più la forza di resistere. Morirei sotto i ferri del chirurgo. È meglio che mi lascino morire così. Ormai non ci tengo più alla vita. Tutto è finito per me. È meglio che muoia prima di sapere che cosa è accaduto alla mia famiglia.

E i padroni le dicevano di no. Le dicevano di farsi coraggio. Avrebbe ricevuto risposta alle ultime lettere, mandate direttamente a Genova. Doveva lasciarsi operare, doveva farlo per i suoi figli. Ma quel pensiero dei figli rendeva ancora più angoscioso il profondo scoraggiamento che la schiacciava da tanto tempo. A quelle parole scoppiava in pianto.

— Oh, i miei figli! I miei figli! — esclamava, giungendo le mani. — Forse non ci sono più! È meglio che muoia anch'io. Li ringrazio, buoni signori, li ringrazio di cuore. Ma è meglio che muoia. Tanto non guarirei neanche con l'operazione, ne sono sicura. Grazie di tante cure, buoni signori. È inutile che dopodomani torni il medico. Voglio morire. È destino che io muoia qui. Ho deciso.

E loro ancora la consolavano, ripetendole: — No, non dite questo. — Le prendevano le mani e la pregavano. Ma lei allora chiudeva gli occhi, sfinita, e cadeva in un sonno pesante, che sembrava morta. I padroni restavano lì per un po' di tempo, alla luce debole di un piccolo lume. Guardavano con grande pietà quella madre ammirevole. Per salvare la sua famiglia era venuta a morire a seimila miglia dalla sua patria. Moriva dopo aver tanto sofferto, povera donna, così onesta, così buona, così sfortunata.

Il giorno dopo, di buon mattino, Marco è entrato nella città di Tucuman, con la sacca sulle spalle. Era curvo e zoppicava, ma era pieno di coraggio. Tucuman è una delle città più giovani e più ricche della Repubblica Argentina. Gli è sembrato di rivedere Cordova, Rosario, Buenos Aires. C'erano le stesse vie diritte e lunghissime, le stesse case basse e bianche. Ma da ogni parte c'era una vegetazione nuova e magnifica. C'erano un'aria profumata, una luce meravigliosa e un cielo limpido e profondo, come non l'aveva mai visto, neppure in Italia.

Andando avanti per le vie, ha sentito di nuovo l'agitazione febbrile che l'aveva preso a Buenos Aires. Guardava le finestre e le porte di tutte le case. Guardava tutte le donne che passavano, con un'ansiosa speranza di incontrare sua madre. Avrebbe voluto interrogare tutti, e non osava fermare nessuno. Dalle porte tutti si voltavano a guardare quel povero ragazzo stracciato e pieno di polvere. Sembrava venire da tanto lontano.

Lui cercava fra la gente un viso che gli desse fiducia, per fare quella terribile domanda. A un tratto ha visto l'insegna di una bottega, con un nome italiano. Dentro c'erano un uomo con gli occhiali e due donne. Si è avvicinato lentamente alla porta. Si è fatto coraggio e ha domandato:

— Mi saprebbe dire, signore, dove sta la famiglia Mequinez?

— Dell'*ingeniero* Mequinez? — ha domandato a sua volta il bottegaio.

— Dell'ingegnere Mequinez, — ha risposto il ragazzo, con un filo di voce.

— La famiglia Mequinez, — ha detto il bottegaio, — non è a Tucuman.

A quelle parole si è sentito un grido di dolore disperato, come di una persona pugnalata.

Il bottegaio e le donne si sono alzati, e alcuni vicini sono arrivati di corsa.

— Che c'è? Che hai, ragazzo? — ha detto il bottegaio, tirandolo nella bottega e facendolo sedere. — Non c'è da disperarsi, che diavolo! I Mequinez non sono qui, ma poco lontano, a poche ore da Tucuman!

— Dove? Dove? — ha gridato Marco, saltando su come un risuscitato.

— A una quindicina di miglia da qui, — ha continuato l'uomo. — Sulla riva del Saladillo stanno costruendo una grande fabbrica di zucchero. C'è un gruppo di case, e lì c'è la casa del signor Mequinez. Lo sanno tutti, ci arriverai in poche ore.

— Io ci sono stato un mese fa, — ha detto un giovane che era accorso sentendo il grido.

Marco l'ha guardato con gli occhi spalancati. Impallidendo, gli ha domandato in fretta:

— Avete visto la donna di servizio del signor Mequinez, l'italiana?

— La *jenovesa*? L'ho vista.

Marco è scoppiato in un singhiozzo convulso, tra il riso e il pianto. Poi, con uno slancio di violenta decisione, ha gridato:

— Da dove si passa? Presto, la strada! Parto subito, insegnatemi la strada!

— Ma c'è una giornata di marcia, — gli hanno detto tutti insieme. — Sei stanco, devi riposare, partirai domani mattina.

— Impossibile! Impossibile! — ha risposto il ragazzo. — Ditemi da dove si passa, non aspetto più un momento. Parto subito, anche se dovessi morire per strada!

Hanno visto che non cambiava idea, e non si sono più opposti.

— Dio ti accompagni, — gli hanno detto.

— Fai attenzione alla strada nella foresta.

— Buon viaggio, *italianito*.

Un uomo l'ha accompagnato fuori città, gli ha indicato il cammino e gli ha dato qualche consiglio. Poi è rimasto a guardarlo partire. Dopo pochi minuti il ragazzo è scomparso, zoppicando, con la sacca sulle spalle. È sparito dietro gli alberi fitti ai lati della strada.

Quella notte è stata terribile per la povera malata. Aveva dolori atroci, che le strappavano urla da rompersi le vene e le davano momenti di delirio. Le donne che la assistevano perdevano la testa. La padrona accorreva ogni tanto, spaventata. Il medico doveva venire la mattina dopo. Tutti cominciavano a temere che, anche se lei avesse accettato l'operazione, sarebbe arrivato troppo tardi.

Nei momenti senza delirio, però, si capiva una cosa. Il suo tormento più terribile non erano i dolori del corpo, ma il pensiero della famiglia lontana. Pallida, sfinita, con il viso cambiato, si cacciava le mani nei capelli con un gesto di disperazione che spezzava il cuore. E gridava:

— Dio mio! Dio mio! Morire tanto lontana, morire senza rivederli! I miei poveri figli, che rimangono senza madre, le mie creature, il mio povero sangue! Il mio Marco, che è ancora così piccolo, alto così, tanto buono e affettuoso! Voi non sapete che ragazzo era! Signora, se sapesse! Quando sono partita, non riuscivo a staccarmelo dal collo. Singhiozzava da far pietà, singhiozzava. Sembrava che sapesse che non avrebbe mai più rivisto sua madre, povero Marco, povero bambino mio! Credevo che mi scoppiasse il cuore! Ah, se fossi morta allora, morta mentre mi diceva addio! Fossi morta fulminata! Senza madre, povero bambino, lui che mi amava tanto, che aveva tanto bisogno di me! Senza madre, nella miseria, dovrà chiedere l'elemosina, lui, Marco, il mio Marco, tenderà la mano, affamato! Oh! Dio eterno! No! Non voglio morire! Il medico! Chiamatelo subito! Venga, mi tagli, mi apra il petto, mi faccia impazzire, ma mi salvi la vita! Voglio guarire, voglio vivere, partire, fuggire, domani, subito! Il medico! Aiuto! Aiuto!

Le donne le afferravano le mani, la toccavano, pregando. A poco a poco la facevano tornare in sé, e le parlavano di Dio e di speranza. Allora lei ricadeva in uno sfinimento mortale. Piangeva con le mani nei capelli grigi, si lamentava come una bambina, con un lungo gemito. Ogni tanto mormorava:

— Oh, la mia Genova! La mia casa! Tutto quel mare!... Oh Marco mio, il mio povero Marco! Dove sarà ora, la mia povera creatura!

Era mezzanotte. Il suo povero Marco aveva passato molte ore sulla riva di un fosso, senza forze. Ora camminava attraverso una foresta vastissima di alberi giganteschi, veri mostri di piante. Avevano tronchi smisurati, simili a pilastri di cattedrali. A un'altezza meravigliosa le loro enormi chiome si intrecciavano, e la luna le faceva d'argento.

In quella mezza oscurità vedeva vagamente un'infinità di tronchi di tutte le forme. Alcuni erano dritti, altri inclinati, contorti, incrociati, in strane posizioni di minaccia e di lotta. Alcuni erano rovesciati a terra, come torri cadute tutte d'un pezzo. Erano coperti di una vegetazione fitta e confusa, che sembrava una folla furiosa che se li contendeva palmo a palmo. Altri erano raccolti in grandi gruppi, dritti e stretti come fasci di lance gigantesche, con la punta tra le nuvole. Era una grandezza superba, un disordine straordinario di forme enormi. Era lo spettacolo più maestoso e terribile che le piante gli avessero mai offerto.

A momenti provava un grande stupore. Ma subito la sua anima tornava a slanciarsi verso sua madre. Era sfinito, con i piedi che sanguinavano, solo in mezzo a quella foresta tremenda. Soltanto a lunghi intervalli vedeva piccole abitazioni umane, che ai piedi di quegli alberi sembravano nidi di formiche. Vedeva anche qualche bufalo addormentato lungo la via. Era sfinito, ma non sentiva la stanchezza. Era solo, e non aveva paura.

La grandezza della foresta rendeva più grande la sua anima. La vicinanza di sua madre gli dava la forza e il coraggio di un uomo. Ricordava l'oceano, le paure, i dolori sofferti e vinti, le fatiche sopportate, la sua volontà di ferro. Questi ricordi gli facevano alzare la fronte. Tutto il suo forte e nobile sangue genovese gli tornava al cuore, in un'onda ardente d'orgoglio e di coraggio.

E in lui accadeva una cosa nuova. Fino ad allora aveva portato nella mente un'immagine della madre un po' oscurata e sbiadita da quei due anni di lontananza. In quei momenti, invece, quell'immagine diventava chiara. Rivedeva il suo viso, intero e preciso come non lo vedeva da tanto tempo. Lo rivedeva vicino, illuminato, come se parlasse. Rivedeva i movimenti più rapidi dei suoi occhi e delle sue labbra, tutti i suoi atteggiamenti, tutti i suoi gesti. Vedeva perfino le ombre dei suoi pensieri.

Spinto da quei ricordi, affrettava il passo. Un nuovo affetto, una tenerezza indicibile gli cresceva nel cuore, gli cresceva. Lacrime dolci e tranquille gli correvano giù per il viso. Andando avanti nel buio, le parlava. Le diceva le parole che tra poco le avrebbe mormorato all'orecchio:

— Sono qui, madre mia, eccomi qui. Non ti lascerò mai più. Torneremo a casa insieme. Sulla nave ti starò sempre accanto, stretto a te. Nessuno mi staccherà mai più da te, nessuno, mai più, finché sarai viva!

E intanto non si accorgeva di quello che accadeva sulle cime degli alberi giganteschi. La luce d'argento della luna stava morendo nel bianco delicato dell'alba.

Alle otto di quella mattina il medico di Tucuman, un giovane argentino, era già al letto della malata. Con lui c'era un assistente. Il medico tentava per l'ultima volta di convincerla a farsi operare. Con lui la pregavano con calore l'ingegnere Mequinez e la sua signora. Ma tutto era inutile. La donna si sentiva senza forze e non aveva più fiducia nell'operazione. Era certissima che sarebbe morta durante l'operazione, oppure poche ore dopo. Avrebbe sofferto inutilmente dolori più atroci di quelli che dovevano ucciderla comunque. Il medico continuava a ripeterle:

— Ma l'operazione è sicura, la vostra salvezza è certa, se avete soltanto un po' di coraggio! Ed è altrettanto certa la vostra morte, se rifiutate!

Erano parole inutili.

— No, — rispondeva lei, con la voce debole. — Ho ancora coraggio per morire, ma non ne ho più per soffrire inutilmente. Grazie, signor dottore. È destino così. Mi lasci morire tranquilla.

Il medico, scoraggiato, ha rinunciato. Nessuno ha parlato più. Allora la donna ha voltato il viso verso la padrona e, con voce di moribonda, le ha fatto le sue ultime preghiere.

— Cara, buona signora, — ha detto con grande fatica, singhiozzando, — lei manderà quei pochi soldi e le mie povere cose alla mia famiglia... attraverso il signor Console. Io spero che siano tutti vivi. In questi ultimi momenti il cuore mi dice cose buone. Mi farà la grazia di scrivere... che ho sempre pensato a loro, che ho sempre lavorato per loro... per i miei figli... Scriva che il mio solo dolore è stato di non rivederli più... Ma che sono morta con coraggio... rassegnata... benedicendoli. Scriva che raccomando a mio marito... e al mio figlio maggiore... il più piccolo, il mio povero Marco... che l'ho avuto nel cuore fino all'ultimo momento...

Poi, all'improvviso, si è esaltata e ha gridato, giungendo le mani:

— Il mio Marco! Il mio bambino! La mia vita!...

Ma girando gli occhi pieni di lacrime, ha visto che la padrona non c'era più: erano venuti a chiamarla di nascosto. Ha cercato il padrone: era sparito. Restavano soltanto le due infermiere e l'assistente. Nella stanza vicina si sentiva un rumore di passi affrettati. Si sentiva un mormorio di voci rapide e basse, e di esclamazioni trattenute.

La malata ha fissato sulla porta gli occhi velati, aspettando. Dopo alcuni minuti ha visto apparire il medico, con un viso insolito. Poi sono apparsi la padrona e il padrone, anche loro con il viso cambiato. Tutti e tre l'hanno guardata con un'espressione strana, e si sono scambiati alcune parole a bassa voce. Le è sembrato che il medico dicesse alla signora:

— Meglio subito.

La malata non capiva.

— Iosefa, — le ha detto la padrona con la voce tremante. — Ho una buona notizia da darvi. Preparate il cuore a una buona notizia.

La donna l'ha guardata attentamente.

— Una notizia, — ha continuato la signora, sempre più agitata, — che vi darà una grande gioia.

La malata ha spalancato gli occhi.

— Preparatevi, — ha proseguito la padrona, — a vedere una persona... a cui volete molto bene.

La donna ha alzato la testa di scatto, con forza. Con gli occhi splendenti ha cominciato a guardare rapidamente ora la signora, ora la porta.

— Una persona, — ha aggiunto la signora, impallidendo, — arrivata proprio ora... inaspettatamente.

— Chi è? — ha gridato la donna, con una voce strozzata e strana, come di una persona spaventata.

Un istante dopo ha lanciato un grido altissimo ed è saltata a sedere sul letto. È rimasta immobile, con gli occhi spalancati e le mani alle tempie, come davanti a un'apparizione sovrumana.

Marco, stracciato e pieno di polvere, era là, in piedi sulla soglia. Il dottore lo teneva per un braccio.

La donna ha urlato tre volte:

— Dio! Dio! Dio mio!

Marco si è slanciato avanti e lei ha teso le braccia magre. L'ha stretto al petto con la forza di una tigre. È scoppiata in una risata violenta, rotta da profondi singhiozzi senza lacrime. I singhiozzi l'hanno fatta ricadere sul cuscino, soffocata.

Ma si è ripresa subito e ha gridato, pazza di gioia, coprendogli la testa di baci:

— Come sei qui? Perché? Sei tu? Come sei cresciuto! Chi ti ha portato? Sei solo? Non sei malato? Sei tu, Marco! Non è un sogno! Dio mio! Parlami!

Poi, cambiando tono all'improvviso:

— No! Taci! Aspetta!

E voltandosi di colpo verso il medico:

— Presto, subito, dottore. Voglio guarire. Sono pronta. Non perda un momento. Portate via Marco, che non senta. Marco mio, non è nulla. Mi racconterai. Ancora un bacio. Vai. Eccomi qui, dottore.

Marco è stato portato via. I padroni e le donne sono usciti in fretta. Sono rimasti il chirurgo e l'assistente, che hanno chiuso la porta.

Il signor Mequinez ha cercato di portare Marco in una stanza lontana, ma è stato impossibile. Il ragazzo sembrava inchiodato al pavimento.

— Cosa c'è? — ha domandato. — Cos'ha mia madre? Cosa le fanno?

Allora il signor Mequinez, piano, cercando sempre di portarlo via, gli ha detto:

— Ecco. Senti. Ora ti dirò. Tua madre è malata, bisogna farle una piccola operazione. Ti spiegherò tutto, vieni con me.

— No, — ha risposto il ragazzo, puntando i piedi. — Voglio stare qui. Mi spieghi qui.

L'ingegnere diceva parole su parole e lo tirava. Il ragazzo cominciava a spaventarsi e a tremare.

All'improvviso un grido acutissimo, come il grido di un ferito a morte, ha risuonato in tutta la casa.

Il ragazzo ha risposto con un altro grido disperato:

— Mia madre è morta!

Il medico è apparso sulla porta e ha detto:

— Tua madre è salva.

Il ragazzo l'ha guardato un momento. Poi si è gettato ai suoi piedi singhiozzando:

— Grazie, dottore!

Ma il dottore l'ha rialzato con un gesto, dicendo:

— Alzati!... Sei tu, ragazzo eroico, che hai salvato tua madre.

### Estate

*24, mercoledì.*

Marco il genovese è il penultimo piccolo eroe che conosciamo quest'anno. Ne resta soltanto uno, per il mese di giugno. Ci sono ancora soltanto due esami mensili, ventisei giorni di lezione, sei giovedì e cinque domeniche. Si sente già l'aria della fine dell'anno. Gli alberi del giardino, pieni di foglie e di fiori, fanno una bella ombra sugli attrezzi della ginnastica.

Gli scolari sono già vestiti da estate. Ora è bello guardare l'uscita delle classi, perché è tutto diverso dai mesi passati. I capelli che toccavano le spalle sono spariti: tutte le teste sono rasate. Si vedono gambe nude e colli nudi. Si vedono cappellini di paglia di ogni forma, con nastri che scendono fino sulla schiena. Ci sono camicie e cravattine di tutti i colori.

Tutti i più piccoli hanno addosso qualcosa di rosso o d'azzurro: un risvolto, un orlo, un fiocchetto. Ogni mamma ha attaccato come poteva un pezzetto di stoffa di colore vivace, perché il bambino faccia bella figura. Lo fanno anche le più povere. E molti vengono a scuola senza cappello, come se fossero scappati di casa. Alcuni portano il vestito bianco della ginnastica. C'è un ragazzo della maestra Delcati che è tutto rosso dalla testa ai piedi, come un gambero cotto. Parecchi sono vestiti da marinai.

Ma il più bello è il muratorino. Si è messo un enorme cappello di paglia, che lo fa sembrare mezza candela con il paralume. Fa proprio ridere vederlo fare il muso di lepre là sotto. Anche Coretti ha lasciato il suo berretto di pelo di gatto, e porta un vecchio berretto da viaggiatore di seta grigia. Votini ha una specie di vestito scozzese, tutto stretto. Crossi mostra il petto nudo. Precossi nuota dentro un camiciotto turchino da fabbro ferraio.

E Garoffi? Ora ha dovuto lasciare il suo lungo mantello, che nascondeva il suo commercio. Così si vedono bene tutte le sue tasche, gonfie di ogni tipo di piccole cose vecchie. Dalle tasche spuntano le liste delle lotterie.

Ora tutti lasciano vedere quello che portano. Ci sono ventagli fatti con mezzo giornale, pezzi di canna, frecce da tirare agli uccelli, erba. Ci sono maggiolini che escono dalle tasche e salgono piano piano sulle giacche. Molti dei piccoli portano mazzetti di fiori alle maestre.

Anche le maestre sono tutte vestite da estate, con colori allegri. Soltanto la monachina è sempre in nero. La maestrina della penna rossa ha sempre la sua penna rossa, e al collo ha un nodo di nastri rosa. I nastri sono tutti sgualciti dalle piccole mani dei suoi scolari, che la fanno sempre ridere e correre.

È la stagione delle ciliegie, delle farfalle, della musica sui viali e delle passeggiate in campagna. Molti ragazzi di quarta scappano già a fare il bagno nel Po. Tutti hanno già il cuore alle vacanze. Ogni giorno usciamo da scuola più impazienti e contenti del giorno prima. Mi dispiace soltanto vedere Garrone vestito a lutto, e la mia povera maestra di prima. È sempre più magra e più pallida, e tossisce sempre più forte. Ora cammina curva, e mi saluta con tanta tristezza!

### Poesia

*26, venerdì*

*Tu cominci a capire la poesia della scuola, Enrico. Ma per ora la scuola la vedi soltanto da dentro. Ti sembrerà molto più bella e più poetica fra trent'anni. Allora accompagnerai i tuoi figli e la vedrai da fuori, come la vedo io.*

*Mentre aspetto l'uscita, giro per le strade silenziose intorno all'edificio. Ascolto alle finestre del pianterreno, chiuse dalle persiane. Da una finestra sento la voce di una maestra che dice: — Ah! Quella t con il taglio sbagliato! Non va, figlio mio. Che cosa ne direbbe tuo padre?...*

*Alla finestra vicina c'è la grossa voce di un maestro che detta lentamente: — Comprò cinquanta metri di stoffa... a quattro lire e cinquanta al metro... li rivendette...*

*Più avanti c'è la maestrina della penna rossa, che legge ad alta voce: — Allora Pietro Micca, con la miccia accesa...*

*Dalla classe vicina esce come un cinguettio di cento uccelli. Vuol dire che il maestro è uscito un momento. Vado avanti, e all'angolo sento uno scolaro che piange. Sento la voce della maestra che lo rimprovera o lo consola. Da altre finestre escono versi di poesie e nomi di uomini grandi e buoni. Escono pezzi di frasi che consigliano la virtù, l'amor di patria, il coraggio.*

*Poi ci sono momenti di silenzio, e si direbbe che l'edificio sia vuoto. Non sembra possibile che dentro ci siano settecento ragazzi. Poi si sentono rumorose risate, per lo scherzo di un maestro di buon umore... La gente che passa si ferma ad ascoltare. Tutti guardano con simpatia quell'edificio gentile, che contiene tanta giovinezza e tante speranze.*

*Poi si sente all'improvviso un rumore sordo, un battere di libri e di cartelle, uno strusciare di piedi. Un ronzio passa di classe in classe e dal basso in alto, come una buona notizia che si diffonde. È il bidello che gira ad annunciare il finis. A quel rumore una folla di donne, di uomini, di ragazze e di giovani si stringe ai lati della porta. Aspettano i figli, i fratelli, i nipotini.*

*Intanto dalle porte delle classi i ragazzi piccoli schizzano fuori nel camerone, come zampilli d'acqua. Corrono a prendere cappottini e cappelli, li buttano in disordine sul pavimento, ballano tutto intorno. Alla fine il bidello li rimanda dentro a uno a uno. E finalmente escono, in lunghe file, battendo i piedi.*

*Allora tutti i parenti cominciano la pioggia delle domande: — Hai saputo la lezione? Quanto lavoro ti ha dato? Che cosa avete per domani? Quando c'è l'esame mensile?*

*Anche le povere madri che non sanno leggere aprono i quaderni, guardano i problemi, domandano i voti: — Solamente otto? — Dieci con lode? — Nove di lezione?*

*Si preoccupano e si rallegrano, interrogano i maestri, parlano di programmi e di esami. Com'è bello tutto questo, com'è grande, e che immensa promessa è per il mondo!*

Tuo Padre

### La sordomuta

*28, domenica*

Non potevo finire meglio il mese di maggio che con la visita di questa mattina. Sentiamo suonare il campanello, corriamo tutti. Sento mio padre che dice con meraviglia:

— Voi qui, Giorgio?

Era Giorgio, il nostro giardiniere di Chieri, che ora ha la famiglia a Condove. Era appena arrivato da Genova, dove era sbarcato il giorno prima. Tornava dalla Grecia, dove aveva lavorato tre anni alle ferrovie. Aveva un grosso fagotto fra le braccia. È un po' invecchiato, ma è sempre rosso in viso e allegro.

Mio padre voleva farlo entrare, ma lui ha detto di no. Si è fatto serio in viso e ha domandato subito:

— Come va la mia famiglia? Come sta Gigia?

— Bene fino a pochi giorni fa, — ha risposto mia madre.

Giorgio ha fatto un gran sospiro.

— Oh! Sia lodato Iddio! Non avevo il coraggio di presentarmi ai Sordomuti senza avere notizie da lei. Lascio qui il fagotto e corro a prenderla. Sono tre anni che non la vedo, la mia povera figlia! Sono tre anni che non vedo nessuno dei miei!

Mio padre mi ha detto:

— Accompagnalo.

— Ancora una parola, mi scusi, — ha detto il giardiniere sul pianerottolo.

Ma mio padre l'ha interrotto:

— E gli affari?

— Bene, — ha risposto, — grazie a Dio. Qualche soldo l'ho portato. Ma volevo domandare una cosa. Come va l'istruzione della mia mutina, mi dica un po'. L'ho lasciata che era come un povero animaletto, povera creatura. Io ci credo poco, a questi collegi. Ha imparato a fare i segni? Mia moglie mi scriveva: «Impara a parlare, fa progressi». Ma, dicevo io, a che cosa serve che impari a parlare, se io i segni non li so fare? Come faremo a capirci, povera piccola? Quello va bene per capirsi fra loro, un disgraziato con l'altro. Come va, dunque? Come va?

Mio padre ha sorriso e ha risposto:

— Non vi dico nulla. Vedrete voi. Andate, andate, non rubatele un minuto di più.

Siamo usciti. L'istituto è vicino. Per strada, a grandi passi, il giardiniere mi parlava e diventava sempre più triste.

— Ah! La mia povera Gigia! Nascere con quella disgrazia! Non mi sono mai sentito chiamare *padre* da lei! E lei non si è mai sentita chiamare *figlia* da me! Non ha mai detto né sentito una parola al mondo! Per fortuna si è trovato un signore generoso, che ha pagato le spese dell'istituto. Ma comunque... prima degli otto anni non ha potuto andarci. Sono tre anni che non è in casa. Adesso va per gli undici. È cresciuta, mi dica un po', è cresciuta? È di buon umore?

— Ora vedrete, ora vedrete, — gli ho risposto, affrettando il passo.

— Ma dov'è questo istituto? — ha domandato. — Ce l'ha accompagnata mia moglie, quando ero già partito. Mi sembra che debba essere da queste parti.

Eravamo proprio arrivati. Siamo entrati subito nel parlatorio. Ci è venuto incontro un custode.

— Sono il padre di Gigia Voggi, — ha detto il giardiniere. — Mia figlia, subito subito.

— Sono in ricreazione, — ha risposto il custode. — Vado ad avvertire la maestra.

E se n'è andato di corsa.

Il giardiniere non riusciva più né a parlare né a stare fermo. Guardava i quadri alle pareti, senza vedere nulla.

La porta si è aperta ed è entrata una maestra vestita di nero, con una ragazza per mano.

Padre e figlia si sono guardati un momento. Poi si sono slanciati l'uno nelle braccia dell'altra, con un grido.

La ragazza era vestita di rigatino bianco e rossiccio, con un grembiule bianco. È più alta di me. Piangeva e teneva suo padre stretto al collo con tutte e due le braccia.

Suo padre si è liberato e si è messo a guardarla dalla testa ai piedi. Aveva le lacrime agli occhi e il fiato corto, come dopo una grande corsa. Ha esclamato:

— Ah! Com'è cresciuta! Come si è fatta bella! Oh la mia cara, la mia povera Gigia! La mia povera mutina! È lei, signora, la maestra? Le dica di farmi pure i suoi segni. Qualcosa capirò, e poi imparerò a poco a poco. Le dica di farmi capire qualcosa, con i gesti.

La maestra ha sorriso e ha detto a bassa voce alla ragazza:

— Chi è quest'uomo che è venuto a trovarti?

La ragazza aveva una voce grossa, strana, stonata. Sembrava la voce di un selvaggio che parla per la prima volta la nostra lingua. Ma ha pronunciato chiaramente e, sorridendo, ha risposto:

— È mi-o pa-dre.

Il giardiniere ha fatto un passo indietro e ha gridato come un matto:

— Parla! Ma è possibile! Ma è possibile! Parla? Ma tu parli, bambina mia, parli? Dimmi un po': parli?

E l'ha abbracciata di nuovo e l'ha baciata sulla fronte tre volte.

— Ma non parlano con i gesti, signora maestra, non parlano con le dita, così? Ma che cos'è questo?

— No, signor Voggi, — ha risposto la maestra. — Non è con i gesti. Quello era il metodo antico. Qui si insegna con il metodo nuovo, con il metodo orale. Come mai non lo sapevate?

— Ma io non sapevo niente! — ha risposto il giardiniere, sbalordito. — Sono tre anni che sono fuori! O forse me l'avranno scritto e non l'ho capito. Sono una testa di legno, io. O figlia mia, allora tu mi capisci? Senti la mia voce? Rispondi un po': mi senti? Senti quello che ti dico?

— Ma no, buon uomo, — ha detto la maestra. — La voce non la sente, perché è sorda. Dai movimenti della vostra bocca capisce quali sono le parole che dite. Ecco la cosa. Ma non sente le vostre parole, e neppure quelle che lei dice a voi. Le pronuncia perché gliel'abbiamo insegnato, lettera per lettera. Le abbiamo insegnato come deve mettere le labbra e muovere la lingua. Le abbiamo insegnato che sforzo deve fare con il petto e con la gola, per far uscire la voce.

Il giardiniere non ha capito ed è rimasto a bocca aperta. Non ci credeva ancora.

— Dimmi, Gigia, — ha domandato alla figlia, parlandole all'orecchio, — sei contenta che tuo padre sia tornato?

Ha rialzato il viso ed è rimasto ad aspettare la risposta.

La ragazza l'ha guardato, pensierosa, e non ha detto nulla.

Il padre è rimasto turbato.

La maestra ha riso. Poi ha detto:

— Buon uomo, non vi risponde perché non ha visto i movimenti delle vostre labbra: le avete parlato all'orecchio! Ripetete la domanda, con il vostro viso bene davanti al suo.

Il padre l'ha guardata bene in faccia e ha ripetuto:

— Sei contenta che tuo padre sia tornato? Che non se ne vada più via?

La ragazza gli aveva guardato attentamente le labbra, cercando di vedere anche dentro la bocca. Ha risposto con sicurezza:

— Sì, so-no contenta, che sei tor-na-to, che non vai via... mai più.

Il padre l'ha abbracciata con slancio. Poi, in gran fretta, per essere più sicuro, l'ha riempita di domande.

— Come si chiama la mamma?

— An-tonia.

— Come si chiama la tua sorella piccola?

— A-de-laide.

— Come si chiama questo collegio?

— Dei sor-do-muti.

— Quanto fa due volte dieci?

— Venti.

Credevamo che ridesse di gioia, ma all'improvviso si è messo a piangere. Ma era gioia anche quella.

— Coraggio, — gli ha detto la maestra. — Avete motivo di rallegrarvi, non di piangere. Vedete che fate piangere anche vostra figlia. Siete contento, dunque?

Il giardiniere ha afferrato la mano della maestra e gliel'ha baciata due o tre volte, dicendo:

— Grazie, grazie, cento volte grazie, mille volte grazie, cara signora maestra! E mi perdoni se non so dirle altro!

— Ma non soltanto parla, — gli ha detto la maestra. — Vostra figlia sa scrivere. Sa fare i conti. Conosce il nome di tutti gli oggetti comuni. Sa un po' di storia e di geografia. Ora è nella classe normale. Quando avrà fatto le altre due classi, saprà molto, molto di più. Uscirà di qui capace di fare un mestiere. Abbiamo già dei sordomuti che stanno nelle botteghe a servire i clienti. Fanno i loro affari come gli altri.

Il giardiniere è rimasto stupito un'altra volta. Sembrava che le idee gli si confondessero di nuovo. Ha guardato la figlia e si è grattato la fronte. Il suo viso domandava ancora una spiegazione.

Allora la maestra si è voltata verso il custode e gli ha detto:

— Chiamatemi una bambina della classe preparatoria.

Il custode è tornato poco dopo con una sordomuta di otto o nove anni, entrata da pochi giorni nell'istituto.

— Questa, — ha detto la maestra, — è una di quelle a cui insegniamo le prime cose. Ecco come si fa. Voglio farle dire *e*. State attento.

La maestra ha aperto la bocca, come si apre per pronunciare la vocale *e*. Poi ha fatto segno alla bambina di aprirla allo stesso modo. La bambina ha obbedito. Allora la maestra le ha fatto segno di far uscire la voce. La bambina ha fatto uscire la voce, ma invece di *e* ha pronunciato *o*.

— No, — ha detto la maestra, — non è questo.

Ha preso le due mani della bambina. Se ne è messa una aperta sulla gola e l'altra sul petto, e ha ripetuto:

— *e*.

La bambina ha sentito con le mani il movimento della gola e del petto della maestra. Ha riaperto la bocca come prima e ha pronunciato benissimo:

— *e*.

Allo stesso modo la maestra le ha fatto dire *c* e *d*, tenendosi sempre le due piccole mani sul petto e sulla gola.

— Avete capito ora? — ha domandato.

Il padre aveva capito, ma sembrava più meravigliato di quando non capiva. Ha riflettuto un minuto, guardando la maestra, e ha domandato:

— E insegnano a parlare in quel modo? Hanno la pazienza di insegnare a parlare in quel modo, a poco a poco, a tutti quanti? A uno a uno?... Per anni e anni?... Ma loro sono santi, sono! Ma loro sono angeli del paradiso! Ma non c'è al mondo una ricompensa, per loro! Che cosa posso dire?... Ah! Mi lascino un po' con mia figlia, ora. Me la lascino cinque minuti tutta per me.

L'ha fatta sedere in disparte e ha cominciato a interrogarla, e lei rispondeva. Lui rideva con gli occhi lucidi e si batteva i pugni sulle ginocchia. Prendeva la figlia con le mani e la guardava, fuori di sé dalla contentezza. L'ascoltava come se fosse una voce che veniva dal cielo. Poi ha domandato alla maestra:

— Il signor direttore, si potrebbe ringraziarlo?

— Il direttore non c'è, — ha risposto la maestra. — Ma c'è un'altra persona che dovreste ringraziare. Qui ogni ragazza piccola è affidata a una compagna più grande, che le fa da sorella e da madre. La vostra è affidata a una sordomuta di diciassette anni, figlia di un fornaio. È buona e le vuole molto bene. Da due anni va ad aiutarla a vestirsi ogni mattina. La pettina, le insegna a cucire, le mette in ordine le sue cose, le tiene buona compagnia. Luigia, come si chiama la tua mamma dell'Istituto?

La ragazza ha sorriso e ha risposto:

— Cate-rina Gior-dano.

Poi ha detto a suo padre:

— Mol-to, mol-to buona.

A un cenno della maestra il custode è uscito. È tornato quasi subito con una sordomuta bionda, robusta, dal viso allegro. Anche lei era vestita di rigatino rossiccio, con il grembiule grigio. Si è fermata sulla porta ed è arrossita. Poi ha chinato la testa, ridendo. Aveva il corpo di una donna, e sembrava una bambina.

La figlia di Giorgio le è corsa subito incontro. L'ha presa per un braccio come una bambina e l'ha tirata davanti a suo padre. Ha detto con la sua voce grossa:

— Ca-te-rina Gior-dano.

— Ah! La brava ragazza! — ha esclamato il padre.

Ha allungato la mano per accarezzarla, ma l'ha ritirata, e ha ripetuto:

— Ah! La buona ragazza! Che Dio la benedica! Che le dia tutte le fortune, tutte le consolazioni! Che faccia sempre felice lei e tutti i suoi! Una ragazza così buona, povera la mia Gigia! Glielo augura di tutto cuore un onesto operaio, un povero padre di famiglia!

La ragazza grande accarezzava la piccola, sempre con il viso basso e sorridendo. Il giardiniere continuava a guardarla come una madonna.

— Oggi potete portare con voi vostra figlia, — ha detto la maestra.

— Altro che se la porto! — ha risposto il giardiniere. — La porto a Condove e la riporto domani mattina. Si figuri se non la porto con me!

La figlia è corsa a vestirsi.

— Dopo tre anni che non la vedo! — ha ripreso il giardiniere. — Ora che parla! La porto subito a Condove. Ma prima voglio fare un giro per Torino con la mia mutina sottobraccio, perché tutti la vedano. Voglio portarla dalle mie quattro conoscenze, perché la sentano! Ah! La bella giornata! Questa sì che è una consolazione! Dai il braccio a tuo padre, Gigia mia!

La ragazza era tornata con una mantellina e una cuffietta, e gli ha dato il braccio.

— E grazie a tutti! — ha detto il padre dalla porta. — Grazie a tutti con tutta l'anima mia! Tornerò ancora una volta a ringraziare tutti!

È rimasto un momento pensieroso. Poi si è staccato bruscamente dalla ragazza ed è tornato indietro, frugando con una mano nel panciotto. Ha gridato come un furioso:

— Ebbene, sono un povero diavolo, ma ecco qui! Lascio venti lire per l'istituto, un marengo d'oro nuovo nuovo!

E con un gran colpo sul tavolino ci ha lasciato il marengo.

— No, no, brav'uomo, — ha detto la maestra, commossa. — Riprendetevi i vostri soldi. Io non li posso accettare. Riprendeteveli. Non tocca a me. Verrete quando ci sarà il direttore. Ma non li accetterà nemmeno lui, siatene sicuro. Avete faticato troppo per guadagnarli, pover'uomo. Vi saremo tutti grati lo stesso.

— No, io li lascio, — ha risposto il giardiniere, ostinato. — E poi... si vedrà.

Ma la maestra gli ha rimesso la moneta in tasca, senza lasciargli il tempo di respingerla.

Allora lui si è rassegnato, scuotendo la testa. Poi, rapidamente, ha mandato un bacio con la mano alla maestra e alla ragazza grande. Ha ripreso il braccio di sua figlia e si è slanciato con lei fuori dalla porta, dicendo:

— Vieni, vieni, figlia mia, povera mutina mia, tesoro mio!

E la figlia ha esclamato con la sua voce grossa:

— Oh-che-bel-sole!

### Glossario

- **rachitici**: bambini con le ossa deformate da una malattia.
- **comignolo**: la parte alta del camino, che esce dal tetto.
- **abbaino**: una piccola finestra sul tetto.
- **scala Porta**: una scala molto alta, usata dai pompieri.
- **galloni**: le strisce sulla divisa che mostrano il grado di un militare o di un pompiere.
- **piroscafo**: una grande nave a vapore.
- **prua**: la parte anteriore della nave.
- **poppa**: la parte posteriore della nave.
- **merceria**: un negozio che vende bottoni, fili, nastri e cose simili.
- **gramigna**: erba cattiva che cresce dappertutto; qui è un insulto per gli stranieri poveri.
- **fattore**: l'uomo che amministra la casa e i beni di un padrone.
- **compatriota**: una persona dello stesso paese.
- **bagai**: ragazzo, in dialetto lombardo.
- **figoeu**: ragazzo, in dialetto genovese.
- **capataz**: il capo dei carri, in Argentina.
- **carretas**: i grandi carri tirati dai buoi.
- **peones**: gli uomini che lavorano per il capataz.
- **scapaccione**: un colpo dato con la mano sulla testa.
- **ernia intestinale strozzata**: una malattia molto grave dell'intestino, che si cura con un'operazione.
- **ruscello**: un piccolo corso d'acqua.
- **moltiplicata**: presa più volte; moltiplicata per quattro significa quattro volte più grande.
- **galleggiavano**: stavano sull'acqua senza andare a fondo.
- **distese**: grandi spazi aperti e piatti.
- **arcipelago**: un gruppo di isole vicine.
- **limpidissima**: molto chiara e pura.
- **singhiozzato**: pianto forte, con il respiro rotto.
- **singhiozzo**: il respiro rotto di chi piange forte.
- **trionfanti**: pieni di gioia per una vittoria.
- **specchiavano**: si specchiavano: si vedevano riflessi nell'acqua, come in uno specchio.
- **confortato**: consolato, reso meno triste.
- **buoi**: plurale di bue: grossi animali che tirano i carri.
- **sfinito**: molto stanco, senza più forze.
- **delirio**: lo stato di una persona che, per la febbre o il dolore, non capisce e dice cose senza senso.
- **chirurgo**: il medico che fa le operazioni.
- **camiciotto**: una lunga camicia larga da lavoro.
- **maggiolini**: grossi insetti scuri che volano in primavera.
- **parlatorio**: la stanza dove chi vive in un collegio incontra i visitatori.
- **mutina**: piccola muta; una parola affettuosa per una bambina che non parla.
- **metodo orale**: il modo di insegnare ai sordomuti a parlare con la voce e non con i gesti.
- **testa di legno**: una persona che capisce poco e con fatica.
- **rigatino**: una stoffa semplice a righe.
- **marengo**: una moneta d'oro da venti lire.

## Giugno

### Garibaldi

*3 giugno. Domani è la festa nazionale*

*Oggi è un lutto nazionale. Ieri sera è morto Garibaldi. Sai chi era? È l'uomo che ha liberato dieci milioni di Italiani dalla tirannia dei Borboni. È morto a 75 anni. Era nato a Nizza, figlio di un capitano di nave.*

*A otto anni ha salvato la vita a una donna. A tredici ha portato in salvo una barca piena di compagni che stavano naufragando. A ventisette ha tirato fuori dalle acque di Marsiglia un giovane che stava annegando. A 41 anni ha salvato una nave dall'incendio sull'Oceano.*

*Ha combattuto dieci anni in America per la libertà di un popolo straniero. Ha combattuto in tre guerre contro gli Austriaci, per liberare la Lombardia e il Trentino. Ha difeso Roma dai Francesi nel 1849. Ha liberato Palermo e Napoli nel 1860. Ha combattuto di nuovo per Roma nel '67. Nel 1870 ha lottato contro i Tedeschi, in difesa della Francia.*

*Aveva la fiamma dell'eroismo e il genio della guerra. Ha fatto quaranta combattimenti e ne ha vinti trentasette. Quando non combatteva, lavorava per vivere, oppure si chiudeva in un'isola solitaria a coltivare la terra. È stato maestro, marinaio, operaio, negoziante, soldato, generale, dittatore.*

*Era grande, semplice e buono. Odiava tutti gli oppressori, amava tutti i popoli, proteggeva tutti i deboli. Desiderava soltanto il bene e rifiutava gli onori. Disprezzava la morte e adorava l'Italia. Quando lanciava un grido di guerra, schiere di uomini valorosi correvano da lui da ogni parte. I signori lasciavano i palazzi, gli operai le officine, i giovani le scuole. Lo facevano per andare a combattere al sole della sua gloria.*

*In guerra portava una camicia rossa. Era forte, biondo, bello. Sui campi di battaglia era un fulmine, negli affetti un bambino, nei dolori un santo. Mille Italiani sono morti per la patria, felici, mentre morivano, di vederlo passare da lontano, vittorioso. Migliaia si sarebbero fatti uccidere per lui. Milioni lo hanno benedetto e lo benediranno.*

*È morto. Il mondo intero lo piange. Tu per ora non lo capisci. Ma leggerai le sue imprese, sentirai parlare di lui continuamente nella vita. Via via che crescerai, la sua immagine crescerà davanti a te. Quando sarai un uomo, lo vedrai gigante. E un giorno tu non sarai più al mondo. Non vivranno più i figli dei tuoi figli, e nemmeno quelli nati da loro. Ma le generazioni vedranno ancora in alto la sua testa luminosa di salvatore di popoli. Sarà coronata dai nomi delle sue vittorie, come da un cerchio di stelle. E a ogni italiano splenderanno la fronte e l'anima, quando dirà il suo nome.*

Tuo Padre

### L'esercito

Siamo andati in piazza Castello a vedere la rassegna dei soldati. Sfilavano davanti al Comandante del Corpo d'esercito, in mezzo a due grandi file di popolo. Mentre sfilavano, al suono delle fanfare e delle bande, mio padre mi indicava i Corpi e le glorie delle bandiere.

Per primi sono passati gli allievi dell'Accademia, i futuri ufficiali del Genio e dell'Artiglieria. Erano circa trecento, vestiti di nero. Sono passati con un'eleganza sicura e sciolta, da soldati e da studenti.

Dopo di loro ha sfilato la fanteria. C'era la brigata Aosta, che ha combattuto a Goito e a San Martino. C'era la brigata Bergamo, che ha combattuto a Castelfidardo. Erano quattro reggimenti, compagnie dietro compagnie. C'erano migliaia di nappine rosse. Sembravano lunghissime ghirlande doppie di fiori color del sangue, tese e scosse ai due capi, portate attraverso la folla.

Dopo la fanteria sono avanzati i soldati del Genio, gli operai della guerra. Avevano i pennacchi di crini neri e i galloni color cremisi. Mentre passavano, dietro di loro arrivavano centinaia di lunghe penne diritte, più alte delle teste degli spettatori. Erano gli alpini, i difensori delle porte d'Italia. Erano tutti alti, rosei e forti, con i cappelli alla calabrese. Avevano le mostrine di un bel verde vivo, del colore dell'erba delle loro montagne.

Gli alpini sfilavano ancora, quando un fremito ha attraversato la folla. Sono arrivati i bersaglieri, l'antico 12° battaglione. Sono stati i primi a entrare a Roma per la breccia di Porta Pia. Bruni, svelti, vivaci, con i pennacchi al vento, sono passati come l'onda di un torrente nero. Facevano risuonare la piazza di squilli acuti di tromba, che sembravano grida di gioia.

Ma la loro fanfara è stata coperta da un rumore sordo e rotto, che annunciava l'artiglieria di campagna. Sono passati superbi i bei soldati dai cordoni gialli, seduti sugli alti cassoni. Li tiravano trecento coppie di cavalli impetuosi. Passavano i lunghi cannoni di bronzo e d'acciaio, splendenti sugli affusti leggeri. Saltavano e risuonavano, e la terra tremava.

Poi è arrivata, lenta, seria, bella nel suo aspetto duro e faticoso, l'artiglieria di montagna. Aveva grandi soldati e muli potenti. Porta il terrore e la morte fin dove sale il piede dell'uomo.

Infine è passato al galoppo il bel reggimento Genova cavalleria, con gli elmi al sole e le lance dritte. Le bandiere erano al vento, tutto splendeva d'argento e d'oro, l'aria era piena di tintinnii e di nitriti. Questo reggimento ha combattuto come un vento furioso su dieci campi di battaglia, da Santa Lucia a Villafranca.

— Come è bello! — ho esclamato.

Ma mio padre mi ha quasi rimproverato per quella parola, e mi ha detto:

— Non considerare l'esercito come un bello spettacolo. Tutti questi giovani sono pieni di forza e di speranze. Da un giorno all'altro possono essere chiamati a difendere il nostro paese. In poche ore possono essere tutti fatti a pezzi dalle palle e dalla mitraglia. Senti gridare in una festa «Viva l'esercito, viva l'Italia»? Ogni volta immagina, dietro i reggimenti che passano, una campagna coperta di morti e allagata di sangue. Allora il tuo evviva all'esercito ti uscirà più dal profondo del cuore. E l'immagine dell'Italia ti sembrerà più severa e più grande.

### Italia

*14, martedì.*

*Saluta così la patria, nei giorni delle sue feste:*

*— Italia, patria mia, nobile e cara terra, dove mio padre e mia madre sono nati e saranno sepolti! Qui io spero di vivere e di morire. Qui i miei figli cresceranno e moriranno. Bella Italia, grande e gloriosa da molti secoli, unita e libera da pochi anni! Hai sparso sul mondo tanta luce di menti divine. Per te tanti uomini valorosi sono morti sui campi di battaglia, e tanti eroi sui patiboli. Madre nobile di trecento città e di trenta milioni di figli! Io sono un ragazzo, ancora non ti capisco e non ti conosco tutta. Ma ti onoro e ti amo con tutta l'anima mia. Sono orgoglioso di essere nato da te e di chiamarmi figlio tuo.*

*Amo i tuoi mari splendidi e le tue Alpi sublimi. Amo i tuoi monumenti solenni e le tue memorie immortali. Amo la tua gloria e la tua bellezza. Ti amo e ti onoro tutta. Ti amo come quella cara parte di te dove ho visto il sole per la prima volta. Lì ho sentito per la prima volta il tuo nome. Torino valorosa, Genova superba, dotta Bologna, Venezia incantevole, Milano possente! Vi amo tutte con un solo affetto e con la stessa gratitudine. Firenze gentile e Palermo terribile, Napoli immensa e bella, Roma meravigliosa ed eterna! Vi amo con lo stesso rispetto di figlio.*

*Ti amo, patria sacra! E ti giuro che amerò tutti i tuoi figli come fratelli. Ti giuro che onorerò sempre nel mio cuore i tuoi grandi vivi e i tuoi grandi morti. Sarò un cittadino attivo e onesto, e cercherò sempre di diventare migliore, per essere degno di te. Aiuterò con le mie piccole forze a far sparire un giorno dalla tua faccia la miseria, l'ignoranza, l'ingiustizia, il delitto. Così potrai vivere e crescere tranquilla, nella maestà del tuo diritto e della tua forza.*

*Giuro che ti servirò come potrò, con l'intelligenza, con il braccio, con il cuore, umilmente e coraggiosamente. Forse verrà il giorno in cui dovrò dare per te il mio sangue e la mia vita. Allora darò il mio sangue e morirò, gridando al cielo il tuo santo nome. E manderò il mio ultimo bacio alla tua bandiera benedetta.*

Tuo Padre

### 32 gradi

*Venerdì, 16.*

Nei cinque giorni passati dalla festa nazionale, il caldo è cresciuto di tre gradi. Ora siamo in piena estate. Tutti cominciano a essere stanchi, tutti hanno perso i bei colori rosa della primavera. I colli e le gambe diventano più sottili, le teste ciondolano e gli occhi si chiudono.

Il povero Nelli soffre molto il caldo e ha il viso bianco come la cera. Qualche volta si addormenta profondamente, con la testa sul quaderno. Ma Garrone sta sempre attento a mettergli davanti un libro aperto e dritto, perché il maestro non lo veda. Crossi appoggia la sua zucca rossa sul banco in un certo modo: sembra staccata dal corpo e messa lì. Nobis si lamenta che siamo troppi e che gli roviniamo l'aria.

Ah! Che forza bisogna farsi ora per studiare! Dalle finestre di casa guardo quei begli alberi che fanno un'ombra così scura. Andrei a correre là tanto volentieri. Mi vengono tristezza e rabbia, perché devo andare a chiudermi tra i banchi.

Ma poi mi faccio coraggio guardando la mia buona madre. Mi guarda sempre, quando esco da scuola, per vedere se sono pallido. A ogni pagina di lavoro mi dice:

— Ce la fai ancora?

E ogni mattina alle sei, quando mi sveglia per la lezione, mi dice:

— Coraggio! Mancano ormai pochi giorni. Poi sarai libero, riposerai, andrai all'ombra dei viali.

Sì, lei ha proprio ragione a ricordarmi i ragazzi che lavorano nei campi sotto il sole bruciante. Altri lavorano tra le ghiaie bianche dei fiumi, che accecano e scottano. Altri ancora stanno nelle fabbriche di vetro. Restano tutto il giorno immobili, con il viso chinato sopra una fiamma di gas. Tutti si alzano prima di noi e non hanno vacanze. Coraggio, dunque!

Anche in questo il primo di tutti è Derossi. Non soffre né il caldo né il sonno. È sempre vivace e allegro con i suoi riccioli biondi, come era d'inverno. Studia senza fatica e tiene svegli tutti quelli intorno a lui, come se rinfrescasse l'aria con la sua voce.

Ce ne sono altri due sempre svegli e attenti. Uno è quel testardo di Stardi, che si punge il viso per non addormentarsi. Più è stanco e più fa caldo, più stringe i denti e spalanca gli occhi. Sembra che voglia mangiarsi il maestro. L'altro è quel gran commerciante di Garoffi. È tutto occupato a fabbricare ventagli di carta rossa, decorati con le figurine delle scatole di fiammiferi. Li vende a due centesimi l'uno.

Ma il più bravo è Coretti. Povero Coretti, che si alza alle cinque per aiutare suo padre a portare la legna! Alle undici, a scuola, non riesce più a tenere gli occhi aperti, e la testa gli cade sul petto. Eppure si scuote, si dà dei colpi con la mano sulla nuca, chiede il permesso di uscire per lavarsi il viso. Si fa scuotere e pizzicare dai vicini.

Ma questa mattina non ha potuto resistere e si è addormentato di un sonno pesantissimo. Il maestro l'ha chiamato forte:

— Coretti!

Lui non ha sentito. Il maestro, irritato, ha ripetuto:

— Coretti!

Allora il figlio del carbonaio, che abita accanto a lui, si è alzato e ha detto:

— Ha lavorato dalle cinque alle sette a portare fascine.

Il maestro l'ha lasciato dormire e ha continuato a fare lezione per una mezz'ora. Poi è andato al banco di Coretti e l'ha svegliato piano piano, soffiandogli sul viso. Vedendosi davanti il maestro, Coretti si è tirato indietro spaventato. Ma il maestro gli ha preso la testa fra le mani e gli ha baciato i capelli, dicendo:

— Non ti rimprovero, figlio mio. Il tuo non è il sonno della pigrizia: è il sonno della fatica.

### Mio padre

*Sabato, 17.*

*Il tuo compagno Coretti non risponderebbe mai a suo padre come tu hai risposto al tuo questa sera. E neppure Garrone. Enrico! Come è possibile? Mi devi giurare che questo non accadrà mai più, finché io sarò viva. Può accaderti che tuo padre ti rimproveri, e che ti venga alle labbra una cattiva risposta. Ogni volta pensa a quel giorno che verrà di sicuro, quando ti chiamerà al suo letto per dirti: — Enrico, io ti lascio.*

*O figlio mio, verrà il momento in cui sentirai la sua voce per l'ultima volta. E anche molto tempo dopo piangerai da solo nella sua stanza abbandonata, in mezzo a quei libri che non aprirà mai più. Allora ricorderai di avergli mancato di rispetto qualche volta, e ti domanderai anche tu: — Com'è possibile?*

*Allora capirai che è sempre stato il tuo migliore amico. Capirai che, quando doveva punirti, soffriva più di te. Ti ha fatto piangere soltanto per farti del bene. Allora ti pentirai, e bacerai piangendo quel tavolino su cui ha tanto lavorato. Lì ha consumato la sua vita per i suoi figli.*

*Ora non capisci. Di sé ti nasconde tutto, tranne la sua bontà e il suo amore. Tu non sai che qualche volta è così distrutto dalla fatica che crede di avere pochi giorni da vivere. In quei momenti parla soltanto di te. Ha soltanto un dolore nel cuore: lasciarti povero e senza protezione! E quante volte, pensando a questo, entra nella tua camera mentre dormi! Sta là con il lume in mano a guardarti. Poi fa uno sforzo e, stanco e triste com'è, torna al lavoro!*

*E non sai nemmeno che spesso ti cerca e sta con te perché ha un'amarezza nel cuore. Ha i dispiaceri che toccano a tutti gli uomini nel mondo. Ti cerca come un amico, per confortarsi e dimenticare. Ha bisogno di rifugiarsi nel tuo affetto, per ritrovare la serenità e il coraggio. Pensa dunque che dolore deve essere per lui, quando in te trova freddezza e mancanza di rispetto invece dell'affetto!*

*Non macchiarti mai più di questa orribile ingratitudine! Anche se fossi buono come un santo, non potresti mai ripagarlo abbastanza. Pensa a quello che ha fatto e fa continuamente per te. E pensa anche che sulla vita non si può contare. Una disgrazia potrebbe toglierti tuo padre mentre sei ancora ragazzo, fra due anni, fra tre mesi, domani. Ah! Povero Enrico mio, come vedresti cambiare tutto intorno a te, allora! Come ti sembrerebbe vuota e desolata la casa, con la tua povera madre vestita di nero!*

*Vai, figlio mio, vai da tuo padre. È nella sua stanza che lavora. Vai in punta di piedi, perché non ti senta entrare. Vai a mettere la fronte sulle sue ginocchia, e digli di perdonarti e di benedirti.*

Tua Madre

### In campagna

*19, lunedì*

Il mio buon padre mi ha perdonato anche questa volta. Mi ha lasciato andare alla gita in campagna. L'avevamo combinata mercoledì con il padre di Coretti, il rivenditore di legna. Avevamo tutti bisogno di una boccata d'aria di collina. È stata una festa.

Ieri alle due ci siamo trovati in piazza dello Statuto: Derossi, Garrone, Garoffi, Precossi, Coretti padre e figlio, e io. Avevamo le nostre provviste di frutta, di salsicce e di uova sode. Avevamo anche delle barchette di cuoio e dei bicchieri di latta. Garrone portava una zucca con dentro del vino bianco. Coretti aveva la fiaschetta da soldato di suo padre, piena di vino rosso. Il piccolo Precossi, con il suo camiciotto da fabbro ferraio, teneva sotto il braccio una pagnotta di due chili.

Siamo andati in omnibus fino alla Gran Madre di Dio, e poi su, in fretta, per le colline. Che verde, che ombra, che fresco! Ci rotolavamo nell'erba, mettevamo il viso nei ruscelli, saltavamo le siepi. Coretti padre ci seguiva da lontano, con la giacca sulle spalle, fumando la sua pipa di gesso. Ogni tanto ci minacciava con la mano, perché non ci facessimo dei buchi nei pantaloni.

Precossi fischiava: non l'avevo mai sentito fischiare. Coretti figlio faceva di tutto, per strada. Sa fare di tutto, quel piccolo uomo, con il suo coltellino pieghevole lungo un dito. Faceva piccole ruote da mulino, forchette, schizzetti per l'acqua. Voleva portare anche la roba degli altri. Era così carico che grondava di sudore, ma era sempre agile come un capriolo.

Derossi si fermava ogni momento a dirci i nomi delle piante e degli insetti. Io non so come faccia a sapere tante cose. Garrone mangiava il pane in silenzio. Ma non dà più quei morsi allegri di una volta, povero Garrone, da quando ha perso sua madre. Però è sempre lui, buono come il pane. Quando uno di noi prendeva la rincorsa per saltare un fosso, lui correva dall'altra parte e gli tendeva le mani. Precossi aveva paura delle vacche, perché da piccolo una l'aveva colpito con le corna. Allora, ogni volta che ne passava una, Garrone gli si metteva davanti.

Siamo saliti fino a Santa Margherita, e poi giù per le discese, a salti, rotolando, a scortica... mele. Precossi ha urtato un cespuglio e si è strappato il camiciotto. È rimasto lì pieno di vergogna, con il pezzo di stoffa che pendeva. Ma Garoffi, che ha sempre degli spilli nella giacca, glielo ha fissato così bene che non si vedeva. Intanto Precossi continuava a dirgli:

— Scusami, scusami.

Poi ha ricominciato a correre. Garoffi non perdeva tempo, per strada. Raccoglieva erbe da insalata e lumache. Si metteva in tasca ogni pietra che luccicava un po', pensando che ci fosse dentro dell'oro o dell'argento.

E avanti a correre, a rotolare, ad arrampicarci, all'ombra e al sole, su e giù per tutte le salite e le scorciatoie. Alla fine siamo arrivati, accaldati e senza fiato, sulla cima di una collina. Lì ci siamo seduti sull'erba a fare merenda. Si vedevano una pianura immensa e tutte le Alpi azzurre, con le cime bianche. Morivamo tutti di fame, e il pane spariva come se si sciogliesse.

Coretti padre ci porgeva le porzioni di salsiccia su foglie di zucca. Allora abbiamo cominciato a parlare tutti insieme, dei maestri, dei compagni che non avevano potuto venire, e degli esami. Precossi si vergognava un po' a mangiare, e Garrone gli ficcava in bocca con forza la parte migliore del suo cibo. Coretti era seduto accanto a suo padre, con le gambe incrociate. Vedendoli così vicini, sembravano due fratelli più che padre e figlio. Erano tutti e due rossi e sorridenti, con quei denti bianchi.

Il padre beveva con gusto. Vuotava anche le barchette e i bicchieri che noi lasciavamo a metà, e diceva:

— A voi che studiate, il vino fa male. Sono i rivenditori di legna che ne hanno bisogno!

Poi prendeva il figlio per il naso, lo scuoteva e ci diceva:

— Ragazzi, vogliate bene a questo qui, che è un vero galantuomo. Sono io che ve lo dico!

Tutti ridevano, tranne Garrone. E lui continuava, bevendo:

— Peccato, eh! Ora siete tutti insieme, da bravi compagni. Fra qualche anno, chissà, Enrico e Derossi saranno avvocati o professori, o che so io. E voi altri quattro sarete in bottega, o a fare un mestiere, o chissà dove diavolo. E allora buona notte, compagni.

— Macché! — ha risposto Derossi. — Per me Garrone sarà sempre Garrone, Precossi sarà sempre Precossi, e gli altri lo stesso. Sarà così anche se diventassi imperatore delle Russie. Dove saranno loro, andrò io.

— Benedetto! — ha esclamato Coretti padre, alzando la fiaschetta. — Così si parla, sagrestia! Toccate qua! Viva i bravi compagni, e viva anche la scuola! Fa di voi una sola famiglia, quelli che ne hanno e quelli che non ne hanno!

Tutti abbiamo toccato la sua fiaschetta con le barchette e i bicchieri, e abbiamo bevuto per l'ultima volta.

— Viva il quadrato del 49! — ha gridato lui, alzandosi in piedi e bevendo l'ultimo sorso. — E se dovrete fare dei quadrati anche voi, cercate di tenere duro come noi, ragazzi!

Era già tardi. Siamo scesi correndo e cantando, e per lunghi tratti abbiamo camminato tutti a braccetto. Siamo arrivati sul Po che stava facendo buio, e volavano migliaia di lucciole. Ci siamo separati soltanto in piazza dello Statuto. Prima abbiamo combinato di trovarci tutti insieme domenica, per andare al Vittorio Emanuele. Volevamo vedere la distribuzione dei premi agli alunni delle scuole serali.

Che bella giornata! Come sarei tornato a casa contento, se non avessi incontrato la mia povera maestra! L'ho incontrata mentre scendeva le scale di casa nostra, quasi al buio. Appena mi ha riconosciuto, mi ha preso per tutte e due le mani e mi ha detto all'orecchio:

— Addio, Enrico, ricordati di me!

Mi sono accorto che piangeva. Sono salito e l'ho detto a mia madre:

— Ho incontrato la mia maestra.

— Andava a mettersi a letto, — ha risposto mia madre, che aveva gli occhi rossi.

Poi ha aggiunto con grande tristezza, guardandomi fisso:

— La tua povera maestra... sta molto male.

### La distribuzione dei premi agli operai

*25, domenica*

Come avevamo combinato, siamo andati tutti insieme al Teatro Vittorio Emanuele, a vedere la distribuzione dei premi agli operai. Il teatro era decorato come il 14 marzo, ed era affollato, ma quasi tutto di famiglie d'operai. La platea era occupata dagli allievi e dalle allieve della scuola di canto corale. Hanno cantato un inno ai soldati morti in Crimea. Era così bello che, alla fine, tutti si sono alzati battendo le mani e gridando. I cantori hanno dovuto cantarlo di nuovo.

Subito dopo i premiati hanno cominciato a sfilare davanti al Sindaco, al prefetto e a molte altre persone. Questi davano libri, libretti della cassa di risparmio, diplomi e medaglie. In un angolo della platea ho visto il muratorino, seduto accanto a sua madre. Da un'altra parte c'era il Direttore, e dietro di lui la testa rossa del mio maestro di seconda.

Per primi hanno sfilato gli alunni delle scuole serali di disegno: orefici, scalpellini, litografi, e anche falegnami e muratori. Poi sono passati quelli della scuola di commercio. Poi sono venuti quelli del Liceo musicale, e tra loro parecchie ragazze, delle operaie, tutte vestite a festa. Sono state salutate con un grande applauso, e ridevano.

Infine sono arrivati gli alunni delle scuole serali elementari, e allora è diventato bello da vedere. Ne passavano di tutte le età, di tutti i mestieri, vestiti in tutti i modi. C'erano uomini con i capelli grigi, ragazzi delle officine, operai con grandi barbe nere. I piccoli erano disinvolti, gli uomini un po' imbarazzati. La gente batteva le mani ai più vecchi e ai più giovani. Ma tra gli spettatori nessuno rideva, come invece facevano alla nostra festa. Tutti i visi erano attenti e seri.

Molti premiati avevano la moglie e i figli in platea. Quando vedevano passare il padre sul palcoscenico, alcuni bambini lo chiamavano per nome ad alta voce. Lo indicavano con la mano, ridendo forte. Sono passati contadini e facchini: erano della scuola Boncompagni. Della scuola della Cittadella è passato un lustrascarpe che mio padre conosce, e il prefetto gli ha dato un diploma.

Dopo di lui ho visto arrivare un uomo grande come un gigante, che mi sembrava di aver già visto altre volte... Era il padre del muratorino, che prendeva il secondo premio! Mi sono ricordato di quando l'avevo visto nella soffitta, al letto del figlio malato. Ho cercato subito il figlio in platea. Povero muratorino! Guardava suo padre con gli occhi lucidi e, per nascondere la commozione, faceva il muso di lepre.

In quel momento ho sentito uno scoppio di applausi. Ho guardato sul palco: c'era un piccolo spazzacamino, con il viso lavato ma con i suoi vestiti da lavoro. Il Sindaco gli parlava, tenendolo per una mano. Dopo lo spazzacamino è venuto un cuoco. Poi è passato a prendere la medaglia uno spazzino municipale, della scuola Rayneri.

Io sentivo nel cuore non so che cosa, come un grande affetto e un grande rispetto. Pensavo a quanto erano costati quei premi a tutti quei lavoratori, padri di famiglia, pieni di pensieri. Quante fatiche aggiunte alle loro fatiche! Quante ore tolte al sonno, di cui hanno tanto bisogno! E quanti sforzi per la loro mente, non abituata allo studio, e per le loro grosse mani, indurite dal lavoro!

È passato un ragazzo d'officina. Si vedeva che suo padre gli aveva prestato la giacca per quell'occasione. Le maniche gli pendevano, tanto che ha dovuto arrotolarle lì sul palco per poter prendere il premio. Molti hanno riso, ma il riso è stato subito coperto dagli applausi. Dopo è venuto un vecchio con la testa calva e la barba bianca.

Sono passati dei soldati d'artiglieria, di quelli che venivano alla scuola serale nella nostra Sezione. Poi sono passate delle guardie del dazio e delle guardie municipali, di quelle che fanno la guardia alle nostre scuole.

Infine gli allievi della scuola serale hanno cantato ancora l'inno ai morti in Crimea. Ma questa volta l'hanno cantato con tanto slancio, con una forza d'affetto così sincera, che veniva dal cuore. Per questo la gente non ha quasi più applaudito, e tutti sono usciti commossi, lentamente e senza fare rumore.

In pochi momenti tutta la via si è riempita di gente. Davanti alla porta del Teatro c'era lo spazzacamino, con il suo libro di premio legato in rosso. Intorno a lui c'erano dei signori che gli parlavano. Molti si salutavano da una parte all'altra della strada: operai, ragazzi, guardie, maestri. Il mio maestro di seconda è uscito in mezzo a due soldati d'artiglieria. Si vedevano mogli d'operai con i bambini in braccio. I bambini tenevano nelle manine il diploma del padre e lo mostravano alla gente, orgogliosi.

### La mia maestra morta

*Martedì, 27*

Mentre noi eravamo al Teatro Vittorio Emanuele, la mia povera maestra moriva. È morta alle due del pomeriggio, sette giorni dopo la sua visita a mia madre. Ieri mattina il Direttore è venuto a scuola per darci la notizia. E ha detto:

— Quelli di voi che sono stati suoi alunni sanno quanto era buona. Sanno come voleva bene ai ragazzi: per loro era una madre. Ora non c'è più. Da molto tempo una malattia terribile la consumava. Doveva lavorare per guadagnarsi il pane. Se non avesse dovuto lavorare, avrebbe potuto curarsi e forse guarire. Se avesse preso un congedo, avrebbe vissuto almeno qualche mese di più. Ma lei ha voluto stare con i suoi ragazzi fino all'ultimo giorno. Il pomeriggio di sabato 17 li ha salutati, certa di non rivederli più. Ha dato ancora dei buoni consigli, li ha baciati tutti e se n'è andata singhiozzando. Ora nessuno la vedrà mai più. Ricordatevi di lei, figli miei.

Il piccolo Precossi, che era stato suo alunno nella prima superiore, ha abbassato la testa sul banco e si è messo a piangere.

Ieri pomeriggio, dopo la scuola, siamo andati tutti insieme alla casa della morta, per accompagnarla in chiesa. Nella strada c'era già un carro mortuario con due cavalli. C'era molta gente che aspettava e parlava a bassa voce. C'erano il Direttore e tutti i maestri e le maestre della nostra scuola. C'erano anche maestri di altre sezioni, dove lei aveva insegnato anni prima. C'erano quasi tutti i bambini della sua classe, accompagnati per mano dalle madri, che portavano le torce. C'erano moltissimi bambini di altre classi. C'erano anche una cinquantina di alunne della Sezione Baretti, alcune con corone in mano, altre con mazzetti di rose.

Molti mazzi di fiori erano già stati messi sul carro. Al carro era appesa una grande corona di gaggìe, con una scritta a lettere nere: *Alla loro maestra le vecchie alunne di quarta.* Sotto la corona grande ce n'era una piccola, portata dai suoi bambini.

Tra la folla si vedevano molte donne di servizio con le candele, mandate dalle loro padrone. C'erano anche due servitori in divisa, con una torcia accesa. Un signore ricco, padre di un alunno della maestra, aveva fatto venire la sua carrozza, foderata di seta azzurra. Tutti si stringevano davanti alla porta. Parecchie ragazze si asciugavano le lacrime.

Abbiamo aspettato a lungo in silenzio. Finalmente hanno portato giù la cassa. Quando hanno visto mettere la cassa dentro il carro, alcuni bambini si sono messi a piangere forte. Uno ha cominciato a gridare, come se capisse soltanto allora che la sua maestra era morta. Singhiozzava così violentemente che hanno dovuto portarlo via.

La processione si è messa in ordine lentamente ed è partita. Prime andavano le figlie del Ritiro della Concezione, vestite di verde. Poi venivano le figlie di Maria, tutte in bianco, con un nastro azzurro. Poi c'erano i preti. Dietro il carro camminavano i maestri e le maestre, i piccoli alunni della prima superiore e tutti gli altri. In fondo c'era la folla. La gente si affacciava alle finestre e alle porte. Vedendo tutti quei ragazzi e la corona, diceva:

— È una maestra.

Anche tra le signore che accompagnavano i più piccoli, alcune piangevano.

Arrivati in chiesa, hanno tolto la cassa dal carro e l'hanno portata in mezzo alla navata, davanti all'altare maggiore. Le maestre hanno messo sopra le corone e i bambini l'hanno coperta di fiori. La gente intorno, con le candele accese, ha cominciato a cantare le preghiere, nella chiesa grande e scura. Poi, tutto a un tratto, quando il prete ha detto l'ultimo Amen, le candele si sono spente. Tutti sono usciti in fretta e la maestra è rimasta sola.

Povera maestra, tanto buona con me! Aveva tanta pazienza e ha lavorato per tanti anni! Ha lasciato i suoi pochi libri ai suoi alunni. A uno ha lasciato un calamaio, a un altro un quadretto: tutto quello che possedeva. Due giorni prima di morire ha detto al Direttore di non lasciar andare i più piccoli al suo funerale. Non voleva che piangessero. Ha fatto del bene, ha sofferto, è morta. Povera maestra, rimasta sola nella chiesa scura! Addio! Addio per sempre, mia buona amica, dolce e triste ricordo della mia infanzia!

### Grazie

*28, mercoledì*

La mia povera maestra ha voluto finire il suo anno di scuola. Se n'è andata solo tre giorni prima della fine delle lezioni. Dopodomani andremo in classe ancora una volta, a sentir leggere l'ultimo racconto mensile, *Naufragio*. E poi... finito. Sabato, primo luglio, ci saranno gli esami. Dunque un altro anno, il quarto, è passato! E se non fosse morta la mia maestra, sarebbe passato bene.

Ripenso a quello che sapevo lo scorso ottobre, e mi sembra di sapere molto di più. Ho tante cose nuove nella mente. Riesco a dire e a scrivere meglio di allora quello che penso. Potrei anche fare i conti per molti adulti che non sanno farli, e aiutarli nei loro affari. E capisco molto di più: capisco quasi tutto quello che leggo. Sono contento...

Ma quante persone mi hanno spinto e aiutato a imparare, ognuna a modo suo! Mi hanno aiutato a casa, a scuola, per la strada, dovunque sono andato e ho visto qualcosa. Ora ringrazio tutti.

Ringrazio per primo te, mio buon maestro, che sei stato così comprensivo e affettuoso con me. Ogni cosa nuova che so, e di cui ora sono contento e fiero, è costata fatica a te.

Ringrazio te, Derossi, mio ammirevole compagno. Con le tue spiegazioni pronte e gentili mi hai fatto capire tante volte cose difficili. Mi hai fatto superare degli ostacoli agli esami. Ringrazio anche te, Stardi, bravo e forte. Mi hai mostrato che una volontà di ferro riesce in tutto. Ringrazio te, Garrone, buono e generoso, che rendi buoni e generosi tutti quelli che ti conoscono. Ringrazio anche voi, Precossi e Coretti. Voi mi avete sempre dato l'esempio del coraggio nelle sofferenze e della serenità nel lavoro. Dico grazie a voi, e dico grazie a tutti gli altri.

Ma sopra tutti ringrazio te, padre mio, mio primo maestro, mio primo amico. Mi hai dato tanti buoni consigli e mi hai insegnato tante cose, mentre lavoravi per me. Mi hai sempre nascosto le tue tristezze. Hai cercato in tutti i modi di rendermi facile lo studio e bella la vita. E ringrazio te, dolce madre mia, angelo custode amato e benedetto. Hai goduto di tutte le mie gioie e hai sofferto di tutte le mie amarezze. Hai studiato, lavorato e pianto con me. Con una mano mi accarezzavi la fronte e con l'altra mi indicavi il cielo. Mi inginocchio davanti a voi, come quando ero bambino, e vi ringrazio. Vi ringrazio con tutta la tenerezza che mi avete messo nell'anima, in dodici anni di sacrificio e d'amore.

### Naufragio

(Ultimo racconto mensile)

Parecchi anni fa, una mattina di dicembre, una grande nave a vapore partiva dal porto di Liverpool. A bordo c'erano più di duecento persone, fra cui settanta uomini di equipaggio. Il capitano e quasi tutti i marinai erano inglesi. Fra i passeggeri c'erano vari italiani: tre signore, un prete, un gruppo di musicisti. La nave doveva andare all'isola di Malta. Il tempo era scuro.

In mezzo ai viaggiatori della terza classe, a prua, c'era un ragazzo italiano di circa dodici anni. Era piccolo per la sua età, ma robusto. Aveva un bel viso da siciliano, coraggioso e serio. Se ne stava solo vicino all'albero di prua, seduto su un mucchio di corde. Accanto a lui c'era una valigia consumata, con dentro la sua roba, e lui ci teneva sopra una mano. Aveva il viso bruno e i capelli neri e ondulati, che gli scendevano quasi sulle spalle. Era vestito poveramente, con una coperta strappata sulle spalle e una vecchia borsa di cuoio a tracolla. Si guardava intorno, pensieroso. Guardava i passeggeri, la nave, i marinai che passavano di corsa e il mare agitato. Sembrava un ragazzo appena uscito da una grande disgrazia di famiglia. Aveva il viso di un bambino e l'espressione di un uomo.

Poco dopo la partenza, un marinaio della nave è arrivato a prua. Era un italiano con i capelli grigi e teneva per mano una ragazzina. Si è fermato davanti al piccolo siciliano e gli ha detto:

— Eccoti una compagna di viaggio, Mario.

Poi se n'è andato.

La ragazza si è seduta sul mucchio di corde, accanto al ragazzo.

Si sono guardati.

— Dove vai? — le ha chiesto il siciliano.

La ragazza ha risposto:

— A Malta, passando per Napoli.

Poi ha aggiunto:

— Vado a ritrovare mio padre e mia madre, che mi aspettano. Mi chiamo Giulietta Faggiani.

Il ragazzo non ha detto nulla.

Dopo alcuni minuti ha tirato fuori dalla borsa del pane e della frutta secca. La ragazza aveva dei biscotti. Hanno mangiato.

— Allegri! — ha gridato il marinaio italiano, passando di corsa. — Ora comincia un balletto!

Il vento cresceva e la nave dondolava forte. Ma i due ragazzi non soffrivano il mal di mare e non ci facevano caso. La ragazzina sorrideva. Aveva più o meno l'età del suo compagno, ma era molto più alta. Aveva il viso bruno, era magra, un po' sofferente, e vestita molto poveramente. Aveva i capelli corti e ricci, un fazzoletto rosso intorno alla testa e due cerchietti d'argento alle orecchie.

Mangiando, si sono raccontati le loro storie. Il ragazzo non aveva più né padre né madre. Suo padre, un operaio, era morto a Liverpool pochi giorni prima e lo aveva lasciato solo. Il Console italiano lo aveva rimandato al suo paese, a Palermo, dove aveva ancora dei parenti lontani.

L'anno prima la ragazzina era stata portata a Londra da una zia vedova, che le voleva molto bene. I suoi genitori erano poveri. L'avevano lasciata alla zia per qualche tempo, perché contavano sulla promessa di un'eredità. Ma pochi mesi dopo la zia era morta, schiacciata da un omnibus, senza lasciare un centesimo. Allora anche lei era andata dal Console, che l'aveva imbarcata per l'Italia. Tutti e due erano stati affidati al marinaio italiano.

— Così, — ha concluso la bambina, — mio padre e mia madre credevano che tornassi ricca, e invece torno povera. Ma mi vogliono bene lo stesso. E anche i miei fratelli. Ne ho quattro, tutti piccoli. Io sono la maggiore. Sono io che li vesto. Faranno una grande festa quando mi vedranno. Entrerò in punta di piedi... Il mare è brutto.

Poi ha chiesto al ragazzo:

— E tu vai a stare con i tuoi parenti?

— Sì... se mi vorranno, — ha risposto.

— Non ti vogliono bene?

— Non lo so.

— Io compio tredici anni a Natale, — ha detto la ragazza.

Dopo hanno cominciato a parlare del mare e della gente che avevano intorno. Sono rimasti vicini tutto il giorno e ogni tanto si scambiavano qualche parola. I passeggeri pensavano che fossero fratello e sorella. La bambina lavorava a maglia, il ragazzo pensava, il mare diventava sempre più grosso.

La sera, al momento di separarsi per andare a dormire, la bambina ha detto a Mario:

— Dormi bene.

— Nessuno dormirà bene, poveri ragazzi! — ha esclamato il marinaio italiano, passando di corsa perché il capitano lo chiamava.

Il ragazzo stava per risponderle: — Buona notte. — Ma uno spruzzo d'acqua improvviso lo ha colpito con violenza e lo ha sbattuto contro un sedile.

— Mamma mia, ti esce sangue! — ha gridato la ragazza, e si è gettata su di lui.

I passeggeri che scappavano sotto non ci hanno fatto caso. La bambina si è inginocchiata accanto a Mario, che era rimasto stordito dal colpo. Gli ha pulito la fronte che sanguinava. Si è tolta il fazzoletto rosso dai capelli e glielo ha girato intorno alla testa. Poi si è stretta la testa di lui sul petto per annodare le punte del fazzoletto. Così si è fatta una macchia di sangue sul vestito giallo, sopra la cintura. Mario si è ripreso e si è alzato.

— Ti senti meglio? — ha chiesto la ragazza.

— Non ho più niente, — ha risposto lui.

— Dormi bene, — ha detto Giulietta.

— Buona notte, — ha risposto Mario.

E sono scesi per due scalette vicine nei loro dormitori.

Il marinaio aveva visto giusto. Non si erano ancora addormentati quando è scoppiata una tempesta spaventosa. È stato come un assalto improvviso di onde enormi e furiose. In pochi momenti hanno spezzato un albero della nave. Hanno portato via come foglie tre delle barche appese alle gru e quattro buoi che erano a prua. Dentro la nave c'era una confusione e una paura terribili. C'era un rumore di cose che crollavano. C'era un fracasso di grida, di pianti e di preghiere che faceva venire i brividi.

La tempesta è diventata sempre più furiosa per tutta la notte. All'alba è cresciuta ancora. Onde enormi colpivano la nave di fianco e si rovesciavano sul ponte. Rompevano ogni cosa, la spazzavano via e la trascinavano in mare. La piattaforma che copriva la macchina è stata sfondata, e l'acqua è precipitata dentro con un fracasso terribile. I fuochi si sono spenti e gli uomini della macchina sono fuggiti. Grossi ruscelli d'acqua entravano con forza da ogni parte. Una voce fortissima ha gridato:

— Alle pompe!

Era la voce del capitano. I marinai si sono lanciati alle pompe. Ma un'onda improvvisa ha colpito la nave da dietro. Ha distrutto parapetti e portelli e ha fatto entrare un torrente d'acqua.

Tutti i passeggeri, più morti che vivi, si erano rifugiati nella sala grande.

A un certo punto è comparso il capitano.

— Capitano! Capitano! — hanno gridato tutti insieme. — Che si fa? Come stiamo? C'è speranza? Ci salvi!

Il capitano ha aspettato che tutti tacessero e ha detto freddamente:

— Rassegniamoci.

Una sola donna ha lanciato un grido:

— Pietà!

Nessun altro è riuscito a far uscire la voce. Il terrore li aveva gelati tutti. È passato molto tempo così, in un silenzio di tomba. Tutti si guardavano, con i visi bianchi. Il mare era sempre furioso e orrendo. La nave dondolava pesantemente.

A un certo punto il capitano ha cercato di mettere in mare una barca di salvataggio. Cinque marinai sono entrati e la barca è scesa. Ma l'onda l'ha travolta e due marinai sono annegati, tra cui l'italiano. Gli altri sono riusciti a fatica ad afferrare le corde e a risalire.

Dopo questo, anche i marinai hanno perso ogni coraggio. Due ore dopo, l'acqua arrivava già in alto sui fianchi della nave.

Sul ponte, intanto, c'era uno spettacolo tremendo. Le madri stringevano disperatamente i figli al petto. Gli amici si abbracciavano e si dicevano addio. Alcuni scendevano nelle cabine, per morire senza vedere il mare. Un viaggiatore si è sparato un colpo di pistola alla testa. È caduto a faccia in giù sulla scala del dormitorio, ed è morto lì. Molti si stringevano gli uni agli altri come impazziti. Alcune donne si contorcevano in modo orribile. Parecchi stavano in ginocchio intorno al prete. Si sentiva un coro di singhiozzi, di lamenti di bambini, di voci acute e strane. Qua e là c'erano persone immobili come statue, istupidite, con gli occhi spalancati e senza sguardo. C'erano facce di morti e di pazzi. I due ragazzi, Mario e Giulietta, stavano aggrappati a un albero della nave. Guardavano il mare con gli occhi fissi, come se non capissero più nulla.

Il mare si era calmato un poco, ma la nave continuava ad affondare lentamente. Restavano solo pochi minuti.

— La scialuppa in mare! — ha gridato il capitano.

Una scialuppa, l'ultima rimasta, è stata gettata in acqua. Quattordici marinai e tre passeggeri sono scesi dentro.

Il capitano è rimasto a bordo.

— Scenda con noi! — hanno gridato da sotto.

— Io devo morire al mio posto, — ha risposto il capitano.

— Incontreremo una nave, — gli hanno gridato i marinai, — ci salveremo. Scenda. Lei è perduto.

— Io rimango.

— C'è ancora un posto! — hanno gridato allora i marinai, rivolti agli altri passeggeri. — Una donna!

Una donna si è fatta avanti, sostenuta dal capitano. Ma ha visto quanto era lontana la scialuppa. Non ha avuto il coraggio di saltare ed è ricaduta sul ponte. Le altre donne erano quasi tutte già svenute e sembravano moribonde.

— Un ragazzo! — hanno gridato i marinai.

A quel grido il ragazzo siciliano e la sua compagna si sono svegliati all'improvviso. Fino a quel momento erano rimasti come di pietra, storditi da uno stupore enorme. Ora il violento istinto della vita li ha scossi. Si sono staccati insieme dall'albero e si sono lanciati verso il bordo della nave. Urlavano con una sola voce:

— A me!

E cercavano di spingersi indietro a vicenda, come due belve furiose.

— Il più piccolo! — hanno gridato i marinai. — La barca è troppo carica! Il più piccolo!

A quella parola la ragazza, come colpita da un fulmine, ha lasciato cadere le braccia. È rimasta immobile, e guardava Mario con gli occhi morti.

Mario l'ha guardata un momento. Le ha visto la macchia di sangue sul petto. Si è ricordato. Un'idea divina è passata come un lampo sul suo viso.

— Il più piccolo! — hanno gridato in coro i marinai, con voce dura e impaziente. — Noi partiamo!

E allora Mario, con una voce che non sembrava più la sua, ha gridato:

— Lei è più leggera. A te, Giulietta! Tu hai padre e madre! Io sono solo! Ti do il mio posto! Va' giù!

— Gettala in mare! — hanno gridato i marinai.

Mario ha afferrato Giulietta alla vita e l'ha gettata in mare.

La ragazza ha lanciato un grido ed è caduta in acqua con un tonfo. Un marinaio l'ha afferrata per un braccio e l'ha tirata su nella barca.

Il ragazzo è rimasto in piedi sul bordo della nave, con la fronte alta e i capelli al vento. Era immobile, tranquillo, sublime.

La barca si è mossa. Ha fatto appena in tempo a sfuggire al vortice dell'acqua, provocato dalla nave che andava sotto. Quel vortice minacciava di travolgerla.

Fino a quel momento la ragazza era rimasta quasi senza sensi. Ora ha alzato gli occhi verso il ragazzo ed è scoppiata a piangere.

— Addio, Mario! — gli ha gridato tra i singhiozzi, con le braccia tese verso di lui. — Addio! Addio! Addio!

— Addio! — ha risposto il ragazzo, alzando la mano in alto.

La barca si allontanava velocemente sul mare agitato, sotto il cielo scuro. Nessuno gridava più sulla nave. L'acqua toccava già i bordi del ponte.

All'improvviso il ragazzo è caduto in ginocchio, con le mani giunte e gli occhi al cielo.

La ragazza si è coperta il viso.

Quando ha rialzato la testa, ha guardato il mare: la nave non c'era più.

### Glossario

- **lutto nazionale**: un giorno di dolore per tutto il paese, per la morte di una persona importante.
- **dittatore**: chi ha da solo tutto il potere in un paese.
- **rassegna**: una sfilata di soldati davanti a un comandante.
- **Genio**: la parte dell'esercito che costruisce ponti, strade e fortificazioni.
- **patiboli**: i luoghi dove si uccidevano i condannati a morte.
- **mitraglia**: tanti piccoli proiettili sparati insieme da un cannone.
- **barchette di cuoio**: piccole tazze di cuoio, a forma di barca, per bere durante le gite.
- **scalpellini**: operai che lavorano la pietra.
- **libretti della cassa di risparmio**: piccoli libri che mostrano i soldi messi da parte in banca.
- **naufragando**: affondando in mare, con la nave o la barca.
- **annegando**: morendo nell'acqua, perché non si riesce più a respirare.
- **oppressori**: persone che tengono un popolo sotto il loro potere con la forza.
- **benediranno**: parleranno di lui con amore e gratitudine, e chiederanno a Dio il bene per lui.
- **splenderanno**: brilleranno di una luce forte.
- **sfilavano**: passavano in fila, uno dietro l'altro, davanti a chi guardava.
- **fanfare**: bande di soldati che suonano trombe e altri strumenti a fiato.
- **ghirlande**: lunghe file o corone di fiori legati insieme.
- **crini**: i peli lunghi del collo e della coda del cavallo.
- **risuonare**: fare un suono forte, che si sente tutto intorno.
- **zucca rossa**: per scherzo, la testa di Crossi, che ha i capelli rossi.
- **fiaschetta**: piccola bottiglia piatta, da portare con sé.
- **a scortica... mele**: scherzo: vuol dire scivolando sul sedere. Enrico non dice la parola poco educata e al suo posto mette «mele».
- **gaggìe**: piccoli fiori gialli e profumati.
- **equipaggio**: tutte le persone che lavorano su una nave.
- **prua**: la parte davanti della nave.
- **albero di prua**: il palo alto che si trova nella parte davanti della nave.
- **balletto**: qui: la nave comincia a muoversi forte sulle onde, come se ballasse.
- **ponte**: la parte alta e aperta della nave, dove si può camminare.
- **Rassegniamoci**: accettiamo una cosa brutta che non possiamo cambiare.
- **scialuppa**: la piccola barca di una nave, per salvarsi.
- **sublime**: molto grande e nobile, più alto di ciò che è normale.

## Luglio

### L'ultima pagina di mia madre

*1.o, sabato*

*Dunque l'anno è finito, Enrico. Ed è bello che ti resti un ricordo dell'ultimo giorno: l'immagine del ragazzo sublime. Quel ragazzo ha dato la vita per la sua amica. Ora stai per separarti dai tuoi maestri e dai tuoi compagni, e io devo darti una notizia triste. La separazione non durerà soltanto tre mesi, ma per sempre. Tuo padre, per il suo lavoro, deve andare via da Torino, e noi tutti con lui. Partiremo il prossimo autunno. Dovrai entrare in una scuola nuova.*

*Ti dispiace, non è vero? Perché sono certa che ami la tua vecchia scuola. Lì, per quattro anni, due volte al giorno, hai provato la gioia di aver lavorato. Lì hai visto per tanto tempo, alle stesse ore, gli stessi ragazzi, gli stessi maestri, gli stessi genitori. E c'erano tuo padre o tua madre che ti aspettavano sorridendo. Nella tua vecchia scuola la tua mente si è aperta e hai trovato tanti buoni compagni. Lì ogni parola che hai sentito aveva come scopo il tuo bene. E ogni dispiacere che hai provato ti è stato utile!*

*Porta dunque con te questo affetto, e di' addio con tutto il cuore a tutti quei ragazzi. Alcuni avranno delle disgrazie e perderanno presto il padre e la madre. Altri moriranno giovani. Altri forse daranno nobilmente il loro sangue nelle battaglie. Molti saranno operai bravi e onesti, padri di famiglie laboriose e oneste come loro. E chissà, forse ce n'è anche qualcuno che renderà grandi servizi al suo paese e farà glorioso il suo nome.*

*Lasciali dunque con affetto. Lascia un po' della tua anima in quella grande famiglia. Ci sei entrato bambino e ne esci ragazzo. Tuo padre e tua madre la amano tanto, perché lì tu sei stato tanto amato. La scuola è una madre, Enrico mio. Ti ha preso dalle mie braccia quando parlavi appena, e ora mi ti restituisce grande, forte, buono, studioso. Sia benedetta, e tu non dimenticarla mai, figlio mio. Oh! È impossibile che tu la dimentichi. Diventerai un uomo, girerai il mondo, vedrai città immense e monumenti meravigliosi. Dimenticherai anche molte di queste cose. Ma ricorderai quel modesto edificio bianco, con quelle persiane chiuse e quel piccolo giardino. Lì è sbocciato il primo fiore della tua intelligenza. Tu lo vedrai fino all'ultimo giorno della tua vita. Così io vedrò sempre la casa in cui ho sentito la tua voce per la prima volta.*

Tua Madre

### Gli esami

*4, martedì*

Eccoci finalmente agli esami. Nelle strade intorno alla scuola non si sente parlare d'altro. Ne parlano ragazzi, padri, madri, perfino le governanti: esami, punti, tema, media, rimandato, promosso. Tutti dicono le stesse parole. Ieri mattina c'è stata la composizione, questa mattina l'aritmetica.

Era commovente vedere tutti i genitori che accompagnavano i ragazzi a scuola, dando gli ultimi consigli per la strada. Molte madri accompagnavano i figli fino ai banchi. Guardavano se c'era inchiostro nel calamaio e provavano la penna. Poi, dalla porta, si voltavano ancora a dire:

— Coraggio! Attenzione! Mi raccomando!

Il nostro maestro assistente era Coatti, quello con la barbaccia nera. Fa la voce del leone e non punisce mai nessuno. C'erano ragazzi bianchi dalla paura. Coatti ha aperto la lettera sigillata del Municipio e ha tirato fuori il problema. In quel momento non si sentiva un respiro. Ha dettato il problema a voce alta, guardando ora l'uno ora l'altro con certi occhi terribili. Ma si capiva che, se avesse potuto, avrebbe dettato con grande piacere anche la soluzione, per farci promuovere tutti.

Dopo un'ora di lavoro, molti cominciavano ad agitarsi, perché il problema era difficile! Uno piangeva. Crossi si dava dei pugni sulla testa. Molti non hanno colpa se non sanno, poveri ragazzi. Non hanno avuto molto tempo per studiare e i genitori li hanno trascurati. Ma c'era la provvidenza. Bisognava vedere Derossi come si dava da fare per aiutarli! Trovava il modo di far passare una cifra o di suggerire un'operazione, senza farsi vedere. Si occupava di tutti, e sembrava lui il nostro maestro. Anche Garrone, che è forte in aritmetica, aiutava chi poteva. Ha aiutato perfino Nobis, che era nei guai ed era diventato tutto gentile. Stardi è rimasto immobile per più di un'ora, con gli occhi sul problema e i pugni alle tempie. Poi ha fatto tutto in cinque minuti. Coatti girava tra i banchi e diceva:

— Calma! Calma! Vi raccomando la calma!

Quando vedeva qualcuno scoraggiato, voleva farlo ridere e dargli coraggio. Allora spalancava la bocca come per divorarlo, imitando il leone.

Verso le undici ho guardato giù attraverso le persiane. Ho visto molti genitori che andavano e venivano per la strada, impazienti. C'era il padre di Precossi, con il suo camiciotto blu. Era appena uscito dall'officina e aveva ancora il viso tutto nero. C'era la madre di Crossi, l'erbivendola. C'era la madre di Nelli, vestita di nero, che non riusciva a stare ferma. Poco prima di mezzogiorno è arrivato mio padre e ha alzato gli occhi verso la mia finestra: caro padre mio!

A mezzogiorno avevamo finito tutti. All'uscita è stato uno spettacolo. Tutti venivano incontro ai ragazzi per fare domande, sfogliare i quaderni, confrontarli con i lavori dei compagni.

— Quante operazioni?

— Qual è il totale?

— E la sottrazione?

— E la risposta?

— E la virgola dei decimali?

Tutti i maestri andavano qua e là, chiamati da cento parti. Mio padre mi ha preso subito di mano la brutta copia, ha guardato e ha detto:

— Va bene.

Accanto a noi c'era il fabbro Precossi, che guardava anche lui il lavoro di suo figlio. Era un po' preoccupato e non capiva niente. Si è rivolto a mio padre:

— Mi potrebbe dire il totale, per favore?

Mio padre ha letto il numero. Il fabbro ha guardato: era giusto.

— Bravo piccino! — ha esclamato, tutto contento.

Mio padre e lui si sono guardati un momento con un buon sorriso, come due amici. Mio padre gli ha teso la mano e lui l'ha stretta. Si sono separati dicendo:

— All'esame orale.

— All'esame orale.

Dopo pochi passi abbiamo sentito una voce in falsetto che ci ha fatto voltare la testa. Era il fabbro ferraio che cantava.

### L'ultimo esame

*7, venerdì*

Questa mattina abbiamo avuto gli esami orali. Alle otto eravamo tutti in classe. Alle otto e un quarto hanno cominciato a chiamarci quattro alla volta nel camerone. Lì c'era un gran tavolo coperto da un tappeto verde. Intorno c'erano il Direttore e quattro maestri, tra cui il nostro. Io sono stato uno dei primi a essere chiamati.

Povero maestro! Questa mattina ho capito che ci vuole bene davvero. Mentre gli altri ci interrogavano, lui aveva occhi solo per noi. Si agitava quando eravamo incerti nel rispondere. Si rasserenava quando davamo una bella risposta. Sentiva tutto e ci faceva mille segni con le mani e con la testa, per dire: — Bene, — no, — sta' attento, — più piano, — coraggio. — Se avesse potuto parlare, ci avrebbe suggerito ogni cosa. Anche i padri di tutti gli alunni, uno dopo l'altro al suo posto, non avrebbero fatto di più. Avrei voluto gridargli: — Grazie! — dieci volte, davanti a tutti. E quando gli altri maestri mi hanno detto: — Sta bene, puoi andare, — gli occhi gli hanno brillato di contentezza.

Sono tornato subito in classe ad aspettare mio padre. C'erano ancora quasi tutti. Mi sono seduto accanto a Garrone. Non ero per niente allegro. Pensavo che era l'ultima volta che stavamo vicini per un'ora! Non avevo ancora detto a Garrone che non avrei fatto la quarta con lui. Dovevo andare via da Torino con mio padre, e lui non sapeva nulla. Se ne stava lì piegato in due, con la sua grossa testa china sul banco. Faceva degli ornamenti intorno a una fotografia di suo padre, vestito da macchinista. Suo padre è un uomo grande e grosso, con un collo da toro. Ha un'aria seria e onesta, come lui. Mentre stava così curvo, aveva la camicia un poco aperta davanti. Gli vedevo sul petto nudo e robusto la piccola croce d'oro. Gliel'ha regalata la madre di Nelli, quando ha saputo che proteggeva suo figlio.

Ma bisognava pure che gli dicessi che dovevo andare via. Gliel'ho detto:

— Garrone, quest'autunno mio padre andrà via da Torino, per sempre.

Mi ha chiesto se andavo via anch'io. Gli ho risposto di sì.

— Non farai più la quarta con noi? — mi ha detto.

Ho risposto di no. Allora è rimasto un po' senza parlare, continuando il suo disegno. Poi ha chiesto, senza alzare la testa:

— Ti ricorderai poi dei tuoi compagni di terza?

— Sì, — gli ho detto, — di tutti. Ma di te... più che di tutti. Chi si può scordare di te?

Mi ha guardato fisso e serio, con uno sguardo che diceva mille cose. Non ha detto nulla. Mi ha solo dato la mano sinistra, fingendo di continuare a disegnare con l'altra. Io l'ho stretta tra le mie, quella mano forte e leale.

In quel momento è entrato in fretta il maestro, con il viso rosso. Ha detto piano e veloce, con la voce allegra:

— Bravi, finora va tutto bene. Quelli che restano continuino così. Bravi, ragazzi! Coraggio! Sono molto contento.

Voleva mostrarci la sua contentezza e farci ridere. Così, uscendo in fretta, ha fatto finta di inciampare e di tenersi al muro per non cadere. Lui, che non avevamo mai visto ridere! La cosa è sembrata così strana che, invece di ridere, tutti sono rimasti stupiti. Tutti hanno sorriso, nessuno ha riso.

Ebbene, non so perché, quel gesto allegro da bambino mi ha fatto pena e tenerezza insieme. Quel momento di allegria era tutto il suo premio. Era il compenso di nove mesi di bontà, di pazienza e anche di dispiaceri! Per quello aveva lavorato tanto tempo ed era venuto tante volte a fare lezione malato, povero maestro! Quello, e nient'altro, ci chiedeva in cambio di tanto affetto e di tante cure! Ora mi sembra che lo rivedrò sempre così, in quel gesto, quando mi ricorderò di lui, per molti anni. Se lui vivrà ancora quando sarò un uomo, e se ci incontreremo, gli parlerò di quel gesto. Gli dirò che mi ha toccato il cuore. E gli darò un bacio sulla testa.

### Addio

*10, lunedì.*

All'una ci siamo ritrovati tutti a scuola per l'ultima volta. Dovevamo sentire i risultati degli esami e prendere i libretti di promozione. La strada era piena di genitori. Avevano invaso anche il camerone, e molti erano entrati nelle classi, stringendosi fino accanto al tavolino del maestro. Nella nostra classe riempivano tutto lo spazio tra il muro e i primi banchi. C'erano il padre di Garrone, la madre di Derossi, il fabbro Precossi e il padre di Coretti. C'erano la signora Nelli, l'erbivendola, il padre del muratorino, il padre di Stardi. C'erano molti altri che non avevo mai visto. Da tutte le parti si sentiva un bisbiglio, un movimento continuo, come in una piazza.

È entrato il maestro e si è fatto un grande silenzio. Aveva in mano l'elenco e ha cominciato subito a leggere.

— Abatucci, promosso, sessanta settantesimi. Archini, promosso, cinquantacinque settantesimi.

Il muratorino promosso, Crossi promosso. Poi ha letto forte:

— Derossi Ernesto, promosso, settanta settantesimi e il primo premio.

Tutti i genitori che erano lì lo conoscevano, e hanno detto:

— Bravo, bravo, Derossi!

Lui ha scosso i suoi riccioli biondi, con il suo sorriso sicuro e bello. Ha guardato sua madre, che lo ha salutato con la mano.

Garoffi, Garrone, il calabrese, promossi. Poi tre o quattro di seguito rimandati. Uno si è messo a piangere, perché suo padre, sulla porta, gli ha fatto un gesto di minaccia. Ma il maestro ha detto al padre:

— No, signore, mi scusi. Non è sempre colpa, molte volte è sfortuna. E questo è il caso.

Poi ha letto:

— Nelli, promosso, sessantadue settantesimi.

Sua madre gli ha mandato un bacio con il ventaglio. Stardi promosso, con sessantasette settantesimi. Ma sentendo quel bel voto non ha neppure sorriso, e non ha staccato i pugni dalle tempie. L'ultimo è stato Votini, che era venuto tutto ben vestito e pettinato: promosso.

Letto l'ultimo nome, il maestro si è alzato e ha detto:

— Ragazzi, questa è l'ultima volta che ci troviamo riuniti. Siamo stati insieme un anno, e ora ci lasciamo buoni amici, non è vero? Mi dispiace separarmi da voi, cari figli.

Si è interrotto, poi ha ripreso:

— Se qualche volta ho perso la pazienza, se qualche volta sono stato ingiusto senza volerlo, o troppo severo, scusatemi.

— No, no, — hanno detto i genitori e molti alunni, — no, signor maestro, mai.

— Scusatemi, — ha ripetuto il maestro, — e vogliatemi bene. L'anno prossimo non sarete più con me, ma vi rivedrò. Rimarrete sempre nel mio cuore. Arrivederci, ragazzi!

Detto questo, è venuto avanti in mezzo a noi. Tutti gli hanno teso le mani, alzandosi sui banchi. Lo hanno preso per le braccia e per le falde del vestito, e molti lo hanno baciato. Cinquanta voci insieme hanno detto:

— Arrivederla, maestro!

— Grazie, signor maestro!

— Stia bene!

— Si ricordi di noi!

Quando è uscito, sembrava oppresso dalla commozione. Siamo usciti tutti, in disordine. Uscivano anche da tutte le altre classi. C'era una gran confusione, un gran chiasso di ragazzi e genitori. Dicevano addio ai maestri e alle maestre e si salutavano tra loro. La maestrina della penna rossa aveva quattro o cinque bambini addosso e una ventina intorno. Le toglievano il respiro. Alla monachina avevano mezzo strappato il cappello. Le avevano infilato una dozzina di mazzetti di fiori tra i bottoni del vestito nero e nelle tasche. Molti facevano festa a Robetti, che proprio quel giorno aveva lasciato le stampelle per la prima volta. Da tutte le parti si sentiva dire:

— Al nuovo anno!

— Ai venti d'ottobre!

— Arrivederci ai Santi!

Anche noi ci siamo salutati. Ah, come si dimenticavano tutti i litigi in quel momento! Votini, che era sempre stato così geloso di Derossi, è stato il primo a corrergli incontro a braccia aperte. Ho salutato il muratorino e l'ho baciato proprio mentre mi faceva il suo ultimo muso di lepre, caro ragazzo! Ho salutato Precossi. Ho salutato Garoffi, che mi ha annunciato la vincita alla sua ultima lotteria. Mi ha dato un piccolo fermacarte di maiolica, rotto da un lato. Ho detto addio a tutti gli altri. È stato bello vedere il povero Nelli: si è attaccato a Garrone e non riuscivano più a staccarlo. Tutti si sono affollati intorno a Garrone, e addio Garrone, addio, arrivederci! Lo toccavano, lo stringevano, gli facevano festa, a quel bravo, santo ragazzo. Suo padre guardava tutto meravigliato e sorrideva. Garrone è stato l'ultimo che ho abbracciato, nella strada. Ho soffocato un singhiozzo contro il suo petto, e lui mi ha baciato sulla fronte.

Poi sono corso da mio padre e da mia madre. Mio padre mi ha chiesto:

— Hai salutato tutti i tuoi compagni?

Ho detto di sì.

— Se hai fatto un torto a qualcuno, va' da lui e chiedigli di perdonarti e di dimenticare. C'è nessuno?

— Nessuno, — ho risposto.

— E allora addio! — ha detto mio padre con la voce commossa, dando un ultimo sguardo alla scuola.

E mia madre ha ripetuto:

— Addio!

E io non ho potuto dire nulla.

### Glossario

- **sublime**: molto grande e nobile, più alto di ciò che è normale.
- **rimandato**: che deve rifare l'esame.
- **provvidenza**: un aiuto che arriva al momento giusto, come se fosse mandato da Dio.
- **camiciotto**: una camicia larga da lavoro.
- **falsetto**: una voce molto alta e sottile, non naturale.
- **settantesimi**: parti di settanta: il voto più alto è settanta su settanta.
- **falde**: le parti lunghe e basse di una giacca.
- **ai Santi**: alla festa di tutti i Santi, il primo novembre.
- **maiolica**: ceramica lucida e colorata.
